Nel leggere queste poche righe bisogna mettere subito le mani avanti: fare previsioni sulle prospettive di estrazione di idrocarburi è sempre un terno al lotto. Un po’ perché nuove tecnologie possono aprire nuove opportunità, un po’ perché la scoperta di nuovi giacimenti è sempre possibile.
Bisogna anche dire che ormai, per entrambi i lati della faccenda, ci sono così tanti studi che si ha un’idea verosimile di quel che ci aspetta. Dopo il 2060 la situazione comincerà a essere critica, considerato inoltre che la domanda, seppur in rallentamento, aumenterà tanto per il gas che per il petrolio (110 milioni di barili al giorno entro il 2045).
Cosa più importante, è su queste previsioni che si basa il mercato. E se l’uso su larga scala del fracking ha permesso grandi investimenti nell’estrazione di petrolio di scisto (prodotto dai frammenti di rocce bituminose), rendendo gli USA il primo produttore mondiale – 17% del totale globale nel 2020 – una notizia di questi giorni potrebbe cambiare le carte in tavola.
Non ha senso fare previsioni sull’imminente esplosione dell’enorme bolla finanziaria che gli ingenti costi di questo metodo di estrazione ha prodotto. Ha senso, invece, dare attenzione a come le grandi compagnie dell’oro nero e Washington decideranno di prendere le misure sulla notizia che le attività del Bacino Permiano stanno per raggiungere il «picco di Hubbert».
Andiamo con ordine e spieghiamo ogni nodo della questione. La teoria di Hubbert è un modello che descrive l’andamento dello sfruttamento di una risorsa non rinnovabile: ovviamente, esso può variare, come è successo in relazione al petrolio statunitense con il ricorso allo scisto (ma anche questo era stato grosso modo previsto nella teoria).
Il Bacino Permiano è una zona sedimentaria grande circa tre quarti d’Italia, che si estende soprattutto nel Texas occidentale e in piccola parte nel Nuovo Messico. È una delle aree maggiormente interessate dall’opera di fracking, e ci sbaglieremmo a considerarlo un giacimento come un altro.
Oltre il 90% della crescita della produzione di greggio nell’ultimo decennio è dovuta agli Stati Uniti, e oggi sono sostanzialmente sei contee del Texas a trascinarla.
Il Permiano è il tassello fondamentale del previsto record a stelle e strisce di 12,76 milioni di barili al giorno, nel 2023: oltre 9 sono di olio di scisto, estratto per più della metà nel bacino in questione.
Ci sono valutazioni diverse su quanti barili rimangano nel sottosuolo, anche molto differenti, ma in ogni caso entro un range niente affatto illimitato. Se la società Enverus ne stima ancora 50 miliardi, un’altra sigla rinomata nel settore – G&R – parla di soli 20 miliardi, che al ritmo attuale di estrazione significano una decina d’anni o poco più di attività commerciale.
È questo il punto fondamentale su cui concentrarsi, non tanto se il Permiano sarà sfruttato ancora fino al 2035 o al 2050. Bisogna capire quanti di questi barili sono davvero commerciabili, dato che i terreni migliori sono stati già perforati e la produttività sta nettamente calando.
Usando dati di Novi Labs, altra società di analisi, sia il Wall Street Journal sia G&R hanno affermato che le aziende hanno semplicemente usato i siti migliori, e ora la produttività è scesa dell’8%. Scrivono da G&R che gli estrattori del bacino stanno “esaurendo in modo aggressivo il suo inventario di pozzi di alta qualità”.
Nulla di nuovo per chi è abituato alle storture prodotte dalla logica miope e a breve termine del capitale. È vero che grandi attori come Exxon e Chevron sembra stiano lavorando ad ulteriori innovazioni che aiutino nel mantenere i livelli produttivi attuali, ma la tecnologia non può fare miracoli (“creare” nuovo petrolio, insomma).
A G&R prevedono che il «picco di Hubbert» – ovvero il culmine oltre il quale la produzione non potrà che diminuire – arriverà verso la fine del 2024. Ma se anche fosse da spostare di qualche anno, il nodo rimane, siamo terribilmente vicini a quel punto (alcuni sostengono sia stato in realtà già sorpassato, nel complesso delle riserve petrolifere): come reagiranno, a Washington, al progressivo esaurimento della fonte di petrolio che li ha resi autonomi sul piano energetico?
L’unica soluzione sarebbe un investimento davvero massiccio nel passaggio alle rinnovabili, insieme ad un consistente cambiamento dei modelli di consumo. Ma nel paese del grande capitale per eccellenza è più probabile che prendano il sopravvento gli interessi di corto respiro delle compagnie petrolifere e dei giganti finanziari, e si sono già avuti segnali in questo senso.
Con grave danno per l’economia a stelle e strisce e un ulteriore esacerbarsi delle sue contraddizioni. Un’opportunità per chi vuole liberarsi dal suo giogo, ma anche un motivo ulteriore di tensione internazionale.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2023
22/11/2020
La guerra mondiale del gas ed il futuro dell’idrogeno
Klaus-Dieter Borchardt, vicedirettore generale della Direzione Generale per l’Energia della Commissione Europea, spiega a Investigate Europe come “la Commissione Europea è nelle mani degli operatori del gas, che decidono quali progetti finanziare.”
Di fatto la politica energetica dell’Unione Europea viene decisa da una serie di soggetti privati, associati in una potente lobby: la ENTSOG (European Network of Transmission System Operators for Gas).
Questa precisa scelta imprenditorial-politica le ha dato priorità assoluta nelle sedi decisionali della UE, anteponendo gli interessi di attori privati rispetto al bene pubblico, impedendo di fatto la concorrenza ad altri soggetti – alla faccia sia del tanto sbandierato “libero mercato”, sia della supposto “profilo sociale” della UE.
“Per capire questo” – affermano l’autrice dell’inchiesta che abbiamo qui tradotto – “bisogna tornare al 2009, quando l’Europa voleva creare un mercato unico dell’energia, indipendente dalla Russia. Come di consueto, i governi hanno deciso di affidarsi al mercato per la realizzazione di questa politica, con il supporto delle aziende distributrici di energia del continente: l’italiana Snam, la spagnola Enagas, la francese GRTgaz, la tedesca Thyssengas e l’olandese Gasunie. Queste società sono in possesso di tutti i dati sensibili relativi ai gasdotti e alla sicurezza dell’approvvigionamento.”
Vi è quindi un monopolio in mano ai privati riguardo ai dati complessivi sul gas, attraverso i quali vengono prese decisioni politiche che investono tutto il continente ed i sudditi – pardon, cittadini – della UE.
Con queste premesse, non sorprende il fatto che negli ultimi dieci anni “la domanda di gas è stata molto più elevata della domanda effettiva. Lo stesso vale probabilmente per l’ultimo scenario fino al 2050.”
La previsione sui consumi europei, in soldoni, viene fatta sui dati forniti dalle aziende private che hanno tutto l’interesse a “gonfiare” le reali necessità, nonostante questa forbice tra bisogni reali e quelli prefigurati si sia andata allargando.
Non stupisce quindi che, se i decision maker sono coloro le cui fortune dipendono dalla rendita di questa risorsa naturale, vengano decise ingenti spese per la costruzione di nuove infrastrutture del gas – non meno di 104 miliardi – né che circa 1/5 dei “Progetti di Interesse Comune” approvati dal Parlamento Europeo per quest’anno siano relativi al gas, o che il 75% dei fondi stanziati per progetti di interesse comune, dal 1973, “sono stati spesi per progetti sostenuti dalle aziende dell’ENTSOG”, secondo l’ONG Global Witness.
L’autonomia energetica europea, di fatto, viene risolta “blindando” il mercato all’interno ed all’esterno – cioè la rendita di posizione degli importatori di questa risorsa – e soprattutto impedendo che questa abbia uno sbocco diverso dalla difesa a spada tratta dello status quo.
La domanda sorge spontanea: se coloro che decidono in sede europea sono di fatto soggetti privati, tra loro coalizzati in una lobby, interessati per loro stessa natura allo sviluppo di questo business, quale è spazio in può concretizzarsi una vera e propria “transizione ecologica” centrata su fonte rinnovabili e non inquinanti?
Molto poche, ad essere ottimisti, a meno di non rompere la “gabbia anti-ecologica” imposta dalla UE. Che richiede un drastico processo di rottura per interrompere la continuità delle politiche fin qui intraprese. Politiche che, tra l’altro, non pongono alcun limite rispetto ai criteri estrattivi.
Ma la geografia del gas europeo è un nodo che si inserisce compiutamente all’interno dal clima da nuova guerra fredda nell’intensificarsi dello scontro sia tra blocchi politici internazionali sia tra attori politici rilevanti.
Pensiamo alle tensioni del Mar Mediterraneo Orientale tra Turchia ed Ue, alla centralità della questione energetica nella “crisi bielorussa” dopo le recenti elezioni, o al posizionamento europeo nel conflitto armeno-azero (la cosiddetta “guerra dei 44 giorni”), considerato il ruolo strategico dell’Azerbaijan nel Risiko energetico europeo.
La Russia fornisce il 38,3% delle importazioni di gas della UE, la Norvegia il 24,5%, l’Algeria il 10,6%, il Qatar il 7,2%, la Nigeria il 5,1%, la Gran Bretagna il 4,5%, gli USA solo il 4%...
Basterebbero questi dati per comprendere molte ragioni circa i “punti caldi” di gran parte del pianeta.
La guerra mondiale del gas ha poi due attori principali: da un lato gli USA e dall’altro la Russia, entrambi tesi a “rubare” rendite di posizione ad Algeria e Qatar, fedele alleato della Turchia.
I primi, da importatori, sono diventati esportatori di gas e di petrolio grazie al fracking – un settore che ha bisogno di costanti ed ingenti investimenti finanziari – entrato in crisi in seguito al calo della domanda mondiale, dopo lo scoppio della Pandemia.
Trump ne aveva fatto uno dei perni della propria politica energetica e Biden ha affermato – in campagna elettorale – di non volerla bandire, contrariamente a ciò che chiede l’ala più progressista del partito e una buona parte dell’elettorato democratico, come sembra confermato dai sondaggi.
È chiaro che in un contesto di margini ridotti, causa contrazione del mercato mondiale, per non ridurre le proprie capacità produttive e un inasprimento della crisi occupazionale proprio in quegli Stati sempre più decisivi per le elezioni presidenziali, la futura amministrazione cercherà di imporre l’acquisto del proprio gas all’Europa e moltiplicherà gli sforzi per indebolire i competitor nel gas e nel petrolio, che diventano, o si confermano, ipso facto antagonisti politici.
Gli USA producono 110 miliardi “cubic feet” al giorno, una cifra più alta rispetto al recente picco negativo, ma comunque identica a quella di due anni fa. Erano solo 70 prima del 2010. E difficilmente potranno scendere ulteriormente.
La Russia ha un’economia ancora fortemente dipendente dall’esportazione di idrocarburi, da cui deriva il margine di spesa per gli investimenti in altri settori in grado di diversificare il proprio sviluppo, di reggere la “corsa agli armamenti” alimentando l’industria della difesa (altro settore d’eccellenza per le esportazioni della Federazione), e di garantire una molto relativa redistribuzione della ricchezza sufficiente alla governance delle contraddizioni sociali.
All’interno dell’attuale scontro monetario, che vede la valuta russa perdere sempre più posizioni rispetto al dollaro, “il Rublo è diventato la vittima principale dell’aumentata volatilità del mercato mondiale”, afferma Vladimir Tikhomirov, economista capo della BCS Global Market a Mosca. Una dinamica che costringe alla riduzione delle importazioni.
Per la Russia, la questione del gas quindi è una questione vitale per il mantenimento della pace sociale e per la proiezione della propria potenza politica. Di conseguenza, per i suoi avversari è una priorità limitarne il più possibile lo sviluppo di questo settore; si pensi al contenzioso sul Nord Stream 2, ormai completato, per cui gli USA hanno imposto due differenti “giri” di sanzioni, lo scorso dicembre e a luglio. Prima contro le compagnie impegnate nella costruzione della conduttura, poi a tutte le entità economiche che contribuiscono al progetto.
Mancano circa 80 km, su un tracciato di 3.100, per completare questa conduttura costruita dalla Gazprom, i cui costi di produzione sono stati pagati per metà con i prestiti dall’olandese Royal Dutch Shell, dall’austriaca OMV, dalla francese Engie e dai gruppi tedeschi Uniper e Winterhall.
Il gasdotto permetterà di raddoppiare la quantità di gas che giunge in Germania, fino a 110 miliardi di metri cubi e, oltre ad aumentare la dipendenza dell’economia tedesca dal gas russo, permetterà di bypassare l’Ucraina nel transito, tagliando fuori Kiev (fedele alleata di Washington) dai giochi sul gas.
Gazprom prevede comunque un calo delle vendite verso l’Europa e la Turchia del 16% quest’anno: 165 miliardi di metri-cubici, cioè un valore nettamente inferiore alle capacità attuali (219 miliardi).
La partita del gas, però, probabilmente si sposterà verso l’Asia, il continente che sembra avere tutti i numeri per essere il pivot dell’economia-mondo post-pandemica, e quindi di compensare abbondantemente il deficit di vendite al mercato occidentale.
Come riporta il Financial Times, in un articolo a quattro mani del 14 settembre: “Molte previsioni prefigurano che entro tre anni, la crescita nella domanda di gas da parte dell’Asia eliminerà l’eccesso di forniture di LNG, e la produzione domestica di gas in Europa aumenterà la necessità di importazioni”.
Bisogna ricordare che la Russia ha iniziato lo scorso inverno a rifornire la Cina attraverso la Pipeline “Power of Siberia”, il più grande progetto gasiero del mondo e simbolo dell’avvio di una partnership strategica tra i due Paesi.
Un contratto da 55 miliardi di dollari, stipulato tra la Gazprom ed il gigante dell’oil and gas cinese CNPC, che potrà raggiungere i 38 miliardi di metri cubi di gas trasportato lungo i 3.000 km della conduttura che attraversa la Siberia lungo il confine sud-orientale con la Cina.
Un pezzo importante dell’obiettivo pre-pandemico era di portare il volume di commercio reciproco tra i due Paesi a 200 miliardi di dollari entro il 2024.
La Cina è diventato il maggior socio in affari dei progetti di liquefazione del gas artico: Yamal LNG – citato nell’articolo che abbiamo qui tradotto – e il previsto Artic LNG 2; sono inoltre in discussione altri due progetti di pipeline dalla Russia alla Cina.
La recente affermazione del presidente cinese Xi – abbandonare il carbone entro il 2060 – potrebbe ulteriormente rafforzare la partnership strategica tra Mosca e Pechino almeno nel “medio-lungo periodo”, prima che la Repubblica Popolare sviluppi una sufficiente capacità autonoma per soddisfare le proprie necessità energetiche dentro un'ottica di transizione ecologica complessiva.
In questa prospettiva, lo sviluppo dell’energia ad idrogeno avrà sempre più un ruolo centrale, come dimostrano gli investimenti dell’azienda pubblica Sinopec.
Sipopec ha già ora più di 30mila stazioni di rifornimento ad idrocarburi, in Cina. Ma nell’ultimo anno ha costruito la prima stazione all’idrogeno, parte integrante di un piano governativo per impiantarne 1.000 in tutto il Paese nei prossimi dieci anni, in grado di rifornire un milioni di veicoli.
La stessa azienda è partner di Shangai Re-fire Technology, un produttore di tecnologia alimentata ad idrogeno che nel 2018 ha impiegato 500 mezzi pesanti di questo tipo a Shangai.
Come ha dichiarato il direttore generale della banca finanziaria del gruppo Song Zhenguo al Financial Times: “un forte segnale che Sinopec vuole essere un attore di importanza primaria in quest’area che sarà il futuro dell’energia.”
Mentre noi siamo in balia dei signori della rendita del gas, che dettano legge a Bruxelles...
Buona Lettura.
Di fatto la politica energetica dell’Unione Europea viene decisa da una serie di soggetti privati, associati in una potente lobby: la ENTSOG (European Network of Transmission System Operators for Gas).
Questa precisa scelta imprenditorial-politica le ha dato priorità assoluta nelle sedi decisionali della UE, anteponendo gli interessi di attori privati rispetto al bene pubblico, impedendo di fatto la concorrenza ad altri soggetti – alla faccia sia del tanto sbandierato “libero mercato”, sia della supposto “profilo sociale” della UE.
“Per capire questo” – affermano l’autrice dell’inchiesta che abbiamo qui tradotto – “bisogna tornare al 2009, quando l’Europa voleva creare un mercato unico dell’energia, indipendente dalla Russia. Come di consueto, i governi hanno deciso di affidarsi al mercato per la realizzazione di questa politica, con il supporto delle aziende distributrici di energia del continente: l’italiana Snam, la spagnola Enagas, la francese GRTgaz, la tedesca Thyssengas e l’olandese Gasunie. Queste società sono in possesso di tutti i dati sensibili relativi ai gasdotti e alla sicurezza dell’approvvigionamento.”
Vi è quindi un monopolio in mano ai privati riguardo ai dati complessivi sul gas, attraverso i quali vengono prese decisioni politiche che investono tutto il continente ed i sudditi – pardon, cittadini – della UE.
Con queste premesse, non sorprende il fatto che negli ultimi dieci anni “la domanda di gas è stata molto più elevata della domanda effettiva. Lo stesso vale probabilmente per l’ultimo scenario fino al 2050.”
La previsione sui consumi europei, in soldoni, viene fatta sui dati forniti dalle aziende private che hanno tutto l’interesse a “gonfiare” le reali necessità, nonostante questa forbice tra bisogni reali e quelli prefigurati si sia andata allargando.
Non stupisce quindi che, se i decision maker sono coloro le cui fortune dipendono dalla rendita di questa risorsa naturale, vengano decise ingenti spese per la costruzione di nuove infrastrutture del gas – non meno di 104 miliardi – né che circa 1/5 dei “Progetti di Interesse Comune” approvati dal Parlamento Europeo per quest’anno siano relativi al gas, o che il 75% dei fondi stanziati per progetti di interesse comune, dal 1973, “sono stati spesi per progetti sostenuti dalle aziende dell’ENTSOG”, secondo l’ONG Global Witness.
L’autonomia energetica europea, di fatto, viene risolta “blindando” il mercato all’interno ed all’esterno – cioè la rendita di posizione degli importatori di questa risorsa – e soprattutto impedendo che questa abbia uno sbocco diverso dalla difesa a spada tratta dello status quo.
La domanda sorge spontanea: se coloro che decidono in sede europea sono di fatto soggetti privati, tra loro coalizzati in una lobby, interessati per loro stessa natura allo sviluppo di questo business, quale è spazio in può concretizzarsi una vera e propria “transizione ecologica” centrata su fonte rinnovabili e non inquinanti?
Molto poche, ad essere ottimisti, a meno di non rompere la “gabbia anti-ecologica” imposta dalla UE. Che richiede un drastico processo di rottura per interrompere la continuità delle politiche fin qui intraprese. Politiche che, tra l’altro, non pongono alcun limite rispetto ai criteri estrattivi.
Ma la geografia del gas europeo è un nodo che si inserisce compiutamente all’interno dal clima da nuova guerra fredda nell’intensificarsi dello scontro sia tra blocchi politici internazionali sia tra attori politici rilevanti.
Pensiamo alle tensioni del Mar Mediterraneo Orientale tra Turchia ed Ue, alla centralità della questione energetica nella “crisi bielorussa” dopo le recenti elezioni, o al posizionamento europeo nel conflitto armeno-azero (la cosiddetta “guerra dei 44 giorni”), considerato il ruolo strategico dell’Azerbaijan nel Risiko energetico europeo.
La Russia fornisce il 38,3% delle importazioni di gas della UE, la Norvegia il 24,5%, l’Algeria il 10,6%, il Qatar il 7,2%, la Nigeria il 5,1%, la Gran Bretagna il 4,5%, gli USA solo il 4%...
Basterebbero questi dati per comprendere molte ragioni circa i “punti caldi” di gran parte del pianeta.
La guerra mondiale del gas ha poi due attori principali: da un lato gli USA e dall’altro la Russia, entrambi tesi a “rubare” rendite di posizione ad Algeria e Qatar, fedele alleato della Turchia.
I primi, da importatori, sono diventati esportatori di gas e di petrolio grazie al fracking – un settore che ha bisogno di costanti ed ingenti investimenti finanziari – entrato in crisi in seguito al calo della domanda mondiale, dopo lo scoppio della Pandemia.
Trump ne aveva fatto uno dei perni della propria politica energetica e Biden ha affermato – in campagna elettorale – di non volerla bandire, contrariamente a ciò che chiede l’ala più progressista del partito e una buona parte dell’elettorato democratico, come sembra confermato dai sondaggi.
È chiaro che in un contesto di margini ridotti, causa contrazione del mercato mondiale, per non ridurre le proprie capacità produttive e un inasprimento della crisi occupazionale proprio in quegli Stati sempre più decisivi per le elezioni presidenziali, la futura amministrazione cercherà di imporre l’acquisto del proprio gas all’Europa e moltiplicherà gli sforzi per indebolire i competitor nel gas e nel petrolio, che diventano, o si confermano, ipso facto antagonisti politici.
Gli USA producono 110 miliardi “cubic feet” al giorno, una cifra più alta rispetto al recente picco negativo, ma comunque identica a quella di due anni fa. Erano solo 70 prima del 2010. E difficilmente potranno scendere ulteriormente.
La Russia ha un’economia ancora fortemente dipendente dall’esportazione di idrocarburi, da cui deriva il margine di spesa per gli investimenti in altri settori in grado di diversificare il proprio sviluppo, di reggere la “corsa agli armamenti” alimentando l’industria della difesa (altro settore d’eccellenza per le esportazioni della Federazione), e di garantire una molto relativa redistribuzione della ricchezza sufficiente alla governance delle contraddizioni sociali.
All’interno dell’attuale scontro monetario, che vede la valuta russa perdere sempre più posizioni rispetto al dollaro, “il Rublo è diventato la vittima principale dell’aumentata volatilità del mercato mondiale”, afferma Vladimir Tikhomirov, economista capo della BCS Global Market a Mosca. Una dinamica che costringe alla riduzione delle importazioni.
Per la Russia, la questione del gas quindi è una questione vitale per il mantenimento della pace sociale e per la proiezione della propria potenza politica. Di conseguenza, per i suoi avversari è una priorità limitarne il più possibile lo sviluppo di questo settore; si pensi al contenzioso sul Nord Stream 2, ormai completato, per cui gli USA hanno imposto due differenti “giri” di sanzioni, lo scorso dicembre e a luglio. Prima contro le compagnie impegnate nella costruzione della conduttura, poi a tutte le entità economiche che contribuiscono al progetto.
Mancano circa 80 km, su un tracciato di 3.100, per completare questa conduttura costruita dalla Gazprom, i cui costi di produzione sono stati pagati per metà con i prestiti dall’olandese Royal Dutch Shell, dall’austriaca OMV, dalla francese Engie e dai gruppi tedeschi Uniper e Winterhall.
Il gasdotto permetterà di raddoppiare la quantità di gas che giunge in Germania, fino a 110 miliardi di metri cubi e, oltre ad aumentare la dipendenza dell’economia tedesca dal gas russo, permetterà di bypassare l’Ucraina nel transito, tagliando fuori Kiev (fedele alleata di Washington) dai giochi sul gas.
Gazprom prevede comunque un calo delle vendite verso l’Europa e la Turchia del 16% quest’anno: 165 miliardi di metri-cubici, cioè un valore nettamente inferiore alle capacità attuali (219 miliardi).
La partita del gas, però, probabilmente si sposterà verso l’Asia, il continente che sembra avere tutti i numeri per essere il pivot dell’economia-mondo post-pandemica, e quindi di compensare abbondantemente il deficit di vendite al mercato occidentale.
Come riporta il Financial Times, in un articolo a quattro mani del 14 settembre: “Molte previsioni prefigurano che entro tre anni, la crescita nella domanda di gas da parte dell’Asia eliminerà l’eccesso di forniture di LNG, e la produzione domestica di gas in Europa aumenterà la necessità di importazioni”.
Bisogna ricordare che la Russia ha iniziato lo scorso inverno a rifornire la Cina attraverso la Pipeline “Power of Siberia”, il più grande progetto gasiero del mondo e simbolo dell’avvio di una partnership strategica tra i due Paesi.
Un contratto da 55 miliardi di dollari, stipulato tra la Gazprom ed il gigante dell’oil and gas cinese CNPC, che potrà raggiungere i 38 miliardi di metri cubi di gas trasportato lungo i 3.000 km della conduttura che attraversa la Siberia lungo il confine sud-orientale con la Cina.
Un pezzo importante dell’obiettivo pre-pandemico era di portare il volume di commercio reciproco tra i due Paesi a 200 miliardi di dollari entro il 2024.
La Cina è diventato il maggior socio in affari dei progetti di liquefazione del gas artico: Yamal LNG – citato nell’articolo che abbiamo qui tradotto – e il previsto Artic LNG 2; sono inoltre in discussione altri due progetti di pipeline dalla Russia alla Cina.
La recente affermazione del presidente cinese Xi – abbandonare il carbone entro il 2060 – potrebbe ulteriormente rafforzare la partnership strategica tra Mosca e Pechino almeno nel “medio-lungo periodo”, prima che la Repubblica Popolare sviluppi una sufficiente capacità autonoma per soddisfare le proprie necessità energetiche dentro un'ottica di transizione ecologica complessiva.
In questa prospettiva, lo sviluppo dell’energia ad idrogeno avrà sempre più un ruolo centrale, come dimostrano gli investimenti dell’azienda pubblica Sinopec.
Sipopec ha già ora più di 30mila stazioni di rifornimento ad idrocarburi, in Cina. Ma nell’ultimo anno ha costruito la prima stazione all’idrogeno, parte integrante di un piano governativo per impiantarne 1.000 in tutto il Paese nei prossimi dieci anni, in grado di rifornire un milioni di veicoli.
La stessa azienda è partner di Shangai Re-fire Technology, un produttore di tecnologia alimentata ad idrogeno che nel 2018 ha impiegato 500 mezzi pesanti di questo tipo a Shangai.
Come ha dichiarato il direttore generale della banca finanziaria del gruppo Song Zhenguo al Financial Times: “un forte segnale che Sinopec vuole essere un attore di importanza primaria in quest’area che sarà il futuro dell’energia.”
Mentre noi siamo in balia dei signori della rendita del gas, che dettano legge a Bruxelles...
Buona Lettura.
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Tra geopolitica e lobbismo, la grande scacchiera del gas europeo
Tra geopolitica e lobbismo, la grande scacchiera del gas europeo
Mentre il ruolo dei combustibili fossili nel riscaldamento globale non è più in dubbio, l’Europa si prepara a spendere 104 miliardi di euro per sviluppare nuovi progetti sul gas, secondo i calcoli del consorzio Investigate Europe. Si tratta soprattutto di una partita a scacchi geopolitica e gli operatori delle reti sopravvalutano la domanda europea di gas.
Sotto raffiche di vento come quelle nella zona della Hauts-de-France che non si vedevano da mesi, le onde del Mare del Nord hanno colpito lo scafo rosso di un’immensa nave. La petroliera Zarga – lunga 345 metri – ha attraccato alla banchina principale del terminale GNL di Dunkerque, il secondo più grande terminale GNL dell’Europa continentale dopo Barcellona. È venuto a scaricare il suo carico: gas naturale liquefatto, o GNL.
Per trasportarlo a più di 3.000 chilometri di distanza, se non può essere trasportato via gasdotto, il gas deve essere liquefatto. Il processo prevede l’abbassamento della temperatura a -162 gradi Celsius e la successiva compressione. In questo modo, il suo volume si riduce di 600 volte e diventa più facile trasportarlo in gasiera attraverso i mari e gli oceani.
Da dove viene questo gas che arriva a Dunkerque? “Dalla Russia e dagli Stati Uniti, per metà dei cargo; altre fonti diversificate, per l’altra metà, spiega Juan Vazquez, presidente di Dunkerque LNG. L’anno scorso, Yamal è entrato in campo prima del previsto, e molti soggetti ne hanno approfittato.”
Yamal? Un sito di liquefazione del gas naturale nel nord della Russia è accusato di contribuire “all’apertura di una nuova ‘frontiera del gas’ nell’Artico russo, che potrebbe sia danneggiare una regione già indebolita dal riscaldamento delle temperature, sia portare a massicce emissioni di gas serra“, secondo la rete europea di Osservatori Aziendali (ENCO), guidata dall’ONG Corporate Europe Observatory (CEO), specializzata nell’influenza delle lobby sulla politica europea.
Queste accuse sono smentite dal mondo del gas: “Questo progetto è utilizzato per portare il gas russo che normalmente arriverebbe via gasdotto. L’impronta di carbonio è la stessa da molto tempo“, si difende un industriale.
Nell’ottobre 2019, ENCO ha pubblicato un rapporto intitolato “Chi controlla tutti i gasdotti?” . Il terminale di importazione di gas naturale liquefatto a Dunkerque, in Francia, e il terminale di Zeebrugge in Belgio sono tra i “progetti controversi in Europa“.
Entrambi hanno come azionista di riferimento il gruppo belga di infrastrutture del gas Fluxys. I principali clienti del porto GNL di Dunkerque sono EDF e Total, che è all’origine della sua costruzione. Della capacità di ri-gassificazione annuale del terminal, 13 miliardi di metri cubi, 9,5 miliardi sono riservati a lungo termine.
Sia Dunkerque che Zeebrugge sono tra i “principali porti europei a ricevere le navi cisterna per il GNL dall’estremo nord russo“, ma ricevono anche gas liquefatto americano, favorendo “l’intensificazione dello sfruttamento del gas di scisto negli Stati Uniti, con conseguenze devastanti per l’ambiente e la salute“.
La capacità di produzione di gas è esplosa negli Stati Uniti. Dal 2000 al 2015, nella produzione statunitense la quota di gas da fracking è passata da meno del 5% al 67%, e continua a crescere.
Nel 2019, il Segretario all’Energia degli Stati Uniti Rick Perry lo ha venduto come “il gas della libertà“. Perché il mondo del gas si sta evolvendo in un ambiente da Guerra Fredda, dove Stati Uniti e Russia si confrontano, cercando di imporsi ovunque a scapito di produttori storici come il Qatar e l’Algeria.
Per tutto il suo mandato, Donald Trump non ha mai smesso di fare pressione sui paesi europei affinché rinunciassero ad importare gas russo a favore di quello americano. I senatori repubblicani hanno ripreso questo argomento in una lettera al governo francese, dopo che i suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione di Engie si erano opposti a un contratto di importazione di gas di scisto con il gruppo americano NextDecade.
Questa “libertà” ha un prezzo elevato per l’ambiente, poiché questo gas viene estratto per fratturazione idraulica, portando alla distruzione e a volte all’inquinamento irreversibile dell’aria, delle acque sotterranee e del sottosuolo. Ciò ha del resto giustificato il divieto alla pratica della fratturazione in Francia.
Per Patrick Corbin, presidente dell’Associazione francese del gas, queste controversie sul gas di scisto, nonostante tutte le prove scientifiche, sono quasi infondate. “Il gas di scisto, una volta prodotto, ha la stessa qualità del gas naturale prodotto in altre condizioni. È assolutamente lo stesso prodotto. Il problema è di vietare il gas di scisto negli Stati Uniti, quindi buona fortuna. Posso capire che questa sia una preoccupazione. Ma questo dibattito deve svolgersi negli Stati Uniti, non in Francia”.
Questo non accadrà molto presto: anche se ha promesso un vasto piano per il clima, Joe Biden si è impegnato a non mettere in discussione la fratturazione.
“Come operatore di infrastrutture, il nostro ruolo si limita a fornire un servizio ai nostri clienti: riceviamo i carichi per ri-gassificarli. Noi non decidiamo nulla, i nostri clienti scelgono la provenienza del carico. Non abbiamo alcun controllo sull’origine del carico“, afferma Juan Vazquez, presidente di Dunkerque LNG.
In realtà, il terminale GNL di Dunkerque è solo una pedina su una scacchiera geopolitica molto più grande: il grande gioco europeo del gas.
Tutta l’attenzione è attualmente concentrata sul Nord Stream 2, oggetto di tutte le tensioni diplomatiche tra Europa e Stati Uniti, tra Europa orientale e occidentale. Lanciato nel 2017, questo gasdotto di 1.200 chilometri dovrebbe trasportare circa 55 miliardi di metri cubi di gas tra la Germania e la Russia, raddoppiando la capacità di consegna del Nord Stream 1, di cui segue quasi esattamente il percorso.
Le minacce di sanzioni statunitensi contro le aziende che partecipano o finanziano questo progetto sono state costanti. In seguito all’avvelenamento dell’avversario russo Alexei Navalny, si sono intensificate le pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa dell’Est per fermare Nord Stream 2 come parte delle sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin. Anche se il progetto è stato finalmente escluso dalle sanzioni, la battaglia è tutt’altro che finita.
Più a sud, il Mar Mediterraneo è diventato teatro di tensioni internazionali per lo sfruttamento dei giacimenti di gas. Quest’estate, le prime esplorazioni turche su un campo situato tra le coste greche e turche hanno portato i due Paesi a dimostrazioni militari di forza nella zona, che Angela Merkel, per conto dell’Europa, ha avuto grandi difficoltà a fermare prima che si trasformassero in conflitto aperto.
Ma scaramucce e tensioni esistono ovunque nel Mediterraneo, lungo la costa libica, intorno a Creta, al largo delle coste di Israele e del Libano.
“EastMed è sovradimensionato”
Da diversi anni, Italia, Grecia, Cipro e Israele sostengono la costruzione dell’oleodotto EastMed. Insieme al gasdotto Poseidon, dovrebbe portare in Europa il gas del Mediterraneo orientale. Senza dimenticare il gasdotto Trans Adriatico (TAP), che è in fase di completamento.
Finanziato in parte con fondi UE, questo gasdotto di 3.500 chilometri trasporta 10 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaigian all’Europa, attraverso la Grecia e l’Italia – in confronto, l’UE nel suo complesso importa 170 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia all’anno.
Secondo i dati dell’ONG Global Energy Monitor e dell’associazione industriale Gas Infrastructure Europe (GIE), controllati da Investigate Europe, non meno di 104 miliardi di euro saranno spesi in Europa per finanziare nuovi progetti di gas: 12.842 chilometri di gasdotti aggiuntivi, un aumento di 116 miliardi di m³ di capacità di importazione di GNL e 40.650 megawatt in più per le centrali a gas.
Perché sprecare tutto questo denaro pubblico quando, secondo Eurostat, la domanda europea è meno della metà della produzione di gas attualmente disponibile? Che senso ha investire oggi in nuovi impianti con una durata di vita di circa 20 anni, quando i climatologi dell’IPCC ripetono che dobbiamo porre fine ai combustibili fossili il prima possibile?
“Questo è l’intero dibattito che circonda Nord Stream 2, dice Patrick Corbin. Oggi, un paese come la Francia, che è ben dotato di infrastrutture per il gas, con punti di importazione via terra e via mare, chiaramente non ne ha bisogno. Le sue infrastrutture attuali sono sufficienti. Ma ciò che è vero per la Francia è molto meno vero per la Germania, ad esempio. I tedeschi non hanno praticamente nessun terminale di importazione di GNL, anche se c’è l’impegno a costruirne uno. Sono anche estremamente dipendenti dal gas russo.“
Potente strumento di geopolitica, il gas è oggetto di un’intensa attività di lobbismo a Bruxelles. Pur essendo un combustibile fossile, e quindi contributore di emissioni di gas serra, il mondo del gas è riuscito a far accettare l’idea che si tratta di un’energia quasi pulita, in ogni caso un attore indispensabile nella transizione energetica, un alleato indispensabile delle energie rinnovabili per compensare la loro intermittenza.
Da allora, il gas è stato presente in tutte le fasi della politica energetica europea. Il 12 febbraio il Parlamento Europeo ha approvato la nuova lista dei Progetti di Interesse Comune (PCIs), “progetti di infrastrutture essenziali per completare il mercato europeo dell’energia al fine di aiutare l’UE a raggiungere i suoi obiettivi di politica energetica e climatica“, secondo la Commissione Europea.
Tra i 149 progetti prioritari selezionati per ricevere il finanziamento dell’UE vi sono 32 progetti relativi al gas naturale. Uno scandalo per le ONG che si occupano di clima.
Il Commissario per l’Energia, Kadri Simson, ha promesso agli eurodeputati che “la prossima lista non includerà alcun progetto sul gas naturale“, ma il vicedirettore generale della Direzione Generale per l’Energia della Commissione Europea, Klaus-Dieter Borchardt, ha ammesso oggi in un’intervista con Investigate Europe che questo potrebbe non essere il caso.
L’Europa sarà certamente costretta a finanziare nuovamente i progetti del gas, nella nuova lista prevista per il 2021, per il semplice motivo che “abbiamo impegni legali con le aziende“.
Klaus-Dieter Borchardt spiega come “la Commissione Europea è nelle mani degli operatori del gas che decidono quali progetti finanziare“. Per capire questo, bisogna tornare al 2009, quando l’Europa voleva creare un mercato unico dell’energia, indipendente dalla Russia. Come di consueto, i governi hanno deciso di affidarsi al mercato per la realizzazione di questa politica, con il supporto delle aziende distributrici di energia del continente: l’italiana Snam, la spagnola Enagas, la francese GRTgaz, la tedesca Thyssengas e l’olandese Gasunie. Queste società sono in possesso di tutti i dati sensibili relativi ai gasdotti e alla sicurezza dell’approvvigionamento.
Nasce così ENTSOG (European Network of Transmission System Operators for Gas), una lobby a Bruxelles in un elegante edificio del quartiere europeo, la cui missione è quella di fornire scenari sulla domanda di gas in Europa e, su questa base, proporre un elenco di nuove infrastrutture.
Con il suo monopolio dei dati, l’ENTSOG ha regolarmente previsto, negli ultimi dieci anni, che la domanda di gas sarà molto più elevata della domanda effettiva. Lo stesso vale probabilmente per l’ultimo scenario fino al 2050. “L’energia è sicurezza di approvvigionamento. Pertanto, dobbiamo sempre dimensionarci per soddisfare il picco della domanda, quando superiamo la media“, spiega un conoscitore del mondo del gas.
Frida Kieninger, di Food & Water Europe, partecipa alle riunioni da anni come osservatrice dei progetti prioritari per il gas. “Il processo di sviluppo di nuovi progetti di gas è opaco, afferma. I governi e le parti interessate si incontrano in ‘gruppi regionali’ con i promotori dei progetti sul gas, spesso seduti accanto ai rappresentanti dei ministeri. In alcuni incontri, sembra che un paese sia rappresentato solo dalla sua società del gas. Non ci sono verbali e non c’è una lista dei partecipanti.”
Inquietante, se si considera che, secondo un rapporto dell’ONG Global Witness pubblicato a giugno, il 75% dei fondi stanziati per progetti di interesse comune dal 1973 “sono stati spesi per progetti sostenuti dalle aziende dell’ENTSOG”.
Progetti di cui, per alcuni, l’Europa potrebbe certamente fare a meno. “EastMed, ad esempio, è sovradimensionata, ammette Klaus-Dieter Borchardt, il vicedirettore generale della DG Energia. Posso capire che ci sia molto gas nel Mediterraneo, ma avrebbe più senso utilizzare impianti regionali di gas liquido, piuttosto che portare il gas naturale attraverso un lungo gasdotto da Israele alla Grecia“.
Più recentemente, l’European Green Deal è stato anche oggetto di intense attività di lobbismo a Bruxelles. Secondo i dati del Corporate Europe Observatory, i principali membri della Commissione si sono incontrati 151 volte con rappresentanti degli interessi commerciali, ma solo 29 volte con rappresentanti degli interessi pubblici.
“Non sono attivo a Bruxelles, ma sono uno dei 151 di Parigi,” dice Patrick Corbin dell’associazione francese del gas. “Lo sento, ma oggi penso che i membri della Commissione abbiano più mezzi per formarsi un’opinione. Agiamo sempre in modo trasparente, non ci nascondiamo sotto un naso finto, lo facciamo il più possibile sulla base di studi seri e pubblici“.
Un altro industriale è d’accordo: “Dobbiamo smettere di demonizzare il fatto che i decisori politici cercano di ottenere informazioni. Penso che sia molto buono. Tutto è trasparente, non abbiamo nulla da negare”.
Speriamo che l’Unione Europea mostri la stessa chiarezza sui suoi obiettivi climatici, compresa la neutralità del carbonio entro il 2050.
Fonte
12/07/2020
Le lotte dei nativi nella crisi USA
“Non è solo un luogo, è la nostra casa”.
Acqua è vita
Così recitavano gli striscioni – Mni wiconi, in lingua Lakota – negli accampamenti della resistenza contro la costruzione della DAPL, sorti alla confluenza del fiume Cannonball e Missouri nel 2016.
La DAPL è un acronimo che sta per Dakota Access Pipeline, la conduttura per il trasporto di petrolio di scisto. I “water protector” giunti da tutti gli Stati Uniti, composti principalmente da membri di più di 200 tribù di nativi, l’avevano ribattezzato “serpente nero”.
La DAPL è un progetto di 1.168 miglia (quasi 1.900 km) in grado di trasportare più di mezzo milione di barili di fracked oil al giorno – 570.000 per l’esattezza come riporta la Reuters – dai campi petroliferi di Bakken, nel Nord Dakota, attraverso il Sud Dakota, l’Iowa fino all’Illinois, pronto per le raffinerie del Golfo del Messico.
Una minaccia per le fonti idriche dalle quali dipende la Tribù Sioux di Standing Rock, insieme a 17 milioni di persone nei dintorni del fiume.
Un simbolo dell’aspirazione nord-americana a tornare ad essere il primo produttore al mondo di greggio grazie all’estrazione – estremamente impattante sull'ambiente e assai costosa – del petrolio da scisto.
Le immagini della resistenza dei nativi americani fecero allora il giro del mondo grazie alle riprese, divenute virali, delle violenze della milizia privata ingaggiata dalla compagnia, girate dal canale nord-americano di informazione indipendente Democracy Now! – sul campo da inizio settembre 2016 – generando 12 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore.
Particolarmente impattante fu il fatto che le milizie private usassero i cani scagliandoli contro i “water protector”, cospargendo la bocca ed il naso degli animali di sangue, come se i dimostranti fossero selvaggina da caccia!
L’allora presidente Obama, alla fine del suo secondo mandato, ordinò lo stop al progetto, ma nel gennaio del 2017 il neo presidente Trump, eletto da pochi mesi, diede di nuovo il via libera al completamento dell'oleodotto.
Si trattava di un grosso regalo al miliardario Kelcy Warren, Ceo di Energy Transfer, che possiede DAPL, sostenitore dell’allora outsider repubblicano nella sua corsa alla Casa Bianca.
Dall’estate del 2017 l'oleodotto ha pompato petrolio fino alla scorsa settimana, il 6 luglio, quando un giudice federale ha ordinato di chiudere la conduttura e di “svuotarla” entro il 5 agosto. Una vittoria storica per la tribù, che Energy Transfer sta però cercando di by-passare.
Il portavoce dell’azienda basata a Dallas ha dichiarato a Bloomberg: “crediamo che il giudice James E. Boasberg abbia oltrepassato le sue competenze e che non abbia i poteri giuridici per fermare la conduttura e bloccare il flusso di greggio”.
Questa sentenza si basa su una legge di tutela ambientale del 1970, chiamata NEPA (National Enviromental Policy Act), per cui ogni progetto di grandi dimensioni necessita di un permesso federale che includa uno studio pubblico di impatto ambientale, che Trump cerca di aggirare.
Il Corps ha ignorato gli avvertimenti sui rischi ambientali e si era “rifiutato di condividere documenti tecnici chiave con noi o di confrontarsi con i nostri esperti tecnici”, scriveva Mark Faith – presidente della Standing Rock Sioux Tribe – sul The Guardian il 15 novembre scorso.
Addirittura le aziende proprietarie avevano fatto richiesta per raddoppiarne la capacità di trasporto a 1 milione e 100 mila barili al giorno, aumentando il rischio di perdite e fuoriuscite.
Ci sono voluti tre anni prima della decisione del giudice distrettuale James E. Boasberg, che ha costretto la Army Corps of Egineers a chiudere e a svuotare l’impianto fino a che non sarà pronta una EIS, cioè una analisi di impatto ambientale, per cui secondo il Corps stima sarebbero necessari 13 mesi.
Recentemente tre candidati alle primarie democratiche – E.Warren, B.Sanders e K.Harris – avevano promesso che avrebbero revocato il permesso se eletti. Biden non ha invece commentato la notizia.
Donna Brave Bull Allard, storica esponente della Tribù e la prima ad ospitare nella sua proprietà un campo di resistenza, dopo la vittoria giuridica ha dichiarato: “Abbiamo bisogno, come popolazione nativa, di non essere invisibili nella nostra terra”.
La crisi petrolifera e le possibilità di transizione ecologica
Quella di questa settimana non è stata l’unica vittoria dei nativi americani, in lotta per un futuro eco-sostenibile contro una conduttura petrolifera. Duke and Dominion Energy hanno annunciato di rinunciare ai piani di costruzione della Atlantic Coast Pipeline, una conduttura di 600 miglia (poco meno di 1000 km) del costo stimato di 8 milioni di dollari, ideata per trasportare il gas di scisto dalla West Virginia alla Carolina del Nord. Le compagnie si sono lamentate del possibile levitare dei costi di almeno 3 miliardi di dollari, dovuti ai contenziosi legali e dal doversi confrontare con continue proteste.
La lotta contro questo progetto è iniziata nel 2014 e nel suo percorso ha impattato la comunità afro-americana di Union Hill, fondata da schiavi liberati in Virginia dopo la guerra civile americana (1860-65), e di Robeson County, in Carolina del Nord, terra natale della Tribù Lumbee.
Donna Chavis storica attivista nativo-americana, ha dichiarato che le ragioni del successo dell’iniziativa di lotta risiedono “nell’aver lavorato lungo il percorso della pipe-line (…) attraversando le linee di razza e classe, e mettendo insieme le comunità afro-americane e quelle indigene”.
Un altro aspetto importante è stato l’azzeramento della narrazione con cui le aziende portavano avanti il progetto cercando di guadagnare il consenso locale facendo leva sulla riduzione del costo del gas e la creazione di posti di lavoro.
Così spiega Lyndsey Gilpin, fondatrice e capo-redattrice di Southerly, un media che tratta di ecologia, giustizia e cultura nel Sud:
“Dall’inizio questo progetto ha trovato l’opposizione di molte più persone di quante tipicamente si sarebbero mobilitate nel passato, perché hanno visto come l’industria del carbone ha decimato queste comunità, come abbia costituito le sue fortune sulle spalle delle comunità dei monti appalachiani e poi li abbia abbandonati (...) con alti tassi di disoccupazione. Ha lasciato le persone ammalate a morire per malattie legate all’inquinamento.”
Un chiaro esempio di unione degli oppressi, o di “intersezionalità”, utilizzando un termine più congruo alle nuove sensibilità politiche.
Come per Standing Rock, anche per questa battaglia i margini di riuscita dell’azione sono incrementati anche a seguito del mutato contesto globale del mercato petrolifero e per la crisi del sistema nord-americano.
Le conseguenze economiche della pandemia hanno annichilito le speranze del dominio statunitense nel mercato mondiale del petrolio attraverso il fracking, una tecnica di estrazione che comporta un costo di produzione sostenibile solo attraverso un continuo e massiccio indebitamento da parte delle aziende e quindi, negli Stati Uniti, attraverso le costanti iniezioni di liquidità nei mercati finanziari.
In questo contesto queste lotte possono dare il colpo di grazia alla distopia “estrattivista” del fracking ed aprire la prospettiva di una reale transizione ecologica che ponga rimedio al catastrofico cambiamento climatico.
Come hanno scritto nel loro editoriale per Democracy Now Amy Goodman e Denis Moynihan: “Ci sono più di 200.000 miglia di pipeline petrolifere funzionanti negli USA, e campagne in corso contro la costruzione di progetti come Keystone XL, Enbridge Line 3 nel Minnesota nel Nord e la Coastal GasLink pipeline in British Columbia”. I nativi americani sono le comunità più impattate con un sempre più ampio fronte di lotta che si unisce alle proteste.
Una lotta che sembrava finora impari, ma i “rapporti di forza” stanno cambiando. Ai festeggiamenti di coloro che hanno condotto le lotte si sono contrapposti i commenti dell’establishment repubblicano, tra cui il segretario all’Energia Dan Brouillette ed il senatore del Nord Dakota Kevin Cramer, vicino a Trump, e delle lobby dell’energia, come l’American Petroleum Institute e l’Association of Oil Pipe Lines (AOPL).
Naturalmente gli spettri della perdita sia di posti di lavoro sia dell’autonomia energetica sono stati agitati dal business dell’energia per costruire una narrazione conforme ai propri interessi, ma i cali di produzione erano precedenti e legati alle dinamiche complessive dei mercati.
Anche gli investitori potrebbero ricavare conseguenze negative a causa dell’effetto domino dello stop – le azioni di Energy Transfer sono scese dell’8%, lo scorso lunedì – scomvolgendo il castello di carta di quella parte della finanza USA collegato al petrolio ed al gas di scisto.
Ancora di più, oggi, puntare sullo scisto sembra essere stata una scommessa piuttosto azzardata compiuta da alcuni pezzi importanti dell’establishment, che rischiano ora di uscirne con le ossa rotte.
Trump non è il benvenuto
Ma un’altra decisione “storica” completa la settimana di vittorie per i nativi americani.
La Corte Suprema giovedì ha stabilito che la parte orientale dello Stato dell’Oklahoma è sotto la sovranità giuridica della riserva nativo-americana, rifacendosi ai trattati per cui diverse nazioni “indiane” sono state riallocate – dopo l’ espulsione forzata dai loro territori d’origine – nel nascente Stato del Sud.
Una decisione di 5 giudici contro 4 che, senza rivoluzionare il regime di proprietà della terra posseduta dai “non nativi”, potrebbe cambiare radicalmente il sistema giudiziario anche nella seconda città dello Stato, Tulsa.
La studiosa ed attivista nativo-americana Sarah Deer, anche avvocatessa, l’ha definita “una caso spartiacque, e probabilmente il più importante caso giudiziario indiano da cinquant’anni a questa parte”.
Questa esponente della Nazione Muscogee che insegna all’università del Kansas ha affermato che “il linguaggio della decisione va esso stesso molto oltre l’Oklahoma”.
Il caso in particolare, per cui è stato stabilito che non può esprimersi una Corte Statale, riguarda il territorio della riserva dato alla Nazione Muscogee (Creek), nella parte centro-orientale dello Stato. Una delle cinque “nazioni indiane” deportate nello Stato insieme a Cherokee, Seminole, Chickasaw, Choctaw.
Circa centomila nativi americani furono espulsi dalle loro terre ancestrali, come i Muscogee, che dalla Georgia e dall’Alabama durante gli anni trenta del 1800 vennero “deportati” in Oklahoma, per far posto alle piantagioni che prosperarono grazie al regime schiavista.
I nativi americani sono stati colpiti duramente dal contagio e dalle morti per Covid-19, e le loro risorse economiche minate dalla chiusura dei casinò, ma le mobilitazioni nazionali successive alla morte di George Floyd hanno dato nuovo slancio al movimento nativo-americano, catturando l’attenzione mondiale con il blocco delle strade attorno al Mount Rushmore durante la visita di Donald Trump per il 4 luglio.
Le proteste hanno portato all’arresto di 15 persone.
Il monte è uno dei siti storici sacri deturpato dalla sculture delle facce di quattro presidenti statunitensi (Washington, Jefferson, Lincoln e T.Roosevelt) – fatte costruire tra il 1927 al 1941 tra l’altro da un simpatizzante del KKK Gutzon Burglum – sulla terra sacra dei Lakota. Più di 50 nazioni “indiane” hanno storie correlate alle Black Hills.
Una decisione della Corte Suprema nel 1980 aveva tra l’altro disposto una “compensazione monetaria” per la sottrazione illegale del sito ai Dakota, ma era stata rifiutata dalle tribù.
Si tratta del trattato di Fort Laramie, del 1868.
I nativi hanno voluto ribadire la loro sovranità sulle loro terre ancestrali e dire a Trump che nessuno l’aveva invitato.
Il Presidente della Oglala Sioux Tribe aveva “ordinato” a Trump di cancellare l’evento di venerdì.
Il Monte Rushmore, He Sápa per i Lakota, è divenuto negli ultimi anni il simbolo dell’emergere dei valori culturali del suprematismo bianco di cui Trump si è fatto portatore. Tutti i presidenti raffigurati sono stati in diverso modo e misura ostili ai nativi americani.
Come scriveva uno dei leader dell’American Indian Movement, Leonard Peltier, tutt’ora in carcere a 75 anni, con più di 40 anni di detenzione alle spalle – è il più anziano prigioniero politico negli USA – “il silenzio, dicono, è la voce della complicità. Ma il silenzio è impossibile. Il silenzio urla. Il silenzio è un messaggio, così come fare nulla è un’azione”.
Fonte
14/03/2017
Gli americani alla ricerca del gas moldavo
Il governo moldavo avrebbe ceduto il 40% del proprio territorio (principalmente, circa 12mila km2 nella regione autonoma della Gagauzia) per 50 anni, prorogabili, alla statunitense Frontera Resources International LLC, per prospezioni volte a individuare risorse di petrolio e gas di scisto. Secondo l'agenzia Regnum, lo scorso 9 marzo il presidente Igor Dodon ha chiesto al governo di render pubblico il relativo accordo sulla concessione, dicendosi “preoccupato” per i metodi di ricerca usati in altri paesi dalla compagnia; la rivista NaturalGasWorld ricorda che Frontera starebbe per ora operando solo nella regione della Khaketia, nella Georgia orientale.
Al Ministero dell'ecologia, nonostante neghino l'esistenza di problemi, avrebbero comunque evitato di pubblicare proprio la parte dell'accordo relativa alla metodologia di prospezione. Già nel 1995, scrive Regnum, Kišinëv aveva sottoscritto un accordo di concessione per 20 anni con l'americana Redeco, che aveva investito 12 milioni di dollari, perforando alcuni alcuni pozzi; ma nel 2007 il governo moldavo aveva rescisso il contratto per il fatto che i lavori non venivano svolti in maniera adeguata e gli impegni non pienamente rispettati dall'investitore. Frontera programma ora di investire 6 milioni $ nelle ricerche per i primi cinque anni e, in caso di risultati positivi, 100 milioni $.
Al momento, le ricerche confermerebbero la presenza nel sottosuolo moldavo di circa un miliardo di metri3 di gas naturale, rispondenti al fabbisogno annuo; nel sud del paese, l'estrazione di gas e petrolio è svolta dalla moldava Valiexchimp (in passato al centro di alcuni scandali creditizi), ma dai 15 pozzi attivi si estraggono solo 300mila metri cubi di gas. Il direttore di Valiexchimp, Valentin Bodisteanu, ha dichiarato a NewsMaker che l'accordo con Frontera non pregiudica l'attività della sua compagnia, dato che gli americani opereranno solo in 5.000 kmq, nel segmento Ungeny-Bessarabka e, più a sud, verso Vulcanești, in Gagauzia, una zona che non interseca il territorio in cui si trovano i pozzi della Valiexchimp.
La dirigenza della Gagauzia si è detta particolarmente preoccupata per la concessione, accordata alla Frontera senza informarne gli organi della regione autonoma. Oltretutto, si fa notare, il presidente della società USA, Steve Nicandros, era stato pochi mesi fa l'artefice del rendez-vous in USA tra Victoria Nuland e l'oligarca del PD moldavo Vladimir Plakhotnjuk ed è anche uno dei boss del Atalntic Council, il centro yankee che ha tra i propri scopi quello di “promuovere la leadership americana e gli accordi internazionali basati sul ruolo centrale della comunità atlantica”. La Frontera – preferita alla britannica Overseas Minerals Corporation – è stata creata nel 1996, per le ricerche energetiche proprio nell'Europa orientale, in particolare nell'area del mar Nero e, nello specifico, secondo l'ex deputato del Partito Liberaldemocratico e ora funzionario di “IDIS Viitorul”, Vjaceslav Ionitse, specializzata nella ricerca ed estrazione del gas di scisto. Il Ministro per l'ecologia, Valeriu Munteanu, mentre nega che le ricerche abbiano per oggetto il gas di scisto, ammette comunque che l'accordo abbia l'obiettivo di alleggerire il paese dalla dipendenza energetica dalla Russia.
E, su Regnum, si avanza il dubbio che “gli scavi in lungo e in largo alla ricerca del gas” escano dal quadro degli investimenti” americani, per interessare la sfera geopolitica. Il primo ministro Pavel Filip ha dichiarato che l'accordo con Frontera “va oltre il concetto di investimento e tutela la sicurezza e l'indipendenza energetica del Paese", contribuendo “a evitare ogni intervento geopolitico". L'ambasciatore USA James Pettit, presente alla firma dell'accordo, ha detto di essere “orgoglioso che un'impresa americana realizzi un grosso progetto in Moldavia e spero che ciò sia l'inizio di una crescita degli investimenti, non solo americani, ma stranieri in generale”. Sinistramente, Sputnik-Moldavia osserva che il paese otterrà appena l'1% degli profitti dall'estrazione.
Regnum nota che Moldovagas (50% delle azioni di proprietà di Gazprom; 35,33% del governo moldavo e 13,44% della Transnistria) ha acquistato nel 2016 oltre un miliardo di m3 di gas russo. Al 1 gennaio scorso, il debito per il prodotto era di 6,5 miliardi di $, di cui l'89% a carico della Transnistria.
In sostanza, non mancano i presupposti per supporre che anche l'accordo con la compagnia USA rientri tra le clausole “suggerite” dagli istituti internazionali per i propri interventi “di sostegno”. Tra questi, in base ai dettami del FMI (in base al nuovo piano creditizio triennale del novembre scorso, per 179 milioni di dollari) anche in Moldavia sono in arrivo, oltre l'innalzamento dell'età pensionabile e una rigida regolamentazione del settore bancario, anche drastici aumenti delle tariffe energetiche al consumo: dal 12,7% al 27,4%, a seconda delle compagnie che servono le diverse regioni del paese.
E' così che l'economista Tatjana Larjušina dichiara a NewsMaker che “non è un segreto che la Moldavia venga usata per testare le riforme che poi vengono condotte in Ucraina” e che hanno ridotto alla fame e al freddo milioni di cittadini ucraini.
E persino il neo presidente Igor Dodon, che in campagna elettorale aveva duramente criticato l'accordo col FMI, ora dice di non voler rinunciare alla “collaborazione” col Fondo o con la Banca Mondiale, ma ciò dovrebbe avvenire sulla base “degli interessi nazionali” moldavi, dichiarando di esser pronto a indire un referendum “contro l'innalzamento dell'età pensionabile e l'aumento del 30% delle tariffe energetiche, come pure contro la richiesta di diminuire i sussidi all'agricoltura, che già così non è in grado di reggere la concorrenza della aziende UE, finanziate con centinaia di euro a ettaro, contro qualche decina di euro delle nostre”.
Pare insomma che, mentre si cerca di ostacolare ogni progresso sui progetti dei gasdotti “South stream” e “North stream 2”, si stia anche procedendo a metter piede direttamente sulle aree che, a suo tempo, già la Germania hitleriana aveva individuato come vitali per i propri rifornimenti energetici. Questa volta, con il discreto consenso delle leadership locali.
Fonte
Al Ministero dell'ecologia, nonostante neghino l'esistenza di problemi, avrebbero comunque evitato di pubblicare proprio la parte dell'accordo relativa alla metodologia di prospezione. Già nel 1995, scrive Regnum, Kišinëv aveva sottoscritto un accordo di concessione per 20 anni con l'americana Redeco, che aveva investito 12 milioni di dollari, perforando alcuni alcuni pozzi; ma nel 2007 il governo moldavo aveva rescisso il contratto per il fatto che i lavori non venivano svolti in maniera adeguata e gli impegni non pienamente rispettati dall'investitore. Frontera programma ora di investire 6 milioni $ nelle ricerche per i primi cinque anni e, in caso di risultati positivi, 100 milioni $.
Al momento, le ricerche confermerebbero la presenza nel sottosuolo moldavo di circa un miliardo di metri3 di gas naturale, rispondenti al fabbisogno annuo; nel sud del paese, l'estrazione di gas e petrolio è svolta dalla moldava Valiexchimp (in passato al centro di alcuni scandali creditizi), ma dai 15 pozzi attivi si estraggono solo 300mila metri cubi di gas. Il direttore di Valiexchimp, Valentin Bodisteanu, ha dichiarato a NewsMaker che l'accordo con Frontera non pregiudica l'attività della sua compagnia, dato che gli americani opereranno solo in 5.000 kmq, nel segmento Ungeny-Bessarabka e, più a sud, verso Vulcanești, in Gagauzia, una zona che non interseca il territorio in cui si trovano i pozzi della Valiexchimp.
La dirigenza della Gagauzia si è detta particolarmente preoccupata per la concessione, accordata alla Frontera senza informarne gli organi della regione autonoma. Oltretutto, si fa notare, il presidente della società USA, Steve Nicandros, era stato pochi mesi fa l'artefice del rendez-vous in USA tra Victoria Nuland e l'oligarca del PD moldavo Vladimir Plakhotnjuk ed è anche uno dei boss del Atalntic Council, il centro yankee che ha tra i propri scopi quello di “promuovere la leadership americana e gli accordi internazionali basati sul ruolo centrale della comunità atlantica”. La Frontera – preferita alla britannica Overseas Minerals Corporation – è stata creata nel 1996, per le ricerche energetiche proprio nell'Europa orientale, in particolare nell'area del mar Nero e, nello specifico, secondo l'ex deputato del Partito Liberaldemocratico e ora funzionario di “IDIS Viitorul”, Vjaceslav Ionitse, specializzata nella ricerca ed estrazione del gas di scisto. Il Ministro per l'ecologia, Valeriu Munteanu, mentre nega che le ricerche abbiano per oggetto il gas di scisto, ammette comunque che l'accordo abbia l'obiettivo di alleggerire il paese dalla dipendenza energetica dalla Russia.
E, su Regnum, si avanza il dubbio che “gli scavi in lungo e in largo alla ricerca del gas” escano dal quadro degli investimenti” americani, per interessare la sfera geopolitica. Il primo ministro Pavel Filip ha dichiarato che l'accordo con Frontera “va oltre il concetto di investimento e tutela la sicurezza e l'indipendenza energetica del Paese", contribuendo “a evitare ogni intervento geopolitico". L'ambasciatore USA James Pettit, presente alla firma dell'accordo, ha detto di essere “orgoglioso che un'impresa americana realizzi un grosso progetto in Moldavia e spero che ciò sia l'inizio di una crescita degli investimenti, non solo americani, ma stranieri in generale”. Sinistramente, Sputnik-Moldavia osserva che il paese otterrà appena l'1% degli profitti dall'estrazione.
Regnum nota che Moldovagas (50% delle azioni di proprietà di Gazprom; 35,33% del governo moldavo e 13,44% della Transnistria) ha acquistato nel 2016 oltre un miliardo di m3 di gas russo. Al 1 gennaio scorso, il debito per il prodotto era di 6,5 miliardi di $, di cui l'89% a carico della Transnistria.
In sostanza, non mancano i presupposti per supporre che anche l'accordo con la compagnia USA rientri tra le clausole “suggerite” dagli istituti internazionali per i propri interventi “di sostegno”. Tra questi, in base ai dettami del FMI (in base al nuovo piano creditizio triennale del novembre scorso, per 179 milioni di dollari) anche in Moldavia sono in arrivo, oltre l'innalzamento dell'età pensionabile e una rigida regolamentazione del settore bancario, anche drastici aumenti delle tariffe energetiche al consumo: dal 12,7% al 27,4%, a seconda delle compagnie che servono le diverse regioni del paese.
E' così che l'economista Tatjana Larjušina dichiara a NewsMaker che “non è un segreto che la Moldavia venga usata per testare le riforme che poi vengono condotte in Ucraina” e che hanno ridotto alla fame e al freddo milioni di cittadini ucraini.
E persino il neo presidente Igor Dodon, che in campagna elettorale aveva duramente criticato l'accordo col FMI, ora dice di non voler rinunciare alla “collaborazione” col Fondo o con la Banca Mondiale, ma ciò dovrebbe avvenire sulla base “degli interessi nazionali” moldavi, dichiarando di esser pronto a indire un referendum “contro l'innalzamento dell'età pensionabile e l'aumento del 30% delle tariffe energetiche, come pure contro la richiesta di diminuire i sussidi all'agricoltura, che già così non è in grado di reggere la concorrenza della aziende UE, finanziate con centinaia di euro a ettaro, contro qualche decina di euro delle nostre”.
Pare insomma che, mentre si cerca di ostacolare ogni progresso sui progetti dei gasdotti “South stream” e “North stream 2”, si stia anche procedendo a metter piede direttamente sulle aree che, a suo tempo, già la Germania hitleriana aveva individuato come vitali per i propri rifornimenti energetici. Questa volta, con il discreto consenso delle leadership locali.
Fonte
12/04/2016
Il problema di Hillary Clinton non è tanto il denaro dalle corporations, ma la sua “corporate worldview”
[Testo di Naomi Klein tradotto, da The Nation del 06/04/2016]
Clinton
è straordinariamente inadeguata al compito epico di confrontarsi con le
aziende dei combustibili fossili che traggono profitto dal cambiamento
climatico.
Non
ci sono molte certezze rimaste nella corsa presidenziale degli Stati
Uniti, ma c’è una cosa di cui possiamo essere assolutamente sicuri: al
fronte Clinton non piace parlare dei soldi provenienti dalle
corporations di combustibili fossili. La settimana scorsa, quando una
giovane attivista di Greenpeace ha messo alla prova Hillary Clinton
riguardo ai contributi ricevuti dalle aziende di combustibili fossili,
la candidata ha accusato la campagna di Bernie Sanders di “mentire” e ha
dichiarato di esserne “così nauseata”. Appena lo scambio è andato
virale, una schiera di potenti sostenitori della Clinton ha dichiarato
che non c’è niente da capire e che ognuno avrebbe dovuto proseguire
oltre.
La
stessa idea che l’accettare questo denaro possa avere un impatto sulle
azioni di Clinton è “priva di fondamento e dovrebbe cessare”, secondo il
senatore della California Barbara Boxer. E’ “assolutamente falsa”,
“inappropriata”, e non “regge”, ha dichiarato il sindaco di New York
Bill de Blasio. L’editorialista del New York Times Paul Krugman è
arrivato al punto di pubblicare per
il fronte di Sanders delle “linee guida per un buon e un cattivo
comportamento”. La prima linea guida? Chiudere le “insinuazioni che
lasciano ad intendere, senza prove, che la Clinton è corrotta.”
Questo è un mucchio di artiglieria pesante per dare una sberla ad un non-problema. Quindi è un problema o no?
In primo luogo, alcuni fatti. La
campagna di Hillary Clinton, compreso il suo Super PAC, ha ricevuto un
sacco di soldi da parte di dipendenti e di lobbisti iscritti a società
di combustibili fossili. Ci sono i tanto citati 4,5 milioni di dollari
calcolati da Greenpeace, che comprendono bundling dai lobbisti.
Ma non è tutto. C’è molto più denaro
proveniente da fonti non incluse in questo calcolo. Per esempio, uno dei
finanziatori più importanti e attivi di Clinton è Warren Buffett. Contemporaneamente a possedere un grande mix di beni patrimoniali,
Buffett è implicato fino ai suoi occhi nel carbone, compresi il
trasporto e alcune delle più sporche centrali elettriche a carbone nel
Paese.
Poi c’è tutto il denaro che le aziende
dei combustibili fossili hanno direttamente pompato nella Clinton
Foundation. Negli ultimi anni, Exxon, Shell, ConocoPhillips e Chevron
hanno contribuito alla fondazione. Un’indagine dell’International
Business Times ha appena rivelato che almeno due di queste compagnie
petrolifere facevano parte di un tentativo di pressione verso il
Dipartimento di Stato di Clinton relativamente alle sabbie bituminose in
Alberta, un enorme deposito di petrolio extra-sporco. I principali
scienziati del clima, come James Hansen,
hanno spiegato che se non conserviamo nel suolo la stragrande
maggioranza di carbonio, scateneremo livelli catastrofici di
riscaldamento.
In questo periodo – l’indagine ha
scoperto – il Dipartimento di Stato di Clinton ha approvato l’Alberta
Clipper, un controverso oleodotto atto a trasportare grandi quantità di
bitume-sabbie bituminose da Alberta al Wisconsin. “Secondo i dati
federali sulle attività di lobbying esaminati da IBT”, scrivono David
Sirota e Ned Resnikoff ,”entrambe Chevron e ConocoPhillips hanno fatto
pressioni al Dipartimento di Stato in particolar modo sulla questione
delle “sabbie bituminose” nei mesi immediatamente precedenti
l’approvazione del dipartimento, così come ha fatto un’associazione di
categoria finanziata da ExxonMobil”.
Hanno le donazioni alla Clinton
Foundation a che fare con la decisione del Dipartimento di Stato sul
gasdotto? Rendono, queste donazioni, Hillary Clinton più disposta a
considerare le condutture delle sabbie bituminose come rispettose
dell’ambiente, così come le prime recensioni del Dipartimento di Stato
su Keystone XL sembravano
concludere, nonostante i molti avvertimenti scientifici? Non c’è
nessuna prova – nessuna “smoking gun”, come piace dire ai difensori di
Clinton. Così come non vi è alcuna prova che il denaro, che la sua
campagna ha ricevuto da gruppi di pressione del settore del gas e dai finanziatori delle attività di fracking, abbia dato
forma all’attuale (e pericolosa) opinione di Clinton che le attività
di fracking possono essere messe in sicurezza.
E’ importante riconoscere che la
piattaforma della campagna di Clinton include alcune politiche
climatiche molto buone, che sicuramente non fanno piacere a questi
donatori – ed è per questo che il settore dei combustibili fossili dà
molto di più ai Repubblicani, negatori del cambiamento climatico.
Eppure tutta la confusione sul
finanziamento puzza, e sembra peggiorare di giorno in giorno. Quindi è
molto positivo che il fronte di Sanders non si attenga alle “linee guida
per la buona condotta” di Krugman e non faccia silenzio sulle
donazioni, in un anno in cui il cambiamento climatico ha contribuito a
far registrare le temperature più calde da quando si è cominciato a
prenderne nota. Queste primarie non sono concluse, e gli elettori
Democratici hanno bisogno e meritano di sapere tutto il possibile prima
di fare una scelta con la quale tutti dovremo convivere per un periodo
di tempo molto lungo.
Eva Resnick-Day, la 26 enne attivista di
Greenpeace che la scorsa settimana ha suscitato la reazione “così
nauseata” della Clinton, ha una prospettiva molto lucida e commovente su
quanto fatidiche queste elezioni siano, su quanto ci sia in gioco.
Rispondendo alla dichiarazione di Clinton per cui i giovani “non fanno
le proprie ricerche”, Resnick-Day ha detto a Democracy Now!:
Come movimento giovanile abbiamo
fatto la nostra ricerca e per questo siamo così terrorizzati per il
futuro ... Gli scienziati stanno dicendo che abbiamo la metà della
quantità di tempo che pensavamo di avere per affrontare il cambiamento
climatico prima di andare oltre il punto di non ritorno. E per questo
motivo, i giovani – coloro che erediteranno e dovranno affrontare questo
problema, sono incredibilmente preoccupati. Quello che succederà nei
prossimi quattro o otto anni potrebbe determinare il futuro del nostro
pianeta e della specie umana. Ed è per questo che siamo lì fuori… ponendo
questioni difficili a tutti i candidati: per fare in modo che chi sarà
in carica non continui ad affrontare le questioni come è stato fatto
fino ad ora, ma prenda una vera e propria posizione per fare fronte, in
maniera significativa e profonda per il futuro del nostro pianeta, il
cambiamento climatico.
Le parole di Resnick-Day colpiscono il
cuore del perché questo non sia solo un altro ciclo elettorale, e perché
la rete di coinvolgimenti aziendali di Clinton è profondamente
allarmante, con o senza una “smocking gun”. Chiunque vinca nel mese di
novembre, il prossimo presidente entrerà in ufficio con la schiena
contro il muro della questione del clima. In parole povere, siamo
semplicemente fuori tempo. Come Resnick-Day giustamente afferma, tutto
si muove più velocemente rispetto a ciò a cui la speculazione
scientifica in materia ci ha preparato. I ghiacci si stanno sciogliendo più velocemente. Il livello degli oceani sta aumentando più velocemente.
E questo significa che gli stessi
governi devono muoversi molto più rapidamente. Gli ultimi studi
scientifici “peer-reviewed” ci dicono che se, in questo secolo, vogliamo
battere un bel colpo verso la protezione delle città costiere – inclusa
New York, il luogo in cui Bernie e Hillary chiariranno le cose – allora
abbiamo bisogno di abbandonare i combustibili fossili con una velocità
sovrumana. Un nuovo studio della Oxford University,
pubblicato sulla rivista Applied Energy, conclude che per avere una
possibilità di 50 e 50 nel raggiungimento degli obiettivi di temperatura
fissati a Parigi, ogni nuova centrale deve essere a zero emissioni di
carbonio a partire dal prossimo anno.
Questo è difficile. Davvero difficile.
Come minimo, richiede la volontà di andare testa a testa con le due
industrie più potenti del pianeta – le società di combustibili fossili e
le banche che le finanziano. Hillary Clinton è semplicemente inadatta a
questo compito epico.
Mentre Clinton è brava a guerreggiare
con i Repubblicani, sostenendo che le potenti corporations vanno contro
la sua intera visione del mondo, contro tutto ciò che ha costruito, e
tutto quello che lei rappresenta. Il vero problema, in altre parole, non
è il denaro di Clinton proveniente dalle corporations, ma la sua
ideologia profondamente pro-corporations: una ideologia che fa sembrare
il prendere soldi dai lobbisti e l’accettare dalle banche esorbitanti
commissioni per i discorsi così naturale che la candidata ha difficoltà
nel vedere il perché tutto questo abbia creato confusione.
Per capire questa visione del mondo,
basta guardare non più lontano della fondazione alla quale Hillary
Clinton lavora e che porta il suo nome di famiglia. La missione della
Clinton Foundation può essere distillata come segue: c’è così tanta
ricchezza sciabordante intorno al nostro pianeta (grazie in gran parte
alla frenesia di deregolamentazione e privatizzazione che Bill Clinton,
quando è stato presidente, ha scatenato sul mondo), che ogni singolo
problema sulla terra, non importa quanto grande, può essere risolto
convincendo gli ultra-ricchi a fare opere giuste con i loro spiccioli. Naturalmente, coloro che possono convincerli a fare queste ammirevoli
gesta sono i Clinton, gli ultimi intermediari e affaristi della
relazione, con l’aiuto di un entourage di celebrità di serie A.
Quindi cerchiamo di dimenticare, per il
momento, le smoking guns. Il problema con il mondo Clinton è
strutturale. E’ il modo in cui queste relazioni profondamente
ingarbugliate – lubrificate dagli scambi di denaro, favori, status e
attenzione mediatica – plasmano ciò che, in primo luogo, viene proposto
a livello di politiche.
Per esempio, sotto la guida dei Clinton,
le aziende farmaceutiche collaborano con la fondazione in modo
da abbattere i loro prezzi in Africa (evitando con comodità la vera
soluzione: cambiare il sistema di brevettazione che permette loro di far
pagare prezzi grotteschi, in primo istanza, alle popolazioni povere).
The Dow Chemical Company finanzia progetti idrici in India (basta però
non parlare della loro connessione con il disastro sanitario in corso in
Bhopal, per il quale la società ancora si rifiuta di assumersi
piena responsabilità). Ed è stato al Clinton Global Initiative che il
magnate di una compagnia aerea, Richard Branson, dichiarò in maniera
appariscente l’impegno a stanziare miliardi per risolvere i cambiamenti
climatici (quasi un decennio più tardi stiamo ancora aspettando, mentre Virgin Airlines continua ad espandersi).
Nel mondo Clinton è sempre un
win-win-win: I governi sembrano efficaci, le aziende sembrano giuste, e
le celebrità sembrano serie. Oh, e ancora un’altra vittoria: i Clinton
crescono sempre più potenti.
Al centro di tutto c’è la convinzione
canonica che il cambiamento non avviene affrontando il ricco e il
potente, ma grazie ad una partnership con loro. Visto all’interno della
logica di quella che Thomas Frank ha
recentemente definito “la terra dei soldi”, tutte le azioni più
controverse di Hillary Clinton hanno un senso. Perché non prendere i
soldi dai lobbisti legati ai combustibili fossili? Perché non
venire pagati centinaia di migliaia di dollari per i discorsi
presso Goldman Sachs? Non è un conflitto di interessi; si tratta di una
partnership reciprocamente vantaggiosa, parte di un infinito
carosello di dare e prendere aziendale-politico.
Numerosi libri sono
stati riempiti con i fallimenti del filantrocapitalismo in stile
Clinton. Quando si parla di cambiamento climatico, disponiamo di tutte
le prove di cui abbiamo bisogno per sapere che questo modello è un
disastro su scala planetaria. Questa è la logica che ha dato luogo al
mondo infestato dalla frode dei mercati del carbonio e alle
instabili compensazioni delle emissioni di carbonio, invece di norme
dure per gli inquinatori – perché, ci hanno detto, la riduzione delle
emissioni doveva essere “win-win” e “market-friendly”.
Se il prossimo presidente perderà
altro tempo con questi schemi, l’orologio climatico si esaurirà, puro e
semplice. Se vogliamo avere qualche speranza di evitare la catastrofe,
l’azione deve essere senza precedenti nella sua velocità e portata. Se
progettata correttamente, la transizione verso un’economia post-carbonio
può essere in grado di fornire un gran numero di “wins”: non solo un
futuro più sicuro, ma un gran numero di posti di lavoro ben retribuiti;
un trasporto pubblico migliorato e a prezzi accessibili; le città più
vivibili; così come la giustizia razziale e ambientale per le comunità
interessate in prima persona dalle sporche attività estrattive.
La campagna di Bernie Sanders è costruita proprio intorno a questa logica: non i ricchi ad essere adulati per un po’ più di noblesse oblige, ma i semplici cittadini a riunirsi a sfidarli, ottenendo norme dure, e creando come risultato un sistema molto più equo.
Sanders e i suoi sostenitori hanno
capito un qualcosa di cruciale: non sarà tutto un win-win. Perché tutto
questo accada, le aziende di combustibili fossili, che hanno fatto
profitti osceni per molti decenni, dovranno iniziare a perdere. Perdere
più delle semplici agevolazioni fiscali e sussidi che Clinton promette
di tagliare. Queste dovranno anche perdere i nuovi contratti di
locazione per la perforazione e l’estrazione che vogliono; dovranno
essere negati loro i permessi per gli oleodotti e i terminali per
l’esportazione che tanto bramano costruire. Dovranno lasciare al suolo
migliaia di miliardi di dollari di riserve accertate di combustibili
fossili.
Nel frattempo, se i pannelli solari
proliferano sui tetti, le grandi aziende elettriche perderanno una
porzione significativa dei loro profitti, dal momento che i loro ex
clienti saranno parte del settore della generazione energetica. Ciò
creerebbe opportunità per un’economia più livellata e, in ultima
analisi, per bollette delle utenze più leggere – ma, ancora una volta,
alcuni potenti interessi dovranno perdere (che è il motivo per cui la
utility del carbone di Warren Buffett in Nevada è andata in guerra contro il solare).
Un presidente disposto a infliggere
queste perdite alle società di combustibili fossili e ai loro alleati ha
bisogno di essere più di un semplice non direttamente corrotto. Quel
presidente ha bisogno di essere pronto alla lotta del secolo – e
assolutamente chiaro su quale parte deve vincere. Guardando le primarie
Democratiche, non vi può essere alcun dubbio su chi è il più adatto ad
avanzare verso questo momento storico.
Le buona notizia? Ha appena vinto il Wisconsin. E non sta seguendo le linee guida di nessuno per una buona condotta.
Tradotto e inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes e pubblicato su The Post-Uman Times
24/09/2015
La crisi cinese e la "stagnazione secolare". Intervista a J. Halevi
Guardare le cose dalla ristretta visuale europea, o peggio ancora italiana, impedisce di cogliere le dinamiche globali, nascondendo molto di quel che avviene - di vitale - sul piano macro.
Questa intervista con Joseph Halevi, docente di economia all'università di Sidney fin dal 1978, consente invece di guardare al mondo da un angolo visuale diametralmente opposto. Spiazzando molte delle visioni consolatorie che girano nel dibattito pubblico, italiano e non. Una visione marxista nei fondamenti teorici, ma soprattutto una "analisi concreta della situazione concreta" che non concede nulla alla falsa coscienza.
Buona lettura.
Proviamo a ragionare sulla partita crescita dopo che per sette anni si era retta – a livello globale – soltanto sulla Cina e i paesi emergenti. E invece esplode il caso cinese...
La crescita cinese e quella dei paesi emergenti non sono compatibili, nel senso che era la Cina a trainare la loro crescita. Io non vedrei la Cina come un paese “emergente”. E' un paese con un processo di accumulazione di tipo capitalistico-statalista, con le multinazionali, ecc. Se prendiamo ad esempio l'Argentina, non è mica detto che dopo la crisi del 2001 potesse recuperare davvero. Certo, riducendo o non pagando il debito, ha ammorbidito o attenuato di molto gli effetti sociali. Poi è iniziata una crescita stimolata un po' dall'interno, con maggiore spesa, ecc. Ma la vera dinamica argentina si è collegata allora all'enorme crescita delle esportazioni verso la Cina, che era cominciata a diventare una grande consumatrice di prodotti agricoli come la soia – quindi anche argentini o del Brasile. E' vero anche per l'Australia, che vende alla Cina carbone e minerali di ferro; ed ora sempre più anche prodotti agricoli. Ma carbone e ferro erano e restano la cosa più importante. Quindi la crescita cinese, l'uso che fanno di queste materie prime, ha trainato Argentina, Australia, parte degli stessi Stati Uniti. Durante il grande boom delle materie prime, prima della grande crisi del 2007-08, intere zone minerarie degli Usa, cadute in disuso perché l'estrazione dei minerali era diventata troppo costosa, soprattutto in zone montuose, sono state rimesse in attività perché il prezzo era cresciuto enormemente.
Questo è l'effetto dell'economia cinese sugli emergenti, ma la Cina non è un paese emergente. Ora li sta involontariamente affondando. Quindi non sono “compatibili”, non sono simili quanto a dinamica economica. Il meccanismo di rallentamento della crescita cinese è interno alla Cina, ossia nei rapporti tra l'accumulazione interna e con l'economia mondiale.
Si è detto per anni che il modello cinese era orientato alle esportazioni. È vero o no?
Secondo me si è esagerato. C'è stato un periodo in cui questo era vero. Nel senso che per un periodo la Cina ha cercato, attraverso i rapporti con le multinazionali – non avevano quasi nulla di esportazioni proprie, come oggi con Huawei e simili – ovvero attraverso delocalizzazioni, outsourcing, e poi via, verso i paesi dove le multinazionali vendevano quanto prodotto in Cina. Questo è stato importante, oltre che quantitativamente, perché permetteva di importare tecnologie. Allo scoppio della crisi, erano arrivati a circa il 10-12% di esportazioni nette sul Pil, un numero incredibili. Quindi, sì, erano trainati in parte dalle esportazioni. Quando poi la crisi esplode, l'atteggiamento economico della dirigenza cinese fu quello di emettere una quantità enorme di liquidità e rilanciare completamente la crescita del mercato interno e dunque delle importazioni, più che delle esportazioni. Cominciarono a importare massicciamente, per ulteriori sviluppi tecnologici. Soprattutto dall'Europa, dalla Germania, ma anche dalla Corea e altri paesi vicini. La Germania ha avuto un vero boom di esportazioni pesanti, centrali intere, ecc, non solo o non tanto modelli di Mercedes. Roba Siemens, roba grossa in beni capitale. Anche l''Italia – direttamente o tramite imprese legate alla filiera tedesca – ha avuto un grande balzo delle esportazioni verso la Cina. In genere il surplus cinese cala moltissimo, c'è la rivalutazione del renminbi, e si attesta intorno al 2%.
La Cina meno della Germania?
Anche in assoluto la Germania realizza un surplus maggiore della Cina, basta leggersi la tabellina dell'Economist che dà le posizioni di conto corrente. Con il rilancio del '99-2005 la Cina diventa una forte importatrice e le esportazioni non sono state più il volano della crescita cinese. Ovviamente sono importanti, per loro, nel senso che è il meccanismo che garantisce loro l'arrivo di tecnologie, per esempio in campo automobilistico, dove sono ancora in una posizione arretrata, perché ammettono normative che non permettono esportazione verso altri paesi. C'è una forte produzione – oltre venti milioni di auto l'anno – ma non c'è quasi esportazione di marchi cinesi. Forse qualcosa in paesi come la Turchia, ora.
Loro hanno ora un grande problema con la crescita, che è diventata destabilizzante: l'uso delle risorse. Ad esempio con l'acqua e complessivamente con l'ambiente. Non in senso semplicemente “ambientalista”, ma come riproduzione materiale, fisica. La situazione ambientale influisce sulle condizioni di riproduzione economica. Quando sparisce, più volte, l'acqua in un fiume di 5.000 chilometri come il Fiume Giallo, è una cosa molto grossa. Lì arrivano navi oceaniche, in porti fluviali gradi come quelli marittimi. Perché accade? Perché la parte orientale della Cina è in realtà un grande delta, col Fiume Giallo e lo Yangze, che vanno verso il mar della Cina; è una zona molto mobile, anche come movimento dei terreni. Lì c'è un grandissimo uso del suolo per motivi agricoli, industriali e urbanistici. Il fabbisogno di acqua è altissimo, hanno creato canali che spostano l'acqua da una parte all'altra. Ma hanno anche cominciato a usare i pozzi artesiani, sfruttando le falde acquifere. Ma, come raccontano i miei studenti cinesi a Sidney che studiavano soil science, in questo modo l'acqua scende al di sotto di un certo livello dove si trova la roccia granitica, impermeabile. Le piogge, a quel punto, non riescono più ad arricchire le falde finite sotto quel livello e fluisce direttamente verso il mare. Costruiscono altri canali per intercettarla, ma il risultato non è particolarmente efficiente, né sufficiente. La situazione, con gli ultimi progetti, è tale che pensano di fare mega-canali per portare al nord l'acqua che scende dall'Himalaya, a migliaia di chilometri di distanza. Hanno veramente grosse difficoltà. C'è un conflitto tra condizioni fisiche e necessità di riproduzione dell'accumulazione. Non possono mollare sulla crescita, altrimenti gli saltano gli equilibri sociali, in modo anche grave, perché debbono espandere la middle class e, con una crescita del 5%, non gli può riuscire.
Quanto pesano i problemi di crescita cinese sull'economia globale?
Globalmente, pesano innanzitutto le aspettative – “ce la faranno, non ce la faranno, ecc”. Quello che pesa più di tutto è il sistema finanziario internazionale, non tanto quello interno; ovvero i prodotti derivati, strutturati, collegati in qualche modo con le passività cinesi... A quel punto scattano tutti gli effetti negativi.
Quali sono questi prodotti derivati?
Quelli legati alle materie prime; carbone e ferro, in primo luogo. Sul petrolio ci sono anche altri problemi, come la battaglia tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, sul fracking e dintorni. Ovviamente c'entra anche la Cina, ma è una dinamica differente. Siccome il valore dei prodotti derivati sono gonfiati dal valore di altri, collegati, si mette in moto una dinamica accelerata. È una tipica situazione di non linearità. Basta un calo dello 0,5%, subito qualcuno grida “ah, sta calando” e scatta un meccanismo di leva finanziaria al contrario. L'effetto finanziario sui mercati è molto superiore all'effetto reale. Così sta succedendo ora. L'effetto sull'economia reale in Cina non è drammatico, ma la volatilità è altissima. Tutto si collega alla percezione della situazione finanziaria cinese. In fondo, non c'era motivo per scatenare tutto quel panico sulla caduta della borsa di Shangai. Transazioni internazionali, in Cina, non ce ne sono. Il mercato finanziario non entra nella struttura di portafoglio delle imprese cinesi. Il mercato di Shangai è un po' surrettizio, come un grande casinò... Perché il governo cinese ha permesso ad operatori di Hong Kong di investire su Shangai in quelle dimensioni (prima era molto più limitato)? Certo, c'è stato un effetto “bolla”, con una crescita del 150%, causata dai grandi afflussi di capitali. Poi è ovviamente esplosa, anche se il livello attuale è ancora superiore a quello precedente questo afflusso. Però, quando tutto funziona in negativo, si ripercuote globalmente, anche se quei mercati lì non hanno un grande influenza. Secondo me una parte di questa crisi finanziaria è voluta dal governo cinese, anche se non so dire da quale fazione del governo, non faccio il sinologo...
La dirigenza cinese vuole razionalizzare molto, creare società finanziarie, non vuole il mercato delle tre carte, il casinò... Società che crescono, magari crollano, ma poi c'è il consolidamento. È anche un ragionamento un po' marxista, da questo punto di vista: favorisco la concentrazione del capitale, anche nei settori produttivi – come l'auto, dove hanno più di cento produttori. Insomma creare delle società multinazionali proprie, che ancora non hanno, a parte Heawei e qualcos'altro – e fare un consolidamento finanziario, con grandi società in grado di agire internazionalmente, ma con la potenza economica della Cina dietro. Su questo piano sono oggi ancora più deboli di Singapore o Hong Kong.
Secondo me questo è uno dei loro obiettivi. E quindi anche “il crollo” seleziona e consolida. Hanno anche detto che tutte queste operazioni, come sui tassi di cambio, ecc, sono procedure per aumentare la flessibilità dei mercati. E non avevano torto. Solo che poi devono intervenire perché le turbolenze e il panico rischiano di uscir fuori di controllo.
Quanto pesa nelle decisioni cinesi il fatto che gli Stati Uniti stanno per rialzare i tassi di interesse?
C'è un aspetto positivo che consiste nel rilancio delle esportazioni. Loro vogliono rilanciarle, anche se continueranno a passare attraverso le multinazionali altrui, perché un modello fondato soprattutto sulle importazioni alla lunga non regge. Quattro o cinque anni fa, ad esempio con Airbus, stipularono un grande contratto, con cui acquistavano circa 500 aerei civili, ma 300 li avrebbero fabbricati in Cina, con una società statale cinese in società con Airbus. L'aumento dei tassi di interesse e una rivalutazione del dollaro possono certamente far ripartire le esportazioni...
Ma fa anche ripartire capitali verso gli Stati Uniti...
Esatto. E loro non vorrebbero vederlo accadere. Ma questa è la loro problematica, oltre quella ambientale. Comunque, al di là dei problemi ambientali, che pure costituiscono un problema strutturale, loro debbono rilanciare la crescita. È anche la tesi di Michael Pettis, abbastanza simile a quella di Minsky, sul cosiddetto inverted balance... Quando l'economia cresce, le passività diminuiscono e si abbassa il debito. Nei paesi in via di sviluppo, l'aumento rapido del tasso di crescita riduce il debito. Se il debito iniziale è grande, con la crescita si riduce, è vero; però partono da un debito grande, quindi c’è sempre il problema di che cosa succede se il tasso di crescita non…
Non è abbastanza alto...
Allora c’è il l'inverted balance; insomma, a quel punto va un po’ tutto indietro, un po’ come nei mercati finanziari, e ci si trova in una situazione in cui il debito cresce. Pettis sostiene che la Cina è in questa situazione. Il debito interno cinese è esplosivo perché le liabilities – le passività – diventano determinanti e vincolano le scelte. Pettis sostiene che non ci sono stati casi dove si sia potuto riformare un sistema con grandi passività. Non c’è una strada di riforme possibili; non puoi trovare una strada efficiente di riforme quando hai tutte queste passività addosso. Se ne può uscire se fai bancarotta, non paghi…
Se ristrutturi il debito...
Esatto. Se no non ce la fai ad uscire.
E’ una Grecia un bel po’ più grande...
Beh, solo sul piano interno, però. Pettis dice che a questo punto le operazioni della banca centrale per finanziare le attività diventano spuntate. Le iniezioni di liquidità non bastano, si limitano a dare soldi a entità finanziarie che sono già oberate da debiti. Questo non ti risolve il problema, non ti rilancia la crescita.
Ma permette almeno di assestare i conti dei soggetti finanziari?
No, Pettis dice di no, perché c’è sempre il l'inverted balance che va giù e ricomincia da capo... Se questo è vero, la situazione cinese va vista molto negativamente...
Però non ci sono altri motori manifatturieri in giro per il mondo...
No.
Gli americani avevano cominciato timidamente a fare un po’ di reinternalizzazione...
Sì, ma poca roba...
Poca roba, ma quella più legata ai settori strategici...
Sì, appunto. E questo va collegato anche alla bassa crescita extracinese, che non permette alla Cina di avere una dinamica export sostenuta. Perché l’economia mondiale non tira...
Infatti sia Larry Summers, qualche tempo fa, sia il Centro studi di Confindustria nei giorni scorsi, hanno tirato fuori il termine stagnazione secolare...
Larry Summers ne parla da parecchio tempo, Confindustria ci ha messo almeno due anni ad accorgersene...
Il concetto sembra: se si ferma la Cina, nessuno può sostituirla su quel piano?
No, la Cina non è sostituibile.
La dinamica finanziaria sembra molto indipendente dall'andamento dell'economia reale; la quale, a questo punto, mostra una dinamica decrescente. Quanto diventa concreto il concetto di stagnazione secolare?
Se la Cina si ferma, significa che all’interno della Cina ci dovranno essere delle grosse ristrutturazioni, quindi anche disoccupazione... Socialmente è un bel casino... Diventerà un po’ come la Germania, che non è che cresca poi tanto, sul lungo periodo. Secondo me in Cina può succedere questo: ho notato di recente, quando si è parlato di ripresa indiana, circa il 7%, si è detto anche che sta crescendo più della Cina, ecc. Ma se uno ha una visione un po’ fisica dell’economia, ovvero non si ferma solo ai numeri del pil, ma guarda a quanto acciaio produce, quante macchine, automobili, cose fisiche, beh... l’India è infinitamente indietro rispetto alla Cina, sul piano quantitativo.
Può crescere anche a tassi alti ma parte da livelli tali che sono fisicamente poca cosa?
Ma sì... La produzione di automobili in India sarà sui 2-3 milioni, in Cina sta a 20 milioni. Un’altra cosa. La produzione di acciaio cinese sta arrivando a 800 milioni di tonnellate, forse anche di più, tra 800 e 900 milioni. La produzione di acciaio indiana è 150...
Arcelor-Mittal, questi qui?
Mittal è un grosso produttore perché non ha tanto spazio di sviluppo in Cina. Però possiede molta liquidità, è una conglomerata oligo-monopolistica; quindi fa soldi, accumula rendite... Ma non in Cina, in India, e poi investe fuori. I miei calcoli sulle produzioni fisiche mi dicono che, bene che vada, l'India non arriva neanche al 20% della produzione cinese, sta più vicina al 15... Quindi se la Cina cresce del 7%, l’India fisicamente cresce del 5. In assoluto la Cina continua a crescere di più. L’India non può rimpiazzare la Cina. E non può farlo nessun altro paese... L'Indonesia e altri hanno sviluppato molte manifatture, molte industrie, ma non hanno la base, la potenza espansiva verso l’estero, l'integrazione internazionale, le produzioni e le esportazioni che ci sono in Cina. La base manifatturiera mondiale è la Cina.
Ma si crea un problema, a questo punto. Un sistema che o cresce o crepa può affrontare una stagnazione secolare? Ormai siamo all'ottavo anno di crisi globale…
E infatti la tesi di Larry Summers è: siamo in una stagnazione secolare come linea di tendenza, quindi dobbiamo sviluppare le bolle finanziarie. Questa è la sua tesi. È l’unica soluzione alla stagnazione che riesce a vedere. Se continuiamo così noi piombiamo nella stagnazione secolare e non se ne esce, quindi noi (le banche centrali di tutto il mondo, a partire dalla Fed, ndr) dobbiamo cercare di creare altre bolle. Che poi esplodono, però...
Va bene, però questa non è una crescita...
No, non è una crescita. Però l’idea è questa: le bolle americane sono finanziarie, certo, ma anche reali; nel senso che comunque qualcuno si indebita di più per produrre.
Per esempio, finanzi il fracking...
Sì. Però adesso il fracking sta calando rapidamente, perché a questi prezzi si vende sottocosto. Ci sono molte piccole società che si sono molto indebitate per fare fracking. E adesso il debito è diventato molto vincolante... perché il prezzo del petrolio non giustifica il fracking. Questi ora devono pagare.
E anche gli interessi, devono pagare...
Sì. Poi ci sono alcuni aspetti difficilmente comprensibili. Gli Stati Uniti non stanno litigando con l’Arabia Saudita. Del resto l’Arabia Saudita non ha autonomia rispetto agli Stati Uniti, però sta conducendo la battaglia contro il fracking...
Siamo sicuri che l’Arabia Saudita non abbia qualche autonomia rispetto agli Usa?
Tutto il sistema finanziario dell’Arabia Saudita è americano, è petrodollari, è in America. Quello che non capisco è perché l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti non frenino la caduta dei prezzi. Gli Stati Uniti saranno anche interessati al crollo del prezzo del petrolio per colpire la Russia, ma queste sono cose contingenti, non strutturali.
Di sicuro le hanno fatto male; la Russia avrà quest’anno tra il 4 e il 4,5 in meno di Pil a causa del crollo del prezzo del petrolio.
Però le società del fracking sono società americane, che agiscono quasi soltanto in territorio statunitense. C’è stato un po’ di fracking in Australia, però non ha funzionato. Ci sono state delle rivolte perché si sono visti l’acqua di casa che prendeva fuoco (per le infiltrazioni di gas nelle falde, ndr). Fra l’altro in zone rurali abitate dal ceto medio, gente che si era fatta la casa e in zone che eleggono conservatori. Quindi il fracking in Australia si è bloccato. In America no, perché l’hanno messo in Pennysilvania, in posti abitati da popolazioni di cui non tengono per nulla conto.
Però, così, non si vedono prospettive di grande ripresa globale...
No, l’unica ripresa è questo meccanismo americano. Aumenteranno i tassi di interesse, ricomincerà l’indebitamento... L'America cresce forse del 2%, però bisogna considerare che negli Usa cresce anche la popolazione, dell’1% e spiccioli; quindi la crescita pro-capite americana non è affatto alta.
Mi sembra anche che i posti di lavoro creati non siano particolarmente qualificati.
No. Però almeno c’è un briciolo crescita. Mentre il Giappone è rientrato in recessione e l’Europa è completamente ferma. E la felicità inglese è completamente collegata alla City. No, ripresa vera non ne vedo. Nell’ambito dell’economia e anche della politica mondiale, c’è una zona che gli americani si sono lasciati scappare: le ex zone sovietiche dell’Asia centrale. Per esempio, il Kazakistan è un grosso produttore di gas, petrolio, ecc. Su quell'area c’era inizialmente una idea russo-tedesco-cinese. Quella di costruire un grande asse Germania-Russia-Kazakistan e Cina. Qualche mese fa c’è stato il primo treno merci partito dalla Cina e arrivato a Duisburg…
Passando per la Russia...
Ed anche per l’Ucraina. Questa idea costituiva la nuova frontiera dell’industria meccanica pesante tedesca, perché per realizzarla bisogna ristrutturare gran parte dell’industria russa, ristrutturare il sistema ferroviario del Kazakistan, ecc. E c’è in effetti una società legata alle ferrovie tedesche che si occupa delle ferrovie kazake. E poi bisogna costruire un collegamento Kazakistan-Cina, cioè fare degli assi strutturati lungo i quali ci sono città, ecc. Non è solo un asse di trasporto. È un po’ come lo sviluppo delle ferrovie da costa a costa negli Stati uniti, alla fine dell'800: lungo le ferrovie si creavano delle città, alcune morivano, altre no.
Questo si incontra con la strategia cinese, le nuove vie della seta…
Questo era il grande progetto. Non so se avevano fatto i conti in termini di bilanci e di pagamenti, però c’è il surplus cinese, ancora; è ridotto ma c’è.
C'è anche un forte surplus tedesco...
C’è il surplus cinese, il surplus tedesco, c’è il surplus russo e c’è anche il surplus kazako. Quindi tutti questi surplus potevano mettere insieme dei capitali, usarli per fare queste cose e dare impulso alle esportazioni tedesche. L’idea era della Germania... Però secondo me è saltata con l’Ucraina. Ed è stata una scelta americana. Che ha detto alla Germania: io ad est non ti ci faccio andare...
Comunque impediscono una saldatura, la costituzione di quell’asse, che è tedesco ma anche cinese e russo...
Gli americani non sono più in Kirghizistan e in altre zone dove ci sono giacimenti di gas. Strano, perché erano in Afghanistan, quindi... Gran parte delle loro operazioni in Afghanistan erano gestite su basi russe che stavano in Kirghizistan. Ora invece non ci sono proprio, non hanno alcun impatto geopolitico, geoeconomico, su quell'area. Però con l’Ucraina sono riusciti a bloccare tutto, a mettere in crisi la Germania. Qui c’è la vera debolezza della Germania. Quando scoppiò la crisi ucraina il quotidiano economico tedesco Handelsblattera era contro il conflitto con la Russia. Però una parte del governo tedesco, come “la baronessa”, la ministra della difesa tedesca Ursula Von der Leyen, era completamente a favore di un “ruolo dinamico della Germania nei confronti dell’Ucraina”, cioè di appoggio all’Ucraina. E anche Schaeuble era favorevole a dare alla Germania una funzione di punta nella situazione Ucraina.
Due idee diverse che si scontrano in Germania, allora. Tra una espansione di tipo classico, un'area di influenza che si allarga, e un’altra che dice: usiamo il surplus per costruire un legame solido e costante di relativa indipendenza…
La via di Von der Layen e Schaeuble è conflittuale con gli stessi interessi tedeschi. Un economista conservatore come Hans Werner Sinn, l’anno scorso, l'ha detto papale papale: “noi non dobbiamo scontrarci con i russi”.
E lo stesso che diceva: facciamo l’Euro del nord?
Sì. Sulla vicenda dell’Ucraina, secondo me, dietro c'è anche la Francia, che ha interesse a mettere i bastoni tra le ruote alla Germania.
Però aveva anche interesse ad avere un asse a est...
Sì, però loro hanno appoggiato molto l’Ucraina, nei fatti. L’articolazione era Stati Uniti-Nato-Polonia. In quella partita la Polonia ha giocato un ruolo molto importante, perché praticamente ha trasformato la parte non orientale dell’Ucraina in un protettorato polacco. E dietro c’era la Francia che ha appoggiato, mentre la Germania è entrata in difficoltà. Ma questo ti fa saltare una grande strategia…
Ed anche un asse di sviluppo possibile, perché quel disegno lì danneggia la Cina, danneggia la Germania e la Russia… Però era anche l’unica idea dinamica di uscita dalla crisi…
Sì. Oltre al collegamento con la Cina attraverso Ucraina, Russia e Kazakistan, avevano in progetto anche un asse meridionale con Turchia e Iran.
A quanto pare non sono rimaste né zone, né idee, né progetti...
No, niente.
Fonte
Questa intervista con Joseph Halevi, docente di economia all'università di Sidney fin dal 1978, consente invece di guardare al mondo da un angolo visuale diametralmente opposto. Spiazzando molte delle visioni consolatorie che girano nel dibattito pubblico, italiano e non. Una visione marxista nei fondamenti teorici, ma soprattutto una "analisi concreta della situazione concreta" che non concede nulla alla falsa coscienza.
Buona lettura.
*****
Proviamo a ragionare sulla partita crescita dopo che per sette anni si era retta – a livello globale – soltanto sulla Cina e i paesi emergenti. E invece esplode il caso cinese...
La crescita cinese e quella dei paesi emergenti non sono compatibili, nel senso che era la Cina a trainare la loro crescita. Io non vedrei la Cina come un paese “emergente”. E' un paese con un processo di accumulazione di tipo capitalistico-statalista, con le multinazionali, ecc. Se prendiamo ad esempio l'Argentina, non è mica detto che dopo la crisi del 2001 potesse recuperare davvero. Certo, riducendo o non pagando il debito, ha ammorbidito o attenuato di molto gli effetti sociali. Poi è iniziata una crescita stimolata un po' dall'interno, con maggiore spesa, ecc. Ma la vera dinamica argentina si è collegata allora all'enorme crescita delle esportazioni verso la Cina, che era cominciata a diventare una grande consumatrice di prodotti agricoli come la soia – quindi anche argentini o del Brasile. E' vero anche per l'Australia, che vende alla Cina carbone e minerali di ferro; ed ora sempre più anche prodotti agricoli. Ma carbone e ferro erano e restano la cosa più importante. Quindi la crescita cinese, l'uso che fanno di queste materie prime, ha trainato Argentina, Australia, parte degli stessi Stati Uniti. Durante il grande boom delle materie prime, prima della grande crisi del 2007-08, intere zone minerarie degli Usa, cadute in disuso perché l'estrazione dei minerali era diventata troppo costosa, soprattutto in zone montuose, sono state rimesse in attività perché il prezzo era cresciuto enormemente.
Questo è l'effetto dell'economia cinese sugli emergenti, ma la Cina non è un paese emergente. Ora li sta involontariamente affondando. Quindi non sono “compatibili”, non sono simili quanto a dinamica economica. Il meccanismo di rallentamento della crescita cinese è interno alla Cina, ossia nei rapporti tra l'accumulazione interna e con l'economia mondiale.
Si è detto per anni che il modello cinese era orientato alle esportazioni. È vero o no?
Secondo me si è esagerato. C'è stato un periodo in cui questo era vero. Nel senso che per un periodo la Cina ha cercato, attraverso i rapporti con le multinazionali – non avevano quasi nulla di esportazioni proprie, come oggi con Huawei e simili – ovvero attraverso delocalizzazioni, outsourcing, e poi via, verso i paesi dove le multinazionali vendevano quanto prodotto in Cina. Questo è stato importante, oltre che quantitativamente, perché permetteva di importare tecnologie. Allo scoppio della crisi, erano arrivati a circa il 10-12% di esportazioni nette sul Pil, un numero incredibili. Quindi, sì, erano trainati in parte dalle esportazioni. Quando poi la crisi esplode, l'atteggiamento economico della dirigenza cinese fu quello di emettere una quantità enorme di liquidità e rilanciare completamente la crescita del mercato interno e dunque delle importazioni, più che delle esportazioni. Cominciarono a importare massicciamente, per ulteriori sviluppi tecnologici. Soprattutto dall'Europa, dalla Germania, ma anche dalla Corea e altri paesi vicini. La Germania ha avuto un vero boom di esportazioni pesanti, centrali intere, ecc, non solo o non tanto modelli di Mercedes. Roba Siemens, roba grossa in beni capitale. Anche l''Italia – direttamente o tramite imprese legate alla filiera tedesca – ha avuto un grande balzo delle esportazioni verso la Cina. In genere il surplus cinese cala moltissimo, c'è la rivalutazione del renminbi, e si attesta intorno al 2%.
La Cina meno della Germania?
Anche in assoluto la Germania realizza un surplus maggiore della Cina, basta leggersi la tabellina dell'Economist che dà le posizioni di conto corrente. Con il rilancio del '99-2005 la Cina diventa una forte importatrice e le esportazioni non sono state più il volano della crescita cinese. Ovviamente sono importanti, per loro, nel senso che è il meccanismo che garantisce loro l'arrivo di tecnologie, per esempio in campo automobilistico, dove sono ancora in una posizione arretrata, perché ammettono normative che non permettono esportazione verso altri paesi. C'è una forte produzione – oltre venti milioni di auto l'anno – ma non c'è quasi esportazione di marchi cinesi. Forse qualcosa in paesi come la Turchia, ora.
Loro hanno ora un grande problema con la crescita, che è diventata destabilizzante: l'uso delle risorse. Ad esempio con l'acqua e complessivamente con l'ambiente. Non in senso semplicemente “ambientalista”, ma come riproduzione materiale, fisica. La situazione ambientale influisce sulle condizioni di riproduzione economica. Quando sparisce, più volte, l'acqua in un fiume di 5.000 chilometri come il Fiume Giallo, è una cosa molto grossa. Lì arrivano navi oceaniche, in porti fluviali gradi come quelli marittimi. Perché accade? Perché la parte orientale della Cina è in realtà un grande delta, col Fiume Giallo e lo Yangze, che vanno verso il mar della Cina; è una zona molto mobile, anche come movimento dei terreni. Lì c'è un grandissimo uso del suolo per motivi agricoli, industriali e urbanistici. Il fabbisogno di acqua è altissimo, hanno creato canali che spostano l'acqua da una parte all'altra. Ma hanno anche cominciato a usare i pozzi artesiani, sfruttando le falde acquifere. Ma, come raccontano i miei studenti cinesi a Sidney che studiavano soil science, in questo modo l'acqua scende al di sotto di un certo livello dove si trova la roccia granitica, impermeabile. Le piogge, a quel punto, non riescono più ad arricchire le falde finite sotto quel livello e fluisce direttamente verso il mare. Costruiscono altri canali per intercettarla, ma il risultato non è particolarmente efficiente, né sufficiente. La situazione, con gli ultimi progetti, è tale che pensano di fare mega-canali per portare al nord l'acqua che scende dall'Himalaya, a migliaia di chilometri di distanza. Hanno veramente grosse difficoltà. C'è un conflitto tra condizioni fisiche e necessità di riproduzione dell'accumulazione. Non possono mollare sulla crescita, altrimenti gli saltano gli equilibri sociali, in modo anche grave, perché debbono espandere la middle class e, con una crescita del 5%, non gli può riuscire.
Quanto pesano i problemi di crescita cinese sull'economia globale?
Globalmente, pesano innanzitutto le aspettative – “ce la faranno, non ce la faranno, ecc”. Quello che pesa più di tutto è il sistema finanziario internazionale, non tanto quello interno; ovvero i prodotti derivati, strutturati, collegati in qualche modo con le passività cinesi... A quel punto scattano tutti gli effetti negativi.
Quali sono questi prodotti derivati?
Quelli legati alle materie prime; carbone e ferro, in primo luogo. Sul petrolio ci sono anche altri problemi, come la battaglia tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, sul fracking e dintorni. Ovviamente c'entra anche la Cina, ma è una dinamica differente. Siccome il valore dei prodotti derivati sono gonfiati dal valore di altri, collegati, si mette in moto una dinamica accelerata. È una tipica situazione di non linearità. Basta un calo dello 0,5%, subito qualcuno grida “ah, sta calando” e scatta un meccanismo di leva finanziaria al contrario. L'effetto finanziario sui mercati è molto superiore all'effetto reale. Così sta succedendo ora. L'effetto sull'economia reale in Cina non è drammatico, ma la volatilità è altissima. Tutto si collega alla percezione della situazione finanziaria cinese. In fondo, non c'era motivo per scatenare tutto quel panico sulla caduta della borsa di Shangai. Transazioni internazionali, in Cina, non ce ne sono. Il mercato finanziario non entra nella struttura di portafoglio delle imprese cinesi. Il mercato di Shangai è un po' surrettizio, come un grande casinò... Perché il governo cinese ha permesso ad operatori di Hong Kong di investire su Shangai in quelle dimensioni (prima era molto più limitato)? Certo, c'è stato un effetto “bolla”, con una crescita del 150%, causata dai grandi afflussi di capitali. Poi è ovviamente esplosa, anche se il livello attuale è ancora superiore a quello precedente questo afflusso. Però, quando tutto funziona in negativo, si ripercuote globalmente, anche se quei mercati lì non hanno un grande influenza. Secondo me una parte di questa crisi finanziaria è voluta dal governo cinese, anche se non so dire da quale fazione del governo, non faccio il sinologo...
La dirigenza cinese vuole razionalizzare molto, creare società finanziarie, non vuole il mercato delle tre carte, il casinò... Società che crescono, magari crollano, ma poi c'è il consolidamento. È anche un ragionamento un po' marxista, da questo punto di vista: favorisco la concentrazione del capitale, anche nei settori produttivi – come l'auto, dove hanno più di cento produttori. Insomma creare delle società multinazionali proprie, che ancora non hanno, a parte Heawei e qualcos'altro – e fare un consolidamento finanziario, con grandi società in grado di agire internazionalmente, ma con la potenza economica della Cina dietro. Su questo piano sono oggi ancora più deboli di Singapore o Hong Kong.
Secondo me questo è uno dei loro obiettivi. E quindi anche “il crollo” seleziona e consolida. Hanno anche detto che tutte queste operazioni, come sui tassi di cambio, ecc, sono procedure per aumentare la flessibilità dei mercati. E non avevano torto. Solo che poi devono intervenire perché le turbolenze e il panico rischiano di uscir fuori di controllo.
Quanto pesa nelle decisioni cinesi il fatto che gli Stati Uniti stanno per rialzare i tassi di interesse?
C'è un aspetto positivo che consiste nel rilancio delle esportazioni. Loro vogliono rilanciarle, anche se continueranno a passare attraverso le multinazionali altrui, perché un modello fondato soprattutto sulle importazioni alla lunga non regge. Quattro o cinque anni fa, ad esempio con Airbus, stipularono un grande contratto, con cui acquistavano circa 500 aerei civili, ma 300 li avrebbero fabbricati in Cina, con una società statale cinese in società con Airbus. L'aumento dei tassi di interesse e una rivalutazione del dollaro possono certamente far ripartire le esportazioni...
Ma fa anche ripartire capitali verso gli Stati Uniti...
Esatto. E loro non vorrebbero vederlo accadere. Ma questa è la loro problematica, oltre quella ambientale. Comunque, al di là dei problemi ambientali, che pure costituiscono un problema strutturale, loro debbono rilanciare la crescita. È anche la tesi di Michael Pettis, abbastanza simile a quella di Minsky, sul cosiddetto inverted balance... Quando l'economia cresce, le passività diminuiscono e si abbassa il debito. Nei paesi in via di sviluppo, l'aumento rapido del tasso di crescita riduce il debito. Se il debito iniziale è grande, con la crescita si riduce, è vero; però partono da un debito grande, quindi c’è sempre il problema di che cosa succede se il tasso di crescita non…
Non è abbastanza alto...
Allora c’è il l'inverted balance; insomma, a quel punto va un po’ tutto indietro, un po’ come nei mercati finanziari, e ci si trova in una situazione in cui il debito cresce. Pettis sostiene che la Cina è in questa situazione. Il debito interno cinese è esplosivo perché le liabilities – le passività – diventano determinanti e vincolano le scelte. Pettis sostiene che non ci sono stati casi dove si sia potuto riformare un sistema con grandi passività. Non c’è una strada di riforme possibili; non puoi trovare una strada efficiente di riforme quando hai tutte queste passività addosso. Se ne può uscire se fai bancarotta, non paghi…
Se ristrutturi il debito...
Esatto. Se no non ce la fai ad uscire.
E’ una Grecia un bel po’ più grande...
Beh, solo sul piano interno, però. Pettis dice che a questo punto le operazioni della banca centrale per finanziare le attività diventano spuntate. Le iniezioni di liquidità non bastano, si limitano a dare soldi a entità finanziarie che sono già oberate da debiti. Questo non ti risolve il problema, non ti rilancia la crescita.
Ma permette almeno di assestare i conti dei soggetti finanziari?
No, Pettis dice di no, perché c’è sempre il l'inverted balance che va giù e ricomincia da capo... Se questo è vero, la situazione cinese va vista molto negativamente...
Però non ci sono altri motori manifatturieri in giro per il mondo...
No.
Gli americani avevano cominciato timidamente a fare un po’ di reinternalizzazione...
Sì, ma poca roba...
Poca roba, ma quella più legata ai settori strategici...
Sì, appunto. E questo va collegato anche alla bassa crescita extracinese, che non permette alla Cina di avere una dinamica export sostenuta. Perché l’economia mondiale non tira...
Infatti sia Larry Summers, qualche tempo fa, sia il Centro studi di Confindustria nei giorni scorsi, hanno tirato fuori il termine stagnazione secolare...
Larry Summers ne parla da parecchio tempo, Confindustria ci ha messo almeno due anni ad accorgersene...
Il concetto sembra: se si ferma la Cina, nessuno può sostituirla su quel piano?
No, la Cina non è sostituibile.
La dinamica finanziaria sembra molto indipendente dall'andamento dell'economia reale; la quale, a questo punto, mostra una dinamica decrescente. Quanto diventa concreto il concetto di stagnazione secolare?
Se la Cina si ferma, significa che all’interno della Cina ci dovranno essere delle grosse ristrutturazioni, quindi anche disoccupazione... Socialmente è un bel casino... Diventerà un po’ come la Germania, che non è che cresca poi tanto, sul lungo periodo. Secondo me in Cina può succedere questo: ho notato di recente, quando si è parlato di ripresa indiana, circa il 7%, si è detto anche che sta crescendo più della Cina, ecc. Ma se uno ha una visione un po’ fisica dell’economia, ovvero non si ferma solo ai numeri del pil, ma guarda a quanto acciaio produce, quante macchine, automobili, cose fisiche, beh... l’India è infinitamente indietro rispetto alla Cina, sul piano quantitativo.
Può crescere anche a tassi alti ma parte da livelli tali che sono fisicamente poca cosa?
Ma sì... La produzione di automobili in India sarà sui 2-3 milioni, in Cina sta a 20 milioni. Un’altra cosa. La produzione di acciaio cinese sta arrivando a 800 milioni di tonnellate, forse anche di più, tra 800 e 900 milioni. La produzione di acciaio indiana è 150...
Arcelor-Mittal, questi qui?
Mittal è un grosso produttore perché non ha tanto spazio di sviluppo in Cina. Però possiede molta liquidità, è una conglomerata oligo-monopolistica; quindi fa soldi, accumula rendite... Ma non in Cina, in India, e poi investe fuori. I miei calcoli sulle produzioni fisiche mi dicono che, bene che vada, l'India non arriva neanche al 20% della produzione cinese, sta più vicina al 15... Quindi se la Cina cresce del 7%, l’India fisicamente cresce del 5. In assoluto la Cina continua a crescere di più. L’India non può rimpiazzare la Cina. E non può farlo nessun altro paese... L'Indonesia e altri hanno sviluppato molte manifatture, molte industrie, ma non hanno la base, la potenza espansiva verso l’estero, l'integrazione internazionale, le produzioni e le esportazioni che ci sono in Cina. La base manifatturiera mondiale è la Cina.
Ma si crea un problema, a questo punto. Un sistema che o cresce o crepa può affrontare una stagnazione secolare? Ormai siamo all'ottavo anno di crisi globale…
E infatti la tesi di Larry Summers è: siamo in una stagnazione secolare come linea di tendenza, quindi dobbiamo sviluppare le bolle finanziarie. Questa è la sua tesi. È l’unica soluzione alla stagnazione che riesce a vedere. Se continuiamo così noi piombiamo nella stagnazione secolare e non se ne esce, quindi noi (le banche centrali di tutto il mondo, a partire dalla Fed, ndr) dobbiamo cercare di creare altre bolle. Che poi esplodono, però...
Va bene, però questa non è una crescita...
No, non è una crescita. Però l’idea è questa: le bolle americane sono finanziarie, certo, ma anche reali; nel senso che comunque qualcuno si indebita di più per produrre.
Per esempio, finanzi il fracking...
Sì. Però adesso il fracking sta calando rapidamente, perché a questi prezzi si vende sottocosto. Ci sono molte piccole società che si sono molto indebitate per fare fracking. E adesso il debito è diventato molto vincolante... perché il prezzo del petrolio non giustifica il fracking. Questi ora devono pagare.
E anche gli interessi, devono pagare...
Sì. Poi ci sono alcuni aspetti difficilmente comprensibili. Gli Stati Uniti non stanno litigando con l’Arabia Saudita. Del resto l’Arabia Saudita non ha autonomia rispetto agli Stati Uniti, però sta conducendo la battaglia contro il fracking...
Siamo sicuri che l’Arabia Saudita non abbia qualche autonomia rispetto agli Usa?
Tutto il sistema finanziario dell’Arabia Saudita è americano, è petrodollari, è in America. Quello che non capisco è perché l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti non frenino la caduta dei prezzi. Gli Stati Uniti saranno anche interessati al crollo del prezzo del petrolio per colpire la Russia, ma queste sono cose contingenti, non strutturali.
Di sicuro le hanno fatto male; la Russia avrà quest’anno tra il 4 e il 4,5 in meno di Pil a causa del crollo del prezzo del petrolio.
Però le società del fracking sono società americane, che agiscono quasi soltanto in territorio statunitense. C’è stato un po’ di fracking in Australia, però non ha funzionato. Ci sono state delle rivolte perché si sono visti l’acqua di casa che prendeva fuoco (per le infiltrazioni di gas nelle falde, ndr). Fra l’altro in zone rurali abitate dal ceto medio, gente che si era fatta la casa e in zone che eleggono conservatori. Quindi il fracking in Australia si è bloccato. In America no, perché l’hanno messo in Pennysilvania, in posti abitati da popolazioni di cui non tengono per nulla conto.
Però, così, non si vedono prospettive di grande ripresa globale...
No, l’unica ripresa è questo meccanismo americano. Aumenteranno i tassi di interesse, ricomincerà l’indebitamento... L'America cresce forse del 2%, però bisogna considerare che negli Usa cresce anche la popolazione, dell’1% e spiccioli; quindi la crescita pro-capite americana non è affatto alta.
Mi sembra anche che i posti di lavoro creati non siano particolarmente qualificati.
No. Però almeno c’è un briciolo crescita. Mentre il Giappone è rientrato in recessione e l’Europa è completamente ferma. E la felicità inglese è completamente collegata alla City. No, ripresa vera non ne vedo. Nell’ambito dell’economia e anche della politica mondiale, c’è una zona che gli americani si sono lasciati scappare: le ex zone sovietiche dell’Asia centrale. Per esempio, il Kazakistan è un grosso produttore di gas, petrolio, ecc. Su quell'area c’era inizialmente una idea russo-tedesco-cinese. Quella di costruire un grande asse Germania-Russia-Kazakistan e Cina. Qualche mese fa c’è stato il primo treno merci partito dalla Cina e arrivato a Duisburg…
Passando per la Russia...
Ed anche per l’Ucraina. Questa idea costituiva la nuova frontiera dell’industria meccanica pesante tedesca, perché per realizzarla bisogna ristrutturare gran parte dell’industria russa, ristrutturare il sistema ferroviario del Kazakistan, ecc. E c’è in effetti una società legata alle ferrovie tedesche che si occupa delle ferrovie kazake. E poi bisogna costruire un collegamento Kazakistan-Cina, cioè fare degli assi strutturati lungo i quali ci sono città, ecc. Non è solo un asse di trasporto. È un po’ come lo sviluppo delle ferrovie da costa a costa negli Stati uniti, alla fine dell'800: lungo le ferrovie si creavano delle città, alcune morivano, altre no.
Questo si incontra con la strategia cinese, le nuove vie della seta…
Questo era il grande progetto. Non so se avevano fatto i conti in termini di bilanci e di pagamenti, però c’è il surplus cinese, ancora; è ridotto ma c’è.
C'è anche un forte surplus tedesco...
C’è il surplus cinese, il surplus tedesco, c’è il surplus russo e c’è anche il surplus kazako. Quindi tutti questi surplus potevano mettere insieme dei capitali, usarli per fare queste cose e dare impulso alle esportazioni tedesche. L’idea era della Germania... Però secondo me è saltata con l’Ucraina. Ed è stata una scelta americana. Che ha detto alla Germania: io ad est non ti ci faccio andare...
Comunque impediscono una saldatura, la costituzione di quell’asse, che è tedesco ma anche cinese e russo...
Gli americani non sono più in Kirghizistan e in altre zone dove ci sono giacimenti di gas. Strano, perché erano in Afghanistan, quindi... Gran parte delle loro operazioni in Afghanistan erano gestite su basi russe che stavano in Kirghizistan. Ora invece non ci sono proprio, non hanno alcun impatto geopolitico, geoeconomico, su quell'area. Però con l’Ucraina sono riusciti a bloccare tutto, a mettere in crisi la Germania. Qui c’è la vera debolezza della Germania. Quando scoppiò la crisi ucraina il quotidiano economico tedesco Handelsblattera era contro il conflitto con la Russia. Però una parte del governo tedesco, come “la baronessa”, la ministra della difesa tedesca Ursula Von der Leyen, era completamente a favore di un “ruolo dinamico della Germania nei confronti dell’Ucraina”, cioè di appoggio all’Ucraina. E anche Schaeuble era favorevole a dare alla Germania una funzione di punta nella situazione Ucraina.
Due idee diverse che si scontrano in Germania, allora. Tra una espansione di tipo classico, un'area di influenza che si allarga, e un’altra che dice: usiamo il surplus per costruire un legame solido e costante di relativa indipendenza…
La via di Von der Layen e Schaeuble è conflittuale con gli stessi interessi tedeschi. Un economista conservatore come Hans Werner Sinn, l’anno scorso, l'ha detto papale papale: “noi non dobbiamo scontrarci con i russi”.
E lo stesso che diceva: facciamo l’Euro del nord?
Sì. Sulla vicenda dell’Ucraina, secondo me, dietro c'è anche la Francia, che ha interesse a mettere i bastoni tra le ruote alla Germania.
Però aveva anche interesse ad avere un asse a est...
Sì, però loro hanno appoggiato molto l’Ucraina, nei fatti. L’articolazione era Stati Uniti-Nato-Polonia. In quella partita la Polonia ha giocato un ruolo molto importante, perché praticamente ha trasformato la parte non orientale dell’Ucraina in un protettorato polacco. E dietro c’era la Francia che ha appoggiato, mentre la Germania è entrata in difficoltà. Ma questo ti fa saltare una grande strategia…
Ed anche un asse di sviluppo possibile, perché quel disegno lì danneggia la Cina, danneggia la Germania e la Russia… Però era anche l’unica idea dinamica di uscita dalla crisi…
Sì. Oltre al collegamento con la Cina attraverso Ucraina, Russia e Kazakistan, avevano in progetto anche un asse meridionale con Turchia e Iran.
A quanto pare non sono rimaste né zone, né idee, né progetti...
No, niente.
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