Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2026

Il petrolio del Venezuela è croce e delizia per gli Stati Uniti

La prima domanda alla quale rispondere è: perché Trump è ossessionato dal petrolio del Venezuela (ma anche da quello iraniano)? Come noto gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico, non hanno bisogno – come invece l’Europa o la Cina – di importare petrolio. Il serissimo problema che hanno gli USA è che il petrolio nel mondo deve continuare a essere venduto e comprato in dollari.

Ragione per cui gli USA di Trump sono anche disposti a comprarlo dal Venezuela e poi magari a rivenderlo alla Cina visto che non ne hanno bisogno. L’importante è che tutte le transazioni siano eseguite in dollari e non con strumenti diversi da questo. La de-dolarizzazione è infatti una rogna strategica per gli USA.

Il problema infatti nasce dal fatto che paesi petroliferi importanti come Venezuela e Iran, da tempo hanno cominciato a vendere il proprio petrolio alla Cina o altri paesi, ma spesso facendoselo pagare con valute o strumenti diversi dal dollaro, cominciando così a incrinare quel signoraggio della valuta statunitense su cui gli USA campano di rendita sulle spalle del mondo dai primissimi anni ‘70.

Non è secondario ricordare che l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi hanno probabilmente decretato la propria condanna a morte quando evocarono l’ipotesi di cominciare a vendere e farsi pagare il proprio petrolio con valute diverse dal dollaro (l'euro nel caso dell'Iraq e una nuova valuta panafricana nel caso della Libia).

Insomma Trump manda a dire che: “il petrolio venezuelano lo compriamo noi e ai cinesi glielo vendiamo noi ma ce lo devono pagare in dollari e non con le diavolerie monetarie che si sono inventati i Brics”.

Ma ci sono anche altri problemi che stanno emergendo sull’eventuale acquisto di petrolio venezuelano da parte degli USA.

Infatti, secondo il Financial Times, i vertici delle compagnie statunitensi che producono petrolio da scisti hanno avvertito Trump che la sua strategia volta ad aprire il settore petrolifero del Venezuela e a spingere al ribasso i prezzi del greggio rischia di colpire direttamente la produzione Usa.

Secondo il FT, Trump è atteso oggi a un incontro con i vertici delle grandi compagnie petrolifere Usa, ma intanto deve fare i conti con il malcontento crescente tra i produttori di petrolio da scisti, molti dei quali non figurano tra i partecipanti.

Gli amministratori di queste compagnie temono che un afflusso di greggio venezuelano sul mercato statunitense possa comprimere ulteriormente i prezzi, mettendo sotto pressione un comparto già in difficoltà perché i costi di estrazione sono talmente alti che hanno bisogno di una quotazione elevata del prezzo del petrolio per poterci rientrare e fare profitti.

Il malcontento in questo settore di petrolieri Usa – che pure aveva sostenuto in larga parte il ritorno di Trump alla Casa Bianca – riflette, secondo il Financial Times, una frustrazione crescente anche all’interno del movimento Maga, che accusa il presidente di allontanarsi dal principio “America First”.

L’iniziativa di Trump, ad esempio, ha ulteriormente deteriorato i rapporti con l’industria petrolifera del Texas, già irritata dalla linea dell’amministrazione favorevole a prezzi del greggio sempre più bassi.

Il calo dei prezzi del petrolio sta costringendo diversi produttori a fermare le trivellazioni necessarie per mantenere i livelli di produzione. Pur restando il primo produttore mondiale, gli Stati Uniti dipendono in modo cruciale dalle attività di perforazione idraulica. La scorsa settimana il numero di impianti petroliferi attivi era pari a 412, in calo del 15 per cento su base annua.

L’Agenzia statunitense per l’informazione sull’energia prevede che la produzione statunitense, attualmente a livelli record, diminuirà di circa 100 mila barili al giorno nel 2026, segnando il primo calo annuale dalla pandemia di Covid.

Fonte

13/08/2023

USA - Inizia il declino della produzione di shale-oil?

Nel leggere queste poche righe bisogna mettere subito le mani avanti: fare previsioni sulle prospettive di estrazione di idrocarburi è sempre un terno al lotto. Un po’ perché nuove tecnologie possono aprire nuove opportunità, un po’ perché la scoperta di nuovi giacimenti è sempre possibile.

Bisogna anche dire che ormai, per entrambi i lati della faccenda, ci sono così tanti studi che si ha un’idea verosimile di quel che ci aspetta. Dopo il 2060 la situazione comincerà a essere critica, considerato inoltre che la domanda, seppur in rallentamento, aumenterà tanto per il gas che per il petrolio (110 milioni di barili al giorno entro il 2045).

Cosa più importante, è su queste previsioni che si basa il mercato. E se l’uso su larga scala del fracking ha permesso grandi investimenti nell’estrazione di petrolio di scisto (prodotto dai frammenti di rocce bituminose), rendendo gli USA il primo produttore mondiale – 17% del totale globale nel 2020 – una notizia di questi giorni potrebbe cambiare le carte in tavola.

Non ha senso fare previsioni sull’imminente esplosione dell’enorme bolla finanziaria che gli ingenti costi di questo metodo di estrazione ha prodotto. Ha senso, invece, dare attenzione a come le grandi compagnie dell’oro nero e Washington decideranno di prendere le misure sulla notizia che le attività del Bacino Permiano stanno per raggiungere il «picco di Hubbert».

Andiamo con ordine e spieghiamo ogni nodo della questione. La teoria di Hubbert è un modello che descrive l’andamento dello sfruttamento di una risorsa non rinnovabile: ovviamente, esso può variare, come è successo in relazione al petrolio statunitense con il ricorso allo scisto (ma anche questo era stato grosso modo previsto nella teoria).

Il Bacino Permiano è una zona sedimentaria grande circa tre quarti d’Italia, che si estende soprattutto nel Texas occidentale e in piccola parte nel Nuovo Messico. È una delle aree maggiormente interessate dall’opera di fracking, e ci sbaglieremmo a considerarlo un giacimento come un altro.

Oltre il 90% della crescita della produzione di greggio nell’ultimo decennio è dovuta agli Stati Uniti, e oggi sono sostanzialmente sei contee del Texas a trascinarla.

Il Permiano è il tassello fondamentale del previsto record a stelle e strisce di 12,76 milioni di barili al giorno, nel 2023: oltre 9 sono di olio di scisto, estratto per più della metà nel bacino in questione.

Ci sono valutazioni diverse su quanti barili rimangano nel sottosuolo, anche molto differenti, ma in ogni caso entro un range niente affatto illimitato. Se la società Enverus ne stima ancora 50 miliardi, un’altra sigla rinomata nel settore – G&R – parla di soli 20 miliardi, che al ritmo attuale di estrazione significano una decina d’anni o poco più di attività commerciale.

È questo il punto fondamentale su cui concentrarsi, non tanto se il Permiano sarà sfruttato ancora fino al 2035 o al 2050. Bisogna capire quanti di questi barili sono davvero commerciabili, dato che i terreni migliori sono stati già perforati e la produttività sta nettamente calando.

Usando dati di Novi Labs, altra società di analisi, sia il Wall Street Journal sia G&R hanno affermato che le aziende hanno semplicemente usato i siti migliori, e ora la produttività è scesa dell’8%. Scrivono da G&R che gli estrattori del bacino stanno “esaurendo in modo aggressivo il suo inventario di pozzi di alta qualità”.

Nulla di nuovo per chi è abituato alle storture prodotte dalla logica miope e a breve termine del capitale. È vero che grandi attori come Exxon e Chevron sembra stiano lavorando ad ulteriori innovazioni che aiutino nel mantenere i livelli produttivi attuali, ma la tecnologia non può fare miracoli (“creare” nuovo petrolio, insomma).

A G&R prevedono che il «picco di Hubbert» – ovvero il culmine oltre il quale la produzione non potrà che diminuire – arriverà verso la fine del 2024. Ma se anche fosse da spostare di qualche anno, il nodo rimane, siamo terribilmente vicini a quel punto (alcuni sostengono sia stato in realtà già sorpassato, nel complesso delle riserve petrolifere): come reagiranno, a Washington, al progressivo esaurimento della fonte di petrolio che li ha resi autonomi sul piano energetico?

L’unica soluzione sarebbe un investimento davvero massiccio nel passaggio alle rinnovabili, insieme ad un consistente cambiamento dei modelli di consumo. Ma nel paese del grande capitale per eccellenza è più probabile che prendano il sopravvento gli interessi di corto respiro delle compagnie petrolifere e dei giganti finanziari, e si sono già avuti segnali in questo senso.

Con grave danno per l’economia a stelle e strisce e un ulteriore esacerbarsi delle sue contraddizioni. Un’opportunità per chi vuole liberarsi dal suo giogo, ma anche un motivo ulteriore di tensione internazionale.

Fonte

12/09/2022

Indipendenza energetica ed altre panzane /3

di Alexik

Continua dal capitolo precedente.

Durante il mandato presidenziale di Barack Obama la produzione statunitense di petrolio passò dai 5,1 milioni di barili al giorno del gennaio 2010 agli 8,8 del gennaio 2016. Nello stesso periodo, la produzione statunitense di gas naturale crebbe da 3.000 a 17.000 miliardi di piedi cubi all’anno.

Un risultato che avrebbe avuto pesanti conseguenze oltre i confini degli Stati Uniti.
Come disse all’epoca Thomas Donilon, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Obama, “l’aumento della produzione energetica statunitense permette di ridurre la nostra vulnerabilità alle interruzioni di approvvigionamento nel mondo e (…) ci dà delle carte migliori per perseguire e per raggiungere i nostri obiettivi di sicurezza internazionale”.1

Energy weapons

Il primo paese a fare le spese di questo aumento della produzione energetica statunitense e delle sue conseguenze in termini di “ sicurezza internazionale” fu l’Iran.

Fino al 2011 le sanzioni delle amministrazioni USA contro Teheran, imposte formalmente per bloccare lo sviluppo del nucleare iraniano, si erano concentrate principalmente sul settore nucleare e militare più che su quello petrolifero.
Dal 1995 l’amministrazione Clinton aveva vietato alle società americane ogni transazione che riguardasse il petrolio iraniano, ma è con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e di Hillary Clinton alla Segreteria di Stato che si venne a determinare un salto di qualità, spostando l’asse principale delle misure punitive sugli idrocarburi e sulle banche (in particolare quelle utilizzate per i pagamenti delle esportazioni petrolifere iraniane), ed estendendo le sanzioni contro l’Iran a tutto il mondo.

Un salto di qualità che sarebbe stato più difficile se gli USA non avessero potuto contare sulla produzione interna di gas e petrolio di scisto, tale da ammortizzare gli esiti di una contrazione dell’offerta sui mercati internazionali.

Nel dicembre 2011 gli Stati Uniti imposero l’embargo internazionale sulle esportazioni di greggio iraniano2, seguiti pedissequamente dagli europei che decretarono un mese dopo il blocco totale dell’import di petrolio e gas da Teheran3.
L’embargo venne assicurato anche grazie alle sanzioni secondarie, quelle che colpiscono i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con il paese bersaglio, e che possono venir puniti con l’imposizione di multe pesanti o con l’esclusione dal mercato degli USA4.

È in questo modo, infatti, che gli Stati Uniti declinano il concetto di “indipendenza energetica” applicabile al resto del mondo.

Le esportazioni di petrolio iraniano in due anni vennero dimezzate a causa delle sanzioni, con conseguenze sulla popolazione del paese colpito, sul prezzo internazionale del petrolio e sulle economie importatrici5. Conseguenze che in parte toccarono anche agli Stati Uniti, dove l’aumento della produzione ancora non riusciva a soddisfare completamente il consumo interno.

Ma ormai il meccanismo era stato inaugurato, e andava solamente messo a punto dalle amministrazioni successive, che dimostrarono in maniera bipartisan una straordinaria continuità in merito allo sviluppo della produzione interna di idrocarburi ed al suo uso come “energy weapon”.

Donald Trump spinse ulteriormente avanti le trivelle, abrogando normative di protezione ambientale e tutelando il fracking a colpi di ordini esecutivi6. Sotto la sua amministrazione gli USA diventarono esportatori netti di idrocarburi, superando l’Arabia Saudita sui mercati internazionali del petrolio.7 

Per non essere da meno del suo predecessore, nel 2018 Trump scatenò contro l’Iran la politica della “massima pressione”, una nuova campagna punitiva che venne aperta dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano, rendendo esplicito come il vero obiettivo di Washington non fosse la minaccia nucleare ma la caduta del regime degli ayatollah8.

Le nuove sanzioni petrolifere, ancora più pesanti delle vecchie, determinarono un’altra impennata del prezzo del petrolio di cui però, questa volta, gli Stati Uniti poterono avvantaggiarsi grazie alla loro nuova condizione di esportatori netti9.

Le premesse per guadagnare dalla guerra dell’energia, dunque, erano state poste, ed è per questo che da allora la prospettiva di scatenarla agli USA non fa più paura.

Rileggendone la storia a distanza di qualche anno, le sanzioni contro l’Iran assumono le forme di una prova generale, di una sperimentazione, da parte degli Stati Uniti, di nuove inedite potenzialità offensive.

Una prova generale che preludeva all’uso dell’arma dell’energia nel contesto di un livello più alto dello scontro, che oggi vediamo dispiegarsi.

La resurrezione del GNL

Uno dei vari elementi di continuità che unisce trasversalmente le amministrazioni USA, repubblicane o democratiche che siano, è la tensione a dare profittevole sbocco sui mercati internazionali alla produzione degli Stati Uniti di gas naturale.

Abbiamo visto nella puntata precedente come Donald Trump abbia sfoderato tutte le sue innate capacità di persuasione affinché gli europei scegliessero volontariamente e liberamente fra l’alternativa di impiccarsi con i dazi e quella di comprare il suo gas naturale liquefatto (GNL).

Ma per creare un mercato del gas naturale liquefatto non basta la “persuasione”: ci vogliono, fra l’altro, infrastrutture e i capitali per costruirle. E i capitali si muovono in base a prospettive di profitto che non sempre il contesto garantisce.

Durante l’amministrazione Trump si sono moltiplicate le richieste di autorizzazione per la costruzione di nuovi terminal per l’export del GNL.

Fra queste, ventuno – ereditate da Biden – riguardano progetti ancora fermi, non solo perché in attesa della fine della procedura autorizzativa, ma perché in attesa di finanziatori10.

La scarsa propensione ad investire su questi impianti veniva motivata citando la volatilità del mercato del GNL (che mette in forse la remunerazione del capitale investito sul lungo termine); gli accordi internazionali sul clima; l’opposizione delle comunità locali; le oscillazioni del prezzo del gas, soprattutto dalla pandemia in poi.

O almeno, queste erano le problematiche prima della guerra in Ucraina.

Per gli stessi motivi, prima della guerra, nella vecchia Europa erano in forse diversi progetti per la costruzione di terminal di importazione di GNL.

Per esempio, nel settembre 2021, il progetto del Rostock LNG Terminal è stato annullato per “condizioni di mercato sfavorevoli”.11 

Nel novembre 2020, una società commerciale tedesca, citando la mancanza di interesse da parte degli acquirenti, aveva annunciato che stava rivalutando i suoi piani per costruire un nuovo terminal di importazione di GNL a Wilhelmshaven12.

Nel gennaio 2022 i tre terminali di importazione di GNL proposti dalla Germania, finalizzati alla ricezione del gas di scisto degli Stati Uniti, si trovavano ad affrontare ritardi a causa delle forti oscillazioni dei prezzi e, in generale, della continua incertezza sul futuro dei combustibili fossili13.

Dalla fine di febbraio la costruzione di questi impianti è tornata all’ordine del giorno.

La Germania ha appena programmato l’ormeggio di sei rigassificatori galleggianti14, che si aggiungono ai progetti per due Floating Storage and Regasification Units (FSRU) greche, per il Paldiski FSRU Terminal in Estonia, e per due rigassificatori olandesi (Gate LNG Terminal e Eemshaven FSRU). In Irlanda il terminal GNL di Shannon è in costruzione, mentre in Polonia viene allargato quello di Świnoujście. In Italia incombono nove progetti di cui le FSRU di Piombino e Ravenna sembrano i più imminenti.

Ci è voluta, insomma, la guerra per resuscitare le sorti delle esportazioni in Europa del GNL americano.

Ma, mentre il mercato resuscita, distruggendo col caro gas redditi proletari ed economie nazionali, si spalancano le porte su un’altra guerra.

L’altra guerra

“Il metano è il principale contributore alla formazione di ozono troposferico, un pericoloso inquinante la cui esposizione provoca 1 milione di morti premature ogni anno. Il metano è anche un potente gas serra. In un periodo di 20 anni è 80 volte più potente dell’anidride carbonica in termini di riscaldamento globale.
Il metano ha rappresentato circa il 30 per cento del riscaldamento globale dall’epoca preindustriale e sta proliferando più velocemente che in qualsiasi altro momento dall’inizio della registrazione negli anni ’80. Infatti, secondo i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, anche se le emissioni di anidride carbonica sono diminuite durante i blocchi legati alla pandemia del 2020, il metano atmosferico è aumentato vertiginosamente.
L’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C non può essere raggiunto senza ridurre le emissioni di metano del 40-45% entro il 2030. Una riduzione di questa entità eviterebbe quasi 0,3°C del riscaldamento entro il 2045 e integrerebbe gli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico a lungo termine”.
15

Fra le credenze più diffuse c’è quella che considera il metano come un combustibile di passaggio verso la riconversione ecologica dell’energia. Una panzana alimentata dalla decisione della Commissione Europea di inserire il gas naturale nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili che, sotto la spinta degli interessi legati agli idrocarburi, ha reso le infrastrutture del gas meta di investimenti “green”.

Per quanto completamente falso, questo assioma riecheggia in numerose campagne di greenwashing delle imprese dei combustibili fossili, compresi gli operatori del GNL.

Ora, intendiamoci: il metano (e in particolare quello incombusto) è devastante per il clima sia che venga trasportato tramite gasdotto sia via nave.

È devastante per il clima sia che arrivi dalla Russia, dall’Azerbaigian, dagli Stati Uniti, sia da qualsiasi altro luogo.

Sia che costi poco o molto.

Per questo ne va eliminato l’utilizzo a prescindere, come quello degli altri combustibili fossili, al di là di ogni considerazione economica o geopolitica.

Ma è anche vero che le particolari condizioni e tecniche di estrazione e di trasporto possono aumentarne la nocività e l’impatto ambientale. (Continua)

Note

  1. In: Michael Klare, Washington, game master Le Monde Diplomatique, giugno 2022, p.11. 

  2. Con poche eccezioni. Venne permesso solo a Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia di acquistare petrolio iraniano a un livello fisso. 

  3. Harvard Kennedy School, Belfer Center for Science and International Affairs, Sanctions Against Iran: A Guide to Targets, Terms, and Timetable, 2015, pp.60. 

  4. Marco Valsania, Sanzioni Usa a chi compra dall’Iran, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2012. 

  5. Il petrolio supera i 100 dollari al barile. Greggio alle stelle per le tensionicon l’Iran nel Golfo Persico, La Stampa, 03 Gennaio 2012. 

  6. Nadja Popovich, Livia Albeck-Ripka, Kendra Pierre-Louis, The Trump Administration Rolled Back More Than 100 Environmental Rules. Here’s the Full List, The New York Times, 20 gennaio 2021. Trump ha firmato un ordine esecutivo per tutelare il fracking in Pennsylvania, AGI, 31/10/20. 

  7. Riccardo Barlaam, Gli Usa di Trump superano i sauditi: primi al mondo per l’export di petrolio, Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2019. 

  8. Pompeo outlines ‘maximum pressure’ plan for Iran, Al Monitor, 21 maggio 2018. Annalisa Perteghella, Iran: tornano in vigore le prime sanzioni USA, Ispionline, 05 Agosto 2018 

  9. Gli impatti del barile in rialzo per le sanzioni Usa all’Iran, Quale Energia, 24 aprile 2019. 

  10. Global Energy Monitor, Gas Run Aground, marzo 2022, pp.35. 

  11. Global Energy Monitor, Europe Gas Tracker Report 2022, aprile 2022, pp.23. 

  12. Uniper to Reconsider Plans for LNG Terminal in Germany, Hydrocarbons Technology, November 9, 2020. 

  13. Vanessa Dezem and Anna Shiryaevskaya, German Natural Gas Import Terminal Delayed by Market Volatility, BNN Bloomberg, January 13, 2022. 

  14. Germania, arriva il sesto rigassificatore, Focus Energia, 2 settembre 2022. 

  15. Da: United Nations Environment Programme.

Fonte

01/08/2022

Costi energetici divergenti

di Guido Salerno Aletta

Per i conflitti economici e politici che animano il settore dell'energia, si guarda troppo spesso solo all'Europa, al gas che proviene dalla Russia o dal Qatar, al petrolio che viene dall'Arabia Saudita, ai percorsi alternativi che oggi si disegnano per diversificare le fonti di approvvigionamento.

È di queste ultime settimane la notizia della costituzione di un consorzio internazionale per lo sfruttamento di un nuovo grande giacimento scoperto da tempo in Algeria, ma che in passato non veniva considerato utile visto che l'Europa aveva già forniture ampiamente sufficienti provenienti dalla Russia.

Parimenti, dopo decine di anni di discussioni andate a vuoto, i rappresentanti di Nigeria, Niger ed Algeria si sono incontrati per definire la realizzazione del gasdotto che attraverserebbe il Sahara Meridionale che porterebbe in Europa il gas nigeriano.

Insomma, si tratta di fare nuovi investimenti, assai consistenti, sia nel primo che nel secondo caso: i risultati concreti si vedranno solo tra qualche anno, sulla base di contratti di fornitura di lungo periodo, con un orizzonte di almeno quindici o venti anni. È una alternativa, quella del maggior gas che proverrebbe dalla Nigeria e dall'Algeria, che mette fuori gioco l'idea di usare le navi metaniere per rifornirsi dal Qatar o dagli stessi Usa: i costi del trasporto via mare del gas liquefatto, per la costruzione delle infrastrutture di stoccaggio e poi per la rigassificazione sono assolutamente incomparabili rispetto a quelli del trasporto via gasdotto. E sono irrealizzabili, in un caso per ragioni geopolitiche e nell'altro per motivi tecnici ed economici, due gasdotti alternatici che portino in Europa il gas del Qatar o quello degli Usa. Tenuto conto del fatto che quest'ultimo viene prodotto con il sistema del fracking dei depositi di scisto, lo "shale gas".

Ed è di qui che bisogna ripartire: l'indipendenza energetica americana, il fatto che non sono più necessariamente importatori netti di energia, è stata una scelta assai travagliata e soprattutto costosa, che ha messo fuori mercato l'economia americana. In primo luogo va ricordato che da sempre gli Usa hanno fatto affidamento sul petrolio venezuelano: giacimenti enormi ma da cui si estrae un greggio di qualità assai complessa da raffinare e da trasportare. Non è un caso che il mercato petrolifero europeo faccia invece riferimento al Brent ed al petrolio arabo, molto più leggero.

Oltre ai gloriosi e storici giacimenti petroliferi del Texas e dell'area del Mississippi-Missouri, gli Stati Uniti avevano una alternativa immediata: farsi arrivare il petrolio dal Canada attraverso un gigantesco oleodotto, Keystone Pipeline, che avrebbe avuto come terminali le raffinerie a nord nell'Illinois ed a sud nel Texas. Ci sono state controversie incredibili, con stop and go continui, accuse incrociate di devastazioni ambientali, di passaggi inammissibili sui Territori dei Nativi, di incompatibilità con il sistema di raffinazione esistente.

La scelta americana è caduta così sullo sfruttamento dei bacini di scisto, enormi giacimenti nella regione degli Appalacchi, che erano sempre stati considerati non utilizzabili per l'alto costo di sfruttamento e la bassa produttività di ciascun pozzo: bisogna procedere con la fratturazione idraulica, iniettando nel terreno una miscela di acqua addizionata con solventi chimici, perforando la roccia in orizzontale. Il petrolio estratto in questa maniera viene a costare attorno ai 65 $ al barile: una enormità rispetto al costo di quello arabo.

Le conseguenze sistemiche di questa scelta americana a favore dello shale oil/gas sono state considerevoli: se l'indipendenza energetica che è stata così raggiunta ha ridotto i costi dell'import di gas e petrolio, dall'altra parte è aumentato il differenziale di costo per l'intera economia, che ha una elevata intensità energetica. Ipotizzando la concorrenza industriale con l'Europa, un prodotto fabbricato negli Usa ha un costo maggiore per il solo fatto che l'energia usata ha un costo superiore.

Dopo l'invasione della Ucraina da parte della Russia, l'Europa ha deciso di ridurre la propria dipendenza energetica da Mosca: non solo servono tempo e soldi, ma intanto il costo dell'energia è salito vertiginosamente.

A cinquant'anni esatti, si ripete il paradigma della Prima crisi energetica: "Niente più energia abbondante ed a prezzi abbordabili". Negli anni Settanta si avviò la destrutturazione del sistema produttivo europeo, per via del mutato rapporto tra costi dei manufatti e costi delle materie prime, a favore di queste ultime.

Aver aumentato i costi dell'energia non è stato un buon affare, prima negli Usa con lo shale oil/gas interno ed ora in Europa con le sanzioni alla Russia. È una scelta che avvantaggia chi non le impone, ad esempio Turchia, Cina ed India, e tutti gli altri Paesi che hanno giacimenti energetici come Iraq ed Iran.

Non solo per produrre, ma per muoversi, cucinare e riscaldarsi, l'energia è indispensabile: chi la paga troppo cara deve recuperare, tagliando salari e crescita.

Lo shale gas, troppo caro, è stata una scelta perdente.

Fonte

03/04/2020

Petrolio - L’oro nero è diventato un “cigno nero”

La guerra mondiale del petrolio è uno dei primi effetti delle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria determinate dalla contrazione dei consumi cinesi. La Repubblica Popolare negli ultimi dieci anni circa ha visto aumentare la quota di greggio consumata dalla propria economia dal 9% del 2008 al 13,7% del 2019 (rispetto al consumo mondiale).

È saltata la forma di governance allargata delle relazioni tra i maggiori produttori petroliferi che si era configurata con l’accordo tra Arabia Saudita e Russia di circa tre anni fa con l’avvio dell’OPEC PLUS e l’allargamento di fatto dello storico cartello petrolifero.

L’abbassamento drastico del prezzo del greggio sta avendo pesanti ricadute sugli attori “più deboli” dipendenti prevalentemente dalle fortune del mercato petrolifero, messi a dura prova anche dallo stress test pandemico: Algeria e Nigeria per l’Africa, Messico e Venezuela per l’America Latina, Iran ed Iraq per il Medio-Oriente e svariati stati del Golfo.

La dinamica ribassista sul prezzo del petrolio ha innescato il crollo delle maggiori piazze borsistiche e rischia di trascinare con il suo effetto domino tutta la finanza statunitense, essendo una quota consistente di azioni collegate allo scisto americano ormai considerate “titoli spazzatura” dalle maggiori agenzie di rating.

Questa dinamica rischia di invertire il trend affermatosi nel 2018 che aveva fatto divenire, da quell’anno, gli Stati Uniti il maggiore produttore di oro nero al mondo, fino a raggiungere recentemente una produzione di circa 13 milioni di barili al giorno.

Viene quindi minata l’indipendenza energetica e il profilo di “esportatore netto” confermato nella prima tranche di accordi con la Cina, dopo una lunga e logorante guerra dei dazi che ha preceduto di poco l’epidemia.

Conscia del pericolo, la lobby petrolifera degli Stati Uniti ha fatto pressione sull’attuale amministrazione, che non ha ancora predisposto nessuna misura particolare per il settore nel suo pacchetto da 2mila miliardi di dollari di “salvataggio” dell’economia.

Mike Pence, a latere del G20 tenutosi la scorsa settimana ha fatto pressioni sul principe saudita “MBS” – di fatto a capo del Regno – affinché colga l’attimo (“rise the occasion”) e stabilizzi i prezzi dell’oro nero.

Il falco dell’amministrazione Trump gli ha di fatto chiesto di fare marcia indietro rispetto alla sfida lanciata alla Russia, con il drastico abbassamento del prezzo e il contemporaneo aumento esponenziale della produzione per inondare i mercati già in contrazione con il greggio saudita.

All’oggi non è chiaro se tale opera di convincimento sortirà effetti positivi, e gli esperti sono profondamente divisi rispetto alla politica che attueranno i sauditi.

È comunque chiaro che rapporti tra i due storici alleati si complicano.

Il perseguire di questa politica da parte dell’Arabia Saudita potrebbe ulteriormente far precipitare la situazione, o come ha dichiarato il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Faith Birol al settimanale francese “les Echos”: «i cittadini del mondo si ricorderanno che le grandi potenze che avevano il potere di stabilizzare l’economia di numerosi paesi in un periodo di pandemia senza precedenti hanno deciso di non esercitarlo. La storia li giudicherà».

Il conflitto tra USA e Russia sul fronte degli idrocarburi in questi anni si era articolato con lo scontro su Nord-Stream 2 e i rapporti con il Venezuela. La posizione di relativa forza della Russia ora è data dal fatto che il Paese si era avvantaggiato dell’accordo pregresso con l’Arabia Saudita – che aveva portato ad un innalzamento del prezzo del greggio contestuale al taglio concordato delle quote di produzione – per alimentare il proprio fondo che ammonta a 150 miliardi di dollari, di cui 137 giunti in questi anni di prezzi relativamente stabili.

Un tesoretto in riserve valutarie estere che potrebbe permettergli di reggere a “dieci anni” del prezzo attuale dilapidando le proprie risorse, svalutando il rublo e forse costringendo ad una ridimensionamento i “progetti nazionali” di Putin. Gli idrocarburi infatti costituiscono ancora circa il 40% del budget russo.

Anche recentemente la Russia ha ribadito, nel picco dello scontro USA-Venezuela, il proprio appoggio a Maduro.

Rosneft ha terminato le proprie operazioni e ha venduto i suoi asset delle compartecipate venezuelane in joint venture con la PDVSA (Petromagas, Petromiranda, Petroperija, Boqueron, Petrovictoria) direttamente al Cremlino per “sterilizzare” le possibili sanzioni statunitensi e rassicurare i propri maggiori azionisti di minoranza come la BP ed il Fondo Sovrano del Qatar.

Con questa mossa ha ribadito supporto al governo venezuelano e tutelato anche i propri asset considerando le grandi potenzialità di queste aziende in Venezuela.

La Russia ha di fatto complicato la guerra sporca che Washington sta facendo alla rivoluzione bolivariana.

Dal canto suo l’Arabia Saudita gode di una notevole quantità di riserve monetarie (Riad dispone di un fondo di più di 500 miliardi di dollari) ed ha varato un pacchetto di misure per fronteggiare le conseguenze del Covid-19 che ha raddoppiato il suo debito a circa il 50% del PIL, senza liquidare però alcun asset e senza attingere alle proprie riserve monetarie.

*****

Venerdì 27 marzo il prezzo del petrolio era 22,8 dollari al barile (20,8 euro), contro i 68 di inizio gennaio.

Se si vuole avere una idea del gap tra il prezzo attuale e il picco degli ultimi anni bisogna ricordare che il 24 luglio del 2014 era di 113,2 dollari al barile.

La guerra dei prezzi scatenata dall’Arabia Saudita dopo il fallimento del vertice OPEC PLUS a marzo con il rifiuto dei tagli alla produzione che il regno saudita voleva imporre alla Russia, è stata una delle ragioni del precipitare dei mercati finanziari.

In una situazione di drastico abbassamento dei valori dei titoli borsistici le azioni delle aziende del settore energetico negli Stati Uniti si sono abbassati del 20% rispetto allo S&P500 che aveva conosciuto una non proprio brillante prestazione.

Se si tiene conto dell’alto valore di indebitamento delle compagnie energetiche legate al petrolio e al gas di scisto, e alle pesanti conseguenze per la sua filiera in alcuni degli Stati dell'Unione, Texas, Nord Dakota e Pennsylvania, la situazione appare in tutta la sua criticità.

Titoli legati allo shale e i veicoli finanziari collegati ai mutui ipotecari – gli MBS – sono infatti il tallone d’Achille della finanza USA.

Diamo un quadro organico di ciò che comporta l’attuale situazione per gli Stati Uniti, il più debole dei tre competitor.

Lo shale gas and oil ha il suo “centro” d’estrazione in Texas, uno Stato la cui economia è pari a 1,8 miliardi di dollari.

Qui la produzione di scisto è quadruplicata negli ultimi dieci anni, ed è il 42% della produzione totale di greggio degli Stati Uniti.

Il Permian Basin è stato il centro di questa nuova corsa all’“oro nero”.

La produzione di scisto si è “impennata” a partire dal 2011 ed è diventata il vettore dell’incremento della produzione statunitense, alimentando i sogni di Trump di una America di Nuovo Grande, come recitava il suo slogan per le precedenti presidenziali.

Sebben il Texas sia uno Stato dall’economia diversificata: dall’industria della salute, ai trasporti, all’industria tecnologica, è il petrolio che contribuisce per più della metà al suo budget. Le tasse legate all’industria petrolifera alimentano il suo “rainy-day fund” che ne costituisce le riserve strategiche. Ogni variazione del prezzo incide sul suo budget, le cui spese erano state calcolate nei suoi piani ad ottobre su un valore ipotetico del greggio pari a 58 dollari al barile, circa il doppio dell’attuale prezzo di listino.

La pandemia sta minando la filiera produttiva degli idro-carburi ed i settori ad esso legati con una impennata nelle richieste dei benefits per la disoccupazione da parte dei texani pari ora a 155 mila dollari, aumentati di 9 volte rispetto alle settimane precedenti, un “mai visto” negli ultimi 30 anni.

La soglia di profittabilità minima per l’estrazione per il petrolio da scisto secondo la FRB di Dallas si assesterebbe attorno ai 49 dollari al barile.

La stessa banca ha calcolato che con un prezzo attorno ai 40 dollari, 2/5 degli operatori risulterebbero insolventi.

Tutte le maggiori compagnie hanno tagliato drasticamente i propri piani di spesa, compreso il colosso Chevron, con 2 miliardi di spese in meno.

Quella che David Sheppard del “Financial Times” ha definito la più grande crisi da 100 anni dell’industria petrolifera globale, ha dirette conseguenze nella finanza USA, oltre che su tutti gli attori globali con la BT che ha perso il 50% del suo valore quest’anno, ritornando ai livelli del 1995 o la ExxonMobil che ha perso negli ultimi 6 anni il 70% del suo valore di mercato.

Per dare una idea dell’entità della crisi bisogna ricordare che dei 936 miliardi di dollari di titoli energetici della borsa statunitense, le agenzie di valutazione finanziaria hanno attributo una tripla B – cioè l’equivalente di “titoli spazzatura” – a 175 miliardi di essi, rivedendo il proprio giudizio dopo il primo crollo borsistico.

Dopo la crisi del 2008 un costo del denaro relativamente basso, l’alto prezzo del greggio e la mancanza di una legislazione che regolasse il fracking, hanno reso profittevole l’estrazione dello scisto, permettendo alle compagnie di indebitarsi e procedere a sempre maggiori volumi di estrazione, diventando uno dei settori che catalizzavano gli investimenti finanziari.

Trump ci ha messo “l’asso” vedendone uno dei suoi strumenti di affermazione geo-politica, cercando di tagliare le gambe soprattutto a Venezuela ed Iran al centro di un combinato disposto di sanzioni economiche e di tentativi di “regime change” ed “infastidendo” la Russia.

Ma la doccia fredda della guerra dei prezzi, insieme alla tendenza a “liberarsi” degli asset di azioni di aziende da parte degli investitori a livello complessivo, sta trascinando con sé l’intero settore, ed i sogni di grandezza dell’amministrazione USA.

Come ha detto un esperto del settore: «la crescita dello shale ha aiutato a portare gli USA fuori dalla grande recessione, ma può farla diventare la vittima della crack scatenato dal Covid-19».

È la fine di un mondo in cui l’oro nero per gli Stati Uniti si trasforma nel suo contrario e contribuisce a seppellire la sua egemonia.

Fonte

17/03/2020

La crisi economica Usa: uno stormo di cigni neri all’orizzonte

Gli Stati Uniti stanno affrontando in prospettiva la più grande crisi economica mai vista, forse superiore anche a quella del 1929. Le dinamiche legate all’apertura alla guerra mondiale del petrolio tra Arabia Saudita, Russia e USA avevano guidato l’ondata “ribassista” sulle piazze di tutto il mondo già da lunedì, innescando una dinamica che prima o poi si sarebbe verificata a causa delle conseguenze del Covid-19 sull’economia mondiale.

Un punto di criticità notevole per gli Stati Uniti, primo produttore mondiale di greggio, con petrolio e gas di scisto che già ora hanno un costo di produzione notevolmente superiore all’attuale quotazione, probabilmente destinata a scendere ulteriormente. Ieri sera a Wall Street la qualità Brent ha chiuso a 29,52 dollari.

Il drastico abbassamento dei prezzi non interessa solo il settore produttivo dell’oil and gas statunitense, ma l’intera filiera finanziaria ad esso collegata, tenendo conto che questa branca era diventata un forte vettore di investimento finanziario grazie al pesante indebitamento delle compagnie energetiche, che ne “drogava” la competitività.

Questo inaspettato test “anti-doping” rischia di far crollare il castello di carte – se Russia ed Arabia Saudita persistessero con la loro politica dei prezzi stracciati – da cui potrebbe probabilmente uscire rafforzata la partnership strategica cino-russa sul fronte dell’energia, e molto ridimensionati i progetti sauditi in tutti i campi.

I fattori di forte criticità evidenziati in questa settimana di passione del mercato finanziario statunitense sono stati principalmente tre.

Gli MBS – cioè i prodotti di investimento fondati su mutui ipotecari – sono entrati in forte sofferenza, nonostante l’abbassamento dei tassi da parte della FED (ora addirittura azzerati) e l’immissione di liquidità straordinaria, e i tassi medi sui mutui sono aumentati dal 3,55% al 4,2%, cioè il valore più alto dal giugno del 2019.

Come ha commentato un analista citato in un recente intervento del Financial Times: «lo sviluppo è frustrante per la FED, perché significa che le riduzioni nella sua politica sui tassi non si traduco più in interessi più bassi sui mutui».

Tradotto: il denaro costa meno, viene pompato in abbondanza nel sistema finanziario, ma i tassi dei mutui aumentano e i pacchetti ad esso collegati annaspano.

Questa preoccupazione, tra gli esperti finanziari, non è dovuta ad una strana forma di filantropia nei confronti dei detentori di mutui ipotecari, ma dal fatto che i prodotti della finanza derivata dai mutui ipotecari – cioè gli MBS – sono tra i più importanti asset finanziari dopo i buoni del tesoro statunitensi anch’essi in sofferenza.

Gli operatori di borsa affermano che la liquidità nel mercato azionario dei mutui si sta prosciugando.

I big della finanza, come Pimco, stanno suggerendo alla FED di acquistare assets, cioè quote azionarie, compresi gli MBS per cercare di “stabilizzare” il mercato.

Non è peregrino pensare che, visti gli attuali chiari di luna, sempre più persone non saranno in grado di pagare i mutui contratti negli Stati Uniti, di fatto creando una dinamica simile a quella dei subprime nel 2007-2008, sia per ciò che concerne una possibile impennata della vulnerabilità abitativa, sia – ed è quello che più preme agli squali della finanza – per ciò che concerne i prodotti della finanza derivata ad essa collegati.

La soluzione è stata per ora l’acquisto massiccio di titoli finanziari da parte della FED; roba che probabilmente si rivelerà presto spazzatura.

Il secondo fattore di criticità, in realtà il primo, visto il ruolo degli USA come catalizzatore di investimenti anche della zona euro, riguarda i titoli di Stato USA, che perdono valore perché non vengono acquistati sul mercato.

La FED sta procedendo al ri-acquisto, ma la tendenza non sembra invertirsi.

Come hanno dichiarato gli analisti di Bank of America al “FT”: «il mercato degli US treasuries è il fondamento per tutti gli altri mercati finanziari. È un mercato con il tasso d’investimento più sicuro al mondo e autorizza il governo degli Stati Uniti a finanziarsi».

Ma il mercato è particolarmente in sofferenza sui Treasury a 10 anni (tradotto: gli investitori non sono sicurissimi che da qui ad allora la situazione sarà ancora positiva per gli Usa).

Anche qui la FED sta intervenendo, perché il pericolo reale è che l’abbassamento drastico del loro valore ne comprometta il ruolo di catalizzatore di investimenti internazionali – gli investitori della zona Euro hanno superato la Cina in sottoscrittori di titoli di Stato nord-americani – e quindi minare la possibilità degli States di alimentare il proprio gigantesco debito pubblico e la credibilità del dollaro.

Veniamo al terzo fattore di criticità, forse il più importante per le ripercussioni sull’economia reale statunitense.

Le aziende statunitensi si finanziano prevalentemente sul mercato azionario; se questo canale viene meno, o si riduce, s’inceppa l’economia reale.

Se una parte dei bond emessi dalle aziende per finanziarsi non trova un acquirente, il finanziamento è insufficiente; ed è ciò che sta avvenendo.

Se poi, a causa della competizione internazionale, le sofferenze aumentano per aziende strategiche che devono fortemente indebitarsi e sono connesse ai grandi player bancari, la situazione diventa critica e apre la strada al fallimento e/o al salvataggio da parte dello Stato.

Boeing è una di queste, con una dozzina di banche di altissimo livello che gli hanno accordato un prestito.

Cosa sta avvenendo? Che le aziende stanno “impilando” le proprie riserve valutarie, chi le ha, come exit strategy per sfuggire al rischio di non potersi poi finanziare sul mercato.

I dollari rimangono per così dire “in pancia” alle companies, e non circolano, di fatto provocando un effetto volano sulla sfiducia nei mercati.

Non proprio un fatto secondario, per un sistema che ha fatto della finanza l’alfa e l’omega della sua natura.

Ora, se i tagli della FED al costo del denaro, la sua massiccia immissione di liquidità – a botte di 500 miliardi al giorno da qui a metà Aprile – e le sue operazioni “non convenzionali”, ecc, non invertono la tendenza, vuol dire che gli stimoli anti-ciclici hanno perso la loro efficacia e che, come ha detto il managing director di Credit Suisse, Zoltan Poznar: «il Quantitative Easing non è un vaccino per questa brusca fermata».

Le indicazioni provenienti da uno dei vecchi capi della FED a gennaio, Ben Bernanke, e a febbraio dall’attuale capo, Jerome Powell, erano state chiare: non dispongono di strumenti per la recessione, per questo downturn in particolare.

Ed i fatti stanno dando ragione alle previsioni più cupe.

Quindi il limite non sta nella rapidità di intervento, o nella sua tipologia, ma nell'impossibilità di affrontare con efficacia il problema.

Già a inizio marzo, mentre si apprestava a tagliare i tassi, Powell aveva affermato: «per noi ciò che conta veramente non è l’epidemiologia, ma il rischio per l’economia; così abbiamo visto un rischio per l’economia e scegliamo di intervenire».

Non proprio un intervento risolutivo, visto che la scorsa settimana la borsa statunitense ha conosciuto la sua quarta prestazione negativa in assoluto in tutta la propria storia, e per una performance più negativa bisogna ritornare al 19 ottobre del 1987 in cui Wall Street perse più del 23%.

Una giorno nero con circa un 10% delle perdite, quello del 12 marzo, di poco inferiore ai periodi più bui della crisi del ’29. Ma superato drammaticamente ieri, col Dow Jones sotto del 13%.

Alla faccia della teoria della “mano invisibile”! Ormai non si contano più le richieste disperate di un intervento dello Stato nell’economia, anche perché – come ammettono candidamente alcuni “esperti” – nessuno ha dei modelli matematici pronti per la situazione che si è venuta a creare.

La bancarotta della scienza economica borghese accompagna quella del sistema economico, senza troppe sfumature.

Concludiamo con le parole di Rara Foroohar, dalle colonne del Financial Times – non esattamente un quotidiano comunista – che conclude così il suo articolo “How coronavirus became a corporate credit run”, passando in rassegna la gravità del momento e l’inefficacia delle politiche fin qui adottate: «ciò di cui c’è bisogno è qualcosa di più simile ad un programma di stimolo fiscale di guerra, in cui il governo sostituisce la domanda di consumo persa, idealmente con un più grande programma di spesa di salute pubblica».

E questa è una proposta che coincide nei suoi tratti essenziali con quella formulata da un senatore socialista che aspira a sfidare Trump alla Casa Bianca. Magari non vince, ma la questine è di nuovo aperta.

La forza della dialettica storica...

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15/03/2020

USA - “This is the end”, il giocattolo si è rotto

L’emergenza del Covid-19 è un potente moltiplicatore delle criticità che soggiacciono ad un sistema che rischia di entrare in agonia, sancendo il declino di un Paese che ha imposto la propria egemonia dopo il 1989.

Due aspetti ci sembrano particolarmente rilevanti: la crisi del modello economico e quello del modello sociale praticamente contemporanee.

Il primo aspetto di questa crisi strutturale è il feedback di una guerra mondiale del petrolio innestata dagli effetti economici del Coronavirus, sullo sfondo di una già feroce competizione internazionale e di un acuito scontro inter-imperialistico

Il secondo aspetto è la conseguenza diretta del virus stesso su una società che non ha prodotto ancora gli anticorpi per reggere e superare la pandemia, tanti sono i limiti che si sono fin qui evidenziati nell’affrontarla ed il gap esistente tra dimensione del problema e scelte effettuate.

A tenere "saldo" il timone in questa tempesta c’è Donald Trump, cioè un bugiardo patologico – The Washington Post ne ha contate 16.241, dall’inizio della sua presidenza – figlio di quella classe politico-economica delle “porte girevoli”, più incline a costruire narrazioni, e poi a smentirle, che a trovare soluzioni a problemi, sempre pronta ad accontentare il complesso militare-industriale e l’establishment economico.

Che questo avvenga nell’anno delle elezioni presidenziali, in cui ancora in corsa per le primarie democratiche c’è un "socialista" dichiarato, cioè l’unico teoricamente in grado di proporre soluzioni sensate per fare uscire il Paese dal baratro in cui si sta cacciando, non è un particolare di poco conto. Così come non è insignificante che il suo competitor sia un mediocre politico centrista, Biden, ripescato dall’establishment democratico come ultima ancora di salvezza nella propria guerra contro Sanders.

Uno che, in caso diventasse presidente, ha dichiarato una settimana fa, porrebbe il veto sull’assistenza medica gratuita ed universale proposta dal senatore del Vermont.

Altro dato: Trump è il one man show senza sfidanti delle primarie repubblicane, i quali non hanno quindi un piano B, se la fiducia nell’attuale Presidente fosse compromessa.

La potremmo chiamare la “tempesta perfetta” su un sistema che, a causa dello stress test cui è sottoposto, rischia di essere triturato; e chissà cosa tireranno fuori dal cappello per distogliere l’attenzione da questa doppia pietra d’inciampo.

Diciamo che la chiusura di un mese dei collegamenti passeggeri con l’UE è un colpo di teatro non da poco...

La variabilefinanziaria

L’ennesimo crack borsistico consumato giovedì, al pari delle ancora peggiori performace delle borse occidentali, è una spia che i provvedimenti di politica economica intrapresi o prefigurati – che siano l’ulteriore taglio dei tassi da parte della FED, il pompaggio di liquidità per impedire il blocco dei prestiti inter-bancari, le promesse di salvataggio ed una politica fiscale destinata a tagliare quei 700 miliardi di dollari che alimentano la Social Security – non hanno minimamente tranquillizzato i mercati.

Qualcosa si è rotto, il giocattolo si è inceppato, e la coazione a ripetere di queste scelte, reiterate negli anni, si è trasformata in un circolo vizioso, una spirale senza sbocchi; anche perché è la finanza che traina l’apparato produttivo statunitense, in una relazione di reciprocità per cui, se la "carta" finanziaria perde il suo già labile ancoraggio all’economia reale, tutto salta in aria. Come sta avvenendo con petrolio e gas di scisto.

Il settore automobilistico, per esempio, come ha dimostrato una recente inchiesta del Financial Times, è il più esposto in questa dinamica. E rischia di non potersi più “finanziare sul mercato” perchè la bolla, semplicemente, scoppia.

Questa volta, probabilmente con effetti più devastanti che in passato, vista la sua dimensione – 253.000 miliardi di dollari nel terzo trimestre dello scorso anno – e la sua natura. Il valore finanziario delle azioni che fino a tempo fa erano considerate “much riskier company”, cioè un investimento particolarmente rischioso, è una percentuale altissima del totale; la quota di corporate bond ad alto rischio che si rinnovano nei prossimi 5 anni è del 40% e secondo Ruchir Sharma, CGS di Morgan Stanley, «1/6 delle azioni delle compagnie quotate in borsa non guadagna abbastanza cash flow per coprire gli interessi sul debito».

I nodi vengono al pettine e non solo per gli Stati Uniti, come dimostra il crollo delle borse europee ed asiatiche.

Partiamo dal petrolio e dal gas di scisto, una gigantesca, folle, scommessa da tutti i punti di vista – da quello economico a quello ambientale – di difficile sostenibilità, se non attraverso un indebitamento già in sofferenza in precedenza, senza alcuna proporzione tra il rendimento effettivo e l’investimento finanziario: 250 miliardi di dollari di investimento dopo la crisi del 2008 sono stati implicati nei debiti dei produttori americani indipendenti.

Sono 110 i miliardi di dollari in bond delle compagnie energetiche, una cifra che dà la misura di come il petrolio e il gas di scisto siano stati più veicolo di investimento finanziario che di vera e propria rendita economica per le aziende.

Le compagnie hanno puntato sulla riduzione dei costi come sull’aumento dei volumi, ma ancora di più sull’indebitamento.

Gli Usa lo scorso anno sono diventati – sì – il più grande produttore di petrolio al mondo, ma al prezzo di un indebitamento stratosferico.

Il costo di produzione dello shale oil si aggira attorno ai 50 dollari al barile – la qualità di greggio WI oscillava, prima del tonfo, tra il 53 e i 63 dollari al barile – mente la Russia, per produrre un barile del suo greggio, spende circa 20 dollari e l’Arabia Saudita appena 2,8.

Un differenziale abissale!

Si può immaginare l’effetto a catena che provoca la quotazione attuale del greggio attorno ai 30 dollari, e potrebbe anche scendere fino a metà del costo di produzione del petrolio da scisto.

Già nel terzo trimestre ben 32 compagnie energetiche avevano dichiarato fallimento.

In realtà, i punti di deboli di questo castello di carte sono aumentati: le compagnie che hanno implicazioni negative nelle cancellazioni dei viaggi, quelle con le supply chain spezzate e quelle legate alle spese discrezionali del consumatore secondo il “FT”.

In tutto questo anche i tradizionali “beni rifugio” alla fine perdono di valore. I treasuries – buoni del tesoro statunitensi a trent’anni – sono arrivati allo 0,88%, sfondando in negativo la soglia psicologica dell’1%.

Si comprende cosa significa per un investitore che cerca alti rendimenti, come l’orco della fiaba cerca carne umana, accontentarsi di queste magre cifre, tenendo conto del feedback negativo per tutti quegli investitori dell’“euro-zona” che in quest’anno sono diventati i maggiori sottoscrittori del debito pubblico americano, grazie al “costo zero” del denaro nella UE, dovuto al quantitave easing e ai rendimenti negativi offerti da alcuni titoli europei similari, come i Bund tedeschi.

Questa massa enorme di ricchezza fittizia si deprezza, con ricadute disastrose sull’economia reale.

L’emergenza della pandemia sta mostrando tutti i limiti di un modello sociale che derubrica la salute dei cittadini a mera speculazione economica.

Tutti i reportage delle migliori testate giornalistiche statunitensi sull’argomento sono agghiaccianti e ci raccontano un Paese allo sfascio, nel tutelare la salute dei propri cittadini.

Prima c’è stata la pervicace negazione del potenziale pericolo e la riduzione in silenzio degli esperti scientifici statunitensi che dicevano il contrario, fino all’ultima sparata trumpiana del “foreign virus” in cui ha effettuato una inversione a U rispetto alle precedenti narrazioni.

Nel frattempo, sostanzialmente non si effettuavano i test, non permettendo di fatto alcun monitoraggio del contagio; il che implica non poterlo tracciare nella sua evoluzione e non potere abbozzare alcuna iniziativa di contrasto.

Ma un mix di cattiva informazione, pessima organizzazione e “resistenza” degli apparati medici privati, ha fatto danni incalcolabili e ha rallentato la messa a punto di una massa sufficiente di analisi, dimostrando che “il privato” non è poi così convertibile alle necessità del pubblico.

Le misure per impedire la diffusione del virus sono state quindi vaghe, tardive e in alcuni casi devastanti, come nel caso dell’improvvisa chiusura dei campus universitari, senza però farsi carico del destino degli studenti – tra l’altro oberati di debiti – che hanno nell’università tutta la loro vita: dormitorio, mensa, altre svariate attività.

Una studentessa ha paragonato il provvedimento ad uno “sfratto”: «Harvard si aspetta che torniamo a casa, ma casa per molti di noi è il campus», soprattutto per gli studenti a basso reddito o quelli provenienti dall’estero, che devono seguire le lezioni per questioni burocratiche legate al loro status giuridico negli States.

Non parliamo poi della totale mancanza di rispetto verso il personale ospedaliero o delle case di cura a diretto contatto con i malati. Non sorprendentemente, uno dei primi “focolai” individuati, e che ha fatto una strage, è un centro per gli anziani.

Il vaccino, la cui individuazione è affidata ai grandi gruppi farmaceutici privati è un altro aspetto inquietante, e rischia di essere solo un lucrosissimo affare per questa parte del big business.

Incominciano così ad essere approvate, a livello di singolo Stato, misure di contenimento molto blande, ma neanche lontanamente paragonabili a quelle predisposte dalla Cina, a parte la “containment area” con un raggio di un miglio ai bordi di New York, dove – a New Rochelle – è stata fatta intervenire la Guardia Nazionale, il cui governatore Cuomo – non senza difficoltà – aspira a fare in una settimana 1.000 test al giorno.

Finora Washington, California e New York sono solo alcuni degli Stati in cui sono stati individuati “focolari”.

Ma, come ha scritto in un'inchiesta il New York Times, «per ora sembra che una larga maggioranza dei newyorkesi, che hanno contratto il virus, con ogni probabilità non l’hanno saputo durante la loro malattia, perché i test effettuati erano limitati».

Quello che stanno affrontando gli Stati Uniti è un passaggio storico nodale che determinerà un “prima” ed un “dopo”, allo stesso modo della Guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, la guerra civile propriamente detta ed i due conflitti bellici del secolo scorso.

È durata poco l’egemonia statunitense nel mondo, un trentennio, prima di fare i conti con il modello di società che ha costruito, la finanza che ha creato e le relazioni internazionali che ha intessuto.

This is the end of laughter and soft lies, cantava Jim Morrison in una canzone profetica.

Fonte

12/03/2020

È iniziata la guerra mondiale del petrolio

All’apertura delle borse asiatiche lunedì il prezzo del brent ha bruciato massicciamente in pochi secondi il suo valore passando dai 45 dollari al barile ai 31,45, un calo storicamente inedito che si somma a quello del 9% di venerdì. Da lì in poi il prezzo ha fisiologicamente oscillato un po’ al di sopra di quella quota, in media intorno ai 33-36 dollari; ossia il 20-25% in meno.

Trascinate dalla dinamica “ribassista” del prezzo del greggio e dalle conseguenze economiche di ciò che l’OMS ormai definisce pandemia, tutte le borse hanno continuato a perdere, stabilendo record negativi che rimandano alle performance peggiori del 2008.

Il “cigno nero” ha fatto la sua funesta apparizione sulle piazze di tutto il mondo, quindi, travolte dalla guerra del petrolio iniziata nella seconda metà della settimana scorsa, con il mancato accordo in sede OPEC PLUS tra Arabia Saudita, Paese OPEC, e Russia che, insieme ad un’altra decina di Paesi, aveva integrato l’alleanza “allargata” tra il cartello petrolifero ed altri attori.

Un ambito che ha di fatto retto solo tre anni, garantendo la relativa stabilità del greggio tra i 60 e i 70 dollari al barile, sullo sfondo della competizione con gli Stati Uniti divenuti, grazie al petrolio di scisto, il primo produttore di oro nero al mondo. Cosa che ha loro garantito – nonostante il costo elevato di questa tipologia d’estrazione – un output di 12 milioni di barili al giorno.

«Dal 1° aprile non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’OPEC né per i paesi non OPEC», ha dichiarato il ministro russo all’energia Alexander Novak abbandonando il vertice a Vienna la scorsa settimana.

L’OPEC aveva messo con le spalle al muro la Russia giovedì, approvando nuovi tagli produttivi di 1,5 milioni di barili al giorno, di cui un terzo a carico degli alleati esterni, l’OPEC PLUS appunto.

Quantità ed estensione temporale della misura, inizialmente previste per il secondo trimestre, sono state allargate a tutto l’anno dopo la conclusione della riunione.

Un taglio record del 4% dell’offerta globale di greggio, superiore in termini percentuali a quello effettuato a fine 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers.

Di fronte al fatto compiuto la Russia ha esclamato il suo niet.

Non c’è più quindi alcuno organismo di governance allargata condivisa per ora ed i tre maggiori global player USA, Arabia Saudita e Russia stanno andando ad una guerra senza esclusione di colpi con gli evidenti riflessi geo-politici del caso.

La situazione che si sta prefigurando è simile, per certi versi, a quella dell’inizio degli anni Trenta del secolo scorso: domanda in forte calo (causa Coronavirus, serve meno energia per tutti i tipi di attività), eccesso di offerta da parte dei produttori petroliferi e prezzi stracciati, con un feedback negativo sulle dinamiche economiche complessive.

L’Arabia Saudita ha deciso infatti – dopo il fallimento del vertice OPEC PLUS – di abbassare drasticamente il prezzo di vendita applicando sconti inediti per le forniture future ai suoi clienti ed allo stesso tempo di aumentare a dismisura il suo output, fino a raggiungere la quota di 12 milioni di barili al giorno.

Questo vuol dire letteralmente inondare il mercato con petrolio a prezzi irrisori, per annichilire i propri competitor; e avrà probabilmente come conseguenza il ridimensionamento dei faraonici progetti economici dei sauditi e dell’impegno nella guerra in Yemen.

Non a caso in questi giorni il principe “MBS” – Mohammed Bin Salman, responsabile dichiarato dell’assassinio del giornalista dissidente Kamal Khashoggi, a Istanbul – sta accelerando la sua “verticale del potere” procedendo ad una epurazione dei possibili rivali nella cerchia di potere saudita, per guidare questa fase che sottoporrà a stress notevole un sistema politico-economico che ha già mostrato le sue fragilità. Sia perché non è riuscito a realizzare i suoi obiettivi in politica estera, sia perché si è scoperto vulnerabile al suo interno, specie nella struttura petrolifera.

Una strategia non nuova, che nel 2015 aveva registrato un clamoroso insuccesso nei confronti degli Stati Uniti – lanciati dall’anno prima nel petrolio di scisto, grazie agli alti prezzi del greggio. Una strategia che aveva portato il prezzo del petrolio a meno di 30 dollari al barile pensando di spingere verso il tracollo l’industria petrolifera statunitense; che invece ha retto.

Il frutto di quel fallimento era stata l’alleanza con la Russia, che nel novembre dello stesso anno aveva restituito all’OPEC la massa critica necessaria a regolare l’offerta di petrolio, con tagli e quote da rispettare e una riduzione draconiana condivisa che avevano portato l’anno successivo il prezzo al barile a 65 dollari.

Come ha detto il ministro iraniano Bijan Zanganeh: «Non c’è nessuno piano B. Se i Paesi non accettano l’accordo, allora non c’è nessun accordo» e la speranza di vederli presto seduti allo stesso tavolo negoziale appare piuttosto irrisoria.

Mikaïl Leontiev, porta-voce di Rosneft, ha dichiarato a Ria Novosti che l’accettazione delle condizioni imposte dai sauditi avrebbero: «lasciato spazio agli scisti americani a prezzi elevati, per rendere la loro industria redditizia», qualificando come “masochistica” una eventuale scelta in tal senso per la Russia.

La Russia è disponibile a svuotare i 150 miliardi di dollari del suo fondo sovrano pur di poter “tenere” in piedi la propria economia anche con un prezzo del greggio intorno ai 25/30 dollari per 6-10 anni.

È stato infatti sospeso il provvedimento che impone alla banca centrale russa di comprare valute straniere per sostenere il rublo in periodi di ribasso del costo del petrolio, considerando “neutro” un prezzo intorno a 42,5 dollari al barile.

In questa guerra di logoramento, il fine della Russia è chiaro e consiste nel fermare i produttori americani, reagendo alle ritorsioni Usa contro l’oloedotto North Stream 2, che collega la Russia alla Germania attraverso il Paesi Baltici.

È chiaro che a rimetterci sono soprattutto i paesi produttori “minori”, già in difficoltà, le cui entrate dipendono in gran parte dall’esportazione petrolifera, come Venezuela ed Iran, entrambe al centro di un combinato disposto di politiche aggressive made in USA a tutto campo; ma anche altri Paesi, come l’Algeria fortemente dipendente dal prezzo del greggio, o la Nigeria, che è una delle prime economie africane e con grandi ambizioni continentali.

Senza dimenticare Paesi attraversati da gravi scontri politico-religiosi come l’Iraq o da una vera e propria guerra civile, come la Libia.

Ma anche gli Stati Uniti non sono immuni da rischi che possono riguardare i giganti come Exxon Mobil o i piccoli produttori.

Bloomberg parla di conseguenze “cataclismatiche” e le perdite in borsa a Wall Street dei titoli legati all’Oil and Gas sembrano dargli ragione.

La produzione di shale oil ha un forte bisogno di credito; una crisi che ne comportasse la riduzione, ne decreterebbe il decesso. Quindi l’immissione di liquidità nel sistema, anche per impedire che si innesti una dinamica di sfiducia nei prestiti inter-bancari, diventa una priorità per un settore che in questo anno di elezioni presidenziali alzerà di certo la voce.

Se si inceppa in qualche modo la macchina che alimenta il credito, la politica “estrattivista” col fracking si risolve in un gigantesco boomerang.

È chiaro anche che le conseguenze economiche del “Coronavirus”, in particolare l’impatto che ha avuto sulla Cina, sono uno dei motivi scatenanti dell’escalation del conflitto sull’oro nero.

La Cina era ed è il primo consumatore mondiale di greggio – il 14% del consumo globale – nonché il primo importatore, da cui derivava l’80% dell’aumento della domanda.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) aveva stimato per quest’anno un aumento delle necessità di petrolio di 825 mila barili al giorno, riviste poi al ribasso in seguito alla crisi; ora ipotizza, in caso di prolungamento, un “worst case” scenario con una diminuzione di 730.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente.

È chiaro che il fermo dell’“officina del mondo”, anche se temporaneo, ha ripercussioni dirette nell’inasprimento della competizione economica e geopolitica tra i big degli idrocarburi, tenendo presente anche i recenti accordi commerciali firmati tra USA e Cina, che comprendevano un’importante aumento delle forniture energetiche statunitensi alla Repubblica Popolare.

Il virus è stato un moltiplicatore delle criticità già presenti nell’attuale sistema di relazioni economiche intorno al commercio del petrolio ed ha contribuito alla “rottura” di un equilibrio raggiunto negli ultimi tre anni; quei meccanismi di governance ora sono lettera morta.

Sia detto per inciso: questa dinamica tra l’altro aggrava la crisi ecologica, di fatto incentivando il consumo di combustibili fossili grazie al prezzo fortemente ridotto.

Se a gennaio il prezzo del petrolio era di poco inferiore ai 70 dollari, ai primi di marzo era sceso attorno ai 50 ed ora poco sopra i 30, gli esperti non escludono ulteriori drastici cali.

«La più devastante delle guerre del prezzo del petrolio della storia recente», di cui ha parlato il sito specializzato “oilprice.org”, sta avendo precise conseguenze sulla crisi globale.

Stormi di uccelli neri – in senso stretto, parlando di greggio – si stagliano all’orizzonte dell’economia-mondo e dello scontro geo-politico globale.

Fonte

20/11/2017

Disastro ambientale in South Dakota, sversati 800 mila litri di petrolio


articolo di Marina Catucci tratto da Il Manifesto

TransCanada, la compagnia che possiede e gestisce la Keystone pipeline, ha comunicato che a causa di una perdita, circa 210.000 galloni di petrolio, pari a quasi 800 mila litri, sono stati versati vicino alla piccola città di Amherst, in South Dakota. Si tratta della più grande perdita mai registrata nello Stato. La causa dell’incidente è ancora ignota, e TransCanada ha momentaneamente chiuso l’oleodotto.

Di tutta questa vicenda non si sono trovate tracce nei tweet e nelle dichiarazioni di Donald Trump che evidentemente reputa lo sversamento un evento marginale.

L’incidente è avvenuto in un momento delicato per TransCanada, soltanto quattro giorni prima del voto previsto da parte delle autorità del vicino Stato del Nebraska sull’approvazione o meno del progetto di estensione per ben 275 miglia dell’oleodotto, il controverso Keystone XL che dovrebbe essere lungo 2.000 chilometri per trasportare il petrolio dal Canada alle raffinerie del Texas, contro il quale si sono battuti per mesi i nativi americani che abitano in quella zona, preoccupati dell’impatto dell’oleodotto sul territorio.

Il progetto dell’estensione era stato bloccato da Obama a fine mandato, ma immediatamente recuperato da Trump che l’aveva anche spregiudicatamente definito «una buona cosa per l’ambiente».

Contro la Keystone XL i nativi americani si erano organizzati nella più grande alleanza transtribale della storia degli indiani d’America, la loro resistenza non violenta aveva attratto l’attenzione dei media nazionali e nella regione tra il South Dakota ed il Nebraska erano accorsi ambientalisti e attivisti da tutti gli Stati.

Per proteggere i nativi dalle forze dell’ordine che li volevano sgomberare si era anche costituito un servizio d’ordine formato da veterani, che si erano schierati in difesa degli indiani impedendo le manovre di sgombero. Alla fine Obama aveva bloccato il progetto ritenendolo, a ragione, una potenziale catastrofe annunciata. Trump, invece, la pensa diversamente in tema di ambiente e di rispetto del territorio, e sbloccare la costruzione del Keystone XL è stato uno dei suoi primi atti da presidente.

Ora per l’approvazione finale si attende la decisione delle autorità locali, che dovrà avvenire subito dopo il disastro, mentre i locali proprietari terrieri sono preoccupati di come la fuoriuscita di petrolio danneggerà le loro proprietà e le falde acquifere.Al momento un lungo tratto di oleodotto è stato chiuso, ed è stato lasciato in funzione solo il tratto meridionale che arriva fino alle coste del Mississippi.

«Non ci si può fidare di TransCanada», ha detto all’emittente radiofonica Npr, Jane Kleeb, leader del partito democratico del Nebraska, attivista di lunga data e contraria alla Keystone XL. «Ho piena fiducia che la commissione del servizio pubblico del Nebraska si schieri con i cittadini – ha continuato Kleeb – e non con una compagnia petrolifera straniera».

Brian Walsh, responsabile ambientale presso il dipartimento Risorse naturali del South Dakota ha affermato che la compagnia canadese era a conoscenza dell’incidente sin dalle 5,30 del mattino ma la sua agenzia ha aspettato le 10,30 per dare l’allarme. «Riguardo questo lasso di tempo mi aspetto delle risposte», ha affermato Walsh.

Nella sua dichiarazione, TransCanada, ha invece dichiarato: «La sezione di tubo lungo un rettilineo di circa 35 miglia (56 chilometri) a sud della stazione di pompaggio Ludden, nella contea di Marshall, nel South Dakota, è stata completamente isolata in 15 minuti, e sono state attivate procedure di emergenza».

La perdita è avvenuta su terreno privato, che Walsh ha descritto come «una zona pianeggiante ed erbosa dedicata al pascolo», la società ha twittato una foto del sito ed ha dichiarato di star fornendo alle autorità statali e federali «informazioni accurate e confermate su base continuativa». Le dichiarazioni di TransCanada non hanno rassicurato particolarmente ambientalisti e residenti che hanno visto confermarti i loro timori.

Circa 75 lavoratori e appaltatori della TransCanada erano presenti sul sito venerdì, insieme agli addetti federali e statali, per iniziare la lunga operazione di pulizia che includerà lo scavo di parte del gasdotto. «Penso che ci vorranno settimane per ripulire tutto», ha dichiarato Walsh.

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Fa piacere notare che anche innanzi a una notizia del genere il manifesto riesca ancora a fare pelosa propaganda per Obama – artefice primo del ritorno in pompa magna degli USA tra i produttori di petrolio attraverso le devastanti tecniche di fracking – a "danno" di Trump.

25/01/2017

Big dell’auto alla corte di Trump

La old economy che ha portato Trump alla Casa Bianca passa all'incasso e mira a cancellare definitivamente ogni percezione del disastro ambientale. Più ancora della promessa fatta alle “big three” dell'industria automobilistica statunitense (“saremo il paese più accogliente”, ossia con meno normative sulle emissioni), è significativa la nomina a capo dell'Epa (l'agenzia federale per l'ambiente) di un procuratore convinto che non ci sia alcun cambiamento climatico globale in corso. Come mettere una volpe a guardia del pollaio, insomma.

Ancora più indicativo è il divieto – comunicato a tutti i dipendenti dell'Epa – di rendere note le rilevazioni eseguite e i dati raccolti, sia verso i social che verso la stampa. Di fatto, l'agenzia viene resa non più operativa, sul piano dell'informazione, secretando la sua attività perché di ostacolo allo sviluppo dell'industria.

Naturalmente, Trump tenta di coprire questa concreta politica di distruzione dell'ambiente con affermazioni di segno opposto, tipo “sono un ambientalista”, ma «le normative ambientali sono fuori controllo». In Italia, tra Berlusconi e Renzi, abbiamo visto uno stile assai simile di “post verità” o “fatti alternativi”.

Ri-localizzare l'industria automobilistica è un obiettivo di immagine forte per la nuova presidenza, per il ruolo che ancora l'auto ricopre nell'immaginario produttivistico dell'americano medio. Anche se il livello di automazione delle nuove catene di montaggio riduce a ben poco l'impatto occupazionale un tempo derivante dagli investimenti in questo settore. Ma la nuova amministrazione ha bisogno di far vedere che fa qualcosa di rilevante e usa qualunque mezzo, soprattutto la minaccia di imporre dazi doganali alle auto (e qualsiasi altra merce) prodotta all'estero da società Usa e poi reimportate solo per la vendita.

Non ha stupito nessuno, in questo contesto, la rapidità con cui gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Fiat-Chrysler sono salito sul carro di Trump. Addirittura entusiasta Sergio Marchionne, che alla fine dell'incontro ci ha tenuto a far sapere che «Apprezzo l’intento del presidente di fare degli Stati Uniti un grande luogo dove fare business. Lavoreremo con il presidente Trump e i membri del Congresso per rafforzare l'industria americana». La promessa di azzerare le normative ambientali funziona come la carota mostrata di fianco al bastone dei dazi doganali.

Per ora tutto sembra estremamente facile, ma è certo che questo ritorno di protezionismo nazionalistico innescherà in breve tempo risposte uguali e contrarie da parte dei paesi concorrenti; e allora sarà divertente vedere come cercheranno di sbrogliare la matassa queste stesse società multinazionali, abituate da tre o quattro decenni di "frontiere aperte", alle prese con richieste "nazionalistiche" da parte di ogni Stato.

Stesso discorso per la pipeline Keystone XL che doveva attraversare il territorio sacro ai Sioux su richiesta della compagnia Transcanada. Alla fine, sotto la presidenza Obama, non se n'era fatto nulla. Non tanto per l'ambientalismo esibito dalla vecchia amministrazione, quanto per il crollo del prezzo del petrolio negli ultimi anni. Il greggio che avrebbe dovuto essere pompato nell'oleodotto, infatti, doveva essere estratto da sabbie bituminose canadesi, con la costosa e devastante tecnica del fracking. Il crollo del prezzo internazionale aveva reso questo business poco o nulla profittevole, così che i costi aggiuntivi per realizzare il gigantesco oleodotto avevano infine convinto Transcanada a ritirare la domanda di costruzione.

Ora, con il prezzo del greggio in risalita e la prospettiva che crescerà ancora potrebbero spingere le aziende dello shale oil a ripresentare il progetto. E Trump si è già espresso per una “rinegoziazione dell'accordo” che – visti i termini già pessimi, per i Sioux, di quello che si andava prospettando sotto Obama – cancellerà definitivamente la resistenza legale della tribù pellerossa.

Ultima chicca di giornata. Il neo presidente col ciuffo ha annunciato per oggi la firma di un altro ordine operativo per la costruzione del muro al confine con il Messico, per sbarrare la porta ai flussi migratori dal centro e sud America. Anche qui c'è molta propaganda, visto che un lungo muro già esiste (costruito ai tempi di George W. Bush e mai toccato da Obama).

Ma questi sono i primi 100 giorni della nuova amministrazione. Per altri tre mesi ne sentiremo di ogni tutti i giorni. E si tratterà di andare a vedere ogni volta cosa c'è di orrendamente vero e quanto invece sono solo chiacchiere.

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22/05/2016

Fine dell’era del petrolio?

L’oro nero tra caduta dei prezzi e guerre commerciali. In futuro solo un’economia globale meno dipendente dai consumi energetici potrà garantire pace e sostenibilità

Alla fine del 2015 il prezzo del petrolio era crollato ai valori di inizio secolo, dopo aver raggiunto un picco vicino ai 150 dollari al barile nel 2008. Le previsioni indicano che i prezzi continueranno a mantenersi bassi per tutto il 2016, cosa che sembra difficile da spiegare in un mondo nel quale è sempre più costoso produrre petrolio. Tuttavia questa situazione viene, paradossalmente, a confermare la fine dell’era del petrolio poco costoso. Vale la pena di provare a dare una risposta a quello che sta succedendo.

Crisi nei petroli convenzionali e non convenzionali

All’inizio di questo secolo la minaccia del “picco” del petrolio (massimo mondiale possibile di produzione) caratterizzava le analisi del mercato petrolifero. L’attesa di un’evidente restrizione dell’offerta di greggio portò gli investitori a orientare le loro risorse verso una nuova tecnologia: lo “shale oil” e il “tight oil” (petrolio di scisto o da formazioni compatte). L’aspettativa di prezzi alti provocò una “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti. La conseguenza fu che a partire dal 2010 la produzione di petrolio in questo paese passò da 0,5 a 4,5 milioni di barili al giorno nel 2014. Ma la macchina ha ucciso l’inventore e l’offerta nordamericana ha inondato il mercato, cosa che insieme alla decelerazione dell’economia ha provocato la caduta dei prezzi. Le compagnie petrolifere nordamericane hanno cominciato a tagliare le spese, hanno venduto titoli, hanno ridotto a meno della metà la quantità di pozzi, ma la maggioranza delle imprese è riuscita a sopravvivere. Tuttavia, già sotto i 50 dollari al barile, imprese perforatrici come la Samson Resources e la Magnum Hunter Resources hanno dichiarato fallimento e ci si attende che altre le seguano (come la Chesapeake, la Southwestern Energy e la Ultra Petroleum). Se i prezzi rimarranno sotto i 50 dollari al barile, la crisi dello shale negli Stati Uniti potrebbe far crollare le istituzioni bancarie e finanziarie che lo avevano reso possibile, così com’è stato segnalato da vari analisti. Ma la crisi non ha colpito solo le compagnie petrolifere nordamericane: la Bp ha annunciato la riduzione del suo personale del 15%, la Pemex ha comunicato che licenzierà 13.000 lavoratori, la Shell ha venduto parte dei suoi titoli, solo per fare alcuni esempi. L’Opec nel frattempo ha mantenuto alti i suoi volumi di produzione (con costi minori dei suoi avversari dello scisto) nel tentativo, secondo alcuni analisti, di demolire l’industria nordamericana. Tuttavia questa strategia risulta pericolosa perché danneggia le economie dei paesi arabi e di altri stati petroliferi. A tal punto che il governo saudita sta studiando la possibilità di privatizzare alcuni settori dell’impresa petrolifera nazionale, la Saudi Arabian Oil Co. (Saudi Aramco). Questa è l’unica impresa produttrice di petrolio saudita, possiede le seconde maggiori riserve di petrolio del mondo e controlla la produzione di più del 10% del petrolio mondiale.

In Arabia Saudita il deficit del 2015 ha raggiunto i 98 miliardi di dollari (il doppio del previsto) e i prezzi interni del petrolio sono saliti del 40%. Provvedimenti simili sono stati presi in altri paesi come gli Emirati Arabi e il Venezuela. Gli Stati arabi dell’Opec si trovano ad affrontare i gravi problemi politici che scaturiscono dalla riduzione della spesa sociale statale e l’aumento dei prezzi dei beni di consumo provocato dalla caduta delle entrate fiscali. Tutta la zona si è trasformata in una polveriera. Il ritorno sul mercato dell’offerta iraniana dopo l’eliminazione delle sanzioni commerciali non farà altro che rafforzare la tendenza ai prezzi bassi del petrolio. I primi messaggi lanciati da Teheran confermano i suoi piani di esportare tutto il greggio possibile, il che aumenterà l’eccesso di offerta. L’altra visuale sulla caduta dei prezzi è in relazione non tanto con l’“eccesso di offerta” di greggio, ma piuttosto con la “scarsità di domanda” che trae origine dalla decelerazione dell’economia, particolarmente di Cina, Brasile, Russia e Unione Europea. A questo si aggiunge un inverno mite che ha ridotto la domanda di riscaldamento in Giappone, Europa e Stati Uniti. Si deve rilevare che tutte le materie prime si sono svalutate e non solo il petrolio, manifestando una forte contrazione sui mercati. Attualmente si calcola che l’offerta quotidiana di greggio sia di uno o due milioni di barili al di sopra della domanda. Pertanto, sembra abbastanza verosimile supporre che il prezzo del petrolio sia sceso per la crisi economica più che per speculazioni del potere geopolitico.

Prezzi futuri

Fare pronostici sui prezzi futuri del petrolio è un’avventura. Ci sono troppi fattori che influiscono nel gioco e a dire il vero sono poche le proiezioni che si avverano. Inizialmente c’è da aspettarsi che i bassi prezzi finiscano per aumentare la domanda e vengano liquidate le eccedenze di petrolio, per cui i prezzi potrebbero tornare a salire. Ma questo non dovrebbe succedere quest’anno. D’altro canto ci sono troppi attori governativi interessati a mantenere bassi i prezzi. Abbiamo già citato l’Arabia Saudita e la sua battaglia contro lo scisto statunitense. Ma a differenza di quanto accade in Arabia Saudita dove la proprietà del petrolio e l’impresa sono statali, negli Stati Uniti la proprietà è privata. Bisogna vedere fino a che punto gli interessi interni pesano su quelli geopolitici e fino a dove sarà disposta ad arrivare l’amministrazione Obama per cercare di distruggere altre economie petrolifere come quella di Arabia Saudita, Russia o Venezuela. Peraltro bisogna far notare che l’opinione pubblica statunitense è felicissima per la diminuzione dei prezzi interni della benzina. La Russia da parte sua ha svalutato molto la sua moneta e pertanto le entrate in dollari convertiti in rubli si mantengono relativamente costanti nonostante la caduta del prezzo del petrolio. Qualcosa di simile accade in altri paesi esportatori come il Brasile o il Canada. L’equilibrio tra i costi della svalutazione della moneta e la diminuzione in dollari delle esportazioni ha risultati diversi secondo gli analisti e non si riesce ad avere una risposta unanime. Quel che è certo è che gli investimenti in esplorazioni e sfruttamento del petrolio sono diminuiti del 20% nel 2015 ed erano già scesi del 15% nel 2014. Le “teste perforatrici” (rigs) nel mondo si sono ridotte del 40% nell’ultimo anno e ci sono varie imprese in bancarotta. È possibile che per gli investitori ormai non sia tanto sicuro investire in petrolio come negli anni precedenti. I nuovi investimenti si sono concentrati negli ultimi tempi nel petrolio di scisto (ormai non ci sono quasi più riserve convenzionali da scoprire) e questi ultimi due anni hanno dimostrato la fragilità del settore di fronte alle fluttuazioni dei prezzi del greggio. Il fatto che le compagnie petrolifere stiano fallendo è la miglior prova che l’era del petrolio poco costoso è finita.

Fluttuazioni e meccanismi a catena

I prezzi del petrolio hanno sempre fluttuato. Quando i loro valori sono bassi, l’economia cresce, aumenta la domanda e comincia a salire il prezzo. Quando i prezzi sono sufficientemente alti da danneggiare l’economia, allora comincia la decelerazione e con questa la caduta della domanda, per cui tornano i prezzi bassi del greggio. Questo ciclo si è ripetuto periodicamente negli ultimi cinquant’anni. Tuttavia ora siamo di fronte a un cambiamento strutturale in questo ciclo: il petrolio convenzionale sta finendo (la maggioranza dei giacimenti sono già entrati in declino) e il non convenzionale non può essere estratto a meno di 100 dollari al barile. Questo vuol dire che il nuovo livello base del ciclo del petrolio futuro dovrebbe stare al di sopra di questo valore. Questo “eccesso di offerta” di greggio che oggi viviamo è il risultato di investimenti speculativi nello scisto statunitense che è sopravvissuto e ha prodotto ingenti quantità di volumi mentre il suo prezzo era al di sopra dei 100 dollari al barile. Sotto questa soglia le imprese non sopravvivono. Una volta che i depositi attualmente pieni si saranno svuotati e la domanda riprenderà a crescere, i prezzi torneranno a salire. Ma gli investitori ormai sono sull’avviso. Lo scisto non tollera le fluttuazioni dei prezzi e i saliscendi dell’economia che sopportava il petrolio convenzionale. Le banche sono allertate: non saranno più tanto convincenti le aspettative di profitti relativi ai greggi non convenzionali. Il petrolio inoltre deve affrontare due potenti concorrenti: il progresso delle tecnologie per l’uso di fonti rinnovabili e gli accordi internazionali per limitare il cambiamento climatico. L’attuale caduta dei prezzi è figlia dell’eccesso di offerta combinato con la scarsità di domanda. Una volta tornati in equilibrio i due termini dell’equazione, difficilmente il greggio tornerà ai prezzi bassi. Ma il petrolio non è una merce qualsiasi. È l’energia più versatile e utile per alimentare il motore dell’economia. Il petrolio poco costoso è ciò che ha favorito l’espansione economica globale negli ultimi sessant’anni. E ogni volta che il petrolio è salito o ha scarseggiato l’economia globale ne ha risentito. Non sembra che sarà facile sostenere la crescita economica globale con fonti energetiche meno versatili e più costose. Assicurare la pace e la sostenibilità futura dovrebbe andare di pari passo con un’economia globale meno dipendente dai consumi energetici e, probabilmente, più austera.

Gerardo Honty (Alai)

Fonte: Rebelión - Traduzione per Senza Soste di Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 114 (aprile 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste


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21/04/2016

Le debolezze saudite in scena a Doha

di Francesca La Bella

I negoziati di Doha per la riduzione della produzione di petrolio, nonostante le grandi attese dei giorni precedenti, sono falliti. L’accordo che per molti paesi, Russia in primis, sembrava essere una pura formalità, si è reso impraticabile per la mancata partecipazione al vertice dell’Iran e per il voto contrario dell’Arabia Saudita. Gli effetti sul mercato sono stati immediati, ma i numeri mostrano una ricaduta sul prezzo del petrolio meno accentuata di quella che ci si sarebbe potuti aspettare in un primo momento a causa di numerose variabili accessorie che si sono innestate nelle dinamiche in atto.

Da un lato lo sciopero dei lavoratori del comparto petrolifero del Kuwait ha ridotto la produzione del piccolo paese della Penisola arabica di circa il 60% passando da 3 milioni di barili al giorno a 1,1 milioni con un impatto sui mercati ben maggiore di quello che sarebbe stato ottenuto con il congelamento della produzione previsto a Doha.
Dall’altro due fenomeni contestuali e, tra loro, apparentemente contrastanti, hanno contribuito a frenare la discesa dei prezzi del petrolio: il calo di produzione di Venezuela e Nigeria e la crescente vendibilità dei “bond spazzatura” dello shale oil statunitense. La minore capacità di esportazione dei due membri OPEC, conseguente ad una crescente crisi fiscale nel paese sud americano e degli attacchi di milizie ribelli ad oleodotti e strutture estrattive nello Stato africano, ha avuto effetti similari a quelli dello sciopero in Kuwait, riducendo l’offerta di greggio e portando, in maniera diretta ed immediata, ad un aumento dei prezzi sul mercato mondiale.
Il crollo dei prezzi dei mesi passati ha indotto, invece, una crisi di vaste proporzioni per quanto riguarda il settore estrattivo statunitense. Da alcuni anni il comparto petrolifero statunitense ha investito sul fracking, metodo estrattivo che prevede la frammentazione delle rocce per permettere un più efficace sfruttamento delle risorse petrolifere. L’innovativa tecnologia, a prescindere dal grave impatto ambientale della stessa, ha, nel lungo periodo e lavorando in economia di scala, significativi margini di profitto, ma nel breve periodo, presenta alti costi di produzione che necessitano di un prezzo di vendita superiore ai 50 dollari al barile per non fallire.
La politica di sovrapproduzione attuata dall’Arabia Saudita per mettere lo shale oil fuori mercato avrebbe, in questo senso, funzionato, portando molte aziende a chiudere e riducendo, di conseguenza, sia la capacità di esportazione statunitense sia il valore dei titoli relativi. Questo fenomeno avrebbe, però, avuto due effetti positivi sul mercato: minore produzione e, quindi, aumento dei prezzi, minore valore dei titoli e, quindi, maggiore vendibilità degli stessi. Il deprezzamento dei titoli li avrebbe, infatti, resi maggiormente attraenti per gli investitori, dando nuovo vigore al settore, nonostante l’alto rischio di insolvenza.

La volatilità del settore lascia, però, nel dubbio gli operatori economici e così la forte ripresa di martedì con un rialzo del Brent fino a 44 dollari al barile (+2,5%) e del Wti oltre i 41 dollari è stata immediatamente frenata dalla conclusione dello sciopero in Kuwait con ribassi corrispondenti del 1,5% e del 2,1% . Benché l’interdipendenza tra diverse variabili induca un continuo mutamento delle condizioni di contesto che non permette previsioni inequivocabili per il lungo periodo, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il mercato globale del petrolio si potrebbe riequilibrare nel secondo semestre di quest’anno grazie alla crisi dello shale oil statunitense ed alla crescita della domanda globale dovuta alla ripresa di alcuni mercati asiatici come quello indiano. La previsione, però, antecedente al fallimento di Doha, dovrà essere messa alla prova dei fatti nelle prossime settimane.

Leggere Doha solo alla luce degli effetti sul comparto petrolifero potrebbe, però, essere riduttivo. Il fallimento dell’incontro ha, infatti, evidenziato alcuni fenomeni che, pur essendo strettamente collegati alle dinamiche economiche mondiali, trascendono da esse, investendo maggiormente la politica ed il balance of power tra soggetti internazionali. In primo luogo si sono rese evidenti le spaccature interne all’OPEC e la mancanza di linee guida comuni tra i membri. E’ divenuta, altresì, palese, la volontà dell’Arabia Saudita di difendere il proprio ruolo guida a prescindere dalle conseguenze sugli altri attori e dagli oneri derivanti per il proprio paese e per i membri OPEC da queste scelte: l’utilizzo, dunque, del prezzo del petrolio come arma di pressione in una fase di arretramento della legittimità della monarchia saudita nell’area.

Doha è stata, inoltre, una delle prime occasioni per verificare le relazioni tra Iran e Arabia Saudita dopo la fine delle sanzioni internazionali contro Teheran. La distanza tra i due paesi, su fronti opposti in tutte le maggiori questioni d’area e da sempre concorrenti per la leadership regionale, sembra essersi approfondita a seguito della riabilitazione internazionale del governo iraniano a danno del ruolo regionale saudita. L’incontro di Doha, secondo molti analisti, sarebbe da percepire come una rappresentazione teatrale di questa guerra fredda del Golfo persico con un Iran forte e poco disposto alla mediazione e un’Arabia Saudita sempre più indebolita da fattori interni ed esterni che ha la necessità di ribadire l’impossibilità di prendere decisioni senza l’avallo di Ryad.

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