Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2022

Indipendenza energetica ed altre panzane /3

di Alexik

Continua dal capitolo precedente.

Durante il mandato presidenziale di Barack Obama la produzione statunitense di petrolio passò dai 5,1 milioni di barili al giorno del gennaio 2010 agli 8,8 del gennaio 2016. Nello stesso periodo, la produzione statunitense di gas naturale crebbe da 3.000 a 17.000 miliardi di piedi cubi all’anno.

Un risultato che avrebbe avuto pesanti conseguenze oltre i confini degli Stati Uniti.
Come disse all’epoca Thomas Donilon, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Obama, “l’aumento della produzione energetica statunitense permette di ridurre la nostra vulnerabilità alle interruzioni di approvvigionamento nel mondo e (…) ci dà delle carte migliori per perseguire e per raggiungere i nostri obiettivi di sicurezza internazionale”.1

Energy weapons

Il primo paese a fare le spese di questo aumento della produzione energetica statunitense e delle sue conseguenze in termini di “ sicurezza internazionale” fu l’Iran.

Fino al 2011 le sanzioni delle amministrazioni USA contro Teheran, imposte formalmente per bloccare lo sviluppo del nucleare iraniano, si erano concentrate principalmente sul settore nucleare e militare più che su quello petrolifero.
Dal 1995 l’amministrazione Clinton aveva vietato alle società americane ogni transazione che riguardasse il petrolio iraniano, ma è con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca e di Hillary Clinton alla Segreteria di Stato che si venne a determinare un salto di qualità, spostando l’asse principale delle misure punitive sugli idrocarburi e sulle banche (in particolare quelle utilizzate per i pagamenti delle esportazioni petrolifere iraniane), ed estendendo le sanzioni contro l’Iran a tutto il mondo.

Un salto di qualità che sarebbe stato più difficile se gli USA non avessero potuto contare sulla produzione interna di gas e petrolio di scisto, tale da ammortizzare gli esiti di una contrazione dell’offerta sui mercati internazionali.

Nel dicembre 2011 gli Stati Uniti imposero l’embargo internazionale sulle esportazioni di greggio iraniano2, seguiti pedissequamente dagli europei che decretarono un mese dopo il blocco totale dell’import di petrolio e gas da Teheran3.
L’embargo venne assicurato anche grazie alle sanzioni secondarie, quelle che colpiscono i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con il paese bersaglio, e che possono venir puniti con l’imposizione di multe pesanti o con l’esclusione dal mercato degli USA4.

È in questo modo, infatti, che gli Stati Uniti declinano il concetto di “indipendenza energetica” applicabile al resto del mondo.

Le esportazioni di petrolio iraniano in due anni vennero dimezzate a causa delle sanzioni, con conseguenze sulla popolazione del paese colpito, sul prezzo internazionale del petrolio e sulle economie importatrici5. Conseguenze che in parte toccarono anche agli Stati Uniti, dove l’aumento della produzione ancora non riusciva a soddisfare completamente il consumo interno.

Ma ormai il meccanismo era stato inaugurato, e andava solamente messo a punto dalle amministrazioni successive, che dimostrarono in maniera bipartisan una straordinaria continuità in merito allo sviluppo della produzione interna di idrocarburi ed al suo uso come “energy weapon”.

Donald Trump spinse ulteriormente avanti le trivelle, abrogando normative di protezione ambientale e tutelando il fracking a colpi di ordini esecutivi6. Sotto la sua amministrazione gli USA diventarono esportatori netti di idrocarburi, superando l’Arabia Saudita sui mercati internazionali del petrolio.7 

Per non essere da meno del suo predecessore, nel 2018 Trump scatenò contro l’Iran la politica della “massima pressione”, una nuova campagna punitiva che venne aperta dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano, rendendo esplicito come il vero obiettivo di Washington non fosse la minaccia nucleare ma la caduta del regime degli ayatollah8.

Le nuove sanzioni petrolifere, ancora più pesanti delle vecchie, determinarono un’altra impennata del prezzo del petrolio di cui però, questa volta, gli Stati Uniti poterono avvantaggiarsi grazie alla loro nuova condizione di esportatori netti9.

Le premesse per guadagnare dalla guerra dell’energia, dunque, erano state poste, ed è per questo che da allora la prospettiva di scatenarla agli USA non fa più paura.

Rileggendone la storia a distanza di qualche anno, le sanzioni contro l’Iran assumono le forme di una prova generale, di una sperimentazione, da parte degli Stati Uniti, di nuove inedite potenzialità offensive.

Una prova generale che preludeva all’uso dell’arma dell’energia nel contesto di un livello più alto dello scontro, che oggi vediamo dispiegarsi.

La resurrezione del GNL

Uno dei vari elementi di continuità che unisce trasversalmente le amministrazioni USA, repubblicane o democratiche che siano, è la tensione a dare profittevole sbocco sui mercati internazionali alla produzione degli Stati Uniti di gas naturale.

Abbiamo visto nella puntata precedente come Donald Trump abbia sfoderato tutte le sue innate capacità di persuasione affinché gli europei scegliessero volontariamente e liberamente fra l’alternativa di impiccarsi con i dazi e quella di comprare il suo gas naturale liquefatto (GNL).

Ma per creare un mercato del gas naturale liquefatto non basta la “persuasione”: ci vogliono, fra l’altro, infrastrutture e i capitali per costruirle. E i capitali si muovono in base a prospettive di profitto che non sempre il contesto garantisce.

Durante l’amministrazione Trump si sono moltiplicate le richieste di autorizzazione per la costruzione di nuovi terminal per l’export del GNL.

Fra queste, ventuno – ereditate da Biden – riguardano progetti ancora fermi, non solo perché in attesa della fine della procedura autorizzativa, ma perché in attesa di finanziatori10.

La scarsa propensione ad investire su questi impianti veniva motivata citando la volatilità del mercato del GNL (che mette in forse la remunerazione del capitale investito sul lungo termine); gli accordi internazionali sul clima; l’opposizione delle comunità locali; le oscillazioni del prezzo del gas, soprattutto dalla pandemia in poi.

O almeno, queste erano le problematiche prima della guerra in Ucraina.

Per gli stessi motivi, prima della guerra, nella vecchia Europa erano in forse diversi progetti per la costruzione di terminal di importazione di GNL.

Per esempio, nel settembre 2021, il progetto del Rostock LNG Terminal è stato annullato per “condizioni di mercato sfavorevoli”.11 

Nel novembre 2020, una società commerciale tedesca, citando la mancanza di interesse da parte degli acquirenti, aveva annunciato che stava rivalutando i suoi piani per costruire un nuovo terminal di importazione di GNL a Wilhelmshaven12.

Nel gennaio 2022 i tre terminali di importazione di GNL proposti dalla Germania, finalizzati alla ricezione del gas di scisto degli Stati Uniti, si trovavano ad affrontare ritardi a causa delle forti oscillazioni dei prezzi e, in generale, della continua incertezza sul futuro dei combustibili fossili13.

Dalla fine di febbraio la costruzione di questi impianti è tornata all’ordine del giorno.

La Germania ha appena programmato l’ormeggio di sei rigassificatori galleggianti14, che si aggiungono ai progetti per due Floating Storage and Regasification Units (FSRU) greche, per il Paldiski FSRU Terminal in Estonia, e per due rigassificatori olandesi (Gate LNG Terminal e Eemshaven FSRU). In Irlanda il terminal GNL di Shannon è in costruzione, mentre in Polonia viene allargato quello di Świnoujście. In Italia incombono nove progetti di cui le FSRU di Piombino e Ravenna sembrano i più imminenti.

Ci è voluta, insomma, la guerra per resuscitare le sorti delle esportazioni in Europa del GNL americano.

Ma, mentre il mercato resuscita, distruggendo col caro gas redditi proletari ed economie nazionali, si spalancano le porte su un’altra guerra.

L’altra guerra

“Il metano è il principale contributore alla formazione di ozono troposferico, un pericoloso inquinante la cui esposizione provoca 1 milione di morti premature ogni anno. Il metano è anche un potente gas serra. In un periodo di 20 anni è 80 volte più potente dell’anidride carbonica in termini di riscaldamento globale.
Il metano ha rappresentato circa il 30 per cento del riscaldamento globale dall’epoca preindustriale e sta proliferando più velocemente che in qualsiasi altro momento dall’inizio della registrazione negli anni ’80. Infatti, secondo i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, anche se le emissioni di anidride carbonica sono diminuite durante i blocchi legati alla pandemia del 2020, il metano atmosferico è aumentato vertiginosamente.
L’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C non può essere raggiunto senza ridurre le emissioni di metano del 40-45% entro il 2030. Una riduzione di questa entità eviterebbe quasi 0,3°C del riscaldamento entro il 2045 e integrerebbe gli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico a lungo termine”.
15

Fra le credenze più diffuse c’è quella che considera il metano come un combustibile di passaggio verso la riconversione ecologica dell’energia. Una panzana alimentata dalla decisione della Commissione Europea di inserire il gas naturale nella tassonomia europea degli investimenti sostenibili che, sotto la spinta degli interessi legati agli idrocarburi, ha reso le infrastrutture del gas meta di investimenti “green”.

Per quanto completamente falso, questo assioma riecheggia in numerose campagne di greenwashing delle imprese dei combustibili fossili, compresi gli operatori del GNL.

Ora, intendiamoci: il metano (e in particolare quello incombusto) è devastante per il clima sia che venga trasportato tramite gasdotto sia via nave.

È devastante per il clima sia che arrivi dalla Russia, dall’Azerbaigian, dagli Stati Uniti, sia da qualsiasi altro luogo.

Sia che costi poco o molto.

Per questo ne va eliminato l’utilizzo a prescindere, come quello degli altri combustibili fossili, al di là di ogni considerazione economica o geopolitica.

Ma è anche vero che le particolari condizioni e tecniche di estrazione e di trasporto possono aumentarne la nocività e l’impatto ambientale. (Continua)

Note

  1. In: Michael Klare, Washington, game master Le Monde Diplomatique, giugno 2022, p.11. 

  2. Con poche eccezioni. Venne permesso solo a Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia di acquistare petrolio iraniano a un livello fisso. 

  3. Harvard Kennedy School, Belfer Center for Science and International Affairs, Sanctions Against Iran: A Guide to Targets, Terms, and Timetable, 2015, pp.60. 

  4. Marco Valsania, Sanzioni Usa a chi compra dall’Iran, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2012. 

  5. Il petrolio supera i 100 dollari al barile. Greggio alle stelle per le tensionicon l’Iran nel Golfo Persico, La Stampa, 03 Gennaio 2012. 

  6. Nadja Popovich, Livia Albeck-Ripka, Kendra Pierre-Louis, The Trump Administration Rolled Back More Than 100 Environmental Rules. Here’s the Full List, The New York Times, 20 gennaio 2021. Trump ha firmato un ordine esecutivo per tutelare il fracking in Pennsylvania, AGI, 31/10/20. 

  7. Riccardo Barlaam, Gli Usa di Trump superano i sauditi: primi al mondo per l’export di petrolio, Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2019. 

  8. Pompeo outlines ‘maximum pressure’ plan for Iran, Al Monitor, 21 maggio 2018. Annalisa Perteghella, Iran: tornano in vigore le prime sanzioni USA, Ispionline, 05 Agosto 2018 

  9. Gli impatti del barile in rialzo per le sanzioni Usa all’Iran, Quale Energia, 24 aprile 2019. 

  10. Global Energy Monitor, Gas Run Aground, marzo 2022, pp.35. 

  11. Global Energy Monitor, Europe Gas Tracker Report 2022, aprile 2022, pp.23. 

  12. Uniper to Reconsider Plans for LNG Terminal in Germany, Hydrocarbons Technology, November 9, 2020. 

  13. Vanessa Dezem and Anna Shiryaevskaya, German Natural Gas Import Terminal Delayed by Market Volatility, BNN Bloomberg, January 13, 2022. 

  14. Germania, arriva il sesto rigassificatore, Focus Energia, 2 settembre 2022. 

  15. Da: United Nations Environment Programme.

Fonte

17/02/2015

Buone notizie dalla International Energy Agency. Oppure no?

Alcune considerazioni sul World Energy Outlook 2014

Fra i molti report che vengono pubblicati in materia di energia ogni anno, senza dubbio quelli della International Energy Agency (IEA) godono della massima autorevolezza.

Fondata nel 1974 durante il primo shock petrolifero, questa agenzia interna alla OCSE elabora quelli che sono comunemente ritenuti i più affidabili documenti sul futuro energetico dell’umanità: ripresi da televisioni e giornali, i report della IEA sono spesso commentati e vengono accettati dai media come una fonte di dati sicura.

Il 12 novembre scorso la IEA ha pubblicato il suo quarantesimo World Energy Outlook (WEO) 2014, un massiccio rapporto di 748 pagine che recentemente è stato oggetto di analisi da parte di Antonio Maria Turiel, docente di fisica e matematica all’Università di Madrid.

Insieme al rapporto è stato pubblicato inoltre un breve documento di 12 pagine scaricabile anche in italiano dal sito della IEA (www.worldenergyoutlook.org). E’ quindi l’occasione di fare il punto con una questione, quella energetica, che ha avuto ed ha tuttora un ruolo rilevante nella soluzione alla crisi economica mondiale.

Dal punto di vista di chi scrive, un membro italiano di Aspo, i report della IEA hanno sempre avuto un carattere scientifico troppo poco accentuato, adattandosi in modo troppo spiccato al mutare delle circostanze internazionali.

A questo proposito basti dire che è stato solamente nel 2010 che è stato ammessa per la prima volta l’esistenza del picco di produzione del petrolio, di cui si prevedeva nel report di quell’anno una produzione stagnante fino al 2035.

Peccato però che nel report del 2012, due soli anni dopo, vi era traccia di un declino di produzione, mentre nel 2013 il declino appariva brutalmente accelerato nell’ipotesi dell’assenza di ulteriori investimenti. (Figura 14.6)

Rileggendo i report degli anni passati è stridente, ad esempio, la differenza quantitativa con le indicazioni fornite alla vigilia della crisi: nel 2007 veniva indicata ad esempio una produzione di petrolio di 120 Mb/d (million barrels per day, milioni di barili al giorno) per il 2025, una cifra che con ogni probabilità non verrà mai toccata e che la stessa IEA ritocca pesantemente nel report del 2014, portandola a 96 Mb/d per il 2025 e a 104Mb/d nel 2040 per tutti gli idrocarburi liquidi.

Inutile dire che altri tipi di analisi, meno centrate sul breve e brevissimo periodo, potessero dare già vari anni addietro delle indicazioni molto utili su quelle che sarebbero state le tendenze di massima nella produzione globale di petrolio.

In generale il World Energy Outlook 2014 della IEA è suddiviso in tre parti: nella prima, (parte A) si affrontano le tendenze energetiche globali proponendo tre linee di sviluppo possibile, che ricalcano da vicino tre possibili evoluzioni del mercato energetico mondiale; il primo tipo di evoluzione è businness as usual (uno scenario in cui lo sviluppo delle forze produttive è considerato per il futuro del tutto simile al passato pre-crisi).

Nel secondo scenario si analizza invece quella che potrà essere l’evoluzione futura in base all’entrata in vigore di quelle politiche ambientali che attualmente sono in via di ratifica; il terzo ed ultimo scenario considera invece quello che dovrebbe essere fatto per centrare l’obiettivo di mantenimento della CO2 in atmosfera al di sotto delle 450 ppm (parti per milione, soglia limite per il contenimento del surriscaldamento della Terra al di sotto dei 2°).

La parte B del WEO 2014 analizza invece lo sviluppo dell’energia nucleare, mentre la parte C è dedicata alle prospettive energetiche dell’Africa.

Lo scenaro base della IEA, come sempre, è il secondo della parte A, quello che si riferisce alle nuove politiche: a questo scenario, tranne poche eccezioni, sono correlate tutte le analisi del WEO 2014 e quindi è anche l’oggetto delle seguenti considerazioni.

Sostanzialmente la IEA prevede un aumento medio del Pil in termini reali dell’1,9% per l’area OCSE nel periodo 2014-2040, tutto questo però a fronte di un sostanziale stagnazione della produzione energetica dell’area stessa: addirittura si nota un arretramento dei consumi in Europa che passerebbe da 1769 a 1697 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtoe, nell’acronimo inglese). (Figura 2.6)

Il resto del mondo invece conoscerà secondo questo scenario della IEA una crescita dei consumi energetici tra l’1 ed il 2% annuo: in questo quadro il Pil globale dovrebbe comunque crescere del 4,6% all’anno, il che evidentemente vorrebbe dire la fine della crisi economica, né più né meno.

Questo risultato, che è a dir poco molto ottimistisco, sarebbe raggiungibile secondo la IEA con un mix di efficienza energetica, aumento nella produzione di biocarburanti, sequestro e stoccaggio di CO2, ed apertura di nuovi pozzi di petrolio e sviluppo del nucleare.

Su questi fattori è impostata la sfida della IEA nel suo World Energy Outlook.

Ogni voce della lista presenta numerosi problemi: per quel che riguarda l’efficenza energetica è senza dubbio vero che paesi come gli Stati Uniti sono riusciti a depetrolizzare la propria economia in modo significativo dagli anni ’70, ma partendo da un grado di efficienza che in alcuni comparti industriali era estremamente basso.

Si tenga presente che a livello globale l’energia utilizzata per produrre un dollaro di Pil è calata di circa il 40% dal 1970 al 2010 e ci si può ragionevolmente aspettare che il trend positivo in atto continuerà, sopratutto a causa della tendenza a sostituire il gas al carbone come fonte di energia elettrica; in particolar modo sarà impegnata su questo fronte la Cina che attualmente è sia il maggior produttore che il maggior consumatore di carbone.

Resta purtroppo il pericolo di un impatto ridotto dovuto all’aumento dei consumi futuri, che invece dovranno essere contenuti: si deve cioè essere quantomeno certi che le varie forme di efficentamento di settori del sistema produttivo non facciano crescere di rimbalzo i consumi in altri settori, pena incorrere nel Paradosso di Jevons. E purtroppo è stata esattamente questa la strada imboccata da Europa e Stati Uniti negli ultimi 30 anni.

Per quel che riguarda i biocarburanti semplicemente non è concepibile riuscire a sostenere una motorizzazione di massa in stile occidentale senza intaccare gravemente la produzione alimentare: basti pensare che se l’intera superficie agricola attuale fosse convertita alla produzione di biofuels si otterrebbero sostituti del petrolio pari a circa il 12% dell’attuale produzione (cfr. J. Randers – 2052 Rapporto al Club di Roma, pg 143, Ed. Ambiente).

Soluzioni alternative come lo sfruttamento di alghe con colture in mare avrebbero il solo scopo di spostare il ritorno energetico decrescente dalla terraferma, ad un costo che sarebbe comunque altissimo sia in termini ambientali sia economici.

Un discorso a parte merita il sequestro e stoccaggio della CO2: in questo campo vi sono i progetti più diversi ed interessanti, ma la sfida in questo campo è semplicemente di dimensioni colossali; si tratterebbe di togliere dall’atmosfera terrestre una massa annua dell’ordine di miliardi tonnellate, una massa che peraltro non può essere reimmessa nell’economia in nessuna forma e che quindi comporterà un costo netto. Questa massa dovrà semplicemente essere rimossa e posta in sicurezza in formazioni geologiche assolutamente stabili. Il solo costo di un’operazione del genere, comunque concepita, è spaventoso.

Il quarto punto della lista della IEA è rappresentato dall’apertura di nuovi pozzi di petrolio, ed in questo caso è anche troppo facile per chi scrive ricordare che le possibilità in questo campo sono ridottissime: negli ultimi 30 anni è stato trovato petrolio pari ad un quarto dei consumi globali: cioè si è andati avanti per tre decenni estraendo e consumando ad un ritmo crescente da pozzi in esercizio, mentre si è scoperto un numero limitatissimo di mega-giacimenti: su queste questioni esiste ormai un’ampia bibliografia, ed un crescente accordo degli studiosi.

Peraltro la stessa IEA ha dovuto, come ricordato all’inizio, rivedere le proprie previsioni convertendosi con un certo ritardo verso posizioni che sono state sostenute per molti anni da gruppi ristretti di esperti ben inseriti ad alti livelli all’interno della stessa industria petrolifera mondiale.

Ciononostante la IEA non rinuncia a presentare i casi più promettenti per il futuro petrolifero: l’Iran, il Messico ed il Brasile.

Il solo fatto che questi tre soli paesi possano far fronte anche solo ad una quota significativa della futura richiesta globale di petrolio per interi decenni è francamente risibile, specialmente quando si osserva il grafico accluso dalla IEA nel caso del Messico.

In questo caso si rimpiazza semplicemente la caduta di produzione prevista da pozzi attualmente in esercizio con le estrazioni da pozzi ancora da sviluppare (su cui esiste ovviamente un certo grado di aleatorietà nelle concrete possibilità estrattive) e addirittura con le estrazioni da pozzi ancora da trovare.

In quest’ultimo caso appare superfluo ogni commento: il grado di incertezza operativa è tale da rendere ogni previsione quantitativa di lungo periodo talmente rivedibile da essere puramente ed unicamente indicativa delle speranze di chi ha scritto quei paragrafi. (figura 3.13)


Infine il WEO 2014 della IEA punta molto sullo sviluppo del nucleare sia nel Giappone e negli Stati Uniti sia nelle potenze emergenti; sostanzialmente la IEA abbraccia l’idea che esistano delle immense riserve di uranio ancora non sfruttate (cosa indiscutibile di per sè) e che lo sviluppo della tecnologia porterà a livelli economicamente accettabili altro uranio attualmente non impiegabile (cosa invece assai incerta), mentre viene messo in evidenza il fatto che le attuali disponibilità di uranio sono destinate a non riuscire a coprire il fabbisogno attuale già a partire dal 2020, mentre nel 2040 è prevista una mancanza del 40% rispetto al consumo attuale.

Naturalmente questa previsione spinge a immaginare che vi sia un picco di produzione anche per l’uranio, circostanza certamente possibile che però la IEA in qualche modo contrasta con l’auspicio a nuovi investimenti in ricerca ed allo sviluppo tecnologico.

Inoltre la IEA prevede che gli stati coinvolti nella gestione delle centrali autorizzeranno un prolungamento della vita delle licenze di esercizio: questo punto è particolarmente critico essendo già alta la vita media delle centrali attualmente esistenti (26 anni, per la precisione), ed è da ricordare anche il fatto che l’incidente di Fukushima è occorso proprio a centrali datate.

Ormai a volere il prolungamento della vita delle centrali nucleari è soltanto una parte dell’industria nucleare, allettata dagli incentivi elargiti dagli stati.

Un’estensione della vita operativa a quaranta anni o più è sconsigliabile, se non altro perché con le stesse somme di denaro pubblico che verrebbe impiegato per costruire un futuro nucleare come quello proposto dalla IEA si potrebbero installare molti più Kw di energie rinnovabili.

L’esempio di una Germania senza nucleare e con notevoli investimenti in energie rinnovabili dovrebbe insegnare che la via può essere un’altra.

In conclusione si può dire che il rapporto della IEA 2014 ricalca molti aspetti di quelli passati: si cerca di fornire un quadro rassicurante dello sviluppo energetico futuro ma lo si fa su basi difficilmente sottoscrivibili.

Alcune tendenze verso l’efficienza sono assolutamente corrette ed auspicabili, sopratutto per quel che riguarda la sostituzione del carbone con il gas, mentre per quel che riguarda il mix energetico a cui va incontro il mondo l’impressione generale è che il giudizio della IEA sia sbilanciato a favore del nucleare e con una scarsa considerazione per le potenzialità delle energie rinnovabili.

Tenendo conto del fatto che tra i fini istituzionali della IEA c’è la volontà di “promuovere politiche energetiche sostenibili” e che la stessa IEA dovrebbe operare “per la protezione dell’ambiente – soprattutto in termini di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra che contribuiscono al cambiamento climatico”, il contenuto del report del 2014 lascia davvero a desiderare.

Fonte

06/01/2015

Sabbie bituminose: un buon affare (anche) per il pianeta?

Sono ormai molti anni che chi si occupa di petrolio sente sempre più insistentemente parlare di “deconvenzionalizzazione del mercato”, una formula forse oscura per alcuni, che in realtà vuol semplicemente dire che si estrae e si commercializza sempre meno petrolio convenzionale, o standard, come ad esempio il Brent o il Wti. Una delle ragioni è il raggiungimento del picco di produzione nei giacimenti del Mar del Nord, avvenuto nel 1999, ed in seguito, il raggiungimento del picco mondiale del greggio convenzionale. La strada obbligata che ha quindi dovuto seguire l’industria mondiale è quella di estendere le operazioni di ricerca ed estrazione a tipologie di petrolio cosiddette non convenzionali, tra le quali le sabbie bituminose.

Le sabbie bituminose sono sostanzialmente il risultato dell’affioramento al livello del suolo di petrolio che successivamente si degrada attraverso l’azione di batteri ed agenti atmosferici. Questo fenomeno non è rarissimo, ed è presente anche in Italia, sulla costa orientale della Sicilia. Il maggior deposito mondiale di sabbie bituminose si trova però in Canada, nello stato dell’Alberta: con circa 600.000 Km2, una superficie quasi doppia rispetto all’Italia, l’Alberta è una delle poche aree del mondo dove sia possibile la produzione industriale di sabbie bituminose su larga scala. Il giro d’affari generato dalle sabbie bituminose è enorme: nel solo 2012 lo stato dell’Alberta ha esportato oltre 55 miliardi di dollari di petrolio ed ha una produzione giornaliera complessiva di circa 2 milioni di barili al giorno. Questo giro d’affari è inoltre in rapida crescita, facilitato dall’aumento del prezzo del petrolio (almeno fino a poco tempo fa) e della relativa scarsità di greggio convenzionale. Lo stato dell’Alberta ha visto quindi esplodere l’industria estrattiva: soltanto 10 anni fa si estraeva la metà di adesso e vi sono ampi margini di miglioramento. Secondo David Biello, autore di un interessante articolo su Scientific American (vedi Le Scienze n° 541, settembre 2013) sarebbero recuperabili circa 170 miliardi di barili con l’attuale tecnologia, mentre altri 1630 sono quelli stimati come esistenti e che aspettano uno sviluppo delle capacità estrattive.

Questo sviluppo implicherebbe però un aumento molto significativo dei gas serra emessi dall’estrazione e dalla raffinazione di quella che attualmente è una delle fonti di petrolio più inquinanti in assoluto, seconda probabilmente soltanto all’estrazione di greggio pesante in California. Un tipico blocco di minerale grezzo è costituito dal 73% di sabbie, 10% argille, 5% acqua e per il restante 12% da bitume: il solo fatto che la percentuale di prodotto utilizzabile alla fine del processo di separazione sia così basso implica un immenso dispendio di energia e grandissime quantità di scarti sotto forma di laghi di rifiuti tossici, le cui dimensioni sono tali da essere visibili dallo spazio. Tutto questo processo avviene attraverso il normale lavoro di scavo in superficie, effettuato da escavatori che dopo aver eliminato la foresta ed il terreno paludoso sottostante espongono le sabbie al processo di estrazione.

C’è però anche un’altra tecnica con cui viene prodotto il bitume: grandissime quantità di acqua portata a 350° C vengono iniettate nel sottosuolo per liquefare la parte bituminosa delle sabbie ed attraverso un condotto il bitume viene convogliato per poi andare incontro alla raffinazione. Questa seconda tecnologia estrattiva comporta una quantità di emissioni di gas serra pari a circa il 250% in più rispetto alle già nocive attività di superficie e purtroppo è questa seconda tecnica che si sta sviluppando sempre più velocemente, dato che le attività di superficie non possono scavare strati di sabbie bituminose al di sotto degli 80 metri di profondità.

Volendo seguire i dati della Canadian Association of Petroleum Producers, nel 2009 le attività di profondità hanno comportato un aumento dei gas serra del 16%; da allora le attività di profondità sono cresciute e nel 2012 sono arrivate a eguagliare quelle di superficie. E’ prevedibile con facilità che in futuro questo tipo di estrazioni crescerà in volume, nonostante il forte impatto ambientale: se venisse ultimato l’oleodotto Keystone XL (vedi figura a lato) la produzione annua complessiva delle estrazioni salirebbe di circa 830.000 barili al giorno mentre la produzione totale potrebbe arrivare a 5 milioni di barili al giorno entro il 2030. In un contesto come quello attuale dove nella produzione di energia elettrica a livello globale si procede verso una sostituzione del carbone con il gas, la produzione di sabbie bituminose sposterebbe semplicemente le emissioni di CO2 da una fonte di energia all’altra.

Per calcolare esattamente quale sia il limite alle emissioni si può usare il cosidetto carbon budget, elaborato dal gruppo di scienziati guidato dal fisico Myles Allen, dell’Università di Oxford, ovverosia l’esatta definizione quantitativa dell’ammontare di CO2 che è possibile liberare in atmosfera prima che sia raggiunta la soglia critica dei 2°C in più rispetto all’era pre-industriale. Secondo lo staff di Myles Allen la stima di questa quantità si aggira intorno ai 1000 miliardi di tonnellate di emissioni entro il 2050: questo può sembrare un numero enorme, quasi inarrivabile, ma purtroppo non lo è affatto. Attualmente infatti l’umanità produce circa 35 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, mentre la produzione globale dal 2000 al 2013 è stata di ben 250 miliardi di tonnellate: questo implica che non siamo molto lontani dalla soglia critica, che in assenza di politiche radicali, dovrebbe essere collocata all’incirca nell’estate del 2041. La International Energy Agency (IEA) nel 2010 ha analizzato il profilo di rischio costituito dalle sabbie bituminose al fine di contenere le emissioni al di sotto dei 2° C ed ha suggerito di assestare la produzione ad un livello massimo di 3,3 milioni di barili al giorno al 2035.

E’ davvero difficoltoso immaginare come sia possibile aumentare la produzione di sabbie bituminose e contemporaneamente rispettare i limiti imposti dal carbon budget: è stato calcolato che uno sfruttamento completo dei giacimenti dell’Alberta comporterebbe un aumento del riscaldamento terrestre di 0,4 gradi, circa la metà dell’effetto serra ad oggi misurato rispetto al periodo pre-industriale (stima di John P. Abraham, St. Thomas University, Minnesota) con un’emissione complessiva di ben 250 miliardi di tonnellate di CO2.
Una soluzione ci sarebbe ed è della massima semplicità: fare pace con la natura, lasciando sottoterra le sabbie bituminose dell’Alberta, e puntando finalmente con convinzione sulle energie rinnovabili.

20/11/2014

Clima, il grido d'allarme dell'IPCC: basta idrocarburi

Il rapporto dell’IPCC*, tra incubo e rivoluzione

di Daniel Tanuro, da lcr-lagauche.org, traduzione di Giovanna Tinè

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Il gruppo di esperti intergovernativo sui cambiamenti climatici ha pubblicato la sintesi del suo quinto Synthesis Report, insieme ad un riepilogo per chi è chiamato a prendere le decisioni politiche [1]. La diagnosi non è una sorpresa: il riscaldamento globale sta avanzando.

Esso è causato principalmente dall’uso dei combustibili fossili, e le conseguenze negative sono più importanti degli effetti positivi. Probabilmente è ancora possibile evitare un aumento della temperatura media di più di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, ma le politiche seguite negli ultimi venti anni porteranno ad un riscaldamento compreso tra 3,7 e 4,8°C (tra 2,5 e 7.8°C, tenendo conto dell’incertezza climatica) e ad un «alto rischio di impatti gravi, diffusi, e irreversibili a livello globale».

Una preoccupazione palpabile

La valutazione fatta in questa quinta relazione non è fondamentalmente diversa dalle precedenti, ma il grado di precisione dell’allarme è maggiore. Alcune zone d’ombra cominciano a schiarirsi e la preoccupazione degli autori è più evidente che mai.

L’espressione «virtualmente certo» (probabilità superiore al 99%) viene usata sempre più spesso per descrivere la probabilità di questo o quel fenomeno. Per esempio, diversi secoli di scioglimento del permafrost e di aumento del livello dei mari sono ormai considerati «virtualmente certi», anche nel caso di una drastica riduzione delle emissioni.

Dietro il tono scientifico “oggettivo” del rapporto, l’IPCC sta chiaramente lanciando un grido di allarme. L’inquietudine degli esperti è palpabile. Essa è particolarmente evidente nel fatto che la sintesi per i decisori politici contiene una sezione sull’aumento del rischio di «cambiamenti bruschi o irreversibili» dopo il 2100. Ad esempio, si legge che «la soglia per la scomparsa della calotta glaciale della Groenlandia, che comporterà un aumento del livello del mare fino a 7 m nel giro di un millennio o più, è superiore a circa 1° C ma inferiore a 4°C di riscaldamento globale». Quindi, nel lungo termine, limitare l’aumento della temperatura a 2°C non elimina completamente il rischio di uno sconvolgimento estremamente profondo dell’ “ecosistema terrestre”. [2]


I media ripetono regolarmente informazioni che danno la responsabilità al metano prodotto dai ruminanti, o alle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione. C’è qualcosa di vero in queste affermazioni, ma il rapporto dell’IPCC mette le cose in chiaro: «Le emissioni di CO2 prodotte dalla combustione di combustibili fossili e dai processi industriali hanno contribuito per il 78% al totale delle emissioni di gas serra dal 1970 al 2010, con un contributo percentualmente simile dal 2000 al 2010». Un grafico che mostra la responsabilità dei diversi gas tra il 1970 e il 2010 conferma che il problema principale è l’uso di carbone, petrolio e gas naturale come fonti di energia (vedi sotto, fonte IPCC).

Questa constatazione è determinante quando si tratta di elaborare delle soluzioni. Gli esperti dell’IPCC hanno sintetizzato la letteratura esistente sui modelli di “mitigazione” del riscaldamento globale. Essi distinguono tra otto scenari, a seconda del livello a cui la concentrazione atmosferica dei gas serra si sarà stabilizzata da qui alla fine del secolo. Per ogni scenario, una tabella mostra la riduzione delle emissioni da realizzare da qui al 2050 e da qui al 2100, e la probabilità che l’aumento della temperatura rispetto al periodo preindustriale resti sotto un certo livello (1,5°, 2°, 3°, 4°C) nel corso di questo secolo. In ogni scenario, la riduzione delle emissioni di CO2 proveniente dalla combustione di combustibili fossili ha un ruolo centrale.

Gli scenari: tra incubo e rivoluzione

Lo scenario meno restrittivo è quello in cui le emissioni continuano ad aumentare circa al ritmo attuale. In questo caso, la probabilità di superare un aumento di 4°C, è «maggiore della probabilità inversa». L’elenco delle catastrofi sociali ed ecologiche che ne conseguono è lunghissimo e da incubo. Per quanto riguarda la salute umana, per esempio, il rapporto prevede che «la combinazione di alta temperatura e umidità in alcune regioni ed in certi momenti dell’anno comprometterà le normali attività umane, comprese le colture alimentari e il lavoro all’aperto». La produttività agricola e le aree di pesca saranno colpite molto duramente. Il declino della biodiversità si accelererà.

All’altro estremo delle possibilità, un numero molto ridotto di studi considera la stabilizzazione della concentrazione atmosferica a 430ppm di CO2eq [3]. Ma questo è il livello attuale, e lo sforzo da realizzare all’interno di questo scenario implica restrizioni estreme, persino colossali. Nel 2050, le emissioni globali dovranno essere ridotte del 70-95% (in rapporto al livello del 2010); entro il 2100, dovranno essere ridotte del 110-120% [4]. Il riepilogo per i decisori politici non dice altro.

Questo scenario implica un riorientamento rivoluzionario di tutti gli ambiti della vita sociale. Tuttavia è l’unico che offrirà la possibilità di evitare il surriscaldamento globale oltre 1,5°C, l’obiettivo che molti scienziati (tra cui il presidente dell’IPCC!) considerano necessario.

In pratica, la relazione si concentra su due scenari: la stabilizzazione a 450ppm e quella a 500ppm. In questi due casi, si stima la possibilità di raggiungere un massimo di 2°C come obiettivo “probabile” (probabilità superiore al 66%), “più probabile che improbabile”, o “nella stessa misura probabile ed improbabile”. Rimanere al di sotto degli 1,5°C di aumento non è pensabile se non nel quadro di una stabilizzazione a 450 ppm, ma le probabilità sono scarse («più improbabile che probabile»).

Una difficoltà gigantesca

Questi scenari consentono un (piccolo) margine per aumentare ancora un po’ la quantità di gas serra immessi nell’atmosfera (dunque per bruciare ancora per un certo periodo di tempo una certa quantità di combustibili fossili). Tuttavia essi sono estremamente restrittivi. Ad esempio, nel caso di una stabilizzazione a 450 ppm, le emissioni mondiali dovranno diminuire del 42-57% entro il 2050 e del 78-118% entro il 2100 (rispetto al 2010). Da qui al 2050, la quantità di energia prodotta con intensità di carbonio nulla (“zero carbon”) o molto bassa (“low carbon”), dovrà aumentare del 90% su scala mondiale [5]. Il fatto che il 78% delle emissioni sono dovute alla CO2 proveniente dalla combustione di combustibili fossili, e che questa combustione rappresenta l’80% dell’energia utilizzata dall’umanità, mostra la grandezza della difficoltà.

C’è, naturalmente, una dimensione tecnica di questa difficoltà, che non voglio prendere in considerazione qui. Ci sono, soprattutto, le dimensioni sociali e politiche. Il rapporto insiste sulla giusta ripartizione degli sforzi tra i paesi (in base alle loro responsabilità storiche), sulla condivisione delle tecnologie, sulla necessità di una collaborazione internazionale, l’importanza di combinare la lotta contro il riscaldamento globale e la lotta contro la povertà, sugli imperativi etici di questa combinazione e sulle sfide per l’avvenire del genere umano... Si tratta di questioni cruciali che potenzialmente sfidano la logica del neoliberismo. Mai un rapporto dell’IPCC aveva mandato un messaggio del genere con tanta forza.

‘Svalutare gli attivi’

C’è un’altra difficoltà di ordine sociale su cui la sintesi per i decisori politici dice molto poco, ma che ha un peso decisivo. Ad un certo punto si legge: «La politica di mitigazione potrebbe svalutare gli attivi nell’energia fossile e ridurre le entrate per gli esportatori di combustibili fossili […]. La maggior parte degli scenari di mitigazione implica una diminuzione delle entrate per i maggiori esportatori di carbone e petrolio».

Queste due piccole frasi si riferiscono ad un problema cruciale: per non superare i 2°C di riscaldamento, l’80% delle riserve conosciute di combustibili fossili dovrebbe rimanere sotto terra e non essere mai sfruttato. Ma queste riserve fanno parte degli attivi delle compagnie petrolifere e (delle famiglie dominanti) degli Stati produttori. Dunque è un eufemismo scrivere che «la politica di mitigazione potrebbe svalutare gli attivi nell’energia fossile». In realtà, una mitigazione degna di tale nome implica la distruzione pura e semplice della maggior parte di quel capitale.

I padroni del settore delle energie fossili sono ben consapevoli del pericolo. È per questo che hanno massicciamente finanziato i “negazionisti climatici” e così facendo hanno guadagnato un po’ di tempo. Ma nel lungo periodo, è improbabile che le menzogne di questi ciarlatani possano ostacolare le inquietanti prove scientifiche presentate dall’IPCC. Questo è il motivo per cui l’accento viene sempre più posto sulla ricerca di una politica di mitigazione compatibile - réalisme” oblige - con il massimo mantenimento dei profitti dei padroni di carbone, petrolio e gas naturale.

Sfidare il capitale

La cattura e sequestro geologico della CO2 (CCS) occupa qui un posto strategico, e il rapporto dell’IPCC le attribuisce una grande importanza. Conviene saperlo per non farsi ingannare dai media quando cercano di convogliare la nostra attenzione sulla “buona notizia” che restare sotto ai 2°C ridurrà la crescita solo dello 0,06% annuo. Tale cifra è menzionata nel rapporto, ma questo dice anche che essa è stata calcolata ipotizzando un massiccio utilizzo del processo di cattura e sequestro di CO2. Secondo il rapporto, da qui al 2030, la transizione energetica richiederà investimenti di diverse centinaia di miliardi di dollari l’anno, a livello globale. Una bella somma... ma senza CCS, il costo della transizione aumenterebbe del 138%, addirittura del 200%.

Tuttavia, il ruolo dei combustibili fossili è solo un aspetto di una questione più ampia: è la logica di accumulazione ad essere in gioco. È diventato un luogo comune dire che la crescita infinita non è possibile in un mondo finito. Per ridurre drasticamente le emissioni da qui al 2050, dal momento che queste emissioni continueranno per tutta la durata della conversione energetica, è necessario ridurre il consumo finale di energia, e bisogna farlo in misura tale da rimettere in discussione la logica del “sempre più” energia. In breve: bisogna ridurre la produzione materiale e il trasporto dei beni.

Ciò è possibile senza danneggiare la qualità della vita (al contrario, migliorandola) se aboliamo le produzioni inutili e dannose, l’obsolescenza programmata, la quantità ridicola di trasporto richiesta dalla globalizzazione, ecc. È possibile farlo senza distruggere posti di lavoro (al contrario, favorendone la creazione) se condivideremo il lavoro, le ricchezze, i saperi e le tecnologie... Ma ciascuna di queste ipotesi porta invariabilmente alla stessa conclusione: bisogna sfidare il capitale.

La maggior parte dei ricercatori che creano modelli di mitigazione non tengono conto di questa possibilità. Per loro l’accumulazione fa parte del paesaggio, è una legge di natura. Quindi, oltre alla CCS, la maggior parte di loro include tra le proprie strategie l’estensione del nucleare e la massiccia combustione di biomassa. Si tratta, per così dire, di “toppe” sui danni prodotti dall’accumulazione. La sintesi per i decisori politici cita alcuni rischi di tali tecnologie (in particolare la concorrenza con la produzione alimentare, nel caso della biomassa), ma l’IPCC non fa altro che raccogliere gli studi esistenti, ed è quindi dipendente da essi.

Molto più che una lotta ecologica

Alla fine del 2015, il vertice di Parigi (COP21) dovrebbe produrre un accordo sul clima. Il rapporto dell’IPCC metterà ciascuno davanti alle proprie le responsabilità. Ci aspettiamo che esso avrà un peso determinante. Ma i governi non prenderanno in considerazione l’ipotesi anticapitalista. Mentre i contorni della catastrofe diventano sempre più certi, più chiari e più spaventosi che mai, mentre centinaia di milioni di poveri sono già le prime vittime del riscaldamento globale... questi governi riusciranno, nella migliore delle ipotesi, ad escogitare alle nostre spalle un accordo sul clima che sarà insufficiente sul piano ecologico, ingiusto sul piano sociale e pericoloso sul piano tecnologico. Le recenti decisioni dell’Unione europea mostrano chiaramente questo pericolo.

La possibilità di un’altra strada dipende esclusivamente dalla mobilitazione sociale. Poiché si tratta di molto più che una questione ecologica: è una sfida umana fondamentale, una scelta di società e civiltà che condizionerà tutte le altre. Il nostro avversario è potente. Lo può far arretrare solo l’azione collettiva di tutte e tutti le/gli oppresse/i e le/gli sfruttate/i. D’ora in poi, dobbiamo usare il grido d’allarme dell’IPCC per costruire un fronte il più ampio possibile in favore di un’alternativa che sia allo stesso tempo sociale ed ecologica. In una parola: ecosocialista.

18 novembre 2014

24/04/2014

Naomi Klein: La crisi ucraina come pretesto per imporre il fracking

La strada per battere Vladimir Putin è quella di inondare il mercato europeo con gas naturale ottenuto mediante fracking (frattura idraulica) negli Stati Uniti, o almeno questo è ciò che vuol farci credere l’industria. Nel quadro dell’escalation dell’isteria antirussa, due proposte di legge sono state presentate al Congresso statunitense; con esse si intende approvare fast-track [con procedura rapida] le esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG la sua sigla in inglese), allo scopo di aiutare l’Europa a sganciarsi dai combustibili fossili di Putin e rafforzare la sicurezza nazionale statunitense.

Secondo Cory Gardner, il legislatore repubblicano che ha presentato la proposta alla Camera dei Rappresentanti, opporsi a questa legislazione è come staccare il telefono in risposta a una chiamata d’emergenza dei nostri amici e alleati. E potrebbe essere vero, sempre nel caso in cui i tuoi amici e alleati lavorino alla Chevron e alla Shell, e l’emergenza sia la necessità di mantenere elevati i profitti di fronte alle decrescenti forniture di petrolio e gas convenzionali.

Perché questo trucco funzioni è importante non guardare troppo ai dettagli. Per esempio, il fatto che gran parte di questo gas probabilmente non arriverà in Europa, perché i progetti di legge permettono che il gas sia venduto sul mercato mondiale a qualsiasi Paese che appartenga all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

O il fatto che, per anni, l’industria abbia mandato il messaggio che gli statunitensi debbano accettare i rischi che la frattura idraulica porta alla loro terra, acqua ed aria, allo scopo di aiutare il proprio Paese a raggiungere un’indipendenza energetica. E ora, improvvisamente, astutamente la meta è diventata la sicurezza energetica, il che a quanto pare significa vendere sul mercato mondiale una momentanea eccedenza di gas ottenuto mediante fracking e così creare dipendenze energetiche all’estero.

E, soprattutto, è importante non rendersi conto che per costruire l’infrastruttura necessaria per esportare gas su questa scala ci vorrebbero molti anni di permessi e di costruzioni – un solo terminal LNG può costare fino a 7 miliardi, dev’essere alimentato da una massiccia rete interconnessa di gasdotti e postazioni di compressione, e richiede la sua propria centrale elettrica solo per generare energia sufficiente a liquefare il gas tramite un super-raffreddamento – . Quando questi grandi progetti industriali saranno in grado di funzionare, è possibile che la Germania e la Russia saranno diventate molto amiche. Ma in quel momento pochi ricorderanno che la crisi in Crimea è stata il pretesto di cui l’industria del gas ha approfittato per realizzare i suoi eterni sogni di esportazione, senza badare alle ripercussioni sulle comunità locali per il fracking, o sul pianeta che si riscalda.

Questa abitudine di sfruttare una crisi per ottenere profitti privati la chiamo la dottrina dello shock, e non mostra segnali di arretramento: in tempi di crisi, sia reali che costruite a tavolino, le nostre élites impongono politiche impopolari, che vanno a scapito della maggioranza, con il pretesto che è un’emergenza.

Certo, ci sono delle obiezioni – da scienziati del clima che mettono in guardia sul potente effetto riscaldante del metano, o dalle comunità locali che non vogliono questi porti ad alto rischio per l’esportazione sulle loro amate coste. Ma chi ha tempo per il dibattito? È un’emergenza! Suona il telefono del 118! Prima approviamo la legge, poi ci si penserà.

Molte industrie sono abili a fare questi trucchi, ma il più esperto a sfruttare la capacità che ha una crisi di frenare la razionalità è il settore globale del gas.

Negli ultimi quattro anni i lobbysti del gas hanno usato la crisi economica in Europa per dire a Paesi come la Grecia che l’uscita dal debito e dalla disperazione è quella di aprire i suoi mari belli e fragili alla perforazione. E utilizzano argomenti simili per razionalizzare il fracking nell’America del Nord e nel Regno Unito.

La crisi du jour è il conflitto in Ucraina. Lo usano come ariete per sconfiggere le sensate restrizioni alle esportazioni di gas naturale e per promuovere un discusso accordo di libero commercio con l’Europa. È un affarone: più economie imprenditoriali di libero commercio inquinanti e più gas che intrappola il calore e inquina l’atmosfera. Tutto questo in risposta a una crisi energetica in buona misura artefatta.

E vale la pena di ricordare - ironia delle ironie - che la crisi che l’industria del gas naturale è più abile a sfruttare è il cambiamento climatico stesso.

Cosa importa se l’unica soluzione che l’industria offre alla crisi climatica è quella di espandere drasticamente l’uso del fracking, che libera in atmosfera quantità massicce di metano, destabilizzatore del clima. Il metano è uno dei gas serra più potenti, 34 volte più forte per trattenere il calore dell’anidride carbonica, secondo i calcoli più recenti del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC la sua sigla in inglese). E si parla di un range di 100 anni, in cui il potere del metano si riduce nel tempo.

È molto più rilevante, argomenta Robert Howarth, biochimico della Cornell University, uno dei principali esperti del mondo sulle emissioni di metano, osservare l’impatto in un periodo da 15 a 20 anni in cui il metano ha un impressionante potenziale di cambiamento climatico: da 86 a 100 volte maggiore dell’anidride carbonica. "È in questo range temporale che rischiamo di rinchiuderci in un surriscaldamento rapidissimo" ha detto mercoledì scorso. E ricordate: non si devono costruire infrastrutture multimilionarie a meno che non si pensi di utilizzarle almeno 40 anni. Così la risposta che diamo al nostro pianeta che si surriscalda è la costruzione di una rete di forni atmosferici superpotenti. Siamo pazzi?

Non sappiamo quanto metano si libera perforando e facendo fracking e con tutta la sua infrastruttura. Anche quando l’industria del gas naturale vende le sue emissioni di anidride carbonica come “più basse del carbone”, non ha mai effettuato rilevazioni sistematiche delle sue fughe di metano. L’industria del gas, nel 1981, è uscita con l’astuto discorso che il gas naturale era un ponte verso un futuro di energia pulita. È successo 33 anni fa.

E nel 1988 – l’anno in cui il climatologo James Hansen mise in guardia il Congresso, con una storica testimonianza, sull’urgente problema del riscaldamento globale – l’Associazione Statunitense del Gas ha iniziato a descrivere esplicitamente il suo prodotto come risposta all’effetto serra.

L’uso che l’industria fa dell’Ucraina per espandere il suo mercato globale, sotto la bandiera della sicurezza energetica, si deve guardare nel contesto di questo ininterrotto curriculum di opportunismo di fronte alle crisi. Solo che stavolta siamo in molti di più a sapere dove sta la vera sicurezza energetica. Grazie al lavoro di ricercatori di fama, come Mark Jacobson e la sua equipe a Stanford, sappiamo che il mondo può, entro il 2030, ottenere la sua energia esclusivamente da fonti rinnovabili. E grazie ai più recenti e allarmanti rapporti dell’IPCC sappiamo che farlo è ora un imperativo esistenziale.

Questa è l’infrastruttura che abbiamo bisogno di affrettarci a costruire – non grandi progetti industriali che ci inchioderebbero in un’ulteriore dipendenza dai pericolosi combustibili fossili ancora per decenni nel futuro – . Sì, di questi combustibili ci sarà ancora bisogno durante la transizione, ma di convenzionali ce n’è più che abbastanza per portarci dall’altra parte: metodi di estrazione super-sporchi come le sabbie bituminose e il fracking sono semplicemente inutili. Come ha detto Jacobson in un’intervista proprio questa settimana: "Non abbiamo bisogno di combustibili non convenzionali per produrre l’infrastruttura per convertire in energia eolica, idrica e solare interamente pulita e rinnovabile per tutte le necessità. Possiamo contare sull’infrastruttura esistente più la nuova infrastruttura [della generazione rinnovabile] per fornire l’energia per produrre il resto dell’infrastruttura pulita di cui abbiamo bisogno... Petrolio e gas convenzionali sono molto più che abbastanza".

Su queste basi, dipende dagli europei trasformare il loro desiderio di emancipazione dal gas russo nella domanda di un’accelerata transizione alle rinnovabili. Questa transizione – alla quale le nazioni europee sono impegnate dal Protocollo di Kyoto – può essere facilmente sabotata se il mercato mondiale è inondato con combustibili fossili economici estratti mediante fracking dal letto di roccia statunitense. Rispondere alla minaccia di un riscaldamento catastrofico è il nostro più urgente imperativo energetico. E semplicemente non ci possiamo permettere il lusso di distrarci con il più recente trucco di marketing, gonfiato con una crisi, dell’industria del gas naturale.

Traduzione per Senzasoste di Andrea Grillo, 21/04/2014

Fonte

02/10/2013

Permafrost, clima e scissione del metano

di Liliana Adamo

Sessanta trilioni di dollari. Cifra tonda e di per sé necessariamente speculativa, l’ammontare che l’economia globale sarebbe costretta a sborsare semmai avvenisse la temuta fusione dell’Artico. Il nuovo studio divulgato qualche giorno fa dalla rivista Nature esamina l’impatto sociale ed economico all’origine di una drammatica “rottura” del permafrost artico, infiammando un animato dibattito sul fronte internazionale di chi confuta o no le catastrofiche prospettive. E le previsioni in gioco sono tutt’altro che il risultato d’amene chiacchiere accademiche.

La storia ha inizio negli anni novanta, all’avvio della seconda “rivoluzione energetica”, quando, negli ambienti di ricerca si comincia a discutere di una particolare sostanza presente sui fondali oceanici, gli idrati di metano fino allora pressoché ignorati, ritenuti poco più di una curiosità geologica, privi di qualsiasi valore commerciale.

Il metano biogenico (o idrato di metano), rilasciato attraverso processi di decomposizione della sostanza organica, si va accumulando all'interno dei sedimenti, dove può concentrarsi e risalire in superficie. Se la superficie è un fondale marino, il gas che si libera è coeso all'acqua fredda più profonda, dando forma a una sorta di "ghiaccio", le cui molecole si cristallizzano formando strutture "a gabbia".

Congelando, l'acqua comprime il gas e il composto assume un'elevatissima densità. Chimicamente, gli idrati di metano sono costituiti da una molecola di metano e sei di acqua (CH46H2O), appartengono alla famiglia dei "clatrati", particolari composti in cui la normale struttura cristallina del ghiaccio si altera per “modellare” celle chiuse, dette appunto "a gabbia". Perché questo processo avvenga, sono necessari fattori concomitanti, una bassa temperatura (-15°C), elevata pressione ambientale (20 bar, corrispondenti a una profondità marina di poco meno di 200 m), disponibilità di metano e molecole d’acqua.

Per le particolari condizioni in cui questi composti si formano e rimangono stabili, la loro presenza è limitata a tre habitat fondamentali: fondali oceanici, terreni interessati da permafrost e ghiacci polari. Le condizioni più favorevoli alla formazione d’idrati di metano si realizzano su grande scala sui fondali marini, trovandosi a profondità comprese tra i trecento e i quattromila metri. Sopra tali profondità la compressione non è sufficiente alla loro formazione, al di sotto, dove sono ottimali le condizioni di pressione e temperatura, scarseggerebbe la sostanza organica che dà origine a questa sorta d’idrocarburo gassoso.

Grandi quantità d’idrati sembrano quindi depositarsi lungo il declivio continentale, nelle distese abissali, dove si concentrano i sedimenti, ricchi di sostanza organica, che scivolano dai continenti verso il mare aperto lungo gli scoscendimenti terrestri. Tuttavia, se le temperature sono molto basse, gli idrati di metano si formano a pressioni meno elevate, come, per esempio nelle calotte polari o nei terreni gelati del permafrost, in vaste zone dell'Alaska e della Siberia.

Occupano spazi porosi nei sedimenti, per uno spessore di qualche centinaio di metri. A profondità più elevate, dove la temperatura aumenta a causa del gradiente geotermico, gli idrati si dissociano in acqua passando allo stato gassoso e come nei normali giacimenti, costituiscono una sorta di "crosta" che racchiude metano allo stato aeriforme.

Costituiti da "gabbie" di ghiaccio che intrappolano molecole gassose, gli idrati di metano sono composti stabili solo quando avvengono condizioni d’elevate pressioni e temperature molto basse. Se aumentano le temperature o si riducono le pressioni, il ghiaccio fonde e il metano si libera in forma gassosa: la sopravvivenza degli idrati a pressione e temperatura ambiente è di pochi secondi.
Per questo anche solo il semplice prelievo di campioni di questa sostanza è molto complesso, poiché, riportato in superficie, la maggior parte si disperde, mentre particelle minimali possono essere recuperate sotto forma di solido. Caratteristica, quest’ultima, che rappresenta una limitazione all'estrazione del metano immagazzinato, ma, soprattutto, è fonte di gravi problemi ambientali legati al suo utilizzo.

La fusione del ghiaccio contenuto negli idrati dei fondali oceanici può avvenire per diverse cause, ma la principale è sicuramente un aumento nella temperatura dell'acqua. La liberazione del metano in forma gassosa provoca la formazione di bolle in gas che risalendo si espandono e, una volta raggiunta la superficie, si disperdono nell'atmosfera. Questo origina quel caratteristico "ribollio" delle acque interessate dal fenomeno.

La seconda “rivoluzione energetica” sembra favorire il metano, soprattutto in virtù della sua eccedenza tra i combustibili fossili e al fatto che le multinazionali del settore energetico lo ritengano relativamente “pulito”. La sua molecola è costituita da quattro atomi d’idrogeno e uno di carbonio (CH4), bruciando, libera minor quantità di carbonio, producendo emissioni CO2 inferiori del 25% rispetto alla benzina e del 50% rispetto a gasolio e Gpl. Inoltre, le emissioni sono esenti da residui - benzene e polveri sottili - dannosi alla salute e principali imputati dell’effetto serra.

Si calcola che sui fondali marini e nelle zone di permafrost siano presenti più di 100.000 milioni di miliardi di metri cubi di metano, intrappolati sotto forma d’idrati. In pratica, la quantità sfruttabile potrebbe essere due ordini di grandezza superiore rispetto alla quantità di metano sul pianeta per fornire circa il doppio dell’energia ricavabile da tutti i depositi per combustibili fossili presenti allo stato attuale.

Per questo ci si avvia all’individuazione dei giacimenti, ma la ricerca appare almeno discutibile. A oggi si utilizzano metodi geofisici che ottengono il massimo rendimento dalle proprietà nei livelli ricchi d’idrato che, a loro volta, riflettono onde sismiche. Appositi sistemi (“cannoni” ad aria compressa per le indagini in mare), provocano propagazione di onde sismiche, il fenomeno è chiamato Bottom Simulating Reflectors, attraversando rocce sotto i fondali, si ottengono, fra l’altro, vere e proprie “ecografie” con “profili sismici” di questi strati rocciosi.

A scopo scientifico e commerciale, con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale, coadiuvato dalla nave OGS - Explora, pochi sanno che il nostro paese è all’avanguardia in questo tipo di ricerche. Seguono lo statunitense Brookhaven National Laboratory, che conduce test sulla creazione di queste molecole in laboratorio e la Chevron - Texaco, finanziata direttamente dal Dipartimento dell’Energia e dalla stessa compagnia petrolifera.

Nel 2005, durante trentacinque giorni di spedizione nel Golfo del Messico, sono stati studiati e prelevati campioni d’idrati fino a 1300 metri di profondità, grazie a piccoli sommergibili, molto funzionali; scopo della missione, ottenere la liberazione del metano imprigionato nel ghiaccio, senza provocarne la dispersione nell’ambiente, consentendo la dissociazione e il recupero del gas direttamente dai sedimenti. Negli Stati Uniti, il Dipartimento dell’Energia ha avviato un programma che, verosimilmente, potrebbe passare alla produzione commerciale di metano ricavato dagli idrati, già dal 2015.

Ciò che ci interessa sapere è in che modo l’idrato (molto più opaco all’infrarosso della CO2), sia, in realtà, una sostanza addirittura con effetti più devastanti - venti volte superiori a quello dell’anidride carbonica - per l’ambiente. Se, fino a oggi, le conseguenze sono state quasi nulle, testimonianze geologiche dimostrano senz’ombra di dubbio, che a periodi climaticamente più caldi si associano aumenti della concentrazione di metano nell’atmosfera.

E dunque, potenzialmente, lo sfruttamento degli idrati può esporci al pericolo di liberare grandi quantità di metano (in modo “accidentale” com’è successo per il petrolio, o come “danno collaterale” di un normale processo estrattivo). Allo stesso modo, il riscaldamento degli oceani dovuto al global warming porterebbe alla fusione di grandi quantità d’idrati, sui fondali, nei terreni e nei permafrost dei ghiacci polari, liberando metano nell’atmosfera con effetti i cui esiti appaiono difficilmente prevedibili.

Il “contributo” umano al surriscaldamento globale si è dimostrato decisivo, ma consideriamo di bruciare l’intera risorsa di combustibili fossili a nostra disposizione, ciò equivarrebbe a 200 miliardi di tonnellate di CO2 scaricate nell’atmosfera terrestre; nulla al confronto con la possibilità che dagli idrati si scatenino 10.000 miliardi di tonnellate di metano, senza contare che dai sedimenti continentali, in assenza d’idrati, si formerebbe materiale non compatto e instabile, con l’innesto di larghi fenomeni franosi nelle aree soggette a prelievi e “alterazione” dell'ambiente dovuta al surriscaldamento.

Al particolare interesse delle multinazionali sulle enormi riserve intrappolate in Siberia Orientale e in tutto l’Artico (regione nordamericana dell’Alaska in primis), la scienza oppone un concetto terribilmente semplice: qualora questi depositi congelati in forma d’idrati di metano, fossero “liberati”, le retroazioni sarebbero di una tale portata da far aumentare (drammaticamente), il tasso di surriscaldamento del pianeta e ciò nondimeno (com’è già avvenuto in passato), politici e lobby finanziarie fanno orecchie da mercante.

Come sostiene John Vidal (The Guardian), per sfruttare pozzi ricchi di gas e petrolio, governi e industrie attendevano con impazienza lo scioglimento delle regioni artiche, prevedendo in un evento di per sé catastrofico, una “personale benedizione”. Eppure il rilascio di un singolo impulso dal gigante del metano ci esporrebbe a cambiamenti climatici apocalittici e a un conto pari a sessanta trilioni di dollari, un collasso per l’economia globale. “Una bomba a orologeria” ha commentato Gail Whiteman, analista presso l’Università Erasmus di Rotterdam, co-autrice, fra l’altro, del famoso rapporto.

Il ghiaccio nel Mare Artico si ritrae a un tasso senza precedenti. Il trend negativo è stato raggiunto nel 2012, quando è crollato sotto i 3,5 milioni di kmq, cancellando la sua estensione del 40% rispetto agli anni ’70. Un vero record, considerando che le età geologiche della Terra si misurano in centinaia se non in migliaia di anni. Il manto siderale perde anche il suo spessore a tal punto che gli scienziati prevedono il totale scioglimento del ghiaccio estivo entro il 2020. Il punto è che se il ghiaccio artico si ritira, il consecutivo riscaldamento del mare permetterà al permafrost di liberare grandi quantità di metano: una gigantesca riserva di gas serra sotto forma d’idrati potrebbe sconvolgere il clima terrestre nei cinquanta anni successivi.

Fonte

Come cantavano gli Articolo 31 in "2030", finiremo per uscire di casa con la maschera anti-gas, o peggio ancora, la tuta NBC sempre addosso.