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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/04/2026

Transizione ecologica o speculazione? Il caso Fornaci

C’è un momento preciso in cui una vicenda locale smette di essere un semplice “progetto” e diventa un fatto politico. A Brescia, quel momento è arrivato. Non con una delibera, non con un parere tecnico, ma con uno striscione di venti metri steso davanti ai campi nei pressi del quartiere di Fornaci, domenica 29 marzo. È lì che il conflitto è diventato visibile. Ed è lì che la parola “politica” ha ripreso il suo significato più alto: non gestione dell’esistente, ma scelta sul destino di un territorio e di una comunità.

Un progetto che interroga

Sulla carta, quello previsto alla periferia sud-ovest della città è un impianto agrivoltaico. Energia rinnovabile, dunque. Transizione ecologica. Ma dietro questa etichetta si muove una realtà più complessa.

Il progetto coinvolge un grande operatore come SNAM e insiste su terreni di proprietà di un ente religioso, l’Opera Pia Carboni, legata alla Diocesi. Un intreccio che mette insieme energia, finanza e proprietà fondiarie in un’operazione che viene presentata come “green”, ma che solleva interrogativi profondi. Perché non è in discussione il principio delle energie rinnovabili. È in discussione il modo in cui vengono progettate, collocate, imposte.

Le istituzioni: perplessità o copione già visto?

Dopo le prime mobilitazioni, sia il Comune sia la Provincia hanno espresso infine obiezioni sull’opportunità del progetto. È un fatto rilevante. Ma non basta.
Perché esiste un copione ormai noto: i progetti avanzano senza vero dibattito pubblico, la mobilitazione cresce, le istituzioni prendono posizione, ma senza assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione. Nel frattempo, il processo resta aperto.
E la domanda resta sospesa: si tratta di un cambio reale di orientamento o di una presa di distanza temporanea?

La differenza la fanno le persone

Se oggi il progetto è in discussione, non è per un’iniziativa istituzionale. È per ciò che è accaduto nel quartiere.
La differenza la stanno facendo le persone che ci vivono e che hanno scelto di esserci, dando priorità alla tutela del territorio e dicendo con forza no al progetto agrivoltaico a Fornaci. Lo hanno dimostrato con la spettacolare azione di domenica 29 marzo, quando hanno steso uno striscione di 20 metri davanti all’area minacciata.
Ribadendo ancora una volta che non sono contrarie alle energie rinnovabili, ma ritengono debbano essere realizzate in modo corretto e nel rispetto del territorio e delle aree abitate.
Questa è solo una delle iniziative che si stanno portando avanti. Nei prossimi giorni saranno valutate altre azioni per continuare la protesta e difendere il territorio.

Oltre il no: una proposta

Ed è qui che il caso Fornaci assume un significato pienamente politico, nel senso più alto del termine. Non si tratta solo di opporsi, ma di proporre.
Il Comitato Spontaneo Fornaci, insieme a realtà locali e provinciali come Legambiente e Brescia SiCura – Controllo di Vicinato, sta lavorando a un progetto alternativo: una riforestazione sociomassiva dell’area.
Oltre 200 mila metri quadrati, circa sessanta piò bresciani, da trasformare attraverso la messa a dimora di circa ventimila alberi e arbusti.
Una proposta costruita con il contributo di agronomi, forestali ed economisti, che mira a dimostrare come i servizi ecosistemici generati possano garantire alla proprietà un reddito non inferiore – e potenzialmente superiore – a quello attuale. La proposta preliminare sarà presentata pubblicamente entro l’estate.

Il nodo: chi decide la transizione?

A questo punto la domanda diventa inevitabile. Chi decide che cosa è “transizione ecologica”?
Se un progetto promosso da grandi operatori energetici, su terreni appartenenti a un ente religioso, può trasformare decine di ettari di suolo agricolo senza un reale coinvolgimento della comunità, allora il problema non è tecnico. È politico. Politico nel senso pieno: riguarda il rapporto tra potere e territorio, tra decisione e partecipazione, tra interesse economico e bene comune.

Il silenzio (non innocente) dei “Verdi”

In questa vicenda colpisce anche un altro elemento.
Proprio quelle realtà che dovrebbero essere più sensibili ai temi ambientali – liste civiche, gruppi “green”, movimenti climatici presenti anche in Loggia – si sono mosse poco e tardi. Quando lo hanno fatto, spesso si sono limitate a dichiarazioni negative ma prudenti, oppure hanno lasciato trapelare una sostanziale apertura verso il progetto.
Il ragionamento, più o meno esplicito, è sempre lo stesso: più fotovoltaico significa più autonomia energetica, meno dipendenza dall’estero, meno crisi.
Un discorso che, a sentirlo bene, finisce per assomigliare più a una versione locale delle retoriche sull’“indipendenza energetica” che a una riflessione concreta sui territori. E così, nel nome della transizione, si accetta quasi tutto. Anche ciò che transizione non è.

Una linea di confine

A Fornaci oggi passa una linea di confine.
Da una parte un modello che considera il territorio una superficie disponibile, da utilizzare in nome della transizione energetica. Dall’altra una comunità che rivendica il diritto di essere parte delle scelte, di difendere il proprio spazio, di costruire alternative. Ed è forse questo l’elemento più significativo. Perché, mentre il sistema si muove con le sue logiche e le istituzioni oscillano tra prudenza e ambiguità, qualcosa è già cambiato. Una presenza. Una consapevolezza. Una presa di parola.

Non è solo Fornaci

Pensare che questa sia una vicenda locale sarebbe un errore. Fornaci è un laboratorio. Qui si misura se la transizione ecologica sarà davvero un processo condiviso, oppure una nuova forma di intervento dall’alto, rivestita di linguaggio ambientale.
Per questo quello che sta accadendo non riguarda solo un quartiere. Riguarda tutto il capoluogo. E riguarda, soprattutto, il significato che vogliamo dare alla parola politica.

Fonte

18/03/2026

UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza

La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il nucleare è strategico nella nuova fase in cui, a detta della stessa Von der Leyen “L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà” e l’UE lavora da anni a questo nuovo assetto, innanzitutto creando le condizioni per cui gli Stati riprendano iniziativa e investimenti.

I principali veicoli sono stati e continuano ad essere:
- la narrazione sulla “neutralità climatica” della fissione nucleare – dal 2021, con l’inclusione nella tassonomia delle fonti considerate sostenibili sui mercati europei;
- quella dell’autosufficienza strategica – dal 2022, con il coinvolgimento diretto dei Paesi UE nello scontro con la Russia tramite l’imposizione di pesanti sanzioni, e la successiva formulazione di un piano RePower EU.

L’UE non si è risparmiata neanche in proiezioni negli ultimi anni. Ricordiamo le stime di Breton (commissario europeo al Mercato Interno) che nel 2024 stimava che le centrali nucleari di nuova generazione avrebbero richiesto un investimento di 500 miliardi di euro da lì al 2050 – e i fondi hanno iniziato a stanziarli, come previsto anche dall’ultimo programma quadro Horizon Europe 2028-2034 che prevede 9.7 miliardi per il programma di ricerca e finanziamento EURATOM 2028-2034, per l’innovazione nel settore nucleare.

Sempre di sostegno agli investimenti nel settore parla la Presidente della Commissione europea, che a questo scopo annuncia 200 milioni di euro, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor. Questo, come abbiamo approfondito precedentemente, non implica avanzamenti tecnologici significativi o aumenti di efficienza, ma ha come scopo principale l’apertura del mercato ad attori privati.

È quindi chiaro che siamo al punto di svolta di un processo avviato da anni. In particolare, il passaggio sempre più veloce dalla competizione economica alla guerra guerreggiata ha legato in maniera sempre più stretta il ritorno al nucleare e il processo generalizzato di riarmo. Lo stesso programma Horizon28-34 è totalmente incardinato sul dual-use, secondo le indicazioni fornite dai report di Draghi, Letta, Heitor e Niistro.

Se il rincaro del prezzo del greggio, con le navi ferme nello stretto di Hormuz, è il gancio perfetto per ravvivare la propaganda sulla sovranità energetica, è evidente che il nucleare non possa essere una risposta immediata alla crisi. È invece chiara la volontà dell’UE di farne uno dei cardini strategici al livello energetico e militare, come dimostra il piano per il nucleare militare lanciato sempre da Macron una settimana fa, che coinvolge per ora 8 Paesi europei: Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia, Svezia e Grecia.

Anche questa questione non emerge da pochi giorni: con l’avvento di Trump e il ridisegno degli equilibri “euro-atlantici” (tra gli attriti economici tra Unione Europea e USA e il disimpegno statunitense nella NATO), la Francia aveva già avanzato l’ipotesi per i Paesi europei di svincolarsi definitivamente dall’alleanza, nell’ottica di una difesa europea e di un ombrello atomico a guida francese.

Particolarmente preoccupante l’affermazione del Presidente francese sul fatto che aumenteranno le testate atomiche, contemporaneamente cessando di dichiararne pubblicamente il numero. Siamo davanti ad un occidente che rimpolpa il proprio arsenale tentando di imporre con la forza il proprio dominio su un mondo ormai multipolare. E nonostante si sia dimostrato in ogni caso l’aggressore (l’interventismo in Ucraina, il rapimento di Maduro in Venezuela e il recente attacco all’Iran sono solo gli ultimi della serie storica) continua a porsi su un piedistallo morale da cui imporre un ordine fondato sulla violenza.

Dietro l’aggressione all’Iran c’è proprio la presunzione di poter decidere chi può o non può sviluppare un programma nucleare, giustificando così un attacco “preventivo”, proprio da parte degli unici che storicamente hanno sganciare due bombe atomiche – gli USA, sul Giappone. Nell’ultimo secolo la minaccia atomica è sempre venuta dall’Occidente, lo stesso che ha esportato guerre in tutto il mondo usando la scusa del nemico esterno esattamente come si cerca di fare in questo momento.

Il problema non è quindi solo Trump e non è solo Netanyahu: le classi dominanti europee sono totalmente complici delle loro politiche e non hanno alcuna volontà di condannarle o di arginarle – anzi contribuiscono attivamente ad avvicinarci sempre più velocemente al baratro ambientale e alla guerra.

Da questo punto di vista il Governo Meloni, come ben sappiamo, è l’ultimo di una serie di esecutivi che hanno accettato supinamente i passaggi sul rilancio della fissione. Tuttavia, anche in un contesto di accelerazione, è innegabile che ne abbia fatto un cavallo di battaglia nella retorica della “sovranità”... nonostante sia lo stesso Macron ad ammettere, nel corso del suo intervento al vertice, che proprio la filiera dell’uranio è quella più vincolata alla Russia, riaffermando implicitamente la centralità delle mire europee sul continente africano – dalla Francia all’Italia, che con il Piano Mattei prova a dotarsi dello strumento adatto per portarle avanti.

I governi italiani sono stati infatti (e quello attuale dimostra a maggior ragione di esserlo) totalmente complici di questo disegno, e nonostante la Meloni si finga equilibrista in un clima di profondo malcontento rispetto alle possibili conseguenze dell’ennesima crociata occidentale, l’esecutivo è in realtà già schierato sin dal proprio insediamento dalla parte degli armaioli, del genocidio, della devastazione dei territori e del Pianeta.

Proprio il Ministro Pichetto Fratin, promotore del DL sul “Nucleare sostenibile” (disegno che contestiamo ormai da un anno) sbandiera durante il vertice l’impegno italiano nel triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050; e mentre formalmente ancora non aderisce alla cordata dei Paesi per il nucleare militare, si muove per studiare la fattibilità di sommergibili a propulsione nucleare.

Ecco perché nonostante la propaganda, i fatti dimostrano che l’UE tenta da anni di cavalcare la narrazione green come strumento per rilancio economico e tenuta nella competizione globale, gradualmente abbandonando la falsa transizione ecologica in favore della vera transizione bellica – uno schiaffo in faccia alle centinaia di migliaia di persone (soprattutto giovani) che negli anni passati abbiamo visto scendere in piazza nella speranza che l’UE intraprendesse la strada della neutralità climatica.

Lo diciamo da allora e lo ribadiamo oggi più che mai: nessun tradimento da parte di queste classi dirigenti, ma solo la rivelazione che le scelte prese in materia energetica ed economica (dal liberismo sfrenato alla green economy al keynesismo militare) non sono mai state mosse da fini ecologisti ma dalla volontà politica di aumentare la competitività del polo europeo a scapito di ricadute sempre più gravi sui territori.

Quindi basta illusioni, è necessario mettersi al lavoro approfondendo l’analisi e dotandosi degli strumenti adatti per portare avanti oggi una battaglia necessaria per scongiurare il baratro climatico e ambientale, mettendo in discussione gli attuali rapporti di produzione per uscire dal perimetro dello sviluppo capitalista che ci ha portati fino a questo punto. È la storia oggi ad imporci la scelta di organizzarci – a noi il dovere di assumerla.

Fonte

21/12/2025

La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo

Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).

Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.

Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, con l'obiettivo da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra di sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.

Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.

Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche come quest’ultima è stata sin da subito ampiamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.

Bruxelles e le compagnie degli armamenti sono andate a braccetto in questo ribaltamento della realtà. Palazzo Berlaymont ha definito un quadro regolatorio del processo di investimento e valorizzazione dei capitali che caratterizza esplicitamente la UE come lo spazio in cui poter rilanciare la produzione bellica, e farlo ammantando il tutto con una sverniciata di verde.

Infine, terzo motivo: nel fare questo, ha sapientemente cancellato ogni voce critica, e ha anche evitato di rispondere alle domande degli attori coinvolti che ponevano problematiche su questo processo. La storia di Tommy Piemonte raccontata qui sotto ne è una prova chiara.

Dunque, una costruzione politica che fonda il proprio ruolo internazionale sulla guerra, coperta dal greenwashing, in barba ai valori di democrazia che dice di voler difendere. Questo è il sunto dell’inchiesta, alla cui lettura vi lasciamo.

*****

“La guerra è pace, la pace è guerra”. Insieme all’industria della difesa, la Commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile.

L’obiettivo: aprire le porte del crescente mercato degli investimenti sostenibili o ESG (che promuovono attività ecologiche, sociali o di buona governance), il segmento verde della finanza europea che attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Morningstar.

Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di sostenibilità, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente estranei quali la difesa e la sicurezza.

Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, l’evangelizzazione portata avanti dalla Commissione ha legittimato l’aumento dei titoli di imprese del settore della difesa nei portafogli verdi delle società di gestione del risparmio. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, sono presenti nei portafogli dei fondi verdi per miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono gestiti da asset manager globali autorizzati ad operare nei mercati europei.

Per esempio Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza e nella distruzione delle terre agricole della Striscia, figura oggi in fondi di “transizione climatica” o “ESG”. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare senza saperlo quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio.

50 miliardi di fondi verdi finiti in carri armati e droni militari 

In soli quattro anni, gli investimenti verdi nell’industria bellica sono più che triplicati. Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il 2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari.

La nostra inchiesta ha analizzato i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo, cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo analizzato 3.037 fondi che dal 2021 al 2025 hanno inserito azioni del settore della difesa nei loro portafogli verdi.

Gli investimenti verdi sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (detto Sfdr) in vigore dal 2021, disciplina gli investimenti che promuovono “caratteristiche ambientali e/o sociali” (articolo 8) e per quelli che devono essere propriamente “sostenibili” (articolo 9). Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione europea, il più grande al mondo.

Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è raddoppiato raggiungendo i tremila miliardi di euro, l’equivalente del pil della Francia nel 2024. Solo nel 2025 circa 769 fondi verdi hanno accumulato profitti per 7 miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da parte delle società attive nella difesa.

“In questo periodo queste aziende hanno generato forti profitti, e investire nella difesa era quindi conveniente”, spiega a Voxeurop Nicola Koch, dell’ong Sustainable Finance Observatory. Tuttavia, aggiunge, “i produttori di armi non possono rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere, provocando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo sostenibile. È quindi di fondamentale importanza la massima trasparenza sui criteri di ammissione e di esclusione e che le preferenze degli investitori al dettaglio siano attentamente chiarite e rispettate durante gli incontri con i consulenti finanziari”.

“Oggi è molto redditizio investire nei produttori di armi. Investire in queste aziende è ancora più lucrativo se sono anche beneficiarie di finanziamenti verdi”, commenta Attiya Waris, esperta indipendente delle Nazioni Unite in materia di debito estero, altri obblighi finanziari internazionali e diritti umani, nonché docente di diritto fiscale all’Università di Nairobi.
 
Quali società hanno tratto maggiori profitti?

Nel 2025 104 società si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di investimenti verdi commercializzati da società di gestione del risparmio. Metà di questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con 5,6 miliardi di euro. Seconda è la tedesca Rheinmetall con 4 miliardi di euro.


Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems. Rolls-Royce, tramite la sua filiale tedesca MTU e BAE Systems producono componenti o sistemi di arma usati dall’esercito israeliano a Gaza.

Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone: fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing, TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18 destinati a investimenti fuori dall’Unione europea, pari al 70 per cento.

In Europa i principali fondi verdi commercializzati ai risparmiatori comprendono il fondo “ESG Top World”, offerto da DWS in Germania (che investe 95 milioni nella canadese Bombardier) e diversi altri fondi proposti da Montpensier Arbevel. Quest’ultimo propone un “Best Business Model SRI” (dove SRI sta per Investimento sostenibile e responsabile) e un “Great European Models” che hanno investito 60 milioni tra Airbus e Safran, mentre il gigante statunitense BlackRock commercializza in Lussemburgo un “European Equity Transition” che detiene azioni per 24 milioni di euro in MTU Aero Engines, Rolls Royce e Thales.

“La produzione di armi non è sostenibile per definizione. Queste aziende possono già raccogliere tutto il capitale di cui hanno bisogno attraverso strumenti di debito tradizionali, quindi garantire finanziamenti sufficienti non dovrebbe essere un problema per loro”, osserva Nicola Koch. “Non credo che la loro presenza nei fondi verdi sia motivata da considerazioni finanziarie. A mio avviso, il tentativo dell’industria delle armi di essere classificata come sostenibile è motivato piuttosto dalla reputazione, come un modo per dimostrare che l’industria è responsabile”.

Come si è arrivati a questi livelli di investimenti? Il caso di un manager tedesco espulso da una riunione organizzata dalla Commissione Europea racconta la storia di un processo imposto dall’alto e coordinato con le aziende della difesa. 

Le scomode domande del bancario alla Commissione europea

Tommy Piemonte era un manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und Caritas – “Banca della pace per la chiesa e la carità”. Metà italiano e metà tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile. Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro emblematico organizzato dalla Commissione Europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, intitolato “Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica”. L’incontro aveva un obiettivo preciso: aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa. Lo abbiamo incontrato nel gennaio 2025.

In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change (“Azionisti per il cambiamento”), Piemonte si aspettava risposte chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa.

All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha posto alcune domande semplici: “Perché pensate che sia così importante per l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?”. L’ultima delle sue osservazioni, secondo la ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata l’espulsione: “Non date l’impressione che non rispondete alle mie domande solo perché vi sembrano troppo critiche”.

“Mi hanno cacciato senza preavviso. Ero scioccato, mi sembrava una situazione irreale perché io rappresento i finanziatori e gli investitori, soprattutto quelli che hanno a cuore la sostenibilità, cioè il settore al quale era indirizzato questo incontro”, ci ha raccontato Piemonte. “Sei stato allontanato perché stavi disturbando la riunione”, gli hanno poi spiegato gli organizzatori dell’evento via mail.

La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: “Quasi tutti i relatori hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa”, ha spiegato. “Come se io fossi vegetariano e al ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche sono vegetariane” – il Grande Fratello orwelliano non avrebbe da ridire.

Un rapporto interno della Commissione che abbiamo analizzato rivela che gli organizzatori hanno invece apprezzato “discussioni produttive sulle sfide e le opportunità di investimento” nell’ambito di un incontro che, a detta loro, avrebbe promosso “il dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi agli investimenti nel settore della difesa”.

Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – lavorano per convincere gli asset manager a includere i produttori di armi nei fondi verdi. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, vi sostiene che “il quadro finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”.

Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione generale per la stabilità finanziaria, aggiunge: “Il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa”, sottolineando in una slide che “l’Sfdr è neutrale dal punto di vista settoriale”. 

Armi che “non recano danni significativi”

Per poter essere considerato sostenibile secondo le regole europee un investimento non deve recare danni significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione ha fornito una lista di indicatori chiamati “Principali impatti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità” (Principal adverse impacts of investment decisions on sustainability factors).

L’unica menzione del settore della difesa fra questi indicatori è quello di esposizione ad armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche). Per la normativa tutte le altre armi come carri armati, droni armati, munizioni o armi da fuoco, e persino le armi atomiche non provocherebbero danni significativi.

“I nostri fondi ai sensi dell’articolo 8 possono investire in società del settore della difesa, a seconda che il fondo segua la nostra strategia di esclusione o la nostra strategia di esclusione estesa”, ci ha detto un portavoce di Swedbank Robur, che nel primo trimestre del 2025 ha investito 1,25 miliardi di euro nel settore della difesa. “Investiamo in società che riteniamo possano offrire ai nostri clienti un rendimento sostenibile a lungo termine. Prima di investire, effettuiamo un’analisi approfondita di tutti gli investimenti nel settore della difesa”. Altri gestori patrimoniali che abbiamo contattato, tra cui BlackRock, DWS e Franklin Templeton, hanno rifiutato di commentare.

Il caso del Forum è solo la punta dell’iceberg di uno sforzo congiunto tra Commissione e industria della difesa per aumentare questi investimenti, come emerge chiaramente da rapporti interni, incontri con lobbisti e raccomandazioni politiche del settore militare. 

Come le armi sono diventate sostenibili in Europa

La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile decolla nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran, Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un documento di sintesi che dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi.

“La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale”, scriveva l’allora segretario generale Jan Pie, aggiungendo: “Contribuendo a garantire la sicurezza, i produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo fondamentale a un mondo più sostenibile”.

Il documento denunciava le restrizioni che i fondi verdi delle banche imponevano alle industrie belliche. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore ESG e chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli investimenti.

Questa narrativa si è diffusa anche attraverso iniziative nazionali. Un gruppo di rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo “Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza”, richiamando il linguaggio dell’Asd. Deborah Allen, direttrice del gruppo Clima, Ambiente e Infrastrutture di BAE Systems, ribadiva in un’intervista: “Senza sicurezza non c’è sostenibilità”.

L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti verdi emerge anche dai documenti interni. Le minute degli incontri tra i lobbisti della difesa e la Commissione Europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e complessa richiesta di accesso agli atti – rivelano chiaramente il tono delle pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i “prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano l’accesso ai finanziamenti”.

A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e sistemi di artiglieria navale innovativi – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione Europea. In quella riunione, spiega una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo “ha espresso preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.

Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles, con un’impennata dopo l’invasione a tutto campo Russa in Ucraina.

Il 15 febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale” russa, una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo chiedeva con urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni ai confini ucraini, affermando che “è altrettanto importante garantire che altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti”.

La guerra in Ucraina ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in ambito finanziario: “Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni delle società europee operanti nel settore della difesa, che prima era depresso, ha registrato una notevole ripresa”, scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti, emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore della difesa che non sono coinvolte nelle quattro categorie di armi controverse.

Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico e delle banche nei confronti degli investimenti militari: “Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad attuare esclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori”. 

L’Asd chiede quindi un ancora più intenso supporto politico da parte delle istituzioni europee, scrivendo che occorre “intensificare le azioni volte a convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro l’accesso ai finanziamenti privati”.

Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una nota: “La Commissione riconosce la necessità di garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei”.

“Il risanamento dell’immagine del settore della difesa nell’immaginario collettivo, e successivamente nel quadro normativo, è stato il risultato di una strategia di comunicazione e lobbying abile, sofisticata e coordinata da parte dei leader industriali nazionali e delle associazioni di categoria”, commenta Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good Lobby, a Voxeurop.

Il processo descritto da Alemanno si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la difesa. Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni prima: “L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla sostenibilità sociale. In tale contesto, il quadro dell’UE per la finanza sostenibile è pienamente coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”. 

Si è poi arrivati al 27 novembre 2024, il giorno in cui Tommy Piemonte è stato cacciato dalla riunione e in cui “le bistecche sono diventate vegetariane”.

“Non solo il settore è stato riabilitato, ma è stato anche promosso grazie alla sua inclusione tra le categorie ammissibili al finanziamento sostenibile”, aggiunge Alemanno. “È un vero miracolo prodotto dalla stessa strategia”.

Infine, il 20 novembre, la Commissione ha pubblicato una versione rivista della normativa sulla finanza sostenibile che, per la prima volta, menziona direttamente il settore della difesa: “La revisione dell’Sfdr si basa sulle linee guida della Commissione relative all’applicazione del quadro normativo dell’Ue in materia di finanza sostenibile al settore della difesa”.

“La verità è che non c’è sostenibilità senza pace”, osserva l’esperta delle Nazioni Unite Attiya Warris. “La sicurezza non comporta necessariamente la produzione e l’uso di armi, che potrebbero portare a uccisioni illegali. Finanziare e fornire i mezzi per uccisioni illegali attraverso la fornitura di armi e il sostegno finanziario lungo l’intera catena del valore non corrisponde alla sicurezza”.

Per il dottor Iain Overton, direttore esecutivo dell’ong basata a Londra Action on Armed Violence, che si occupa di ricerca sui conflitti, questi investimenti non rivelano un problema etico astratto, ma “una catena probatoria di responsabilità morale. La distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
 
Elbit Systems: dai fondi verdi alla guerra a Gaza

Prima del 7 ottobre, 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas su Israele che ha provocato oltre 1.200 morti e l'inizio della risposta israeliana – l’operazione “Spada di ferro” – e le sue oltre 67mila vittime, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200 euro. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 euro.

Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: “Dall’inizio della guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano rispetto ai livelli precedenti al conflitto [...] Nel corso del 2024, la società si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari”. 

Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza durante “Spada di ferro”.

La guerra ha anche dato a Elbit la possibilità di sperimentare l’uso militare dell’intelligenza artificiale e di migliorare i suoi prodotti. Avrà anche rafforzato la fiducia dei 25 fondi verdi che nel 2025 hanno investito complessivamente 23 milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG Optimized” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein e venduto anche in Germania, o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK, venduto in diversi paesi dell’Ue.

Altri fondi verdi che investono in Elbit, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere aziende che vìolino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui primo articolo recita: “Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”.

“Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”. Proprio per questo motivo, osserva Attiya Warris, “i prodotti utilizzati per distruggere la vita, specialmente se collegati al genocidio, non possono essere in linea con il Global Compact e richiedono una valutazione approfondita”.

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15/10/2025

I paesi ricchi speculano sui debiti ‘green’ dei paesi in via di sviluppo

Il capitalismo non si aggiusta né si corregge. La sua natura è fatta di contraddizioni, tra il capitale e i lavoratori, tra il capitale e la natura. Per questo chi sa di cosa sta parlando dice da tempo che le politiche ‘green’ sono solo una forma diversa di valorizzazione, a volte servono persino come forme di un nuovo colonialismo, ma comunque sono funzionali al profitto e non a ‘salvare il pianeta’.

Lo si è visto bene con il dibattito sui motori a combustione interna nella UE, ma una decina di giorni fa è uscito anche un interessante rapporto firmato da Oxfam e da CARE Climate Justice Centre che mostra chiaramente il greenwashing del Nord Globale ai danni del Sud Globale. A partire dai finanziamenti che dovrebbero essere pensati per combattere il cambiamento climatico.

Il Climate Finance Shadow Report 2025 è una lunga analisi, il cui contenuto è però riassunto con pochi dati decisamente esplicativi dalle organizzazioni che ne hanno curato la stesura: il 65% dei finanziamenti per la lotta alla crisi climatica che arrivano ai paesi considerati in via di sviluppo (da cui è esclusa la Cina) è erogata sotto forma di prestiti. Questi stati, per ogni 5 dollari che ricevono, ne restituiscono 7.

Proprio il Dragone viene più volto accusato di aver incatenato molti paesi poveri nella ‘trappola del debito’. E oltre al fatto che molte voci autorevoli hanno dimostrato che si tratta di una manipolazione della propaganda occidentale, ci sono rapporti come questo che esplicitano come siano i paesi più ricchi (più di tutti responsabili del cambiamento climatico, o meglio lo sono le loro multinazionali) a legare quelli più poveri in trappole pensate per guadagnare sulle difficoltà ambientali del Sud Globale.

Sono proprio queste aree a subire i peggiori effetti di siccità, inondazioni, e così via. “Questa forma di speculazione sulla crisi – si legge sul sito del CARE – da parte dei paesi ricchi sta aggravando il peso del debito e ostacolando l’azione per il clima. Ad aggravare questo fallimento, i tagli drastici agli aiuti esteri minacciano di ridurre ulteriormente i finanziamenti per il clima”.

Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam, ha dichiarato: “i paesi ricchi stanno trattando la crisi climatica come un’opportunità di business, non come un obbligo morale. Stanno prestando denaro alle stesse persone che hanno storicamente danneggiato. Questa è una forma di speculazione sulla crisi”.

Nel rapporto si legge che nel 2022, anno su cui si concentra in larga parte lo studio, i paesi ricchi hanno affermato di aver mobilitato per il clima 116 miliardi di dollari, ma il valore reale è quantificabile in un range tra i 28 e i 35 miliardi, meno di un terzo di quanto promesso. Inoltre, quasi due terzi dei finanziamenti sono stati erogati sotto forma di prestiti, spesso a tassi di interesse standard senza agevolazioni.

Sempre nel 2022, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto 62 miliardi di dollari in prestiti per il clima. Nel rapporto viene stimato che tali prestiti porteranno a rimborsi fino a 88 miliardi di dollari, con un profitto del 42% per i creditori. Tra i peggiori paesi in quanto a prestiti sul totale dei finanziamenti tra il 2021 e il 2022 ci sono Francia, Austria, Giappone e anche Italia.

Gli obiettivi fissati alla COP29 di Baku non sono minimamente adeguati a combattere la crisi climatica, e il modo in cui questo obiettivo viene perseguito dal Nord Globale non fa che aggravare la situazione, ed erodere la fiducia in una soluzione concordata a livello globale.

Quando, fra circa un mese, si aprirà la COP30 in Brasile, le sfide saranno ancora più dure del passato.

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18/05/2025

La UE manda in soffitta il green per aiutare l’industria delle armi

La UE da tempo nasconde dietro la narrazione della “conversione ecologica” una serie di misure che servono unicamente a rilanciare settori capitalistici in crisi e provare a farli entrare in una competizione in cui, ad ogni modo, la Cina è molto più avanti. Ma ora che con il piano Readiness 2030 l’economia di guerra si è sostituita al green, le preoccupazioni ambientali diventano addirittura un ostacolo.

Lunedì 12 maggio Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, ha rilasciato una dichiarazione con la quale ha fatto presente che Bruxelles sta considerando la possibilità di allentare le norme ESG, ovvero i criteri ‘Environmental, Social, and Governance’, usati per valutare la sostenibilità verde degli investimenti. Una tendenza che era già stata sancita lo scorso febbraio.

A inizio anno, infatti, erano stati elaborati e poi varati due pacchetti Omnibus, finalizzati a semplificare le normative sulla reportistica di sostenibilità per aziende e istituti finanziari: il CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), il CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive) e la Tassonomia UE. La proposta della Commissione aveva già smantellato qualsiasi loro utilità.

In pratica, il CSRD verrà applicato soltanto alle aziende con più di mille dipendenti e almeno 50 milioni di fatturato – vengono escluse così circa l’80% delle imprese europee, fino a ieri soggette a obblighi di rendicontazione. Inoltre, la due diligence, ovvero l’indagine preliminare sull’impatto ambientale, sarà limitata solo ai fornitori diretti, escludendo gli operatori a monte e a valle della catena del valore.

Insomma, una tale riforma significa la garanzia di grandi margini per promuovere facili operazioni di greenwashing, mentre davvero poco verrebbe fatto per muoversi verso un'“economia verde”. Eppure, pare che il complesso militare-industriale europeo abbia trovato lo stesso di che lamentarsi, e che dunque la Commissione sia disposta a proporre ulteriori alleggerimenti sulle misure Omnibus.

Sembra che siano state in particolare le aziende produttrici di munizioni a evidenziare come le norme europee abbiano disincentivato gli investimenti privati e abbiano limitato la concessione di prestiti da parte delle banche. Questo perché, per quanto di facciata, le armi sono davvero in tutti i modi incompatibili con i criteri di sostenibilità ambientale, oltre che quelli etici.

Proprio per questo Regnier ha fatto presente che la Commissione Europea sta valutando “se l’accesso ai finanziamenti possa essere ulteriormente rafforzato, anche attraverso un adeguamento del quadro finanziario sostenibile”. Che tradotto, significa proprio lasciare maggiore spazio per le imprese della difesa per “una rapida crescita industriale in tutta Europa”.

In sintesi, per favorire l’economia di guerra, è bastato qualche mese perché la propaganda di una UE tutta lanciata sul green crollasse di fronte alle esigenze della competizione globale. Anzi, ora anche le armi diventano ‘verdi’, come già lo sono diventati il gas naturale e il nucleare: un segnale che a Bruxelles le stanno provando tutte per facilitare la deriva bellicista.

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02/03/2025

Ritorno al nucleare? No, grazie...

Il governo Meloni rilancia il nucleare: il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il disegno di legge delega secondo cui i primi reattori saranno messi a punto “verso il 2030”. Un “importante provvedimento per garantire energia sicura, pulita, a basso costo” ha detto Giorgia Meloni. “Il nucleare è vecchio e in declino”, replicano le associazioni ambientaliste.

Le centrali nucleari a FISSIONE, anche se aggiornate e meno grandi, sono vecchie e in declino perché molto costose e perché generano rifiuti altamente radioattivi e pericolosi per molte migliaia di anni.

Peraltro l’Italia entro il 2025 dovrà riprendere i rifiuti radioattivi stoccati in Francia e Regno Unito ma al momento non è presente sul territorio nazionale alcun deposito con standard di sicurezza sufficientemente alti da accoglierle perché dopo 14 anni di procedure non è ancora stato localizzato un deposito per rifiuti radioattivi e tuttavia il Governo Meloni propone un DDL che avvia la normativa per tornare a costruire in Italia centrali nucleari a fissione nonostante 25 milioni di persone il 12 e 13 giugno 2011 votarono contro il ritorno al nucleare.

Peraltro, il 13 dicembre scorso, il Consiglio regionale del Veneto, con voto unanime, ha respinto l’ipotesi di localizzare un reattore nucleare SMR a Marghera.

Si vuole approfittare dell’attuale crisi energetica per mettere in atto una maldestra operazione di greenwashing con la quale si cerca di far passare come innovativa e sostenibile, solo per la dimensione degli impianti e qualche aggiustamento costruttivo, una tecnologia nucleare obsoleta che resta basata sulla fissione dell’uranio.

Di seguito, sull’argomento, diversi articoli del professor Massimo Zucchetti, docente ordinario presso il Politecnico di Torino ed esperto di energia nucleare di fama mondiale, candidato al Nobel nel 2015.

Il “nuovo nucleare” ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse

La fusione nucleare riaccende gli entusiasmi (almeno quelli)

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09/06/2024

Il greenwashing di Israele

Il termine ‘greenwashing’ si riferisce all’impegno decennale di “Israele” di ricoprire vaste aree della Palestina occupata con boschi e foreste. In apparenza sembra un atto nobile, e nessuna persona razionale sarebbe in disaccordo col fatto che piantare alberi e aumentare il verde sia positivo per l’ambiente e piacevole da vedere.

Tuttavia, il punto cruciale è che dietro il sipario verde che “Israele” è stato molto veloce a calare, centinaia di città e villaggi palestinesi che subirono la pulizia etnica durante la Nakba del ‘48 sono scomparsi.

Sulle rovine dello storico villaggio di Imwas (Emmaus), per esempio, sorge il National Park of Canada, creato negli anni ‘70 coi finanziamenti del Jewish National Fund of Canada.

Prima che il parco fosse creato, i punti di riferimento del villaggio erano evidenti: case, vicoli, quartieri, la moschea, la chiesa, testimoniavano una storia di pulizia etnica ed espulsione forzata degli abitanti.

Tutto ciò che resta oggi è qualche rudere qua e là e una lunga storia che è lentamente svanita, lavata via con la crescita di ogni radice, tronco e ramo di quegli strani alberi portati dal JNF, specie vegetali non indigene, a crescita rapida per impedire ogni ipotesi di ritorno degli abitanti originari.

Lo scrittore A.B. Joshua ha parlato di questo in “Facing the Forests”, un racconto su un ebreo che, annoiato dalla vita cittadina, si trasferisce a lavorare come guardia forestale in un posto isolato lontano dal caos urbano.

L’ebreo lì incontra un vecchio dottore arabo, e il tema del racconto è la loro impossibilità di comunicare. L’arabo ha perso la lingua durante la guerra, ma se anche potesse parlare, non saprebbe l’ebraico; l’ebreo invece non conosce l’arabo.

L’ebreo viene da un altro mondo, abituato alla vita di città, alla burocrazia e la sua memoria è la memoria del colonizzatore, una memoria corta che ignora deliberatamente i dettagli storici che smonterebbero la narrativa coloniale.

Nonostante ciò, i due siedono insieme per ore, in silenzio. In quei momenti l’ebreo vede di continuo segni di dolore e sofferenza apparire sul volto del suo vicino, e non gli servono parole per percepire l’energia misteriosa che emana dall’uomo. La percepiva, ma non capiva cosa passasse nella sua mente.

Un giorno l’ebreo si sveglia con la sua foresta divorata dalle fiamme. Il suo shock però non si fermò alla vista del fuoco, ma proseguì quando vide cosa il fuoco aveva rivelato. La foresta era stata piantata sulle rovine di un villaggio distrutto nel 1948.

L’ebreo realizzò troppo tardi il significato nascosto di quei messaggi silenziosi, quegli sguardi e quel dolore espressi dal vicino arabo, che infine si era preso la sua vendetta, rimuovendo il sipario della foresta e facendo risorgere il villaggio dalle ceneri di quegli strani alberi. Il fuoco che aveva bruciato la foresta aveva svelato i ricordi di un passato ancora presente.

A.B. Joshua conclude così il racconto: “Non è l’arabo che ha bruciato la foresta che noi abbiamo piantato per svelare le rovine che noi abbiamo prodotto, ma siamo noi che abbiamo bruciato e distrutto ciò che altri hanno costruito”.

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10/05/2024

I Verdi tedeschi, paladini della guerra e del suprematismo occidentale

Arnaud Bertrand è un imprenditore francese che, insieme alla cinese Junjun Chen, ha fondato il portale HouseTrip nel 2010. Venduto poi a TripAdvisor, Bertrand ha aperto un altro sito, Me & Qi, dedicato all’esplorazione e alla vendita di prodotti della medicina tradizionale cinese.

Accanto a queste attività, egli dedica il suo tempo a commentare online o in incontri a cui è chiamato l’attuale situazione economica e geopolitica. Come è immaginabile, uno dei suoi punti forti è la Cina e la volontà di far capire la realtà cinese oltre gli schemi preconfezionati propagandati in Occidente.

Su X, in un lungo commento a un post dell’economista delle disuguaglianze Branko Milanovic, articola una profonda riflessione sui caratteri dei Verdi tedeschi, a partire da un articolo di uno dei loro fondatori. La sua analisi gira intorno al fatto che “o si vuole dare priorità al clima o alla supremazia [sul resto del mondo] e i Verdi danno sistematicamente priorità alla seconda rispetto alla prima”.

La difesa dell’ambiente è solo un esercizio retorico o, meglio ancora, una traiettoria di investimento per un partito che non rompe con le compatibilità col sistema capitalistico. Anzi, che si pone in prima fila nel promuovere l’imperialismo europeo assumendo ruoli di governo in Germania, ovvero il cuore del sistema produttivo del continente.

Nell’analisi di Bertrand tutto ciò emerge molto chiaramente.

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Chiunque sia interessato ai Verdi tedeschi e alla loro trasformazione in uno dei partiti più estremisti, favorevoli alla guerra e al suprematismo occidentale in Europa, dovrebbe leggere questo articolo di Jürgen Kurz, uno dei fondatori storici del partito

Kurz vive in Cina da ormai 20 anni ed è sposato con una donna dello Xinjiang (!). L’articolo è una critica all’approccio dei Verdi alla Cina, ma da esso è possibile estrapolare e spiegare l’ideologia generale del partito.

Innanzitutto, come spiega Kurz, i vertici del partito sono incredibilmente inesperti e incompetenti. Come spiega nel pezzo, Annalena Baerbock, il ministro degli Esteri dei Verdi, si è recata in Cina per la prima volta nella sua vita (!) nel 2023, a due anni dall’inizio del suo mandato.

Come si fa a diventare Ministro degli Esteri se non si è mai andati in Cina, probabilmente il partner economico più importante che ha la Germania? Dato questo fatto, essa non ha alcuna conoscenza del paese, o più precisamente, come scrive Kurz, la sua conoscenza è “basata sui resoconti di una manciata di giornalisti che hanno cercato storie che corrispondono ai pregiudizi occidentali sulla lontana Cina. Il problema è che l’immagine che noi occidentali abbiamo della Cina rasenta la negazione della realtà!“

In secondo luogo, sono suprematisti fino al midollo. Kurz descrive magnificamente l’ipocrisia di quella che è la “politica estera femminista” così come è intesa da Baerbock:
“La politica estera femminista non si deve basare su affermazioni di potere (‘la Germania deve assumersi una responsabilità di leadership a livello internazionale’), ma sull’aiuto dove è appropriato e necessario. Si tratta di dare un contributo positivo per riunire la comunità globale e affrontare e risolvere collettivamente i problemi del pianeta.

Questi problemi sono principalmente: i drammatici cambiamenti del clima globale e la protezione di tutti gli habitat, la giustizia distributiva globale, la lotta alle cause di migrazione e la garanzia di una coesistenza pacifica tra tutti i popoli e le loro culture.

La ‘politica estera femminista’ non si basa su forti fantasie di potere per imporre un comportamento presumibilmente corretto e per dare lezioni agli altri paesi come una governante. Cerca i punti in comune e cerca di aiutare dove è necessario.

Non si tratta di imporre la propria ideologia, ma di migliorare le condizioni di vita delle persone, soprattutto delle donne e dei bambini. Il nostro partito ha plasmato in modo significativo l’agenda politica degli ultimi 43 anni verso lo sviluppo sostenibile in Europa. I cinesi hanno osservato e imparato molto da questo e lo hanno applicato. È stato un bene.

Invece di criticare la Cina per questo, dovremmo guardare alla cosa positivamente. Chi, se non i cinesi stessi, dovrebbe attuare la transizione verso un’economia basata su energia rinnovabile in Cina? Condannare la Cina per l’utilizzo delle tecnologie da noi sviluppate è ipocrita […]

Oggi la Cina è il principale protagonista mondiale delle nuove energie, lotta su tutti i fronti per la trasformazione dell’economia energetica e per la salvaguardia dell’ambiente ed è persino uno dei pochi paesi ad aver inserito la salvaguardia dell’ambiente nella propria Costituzione. (Articolo 26: Lo Stato protegge e migliora gli ambienti di vita e l’ambiente ecologico, previene e controlla l’inquinamento e altri rischi pubblici. Lo Stato organizza e incoraggia il rimboschimento e protegge le foreste).

Da una prospettiva verde, la Cina è un partner naturale e affidabile nella lotta contro il cambiamento climatico, e con essa possiamo stare sicuri che non cambierà completamente corso dopo le prossime elezioni, con essa la nostra economia potrebbe collaborare alla trasformazione dei cicli globali verso pratiche economiche sostenibili.

Sarebbe più utile per il clima globale cooperare con la Cina in questa trasformazione, piuttosto che definire ideologicamente la Cina come un avversario“.
Questo è un punto chiave. O si vuole dare priorità al clima o alla supremazia; i Verdi danno sistematicamente priorità alla seconda rispetto al primo.

Come sottolinea Kurz, da un punto di vista climatico va lodato il fatto che la Cina prenda sul serio il problema e abbia sviluppato un’industria verde leader a livello mondiale. Eppure i Verdi, e Baerbock in primis, la criticano perché sfida la “leadership” tedesca e hanno adottato uno degli approcci più conflittuali d’Europa nei confronti della Cina, definendo il paese innanzitutto come un “avversario“...

Perché? Beh – lascia intendere Kurz in tutto il pezzo –, questa supremazia deriva da “un senso morale di superiorità“: “il tono morale («siamo buoni») non solo è controproducente, ma è anche sbagliato e ci riporta al vecchio spirito crociato.

Sono fermamente convinto che le nostre idee originali come GREENS potrebbero fare molto bene se affrontassimo questo compito con il dovuto rispetto. Svolgere il ruolo di guardiani di un ordine internazionale immaginario e sostenere i principi occidentali è tutto fuorché una politica estera verde coerente“.

Qui troviamo qualcosa di molto interessante. I Verdi, o almeno la loro attuale generazione, sono probabilmente Verdi perché appartengono a quel tipo di persone molto comuni in Occidente – e in particolare nei paesi protestanti come la Germania – che sono animati da un fortissimo senso di superiorità morale.

Il modo di esprimerlo nell’attuale sistema culturale e politico tedesco è quello di essere Verdi, la posizione più “morale” che si possa assumere: “noi ne sappiamo di più e diamo lezioni al resto della Germania su come devono comportarsi“.

Ma trasportato a livello internazionale, questo moralismo assume la forma della supremazia: “più una cultura o una civiltà è diversa da noi, più è moralmente sbagliata, e come tale più dovremmo farle la morale e cercare di trasformarla“.

Per questo la loro ideologia non è tanto “Verde“, quanto piuttosto un modo per esprimere questo senso di superiorità morale in Germania. Quando viene tradotta a livello internazionale, assume una forma completamente diversa, più adatta al palcoscenico internazionale.

In sintesi, abbiamo a che fare con persone estremamente campanilistiche che non conoscono il mondo al di là della Germania o dell’Occidente e che rappresentano una parte della società protestante tedesca che è maggiormente caratterizzata da un profondo senso di superiorità morale, che li rende moralisti dei moralisti, l’incarnazione moderna dei santi crociati.

Questo spiega perché quando li si guarda in quanto Verdi sembrano completamente incoerenti: è perché, fondamentalmente, non lo sono.

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21/02/2024

Addio “green deal”, il business non rende

Piano piano, zitti zitti, i vertici delle multinazionali e delle istituzioni europee – Stati e Consiglio Europeo – hanno messo in soffitta ogni vagheggiamento di “transizione energetica” ed ecologica.

La coincidenza temporale con le manifestazioni più evidenti del cambiamento climatico in corso – non c’è stato praticamente l’inverno, quest’anno, ha piovuto pochissimo, la temperatura media del 2023 ha superato la soglia che costituiva il limite massimo del secolo in corso (+1,7 gradi, ben oltre l’1,5 che innesca processi irreversibili – non potrebbe essere più rivelatrice: dentro il modo di produzione capitalistico, col profitto al posto di comando, non è possibile alcuna difesa della vivibilità sul pianeta.

Si potrebbero citare cento diversi segnali di “marcia indietro”. Dalla rinuncia di molte case automobilistiche a sviluppare ulteriormente le auto elettriche o ad idrogeno (“il mercato” non le apprezza abbastanza), alle proteste degli agricoltori europei, l’insofferenza delle imprese per ogni normativa “ecologica”, e via dicendo.

Ma è sul piano politico che la retromarcia diventa ormai palese e quasi rivendicata. E non solo per mano dei nazi-distruttori di ultradestra a là Salvini o Le Pen. Basterebbe guardare alle conferenze Cop annuali, ormai in mano alla gestione di paesi esportatori di petrolio...

Già a maggio Macron consigliava di prendere “una pausa” nel processo legislativo europeo in materia di compatibilità ambientale, in modo da avvicinare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Quando le industrie automobilistiche hanno protestato contro il divieto di immatricolazione per veicoli benzina o diesel a partire dal 2025, la UE ha immediatamente congelato il provvedimento.

Idem per il divieto di uso dei pesticidi in agricoltura, e ben prima che i trattori invadessero le capitali di tutta Europa (l’Italia è arrivata ultima anche in questo...). Basti dire che la contestata regola che obbligava a “mettere a risposo” almeno il 4% dei terreni agricoli era già stata sospesa al momento dello scoppio delle guerra in Ucraina. E poi “diluita” concedendo la possibilità di coltivare legumi e altre piante “rigeneratrici”.

Su tutto questo deciderà il prossimo “esecutivo europeo”, quello che uscirà dalle elezioni continentali di giugno, che prevedibilmente vedrà proprio i negazionisti del cambiamento climatico in posizione di maggior forza, quindi in grado di condizionare negativamente ogni evoluzione normativa “ambientalista”.

Anche perché gli stessi partiti “verdi”, da decenni convertiti al “realismo” e alla complicità con il business (quelli tedeschi sono forse i peggiori di tutti), sono ormai un residuo secco dei movimenti di qualche tempo fa. Oppure ridotti a dimensioni microscopiche facilmente criminalizzabili, un po’ come accade per le formazioni antagoniste.

L’incrocio tra crisi economica, guerra, ulteriore riduzione dei salari medi (falcidiati dall’inflazione e dall’aumento dei tassi di interesse), difficoltà tecnologiche reali, problemi giganteschi di ristrutturazione delle infrastrutture, ha reso ingestibili le difficoltà comunque enormi della “transizione energetica”.

Sia sul piano economico che su quello della “tenuta sociale”. La combinazione stretta, se non altro temporale, tra normative ecologiche europee e impoverimento progressivo di una parte rilevante della popolazione, a livello continentale, ha reso estremamente impopolare le tematiche “ecologiste”.

L’irresponsabilità di UE e governi nazionali è stata totale. Hanno dato sempre il via libera alle pretese (assai poco “ecologiche”) delle multinazionali e, contemporaneamente, chiacchierato moltissimo di “green deal”, senza mai mettere in azione alcuna politica (investimenti, insomma) che permettesse il suo avvio concreto.

Il risultato è stato tragico. Lavoratori e piccola impresa, specie agricola, hanno percepito le normative ambientaliste come “causa” del loro impoverimento. E quindi sono stati spinti a farsi massa di manovra delle grandi multinazionali che, fattisi due conti, hanno stabilito che “l’ambiente può attendere”. Il loro business viene sempre prima.

Equilibrio ecologico e capitalismo (accumulazione a crescita infinita) sono incompatibili. Facile da capire, ma ora si tratta di lottare contro la vera causa, abbandonando ogni illusione che bastasse “verniciare di verde” l’esistente per avere un mondo più vivibile...

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01/07/2023

Cosa è di destra o di sinistra nell’era della transizione ecologica?

Pochi giorni fa, con due atti delegati, la Commissione europea ha deciso di estendere la produzione di idrogeno ad altre fonti di energia – oltre le rinnovabili – che non implichino l’uso di combustibili fossili: in pratica al nucleare. Ora toccherà al Parlamento europeo ratificare o meno questa decisione, ma non c’è dubbio che essa si inserisce nel percorso di rilancio dell’energia nucleare in sede europea certificato con l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas nei primi mesi del 2022 e poi ratificato dal Parlamento europeo.

Dal canto suo il governo italiano, che nel maggio scorso aveva approvato due mozioni favorevoli alla partecipazione e allo sviluppo di progetti in campo nucleare, ha votato a favore di questa ultima decisione della Commissione europea.

Questi avvenimenti si collocano in una fase in cui il programma di avvicinamento alla neutralità climatica (prevista al 2050) incontra una serie di ostacoli sia di carattere realizzativo che politico, riconducibili – secondo alcuni commentatori – a quel negazionismo climatico tanto caro alla cultura conservatrice che nell’avanzata dei partiti di destra in parecchi paesi europei (e non solo), trova la sua naturale espressione.

George Monbiot, impegnato divulgatore di tematiche ambientali nonché apprezzato esponente del giornalismo di denuncia (nel 2022 gli è stato assegnato il premio Orwell), ha scritto un appassionato articolo sul Guardian del 15.06.2023 in cui, senza mezzi termini, attribuisce ai governi di destra la responsabilità dell’impasse nelle politiche ambientali.

Scrive Monbiot: “Mentre milioni di persone vengono cacciate dalle loro case a causa dei disastri climatici, l’estrema destra sfrutta la loro miseria per estendere la propria portata. Man mano che l’estrema destra guadagna potere, i programmi climatici vengono interrotti, il riscaldamento accelera e sempre più persone vengono cacciate dalle loro case.
Se non interrompiamo presto questo ciclo, esso diventerà l’elemento dominante dei nostri tempi”
.

A fare le spese di questo atteggiamento, dice Monbiot, saranno le popolazioni più povere del mondo costrette ad emigrare per non morire perché “gli imprenditori della guerra culturale” contro le politiche ambientali si oppongono a qualsivoglia cambiamento razionale nelle abitudini dei paesi ricchi e ciò significa che “La negazione della scienza del clima, che era quasi svanita qualche anno fa, è ora tornata per vendicarsi. Gli scienziati e gli attivisti ambientali sono bombardati da affermazioni secondo cui sono tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili”.

Di analoga impostazione, ma più argomentato, è l’intervento di Mario Agostinelli sul Fatto quotidiano del 9.06.2023 in cui l’autore scrive: “Non era certo prevedibile, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, che l’Ue rallentasse il suo cammino da apripista dell’abbandono dei fossili. […]
Il percorso della decarbonizzazione sta incontrando ostacoli non previsti. Non tanto per la scontata ostilità delle “Big Oil”, quanto per la presa di distanza di forze di destra emergenti, che si caratterizzano, oltre che per l’arretramento sul fronte sociale, anche per un comportamento negazionista riguardo al cambiamento climatico.
La loro è, in particolare, una dichiarata resistenza contro la mobilità elettrica e la penetrazione inarrestabile delle rinnovabili nel mix energetico di nazioni in cui cresce la loro rappresentanza”
.

Dopo aver sottolineato la natura antiscientifica di queste politiche di destra, Agostinelli scrive che “Gli interessi che collegano grande capitale e orientamento politico anti-ambientalista vengono portati alla luce sotto forme e narrazioni nuove rispetto al passato” la cui sintesi è riassumibile in una visione del mondo in cui “il benessere della popolazione (in ovvia coincidenza con la massimizzazione dei profitti per le imprese), verrebbe assicurato solo con il ricorso ad ulteriore combustione di gas integrata da una disseminazione territoriale di “nucleare pulito”, sotto forma di grandi e piccoli reattori”.

Quest’ultimo richiamo al nucleare si collega, non a caso, all’atteggiamento del governo Meloni che, con le due mozioni parlamentari sopra citate, vorrebbe riaprire la strada ad un ritorno del nucleare in Italia.

Ora, al di là del fatto che Agostinelli è un antinucleare mentre Monbiot non lo è più (nel 2015 è divenuto un convinto filo-nucleare) e di certe frasi imbarazzanti di quest’ultimo, secondo cui gli attivisti ambientali sarebbero etichettati come assassini, pedofili e persino comunisti (absit iniura verbis!), mi sembra che questi due interventi seguano un comune ordine narrativo non scevro da affermazioni apodittiche, a cui cercherò di opporre un po’ del mio disordine.

Il nucleare è di destra; la decarbonizzazione è di sinistra

Credo di aver scritto abbastanza sul plausibile destino del nucleare nel mondo per cui non posso che raccogliere la sollecitazione di Agostinelli a non restare indifferenti di fronte alle “voglie” nucleariste del governo Meloni.

Tuttavia mi colpisce il fatto che in entrambi gli articoli sopra citati, emerga la costruzione di un assioma secondo cui la decarbonizzazione sarebbe di “sinistra”, mentre l’uso del gas sarebbe di “destra” con l’aggiunta del nucleare, secondo le argomentazioni di Agostinelli.

Che il nucleare sia di destra è quantomeno risibile, dato che storicamente il sostegno maggiore a questa tecnologia origina proprio da formazioni di sinistra (comunque non di destra) in tutto il mondo sviluppato: i laburisti in Inghilterra, i socialisti in Francia, i Democratici negli Usa (con l’eccezione di Jimmy Carter) e il PCI in Italia.

Con un’aggravante per quanto riguarda il PCI: quella di accusare di antiscientificità tutti coloro che ne contestavano validità e fondatezza fin dagli anni ‘70 del secolo scorso.

Potrei fare un elenco di nomi (per esperienza diretta e personale) in cui compaiono i maggiori esponenti del PCI, della CGIL e della FIOM.

Nè si può argomentare che questi siano atteggiamenti remoti, di un passato politico che non c’è più, perché nel 2010-2011 – prima e dopo l’incidente di Fukushima – una larga parte dell’intellighentia di sinistra (scienziati, ricercatori e politici) produsse due lettere: una indirizzata al Presidente della Repubblica, l’altra indirizzata a Pier Luigi Bersani (all’epoca segretario del PD) in cui, appellandosi alla “ragione”, si chiedeva di non cedere all’emotività e di “non chiudere le porte al nucleare, di non cedere a tentazioni demagogiche e antiscientifiche”.

Dal secondo referendum antinucleare ad oggi, questi atteggiamenti sono stati sopiti, ma non rimossi definitivamente, né fra la “sinistra” italiana né altrove.

Lo stesso Obama, a cui si attribuisce il merito di una maggiore attenzione alle politiche ambientali, fu convinto sostenitore della necessità di rilanciare l’energia nucleare, scelta consolidata da Trump sotto la cui presidenza fu approvato (2020) il “Restoring America’s Competitive Nuclear Energy Advantage – A strategy to assure US national security”, con il voto favorevole di quasi tutti i senatori Democratici.

Dunque il rilancio del nucleare non è attribuile tout court alla “destra” e se oggi esso appare – unitamente all’impasse nelle politiche di decarbonizzazione – come ostacolo alla transizione energetica, c’è da interrogarsi, se mai, sui presupposti e sulle modalità con cui “questa transizione energetica” è stata presentata e sostenuta dall’insieme dei movimenti ambientalisti, al netto di peculiarità o distinguo che ogni singola organizzazione potrà rivendicare, ma che, a mio parere, non intaccano la sostanza del problema.

Il clima, questo sconosciuto

In principio era il verbo, ovvero l’IPCC (International Panel on climate change) che ha fortemente influenzato l’atteggiamento dei movimenti per il clima: alzi la mano chi non ha citato – a fondamento delle sue argomentazioni – gli scienziati del clima o i dati da questi prodotti, peraltro ignorando altre imbarazzanti raccomandazioni contenute nei loro rapporti.

È qui che nasce, dopo il 2013, il mantra del gradiente medio della temperatura terrestre (aumento del 1,5-2 °C rispetto ai livelli pre-industriali) che non deve essere superato pena lo sconvolgimento irreversibile dell’equilibrio nella biosfera.

Fino a quella data le previsioni del IPCC avevano tutt’altro segno: il primo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 1990, descriveva le prospettive di una rapida disintegrazione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale come “improbabile nel prossimo secolo”, e fino ai primi anni 2000 le previsioni sui principali indicatori dei cambiamenti in corso sono risultate decisamente sottostimate.

Emissioni – nel 2001, l’IPCC stimava (con elevato livello di confidenza) che nel 2010 le emissioni totali si collocassero tra 7,7 e 9,7 miliardi di tonnellate di carbonio/anno, mentre alla prova dei fatti le emissioni dei soli combustibili fossili ammontarono a 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio.

Ciò ha comportato una sottostima del gradiente medio della temperatura terrestre dato che esso è fortemente ancorato alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera.

Scioglimento dei ghiacci – l’IPCC riteneva, con una certa sicurezza, che le calotte polari fossero al sicuro almeno fino al 2050, ma poi ha dovuto rivedere queste stime perché il ghiaccio si sta assottigliando più velocemente di quanto previsto, e oggi gli scienziati paventano un Artico libero dai ghiacci tra anni, non decenni.

Conseguentemente anche le stime sull’innalzamento del livello dei mari hanno subito significative variazioni ed oggi ci troviamo a ipotizzare quante e quali città costiere saranno inondate dalle acque entro la fine del secolo.

Acidificazione degli oceani – Questo parametro è stato ignorato dal IPCC fino al 2007, quando ne ha stimato l’aumento tra 0,14 e 0,35 unità di pH entro il 2100.

Oggi, preso finalmente atto che il 30% della CO2 emessa in atmosfera viene assorbita dagli oceani, non si è più in grado di stimare di quanto sarà l’aumento del pH nei prossimi decenni, ma già si sa che dal 1970 ad oggi è aumentato di 0,1 unità di pH.

Tipping point – i tipping point sono i punti di non ritorno, vale a dire quelle manifestazioni critiche, non lineari, in cui il sistema climatico mostra di passare bruscamente da un equilibrio ad un altro.

Tipiche espressioni ne sono gli hot point che si manifestano sul pianeta, specialmente nell’emisfero Nord, con punte di temperatura inusitate. Ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza se una certa soglia climatica è stata superata rendendo il fenomeno irreversibile: un Artico libero dai ghiacci, il rallentamento della circolazione nell’Oceano Atlantico settentrionale o cambiamenti permanenti nei modelli meteorologici su larga scala.

Ovviamente qualsiasi scienziato sosterrà, con ragione, che non non esistono modelli computerizzati perfetti in quanto essi sono tutte rappresentazioni incomplete dei fenomeni naturali, in cui l’incertezza è sempre presente.

Ciò non toglie che l’IPCC abbia sottovalutato le osservazioni fatte sul campo (oggi molto più diffuse di ieri) fornendo una informazione incompleta che alla luce delle ultimissime proiezioni, fa supporre che essa sia stata stata politically oriented.

Come è possibile infatti, che nell’arco di dieci anni (2013 -2023) si sia passati da un pronostico allarmante ma ancora rimediabile (se l’aumento di temperatura non supererà la soglia di 1,5-2 °C, entro la fine del secolo, l’equilibrio potrà essere recuperato), ad uno che dà per molto probabile questo superamento, mettendo in conto che l’aumento della temperatura media terrestre possa raggiungere i 3 °C, come si evince dal IPCC’s Six Assessment Report – AR6, del 2023?

Azzardo due ipotesi.

La prima è che la modellistica usata, nonostante la maggiore disponibilità di dati provenienti da misurazioni sul campo, sia inadeguata e quindi abbia ancora una volta sottostimato i trend delle grandezze in gioco, cosa che metterebbe seriamente in discussione la credibilità del IPCC.

La seconda è che le risultanze oggi esposte nel Six Assessment Report – AR6 fossero già note da tempo, ma che non si vollero presentare nella loro crudezza perché gli assetti globali del sistema mondo (istituzioni, governi, capitali industriali e finanziari) non sarebbero stati in grado di affrontarli.

Probabilmente nessuno ricorda il climategate che, immediatamente prima del vertice di Copenaghen sull’ambiente (2009) e fino al 2011, colpì l’IPCC accusato di assecondare la lobby ambientalista, esasperando le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.

Quello che voglio dire, in buona sostanza, è che l’IPCC in quanto ente inter-governativo, non è un organismo del tutto indipendente, ma decisamente influenzato da indirizzi politici che ne hanno condizionato l’operato, non nel senso di alterare i dati, ma di presentarli nel modo più consono acciocchè gli equilibri internazionali e l’opinione pubblica non ne venissero sconvolti.

E la modalità è stata quella, in una prima fase, di dare un allarme ma nello stesso tempo dire che il peggio si poteva evitare se si adottavano certe misure (riduzione dei combustibili fossili, energie rinnovabili, energia nucleare e sequestro di CO2) con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

Oggi che l’insieme dei paesi più industrializzati ha accettato sostanzialmente (sia pure con diversi tempi e approcci) di procedere su questa strada, si dice all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno comunque in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima per cui bisognerà mettere in atto misure di adattamento al nuovo clima (geoingegneria, ma non solo).

Siamo dunque prossimi alla capitolazione climatica perché alcune soglie critiche sono già state raggiunte e superate (tipping point) e il ritorno ad un equilibrio precedente, anche nell’ipotesi di azzerare repentinamente le emissioni, avverrà con tempi assai maggiori di quelli che hanno portato a questo cambiamento, cosa peraltro già verificatasi 140 mila anni fa, quando la concentrazione di CO2 e la temperatura terrestre avevano raggiunto i valori odierni per cui ci vollero migliaia di anni per ritornare alla situazione precedente (vedi grafico).


Di questo abbiamo scritto ripetutamente Angelo Baracca ed io, non perché appassionati di catastrofismo, ma perché riteniamo che occorra un approccio sistemico all’attuale crisi climatica non limitato al solo uso delle fonti di energia.

E qui risiede il mio dissenso dalle argomentazioni di Monbiot e Agostinelli.

Il rosso vince sull’esperto (o almeno dovrebbe)

Cinquanta anni fa il primo organico rapporto sulla salute del pianeta e sul destino dell’umanità si intitolava “I limiti dello sviluppo” arrivando a delle conclusioni (comunque le si giudichino) che prevedevano uno stop alla crescita della popolazione e al PIL.

Pochi anni dopo il rapporto Nord – Sud (rapporto Brandt) completava l’analisi del primo giungendo alla conclusione che la disuguaglianza sociale tra paesi ricchi e paesi poveri doveva e poteva essere sanata con alcune misure (annullamento del debito dei paesi poveri, devoluzione di una parte del PIL dei paesi ricchi ai paesi poveri, etc.).

Di questi aspetti non c’è traccia alcuna nei rapporti del IPCC. Ammesso e non concesso che non sta agli scienziati occuparsi di queste cose (Heidegger diceva che “la scienza non pensa, perché non è suo compito“), non si capisce perché anche i movimenti ambientalisti vi abbiano rinunciato, interpretando la transizione energetica (che inizialmente si definiva ecologica) come esclusiva surrogazione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili.

E la produzione (merci, oggetti, armamenti), il sistema dei trasporti, l’avere e il non avere che affligge l’umanità?

Abbondano le critiche agli stili di vita, si insiste sulla colpevolizzazione del singolo, ma non c’è mai una critica esplicita al capitalismo verso cui ci si limita a rivendicare l’economia circolare e il riciclo.

Quanto alla mobilità elettrica che sarebbe osteggiata dalle destre, se l’alternativa è quella rivendicata nel documento “Alleanza clima lavoro” firmato da Fiom, Lega ambiente, WWF e Green Peace, lo ritengo l’ennesima velleità di insegnare ai padroni il loro mestiere, essendo tutto rivolto a ristrutturare il settore “automotive” all’insegna della imperitura dominanza del mezzo privato (naturalmente elettrico!) ivi compreso il trasporto su gomma, mentre poco o nulla si dice del trasporto ferroviario.

E non che questa della mobilità sia la contraddizione maggiore che io vedo nell’idea di transizione energetica che va per la maggiore, perché non c’è ancora risposta ne attenzione alla questione dell’estrattivismo che essa porta con sè, al fatto che aumenterà la disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri (che non hanno fondi per pagare i costi della transizione) e per il fatto che l’Europa, l’apripista dell’abbandono dei fossili, raggiungerà i suoi obiettivi sfruttando l’Africa come una colonia (o magari la stessa Ucraina) per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.

Che ne pensano i movimenti ambientalisti di queste contraddizioni?

Si rendono conto che l’Italia sarà l’hub energetico tra l’Europa e l’Africa, non perché lo ha detto Meloni, ma perché serve alle multinazionali europee che investono sul green, serve a Bruxelles per farsi vanto di aver raggiunto gli obiettivi della decarbonizzazione.

Qualcuno sta mettendo i bastoni tra le ruote della transizione?

Certo che sì; e come potrebbe essere diversamente? Forse che l’avvento della macchina a vapore e poi di quella a scoppio non sono stati osteggiati dagli allevatori di cavalli, dai servizi di posta, dagli spalatori di sterco delle grandi città, per non parlare dei luddisti?

Il progresso capitalistico non ha mai un percorso lineare, perché i singoli capitalisti sono sempre in competizione tra loro, ma la parte vincente, storicamente, è sempre stata quella che ha scelto l’innovazione tecnologica e così sarà anche in questa circostanza, anche perché le Big oil stanno tutte investendo nelle tecnologie verdi o nell’industria 4.0.

Perchè dunque correre in soccorso dei vincitori?

Dietro i paraventi del negazionismo climatico, degli attentati alla libertà degli individui e altre “armi di distrazione di massa”, si cela uno scontro di interessi intercapitalistici che non esclude il ricorso al colonialismo e alla guerra pur di accaparrarsi le materie prime necessarie alla transizione energetica, comunque la si voglia intendere.

Se non si può restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, tanto meno si possono ignorare le contraddizioni e i rischi che questa transizione energetica porta con sé.

Fonte

20/03/2023

USA - Le perdite radioattive a Minneapolis smontano la narrazione sul nucleare green

La centrale nucleare di Monticello, vicino Minneapolis, ha registrato la perdita di più di 1,5 milioni di tonnellate di acqua radioattiva... il 22 novembre scorso.

Ma l’opinione pubblica ne è stata informata solo ora, a quattro mesi di distanza.

In tutto questo periodo, la società Xcel Energy, che gestisce l’impianto, ha portato avanti le rilevazioni necessarie e ha trattato l’acqua contaminata da trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. L’azienda ha detto di star lavorando sul liquido potenzialmente interessato, e di aver recuperato il 25% della sostanza rilasciata.

In ogni caso, è stato dichiarato che non c’è pericolo per le persone o per l’ambiente, poiché la perdita, proveniente da una tubatura rotta tra due edifici, è rimasta confinata nell’area del sito. La fuoriuscita è stata dunque fermata e non ha raggiunto né fonti di acqua potabile né il fiume Mississippi, mentre Xcel Energy continua il monitoraggio delle falde sotterranee.

Le operazioni procedono sotto la supervisione della Minnesota Pollution Control Agency, l’istituto pubblico deputato a controllare situazioni di inquinamento ambientale. Non nuove nel caso di questa centrale, che aveva già registrato una perdita di trizio nel 2009.

È insomma solo un caso che anche questa volta si sia evitato un disastro ambientale e per la salute di milioni di persone (e tuttavia ancora tutto il materiale radioattivo non è stato recuperato). A differenza di quel che è successo nemmeno due mesi fa col treno deragliato in Ohio, pieno di sostanze chimiche e infiammabili.

Eventi come questo dimostrano la completa irresponsabilità sociale delle grandi aziende e la sudditanza della classe politica occidentale, incapace a gestire situazioni di questo genere se non con modalità autoritarie.

Il governo statunitense ha minimizzato il disastro dell’Ohio per diversi giorni: basta ricordare il caso del giornalista Evan Lambert, arrestato mentre commentava l’operato delle forze dell’ordine dopo il deragliamento.

La difesa a oltranza dell’operato del “privato” è un’ulteriore prova di come il sistema di produzione capitalista viva una contraddizione insanabile tra ricerca del profitto e natura, con tutti gli effetti che ne derivano.

Senza considerare che, ad esempio, anche la famosa transizione green della UE è stata accantonata con la necessità di sostenere l’escalation bellica, e comunque gli investimenti sono lasciati alla direzione del mercato e dunque con priorità ai dividendi piuttosto che all’ambiente. Come si comprende, del resto, dal lungo silenzio sulla perdita di acqua contaminata a Minneapolis.

A proposito di quest’ultimo punto, dopo l’ennesima tragedia sfiorata crolla di fatto anche la credibilità della narrazione che vorrebbe la fissione nucleare come un’”alternativa sostenibile” al fossile. È evidente che ogni fonte di energia ha un certo impatto su ciò che ci circonda, ma ciò che è davvero inaccettabile è la martellante propaganda che vuole convincere l’opinione pubblica che il nucleare è “sicuro” e utile al traguardo di una società carbon free.

Lo scopo non nascosto di questa spinta sull’atomo è quello dell’autonomia energetica, mentre quello sottaciuto è che con essa si avrebbero le mani più libere nel muovere guerra ai paesi che minacciano il dominio occidentale. Del resto, il risvolto militare dello sviluppo dell’energia nucleare è riscontrabile anche nella fusione, su cui sono state spese tonnellate di chiacchiere negli ultimi mesi.

Il tutto viene sostenuto ideologicamente proprio con la necessità non più rimandabile di “ridurre le emissioni”, mascherando la tendenza alla guerra del capitale come “coscienza ambientale“. Il recente accordo tra alcuni campioni europei dell’energia per il ritorno del nucleare in Italia si legittima come “green” proprio grazie alla cornice della transizione verde europea.

Perché questo racconto resti in piedi è chiaro che bisogna sottacere a tutti i costi disastri sfiorati come quello della centrale statunitense. Difatti, nonostante la rilevanza della notizia già giunta con un ritardo scandaloso, tutti i giornali e i telegiornali si sono guardati bene dal produrre approfonditi servizi di sacrosanta informazione sui possibili rischi dell’energia atomica.

Però a noi viene facile immedesimarci nella preoccupazione che possono avere gli abitanti di Monticello, nel Minnesota, nel nord degli Stati Uniti, città con un nome che potrebbe tranquillamente essere quello di una località italiana. E se i decisori politici alla fine decideranno di tornare all’uranio, uno scenario del genere potremmo ritrovarci a osservarlo molto più da vicino.

Fonte

04/03/2023

Nuova giornata di Global Strike degli studenti contro l’infarto ecologico del pianeta

Una nuova scadenza dei Fridays for Future, sciopero globale per il clima, ha visto oggi migliaia di studenti scendere in piazza in tutte le città in difesa dell’ambiente.

Prima dell’inizio della guerra molte misure annunciate dai governi si mostravano ancora ammantate di verde: il rilancio del nucleare con la tassonomia “green” per salvare la Francia dal default; la forzatura del considerare "green" anche il gas, per sostenere il progetto della Germania di diventare il grande erogatore europeo con l’apertura del Nord Stream 2. Ora che anche quel progetto – col sabotaggio statunitense – è naufragato e l’UE ha più che mai bisogno di energia per alimentare la competizione internazionale, l’ipocrisia verde cade e tutto (anche il carbone o l’impattante e dispendioso GNL) diventa lecito.

D’altra parte anni di proclami e misure compatibiliste (incentivi verdi per i privati, finanza sostenibile) hanno dimostrato l’impossibilità di dare risposte strutturali alla questione ambientale all’interno del paradigma capitalista, oltre all’ipocrisia della classe dirigente e alla sua complicità con gli interessi privati. Pensiamo alla liberalizzazione del mercato dell’energia, ciò che al momento permette alle multinazionali di speculare sulla crisi energetica ricavando profitti stellari sulla pelle della popolazione.

La stessa università è contemporaneamente la “fucina delle competenze” e della tecnologia orientati al potenziamento industriale dell’UE e la roccaforte della retorica compatibilista rispetto alle misure per contrastare il cambiamento climatico.

Proprio qui viene imposta la logica dello sviluppo “non troppo cattivo”, che si cela dietro la dicitura “do no significant harm”: trovare nuovi mezzi per continuare a estrarre profitto ma limitando i danni il giusto che serve a non far scomparire del tutto le parti più redditizie del “capitale naturale”.

E dietro ai corsi e agli eventi che sponsorizzano questo tipo di narrazione, ci sono spesso le stesse aziende che dal neoliberismo in salsa verde stanno guadagnando più che mai, e che si andranno ad avvalere delle menti formate secondo questi dettami nei nostri atenei.

Il legame tra istruzione pubblica e interessi privati non è intessuto solo dalle singole università, ma parte dal più alto livello del MUR, che ad esempio è coordinatore del nuovo partenariato di ricerca istituito dalla Commissione Europea sulla Blue Economy, una falsa soluzione creata per consentire alle multinazionali di mantenere il controllo del mercato senza modificare il loro rapporto estrattivo con gli ecosistemi e le comunità locali.

Lo stesso MUR e le stesse università sono anche impegnate in maniera consistente all’interno della filiera della guerra: dalla ricerca a fini bellici o per tecnologie dual-use al rapporto diretto con Leonardo Spa e altre aziende produttrici di armamenti. Aziende che da un lato inquinano i nostri territori con le basi militari NATO e le esercitazioni di guerra, e dall’altro inviano bombe che devastano territori e popolazioni.

“Come studenti universitari, impegnati quotidianamente negli atenei di tutta Italia per opporci a questo presente di guerra, infarto ecologico, sfruttamento e carovita, crediamo sia necessario prendere parola e scendere in piazza con discorsi chiari che indichino direttamente le responsabilità che l’istituzione universitaria ricopre di fronte a questo contesto” afferma l’organizzazione giovanile comunista Cambiare Rotta in un comunicato. “Come studenti universitaria non saremo né braccia né menti per la vostra guerra e la vostra devastazione ambientale!”

Di fronte a questo contesto, in cui il nostro paese e l’Unione Europea sono anche impegnati, fedelmente alla NATO, nell’ennesima guerra, non è un caso che vada aumentando il livello di controllo e repressione nei confronti dei movimenti, che siano essi antimilitaristi o ambientalisti e che oggi costituiscono un problema davanti alle esigenze politiche di ristrutturazione economica, di transizione green e di portare avanti una guerra sanguinosa e devastante.

Di seguito il sostegno di Potere al Popolo agli studenti in piazza.

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Potere al Popolo oggi è in piazza al fianco degli studenti in occasione dello sciopero globale per il clima, contro la guerra. Gli attivisti affermano “continuiamo ad opporci ad un sistema che uccide, che abusa i nostri territori e che promuove le grandi opere, in linea con le necessità di speculatori e grandi aziende.
Tra queste c’è anche l’inceneritore di Roma, voluto dal Sindaco Gualtieri, dal PD, dal neopresidente della regione Lazio Rocca e dai partiti di centro-destra“.

Continuano a ribadire che “con la guerra e il capitalismo non può coincidere il reale ambientalismo” e che continueranno a mobilitarsi “per uscire dalla crisi climatica e sociale e opporsi al governo“.

Fonte e foto