Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2025

Ritorno al nucleare? No, grazie...

Il governo Meloni rilancia il nucleare: il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il disegno di legge delega secondo cui i primi reattori saranno messi a punto “verso il 2030”. Un “importante provvedimento per garantire energia sicura, pulita, a basso costo” ha detto Giorgia Meloni. “Il nucleare è vecchio e in declino”, replicano le associazioni ambientaliste.

Le centrali nucleari a FISSIONE, anche se aggiornate e meno grandi, sono vecchie e in declino perché molto costose e perché generano rifiuti altamente radioattivi e pericolosi per molte migliaia di anni.

Peraltro l’Italia entro il 2025 dovrà riprendere i rifiuti radioattivi stoccati in Francia e Regno Unito ma al momento non è presente sul territorio nazionale alcun deposito con standard di sicurezza sufficientemente alti da accoglierle perché dopo 14 anni di procedure non è ancora stato localizzato un deposito per rifiuti radioattivi e tuttavia il Governo Meloni propone un DDL che avvia la normativa per tornare a costruire in Italia centrali nucleari a fissione nonostante 25 milioni di persone il 12 e 13 giugno 2011 votarono contro il ritorno al nucleare.

Peraltro, il 13 dicembre scorso, il Consiglio regionale del Veneto, con voto unanime, ha respinto l’ipotesi di localizzare un reattore nucleare SMR a Marghera.

Si vuole approfittare dell’attuale crisi energetica per mettere in atto una maldestra operazione di greenwashing con la quale si cerca di far passare come innovativa e sostenibile, solo per la dimensione degli impianti e qualche aggiustamento costruttivo, una tecnologia nucleare obsoleta che resta basata sulla fissione dell’uranio.

Di seguito, sull’argomento, diversi articoli del professor Massimo Zucchetti, docente ordinario presso il Politecnico di Torino ed esperto di energia nucleare di fama mondiale, candidato al Nobel nel 2015.

Il “nuovo nucleare” ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse

La fusione nucleare riaccende gli entusiasmi (almeno quelli)

Fonte

16/05/2021

Chernobyl: disinformazione e speculazioni


È bastato un pessimo articolo di Science Magazine a far dire ai media nazionali che a Chernobyl sono ripartite le fissioni nucleari, notizia che in altri paesi è stata abbastanza snobbata. Secondo l’articolo in questione in un locale non precisato del reattore n.4 di Chernobyl, si sarebbe rilevata una crescente presenza di neutroni di cui non si conosce l’origine, ma che non può far escludere la possibilità di un incidente. Il timore principale è che si inneschino reazioni di fissione dell’uranio che portino la massa informe di quel che resta del nocciolo di Chernobyl alla criticità incontrollata con pericolo di esplosioni localizzate. A parte l’insensato spargimento di panico che trasuda dall’articolo, le scarne informazioni scientifiche che vi si trovano risultano poco attendibili.

Innanzitutto occorre fare presente che essendo il neutrone una particella neutra, non soggetta a interazioni coulombiane perché non ha carica elettrica, non è facile misurarne con esattezza le caratteristiche tant’è che nell’articolo non si fa riferimento a che tipo di neutroni si tratta che se fossero veramente generati da fissione nucleare avrebbero una energia assolutamente definita e inconfondibile. Inoltre è pressoché impossibile che dopo 30 anni nel corium di Chernobyl, costituito da circa 6-700 t tra uranio, grafite, calcestruzzo e metalli vari, fusi tra loro in modo del tutto casuale in cui solo da 3,4 t di uranio sono fissili, i neutroni prodotti da sporadiche fissioni dell’uranio siano in numero superiore a quelli assorbiti dalla massa di tutti gli altri materiali e tali da mantenere la cosiddetta reazione a catena. Se ciò fosse avvenuto non si sarebbe registrato un lento ma crescente aumento dei neutroni negli ultimi 4 anni come dice l’articolo, ma una escalation rapidissima e incontrollata con effetti distruttivi questo perché senza una precisa configurazione geometrica un nocciolo non può funzionare. Altra considerazione fuorviante dell’articolo riguarda il fatto che il primo shelter (contenitore o sarcofago) costruito dai russi faceva entrare l’acqua piovana e che questa agendo da moderatore per i neutroni poteva innescare una reazione a catena. Ora non occorre essere degli esperti per rendersi conto che l’effetto di queste infiltrazioni – se mai ci fosse stato – si sarebbe verificato non a trenta anni di distanza dall’incidente, ma in tempi assai più ravvicinati. Ma poi non è forse vero che a Fukushima i noccioli fusi di tre reattori vengono inondati di acqua da dieci anni con la benedizione di tutte le autorità scientifiche del mondo senza che nessuno evocasse il pericolo della ripresa delle reazioni nucleari? Dunque perché il corium di Chernobil a contatto con l’acqua rischia di provocare una esplosione mentre l’acqua pompata sui corium di Fukushima fa addirittura bene?!

Ammesso dunque che le misurazioni effettuate nel reattore n.4 sui neutroni siano attendibili, la presenza di questi non è riconducibile a eventi come la fissione nucleare, ma semmai a processi di produzione/decadimento di alcuni elementi che si creano a seguito della fissione in un reattore nucleare, costituendo vere e proprie catene di decadimento fra cui quella che dall’ Uranio 238 (molto presente nei reattori) conduce al Californio alcuni isotopi del quale sono forti emettitori di neutroni (vedi figura). Questi processi non presentano alcuna delle pericolosità di quelle evocate nell’articolo di Science per cui viene da chiedersi a che pro questa “sortita” allarmistica su Chernobyl?

Qui si abbandona il campo scientifico-tecnologico e si entra in quello delle congetture. Nell’area contaminata di Chernobyl è sorta una cittadella industriale incentrata sulle tecnologie di decommissioning, ivi compreso un impianto di stoccaggio per il combustibile irraggiato e uno per il trattamento dei rifiuti nucleari con adiacente deposito (da stabilire se geologico o di superficie). In questo contesto, in cui il grosso dei capitali viene da fondi privati e dal EBRD (European Bank for Reconstruction and Development) mentre la tecnologia è in larga maggioranza Usa, c’è una cordata di imprese che spinge per smontare pezzo per pezzo il reattore danneggiato e sistemare le scorie in un deposito geologico, a cui giova mantenere alta la tensione su Chernobyl in modo da convincere il consorzio internazionale ad adottare questa soluzione, peraltro costosissima e dagli esiti assolutamente incerti, ma che servirebbe anche da sperimentazione per gli impianti di Fukushima con rischi e costi non a carico della Tepco e del governo giapponese, ma della comunità internazionale. Senza contare poi che l’idea di un deposito geologico a Chernobyl – a pensar male – sarebbe la benvenuta per quegli ambientalisti (italiani e non solo) che vogliono liberarsi delle scorie ad alta attività inviandole all’estero. Se queste, come detto, sono congetture, non è sicuramente per caso che l’articolo di Science Magazine è uscito proprio mentre Antony Blinken, segretario di stato Usa, era in visita ufficiale a Kiev per discutere di Donbass e investimenti, compresi nuovi reattori nucleari e sistemazione dei vecchi a fronte di una strategia Usa e Nato che vorrebbe l’Ucraina ancora più impegnata nel fronteggiare la Russia.

Fonte

11/05/2021

Chernobyl, un cadavere mai morto


Se esaminiamo le notizie dall’estero di oggi, molti media riportano che il reattore di Chernobyl “si è risvegliato” e “torna a bruciare”. Notizie preoccupanti, se fosse proprio così.

Dato che continuiamo a credere nella responsabilità morale, per chi conosce un argomento, di verificare e dare notizie decenti, semplici quanto si vuole, ma contenenti verità, siamo andati un po’ a verificare. Naturalmente, non da fonti italiane, notoriamente inaffidabili sull’argomento.

Fra molti lavori più specialistici, non è male l’articolo di “Science” che si cita in calce. Che parla di un qualche tizzone in un barbecue comunque spento. Paragone che userei con cautela, i tizzoni possono incendiarti il gazebo, per intenderci.

Vediamo di capire di cosa si tratta in realtà. Il reattore 4 di Chernobyl, lo sappiamo, è distrutto, con il nocciolo fuso, incendiato, risolidificato e sepolto, con due “sarcofagi” (contenitori) a isolarlo dall’ambiente esterno. Il secondo sarcofago è stato ultimato pochi anni fa.

Dunque, pare che in una delle zone più sepolte del reattore-rottame, misure del flusso di neutroni in lentissima crescita (circa un 2% in più al mese, quantità ai limiti della sensibilità degli strumenti, che però è costante ed ha portato a un raddoppio del valore in 4 anni) potrebbero far supporre una presenza di nuove fissioni nucleari, con una limitata ri-criticità locale.

Si tratta di flussi di neutroni molto deboli, a potenza zero, ma è un fenomeno comunque interessante anche perché oramai inatteso, anche se solo dal punto di vista scientifico: non desta preoccupazione riguardo a un nuovo incidente o rilasci di radioattività all’esterno.

Ma cosa sta succedendo? Qui segue una parte esplicativa quasi complicata. In quella zona del nocciolo c’è il consueto misto di combustibile fuso e c’è acqua in eccesso che sovra-modera. Il calore di decadimento a quanto pare porta a una lentissima evaporazione dell’acqua, che potrebbe render possibile che in piccole zone si raggiunga la criticità (k-eff locale = 1), da cui la misura di neutroni (con quale spettro, non siamo riusciti a saperlo, invece sarebbe una informazione molto utile).

Un fenomeno al contrario, ma simile al reattore naturale di Oklo in Gabon, per capirci. Andasse ancora avanti, sviluppando anche poco calore, l’acqua evaporerebbe ulteriormente, fino a rendere la zona sotto moderata, e il tutto si spegnerebbe da sé.

Le costanti di tempo sono così lente da essere difficili da calcolare, comunque si tratta di una dinamica di anni e c’è quindi tempo per determinare cosa sia opportuno fare. Diciamo che, come unica cosa da segnalare, c’è a nostro avviso questa: questo segnale riguarda una piccola zona del nocciolo fuso, ma magari negli anni potrebbe pure capitare altrove, nel nocciolo, intendiamo. Quindi il fenomeno va monitorato.

Si dice da più parti: ma perché per tagliar la testa al toro non fate fare alla zona un bel bagno di acqua borata, che assorbe neutroni, spegne tutto, anche queste velleità ricritiche del maledetto relitto?

Perché la zona è irraggiungibile, sepolta sotto strati di rottami e radioattivissima.

Va bene, allora facciamo un bel buco con un trapano e ci inseriamo una barra “di controllo” che assorba neutroni.

Non si può, nessuno può avvicinarsi, forse un robottino, ma deve essere più resistente che quei robot tedeschi dello sceneggiato tv, i cui circuiti non hanno resistito alle radiazioni.

Si dice ancora: ma siete sicuri, avete misurato bene i flussi di neutroni?

Eh, insomma, bisognerebbe avvicinarsi e fare misure più precise, ma al solito non si può: zona irraggiungibile perché sepolta e radioattivissima.

Per concludere: non c’è da preoccuparsi, ma c’è da incuriosirsi. Ri-criticità dopo 35 anni, questo maledetto rottame è davvero una fonte inesauribile di sorprese. Ma non ci sarà “un’altra Chernobyl”, per intenderci.

Per quanto mi riguarda, ma è soltanto una mia perversione professionale, trovo la cosa così interessante che darei la mano destra, per poter seguire questa vicenda di persona. La mano destra di un qualche collega positivista, ovviamente, non la mia, che sono comunque mancino.

Ma, comunque, scherzi a parte, c’è chi ci pensa: fra i colleghi ucraini ci sono fisici e ingegneri nucleari eccellenti, una scuola temprata da decenni di esperienza sul campo, purtroppo.

Fonte

05/11/2020

Toh, chi si rivede: il nucleare (in)civile

La lobby del nucleare ha subìto due sonore sconfitte nei referendum del 1987, poi del 2011 (vero che sono stati complici gli incidenti di Chernobyl e di Fukushima, ma penso che sarebbe avvenuto ugualmente), ma noi italiani abbiamo la pessima abitudine di pensare che “passata la festa, gabbato lo santo”.

Perfino scordando, con molta superficialità, che in questo paese rimane il problema di sistemare i residui che i nostri pur limitati programmi nucleari ci hanno lasciato, e che non solo graveranno su un futuro lontano (per dire, continuiamo a pagare nella bolletta elettrica un onere per il nucleare pregresso chiuso da 33 anni) ma potrebbero provocare incidenti anche gravi se non provvederemo a una soluzione duratura.

Ma la baldanza di quelle vittorie sta originando una vera distopia poiché quasi nessuno, nemmeno fra gli ambientalisti più impegnati, sembra far caso alla riscossa della lobby nucleare che cerca di spacciare l’energia nucleare come carbon free.

Disgraziatamente sembra che fra le vittime di questo inganno ci sano anche i movimenti dei giovani per il clima! Che non sappiano nulla sull’energia nucleare è comprensibile, dal momento che ai tempi delle lotte antinucleari non erano neanche nati e che in nessuna scuola secondaria, anche “scientifica”, si arriva a studiare la fisica del nucleo.

Greta in persona è stata più che ambigua su questo, anche se so per la mia esperienza diretta con i FFF che altre/i mantengono forti riserve, quando non un aperto rifiuto. C’è semmai da chiedersi chi consigli Greta su cose che evidentemente non può sapere: ma qui è obbligatorio dire che gli “scienziati”, alla cui autorità i movimenti si appellano, sono in grande maggioranza pro-nucleari! Un bel problema.

Questa situazione ci riporta comunque indietro di decenni. Che fare dunque?

Personalmente, come tanti altri, ho scritto valanghe di cose, più o meno dettagliate ma sempre accessibili a tutti, e ho sostenuto dalla fine degli anni ‘70 centinaia di incontri con specialisti e con la popolazione: ma – ed è un grosso “ma” – allora non c’era internet! Non si può realisticamente pretendere che i giovani trovino e leggano addirittura libri, come L’Italia Torna al Nucleare (Jaca Book 2008), o addirittura il più sistematico, scritto con Giorgio Ferrari, SCRAM1, Ovvero la Fine del Nucleare (Jaca Book 2011).

E allora riprendo un approccio soft, con un sintetico “breviario” di temi sul nucleare (in)civile più vicino alla moda attuale di whatsapp o facebook: ovviamente gli statements che seguono non vengono sviluppati con il dettaglio che necessiterebbero per venire sostanziati, ma forse possono avere un’immediatezza che possa fissarsi nella mente, e stimolare una riflessione.

*****

- L‘energia nucleare non è solo un’energia “più grande”, ma ha un’origine completamente diversa dai processi che avvengono sulla Terra. Il nucleo dell’atomo contiene energie milioni di volte maggiori di quelle degli elettroni esterni responsabili dei processi chimici. Ne segue (ma viene di solito occultato) che se si attivano processi nucleari, essi producono inevitabilmente prodotti artificiali radioattivi inesistenti sulla Terra (vedi per dettagli il mio: Antropocene-Capitalocene-Nucleocene: l’eredità dell’Era Nucleare è incompatibile con l’ambiente terrestre (e umano), 11.09.2018).

- È ovvio, con conoscenze elementari sui fenomeni nucleari, che il processo di fissione nucleare (cioè non chimico) all’interno di un reattore non produce CO2, ma si occulta intenzionalmente l’intero ciclo nucleare.

- L’estrazione del minerale, la sua lavorazione, la fabbricazione del combustibile, sono processi che anche senza essere esperti producono CO2! Se l’energia nucleare venisse rilanciata, si dovrebbero sfruttare miniere e minerali meno ricchi di uranio, ed è elementare capire che il processo produrrebbe emissioni crescenti di CO2.

- Anche l’uranio è una risorsa esauribile!

- La costruzione delle centrali (i cui costi e tempi di costruzione sono aumentati moltissimo, ad esempio per le norme di sicurezza sempre più stringenti) produce chiaramente CO2. Nuove centrali nucleari arriverebbero comunque troppo tardi a fronte dell’emergenza climatica sempre più incalzante: costi e tempi sono enormemente superiori a progetti di energie rinnovabili!

- Rilasci radioattivi e conseguenze sanitarie? Ovviamente ci assicurano che le nuove centrali sono assolutamente sicure e non producono rilasci radioattivi. Sarà! Lo assicurano da sempre, tanto lo si vede dopo molti anni: come chiedere all’oste se il suo vino è buono. Si deve insistere, le radiazioni nucleari non sono come gli altri inquinanti. Istruttiva l’inchiesta di Presadiretta del 2010.

- Ma come tutti gli artefatti, anche le centrali nucleari hanno una vita limitata, al termine della quale devono essere smantellate. Si sono accumulate nel mondo più di 400 centrali nucleari che aspettano il decommissioning: processo, sempre rinviato, che si sta rivelando molto più lungo, complesso e costoso di quanto si fosse previsto (il costo del decommissioning del sito nucleare britannico di Sellafield lievita di continuo, le valutazioni oggi superano i 100 miliardi di Sterline!). In Italia vi erano solo 4 centrali attive, di piccola o media taglia: il decommissioning è attorno al 40%.

- La “coda” del ciclo nucleare non è affatto meno complessa, e ancor meno carbon free. I residui radioattivi (non solo “scorie”, la fissione produce plutonio, “prezioso” materiale militare!) costituiscono un problema non meno grave della CO2. Solo negli USA si sono accumulate 70.000 tonnellate di combustibile esausto, che è un materiale che deve rimanere isolato da qualsiasi contatto umano per migliaia di anni. Nessun paese ha ancora realizzato un deposito nazionale per i residui radioattivi. In Italia questi residui sono immagazzinati in una ventina di depositi “provvisori” che si deteriorano sempre più (Rai Report, “L’eredità”), mentre il progetto del deposito nazionale langue da anni.

- Last but absolutely not least – anche se l’Italia sembra non coinvolta – l’intrinseco dual-use, civile militare, della tecnologia nucleare.

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Anche se per il momento sembra remota la possibilità che l’Italia possa riprendere programmi di costruzione di centrali nucleari a fissione, continua a finanziare programmi di fusione nucleare. Non solo partecipa al programma internazionale di costruzione di ITER, International Thermonuclear Experimental Reactor, in Francia (lievitazione costi a 20 miliardi), ma sviluppa un progetto proprio, il cui costo previsto è di 600 milioni di Euro.

Ovviamente (per onestà) il mio parere è opposto ai tanti che dominano in internet. In estrema sintesi, la fusione di nuclei leggeri è stata realizzata dal 1949 nelle bombe termonucleari (bomba H), e da 60 anni viene annunciata come vicina la fusione nucleare controllata, per usi civili, ma questa promessa si è regolarmente allontanata nel tempo.

Non voglio qui entrare nel merito, ma proviamo a fare la previsione più ottimistica. In modo molto grossolano ma comprensibile, supponiamo 10 anni per realizzare un processo di fusione che si autosostenga, altri 10 per progettare un reattore commerciale, altri 10 per costruire le prime centrali a fusione. Insomma, assai difficilmente potremmo pensare di produrre energia elettrica dalla fusione entro la metà del secolo, più realisticamente nella seconda metà.

Non è comunque un tantino tardi per tamponare la crisi climatica che incalza? Mentre i progetti delle energie rinnovabili sono già oggi disponibili, in continuo progresso, e realizzabili in pochi anni; e sicuramente molto meno costosi. E il futuro non potrà che essere molto, molto meno energivoro.

Intanto ITER o altri progetti divorano per la loro realizzazione energia, e producono CO2! A me non sembra un buon affare (per la popolazione) e sostengo che sono soldi buttati.

Ma poi, la fusione sarebbe davvero priva di rischi, inconvenienti, o ricadute negative? Mi limito a segnalare un articolo: D. Jassby ha lavorato su esperimenti di fusione nucleare per 25 anni al Princeton Plasma Physics Lab, “Fusione nucleare: criticità e rischi di un progetto irrealizzabile”.

Last by not least, i militari – solita storia – lavorano da più di 10 anni alla National Ignition Facility (NIF) al Livermore Laboratory per la fusione nucleare con un metodo diverso (confinamento inerziale), “progettato per consentire esperimenti senza precedenti sulla fisica delle armi nucleari e consentire di conservare il deterrente nucleare degli USA senza ulteriori test sotterranei”: se sia anche per progettare armi nucleari innovative non viene ovviamente detto.

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