Il termine stesso “bomba sporca”, stranamente, è nato pochi anni prima dell’inizio effettivo dei lavori sul primo arricchimento in assoluto dell’uranio per uso bellico.
L’idea è stata formulata dallo scrittore di fantascienza americano Robert Heinlein, che, grazie alla sua “preveggenza”, ha anticipato di tre anni il lancio di un reattore sperimentale nell’ambito dello storico progetto Manhattan.
Allo stesso tempo, a differenza della sua controparte definita “pulita” – che ha dimostrato il suo potere distruttivo mortale sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki – l’arma nucleare “sporca” è rimasta nella sezione della teoria accettabile e fattibile. Sicuramente, dobbiamo dire, per fortuna.
Pur avendo un riempimento radioattivo, una “bomba sporca” è fondamentalmente diversa dalle munizioni atomiche militari in termini di meccanica della sua azione. In quest’ultimo caso, il detonatore dell’esplosivo innesca una reazione a catena di fissione del nucleo atomico che, in combinazione, provoca sia un impatto meccanico distruttivo della massa d’aria, sia forti disturbi elettromagnetici che possono disabilitare l’elettronica, e la successiva contaminazione del territorio con prodotti radioattivi.
Come risultato dell’esplosione di un’arma nucleare standard, si formano isotopi di stronzio-89, stronzio-90, cesio-137, zinco-64 e tantalio-181, che penetrano nel suolo, nell’acqua e nel corpo umano, causando malattie da radiazioni a grandi dosi e, nel caso di un’esposizione più debole, provocano gravi malattie del sangue e del midollo osseo.
Una caratteristica poco nota è che la maggior parte degli isotopi sopra menzionati ha un’emivita piuttosto breve e in soli cinque-dieci anni l’area interessata può essere ripopolata.
Si possono citare Hiroshima e Nagasaki come esempio: gli abitanti tornarono e iniziarono a ricostruire le loro città quattro anni dopo il bombardamento atomico statunitense.
La creazione di una classica bomba nucleare è estremamente laboriosa e dispendiosa in termini di risorse, oltre a necessitare di una infrastruttura scientifica di alto livello.
Ancora oggi, solo pochissimi Stati hanno raggiunto il livello di potenziale scientifico e tecnico che consente di arricchire l’uranio a livello di armamenti, oltre a produrre i relativi veicoli per consegne tattiche e strategiche.
I paesi dotati di armi nucleari stanno scrupolosamente custodendo i loro segreti atomici in ogni modo possibile e, con sorprendente unanimità, soffocano ogni tentativo di espandere la lista. Tuttavia, ciò non ha impedito ad alcuni paesi, tra cui la stessa Repubblica Popolare Democratica di Corea, di sviluppare e attuare un proprio programma nucleare.
A sua volta, la bomba atomica “sporca” è estremamente appetibile per paesi deboli o “in regresso”, come l’Ucraina, proprio perché non richiede un potente cluster di ricerca e produzione. Basta avere una certa scorta di materiali o rifiuti radioattivi, noché un “veicolo di consegna” relativamente primitivo, come l’analogo di un missile antinave.
In questo caso, la testata di un razzo o di un proiettile di artiglieria non viene utilizzata per avviare una reazione a catena di fissione, ma solo per “spruzzare” e massimizzare la diffusione di sostanze pericolose. Sebbene estremamente primitivo, questo metodo consente l’uso di una gamma illimitata di elementi radioattivi, compresi quelli la cui emivita è di centinaia o persino migliaia di anni.
In altri termini, il territorio su cui verrebbero fatte esplodere le munizioni con il contenitore, riempito con uranio convenzionale, sarà inquinato per molte generazioni a venire. E così suoli, falde acquifere e copertura vegetale.
Pertanto, solo chi odia il proprio avversario fino alla cecità o è pronto a qualsiasi sacrificio, compresa la perdita dei propri territori e la salute dei propri cittadini, può ricorrere a una simile bomba.
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27/10/2022
11/05/2021
Chernobyl, un cadavere mai morto
Se esaminiamo le notizie dall’estero di oggi, molti media riportano che il reattore di Chernobyl “si è risvegliato” e “torna a bruciare”. Notizie preoccupanti, se fosse proprio così.
Dato che continuiamo a credere nella responsabilità morale, per chi conosce un argomento, di verificare e dare notizie decenti, semplici quanto si vuole, ma contenenti verità, siamo andati un po’ a verificare. Naturalmente, non da fonti italiane, notoriamente inaffidabili sull’argomento.
Fra molti lavori più specialistici, non è male l’articolo di “Science” che si cita in calce. Che parla di un qualche tizzone in un barbecue comunque spento. Paragone che userei con cautela, i tizzoni possono incendiarti il gazebo, per intenderci.
Vediamo di capire di cosa si tratta in realtà. Il reattore 4 di Chernobyl, lo sappiamo, è distrutto, con il nocciolo fuso, incendiato, risolidificato e sepolto, con due “sarcofagi” (contenitori) a isolarlo dall’ambiente esterno. Il secondo sarcofago è stato ultimato pochi anni fa.
Dunque, pare che in una delle zone più sepolte del reattore-rottame, misure del flusso di neutroni in lentissima crescita (circa un 2% in più al mese, quantità ai limiti della sensibilità degli strumenti, che però è costante ed ha portato a un raddoppio del valore in 4 anni) potrebbero far supporre una presenza di nuove fissioni nucleari, con una limitata ri-criticità locale.
Si tratta di flussi di neutroni molto deboli, a potenza zero, ma è un fenomeno comunque interessante anche perché oramai inatteso, anche se solo dal punto di vista scientifico: non desta preoccupazione riguardo a un nuovo incidente o rilasci di radioattività all’esterno.
Ma cosa sta succedendo? Qui segue una parte esplicativa quasi complicata. In quella zona del nocciolo c’è il consueto misto di combustibile fuso e c’è acqua in eccesso che sovra-modera. Il calore di decadimento a quanto pare porta a una lentissima evaporazione dell’acqua, che potrebbe render possibile che in piccole zone si raggiunga la criticità (k-eff locale = 1), da cui la misura di neutroni (con quale spettro, non siamo riusciti a saperlo, invece sarebbe una informazione molto utile).
Un fenomeno al contrario, ma simile al reattore naturale di Oklo in Gabon, per capirci. Andasse ancora avanti, sviluppando anche poco calore, l’acqua evaporerebbe ulteriormente, fino a rendere la zona sotto moderata, e il tutto si spegnerebbe da sé.
Le costanti di tempo sono così lente da essere difficili da calcolare, comunque si tratta di una dinamica di anni e c’è quindi tempo per determinare cosa sia opportuno fare. Diciamo che, come unica cosa da segnalare, c’è a nostro avviso questa: questo segnale riguarda una piccola zona del nocciolo fuso, ma magari negli anni potrebbe pure capitare altrove, nel nocciolo, intendiamo. Quindi il fenomeno va monitorato.
Si dice da più parti: ma perché per tagliar la testa al toro non fate fare alla zona un bel bagno di acqua borata, che assorbe neutroni, spegne tutto, anche queste velleità ricritiche del maledetto relitto?
Perché la zona è irraggiungibile, sepolta sotto strati di rottami e radioattivissima.
Va bene, allora facciamo un bel buco con un trapano e ci inseriamo una barra “di controllo” che assorba neutroni.
Non si può, nessuno può avvicinarsi, forse un robottino, ma deve essere più resistente che quei robot tedeschi dello sceneggiato tv, i cui circuiti non hanno resistito alle radiazioni.
Si dice ancora: ma siete sicuri, avete misurato bene i flussi di neutroni?
Eh, insomma, bisognerebbe avvicinarsi e fare misure più precise, ma al solito non si può: zona irraggiungibile perché sepolta e radioattivissima.
Per concludere: non c’è da preoccuparsi, ma c’è da incuriosirsi. Ri-criticità dopo 35 anni, questo maledetto rottame è davvero una fonte inesauribile di sorprese. Ma non ci sarà “un’altra Chernobyl”, per intenderci.
Per quanto mi riguarda, ma è soltanto una mia perversione professionale, trovo la cosa così interessante che darei la mano destra, per poter seguire questa vicenda di persona. La mano destra di un qualche collega positivista, ovviamente, non la mia, che sono comunque mancino.
Ma, comunque, scherzi a parte, c’è chi ci pensa: fra i colleghi ucraini ci sono fisici e ingegneri nucleari eccellenti, una scuola temprata da decenni di esperienza sul campo, purtroppo.
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23/02/2017
Radioattività in aumento in alcune aree dell’Europa
Questa volta potrebbe non essere una fake news ma un episodio della nuova guerra fredda tra gli Stati della UE e la Russia. Un misterioso aumento della radioattività sarebbe stato segnalato a gennaio in vaste aree dell'Europa senza motivo apparente. Piccole quantità di Iodio 131, materiale radioattivo di fabbricazione umana, sono state rilevate in tutto il Continente, a partire dal Nord della Norvegia, poi sempre più a Sud. Nonostante l'aumento della radioattività sia stato rilevato a gennaio, le autorità di vari Paesi, per prima la Francia, lo hanno reso noto solo qualche giorno fa, forse perché l'origine e le modalità di diffusione del materiale non sono state ancora chiarite. Le caratteristiche dello iodio 131 contribuiscono a infittire il mistero: si trova solitamente in associazione con altri elementi radioattivi, ma non questa volta. Ha una emivita, cioè il tempo in cui metà dei suoi atomi decadono, di soli otto giorni, eppure è stato rilevato in quantità significative, quindi con tutta probabilità è stato rilasciato di recente. Gli Usa hanno inviato sull'Europa aeroplani "sniffer", in grado di rilevare e isolare la sostanza, senza risultati apprezzabili.
Secondo un sito scandinavo, apertamente anti-russo, Independent Barents Observer, l'aumento della radioattività è stato rilevato per la prima volta a metà gennaio nei filtri dell'aria della stazione norvegese di Svanhovd, a poche centinaia di metri dal confine russo sulla penisola di Kola. Poi lo stesso isotopo è stato rilevato a Rovaniemi, nella Lapponia finlandese, quindi nelle due settimane successive in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Francia e Spagna. A dare la notizia la Francia: "il rapporto preliminare afferma che è stato rilevato nella seconda settimana di gennaio nel nord della Norvegia" ha scritto l'Institute de Radioprotection et de Süreté Nucléaire (IRSN) francese in un comunicato, precisando che le quantità rilevate non rappresentano un rischio per la salute. La responsabile delle emergenze dell'Autorità di protezione nucleare norvegese Astrid Liland ha detto al Barents Observer che i livelli di radioattività misurati non sono preoccupanti e che per questo Oslo ha deciso di non darne notizia.
Le ipotesi sull'origine sono varie: potrebbe essere stato prodotto da un incidente di un reattore nucleare, ma è un isotopo che ha anche usi medici ed è prodotto su larga scala dall'industria farmaceutica in molti Paesi. Le installazioni nucleari nel Nord Est europeo, dove è stato rilevato, comprendono centrali nucleari in Finlandia, Svezia e Russia, oltre ai sottomarini nucleari russi che stazionano nella penisola di Kola e nel Mar Bianco.
Tra le teorie che circolano sull'origine, quella di un test nucleare segreto effettuato dalla Russia. In effetti lo Iodio 131 è spesso associato alle bombe nucleari ed è stato rilevato in tutto il mondo dopo vari test atomici, oltre che dopo gli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima. Ma secondo la rivista scientifica Focus "possiamo ragionevolmente escludere l'ipotesi di un test nucleare, perché non ci sono altri elementi radioattivi in atmosfera".
Lo iodio 131 infatti viene utilizzato anche per la cura di alcuni cancri: il fatto che sia stato trovato da solo rende più plausibile l'ipotesi che la fuga radioattiva provenga da un impianto farmaceutico che non l'ha notificata alle autorità. Né possono essere trascurati alcuni incidenti avvenuti nelle centrali nucleari francesi tra gennaio e febbraio, l'ultimo quello di Flammaville, in Normandia, lo scorso 9 febbraio. Greenpeace aveva lanciato l'allarme: “con i due recenti incendi che hanno avuto luogo alla centrale di Cattenom, in Mosella, si tratta del terzo incendio in un’installazione nucleare in dieci giorni". Lo scorso settembre l’Autorità francese sulla sicurezza nucleare ha chiesto una fermata urgente di 21 dei 58 reattori del Paese per problemi tecnici.
(fonte. Askanews.it, Greenpeace, Indipendent Barents Observer, Focus)
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Secondo un sito scandinavo, apertamente anti-russo, Independent Barents Observer, l'aumento della radioattività è stato rilevato per la prima volta a metà gennaio nei filtri dell'aria della stazione norvegese di Svanhovd, a poche centinaia di metri dal confine russo sulla penisola di Kola. Poi lo stesso isotopo è stato rilevato a Rovaniemi, nella Lapponia finlandese, quindi nelle due settimane successive in Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Francia e Spagna. A dare la notizia la Francia: "il rapporto preliminare afferma che è stato rilevato nella seconda settimana di gennaio nel nord della Norvegia" ha scritto l'Institute de Radioprotection et de Süreté Nucléaire (IRSN) francese in un comunicato, precisando che le quantità rilevate non rappresentano un rischio per la salute. La responsabile delle emergenze dell'Autorità di protezione nucleare norvegese Astrid Liland ha detto al Barents Observer che i livelli di radioattività misurati non sono preoccupanti e che per questo Oslo ha deciso di non darne notizia.
Le ipotesi sull'origine sono varie: potrebbe essere stato prodotto da un incidente di un reattore nucleare, ma è un isotopo che ha anche usi medici ed è prodotto su larga scala dall'industria farmaceutica in molti Paesi. Le installazioni nucleari nel Nord Est europeo, dove è stato rilevato, comprendono centrali nucleari in Finlandia, Svezia e Russia, oltre ai sottomarini nucleari russi che stazionano nella penisola di Kola e nel Mar Bianco.
Tra le teorie che circolano sull'origine, quella di un test nucleare segreto effettuato dalla Russia. In effetti lo Iodio 131 è spesso associato alle bombe nucleari ed è stato rilevato in tutto il mondo dopo vari test atomici, oltre che dopo gli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima. Ma secondo la rivista scientifica Focus "possiamo ragionevolmente escludere l'ipotesi di un test nucleare, perché non ci sono altri elementi radioattivi in atmosfera".
Lo iodio 131 infatti viene utilizzato anche per la cura di alcuni cancri: il fatto che sia stato trovato da solo rende più plausibile l'ipotesi che la fuga radioattiva provenga da un impianto farmaceutico che non l'ha notificata alle autorità. Né possono essere trascurati alcuni incidenti avvenuti nelle centrali nucleari francesi tra gennaio e febbraio, l'ultimo quello di Flammaville, in Normandia, lo scorso 9 febbraio. Greenpeace aveva lanciato l'allarme: “con i due recenti incendi che hanno avuto luogo alla centrale di Cattenom, in Mosella, si tratta del terzo incendio in un’installazione nucleare in dieci giorni". Lo scorso settembre l’Autorità francese sulla sicurezza nucleare ha chiesto una fermata urgente di 21 dei 58 reattori del Paese per problemi tecnici.
(fonte. Askanews.it, Greenpeace, Indipendent Barents Observer, Focus)
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