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21/07/2026

La lettera di 13 esponenti del PD al campo largo: sì al riarmo e via il veto in UE

Tredici esponenti dell’area cosiddetta “riformista” del Partito Democratico hanno firmato una lettera aperta in cui mettono in chiaro che non c’è spazio nel campo largo per posizioni che non si appiatiscano sul riarmo e sulla costruzione di una difesa comune per rendere la UE un attore a pieno titolo della competizione globale... per mezzo delle armi.

I firmatari – tra cui Graziano Delrio, Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Virginio Merola, Lia Quartapelle, e Walter Verini – hanno voluto mandare un messaggio ai vertici del campo largo, che cercano di apparire, almeno, diversi dal centrodestra: il riarmo non si mette in discussione, anche se Conte dice che tali spese sono “folli” (dopo averle costantemente alzate quando era al governo) o se Schlein dice di approvare, per ora, solo la difesa comune europea razionalizzando così quelle nazionali.

I 13 dem, in realtà, non fanno altro che ricordare i vincoli strozzanti che tutto il campo largo condivide, innanzitutto l’adesione alla NATO. Facendo la felicità delle aziende statunitensi degli armamenti, la lettera ha lo scopo di dare una spallata a tutte le velleitarie posizioni che vedono nel campo largo un’alternativa. La strada è tracciata, e quali sono i paletti li mettono in chiaro i riformisti del PD: guerra in Ucraina, riarmo, difesa comune, maggiore integrazione europea per fare un salto di qualità nella competizione globale.

È però molto interessante leggere anche quello che scrivono, perché è un insieme di falsità e contraddizioni rispetto all’operato politico degli estensori che mette in chiaro, mentre riaggiusta la linea del campo largo, come ci sia ansia da parte del centrosinistra di vendere belle promesse a un elettorato che non è probabilmente così propenso ad assecondare l’ennesimo massacro sociale, per di più per pagare una continua precipitazione bellica.

La lettera parte seguendo la vita di un ucraino, Artem, dalla caduta del Muro di Berlino: la cornice ideologica e l’allineamento strategico sono i primi elementi messi in risalto, in poche frasi. “La storia di Artem è la storia di un europeo costretto alla guerra, che cerca la strada per conciliare pacifismo e patriottismo”, scrivono.

Per i palestinesi non varrebbe lo stesso principio, perché, a quanto pare, solo le guerre degli europei sono “costrette”, e dunque “giuste”. Se volevano cercare un esempio che unisce pacifismo e patriottismo potevano guardare a Cuba, non a chi ha armato i nazisti per condurre una guerra civile contro una parte del proprio popolo, ben prima di essere “costretti” alla guerra con la Russia. Ma andiamo avanti.

La lettera dice che la guerra è un “incubo seppellito nel secolo scorso” che ora torna ad affacciarsi. Perché, come prima, fuori dal Vecchio Continente non ci sono popoli che meritano un tale appellativo, e dunque l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, la trasformazione della Libia e della Siria in un grande campo di battaglia tra potentati e bande locali, tutto questo non conta.

Scrivono poi nella lettera che “si sta facendo strada la forza dell’arroganza” e che bisogna intavolare una “politica estera che promuove la cooperazione, il multilateralismo e la convivenza tra i popoli”. Eppure le sanzioni unilaterali non le ha messe l’Iran, ed è stato il primo ministro del Canada a dire, a gennaio di quest’anno, che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” e che i paesi occidentali hanno “in gran parte evitato di mettere in luce il divario tra retorica e realtà”.

Ovviamente, perché hanno approfittato di un sistema che si diceva equo e fondato sui diritti per godere dei frutti della propria egemonia. Ora, al contrario di quello che vogliono lasciar intendere, la convivenza dei popoli è messa in pericolo proprio dall’Occidente per garantirsi di mantenere quella egemonia di fronte alla crescita di competitori internazionali. E lo fa tramite la guerra.

Secondo i parlamentari riformisti, un maggiore investimento nella sicurezza non comporta automaticamente una riduzione dello stato sociale. Peccato che sia stato il Fondo Monetario Internazionale a mettere nero su bianco, nell’Outlook dello scorso aprile, che sul medio e lungo periodo il riarmo si rifletterà “in un aumento dei disavanzi pubblici, in tagli alla spesa sociale e in un peggioramento delle posizioni con l’estero”.

Tolto il disaccordo con il FMI, i riformisti, comunque, affermano con sicurezza che tale investimento in sicurezza deve essere fatto in direzione di “una vera difesa europea, non come alternativa alla diplomazia, ma come suo indispensabile complemento”. Insomma, una dichiarazione onesta, per una volta: una UE armata serve come minaccia per imporre agli altri la propria agenda di politica estera. Se ogni tanto ci scappa una guerra è un “effetto collaterale”.

Affinché Bruxelles assolva pienamente questo compito, però, serve fare un passo in avanti nell’integrazione comunitaria. I tredici esponenti del PD invocano un bilancio comune più solido e il superamento del diritto di veto, elementi che vadano di pari passo con la difesa comune per rendere la UE davvero una potenza globale, capace di muoversi con tutti i suoi membri all’unisono sul terreno del multipolarismo.

Nella lettera i dem scrivono che “dobbiamo uscire dalla contrapposizione sterile tra pacifismo di testimonianza e bellicismo”. Loro e il campo largo lo hanno fatto con una scelta netta: basta sterile pacifismo, solo fruttuoso bellicismo.

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