Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/07/2026

Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi

In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.

Il  quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.

L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.

Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti  a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.

Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.

Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).

Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.

Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.

Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.

Data la situazione – instabilità istituzionale permanente,  accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.

La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta  continuità con la Macronie.

La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.

I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.

Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale  – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.

Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.

Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.

Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.

Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.

Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.

La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.

Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.

Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.

L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.

Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.

Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.

In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:

  1. un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
  2.  e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
  3.  un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
  4. la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
  5. una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
  6. una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).

Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.

Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.

Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.

Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.

Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti –  la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento