Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade
Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta
Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Determinare una riduzione automatica dei prezzi alla pompa da 12 a 18 centesimi al litro.
La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.
Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.
Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.
Banchi e bilanci
Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.
Da metà settembre, il movimento studentesco blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta.
La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna”.
La reazione del fronte giovanile e dei sindacati degli insegnanti è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese”. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.
Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.
I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.
La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione
Il discorso di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’“ultraviolenza urbana”.
Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati nel corso delle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.
Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes
Perché questa fretta? Perché attingere alle riserve strategiche del Paese?
La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.
L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile.
La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.
Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.
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08/10/2026
L’Iran convoca l’ambasciatore francese per la repressione degli studenti
L’ambasciatore di Parigi a Teheran, Nicolas Roche, si è visto inoltrare una nota per protestare contro “la violenta repressione” delle manifestazioni studentesche e contro le “diffuse violazioni dei diritti umani” riportano con una certa dose di ironia i media iraniani.
In un post su X, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha ricordato che “nel gennaio 2026, la Francia invitò l’Iran a garantire il diritto di manifestare pacificamente senza timore di rappresaglie e a dare prova di moderazione nella risposta alle manifestazioni” in corso nel paese.
“Nonostante gli appelli alla rivolta lanciati dall’estero e le notizie di attacchi armati contro centri e forze di sicurezza in Iran, il ministro degli Esteri francese parlò di una rivolta pacifica – ha proseguito Baqaei – oggi, in Francia, le manifestazioni dei liceali vengono descritte come violenze urbane”.
Punta decisamente sul vivo, Parigi ha reagito convocando a sua volta l’ambasciatore iraniano in Francia al Quai d’Orsay per protestare contro quella che definisce la campagna di disinformazione condotta da Teheran sui movimenti che stanno agitando le strade francesi. La Francia ha lamentato che “i contenuti falsi diffusi online da account ufficiali del ministero degli Affari esteri iraniano sono assolutamente inaccettabili, così come è stata ingiustificata la convocazione, avvenuta il 6 ottobre, del nostro ambasciatore a Teheran”.
Il problema è che i video e le foto sulla brutalità poliziesca in Francia non sono affatto fake news e stanno circolando in tutto il mondo. Si calcolano già quasi 5mila fermi, decine di arresti e centinaia di feriti, di cui almeno due gravi tra gli studenti. Così come era avvenuto – ma a parti inverse – mesi indietro sull’Iran.
Solo che questa volta il “colpo” è stato restituito, e con gli interessi.
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La protesta degli studenti dilaga anche in Belgio
Dalla Francia la protesta degli studenti si è estesa negli ultimi giorni al vicino Belgio. Per ora i numeri non sono altissimi, ma la protesta sta crescendo sia in termini di partecipazione che di determinazione.
Le manifestazioni sono iniziate giovedì scorso, quando davanti a numerose scuole del paese, soprattutto della regione francofona, si sono tenuti dei sit in contro i tagli all’istruzione. Nelle giornate seguenti sono scesi in piazza alcune migliaia di studenti, anche universitari, e si sono registrati i primi scontri con la polizia.
Gli studenti chiedono maggiori stanziamenti a sostegno dell’istruzione pubblica, denunciano l’importo eccessivo delle tasse scolastiche, le carenze infrastrutturali e i rincari degli abbonamenti agli autobus. Nella regione francofona – il cui governo ha deciso un taglio di 300 milioni di euro al bilancio dell’istruzione superiore – protestano anche gli insegnanti, in particolare contro un aumento di due ore dell’orario di lavoro senza che sia previsto un adeguamento dei salari.
Manifestazioni studentesche si erano già tenute a giugno, anche in questo caso nella regione francofona della Vallonia, quando soprattutto gli studenti universitari avevano protestato contro una riforma che, tra le altre cose, prevedeva l’aumento delle rette universitarie da 835 a 1.194 euro, allineandole così a quelle praticate nelle Fiandre – di lingua fiamminga – dove però i redditi medi sono più elevati.
Manifestazioni si sono tenute anche a Bruxelles ed in altre città della Vallonia come Mons e Charleroi, ma finora l’epicentro della protesta è stata la città di Liegi, dove martedì si sono registrati gli scontri più intensi. A margine del corteo, alcuni giovani hanno incendiato cassonetti e pensiline dei bus e lanciato fuochi d’artificio contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno reagito con idranti e lacrimogeni.
Manifestazione e scontri si sono ripetuti anche ieri. Dall’inizio della protesta, secondo la polizia, nella città francofona sono state arrestate 107 persone. A questi vanno aggiunti altri fermi effettuati in altre città.
Le autorità di Liegi hanno risposto alle mobilitazioni con il pugno di ferro: il sindaco Willy Demeyer ha deciso infatti di vietare gli assembramenti di oltre tre persone in tutta la città, a partire da questa mattina alle 6:00.
Gli studenti esponevano cartelli con slogan come “È un disastro, stiamo lottando per un diritto! Non per un privilegio!” e “Ho scelto l’istruzione, non gli Hunger Games!”. Alcuni studenti hanno raccontato ai media di essere in contatto con i loro colleghi francesi. «Ci sosteniamo a vicenda perché affrontiamo praticamente gli stessi problemi», ha detto ad esempio Alfred, uno studente di 19 anni, parlando con l’agenzia Reuters. Amelia Di Salve, anche lei diciannovenne e studentessa di scienze per diventare insegnante, ha affermato che il movimento studentesco belga è nato all’inizio di quest’anno e si è riacceso dopo che gli studenti hanno assistito alle manifestazioni in Francia. «Quando abbiamo visto che senza proteste non cambiava nulla, abbiamo deciso di iniziare noi... La Francia ci ha influenzato», ha raccontato la studentessa.
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07/10/2026
Intervista al sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko
Bally Bagayoko: «Ora una risposta politica, o la protesta non si fermerà». La destra, sia francese che italiana, ha dichiarato guerra al sindaco che “sta sulle barricate” insieme ai suoi concittadini. Ci è sembrato doveroso intervistarlo, ieri, prima delle manifestazioni...
450.000 manifestanti, di cui 100.000 solamente a Parigi. In questa giornata di sciopero generale era accanto ai liceali a Saint-Denis, comune della banlieue della capitale di cui è sindaco. La Cgt e gli altri grandi sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero per giovedì. Sarà ancora presente e qual è il bilancio della mobilitazione?
Si, ci sarò, perché è il momento della de-escalation e soprattutto della risposta politica, non della risposta repressiva. Ero accanto a loro la settimana scorsa e lo sarò ancora nei prossimi giorni.
Ci sarò perché sono dei liceali, quindi dei minori, e dobbiamo tutti garantire che non ci siano dei feriti tra di loro. E oggi l’inquietudine è grande perché si tratta di una ampia mobilitazione e chiedo a tutti quelli che partecipano di manifestare pacificamente.
Il Presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno hanno una responsabilità e chiedo loro di trasmettere un messaggio rassicurante per evitare di trovarsi davanti a un dramma.
Ho visto delle azioni della polizia totalmente sproporzionate rispetto alla pacificità del corteo. Io stesso sono stato colpito da tiri di gas lacrimogeno e ho rischiato di essere manganellato, mentre invece ero presente per assicurare che non ci fossero violenze. Ho anche visto dei ragazzi accanto a me che si sono fatti colpire mentre erano inermi e con le braccia alzate.
Questa non è la risposta politica attesa. Il Presidente della Repubblica deve intervenire all’altezza dei valori repubblicani, mentre ora li sta calpestando. Sono relativamente inquieto perché a ogni sequenza di questa mobilitazione lo Stato è rimasto in ritardo.
In principio ha lasciato che l’indignazione salisse, perché da diversi anni nessun investimento è stato fatto, in particolare per rispondere alla promessa repubblicana che, su tutto il territorio francese, ci siano i mezzi per l’insieme dei liceali di studiare in condizioni degne.
Le rivendicazioni sono chiare, dalla mancanza di professori a un orario scolastico che ha pochi eguali in Europa, dalle infrastrutture degradate ai problemi nell’orientamento scolastico. Abbiamo un dispositivo parcoursup che ha lasciato duemila studenti senza formazione. Quindi sono inquieto perché, dopo l'indifferenza e il ritardo nella risposta da parte del governo, ora arriva solo la risposta repressiva.
Palazzo Matignon [la sede del primo ministro, ndr] ha insistito, ieri sera, perché queste rivendicazioni siano espresse in maniera pacifica; lei ha parlato, la settimana scorsa, di una violenza che può essere legittima da parte dei liceali... Considera i suoi propositi ancora validi, ora che fa un appello a la de-escalation perché temete degli incidenti più gravi?
C’è qualcosa di molto particolare, perché coloro che sono responsabili di questa situazione, cioè il governo, non hanno avuto alcuna parola né di conciliazione, né di risposta politica concreta, e nessuno è andato a chiedergli di render conto sulla questione, né in parlamento, né sui mezzi d’informazione.
E non spetta al ministro dell’Interno Laurent Nuñez di dare una risposta educativa. Lui porta soltanto una risposta securitaria, con tutte le conseguenze che vediamo.
Io non rinnego nulla di quello che ho detto, cioè che la violenza può essere legittima. E quando dico questo intendo due cose: la prima è che la storia francese lo rende evidente, tutti i progressi sociali si sono sviluppati, sfortunatamente, su delle forme di violenza. La seconda è perché i fenomeni che osserviamo, da una parte della risposta repressiva e dall’altra delle rivendicazioni, si rifanno a questa storia.
Diversi giornalisti le hanno chiesto, dato il bilancio di 215 liceali feriti e diversi mutilati, se si è sentito in qualche modo responsabile, visto che ha accompagnato e difeso fin dall’inizio questo movimento. Cosa risponde?
Quando mi presento davanti ai licei, e invito ciascuno a farlo, di fronte ai battaglioni di poliziotti in tenuta antisommossa, sono là per calmare la situazione ed evitare il confronto. Le immagini che sono circolate, estrapolate dal loro contesto, sono strumentalizzate.
Sfido chiunque, nell’ambito di una grande manifestazione, ad andare a spegnere un incendio o togliere dei barili infiammabili senza farsi manganellare. Quindi, quando lo fanno, come nel mio caso, è un segno di rispetto. Indipendentemente da tutti quelli che puntano il dito contro noi sulla responsabilità delle violenze.
I primi responsabili sono coloro che hanno fallito nel mantenere la promessa repubblicana di una scuola degna per tutti. Trovo quindi scandaloso di chiedermi di precisare il mio pensiero sulla questione, e di dover rispondere a un governo che mi accusa di attizzare le violenze, quando le rivendicazioni dei liceali non sono nemmeno ascoltate.
Trovo che sia un attitudine totalmente irresponsabile, da parte di una grande potenza mondiale come la Francia, di scaricare la responsabilità di un movimento su un sindaco di periferia. Mentre la loro prima responsabilità, per quanto riguarda le funzioni sovrane dello Stato sull’educazione, coesione sociale e giustizia, è totalmente fallimentare, come dicono tre rapporti parlamentari.
In particolare sui quartiere popolari, e quindi una forma importante di diseguaglianza. La mia posizione, come padre di famiglia e educatore, è chiara. No alla violenza gratuita, ma le rivendicazioni vanno ascoltate.
Questa rabbia liceale è partita dalle banlieues. C’è la sensazione, come lei dice, di essere stati per molto tempo abbandonati?
Molto chiaramente. Un segno di rispetto, però, è riconoscere la legittimità della loro parola. Lo paragono ad esempio alla mobilitazione sulle violenze sessuali, di cui sono uno strenuo difensore.
Non si comincia col dire ‘aspettate, quello che dite è falso‘. Si comincia dicendo ‘sì, vi crediamo‘ per poi studiare il dossier. La stessa cosa vale per i liceali. La cronologia, ricordiamolo, è indignazione, rivendicazioni massive in maniera pacifica, poi raggruppamento e contagio, in seguito alla risposta repressiva e, infine, conflagrazione generale su tutto il territorio francese.
Non facciamo finta che lo Stato abbia risposto fin da subito. Avrebbero dovuto aprire delle discussioni con i presidi, che a loro volta avrebbero dovuto ricevere i responsabili delle organizzazioni liceali. E nessun preside ha ricevuto l’autorizzazione di ricevere le loro rivendicazioni.
Il governo ha atteso che la mobilitazione esplodesse, per poi cercare dei colpevoli. È una forma di debolezza dire che è colpa de la France Insoumise. Io rivendico di essere dalla parte dei miei cittadini, e i liceali ne fanno parte.
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Francia - L’onda studentesca si salda con i sindacati. Panico all’Eliseo
La gioventù francese non è più sola nelle piazze, e l’onda d’urto adesso fa vacillare il potere.
Nemmeno i 488 fermi eseguiti ieri in tutto il Paese, né le cariche della polizia a Place de la Nation o i lacrimogeni lanciati un po’ ovunque, sono riusciti a piegare l’«Atto III» di un movimento studentesco che continua a raccogliere una partecipazione impressionante nelle piazze, almeno 450.000 i manifestanti di ieri.
A fare da scudo ai liceali contro la brutalità esibita dalle forze antisommossa sguinzagliate, su ordine dell’Eliseo, sono scesi in campo ufficialmente i sindacati: CGT, Force Ouvrière (FO), FSU e Solidaires.
La mobilitazione si è trasformata in una spallata interprofessionale totale che ha largamente superato i confini delle scuole.
Accanto ai docenti hanno scioperato i lavoratori degli ospedali, della funzione pubblica e persino i comparti strategici dei trasporti e dell’energia, uniti contro il congelamento dei salari e i tagli del bilancio, destinati a ridurre il deficit al 5%.
Anche i trattori della Confédération paysanne erano presenti.
Hanno presidiato i licei nella Manica, nel Maine-et-Loire e nella Drôme, spingendosi in Alvernia fino a «assediare» il «Sommet de l’élevage» a Cournon-d’Auvergne, dove la Ministra dell’Agricoltura è stata costretta ad annullare la sua visita ufficiale.
Davanti a un Paese paralizzato e al drammatico bilancio dei giorni scorsi – che vede molti giovani gravemente feriti, fra cui un quattordicenne con la mano mutilata da una granata a Lens, un sedicenne gravemente ferito a un occhio a Argenteuil da un colpo di LBD e un altro adolescente che ha perso un occhio durante gli scontri a Tours – Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza un vertice all’Eliseo, ieri sera, con il Premier Lecornu, il Ministro dell’Interno Nuñez e il Ministro dell’Educazione Geffray.
Macron tenta disperatamente di presentare l’incontro come un semplice e ordinario «monitoraggio della situazione», diverse indiscrezioni confermano invece che dietro le quinte il clima era di massima tensione e che il Capo dello Stato ha mostrato segni di grande nervosismo. Il Presidente è fortemente preoccupato dal rischio di un cortocircuito istituzionale e dal totale isolamento politico del governo.
Per cercare di riprendere il controllo il vertice ha «ideato» questa manovra: l’obbligo di liberare una mezza giornata di corsi da qui a venerdì in tutti i licei francesi.
Presentata ufficialmente da Lecornu all’Assemblea Nazionale come la concessione di un “tempo di democrazia e dibattito interno”, la misura nasconde l’obiettivo di isolare la protesta dentro le mura scolastiche. Obbligando gli studenti a entrare nelle aule per discuterne anziché presidiare i cancelli, il governo spera così di smantellare i picchetti... ingenui!
Questa decisione ha scatenato invece la furia dei sindacati. Durissima la reazione dello SNPDEN-UNSA, il sindacato maggioritario dei presidi francesi: rifiutano di fare da ammortizzatori sociali e moderatori della rabbia studentesca davanti a quella che hanno apertamente liquidato come una “totale cacofonia”.
Ma la scadenza più temuta dall’intelligence e dagli apparati di sicurezza del governo si avvicina sempre più. Il 17 ottobre è prevista una grande giornata di mobilitazione e protesta nazionale contro il caro carburanti.
Non è guidata da partiti o sigle istituzionali, ma è nata da una dinamica puramente virale su TikTok, innescata dal video-sfogo del profilo anonimo «v2.95» contro la fiammata dei prezzi e si è diffusa in modo impressionante.
La scelta della data del 17 ottobre non è casuale, anticipa volutamente di un mese esatto l’anniversario della storica mobilitazione dei Gilets Jaunes del novembre 2018. Questo movimento spontaneo rifiuta i tradizionali cortei autorizzati per puntare all’azione diretta sul territorio: presidi improvvisati sugli assi strategici (Autostrade, rotonde ecc.) e blocco mirato dei depositi energetici.
Alla sola idea di una «convergenza delle lotte», ovvero di una fusione tra il movimento studentesco, la mobilitazione dei “nuovi gilets jaunes” e l’opposizione parlamentare di sinistra... il governo trema. E se poi osserva l’orizzonte che punta direttamente al 5 novembre, il governo va proprio nel panico.
È infatti questa la data scelta dall’intersindacale per far scattare uno sciopero generale che bloccherà contemporaneamente il settore pubblico e quello privato.
Se la convergenza delle lotte dovesse concretizzarsi, il movimento dell’autunno francese si trasformerebbe in uno stato di mobilitazione, di agitazione, di rivolta permanente.
Una pressione che diventerebbe presto insostenibile per il governo macronista, isolato, e in fase terminale avanzata.
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05/10/2026
Piazze in collera, la vera “unità europea”
I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).
In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.
Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.
Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti...
La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.
È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.
Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.
In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.
Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza...
Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.
È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.
E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.
Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?
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03/10/2026
Il detonatore francese
Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.
Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.
Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.
Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.
Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.
Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.
Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.
Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?
Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…
Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.
Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.
Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.
Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.
Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano”, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare”. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.
Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.
Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.
Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.
Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.
Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…
Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).
Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).
Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese...
Fonte
02/10/2026
Francia: una rentrée infiammabile
Tra le rivolte studentesche scoppiate in l’Île-de-France e divampate in tutto il paese, e l’importante giornata di sciopero di martedì 29 settembre, è stato inaugurato l’autunno francese. E non si tratta di un autunno qualunque, ma dell’anno che condurrà alle presidenziali 2027.
A differenza della rentrée 2025, quando il fumoso “Bloquons tout” nato fuori dalle strutture sindacali tradizionali, aveva intercettato una rabbia sociale diffusa ma si era scontrata con il freno dei sindacati, quest’anno è proprio il fronte sindacale a lanciare la controffensiva al governo e Macron.
Al cuore della contestazione sindacale c’è il congelamento del “punto indice” dei dipendenti pubblici francesi, annunciato a giugno e riconfermato dal primo ministro Sébastien Lecornu durante la presentazione delle principali linee del disegno di legge finanziario per il 2027.
Una misura che si inserisce nella continuità delle politiche salariali degli ultimi governi, segnate dal mancato adeguamento generale delle retribuzioni del pubblico all’aumento dei prezzi.
Nel contesto dell’inflazione e del rincaro del costo della vita – in particolare del carburante – il congelamento si traduce così in una progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori del settore pubblico.
Sebbene al centro della giornata di scioperi e manifestazioni ci siano i tre settori della pubblica amministrazione (statale, ospedaliera e territoriale), la mobilitazione è stata di più ampio respiro.
La segretaria generale della CGT, Sophie Binet, ha usato lo slogan “per i servizi pubblici e per [tutti] i salari” e dalle 170 manifestazioni organizzate nel paese si minaccia un “Ottobre nero”. L’adesione della maggior parte delle sigle sindacali – CGT, FO, CFDT, Unsa, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP – ricompone un fronte unitario che, con questa ampiezza, si era visto raramente nelle mobilitazioni degli ultimi anni, dopo la battaglia contro la riforma delle pensioni.
E già si discute di una possibile espansione del movimento, in particolare attraverso l’organizzazione di una giornata importante di mobilitazione interprofessionale.
Secondo i numeri rivendicati dalla CGT, sarebbero scesi in piazza fino a 300.000 manifestanti in più di 170 cortei sul territorio francese: si tratterebbe della più grande mobilitazione nel settore pubblico dal 2017.
Solo a Parigi 70.000 persone, e a prendersi la scena sono stati i lavoratori del pubblico, i pompieri e gli studenti liceali, rappresentando in piazza le rispettive rivendicazioni ma all’interno di una stessa prospettiva di lotta.
Sono state infatti queste componenti sociali ad alzare il livello di conflittualità nel paese: i pompieri, arrivati alla quarta giornata di protesta e in piazza per chiedere più mezzi e 20 mila nuove assunzioni, dopo un’estate segnata da incendi e forti pressioni sui servizi di emergenza; per quanto riguarda la scuola, il principale sindacato degli insegnanti delle primarie ha stimato al 40% l’adesione allo sciopero, mentre la mobilitazione dei liceali è esplosa arrivando a bloccare 350 istituti ad oggi, con rivendicazioni su sovraffollamento, carenza di insegnanti e condizioni della scuola, e con arresti e scontri che hanno trasformato il movimento studentesco in un tema politico nazionale.
Le immagini di Mélenchon e Bally Bagayoko, nuovo sindaco di Saint-Denis, acclamati dalle folle di studenti mobilitati e nei cortèges studenteschi della manifestazione di ieri, mostrano che non soltanto giovani e lavoratori francesi sono disponibili a mobilitarsi, ma che sono pronti a farsi rappresentare alle prossime elezioni presidenziali da una delle poche forze politiche che in Europa è riuscita a rompere il “samsara” del bipolarismo tra liberali di sinistra di diversa natura e destra.
LFI ha avuto la capacità di farsi cerniera tra mobilitazioni popolari e Assemblea Nazionale negli ultimi anni, traducendo alcune delle rivendicazioni emerse nelle piazze in iniziative legislative: dall’abrogazione della pensione a 64 anni alla nazionalizzazione di ArcelorMittal, fino alle proposte per l’aumento di salari e pensioni e all’abrogazione della legge Duplomb contro i pesticidi, arrivata in Parlamento dopo una petizione sottoscritta da oltre due milioni di persone.
La partecipazione e il rilancio di cortei, picchetti, mobilitazioni da parte dei numerosi élus inoumis e dei “gruppi di azione” rafforza la capillarità del “movimento” nel movimento, e contemporaneamente ha contribuito a plasmare in senso popolare le rivendicazioni e l’identità della France Insoumise negli ultimi anni.
Sebbene Le Pen sia ancora in cima ai sondaggi, Mélenchon le tiene testa con un 20% secondo le ultime stime, ad ancora 7 mesi alle elezioni, e un “Ottobre nero” ancora tutto da costruire... si aprono così scenari inediti per le classi popolari e i giovani in Francia, dove la polarizzazione sociale e politica che caratterizza l’Occidente tutto si traduce in termini istituzionali ed elettorali.
Scaldati i motori, Unité CGT – il media di una delle ali più radicali e combattive del sindacato, legato al settore delle industrie chimiche e dei sindacati vicini all’FSM – rilancia sui prossimi appuntamenti: “Diversi appelli allo sciopero, in particolare l’8 ottobre alla Total e nelle industrie chimiche, così come il 16 e 17 ottobre contro il carovita, aprono una prospettiva immediata di prosecuzione e ampliamento, attraverso lo sciopero, del movimento contro il carovita”.
Un rientro infiammabile, quindi, che diffonde la speranza di un’insubordinazione possibile e di una riattivazione sociale contro il modello anti-sociale e guerrafondaio dei governi europei.
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30/09/2026
Inflazione, carburanti, salari bassi: sciopero in Francia
Francia, sciopero contro la politica di austerità del governo e contro il nuovo congelamento dei salari nel settore pubblico. Sono oltre 170 le manifestazioni che hanno attraversato ieri la Francia. Una rara e compatta unione intersindacale (otto sigle tra cui CGT, CFDT, FO, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP) che ha coinvolto circa sei milioni di dipendenti pubblici di tre grandi settori: statale, territoriale e ospedaliero.
Il blocco del “Point d’indice” è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.
Il Primo Ministro, religiosamente macronista, Sébastien Lecornu, ha annunciato infatti l’intenzione di congelare, nuovamente, per il 2027 il valore base usato per calcolare gli stipendi di statali, militari e personale sanitario che, fra blocco salariale e picco d’inflazione generalizzato, hanno perso oltre il 16% del loro potere d’acquisto.
Un paradosso che, a causa del mancato adeguamento all’inflazione galoppante, fa sì che circa 862.000 dipendenti pubblici percepiscano oggi una retribuzione di base ormai inferiore al salario minimo legale.
Da sottolineare la fortissima presenza dei pompieri fra i numerosi manifestanti, che secondo le stime della CGT, erano complessivamente 300mila in tutta la Francia.
La mobilitazione sindacale è stata fissata strategicamente a due giorni dalla presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2027, che prevede ancora tagli drastici a sanità, scuola e servizi (non sostituendo ad esempio un terzo dei dipendenti che vanno in pensione), mentre aumentano vertiginosamente le spese militari e per il riarmo in un paese che è ufficialmente in economia di guerra dal 2022.
Interessante infine sottolineare come alcune prefetture, alcuni rappresentanti dello Stato e del governo nelle regioni, non esitino più a qualificare come un evento di “vigilance” una mobilizzazione sindacale di massa.
Vigilance, “allerta manifestazione”, si legge sul sito di questa prefettura, che tratta una manifestazione sindacale con lo stesso segnale d’allarme di quando annuncia una tempesta climatica o un terremoto...
Il potente movimento sociale che si annuncia in Francia, inquieta visibilmente sia l’ultimo sconquassato governo macronista, sia tutti coloro che immaginavano che i giochi delle prossime presidenziali fossero già conclusi sbarrando ancora una volta a Mélenchon l’accesso al secondo turno. Lo scontro appare sempre più evidente: o una Francia ecosocialista o una Francia assolutamente liberal-fascista.
P.S. Le cariche di polizia contro gli studenti, ieri, hanno portato ad oltre 400 arresti.
L’articolo di Contre Attaque:
Si dice spesso che una società «si misura dal modo in cui tratta i suoi bambini». Con i sociopatici al governo, la questione è chiara: applicano un programma completo di tortura alla gioventù.
Distruzione dell’istruzione, arruolamento nell’esercito, devastazione dell’ambiente, divieto delle feste, repressione sistematica di tutto ciò che riunisce i giovani, precarietà assoluta, licenza di uccidere. Assolutamente tutto è fatto per spegnere le nuove generazioni, privarle di futuro e di speranza.
E quando questi giovani alzano la testa, sono orde in uniforme a farli tacere. In questi ultimi due giorni abbiamo visto adolescenti strangolate in mezzo alla strada, minori gassati e bloccati a terra, liceali picchiati, una liceale a cui viene sbattuta la testa contro una fermata del tram, arresti arbitrari e getti di gas in pieno viso. Ma anche LBD puntati all’altezza della testa, e munizioni lanciate gratuitamente in presenza di eletti. Un poliziotto ha persino sparato con il lanciagranate dritto in testa a un liceale a un metro di distanza, cosa che avrebbe potuto ucciderlo. Lo Stato ha ancora una volta mollato i suoi cani e tolto la museruola.
Ieri, il Ministro dell’Interno stesso assumeva al 100% la responsabilità di ciò che stava facendo subire alla gioventù in lotta, mentre i media occultavano gli innumerevoli video delle violenze poliziesche, fabbricando al contempo una narrazione ansiogena sui blocchi. Metodi da dittatura.
Ecco dunque una compilation di immagini dell’attuale movimento liceale. Lasciar passare questo, queste angherie commesse sui nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri amici, da orde di bruti giurati, significa lasciar passare il peggio. Se la nostra società si misura con le violenze commesse sui minori, allora siamo già caduti molto in basso, ed è più che tempo di svegliarsi.
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08/09/2026
Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace
Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.
Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.
Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.
Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.
A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.
Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.
Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.
Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.
L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.
Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.
Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.
Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.
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04/09/2026
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
L’iniziativa vede inizialmente un primo contingente di circa 3.000 giovani, con l’obiettivo di arrivare ad arruolare fino a 50.000 soldati volontari all’anno entro il 2035. Al termine dei 10 mesi, i partecipanti entrano a far parte della riserva operativa di disponibilità per un periodo di 5 anni.
I militari così arruolati avranno il compito di affiancare il personale militare in attività difensive e logistiche a livello nazionale. Sul piano del supporto alla sicurezza interna, vengono coinvolti nelle pattuglie per la protezione di infrastrutture critiche e siti sensibili.
La Francia si allinea così alla Germania dove viene per ora mantenuto il servizio militare volontario, ma tutti i giovani di sesso maschile dovranno rispondere ai formulari dell’esercito e sottoporsi alla visita di leva. L’obiettivo dichiarato è quello, in un contesto di potenziamento del comparto della Difesa, di portare il numero dei soldati attivi della Bundeswehr dagli attuali 183mila a 270mila entro il 2035. A questi verranno affiancati anche 200mila riservisti.
Dal 2026, tutti i giovani e le giovani tedesche che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario nel quale dovranno indicare se hanno intenzione di arruolarsi o meno. Si tratta di una platea di 680mila persone nate nel 2008. Dal 1 luglio 2027, inoltre, sarà introdotta la visita di leva per tutti gli uomini nati nello stesso anno.
In Polonia il primo ministro Donald Tusk ha recentemente annunciato in Parlamento un piano che punta ad addestrare “tutti gli uomini adulti”, per costruire un esercito che includa 500.000 soldati e riservisti.
In Italia allo stato attuale l’idea è quella di una riserva su base volontaria con l’obiettivo di un aumento progressivo degli organici di Esercito, Marina militare, Aeronautica fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con soglie annuali a partire dal 2028. Si tratta di un cambiamento strutturale rispetto al modello di forze armate interamente su base professionale adottato dal 2005.
Nel resto della Nato, la Grecia ha mantenuto la leva obbligatoria, mentre la Norvegia è stata il primo Paese della Nato a introdurre la leva obbligatoria neutrale rispetto al genere (estesa alle donne dal 2015); in questo caso il servizio dura circa 12 mesi. La Svezia ha reintrodotto la leva obbligatoria nel 2017 (per uomini e donne) dopo averla abolita nel 2010. L’Estonia mantiene la leva obbligatoria per gli uomini (8-11 mesi) fin dalla sua indipendenza. La Lituania ha ripristinato la leva obbligatoria maschile nel 2015 in risposta alle tensioni regionali. La Lettonia ha reintrodotto ufficialmente il servizio militare obbligatorio a partire dal 2023. Infine la Danimarca: in questo Paese trova applicazione un sistema di leva selettivo/a sorteggio per gli uomini.
Sulla leva militare in Italia vedi: La situazione in Italia sulla leva militare.
Sulle mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare in Europa vedi il resoconto dell’assemblea internazionale dei giovani a Milano.
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26/08/2026
Cia e Vaticano in missione a Mosca
Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.
Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.
I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).
La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.
Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..
Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.
In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.
Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.
Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:
- una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
- le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
- i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.
Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.
Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.
A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.
Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.
Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).
E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.
Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).
Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.
Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.
I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).
I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..
Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.
Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...
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25/08/2026
Manovre militari e tecnologie per missili all’Ucraina. I guerrafondai europei in cerca di “rogne”
La coalizione dei volenterosi guerrafondai europei tra ottobre e novembre terrà delle esercitazioni militari congiunte su vasta scala e a ridosso dell’Ucraina sotto la guida di Gran Bretagna e Francia. L’annuncio è stato dato da Macròn, durante il vertice della coalizione a Kiev.
“Le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità, e questo è molto importante. Si tratta di uno degli elementi chiave dei negoziati, quando l’Ucraina deciderà di avviarli. Ed è estremamente importante che lavoriamo collettivamente su questo aspetto”, ha sottolineato Macron.
La decisione di fare manovre militari sul campo, già di per sé pericolosa visto che la Russia non ha gradito affatto l’idea, fa il paio con un altra decisione altrettanto pericolosa sul piano dell’escalation nella guerra in Ucraina: quella di fornire tecnologie sensibili all’Ucraina per costruire missili a lungo raggio in grado di colpire in profondità la Russia.
Le esercitazioni militari dei “volenterosi” in Ucraina avranno un significato operativo. La Coalizione vuole dimostrare di essere in grado di mobilitare e coordinare rapidamente le proprie forze armate sul territorio ucraino qualora, dopo un eventuale cessate il fuoco, fosse necessario attuare le garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina. Il progetto della Coalizione non riguarda soltanto il sostegno militare a Kiev durante la guerra, ma anche la possibile costruzione di un dispositivo multinazionale da attivare dopo la cessazione delle ostilità.
L’Ucraina infatti riceverà nuovi aiuti militari, in particolare sistemi di difesa aerea e fondi per la produzione di droni.
Il governo di Londra ha autorizzato l’industria bellica Mbda a condividere informazioni riservate sui componenti britannici del missile a lungo raggio Scalp, consentendo a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del sistema missilistico direttamente sul territorio ucraino. Lo Scalp è la versione francese del missile britannico Storm Shadow e utilizza tecnologie condivise tra Francia e Regno Unito.
L’autorizzazione di Londra permetterà quindi a Parigi e Kiev di procedere con l’assemblaggio locale dei missili in grado di colpire in profondità la Russia. Una scelta che indubbiamente accresce e alimenta la percezione di una “minaccia esistenziale” da parte della Russia e presenta inquietanti interrogativi sulla eventuale “qualità” delle eventuali ritorsioni.
Il governo italiano intanto ha fatto sapere che “non parteciperà” alle esercitazioni di ottobre/novembre della coalizione dei Volenterosi annunciate da Macron. Fonti del governo ricordano come si tratti di una scelta in linea con la posizione italiana, che non prevede la presenza di soldati italiani in Ucraina.
Ma nella politica italiana c’è chi si oppone a questa decisione – di buon senso – del governo. Emblematicamente si tratta di esponenti del campo largo e dintorni. Tra questi c’è il senatore del PD Filippo Sensi che – perdendo l’occasione per tacere – ha definito la decisione come “emotiva e sbagliata”: “Non c’entra niente la pace e la Costituzione. Si tratta di lavorare insieme agli alleati europei. Tirarsi indietro è da furbastri o codardi”.
E poi non poteva mancare il guerrafondaio dei Parioli Carlo Calenda: “Considero questa decisione dell’Italia gravissima, sia dal punto di vista strategico, sia per il posizionamento del Paese nella costruzione della Nato europea di cui abbiamo bisogno. È l’ennesima dimostrazione di mancanza di coraggio del governo italiano”.
È evidente che la linea da seguire nella guerra in Ucraina rimane e sarà uno spartiacque politico, doloroso e dirimente contro i guerrafondai di ogni campo o schieramento politico.
Fonte
15/08/2026
Sulla soglia di un nuovo mondo
Quella che segue è la visione di politica internazionale proposta da una forza politica che si candida con qualche chance a dirigere la Francia a partire dalle ormai prossime elezioni presidenziali (aprile 2027).
Ossia uno dei cinque Paesi con diritto di veto all’Onu, un pilastro dell’Unione Europea – che si regge notoriamente sull’“asse franco-tedesco” – nonché con un’eredità coloniale ormai ridotta ma non trascurabile di “territori d’oltremare” (nei Caraibi, in America Latina e in Polinesia) e un rapporto molto problematico con la “Françafrique”, incentrato sul franco Cfa.
È insomma un programma di governo, non un saggio teorico ma fattualmente ininfluente o orientato al “lungo periodo”. E neanche la “lista dei desideri” di un gruppo minore senza alcuna speranza di accedere alla mitica “stanza dei bottoni”.
È un insieme di obiettivi e di spiegazioni su cui si chiedono i voti della popolazione a partire dalle classi popolari che stanno da anni subendo un’offensiva neoliberista tesa a smantellare lo stato sociale più soddisfacente d’Europa, non solo l’approvazione dei felici pochi che hanno sentito parlare dei “sacri testi” del materialismo storico e dialettico. Quelli che ne hanno una conoscenza decente, diciamocelo, sono ancora meno...
Questa funzione immediatamente politica, comunque, si traduce nell’esposizione fatta con un linguaggio ordinario, comprensibile dai più, ma senza involgarire o annacquare i princìpi che orientano La France Insoumise. Diverse affermazioni sono discutibili o contestabili, altre possono essere considerate ottimistiche o viceversa, ma dentro i margini di una dialettica accettabile.
Traduce un pensiero complesso in proposizioni che trovano facilmente condivisione nelle discussioni correnti, rifiutando gli slogan che “puntano alla pancia degli elettori”. Parte insomma da “quel che c’è”, dalla Francia reale di questi tempi turbolentissimi. Ma con un progetto di cambiamento all’altezza delle necessità.
Per misurare onestamente quanto radicale sia basta pensare a quanto inciderebbe – sulla UE, la Nato, il rapporto con il Medio Oriente – anche solo il 10% di realizzazione di questo programma. Non a caso tutto il sistema mediatico occidentale vede con autentica preoccupazione l’eventuale ingresso di Mélénchon all’Eliseo, preferendogli serenamente l’assai più accondiscendente Marine Le Pen.
Il confronto con la pochezza del discorso politico della sedicente “sinistra radicale” italiana non potrebbe essere perciò più impietoso. Confrontate liberamente quel che segue con i farfugliamenti penosi del duo Bonelli-Fratoianni & co. Non c’è partita, né per estensione né per profondità.
Alle spalle de La France Insoumise, infatti, c'è una pratica di massa che da anni insiste nel conflitto sociale, che ha dato battaglia contro la destra in ogni angolo del paese, nei picchetti dei Gilets Jaunes come nei cortei sindacali o nelle mobilitazioni ambientaliste. Nelle piazze e poi anche nelle urne.
Una pratica che non si è limitata a cercare di “mettere il cappello”, dopo, sulle mobilitazioni e gli scioperi contro il genocidio in Palestina o le follie trumpiane (in stile “No Kings”).
E che dunque si presenta con ben altra credibilità politica e radicamento sociale al giudizio di un popolo fortemente scosso nelle sue certezze, ma pur sempre quel popolo che ha aperto i secoli delle Rivoluzioni abbattendo monarchia e aristocrazia.
Non sappiamo ovviamente se tutto ciò sarà sufficiente per vincere la sfida. Sappiamo però che qualsiasi altra combinazione sarebbe solo un pessimo compromesso con la parte di establishment che già una volta ha tradito l’accordo elettorale costruito con Nupes, quando i “socialisti” hanno deciso di supportare un Macron alle corde e senza maggioranza parlamentare. Un compromesso che persino i sondaggi considerano inutile a contrastare i fascisti di Le Pen.
Si perde sicuramente quando si rinuncia a cambiare ciò che soffoca un intero popolo, si perde sicuramente “convergendo al centro”.
Non è più soltanto un problema di “identità politica” e relativo “tesoretto elettorale”. Dal neoliberismo imperante e dalla sua “stabilità centrista” non si esce diventando “trasparenti” e compatibili, ma dando corpo e voce agli interessi sociali che pretendono una trasformazione radicale.
Partendo da quel che c’è, ma per andare in tutt’altra direzione storica.
Buona lettura.
Sulla soglia di un nuovo mondo
Sull’orientamento della politica estera della Francia
Premessa
La scena internazionale e la geopolitica dominante dalla fine dell’URSS hanno appena subito uno sconvolgimento totale. La supremazia degli Stati Uniti d’America è appena affondata nello Stretto di Hormuz. In precedenza, la martellante offensiva dei dazi doganali aveva sepolto l’insieme dei principi di cui gli Stati Uniti si proclamavano portatori e che imponevano al mondo.
La concorrenza libera e non falsata, così come il libero scambio generalizzato, sono stati cancellati dal vocabolario e dagli obiettivi. Il loro declino economico era diventato evidente di fronte all’ascesa della Cina come prima potenza manifatturiera del mondo e primo paese al mondo per deposito di brevetti.
Ora, la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà con la forza armata è chiaramente messa in dubbio.
Un nuovo ordine politico mondiale si farà strada. Prima di stabilizzarsi, sono da prevedere molte turbolenze. In questo contesto, la presente nota esamina le conclusioni riassuntive che si possono trarre da questo momento per quanto riguarda l’orientamento della politica estera della Francia. Questo documento può quindi essere considerato come un contributo dell’Istituto La Boétie al dibattito della campagna presidenziale.
1- L’interesse generale umano e il diritto internazionale nel XXI secolo
La fine del momento unipolare del mondo
Ci troviamo in un momento in cui si conclude la sequenza storica aperta dalla fine dell’ordine bipolare del mondo con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la scomparsa dell’Unione Sovietica due anni dopo. Fu il crollo di uno dei due imperi che strutturavano il mondo. Si concluse senza negoziati né discussioni d’insieme.
L’ordine internazionale, in particolare in Europa, si trovò allora a un bivio. Il continente europeo avrebbe potuto intraprendere una strada che portasse a un sistema di sicurezza collettiva paneuropeo, all’uscita dalle logiche di blocco e a nuove forme di cooperazione, come abbozzato dalla Carta di Parigi per una nuova Europa nel 1990. Quest’ultima proclamava la fine della “contrapposizione e della divisione in Europa”.
Ma è stata seguita un’altra strada. La guerra in Jugoslavia è stato un segnale importante dato dalle potenze legate agli Stati Uniti della loro preferenza per la violenza come metodo per risolvere la riorganizzazione dello spazio europeo.
In questo periodo, nonostante gli impegni presi al momento della riunificazione tedesca e conoscendo bene la reazione che ciò avrebbe suscitato a Mosca, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) ha proseguito la sua avanzata verso est: nel 1999 con Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca; nel 2004 con Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania e Bulgaria; nel 2009 con Albania e Croazia, ecc.
Questa dinamica è culminata con il vertice di Bucarest del 2008, in cui si è dichiarato che l’Ucraina e la Georgia avevano vocazione a diventare membri della NATO.
Questo allargamento agli ex paesi del blocco orientale e all’ex territorio sovietico ha contribuito a riconfigurare profondamente la politica russa. Sul piano esterno, Mosca ha cercato un riavvicinamento sempre più stretto con la Cina, per compensare l’accerchiamento percepito dai suoi dirigenti e per controbilanciare la potenza statunitense.
Sul piano interno, la logica dello scontro ha alimentato le frazioni più autoritarie dell’apparato statale russo, le più inclini a ricorrere alla forza nell’ex spazio sovietico.
Il risultato è sotto i nostri occhi: l’invasione dell’Ucraina nel 2022, una grave violazione del diritto internazionale da parte della Russia e, allo stesso tempo, il crescente isolamento della Russia in una dipendenza strategica, economica e diplomatica dalla Cina, in ferma opposizione al concerto europeo.
Quella che avrebbe potuto essere l’alba di un’Europa riunificata e indipendente dall’Atlantico agli Urali è diventata, per scelta geopolitica assunta, una delle matrici del disordine contemporaneo e del vassallaggio del continente europeo nei confronti degli Stati Uniti.
A livello globale, con il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono ritrovati senza rivali strategici. Già nel 1990, George H. W. Bush proclamò l’avvento di un “nuovo ordine mondiale”. Presentato come il ritorno del diritto internazionale in seno a un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) liberato dal blocco sovietico, prese in realtà la forma di un sistema internazionale di unipolarità senza precedenti.
La prima guerra del Golfo, sebbene validata dall’ONU, fu anche un momento di dimostrazione della supremazia militare degli Stati Uniti. Rapidamente, dietro la retorica legalitaria ufficiale, il diritto internazionale è stato sempre più deviato e aggirato quando contrastava con gli obiettivi dell’unica potenza imperiale globale.
Questa deriva è culminata nella designazione dell'“Asse del male” da parte dell’amministrazione Bush jr. nel 2002, nella “guerra al terrorismo” elevata a dottrina globale dopo l’11 settembre 2001, e poi nella seconda invasione dell’Iraq nel 2003, in flagrante violazione delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite.
L’intervento della NATO in Libia nel 2011 completa questo capovolgimento: un mandato ufficialmente incentrato sulla protezione dei civili diventa il veicolo per un cambio di regime, al prezzo di un caos duraturo per la regione.
Questa politica di interventismo estremo ha trovato il suo rivestimento ideologico nella dottrina dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington. Secondo lui, i conflitti del dopo-Guerra Fredda non sarebbero più ideologici, ma “civilizzanti”, persino religiosi.
Il suo versante strategico è teorizzato da Zbigniew Brzeziński, che fa dell’Asia centrale e del Medio Oriente il perno del mantenimento della primazia americana.
Infine, l’assurda teoria della “fine della Storia” del neoconservatore Francis Fukuyama, secondo la quale la democrazia liberale era l’orizzonte ultimo e insuperabile del mondo, ha offerto una patina democratica alle guerre propriamente imperialiste degli Stati Uniti.
La funzione reale di questi scritti che pretendevano di descrivere il mondo, tutti pubblicati negli anni ’90 e usati a seconda delle circostanze, era ovviamente quella di rinnovare la dottrina dell’impero statunitense. Le minacce designate dell'“Occidente” già negli anni ’90-2000, il mondo islamico percepito erroneamente come un’entità omogenea, la riemersione di una Russia sovrana, la potenza cinese ritrovata, danno il vero significato di queste dottrine pseudo-scientifiche.
Il dominio geopolitico degli Stati Uniti e l’estensione del blocco militare organizzato intorno a loro sono stati accompagnati da un altro movimento decisivo: la diffusione su scala globale del capitalismo finanziarizzato, stadio storico del capitalismo americano alla fine del XX secolo.
Il suo motore non è più principalmente la produzione. È la circolazione accelerata dei capitali, che permette il ruolo centrale del dollaro come moneta di riserva internazionale di fatto e senza contropartita materiale dal 15 agosto 1971.
Questo sistema si basa su un’architettura di potere fondata sul controllo e la protezione dei grandi flussi energetici, in particolare petroliferi, e commerciali. Per funzionare a pieno regime, richiede la rimozione degli ostacoli politici, giuridici e territoriali che rallentano la fluidità del capitale.
Da qui la grande offensiva di deregolamentazione, privatizzazione e libero scambio che è il funesto “Washington Consensus”, promosso dalle istituzioni finanziarie e giuridiche internazionali allora ampiamente egemonizzate dagli Stati Uniti e allineate su questa visione.
In Europa, l’Unione Europea ha servito da motore principale per questa trasformazione, come braccio economico e normativo di un’integrazione ultraliberale forzata.
È anche dal rifiuto di questa Europa, simboleggiata in Francia dal rigetto del Trattato costituzionale europeo, nel referendum del 2005, che è emersa la dinamica politica che ha portato alla nascita della France Insoumise. Tuttavia, la cosiddetta ‘globalizzazione felice’ portava in sé le sue stesse contraddizioni.
Abbandonato alla speculazione permanente, il sistema finanziario ha generato crisi a ripetizione, di cui quella dei subprime del 2007-2008 fu particolarmente devastante. Soprattutto, dagli anni ’70, gli Stati Uniti avevano organizzato un nuovo circuito mondiale per garantire la dinamica dell’accumulazione capitalistica, spostando verso la Cina una quota crescente delle capacità industriali mondiali.
Si costituì un sistema in cui le ingenti eccedenze commerciali della Cina verso gli Stati Uniti venivano investite in buoni del Tesoro americano, mentre il calo dei costi industriali permetteva di mantenere sia i profitti che i consumi nel cuore dell’Impero.
Questo piano non teneva conto della capacità cinese di perseguire i propri obiettivi. E Pechino ha girato questa situazione a suo vantaggio: lo Stato cinese ha utilizzato questi trasferimenti di tecnologia, l’accesso ai mercati e l’accumulazione di capitali per pianificare la sua crescente autonomia.
In pochi decenni, la Cina è diventata così la prima potenza produttiva del mondo, trasformando la vecchia globalizzazione sotto comando americano in un terreno di emersione di un concorrente sistemico di prim’ordine. Così, il movimento stesso con cui Washington credeva di universalizzare il suo modello ha preparato le condizioni per la sua erosione storica. La presunta “fine della storia” ha pronunciato il verdetto della propria fine.
Questa nuova situazione ha comportato un graduale cambio di posizione degli Stati Uniti, segnando un periodo di capovolgimento di oltre un decennio tra l’ordine unipolare del mondo e quello in cui siamo entrati.
Così, Washington ha avviato, già dalla presidenza di Barack Obama, un “perno strategico” duraturo verso l’Asia-Pacifico, ormai concepito come il teatro decisivo della rivalità mondiale: si trattava, per gli Stati Uniti, di consolidare una posizione di superiorità militare che permettesse, in caso di confronto militare, di controllare le grandi rotte marittime da cui dipende l’economia cinese, in particolare per i suoi approvvigionamenti energetici, e allo stesso tempo di frenare l’ascesa tecnologica di Pechino nei settori strategici – semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, informatica avanzata.
Da questo punto di vista, il primo mandato di Donald Trump non ha costituito una rottura, ma una radicalizzazione di tendenze già in atto, che Joe Biden ha prolungato e sistematizzato: mantenimento e poi inasprimento dei dazi doganali, restrizioni all’esportazione di componenti e macchinari all’avanguardia, estensione delle liste nere contro le imprese cinesi, limitazione dell’accesso alle tecnologie critiche e riorganizzazione delle catene del valore in nome della “sicurezza economica”.
Dietro le differenze di stile, si dispiega la stessa logica di contenimento.
Contemporaneamente, gli Stati Uniti si sono sempre meno preoccupati di fingere sottomissione ai vincoli del diritto internazionale e del sistema ONU. Hanno preferito promuovere, con l’appoggio di Europei risolutamente asserviti, la nozione di “ordine internazionale basato su regole”, formula che autorizza a sostituire alle norme universali del diritto internazionale un dispositivo occidentale di legittimazione geopolitica.
Il “Vertice per la democrazia” di Joe Biden ha cristallizzato questo orientamento. Con la sua ambizione di aggirare il quadro ONU, e con il suo fallimento, prefigura per molti aspetti il Board of Peace di Donald Trump che ha, secondo le sue stesse parole, “[la] propria moralità” come unico limite all’interventismo bellico degli Stati Uniti.
L’era delle guerre e della crisi ecologica generalizzata
Il secondo mandato di Donald Trump sancisce la fine di questo periodo di trasformazione dell’ordine mondiale e l’avvento di una nuova era internazionale.
Questa rottura si è presentata sotto due aspetti. Il primo è quello assunto dallo stesso presidente degli Stati Uniti nell’instaurare un nuovo regime vincolante di dazi doganali. Proclamando così la fine dell’era del libero scambio generalizzato e degli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).
Questa guerra commerciale non è una semplice parentesi protezionistica, ma l’espressione di una crisi più profonda della potenza americana. Si tratta di rispondere alla deindustrializzazione, alla perdita di controllo sull’organizzazione mondiale della produzione e all’indebolimento comparato del capitalismo americano.
La guerra commerciale manifesta così un tentativo di rilancio autoritario della supremazia statunitense, al prezzo di una maggiore frammentazione del commercio mondiale e di scosse di cui i popoli devono sopportare il costo. È anche un mezzo, per Washington, per estorcere un tributo ai suoi vassalli, a cui bisogna aggiungere il 5% del PIL richiesto ai paesi della NATO finalizzato ad arricchire l’industria militare americana. L’obiettivo è chiaro: far finanziare il confronto con la prima potenza produttiva mondiale.
E questo è il secondo aspetto: la Cina è ora apertamente designata come la principale sfida all’egemonia statunitense, non solo per la sua potenza produttiva, ma perché mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di organizzare da soli l’economia mondiale. La lotta si concentra sulle grandi reti della globalizzazione: commercio marittimo, digitale, energia, ecc..
Da allora, Washington non crede più possibile contenere la sua ascesa con i soli meccanismi del mercato. La designazione della Cina come avversario “sistemico”, la crescente militarizzazione dei mari e l’allineamento richiesto agli alleati degli Stati Uniti aprono la prospettiva di uno scontro di vastissima portata.
Anche qui, la logica è quella della potenza dominante che rifiuta di ammettere la trasformazione dell’equilibrio mondiale. Invece di organizzare la coesistenza pacifica, gli Stati Uniti spingono alla costituzione di blocchi, all’accerchiamento militare e alla preparazione di un conflitto le cui conseguenze sarebbero incommensurabili. Ogni crisi locale rischia allora di diventare l’anello di un confronto globale.
La tensione permanente intorno a Taiwan ne è l’esempio tipico. A tal fine viene invocata in particolare la cancellazione della Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questa sancisce che la Repubblica Popolare Cinese succede, secondo il diritto internazionale, alla Repubblica di Cina in tutti i suoi obblighi internazionali e nella sua sovranità sull’intero territorio della Cina internazionalmente riconosciuto, includendo quindi Taiwan.
La logica di contenimento, militarizzazione e guerra fredda nei confronti della Cina, il sostegno dichiarato a operazioni militari contrarie al diritto internazionale, l’estensione della NATO, testimoniano la stessa logica: far prevalere la forza sul diritto internazionale.
Gli Stati Uniti non esercitano più solo un’egemonia economica e monetaria; impongono un quadro geopolitico in cui la guerra diventa per loro uno strumento ordinario di regolazione degli squilibri mondiali.
Allo stesso tempo, la crisi ecologica rafforza questa logica di confronto. Con il rarefarsi delle risorse, il diminuire della fertilità dei terreni, la scarsità d’acqua e il moltiplicarsi delle catastrofi climatiche, le grandi potenze cercano di mettere al sicuro i loro approvvigionamenti, le loro rotte e le loro catene del valore.
La guerra cambia allora volto: si combatte con le armi, ma anche con le sanzioni, il debito, gli accordi commerciali asimmetrici, la predazione mineraria e la pressione monetaria. L’economia di guerra e l’economia estrattiva procedono da un medesimo immaginario: quello di un’appropriazione senza limiti del mondo vivente e del lavoro umano.
Per gli Stati Uniti, si tratta di mantenere la civiltà del petrolio, indissolubilmente legata alla loro prosperità. Le guerre e le tensioni geopolitiche sono anche per loro l’occasione per rafforzare la dipendenza dei loro vassalli, in particolare europei, dal loro approvvigionamento di idrocarburi americani.
La nostra epoca è quindi quella della guerra generalizzata e della crisi ecologica. Non si tratta di una formula di circostanza. Essa nomina il momento reale in cui viviamo.
Non si tratta di due crisi parallele, ma di uno stesso momento del capitalismo globalizzato, in cui la competizione per le risorse, le rotte commerciali, le posizioni strategiche e le zone d’influenza alimenta la conflittualità militare; mentre il cambiamento climatico, il crollo della biodiversità e la distruzione degli ambienti di vita rendono più fragili tutte le società umane.
La guerra non è più solo uno scontro puntuale tra Stati: tende a diventare una forma permanente di organizzazione del mondo. Quanto alla crisi ecologica, non è più un orizzonte astratto: struttura già i rapporti di forza, le carenze aggravate dalle logiche del mercato, le migrazioni forzate e le nuove dipendenze energetiche.
Di fronte a questo nuovo ordine mondiale, la risposta non può essere né l’allineamento ai blocchi militari, né l’accettazione rassegnata della legge del più forte. Suppone al contrario di ricostruire una politica estera indipendente, sostenuta dal diritto internazionale, dal sistema ONU e dalla pianificazione ecologica, per fare della pace non un pio desiderio, ma una condizione concreta della sopravvivenza comune.
La pace non è solo assenza di guerra: è un metodo di organizzazione del mondo fondato sulla cooperazione, la sovranità dei popoli, la giustizia sociale e la preservazione dei beni comuni dell’umanità. Rifiutare la guerra generalizzata significa quindi rifiutare allo stesso tempo l’imperialismo militare, il produttivismo predatore e la dominazione finanziaria che oggi tengono il mondo sotto tutela.
Difendere il diritto internazionale ed estenderlo ai beni comuni dell'umanità
Fare della riaffermazione della centralità del diritto internazionale una battaglia politica importante equivale a una vera e propria rivoluzione intellettuale per la sinistra radicale. Infatti, il diritto internazionale e l’ONU non sono stati a lungo oggetti di rivendicazione attiva da parte sua.
Durante tutta la Guerra Fredda e il processo di decolonizzazione su scala mondiale, il diritto internazionale – così come il diritto interno di ogni Stato – era considerato prima di tutto e semplicemente come l’espressione di un rapporto di forza tra le classi sociali in un dato momento storico. Dopo essere stato al suo emergere quello dei rapporti tra monarchie europee, il diritto internazionale era allora un’espressione dei diritti della borghesia.
Certo, nessuno contestava la portata della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata nel 1948 a Parigi, anche se se ne potevano deplorare le insufficienze, che la rendevano troppo protettiva verso i diritti della proprietà privata. In un modo o nell’altro, questa dichiarazione occupava sempre, nel pensiero critico, una funzione di sovraordinazione.
Più in generale, quando il diritto internazionale veniva rivendicato dalla sinistra radicale, ciò si riassumeva nell’esigenza di un “diritto dei popoli a disporre di sé stessi”. Ma il contenuto o gli obiettivi di questo diritto dipendevano poi da valutazioni radicalmente opposte tra destra e sinistra sulla scena politica.
Di fatto, il riferimento al diritto internazionale funzionava già allora per le potenze più come un pretesto che come un’argomentazione basata su principi costanti. L’URSS invocava il diritto dei popoli a disporre di sé stessi per sostenere le lotte di liberazione nazionale. Ma ignorava questo diritto e lo reprimeva militarmente di fronte alla sollevazione dell’Ungheria o della Cecoslovacchia.
Dal canto loro, le cosiddette potenze “occidentali” brandivano lo stesso stendardo per difendere la perennità dei poteri locali a loro fedeli, anche contro i loro stessi popoli.
La crudele guerra contro il popolo vietnamita condotta dagli Stati Uniti, o l’interminabile assedio di Cuba, sono illustrazioni della considerazione che Washington accordava al “diritto dei popoli a disporre di sé stessi” quando non era favorevole ai suoi interessi economici e militari.
In entrambi i casi, all’Est come all’Ovest politico, il diritto restava un linguaggio di potenza, un confronto di malafede piuttosto che uno strumento reale e onesto di ricomposizione al servizio di una qualsiasi universalità. Funzionava come un campo di battaglia simbolico in cui si misuravano gli interessi imperiali e le resistenze popolari nazionali.
Qui le stesse parole designavano valutazioni radicalmente opposte. Nessuna causa profonda reciprocamente riconosciuta dava legittimità all’agire. Solo la paura della guerra nucleare tracciava dei limiti.
Quanto ai diritti universali dell’umanità, rimanevano confinati nelle zone di res nullius, proprietà di nessuno, come le acque oceaniche d’alto mare e lo spazio. Poiché sembravano in gran parte inaccessibili, furono ritenute aperte, senza limiti né appropriazione, all’umanità intera. È evidente che oggi questo è un ricordo lontano.
Siamo a una svolta. Infatti, la questione del diritto internazionale è emersa con un’intensità particolare negli ultimi tempi nel nostro discorso di sinistra radicale. Dal 7 ottobre 2023, il diritto normativo internazionale è stato dichiarato decaduto dal fatto che la prima potenza del mondo, gli Stati Uniti d’America, sostiene pubblicamente l’azione del governo di Benyamin Netanyahu.
Un genocidio viene così commesso a Gaza in totale impunità, e con disprezzo delle decisioni della giustizia internazionale, mentre proseguono e si intensificano l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.
Inoltre, gli Stati Uniti partecipano attivamente all’impresa militare di riorganizzazione del Vicino Oriente secondo i desiderata delle autorità israeliane. In particolare entrando in una guerra d’aggressione contro l’Iran, il cui esito vede gli Stati Uniti più indeboliti, e per questo ancora più pericolosi per la nostra sicurezza collettiva. Di fatto incoraggiano l’invasione del Libano e l’annessione di una parte del suo territorio da parte del governo di Netanyahu.
L’Unione Europea, come al solito, si è allineata su Washington per non impedire nulla, se non aiutare sottobanco il governo di estrema destra israeliano. Ha bloccato ogni iniziativa per fermare il governo Netanyahu. La Germania, prima potenza economica dell’Unione Europea, rimane il secondo fornitore di armi del governo Netanyahu.
Nel loro complesso, la Carta delle Nazioni Unite, il sistema ONU, l’insieme delle costruzioni giuridiche derivanti dalla Seconda Guerra Mondiale, sono oggetto di uno smantellamento da parte degli Stati Uniti, illustrato dal loro ritiro dal quadro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) o dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal lancio del preteso “Consiglio per la pace”.
Da allora, dal punto di vista della sinistra radicale, il ruolo del diritto internazionale deve cambiare, poiché la sua stessa esistenza come punto d’appoggio rappresentato dall’ONU è diventata una posta in gioco.
In questo contesto, è ben legittimo che la riflessione riprenda dalle soluzioni che furono avviate dopo i disastri delle guerre mondiali. Cioè la creazione della Società delle Nazioni (SDN) dopo la Prima Guerra Mondiale e dell’ONU dopo la Seconda.
Bisogna difendere questa conquista della storia. Ma ancora di più, bisogna estenderla poiché il periodo contemporaneo aggiunge nuovi parametri a partire dalle condizioni nuove in cui si dispiega la condizione umana. Il diritto internazionale deve essere il vettore attraverso cui si concretizza l’interesse generale umano come esposto sopra.
Quest’ultimo si legge già in alcuni dibattiti contemporanei. Così nella battaglia per il riconoscimento del crimine di ecocidio, nell’iscrizione nelle costituzioni del diritto di accesso all’acqua, nelle risoluzioni delle Nazioni Unite sul diritto a un ambiente sano, la protezione dell’alto mare e dei fondali marini, o ancora nelle discussioni sulla regolazione mondiale dell’intelligenza artificiale.
Questi dibattiti riguardano tutti i beni comuni dell'umanità e mettono in discussione i loro usi contemporanei, sovradeterminati dal processo di appropriazione privata capitalistica. L’interesse generale umano per l’accesso all’acqua, per esempio, lungi dal sospendere la lotta di classe, ne sposta il terreno e quindi lo approfondisce. Impone, nella questione ecologica, la questione della giustizia sociale e quella della sovranità economica.
Questa estensione della sfera del diritto internazionale in nome dell’interesse generale umano si incrocia così necessariamente con la grande questione della direzione dell’economia globale: o attraverso il mercato, o attraverso la pianificazione ecologica.
Se l’interesse generale umano impone la preservazione del pianeta, solleva immediatamente la questione banale di sapere da dove verranno i mezzi finanziari per questa trasformazione? Chi sostiene il costo della svolta ecologica? Chi controlla la concentrazione della ricchezza mondiale, l’accaparramento delle risorse, l’indebitamento ecologico del Nord globale verso il Sud globale?
Il diritto internazionale, se vuole essere veramente universale, non può restare indifferente alla struttura della produzione né alla ripartizione delle ricchezze che essa genera, poiché essa è al punto di partenza della crisi climatica e dell’estinzione della biodiversità.
Tutto ciò mostra che l’interesse generale umano non può essere soddisfatto senza una messa in discussione del contenuto di classe dell’economia mondiale.
Ciò appare chiaramente quando si considera che il disordine internazionale è strutturato dai debiti pubblici. Questi permettono a Stati o a organismi finanziari privati di tenere altri Stati sotto tutela e di estorcere una quota crescente dei loro redditi. Si assiste a un’esplosione dei debiti esteri mondiali da dieci anni, da 59.000 miliardi di dollari nel 2015 a 100.000 miliardi nel 2025.
Si tratta della conseguenza diretta del taglio delle tasse ai più ricchi, che priva i bilanci pubblici di entrate e colloca il denaro così recuperato in buoni del Tesoro fruttiferi, il tutto a spese del contribuente.
Ciò è accompagnato da un aumento delle spese illegittime, in particolare a sostegno dei tassi di profitto delle società multinazionali. Così, le scelte politiche degli Stati sono sottoposte all’approvazione di creditori privati, che fanno salire i tassi d’interesse in caso di disaccordo con la politica pubblica seguita.
Instaurano così un vero e proprio veto sulla democrazia, attraverso un mercato che dipende strettamente da rapporti di forza, poiché i tassi d’interesse rimangono al 2,8% per gli Stati Uniti mentre raggiungono il 10% per gli Stati africani. Di conseguenza, metà della popolazione del globo vive in un paese che spende più in interessi sul debito che in sanità pubblica.
Il debito è quindi congiuntamente un rapporto di classe e un rapporto geopolitico. Di classe, perché sono i figli dei contribuenti che rimborseranno i figli dei creditori, per risparmiare alle grandi imprese ogni contributo sociale. Geopolitico, perché i creditori sono spesso situati nei paesi del Nord mentre i debitori sono localizzati nel Sud del mondo.
I due rapporti si articolano, ovviamente, poiché i governi dei paesi ricchi difendono il privilegio delle loro banche di rovinare gli Stati periferici.
È quindi urgente lottare per instaurare un quadro giuridico multilaterale volto a ristrutturare i debiti sovrani, per far prevalere i diritti umani sulla voracità dei creditori.
Su iniziativa della Bolivia, un tale quadro è stato votato dall’ONU nel 2014 ma si scontra con l’ostilità della Triade capitalistica. L’inversione del rapporto geopolitico di dominazione dal Nord verso il Sud passa anche per la dedollarizzazione dell’economia mondiale: bisogna sostenere in modo decisivo le iniziative volte a instaurare, a termine, una moneta mondiale comune.
La dimensione di classe dell’economia mondiale è ancora più evidente se si ricorda anche che lo 0,001% più ricco del pianeta – circa 56.000 persone – possiede ora tre volte più ricchezze della metà più povera dell’umanità, cioè 2,8 miliardi di adulti. Nel 1995, questo divario era “solo” di uno a due: l’oligarchia mondiale ha accelerato la sua cattura delle ricchezze in meno di trent’anni.
Allo stesso tempo, il 10% più ricco è responsabile di circa il 77% delle emissioni di gas serra. C’è un’urgenza assoluta, in nome dell’interesse generale umano, a rifondare le regole internazionali della fiscalità. Bisogna in particolare sostenere e approfondire il quadro di negoziazione multilaterale sotto l’egida delle Nazioni Unite volto a elaborare una convenzione fiscale che, contrariamente a quelle adottate nel quadro dell’OCSE, sarebbe autenticamente mondiale.
Il capitalismo contemporaneo impone il carattere mondiale della regolazione fiscale necessaria. Le multinazionali funzionano come insiemi integrati. Organizzano le loro catene del valore su scala mondiale in base al prezzo del lavoro, dell’energia e delle materie prime in ogni paese, ma anche in base ai vantaggi fiscali. Possono concepire un prodotto in un paese, produrlo in un altro, venderlo in un terzo e rimpatriare i profitti in un quarto.
Il risultato è che il commercio mondiale è sempre più un affare “interno” ai grandi gruppi. Così, più di un terzo del commercio mondiale corrisponderebbe a scambi intra-aziendali (tra filiali di uno stesso gruppo). Attraverso l’uso dei prezzi di trasferimento, le multinazionali possono così scollegare completamente la loro attività economica reale e i loro profitti nei paesi in cui operano.
Così, ogni anno, attraverso trasferimenti artificiali di profitti verso paradisi fiscali, le multinazionali fanno perdere agli Stati quasi 375 miliardi di dollari di entrate fiscali, e i più ricchi intascano quasi 145 miliardi di dollari attraverso la dissimulazione “offshore” del loro patrimonio.
La costruzione di un’economia globale più giusta ed equilibrata dovrebbe anche preoccuparsi di un nuovo ordine commerciale basato sulle negoziazioni della carta dell’Avana (1948) e sui lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), così come di un nuovo ordine monetario basato su una moneta comune mondiale.
Questo nuovo ordine commerciale e monetario dovrebbe in particolare includere una ridefinizione delle regole comuni sui diritti di proprietà intellettuale che sono state concepite per proteggere principalmente le multinazionali del Nord.
Oggi non sono più adatte alle nuove sfide sanitarie, in particolare il rischio permanente di pandemia mondiale. Con l’estrema concentrazione del capitale, finiscono anche per pesare sull’economia europea e francese, e ci pongono in una situazione di estrema dipendenza digitale.
Questo tipo di iniziative abbozzano i contorni di un diritto internazionale che non si limita più ad arbitrare i conflitti tra interessi nazionali, ma cerca di preservare le condizioni stesse della vita umana sul pianeta, così come i principali elementi che la definiscono nelle sue dimensioni culturale, tecnica o biologica.
Un diritto internazionale fondato sull’interesse generale umano non sarebbe il contrario della politica, ma il suo approfondimento e il suo ampliamento a numerose attività umane che sembrano esserne esentate.
Questa trasformazione intellettuale e pratica non sopprime quindi neppure la questione del potere. Chi parla in nome dell’umanità? Quali sono i soggetti legittimi del diritto internazionale quando gli Stati stessi sono spesso i primi a violare i principi che proclamano?
Il diritto internazionale, rifondato a partire dall’interesse generale umano, non può limitarsi ad arbitrare le relazioni tra Stati, ma deve diventare la carta politica di un’umanità consapevole e creatrice di sé.
Questo punto di vista deve avere una conseguenza sulla condotta della politica degli affari esteri di ogni nazione.
Il ragionamento che porta ad avere come obiettivo l’interesse generale umano impone la preferenza per una linea d’azione “non allineata”, cioè senza lealtà automatica verso una delle parti in causa nelle competizioni che portano alla guerra. È necessario che in ogni circostanza sia possibile fare la scelta del bene comune. Per questo, ognuno deve essere libero nelle proprie decisioni.
L’allineamento e l’appartenenza ad alleanze militari permanenti non lo permettono. Si vede qui quanto la sovranità e l’indipendenza siano sempre strettamente legate al non-allineamento. Una diplomazia francese non allineata, al servizio dell’interesse generale umano, deve operare, in via prioritaria, all’interno e al servizio dell’ONU.
2- Una Francia non allineata, al servizio dell’interesse generale umano
La difesa dell’ONU
Unica organizzazione universale, l’ONU costituisce il quadro in cui la sovranità del popolo umano può esercitarsi concretamente, attraverso le istanze nazionali che la incarnano. Qualsiasi siano le sue imperfezioni, le sue lentezze o i suoi limiti strutturali, l’ONU rimane il punto di partenza dal quale sono possibili evoluzioni collettive.
Poiché è fondato sulla duplice esigenza della pace e della cooperazione internazionale, il multilateralismo ONU è uno strumento prezioso che va difeso risolutamente.
Il principio di uguaglianza tra gli Stati in questo spazio di cooperazione, all’interno del quale ogni Stato dispone di un voto, è di importanza fondamentale nel periodo attuale in cui riemergono dinamiche imperiali.
La difesa dell’ONU implica conseguentemente il rifiuto della “diplomazia di club” e delle strutture piramidali dell’ordine stabilito attuale, come il G7 o il G20, che sono la messa in scena di un ordine oligarchico del mondo, fortemente sotto l’influenza degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati.
Per sua stessa natura – assemblea universale degli Stati, forum di negoziazione, meccanismo di decisioni multilaterali – l’ONU rappresenta una negazione concreta della legge del più forte: istituisce un ordine in cui la forza bruta non è l’arbitro supremo e in cui le decisioni collettive possono prevalere sugli interessi particolari.
Questa posizione le conferisce un valore strategico e simbolico per ogni rifondazione del diritto internazionale: è a partire da questo quadro che il popolo umano può legittimare e imporre la protezione dei beni comuni planetari.
La sovranità popolare esercitata in questo contesto deve tradursi in organi normativi e imperativi capaci di produrre e applicare regole vincolanti. Si tratta di creare, all’interno dell’ONU e dei suoi organismi associati, istanze di controllo e giudizio democratiche dotate di mezzi d’azione effettivi: esse possono sanzionare le violazioni dei beni comuni, ordinare misure cautelari, imporre riparazioni e, quando necessario, autorizzare azioni coercitive coordinate per prevenire o correggere le violazioni più gravi.
La combinazione di queste funzioni – normativa, giudiziaria e coercitiva – garantisce che il diritto internazionale non rimanga una semplice dichiarazione d’intenti, ma diventi uno strumento concreto di protezione dell’interesse generale umano. La Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, deve impegnarsi pienamente in questo approfondimento del sistema ONU.
Così, è a partire dall’ONU che il popolo umano può trasformare la sua legittimità politica in potere giuridico effettivo. I beni comuni non sono più lasciati alla discrezione degli Stati o alla legge del più forte. Diventano oggetto di una sovranità condivisa e vincolante, fondata su norme imperative, meccanismi di controllo permanenti e la capacità di sanzionare le violazioni.
L’ONU e i suoi organi specializzati offrono il quadro istituzionale per progredire e rendere questo progetto una realtà tangibile, conciliando legittimità democratica, portata universale e forza vincolante. Permette di dare una forma concreta all’azione in questo senso. Tuttavia, se rimane il quadro principale dell’azione diplomatica al servizio dell’interesse generale umano, l’ONU non esaurisce da sola le arene in cui quest’ultima può e deve dispiegarsi.
Le (nuove) aree di cooperazione
La Francia è una nazione globale, presente su cinque continenti. Ha quindi vocazione a inserirsi in diversi quadri di cooperazione regionale per far avanzare le cause comuni del popolo umano. Deve mettere a profitto una rete diplomatica di grande competenza, ristabilita nella pienezza dei suoi mezzi e attribuzioni, per ridispiegare la sua azione internazionale.
In Europa: solidarietà e rifiuto della guerra
La maggior parte della popolazione francese vive sul continente europeo. Essendo quest’ultimo stato l’epicentro di due guerre mondiali, il ritorno della pace in Europa deve essere una priorità dell’azione diplomatica francese non allineata.
Ovviamente, la Francia partecipa all’Unione Europea ed è quindi solidale con gli altri Stati membri in virtù della clausola di mutua assistenza prevista dall’articolo 42 del trattato sull’Unione Europea. È ora assolutamente prioritario assicurare che questa solidarietà reciproca copra l’insieme dei territori associati all’Unione Europea, per proteggere ad esempio la Groenlandia dalle velleità espansionistiche degli Stati Uniti d’America.
Inoltre, è ovviamente inconcepibile che la Francia possa rimanere nel quadro della NATO, istanza del vassallaggio degli europei a una potenza ormai apertamente ostile.
Questa solidarietà tra Stati membri dell’Unione Europea non vale in alcun caso come accettazione delle sue regole di funzionamento né dei principi economici caduchi che essa assume. Né tanto meno dell’idea ridicola presentata da Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione Europea, di adottare una politica estera comune decisa a maggioranza qualificata, o di perpetuare un posto di Commissario europeo alla difesa.
Non si può assolutamente pensare di incatenare la Francia a un blocco geografico segnato da un atlantismo forsennato, nonostante l’evidenza del carattere di potenza revisionista pericolosa ufficialmente assunto dagli Stati Uniti, come attestato dalla loro ultima “Strategia di sicurezza nazionale” (NSS) pubblicata nel dicembre 2025.
Allo stesso modo, è fuori questione vedere la Francia accettare le politiche ordoliberali scolpite nel marmo dei trattati europei e continuare ad applicare misure così decisamente contrarie all’interesse generale umano. L’obbedienza a questo interesse supremo comanda la disobbedienza alle misure che lo esprimono nella pratica europea.
Allo stesso tempo, altre cooperazioni devono essere costruite con gli altri Stati europei che rifiutano l’era della guerra generalizzata, a cominciare dalla Spagna.
La Francia, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, deve portare tutto il suo peso diplomatico al “Fronte del rifiuto” del genocidio a Gaza avviato da Madrid. Potrebbero essere decisi di comune accordo mezzi concreti come il rifiuto dell’accesso alle nostre basi militari e l’embargo sulle armi e pezzi di ricambio ad uso militare per i paesi che violano il diritto internazionale.
Questo fronte del rifiuto europeo dovrebbe anche premere affinché la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele richiesta da più di un milione di cittadini europei diventi effettiva.
Infine, la Francia deve usare tutti i mezzi diplomatici a sua disposizione per rifiutare che le sorti della guerra in Ucraina siano regolate in modo bilaterale tra Mosca e Washington, senza che i paesi europei abbiano voce in capitolo su una decisione che segnerà l’intero continente. Una volta tornata la pace in Ucraina, sarà necessario riprendere la strada che non è stata seguita alla fine della Guerra Fredda, reintegrando la Russia nel concerto europeo.
Bisognerà ritrovare lo spirito della Carta di Parigi per una nuova Europa e ristabilire l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) come quadro paneuropeo stabile e duraturo che offra garanzie di sicurezza credibili a tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale.
Stabilire un tale quadro paneuropeo renderebbe obsoleto il preteso “ombrello statunitense” in Europa e affrancherebbe così il continente europeo dalla sua sottomissione a Washington. Ciò permetterebbe anche di riequilibrare il rapporto di forza globale, evitando che la Francia e l’Europa si cancellino completamente nella bipolarità agonistica che gli Stati Uniti vogliono imporre di fronte alla Cina.
Reinvestire nel piccolo bacino mediterraneo
Il Mediterraneo è una regione del mondo in cui le cause comuni dell’umanità appaiono in modo particolarmente evidente. Il Mediterraneo è la regione del mondo che, dopo l’Artico, si riscalda più velocemente (20% più velocemente della media mondiale). Il Mar Mediterraneo detiene un altro triste record: è il mare più inquinato dalla plastica a livello mondiale.
Si tratta di un orribile saccheggio di un ecosistema unico: il mare comune rappresenta solo lo 0,8% della superficie dei mari e degli oceani, eppure vi si contano il 18% delle specie conosciute al mondo, di cui oltre 17.000 specie marine censite.
Il Mediterraneo è anche un punto caldo delle difficoltà di accesso alle reti indispensabili all’esistenza umana, a cominciare dalla più indispensabile di tutte: l’acqua. Già 220 milioni di persone (il 42% della popolazione mediterranea) soffrono di scarsità d’acqua e 160 milioni non hanno accesso a un sistema fognario sicuro. Da solo, il bacino mediterraneo concentra il 60% della popolazione globale povera d’acqua.
L’accelerazione del cambiamento climatico rischia di trasformare il Mediterraneo in un vero deserto devastato dalle fiamme: i rendimenti agricoli e la disponibilità di acqua dolce potrebbero rispettivamente crollare del 17% e del 10% entro il 2050, mentre le superfici bruciate potrebbero raddoppiare entro il 2100.
Il Mediterraneo è anche attraversato da flussi altamente strategici: concentra un terzo del traffico marittimo mondiale ed è uno dei principali corridoi della rete di cavi sottomarini su scala globale, con Marsiglia come principale punto di arrivo di questi cavi.
La Francia occupa precisamente un posto particolare nel Mediterraneo per la sua geografia, la sua storia, il suo popolo: milioni di famiglie francesi sono intimamente legate alle due rive del mare interno. Deve agire per l’integrazione e l’unità del piccolo bacino mediterraneo che unisce i paesi latini del Sud Europa e il Maghreb intorno alla gestione dei beni comuni, sia nella lotta contro gli incendi, contro l’inquinamento da plastica, nella protezione delle infrastrutture strategiche o nello sviluppo di nuove cooperazioni universitarie e culturali.
Lo spazio della francofonia popolare
Lo spazio francofono è l’altro prolungamento naturale di una diplomazia francese al servizio dell’interesse generale umano. Certo, la sua esistenza è in gran parte frutto della colonizzazione francese o belga, e la francofonia istituzionale è peraltro ampiamente criticabile.
L’Organizzazione internazionale della francofonia (OIF) è rimasta così muta sul principale conflitto all’interno dello spazio francofono, vale a dire l’aggressione della Repubblica Democratica del Congo (RDC) da parte del Ruanda. Questo ha portato Donald Trump, più interessato ai numerosi minerali dell’est della RDC che al rispetto della sua integrità territoriale, a impadronirsi della sua risoluzione.
Lo stesso vale per il conflitto che oppone la Thailandia alla Cambogia, che ospiterà tuttavia il 20° vertice della Francofonia nel 2026, e dove il cessate il fuoco imposto dagli Stati Uniti non è stato rispettato dalla Thailandia.
Infine, la dichiarazione finale del vertice di Villers-Cotterêts non ha permesso di raggiungere posizioni ambiziose sul genocidio in corso a Gaza, mentre il mondo francofono aveva rifiutato all’unanimità l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003.
Allora perché continuare a interessarsi al progetto francofono e alla sua dinamica? Innanzitutto, perché lungi dal regredire, la lingua francese continua a progredire in modo spettacolare. A causa in particolare della demografia dell’Africa francofona, conterà tra 500 e 700 milioni di parlanti all’orizzonte 2050, di cui l’80% nel continente africano. Ora, la lingua francese è oggi un supporto privilegiato della creolizzazione e può anche essere un punto d’appoggio importante per un internazionalismo rinnovato.
Milioni dei nostri connazionali hanno un’altra nazionalità francofona. Milioni di altri hanno almeno un genitore in questa situazione, a cui bisogna aggiungere i milioni di immigrati del nord, dell’ovest o del centro dell’Africa che vivono in Francia, e molti dei quali hanno vocazione a diventare francesi.
Questa parte della nuova Francia lotta per l’uguaglianza all’interno del popolo francese e tra i popoli francofoni, che il razzismo e la colonizzazione hanno finora impedito. La lingua comune è per questo la sua arma principale.
Ecco perché lo spazio francofono, portatore di un’altra storia e di un’altra visione rispetto al mondo anglo-americano, potrebbe certamente essere un avamposto dell’interesse generale umano. È così che bisogna percepire la “lingua comune”. Senza attentare in alcun modo alle loro rispettive sovranità, la lingua francese è ormai un bene comune dei popoli francofoni.
Ma ciò suppone di metterne la padronanza in condivisione. La creazione, nel quadro della Carta della francofonia, di un'“accademia francofona della lingua comune” situata nel continente africano è ad esempio indispensabile.
La costruzione di uno spazio della francofonia dei popoli come vettore di progresso umano, piuttosto che prolungamento delle logiche coloniali, passa attraverso grandi progetti scientifici come l’istituzione di un’università francofona dello spazio, o di una rivista scientifica francofona di rango mondiale. Bisognerà anche stabilire una circolazione di studenti, professori e saperi più libera all’interno della rete universitaria francofona.
In Africa, costruire partenariati liberi dal liberismo neocoloniale
Un autentico internazionalismo francofono può così essere il motore di un nuovo internazionalismo globale. A condizione che trovi il suo fondamento in Africa. Infatti, se lo spazio francofono può essere un avamposto dell’interesse generale umano, è proprio perché si trova in gran parte in Africa.
Il continente africano è il più giovane del mondo. Oggi rappresenta il 20% della superficie delle terre emerse e della popolazione mondiale. Sarà il più popolato alla fine del secolo. Il bacino del Congo è invece il secondo polmone verde del mondo, mentre il continente possiede le più vaste riserve di biodiversità, acqua dolce e terre arabili ancora disponibili, la cui preservazione è una condizione di sopravvivenza per l’Umanità intera.
Ma le esigenze poste dall’interesse generale umano suppongono decisioni forti nei confronti degli Stati africani. Innanzitutto, la cancellazione dei loro debiti pubblici.
In molti paesi dell’Africa, esso è stato contratto da clan e oligarchie che si sono affrettati a dilapidare i fondi, a danno del loro popolo e del pianeta, mentre il Fondo monetario internazionale (FMI) imponeva spesso i famosi “aggiustamenti strutturali” – cioè neoliberali – necessari per essere eleggibili ai fondi dell’ordine finanziario internazionale.
Le nazioni africane non avranno la capacità di proteggere la loro biodiversità, o di mettere in atto un trattamento sovrano e sostenibile delle loro risorse naturali, se l’Europa continua a strozzarle finanziariamente. Ciò suppone anche di rivedere gli accordi commerciali ineguali stipulati dall’Unione Europea in Africa, in particolare in materia di agricoltura e pesca.
Le cosiddette politiche di “aiuto pubblico allo sviluppo” devono essere rafforzate e ripensate come partenariati alla pari. In particolare nel momento in cui la fine degli aiuti internazionali statunitensi e la guerra commerciale voluta da Trump rischiano di causare milioni di morti.
Infine l’Africa è, insieme al Vicino e Medio Oriente, la regione del mondo più direttamente interessata dall’urgenza della pace. Nel Sahel, nulla sarà risolto senza una soluzione politica, economica, ecologica, in grado di prosciugare il terreno su cui prosperano i gruppi armati violenti.
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, invasa dal Ruanda, come in Sudan, paese dilaniato da una guerra tra l’esercito regolare e una fazione armata, e in preda alla peggiore crisi umanitaria del mondo, sono all’opera le stesse logiche di predazione capitalistica, vendite di armi contrarie al diritto internazionale, predazione sulle risorse strategiche, pulizia etnica.
La Francia deve rompere con ogni forma di accomodamento con questa situazione. Deve in particolare astenersi dal consegnare equipaggiamenti a paesi terzi che poi li inoltrano al Sudan. Deve inoltre cessare ogni forma di sostegno alla politica del presidente ruandese nell’est della RDC.
La latinità, componente maggiore del popolo umano
Prolungamento dello spazio francofono che lo abbraccia e lo approfondisce, la latinità è un dominio che la Francia deve pienamente investire. I tre spazi linguistici della francofonia, della lusofonia e dell’ispanofonia, a cui bisogna aggiungere l’Italia, la Romania e la Moldavia, coprono i cinque continenti e rappresentano quasi 1/6 della popolazione e della ricchezza mondiali. La latinità è quindi una componente maggiore del popolo umano.
La sua unità profonda non si basa unicamente sul fatto di parlare lingue appartenenti a una stessa famiglia linguistica, ma su una visione del mondo che ha attraversato i secoli dall’antica Repubblica romana.
Da Roma, i popoli latini hanno ereditato una concezione civica della nazione, basata su un diritto civile codificato e un certo universalismo che fa della cittadinanza un principio di organizzazione collettiva al di là delle origini particolari. Esiste per così dire una osmosi tra questa eredità filosofica latina e il necessario avvento del popolo umano.
La latinità politica ha avuto i suoi abbozzi. Esisteva un’Unione latina, fondata dalla Convenzione di Madrid nel 1954 e messa in sedazione profonda nel 2012. Si tratta di riportarla in vita e di darle un nuovo slancio. Deve diventare un nuovo spazio di cooperazione culturale, tecnica, scientifica, universitaria e politica.
Per la sua ampiezza geografica, può riprendere le ambizioni della defunta Conferenza Tricontinentale, così come la tradizione del movimento dei non-allineati, aggiungendo loro il concorso di potenze del centro, e in particolare della Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza.
Può così diventare un contrappeso alla potenza imperiale statunitense che minaccia molti dei suoi membri, uno spazio di sviluppo di forze di resistenza al capitalismo neoliberale in crisi terminale, e d’avanguardia nella protezione dei beni comuni dell’umanità, nella regolamentazione collettiva dei debiti o nell’istituzione di una moneta comune emancipata dalla tutela del dollaro.
Le esperienze di sovranità digitale messe in atto da paesi come il Brasile o il Messico ne fanno un’area a partire dalla quale può costruirsi un movimento dei non-allineati del digitale per liberarci dalla tutela del tecnofeudalesimo tributario nordamericano in questo campo.
La Francia, potenza universale
Con i suoi territori d’oltremare, la Francia è ancorata a diversi insiemi regionali in tutto il mondo. L’eredità coloniale e razzista che ancora troppo spesso permea le relazioni tra la “Metropoli” e la Francia d’Oltremare ha portato a trattare quest’ultima come una periferia sottosviluppata.
La Francia è tuttavia universalista solo grazie ai suoi Oltremare. Essi fondano la sua capacità di condurre una diplomazia non allineata al servizio dell’interesse generale umano. Ne sono addirittura l’avanguardia.
Gli Oltremare offrono alla Francia la possibilità di portare una parola indipendente, creolizzata, capace di dialogare con insiemi regionali multiculturali senza arroganza né spirito di dominio. Le permettono così di prendere parte, in modo utile e legittimo, a diverse organizzazioni e dinamiche regionali.
Attraverso il confine con il Brasile, il più lungo confine terrestre del nostro paese, la Guyana, offre alla Francia la possibilità di partecipare alle organizzazioni regionali del Sud America, a cominciare dall’UNASUR. La Francia deve investire questo forum affinché metta in atto il quadro più protettivo possibile per la foresta amazzonica.
Attraverso le Antille, la Francia può integrarsi nella Comunità di Stati latino-americani e caraibici. Attraverso La Reunion e Mayotte, la Francia può aspirare a entrare nell’Unione Africana e nella Comunità di sviluppo dell’Africa australe. Partecipa già all’Associazione degli Stati rivieraschi dell’Oceano Indiano.
Infine, attraverso la sua presenza nel Pacifico, in Polinesia e in Kanaky-Nuova Caledonia, la Francia non sarebbe illegittima a diventare osservatrice all’interno dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico.
Non si tratta per la Francia di collezionare tessere di adesione a organizzazioni regionali ma di moltiplicare le sedi in cui può portare la voce dell’interesse generale umano. Può così partecipare alla formazione di una vasta rete di organi di cooperazione, che vanno a raddoppiare e declinare le protezioni dei beni comuni adottate nel quadro dell’ONU, e fare da contrappeso alla potenza revisionista statunitense.
A queste nuove aree di cooperazione, è ora opportuno aggiungere la relazione specifica che la Francia dovrà intrattenere con due Stati che rappresentano da soli un terzo dell’umanità: la Cina e l’India.
Partenariati bilaterali contro la logica di blocco
Il continuo riallineamento della diplomazia francese alla sfera atlantista e occidentale sotto i mandati di Nicolas Sarkozy e dei suoi successori contravviene agli interessi e ai principi della Repubblica francese. È tempo di ridispiegare una diplomazia mondiale ambiziosa, anche verso le nuove grandi potenze.
Solo gli Stati Uniti, sempre più ‘maltrattanti’ nei confronti dei loro presunti alleati, esigono da questi ultimi un allineamento totale sulla loro priorità strategica, ovvero il tentativo disperato di contenere militarmente la Cina.
Al contrario, le coalizioni formate all’ONU o in altri spazi sono ridiventate mobili, fluide, in funzione delle poste in gioco e dei momenti. Spesso i paesi occidentali non ne sono più né motori, né tanto meno parti in causa.
È ad esempio (ri)diventato banale, soprattutto nelle diplomazie dei cosiddetti paesi “emergenti”, osservare partenariati solidi che si annodano tra paesi o gruppi di paesi che possono peraltro opporsi per quanto riguarda i rapporti con un paese terzo.
La pretesa superata delle principali potenze occidentali, più costrette in una logica di blocco, di incarnare “la” comunità internazionale ha portato a una grave sottostima del numero, della densità, dell’importanza geopolitica delle relazioni intessute tra i cosiddetti paesi del “Sud globale”, al di fuori di qualsiasi intervento degli occidentali.
Il funzionamento del gruppo dei BRICS+, creato nel 2009, è emblematico di questa nuova realtà. Gruppo informale che riunisce – senza contare i membri osservatori – 10 paesi non occidentali che rappresentano da soli il 51% della popolazione, il 40% del PIL mondiale e più del 40% della produzione di petrolio, i BRICS+ sono attraversati da divergenze talvolta importanti.
Tuttavia, preoccupati ad esempio di ridurre la loro vulnerabilità alle sanzioni extraterritoriali decretate dagli Stati Uniti, si accordano su temi fondamentali come la dedollarizzazione degli scambi commerciali, o la messa in opera di meccanismi di scambio interbancario alternativi a quelli accaparrati dagli Stati Uniti.
La Francia, senza mai scambiare una dipendenza con un’altra, deve investire maggiormente questi nuovi spazi. Ciò passa in particolare attraverso un rafforzamento dei suoi partenariati bilaterali con le due più grandi potenze dei BRICS+, la Cina e l’India.
La Cina
La Cina è la prima potenza produttiva mondiale. Membro permanente del Consiglio di Sicurezza, rappresenta 1/6 della popolazione globale e si classifica al 3° posto per superficie terrestre. La sua storia plurimillenaria, di cui due millenni di organizzazione statale quasi ininterrotta, ha contribuito immensamente all’intera storia umana.
Nessuna politica estera fondata sulla difesa dell’interesse generale umano può fare a meno della Cina, a meno di voler restare a semplici dichiarazioni di principio che non si traducono mai in politiche pubbliche internazionali effettive.
Il generale de Gaulle lo aveva capito, facendo della Francia, insieme al Regno Unito, il primo paese occidentale a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese nel 1964, punto di partenza delle relazioni ufficiali e del riconoscimento di una sola Cina. La relazione franco-cinese è stata da allora elevata al rango di “partenariato strategico globale” nel 2004.
Non si tratta di trattare la Cina né come un nemico, né come una risorsa. Non si tratta di passare dalla tutela statunitense a un’ipotetica dominazione cinese. Le relazioni della Francia con la Cina devono essere fondate sul rispetto reciproco delle due sovranità, l’indipendenza strategica, il non-allineamento e la cooperazione intorno ai beni comuni del popolo umano.
Un tale posizionamento implica un netto rifiuto della logica dei blocchi. In quanto principale potenza esportatrice, la Cina ha interesse alla pace. Non si può quindi pensare di partecipare ad alcuna alleanza, strategia di accerchiamento o confronto generale orchestrata dagli Stati Uniti contro la Cina in Asia-Pacifico.
Il diritto internazionale è a questo proposito formale sulla questione di Taiwan: l’isola appartiene al territorio internazionalmente riconosciuto della Cina. La differenza di governo che separa Taiwan dalla Cina continentale, eredità della guerra civile che ha opposto il Kuomintang e il Partito comunista cinese, deve essere oggetto di una negoziazione politica tra le autorità di Pechino e quelle di Taipei. La Francia deve rifiutare ogni strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di questa controversia cristallizzata dalla Guerra Fredda.
Inoltre, la Francia non ha alcun interesse economico o politico a partecipare o a iniziare una guerra commerciale contro la Cina. L’esito di un tale scontro economico è certo, visti il peso assunto dalle capacità produttive cinesi a livello globale e il loro vantaggio in diversi settori altamente strategici: una forte inflazione che colpirà innanzitutto le classi popolari, la destabilizzazione di diverse filiere produttive e un aggravamento delle nostre dipendenze verso altre potenze commerciali.
Non bisogna in alcun caso riprodurre l’assurdità che ha visto l’Unione Europea scambiare una dipendenza energetica con un’altra, dalla Russia verso gli Stati Uniti. La nostra politica economica e commerciale nei confronti della Cina deve essere misurata e pianificata in funzione delle filiere produttive stabilite in Francia, di quelle che desideriamo sviluppare e di quelle che rimarranno dipendenti dalle importazioni cinesi.
Si tratta di mettere in atto un protezionismo solidale e negoziato nel quadro di una pianificazione ecologica la cui parola d’ordine è la soddisfazione dei bisogni umani. Bisogna in particolare intraprendere una rinegoziazione dell’Accordo globale sull’investimento (CAI) firmato nel 2020 dall’Unione Europea e dalla Cina.
Ogni nuovo accordo deve essere fondato sulla reciprocità, la messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento e il rispetto della sovranità di entrambe le parti. Un tale accordo è indispensabile per instaurare parafulmini che permettano di pianificare la riorganizzazione e lo sviluppo delle nostre filiere.
Se sarà necessario regolare gli scambi su alcuni beni strategici, ad esempio attraverso quote d’importazione e prezzi minimi, sarà anche necessario mettere in atto partenariati industriali affinché le nostre filiere produttive possano utilmente beneficiare del know-how tecnologico cinese.
La protezione dei nostri dati è un ambito in cui bisognerà essere fermi in ogni negoziazione commerciale con la Cina come con tutte le altre nazioni. Né ostilità, né vassallaggio in una tale politica. La cooperazione e il co-sviluppo al servizio dell’interesse generale umano devono essere le nostre parole d’ordine.
La cooperazione con la Cina è tanto più necessaria in quanto è indispensabile di fronte al cambiamento climatico. Se la Cina rappresenta da sola un quarto delle emissioni mondiali di gas serra, è anche all’avanguardia nell’installazione di capacità di produzione energetica rinnovabile.
Soprattutto, contrariamente agli Stati Uniti, non è una potenza climatica revisionista che ha un interesse imperiale alla perpetuazione della dipendenza dal petrolio e dal gas. L’impegno della Cina nei confronti dell’Accordo di Parigi non è quindi variato.
La Francia deve portare con la Cina iniziative globali sul proseguimento e l’accelerazione della riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare utilizzando la leva della pianificazione e delle capacità produttive cinesi per accentuare la decarbonizzazione delle attività produttive su scala mondiale.
La Cina è anche strutturante in ogni sforzo volto a lottare contro la sesta estinzione di massa nella biosfera. La nozione di “civiltà ecologica” messa in avanti dalle autorità cinesi va presa sul serio e può costituire una base di lavoro comune per instaurare una nuova armonia tra gli esseri umani con il resto del vivente.
La protezione della salute umana, animale e ambientale deve essere un cantiere comune prioritario al fine di impedire l’emergere di nuove zoonosi e lottare efficacemente contro future pandemie. Un accordo globale ed equo con la Cina è indispensabile sull’industrializzazione ecologica.
La Cina si è anche distinta per le sue prodezze spaziali, in particolare il suo programma lunare e la sua stazione spaziale. Come potenza che ha anch’essa ambizioni e mezzi in questo campo, la Francia dovrebbe proporre alla Cina una cooperazione spaziale in cause comuni di interesse generale umano.
Infine, per il suo posto nell’economia globale e le sue relazioni con i diversi paesi del Sud, la Cina è un partner indispensabile nella necessaria dedollarizzazione del sistema monetario internazionale e nella regolamentazione collettiva dei debiti.
L’India
L’India è il paese più popoloso del mondo, con oltre 1,4 miliardi di abitanti. Membro fondatore del movimento dei non-allineati nel 1964, Nuova Delhi ha storicamente difeso una diplomazia a favore di una forma di non-allineamento, sebbene questa si sia evoluta nel tempo con l’inserimento dell’India nella globalizzazione capitalistica. Condividiamo quindi con questo paese la volontà di non allineare le nostre diplomazie su alcun imperativo imposto da un’altra potenza.
L’India, come l’intero Sud Asia, è anche colpita in pieno dal cambiamento climatico. Di conseguenza, e senza eclissare la natura del suo governo attuale, una difesa seria dei beni comuni non può ignorare partenariati mirati con Nuova Delhi.
L’India ha un litorale di oltre 7.500 chilometri, una Zona economica esclusiva (ZEE) di oltre 2 milioni di km2. È anche la testa di ponte delle conseguenze mortifere del cambiamento climatico per la specie umana, come l’intera Sud Asia. Una difesa seria delle cause comuni non può quindi ignorare partenariati mirati con Nuova Delhi su queste questioni.
La protezione dei mari è una di queste cause comuni. L’India e la Francia sono membri dell’Associazione degli Stati rivieraschi dell’Oceano Indiano (IORA) e di diversi programmi ONU ed europei sulla protezione degli oceani. Sotto le presidenze di Emmanuel Macron, questi forum sono stati orientati verso “l’economia blu“, cioè lo sfruttamento dei mari in una prospettiva capitalistica che, in ultima istanza, servirà solo interessi privati a scapito della natura e del vivente. Queste istanze devono essere reinvestite per difendervi un approccio rispettoso del vivente.
3 – L’umanesimo radicale alla base di una concezione del mondo
Gli esseri umani: esseri sociali con bisogni vitali
La concezione delle relazioni internazionali così presentata è ancorata in un approccio filosofico e politico globale. Ogni popolo, ogni nazione è componente dell’umanità universale. Di conseguenza, nulla vale che non possa valere per ogni essere umano.
Sappiamo che ogni politica internazionale è condotta in nome di princìpi tanto quanto di obiettivi. Crediamo quindi necessario concludere il nostro documento con una descrizione sommaria dei principi che ci animano.
Questi principi di filosofia politica si inscrivono in una lunga storia, quella della convergenza tra l’umanesimo e l’analisi materialista del mondo. Essa pone come principio primo che gli esseri umani sono esseri sociali i cui bisogni materiali e culturali indispensabili alla riproduzione della loro esistenza sono simili. Così, l’accesso al cibo, all’acqua, all’alloggio, alla salute, all’educazione, o anche a una vita affettiva scelta costituiscono il fondamento universalmente condiviso della condizione umana.
L’espressione e la soddisfazione dei bisogni non avvengono mai in un faccia a faccia immediato tra l’essere umano nella sua singolarità e il suo ambiente. Passano necessariamente attraverso strutture sociali, quadri culturali, istituzioni politiche, dispositivi tecnici, giuridici e culturali che organizzano la produzione, la ripartizione e la conservazione delle risorse materiali indispensabili alla vita comune.
Tra il corpo individuale e la natura, questo “corpo inorganico dell’uomo” per riprendere la formula di Marx, interviene quindi la mediazione del corpo socio-culturale.
L’essere umano è sociale perché la sua stessa sopravvivenza dipende dall’esistenza di un’organizzazione politica che lo supera e allo stesso tempo lo rende capace di agire.
L’essere umano è culturale perché i suoi bisogni non si soddisfano al di fuori di quadri rituali e culturali che assicurano un valore inclusivo degli individui nelle loro comunità.
Ciò è particolarmente vero in un’epoca in cui la generalizzazione del modo di vita urbano ha esteso le interdipendenze tra individui e gruppi sotto forma di una messa in rete globale. Viviamo in un’epoca in cui emerge una “noosfera” omogeneizzante in cui la totalità dei saperi e delle produzioni umane sono digitalizzati e mercificati. Allo stesso tempo, le produzioni culturali gestite dai trust mondiali tendono a uniformare mode, domande e comportamenti.
Il pensiero della France Insoumise si colloca così nella continuazione di una tradizione intellettuale radicata nell’antichità mediterranea, in particolare in Aristotele che definiva l’essere umano come zoon politikon (animale politico): l’essere umano si realizza solo all’interno della Città.
Lo Stato, poiché è la forma politica moderna, frutto di un lungo sviluppo storico, svolge così una funzione decisiva: non si limita ad arbitrare interessi già costituiti, rende possibile l’esistenza stessa di un quadro in cui i bisogni possono essere riconosciuti come legittimi e trattati come obblighi collettivi.
La vita sociale e politica non costituisce quindi uno strato secondario aggiunto a una natura umana precedentemente definita e intangibile; essa è la condizione attraverso cui la specie umana si riproduce materialmente e si rappresenta normativamente ciò che deve a ciascuno dei suoi membri.
Porre filosoficamente questo principio non autorizza affatto a concludere all’esistenza di un’azione politica che varrebbe in ogni luogo e per tutti i tempi. Questo universalismo astratto non resiste all’irriducibile diversità delle soluzioni politiche adottate dalle collettività umane nel corso della storia.
Ma questa pluralità non è un ostacolo per il pensiero universalista: lo feconda. Lo porta a rifiutare tanto l’individualismo, quando postula che la società non esiste e che l’uomo è un lupo per l’uomo, quanto il relativismo assoluto, che dissolverebbe ogni base comune nella pluralità delle culture.
La nostra visione è quella di un collettivismo che riconosce che la cooperazione, e non la competizione, è al fondamento dell’esistenza umana. Essa è un materialismo in cui si afferma che se i bisogni sono universalmente condivisi, le loro formulazioni storiche, le loro gerarchizzazioni e i loro modi di soddisfazione variano secondo le formazioni sociali e i quadri culturali.
Questa variazione non contraddice l’universalità del bisogno; ne manifesta al contrario la mediazione sociale e storica. Il riconoscimento di questa doppia dimensione, universale per il contenuto vitale, differenziata per le forme di espressione, permette di pensare gli esseri umani come soggetti allo stesso tempo simili nella loro vulnerabilità fondamentale e irriducibilmente situati in mondi socio-culturali concreti.
La filosofia politica della France Insoumise non pretende quindi di definire un modello uniforme di vita degna e giusta attraverso le società, ma di riconoscere il diritto di ogni collettività umana di definire liberamente le proprie modalità di soddisfazione dei bisogni universalmente condivisi, e di garantire le condizioni effettive di esercizio di questo diritto. Ma le confronta tutte all’esigenza politica combattente del rispetto dei diritti umani, sociali, ecologici e civici così come sono assunti dalle istituzioni internazionali.
Autodeterminazione degli individui, autodeterminazione dei popoli
L’umanesimo che irriga il nostro approccio pone che gli esseri umani sono fondatori di sé stessi. È stato incarnato nella storia nel modo più radicale dai movimenti di emancipazione delle donne. Da ciò deriva una conseguenza politica maggiore.
Se gli individui sono liberi di ridefinirsi, le strutture sociali in cui vivono non possono essere sacralizzate come quadri intangibili. La libertà non consiste quindi solo nel godimento di diritti garantiti: risiede anche nel potere collettivo di rifondare le regole del vivere insieme.
Esiste quindi un legame consustanziale tra autodeterminazione degli individui e autodeterminazione dei popoli. Queste due dimensioni si condizionano reciprocamente.
Un popolo sottoposto a una dominazione esterna, a una tutela imperiale, a una dipendenza economica strutturale o a una violenza coloniale non è in grado di permettere ai suoi membri di organizzare sovranamente le loro condizioni di esistenza. Oggi, l’emergere di un brutale capitalismo tributario sostenuto da forme rinnovate di imperialismo rafforza le dipendenze che possono avvolgere interi popoli.
Inversamente, l’autodeterminazione popolare ha senso solo se apre uno spazio in cui le persone possono partecipare alla deliberazione comune, contestare l’ordine stabilito e sviluppare la loro individualità propria. Il popolo non è un’entità “etnica” chiusa e intangibile, ma il soggetto collettivo attraverso cui una comunità umana si dà i mezzi istituzionali della propria libertà.
Così intesa, l’autodeterminazione dei popoli è allo stesso tempo derivata dal principio di emancipazione individuale e condizione della sua effettività storica.
La difesa di questo diritto appare quindi come un’esigenza politica centrale. Ma per essere effettivo, questo diritto suppone condizioni concrete: l’indipendenza, la pace e la cooperazione.
L’indipendenza è la condizione sine qua non della sovranità dei popoli, cioè della loro capacità di darsi liberamente le norme che regolano la loro vita collettiva; non significa isolamento, ma il dominio sovrano delle proprie scelte fondamentali.
La cooperazione è necessaria perché nessun popolo potrebbe soddisfare in completa autarchia l’insieme delle esigenze materiali, ecologiche e tecnologiche che condizionano la vita collettiva.
La pace, invece, è ciò che permette l’articolazione libera tra sovranità interna e relazioni di cooperazione reciprocamente consentite.
Difendere l’autodeterminazione significa quindi combattere simultaneamente l’imperialismo, il colonialismo, le logiche di guerra e le dipendenze economiche predatorie. L’effettività dell’autodeterminazione esige così la fondazione di istituzioni comuni e di regole di diritto che organizzino la convivenza pacifica e la libera cooperazione tra i popoli.
L’interesse generale umano, un universalismo concreto
In ultima analisi, la cooperazione tra i popoli mira quindi ad assicurare la soddisfazione dei bisogni collettivi degli esseri umani. Ciò che è indispensabile per tutti non può essere abbandonato alla sola logica dell’appropriazione privata e della concorrenza generalizzata. Questa riflessione intorno ai bisogni collettivi di base per assicurare la sopravvivenza delle società umane è aggiornata dalla crisi ecologica.
Questa ci mostra una cosa: tutti gli esseri umani dipendono per tutte le loro attività e per la loro stessa vita da un unico ecosistema terrestre. Esiste quindi oggettivamente un interesse generale umano. Esso designa l’obbligo pratico di proteggere ciò che permette a tutti di vivere.
L’universalismo si manifesta allora non più sotto forma di un’astrazione intellettuale, ma come un approccio concreto attraverso cui ciò che è necessario all’insieme dell’umanità è sottratto alla logica dei rapporti di forza e di dominazione per essere elevato al rango di finalità politica comune.
Esso mira a proteggere i cicli fondamentali e globali che condizionano l’esistenza e la sopravvivenza della specie umana, come il clima globale, il ciclo dell’acqua, la biodiversità nella sua totalità, gli ecosistemi nella loro diversità, i suoli, le foreste, i fiumi, i mari e gli oceani, ecc.
L’interesse generale umano mira a ristabilire l’armonia degli esseri umani con i cicli naturali, e a organizzare quella tra gli esseri umani. L’armonia è intesa qui, non in senso metaforico ma concreto: la coincidenza dei ritmi della vita sociale con i ritmi biologici e biofisici.
Un tale compito comanda di superare il modo di produzione, di ripartizione e di scambio capitalista. In questo senso, ridefinisce le basi del vecchio “internazionalismo proletario”, ne approfondisce il significato e ne generalizza la preoccupazione civilizzatrice.
Questo universalismo concreto guadagna ancora più profondità man mano che l’umanità prende coscienza di sé stessa come di un popolo umano. Cioè come di una comunità di destino oggettivamente costituita dall’interdipendenza delle condizioni di sopravvivenza. Siamo, per riprendere un’espressione del sociologo Norbert Elias, impegnati in un “potente movimento di integrazione dell’umanità“.
All’interno di questo movimento emergono allo stesso tempo “un nuovo senso della responsabilità su scala mondiale per quanto riguarda la sorte degli individui” e “un senso crescente della responsabilità su scala mondiale per quanto riguarda il destino dell’umanità“.
Elias scriveva avendo allora in mente la minaccia della distruzione collettiva della specie umana attraverso il ricorso all’arma atomica. Questa minaccia non è scomparsa. Ma è ora raddoppiata da quella che il cambiamento climatico fa pesare sulle condizioni di abitabilità della Terra.
L’era dell’antropocene pone le fondamenta della presa di coscienza dell’umanità come soggetto della storia. I mezzi concreti per formare questo popolo umano oggettivamente e soggettivamente sono le mobilitazioni intorno alle cause comuni che compongono insieme l’interesse generale umano, cioè l’insieme delle nostre interdipendenze radicali, tanto naturali quanto sociali.
Infatti, questa comunità di esposizione a queste minacce esistenziali e sistemiche, questa comunità di destino, fonda la coscienza di appartenere a uno stesso “popolo umano”. Da allora, la cooperazione diventa un dovere morale supremo. Quando la possibilità stessa della continuità della vita umana organizzata è in gioco, non cooperare non costituisce più solo un errore politico, ma una carenza etica maggiore.
Pensare l’interesse generale umano significa allora dare un contenuto istituzionale e normativo a questa nuova evidenza: l’umanità può salvarsi solo governandosi come una comunità consapevole dei suoi beni comuni e dei suoi limiti. Nessun popolo si salverà con un’avventura solitaria, un’illusoria autarchia o con un’ecologia di guerra. Il funesto adagio “si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra“) prepara solo a una cosa: la rovina collettiva della specie umana.
Questo percorso filosofico fonda l’interesse generale umano come bussola della politica internazionale della France Insoumise. La bussola vale tuttavia solo se è utile per navigare nei flutti dell’epoca che è la nostra. Al di là della schiuma degli eventi che fanno l’attualità mediatica, bisogna comprendere le onde di fondo che ci portano. Dobbiamo quindi procedere all’analisi della situazione concreta in cui ci troviamo.
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