Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.
Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.
Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.
Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.
A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.
Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.
Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.
Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.
L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.
Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.
Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.
Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.
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08/09/2026
Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace
21/11/2025
Guerra i Ucraina - Il “piano di pace” nasce zoppo
Un Trump in chiara difficoltà interna – ha dovuto rovesciare la sua posizione sulla libertà degli “Epstein files”, dicendosi ora d’accordo perché tanto “non ho nulla da temere” – prova a rilanciare la politica di “pace” internazionale, stavolta sull’Ucraina.
Secondo molti analisti non c’è alcuna contraddizione tra il Trump “pacifista” su Gaza e Kiev e quello “militarista” dell’attacco minacciato al Venezuela. Si tratta semplicemente di una “revisione strategica delle priorità”, che mette in secondo piano Europa e Medio Oriente mentre privilegia il fronte del Pacifico e l’America Latina (dove tra l’altro proprio la Cina ha sviluppato rapporti commerciali e industriali molto rilevanti).
Come per Gaza, si potrebbe dire, il “piano per l’Ucraina” fatto filtrare (o sfuggito per iniziativa di chi vuole farlo fallire?) sembra il riconoscimento delle posizioni sul campo. Quasi un “arrendetevi, siete circondati!” proveniente però da Washington, che gioca così la parte dell’amico comprensivo che non ti vuole vedere morto ma sa bene che altrimenti morirai.
I 28 punti resocontati dal sito di informazione Axios e confermati poi da diverse testate mainstream – che parlano anche di una mediazione del Qatar e della Turchia – parte in effetti dal “consiglio” di rinunciare completamente al Donbass (gli oblast di Donetsk, non ancora del tutto riconquistato da Mosca, e Lugansk), congelando di fatto la linea del fronte in quelli di Kherson e Zaporizhzhia.
Questioni territoriali a parte – ritenute dal Cremlino quasi secondarie – i punti principali riguardano le limitazioni alle dimensioni e alle armi a lungo raggio dell’esercito ucraino in cambio di “garanzie di sicurezza” statunitensi. Quali possano essere non viene detto. Come per tutti i “piani” di Trump la vaghezza regna sovrana, in modo da poter cambiare molto strada facendo.
Seguono la richiesta di re-introdurre il russo come lingua ammessa legalmente in Ucraina (ci sono ancora molti “russofoni” negli oblast non ripresi, ad Odessa e altrove), nonché di ripristinare i diritti della Chiesa ortodossa di rito russo, pesantemente repressa anche prima dell’inizio della guerra.
Appare evidente che una bozza del genere sia “troppo” per il governo di Kiev e “troppo poco” per quello russo, che da 30 anni chiede invece “garanzie” sul fatto che la Nato resti fuori dall’Ucraina, interrompendo la quarantennale “espansione ad Est” dell’alleanza atlantica.
Contenuti vaghi a parte, si sa che Kiev aveva spedito ad Ankara il consigliere per la sicurezza nazionale ed ex ministro della difesa Rustem Umerov – peraltro musulmano, nato a Samarcanda, discendente dei Tatari di Crimea – per un incontro con Steve Witkoff, l’immobiliarista inviato di Trump anche a Gaza.
Ufficialmente per discutere – o più probabilmente conoscere – il progetto Usa, sollevare obiezioni, ecc. Non si sa cosa sia successo, però. Prima di incontrarlo, Witkoff si era intanto visto con l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev.
Secondo le fonti consultate da Axios, Witkoff aveva pianificato di visitare Ankara mercoledì e tenere un incontro con Zelenskij e il ministro degli esteri locale, Hakan Fidan. Poi, invece, Zelenskij ha preferito fare un nuovo tour europeo per chiedere come sempre soldi e armi – mentre tutti gli esperti militari riconoscono che il primo problema di Kiev è ormai “la carenza di manodopera” o carne da cannone.
Fatto sta che l’incontro è stato annullato in attesa che Zelenskij tornasse ad Ankara con un altro piano elaborato con i partner europei. Il solito pacchetto che chiede la “resa della Russia” e che, dicono le stesse fonti statunitensi, “Mosca non accetterà mai”.
Il giro dell’oca diplomatico sembra perciò tornato al punto di partenza, con gli europei e la giunta di Kiev intenzionati a “proseguire la guerra fino all’ultimo ucraino”, nonostante la situazione interna si vada facendo ogni giorno più difficile per l’ormai prossimo crollo del fronte a Pokrovsk-Mirnograd e su altre direttrici, lo scandalo della corruzione sull’energia, i ministri che improvvisamente spariscono e vengono sostituiti senza spiegazioni (sono alcuni dei terminali della corruzione, ma anche molto vicini da sempre all’attore poi “capo di stato”), la diffusione della resistenza alla coscrizione fatta sequestrando persone per strada, e una generale stanchezza dopo quattro anni di guerra senza speranze.
E proprio qui la “il mistero” della posizione “intransigente” degli europei e del loro terminale ucraino. Qual è l’obiettivo razionale – potenzialmente raggiungibile – di una guerra ad oltranza?
Una volta escluso il “crollo della Russia” – come si pensava all’inizio, quando venivano radunate a Bruxelles pattuglie di “indipendentisti” che si proponevano di frammentare la Federazione come e peggio dell’URSS – non c’è più nulla che l’“Occidente collettivo” possa seriamente pensare di guadagnare. Certo, continuare a combattere logora anche Mosca, che deve concentrare risorse ingenti – finanziarie ed umane – che potrebbero essere utilmente investite per altri scopi.
Ma l’obbiettivo del “logoramento dei russi” ha un senso solo per chi, dopo averlo almeno parzialmente raggiunto, pensa di poter poi attaccare in condizioni di vantaggio almeno relativo.
Francia-Germania-Gran Bretagna ci sperano ancora. Ma difficilmente può sembrare una buona prospettiva per gli ucraini. In fondo, anche quella nuova guerra verrebbe combattuta in gran parte sulla loro testa e sulle loro case.
Fonte
Secondo molti analisti non c’è alcuna contraddizione tra il Trump “pacifista” su Gaza e Kiev e quello “militarista” dell’attacco minacciato al Venezuela. Si tratta semplicemente di una “revisione strategica delle priorità”, che mette in secondo piano Europa e Medio Oriente mentre privilegia il fronte del Pacifico e l’America Latina (dove tra l’altro proprio la Cina ha sviluppato rapporti commerciali e industriali molto rilevanti).
Come per Gaza, si potrebbe dire, il “piano per l’Ucraina” fatto filtrare (o sfuggito per iniziativa di chi vuole farlo fallire?) sembra il riconoscimento delle posizioni sul campo. Quasi un “arrendetevi, siete circondati!” proveniente però da Washington, che gioca così la parte dell’amico comprensivo che non ti vuole vedere morto ma sa bene che altrimenti morirai.
I 28 punti resocontati dal sito di informazione Axios e confermati poi da diverse testate mainstream – che parlano anche di una mediazione del Qatar e della Turchia – parte in effetti dal “consiglio” di rinunciare completamente al Donbass (gli oblast di Donetsk, non ancora del tutto riconquistato da Mosca, e Lugansk), congelando di fatto la linea del fronte in quelli di Kherson e Zaporizhzhia.
Questioni territoriali a parte – ritenute dal Cremlino quasi secondarie – i punti principali riguardano le limitazioni alle dimensioni e alle armi a lungo raggio dell’esercito ucraino in cambio di “garanzie di sicurezza” statunitensi. Quali possano essere non viene detto. Come per tutti i “piani” di Trump la vaghezza regna sovrana, in modo da poter cambiare molto strada facendo.
Seguono la richiesta di re-introdurre il russo come lingua ammessa legalmente in Ucraina (ci sono ancora molti “russofoni” negli oblast non ripresi, ad Odessa e altrove), nonché di ripristinare i diritti della Chiesa ortodossa di rito russo, pesantemente repressa anche prima dell’inizio della guerra.
Appare evidente che una bozza del genere sia “troppo” per il governo di Kiev e “troppo poco” per quello russo, che da 30 anni chiede invece “garanzie” sul fatto che la Nato resti fuori dall’Ucraina, interrompendo la quarantennale “espansione ad Est” dell’alleanza atlantica.
Contenuti vaghi a parte, si sa che Kiev aveva spedito ad Ankara il consigliere per la sicurezza nazionale ed ex ministro della difesa Rustem Umerov – peraltro musulmano, nato a Samarcanda, discendente dei Tatari di Crimea – per un incontro con Steve Witkoff, l’immobiliarista inviato di Trump anche a Gaza.
Ufficialmente per discutere – o più probabilmente conoscere – il progetto Usa, sollevare obiezioni, ecc. Non si sa cosa sia successo, però. Prima di incontrarlo, Witkoff si era intanto visto con l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev.
Secondo le fonti consultate da Axios, Witkoff aveva pianificato di visitare Ankara mercoledì e tenere un incontro con Zelenskij e il ministro degli esteri locale, Hakan Fidan. Poi, invece, Zelenskij ha preferito fare un nuovo tour europeo per chiedere come sempre soldi e armi – mentre tutti gli esperti militari riconoscono che il primo problema di Kiev è ormai “la carenza di manodopera” o carne da cannone.
Fatto sta che l’incontro è stato annullato in attesa che Zelenskij tornasse ad Ankara con un altro piano elaborato con i partner europei. Il solito pacchetto che chiede la “resa della Russia” e che, dicono le stesse fonti statunitensi, “Mosca non accetterà mai”.
Il giro dell’oca diplomatico sembra perciò tornato al punto di partenza, con gli europei e la giunta di Kiev intenzionati a “proseguire la guerra fino all’ultimo ucraino”, nonostante la situazione interna si vada facendo ogni giorno più difficile per l’ormai prossimo crollo del fronte a Pokrovsk-Mirnograd e su altre direttrici, lo scandalo della corruzione sull’energia, i ministri che improvvisamente spariscono e vengono sostituiti senza spiegazioni (sono alcuni dei terminali della corruzione, ma anche molto vicini da sempre all’attore poi “capo di stato”), la diffusione della resistenza alla coscrizione fatta sequestrando persone per strada, e una generale stanchezza dopo quattro anni di guerra senza speranze.
E proprio qui la “il mistero” della posizione “intransigente” degli europei e del loro terminale ucraino. Qual è l’obiettivo razionale – potenzialmente raggiungibile – di una guerra ad oltranza?
Una volta escluso il “crollo della Russia” – come si pensava all’inizio, quando venivano radunate a Bruxelles pattuglie di “indipendentisti” che si proponevano di frammentare la Federazione come e peggio dell’URSS – non c’è più nulla che l’“Occidente collettivo” possa seriamente pensare di guadagnare. Certo, continuare a combattere logora anche Mosca, che deve concentrare risorse ingenti – finanziarie ed umane – che potrebbero essere utilmente investite per altri scopi.
Ma l’obbiettivo del “logoramento dei russi” ha un senso solo per chi, dopo averlo almeno parzialmente raggiunto, pensa di poter poi attaccare in condizioni di vantaggio almeno relativo.
Francia-Germania-Gran Bretagna ci sperano ancora. Ma difficilmente può sembrare una buona prospettiva per gli ucraini. In fondo, anche quella nuova guerra verrebbe combattuta in gran parte sulla loro testa e sulle loro case.
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01/08/2025
Witkoff incontra Netanyahu, mentre il sostegno a Israele nei sondaggi ha un calo da record
Ieri l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ovviamente, al centro della discussione c’era la situazione di Gaza, e in generale la continuazione delle operazioni di pulizia etnica contro il popolo palestinese.
L’uomo di Trump sarebbe arrivato a Gerusalemme per rilanciare l’opzione di una tregua, dopo che un paio di settimane fa, per l’ennesima volta, le richieste di Hamas sono state rifiutate dai vertici di Tel Aviv. O almeno era questo che le testate giornalistiche dicevano fino a ieri sera, quando una fonte israeliana di alto livello avrebbe rivelato tutt’altro al sito web Ynet.
“Si sta formando un’intesa tra Israele e gli Stati Uniti secondo cui, alla luce del rifiuto di Hamas, bisogna passare da un piano per il rilascio di alcuni ostaggi a un piano per la liberazione di tutti i rapiti, il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza”, avrebbe detto questa fonte. “Non ci saranno più accordi parziali”, avrebbe aggiunto.
La fonte ha espresso poi anche la propria opinione sul pensiero di Witkoff: “non c’è nessuno con cui parlare dall’altra parte. Anche Witkoff ha compreso questa realtà”. Se tali informazioni venissero confermate, significherebbero che i sionisti sono pronti a passare alla fase definitiva della pulizia etnica, occupando definitivamente Gaza.
Del resto, la Knesset ha già votato l’annessione della Cisgiordania, mentre il Movimento Nachala, l’organizzazione di coloni guidata dalla famigerata Daniella Weiss, ha da poco svolto quello che ha chiamato un “pattugliamento” ai confini settentrionali di Gaza. Su X, il Movimento ha scritto chiaro e tondo la finalità: “il confine nord è stato conquistato e ripulito: ora è il momento di stabilirsi”.
Per Netanyahu significherebbe assicurarsi il sostegno del mondo politico dei coloni, unica stampella a un governo altrimenti in grave difficoltà, senza considerare il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale. Ieri, davanti all’ufficio del primo ministro, i parenti degli ostaggi hanno manifestato di nuovo per un accordo finalizzato al loro rilascio.
Intanto, alcune dichiarazioni e iniziative di Trump sembrano confermare che Tel Aviv è pronta davvero a imboccare questa strada, col sostegno di Washington. The Donald, non molto prima dell’incontro tra Witkoff e Netanyahu, ha scritto sul social Truth che “il modo più rapido per porre fine alla crisi umanitaria a Gaza è che Hamas SI ARRENDA E LIBERI GLI OSTAGGI!!!”
Il tycoon ha anche negato i visti stelle-e-strisce ai funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese, accusata di voler ‘internazionalizzare’ la situazione. Detto dal principale sostenitore delle IDF, che deve fare i conti con i delicati equilibri del Medio Oriente mentre Israele attacca di nuovo il Libano, risulta una critica al limite del ridicolo.
Allo stesso tempo, bisogna dire che Trump potrebbe non essere così propenso a dare il via libera alla fase finale del genocidio, almeno in queste condizioni politiche. A inizio settimana, in contrasto con le dichiarazioni di Netanyahu, aveva detto che era evidente che ci fosse una grave situazione di fame a Gaza (dove si dovrebbe recare oggi Witkoff, proprio per controllare la distribuzione degli aiuti).
La politica di guerra totale di Tel Aviv rappresenta un problema ingestibile per Washington, che negli ultimi mesi non ha nascosto a volte la frustrazione di un ‘alleato’ che fa un po’ quel che gli pare, costringendo i padrini statunitensi a riparare poi i danni. Ma ormai, il sostegno a Israele sta diventando un problema anche di politica interna.
Un recente sondaggio di Gallup, effettuato tra il 7 e il 21 luglio, ha mostrato che solo il 32% degli statunitensi approva ormai le azioni militari israeliane. Si tratta di un crollo di ben 10 punti percentuali rispetto ai valori registrati nel settembre 2024 e la percentuale più bassa dal novembre 2023.
Il Financial Times riporta che lo stesso Trump abbia detto a un ebreo sionista che ha finanziato la sua campagna elettorale che “il mio popolo sta cominciando a odiare Israele”. L’informazione è arrivata al quotidiano britannico attraverso un esperto di Medio Oriente con contatti interni all’amministrazione USA, che è rimasto però anonimo.
Che persino nella base sociale che sostiene Trump si stia cominciando a storcere il naso – probabilmente perché Netanyahu impone la propria politica estera alla Casa Bianca, e non viceversa – lo dimostra anche il fatto che la deputata trumpiana Taylor Greene abbia parlato, lo scorso 29 luglio, di “genocidio”, proponendo anche di bloccare gli aiuti a Israele.
Sullo sfondo, c’è anche il modo in cui il resto dell’Occidente – ormai piuttosto a pezzi, bisogna dirlo – sta usando la crisi palestinese per attaccare Trump e assumere una posizione autonoma nella diplomazia internazionale. Dopo Francia e Regno Unito, anche il Canada ha detto di voler riconoscere lo Stato di Palestina, e il presidente statunitense si affrettato a minacciare ripercussioni sugli accordi commerciali.
Amir Ohana, speaker della Knesset, ha risposto duramente a Parigi e Londra: “se desiderate quello che chiamate uno Stato palestinese, costruitelo a Londra, a Parigi, nei vostri paesi”. Ora, però, persino l’altro alleato di ferro di Tel Aviv, la Germania, sembra stia valutando il riconoscimento della Palestina.
A Berlino ha risposto direttamente Ben-Gvir, in maniera ancora più netta: “80 anni dopo l’Olocausto, la Germania torna a sostenere il nazismo”. Considerato quanto il tema sia delicato tra i teutonici (per la classe dirigente solo di facciata, ma tant’è), è facile immaginare che la reazione sarà tutt’altro che accondiscendente.
Bisognerà tenere alta l’attenzione su quale crinale penderanno le azioni di Israele. Il passo definitivo verso il completamente del genocidio è stato fatto, ma a livello internazionale la situazione si fa più articolata. Non che venga messo in discussione il regime suprematista di apartheid, ma ci sono delle faglie che le mobilitazioni continue di sostegno alla causa palestinese possono e devono continuare ad allargare.
Fonte
L’uomo di Trump sarebbe arrivato a Gerusalemme per rilanciare l’opzione di una tregua, dopo che un paio di settimane fa, per l’ennesima volta, le richieste di Hamas sono state rifiutate dai vertici di Tel Aviv. O almeno era questo che le testate giornalistiche dicevano fino a ieri sera, quando una fonte israeliana di alto livello avrebbe rivelato tutt’altro al sito web Ynet.
“Si sta formando un’intesa tra Israele e gli Stati Uniti secondo cui, alla luce del rifiuto di Hamas, bisogna passare da un piano per il rilascio di alcuni ostaggi a un piano per la liberazione di tutti i rapiti, il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza”, avrebbe detto questa fonte. “Non ci saranno più accordi parziali”, avrebbe aggiunto.
La fonte ha espresso poi anche la propria opinione sul pensiero di Witkoff: “non c’è nessuno con cui parlare dall’altra parte. Anche Witkoff ha compreso questa realtà”. Se tali informazioni venissero confermate, significherebbero che i sionisti sono pronti a passare alla fase definitiva della pulizia etnica, occupando definitivamente Gaza.
Del resto, la Knesset ha già votato l’annessione della Cisgiordania, mentre il Movimento Nachala, l’organizzazione di coloni guidata dalla famigerata Daniella Weiss, ha da poco svolto quello che ha chiamato un “pattugliamento” ai confini settentrionali di Gaza. Su X, il Movimento ha scritto chiaro e tondo la finalità: “il confine nord è stato conquistato e ripulito: ora è il momento di stabilirsi”.
Per Netanyahu significherebbe assicurarsi il sostegno del mondo politico dei coloni, unica stampella a un governo altrimenti in grave difficoltà, senza considerare il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale. Ieri, davanti all’ufficio del primo ministro, i parenti degli ostaggi hanno manifestato di nuovo per un accordo finalizzato al loro rilascio.
Intanto, alcune dichiarazioni e iniziative di Trump sembrano confermare che Tel Aviv è pronta davvero a imboccare questa strada, col sostegno di Washington. The Donald, non molto prima dell’incontro tra Witkoff e Netanyahu, ha scritto sul social Truth che “il modo più rapido per porre fine alla crisi umanitaria a Gaza è che Hamas SI ARRENDA E LIBERI GLI OSTAGGI!!!”
Il tycoon ha anche negato i visti stelle-e-strisce ai funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese, accusata di voler ‘internazionalizzare’ la situazione. Detto dal principale sostenitore delle IDF, che deve fare i conti con i delicati equilibri del Medio Oriente mentre Israele attacca di nuovo il Libano, risulta una critica al limite del ridicolo.
Allo stesso tempo, bisogna dire che Trump potrebbe non essere così propenso a dare il via libera alla fase finale del genocidio, almeno in queste condizioni politiche. A inizio settimana, in contrasto con le dichiarazioni di Netanyahu, aveva detto che era evidente che ci fosse una grave situazione di fame a Gaza (dove si dovrebbe recare oggi Witkoff, proprio per controllare la distribuzione degli aiuti).
La politica di guerra totale di Tel Aviv rappresenta un problema ingestibile per Washington, che negli ultimi mesi non ha nascosto a volte la frustrazione di un ‘alleato’ che fa un po’ quel che gli pare, costringendo i padrini statunitensi a riparare poi i danni. Ma ormai, il sostegno a Israele sta diventando un problema anche di politica interna.
Un recente sondaggio di Gallup, effettuato tra il 7 e il 21 luglio, ha mostrato che solo il 32% degli statunitensi approva ormai le azioni militari israeliane. Si tratta di un crollo di ben 10 punti percentuali rispetto ai valori registrati nel settembre 2024 e la percentuale più bassa dal novembre 2023.
Il Financial Times riporta che lo stesso Trump abbia detto a un ebreo sionista che ha finanziato la sua campagna elettorale che “il mio popolo sta cominciando a odiare Israele”. L’informazione è arrivata al quotidiano britannico attraverso un esperto di Medio Oriente con contatti interni all’amministrazione USA, che è rimasto però anonimo.
Che persino nella base sociale che sostiene Trump si stia cominciando a storcere il naso – probabilmente perché Netanyahu impone la propria politica estera alla Casa Bianca, e non viceversa – lo dimostra anche il fatto che la deputata trumpiana Taylor Greene abbia parlato, lo scorso 29 luglio, di “genocidio”, proponendo anche di bloccare gli aiuti a Israele.
Sullo sfondo, c’è anche il modo in cui il resto dell’Occidente – ormai piuttosto a pezzi, bisogna dirlo – sta usando la crisi palestinese per attaccare Trump e assumere una posizione autonoma nella diplomazia internazionale. Dopo Francia e Regno Unito, anche il Canada ha detto di voler riconoscere lo Stato di Palestina, e il presidente statunitense si affrettato a minacciare ripercussioni sugli accordi commerciali.
Amir Ohana, speaker della Knesset, ha risposto duramente a Parigi e Londra: “se desiderate quello che chiamate uno Stato palestinese, costruitelo a Londra, a Parigi, nei vostri paesi”. Ora, però, persino l’altro alleato di ferro di Tel Aviv, la Germania, sembra stia valutando il riconoscimento della Palestina.
A Berlino ha risposto direttamente Ben-Gvir, in maniera ancora più netta: “80 anni dopo l’Olocausto, la Germania torna a sostenere il nazismo”. Considerato quanto il tema sia delicato tra i teutonici (per la classe dirigente solo di facciata, ma tant’è), è facile immaginare che la reazione sarà tutt’altro che accondiscendente.
Bisognerà tenere alta l’attenzione su quale crinale penderanno le azioni di Israele. Il passo definitivo verso il completamente del genocidio è stato fatto, ma a livello internazionale la situazione si fa più articolata. Non che venga messo in discussione il regime suprematista di apartheid, ma ci sono delle faglie che le mobilitazioni continue di sostegno alla causa palestinese possono e devono continuare ad allargare.
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