Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2026

Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia

È visibile da un chilometro che l’escalation scatenata dal cancelliere tedesco Merz sia funzionale anche alle elezioni che tra quattro giorni si terranno proprio in Sassonia.

La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).

Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.

Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.

L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.

La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.

“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.

“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.

L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.

In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”. 

Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.

Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.

Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!

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04/08/2026

L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran

Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”.

Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.

Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.

Il riferimento a questo cavillo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale”.

La cornice è quella della missione in Iraq e Medio Oriente già approvata quasi in automatico dal Parlamento, dove sono elencati tanti Stati (Kuwait, Giordania, Siria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain). Nell’area geografica di intervento di questa missione non compare l’Arabia Saudita: c’è però un’altra dicitura molto generica, quella di “Golfo Arabico”.

In pratica è bastata una piccola deroga su quanto già approvato dal Parlamento – piuttosto distrattamente in un caso, in modo complice nell’altro – per ritrovarci di nuovo coinvolti con armi e bagagli in una guerra di cui il paese non sa nulla, e magari neanche è d’accordo.

Il ministro Crosetto su questo è stato sferzante: “Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al Governo ma o la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti o non aver compreso ciò che si è votato”.

Formalmente non avrebbe neanche tutti i torti, ma certamente è stato praticato per l’ennesima volta il “vizietto” di inserire dettagli importanti nascosti come “passaggi incidentali” nei provvedimenti che il governo presenta al Parlamento.

Così come abbiamo denunciato qualche giorno fa, dunque, anche il Fatto Quotidiano rileva che in questi mesi – da marzo a oggi, ndr – nessuno dei parlamentari (di maggioranza o opposizione) ha chiesto delucidazioni e dettagli sulle forze italiane schierate nell’area.

E c’era chi pensava che le menzogne del governo si limitassero ai voli USA partiti dalle basi di Aviano e Sigonella, o ai convogli da Camp Darby per andare a fare la guerra contro l’Iran.

Dunque proprio nel momento in cui l’Arabia Saudita ha scelto una strada per così dire “assertiva” (contro gli Houthi yemeniti e le milizie irachene), andando a bombardare forze alleate dell’Iran, i contingenti militari italiani si trovano sul campo con una esplicita funzione anti-iraniana, difensiva sulla carta ma pienamente operativa nei fatti. Visto dall’Iran, e anche dal defunto diritto internazionale, è un posizionamento dell’Italia come soggetto apertamente belligerante.

Del resto nella storia degli imbrogli di guerra con cui i governi italiani hanno ingannato i propri cittadini sul coinvolgimento dell’Italia nei conflitti, ricordiamo anche la definizione dalemiana di “difesa preventiva” in base alla quale gli aerei militari italiani sono andati a bombardare in Serbia e Kosovo nel 1999; dunque in proiezione offensiva e niente affatto difensiva.

L’avventurismo delle classi dirigenti in Italia e l’indolenza – o complicità – politica delle cosiddette opposizioni in materia di coinvolgimento del paese in guerra, appaiono estremamente pericolosi per il presente e il futuro. Costoro mentono, occultano, confondono e alla fine ci troviamo dentro al baratro.

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01/08/2026

L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.

In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.

Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.

Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

Unione Sindacale di Base

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L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno

Gli articoli comparsi su La Repubblica e il Giornale hanno rivelato che in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, all’insaputa del Parlamento e di tutti i cittadini, ci sono ben settecento militari italiani che partecipano ai combattimenti “difensivi”.

La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di Stato maggiore Portolano in un’audizione in Parlamento poco più di un mese fa (il 16 giugno) ed era stata inserita nelle pieghe del decreto sulle missioni militari all’estero ma senza essere esplicitata. Probabile che anche in quel caso i parlamentari durante l’audizione fossero troppo impegnati a giocare sul cellulare per prestare la dovuta attenzione a quanto veniva detto da Portolano.

Dunque anche in questo caso – e come avviene troppo spesso – il Parlamento è stato messo davanti al fatto compiuto, così come era avvenuto per l’invio di armi all’Ucraina nel 2022 o per l’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999.

Infatti è dalla metà di marzo che centinaia di militari italiani sono già presenti in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo impegnati contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione.

Secondo quanto riportato, nei paesi del Golfo risultano già schierate batterie missilistiche antiaeree Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. Il compito di renderli operativi spetta a 400 militari in Arabia Saudita e ad altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.

La missione ha un nome “Task Force Air Arabia”, è operativa già dalla seconda metà di marzo ed è presentata con pochissime stringate righe sul sito del Ministero della Difesa. Proprio ai primi di marzo, i ministri della Difesa Crosetto e degli Esteri Tajani avevano comunicato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle petromonarchie del Golfo bersagliate dall’Iran in ritorsione agli attacchi di Usa e Israele, ma non avevano detto nulla sull’invio di militari e armamenti italiani sul campo.

Ma il coinvolgimento militare italiano nella guerra in Medio Oriente potrebbe non esaurirsi qui.

Di fronte al rischio che oltre Hormuz venga bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha organizzato un vertice con 43 Paesi – presente anche una delegazione dell’Unione europea – con l’obiettivo di costruire una coalizione internazionale per la “libertà di navigazione” dello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb. L’iniziativa saudita si viene a sovrapporre alla missione europea Aspides (in cui è presente l’Italia) e a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Regno Unito, Germania, Italia e Francia, ma potrebbe essere la “cornice” tanto attesa per avviare l’operazione militare contro l’Iran e gli Houthi yemeniti.

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23/06/2026

Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.

Di seguito la traduzione.

*****
 
Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale

In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

Contesto

Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.

Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».

Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.

Situazione attuale

Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.

L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo». 

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Rischi per la sicurezza globale

Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.

Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.

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20/06/2026

Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria

L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.

Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.

Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.

La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.

In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.

Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.

L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.

Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.

Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.

Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.

Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.

Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.

Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.

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17/06/2026

L’Italia va a infilarsi nel vespaio di Hormuz. I parlamentari votino no

L’eventuale missione navale militare europea nello Stretto di Hormuz vedrà coinvolta anche l’Italia. Il governo ha fatto sapere che il via libera alla missione sarà dato solo con l’autorizzazione del Parlamento (anche se alcuni navi militari sono già a Gibuti). Si prevede dunque a breve la convocazione alla Camera per la discussione e il via libera all’operazione a Hormuz.

Sarà quindi compito dei partiti dell’opposizione chiarire cosa pensano di questa missione militare che si configura come “ad alto rischio” per almeno due elementi: il primo quello sul campo, in caso di “non gradimento” iraniano; il secondo quello di andare a rinfocolare motivi di tensioni e conflitto proprio nel momento in cui sembra essere stata raggiunta una tregua dopo la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.

C’è da augurarsi che in questa occasione PD, M5S, AVS non se ne escano ancora una volta con posizioni e documenti farfugliati e indefiniti. Il NO a questa missione militare deve essere dichiarato chiaro e forte. Nell’editoriale che abbiamo pubblicato, abbiamo provato a spiegare il contesto e lo scenario di una missione militare sconsiderata.

Qui di seguito proviamo a spiegare le argomentazioni – assai solide a nostro avviso – per le quali in Parlamento non si può dare alcun consenso alla missione militare dei “volenterosi” a Hormuz.

In sede di audizione alle Commissioni riunite Esteri e Difesa a maggio, il ministro della Difesa Crosetto aveva affermato che: “Una nuova missione militare prevede prima una vera tregua, poi una cornice giuridica e infine l’autorizzazione del Parlamento”. Crosetto aveva spiegato come “la tregua appare fragile e precaria, è indispensabile mantenere un accordo serio e responsabile sia con i nostri alleati internazionale sia nel rapporto tra governo e parlamento”.

Ma in tutti gli interventi e i ragionamenti fatti dal governo italiano – così come da quelli dei “volenterosi” – continua ad essere mancante un dato decisivo: cosa ne pensa l’Iran?

“Qualsiasi presenza di Paesi stranieri nello Stretto di Hormuz, sia per garantire la sicurezza della navigazione sia per operazioni di sminamento, è inaccettabile. Si tratta di un pretesto per portare forze navali nello stretto e questo non sarà accettato”, ha dichiarato ieri – martedì – un funzionario iraniano all’agenzia Reuters sottolineando che Teheran nutre “fiducia zero nei confronti dei Paesi stranieri”.

Insomma non proprio una dichiarazione di benvenuto alla flotta dei “volenterosi” nello Stretto di Hormuz.

Altrettanto chiara è stata l’ambasciata dell’Iran a Vienna, la quale in una dichiarazione ripresa dall’agenzia iraniana Pars Today ha affermato che: “Per quanto riguarda la sicurezza dello Stretto di Hormuz, solo l’Iran determina quando – e se – necessita di consulenti esterni o assistenza. Fino a quel giorno, qualsiasi azione straniera nello Stretto o relativa a esso, sotto qualsiasi pretesto, sarà considerata un atto aggressivo contro l’integrità territoriale e la sovranità nazionale della Repubblica Islamica dell’Iran”

La stessa rappresentanza diplomatica iraniana si è espressa anche sulla disponibilità europea e rivedere le sanzioni all’Iran, apprezzando la dichiarazione ma non facendo certo sconti: “Gli irrilevanti (cioè gli europei, ndr) stanno cercando di trovare un ruolo per sé. La dichiarazione congiunta di alcuni paesi europei è notevole – anche se non per la sua sostanza, ma per la sua audacia”, ha scritto l’ambasciata.

“Le loro sanzioni contro l’Iran non sono mai state legittime o legali fin dall’inizio. Sollevarle, quindi, non è una concessione all’Iran, ma un ritorno alla correttezza – e un favore che fanno solo a se stessi”, ha sostenuto la missione diplomatica.

Trump aveva insistito affinché, subito dopo l’annuncio dell’intesa, venissero contemporaneamente riaperti lo Stretto di Hormuz e il traffico marittimo soggetto al blocco. Tuttavia, l’Iran non ha accettato questa richiesta ed è stato concordato che il processo di riapertura dello Stretto di Hormuz sarebbe iniziato dopo la firma dell’accordo venerdì.

E questo è un altro “dettaglio” di cui farebbero bene a tenere conto il dibattito pubblico e l’agenda politica parlamentare in Italia. La missione militare navale dei “volenterosi” infatti non è parte e non è prevista nell’accordo di tregua, al contrario ne sarebbe una ingerenza esterna e una forzatura pericolosa.

Infine, e non certo per importanza, nel dibattito parlamentare sugli esiti della guerra in Iran, è ormai tempo che entri di forza anche un altro convitato di pietra: l’arsenale nucleare israeliano.

È evidente che qualsiasi discorso sul programma nucleare iraniano sia strettamente collegato al fatto che nella regione c’è al momento una sola potenza – Israele – che detiene armi nucleari e che – diversamente dall’Iran – si è rifiutata di firmare il Trattato di Non Proliferazione e quindi di sottostare ai controlli dell’Agenzia atomica internazionale come ha fatto l’Iran.

È evidente come questa asimmetria e il conseguente doppio standard praticato dai governi europei fino ad oggi, siano dei serissimi motivi di tensione che vanno depotenziati e, possibilmente, rimossi.

Vogliamo augurarci che l’opposizione in Parlamento trovi il coraggio e la coerenza di mettere tutte le questioni decisive sul tappeto. Altrimenti per il governo Meloni il gioco sarà sempre facile.

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06/06/2026

In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.

Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.

Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.

Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa».

Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell’Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L’Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.

Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.

Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza il Mascellone” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.

Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni.

Perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo... Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra».

Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.

Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij.

In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili.

Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.

Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.

A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte.

Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo.

Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una “portaerei” svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.

Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.

Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia».

Non sono da meno a Varsavia: l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad.

Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.

Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne».

Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l‘ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.

Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?... una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.

La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra».

Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte.

La guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.

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05/06/2026

La Ue vuole estendere la missione Aspides a Hormuz

L’Unione Europea smania dalla voglia di mostrare “muscoli e bandiera”. L’alto rappresentante della politica estera Ue, Kaja Kallas ha avanzato l’ipotesi che all’operazione Aspides “venga affidato il ruolo principale nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz”, quale contributo dell’Ue agli sforzi della coalizione dei volenterosi nata su impulso anglo-francese.

Come noto l’operazione navale europea Aspides, è stata varata a febbraio del 2024, contro gli attacchi degli Houthi yemeniti verso le navi mercantili israeliane o dirette in Israele di passaggio nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. L’area operativa della missione è estremamente vasta e comprende il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman e il Golfo Persico, malgrado non esista effettivamente un mandato ufficiale che estenda l’operatività allo Stretto di Hormuz.

La missione si fonda su un mandato delle Nazioni Unite e sugli articoli 42, 43 e 44 del Trattato dell’Unione Europea.

A tal fine, però, gli Stati membri devono “potenziare” le capacità attualmente a disposizione dell’operazione. In caso di “accordo” – si legge nella proposta della Kallas, anticipata dalla Reuters e consultata dall’ANSA – l’attuazione della missione potrebbe richiedere 4-6 settimane.

Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) in una nota del 26 maggio ha scritto che “la situazione richiede che l’Unione fornisca un contributo significativo” a una coalizione ad hoc guidata da Francia e Regno Unito, “da concretizzare non appena le condizioni lo permetteranno e separata dai belligeranti”.

I 27 ministri della Difesa Ue esamineranno la proposta nel vertice informale di Cipro la prossima settimana. Molti Paesi membri temono che l’allargamento della missione, con la guerra ancora in corso, possa finire per trascinare l’Europa intera nel conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

In caso di intesa tra i Ventisette membri della Ue, scrive la Reuters, l’attuazione della missione di sminamento potrebbe richiedere da quattro a sei settimane. In quel caso gli Stati membri, ha sottolineato la Kallas, dovranno «potenziare» le capacità militari e navali attualmente messe a disposizione dell’operazione Aspides.

Sulla catena delle decisioni pesa però un convitato di pietra: l’Iran, che fino a oggi ha lasciato intendere di non gradire affatto la presenza di unità navali straniere nello Stretto di Hormuz, quelle europee incluse. Ci è già passato, nel lontano 1987, e anche allora non aveva gradito... ma era molto più debole, essendo sfiancato dai quasi otto anni di “guerra per procura” scatenata nel 1980 dall’Iraq con il sostegno Usa e occidentale.

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21/04/2026

Con l’ONU o senza. La missione dei “Volenterosi” a Hormuz è un atto di guerra

Le parole che Crosetto ha affidato al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat e al Corriere della Sera mettono in chiaro l’avventurismo bellicista dei “Volenterosi”, nel tentativo spasmodico di contare qualcosa in uno scenario internazionale in cui le potenze del Vecchio Continente hanno dimostrato di contare poco o nulla, diventando tuttavia bersagli per la complicità strutturale con l’imperialismo statunitense.

Dopo il vertice di Parigi, il titolare della Difesa ha delineato i contorni tecnici dell’eventuale impegno italiano. Da venti giorni, due navi cacciamine sono in stato di pre-allerta. Sarebbe questo l’apporto italiano alla missione che dovrebbe essere finalizzata a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ad una condizione operativa imprescindibile: solo quando ci “sarà una tregua e quando saranno finite le ostilità”.

Innanzitutto, qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che una tregua non è una pace, ma lasciamo da parte le sottigliezze lessicali. L’Italia, ribadisce Crosetto citando addirittura la Costituzione, non entrerà in guerra, ma interverrà con altri partner per un’operazione di sicurezza marittima. E per qualsiasi azione il governo passerà dalle Camere, ha assicurato, ma ha anche aggiunto: “non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo”.

Ed è qui che c’è l’inganno. Non solo perché Crosetto sta invocando una sorta di unità nazionale da tempi di guerra, nonostante le varie rassicurazioni, ma perché il nodo del contendere è proprio la legittimità che potrebbe avere un’operazione del genere. Perché solo un mandato dell’ONU ne avrebbe i crismi, ma il ministro della Difesa ha detto che sono pronti a portarla avanti, con o senza le Nazioni Unite.

“Se l’Onu per caso fosse bloccato, se porto 42 Paesi o 32 o 48 Paesi a fare una missione internazionale, il diritto internazionale è ampiamente garantito”. Purtroppo, un’affermazione del genere può essere considerata sensata solo da un rappresentante del governo di cui il responsabile degli Esteri ha detto chiaro e tondo che il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”.

Mettiamo in chiaro un paio di elementi preliminari. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le navi godono del diritto di transito inoffensivo e non può esserne ostacolato il passaggio. Secondo alcuni analisti, la rimozione di mine per garantire questo transito è considerata un’operazione tecnica di sicurezza, non necessariamente un atto di guerra.

Però, parliamo di mine poste nello Stretto per impedire le operazioni militari della “coalizione Epstein”, che ha aggredito l'Iran contro ogni norma del diritto internazionale. Giustamente, Teheran ricorda che l‘uso della forza senza mandato ONU è illegale, ma che nel suo caso si tratta della legittima difesa, indicata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Insomma, quelle mine sono lì per difendersi da un’aggressione illegale, e pensare di poter arrivare e toglierle rivendicando un’operazione tecnica sa di presa per i fondelli, se non di diretta complicità nell’escalation bellica promossa da USA e Israele. Certo, ci possono essere sfumature sull’interpretazione del diritto internazionale, ma proprio per quello esiste un organismo multilaterale come l’ONU: per dare una legittimazione, teoricamente riconosciuta da tutti i membri, a interventi su dossier delicati come questo.

Dire che semplicemente basta mettere insieme un numero di paesi significativo (quale sia questo numero non è scritto da nessuna parte) per dire che si tratta di una forza multilaterale di pace, come ha fatto Crosetto, significa promuovere un approccio di multilateralismo selettivo che ha caratterizzato, ad esempio, l’amministrazione Biden, ed esprime il carattere critico di quello che viene definito Rule-Based Order: un sistema in cui le regole vengono rispettate solo se coincidono con gli interessi occidentali. Parola del primo ministro canadese.

C’è poi il nodo storico. Crosetto non può vendere al resto del Mondo l’idea che si possa portare avanti un’operazione del genere anche senza mandato ONU, perché senza mandato sono state portate avanti alcune delle aggressioni più devastanti concepite e attuate dalla NATO. Basti pensare alla Serbia nel 1999 e poi all’Iraq nel 2003. La delegittimazione dell’ONU e del suo ruolo in quanto garante del diritto internazionale è stata operata dall’Occidente, e ora Crosetto e la UE non se lo possono intestare.

In maniera strumentale, proprio sulla pretesa di essere i tutori del diritto internazionale, le capitali europee vogliono tentare di assumere un profilo autonomo nella diplomazia internazionale, in relazione all’attuale crisi. Eppure, ancora una volta, l’unico strumento che trovano è quello dell’interventismo militare. Non è un caso che per inserirsi nella questione dello Stretto, Crosetto abbia accennato alla possibilità di promuovere un’estensione della missione europea Aspides, attualmente attiva nel Mar Rosso.

Anche questo è un nodo non facile da sciogliere. Un allargamento del raggio d’azione di Aspides verso il Golfo Persico richiederebbe l’unanimità dei 27 stati membri e nuove regole d’ingaggio. E comunque rappresenterebbe un estensione dell’orizzonte militare della UE, parte integrante della proiezione sul Mediterraneo Allargato, considerato come un settore strategico da Bruxelles. In sostanza, si tratterebbe di un’ulteriore azione imperialista, che non può certo essere vista come “missione di pace” da Teheran.

Ma forse il principale nemico di questo avventurismo bellico potrebbe essere Trump. Crosetto minimizza le tensioni del governo con The Donald, dicendo che qualcuno gli spiegherà “le regole di ingaggio” dell’ipotetica rinnovata missione Aspides. Ma alla Casa Bianca potrebbero considerarla come una dimostrazione di eccessiva autonomia degli “alleati/vassalli”, proprio nel momento in cui il tycoon ha messo sotto osservazione la funzionalità della NATO.

Infine, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: quello che propongono i “Volenterosi” è invischiarsi direttamente in una guerra, anzi in un’aggressione imperialista. Su questo terreno è necessario promuovere agitazione e mobilitazione, dal punto di vista di un’alternativa sistemica, di rottura con la tendenza alla guerra dell’imperialismo. Crosetto ha imbellettato l’entrata diretta nel conflitto, e noi dobbiamo opporgli una strenua resistenza antimperialista e contro la guerra.

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07/04/2026

L’ultimo bluff, verso l’atomica

Come si fa a distruggere un Paese grande come l’Europa occidentale e con 93 milioni di abitanti, industrialmente e scientificamente avanzato, peraltro sotto bombardamenti intensi da quasi 40 giorni?

La domanda è sollevata dall’ultima minaccia sparata da Donald Trump nel corso della conferenza stampa convocata per celebrare il salvataggio di entrambi i piloti del F-15E abbattuto nel sud-ovest dell’Iran – di cui si continuano a nascondere sia i nomi che i volti – nel caso Teheran non accetti le sue proposte entro stasera alle 20, ora di New York.

Le risposte possibili sono soltanto due.
1) Visto il dispositivo militare organizzato nel Golfo, che unisce le basi militari Usa lì presenti (tutte molto danneggiate e «di fatto inabitabili», secondo molti osservatori) e la flotta inviata nell’Oceano Indiano, più l’entusiastica partecipazione israeliana che concepisce lo sterminio come un «obbligo divino», l’escalation con armi convenzionali può consistere nella «riclassificazione degli obbiettivi legittimi». Ossia nel definire «dual use», e quindi bombardabile, qualsiasi infrastruttura civile che possa essere utilizzata anche dalle forze militari. Dunque ponti, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione dell’acqua, università (oltre 30 quelle già bombardate) e via fantasticando.

Non è difficile capire che acqua, energia e cultura sono elementi di base della vita umana, che per forza di cose servono alla società e quindi anche alle sue strutture di difesa. Definirle «dual use» – per decisione unilaterale, fuori da ogni trattato internazionale e dalla Convenzione di Ginevra – è già di per sé un crimine di guerra. Un’intenzione genocida.

2) L’uso dell’arma atomica, che peraltro soltanto gli Stati Uniti hanno utilizzato (due volte, contro il Giappone nell’agosto del 1945) e che solo un Paese non vede l’ora di sganciare sull’Iran: Israele.
Al momento, tutti i media statunitensi riferiscono che il Pentagono sta velocemente procedendo alla prima ipotesi, aggiornando così l’elenco degli obbiettivi dei prossimi attacchi.

Del resto Pete Hegseth, lo psicopatico che ha assunto il ruolo di «ministro della guerra», aveva già licenziato buona parte del personale addetto a consigliare i generali sui limiti di legalità internazionale entro cui doveva svolgersi la loro attività. Ora possono «programmare» crimini di guerra senza problemi...
 
Le cosiddette «trattative»

Un punto chiave da capire è che la proposta di tregua “per 45 giorni” è partita dagli Stati Uniti. E che Teheran la rigettata. 

Nonostante non siano stati resi noti i dettagli del «piano in 15 punti» proposto dagli Usa, si sa che in pratica sono una richiesta di resa senza condizioni. Cui Teheran, tramite il gruppo di Paesi mediatori guidato dal Pakistan, ha già risposto con un proprio «piano in 10 punti» sostanzialmente contrapposto. Distanze così grandi non fanno vedere possibilità di accordo in tempi così brevi (le 20 di stasera).

Dunque ci si deve attendere l’avvio degli attacchi tesi a «riportare l’Iran all’età della pietra». Cui Teheran ha già dimostrato di poter rispondere facendo quasi altrettanto con i paesi del Golfo che ospitano basi Usa, oltre che ovviamente con Israele.

Del resto, per usare il linguaggio da giocatore di poker usato abitualmente da Trump, «le carte in mano» sono sempre le stesse; ai suoi bluff Teheran ha sempre risposto con un «vedo» che costringeva gli Usa a rilanciare con un bluff ancora più grande.

Anche l’«asso nascosto» che doveva essere rappresentato dal sequestro-lampo dell’uranio arricchito nei laboratori di Isfahan gli si è bruciato in mano, lasciando nel deserto i resti di aerei ed elicotteri, oltre – secondo alcune fonti locali non confermate – qualche soldato.

Gli iraniani hanno mostrato in tv il documento bruciacchiato di tale Amanda M. Ryder, maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Il Pentagono ha rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti in proposito.

Della “riapertura dello Stretto di Hormuz” quasi non si parla più, visto che in realtà è già aperto per i “paesi amici”, mentre per quelli neutrali – compresi Francia e Giappone – basta mettersi d’accordo e pagare un pedaggio di un dollaro per ogni barile di petrolio trasportato.

I possibili sviluppi

L’attuale amministrazione Usa è tatticamente imprevedibile. Si muove infatti fuori da ogni limitazione che era stata concepita per condurre anche la guerra nell’alveo delle attività «regolate». Fuori e contro ogni legislazione internazionale, vista come un ostacolo all’imposizione dei propri interessi.

Si è insomma creato uno scarto gigantesco tra ciò che una superpotenza in crisi di egemonia è «costretta a fare» sul piano strategico per cercare di arrestare il proprio declino, e il «come farlo». Ogni mossa di rilancio è una forzatura di regole ed equilibri, una violazione di «linee rosse» da cui non si può tornare indietro nemmeno volendo.

In cui anche la tattica del bluff – «o fate quel che dico o scatenerò l’inferno», in puro stile mafioso – ha un suo limite intrinseco: ripetuta troppe volte diventa un rumore di fondo cui è inutile dar credito, fino al momento in cui ci si gioca tutto per esser presi sul serio e uscire dall’impasse.

L’azzardo statunitense nell’aprire l’aggressione all’Iran è ora piuttosto evidente. I calcoli erano sbagliati, la resistenza e la capacità di reazione ampiamente superiori al previsto, la solidità del rapporto tra popolazione e regime politico (al di là delle ampie e note differenze di vedute) molto superiore a quella raccontata da media compiacenti e fondamentalmente ignoranti.

Ora, per Trump e gli Usa, è arrivato il momento di scegliere tra una sconfitta in qualche modo travestita da successo – sulla falsariga del «fallito furto dell’uranio» mascherato da «recupero vincente dei piloti» – ed escalation senza limiti. E senza garanzia di successo.

In fondo a questa successione di bluff ed attacchi più violenti (ossia indiscriminati) si comincia ad intravedere un fungo atomico. Di lì in poi la storia del mondo prende un’altra piega...

Fonte

30/03/2026

Se gli Usa mettono “gli scarponi nel pantano” iraniano…

Un mese di guerra e la situazione si complica. L’unica buona notizia è che Trump e Netanyahu non hanno un solo alleato convinto che sia stata fatta una scelta intelligente con la guerra aperta all'Iran. Poi, certo, il codazzo dei servi è sempre nutrito, ma tra una partecipazione entusiasta e qualche aiuto di contorno la differenza è grande.

Va fatto notare ai tanti distratti che il tycoon doveva andare in Cina per discutere un ampio ventaglio di questioni che contrappongono gli interessi dei due paesi, ma l’appuntamento è slittato da marzo ad aprile e poi – per ora – al nove maggio.

Non serve un traduttore per intuire che Xi Jinping non è disposto ad incontrarlo mentre sta ancora bombardando un paese con cui ha stretto da anni accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi e costituiva una tappa importante del progetto “Nuova via della seta”.

Ma la strada che gli Usa hanno preso per il momento sembra quella di una nuova dose della stessa droga, che in una guerra viene definita escalation e nelle tossicodipendenze non sappiamo.

Stando alla sintesi fatta dal ministro degli esteri iraniano, Araghchi, “gli Stati Uniti dicono pubblicamente di volere una trattativa, ma segretamente stanno mandando truppe per attaccarci anche via terra”. E bisogna dire che le informazioni in mano a Teheran sembrano di solito piuttosto serie.

Ad esempio, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, rivendicando il bombardamento di “un magazzino a Dubai che custodisce sistemi anti-droni provenienti dall’Ucraina, destinato ad assistere l’esercito americano” ha precisato che “21 ucraini erano presenti anche in quella posizione”, ma di non avere informazione sulla loro sorte.

Numeri netti, fino alla singola unità, non cifre buttate lì per fare sensazione... 

Una verifica arriva pure dal “colpo grosso” portato alla base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, dove tra l’altro è andato distrutto un E-3 Sentry AWACS (aereo da sorveglianza, comando e controllo), indispensabile per coordinare gli attacchi e allertare le difese, dopo che diversi radar a terra erano stati distrutti. Non è una vanteria, visto che le foto del rottame sulla pista hanno fatto il giro del mondo.

Non migliore pubblicità ha fatto la portaerei Gerald Ford, “la più grande del mondo”, costretta a ritirarsi dall’Oceano Indiano ufficialmente a causa dell’intasamento dei bagni e di un incendio nel reparto lavanderia che però avrebbe costretto a ricorre alle cure mediche ben 200 marinai. L’immenso ferrovecchio è ora in un porto della Croazia per riparazioni urgenti, che dureranno ovviamente settimane, almeno.

Eppure tutte le fonti danno ormai per deciso un attacco anche a terra, prendendo di mira le isole iraniane nel Golfo Persico – soprattutto Kharg, terminale petrolifero principale – e le coste dello Stretto di Hormuz.

Sul punto gli scettici sono praticamente una maggioranza bulgara. Il centro studi statunitense FDD, di area repubblicana, afferma che la “conquista dell’isola iraniana di Kharg rischia di rivelarsi un fallimento, in quanto comporterebbe pesanti perdite a fronte di minimi vantaggi operativi o strategici, che potrebbero essere conseguiti in modo più efficace con altri mezzi”.

Le ragioni militari sono chiare: conquistare l’isola, appena 20 km quadrati, sarebbe abbastanza facile, ma le truppe resterebbero poi facile bersaglio per droni e missili iraniani, con la costa ad appena 30 km e tempi di percorrenza troppo stretti per attivare eventuali difese.

La logistica per mantenere funzionante la “testa di ponte” sarebbe molto costosa e a forte rischio di essere colpita, dovendo per forza di cose atterrare o approdare sull’isola. Lo stesso vale per tutte le altre isole e a maggior ragione per le montagne che dominano lo Stretto.

Le perdite umane sarebbero alte, probabilmente, annullando l’effetto “vittoria schiacciante” che Trump sta manifestamente cercando per poter chiudere la guerra senza apparire un deficiente. Ma se non ottiene un risultato “vendibile” sarà costretto a cercare qualche altro obbiettivo similare (si parla delle miniere di uranio o dei laboratori nucleari), aumentando costi, rischi e perdite.

Sarebbe insomma la classica escalation “alla vietnamita”, che fa ritrovare la superpotenza inchiodata in una situazione lose-lose, con gli stivale nel pantano, in cui perdi qualsiasi cosa tu faccia. La peggiore, per un’amministrazione che pretende di dominare il mondo... 

I problemi ci sono infatti soprattutto in casa. Manifestazioni “No Kings” a parte, tutto sommato ritenute “ignorabili” alla Casa Bianca, si sta lentamente sfaldando il consenso “Maga” intorno ad una politica bellicista che è l’esatto contrario di quel che Trump aveva promesso in campagna elettorale. Anche perché, ideologia a parte, gli elettori fanno i conti con il prezzo della benzina ormai vicina ai 5 dollari al gallone (quasi 4 litri, ma negli Usa non ci sono le accise e un prezzo di 3 dollari era già considerato “alto”).

Aggiungeteci gli agricoltori – altra pezzo importante del “blocco sociale” reazionario Usa – che vedono sparire i margini di guadagno sia per l’aumento dei carburanti che dei fertilizzanti.

Uno smottamento del consenso già registrato nei sondaggi – il “gradimento” di Trump è sceso al 36% – ma che alle elezioni di midterm, a novembre, rischia di essere ancora peggiore mettendo insieme una riduzione dell’affluenza “Maga” al voto e una reazione di rifiuto dei “repubblicani perbene”. Ma senza maggioranza al Congresso, Trump diventa un'“anatra zoppa” oppure tenta un golpe comunque traumatico e problematico.

Ci sono tanti modi di perdere una guerra. E la storia Usa è un vero manuale, in questo senso...

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25/03/2026

Financial Times: L’approccio di Netanyahu è la ricetta per una guerra perpetua

La decisione di entrare in guerra con l’Iran è stata impopolare negli Stati Uniti. Ma in Israele, il conflitto gode di un sostegno schiacciante, con oltre l’80% dell’opinione pubblica favorevole all’attacco.

Nessuno si è impegnato più del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per dimostrare che l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Il giorno dopo i primi raid aerei su Teheran, ha esclamato che l’attuale “coalizione di forze” – intendendo la partecipazione dei soli Stati Uniti – permette loro di raggiungere ciò per cui lui si batte da 40 anni.

Ma la verità è che la guerra tanto attesa tra Netanyahu e l’Iran non ha migliorato la sicurezza di Israele; al contrario, la mette a rischio nel lungo periodo.

Ci sono due ragioni principali per questo. In primo luogo, il forte sostegno bipartisan negli Stati Uniti è stato, per decenni, la maggiore garanzia della sicurezza di Israele. Tuttavia, le azioni del governo di Netanyahu, prima a Gaza e ora in Iran, stanno minando questo sostegno.

Il secondo motivo è che tutti gli indizi puntano a una guerra fallimentare con l’Iran. La vittoria “rapida e decisiva” di cui hanno parlato sia Trump che Netanyahu non si è concretizzata. Al contrario, la guerra si è intensificata in modi che né gli Stati Uniti né Israele avevano previsto, con l’Iran che ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz.

La prosecuzione della guerra rappresenta una minaccia diretta per i soldati e i civili israeliani, come dimostrato dai missili iraniani che hanno colpito in particolare una città nel sud di Israele lo scorso fine settimana [in realtà sia Arad che Dimona, centri della ricerca nucleare nel Negev, ndr]. Inoltre, metterà ulteriormente a dura prova la vitale alleanza israelo-americana.

I sostenitori di Netanyahu sostengono che l’Iran rappresentasse una minaccia esistenziale per Israele, lasciando al primo ministro nessuna altra scelta se non quella di ignorare altre questioni e agire. Tuttavia, alcuni dei principali osservatori israeliani degli affari iraniani mettono in dubbio l’idea che il programma nucleare della Repubblica islamica costituisse una minaccia imminente.

Danny Citrinovitch, ex capo della divisione di ricerca sull’Iran presso l’Agenzia di intelligence della difesa israeliana, ritiene che la precedente leadership iraniana, la maggior parte della quale è deceduta, fosse “cauta e calcolatrice”.

Secondo quanto riportato, durante i negoziati, è stata sottolineata la disponibilità dell’Iran a ridurre significativamente le proprie scorte di uranio arricchito, un componente chiave per lo sviluppo di armi nucleari. Un analista ha osservato che “i negoziatori americani sembravano incapaci di comprendere appieno le implicazioni tecniche e strategiche di tale offerta”.

Analisti come Citrinovic ritengono che la maggiore minaccia strategica a lungo termine per Israele non sia l’Iran, bensì la potenziale perdita del sostegno americano, da cui Israele dipende. Tale sostegno ha già iniziato a vacillare.

Il 27 febbraio, il giorno prima dell’inizio della guerra con l’Iran, un sondaggio – il primo da quando Gallup ha iniziato a porre questa domanda – ha mostrato che un numero maggiore di americani simpatizzava con i palestinesi rispetto agli israeliani. La brutale campagna israeliana a Gaza, successiva agli attacchi di Hamas dell’ottobre 2013 – che hanno causato la morte di decine di migliaia di civili palestinesi – ha contribuito a questo cambiamento nell’opinione pubblica.

Il candidato che tradizionalmente sostiene Israele incontrerà difficoltà nell’ottenere la nomination del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2028. Gavin Newsom, il favorito, ha definito Israele uno “stato di apartheid”.

Storicamente, Netanyahu si è schierato principalmente con i Repubblicani. Tuttavia, il sentimento anti-israeliano, che si sta evolvendo in vero e proprio antisemitismo, si è diffuso ampiamente all’interno del movimento MAGA promosso da Trump. Questo sentimento è stato notevolmente esacerbato dalla guerra con l’Iran e dalle dimissioni di Joe Kent, il capo della lotta al terrorismo di Trump, che ha accusato Israele di aver trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.

“Se gli Stati Uniti dovessero essere trascinati in una guerra con l’Iran che costasse vite americane e danneggiasse l’economia, la reazione negativa contro Israele si intensificherebbe”.

In realtà, questa ricostruzione degli eventi è fin troppo indulgente nei confronti di Trump. È del tutto possibile che un presidente americano rifiuti la richiesta di guerra all’Iran avanzata da un primo ministro israeliano. Sia Barack Obama che Joe Biden lo hanno fatto. Ma Trump è caduto in una trappola. Una rapida vittoria sull’Iran avrebbe potuto preservare, o addirittura rafforzare, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele. Ma se gli Stati Uniti fossero stati trascinati in un pantano che costasse vite americane e danneggiasse l’economia, la reazione contro Israele si sarebbe intensificata.

Di conseguenza, è del tutto prevedibile che sia il candidato democratico che quello repubblicano alle elezioni presidenziali del 2028 chiederanno una riduzione del sostegno a Israele. Questo rappresenterebbe un disastro strategico per gli israeliani, che da tempo dipendono fortemente dal supporto politico e militare americano.

Dall’attacco di Hamas contro Israele, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele oltre 16 miliardi di dollari in aiuti militari diretti, tra cui bombe, munizioni e missili intercettori, fondamentali per respingere gli attacchi iraniani.

La formidabile macchina militare israeliana ha inoltre permesso a Netanyahu di promuovere un pericoloso mito, secondo il quale l’unico modo per raggiungere una sicurezza duratura sia attraverso la guerra.

Ma le vittorie militari che Netanyahu ha presentato all’opinione pubblica israeliana come “decisive” si sono rivelate non essere affatto tali.

Hamas rimane saldamente radicato a Gaza. L’assassinio dei leader di Hezbollah nel 2014 non ha eliminato la minaccia rappresentata dal gruppo militante libanese, e Israele è ora tornato a condurre una guerra su vasta scala in Libano. Dopo gli attacchi al programma nucleare iraniano dello scorso giugno, Netanyahu ha dichiarato una “vittoria storica” ​​che sarebbe durata “per generazioni”. Eppure, eccoci qui.

Netanyahu condanna costantemente coloro che hanno auspicato colloqui con l’Iran e i palestinesi, definendoli ingenui e ingannevoli. In realtà, i canali politici e diplomatici rappresentano l’unica strada percorribile a lungo termine per garantire la sicurezza di Israele.

L’approccio di Netanyahu è una ricetta per una guerra perpetua, soprattutto considerando il rapido calo del sostegno internazionale a Israele, compresi gli Stati Uniti. Questa è una ricetta per il disastro.

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19/03/2026

Servi pronti ad entrare in guerra

Il “distacco” dei servi dal padrone yankee è durato appena 48 ore. Il tempo che ci è voluto per un breve giro di telefonate presumibilmente non proprio amichevoli per ordinare di mettersi rapidamente in servizio, zitti e muti.

La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.

Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.

Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.

Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.

“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.

“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.

“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.

Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.

Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.

L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo:  “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.

Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.

L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.

Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.

In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».

Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.

In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.

Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.

Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.

Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...

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17/03/2026

Mai pestare un nido di vespe

Propaganda e realtà, in guerra, sono sistematicamente agli antipodi. Eppure tutti i soggetti in campo continuano a produrre una “realtà inventata” a prescindere dalla sua credibilità.

C’è però un limite, come scoprì “Alì il comico”, il ministro dell’informazione di Saddam Hussein, che continuava a vantare grandi successi irakeni anche mentre l’esercito Usa era fisicamente dietro l’angolo da cui lui parlava.

Non era però mai accaduto – a nostra memoria – che lo stesso produttore di propaganda sfornasse in contemporanea due “realtà inventate” che facevano a cazzotti l’una con l’altra. Trump e la sua amministrazione hanno stabilito questo nuovo record.

Al 17° giorno di guerra, senza altri risultati clamorosi oltre l’omicidio dell’imam Ali Khamenei, il tycoon ha prima assicurato che la vittoria è praticamente già stata conseguita – “Abbiamo essenzialmente decimato l’Iran... Non hanno marina, nessuna contraerea, nessuna aeronautica, è tutto sparito. L’unica cosa che possono fare è creare un po’ di problemi mettendo una mina in acqua. Una seccatura...” – e contemporaneamente ha chiesto una “coalizione” internazionale per eliminare la “seccatura” ed assicurare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Se fosse vera la prima affermazione, sarebbe sufficiente impegnare un paio di navi dragamine, che costano pure poco... 

Ironia a parte, lo stallo strategico appare chiaro. Nella guerra sono ufficialmente impegnate tre forze con obbiettivi strategici diversi.

Gli Stati Uniti di Trump volevano un’altra vittoria rapida e indolore per cementare l’immagine di superpotenza senza pari, in grado e in diritto di governare il mondo sulla base della sola forza, si trattasse di dazi o di petrolio.

Israele vuole come sempre la distruzione dell’Iran, unico ostacolo di rilievo nel Medio Oriente (in attesa di vedersela con la Turchia), perché nella visione strategica del suprematismo sionista qualsiasi soggetto diverso può solo scegliere tra sottomissione e genocidio.

L’Iran, con suo particolare sistema sociale-politico-religioso, vuole sopravvivere e vedersi definitivamente riconosciuto il proprio diritto ad esistere.

Quarto protagonista decisivo è l’economia mondiale, che dipende anche dal flusso di petrolio e gas che passa per lo Stretto di Hormuz e chiaramente sta soffrendo per l’aumento del prezzo già maturato e per quello che si annuncia col proseguimento del conflitto.

Quinto protagonista, ma non ultimo, il popolo americano in pieno subbuglio da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, al punto che persino un Federico Rampini è costretto a riconoscere che “mezza America tifa per la sconfitta in questa guerra”. Tirando in ballo il paragone col Vietnam, quando appunto il dissenso interno – esploso con l’alto numero di perdite di un esercito di leva – aveva demolito la possibilità stessa di continuare a combattere.

Con così tanti e diversi soggetti in campo, l’unica possibilità reale di uscirne vincente era quella fornita da una vittoria rapida, poco costosa in termini economici ed umani. E quella non c’è.

Si fa così strada l’idea che oltre ad un’assenza di strategia e di motivazione razionale (perché è stato attaccato l’Iran mentre si stava conducendo una trattativa sul nucleare?), da parte statunitense non si sia proprio capito – né studiato – con chi si aveva a che fare.

L’Iran degli ultimi 50 anni è un sistema molto diverso da quello occidentale. Gli equilibri tra clero, Stato, popolazione, esercito, milizie (Guardie della Rivoluzione, Basiji) obbediscono a logiche e ad una cultura che “non è la nostra”.

L’idea del blitzkrieg che decapitava il vertice e precipitava perciò “il regime” nella confusione, nelle faide di potere interne, fino a ipotetiche rivolte popolari e “cambi di regime”, era disegnata sui “nostri” parametri occidentali. Ma risulta inefficace nei confronti di un “mondo altro”.

Produce danni, morti, dolore – certo – ma non scuote un insieme che ha in 4.000 anni di Storia persiana e nell’Islam sciita due pilastri che escono non solo confermati dall’ostilità dell’Occidente imperialista, che dura da oltre un secolo, ma che includono anche la sofferenza come “prova” dell’essere nel giusto.

Non siamo esperti di religione, ma molti analisti mediorientali spiegano lucidamente questa radicale differenza di impianto e di valori.

A tale proposito scrive Tahar Lamri: “Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava”.

Con questa dinamica secolare alle spalle, si è creato “un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi”

La guerra in cui si va impantanando Trump assomiglia perciò in qualche modo al Vietnam perché vede in campo opposto sia un esercito regolare che “movimenti guerriglieri”, in Iran come altrove (Iraq, Siria, Libano, Yemen, con consistenti presenze potenziali anche negli stati arabi del Golfo).

Paradossalmente ma non troppo, è più semplice abbattere o mutilare uno Stato simil-occidentale che non un insieme decentrato e ulteriormente “decentralizzabile”, unificato idealmente da un credo comune e da una figura di riferimento – l’imam, il clero in genere – che funziona da collante identitario-culturale, più che da governo militare o amministrativo.

Non hanno capito con che cosa avevano a che fare perché il suprematismo occidentale – soprattutto in versione apertamente razzista e sionista – vede tutti gli altri sistemi come “copie imperfette” del proprio. Quindi attaccabili come si attaccherebbe un proprio simile, disposto secondo gli stessi schemi e valori. Ma il suprematismo acceca, non vede né prevede differenze che sono anche ostacoli.

Non sappiamo se Trump e i suoi, a questo punto, comincino a sentire il “rimorso dell’investitore” – il rammarico di aver comprato un titolo che scende, invece di salire – ma di certo serpeggia ormai il dubbio di aver poggiato il piede su un gigantesco nido di vespe. Puoi ammazzarne tante, ma non puoi vincere davvero, se non andando via. E di corsa.

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16/03/2026

Una coalizione “a là carte” per Hormuz

La cronaca di guerra comincia cadere nella ripetizione quotidiana, con ondate di raid aerei israeliani e statunitensi sull’Iran e analoghe ondate di droni e missili contro basi militari Usa nei paesi del Golfo e naturalmente su Israele. Il conto ufficiale di queste ultime ha superato le 50, e per la prima volta, ieri, l’Iran comunica di aver usato il modello Sejjil, a lunga gittata (2.000 km) e a combustibile solido... 

Washington e Tel Aviv dicono di star attaccando i “centri di comando” dei pasdaran e dell’esercito regolare di Tehran, a partire dai lanciamissili mobili, ma contemporaneamente – e da giorni – ripetono di aver praticamente demolito tutto. Le due cose non stanno insieme, naturalmente.

Quanto ai danni reali – quelli civili si vedono benissimo – qualche dubbio viene. È risaputo che buona parte delle installazioni missilistiche e di droni sono disseminate in nascondigli sotterranei sparsi in un territorio montagnoso immenso, difficile persino da mappare.

D’altro canto sarebbe sorprendente se caserme e centri di comando vari fossero ancora “popolati” da soldati in attesa della bomba che li farà fuori. Tant’è vero che lo stesso comando israeliano ha reso noto di aver preso di mira alcuni posti di blocco dei basiji pur di avere la certezza di mirare a qualcosa di visibile... 

Stando così le cose sul campo, l’attenzione si sposta sul piano politico. Le difficoltà nel raggiungere risultati sta spingendo l’amministrazione Usa a cercare – “implorare”, ironizzano i vertici iraniani – una qualche “coalizione di volenterosi” disposti a mandare navi da guerra nel Golfo per garantire il passaggio delle petroliere.

Il piano – o la minaccia – sarebbe quello di occupare fisicamente l’isola di Kharg (il terminale del greggio persiano) e pattugliare lo Stretto di Hormuz (oltre 500 km più ad est) per far passare le petroliere. Mettendo così nel mirino dei droni sia le flotte militari che i tanker commerciali.

L’invito era stato diramato a tutti i paesi che in varia misura hanno bisogno del greggio estratto nel Golfo, Cina compresa. E proprio questo dà la dimensione della gravità del problema nella conduzione della guerra da parte Usa.

Pechino ha risposto diplomaticamente a pernacchie, invitando a sua volta a cessare le ostilità e offrendosi come mediatore, visti gli ottimi rapporti costruiti con tutti i paesi del Golfo, alcuni dei quali sono entrati recentemente a far parte dei Brics+, proprio come l’Iran. Per somma ironia, un funzionario iraniano ha detto alla CNN che il suo Paese potrebbe anche consentire il passaggio sicuro delle petroliere, ma solo se il carico di petrolio venisse scambiato in yuan cinesi e non in dollari statunitensi.

Così, alla fine, l’invito è rimasto come un cerino acceso nelle mani dei soliti “alleati” europei della Nato, a cominciare da Francia e Gran Bretagna.

Occupare Kharg significa “mettere gli scarponi sul terreno”, inviando qualche migliaio di soldati che riuscirebbero abbastanza facilmente nell’intento (l’isola è grande appena 20 km quadrati), ma poi per la stessa ragione resterebbero facile bersaglio delle migliaia di droni lanciati dalla terraferma. E contare le bare avvolte nella bandiera è il peggiore incubo di qualsiasi presidenza, Usa e non solo...

D’altro canto con lo Stretto chiuso il prezzo del petrolio è destinato a crescere con il passare dei giorni. Le uniche petroliere che passano senza problemi sono quelle destinate a Cina, India e altri paesi amici o neutrali. Mentre di fatto non passa una goccia destinata ai mercati occidentali.

Così l’“invito” è diventato un “ordine”. Trump ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One che “pretende” che i Paesi della NATO e altre nazioni importatrici di petrolio aiutino gli Stati Uniti a mettere in sicurezza Hormuz. “La maggior parte di questo petrolio non è nostro, va ad altri Paesi. Quindi se lo vogliono e vogliono che il prezzo scenda, devono aiutare”, ha spiegato un funzionario Usa.

Domenica – riporta Axios – Trump ha parlato dell’iniziativa con il primo ministro britannico Keir Starmer, ribaltando completamente l’atteggiamento di soli tre giorni prima, quando aveva detto che era “troppo tardi” perché il Regno Unito potesse “dare una mano”. Oggi Starmer ha restituito la scortesia: “Il Regno Unito non si lascerà trascinare in una guerra più ampia. La priorità del Regno Unito rimane la protezione dei propri cittadini nella regione, adottando al contempo le misure necessarie per difendere se stesso e i propri alleati”.

Va da sé che aderire alla “coalizione” significa entrare in guerra con l’Iran ed esporre tutti i propri interessi nel Golfo a possibili attacchi, a qual punto pienamente legittimi anche dal punto di vista del defunto diritto internazionale.

Comprensibili, quindi, le molte esitazioni di leader impopolari anche nel loro paese (Starmer e Macron sono agli sgoccioli, Merz ha subito detto “no, grazie” per non arrivare allo stesso punto). Al che Trump ha cambiato tono minacciando che “Se non ci sarà risposta o se sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO”, ha detto al Financial Times.

“La guerra in Iran non ha nulla a che vedere con la NATO”, ha dichiarato un portavoce del governo tedesco. “Finché questa guerra continuerà, non ci sarà alcuna partecipazione, nemmeno in alcun tentativo di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz con mezzi militari”. Anche la Grecia, più modestamente, ha detto la stessa cosa tramite il portavoce del governo, Pavlos Marinakis.

Rivelatrice delle difficoltà è una dichiarazione ufficiale di un alto funzionario della Casa Bianca: “Il presidente non resterà ad aspettare lasciando che siano gli iraniani a dettare il ritmo del conflitto”.

Succede a chi conta eccessivamente sulla propria forza militare, ha una visione “coloniale” e suprematista del mondo, e quindi sottovaluta costantemente la complessità gigantesca delle azioni e reazioni che si mettono in moto quando si cerca di “cambiare radicalmente il gioco”.

Difficoltà – e cecità – che si ripercuote anche nell’assetto politico interno agli Stati Uniti.

Il presidente della Commissione federale per le comunicazioni, Brendan Carr, ha minacciato di revocare le licenze delle emittenti statunitensi a causa del mondo in cui parlano della guerra contro l’Iran. Il giorno prima il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva preso di mira la CNN e auspicato l’arrivo di un proprietario più favorevole.

Lo stesso Trump ha scritto domenica sera su Truth di essere “entusiasta” che Carr stia “riesaminando le licenze” di alcune “organizzazioni di ‘notizie’ altamente antipatriottiche”.

La libertà di stampa negli Usa era già stata sostanzialmente messa in discussione da alcune operazioni finanziarie (Jeff Bezos, padrone di Amazon, ha per esempio acquistato lo storico Washington Post e ne ha rovesciato subito l’orientamento politico-culturale). Ma ora l’attacco punta direttamente a chiudere le testate che non sposano al 100% la “linea Trump”.

Fine degli alibi per i servi imbecilli di casa nostra, che ci raccontano da 80 anni ogni guerra d’aggressione Usa come una “difesa della democrazia”.

In aggiornamento

55° ondata di missili su basi di Usa e Israele

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato l’avvio della 55ª ondata dell’operazione “True Promise 4”. Nello specifico, gli obiettivi erano i centri di produzione di armi militari e i centri di rifornimento in volo della Israeli Aerospace Industries (IAI) a Tel Aviv e Ben Gurion.

Inoltre sono stati presi di mira i centri militari statunitensi presso la base aerea di Al Dhafra, la base navale di Al Juffair e la base aerea di Sheikh Isa, utilizzando missili a medio raggio a propellente solido e a guida di precisione modelli Fateh, Zulfiqar e Dezful, oltre a droni intelligenti e kamikaze.

Nella stessa ondata, la Guardia ha anche lanciato missili ipersonici superpesanti a guida di precisione dei tipi “Fattah”, “Emad” e “Qadr”, supportati da droni kamikaze. Parallelamente, la Guardia Nazionale ha annunciato che la sua difesa aerea ha abbattuto un drone Heron nei cieli di Teheran e un altro drone Hermes 900 nella città di Jam, nel sud del Paese.
 
La svalvolata rispose: “l’UE discuterà su come mantenere aperto lo Stretto di Hormuz”

Gli Stati membri dell’UE discuteranno su cosa si possa fare, dal punto di vista europeo, per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, ha dichiarato Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’UE.

“È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ed è per questo che stiamo discutendo anche di cosa possiamo fare a questo proposito dal punto di vista europeo”
, ha affermato, parlando con i giornalisti prima di una riunione della commissione affari esteri dell’UE a Bruxelles. Del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli non più fino parlare...

Iran: “Lo Stretto di Hormuz non è aperto a chi ci vuole colpire”

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz non sarà aperto a nessun Paese che intenda colpire l’Iran. Il passaggio delle navi attraverso lo stretto avverrà in condizioni speciali a causa di quella che ha definito l’insicurezza creata da Israele e dagli Stati Uniti nella regione, aggiungendo che le forze armate iraniane controllano il passaggio e nessun Paese può utilizzarlo per lanciare attacchi contro l’Iran.

Ha aggiunto che l’Iran, in quanto paese costiero, ha il diritto di adottare le misure necessarie nello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza nazionale e impedire a quelli che ha definito aggressori di utilizzare impropriamente la via navigabile. Baghaei ha affermato che l’Iran è stato storicamente il garante del passaggio sicuro attraverso lo stretto, ma ha incolpato gli Stati Uniti e Israele per aver creato le condizioni attuali.

Idf: “abbiamo avviato operazioni di terra ‘limitate’ nel Libano meridionale”

L‘esercito di occupazione israeliano ha annunciato l’inizio di un’operazione di terra “limitata” contro le posizioni di Hezbollah nel Libano meridionale, con l’obiettivo di “rafforzare le difese avanzate e smantellare le infrastrutture militari”.

Ha affermato che “le forze della 91ª Divisione hanno avviato nei giorni scorsi operazioni di terra mirate a posizioni chiave nel Libano meridionale”.

Sul campo, l’esercito di occupazione sta tentando da giorni di avanzare nel Libano meridionale, mentre i combattenti di Hezbollah continuano a respingere le incursioni israeliane, in particolare nell’asse strategico della città di Khiam, dove i combattenti della resistenza sono impegnati in feroci scontri a distanza ravvicinata con armi leggere, medie e lanciarazzi, imponendo perdite alle forze israeliane.

Questo nuovo tentativo di conquista terrestre giunge dopo i ripetuti fallimenti dell’occupazione nel tentativo di stabilire nuove posizioni al confine, e coincide con l’intensificarsi degli attacchi missilistici e dei droni di Hezbollah contro le concentrazioni di truppe nelle caserme e negli insediamenti settentrionali, alcuni dei quali si estendono fino a Tel Aviv.

Ciò sottopone le forze israeliane a una pressione di logoramento diretta nei villaggi di confine, che si sono trasformati in una “trappola” per i soldati dell’occupazione e i loro veicoli.

Da parte sua, il Channel 14 israeliano ha rivelato che si sta parlando di una serie di siti militari che l’esercito israeliano intende realizzare nel Libano meridionale, non meno di 18.

Media israeliani: Danni nella “Grande Tel Aviv” causati da missili iraniani...

I media israeliani hanno riferito di aver rilevato lanci di missili dall’Iran verso la “Grande Tel Aviv”, in concomitanza con il suono delle sirene ad Ashdod.

Secondo alcune fonti, a Tel Aviv si sarebbero udite violente esplosioni causate dalla caduta di un missile con testata a frammentazione iraniano, mentre un missile sarebbe caduto nella città di Rishon LeZion e un altro nella regione centrale, con esplosioni registrate in più di una località.

Si è inoltre parlato di un missile caduto nelle vicinanze dell’aeroporto Ben Gurion, oltre al monitoraggio di 10 siti in cui sono caduti proiettili a frammentazione, tra cui un’area vicina all’aeroporto, e dei danni a un edificio a Shoham causati dai missili.

Secondo le segnalazioni, si sarebbero registrati feriti tra gli israeliani nella regione centrale e danni materiali.

Il Ministero della Salute israeliano ha confermato che 142 israeliani sono stati ricoverati in ospedale nelle 24 ore successive al bombardamento iraniano.
 
Un ex ufficiale dell’Idf esorta alla diplomazia per evitare un pantano militare in Libano

Yair Golan, leader dei Democratici di centrosinistra ed ex vice capo dell’esercito israeliano, afferma che non si dovrebbe permettere al governo israeliano di trascinare il Paese “in una guerra senza fine” in Libano, come ha fatto a Gaza.

“Conosco il Libano. Sono stato il comandante del Comando Nord. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera professionale lì, come combattente e comandante”, ha dichiarato su X, aggiungendo “E lo dico chiaramente: dobbiamo esaurire ogni opzione diplomatica prima di mandare le divisioni nel pantano libanese”.

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