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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/06/2026

La Ue gioca con il fuoco nel Mediterraneo e l’Ucraina danneggia i propri alleati

Non sarà senza conseguenze l’ultima decisione con cui l’Unione Europea intende aumentare la pressione economica contro la Russia.

L’Unione ha infatti autorizzato le proprie navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. L’annuncio è arrivato dalla solita Kaja Kallas, una degli esponenti europei più guerrafondai in qualità di Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. L’obiettivo, secondo la Kallas, è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.

È bene ricordare che l’operazione IRINI era stata lanciata dalla Ue nel Mediterraneo nel 2020 ma con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Con questa decisione il mandato dell’operazione europea viene ampliato, ciò consentirà alle unità navali europee di abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Sempre che quest’ultima accetti di farsi abbordare le proprie navi senza reagire.

La decisione fa il paio con la proposta di estensione del mandato dell’altra missione navale militare europea – Aspides – la quale, dopo il Mar Rosso, vorrebbe intervenire anche nello Stretto di Hormuz, nonostante l’Iran abbia fatto sapere chiaramente che non gradirà la presenza di navi militari straniere.

Insomma nel Mediterraneo come nel Golfo Persico la UE continua a giocare con il fuoco. E “l’incidente” è sempre più a portata di mano, quanto cercato con ossessiva determinazione.

Contestualmente, l’Unione Europea continua a mostrare totale complicità verso le operazioni – e i danni – che l’Ucraina continua a infliggere ai propri alleati europei.

È il caso del sabotaggio al gasdotto North Stream in Germania nel 2022 e del danneggiamento nel Mediterraneo della nave metaniera russa Arctic Metagaz – colpita dai droni marini ucraini e mandata alla deriva lo scorso marzo, per poi approdare in Libia. Adesso sono i droni ucraini che continuano a provocare problemi alla “alleata” Romania (membro della Ue e della Nato).

Dopo la manipolazione smascherata sul caso del drone russo intercettato dagli ucraini e poi caduto in Romania qualche settimana fa, un nuovo caso sta esacerbando la pazienza degli alleati con l’Ucraina.

L’ultimo episodio, di sei giorni fa, è quello del drone marino esploso nel porto rumeno di Costanza che – in questo caso – non era russo, ma ucraino. Anche in questa occasione ad affermarlo è stato il presidente della Romania Nicușor Dan, che non è certo un amico del Cremlino.

Il Ministero della Difesa rumeno il 5 giugno ha riferito che quattro droni sono sfuggiti al controllo delle Forze Armate ucraine. Uno di essi è esploso nel porto di Costanza, il secondo in mare aperto vicino al porto, altri due – a circa 145 km a est della città della Romania.

Pare che l’obiettivo dei droni marini ucraini fosse la petroliera Safeen Elona diretta da Costanza al porto russo di Novorossik dove doveva imbarcare petrolio.

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05/06/2026

La Ue vuole estendere la missione Aspides a Hormuz

L’Unione Europea smania dalla voglia di mostrare “muscoli e bandiera”. L’alto rappresentante della politica estera Ue, Kaja Kallas ha avanzato l’ipotesi che all’operazione Aspides “venga affidato il ruolo principale nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz”, quale contributo dell’Ue agli sforzi della coalizione dei volenterosi nata su impulso anglo-francese.

Come noto l’operazione navale europea Aspides, è stata varata a febbraio del 2024, contro gli attacchi degli Houthi yemeniti verso le navi mercantili israeliane o dirette in Israele di passaggio nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. L’area operativa della missione è estremamente vasta e comprende il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman e il Golfo Persico, malgrado non esista effettivamente un mandato ufficiale che estenda l’operatività allo Stretto di Hormuz.

La missione si fonda su un mandato delle Nazioni Unite e sugli articoli 42, 43 e 44 del Trattato dell’Unione Europea.

A tal fine, però, gli Stati membri devono “potenziare” le capacità attualmente a disposizione dell’operazione. In caso di “accordo” – si legge nella proposta della Kallas, anticipata dalla Reuters e consultata dall’ANSA – l’attuazione della missione potrebbe richiedere 4-6 settimane.

Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) in una nota del 26 maggio ha scritto che “la situazione richiede che l’Unione fornisca un contributo significativo” a una coalizione ad hoc guidata da Francia e Regno Unito, “da concretizzare non appena le condizioni lo permetteranno e separata dai belligeranti”.

I 27 ministri della Difesa Ue esamineranno la proposta nel vertice informale di Cipro la prossima settimana. Molti Paesi membri temono che l’allargamento della missione, con la guerra ancora in corso, possa finire per trascinare l’Europa intera nel conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

In caso di intesa tra i Ventisette membri della Ue, scrive la Reuters, l’attuazione della missione di sminamento potrebbe richiedere da quattro a sei settimane. In quel caso gli Stati membri, ha sottolineato la Kallas, dovranno «potenziare» le capacità militari e navali attualmente messe a disposizione dell’operazione Aspides.

Sulla catena delle decisioni pesa però un convitato di pietra: l’Iran, che fino a oggi ha lasciato intendere di non gradire affatto la presenza di unità navali straniere nello Stretto di Hormuz, quelle europee incluse. Ci è già passato, nel lontano 1987, e anche allora non aveva gradito... ma era molto più debole, essendo sfiancato dai quasi otto anni di “guerra per procura” scatenata nel 1980 dall’Iraq con il sostegno Usa e occidentale.

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24/04/2026

La flotta europea dei “volenterosi” salperà per il Golfo della guerra

Ancora una volta le scelte delle potenze del gruppo dei “volenterosi” non saranno quelle che avrebbero voluto ma quelle che sono costrette a fare. In tal senso l’invio di una flotta europea nello Stretto di Hormuz dove gli USA e Israele hanno scatenato la guerra all’Iran, appare inevitabile.

Il vertice europeo di Cipro ma soprattutto quelli allargati alla Gran Bretagna svoltisi prima a Parigi e poi a Londra, hanno delineato uno scenario in cui i paesi europei non possono – e per molti aspetti non vogliono – sottrarsi dall'infilarsi in un secondo conflitto, questa volta in Medio Oriente, dopo quello in Ucraina.

Le potenze europee sono da sempre quelle più vulnerabili ai rifornimenti energetici dalla regione mediorientale e dallo Stretto di Hormuz in particolare. Gli Usa non hanno questi problemi, ma solo quelli di affiancare Israele nella sua escalation regionale e di mantenere il dollaro come moneta egemone per tutte le transazioni sugli idorcarburi.

Andiamo per ordine.

“Francia e Regno Unito cercano di riempire un vuoto, o almeno di mostrare che esiste ancora una capacità europea di agire nei grandi dossier di sicurezza internazionale senza essere soltanto il riflesso delle decisioni americane” segnala il sito Analisi Difesa“È un messaggio rivolto a Washington, a Teheran, ai mercati e anche all’opinione pubblica interna: l’Europa non resta immobile mentre il 20 per cento del petrolio mondiale passa da uno stretto diventato detonatore di una crisi energetica e finanziaria”.

Gli europei hanno già subito un primo shock energetico interrompendo con le sanzioni le forniture di gas e petrolio dalla Russia. In parte lo hanno fatto unilateralmente – e in modo suicida, aggiungiamo noi – in parte vi sono stati costretti dalle pesantissime ingerenze statunitensi come il sabotaggio che ha messo fuori uso il gasdotto North Stream.

Il risultato, come è noto, è stata l’acutizzazione della recessione economica in Europa, a cominciare da quella tedesca, già intuibile nel 2019, ancora prima della pandemia di Covid-19, che si è rapidamente estesa alle economie di tutta l’area europea.

Un secondo shock energetico come quello provocato dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, sarebbe del tutto insopportabile – se non fatale – per le economie capitaliste dell’Europa.

Riaprire i rubinetti energetici del Golfo e lo Stretto di Hormuz, è dunque una questione “esistenziale” per l’Unione Europea, così come è lo è stato – e potrebbe tornare ad esserlo in caso di estensione del conflitto – il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb in direzione del Canale di Suez e del Mediterraneo.

In questo secondo caso l’Unione Europea ha già reso operativa da due anni la missione navale militare Aspides all’imbocco del Mar Rosso. Di una sua possibile estensione come missione anche nello Stretto di Hormuz si era già parlato nei giorni scorsi, anche perché essendo una missione europea già operativa potrebbe bypassare la copertura dell’ONU che è stata ad esempio già “relativizzata” dal ministro della Difesa italiano Crosetto.

L’amministrazione Trump ha chiesto a quattro Paesi europei – Gran Bretagna Italia, Germania e Olanda – di mettere a disposizione i propri cacciamine per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto ha già indicato le unità navali disponibili all’operazione. Il contributo italiano prevede un gruppo basato su due cacciamine, un cacciatorpediniere antimissili come unità di scorta e una unità logistica.

“Ovviamente non andiamo da soli” – ha dichiarato Berutti Bergotto – “andiamo all’interno di una coalizione internazionale e anche le altre nazioni manderanno cacciamine. In Europa le hanno Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio”.

Quindi della partita non sarebbero solo paesi membri della Ue ma anche la Gran Bretagna, materializzando così la sostituzione decisionale ed operativa da parte del formato dei “volenterosi” rispetto a quella più farraginosa dell’Unione Europea, un formato al quale ha esplicitamente parlato nei giorni scorsi il responsabile della Difesa della Commissione europea Kubilius accennando alla creazione di un Trattato ad hoc per le questioni militari.

Ma anche su questo, diventano decisive per la missione navale dei volenterosi non solo le regole di ingaggio della flotta quanto i suoi obiettivi strategici in un conflitto dalla geometria bellica mutevole.

“Macron insiste sulla neutralità della missione. Ma proprio questo è il nodo più debole dell’intera costruzione” scrive ancora Analisi Difesa. “Una missione occidentale, guidata da due potenze storicamente coinvolte nella sicurezza del Golfo, non sarà mai letta da Teheran come un semplice dispositivo tecnico. Anche se separata formalmente dai belligeranti, essa incide sul rapporto di forze, consolida una certa cornice di sicurezza marittima e manda un segnale politico preciso: l’Europa intende impedire che la leva di Hormuz resti nelle mani di chi può usarla come strumento di pressione strategica”.

Ne deriva dunque che non siamo davanti a una neutralità sostanziale, ma a una neutralità dichiarata per rendere “politicamente digeribile” un’operazione che ha implicazioni chiaramente geopolitiche per la proiezione internazionale dei paesi europei “volenterosi” e per i loro rapporti con i paesi del Medio Oriente, a cominciare dall’Iran e dalle petromonarchie del Golfo, ma non solo. E l’Iran ha già fatto sapere di non gradire affatto una flotta europea ritenuta ostile a Hormuz.

In Italia il governo aveva parlato della cornice di una Risoluzione dell’Onu come condizione preliminare della missione navale nello Stretto di Hormuz. Ma il ministro Crosetto ha già fatto capire che così potrebbe non essere e che la missione andrà fatta comunque.

L’opposizione finora si è trincerata dietro la copertura dell’ONU come condizio sino qua non, ma di fronte ad “una missione di guerra dentro uno scenario di guerra” potrebbe non bastare affatto. Esattamente come era avvenuto per la guerra in Ucraina o per la missione Aspides nel Mar Rosso. Adesso serve il coraggio politico di mettersi per traverso, sul serio.

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21/04/2026

Con l’ONU o senza. La missione dei “Volenterosi” a Hormuz è un atto di guerra

Le parole che Crosetto ha affidato al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat e al Corriere della Sera mettono in chiaro l’avventurismo bellicista dei “Volenterosi”, nel tentativo spasmodico di contare qualcosa in uno scenario internazionale in cui le potenze del Vecchio Continente hanno dimostrato di contare poco o nulla, diventando tuttavia bersagli per la complicità strutturale con l’imperialismo statunitense.

Dopo il vertice di Parigi, il titolare della Difesa ha delineato i contorni tecnici dell’eventuale impegno italiano. Da venti giorni, due navi cacciamine sono in stato di pre-allerta. Sarebbe questo l’apporto italiano alla missione che dovrebbe essere finalizzata a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ad una condizione operativa imprescindibile: solo quando ci “sarà una tregua e quando saranno finite le ostilità”.

Innanzitutto, qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che una tregua non è una pace, ma lasciamo da parte le sottigliezze lessicali. L’Italia, ribadisce Crosetto citando addirittura la Costituzione, non entrerà in guerra, ma interverrà con altri partner per un’operazione di sicurezza marittima. E per qualsiasi azione il governo passerà dalle Camere, ha assicurato, ma ha anche aggiunto: “non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo”.

Ed è qui che c’è l’inganno. Non solo perché Crosetto sta invocando una sorta di unità nazionale da tempi di guerra, nonostante le varie rassicurazioni, ma perché il nodo del contendere è proprio la legittimità che potrebbe avere un’operazione del genere. Perché solo un mandato dell’ONU ne avrebbe i crismi, ma il ministro della Difesa ha detto che sono pronti a portarla avanti, con o senza le Nazioni Unite.

“Se l’Onu per caso fosse bloccato, se porto 42 Paesi o 32 o 48 Paesi a fare una missione internazionale, il diritto internazionale è ampiamente garantito”. Purtroppo, un’affermazione del genere può essere considerata sensata solo da un rappresentante del governo di cui il responsabile degli Esteri ha detto chiaro e tondo che il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”.

Mettiamo in chiaro un paio di elementi preliminari. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le navi godono del diritto di transito inoffensivo e non può esserne ostacolato il passaggio. Secondo alcuni analisti, la rimozione di mine per garantire questo transito è considerata un’operazione tecnica di sicurezza, non necessariamente un atto di guerra.

Però, parliamo di mine poste nello Stretto per impedire le operazioni militari della “coalizione Epstein”, che ha aggredito l'Iran contro ogni norma del diritto internazionale. Giustamente, Teheran ricorda che l‘uso della forza senza mandato ONU è illegale, ma che nel suo caso si tratta della legittima difesa, indicata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Insomma, quelle mine sono lì per difendersi da un’aggressione illegale, e pensare di poter arrivare e toglierle rivendicando un’operazione tecnica sa di presa per i fondelli, se non di diretta complicità nell’escalation bellica promossa da USA e Israele. Certo, ci possono essere sfumature sull’interpretazione del diritto internazionale, ma proprio per quello esiste un organismo multilaterale come l’ONU: per dare una legittimazione, teoricamente riconosciuta da tutti i membri, a interventi su dossier delicati come questo.

Dire che semplicemente basta mettere insieme un numero di paesi significativo (quale sia questo numero non è scritto da nessuna parte) per dire che si tratta di una forza multilaterale di pace, come ha fatto Crosetto, significa promuovere un approccio di multilateralismo selettivo che ha caratterizzato, ad esempio, l’amministrazione Biden, ed esprime il carattere critico di quello che viene definito Rule-Based Order: un sistema in cui le regole vengono rispettate solo se coincidono con gli interessi occidentali. Parola del primo ministro canadese.

C’è poi il nodo storico. Crosetto non può vendere al resto del Mondo l’idea che si possa portare avanti un’operazione del genere anche senza mandato ONU, perché senza mandato sono state portate avanti alcune delle aggressioni più devastanti concepite e attuate dalla NATO. Basti pensare alla Serbia nel 1999 e poi all’Iraq nel 2003. La delegittimazione dell’ONU e del suo ruolo in quanto garante del diritto internazionale è stata operata dall’Occidente, e ora Crosetto e la UE non se lo possono intestare.

In maniera strumentale, proprio sulla pretesa di essere i tutori del diritto internazionale, le capitali europee vogliono tentare di assumere un profilo autonomo nella diplomazia internazionale, in relazione all’attuale crisi. Eppure, ancora una volta, l’unico strumento che trovano è quello dell’interventismo militare. Non è un caso che per inserirsi nella questione dello Stretto, Crosetto abbia accennato alla possibilità di promuovere un’estensione della missione europea Aspides, attualmente attiva nel Mar Rosso.

Anche questo è un nodo non facile da sciogliere. Un allargamento del raggio d’azione di Aspides verso il Golfo Persico richiederebbe l’unanimità dei 27 stati membri e nuove regole d’ingaggio. E comunque rappresenterebbe un estensione dell’orizzonte militare della UE, parte integrante della proiezione sul Mediterraneo Allargato, considerato come un settore strategico da Bruxelles. In sostanza, si tratterebbe di un’ulteriore azione imperialista, che non può certo essere vista come “missione di pace” da Teheran.

Ma forse il principale nemico di questo avventurismo bellico potrebbe essere Trump. Crosetto minimizza le tensioni del governo con The Donald, dicendo che qualcuno gli spiegherà “le regole di ingaggio” dell’ipotetica rinnovata missione Aspides. Ma alla Casa Bianca potrebbero considerarla come una dimostrazione di eccessiva autonomia degli “alleati/vassalli”, proprio nel momento in cui il tycoon ha messo sotto osservazione la funzionalità della NATO.

Infine, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: quello che propongono i “Volenterosi” è invischiarsi direttamente in una guerra, anzi in un’aggressione imperialista. Su questo terreno è necessario promuovere agitazione e mobilitazione, dal punto di vista di un’alternativa sistemica, di rottura con la tendenza alla guerra dell’imperialismo. Crosetto ha imbellettato l’entrata diretta nel conflitto, e noi dobbiamo opporgli una strenua resistenza antimperialista e contro la guerra.

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18/03/2026

Dal Mar Rosso allo stretto di Hormuz. La tentazione di Aspides

La chiusura dello stretto di Hormuz a causa dell’aggressione all’Iran scatenata da Israele e USA, continua a incidere sul traffico di petrolio e gas e a condizionare l’economia mondiale. La richiesta di Trump agli alleati Nato di inviare navi militari per proteggere i traffici nell’area fin qui non sembra essere stata raccolta, se si esclude la Corea del Sud, una timida apertura del Giappone e non specificati paesi arabi.

In questo contesto una apertura è però arrivata dal ministro della Difesa Crosetto secondo cui “come Italia saremmo molto lieti se ci fosse una missione che mette insieme tutto il mondo per garantire il passaggio dell’energia a Hormuz”.

Crosetto, che probabilmente non si è coordinato con il resto del governo, ha precisato che “Non è invece una cosa fattibile quella di mandare delle navi che potrebbero essere interpretate come navi che partecipano alla guerra e non ad un corridoio di pace. Il modo per crearlo è quello di partire magari da un’organizzazione al di sopra delle parti come le Nazioni Unite”.

In tale scenario, a livello europeo è stata evocata la possibilità di una estensione della missione navale-militare “Aspides” in corso dal febbraio 2024 nel Mar Rosso a presidio dell’altra “strozzatura”, quella dello Stretto di Bad el Mandeb che consente l’ingresso nel Mar Rosso e poi la navigazione fino allo stretto di Suez per poi sfociare nel Mediterraneo. Questo snodo strategico è stato oggetto negli ultimi due anni degli attacchi alle navi dirette in Israele del movimento Ansarallah dello Yemen (più noti come Houthi) in solidarietà con i palestinesi di Gaza.

Ma, al momento, la decisione dei Ministri degli Esteri a Bruxelles è stata negativa su un’ipotetica espansione della missione. “Se questo dovesse succedere, Aspides dovrebbe essere una missione completamente diversa” ha detto la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Lo stesso ministro degli esteri Tajani, per ora, si è detto favorevole al “rafforzamento” della missione Aspides ma ha escluso un suo coinvolgimento nello stretto di Hormuz.

Eppure secondo indiscrezioni pubblicate dall’Ansa, la Francia sarebbe al lavoro per portare sul tavolo del Consiglio europeo la proposta di allargare allo Stretto di Hormuz il raggio d’azione della missione Aspides.

L’operazione Eunavfor Aspides è stata lanciata ufficialmente nel febbraio 2024 come risposta europea agli attacchi degli houthi contro il traffico marittimo nello stretto di Bab el Mandeb, concentrandosi sulla protezione delle navi da droni, missili e imbarcazioni telecomandate. Il mandato attuale della missione è destinato a durare almeno fino a marzo 2027

L’area operativa della missione Aspides in realtà è estremamente ampia e oltre al Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, include anche il Golfo di Oman e il Golfo Persico, malgrado non esista effettivamente un mandato ufficiale che estenda l’operatività allo Stretto di Hormuz.

Se a Hormuz transita quasi il 30% del petrolio tra Asia ed Europa, attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb passa circa il 10% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, garantendo la continuità della vigilanza in uno dei passaggi più strategici del commercio mondiale. 

La missione Aspides si fonda sugli articoli 42, 43 e 44 del Trattato dell’Unione Europea, che consentono l’uso di mezzi militari per la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale nel rispetto dei principi della Carta Onu. Dall’avvio dell’operazione, secondo i dati Ue, la missione Aspides ha abbattuto una ventina di droni, distrutto due imbarcazioni telecomandate e intercettato quattro missili balistici.

Sulla carta alla missione partecipano diversi stati europei tra cui Italia, Francia, Grecia, Germania, Belgio, Svezia, Lettonia, Estonia, Finlandia e Paesi Bassi con unità navali o personale a bordo. In realtà i paesi attualmente impegnati sono Italia e Grecia.

In pratica una flotta europea, se pur limitata, sarebbe già nel quadrante critico tra Mar Rosso e Golfo Persico, e la tentazione della UE di ritrovare protagonismo militare in un teatro di crisi è tutt’altro che remota. Visto quello che hanno già combinato sulla guerra in Ucraina, questi è meglio tenerli sotto stretta osservazione.

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31/08/2024

Via libera al recupero della petroliera attaccata dagli Houthi

È finita finalmente la vicenda riguardante la Sounion, la petroliera battente bandiera greca che è stata colpita dagli Houthi il 21 agosto scorso. La nave, bersagliata da droni e missili, è stata evacuata dal suo equipaggio, ma è rimasta ancorata in acque internazionali per una settimana.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto, sotto la Royal Navy, aveva reso noto che erano identificabili almeno tre incendi sull’imbarcazione. La questione era diventata rapidamente critica a causa delle 150 mila tonnellate di greggio trasportate dalle Sounion.

La preoccupazione è che potesse avvenire qualche fuoriuscita del combustibile, causando una vera e propria tragedia ambientale. Dopo varie pressioni internazionali, dunque, gli Houthi hanno infine deciso di consentire le operazioni di recupero della nave (non una tregua, come hanno tenuto a specificare).

È stata la missione dell’Iran presso le Nazioni Unite a dare l’annuncio di questa decisione. “Date le preoccupazioni umanitarie e ambientali”, si legge in un suo comunicato, “Ansarallah (il nome di chi in Occidente è conosciuto come ribelli Houthi, anche se controllano quasi tutto lo Yemen, ndr) ha accettato questa richiesta”.

In precedenza, c’era già stato un tentativo di recuperare la petroliera. Patrick Ryder, portavoce del Pentagono, ha infatti dichiarato che già martedì due rimorchiatori inviati da una terza parte hanno dovuto poi rinunciare all’operazione, in seguito agli avvertimenti sul rischio di un attacco da parte degli Houthi.

Per gli iraniani però la “prevenzione di una fuoriuscita di petrolio nel Mar Rosso derivano dalla negligenza di alcuni paesi”, non dagli Houthi. Ryder ha invece condannato quelli che ha definito come “atti di terrorismo sconsiderati”, anche in relazione all’intero ecosistema del Mar Rosso e del Golfo di Aden.

Nessun commento del genere è stato fatto quando sono stati colpiti i depositi di carburante del porto di Hodeidah, non molto lontano da dove si trovava la Sounion, e prte del combustibile è finito in mare. Senza considerare che da quel porto passano la maggior parte degli aiuti alimentari e delle fonti di energia per gli ospedali del nord dello Yemen.

Ad ogni modo, le informazioni riguardo una possibile fuoriuscita di petrolio sono state contrastanti, fino a quando mercoledì la missione Aspides ha negato che ciò fosse accaduto fino ad allora (e quindi prima del tentativo di recupero ricordato dal Pentagono). Ma, come detto, ora Ansarallah ha garantito che non colpirà i rimorchiatori.

Proprio le navi di Aspides, a cui inizialmente non era stata richiesta alcuna scorta, sono state chiamata per il soccorso della nave colpita, poi effettuato da un’unità francese che ha portato l’equipaggio a Gibuti. Ricordiamo che è l’Italia a guidare la missione militare europea.

Proprio due giorni fa c’è stata una lunga telefonata tra il segretario di Stato statunitense Blinken e il ministro degli Esteri italiano Tajani, e tra i nodi centrali c’è stata proprio la situazione nel Mar Rosso. Le iniziative sia europea sia anglo-americana non stanno riuscendo a dissuadere gli Houthi dagli attacchi.

Le forze navali a-stelle-e-strisce sono guidate dal viceammiraglio George Wikoff. Il 7 agosto, in maniera critica rispetto ai risultati raggiunti, aveva dichiarato: “abbiamo certamente degradato la loro capacità. Non c’è dubbio su questo. Abbiamo degradato le loro capacità. Tuttavia, li abbiamo fermati? La risposta è no”.

Wikoff ha anche aggiunto una frase significativa: “si pensava che gli Houthi fossero un problema locale, micro-regionale, e non globale come sono diventati”. Un altro esempio di come i “gendarmi del mondo” occidentali non sono più tali, e di come la vicenda palestinese abbia acquisito un peso negli equilibri dell’intero pianeta.

Le parole di Wikoff e l’inefficacia di Aspides sono l’ennesimo segnale del fallimento della postura guerrafondaia euroatlantica. Postura che va peggiorando con la perdita di egemonia mondiale, a cui l’Occidente non vuole rinunciare, rischiando anche la conflagrazione di conflitti sempre più ampi e mortali.

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03/06/2024

“Non siamo in guerra con l’Italia ma con Israele e USA”

Il gruppo Ansarallah dello Yemen, più conosciuti come gli Houthi, non si ritengono “in guerra contro l’Italia” e pensano che la partecipazione italiana alla missione militare europea Eunavfor Aspides per la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso “non sia necessaria”.

Ad affermarlo ad Agenzia Nova è Nasr al Din Amer, funzionario di Ansarallah e responsabile dell’agenzia di stampa yemenita Saba.

“Non siamo in una guerra diretta con l’Italia e non vogliamo che sia coinvolta in nessuno scontro con noi su pressione degli Stati Uniti”, ha affermato Al Din Amer, aggiungendo che la partecipazione italiana alla missione Aspides (lanciata dall’Ue il 19 febbraio scorso) “non è necessaria, perché le navi italiane non sono un bersaglio delle nostre forze”. Il funzionario ha anche precisato: “Non prenderemo di mira le navi italiane fino a quando non saranno coinvolte nell’aggressione contro il nostro Paese”.

“Noi prendiamo di mira le navi israeliane o quelle dirette ai porti israeliani, così come le navi statunitensi e britanniche sullo sfondo della loro aggressione contro di noi”, ha spiegato a Nova il presidente del consiglio di amministrazione di Saba. Dalla metà di novembre scorso, gli Houthi hanno sferrato una serie di attacchi contro le navi commerciali e militari in transito nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nel Mar Arabico, dirette o collegate in qualche modo a Israele.

Dal 24 maggio scorso, l’operazione militare degli Houthi è entrata nella sua quarta fase, a partire dalla quale il gruppo ha iniziato a “prendere di mira le navi di qualsiasi compagnia (di navigazione) che abbia a che fare con i porti israeliani”, secondo quanto affermato da Al Din Amer. Tuttavia, da novembre scorso gli Houthi non hanno attaccato soltanto navi israeliane o statunitensi, come annunciato, ma anche imbarcazioni battenti un’altra bandiera o appartenenti ad armatori di nazionalità diversa. Secondo il funzionario del gruppo, queste sono “accuse false e meramente accusatorie. I dettagli su tutti i nostri bersagli si basano su informazioni accurate”.

“La quarta fase è la più estesa finora, in quanto mira a isolare l’entità nemica sionista (Israele) in mare, imponendo sanzioni a qualsiasi compagnia abbia a che fare con i porti israeliani”, ha detto il funzionario degli Houthi, precisando che “le sanzioni sono volte a impedire la navigazione di qualsiasi imbarcazione che violi la decisione di divieto di transito nel Mar Rosso, nello stretto di Bab el Mandeb, nel Mar Arabico, o nelle aree per noi raggiungibili nell’Oceano Indiano o nel Mediterraneo”. “La quarta fase sarà seguita da una quinta fase che stiamo preparando e poi da una sesta, fino a quando non cesserà l’ingiusta aggressione israeliana contro Gaza”, ha concluso Al Din Amer.

Nell’ambito della missione UE Aspides, le navi della Marina militare dispiegate nel Mar Rosso hanno abbattuto una serie di droni a partire da marzo scorso. In particolare, la nave italiana Caio Duilio aveva abbattuto tre droni lanciati dagli Houthi nel Mar Rosso a marzo. Inoltre, la fregata Virginio Fasan, impegnata nella protezione ravvicinata di un mercantile commerciale europeo, aveva abbattuto un drone in prossimità dello stretto di Bab el Mandeb a fine aprile scorso, e aveva respinto l’attacco di un altro drone proveniente dai territori controllati dagli Houthi nello Yemen all’inizio di maggio.

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21/03/2024

Missione Aspides nel Mar Rosso. Un pericoloso salto di qualità. Manifestazioni ne chiedono il ritiro

La missione Aspides rappresenta un triplice salto di qualità... verso la guerra, aggiungiamo noi.

Il “triplice salto di qualità” per l’Europa come potenza militare, viene sottolineato nella newsletter Affari Internazionali, pubblicazione dell’omonimo Istituto Affari Internazionali, uno dei think thank più importanti degli ambienti euroatlantici del nostro paese.

“Aspides rappresenta un salto di qualità. In primis perché risponde a una minaccia militare significativa per gli interessi europei” scrive Affari Internazionali.

In secondo luogo, “Aspides costituisce un progresso per l’Europa della difesa perché impiega le forze armate al servizio di una politica estera volta a proteggere gli interessi europei senza contribuire a una escalation in Medio Oriente”.

Inoltre, la missione è “un buon esempio di autonomia strategica europea in partnership con gli alleati anglosassoni e mondiali”.

Sulla postura bellica e i tempi di operatività della unità navali della missione Aspides ormai non ci sono ulteriori freni inibitori ma solo giochi di parole. “Il fatto che si tratti di una missione difensiva non vuol dire che non si spari, specie se l’alternativa è venire affondati, e ciò va chiarito nelle regole di ingaggio e assicurato in termini di sistemi d’arma. Le navi italiane, francesi e tedesche hanno già abbattuto alcuni droni Houthi”.

“Il mandato della missione è di durata annuale ma è chiaro che la presenza militare europea nel Mar Rosso va ben aldilà del 2024 ed è difficile prevedere cosa possa succedere in Medio Oriente in tale arco di tempo” esplicita Affari Internazionali.

Nessuno, sia esso un media di informazione o un parlamentare, ha mai sottolineato come i combattenti yemeniti abbiano sistematicamente precisato che i loro attacchi sono indirizzati solo a navi dirette o provenienti dal porto israeliano di Eilat e sono temporizzati fino alla cessazione dei bombardamenti e del genocidio israeliano contro i palestinesi a Gaza.

Solo dopo gli attacchi militari sul territorio yemenita da parte di Usa e Gran Bretagna (che avevano già le loro responsabilità nel sostegno ai sauditi nei dieci anni di guerra e fame subiti dalla popolazione yemenita negli anni scorsi, ndr), i combattenti yemeniti di Ansarallah hanno annunciato di aver esteso gli attacchi alle navi statunitensi e britanniche. Non solo, hanno anche smentito categoricamente di aver danneggiato i cavi sottomarini per le comunicazioni che viene invece sbandierata come minaccia alla sicurezza dell’Occidente.

Il registro navale che regola i passaggi nel Canale di Suez, dimostra infatti che non tutte le navi in transito verso o dal Mar Rosso vengono attaccate. Per esempio alla data del 21 gennaio di quest’anno sono transitate 47 navi, l’anno prima erano state 73. Quindi non tutte le navi vengono bloccate o costrette a deviare dalla loro rotta.

Dunque quella degli houthi yemeniti non è affatto una minaccia al traffico navale complessivo, ma una misura di pressione su Israele – e i suoi alleati – estremamente selettiva. A tal punto che se ne è lamentato anche il ministro della Difesa Crosetto alludendo al fatto che alcune navi vengono lasciate transitare ed altre no.

Rovesciando completamente la visione dei governi e dei mass media italiani ed europei, possiamo invece affermare che, inviando una flotta militare nel Mar Rosso nel quadro della missione europea Aspides, l’Italia si trova coinvolta nella guerra in corso nel Medio Oriente e diviene complice del genocidio israeliano in Palestina.

Se la popolazione di questo paese non ne appare ancora pienamente consapevole, Governo e Parlamento italiano ne sono invece totalmente responsabili, avendo votato a favore di questa nuova avventura militare che schiera l’Italia e l’Europa a fianco degli interessi israeliani e sollecita le ambizioni belliciste in crescita esponenziale dentro l’Unione Europea.

I comandi militari italiani ed europei hanno infatti colto l’occasione che aspettavano da tempo per intervenire militarmente in quello che definiscono il “Mediterraneo allargato”.

Si tratta di una concezione piuttosto estesa che comprende, oltre alle coste mediterranee, anche il Mar Nero (dove oggi infuria la guerra in Ucraina), il Mar Rosso e il Golfo Persico (dove si avvertono le conseguenze della guerra in Medio Oriente e del genocidio dei palestinesi), allargandosi all’Oceano indiano fino alle coste occidentali dell’India (dove incombe lo scontro tra Stati Uniti e Cina) e al golfo di Guinea nell’Africa occidentale. Questa vocazione bellicista è stata ratificata dalla Maritime Security Strategy dell’Unione europea del 10 marzo 2023, dove è previsto un “diretto impatto sulla sicurezza e la prosperità europea” e dove l’Ue “deve estendere la propria influenza con le navi dei paesi membri”.

Tra venerdì e sabato in diverse città italiane ci saranno le prime manifestazioni di piazza che chiedono il ritiro della flotta italiana dalla missione nel Mar Rosso

A Roma venerdì pomeriggio alle 18 in Piazza dei Consoli, nei pressi della sede del Comando Operativo Interforze (COVI), si terrà una prima manifestazione di aperta denuncia e opposizione alla missione Aspides. Nello stesso giorno è prevista una manifestazione in Piazza del Nettuno a Bologna alle 17:30. Sabato è stato annunciato invece un presidio-conferenza stampa a Pisa, alle 17:30 in Piazza XX Settembre.

“Affermiamo che la flotta militare italiana ed europea nel Mar Rosso va ritirata prima che gli eventi bellici diventino un ulteriore “fatto compiuto” e un nuovo fronte della guerra mondiale a pezzi che incombe sul Mondo” scrive nella convocazione una ampia coalizione di forze sociali, pacifiste, politiche e sindacali che nella Capitale si è data appuntamento venerdì pomeriggio nel popoloso territorio di Cinecittà dove ha sede il COVI” è scritto nell’appello di convocazione della manifestazione di Roma.

“Intendiamo dare vita ad una prima manifestazione per il ritiro dell’Italia dalla missione Aspides nel Mar Rosso e contro il coinvolgimento del nostro paese nelle guerre e nel genocidio in corso a Gaza. Oggi come ieri i fascisti al potere trascinano il paese nella guerra. Sono stati fermati allora, vanno fermati di nuovo adesso!”

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13/03/2024

Mar Rosso - Nave militare italiana abbatte due droni. Colpita da un missile una nave mercantile

La nave militare italiana Caio Duilio di stanza nel Mar Rosso nel quadro della operazione Aspides, ha abbattuto due droni. Lo riferisce un comunicato stampa dello Stato maggiore della Difesa, senza specificare la provenienza o l’appartenenza dei droni abbattuti.

“C’è una evoluzione continua delle modalità di attacco Houthi, i ribelli yemeniti filo-iraniani” ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Non posso entrare nei particolari per motivi di sicurezza, ma questa notte gli attacchi sono stati condotti in modo diverso rispetto alle altre volte. Sono stati bravi gli uomini e le donne del Duilio ad abbattere due droni, ma è una sfida che si evolve di settimana in settimana”, ha affermato Crosetto.

“La zona è diventata pericolosa. Gli attacchi Houthi sono passati nelle ultime settimane dalle navi mercantili direttamente alle navi militari, che sono presenti esclusivamente per garantire il passaggio di quelle mercantili”, ha osservato il ministro della Difesa.

Questa mattina è stata invece la fregata greca “Hydra” – operativa nella missione Aspides – a dichiarare di aver sparato contro due droni nel Mar Rosso. Secondo il giornale greco “Khatemerini” i due droni avrebbero però schivato i colpi di cannone e cambiato rotta.

Intanto l’agenzia britannica Maritime Trade Operations (UKMTO) ha annunciato ieri di aver ricevuto una segnalazione di un incidente ad una nave mercantile – la “Pinocchio” – a 71 miglia nautiche (NM) a sud-ovest del porto di Saleef, nello Yemen. La “Pinocchio” è di proprietà di una società con sede a Singapore e batte bandiera liberiana.

L’agenzia ha esortato le navi che navigano nell’area a “transitare con cautela e segnalare qualsiasi attività sospetta all’UKMTO”, ha inoltre aggiunto che il comandante della nave ha riferito di aver sentito un’esplosione nelle vicinanze della nave e ha confermato la sicurezza della nave e del suo equipaggio.

Il generale di brigata yemenita Yahya Saree ha dichiarato che l’operazione aveva come obiettivo una “nave di proprietà degli Stati Uniti” in solidarietà con i palestinesi che soffrono a Gaza a causa dell’aggressione israeliana.

L’attacco è stato anche una risposta ai bombardamenti aerei statunitensi e britannici sullo Yemen. Le forze statunitensi confermano infatti di aver condotto “sei attacchi distruggendo una nave sottomarina senza pilota e 18 missili antinave nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi”.

Precedenti rapporti del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno confermato che le forze yemenite hanno lanciato due missili balistici antinave contro la “Pinocchio”, una nave portacontainer battente bandiera liberiana, nel Mar Rosso.

Il generale Saree ha affermato martedì che le operazioni militari contro le navi legate a Israele nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb si intensificheranno durante il Ramadan, a sostegno dei palestinesi assediati. Ha infine sottolineato l’impegno delle forze armate yemenite a impedire alle navi con legami con Israele o dirette verso i territori occupati di attraversare il Mar Rosso e il Mar Arabico, fino a quando l’assalto israeliano a Gaza non cesserà e il blocco finirà.

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11/03/2024

Quella nel Mar Rosso è una missione di guerra

“È una missione di guerra, non è una missione di pace, con tutti i rischi che ne conseguono”. L’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, oggi professore di studi strategici e presidente del think thank Mediterranean Insicurity in una intervista rilasciata a Il Messaggero ha analizzato la missione militare navale Aspides nel Mar Rosso e i possibili scenari futuri.

A rafforzare lo scenario di una missione di guerra, arriva anche l’intervista della Adnkronos a Nasr al-Din Amer, uno dei dirigenti del partito yemenita Ansar Allah (Houthi), il quale ha commentato l’operazione condotta nei giorni scorsi dal cacciatorpediniere italiano “Duilio” che ha abbattuto un drone nello Stretto di Bab al-Mandab: “Non sarebbe dovuto accadere. Non abbiamo deciso di prendere di mira le navi dell’Italia, ma il fatto che abbia fermato la nostra operazione è inaccettabile”. Non solo. Nasr al-Din Amer ha anche evidenziato che “mettersi a protezione delle navi israeliane e americane” espone l’Italia a rischi e, in particolare, “minaccia la sicurezza delle sue navi in ​​futuro”.

Il dirigente Houthi ci tiene a precisare che “Non abbiamo attaccato alcuna nave italiana. Sarebbe meglio evitare informazioni sospette e imprecise”, chiarisce Amer. “Non vogliamo prendere di mira l’Italia o altri Paesi. Il nostro obiettivo sono le navi americane, britanniche e israeliane e quelle dirette verso l’entità sionista”, scandisce il dirigente di Ansar Allah.

Alla domanda se l’Italia è o sarà un obiettivo delle operazioni militari degli Houthi la risposta di Amer è sibillina: “Vediamo gli sviluppi e poi decideremo” e poi sottolinea di nuovo che “Se l’Italia fermasse di nuovo un nostro attacco significherebbe un suo maggiore coinvolgimento nella guerra contro di noi”.

Sui rischi della missione militare Aspides nel Mar Rosso, nell’intervista a Il Messaggero l’ammiraglio Sanfelice di Monteforte è apparso piuttosto esplicito: “È una missione di guerra e quindi ci sono tutti i rischi di una situazione di questo genere. Non è una missione di pace. Nasce per assicurare la protezione di navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Il rischio è elevato. Certo le navi da guerra riescono a resistere all’attacco di uno o due droni ma comunque non si possono escludere conseguenze più gravi come abbiamo visto è già accaduto con la morte ed il ferimento di alcuni uomini.”

Sul pericolo di una escalation e di un maggiore coinvolgimento dell’Unione Europea, l’ammiraglio sottolinea come quello già inviato nel Mar Rosso sia solo un contingente iniziale che potrebbe essere incrementato se la situazione dovesse aggravarsi. “L’Europa è composta da 27 Paesi e per ora solo alcuni hanno aderito alla missione. Se la crisi dovesse acutizzarsi, per il trattato di Lisbona, anche gli altri Paesi dovranno collaborare e penso, innanzitutto, alla Spagna. Anche i 4 Paesi che già hanno mandato le navi nel Mar Rosso potrebbero essere costretti a mandarne altre se la situazione evolve negativamente”.

Nelle disinibite valutazioni dell’ammiraglio Sanfelice di Monteforte troviamo non solo la conferma che la missione è – de facto – una missione di guerra, ma è anche l’attuazione di quanto evocato nella Maritime Security Strategy dell’Unione Europea approvata il 10 marzo 2023 (quindi ben sette mesi prima del conflitto a Gaza estesosi poi al Mar Rosso, ndr), dove è previsto un “diretto impatto sulla sicurezza e la prosperità europea” e dove l’UE “deve estendere la propria influenza con le navi dei paesi membri”.

Gli obiettivi politico-militari dell’Unione Europea sul cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (che arriva al Golfo Persico e al Golfo di Guinea oltre che al Mar Rosso) sono così indicati: proteggere gli interessi dell’UE in mare – cittadini, economia, infrastrutture e confini; proteggere le nostre risorse naturali e l’ambiente marino; sostenere il diritto internazionale, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare; reagire prontamente ed efficacemente alle crescenti minacce (ad esempio, minacce informatiche e ibride): garantire la formazione e l’istruzione necessarie per contrastare le minacce.

L’operatività della MSS europea si basa su azioni tese a organizzare un’esercitazione navale annuale a livello dell’UE; rafforzare le operazioni navali esistenti nell’UE; sviluppare ulteriormente la guardia costiera nei bacini marittimi dell’UE; estendere il concetto di presenza marittima coordinata a nuove aree marittime di interesse.

A chi in Parlamento si è accontentato delle rassicurazioni del ministro degli Esteri Tajani sul carattere “difensivo” della missione militare nel Mar Rosso, vorremmo ricordare che queste somigliano alla stessa menzogna che ha chiamato negli anni passati “missioni di pace” gli interventi militari – anche di truppe italiane – in Afghanistan e Iraq.

La realtà rivelata da quelle missioni militari ha prodotto danni politici, costi umani, economici e sociali di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.

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06/03/2024

Ora non vengano in piazza per la pace

Il ministro degli esteri Taiani ha detto in Parlamento che la missione militare Aspides nel Mar Rosso sarebbe “difensiva”. Grasse risate...

Ma quando mai un governo nel mondo ha dichiarato il contrario per le sue imprese di guerra? Tutte le parti della terza guerra mondiale a pezzi sono proclamati come assolutamente “difensive”!

Israele sta compiendo un genocidio “per difendersi”, come gli ha benignamente riconosciuto gran parte dell’Occidente.

Eppure è bastata questa vecchia e noiosa barzelletta di Taiani perché il PD e il M5S votassero a favore. A favore di un’azione di guerra neocoloniale a sostegno di Israele e USA, che serve a far veder che anche l’Italia è capace di sparare in mari lontani e a realizzare marketing per l’industria militare, da Leonardo a Fincantieri.

E non ci si venga a dire che bisogna fermare la pirateria navale. Se si volesse farlo davvero, si dovrebbero inviare le navi al largo di Gaza, per fermare le motovedette israeliane che bloccano dal mare il cibo e impediscono ai palestinesi persino di pescare. Quella è infame pirateria.

Con il voto a favore di un’altra azione di guerra, il centrosinistra ampio si è mostrato uguale a quello più ristretto: la fedeltà euroatlantica agli USA viene prima di tutto e unisce Schlein a Meloni, Conte a Renzi, Taiani e a Salvini. Non si governa in Italia se non si bacia la pantofola americana.

Che pena, ora almeno non vengano in piazza per la pace, almeno dove ci siamo noi.

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05/03/2024

Missione militare nel Mar Rosso. Il Parlamento messo davanti al “fatto compiuto”

Il Senato oggi si appresta a votare la risoluzione che consentirà di dare via libera ufficialmente all’operazione militare-navale “Aspides” nel Mar Rosso, l’operazione era stata varata da Bruxelles ormai una settimana fa.

I tempi per il governo italiano stringevano e il provvidenziale “drone” (semmai di questo si trattava) abbattuto dal cacciatorpediniere Duilio nel Mar Rosso si è rivelato provvidenziale per mettere il Senato – e tra poco la Camera – di fronte al “fatto compiuto”. L’Italia si trova così coinvolta dentro una missione di guerra ancora una volta. Questa volta non assisteremo alle mistificazioni sulle missioni di pace o per la “protezione dei civili”. In questo caso si parla di difesa degli interessi strategici come il traffico commerciale dei paesi occidentali. Eppure, come viene spiegato più avanti, anche in questo caso, si è preferita la dimensione muscolare-militare piuttosto che quella diplomatica, per raggiungere l’obiettivo.

Ieri in sede di Commissioni Esteri e Difesa, e prima del voto di oggi in Senato, sulla missione militare nel Mar Rosso, l’opposizione si è però divisa. Il PD, ovviamente si è messo l’elmetto ed ha votato a favore insieme alla maggioranza di destra, i parlamentari del M5s si sono astenuti. Quelli di Verdi-Sinistra erano assenti, altrimenti avrebbero votato contro. Il primo atto politico della votazione sulle missioni internazionali per l’anno 2024 – come quella in Ucraina e le nuove missioni Aspides (Mar Rosso) e Levante (Medio Oriente) – vede l’opposizione differenziare le proprie posizioni, così come avvenuto sull’invio delle armi nella guerra in Ucraina.

Che l’abbattimento da parte del cacciatorpediniere Duilio dell’oggetto volante identificato come drone abbia avuto l’effetto del “fatto compiuto”, viene confermato da un articolo del quotidiano di destra e filogovernativo Il Giornale, dove una delle firme più interne al mondo militare scrive che: “Dunque poche chiacchiere. In quella situazione il fatto che la partecipazione ad Aspides non fosse stata ancora votata dal nostro Parlamento era assolutamente irrilevante. La questione fondamentale era un'altra. Il cacciatorpediniere Caio Duilio si trovava sotto attacco e per difendersi poteva soltanto intercettare e abbattere la minaccia aprendo il fuoco con i cannoni di bordo”.

Gianni Micalessin sottolinea poi nello stesso articolo come “Del resto il Caio Duilio opera nel Mar Rosso sin dall`8 febbraio, quando ha sostituito la fregata Martinengo chiamata a partecipare alla missione anti pirateria Atlantide. Cioè da prima di quel 19 febbraio in cui l`Unione Europea ha dato il via libera alla missione Aspides. E, come qualsiasi nave militare, non deve attendere di far parte di una specifica missione per difendersi e rispondere ad un attacco”. Insomma quel drone – o presunto tale – degli Houthi è arrivato puntuale come una benedizione.

Ma poi preso dall’eccitazione Il Giornale scivola su una buccia di banana, portando come esempio la nave militare tedesca Essen che avrebbe già abbattuto due droni degli Houthi, omettendo però il fatto che uno dei droni abbattuti non era degli Houthi ma un MQ-9 Reaper statunitense. Un caso di fuoco amico che ha creato seri imbarazzi sia al governo tedesco che a quello statunitense.

C’è poi da sottolineare come critiche piuttosto esplicite sulla missione Aspides si rilevano anche negli ambienti specializzati del mondo militare.

Un sito autorevole come AnalisiDifesa.it non nasconde un aperto scetticismo sulla missione militare nel Mar Rosso, anche alla luce dell’incidente dell’abbattimento di un drone statunitense da parte della nave militare tedesca Essen che lo aveva scambiato per un drone Houthi. Secondo AnalisiDifesa “un ulteriore aspetto critico è rappresentato dalla sovrapposizione delle missioni anglo-americana ed europea a cui sui aggiungono le operazioni “antiterrorismo” che gli Stati Uniti conducono in modo autonomo da Gibuti sul territorio dello Yemen”.

Per il direttore di Analisi Difesa, Andrea Gaiani “Non è poi chiaro inoltre perché una nave della flotta Ue dell’Operazione Aspides debba aprire il fuoco se non direttamente minacciata o per difendere navi europee. Gli Houthi minacciano solo le navi anglo-americane (anche mercantili in risposta agli attacchi delle forze di Londra e Washington) e israeliane o coinvolte con gli interessi di Israele”.

Il giudizio finale di Gaiani è decisamente tranchant ma inequivocabile. “Il bellicismo ostentato nelle dichiarazioni dei leader europei cozza con la cruda realtà delle risibili capacità belliche, sul mare come sui campi di battaglia terrestri, e impone di chiedersi perché un’Europa “disarmata” punti su soluzioni muscolari alle crisi in atto invece di mettere in campo robuste iniziative diplomatiche”. Non avremmo potuto dirlo più chiaramente.

Ancora una volta, dunque, il Parlamento si ritrova a discutere e decidere di fronte al fatto compiuto, così come avvenuto sistematicamente dalla guerra in Jugoslavia del 1999 in poi. Non è peregrino rammentare che anche sull’invio di armi in Ucraina, il primo volo partì dall’aeroporto di Pisa verso la Polonia con le armi a bordo lo stesso giorno in cui il Parlamento doveva votare “se” inviare o meno le armi a Kiev. La decisione era già stata presa in ambito Nato e l’Italia non doveva fare altro che accodarsi.

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04/03/2024

La sindrome del Mar Rosso. Aspides “Spara a tutto ciò che vola”

C’è atmosfera di eccitazione nei vertici politici e militari italiani per l’aria che tira nel Mar Rosso intorno alla missione navale-militare europea “Aspides”.

Sabato il cacciatorpediniere italiano Duilio, in navigazione nel Mar Rosso meridionale, “ha localizzato una traccia aerea sconosciuta. Il profilo era minaccioso e, a seguito di riconoscimento ottico attraverso i sensori di bordo di un drone della stessa tipologia e comportamento di quelli che nei giorni scorsi si sono resi autori degli attacchi al traffico mercantile in area, Nave Duilio ha reagito per autodifesa”.

Così riporta la dichiarazione ufficiale del comandante del cacciatorpediniere della Marina Militare, il capitano di vascello Andrea Quondamatteo, descrivendo quello che è stato ritenuto un attacco degli Houthi yemeniti.

L’oggetto volante abbattuto dalla nave militare italiana nel Mar Rosso era però a ben 6 km di distanza, secondo quanto ammesso dallo stesso Ministero della Difesa. I militari italiani hanno abbattuto l’oggetto volante – definito un drone – con 7 o 8 colpi di cannone da 76 mm.

“Gli attacchi terroristici degli Houti sono una grave violazione del diritto internazionale e un attentato alla sicurezza dei traffici marittimi da cui dipende la nostra economia”, ha subito dopo affermato il ministro della Difesa Guido Crosetto commentando la notizia.

“Questi attacchi – sottolinea Crosetto – sono parte di una guerra ibrida, che usa ogni possibilità, non solo militare, per danneggiare alcuni Paesi e agevolarne altri”. Il non detto del ministro Crosetto sarebbe che gli Houthi nel Mar Rosso attaccano solo le navi israeliane o delle potenze occidentali, ma non quelle della Russia o della Cina o di altri paesi non allineati alla Nato.

“L’Italia non è nel Mar Rosso per fare azioni di guerra, ma per difendere le sue navi. Da cittadino sarei turbato se non ci fosse unanimità su una missione che difende i traffici marittimi nel Mediterraneo, che per noi sono vitali”, ha aggiunto Crosetto in una intervista al Corriere della Sera.

Si respira dunque aria di “eccitazione” ai vertici del governo italiano. L’Italia finalmente ha “battuto un colpo”, ha sparato e abbattuto. Ma questa eccitazione potrebbe portare a brutte sorprese.

Il 27 febbraio colpito drone statunitense dal “fuoco amico” tedesco

Il “guaio” lo hanno combinato tre giorni fa i militari tedeschi della nave Hessen, anch’essa inviata nel Mar Rosso con la flotta Aspides targata Unione Europea. I mass media italiani si sono affrettati a nascondere l’imbarazzante incidente sotto il tappeto, ma i fatti alla fine sono emersi alla luce del sole.

L’unità navale tedesca ha sparato per abbattere quello che si è rivelato poi un MQ-9 Reaper statunitense scambiandolo per un missile houthi e gli ha tirato contro due missili RIM-66C SM-2.

“Un MQ-9 Reaper dell’aeronautica statunitense ha rischiato di essere abbattuto da una nave da guerra tedesca in un incidente di fuoco amico sul Mar Rosso il 27 febbraio”, hanno dichiarato funzionari statunitensi alla rivista Air & Space Forces.

L’MQ-9 dell’USAF è stato preso di mira dalla fregata tedesca Hessen mentre il drone stava conducendo una missione per l’Operazione Prosperity Guardian, la missione marittima guidata dagli Stati Uniti che “sta proteggendo la navigazione internazionale dagli attacchi degli Houthi”, ha dichiarato un funzionario statunitense.

Il giorno dopo, il 28 febbraio, il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha riconosciuto però che c’è stata una “situazione in cui un drone è stato bersagliato ma non è stato colpito”. Pistorius non ha però detto che il drone preso di mira fosse un aereo statunitense. Un portavoce del Comando operativo delle forze congiunte della Bundeswehr tedesca ha dichiarato alla rivista Air & Space Forces che non avrebbe “fornito ulteriori dettagli operativi”.

Ma i funzionari statunitensi hanno successivamente confermato ad Air & Space Forces che un MQ-9 americano è stato colpito e hanno aggiunto che il CENTCOM sta lavorando su come prevenire incidenti di fuoco amico in futuro.

I vertici politici e militari italiani adesso si stanno godendo i loro cinque minuti di esaltazione con i colpi di cannone da 76mm sparati dal cacciatorpediniere “Duilio”.

In fondo avrebbero avuto una prestazione migliore di quella dei loro colleghi tedeschi che hanno abbattuto un drone “alleato”.

Ma i guai sono solo rinviati. Aver spedito un flotta nel Mar Rosso perché i paesi europei hanno confermato la loro complicità politica e militare con Israele e per questo le loro navi mercantili finiscono nel mirino, non solo non è la soluzione ma probabilmente è proprio quella sbagliata.

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09/02/2024

Quante balle sul traffico marittimo nel Mar Rosso. Il problema è l’eccesso di offerta

Le azioni del colosso danese delle spedizioni marittime Maersk sono crollate. Colpa degli Houthi dello Yemen? No, tutt’altro. Le azioni sono crollate dopo che si sono palesate prospettive di utili incerte per il 2024 legate a un eccesso di offerta di navi portacontainer e solo in parte agli attacchi dei ribelli yemeniti nel Mar Rosso.

La previsione negativa è arrivata dopo che gli utili della Maersk del 2023 hanno dovuto fare i conti con un eccesso di capacità nel settore marittimo, il che ha causato un calo delle tariffe di trasporto dopo gli anni della “pacchia” a seguito della pandemia di Covid.

Il gruppo Maersk ha registrato un calo di oltre sette volte del suo utile netto lo scorso anno, sceso a 3,8 miliardi di dollari, rispetto ai 29,2 miliardi di dollari del 2022. Le sue entrate sono scese a 51 miliardi di dollari rispetto agli 81,5 miliardi di dollari dell’anno precedente.

Il prezzo delle azioni di Maersk ha chiuso giovedì in ribasso di quasi il 15% alla borsa di Copenaghen, danneggiato anche dall’annuncio della società di sospendere il suo piano di riacquisto di azioni.

Le tariffe del trasporto marittimo erano aumentate vertiginosamente nel 2022 a causa della carenza di capacità determinata dell’elevata domanda a seguito della fine delle restrizioni dovute alla pandemia di COVID.

“L’elevata domanda alla fine ha iniziato a normalizzarsi quando le congestioni si sono attenuate e la domanda dei consumatori è diminuita, portando a un eccesso di scorte”, afferma la Maersk nel suo report sugli utili aziendali.

Questa “correzione” ha portato “a un rapido e forte calo dei volumi e delle tariffe spedite” a partire dalla fine del terzo trimestre del 2022. Nel report si prevede che le “sfide dell’eccesso di offerta” nel settore del trasporto marittimo “si materializzeranno pienamente” nel corso del 2024, afferma la Maersk.

Il gigante dei trasporti marittimi ha così abbassato le sue previsioni per il 2024 per il suo utile core – utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento – a un intervallo compreso tra 1 e 6 miliardi di dollari.

“Rimane un’elevata incertezza sulla durata e sul grado dell’interruzione del Mar Rosso, con la durata da un trimestre a un anno intero riflessa nell’intervallo di riferimento”, afferma il report della Maersk.

Il presidente della compagnia, Robert Maersk Uggla e l’amministratore delegato Vincent Clerc affermano nel report che “il 2023 si è concluso con molteplici attacchi angoscianti a navi da carico nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden”, sottolineando che due navi della compagnia erano state prese di mira. “Siamo inorriditi dall’escalation di questo sfortunato conflitto”, dicono i due amministratori.

L’agenzia Reuters fa sapere che l’amministratore delegato di Maersk, Vincent Clerc, ha dichiarato ai giornalisti che il numero di nuove navi in arrivo sul mercato è circa il doppio rispetto alla capacità extra necessaria per inviare le navi in Africa. La spinta della pandemia sui profitti del trasporto marittimo ha portato a un’ondata di nuovi ordini di navi portacontainer. Le navi consegnate alla fine dell’anno scorso sono state utilizzate per coprire i vuoti creati da navigazioni più lunghe intorno all’Africa, ma l’eccesso di capacità si concretizzerà completamente solo nel 2024, per poi farsi sentire nel 2025 e forse nel 2026, ha affermato Clerc. “Vedremo che ci sono troppe navi nel mondo rispetto al numero di container che devono essere trasportati”, ha detto. “Anche se tra un anno navigheremo ancora a sud dell’Africa, l’eccesso di capacità e la pressione sui prezzi persisteranno”.

Nel Mar Rosso di solito transita circa il 12% del commercio marittimo globale. La Maersk e altre compagnie di navigazione hanno deviato le navi lontano dal Mar Rosso, prendendo la rotta più lunga e costosa intorno alla punta meridionale dell’Africa.

A fine febbraio una flotta militare europea andrà nel Mar Rosso con la missione “Aspides” per tutelare i traffici marittimi di compagnie come la Maersk, ma accollare ai miliziani houthi dello Yemen i guai di un settore che ha fatto affari d’oro a seguito della pandemia di Covid ed ora sta facendo i conti con un eccesso di offerta di navi per i trasporti marittimi, è una ennesima e sanguinosa bugia dei governi occidentali.

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08/02/2024

Il veleno dell’Aspide

La missione militare-navale dell’Unione Europea nel Mar Rosso ha un nome sinistro: Aspides. Il serpente velenoso noto per essere stato lo strumento del suicidio di Cleopatra.

Alcuni “dettagli” della missione sono ancora da definire. I comandi militari europei stanno tutti sfoderando i pennacchi per avere il comando o un ruolo di rilievo nella gerarchia dell’operazione.

Il dibattito sul comando della missione Aspides è ancora aperto. “Spero che si possa trovare un accordo il 19 febbraio, nel prossimo Consiglio Affari Esteri e che la missione cominci ad essere operativa a fine mese, perché lì la situazione è critica” ha dichiarato il responsabile della politica estera europea Borrell – “Le navi non passano più per il Canale di Suez, fanno il giro dell’Africa, il che comporta più tempo, più costi e più rischi per tutti”.

Ma per l’Italia l’aver insistito e agito per il varo dell’operazione militare Aspide nel Mar Rosso ha una sua importanza particolare. In qualche modo corona le ambizioni – anche militari – coltivate negli ultimi anni.

In un documento ufficiale della Difesa del 2022 (“Strategia di difesa e sicurezza per il Mediterraneo”) veniva declinato in modo compiuto il concetto di Mediterraneo Allargato che ispira sostanzialmente l’avventura militare-navale dell’Italia nel Mar Rosso.

Il concetto di Mediterraneo allargato per l’Italia è stato attribuito per la prima volta nella storia dalla Marina Militare italiana durante gli anni '90 nell’ambito delle attività di studio dell’allora Istituto di Guerra Marittima (Igm). L’idea che il Mar Mediterraneo non sia uno spazio geopolitico chiuso e limitato al “mare interno” viene ritenuto inscindibile dalla Marina Militare poiché proprio da quegli studi elaborati dall’Igm è emerso come l’area risulti connessa al Mar Nero, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e ai golfi di Aden, Arabico e di Guinea, “originando un continuum geostrategico e geoeconomico che comprende la vasta area tra Gibilterra e Aden e include anche il Medio Oriente, l’Africa Centrale, fino all’Artico, quest’ultimo in considerazione delle sue mutanti condizioni geofisiche”. Insomma siamo in presenza di una visione del Mediterraneo assai più estesa e che proietta gli interessi strategici dell’Italia molto più in là delle relazioni con la sponda sud che avevano caratterizzato la vocazione mediterranea dell’Italia nei decenni della Guerra Fredda.

“La Difesa fa riferimento al concetto di Mediterraneo Allargato nella sua accezione più estesa: uno spazio geopolitico multidimensionale che comprende Paesi, culture e società differenti, ma strettamente interconnessi dal punto di vista economico e delle dinamiche securitarie, caratterizzato da crisi e problematiche locali i cui effetti riverberano sull’intera Regione” è scritto sul documento, il quale tende a chiarire che i confini del Mediterraneo Allargato sono assai più estesi del semplice Mare Nostrum al quale era stato fatto riferimento fino a pochi anni fa. Nelle ambizioni dell’Italia si tratta infatti di “una Regione che include aree immediatamente contigue al Mediterraneo “in senso stretto”, incorporando il Medio Oriente e il Golfo arabico e passando per la fascia del sub-Sahara, che dal Corno d’Africa, attraverso il Sahel, si estende al Golfo di Guinea: quadranti strategici che non incidentalmente sono il luogo prioritario della proiezione internazionale (missioni e operazioni) delle Forze Armate e l’oggetto principale dei nostri piani di cooperazione”.

In un passaggio successivo il documento della Difesa chiarisce, in ordine gerarchico di priorità, che “In questo quadro, così complesso e articolato, l’azione della Difesa italiana si prefigge di: tutelare gli interessi strategici e la sicurezza nazionale; proiettare stabilità negli scenari le cui dinamiche abbiano ricadute sull’Europa; contribuire alla politica di sicurezza delle Organizzazioni Internazionali di riferimento (NATO, UE e ONU); contribuire al rafforzamento delle istituzioni dei Paesi ove operiamo, garantendo lo sviluppo di capacità che consentano stabilità strutturale e sviluppo sostenibile, attraverso specifici piani di cooperazione. In questo senso il presente documento aggiorna e adegua la Strategia della Difesa per il Mediterraneo e si pone al tempo stesso l’obiettivo di rilanciare una dimensione militare più ampia, quale elemento fondamentale di resilienza e di rafforzamento del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale”.

Nei primi tre obiettivi del documento della Difesa sono perfettamente leggibili le regole di ingaggio e gli obiettivi della missione militare-navale italiana nel quadro della operazione “Aspides” nel Mar Rosso.

Queste ambizioni non sono affatto una prerogativa del governo di destra della Meloni, il documento infatti porta la firma del ministro della Difesa di Lorenzo Guerrini (PD) durante il governo Draghi.

Ma la proiezione simultanea di un piano di penetrazione economica (Piano Mattei) e di una missione militare tesa a “mostrare i muscoli” come quella nel Mar Rosso, indicano un tentativo – della cui riuscita è ancora lecito dubitare – del capitalismo italiano sia di disegnarsi una propria area di influenza nel Sud del mondo sia di candidarsi ad un seggio nelle cabine di regia coordinate nel quadro dell’imperialismo statunitense ed europeo. Che questo possa avvenire “pacificamente” è da escludere. Ciò significa che assetti politici e assetti militari dell’apparato statale italiano ragionano e agiscono in modo completamente diverso dall’Italia delle missioni peacekeeping del passato. Se necessario si va in guerra e si bombarda – e se ne subiscono le conseguenze ovviamente – come tutti gli altri. L’intervista di uno dei leader del movimento Ansarallah delle Yemen a Repubblica lo ha chiarito molto esplicitamente.

Speriamo di risparmiarci in futuro i piagnistei sui “martiri di Nassirya”. Se vai armato e non invitato a sparare e bombardare in un altro paese è difficile aspettarsi tappeti di fiori.

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07/02/2024

L’Italia s’è Fregata. Con la spedizione in Mar Rosso siamo ufficialmente in guerra

All’Italia la guida della spedizione militare europea in Mar Rosso, ufficialmente per tutelare le navi italiane che attraversano lo Stretto, più concretamente per partecipare al conflitto dalla parte di Israele. I ministri Tajani e Crosetto fanno a gara per intestarsi la gestione dell’operazione militare, il cui comando operativo è stato affidato ad un ammiraglio della Marina militare italiana.

Le dichiarazioni di un leader degli Houthi, il movimento yemenita che sta sostenendo la resistenza palestinese e che sta attaccando le navi associate ad Israele e che si dirigono verso porti di proprietà degli israeliani, ci fanno capire che siamo ufficialmente in guerra. Mohamed Ali al-Houthi ha dichiarato (su la Repubblica del 2 febbraio 24) che se l’Italia dovesse decidere di partecipare attivamente al conflitto, unendosi all’aggressione contro lo Yemen, sarebbe considerata un bersaglio della loro azione.

La decisione del governo Meloni è grave e ci trascina sempre più dentro un conflitto che tende ad allargarsi e i cui esiti sono sempre più imprevedibili. Invece di esercitare il massimo della pressione diplomatica per arrivare nel più breve tempo possibile ad un cessate il fuoco in Palestina, invece di lavorare sul piano diplomatico per ricercare una soluzione alla crisi Ucraina, il governo Meloni soffia sul fuoco. Torna a votare l’invio di risorse economiche all’esercito ucraino, mostra piena solidarietà al governo di Netanyahu, responsabile di una orribile mattanza a Gaza e che sarà processato dalla comunità internazionale con l’accusa di genocidio, ed ora si imbarca in una nuova avventura militare, entrando direttamente in guerra.

Tenere il nostro paese fuori dal conflitto e battersi per una soluzione di pace sono le uniche strade sensate per non lasciarsi trascinare dentro il vortice di un conflitto sempre più globale. Anche per questo saremo in piazza a Milano sabato 24 febbraio a fianco della Palestina e perché l’Italia sia fuori da tutte le guerre.

Unione Sindacale di Base

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“Italiani, state attenti. Se ci aggredite diventerete un bersaglio”

Un’ottima e chiarificatrice intervista ad un leader Houthi, stranamente ad opera di Repubblica (una testata fine corsa, inattendibile come “voce del padrone” in condominio tra Usa e Israele). Prevedibilmente non letta dalla classe politica nostrana, ma abbondantemente citata a sostegno di frasi senza senso come “non ci faremo intimidire”, “nessuno può pensare di minacciare l’Italia” e via di testosterone mediatico...

Eppure, a leggerla con la dovuta attenzione, l’intervista di Laura Lucchini a Mohamed Ali al-Houti contiene tutti gli elementi necessari per inquadrare la crisi della navigazione commerciale occidentale nel Mar Rosso.

Intanto perché, appunto, non c’è alcun “blocco del commercio mondiale”, ma una attenta selezione (negativa ovviamente) che riguarda le navi collegate ad Israele e – man mano che si allarga la coalizione militare anti-Houthi – i paesi che vi partecipano bombardando lo Yemen.

Il che mette l’autonominata “comunità internazionale” – in realtà la coalizione militare occidentale e imperialista – in una posizione indifendibile. Non è infatti spendibile come “difesa della legalità internazionale” (compito che spetterebbe all’Onu, ormai svuotato di riconoscimento sia dall’Occidente imperialista che dalla sua testa di ponte mediorientale, ossia Israele), nonostante lo sforzo retorico di presentarsi come tale (ormai solo “a beneficio” dell’opinione pubblica interna).

In secondo luogo l’intervista mette in luce chiaramente anche l’unica soluzione immediata possibile: il cessate il fuoco a Gaza e il ritorno dell’Idf sulle sue posizioni precedenti, sospendendo ogni bombardamento della Striscia e ogni assalto militare in Cisgiordania. Come sappiamo, la via fin qui scelta dall’Occidente è opposta: allargamento del conflitto e bombardamenti, per ora, sulle posizioni yemenite.

Il che, ovviamente, non può che comportare l’allargamento del numero dei paesi coinvolti nonché delle navi commerciali che farebbero bene a circumnavigare l’Africa, anziché addentrarsi nel Mar Rosso.

In fondo, a ben guardare, gli yemeniti stanno a casa loro e non hanno mai attaccato altri paesi. Stati Uniti e Occidente imperialista, invece, non fanno altro da secoli. Contro ogni diritto...

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Mohamed Ali al-Houti, classe 1979, è uno dei leader di spicco del movimento Ansar Allah, i ‘partigiani di Dio’ meglio conosciuti come Houti, nonché cugino dell’attuale leader Abdul-Malik Al-Houti.

È stato capo del Comitato rivoluzionario supremo tra il 2015 e il 2016, quando gli Houti hanno preso il potere. Nell’intervista a Repubblica si rivolge al nostro Paese che sta per prendere parte alla missione Ue nel Mar Rosso: «L’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen».

La notte tra sabato e domenica ci sono stati raid massicci. Che danni vi hanno causato fino ad ora queste operazioni? Risponderete?

«Sono aggressioni illegali e di un terrorismo deliberato e ingiustificato. Gli aerei d’aggressione americano-britannici hanno lanciato 48 attacchi aerei contro lo Yemen, colpendo Sana’a e Hodeida insieme ad altri obiettivi.

In precedenza, hanno preso di mira le nostre pattuglie nel Mar Rosso, causando il martirio delle forze navali.

Questi bombardamenti non influenzeranno le nostre capacità. Anzi ci rafforzano. Gli americani e i britannici devono capire che in questa fase siamo pronti a rispondere, e il nostro popolo non conosce la resa. Le nostre acque e i nostri mari non sono un parco giochi dell’America».

Il blocco nel Mar Rosso minaccia la libertà di navigazione, ha un impatto duro sull’economia globale e in ultima istanza provoca inflazione colpendo indirettamente i civili delle fasce più deboli. È necessario?

«In primo luogo, non c’è alcun blocco nel Mar Rosso. Prendiamo di mira solo le navi associate a Israele, che si dirigono verso porti occupati, di proprietà di israeliani, o entrano nel porto di Eilat. Qualsiasi nave non legata a Israele non subirà danni.

Non abbiamo intenzione di chiudere lo stretto di Bab el Mandeb o il Mar Rosso. Se volessimo farlo, ci sarebbero altre misure più semplici rispetto all’invio di missili».

Qual è la vostra posizione riguardo all’uccisione di tre soldati americani nell’attacco contro la Torre 22 in Giordania?

«Questi attacchi sono una reazione naturale alle azioni ostili compiute dagli Stati Uniti. È essenziale che gli americani comprendano che chi attacca affronterà una ritorsione, come espresso nel proverbio arabo: “Chi bussa alla porta troverà risposta”».

Un’ulteriore escalation potrebbe portare a un intervento di terra in Yemen. Non temete questo scenario?

«La guerra terrestre è ciò che desidera il popolo yemenita, poiché si troverà finalmente di fronte a coloro che sono responsabili delle sue sofferenze da oltre nove anni. Se gli Stati Uniti inviano truppe nello Yemen, dovranno affrontare sfide più difficili di quelle in Afghanistan e Vietnam.

Il nostro popolo è resiliente, pronto e ha varie opzioni per sconfiggere strategicamente gli americani nella regione».

Qual è la sua posizione sulla decisione dell’amministrazione Biden di classificarvi come “terroristi”?

«Essere classificati come terroristi per sostenere Gaza è un onore per noi. Questa classificazione è politica e scorretta, senza giustificazione, e non influisce su di noi. Non entriamo negli Stati Uniti, non abbiamo aziende internazionali o interessi bancari all’estero. La soluzione sta nel fermare l’aggressione a Gaza e permettere l’ingresso di cibo e medicine». L’Occidente accusa gli Houti di essere uno strumento nelle mani dell’Iran. Recenti report suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano chiesto alla Cina di mediare per la fine del blocco sul Mar Rosso. Che rapporti avete con Iran e Cina?

«Il nostro leader stimato (Abdul-Malik Al-Houthi, ndr), ha affermato che “i raid americani e britannici sono fallimentari e non hanno alcun impatto; non limiteranno le nostre capacità militari.” E che “il tentativo dell’America di cercare l’assistenza della Cina per mediare e convincerci a interrompere le nostre operazioni è un segno del suo fallimento”.

Ha anche spiegato che “la Cina non si lascerà coinvolgere per servire l’America, riconoscendo che i suoi interessi non sono allineati con quelli americani, data la politica ostile dell’America e l’entità della cospirazione americana attraverso la questione di Taiwan”.

Abbiamo il controllo delle nostre decisioni, e gli americani e gli israeliani ne sono consapevoli».

Esiste un canale di negoziazione diretta tra voi e gli Usa? Come si può de-escalare il conflitto?

«Non abbiamo negoziato direttamente con gli americani, nonostante loro lo abbiano richiesto. Non vediamo la possibilità di intraprendere un dialogo diretto con gli americani, considerandoli come criminali terroristi. Se c’è qualsiasi comunicazione, questa avviene attraverso il nostro team di negoziazione nel Sultanato dell’Oman. È l’unico modo».

L’Unione Europea ha annunciato una nuova missione militare difensiva nel Mar Rosso...

«Consigliamo agli europei di aumentare la pressione sui responsabili degli orrori a Gaza. Le nostre operazioni mirano a fermare l’aggressione e a sollevare l’assedio. Qualsiasi altra giustificazione per l’escalation da parte degli europei è inaccettabile».

L’Italia ne prenderà parte. I beni italiani saranno dunque bersagli senza eccezione?

«L’Italia diventerà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen. Il suo coinvolgimento sarà considerato un’escalation e una militarizzazione del mare, e non sarà efficace. Il passaggio delle navi italiane e di altri durante le operazioni yemenite a sostegno di Gaza è una prova che l’obiettivo è noto».

Qual è il vostro messaggio per il nostro Paese?

«Il nostro consiglio all’Italia è di esercitare pressione su Israele per fermare i massacri quotidiani a Gaza. Questo è ciò che porterà alla pace. Consigliamo all’Italia di rimanere neutrale, che è il minimo che può fare. Non c’è giustificazione per qualsiasi avventura al di fuori dei suoi confini».

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