Per evitare di fare discorsi sconclusionati quanto quelli della stampa occidentale, totalmente concentrata sulle parole che a getto continuo esondano dalla bocca di Trump, sarà bene tenere separati i fatti dalle dichiarazioni. Ossia la guerra dalla “comunicazione”.
Il primo fatto è la lettera inviata dall’amministrazione Trump al Congresso tre giorni fa in cui comunica che gli attacchi iniziati il 7 luglio rappresentano “un’azione militare coerente con la mia responsabilità di proteggere gli americani e gli interessi degli Stati Uniti sia in patria che all’estero”.
La lettera mostra anche la preoccupazione di non escludere esiti diversi dalla guerra totale descrivendo gli attacchi più recenti come “limitati, misurati, pianificati ed eseguiti in modo da ridurre al minimo le vittime civili”.
Con ciò l’amministrazione statunitense più folle della storia ha formalmente rispettato l’obbligo di legge secondo cui il presidente deve riferire al Congresso entro 48 ore dall’inizio di qualsiasi azione militare. Qualsiasi azione iniziata senza l’approvazione del Congresso deve infatti essere interrotta entro 60 giorni.
In realtà la guerra va avanti ormai da quattro mesi e mezzo, con intervalli e precarissimi “cessate il fuoco” che hanno permesso la mediazione di Pakistan e Qatar che ha portato ai colloqui di Islamabad e poi al Memorandum firmato in Svizzera. Trump ha insomma già aggirato la legge dichiarando “finita” la guerra dopo due mesi, ma riprendendola con attacchi ogni volta che era in difficoltà interna.
Sul piano strettamente militare l’aviazione statunitense ha colpito rampe di lancio missilistiche intorno allo Stretto di Hormuz, nonché droni marini ormeggiati e altre strutture militari.
La risposta iraniana è stata quella classica: missili e droni contro le basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati, Oman e Giordania. Secondo un comunicato della Guardia rivoluzionaria iraniana “Alcuni depositi logistici di armi, un centro per le comunicazioni satellitari e l’edificio residenziale delle forze statunitensi sono stati presi di mira da missili e droni in Bahrein”.
Mentre “Nel secondo ciclo di attacchi missilistici e con droni, l’Iran ha colpito la Quinta flotta della Marina statunitense in Bahrein, danneggiando un deposito di carburante, un radar Patriot, un radar di controllo aereo e un sistema radar di allarme C-Ram. Il centro di controllo e monitoraggio per le imbarcazioni a guida autonoma è stato completamente distrutto”.
Il tutto accompagnato da video che sembrano dimostrare che i colpi sono arrivati a segno nonostante i tentativi di intercettarli.
Inoltre sono stati lanciati droni contro due petroliere emiratine che provavano a passare per la rotta “protetta dagli Stati Uniti”, ossia il cosiddetto “corridoio omanita-americano”, leggermente più vicino alla costa sud dello Stretto, invece che per il canale più utilizzato.
Come si vede, non serve molto per rendere sconsigliabile l’attraversamento dello Stretto senza il benestare iraniano. Mentre lo sforzo militare per impedire quel controllo richiede decine di aerei e missili, senza peraltro garantire risultati apprezzabili, data la conformazione del terreno e le reti di tunnel in cui sono collocati i depositi.
Le parole a ruota libera
Quasi imbarazzante, invece, doversi occupare delle parole. Se uno dovesse dar credito a Trump, infatti,
– “Li stiamo colpendo duramente. E continueremo, vedremo cosa succederà. Stiamo neutralizzando tutta la loro capacità offensiva e stiamo controllando lo stretto. Stiamo ripristinando il blocco” per tutte le navi dirette nei porti iraniani.
– La ripresa del conflitto con l’Iran “sarà molto veloce”.
– Nonostante questo “un accordo è ancora possibile”, anche se il Memorandum sembra seppellito dalla svalutazione a semplice “test” per saggiare Teheran.
Tutto e il contrario di tutto, insomma.
Ma la dichiarazione più fuori di testa è stata un’altra, e ha ovviamente scosso anche la fiducia dei “mercati” nella serietà di questa amministrazione Usa. “Stiamo proteggendo una parte molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. E quindi, quello che abbiamo fatto è che saremo rimborsati per la protezione” dai Paesi del Golfo. Una guerra per fare “il pappone”, insomma, o al massimo il “vigilante”...
La percentuale – o “dazio” – pretesa sarebbe addirittura il 20 percento del fatturato a bordo di ciascuna nave. Calcolando che “la tariffa di passaggio” introdotta da Tehran, in pratica di circa un dollaro a barile per le petroliere (col greggio stabilmente sopra i 70 dollari), era stata definita “devastante” per le aziende che commerciano nel Golfo, quella di Trump appare una sparata priva di senno.
Il New York Times è andato subito a ritrovare le dichiarazioni di J.D.Vance e “Narco” Rubio, poche settimane fa, che spiegavano come “nessun Paese” dovrebbe pretendere di riscuotere pedaggi o tariffe per il transito in quella via d’acqua vitale per l’economia mondiale. Neanche gli Stati Uniti, dunque...
Anche Alex Vatanka, ricercatore senior presso il Middle East Institute, l’ha sostanzialmente messa tra le tante cazzate che il tycoon ama sparare per restare al centro della scena.
Ovviamente l’idea non ha “alcun fondamento nel diritto internazionale”, ma, peggio ancora, “potrebbe irritare gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”, già sotto stress da mesi per una guerra che sta colpendo soprattutto i loro interessi commerciali.
“Al presidente Trump piace rilasciare dichiarazioni eclatanti. Non so quanto il suo staff abbia riflettuto a fondo su questa commissione del 20%”, ha detto Vatanka ad Al Jazeera.
“Non è questo l’accordo che gli Stati del Golfo hanno sottoscritto quando hanno scelto gli Stati Uniti come loro garante della sicurezza. Quindi, se ritengono di essere sfruttati in questa situazione, lo faranno sapere, e questo potrebbe anche influenzare le decisioni del Presidente Trump su come procedere con questa idea”. Facendo cioè la classica marcia indietro che gli è valsa la qualifica di “Taco” (Trump Always Chickens Out, ossia ‘Trump si tira sempre indietro’).
La decisione di puntare nuovamente – e ottusamente – sulla pressione militare sembra insomma motivata soprattutto dalla necessità di trovare almeno uno straccio di “vittoria” prima di gettare la spugna e sottoscrivere un accordo che rispecchi la sconfitta strategica subìta.
Far riaprire Hormuz “senza condizioni e pedaggi” appare il miraggio che lo guida e non paradossalmente vorrebbe arrivarci ponendo lui stesso un “pedaggio mostruoso” che si vanterebbe poi di aver eliminato.
Un po’ come per tutta la vicenda dello Stretto, che era completamente libero e gratuito al transito fino al 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-statunitense.
Nella guerra delle parole, bisogna dire, gli iraniani si dimostrano un tantino più sottili e ironici. A proposito del dazio pari al 20%, infatti, hanno fatto notare sorridendo che con loro gli affari sarebbero molto più vantaggiosi (praticamente soltanto l’1%).
Ma la vera coltellata retorica è arrivata sull’autoproclamazione di “Angelo Custode” dello Stretto. La nota dal ministero degli esteri di Teheran recita infatti “sappiamo custodirlo da soli, non ci servono lavoratori stranieri per questo”. Rovesciando in un colpo solo sulla Casa Bianca tutta la narrazione suprematista e razzista che domina da quelle parti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/07/2026
“Il pappone” va alla guerra, dice...
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