Ricomincia la tarantella... Dopo un mese passato a contare i missili intercettori mancanti nei magazzini del Pentagono e dunque a presentare la “nuova strategia” fondata sulle sanzioni, gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare strutture iraniane nello Stretto di Hormuz, prendendo di mira soprattutto l’isola di Larak.
La motivazione è risibile, ed era stata in qualche modo anticipata dalla surreale dichiarazione di Trump – qualche giorno fa – secondo cui lo Stretto era stato “completamente ripulito dalle mine” grazie all’azione della Marina Usa e si minacciava Teheran di “gravi conseguenze” se avesse provato a piazzarne altre.
Il “piccolo problema” era che non risultava a nessuno – neanche ai disponibilissimi media occidentali – che ci fosse stata un’attività navale del genere (gli spostamenti sono monitorati da decine di satelliti di vari paesi), per la quale era stata addirittura richiesta, mesi fa, la partecipazione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, in possesso di navi dragamine posizionate relativamente vicine (nel Mediterraneo), mentre quelle Usa avrebbero dovuto fare un viaggio che richiede mesi.
Insomma, l’annuncio di Trump valeva come “scusa anticipata” per futuri nuovi attacchi. E in effetti i comunicati del CentCom statunitense sono giocati su questa falsariga. “Posso confermare che oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak”, ha dichiarato in un comunicato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando statunitense.
“Le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l’area e restano pronte a proteggere il libero flusso commerciale attraverso questa via d’acqua essenziale” (flusso che era completamente libero e gratuito fino all’inizio dell’attacco israelo-americano).
Negli stessi minuti una petroliera che si era “fidata” delle dichiarazioni statunitensi è finita su due mine – nessuno sa dire se vecchie (dunque già “eliminate”) oppure nuove (quelle che avrebbero dovuto essere distrutte dall’“attacco preventivo”) – si è incendiata ed è alla deriva.
L’Iran ha ovviamente risposto nel solito modo, lanciando missili e droni sulla base Usa di Al Minhad, negli Emirati, dove sarebbero dislocati elicotteri e militari americani. Nonché su due basi in Giordania – la Al Azraq e la Re Hussein – con l’ovvio incrocio di dichiarazioni contrapposte: “abbiamo provocato gravi danni” secondo i Guardiani della Rivoluzione oppure “tutti i missili sono stati intercettati” secondo Amman.
Più serio – se confermato – l’abbattimento di un drone MQ-9 Reaper, un grande drone carico di costosi sistemi elettronici usato per missioni di sorveglianza a lungo raggio e di attacco di precisione (può trasportare oltre mille kg di missili aria-terra AGM-114 Hellfire e bombe a guida laser).
Non sarebbe solo un serio danno economico, ma anche strettamente operativo, perché di questi “aggeggi” – fondamentali per sostituire in qualche misura i sistemi radar già distrutti nei primi sei mesi di guerra – non ce ne sono moltissimi, anche a causa dei lunghi tempi di costruzione.
Al di là di questi scambi di cortesie tutto sommato limitate, sul piano politico bisogna segnalare che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha anticipato l’emissione di nuove sanzioni con scadenza settimanale, a partire dalle banche che hanno rapporti con istituzioni o società di Teheran.
La minaccia – importante, ma sempre meno efficace col passare del tempo – è l’isolamento dal “sistema del dollaro”, anche di società cinesi (sarebbero una sessantina quelle censite come collegate all’Iran), approfondendo dunque quel processo di separazione tra sistemi monetari che, di conseguenza, mina la stessa funzione “egemonica” del dollaro Usa (resta dominante nel proprio campo, ma il terreno di gioco si va restringendo).
Sembra anche simbolicamente significativo che la nuova escalation militare avvenga nel giorno in cui a Bishkek, in Kirghizistan, si apre l’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), che vede intorno allo stesso tavolo Xi Jinping, Putin, il presidente iraniano Pezeshkian, i capi di stato di India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Bielorussia, più altri paesi “osservatori”.
Un “G20 alternativo” che fa da ponte tra Asia ed est europeo (la condizione per l’ammissione è l’esistenza di frontiere comuni tra un paese e l’altro) dove si discute di infrastrutture di collegamento, sicurezza reciproca (originariamente contro i movimenti separatisti e jihadisti) e soprattutto di creazione di una banca comune di sviluppo. Senza dollaro...
Forse la “nuova tarantella” non si occupa soltanto di qualche mina in fondo al mare...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/08/2026
Bombe sull’Iran, ma il gioco si allarga
14/07/2026
“Il pappone” va alla guerra, dice...
Per evitare di fare discorsi sconclusionati quanto quelli della stampa occidentale, totalmente concentrata sulle parole che a getto continuo esondano dalla bocca di Trump, sarà bene tenere separati i fatti dalle dichiarazioni. Ossia la guerra dalla “comunicazione”.
Il primo fatto è la lettera inviata dall’amministrazione Trump al Congresso tre giorni fa in cui comunica che gli attacchi iniziati il 7 luglio rappresentano “un’azione militare coerente con la mia responsabilità di proteggere gli americani e gli interessi degli Stati Uniti sia in patria che all’estero”.
La lettera mostra anche la preoccupazione di non escludere esiti diversi dalla guerra totale descrivendo gli attacchi più recenti come “limitati, misurati, pianificati ed eseguiti in modo da ridurre al minimo le vittime civili”.
Con ciò l’amministrazione statunitense più folle della storia ha formalmente rispettato l’obbligo di legge secondo cui il presidente deve riferire al Congresso entro 48 ore dall’inizio di qualsiasi azione militare. Qualsiasi azione iniziata senza l’approvazione del Congresso deve infatti essere interrotta entro 60 giorni.
In realtà la guerra va avanti ormai da quattro mesi e mezzo, con intervalli e precarissimi “cessate il fuoco” che hanno permesso la mediazione di Pakistan e Qatar che ha portato ai colloqui di Islamabad e poi al Memorandum firmato in Svizzera. Trump ha insomma già aggirato la legge dichiarando “finita” la guerra dopo due mesi, ma riprendendola con attacchi ogni volta che era in difficoltà interna.
Sul piano strettamente militare l’aviazione statunitense ha colpito rampe di lancio missilistiche intorno allo Stretto di Hormuz, nonché droni marini ormeggiati e altre strutture militari.
La risposta iraniana è stata quella classica: missili e droni contro le basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati, Oman e Giordania. Secondo un comunicato della Guardia rivoluzionaria iraniana “Alcuni depositi logistici di armi, un centro per le comunicazioni satellitari e l’edificio residenziale delle forze statunitensi sono stati presi di mira da missili e droni in Bahrein”.
Mentre “Nel secondo ciclo di attacchi missilistici e con droni, l’Iran ha colpito la Quinta flotta della Marina statunitense in Bahrein, danneggiando un deposito di carburante, un radar Patriot, un radar di controllo aereo e un sistema radar di allarme C-Ram. Il centro di controllo e monitoraggio per le imbarcazioni a guida autonoma è stato completamente distrutto”.
Il tutto accompagnato da video che sembrano dimostrare che i colpi sono arrivati a segno nonostante i tentativi di intercettarli.
Inoltre sono stati lanciati droni contro due petroliere emiratine che provavano a passare per la rotta “protetta dagli Stati Uniti”, ossia il cosiddetto “corridoio omanita-americano”, leggermente più vicino alla costa sud dello Stretto, invece che per il canale più utilizzato.
Come si vede, non serve molto per rendere sconsigliabile l’attraversamento dello Stretto senza il benestare iraniano. Mentre lo sforzo militare per impedire quel controllo richiede decine di aerei e missili, senza peraltro garantire risultati apprezzabili, data la conformazione del terreno e le reti di tunnel in cui sono collocati i depositi.
Le parole a ruota libera
Quasi imbarazzante, invece, doversi occupare delle parole. Se uno dovesse dar credito a Trump, infatti,
– “Li stiamo colpendo duramente. E continueremo, vedremo cosa succederà. Stiamo neutralizzando tutta la loro capacità offensiva e stiamo controllando lo stretto. Stiamo ripristinando il blocco” per tutte le navi dirette nei porti iraniani.
– La ripresa del conflitto con l’Iran “sarà molto veloce”.
– Nonostante questo “un accordo è ancora possibile”, anche se il Memorandum sembra seppellito dalla svalutazione a semplice “test” per saggiare Teheran.
Tutto e il contrario di tutto, insomma.
Ma la dichiarazione più fuori di testa è stata un’altra, e ha ovviamente scosso anche la fiducia dei “mercati” nella serietà di questa amministrazione Usa. “Stiamo proteggendo una parte molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. E quindi, quello che abbiamo fatto è che saremo rimborsati per la protezione” dai Paesi del Golfo. Una guerra per fare “il pappone”, insomma, o al massimo il “vigilante”...
La percentuale – o “dazio” – pretesa sarebbe addirittura il 20 percento del fatturato a bordo di ciascuna nave. Calcolando che “la tariffa di passaggio” introdotta da Tehran, in pratica di circa un dollaro a barile per le petroliere (col greggio stabilmente sopra i 70 dollari), era stata definita “devastante” per le aziende che commerciano nel Golfo, quella di Trump appare una sparata priva di senno.
Il New York Times è andato subito a ritrovare le dichiarazioni di J.D.Vance e “Narco” Rubio, poche settimane fa, che spiegavano come “nessun Paese” dovrebbe pretendere di riscuotere pedaggi o tariffe per il transito in quella via d’acqua vitale per l’economia mondiale. Neanche gli Stati Uniti, dunque...
Anche Alex Vatanka, ricercatore senior presso il Middle East Institute, l’ha sostanzialmente messa tra le tante cazzate che il tycoon ama sparare per restare al centro della scena.
Ovviamente l’idea non ha “alcun fondamento nel diritto internazionale”, ma, peggio ancora, “potrebbe irritare gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”, già sotto stress da mesi per una guerra che sta colpendo soprattutto i loro interessi commerciali.
“Al presidente Trump piace rilasciare dichiarazioni eclatanti. Non so quanto il suo staff abbia riflettuto a fondo su questa commissione del 20%”, ha detto Vatanka ad Al Jazeera.
“Non è questo l’accordo che gli Stati del Golfo hanno sottoscritto quando hanno scelto gli Stati Uniti come loro garante della sicurezza. Quindi, se ritengono di essere sfruttati in questa situazione, lo faranno sapere, e questo potrebbe anche influenzare le decisioni del Presidente Trump su come procedere con questa idea”. Facendo cioè la classica marcia indietro che gli è valsa la qualifica di “Taco” (Trump Always Chickens Out, ossia ‘Trump si tira sempre indietro’).
La decisione di puntare nuovamente – e ottusamente – sulla pressione militare sembra insomma motivata soprattutto dalla necessità di trovare almeno uno straccio di “vittoria” prima di gettare la spugna e sottoscrivere un accordo che rispecchi la sconfitta strategica subìta.
Far riaprire Hormuz “senza condizioni e pedaggi” appare il miraggio che lo guida e non paradossalmente vorrebbe arrivarci ponendo lui stesso un “pedaggio mostruoso” che si vanterebbe poi di aver eliminato.
Un po’ come per tutta la vicenda dello Stretto, che era completamente libero e gratuito al transito fino al 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-statunitense.
Nella guerra delle parole, bisogna dire, gli iraniani si dimostrano un tantino più sottili e ironici. A proposito del dazio pari al 20%, infatti, hanno fatto notare sorridendo che con loro gli affari sarebbero molto più vantaggiosi (praticamente soltanto l’1%).
Ma la vera coltellata retorica è arrivata sull’autoproclamazione di “Angelo Custode” dello Stretto. La nota dal ministero degli esteri di Teheran recita infatti “sappiamo custodirlo da soli, non ci servono lavoratori stranieri per questo”. Rovesciando in un colpo solo sulla Casa Bianca tutta la narrazione suprematista e razzista che domina da quelle parti.
Fonte
12/07/2026
Gli Usa come Hulk nella rete
Se non sai come uscirne, non ne esci. Anzi...
Dopo due giorni di calma gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare l’Iran, adducendo come giustificazione i colpi che avevano raggiunto una nave cipriota purtroppo “convinta” che passare sulla rotta consigliata da Washington, anziché su quella indicata da Teheran, fosse una bella idea.
140 obiettivi sarebbero stati colpiti, dice un comunicato del Centcom. Tra questi figurano siti missilistici e di droni, depositi di munizioni, strutture navali, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.
È abbastanza agevole vedere che questa lista comprende quasi soltanto postazioni militari da cui dipende la capacità iraniana di rendere effettivo il controllo sullo Stretto di Hormuz. Non è insomma un’offensiva generale contro il resto del Paese, che renderebbe il Memorandum svizzero carta straccia.
Immediata e come sempre simmetrica la risposta di Teheran, con missili e droni sulle basi Usa in Kuwait, Qatar, Emirati, Giordania. Anche in questo caso solo obiettivi militari stranieri, a segnalare – ai paesi che li ospitano – che ormai quelle basi non rappresentano più una “garanzia di sicurezza” ma l’esatto contrario.
Inutile dar conto delle dichiarazioni da saloon di gente come Hegseth (“ministro della guerra” Usa con un curriculum da anchorman), perfettamente simmetriche a quelle dei Guardiani della Rivoluzione iraniani.
Questa nuova puntata fatta di cannonate e missili non sembra tale da compromettere completamente il lavoro che i mediatori diplomatici – Qatar e Pakistan – continuano a fare. Ma certo lo rendono molto più lento, difficoltoso e dall’esito incerto.
La geografia politica del Golfo continua a mutare per scostamenti quasi infinitesimali. Il ministro degli esteri iraniano Sayyed Araghci, di ritorno da consultazioni in Qatar, ha confermato che il dirimpettaio arabo – con cui condivide il maxi-giacimento di gas di South Pars – condivide ora i criteri di gestione del traffico nello Stretto proposti da Teheran.
Con i prezzi del greggio e del gas di nuovo in ascesa, del resto, anche la pretesa di un pedaggio equivalente a circa un dollaro per barile non cambia granché il costo finale dell’energia. Mentre la carenza di rifornimenti fisici in seguito al blocco ha conseguenze pesanti sull’economia mondiale.
Tutti i paesi, consumatori e non, continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di greggio per alimentare produzione e circolazione, ma si stanno rapidamente avvicinando al punto di esaurimento.
In questo quadro crescono perciò le voci che fanno notare come qualche “diritto di passaggio” viene in effetti pagato anche per attraversare altre “strettoie” marittime, come per quella di Malacca e addirittura per il Canale della Manica (che pure, tecnicamente, non è uno stretto). E dunque non è utile fare di questo punto, preteso solo ora da Teheran come “riparazione dei danni subiti con l’aggressione israelo-americana”, la questione decisiva per finirla con i bombardamenti.
Anche perché prima dell’attacco del 28 febbraio, la circolazione a Hormuz era totalmente libera e gratuita. Mentre stamattina, dopo la terza ondata di bombardamenti in una settimana, viene dichiarata completamente chiusa fino a nuovo ordine. In tal modo la palla ripassa agli Stati Uniti: se provano a far passare altre navi “garantendo protezione” in realtà le espongono a qualche rischio, che a sua volta diventa occasione per giustificare qualche altro bombardamento, risposte iraniane con missili e droni sulle basi, ecc, ecc..
Lo sconcerto Usa su come uscire dalla guerra all’Iran rivela un deficit di conoscenza dell’avversario che è quasi sorprendente, dopo esser stati cacciati dal paese già da 47 anni.
Un deficit che pare connaturato alla “cultura suprematista” tipica del colonialismo occidentale, e che si vede anche dalle reazioni alle “minacce iraniane” che sarebbero rappresentate dalla retorica ovviamente incendiaria dei discorsi e degli slogan durante i lunghi funerali di Ali Khamenei, o dalla pagina in cui il quotidiano Hamshari (edito dal Comune di Teheran) inserisce anche Meloni tra i responsabili dell’aggressione, pubblicando una foto della premier in tenuta arancione assieme alle immagini di Trump e Netanyahu con un bersaglio in fronte.
Il tono delle reazioni in Europa, e ancor più in Italia, è tra il vittimistico e l’indignato: “come osano questi inferiori minacciarci?”
In realtà, a ben vedere, quella pagina imita con molta ruvidità quel che ogni giorno fanno e dicono i leader occidentali, supportati dal proprio sistema mediatico.
Si potrebbe far notare infatti che l’uccisione o il rapimento di leader di altri paesi è una “specialità tutta occidentale”, cui nessuno da queste parti trova qualcosa da obiettare (al massimo si imputa a Trump e Netanyahu un “eccesso di violenza”). Così come le minacce quotidiane di “radere al suolo” l’Iran o altri paesi.
Quando lo stesso gioco ci viene restituito si resta senza fiato né parole. Eppure dovrebbe esser noto che in qualsiasi guerra si portano colpi ma si ricevono anche, sia sul piano strettamente militare che su quello della “comunicazione”.
Veniamo però da quasi 40 anni di “guerre asimmetriche”, condotte dall’imperialismo occidentale contro paesi sprovvisti di capacità militari paragonabili. Quattro decenni che hanno fatto rinascere la mentalità coloniale per cui “noi” andiamo lì, facciamo come ci pare, ammazziamo un po’ di gente, a cominciare dai leader, e “loro” non ci possono fare niente.
Quel tanto di resistenza che pure possono opporre, con mezzi e tecniche ovviamente “asimmetriche”, la definiamo “terrorismo” e moltiplichiamo la violenza degli attacchi mentre le anime belle occidentali tacciono.
Quelle non sono state “guerre”, ma massacri e genocidi unilaterali. Come a Gaza.
Con l’Iran non è andata così. E continua a non andare così.
Per quanto tecnologicamente e militarmente non all’altezza dei nemici che lo hanno attaccato, non è comunque un paese “calpestabile” senza problemi. Chiunque lo abbia visitato sa che si tratta di un paese sviluppato, con proprie industrie oltre che risorse energetiche, con uno stile di vita abbastanza simile al nostro (fatte le ovvie differenze culturali che qui contano solo nella definizione di una maggiore coesione interna e capacità di resistenza), 90 milioni di abitanti e una quantità di laureati – soprattutto donne – superiore a quella di molti paesi occidentali.
Il “suprematismo bianco occidentale”, consapevole o no che sia, sbatte insomma contro un avversario che non è quello costruito dalle “narrazioni” mediatiche elaborate per giustificare la guerra (una massa di decerebrati obnubilati dalla religione, tranne pochi che “vogliono essere come noi”). Per quanto forte sia, mena colpi alla cieca, come un Hulk preso nella rete.
Se ne può uscire solo in due modi, ci sembra. Uno, quello auspicabile, è un recupero rapido del principio di realtà. Quello per cui, se non puoi vincere, contratti. Il secondo è fare ricorso all’unica “superiorità” effettivamente rimasta: la bomba atomica.
Fonte
09/07/2026
Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono
Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.
La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.
Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.
La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.
Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.
Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.
Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.
Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.
Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.
Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.
Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.
Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.
Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.
Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).
Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.
In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.
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08/07/2026
Un altro giro di guerra, alla cieca
Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.
È difficile, infatti, individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.
La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.
Washington ha accusato l’Iran per quella azione, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.
In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Tutti gli attacchi di ritorsione sarebbero andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre la capacità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.
Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Teheran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.
Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che, infatti, nelle stesse ore ha ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.
Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.
David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente alla National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del MoU sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.
L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che “La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili”. Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.
Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.
Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Teheran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).
Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori da ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.
Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.
Fonte
02/06/2026
Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina
Il Ministero della Difesa russo ha confermato l’operazione, parlando di un attacco diretto contro infrastrutture militari, depositi di carburante, nodi di trasporto e aeroporti. Mosca aveva annunciata che sarebbe arrivata presto la ritorsione per gli atti terroristici di Kiev, che lo scorso 22 maggio ha bombardato un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk, uccidendo 21 persone.
L’Ucraina, da parte sua, ha respinto le accuse affermando di aver preso di mira un centro di comando per droni. Ma quello del 22 maggio non è l’unico crimine che è stato commesso negli ultimi giorni. Basti pensare al drone guidato con fibra ottica che ha fatto danni alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e di cui, nonostante tutto, i media nostrani faticano ancora a indicarne la “paternità” ucraina.
Nella stessa notte del 2 giugno, le forze armate russe hanno confermato di aver abbattuto 148 droni ucraini diretti su vari obiettivi. Altri devono aver però colpito i propri bersagli. È stato infatti segnalato che, nel territorio di Krasnodar, un drone ha colpito la raffineria di petrolio di Ilsky, un impianto dalla significativa capacità di raffinazione di circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno. L’impatto ha provocato un vasto incendio.
Ad ogni modo, il bombardamento russo mostra le netta differenza di possibilità militari tra gli attori in campo, e anche il tentativo di esercitare una certa pressione sull’andamento della guerra, anche in relazione alla disponibilità, da parte degli alleati europei di Kiev, di sedersi a un tavolo di tratttive, consapevoli della propria posizione debole.
Al contrario, i paesi europei continuano a tenere l’atteggiamento di chi ha già vinto una guerra invece disperata. Dopo il tentativo di far passare un drone deviato dagli ucraini e finito in Romania come un attacco russo, è di ieri la notizia dell’ennesimo atto di pirateria, con la Marina francese che, supportata da quella britannica, ha intercettato nell’Atlantico una petroliera considerata parte della “flotta ombra” di Mosca.
Tornando a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che la potenza di fuoco russa mostrata in nottata non fa che confermare la necessità di un maggiore supporto da parte dei paesi occidentali. “L’Europa – ha commentato – ha bisogno della propria difesa antimissile, in modo che questa guerra possa finalmente concludersi. E c’è assolutamente bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti nella fornitura di missili Patriot”.
Che la difesa antimissile possa far finire la guerra è un’affermazione piuttosto audace. Piuttosto, si tratterebbe di uno strumento per agitare un certo riequilibrio delle forze in campo prima di sedersi al tavolo delle trattative – comunque da sconfitto. Lo stesso Zelensky, in un’intervista rilasciata il 31 maggio alla CBS News, ha evocato una cruciale “finestra di opportunità” per sedersi e parlare coi russi, prima del prossimo inverno, indicando chiaramente quali dovranno essere i mediatori della sponda europea: Londra, Parigi e Berlino.
Fonte
28/02/2026
Attaccare l’Iran... Usa e Israele hanno iniziato
Ma nelle ultime ore si sono moltiplicati i segnali negativi, con una serie ormai rilevante di paesi che ordinano o consigliano i propri connazionali di lasciare la Persia e Israele. Il dado sembra ormai tratto con l'“asse del male” Washington-Tel Aviv deciso a far arretrare di decenni lo sviluppo del paese governato dagli ayatollah, che era finalmente esploso con la fuga dello shah Reza Pahlevi e l’eliminazione della servitù verso gli Stati Uniti nel 1979.
L’esitazione statunitense è stata lunga, e motivata. Da allora – e dal primo tentativo fallito di “liberare” l’ambasciata Usa a Tehran, occupata dagli “studenti” – non sono passati soltanto gli anni, ma sono cambiate anche le forme della guerra, come si è visto con quella in Ucraina ed anche nella “guerra dei dodici giorni” di Israele-Usa contro la stessa Teheran.
In estrema sintesi, si è visto che gli eserciti occidentali, con a disposizione una quantità di armamenti limitata ma super-tecologica – seguendo la trasformazione di eserciti destinati a “guerre asimmetriche” contro nemici privi di armamenti corrispettivi – vanno in difficoltà contro armi tecnologicamente più arretrate ma a bassissimo costo e costruite/utilizzate in grandi quantità. Lo ha sperimentato direttamente Israele l'anno scorso, quando ha visto il suo sofisticato e costosissimo sistema anti-missile “Iron Dome” travolto da sciami di droni e missili lanciati in numero tale da saturare/esaurire le batterie difensive.
Non è chiaro se questo primo attacco israeliano sia avvenuto congiuntamente con aerei statunitensi, ma tutti danno per scontato il “coordinamento” tra i due eserciti. Il New York Times, citando un funzionario statunitense, ha riferito che erano in corso anche attacchi statunitensi.
Di fatto i media in questione – quelli più attendibili, almeno – hanno riportato le preoccupazioni dei vertici politici e militari Usa che non riescono a calcolare con sufficiente precisione quanto le loro basi e le loro truppe sarebbero “al sicuro” rispetto ad una massiccia risposta iraniana ad un attacco Usa di grandi dimensioni. Lo stesso Capo di Stato Maggiore delle forze Congiunte ha avvertito Trump: “L’Iran non è il Venezuela”.
Il problema sottostante si chiama scarsità di munizioni difensive (missili antimissile), tanto che è stata ritirata la proposta – di qualche mese fa – di spostare un certo numero di batterie Patriot e similari dal Medio Oriente all’Ucraina. I costruttori che hanno contratti con la difesa statunitense stanno del resto dicendo da tempo agli alleati europei di non avere la capacità di produrre più armi per aiutare l’Ucraina.
La testata POLITICO, per esempio, riportava un paio di giorni fa che “Il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, ha stimato che gli Stati Uniti abbiano lanciato fino al 20 percento dei missili intercettori SM-3 che si prevedeva avessero a disposizione nel 2025, e tra il 20 e il 50 percento dei missili del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense)”.
Non si deve naturalmente dedurne che “l’Iran è troppo forte”, visto lo squilibrio assoluto in termini di aviazione, marina, e soprattutto testate nucleari (di cui è privo). Si tratta invece di capire che la “vittoria facile e priva di costi”, di cui Trump e la propaganda Usa hanno sempre bisogno, non ci può essere.
Una reazione droni/missili di Teheran produrrebbe danni consistenti, che stimolerebbero una guerra prolungata per “punire più severamente” gli ayatollah, trascinando così l’America in un conflitto costoso e di lunga durata (mesi, come minimo) per raggiungere un obiettivo niente affatto chiaro e inspiegabile all’elettorato trumpiano.
In fondo l’attacco all’Iran è un “bisogno primario di Israele”, non statunitense. Le ipotesi politiche a valle di un attacco, non a caso, ammettono persino il mantenimento del regime vigente (con buona pace dell’ascaro Pahlevi, che sogna il ritorno sul trono del padre), ma “decapitato e invalidato”.
Quindi non una “guerra per la democrazia” – argomento tipico dell’establishment “dem”, altrettanto sanguinario ma con pretese “umanitarie” – né una “guerra per la pace”, visto che il Medio Oriente intero sta spingendo per fermare tutto, temendo un “dopo” di alta tensione o incontrollabile per anni.
Il quadro cambierebbe se i colloqui in corso portassero ad una rinuncia iraniana ai missili balistici. Ma non si capisce perché Teheran dovrebbe privarsi dell’unica vera deterrenza contro l’ennesimo assalto di Tel Aviv (ricordiamo che ci sono stati innumerevoli attacchi aerei missilistici, nonché attentati e uccisioni mirate di generali, scienziati, ecc.). E la cosa è stata ribadita più volte nel corso dei colloqui, con inviti a “non chiedere troppo” rivolti agli inviati Usa.
Dunque l’equazione non era scioglibile con qualche certezza, lasciando l’amministrazione Trump a ballare su un grande numero di crisi politico-militari (Ucraina, Venezuela, vari paesi del Medio Oriente, Taiwan usata per “stuzzicare” la Cina, Nigeria) con uno strumento militare ai limiti delle sue possibilità (lo dimostra proprio la “più grande portaerei del mondo”, la Gerald Ford, tolta dal fronte venezuelano per irrobustire quello iraniano, ma in crisi igienica per il malfunzionamento dell’impianto fognario dopo i mesi passati in mare aperto).
In questa incertezza l’idea di un “attacco limitato e decapitante” – sequestrare o uccidere Khamenei e qualche altro comandante religioso e/o militare – è sembrata a lungo la meno “costosa”. Tant’è che nell’entourage trumpiano qualcuno si è spinto a suggerire “ma non ci conviene che ad attaccare sia Israele, invece che gli Usa?” Non che cambi molto negli sviluppi belicci successivi, ma l’elettorato trumpiaqno avrebbe meno remore a seguire un’altra avventura militare in qualche modo “obbligata” e non “scelta”.
Il tutto, infine, viene discusso come fosse un innocuo war game. Nessuno che si chieda “perché”, o “per quale obiettivo”. La retorica guerrafondaia occidentale ha ormai superato le colonne l’ercole della “giustificazione necessaria”. Si fa una guerra perché ci va di menare ad un certo nemico, che è “cattivo” per definizione, visto che non obbedisce...
Comunque sia, dicevamo, il dado sembra tratto. L’ambasciata Usa in Israele, guidata da quel sionista evangelico di Mike Huckabee, ha ordinato al proprio personale “non essenziale” di lasciare il paese nel più breve tempo possibile. Così ha fatto la Cina con i propri connazionali in Iran, impegnati in numerosi progetti comuni.
La Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, ha nel frattempo stabilito quattro livelli di successione in tutte le posizioni politiche e militari, memore degli attentati contro comandanti di rilievo che hanno accompagnato la “guerra dei dodici giorni”. Le dichiarazioni odierne dei leader iraniani, sia militari che politici, indicano che questa volta non ci sono “linee rosse”, che lo scontro diretto non è la prima opzione, ma è messo nel conto.
Rispetto a quella guerra, poco più di sei mesi fa, in cui era stata registrata una notevole debolezza della contraerea di Tehran, la Cina ha fornito all’Iran il radar YLC-8E, noto come “stealth killer”, già entrato in servizio. La Russia ha a sua volta fornito il sistema missilistico spallabile Verba, contro missili e aerei a distanze che vanno dai 10 metri ai 4,5 chilometri in verticale e 6,5 chilometri in orizzontale.
Un’arma “personale”, che non necessita di postazioni di lancio identificabili dai satelliti. Inoltre, l’Iran è stato dotato di nuovi missili antiaerei. La ferita che può dunque infliggere agli attaccanti, anche prima della risposta droni/missili, può essere profonda, anche se l’Iran dovesse infine essere annientato. Ma è uno scenario tipo “Vietnam”, non proprio il migliore per un presidente vanaglorioso che ama solo “vincere facile”.
La clessidra vede scorrere il tempo come la sabbia, e ieri si è anche chiusa la breve “finestra di pace” garantita dalla visita del premier indiano Narendra Modi in Israele (durante il quale un attacco è praticamente impossibile perché avrebbe messo in pericolo l’ultraconservatore premier di quella “più grande democrazia del mondo” – 1,4 miliardi di persone – che gli Stati Uniti stanno provando a sfilare dai Brics). Ed anche Nuova Delhi ha invitato i suoi cittadini a lasciare al più presto l’Iran.
Lunedì, peraltro, Israele celebra la festa ebraica di Purim, che commemora la fuga da un mitologico “complotto persiano”. In mancanza di giustificazioni razionali valide, un simbolismo religioso d’accatto può diventare un “messaggio storico” lanciato contro tutti i musulmani. Scadenza, anche questa, forse troppo vicina, visto che “Narco” Rubio, ministro degli esteri statunitense, è atteso anche lui in Israele proprio a partire da lunedì. E sembra decisamente improbabile che voglia fare l’esperienza di una guerra proprio da uno dei bersagli principali.
Le poche speranze che la situazione non precipiti nei prossimi giorni sta, non paradossalmente, nella possibilità che i calcoli fatti e rifatti dai generali Usa mostrino dei risultati ben poco soddisfacenti per il tycoon. Perché ci sembra davvero improbabile che una testa come questa – quella di Pete Hegseth, che ha rinominato in “della Guerra” l’ex Dipartimento della Difesa – possa partorire qualcosa di sensato.
Aggiornamenti
Trump, dopo un silenzio inziale, ha rivendicato di aver deciso e lanciato l’attacco con i seguenti obbiettivi:
“Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Annienteremo la loro marina militare.
Faremo in modo che i “terroristi” della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo.
Faremo in modo che l’Iran non ottenga armi nucleari. È un messaggio molto semplice. Non avranno mai armi nucleari.
Questo regime imparerà presto che nessuno deve sfidare la forza e il potere delle forze armate degli Stati Uniti.”
Funzionari del Pentagono hanno confermato che “l’operazione potrebbe durare diversi giorni”.
L’attacco di questa mattina contro l’Iran è avvenuto nonostante Washington e Teheran avessero apparentemente concordato giovedì di continuare le negoziazioni nucleari la prossima settimana, con il presidente USA Donald Trump che ieri aveva dichiarato di non essere “soddisfatto” del comportamento iraniano ma di non aver ancora preso una decisione sull’autorizzare o meno un attacco militare. Col senno di poi, sembra che si trattasse di un atto di depistaggio.
Ore 9:00. Due colonne di fumo sono visibili a Teheran. Le esplosioni, secondo alcuni media, sarebbero avvenute nei pressi degli uffici di Khamenei. Che però da giorni sarebbe stato trasferito in un luogo più sicuro. Esplosioni anche nell’est e nel centro nord della città. Tra gli obiettivi ci sono il ministero dell’intelligence e quello della Difesa, oltre all’Organizzazione per l’energia atomica. Ma anche in altre città vengono segnalate esplosioni.
Naturalmente tutti si attendono una risposta... E in effetti l’esercito israeliano ha fatto suonare le sirene d’allarme perché sarebbero stati rilevati missili in arrivo.
Inguardabili i media occidentali che parlano di “attacco preventivo”, riprendendo senza filtri né riflessione le parole del genocida ministro della Difesa Israel Katz, che lo definito tale. Subito dopo il Comando del Fronte Interno israeliano ha ordinato alla popolazione di svolgere solo attività essenziali in tutto il Paese. Le restrizioni appena annunciate vietano gli assembramenti pubblici, l’andare al lavoro e a scuola.
Ore 9:40. Netanyahu è apparso in un messaggio video in ebraico dopo che Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’ondata di attacchi contro l’Iran, affermando che l’operazione è stata lanciata “per eliminare la minaccia esistenziale” posta dalla Repubblica Islamica e “creare le condizioni” affinché gli iraniani possano cambiare il loro destino.
Ore 10:00. Al Jazeera riferisce che anche nel Barhein, una delle petromonarchie del Golfo, sono state udite esplosioni. Le foto mostrano un razzo che atterra nella capitale bahreinita, Manama. Secondo altre fonti sarebbe stata colpita la base militare statunitense di Juffair dove c’è un centro logistico di supporto alla flotta USA. L’Iran ha affermato che le basi Usa in Medio Oriente sono un target legittimo della propria risposta agli attacchi.
Ore 10:25. Gli Houthi yemeniti hanno deciso di riprendere gli attacchi con missili e droni contro le rotte marittime e contro Israele in appoggio all’Iran. Lo riferiscono due alti funzionari Houthi, che hanno parlato a condizione di anonimato poiché non c’è alcun annuncio ufficiale da parte della leadership Houthi. Uno dei funzionari ha dichiarato che il primo attacco potrebbe avvenire già “stanotte”.
Le sirene stanno suonando a Gerusalemme e nelle aree circostanti, così come nel nord e nel sud di Israele, dopo il lancio di missili balistici dall’Iran a seguito degli attacchi militari israeliani e statunitensi di questa mattina su Teheran.
Un missile lanciato dall’Iran verso il centro di Israele è stato intercettato dalle difese aeree, secondo fonti della difesa. Non ci sono segnalazioni immediate di feriti.
Nel frattempo, nuove sirene suonano nel nord di Israele dopo il lancio di missili balistici dall’Iran. Le IDF affermano che i sistemi di difesa aerea stanno lavorando per intercettare i missili.
L’IRGC iraniano afferma che la prima ondata di attacchi missilistici e con droni è stata lanciata contro Israele in risposta agli attacchi contro l’Iran, lo riportato l’agenzia di stampa Tasnim.
Ore 10:30. La Reuters ha riportato una massiccia esplosione nella città di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, mentre Al Jazeera riporta esplosioni anche in Kuwait. Il ministero dell’Interno del Qatar ha detto alla popolazione di tenersi lontana dai siti militari.
Ore 10:45. Al Jazeera riferisce che razzi intercettori vengono lanciati da varie parti del centro di Israele mentre le sirene risuonano in tutto il paese. Si sono sentite esplosioni nei pressi di Ramallah.
L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che quattro principali basi statunitensi in Qatar, Kuwait, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti sono sottoposte a un intenso attacco missilistico da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC)
Ore 11:00. Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.
Iran. Sono giunte notizie di attacchi aerei israeliani contro Isfahan. A Teheran si parla di un attacco all’edificio del parlamento iraniano e di bombardamenti su Ministero dell’Intelligence iraniano, Ministero della Difesa iraniano, Ufficio del Leader Supremo, Agenzia iraniana per l’Energia Atomica.
Israele. La televisione Canale 12 riferisce che un edificio di 9 piani nel nord di Israele è stato colpito e uno degli appartamenti è stato gravemente danneggiato. I media locali hanno riportato forti esplosioni nella regione della Galilea, mentre anche i residenti di Haifa hanno riferito di aver sentito delle detonazioni.
Ore 11:40. Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.
Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.
In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera, l’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute.
Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.
Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.
Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.
Stando alle prime valutazioni militari israeliane, da questa mattina sono stati lanciati circa 35 missili balistici dall’Iran verso Israele. Alcuni missili sono stati intercettati dalla difesa aerea israeliana, mentre altri sono caduti sul terreno.
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele ha invitato gli israeliani all’estero a prestare la massima attenzione e ad adottare misure precauzionali.
“L’escalation con l’Iran aumenta la probabilità che il regime iraniano intensifichi gli sforzi per compiere attacchi terroristici all’estero contro obiettivi israeliani/ebraici, a partire da subito”, si legge nella nota. “Inoltre, e sulla base dell’esperienza passata, la motivazione a colpire gli israeliani all’estero potrebbe aumentare anche tra altri elementi terroristici, insieme a iniziative locali (inclusi attacchi di lupi solitari)”.
Invita gli israeliani a evitare di condividere dettagli di viaggio in tempo reale sui social media, evitare eventi identificati con Israele o l’ebraismo che non siano protetti, prestare molta attenzione all’ambiente circostante quando ci si trova in aree identificate con Israele o l’ebraismo, segnalare qualsiasi minaccia o attacco alle forze di sicurezza locali ed evitare aree note per l’ostilità verso israeliani ed ebrei.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato che il suo paese utilizzerà le sue capacità militari per difendersi “nell’ambito del nostro diritto intrinseco alla legittima difesa”. Aragchi ha fatto saper di aver discusso gli sviluppi attuali della situazione con i suoi omologhi in Iraq, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar, paesi colpiti in mattinata dalla ritorsione iraniana in quanto ospitano basi militari statunitensi.
Secondo quanto riportato dai media statali della Giordania, un missile iraniano è caduto su un’abitazione nella capitale giordana Amman. Le immagini pubblicate dai media arabi mostrano fiamme e fumo che si levano dai detriti.
Il corrispondente di Al-Jazeera riferisce di missili intercettati nei cieli sopra la città di Erbil, mentre un missile avrebbe colpito l’aeroporto di Erbil nel Kurdistan iracheno dove sono presenti anche nuclei di israeliani e militari statunitensi.
Ore 12:50. Un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, una città nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, uccidendo 40 persone. Altre 45 risultano ferite. Il bilancio dei morti è salito a 50 nelle ore successive.
L’agenzia di stampa Fars afferma che gli alti funzionari iraniani sono “in perfetta salute”, compresi il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il capo della sicurezza Ali Larijani.
La televisione israeliana Canale 12, citando fonti israeliane anonime, afferma che il palazzo della guida suprema iraniana Ali Khamenei è stato completamente distrutto. La stessa fonte riferisce che non era chiaro se Khamenei fosse presente al momento dell’attacco.
Un funzionario statunitense ha detto ad Al Jazeera che Washington continuerà i suoi attacchi contro l’Iran nei prossimi giorni.
Alcune grandi compagnie petrolifere hanno sospeso le spedizioni di petrolio greggio e carburante attraverso lo Stretto di Hormuz a causa degli attacchi in corso di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e della ritorsione di Teheran nella regione, hanno riferito sabato quattro fonti commerciali.
“Le nostre navi resteranno ferme per diversi giorni”, ha detto alla Reuters un alto dirigente di una grande compagnia commerciale. Circa 20 milioni di barili di petrolio attraversano lo stretto ogni giorno, oltre a più di 10 miliardi di metri cubi di GNL.
Ore 14:30. Il senatore statunitense Edward J. Markey ha definito l’attacco militare di Trump all’Iran “illegale e incostituzionale”. Non è stato infatti approvato dal Congresso e “rappresenta un pericolo per tutti gli americani. Le azioni illegali di Trump aumentano il rischio di un’escalation in una guerra regionale più ampia, con gravi rischi per le truppe e i civili statunitensi nella regione. Trump ha costantemente esagerato l’imminenza della minaccia nucleare iraniana, anche dopo aver insistito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano “annientato” il programma nucleare iraniano durante il suo attacco illegale, l’Operazione Midnight Hammer”, ha affermato in una nota. Persino il Segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che l’Iran non sta arricchendo l’uranio. “C’era tempo per la diplomazia prima di questo attacco, e c’è ancora tempo”, ha aggiunto Markey, chiedendo una soluzione diplomatica.
Anche il deputato repubblicano Thomas Massie, nemico del presidente, parla di «atto di guerra senza autorizzazione del Congresso».
L’Iran ha dichiarato di aver preso di mira anche le basi militari statunitensi nella regione.
Massicce esplosioni sono risuonate ad Abi Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti ma anche nei pressi di Dubai, mentre l’AFP riporta di esplosioni nella capitale saudita Riad.
“Abbiamo preso di mira basi statunitensi in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti e centri militari e di sicurezza in Israele”, ha dichiarato il comando delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC). “Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane ha preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrain con missili e droni”, ha aggiunto.
Le autorità bahreinite hanno annunciato di aver iniziato l’evacuazione dell’area di Juffair, uno dei quartieri della capitale Manama, dove ha base la Quinta Flotta USA, presa di mira da missili iraniani oggi. L’Agenzia di Stampa del Bahrain ha riferito che il centro di servizio della Quinta Flotta degli Stati Uniti è stato colpito da un razzo.
In Israele a Gerusalemme sono state udite grandi esplosioni. Il sito israeliano Walla ha riportato che sono state udite esplosioni nell’area di Haifa, e altri media israeliani hanno riferito che potenti esplosioni sono state udite nella regione della Galilea, nel nord di Israele.
Il Ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen ha ordinato una “sospensione temporanea” delle attività in “alcuni pozzi di gas naturale” nel Mediterraneo.
Da questa mattina, circa 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran contro Israele, secondo le valutazioni militari preliminari. Le autorità israeliane cercano di impedire in tutti i modi che vengano diffuse notizie su dove colpiscono i missili iraniani.
In Israele il sito israeliano Walla, riferisce che un uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di incitare e documentare in tempo reale i colpi dei razzi iraniani. A seguito delle informazioni ricevute, la Polizia Regionale del Negev è arrivata nell’area della diaspora beduina e ha arrestato il sospetto mentre trasmetteva “Live” sul social network TikTok, documentando e pubblicando così le posizioni su cui avevano colpito i missili iraniani.
Ore 15:00. I media iraniani hanno confermato esplosioni in diverse città iraniane, a seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele al paese, iniziato questa mattina. Diverse esplosioni sono state udite in varie parti della capitale, Teheran, dove l’attacco ha colpito il cuore della città, in Piazza Palestina, che ospita la residenza dell’ayatollah Kahmenei, in via Wesal vicino all’edificio del Tribunale, in via Pasteur, che ospita l’edificio della Presidenza della Repubblica a sud della capitale.
I media iraniani hanno confermato che il presidente Pezeshkian e il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, erano vivi, mentre la Reuters ha citato un funzionario iraniano che ha detto che Khamenei non si trovava a Teheran e che era stato trasferito in un luogo sicuro.
Gli attacchi hanno preso di mira anche le aree interne dell’Iran tra cui le città di Karaj, Alborz, Isfahan e Qom, e aree nell’ovest del paese come le città di Kangawar, Nahavand, Lorestan, le città di Dezful e Andimishk Ilam, la città di Tabriz, la città di Minab e l’isola di Khark nella provincia di Hormozgan nelle acque del Golfo, la città di Chabahar e la città di Shiraz.
Al Jazeera ha consultato Abdulqader Fayez, un giornalista specializzato in problemi iraniani, il quale sottolineato che “prendere di mira gli organi politici in Iran è in netto contrasto con le parole del presidente degli Stati Uniti di poco fa che dice agli apparati militari di deporre le armi, e al corpo politico dovete arrendervi”, aggiungendo che il messaggio di Trump al popolo iraniano è che “abbiamo iniziato questa battaglia, e dovete farne parte”.
Ore 15:40. L’Iran ha presentato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario generale Antonio Guterres, in cui invita le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità della pace internazionale”.
Nella lettera si legge: “L’Iran invita urgentemente i membri del Consiglio di sicurezza a convocare, senza indugio, una riunione di emergenza del Consiglio per affrontare gli atti di aggressione e violazione della pace da parte dei regimi statunitense e israeliano, che costituiscono una minaccia reale e seria alla pace e alla sicurezza internazionale, e ad adottare le misure necessarie e immediate per porre fine a questo uso illegale della forza e garantire l’assunzione di responsabilità”.
Ore 15:20. «Per quanto ne so», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla NBC News, «la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è ancora viva». «Se gli americani ci vogliono parlare, sanno dove trovarci», ha aggiunto, sostenendo che Teheran «cerca la de-escalation», è «pronta a parlare di un accordo» nel momento in cui gli attacchi cesseranno, e «non hanno missili in grado di raggiungere il territorio statunitense».
Il «regime change» in Iran auspicato da Donald Trump è considerato una «mission impossible», ha proseguito. «Non puoi rovesciare un regime mentre ci sono milioni di persone che lo sostengono», ha spiegato il capo della diplomazia di Teheran.
Ore 16:00. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran) ha affermato che una nave di supporto al combattimento del Military Sealift Command (Mst, il comando della Marina Usa responsabile del trasporto marittimo di attrezzature, carburante, munizioni e rifornimenti per il dipartimento della Difesa) degli Stati Uniti è stata gravemente colpita da missili lanciati dalle proprie forze navali, senza specificare dove.
È stata anche diffusa la foto satellitare sulla base statunitense che ospita una centrale radar avanzata in Qatar, colpita dai missili iraniani.
Tutte le le navi commerciali stanno ricevendo trasmissioni dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane che dicono che nessuna nave è autorizzata a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Di lì passa il 20% del petrolio mondiale. Inevitabili le ripercussioni sul prezzo del greggio, quando riapriranno i mercati, lunedì mattina.
Ore 16:40. Un missile ipersonico Fatah ha raggiunto il centro di Tel Aviv. La notizia è stata data da numerosi testimoni, ma ovviamente l’Idf si rifiuta di confermare.
Ore 18:45. Un portavoce della Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato all’agenzia di stampa Mehr che gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele hanno colpito 24 province iraniane, uccidendo almeno 201 persone e ferendone 747. Il portavoce ha affermato che oltre 220 squadre della Mezzaluna Rossa sono presenti nei luoghi presi di mira e che le operazioni di soccorso continuano.
Ore 22:45. Le sirene in serata hanno risuonato nel centro di Israele mentre l’Iran continua a lanciare missili balistici. Ynet riporta che una donna israeliana è morta, e circa 20 persone sono rimaste ferite dall’impatto di un missile balistico iraniano a Tel Aviv, secondo i primi soccorritori.
Ore 23:00. L’agenzia di stampa cinese Xinhua, citando fonti iraniane, ha riportato che l’ayatollah Khamenei è vivo e si trova al sicuro.
Poco prima, anche il Ministero degli Esteri iraniano aveva dichiarato in TV che l’ayatollah Khamenei è vivo e che le voci sulla sua morte fanno parte di una guerra informativa e psicologica. Un portavoce dell’ufficio di Khamenei ha inoltre comunicato che il leader dell’Iran continua a guidare il Paese e che le notizie sulla sua morte sono false.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato in un’intervista di ritenere corrette le notizie sulla morte della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei. “Riteniamo che questa sia una storia corretta”, ha detto Trump a NBC News.
Sulla morte di Khamenei non c’è però conferma dall’Iran e un tweet pubblicato dall’account X dell’ayatollah sostiene di dimostrare che la guida suprema è ancora viva.
L’obiettivo di questa guerra del resto è il “cambio di regime” e gli Stati Uniti vogliono disperatamente che la popolazione creda alla morte di Khameni, scenda in strada e insorga. Diffondendo voci sulla morte del leader, cercano di riportare la gente in strada.
Fonte
15/06/2025
I bombardamenti missilistici iraniani su Tel Aviv del 13 giugno
Nella notte del 13 giugno 2025, il mondo ha assistito a un’importante escalation tra Iran e Israele. L’Iran ha lanciato un attacco su larga scala con missili e droni, colpendo Tel Aviv e le aree circostanti in un’operazione di rappresaglia.
Tuttavia, è emersa una netta discrepanza tra le prove visive sul campo e la narrazione diffusa dai principali media occidentali, tra cui Financial Times, The New York Times e Reuters.
Contraddizioni tra immagini e narrazione mediatica
Mentre il Financial Times affermava che “la maggior parte dei missili sono stati intercettati con danni minimi”, le immagini e i video provenienti da Tel Aviv raccontano una storia diversa:
– vasti incendi e dense colonne di fumo che si innalzano da più punti del centro urbano di Tel Aviv indicano colpi diretti su infrastrutture chiave o edifici residenziali;
– i video trasmessi da Al Jazeera e da fonti locali mostrano intense operazioni di difesa antiaerea e numerosi impatti, chiaramente ben oltre una semplice azione “psicologica” o simbolica;
– le fotografie di strutture crollate, esplosioni e fumo denso riflettono una distruzione reale e tangibile, che non può essere ridotta a danni collaterali minimi.
Censura morbida nei media occidentali
Questa evidente discrepanza suggerisce una forma di censura morbida. La minimizzazione dei danni da parte dei media occidentali sembra mirare a preservare il morale israeliano e il sostegno diplomatico internazionale.
Gli Stati Uniti e i loro alleati chiaramente non si aspettavano una rappresaglia di questa portata. L’attacco iraniano ha esposto le vulnerabilità del sistema Iron Dome di Israele e rivelato un cambiamento nell’equilibrio di deterrenza nella regione.
Conclusione: oltre i titoli dei giornali
Gli eventi del 13 giugno non sono solo uno scontro militare, ma anche una svolta nella guerra dell’informazione. La visibile discrepanza tra i resoconti dei media mainstream e i danni documentati solleva domande fondamentali sull’obiettività e l’integrità del giornalismo globale.
La realtà sul campo parla più forte dei titoli dei giornali. Con l’aumento della precisione e della portata dell’Iran, cresce anche la sfida per chi cerca di sopprimere la verità attraverso la gestione delle narrazioni.
di Peiman Salehi – Political Analyst, Writer. Tehran, Iran
A conferma indiretta, e tecnicamente molto precisa, la diagnosi espressa dagli specialisti italiani di Analisi Difesa.
Nella serata di ieri i Guardiani della Rivoluzione hanno affermato in una nota che le forze iraniane “hanno eseguito la loro risposta schiacciante e precisa contro decine di obiettivi, centri militari e basi aeree” in Israele nell’ambito dell’Operazione Vera Promessa 3. L’Iran ha lanciato un massiccio attacco missilistico contro Israele con almeno 150 missili balistici, riferisce l’IDF, che ha intimato alla popolazione di entrare nei rifugi.
Esplosioni si sono registrate a Tel Aviv (anche presso il ministero della Difesa) e Gerusalemme oltre che in numerose installazioni militari e basi aeree. Segnalazioni di impatti di missili iraniani anche nelle regioni di Rahat e Ar’ara, nel Negev, area dove si trovano molte basi militari.
La televisione di Stato iraniana ha confermato in serata quello che chiama “l’inizio degli attacchi missilistici iraniani” contro Israele, in rappresaglia per gli attacchi contro il suo territorio. Una dichiarazione segue di poco quella televisiva della Guida Suprema dell’Iran, che ha assicurato: “La nazione è con noi, con le forze armate e, se Dio vuole, la Repubblica Islamica sconfiggerà il nemico”
La terza ondata di missili iraniani si è abbattuta su Israele in tarda serata come annunciato dall’Iran e confermato da Israele colpendo ancora Tel Aviv, Haifa e il sud.
“Le forze israeliane stanno rispondendo a una nuova ondata di attacchi missilistici iraniani”, hanno fatto sapere le IDF nella notte riferendo di “decine di missili lanciati dall’Iran nel suo ultimo attacco verso Israele” ma che solo “alcuni sono stati intercettati”, senza specificarne il numero.
I danni provocato dalla rappresaglia iraniana potrebbero essere considerevoli. soprattutto sugli obiettivi militari a giudicare dalla rabbiosa reazione israeliana. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che l’Iran ha “oltrepassato il limite dopo aver osato lanciare missili contro concentrazioni di popolazione civile in Israele”.
Lo riporta Times of Israel. “Continueremo a difendere i cittadini di Israele e a garantire che il regime degli ayatollah paghi un prezzo molto alto per le sue azioni efferate”.
Del resto l’Iran aveva già dimostrato negli attacchi dello scorso anno di disporre di missili ad alta manovrabilità e velocità in grado di eludere le difese antimissile israeliane.
Due anni or sono il Central Command statunitense stimava che l’Iran disponesse di almeno 3mila missili balistici di vario tipo. Nonostante l’impiego di qualche centinaio di ordigni dallo scorso anno il loro numero potrebbe essere aumentato.
Tali armi vengono per lo più accumulate in bunker situati a grande profondità nel terreno. Già lo scorso anno è emerso come le difese aeree israeliane rischiassero di esaurire le munizioni dei vari sistemi di difesa aerea dei sistemi Arrow, Iron Dome e Fionda di David qualora l’Iran reiterasse gli attacchi per molti giorni.
Nell’aprile 2024 l’Iran impiegò missili balistici a medio raggio del tipo Emad, Sejil, Qadr e alcuni ipersonici Kheibar (con una velocità in fase di arrivo sull'obiettivo di Mach 8, un’autonomia fino a 2.000 chilometri e una testata di 1.500 chili) oltre ai missili da crociera Paveh 351, in dotazione ai Guardiani della Rivoluzione, con un’autonomia di 1.650 chilometri a una velocità fra i 600 e i 900 chilometri orari.
Quante ondate di attacchi simili a quelli di questa notte è in grado di alimentare l’Iran e quante ne potrebbe reggere la difesa aerea israeliana prima di esaurire i missili?
La difesa aerea di Teheran ha inoltre annunciato di aver abbattuto due caccia israeliani. Secondo l’annuncio, uno dei piloti, una donna, è stato catturato dopo l’abbattimento di uno dei velivoli.
Il portavoce del Comitato di Gestione delle Crisi nella provincia di Qom, Morteza Heidari, ha annunciato che le Forze di Difesa Aerea Iraniane hanno abbattuto con successo un drone dopo che aveva violato lo spazio aereo sopra la città santa di Qom. Heidari ha spiegato che un’unità di stanza all’interno del sistema di difesa aerea “Hadrat Fatima Masoumeh” era riuscita, pochi istanti prima, a rilevare, tracciare e abbattere un drone israeliano nemico che aveva violato lo spazio aereo della città.
Nella notte anche Israele ha ripreso le incursioni sull’Iran. “Le difese di Teheran sono state riattivate pochi minuti fa... per far fronte ai missili del regime sionista”, ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale IRNA mentre un corrispondente dell’AFP ha riferito di aver sentito forti esplosioni nella capitale iraniana e di aver visto un bagliore rosso nel cielo.
Gli attacchi israeliani in Iran hanno causato 78 morti e oltre 320 feriti tra i civili (le perdite e i danni militari subiti non vengono menzionati né dall’Iran né da Israele) secondo quanto riferito dall’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir-Saeid Iravani.
Il comando militare a Tel Aviv ha annunciato di aver colpito ieri due basi aeree iraniane, mettendo completamente fuori uso quella di Tabriz.
Le forze iraniane hanno abbattuto nella notte droni da ricognizione israeliani nel nord ovest dell’Iran. Lo riportano i media di stato iraniano, specificando che “i combattenti islamici hanno abbattuto con successo droni israeliani che avevano violato lo spazio aereo del nostro paese nella regione di confine di Salmas”. Ed aggiungendo che i “droni erano entrati nello spazio aereo iraniano per missioni di spionaggio e ricognizione”.
Sul fronte politico il giornale statunitense The Atlantic e il britannico The Guardian hanno scritto che per Trump l'intesa con Teheran era possibile. Il presidente ha sostenuto di sapere “tutto” sull’attacco notturno di Israele all’Iran. Ma secondo il quotidiano britannico The Guardian “ciò non significa che lo abbia pienamente sostenuto”.
Secondo i giornali Trump aveva spiegato che un accordo con l’Iran “fosse ancora possibile” e che “non voleva rischiare una guerra più ampia”. Ma “quando Netanyahu ha sollevato la possibilità di un attacco preventivo, Trump gli ha risposto di preferire la via diplomatica”.
Tehran ha risposto indirettamente questa mattina affermando che i negoziati con gli Stati Uniti su un accordo nucleare sono privi di significato alla luce degli attacchi israeliani all’Iran. Esmaeil Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha detto che “gli Stati Uniti hanno agito in un modo tale da rendere i colloqui inutili. Non si può affermare di stare negoziando e allo stesso tempo lasciare che Israele attacchi il territorio iraniano”.
A confermare i possibili limiti degli attacchi israeliano contro i siti nucleari iraniani, ieri il direttore dell’AIEA Grossi ha dichiarato che “non ci sono indicazioni” di attacco fisico al vano sotterraneo della cascata che contiene parte dell’impianto principale e dell’impianto pilota di arricchimento del combustibile” nella centrale nucleare iraniana di Natanz. “Tuttavia, la perdita di alimentazione elettrica alla cascata potrebbe aver danneggiato le centrifughe”.
L’Iran ha confermato che il suo impianto nucleare di Fordow ha subito danni limitati dopo i recenti attacchi. Lo ha riportato l’agenzia di stampa semiufficiale Isna, citando un portavoce dell’organizzazione nazionale per l’energia atomica.
“Ci sono stati danni limitati ad alcune aree del sito di arricchimento di Fordow”, ha dichiarato il portavoce dell’agenzia statale per l’energia atomica Behrouz Kamalvandi citato dal Guardian. “Avevamo già spostato una parte significativa delle attrezzature e dei materiali, e non ci sono stati danni estesi e non ci sono preoccupazioni di contaminazione”.
La Tv di Stato iraniana ha reso noto che altri tre scienziati impegnati nel programma nucleare sono stati uccisi nei raid israeliani, confermando che finora sono nove gli scienziati che hanno perso la vita negli attacchi. Le tre nuove vittime sono Ali Bakhshay Khatirimi, Mansour Asgari e Saeed Barji.
Le agenzie di stampa iraniane “Tasnim” e “Mehr” hanno confermato il 14 giugno anche “il martirio” di altri due alti ufficiali delle Guardie rivoluzionarie iraniane in seguito agli attacchi israeliani delle ultime ore.
Si tratta del generale Gholam-Reza Mharabi, vice capo del dipartimento di intelligence, e del generale Mehdi Rabbani, vice capo del dipartimento operativo delle Forze armate iraniane. Entrambi sarebbero stati colpiti durante uno dei raid aerei condotti dalle forze aeree israeliane nella seconda notte di bombardamenti contro la Repubblica islamica.
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14/06/2025
L’Iran contrattacca, anche Israele sotto tiro. La guerra prosegue
Questa mattina le sirene antiaeree hanno suonato anche sulla parte settentrionale di Israele. L’IDF dice che sta lavorando per abbattere diversi droni lanciati contro Israele dall’Iran. I droni iraniani hanno fatto scattare le sirene nell’area di Arava e nel sud della Cisgiordania.
L’Iran ha lanciato tre ondate di missili balistici verso il territorio israeliano, portando a circa 300 gli ordigni impiegati finora in quella che Teheran definisce “Operazione Promessa di Verità 3”. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha rivendicato l’azione dichiarando che “in conformità alla direttiva della Guida Suprema, abbiamo colpito decine di bersagli, tra cui centri militari e basi aeree israeliane”.
Nella notte tra giovedì e venerdì oltre 200 aerei da guerra israeliani hanno colpito più di 100 obiettivi in tutto l’Iran, secondo quanto reso noto dalle Idf. Secondo un bilancio non ufficiale diffuso dall’agenzia di stampa iraniana “Fars” l’ondata di attacchi ha provocato, solo nell’area di Teheran, 78 morti e 329 feriti.
I raid israeliani hanno concentrato la loro azione contro l’impianto nucleare di Natanz, 220 chilometri a sud di Teheran. L’impianto è il più grande e noto sito di arricchimento dell’uranio iraniano. Natanz è diviso in due impianti di arricchimento, uno dei quali è stato sviluppato completamente sottoterra con un sistema di “cascate”, ovvero centrifughe che operano per velocizzare il processo di arricchimento. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha riferito sul suo profilo X che le radiazioni all’esterno del sito nucleare di Natanz “sono rimaste invariate”.
Il sito iraniano di Natanz è stato più volte al centro degli attacchi israeliani negli anni, venendo danneggiato ampiamente nel 2021 in quello che il governo ha definito “un atto di sabotaggio israeliano” e, soprattutto, dal noto virus israelo-statunitense “Stuxnet”, progettato ad hoc per la centrale di Natanz e poi usato anche in altri siti iraniani.
Le reazioni in Medio Oriente
Il primo ministro iracheno Mohamed Shia al-Sudani ha denunciato che la tempistica dell’attacco all’Iran rivela una deliberata intenzione di intensificare e trascinare la regione in uno scontro più ampio invece di impedirlo. Una dichiarazione del ministero degli Esteri iracheno ha affermato che “la Repubblica dell’Iraq ha presentato una denuncia ufficiale al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui ha espresso la sua forte condanna e denuncia della violazione dello spazio aereo iracheno da parte dell’entità sionista e del suo uso nell’esecuzione di attacchi militari nella regione”.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato l’attacco, definendo Israele un “bandito” che cerca di trascinare il mondo nel disastro.
L’Arabia Saudita ha espresso la sua forte condanna e denuncia delle palesi aggressioni israeliane contro l’Iran, affermando che questi attacchi colpiscono la sovranità e la sicurezza dell’Iran e rappresentano una chiara violazione e violazione delle leggi e delle norme internazionali. Il ministero degli Esteri saudita ha confermato che il suo ministero ha preso contatti con i suoi omologhi iraniani, egiziani e giordani per discutere le ripercussioni dell’attacco.
Gli Stati Uniti “coprono” l’attacco israeliano. Russia e Cina condannano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto alla ABC che la sua amministrazione ha dato una possibilità agli iraniani, ma non ne hanno approfittato e hanno ricevuto un colpo molto duro, sottolineando che c’è dell’altro in arrivo. Trump ha definito l’attacco all’Iran “eccellente”. Alla domanda su qualsiasi ruolo degli Stati Uniti nell’attacco all’Iran, ha detto: “Non voglio rispondere a questo”.
I sistemi di difesa aerea americani e un cacciatorpediniere della Marina hanno aiutato Israele ad abbattere i missili balistici iraniani in arrivo venerdì in risposta agli attacchi israeliani contro gli impianti nucleari iraniani e ai massimi leader militari, lo hanno detto funzionari statunitensi.
La Russia ha denunciato gli attacchi di Israele contro l’Iran come “inaccettabili” e “ingiustificati” mentre la Cina ha sottolineato che si oppone alla violazione della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran e si oppone all’esacerbazione delle contraddizioni, all’espansione dei conflitti e all’improvviso aumento della tensione della situazione regionale.
Francia, Germania e Gran Bretagna complici di Israele
Francia, Germania e Gran Bretagna, tre Stati europei firmatari, nel 2015, con Iran, Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Cina, dell’accordo volto a limitare l’espansione del programma nucleare iraniano, disdettato da Donald Trump tre anni dopo – hanno sostenuto il “diritto di difendersi” di Israele di fronte alla minaccia esistenziale che hanno identificano nel possesso da parte del regime islamico di Teheran di armi nucleari. Questa mattina perfino Le Monde parla di “posizione paradossale degli europei a sostegno di Israele”.
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