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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2026

La guerra all'Iran in mano a guitti e affaristi

Dodicesimo giorno di guerra, come quella del giugno scorso. Ma non sarà di certo l’ultimo. Il ministro della guerra statunitense, l’esponente del Ku Klux, Klan Pete Hegseth, spiega tutto esaltato che quella di ieri è stata la giornata di attacchi più pesante. E che l’obiettivo è “vincere”. Che cosa e perché, ormai non è più importante.

Ma la misura dello scarto infinito tra gravità della situazione e irresponsabilità adolescenziale dei vertici dell’amministrazione Usa sta chiaramente nella grottesca notizia che ha dominato i media ieri sera.

Il segretario all’energia Usa (il ministro, nel nostro sistema), Chris Wright, ad un certo punto ha postato su X questo messaggio: “Il presidente Trump sta mantenendo la stabilità energetica globale durante le operazioni militari contro l’Iran. La Marina statunitense ha scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz per garantire che il petrolio continui a fluire verso i mercati globali”.

I mercati finanziari erano in quel momento aperti e hanno reagito com’era ampiamente prevedibile: crollo del prezzo del petrolio (intorno agli 80 dollari al barile, comunque), ondata di acquisti su quasi tutti i titoli azionari. Quella notizia significava infatti che il traffico di greggio e gas (e altro) attraverso lo Stretto di Hormuz era di fatto di nuovo libero, seppure condizionato da una “scorta statunitense” in qualità di polizza assicurativa. A pagamento, ovvio.

Nemmeno trenta minuti minuti dopo un povero funzionario della stessa amministrazione era costretto a dire, ai giornalisti, che non era vero niente. Punto. L’ufficio del segretario Wright provvedeva alla cancellazione del post, senza alcuna spiegazione. Così come prima – a quel punto se ne sono ricordati tutti – non veniva neanche indicato il nome o la nazionalità della presunta petroliera “liberata”.

Il prezzo del greggio qualità Brent a quel punto ricominciava a veleggiare tra gli 87 e i 90 dollari, per pura prudenza da investitori.

In pratica c’è stata una purissima operazione di aggiotaggio su scala mondiale, in cui “chi sapeva” ha potuto operare in borsa in modo da massimizzare i guadagni di giornata (vendendo per qualche ora ad un prezzo molto più alto di quello che aveva comprato poco prima).

Per coprire il ridicolo (e il reato, in qualsiasi codice penale nazionale) Trump si lanciava in una serie di dichiarazione una più fasulla dell’altra. Veniva ricordato che era stato promesso di scortare le navi attraverso lo Stretto, anche se non era ancora stato fatto. Ma solo perché il pericolo stava nelle mine seminate in acqua dalla marina iraniana prima ancora della guerra (ci sono mine navali che possono essere ormeggiate sul fondo e fatte poi risalire in superficie).

Ragion per cui ordinava minacciosamente a Tehran – che ovviamente nemmeno ha risposto – di toglierle immediatamente altrimenti avrebbe scatenato un inferno megagalattico. Poi marcia indietro: “Le abbiamo distrutte noi”. Senza far arrivare neanche una nave sul punto più stretto, quello in cui la fascia navigabile dalle petroliere è larga appena tre chilometri. Con la pura forza del pensiero, insomma... 

Solo dopo la penosa marcia indietro il comandante navale del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) ha diramato una nota in cui ribadiva che qualunque nave militare statunitense o dei suoi alleati che attraversi lo stretto di Hormuz verrà colpita. “L’affermazione di una petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz con una scorta militare statunitense è completamente falsa. Qualsiasi passaggio della flotta statunitense e dei suoi alleati sarà bloccato da missili iraniani e droni kamikaze”.

Più seriamente commercianti e responsabili delle politiche energetiche sono nervosi perché gli attacchi hanno chiuso la produzione di energia e le rotte di navigazione vitali. “Ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi del mondo; più a lungo va avanti l’interruzione, e più drastiche sono le conseguenze per l’economia globale”, ha detto ai giornalisti il presidente e CEO del gigante petrolifero saudita Aramco, Amin H Nasser. “È assolutamente fondamentale che il transito riprenda nello stretto di Hormuz”.

Basta fermare la guerra, no? Peccato che sia in mano a pagliacci, affaristi e genocidi. Totalmente refrattari a considerazione morali o semplicemente logiche, ma invasati di sogni suprematisti.

Intanto l’aviazione Usa e quella israeliana martellavano molte città dell’Iran, mentre raffiche di missili partivano andando a colpire le basi Usa nei paesi arabi del Golfo e Israele.

Qui, in particolare, tutte le scarne cronache relativamente indipendenti – la censura blocca tutto, e si può essere arrestati per aver fatto una foto dei danni provocati dagli ordigni iraniani – descrivevano una società completamente bloccata nei rifugi durante tutto il giorno ed esplosioni più numerose del solito. Segno certo che lo “scudo” protettivo è ormai a corto di missili anti-missile e diversi radar sono stati effettivamente messi fuori uso dai colpi di Teheran.

Anche il Pentagono faceva filtrare per la prima volta una cifra ufficiale relativa ai soldati rimasti fin qui feriti: 140/150. Un numero “strano”, visto che la media di ogni guerra moderna viaggia intorno ai tre feriti per ogni soldato morto, ma gli Usa ammettono fin qui perdite per sole otto unità. Poi diverse fonti si sono ricordate la strana moria di soldati Usa per “incidente stradale” o “arresto cardiaco” (due diagnosi che non fanno conteggiare quei morti come caduti di guerra), e tutto è apparso più logico e comprensibile.

In aggiornamento

Pesanti bombardamenti su Tehran

La capitale iraniana ha vissuto una delle sue notti più intense di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele dall’inizio della guerra 10 giorni fa, poiché numerose aree della città tentacolare sono state colpite da effetti devastanti.

Gli aerei da guerra hanno volato a basse quote su Teheran durante la notte di martedì, facendo cadere decine di bombe pesanti che hanno scosso i quartieri in tutta la città di oltre 10 milioni di persone e spaventato i residenti che sono rimasti nelle loro case nonostante il pericolo.

Sima, una 38enne che vive con la sua famiglia nella parte occidentale di Teheran, ha detto degli attacchi durante la notte: “Sembrava che decine di aerei da combattimento volassero proprio sopra le nostre teste per 15 minuti di fila in un primo momento, poi qualche minuto di pausa prima che arrivassero i colpi successivi”.

L’Iran risponderà ai recenti attacchi USA-Israele sulle aree residenziali, ha detto il portavoce delle forze armate del paese Abolfazl Shekarchi citato dall’agenzia di stampa Defapress.

Pioggia di missili su Israele

La telecronaca della BBC: cinque attacchi missilistici iraniani in sette ore. I missili di Hezbollah “sono passati attraverso lo scudo di difesa aerea di Israele” e hanno colpito Tel Aviv e Gerusalemme.

“Quando questi due missili sono stati lanciati, non abbiamo ricevuto alcun avvertimento sui nostri telefoni cellulari e non abbiamo sentito alcuna sirena”

*****

Quella che segue non è una notizia, ma l’analisi di uno dei pochi generali italiani – ora “a riposo” – che abbia sviluppato il pensiero teorico in campo militare. E che ci sembra confermi alcune delle notizie che da giorni stiamo dando.

Usa-Israele nei guai. e sono già pentiti.

Fabio Mini – Il Fatto Quotidiano

Fuoco su Teheran. L’attacco di Usa e Israele all’Iran è iniziato il 28 febbraio.

Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi.

Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.

Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale.

Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto.

L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni. E quindi sulla guerra, che ha il massimo potenziale di produrli, sul genocidio e la distruzione strutturale.

Non importa se poi gli obiettivi dichiarati non vengono raggiunti, come non è stata raggiunta la dispersione e smilitarizzazione di Hamas, l’annientamento di Hezbollah, degli Houthi e dei palestinesi.

La potenza militare spiegata da entrambi i paesi per questa guerra non ha precedenti e tuttavia l’Iran sorprende non solo per la capacità di resistere e controbattere, ma anche per il sostegno che raccoglie nella galassia dell’informazione digitale. Un sostegno doppiamente significativo perché alimentato non dalla simpatia per l’Iran ma dall’avversione verso Israele e gli Usa. L’Iran sta subendo delle perdite enormi e degli attacchi fuori da ogni giustificazione e legalità e comunque ha appena rimpiazzato tutta la struttura di vertice che, decapitata, avrebbe dovuto far implodere il paese.

È perlomeno singolare che gli apparati dei servizi d’intelligence dei due Paesi si siano concentrati sulla decapitazione delle strutture di governo e che per rovesciare il regime abbiano puntato sul sostegno alla dissidenza interna e alla diaspora, sull’addestramento, l’armamento e il finanziamento di decine di migliaia di curdi a partire da quelli già impiegati in Iraq e in Siria per provocare una rivolta interna, un attacco dall’esterno e la guerra civile.

Gli israeliani avrebbero dovuto conoscere le caratteristiche del sistema iraniano anche perché è da tempo che hanno costituito una rete di sovversione interna, una rete di assassini mirati e sabotatori vari. Avrebbero dovuto dirlo agli americani che per costituzione fanno sempre i finti esperti di tutto e invece non conoscono i loro alleati e tanto meno i loro nemici.

Israele avrebbe dovuto spiegare che la rivoluzione iraniana che si è imposta a furor di popolo sul regime dello Scià ha impiegato i primi anni della sua esistenza a consolidare la struttura rivoluzionaria, a difenderla dai nemici interni, che sono sempre esistiti, e da quelli esterni.

I Guardiani della rivoluzione sono esattamente ciò che dichiarano e il loro primo avversario non è esterno, ma quella struttura interna delle forze armate e dell’intelligence che al tempo della rivoluzione sosteneva il regime monarchico e la sua rete corruttiva.

Le forze armate ci hanno messo anni a essere parzialmente sdoganate dai Guardiani e dal clero. Ci sono riuscite inserendosi nella struttura come garanti dello Stato iraniano, della sua indipendenza, della Costituzione e della sua integrità territoriale.

Israele avrebbe dovuto spiegare che se l’esercito non è intervenuto nella repressione dei disordini orchestrati dal Mossad e dalla Cia non era perché non amassero il regime, ma perché non era loro compito. Anzi, era sempre vivo il sospetto che con la scusa della repressione si sarebbero schierati contro lo stesso governo.

Israele avrebbe dovuto avvertire gli alleati che l’Iran, come dice l’ottimo Trita Parsi del Quincy Institute “non teme la guerra, ma teme la resa” di una parte delle proprie forze istituzionali. Adescare e corrompere ufficiali delle forze armate nella speranza che al momento opportuno reagissero contro il regime significava esporli alle “attenzioni” dei sospettosi lealisti.

C’è poi una questione di geometria elementare: il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati.

Quando Trump enumera le navi e gli aerei iraniani abbattuti ragiona riflettendo il suo modello, non quello iraniano. L’Iran non ha mai avuto una forza navale spedizioniera e nemmeno che si potesse allontanare dalle proprie coste, l’aeronautica a malapena poteva intervenire in appoggio alle forze di terra. Queste invece sono state sviluppate per la difesa del territorio mentre l’aliquota strategica è stata riservata alla parte missilistica e dei velivoli senza pilota o a pilotaggio remoto, anche tramite satellite.

Per questo l’attacco congiunto Usa-Israele ha privilegiato gli interessi d’Israele a danno di quelli statunitensi che adesso si trovano criminalizzati, osteggiati dai propri ex-alleati, sbilanciati strategicamente in un teatro distante dalle sfide esistenziali dove mantengono le loro poche forze d’intervento sparse tra Giappone, Guam, Corea, sotto gli occhi vigili ma non amichevoli della Russia, della Cina e dell’India con scorte depauperate e costi eccezionali.

La prosecuzione del piano di distruzione sistematica dell’Iran non dipende dall’immaginazione di Netanyahu e Trump (in questo ordine) ma dalla capacità delle loro forze di sostenere un attacco prolungato contro un regime che comunque ha rinnovato la propria dirigenza e risponde agli attacchi.

Da una parte la resistenza iraniana si appoggia sulla propria sopravvivenza fisica, dall’altra la volontà Israelo-americana è condizionata dai costi materiali e politici.

Questi ultimi sono già enormi e penalizzanti sul piano internazionale e interno. I costi materiali sono esorbitanti. I due gruppi di portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti. Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari.

I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni: un vero affare.

I missili Tomahawk sono stati l’arma primaria per gli obiettivi a terra. Nel 2025 gli Usa hanno prodotto 72 missili. In tre giorni di combattimento hanno consumato la produzione di cinque anni. Le scorte di Patriot sono già ridotte al 25% di quanto necessario a livello globale.

Ciò significa che se le scorte potevano garantire 20 giorni di combattimento ora sono ridotte a soli cinque giorni. La realtà è che Israele e Stati Uniti si sono invischiati in una guerra che potranno senz’altro vincere ammazzando milioni di persone per pentirsene il giorno dopo.

O quello prima.

Fonte

08/03/2026

Il piano dell’Iran per resistere a una lunga guerra contro USA e Israele

“L’Iran ha studiato le guerre statunitensi per oltre due decenni per costruire un sistema che distribuisca strutture di comando, armi e unità, affinché bombardare la nostra capitale non comprometta la nostra capacità di combattere la guerra”.

Con queste parole, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha riassunto l’essenza della strategia di difesa iraniana, in una dichiarazione rilasciata all’inizio della recente guerra e dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele ai centri di comando a Teheran.

Araqchi voleva sottolineare che la struttura del sistema di difesa del suo paese era progettata per neutralizzare l’impatto del “colpo decisivo” su cui si basava la strategia militare di Stati Uniti e Israele.

La dichiarazione di Araqchi ha attirato l’attenzione nella sua descrizione della strategia iraniana come “difesa a mosaico decentralizzata”, un termine militare iraniano che esprime l’essenza della sua dottrina difensiva.

Questo termine suggerisce che l’idea centrale della difesa iraniana non sia quella di proteggere la capitale o anche l’alto comando, ma di garantire la continuità delle decisioni e la capacità di combattimento anche se si tratta di comandi superiori o strutture vitali.

Così facendo, Araqchi ha rivelato esplicitamente che l’Iran ha preparato la sua struttura militare per un lungo conflitto, in cui la guerra si condotta come un attrito prolungato, non come una battaglia fulminea decisa da un attacco aereo concentrato, come speravano Stati Uniti e Israele.

Guerra lampo e guerra prolungata

Molti paesi hanno sviluppato le loro moderne strategie militari secondo il principio della vittoria rapida e della resa rapida, che è stato uno dei principi fondamentali della dottrina militare israeliana sin dalla sua fondazione, e che è stato manifestato più di una volta, forse più chiaramente dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967).

Per quanto riguarda il principio della guerra prolungata, questa è l’opposto del blitzkrieg e l’Iran lo ha adottato nella gestione dei suoi conflitti nella regione sin dall’istituzione del regime islamico, dove l’IRGC si basa sul principio della guerra ibrida e asimmetrica, che spinge a prolungare i conflitti e ad aumentare i loro costi sull’avversario più forte.

Forse un esempio pratico dell’efficacia di questa strategia è il costo per costruire un drone Shahed, che in Iran è di circa 35.000 dollari in media, mentre il costo per intercettarlo da parte degli Stati Uniti è di circa 4 milioni di dollari o più per gli intercettori e altri missili, rendendo il fattore tempo vitale per decidere l’esito del conflitto, specialmente se aggiungiamo capacità di stoccaggio e capacità di resistenza per periodi più lunghi.

Hassan Abbasi è uno dei teorici più eminenti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che ha lavorato per formulare il principio delle guerre prolungate e asimmetriche nel pensiero militare e strategico iraniano.

Abbasi trae influenza dal suo duplice ruolo di scrittore teorico all’interno dei circoli dell’IRGC, che lo rende un collegamento tra il pensiero strategico della dottrina del conflitto asimmetrico e prolungato e la narrazione ideologica promossa tra i soldati dell’IRGC e i sostenitori del progetto della Rivoluzione Islamica in Iran e nella regione.

Uno dei primi a mettere in pratica questa dottrina fu il Magg. Gen. Mohammad Ali Jafari, ex comandante in capo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che lavorò per radicarla nella mente strategica e di leadership dell’IRGC.

Jafari ha supervisionato lo sviluppo istituzionale di concetti di difesa asimmetrici e dei “mosaici”, con particolare attenzione a unità decentralizzate e flessibili, e l’uso di proxy, missili e tattiche irregolari per contrastare avversari tecnologicamente superiori, tra cui in particolare Israele e Stati Uniti.

Il Maggiore Generale Mohammad Jafari fu uno dei primi a usare il termine “difesa a mosaico”, che può essere definito come l’organizzazione di unità delle Guardie Rivoluzionarie, delle forze Basij e di altre forze all’interno di molte unità regionali semi-autonome, con l’obiettivo di stabilire linee di difesa flessibili, asimmetriche e multilivello, capaci di resistere a un cambio di leadership per qualsiasi motivo, e di resistere all’occupazione attraverso la guerriglia e la guerra di logoramento, permettendo loro di combattere un conflitto a lungo termine contro un avversario superiore.

Pertanto, l’essenza della “dottrina mosaico” dipende da due dimensioni principali: la prima è la difficoltà di smantellare il sistema di comando iraniano da parte di qualsiasi forza ostile, rendendo la decentralizzazione una delle sue caratteristiche che garantiscono la continuità delle operazioni, e la seconda è costruire una difesa flessibile e multilivello che rende difficile per qualsiasi forza ottenere sfondamenti completi, adottando un modello di guerra asimmetrico e ibrido, in cui forze iraniane regolari e irregolari sono impiegate insieme all’interno di un sistema flessibile unificato.

L’Iran ha iniziato ad adottare questo modello di difesa unico in risposta ai cambiamenti e alle minacce alla sicurezza che seguirono l’intervento statunitense in Afghanistan nel 2001 e l’invasione dell’Iraq nel 2003, mentre Teheran percepiva la necessità di cambiare strategia di sicurezza per contrastare la possibilità che il suo sistema venisse rovesciato con la forza militare o provocasse proteste interne.

Pertanto, lo sviluppo della dottrina militare avvenne attraverso l’interazione con il corso dell’Iraq dopo il rapido rovesciamento del regime di Saddam Hussein da parte degli americani.

La “dottrina mosaico” presuppone che le forze di invasione possiedano tecnologia e capacità convenzionali ben oltre quelle iraniane, quindi il concetto di insurrezione a lungo termine è stato sviluppato per bilanciare i progressi tecnologici e militari delle forze ostili.

La dottrina decentralizza la guerra e ridistribuisce le funzioni di combattimento tra l’esercito regolare e le forze paramilitari, garantendo la continuità e la permanenza dei combattimenti, non solo se l’alto comando crolla o viene distrutto, ma anche se i sistemi di comunicazione e controllo vengono interrotti.

L’importanza di questa dottrina risiede nell’impiego della società organizzata stessa come principale linea di difesa contro la forza invasore, affinché la società sia in grado di adattarsi ai cambiamenti e alle minacce e di riorganizzarsi in modo decentrato.

Pertanto, i compiti difensivi sono stati distribuiti alle unità militari secondo la dottrina a mosaico. Inizialmente, arriva l’Esercito Regolare della Repubblica (ARCH) con il compito di respingere il primo colpo attraverso le sue unità corazzate, meccanizzate e di fanteria, come linea di difesa regolare responsabile di stabilizzare il fronte e rallentare l’avanzata nemica.

In aria, il sistema di difesa aerea basato su tecniche di mimetizzazione, inganno e occultamento cerca di neutralizzare il dominio aereo nemico, per quanto possibile.

In generale, la dottrina a mosaico cerca di compensare il tradizionale divario di potenza attraverso strategie basate sul disturbare la superiorità del nemico piuttosto che affrontarlo direttamente.

Poi arriva il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie e delle forze Basij, il cui compito è gestire la fase successiva del conflitto assumendo gradualmente il carico di combattimento dall’esercito regolare, e poi gestendo operazioni di logoramento e attacchi irregolari all’interno della profondità geografica dell’Iran, mentre le forze Basij diventano una forza di dispiegamento locale capace di combattere decentratamente in città, montagne e aree pericolose, attraverso imboscate e attacchi alle linee di rifornimento.

Le forze Basij, un’organizzazione fondata dallo stesso Khomeini, furono subordinate alle Guardie Rivoluzionarie dopo il 2007 come parte di una struttura dell’esercito, secondo quella dottrina.

Le sue unità sono state integrate in 31 centri di comando regionali con un centro per ogni governatorato, conferendo ai comandanti locali ampi poteri per condurre una guerra asimmetrica in base alla specificità dell’ambiente geografico di ciascuna regione, permettendo così alle forze di terra di schierarsi rapidamente in punti caldi e aree urbane in tempi di turbolenza come bersaglio tattico nel contesto delle battaglie sul campo.

Segue il ruolo della marina, la cui missione ruota attorno al concetto di negare l’accesso e negare la libertà di movimento al nemico minacciando di chiudere lo Stretto di Hormuz e le vie d’acqua, usando squadroni in motoscafo, piazzando mine navali insieme a missili antinave, trasformando corridoi vitali in costosi cantieri di esaurimento.

Segue l’arsenale di missili balistici utilizzato dall’IRGC come strumento di deterrenza e attacco profondo, mirato a neutralizzare obiettivi tattici o ad accrescere le perdite nemiche. Infine, il ruolo dei proxy regionali dell’Iran, il cui compito è espandere la portata della battaglia a livello regionale su più fronti, trasformando qualsiasi potenziale confronto in una guerra di logoramento a più binari oltre i confini iraniani.

La dottrina di Mao. Guerra Popolare Prolungata

La “dottrina a mosaico” si intreccia con strategie di resistenza che adottano per lo più piani a lungo termine. La dottrina a mosaico è simile a quella di Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese. Mao è uno dei più importanti teorici della guerra prolungata o popolare, come strategia per invertire lo squilibrio di potere nel tempo piuttosto che attraverso un blitzkrieg.

Nel mezzo dell’invasione giapponese della Cina, Mao cristallizzò la sua tesi nelle sue lezioni, che nel 1938 divennero un libro sulla Guerra Prolungata, sostenendo che scommettere su una vittoria rapida e fulminea o riconoscere l’inevitabilità della sconfitta fossero entrambe illusioni strategiche.

Mao propose una visione diversa basata sull’attrito graduale dell’avversario più forte, prolungando il conflitto e trasformando la superiorità materiale del nemico in un peso logistico e politico, così che la guerra diventi una prova di volontà e resistenza.

Mao ha diviso la sua teoria della guerra prolungata in tre fasi successive che spiegano come la parte più debole possa trasformare il fattore tempo in uno strumento strategico che fa pendere l’equilibrio del conflitto a proprio favore.

La prima è la difesa strategica, in cui il nemico è descritto come militarmente superiore e ha l’iniziativa, così che la parte più debole evita scontri decisivi, e persino si ritiri tatticamente quando necessario, affidandosi a metodi di guerriglia, costruendo basi nelle aree rurali e rafforzando le reti di incubazione e di rifornimento popolari, affinché l’obiettivo sia la fermezza e l’esaurimento della forza offensiva avversaria, non la difesa di ogni centimetro di terra.

Segue la seconda fase, che Mao ha chiamato la fase dello stallo strategico, una fase in cui la capacità del nemico viene erosa dalle perdite, dall’estensione delle sue linee logistiche e dall’aumento del costo della guerra politicamente e psicologicamente, mentre le sfere d’influenza del movimento di resistenza si espandono e le sue operazioni aumentano in modo coordinato ed efficace.

Lo scopo di questa fase è rendere il nemico incapace di risolvere la guerra a suo favore, poiché è impossibile per la parte debole ottenere una vittoria rapida, ma può trasformare la guerra in una battaglia di volontà a lungo termine, elemento essenziale nel conflitto tra i popoli e il colonialismo nella prima metà del ventesimo secolo. Mao Zedong descrisse questa fase come la più lunga e la più difficile.

La terza fase è l’offensiva strategica, in cui l’equilibrio di potere cambia gradualmente in modo che le unità di combattimento passino dalla guerriglia a operazioni più ampie e organizzate, fino a raggiungere uno schema semi-convenzionale volto a distruggere la forza principale nemica, controllare i centri strategici e risolvere il conflitto in termini politici e militari favorevoli.

In questo approccio, Mao si basava sulla mobilitazione delle vaste campagne cinesi, sull’esaurimento delle linee di rifornimento e sull’acquisto di tempo per la terra, ridefinendo così l’equazione stessa del potere.

Le idee di Mao non rimasero intrappolate nell’esperienza cinese, ma divennero un riferimento per molti movimenti di liberazione in Asia e America Latina nel secolo passato, in particolare per l’esercito Viet Cong nel Vietnam del Nord, che adottò lo stile della guerriglia, colpendo le linee di rifornimento e prosciugando la volontà politica americana, prima di passare gradualmente a operazioni più ampie che posero fine alla presenza militare statunitense e la costrinsero a fuggire.

Sempre durante la Rivoluzione cubana, il movimento di liberazione guidato da Fidel Castro e Che Guevara iniziò dagli avamposti montuosi della Sierra Maestra e poi si espanse militarmente e politicamente fino a rovesciare il regime di Batista.

La guerra sovietica in Afghanistan rappresentò anche un modello di logoramento di una grande potenza attraverso una lunga guerra di montagna che portò il costo dell’occupazione a un livello insopportabile, così come la guerra combattuta dai talebani contro le forze di occupazione americane e i paesi della NATO, durata quasi vent’anni.

Allo stesso modo, la Guerra d’Indipendenza algerina contro le forze di occupazione francesi, in cui il Fronte di Liberazione combinò la lotta armata con la mobilitazione popolare per esaurire la Francia militarmente e politicamente.

Sebbene più della metà della popolazione mondiale viva in città dal 2007, il che ha portato a un cambiamento nella natura della guerra asimmetrica che ha portato maggior potenziale rivoluzionario alla città, creato nuovi schemi di resistenza nelle città e arricchito la letteratura sulla guerra asimmetrica e l’insurrezione con nuove definizioni e teorie, essa evoca ancora idee di guerra prolungata quando interpreta la possibilità che un partito o un gruppo armato debole si oppone a eserciti convenzionali tecnologicamente superiori, e il ruolo importante che il tempo svolge nel cambiare l’equilibrio di potere.

Il mistero della quarta alternativa

Questa guerra prolungata richiede una sorta di flessibilità di alto comando. Prima della sua morte, la Guida Suprema Ali Khamenei ordinò alla leadership suprema iraniana di istituire un sistema speciale per nominare i leader sostitutivi durante la guerra, ordinando fino a quattro sostituti predeterminati per ogni posizione militare o governativa di alto livello, per evitare un vuoto di potere in caso di assassinio o perdita di contatto.

Questa direttiva dovrebbe essere applicata e generalizzata orizzontalmente e verticalmente, e non limitata al vertice del potere, con l’obiettivo di creare strati successivi di alternative all’interno di ogni livello di leadership.

A sua volta, il Leader Supremo conferiva a un ristretto circolo interno l’autorità di prendere decisioni se fosse impossibile comunicare con lui, per garantire la continuità dello stato in caso di scenario peggiore, che derivava dal principio della “difesa a mosaico”.

L’Iran non ha copiato il concetto di guerra prolungata da altri paesi ed esperienze, ma lo ha sviluppato attraverso la propria esperienza e le fatidiche sfide affrontate.

Dopo la caduta del regime dello Scià, la rivoluzione costrinse l’Iran a sviluppare la propria dottrina di sicurezza e difesa, poiché si formò uno spazio aperto per il conflitto di volontà nei primi anni della rivoluzione tra il regime nascente e le organizzazioni armate, la principale delle quali era l’Organizzazione Mojahedin-e Khalq, che aveva grandi gruppi militari a Teheran e in diverse città.

Questa organizzazione annunciò la rottura con il regime dopo circa tre anni, avviando una campagna di assassinii di leader di alto livello vicino a Ruhollah Khomeini, e compì una serie di attentati che causarono la morte di circa 70 funzionari del regime iraniano all’epoca.

Queste operazioni si basavano sulla percezione che il rovesciamento del nuovo regime fosse possibile attraverso un colpo concentrato alla leadership suprema. Nonostante queste operazioni dimostrassero che il sistema di sicurezza del regime era fragile e non disponeva di una solida struttura di intelligence, il regime stesso imparò rapidamente la lezione e iniziò ad adottare il proprio apparato di sicurezza e a stabilire il concetto di decentralizzazione all’interno del sistema statale affinché il sistema non fosse centralizzato e dipendente da più persone, chiunque fossero.

Con l’ingresso nella lunga guerra con l’Iraq, l’Iran riuscì a acquisire forza organizzativa e mobilitatrice, oltre a acquisire esperienza nella gestione di guerre prolungate.

Nel mezzo della sua guerra con l’Iraq e oltre, l’Iran costruì un sistema di governo complesso che era commisurato alla natura della sua rivoluzione e della sua ideologia, e alla natura delle forze ostili a Teheran all’epoca, guidate dagli Stati Uniti. Il nuovo regime pose le avanguardie rivoluzionarie organizzate e i seminari sciiti nella posizione della linea interna di difesa che li proteggeva.

Questa avanguardia rivoluzionaria si è manifestata come un apparato paramilitare partigiano che alimenta il suo sistema in modo decentralizzato, distribuito le responsabilità, e le permette di adattarsi a qualsiasi minaccia che sradichi il sistema di leadership. Così, fu istituito un sistema di comando di fronte alle minacce israeliane e americane e in conformità con il principio della difesa mosaica.

Tutte queste carte permettono a Teheran di avere un’efficacia complessa nel conflitto con Washington, di bilanciare lo sforzo bellico americano nonostante la sua superiorità tecnologica, aprendo la strada a manovre diplomatiche ed economiche durante tutta la guerra, che non sembrano essere un blitzkrieg come previsto a Washington e Tel Aviv, ma rischiano piuttosto di trasformarsi in una guerra prolungata per la quale l’Iran ha fatto molti preparativi, e la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, che pure ha rappresentato uno shock il primo giorno di guerra, è stata dall’Iran superata rapidamente grazie alla sua ferma dottrina di difesa pensata proprio per superare quel tipo di trauma fin dall’inizio.

Fonte

28/02/2026

Attaccare l’Iran... Usa e Israele hanno iniziato

I giornali euro-atlantici ospitano dotti interventi di “esperti” sul come e quanto attaccare l’Iran. Il dispositivo militare accumulato nel frattempo è quantitativamente paragonabile a quello usato contro il confinante Iraq, ma nel frattempo è passato oltre un quarto di secolo (1990-'91 il primo round, 2003 il secondo).

Ma nelle ultime ore si sono moltiplicati i segnali negativi, con una serie ormai rilevante di paesi che ordinano o consigliano i propri connazionali di lasciare la Persia e Israele. Il dado sembra ormai tratto con l'“asse del male” Washington-Tel Aviv deciso a far arretrare di decenni lo sviluppo del paese governato dagli ayatollah, che era finalmente esploso con la fuga dello shah Reza Pahlevi e l’eliminazione della servitù verso gli Stati Uniti nel 1979.

L’esitazione statunitense è stata lunga, e motivata. Da allora – e dal primo tentativo fallito di “liberare” l’ambasciata Usa a Tehran, occupata dagli “studenti” – non sono passati soltanto gli anni, ma sono cambiate anche le forme della guerra, come si è visto con quella in Ucraina ed anche nella “guerra dei dodici giorni” di Israele-Usa contro la stessa Teheran.

In estrema sintesi, si è visto che gli eserciti occidentali, con a disposizione una quantità di armamenti limitata ma super-tecologica – seguendo la trasformazione di eserciti destinati a “guerre asimmetriche” contro nemici privi di armamenti corrispettivi – vanno in difficoltà contro armi tecnologicamente più arretrate ma a bassissimo costo e costruite/utilizzate in grandi quantità. Lo ha sperimentato direttamente Israele l'anno scorso, quando ha visto il suo sofisticato e costosissimo sistema anti-missile “Iron Dome” travolto da sciami di droni e missili lanciati in numero tale da saturare/esaurire le batterie difensive.

Non è chiaro se questo primo attacco israeliano sia avvenuto congiuntamente con aerei statunitensi, ma tutti danno per scontato il “coordinamento” tra i due eserciti. Il New York Times, citando un funzionario statunitense, ha riferito che erano in corso anche attacchi statunitensi. 

Di fatto i media in questione – quelli più attendibili, almeno – hanno riportato le preoccupazioni dei vertici politici e militari Usa che non riescono a calcolare con sufficiente precisione quanto le loro basi e le loro truppe sarebbero “al sicuro” rispetto ad una massiccia risposta iraniana ad un attacco Usa di grandi dimensioni. Lo stesso Capo di Stato Maggiore delle forze Congiunte ha avvertito Trump: “L’Iran non è il Venezuela”.

Il problema sottostante si chiama scarsità di munizioni difensive (missili antimissile), tanto che è stata ritirata la proposta – di qualche mese fa – di spostare un certo numero di batterie Patriot e similari dal Medio Oriente all’Ucraina. I costruttori che hanno contratti con la difesa statunitense stanno del resto dicendo da tempo agli alleati europei di non avere la capacità di produrre più armi per aiutare l’Ucraina.

La testata POLITICO, per esempio, riportava un paio di giorni fa che “Il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, ha stimato che gli Stati Uniti abbiano lanciato fino al 20 percento dei missili intercettori SM-3 che si prevedeva avessero a disposizione nel 2025, e tra il 20 e il 50 percento dei missili del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense)”

Non si deve naturalmente dedurne che “l’Iran è troppo forte”, visto lo squilibrio assoluto in termini di aviazione, marina, e soprattutto testate nucleari (di cui è privo). Si tratta invece di capire che la “vittoria facile e priva di costi”, di cui Trump e la propaganda Usa hanno sempre bisogno, non ci può essere.

Una reazione droni/missili di Teheran produrrebbe danni consistenti, che stimolerebbero una guerra prolungata per “punire più severamente” gli ayatollah, trascinando così l’America in un conflitto costoso e di lunga durata (mesi, come minimo) per raggiungere un obiettivo niente affatto chiaro e inspiegabile all’elettorato trumpiano.

In fondo l’attacco all’Iran è un “bisogno primario di Israele”, non statunitense. Le ipotesi politiche a valle di un attacco, non a caso, ammettono persino il mantenimento del regime vigente (con buona pace dell’ascaro Pahlevi, che sogna il ritorno sul trono del padre), ma “decapitato e invalidato”.

Quindi non una “guerra per la democrazia” – argomento tipico dell’establishment “dem”, altrettanto sanguinario ma con pretese “umanitarie” – né una “guerra per la pace”, visto che il Medio Oriente intero sta spingendo per fermare tutto, temendo un “dopo” di alta tensione o incontrollabile per anni.

Il quadro cambierebbe se i colloqui in corso portassero ad una rinuncia iraniana ai missili balistici. Ma non si capisce perché Teheran dovrebbe privarsi dell’unica vera deterrenza contro l’ennesimo assalto di Tel Aviv (ricordiamo che ci sono stati innumerevoli attacchi aerei missilistici, nonché attentati e uccisioni mirate di generali, scienziati, ecc.). E la cosa è stata ribadita più volte nel corso dei colloqui, con inviti a “non chiedere troppo” rivolti agli inviati Usa.

Dunque l’equazione non era scioglibile con qualche certezza, lasciando l’amministrazione Trump a ballare su un grande numero di crisi politico-militari (Ucraina, Venezuela, vari paesi del Medio Oriente, Taiwan usata per “stuzzicare” la Cina, Nigeria) con uno strumento militare ai limiti delle sue possibilità (lo dimostra proprio la “più grande portaerei del mondo”, la Gerald Ford, tolta dal fronte venezuelano per irrobustire quello iraniano, ma in crisi igienica per il malfunzionamento dell’impianto fognario dopo i mesi passati in mare aperto).

In questa incertezza l’idea di un “attacco limitato e decapitante” – sequestrare o uccidere Khamenei e qualche altro comandante religioso e/o militare – è sembrata a lungo la meno “costosa”. Tant’è che nell’entourage trumpiano qualcuno si è spinto a suggerire “ma non ci conviene che ad attaccare sia Israele, invece che gli Usa?” Non che cambi molto negli sviluppi belicci successivi, ma l’elettorato trumpiaqno avrebbe meno remore a seguire un’altra avventura militare in qualche modo “obbligata” e non “scelta”.

Il tutto, infine, viene discusso come fosse un innocuo war game. Nessuno che si chieda “perché”, o “per quale obiettivo”. La retorica guerrafondaia occidentale ha ormai superato le colonne l’ercole della “giustificazione necessaria”. Si fa una guerra perché ci va di menare ad un certo nemico, che è “cattivo” per definizione, visto che non obbedisce... 

Comunque sia, dicevamo, il dado sembra tratto. L’ambasciata Usa in Israele, guidata da quel sionista evangelico di Mike Huckabee, ha ordinato al proprio personale “non essenziale” di lasciare il paese nel più breve tempo possibile. Così ha fatto la Cina con i propri connazionali in Iran, impegnati in numerosi progetti comuni.

La Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, ha nel frattempo stabilito quattro livelli di successione in tutte le posizioni politiche e militari, memore degli attentati contro comandanti di rilievo che hanno accompagnato la “guerra dei dodici giorni”. Le dichiarazioni odierne dei leader iraniani, sia militari che politici, indicano che questa volta non ci sono “linee rosse”, che lo scontro diretto non è la prima opzione, ma è messo nel conto.

Rispetto a quella guerra, poco più di sei mesi fa, in cui era stata registrata una notevole debolezza della contraerea di Tehran, la Cina ha fornito all’Iran il radar YLC-8E, noto come “stealth killer”, già entrato in servizio. La Russia ha a sua volta fornito il sistema missilistico spallabile Verba, contro missili e aerei a distanze che vanno dai 10 metri ai 4,5 chilometri in verticale e 6,5 chilometri in orizzontale.

Un’arma “personale”, che non necessita di postazioni di lancio identificabili dai satelliti. Inoltre, l’Iran è stato dotato di nuovi missili antiaerei. La ferita che può dunque infliggere agli attaccanti, anche prima della risposta droni/missili, può essere profonda, anche se l’Iran dovesse infine essere annientato. Ma è uno scenario tipo “Vietnam”, non proprio il migliore per un presidente vanaglorioso che ama solo “vincere facile”.

La clessidra vede scorrere il tempo come la sabbia, e ieri si è anche chiusa la breve “finestra di pace” garantita dalla visita del premier indiano Narendra Modi in Israele (durante il quale un attacco è praticamente impossibile perché avrebbe messo in pericolo l’ultraconservatore premier di quella “più grande democrazia del mondo” – 1,4 miliardi di persone – che gli Stati Uniti stanno provando a sfilare dai Brics). Ed anche Nuova Delhi ha invitato i suoi cittadini a lasciare al più presto l’Iran.

Lunedì, peraltro, Israele celebra la festa ebraica di Purim, che commemora la fuga da un mitologico “complotto persiano”. In mancanza di giustificazioni razionali valide, un simbolismo religioso d’accatto può diventare un “messaggio storico” lanciato contro tutti i musulmani. Scadenza, anche questa, forse troppo vicina, visto che “Narco” Rubio, ministro degli esteri statunitense, è atteso anche lui in Israele proprio a partire da lunedì. E sembra decisamente improbabile che voglia fare l’esperienza di una guerra proprio da uno dei bersagli principali.

Le poche speranze che la situazione non precipiti nei prossimi giorni sta, non paradossalmente, nella possibilità che i calcoli fatti e rifatti dai generali Usa mostrino dei risultati ben poco soddisfacenti per il tycoon. Perché ci sembra davvero improbabile che una testa come questa – quella di Pete Hegseth, che ha rinominato in “della Guerra” l’ex Dipartimento della Difesa – possa partorire qualcosa di sensato.

Aggiornamenti

Trump, dopo un silenzio inziale, ha rivendicato di aver deciso e lanciato l’attacco con i seguenti obbiettivi:

“Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Annienteremo la loro marina militare.
Faremo in modo che i “terroristi” della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo.
Faremo in modo che l’Iran non ottenga armi nucleari. È un messaggio molto semplice. Non avranno mai armi nucleari.
Questo regime imparerà presto che nessuno deve sfidare la forza e il potere delle forze armate degli Stati Uniti.”


Funzionari del Pentagono hanno confermato che “l’operazione potrebbe durare diversi giorni”.

L’attacco di questa mattina contro l’Iran è avvenuto nonostante Washington e Teheran avessero apparentemente concordato giovedì di continuare le negoziazioni nucleari la prossima settimana, con il presidente USA Donald Trump che ieri aveva dichiarato di non essere “soddisfatto” del comportamento iraniano ma di non aver ancora preso una decisione sull’autorizzare o meno un attacco militare. Col senno di poi, sembra che si trattasse di un atto di depistaggio.

Ore 9:00. Due colonne di fumo sono visibili a Teheran. Le esplosioni, secondo alcuni media, sarebbero avvenute nei pressi degli uffici di Khamenei. Che però da giorni sarebbe stato trasferito in un luogo più sicuro. Esplosioni anche nell’est e nel centro nord della città. Tra gli obiettivi ci sono il ministero dell’intelligence e quello della Difesa, oltre all’Organizzazione per l’energia atomica. Ma anche in altre città vengono segnalate esplosioni.

Naturalmente tutti si attendono una risposta... E in effetti l’esercito israeliano ha fatto suonare le sirene d’allarme perché sarebbero stati rilevati missili in arrivo.

Inguardabili i media occidentali che parlano di “attacco preventivo”, riprendendo senza filtri né riflessione le parole del genocida ministro della Difesa Israel Katz, che lo definito tale. Subito dopo il Comando del Fronte Interno israeliano ha ordinato alla popolazione di svolgere solo attività essenziali in tutto il Paese. Le restrizioni appena annunciate vietano gli assembramenti pubblici, l’andare al lavoro e a scuola.

Ore 9:40. Netanyahu è apparso in un messaggio video in ebraico dopo che Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’ondata di attacchi contro l’Iran, affermando che l’operazione è stata lanciata “per eliminare la minaccia esistenziale” posta dalla Repubblica Islamica e “creare le condizioni” affinché gli iraniani possano cambiare il loro destino.

Ore 10:00. Al Jazeera riferisce che anche nel Barhein, una delle petromonarchie del Golfo, sono state udite esplosioni. Le foto mostrano un razzo che atterra nella capitale bahreinita, Manama. Secondo altre fonti sarebbe stata colpita la base militare statunitense di Juffair dove c’è un centro logistico di supporto alla flotta USA. L’Iran ha affermato che le basi Usa in Medio Oriente sono un target legittimo della propria risposta agli attacchi.

Ore 10:25. Gli Houthi yemeniti hanno deciso di riprendere gli attacchi con missili e droni contro le rotte marittime e contro Israele in appoggio all’Iran. Lo riferiscono due alti funzionari Houthi, che hanno parlato a condizione di anonimato poiché non c’è alcun annuncio ufficiale da parte della leadership Houthi. Uno dei funzionari ha dichiarato che il primo attacco potrebbe avvenire già “stanotte”.

Le sirene stanno suonando a Gerusalemme e nelle aree circostanti, così come nel nord e nel sud di Israele, dopo il lancio di missili balistici dall’Iran a seguito degli attacchi militari israeliani e statunitensi di questa mattina su Teheran.

Un missile lanciato dall’Iran verso il centro di Israele è stato intercettato dalle difese aeree, secondo fonti della difesa. Non ci sono segnalazioni immediate di feriti.

Nel frattempo, nuove sirene suonano nel nord di Israele dopo il lancio di missili balistici dall’Iran. Le IDF affermano che i sistemi di difesa aerea stanno lavorando per intercettare i missili.

L’IRGC iraniano afferma che la prima ondata di attacchi missilistici e con droni è stata lanciata contro Israele in risposta agli attacchi contro l’Iran, lo riportato l’agenzia di stampa Tasnim.

Ore 10:30. La Reuters ha riportato una massiccia esplosione nella città di Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, mentre Al Jazeera riporta esplosioni anche in Kuwait. Il ministero dell’Interno del Qatar ha detto alla popolazione di tenersi lontana dai siti militari.

Ore 10:45. Al Jazeera riferisce che razzi intercettori vengono lanciati da varie parti del centro di Israele mentre le sirene risuonano in tutto il paese. Si sono sentite esplosioni nei pressi di Ramallah.

L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che quattro principali basi statunitensi in Qatar, Kuwait, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti sono sottoposte a un intenso attacco missilistico da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC)

Ore 11:00. Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.

Iran. Sono giunte notizie di attacchi aerei israeliani contro Isfahan. A Teheran si parla di un attacco all’edificio del parlamento iraniano e di bombardamenti su Ministero dell’Intelligence iraniano, Ministero della Difesa iraniano, Ufficio del Leader Supremo, Agenzia iraniana per l’Energia Atomica.

Israele. La televisione Canale 12 riferisce che un edificio di 9 piani nel nord di Israele è stato colpito e uno degli appartamenti è stato gravemente danneggiato. I media locali hanno riportato forti esplosioni nella regione della Galilea, mentre anche i residenti di Haifa hanno riferito di aver sentito delle detonazioni.

Ore 11:40. Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.

Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.

In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera, l’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute. 

Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.

Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.

Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.

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Stando alle prime valutazioni militari israeliane, da questa mattina sono stati lanciati circa 35 missili balistici dall’Iran verso Israele. Alcuni missili sono stati intercettati dalla difesa aerea israeliana, mentre altri sono caduti sul terreno.

Il Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele ha invitato gli israeliani all’estero a prestare la massima attenzione e ad adottare misure precauzionali.

“L’escalation con l’Iran aumenta la probabilità che il regime iraniano intensifichi gli sforzi per compiere attacchi terroristici all’estero contro obiettivi israeliani/ebraici, a partire da subito”, si legge nella nota. “Inoltre, e sulla base dell’esperienza passata, la motivazione a colpire gli israeliani all’estero potrebbe aumentare anche tra altri elementi terroristici, insieme a iniziative locali (inclusi attacchi di lupi solitari)”

Invita gli israeliani a evitare di condividere dettagli di viaggio in tempo reale sui social media, evitare eventi identificati con Israele o l’ebraismo che non siano protetti, prestare molta attenzione all’ambiente circostante quando ci si trova in aree identificate con Israele o l’ebraismo, segnalare qualsiasi minaccia o attacco alle forze di sicurezza locali ed evitare aree note per l’ostilità verso israeliani ed ebrei.

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato che il suo paese utilizzerà le sue capacità militari per difendersi “nell’ambito del nostro diritto intrinseco alla legittima difesa”. Aragchi ha fatto saper di aver discusso gli sviluppi attuali della situazione con i suoi omologhi in Iraq, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar, paesi colpiti in mattinata dalla ritorsione iraniana in quanto ospitano basi militari statunitensi.

Secondo quanto riportato dai media statali della Giordania, un missile iraniano è caduto su un’abitazione nella capitale giordana Amman. Le immagini pubblicate dai media arabi mostrano fiamme e fumo che si levano dai detriti.

Il corrispondente di Al-Jazeera riferisce di missili intercettati nei cieli sopra la città di Erbil, mentre un missile avrebbe colpito l’aeroporto di Erbil nel Kurdistan iracheno dove sono presenti anche nuclei di israeliani e militari statunitensi.

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Ore 12:50. Un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, una città nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, uccidendo 40 persone. Altre 45 risultano ferite. Il bilancio dei morti è salito a 50 nelle ore successive.

L’agenzia di stampa Fars afferma che gli alti funzionari iraniani sono “in perfetta salute”, compresi il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il capo della sicurezza Ali Larijani.

La televisione israeliana Canale 12, citando fonti israeliane anonime, afferma che il palazzo della guida suprema iraniana Ali Khamenei è stato completamente distrutto. La stessa fonte riferisce che non era chiaro se Khamenei fosse presente al momento dell’attacco.

Un funzionario statunitense ha detto ad Al Jazeera che Washington continuerà i suoi attacchi contro l’Iran nei prossimi giorni.

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Alcune grandi compagnie petrolifere hanno sospeso le spedizioni di petrolio greggio e carburante attraverso lo Stretto di Hormuz a causa degli attacchi in corso di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e della ritorsione di Teheran nella regione, hanno riferito sabato quattro fonti commerciali.

“Le nostre navi resteranno ferme per diversi giorni”, ha detto alla Reuters un alto dirigente di una grande compagnia commerciale. Circa 20 milioni di barili di petrolio attraversano lo stretto ogni giorno, oltre a più di 10 miliardi di metri cubi di GNL.

Ore 14:30. Il senatore statunitense Edward J. Markey ha definito l’attacco militare di Trump all’Iran “illegale e incostituzionale”. Non è stato infatti approvato dal Congresso e “rappresenta un pericolo per tutti gli americani. Le azioni illegali di Trump aumentano il rischio di un’escalation in una guerra regionale più ampia, con gravi rischi per le truppe e i civili statunitensi nella regione. Trump ha costantemente esagerato l’imminenza della minaccia nucleare iraniana, anche dopo aver insistito sul fatto che gli Stati Uniti abbiano “annientato” il programma nucleare iraniano durante il suo attacco illegale, l’Operazione Midnight Hammer”, ha affermato in una nota. Persino il Segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che l’Iran non sta arricchendo l’uranio. “C’era tempo per la diplomazia prima di questo attacco, e c’è ancora tempo”, ha aggiunto Markey, chiedendo una soluzione diplomatica.

Anche il deputato repubblicano Thomas Massie, nemico del presidente, parla di «atto di guerra senza autorizzazione del Congresso».

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L’Iran ha dichiarato di aver preso di mira anche le basi militari statunitensi nella regione.

Massicce esplosioni sono risuonate ad Abi Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti ma anche nei pressi di Dubai, mentre l’AFP riporta di esplosioni nella capitale saudita Riad.

“Abbiamo preso di mira basi statunitensi in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti e centri militari e di sicurezza in Israele”, ha dichiarato il comando delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC). “Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane ha preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrain con missili e droni”, ha aggiunto.

Le autorità bahreinite hanno annunciato di aver iniziato l’evacuazione dell’area di Juffair, uno dei quartieri della capitale Manama, dove ha base la Quinta Flotta USA, presa di mira da missili iraniani oggi. L’Agenzia di Stampa del Bahrain ha riferito che il centro di servizio della Quinta Flotta degli Stati Uniti è stato colpito da un razzo.

In Israele a Gerusalemme sono state udite grandi esplosioni. Il sito israeliano Walla ha riportato che sono state udite esplosioni nell’area di Haifa, e altri media israeliani hanno riferito che potenti esplosioni sono state udite nella regione della Galilea, nel nord di Israele.

Il Ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen ha ordinato una “sospensione temporanea” delle attività in “alcuni pozzi di gas naturale” nel Mediterraneo.

Da questa mattina, circa 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran contro Israele, secondo le valutazioni militari preliminari. Le autorità israeliane cercano di impedire in tutti i modi che vengano diffuse notizie su dove colpiscono i missili iraniani.

In Israele il sito israeliano Walla, riferisce che un uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di incitare e documentare in tempo reale i colpi dei razzi iraniani. A seguito delle informazioni ricevute, la Polizia Regionale del Negev è arrivata nell’area della diaspora beduina e ha arrestato il sospetto mentre trasmetteva “Live” sul social network TikTok, documentando e pubblicando così le posizioni su cui avevano colpito i missili iraniani.

Ore 15:00. I media iraniani hanno confermato esplosioni in diverse città iraniane, a seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele al paese, iniziato questa mattina. Diverse esplosioni sono state udite in varie parti della capitale, Teheran, dove l’attacco ha colpito il cuore della città, in Piazza Palestina, che ospita la residenza dell’ayatollah Kahmenei, in via Wesal vicino all’edificio del Tribunale, in via Pasteur, che ospita l’edificio della Presidenza della Repubblica a sud della capitale.

I media iraniani hanno confermato che il presidente Pezeshkian e il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, erano vivi, mentre la Reuters ha citato un funzionario iraniano che ha detto che Khamenei non si trovava a Teheran e che era stato trasferito in un luogo sicuro.

Gli attacchi hanno preso di mira anche le aree interne dell’Iran tra cui le città di Karaj, Alborz, Isfahan e Qom, e aree nell’ovest del paese come le città di Kangawar, Nahavand, Lorestan, le città di Dezful e Andimishk Ilam, la città di Tabriz, la città di Minab e l’isola di Khark nella provincia di Hormozgan nelle acque del Golfo, la città di Chabahar e la città di Shiraz.

Al Jazeera ha consultato Abdulqader Fayez, un giornalista specializzato in problemi iraniani, il quale sottolineato che “prendere di mira gli organi politici in Iran è in netto contrasto con le parole del presidente degli Stati Uniti di poco fa che dice agli apparati militari di deporre le armi, e al corpo politico dovete arrendervi”, aggiungendo che il messaggio di Trump al popolo iraniano è che “abbiamo iniziato questa battaglia, e dovete farne parte”.

Ore 15:40. L’Iran ha presentato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario generale Antonio Guterres, in cui invita le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità della pace internazionale”.

Nella lettera si legge: “L’Iran invita urgentemente i membri del Consiglio di sicurezza a convocare, senza indugio, una riunione di emergenza del Consiglio per affrontare gli atti di aggressione e violazione della pace da parte dei regimi statunitense e israeliano, che costituiscono una minaccia reale e seria alla pace e alla sicurezza internazionale, e ad adottare le misure necessarie e immediate per porre fine a questo uso illegale della forza e garantire l’assunzione di responsabilità”.

Ore 15:20. «Per quanto ne so», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista alla NBC News, «la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è ancora viva». «Se gli americani ci vogliono parlare, sanno dove trovarci», ha aggiunto, sostenendo che Teheran «cerca la de-escalation», è «pronta a parlare di un accordo» nel momento in cui gli attacchi cesseranno, e «non hanno missili in grado di raggiungere il territorio statunitense».

Il «regime change» in Iran auspicato da Donald Trump è considerato una «mission impossible», ha proseguito. «Non puoi rovesciare un regime mentre ci sono milioni di persone che lo sostengono», ha spiegato il capo della diplomazia di Teheran.

Ore 16:00. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran) ha affermato che una nave di supporto al combattimento del Military Sealift Command (Mst, il comando della Marina Usa responsabile del trasporto marittimo di attrezzature, carburante, munizioni e rifornimenti per il dipartimento della Difesa) degli Stati Uniti è stata gravemente colpita da missili lanciati dalle proprie forze navali, senza specificare dove.

È stata anche diffusa la foto satellitare sulla base statunitense che ospita una centrale radar avanzata in Qatar, colpita dai missili iraniani.

Tutte le le navi commerciali stanno ricevendo trasmissioni dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane che dicono che nessuna nave è autorizzata a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Di lì passa il 20% del petrolio mondiale. Inevitabili le ripercussioni sul prezzo del greggio, quando riapriranno i mercati, lunedì mattina.

Ore 16:40. Un missile ipersonico Fatah ha raggiunto il centro di Tel Aviv. La notizia è stata data da numerosi testimoni, ma ovviamente l’Idf si rifiuta di confermare.

Ore 18:45. Un portavoce della Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato all’agenzia di stampa Mehr che gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele hanno colpito 24 province iraniane, uccidendo almeno 201 persone e ferendone 747. Il portavoce ha affermato che oltre 220 squadre della Mezzaluna Rossa sono presenti nei luoghi presi di mira e che le operazioni di soccorso continuano.

Ore 22:45. Le sirene in serata hanno risuonato nel centro di Israele mentre l’Iran continua a lanciare missili balistici. Ynet riporta che una donna israeliana è morta, e circa 20 persone sono rimaste ferite dall’impatto di un missile balistico iraniano a Tel Aviv, secondo i primi soccorritori.

Ore 23:00. L’agenzia di stampa cinese Xinhua, citando fonti iraniane, ha riportato che l’ayatollah Khamenei è vivo e si trova al sicuro.

Poco prima, anche il Ministero degli Esteri iraniano aveva dichiarato in TV che l’ayatollah Khamenei è vivo e che le voci sulla sua morte fanno parte di una guerra informativa e psicologica. Un portavoce dell’ufficio di Khamenei ha inoltre comunicato che il leader dell’Iran continua a guidare il Paese e che le notizie sulla sua morte sono false.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato in un’intervista di ritenere corrette le notizie sulla morte della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei. “Riteniamo che questa sia una storia corretta”, ha detto Trump a NBC News.

Sulla morte di Khamenei non c’è però conferma dall’Iran e un tweet pubblicato dall’account X dell’ayatollah sostiene di dimostrare che la guida suprema è ancora viva.

L’obiettivo di questa guerra del resto è il “cambio di regime” e gli Stati Uniti vogliono disperatamente che la popolazione creda alla morte di Khameni, scenda in strada e insorga. Diffondendo voci sulla morte del leader, cercano di riportare la gente in strada.

Fonte

31/01/2026

La UE si accoda alla guerra USA: i Pasdaran inseriti tra i “terroristi”

Le premesse “logiche” c’erano tutte, da almeno 50 anni. Il termine “terrorista” è da allora così elastico da risultare indefinibile ad ogni tentativo universale. Ci aveva provato l’Onu, gettando ben presto la spugna. Ora che anche l’unica organizzazione sopravvissuta allo sforzo di creare una “comunità internazionale” aperta a tutti gli Stati della Terra, indipendentemente dal loro sistema economico e politico, sta per essere smantellata quel termine diventa definitivamente e soltanto il sinonimo di “nemico”.

Solo per stare ai fatti più recenti. Nel 1998, a maggio, l’UCK albanese kosovara era ancora una “formazione terrorista”, per sentenza Usa. Il mese dopo erano promossi a “Patrioti anti serbi”.

L’attuale premiar siriano Al Jolani aveva sulla testa una taglia Usa di 10 milioni di dollari come capo dell’Isis, ma ora è stato ricevuto alla Casa Bianca. Si è dunque definiti freedom fighters (i Talebani e lo stesso Bin Laden, fin quando hanno combattuto i sovietici) o “terroristi” a seconda delle circostanze, o delle alleanze.

I 27 paesi membri dell’Unione Europea hanno compattamente scelto di assecondare l’attacco degli Stati Uniti alla repubblica iraniana – dopo aver sposato la campagna di disinformazione sulle “stragi di civili” nei giorni delle proteste popolari per gli effetti della drastica svalutazione della moneta nazionale – deliberando ieri di inserire ufficialmente i Pasdaran, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), nella lista delle entità considerate “terroriste” dalla stessa UE.

Stiamo parlando di un corpo istituzionalmente compreso tra le forze militari dell’Iran, non di un gruppo informale o clandestino, né di un braccio segreto. È come se qualche altro paese classificasse i Carabinieri come “terroristi”.

Sono il livello più alto delle forze di sicurezza, con circa 125mila membri attivi formano un vero e proprio esercito con divisioni terrestri, marine e aeree, che controlla anche l’arsenale missilistico del paese e la difesa dei siti di sviluppo del programma nucleare. Sono anche una forza politica ed economica.

Contemporaneamente sono state varate nuove sanzioni contro 15 persone e 6 entità, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, 3 comandanti delle Guardie rivoluzionarie, un procuratore generale e un capo della polizia di pubblica sicurezza.

La risposa del governo di Tehran è stata simmetrica, per quanto ancora soltanto come annuncio. Persino un filo ironica.

“L’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) sono considerati terroristi”, ha affermato infatti in un post su X il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani.

È praticamente inutile fare un’analisi razionale delle follie dichiarate dai vari “leader” europei che hanno aperto la bocca sul tema ieri, ma vale la pena di citarne alcune proprio per segnalarne il carattere esclusivamente propagandistico, senza alcuna pretesa di nasconderlo.

La svalvolata Kaja Kallas, chissà come nominata “alto rappresentante per la politica estera” della UE, ha dato il via dicendo che “La repressione non può restare senza risposta. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena preso la decisione cruciale di designare la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina”.

Peggio di tutti, nonostante fosse difficile, il “nostro” ministro degli esteri, Antonio Tajani, che si è improvvisato anche comparatore aritmetico. A convincere alcuni paesi, fin qui dubbiosi, “hanno contribuito le migliaia e migliaia di morti che ci sono state, 30.000 forse. Non sappiamo esattamente quanti, ma stiamo parlando di una carneficina. Se a Gaza sono stati 60.000 morti – ma solo perché persino l’Idf ormai ha “accettato” che siano stati almeno 70.000 – e se sono stati 30.000 in Iran, vuol dire che è una situazione paragonabile a quella di Gaza”.

Naturalmente per Gaza, ossia contro Israele, non solo non è stata presa alcuna decisione sanzionatoria, ma neanche un rimprovero affettuoso. E fare questo accostamento immondo serve solo a “minimizzare” il genocidio ancora in corso nella Striscia.

Ma sono proprio quei “numeri spaventosi” ad essere la prova del falso. Se a Gaza un esercito iper-moderno che ha bombardato “dal cielo e dal mare” per due anni di seguito – sganciando, secondo le stime del prudentissimo Financial Times britannico, tra 25.000 e 35.000 tonnellate di esplosivi – ha prodotto “appena” il doppio dei morti che il regime iraniano avrebbe provocato con mezzi ordinari (polizia, pasdaran) in soli due giorni di proteste, è evidente a chiunque che i numeri relativi all’Iran sono del tutto inventati (fermo restando che anche un solo morto è di troppo).

Per la precisione: inventati da un’agenzia chiamata Human Rights Activists News Agency (HRANA), con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia, a non molta distanza dalla più nota Cia, e ripresi prima di tutti da Iran International, una “testata online” con sede a Londra. Di lì sono percolati come verità rivelata negli articoli di tutto il sistema mediatico occidentale e quindi persino nel portafoglio informativo dei ministri in carica.

Questa melma propagandistica è diventata in pochi giorni l’argomento chiave per decidere un’escalation militare contro un paese petrolifero, membro dell’Opec, strategicamente chiave in Medio Oriente ma per nulla allineato con l’Occidente neocoloniale.

Una melma, peraltro, che gli stessi Stati Uniti – dopo averla prodotta insieme ad Israele, rivendicando inoltre di aver avuto un ruolo esplicito nel sollevare le proteste – hanno messo velocemente da parte per adottare la più “sincera” postura di ogni politica delle cannoniere: “vogliamo attaccare l’Iran perché abbiamo i nostri interessi”. Senza scuse.

Non serve un genio per fare due più due. Il Ministero degli Esteri iraniano, in una dichiarazione rilasciata ieri sera, ha definito la decisione dell’Ue “illegale, provocatoria e ipocrita”, affermando che “Gli europei dovrebbero essere ritenuti responsabili di questa misura offensiva, che mira a compiacere Israele e i suoi sostenitori guerrafondai negli Stati Uniti”.

Pur essendo giustificata come “forma di pressione” adottata per “convincere” Tehran a trattare con gli Usa sul suo programma nucleare, è chiaro che questa decisione cancella ogni residuo dialogo diplomatico tra l’Unione Europea e l’Iran.

Gli Stati Uniti considerano i Guardiani della rivoluzione come un’organizzazione terroristica fin dal 2019 (il primo mandato di Trump, che aveva annullato anche l’accordo sul nucleare stretto nel 2015), e più di recente hanno preso la stessa decisione Canada, Australia, Ecuador e Argentina, tra gli altri. I complici stretti, insomma (anche se ora il Canada è finito lo stesso tra i “cattivi”, per Washington).

La parola, ora, sta ai calcoli militari...

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21/01/2026

Iran - 470 degli arrestati legati a “reti estere”

Le forze di sicurezza e intelligence iraniane hanno catturato oltre 470 persone in tre province, identificate come figure chiave dietro la recente ondata di disordini violenti e attività terroristiche legate a reti sostenute dall’estero. Questi arresti, annunciati lunedì 19 gennaio 2026, sottolineano la fermezza della Repubblica islamica di fronte ai tentativi di destabilizzazione. Negli interventi, le forze di intelligence hanno confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi.

L’ufficio provinciale del Ministero dell’Intelligence del Khorasan Razavi ha annunciato l’arresto di 192 terroristi armati, indicati come i principali agenti dietro i recenti disordini nella regione. Secondo un comunicato ufficiale, i detenuti sono stati coinvolti nell’omicidio di diversi membri del personale di sicurezza e di civili, oltre ad aver incendiato moschee, strutture di servizi pubblici e autobus.

A questi individui sono anche attribuiti attacchi a centri militari e di polizia, evidenziando un modello coordinato di violenza. Tra gli articoli sequestrati al gruppo figurano diversi giubbotti antiproiettile, fucili Kalashnikov, armi da caccia, fucili Winchester e varie armi bianche come pugnali, spade, tirapugni in bronzo, coltelli tattici, balestre e catene.

Le prove raccolte indicano che alcuni di questi individui erano collegati a movimenti ostili e organizzazioni terroristiche con legami all’estero. Altri sono stati identificati come membri di bande criminali violente che hanno partecipato attivamente ai disordini insieme ai loro associati, aggravando il caos.

Contemporaneamente, nella provincia occidentale del Lorestan, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato l’arresto di 134 persone, designate come principali leader e agenti operativi influenti di una rete terroristica statunitense-israeliana. Il Mossad e la Cia, peraltro, avevano pubblicamente rivendicato di essere “attivi sul terreno”, incitando alla rivolta nella speranza di realizzare un regime change a Tehran. 

L’IRGC ha affermato che questi individui hanno formato “cellule terroristiche” durante i recenti disordini, commettendo atti «simili a quelli del Daesh». Hanno ferito le forze di sicurezza con armi da fuoco e armi bianche e hanno bruciato e distrutto proprietà pubbliche e private, tra cui moschee [una vera “stranezza”, in un paese dove la quasi totalità della popolazione è di religione islamica, ndr], negozi, banche e veicoli.

Nella provincia nord-occidentale di Zanjan, la polizia ha riferito di aver arrestato 150 persone identificate come principali leader e agenti dietro i recenti disordini. Le autorità hanno indicato che questi individui erano responsabili della distruzione di proprietà pubbliche e private e dell’incendio deliberato di veicoli nelle piazze della provincia.

Sono accusati di spargimento di sangue di persone innocenti, distruzione di proprietà pubbliche e private, tentativo di ingresso in siti militari, alterazione dell’ordine pubblico e diffusione del terrore tra i cittadini. Secondo quanto riferito, ai detenuti sono state confiscate varie armi bianche.

In altre operazioni, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran ha perquisito diversi nascondigli utilizzati dai sospettati e ha confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi, che sarebbero stati destinati a commettere atti violenti.

Questi eventi si sono sviluppati alla fine di dicembre 2025, quando le proteste pacifiche per le difficoltà economiche in tutto l’Iran sono degenerate in violenza dopo dichiarazioni pubbliche di figure del regime statunitense e israeliano, che hanno incoraggiato il vandalismo e il disordine. Durante i disordini, mercenari sostenuti dall’estero avrebbero devastato le città, uccidendo forze di sicurezza e civili e danneggiando gravemente la proprietà pubblica.

Le autorità hanno sottolineato che l’identificazione e la cattura dei responsabili di questi atti rimane una priorità per i servizi di sicurezza e il sistema giudiziario. In questo contesto, hanno evidenziato l’importanza della collaborazione dei cittadini e delle segnalazioni di intelligence, che hanno permesso di localizzare alcuni dei principali aggressori, facilitandone l’arresto.

Infine, il comunicato ha sottolineato che le indagini continuano e che le autorità pertinenti raddoppieranno gli sforzi per evitare nuove attività terroristiche e garantire la sicurezza all’interno del paese.

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29/11/2022

Iran - La composizione sociale e le motivazioni delle proteste (terza parte)

L’estensione e la tenuta delle manifestazioni di protesta in Iran, assegnano a questo ciclo di mobilitazioni caratteristiche diverse da quelle avvenute nelle fasi precedenti.

Paola Rivetti ci ricorda che i lavoratori e le lavoratici, gli operai e le operaie iraniane si sono mobilitati ripetutamente negli ultimi due decenni, “protestando vigorosamente contro le politiche economiche dei governi riformisti di Mohammad Khatami (1997-2005), conservatori di Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) e moderati/riformisti di Hassan Rouhani (2013-2021) ugualmente, contro datori di lavoro che non rispettano contratti e scadenze salariali e creando anche, in alcuni casi, organizzazioni sindacali più o meno formali che sono sopravvissute a repressione ed arresti”.

Occhio a chiamarli riformisti

Inoltre, nei decenni scorsi c’erano state ondate di manifestazione più direttamente politiche lette in Occidente come sostegno ai candidati o ai presidenti ritenuti “riformisti” ma, come abbiamo visto nelle puntate precedenti, questa categoria che i mass media occidentale piegano alle proprie letture, appare del tutto fuorviante nello scontro politico in Iran.

Ad esempio l’obiettivo dell’ex presidente Rouhani sostituito nel 2021 dal più radicale Raisi, era quello di aprire e liberalizzare l’economia del paese, favorendo lo sviluppo del settore privato, abolendo i sussidi (eredità delle politiche sociali di Ahmadinejad rese possibili da anni di prezzi elevati del petrolio), spezzare i monopoli delle entità statali, incluse quelle di proprietà dei pasdaran.

È necessario sapere che il coinvolgimento dei pasdaran nell’economia iraniana, negli anni è andato aumentando, fino a conformare una gigantesca galassia di società controllate e che spaziano dal settore energetico a quello delle infrastrutture. Si stima che i pasdaran, tramite società proprie o affiliate, controllino circa un terzo dell’economia del paese.

Come già segnalato, i conservatori non radicali, sono infatti favorevoli all’iniziativa economica privata e più vicini invece alla classe dei bazaari, la vecchia classe mercantile, un settore che con le sanzioni ha cominciato a veder ridurre seriamente i propri introiti.

Le pesanti conseguenze economiche delle sanzioni occidentali, alle quali si sono aggiunte le conseguenze della pandemia da Covid-19 nel 2020, hanno inceppato la marcia liberista di Rouhani, bloccando appunto le cosiddette “riforme economiche” in senso neoliberale e contribuendo ad aumentare la rabbia sociale, esplosa sotto forma di proteste nel periodo tra il novembre 2019 e il luglio 2020.

In una intervista con Paola Rivetti, l’economista iraniano Mohammad Maljoo, che vive e lavora a Theheran, ha parlato di come l'economia del paese, dalla fine degli anni '80 in poi, sia stata interessata da interventi governativi volti a ridimensionare il settore pubblico e trasformare radicalmente il mercato del lavoro.

L’introduzione di agenzie interinali aveva lo scopo di tramutare la massa di impiegati pubblici (che godevano di buone condizioni di lavoro) in lavoratori del settore privato.

Questo è avvenuto anche adottando misure di austerity che hanno, per esempio, costretto settori del pubblico impiego a diventare economicamente auto-sostenibili, ovvero a sopravvivere senza il trasferimento di fondi da parte del governo tramite legge finanziaria, provocando, tra le altre cose, privatizzazioni, blocchi delle assunzioni e riduzione del personale.

Le disuguaglianze sociali in Iran

Le tensioni più forti si sono manifestate prima nei settori sociali più poveri che si sono visti privare dei sussidi statali aumentando le disuguaglianze interne, in particolare quelle tra le città (dove è più consistente la cosiddetta classe media) e le aree rurali e periferiche, incluse quelle “etniche” come le zone dove vivono i Baluci e i Curdi.

Agisce infatti una atavica differenza tra i popoli non farsi dell’Iran che vivono appunto nelle zone di confine: i Baluci con il Pakistan, i Curdi con l’Iraq, la Turchia e la Siria. Aree di confine dunque naturalmente più “porose” di quelle centrali o metropolitane e nelle quali le infiltrazioni di agenti esterni sono più semplici.

In pratica tutti gli elementi di disuguaglianza sociale e territoriale attutiti nella fase precedente da una maggiore presenza dello Stato nell’economia, hanno visto riaffacciarsi anche istanze di tipo etnico, mai sopite ma certo neanche dirompenti.

La classe media iraniana era cresciuta molto negli anni in cui la Repubblica Islamica, anche in cambio di una limitazione delle libertà politiche, aveva assicurato alla popolazione crescita economica e opportunità sociali. Un po’ come in Venezuela, una forte presenza dello Stato nell’economia e un’alta rendita petrolifera, avevano consentito significativi passi in avanti dell’Iran sul piano dello sviluppo interno.

La classe media iraniana aveva visto crescere il suo peso sociale a rappresentare quasi il 60% della popolazione. Ma, come rileva un rapporto dello statunitense Atlantic Council, da quando sono cominciate le sanzioni occidentali – e parliamo del 2011 – la classe media ha cominciato a regredire per almeno il 10% scendendo al 48,8% nel 2019. Al giorno d’oggi, prosegue l’Atlantic Council, può definirsi classe media in Iran solo il 35% della popolazione.

Oggi, in base ai dati forniti dal Ministero del Welfare dell’Iran, il 10% delle famiglie più ricche iraniane beneficia del 31% del reddito nazionale lordo, mentre il 10% delle famiglie più povere ne possiede solo il 2%.

Tra l’altro, va rilevato che l’economia iraniana registra un grado di diversificazione maggiore rispetto a quelle degli altri paesi produttori di petrolio del Medio Oriente.

Secondo una dettagliata analisi di Annalisa Pereghella (Ispi) “La dipendenza dalla rendita petrolifera è elevata ma non è assoluta. Infatti, nonostante le sanzioni occidentali sulle esportazioni del petrolio iraniano abbiano provocato sofferenze economiche e sociali al paese, queste non avevano portato l’economia al collasso. Ma un paese che sopravvive non può certo prosperare né utilizzare al meglio il potenziale tecnologico e produttivo raggiunto”.

La nuova ondata di proteste in Iran

Se a queste contraddizioni sociali – alcune delle quali anche conseguenza della ingerenza e delle sanzioni di Usa e Ue – aggiungiamo anche l'insopportabilità delle rigide regole pubbliche religiose, è inevitabile che prima o poi si innescasse il corto circuito che ha fatto esplodere l’ultima ondata di proteste che vedono convergere sia richieste politiche di maggiori libertà civili e fine dell’opprimente controllo religioso (soprattutto da parte della popolazione femminile), sia richieste economiche su salari migliori e sussidi contro la povertà.

Secondo una analisi di Med Or (Fondazione Leonardo) appare “sicuramente prematuro, se non del tutto azzardato, affermare che siamo davanti a un movimento rivoluzionario”, così come sembra imprudente asserire che queste proteste possano innescare radicali cambiamenti politici all’interno della Repubblica Islamica.

Per l’analista di Med Or Giorgio Perletta mancano infatti alcuni elementi essenziali affinché questo possa verificarsi, come l’adesione massiccia e trasversale dei commercianti (i cosiddetti bazaari) e dei lavoratori, sempre più precari e inabili nel creare una mobilitazione comune. Mancano infine le defezioni all’interno delle forze armate (decisive per la riuscita di un processo rivoluzionario, ndr) così come manca un gruppo politico che possa canalizzare le varie richieste e farsi promotore di una transizione politica.

Le ingerenze straniere

Che sull’Iran agiscano pesantemente ingerenze esterne, in particolare da Stati Uniti, Israele e Francia, è fin troppo evidente. Ma proprio tenendo conto della strutturazione politica e sociale della Repubblica Islamica, ci sembra che in Iran, più che i sostenitori di un difficile regime change, siano all’opera gli agenti della strategia del caos.

Ma questo fattore, che ci rimanda all’indubbio ruolo internazionale e regionale dell’Iran di aperto contrasto alle ingerenze di Usa e Israele nella regione, non può impedirci di vedere i movimenti sociali, le contraddizioni e le aspirazioni di cambiamento che agiscono dentro quella società, ricordandoci e ricordando a tutti che l’Iran non è affatto un paese arretrato e ad esso occorre guardare con il dovuto rispetto.

Vedi le puntate precedenti:

Iran. Cause e conseguenze dello scontro sociale in corso

Iran. Nello scontro tra conservatori e radicali, le proteste sono una variabile indipendente

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07/05/2021

Iran - Le verità strappate a Zarif

Il clima delle presidenziali iraniane, previste per il prossimo 18 giugno, subisce una fibrillazione dopo la rivelazione del colloquio-verità effettuato dal ministro degli Esteri Zarif con un giornalista vicino all’attuale presidente Rohani, Saïd Leyaz. Alcuni passi di quest’intervista, effettuata quasi due mesi fa, che rientrava in un programma cosiddetto di ‘storia orale’, sono da due giorni sulla bocca di tutti grazie al media Fars, una delle voci delle potentissime Guardie della Rivoluzione e hanno scatenato un putiferio. Perché il ministro segnala l’invasivo ruolo d’un pezzo da Novanta del regime, il comandante delle Forze Al-Qods Qassem Soleimani, diventato molto più d’un martire dopo il suo assassinio compiuto all’inizio del 2020 da un drone statunitense. Un crimine rivendicato con orgoglio dall’allora presidente americano Trump che avrebbe potuto aprire una crisi armata. Non è stato così. L’Iran non rispose, se non simbolicamente, alla sanguinosa provocazione e la vendetta, pronunciata dalla stessa Guida Suprema Khamenei è rimasta nelle intenzioni. Le frasi diffuse del colloquio di Zarif ribadiscono senza mezzi termini l’ingerenza dell’alto comandante nella politica estera del suo Paese, ogni passo esterno della diplomazia veniva da lui vagliato, approvato, mutato. Zarif dice che in più occasioni il generale autorizzò personalmente sorvoli sul territorio iraniano di aerei russi che portavano sostegno al regime di Asad. L'affermazione può mette in difficoltà i buoni rapporti d’alleanza, e di riservatezza, fra Mosca e Teheran.

Come s’apprende dall’intervento del portavoce di Zarif, parecchie sue considerazioni sarebbero dovute rimanere segrete, la diffusione può solo servire a screditarne l’immagine davanti alla popolazione e all’elettorato, visto che il ministro sarebbe stato un possibile candidato di peso alle presidenziali. La mossa degli avversari conservatori, soprattutto del cosiddetto partito dei Pasdaran, servirebbe a eliminare un avversario scomodo, scompigliando la componente riformista di cui un altro nome ventilato è Mostafa Tajzadeh. Un politico non certo giovane, è sessantacinquenne, che ha servito nel dicastero dell’Interno due amministrazioni di Mohammad Khatami nel 1998 e poi dal 2003 al 2005. Tajzadeh cadde in disgrazia durante le presidenziali del 2009, dove Ahmadinejad ribadì il suo incarico nonostante le accuse di brogli e l’amplissima protesta di piazza denominata ‘onda verde’. L’ex ministro venne accusato, come migliaia di attivisti riformisti e oppositori all’ala tradizionalista, e incarcerato a Evin, prigione periferica della capitale. Ne uscì nel 2016. Difficilmente la sua candidatura passerà la selezione prevista dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Così due concorrenti di peso del riformismo iraniano verrebbero entrambi bloccati. Speranze maggiori le ha Ali Larijani, non foss’altro che per il suo passato di Presidente del Parlamento. Le posizioni moderate, simili a Rohani, gli consentirebbe di raccogliere il sostegno dei progressisti rimasti orfani di candidati.

Sul versante ultraconservatore si fanno i nomi dell’ex comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohsen Rezaï, 67 anni, già candidato nel 2009 a cui elettori e supervisori gli preferirono l’ex basij Ahmadinejad, poi scaricato da Khamenei per il suo percorso d’adesione al misticismo dell’Hojatiye, il movimento che attende l’arrivo dell’Imam nascosto. Ma anche per contestazioni su operazioni poco limpide della sua seconda gestione, probabilmente entrate in conflitto con le Bonyad clericali e dei Pasdaran. Quindi Hossein Dehghan, 64 anni, anch’egli appartenente alla famiglia dei Pasdaran, presente sia nell’amministrazione riformista Khatami, seppure come vice ministro della Difesa, che ministro sempre di quel dicastero nel 2013 con l’avvento di Rohani. Più giovane, 57 anni, è Rostam Ghasemi, diventato ministro del Petrolio nel 2011, quando il crescente ostracismo rivolto all’entourage di Ahmadinejad, isolava inesorabilmente il presidente in carica. Garantisce Ghasemi l’ex appartenenza al corpo dei Pasdaran e il sostegno dell’allora capo del Majles Larijani. Un punto di forza di Ghasemi è la presidenza del gruppo economico Khatan al-Anbia, uno dei pilastri del potere tecnico-economico dei Pasdaran. La holding controlla più di ottocento società e gestisce un’infinità di contratti governativi. Con oltre 40.000 dipendenti (25.000 solo ingegneri) interviene nell’edilizia (autostrade, ponti, tunnel, dighe), acquedotti, gasdotti, oleodotti.

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23/09/2018

Iran, tiro al bersaglio sui pasdaran

L’attacco portato allo Shahrestan di Ahvaz nel corso di una parata militare dei Guardiani della Rivoluzione, è un’azione simbolo rivolta a una struttura strategica dello Stato iraniano. La più potente, assieme a quella degli enti benefici (bonyad) gestiti quasi esclusivamente dal clero e dai militari. Avviene in una zona occidentale del Paese, sul confine iracheno, area che ha conosciuto le pene della lunga guerra contro l’invasione di Saddam Hussein. E proprio quel conflitto, sanguinoso e logorante, durato dal 1980 all’88 veniva ricordato con la sfilata, quando dagli spalti un commando ascrivibile ai miliziani dello Stato Islamico, così li ha definiti la Tv iraniana, ha scaricato le proprie armi sui pasdaran intruppati e sugli ufficiali seduti in tribuna. Ne sono morti ventiquattro, una cinquantina sono rimasti feriti, fra cui bambini che assistevano alla celebrazione, mentre gli attentatori venivano in parte uccisi, in parte arrestati. I commenti dell’agenzia Irna, fanno riferimento all’Isis ma anche alle protezioni e finanziamenti offerti dall’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri Zarif, coglie l’occasione parla esplicitamente di sponsor statunitense.

Lo stesso presidente Rohani non lesina riferimenti critici agli Stati Uniti e alla politica trumpiana che foraggiano la destabilizzazione in Iran con ogni mezzo, dal rilancio dell’embargo, al sostegno dell’opposizione filo monarchica o terroristica come quella esule Oltreoceano e Parigi, chiaro il riferimento agli ex mujahheddin- e Khalq foraggiati dalla Cia. Certo, nel Paese esiste una profonda spaccatura politica fra i riformisti, che hanno in due tornate elettorali sostenuto il moderato Rohani contro i fondamentalisti religiosi e laici, e che da mesi lo contestano. Cui s’aggiunge una spaccatura generazionale fra gli ultrasessantenni, che hanno fatto la rivoluzione e hanno praticato la militanza combattente, appunto contro Saddam, e i giovani nati negli anni Novanta e successivamente. Quest’ultimi, gran serbatoio del voto progressista, vedono tradite le speranze di cambiamento riguardo all’occupazione, alla trasformazione sociale con un superamento della rigidità di costumi (pensiamo all’obbligatorietà del velo), e al sistema clericale basato sul velayat-e faqih.

Parte del malcontento, esplicitato nelle proteste di piazza dell’inverno scorso - meno clamorose, partecipate e violente di quelle del 2009 - risulta spontaneo, ma l’opposizione interna ed estera agli ayatollah ha sponde varie e può far riferimento a ogni contraddizione esistente. Ad esempio, la crisi economica ha fatto criticare il copioso, e costoso per le casse statali, impegno militare all’estero che sui fronti siriano e yemenita dura da tempo. Una strategia che lega le posizioni del tradizionalismo clericale avvallate dalla Guida Suprema, alla componente tradizionalista laica, legata ai Guardiani della Rivoluzione. Ciascuno, nel rispettivo cammino, ultraconservatore e modernista, ma di fatto irrinunciabilmente non solo anti imperialista ma anti occidentale. Con tutte le chiusure e le differenze del caso. Finora il collante fra tutte le componenti politiche, anche quelle riformiste, è sempre stato quello della sicurezza interna, seppure il modo d’interpretarla non sia il medesimo. Ma più si stringe la morsa attorno all’Iran più l’interesse nazionale offre spazio al partito della forza, che magari può cercare un nuovo Ahmadinejad da proporre per un futuro non molto lontano. E questa via, attacchi terroristici o meno, segue il suo corso.

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08/05/2018

Iran - Tempo di diplomazia muscolare

Avrebbe atteso un altro paio di settimane, così da far coincidere l’esplicito discorso alla nazione col primo anno di rielezione alla carica presidenziale. Ma per un Rohani più nella veste d’implacabile Guida Suprema che di affabile diplomatico grava la data del 12 maggio, il giorno in cui l’omologo statunitense Trump dirà se svincolare il suo Paese dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015 da Obama. Attorno a questo passo che può rinfocolare le tensioni fra i due contendenti d’un quarantennio pesano interessi economici, politici, geostrategici interni e internazionali. Non una questione da poco. Ed entrambi i presidenti che di problemi ne hanno parecchi, sul piano degli intrighi personali il miliardario americano, sul fronte socio-politico l’ayatollah che dal 2013 si regge sul compromesso fra riformisti e moderati, si giocano una fetta del proprio successo futuro. L’ufficialità con cui Rohani ha lanciato il messaggio alla nazione e i termini con cui l’ha posto: “Se lasciano l’accordo gli Stati Uniti se ne pentiranno come non mai nella storia” dice molto di più sul piano geopolitico di quanto la delicatissima vicenda dica sul fronte economico. E quest’ultimo è in condizioni gravissime, perché nel periodo dell’embargo l’Iran ha subìto un pesante tracollo finanziario per la scarsità di commerci con l’Occidente. Gli stessi ritardi nelle transazioni registratisi nell’ultimo biennio, nonostante l’accordo firmato, è uno dei temi toccati da Rohani durante il cammino elettorale.

Il presidente uscente ha giocato la sua rielezione contro i conservatori che un anno fa sostenevano i candidati Qalibaf e Raisi. A fine campagna i tradizionalisti avevano fatto convergere i voti su un unico candidato (l’ayatollah Raisi) per evitare di disperderli in più rivoli e favorire Rohani, come nel 2013. Ma non ce l’avevano fatta. La gioventù in cerca di nuove opportunità di lavoro e di speranze avevano sostenuto una seconda volta “l’uomo della svolta”. Ma la svolta non porta frutti e la situazione interna è magmatica. Le proteste di piazza di fine 2017, e le nuove fiammate d’un mese fa, mostrano un panorama ingarbugliato e una tensione interna elevata. Fra chi usa la piazza per contestare l’attuale establishment s’è ventilata una regìa del malcontento d’inverno proprio da parte del tradizionalismo che ha una roccaforte nella città santa di Meshhad. S’è parlato anche di un’azione autonoma dei sostenitori dell’ex presidente Ahmadinejad (non a caso in quelle settimane posto agli arresti domiciliari preventivi). S’è detto che certe proteste cittadine scaturiscono da stimoli innescati magari da questi motivi e altri intenti politici e di fazione, però il malcontento serpeggia. E tale malcontento è correlato a due questioni: le mancate entrate di un’economia ancora ingessata dal sistema finanziario mondiale del quale gli Usa detengono molti fili, e le enormi uscite dovute alle guerre logoranti e dispendiose cui l’Iran partecipa. Apertamente in Siria e Yemen, in maniera strisciante in altri focolai mediorientali.

Quest’ultimo è un punto dolente, ma può diventare un elemento di forza della gestione Rohani. Poiché col richiamo delle armi il partito dei Pasdaran, ultimamente più vicino ai tradizionalisti che all’attuale presidente compromesso coi riformisti, si sente tutelato dalla politica del clero come lo fu solo ai tempi del Ruhollah Khomeini che lo creò. L’altro nume del partito combattente, Mahmud Ahmadinejad, riuscì solo a spaccare il Paese, fra l’altro prima delle vicende corruttive che l'oscurarono quasi quanto le rivolte dell’Onda verde. Per qualsiasi presidente della Repubblica Islamica iraniana avere dalla propria parte i pasdaran, significa possedere l’arma delle armi, contro cui solo piazze rivoluzionarie e non meramente protestatarie possono averla vinta. Nel caso dell’accordo sul nucleare che Trump, col solo sostegno di Israele e dell’Arabia Saudita in versione Bin Salman, vuole stracciare, Rohani può spiazzare i propri detrattori interni agitando lo spettro del “Satana statunitense”. In tal modo trova il consenso d’un popolo che alle divisioni interne antepone la sicurezza nazionale. In aggiunta, e sempre sull’accordo nucleare può ricorrere agli altri cinque del cosiddetto blocco 5+1. Due sono giganti amici (Russia e Cina), delle altre tre potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, Germania) bisognerà comprendere le propensioni filo americane. Ma di quell’America estremista trumpiana, verso cui finora solo Macron sembra apprezzare le follìe. E poi l’alzata di scudi di Rohani, aggregatrice all’interno, ha la certezza di trovare sempre la comprensione putiniana sullo scacchiere mediorientale. Una partita d’interessi reciproci che prosegue la corsa.

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