Che il mondo abbia un grosso problema con l’attuale presidente degli Stati Uniti e con le sue trovate roboanti, sconclusionate, pericolose e anche perdenti, è ormai un dato acquisito. Malattia o caratteraccio che sia, l’America e il mondo si trovano adesso nel grosso guaio iraniano, la cui portata finale non riesci neppure ad immaginare, tremando. E allora, Pasqua di speranza per i credenti, le follie storiche del potere da cui l’umanità è comunque sopravvissuta. Mentre la Casa Bianca cerca di smentire le voci – circolate sui social – secondo cui il presidente Trump sarebbe stato ricoverato al Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda.
L’imperatore Eliogabalo
Che Caligola fosse arrivato a nominare senatore il proprio cavallo, è un episodio molto noto, ma meno si ricorda invece la figura di Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto come Eliogabalo, imperatore di Roma dal 218 al 222 d.C. Di origine orientale e precisamente siriana, Eliogabalo era salito al trono sottraendolo a Macrino grazie ad una sollevazione militare suscitata da due false voci: la prima sosteneva che si trattasse di un figlio illegittimo dell’imperatore Caracalla, mentre la seconda, confidando nelle immense ricchezze della famiglia, assicurava premi generosi a chi lo avesse aiutato nell’impresa. Sempre per questioni familiari inoltre il giovane, prima di salire sul trono, aveva ricoperto il ruolo di sommo sacerdote di un culto solare che si celebrava a Emesa (oggi Homs, in Siria), tentando in seguito di portarlo a Roma per sostituire quello dell’antico Giove Capitolino.
L’operazione non riuscì, ma Eliogabalo fece di tutto: ad esempio collocò un proprio ritratto in Senato nelle vesti di sacerdote sopra la raffigurazione di una divinità romana in modo che, onorando la seconda, fosse venerato anche lui e soprattutto – cosa inaudita per i Romani – pretese che la madre assistesse con lui alle sedute del Senato. Un altro aspetto più scabroso riguardò i suoi costumi sessuali: sebbene i Romani ai tempi dell’impero praticassero meno assiduamente la ‘virtus’ repubblicana, riuscì a scandalizzare l’intera città raccogliendo a palazzo intorno a se meretrici di ogni sorta e chiamandole ‘amiche e sorelle’ e senza fare misteri della sua relazione con un auriga.
Non stupisce che l’irritazione della guardia pretoria arrivasse al culmine giungendo a manifestare apertamente a favore del cugino Alessandro: nonostante le minacce indirizzate ai rivoltosi, Eliogabalo alla fine fu assassinato assieme alla madre ed entrambi i corpi furono sfigurati e smembrati, mentre il Senato ribadì alle donne il divieto assoluto di entrarvi.
La ‘quasi’ follia di re Giorgio
Giorgio III, a dispetto della follia che gli fu poi attribuita, in realtà regnò dal 1760 al 1820, periodo piuttosto lungo, ma tutt’altro che facile per un monarca inglese visti gli avvenimenti che lo caratterizzarono. Per prima cosa la Guerra dei Sette anni (1756-1763) con la Francia, poi il distacco e la perdita delle prosperose colonie americane nel 1785 dopo una guerra durata dodici anni e infine le guerre della Rivoluzione Francese e quelle napoleoniche che si conclusero solo a Waterloo nel 1815.
Dopo una prima crisi passeggera intorno al 1765, a partire dal 1789 si parlò apertamente di problemi mentali: in pratica il sovrano parlava ininterrottamente per ore procurandosi seri problemi alla voce e dormiva pochissimo. La medicina del tempo rispondeva alla situazione suggerendo dei salassi per eliminare gli umori nocivi, ma ovviamente senza risolvere nulla. Nel frattempo, di fronte alle difficoltà del governo, si era acceso uno scontro tra il figlio – che rivendicava la reggenza – e il primo ministro che non voleva concederla, tanto più che non mancarono momenti di apparente normalità in cui il sovrano godette dell’appoggio popolare contro i suoi stessi ministri.
Sulla malattia si è discusso a lungo e oggi sembra che la spiegazione sia da ricercare in uno scompenso proteico che provocava gravi alterazioni nel comportamento, in estrema sintesi una malattia genetica. Studi molto recenti hanno infine confermato nei resti esaminati tracce di arsenico, probabile residuo di un farmaco rudimentale somministrato nei momenti di crisi. L’immagine popolare odierna più benevola nei confronti del re sottolinea invece la sua grande passione quasi maniacale per gli strumenti scientifici e in particolare astronomici: del resto senza la misura esatta del tempo e dei moti degli astri la marina di sua maestà britannica non avrebbe ‘misurato’ il globo e fondato l’impero.
Ludovico II di Baviera, tra stravaganze e romanticismo
Il regno di Baviera si trovava in un quadro geopolitico particolare: nel sud della Germania, a maggioranza cattolico e legato all’impero d’Austria, subiva però anche l’influenza del nord protestante e soprattutto della Prussia sempre più determinata a completare l’unificazione tedesca ridimensionando il ruolo austriaco. A metà del XIX secolo la guida della Prussia divenne comunque una realtà, ma rimasero con l’Austria legami politici, culturali e soprattutto familiari: l’imperatrice Elisabetta, principessa bavarese meno stravagante, ma altrettanto ‘originale’, aveva sposato ad esempio Francesco Giuseppe d’Asburgo ed era cugina di re Ludovico e la stessa madre dell’imperatore austriaco era un’altra principessa bavarese.
Sul piano internazionale il re cercò sempre di evitare le guerre, o meglio gli scontri diretti con stati tedeschi godendo per questo di una certa popolarità tra i suoi sudditi. Il vero problema del sovrano furono le spese folli e il mecenatismo. Costruì sontuose residenze ispirandosi alla reggia di Versailles, e al Re Sole che divenne un suo modello personale, ed esaudì tutti i desideri – o quasi – del compositore Richard Wagner che da un punto di vista finanziario si rivelò un pozzo senza fondo. Ad un certo punto, anche di fronte ad altre bizzarrie del sovrano come la passione per Lohengrin – il cavaliere del cigno dell’opera wagneriana – una commissione governativa lo prese ‘sotto tutela’ rinchiudendolo in un castello dal quale però scomparve la sera del 13 giugno 1886.
La sera il re fu trovato morto e le circostanze del ritrovamento diedero origine a diverse ipotesi: il corpo del re, presumibilmente annegato, fu ritrovato a poca distanza da quello dello psichiatra-carceriere von Gudden. Omicidio-suicidio? Il mistero resta, ma ancora oggi in Baviera si festeggia l’anniversario della nascita del re il 25 agosto.
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02/02/2026
La società horror degli Epstein files
Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.
È la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.
Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per i rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2015 per finire condannato tre anni dopo).
Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.
Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.
Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc..
È questo, secondo noi il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.
Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza...) fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi sta nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.
Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.
E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciata circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida ascesa nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc., fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.
È la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.
Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella massoneria, insomma...
Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’“oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).
La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.
Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.
Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale statunitense, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.
Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.
Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.
Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.
Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole”, “morale”, “merito”, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.
Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore”. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea...).
Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).
Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.
Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.
P.S. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile qui.
Fonte
È la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.
Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per i rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2015 per finire condannato tre anni dopo).
Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.
Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.
Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc..
È questo, secondo noi il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.
Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza...) fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi sta nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.
Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.
E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciata circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida ascesa nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc., fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.
È la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.
Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella massoneria, insomma...
Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’“oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).
La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.
Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.
Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale statunitense, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.
Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.
Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.
Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.
Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole”, “morale”, “merito”, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.
Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore”. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea...).
Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).
Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.
Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.
P.S. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile qui.
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22/01/2026
A Davos la foto di un sistema al collasso
Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri e politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”. Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.
L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.
I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.
Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.
“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “Tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».
A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.
Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, per poi proseguire affermando che “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.
A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.
Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.
In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.
Fonte
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”. Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.
L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.
I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.
Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.
“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “Tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».
A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.
Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, per poi proseguire affermando che “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.
A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.
Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.
In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.
Fonte
13/11/2025
“Shitstorm Epstein” sulla Casa Bianca
Lungi da noi volerci occupare dell’ennesimo “scandalo” che colpisce il vertice statunitense, ossia le mail rese note solo ora con cui Jeffrey Epstein – finanziere e organizzatore di festini tra potenti e minorenni – affermava di aver avuto tra i propri “clienti” anche Donand Trump.
Epstein è morto in un carcere federale nel 2019, ufficialmente “suicida”, come spesso capita a chi detiene così tanti segreti da perderne il controllo e venirne travolto.
Il dettaglio – Trump che si intrattiene “per ore”, in casa Epstein, con una ragazza minorenne poi a sua volta morta suicida (ma il padre ne dubita) – è comunque importante per tutt’altro motivo.
È leggenda ben poco segreta che il finanziere-puttaniere fosse anche un “agente operativo” del Mossad. Lui stesso – racconta Michael Robotham in un libro dedicato a lui e alla sua compagna di avventure, Ghislaine Maxwell, anche lei ora detenuta – metteva in circolazione le storie più incontrollabili:
La sua appartenenza al “noto servizio” è stata ad una certo punto così data per certa da costringere un premier israeliano – Naftali Bennet – a smentirla nervosamente. L’attendibilità dei governanti di Tel Aviv è però da sempre decisamente al di sotto di qualsiasi soglia umanamente accettabile.
Tanto più che un altro premier – Ehud Barak – ha intrattenuto con Epstein lunghissimi e documentati rapporti di collaborazione miranti, tra l’altro, a stabilire un rapporto semi-segreto con Putin nel tentativo di convincerlo a scaricare Bashar Al Assad tra il 2013 e il 2016. Un incontro diretto, al Cremlino, alla fine ci fu, ma non ebbe il risultato sperato.
Ehud Barak, teoricamente “laburista”, era stato peraltro il comandante del nucleo di “teste di cuoio” israeliane che nel 1972 fu autore del massacro all’aeroporto di Lod (26 morti e 80 feriti), per metter fine ad un dirottamento aereo filo-palestinese. Nel nucleo delle forze speciali c’era anche un tale Benjamin Netanyahu, che rimase ferito ad un braccio da “fuoco amico”. Che ambientino “civile” dev’essere il vertice dello Stato sionista, vero?
L’appartenenza di Epstein al Mossad – con grandissima libertà d’azione, vista la sua ricchezza e le sue entrature – è testimoniata però da Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che nel 2020, in un’intervista ha dichiarato che sia Epstein sia Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, erano agenti.
La “tecnica” preferita di Epstein con i potenti che entravano nel giro stretto dei suoi “amici” era appunto quella di organizzare incontri sessuali con ragazze, anche minorenni, nelle sue numerose case. Ovviamente ricche di telecamere e registratori nascosti. Anche il fratello dell’attuale re d’Inghilterra, l’ex “principe” Andrea – ora privato del titolo proprio per questo – si è ritrovato tra i ricattati eccellenti.
Quando ci si chiede il perché dell’“alleanza d’acciaio” tra Stati Uniti e Israele bisognerebbe forse mettere in conto anche queste tresche. Che contano certo meno dei soldi e degli affari, ma non tanto di meno. La credibilità politica dei leader è infatti molto volatile e risente inevitabilmente anche degli scandali.
Trump non cadrà per questo, ma un altro consistente pezzo del suo piedistallo sta saltando via...
Fonte
Epstein è morto in un carcere federale nel 2019, ufficialmente “suicida”, come spesso capita a chi detiene così tanti segreti da perderne il controllo e venirne travolto.
Il dettaglio – Trump che si intrattiene “per ore”, in casa Epstein, con una ragazza minorenne poi a sua volta morta suicida (ma il padre ne dubita) – è comunque importante per tutt’altro motivo.
È leggenda ben poco segreta che il finanziere-puttaniere fosse anche un “agente operativo” del Mossad. Lui stesso – racconta Michael Robotham in un libro dedicato a lui e alla sua compagna di avventure, Ghislaine Maxwell, anche lei ora detenuta – metteva in circolazione le storie più incontrollabili:
«Una storia scandalosa lo collega alla CIA e al Mossad. Un’altra racconta che Epstein fosse un pianista concertista. Un’altra ancora che fosse un insegnante di matematica in un’esclusiva scuola femminile... “Mi disse che era una spia assunta da alcune società per ritrovare ingenti somme di denaro che erano state sottratte”, racconta. “Lo faceva sembrare molto eccitante e affascinante...”»Niente di nuovo sotto il cielo dello spionaggio... Martin Wolf, “l’uomo senza volto” fondatore e direttore della Stasi nella DDR, ha spiegato bene come i letti siano uno degli strumenti migliori per carpire segreti.
La sua appartenenza al “noto servizio” è stata ad una certo punto così data per certa da costringere un premier israeliano – Naftali Bennet – a smentirla nervosamente. L’attendibilità dei governanti di Tel Aviv è però da sempre decisamente al di sotto di qualsiasi soglia umanamente accettabile.
Tanto più che un altro premier – Ehud Barak – ha intrattenuto con Epstein lunghissimi e documentati rapporti di collaborazione miranti, tra l’altro, a stabilire un rapporto semi-segreto con Putin nel tentativo di convincerlo a scaricare Bashar Al Assad tra il 2013 e il 2016. Un incontro diretto, al Cremlino, alla fine ci fu, ma non ebbe il risultato sperato.
Ehud Barak, teoricamente “laburista”, era stato peraltro il comandante del nucleo di “teste di cuoio” israeliane che nel 1972 fu autore del massacro all’aeroporto di Lod (26 morti e 80 feriti), per metter fine ad un dirottamento aereo filo-palestinese. Nel nucleo delle forze speciali c’era anche un tale Benjamin Netanyahu, che rimase ferito ad un braccio da “fuoco amico”. Che ambientino “civile” dev’essere il vertice dello Stato sionista, vero?
L’appartenenza di Epstein al Mossad – con grandissima libertà d’azione, vista la sua ricchezza e le sue entrature – è testimoniata però da Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che nel 2020, in un’intervista ha dichiarato che sia Epstein sia Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, erano agenti.
La “tecnica” preferita di Epstein con i potenti che entravano nel giro stretto dei suoi “amici” era appunto quella di organizzare incontri sessuali con ragazze, anche minorenni, nelle sue numerose case. Ovviamente ricche di telecamere e registratori nascosti. Anche il fratello dell’attuale re d’Inghilterra, l’ex “principe” Andrea – ora privato del titolo proprio per questo – si è ritrovato tra i ricattati eccellenti.
Quando ci si chiede il perché dell’“alleanza d’acciaio” tra Stati Uniti e Israele bisognerebbe forse mettere in conto anche queste tresche. Che contano certo meno dei soldi e degli affari, ma non tanto di meno. La credibilità politica dei leader è infatti molto volatile e risente inevitabilmente anche degli scandali.
Trump non cadrà per questo, ma un altro consistente pezzo del suo piedistallo sta saltando via...
Fonte
09/11/2025
La crisi nel cuore dell’impero. Da New York a noi
Prese le misure agli svarioni della “sinistra”, vediamo un attimo cosa sta succedendo tra gli opinionisti mainstream alle prese con New York che sarebbe caduta in mano al “socialismo islamico”. O come altro volete chiamare il “fenomeno Mamdani”...
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
02/11/2025
L’altra America anti-Trump è “socialista democratica”
Ipnotizzati dalle mosse orarie di Trump gli intermediari dell’informazione stanno perdendo di vista ciò che accade negli Stati Uniti.
Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
Fonte
Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
Fonte
26/10/2025
USA - John Bolton rischia l’ergastolo in base alla legge che voleva applicare a Snowden e Assange
È proprio vero che, a volte, il destino sa essere beffardo. In passato, John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale sotto Bush e Trump, noto per le sue posizioni ultra-belliciste e da “falco” in politica estera, ha chiesto l’esecuzione di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning ai sensi dell’Espionage Act, accusandoli di aver divulgato informazioni sensibili.
Dopo la rottura con Trump, di cui è diventato un feroce critico, Bolton si trova ora a rispondere di 18 capi d’accusa proprio in base alla stessa legge da lui invocata per altri.
La “rivincita” di WikiLeaks contro Bolton
È proprio WikiLeaks ad aver lanciato un attacco frontale all’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, in seguito alla sua incriminazione per aver divulgato informazioni riservate. L’organizzazione fondata da Assange – che Bolton voleva giustiziare per aver rivelato segreti di stato al pubblico – non ha perso tempo a sbeffeggiare il “guerrafondaio” in un post su X del 17 ottobre, con oltre 24.000 like e un video allegato.
Il video nel post di WikiLeaks è un montaggio satirico: clip di Bolton che invoca la pena capitale per i whistleblower, alternate a estratti dal suo libro The Room Where It Happened (2020), dove ha “leakato” aneddoti sensibili su Trump, e altre notizie.
Secondo il Berliner Zeitung, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ripetutamente criticato i whistleblower, secondo organizzazioni come Defending Rights & Dissent. Avrebbe chiesto l’esecuzione di Chelsea Manning ed Edward Snowden e una condanna di “almeno 176 anni di carcere” per Julian Assange, definendo le loro azioni come “tradimento pericoloso” meritevole della pena di morte.
Bolton si dichiara non colpevole
Un gran giurì federale del Maryland ha incriminato Bolton con 18 capi d’imputazione per violazione dell’Espionage Act. Le accuse riguardano la conservazione non autorizzata di informazioni top secret e la loro divulgazione a due persone non autorizzate. Secondo il Dipartimento di Giustizia, le informazioni in questione includevano dettagli su “futuri attacchi, avversari stranieri e relazioni di politica estera”.
Ogni capo d’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni. Bolton si è dichiarato non colpevole durante l’udienza di venerdì, venendo successivamente rilasciato su cauzione. La prossima udienza è fissata per il 21 novembre. In una dichiarazione, Bolton ha definito le accuse un “atto di ritorsione” orchestrato dal presidente Donald Trump, sostenendo di essere “l’ultimo bersaglio dell’uso della forza da parte del Dipartimento di Giustizia per intimidire gli oppositori politici”.
L’indagine
Come già riportato su InsideOver, lo scorso venerdì 22 agosto, agenti dell’Fbi hanno perquisito l‘abitazione del “falco” neocon John Bolton a Bethesda, Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, nell’ambito di un’indagine di alto profilo su presunte violazioni nella gestione di documenti classificati.
Secondo il New York Post, l’operazione, ordinata dal direttore dell’Fbi Kash Patel, si concentrava su accuse secondo cui Bolton avrebbe inviato documenti “altamente sensibili” alla sua famiglia tramite un server email privato mentre lavorava alla Casa Bianca. Le stesse per cui è stato poi incriminato e per le quali si dichiara non colpevole.
Un alto funzionario statunitense, riportato dal New York Post, ha rivelato che l’indagine, iniziata nel 2020, era stata sospesa durante l’amministrazione Biden. La sua riapertura è avvenuta sotto la guida di Patel, nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025. Il funzionario ha accusato Bolton di aver “rubato informazioni classificate, utilizzando la sua famiglia come intermediario”.
La perquisizione rappresentava un’escalation della faida tra Bolton e Trump, che lo ha licenziato nel 2019 dopo 17 mesi come consigliere per la sicurezza nazionale. Da allora il neocon Bolton, sostenitore di una politica estera estremamente aggressiva e bellicista, ha criticato duramente il tycoon.
Fonte
Dopo la rottura con Trump, di cui è diventato un feroce critico, Bolton si trova ora a rispondere di 18 capi d’accusa proprio in base alla stessa legge da lui invocata per altri.
La “rivincita” di WikiLeaks contro Bolton
È proprio WikiLeaks ad aver lanciato un attacco frontale all’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, in seguito alla sua incriminazione per aver divulgato informazioni riservate. L’organizzazione fondata da Assange – che Bolton voleva giustiziare per aver rivelato segreti di stato al pubblico – non ha perso tempo a sbeffeggiare il “guerrafondaio” in un post su X del 17 ottobre, con oltre 24.000 like e un video allegato.
Il video nel post di WikiLeaks è un montaggio satirico: clip di Bolton che invoca la pena capitale per i whistleblower, alternate a estratti dal suo libro The Room Where It Happened (2020), dove ha “leakato” aneddoti sensibili su Trump, e altre notizie.
Secondo il Berliner Zeitung, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ripetutamente criticato i whistleblower, secondo organizzazioni come Defending Rights & Dissent. Avrebbe chiesto l’esecuzione di Chelsea Manning ed Edward Snowden e una condanna di “almeno 176 anni di carcere” per Julian Assange, definendo le loro azioni come “tradimento pericoloso” meritevole della pena di morte.
Bolton si dichiara non colpevole
Un gran giurì federale del Maryland ha incriminato Bolton con 18 capi d’imputazione per violazione dell’Espionage Act. Le accuse riguardano la conservazione non autorizzata di informazioni top secret e la loro divulgazione a due persone non autorizzate. Secondo il Dipartimento di Giustizia, le informazioni in questione includevano dettagli su “futuri attacchi, avversari stranieri e relazioni di politica estera”.
Ogni capo d’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni. Bolton si è dichiarato non colpevole durante l’udienza di venerdì, venendo successivamente rilasciato su cauzione. La prossima udienza è fissata per il 21 novembre. In una dichiarazione, Bolton ha definito le accuse un “atto di ritorsione” orchestrato dal presidente Donald Trump, sostenendo di essere “l’ultimo bersaglio dell’uso della forza da parte del Dipartimento di Giustizia per intimidire gli oppositori politici”.
L’indagine
Come già riportato su InsideOver, lo scorso venerdì 22 agosto, agenti dell’Fbi hanno perquisito l‘abitazione del “falco” neocon John Bolton a Bethesda, Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, nell’ambito di un’indagine di alto profilo su presunte violazioni nella gestione di documenti classificati.
Secondo il New York Post, l’operazione, ordinata dal direttore dell’Fbi Kash Patel, si concentrava su accuse secondo cui Bolton avrebbe inviato documenti “altamente sensibili” alla sua famiglia tramite un server email privato mentre lavorava alla Casa Bianca. Le stesse per cui è stato poi incriminato e per le quali si dichiara non colpevole.
Un alto funzionario statunitense, riportato dal New York Post, ha rivelato che l’indagine, iniziata nel 2020, era stata sospesa durante l’amministrazione Biden. La sua riapertura è avvenuta sotto la guida di Patel, nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025. Il funzionario ha accusato Bolton di aver “rubato informazioni classificate, utilizzando la sua famiglia come intermediario”.
La perquisizione rappresentava un’escalation della faida tra Bolton e Trump, che lo ha licenziato nel 2019 dopo 17 mesi come consigliere per la sicurezza nazionale. Da allora il neocon Bolton, sostenitore di una politica estera estremamente aggressiva e bellicista, ha criticato duramente il tycoon.
Fonte
17/10/2025
Trump è un broligarca
La Treccani ha inserito nella nostra lingua un neologismo di stampo geopolitico: broligarchia s. f.
Si tratta di un adattamento della voce inglese broligarchy, composta dai sostantivi bro(ther)(‘fratello’) e (o)ligarchy (‘oligarchia’). Broligarchy è una creazione della giornalista Carole Cadwalladr, autrice dell’articolo intitolato How to survive the broligarchy: 20 lessons for the post-truth world (Come sopravvivere alla broligarchia: 20 lezioni per il mondo della post-verità), pubblicato da theguardian.com il 17 novembre 2024.
Dunque, “Broligarchia” è la ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi.
La broligarchia riscrive le regole dei giochi globali. È un fenomeno mondiale, non solo americano, accomunato dal desiderio di sfuggire a ogni controllo democratico. Peter Thiel, imprenditore e politico statunitense, un vero broligarca, ha detto: “La libertà è incompatibile con la democrazia”.
I nababbi al potere non si accontentano di accumulare miliardi con razzi, e-vehicle, e-commerce, social media o criptovaluta, ma puntano a ridisegnare le fondamenta della società, svuotando la democrazia dall’interno. Con la promessa di deportazioni in stile distopico, ha scritto Carlo Pizzati, su Stampa.it, il 24 novembre 2024, Società.
In realtà, “Broligarchia” è un neologismo per parlare del secondo mandato di Donald Trump e di una nuova era politica. Un governo costruito come un club esclusivo di miliardari e vecchi amici fidati.
Tra le figure più discusse, spicca Elon Musk, scelto per dirigere il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, un nuovo ministero creato su misura per tagliare le spese federali; Robert F. Kennedy Jr., noto per posizioni anti-scientifiche, assegnato al Ministero della Salute; e altri nomi con evidenti conflitti d’interesse e i portafogli mai sufficientemente capienti, come ha scritto Gaia Bertotti, su Mondonuovo.club il 14 dicembre 2024.
A ben vedere, “broligarchia” è in uso sui social media da anni, ma solo ora appare nei media tradizionali. Ciò riflette l’idea che i membri di un’élite tecnologica e finanziaria, i miliardari e i proprietari di piattaforme, per quanto capricciosi e irresponsabili possano essere, stanno ora usurpando il potere precedentemente esercitato da governi e legislatori, ha notato l’Ansa.it, il 5 gennaio 2025, nella rubrica Lifestyle.
In definitiva, che cos’è davvero la broligarchia? Sembrava un trend, è un’estetica, una cosa di internet e come tutte le cose di internet rischiava di non esiste davvero. Poteva essere confinata a quelle pagine Instagram come Entrepreneur Being Entrepreneur, in cui uno dei contenuti più apprezzati sono le mail sprezzanti che i Ceo inviano a dipendenti che non possono rispondere.
In queste comunicazioni interne, i broligarchi emanano effettivamente quella masculine energy che Zuckerberg vorrebbe vedere irradiata nel mondo intero, ha notato Francesco Gerardi, in RivistaStudio.com, il 23 gennaio 2025, in Politica.
Poi, però, abbiamo visto e sentito Donald Trump a Tel Aviv prima e a Sharm el-Sheik poi, occasione in cui la broligarchia è stata eretta a nuovo modo di condurre trattati internazionali, così nuovo da non aver neanche bisogno della presenza dei rappresentanti delle parti in causa del conflitto.
Ecco la prova provata che la broligarchia è davvero uscita da Internet per accomodarsi alla Casa Bianca. E da lì imperversare in tutto il famigerato globo terracqueo.
Fonte
Si tratta di un adattamento della voce inglese broligarchy, composta dai sostantivi bro(ther)(‘fratello’) e (o)ligarchy (‘oligarchia’). Broligarchy è una creazione della giornalista Carole Cadwalladr, autrice dell’articolo intitolato How to survive the broligarchy: 20 lessons for the post-truth world (Come sopravvivere alla broligarchia: 20 lezioni per il mondo della post-verità), pubblicato da theguardian.com il 17 novembre 2024.
Dunque, “Broligarchia” è la ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi.
La broligarchia riscrive le regole dei giochi globali. È un fenomeno mondiale, non solo americano, accomunato dal desiderio di sfuggire a ogni controllo democratico. Peter Thiel, imprenditore e politico statunitense, un vero broligarca, ha detto: “La libertà è incompatibile con la democrazia”.
I nababbi al potere non si accontentano di accumulare miliardi con razzi, e-vehicle, e-commerce, social media o criptovaluta, ma puntano a ridisegnare le fondamenta della società, svuotando la democrazia dall’interno. Con la promessa di deportazioni in stile distopico, ha scritto Carlo Pizzati, su Stampa.it, il 24 novembre 2024, Società.
In realtà, “Broligarchia” è un neologismo per parlare del secondo mandato di Donald Trump e di una nuova era politica. Un governo costruito come un club esclusivo di miliardari e vecchi amici fidati.
Tra le figure più discusse, spicca Elon Musk, scelto per dirigere il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, un nuovo ministero creato su misura per tagliare le spese federali; Robert F. Kennedy Jr., noto per posizioni anti-scientifiche, assegnato al Ministero della Salute; e altri nomi con evidenti conflitti d’interesse e i portafogli mai sufficientemente capienti, come ha scritto Gaia Bertotti, su Mondonuovo.club il 14 dicembre 2024.
A ben vedere, “broligarchia” è in uso sui social media da anni, ma solo ora appare nei media tradizionali. Ciò riflette l’idea che i membri di un’élite tecnologica e finanziaria, i miliardari e i proprietari di piattaforme, per quanto capricciosi e irresponsabili possano essere, stanno ora usurpando il potere precedentemente esercitato da governi e legislatori, ha notato l’Ansa.it, il 5 gennaio 2025, nella rubrica Lifestyle.
In definitiva, che cos’è davvero la broligarchia? Sembrava un trend, è un’estetica, una cosa di internet e come tutte le cose di internet rischiava di non esiste davvero. Poteva essere confinata a quelle pagine Instagram come Entrepreneur Being Entrepreneur, in cui uno dei contenuti più apprezzati sono le mail sprezzanti che i Ceo inviano a dipendenti che non possono rispondere.
In queste comunicazioni interne, i broligarchi emanano effettivamente quella masculine energy che Zuckerberg vorrebbe vedere irradiata nel mondo intero, ha notato Francesco Gerardi, in RivistaStudio.com, il 23 gennaio 2025, in Politica.
Poi, però, abbiamo visto e sentito Donald Trump a Tel Aviv prima e a Sharm el-Sheik poi, occasione in cui la broligarchia è stata eretta a nuovo modo di condurre trattati internazionali, così nuovo da non aver neanche bisogno della presenza dei rappresentanti delle parti in causa del conflitto.
Ecco la prova provata che la broligarchia è davvero uscita da Internet per accomodarsi alla Casa Bianca. E da lì imperversare in tutto il famigerato globo terracqueo.
Fonte
13/09/2025
Chi ricatta chi? Trump e Netanyahu, Clinton e il fantasma di Epstein
Quale potere di Netanyahu su Trump?
Questa cronaca e tante altre concessioni americane a Israele in questi lunghi mesi di un conflitto in Medio Oriente che invece di chiudersi si va estendendo richiama alla memoria una vecchia storia mai del tutto chiarita. Netanyahu, si chiedono in molti, sta ricattando il presidente americano come quando lo stesso premier israeliano avrebbe ricattato il presidente Bill Clinton? «In uno scandalo che è andato in gran parte perduto nella memoria contemporanea – ricorda un giornalista sul sito americano ‘Drop site’ – era stata ventilata l’ipotesi che Netanyahu avesse ricattato il capo della Casa Bianca rivelandogli che Israele aveva raccolto registrazioni di telefonate a sfondo sessuale tra il 42° presidente e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky».
Bill e Monica, sussurri e ricatti
«Clinton incontrò Netanyahu nello Studio Ovale nel febbraio 1997. Successivamente, secondo la testimonianza rilasciata dalla Lewinsky all’ufficio del procuratore speciale, la segretaria di Clinton, Bettie Currie, contattò la Lewinsky per invitarla a un incontro nello Studio Ovale, dicendole che Clinton ‘aveva qualcosa di importante da dirle’. Quello sarebbe stato il loro ultimo incontro sessuale, ma Clinton colse anche l’occasione per dirle che ‘un’ambasciata straniera’ aveva intercettato il suo telefono e registrato la loro conversazione. Clinton non avrebbe specificato quale ambasciata, sebbene l’incontro con la Lewinsky sia avvenuto il mese successivo al suo incontro con Netanyahu.
La spia Polard amica di Ben Gvir
In ballo c’era la sorte di una spia, cittadino americano, Jonathan Pollard che lavorava per Israele. Clinton accettò di ‘riesaminare’ il caso di Pollard. Non lo rilasciò ma – ricorda Drop Site – fu liberato nel 2015. Tornato in Israele, Pollard è un aperto sostenitore del ministro estremista per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e ha chiesto la completa pulizia etnica di Gaza.
Altro scandalo sessuale oggi
Un altro scandalo sessuale, molto più vasto, rischia di travolgere l’attuale presidente americano. Qui non si parla di telefoni della Casa Bianca controllati dal Mossad o da altri servizi ancora più sofisticati della vasta comunità spionistica israeliana. È probabile, però, che molti degli attori dello scandalo che portò il finanziere Jeffrey Epstein in carcere fossero seguiti, osservati dai servizi di Tel Aviv. C’è chi sostiene che lui stesso avesse lavorato come agente segreto per gli israeliani come la sua compagna Ghislaine Maxwell, figlia di Élisabeth Meynard, storica francese nota per le sue ricerche sull’Olocausto, e dell’editore britannico Robert Maxwell, proprietario del Daily Mirror, e di importanti quote in note società editoriali come la MTV Europe e la casa editrice MacMillan.
«Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire», disse di lui il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, durante il suo funerale.
Archivo Epstein arma puntata
L’amicizia Trump-Epstein risale ai primi anni ’90, quando entrambi frequentavano gli stessi ambienti a Palm Beach, in Florida, e a New York. In un’intervista del 2002 al New York Magazine, Trump descrisse Epstein come «un ragazzo fantastico a cui piacciono le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono giovani». Epstein fu arrestato nel 2019 per traffico sessuale di ragazze minorenni e morì un mese dopo in carcere. Il caso fu dichiarato suicidio. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del finanziere ed ex compagno.
Il loro ‘archivio’ resta più o meno segreto. E molti leader europei e americani, oltre a Trump, tremano.
Fonte
Questa cronaca e tante altre concessioni americane a Israele in questi lunghi mesi di un conflitto in Medio Oriente che invece di chiudersi si va estendendo richiama alla memoria una vecchia storia mai del tutto chiarita. Netanyahu, si chiedono in molti, sta ricattando il presidente americano come quando lo stesso premier israeliano avrebbe ricattato il presidente Bill Clinton? «In uno scandalo che è andato in gran parte perduto nella memoria contemporanea – ricorda un giornalista sul sito americano ‘Drop site’ – era stata ventilata l’ipotesi che Netanyahu avesse ricattato il capo della Casa Bianca rivelandogli che Israele aveva raccolto registrazioni di telefonate a sfondo sessuale tra il 42° presidente e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky».
Bill e Monica, sussurri e ricatti
«Clinton incontrò Netanyahu nello Studio Ovale nel febbraio 1997. Successivamente, secondo la testimonianza rilasciata dalla Lewinsky all’ufficio del procuratore speciale, la segretaria di Clinton, Bettie Currie, contattò la Lewinsky per invitarla a un incontro nello Studio Ovale, dicendole che Clinton ‘aveva qualcosa di importante da dirle’. Quello sarebbe stato il loro ultimo incontro sessuale, ma Clinton colse anche l’occasione per dirle che ‘un’ambasciata straniera’ aveva intercettato il suo telefono e registrato la loro conversazione. Clinton non avrebbe specificato quale ambasciata, sebbene l’incontro con la Lewinsky sia avvenuto il mese successivo al suo incontro con Netanyahu.
La spia Polard amica di Ben Gvir
In ballo c’era la sorte di una spia, cittadino americano, Jonathan Pollard che lavorava per Israele. Clinton accettò di ‘riesaminare’ il caso di Pollard. Non lo rilasciò ma – ricorda Drop Site – fu liberato nel 2015. Tornato in Israele, Pollard è un aperto sostenitore del ministro estremista per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e ha chiesto la completa pulizia etnica di Gaza.
Altro scandalo sessuale oggi
Un altro scandalo sessuale, molto più vasto, rischia di travolgere l’attuale presidente americano. Qui non si parla di telefoni della Casa Bianca controllati dal Mossad o da altri servizi ancora più sofisticati della vasta comunità spionistica israeliana. È probabile, però, che molti degli attori dello scandalo che portò il finanziere Jeffrey Epstein in carcere fossero seguiti, osservati dai servizi di Tel Aviv. C’è chi sostiene che lui stesso avesse lavorato come agente segreto per gli israeliani come la sua compagna Ghislaine Maxwell, figlia di Élisabeth Meynard, storica francese nota per le sue ricerche sull’Olocausto, e dell’editore britannico Robert Maxwell, proprietario del Daily Mirror, e di importanti quote in note società editoriali come la MTV Europe e la casa editrice MacMillan.
«Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire», disse di lui il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, durante il suo funerale.
Archivo Epstein arma puntata
L’amicizia Trump-Epstein risale ai primi anni ’90, quando entrambi frequentavano gli stessi ambienti a Palm Beach, in Florida, e a New York. In un’intervista del 2002 al New York Magazine, Trump descrisse Epstein come «un ragazzo fantastico a cui piacciono le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono giovani». Epstein fu arrestato nel 2019 per traffico sessuale di ragazze minorenni e morì un mese dopo in carcere. Il caso fu dichiarato suicidio. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del finanziere ed ex compagno.
Il loro ‘archivio’ resta più o meno segreto. E molti leader europei e americani, oltre a Trump, tremano.
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22/08/2025
Tra Trump e Putin l’Ucraina è solo un tragico pretesto
di Alessandro Volpi
Sono molte le ragioni per le quali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva bisogno dell’incontro con l’omologo russo, Vladimir Putin.
In primo luogo gli Stati Uniti stanno vivendo una grave crisi di credibilità internazionale: non sono ormai la più grande potenza industriale, sono indebitati in modo devastante con il resto del mondo, vivono su una gigantesca bolla finanziaria, hanno una moneta che, svalutandosi troppo, non è più in grado di rivestire il ruolo di riserva internazionale, né tantomeno di bene rifugio. Sono minacciati sul versante dell’innovazione dalla Cina e soffrono un disavanzo commerciale insostenibile. Hanno quale unica, vera, prerogativa quella di essere la più grande potenza militare mondiale. In tali condizioni un vertice con l’altra grande potenza militare mondiale, senza intermediari, al di fuori del diritto internazionale e delle sue istituzioni, è una prova di forza enorme, finalizzata proprio a nascondere la crisi del capitalismo statunitense che, peraltro, secondo Trump è stata generata dai liberali progressisti con la globalizzazione occidentale.
La seconda ragione è più specifica. Stati Uniti e Russia possono decidere le sorti in termini monopolistici di alcuni settori vitali, a cominciare dall’energia e dalle sue gigantesche dinamiche speculative che possono esportare inflazione in giro per il mondo e dalla produzione di armi. Alla luce di ciò il vertice in Alaska è stato l’incontro tra due soggetti in grado di definire, in termini pressoché monopolistici, il prezzo del gas. La Russia è infatti il principale esportatore al mondo con circa 140 miliardi di metri cubi mentre gli Stati Uniti si piazzano al terzo posto con poco meno di 130 miliardi. Sono dunque in grado di definire praticamente da soli i prezzi sia sul mercato fisico sia in termini finanziari. Basta che si accordino e soprattutto basta che trovino un’intesa le principali società produttrici: Gazprom e Novatek per la Russia –entrambe di fatto di proprietà statale – Cheniere Energy, Venture Global Lng, Tellurian, Sempra, Freeport Lng e Dominion Energy, che hanno quasi tutte come azionisti di riferimento BlackRock, Vanguard e State Street, per gli Stati Uniti.
Putin, Trump e i tre grandi fondi citati (Big Three) possono dunque fare praticamente quello che vogliono sul prezzo del gas e l’Unione Europea, scegliendo di non trattare gas russo, ha deciso di rafforzare ancora di più questo monopolio che dunque farà, a proprio piacimento, i prezzi e le speculazioni più pesanti. Per gli europei, in primis.
Il vertice con Putin, poi, assolve a due funzioni, apparentemente in contrasto tra loro; separare la Russia dalla Cina e tenere un canale aperto con i Brics+ mentre Trump attua guerre doganali selettive. Il messaggio è chiaro: il rapporto privilegiato Trump-Putin dovrebbe obbligare la Cina di Xi Jinping ad accettare una costante triangolazione attraverso cui costruire politiche commerciali tripolari destinate a condizionare il complesso degli scambi globali e quindi a rendere obbligatoriamente digeribili i dazi statunitensi.
La quarta ragione è ancora più esplicita. Il vertice in Alaska sancisce la totale irrilevanza europea, che non può agire come soggetto unitario ma solo nelle forme delle singole e fragili realtà nazionali. In questo senso Trump pare voler parlare solo alla Germania per farne un’interlocutrice privilegiata, insieme al Regno Unito, ancora nel triangolo “armi, finanza, dollarizzazione”. Rispetto a tutto ciò, l’impressione è che l’Ucraina sia solo un tragico, ingombrante pretesto.
L’Unione Europea ha adottato nei confronti della Russia 18 pacchetti di sanzioni che mirano ad azzerare gli scambi di merci e servizi. È evidente che simili provvedimenti hanno spinto la Russia a ridefinire quasi totalmente le proprie geografie commerciali. Le sanzioni prevedono anche l’esclusione dal sistema dei pagamenti e la confisca delle riserve detenute presso le banche europee. Al tempo stesso l’Unione europea si è impegnata, senza reali contropartite, a comprare energia dagli Usa per 250 miliardi di dollari l’anno, tre volte quanto ha comprato nel 2024, e a trasferire sempre negli Stati Uniti 600 miliardi di dollari in investimenti produttivi. Non era difficile immaginare che per i russi gli europei siano quantomeno inutili e per gli americani dei subalterni. Dunque perché coinvolgerli in qualsivoglia trattativa? Inoltre Trump sa bene che il centro del capitalismo finanziario europeo è New York e che quindi dovrà difenderlo usque ad mortem a prescindere da ogni coinvolgimento nelle scelte internazionali. Per Russia e Stati Uniti l’unico interlocutore è la Cina e la partita si gioca sul piano degli equilibri di forza tra questi tre soggetti. Il vero paradosso consiste nel fatto che questo esito, scelto da Trump, è in larga parte il prodotto della globalizzazione neoliberale e della sua avidità.
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Sono molte le ragioni per le quali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva bisogno dell’incontro con l’omologo russo, Vladimir Putin.
In primo luogo gli Stati Uniti stanno vivendo una grave crisi di credibilità internazionale: non sono ormai la più grande potenza industriale, sono indebitati in modo devastante con il resto del mondo, vivono su una gigantesca bolla finanziaria, hanno una moneta che, svalutandosi troppo, non è più in grado di rivestire il ruolo di riserva internazionale, né tantomeno di bene rifugio. Sono minacciati sul versante dell’innovazione dalla Cina e soffrono un disavanzo commerciale insostenibile. Hanno quale unica, vera, prerogativa quella di essere la più grande potenza militare mondiale. In tali condizioni un vertice con l’altra grande potenza militare mondiale, senza intermediari, al di fuori del diritto internazionale e delle sue istituzioni, è una prova di forza enorme, finalizzata proprio a nascondere la crisi del capitalismo statunitense che, peraltro, secondo Trump è stata generata dai liberali progressisti con la globalizzazione occidentale.
La seconda ragione è più specifica. Stati Uniti e Russia possono decidere le sorti in termini monopolistici di alcuni settori vitali, a cominciare dall’energia e dalle sue gigantesche dinamiche speculative che possono esportare inflazione in giro per il mondo e dalla produzione di armi. Alla luce di ciò il vertice in Alaska è stato l’incontro tra due soggetti in grado di definire, in termini pressoché monopolistici, il prezzo del gas. La Russia è infatti il principale esportatore al mondo con circa 140 miliardi di metri cubi mentre gli Stati Uniti si piazzano al terzo posto con poco meno di 130 miliardi. Sono dunque in grado di definire praticamente da soli i prezzi sia sul mercato fisico sia in termini finanziari. Basta che si accordino e soprattutto basta che trovino un’intesa le principali società produttrici: Gazprom e Novatek per la Russia –entrambe di fatto di proprietà statale – Cheniere Energy, Venture Global Lng, Tellurian, Sempra, Freeport Lng e Dominion Energy, che hanno quasi tutte come azionisti di riferimento BlackRock, Vanguard e State Street, per gli Stati Uniti.
Putin, Trump e i tre grandi fondi citati (Big Three) possono dunque fare praticamente quello che vogliono sul prezzo del gas e l’Unione Europea, scegliendo di non trattare gas russo, ha deciso di rafforzare ancora di più questo monopolio che dunque farà, a proprio piacimento, i prezzi e le speculazioni più pesanti. Per gli europei, in primis.
Il vertice con Putin, poi, assolve a due funzioni, apparentemente in contrasto tra loro; separare la Russia dalla Cina e tenere un canale aperto con i Brics+ mentre Trump attua guerre doganali selettive. Il messaggio è chiaro: il rapporto privilegiato Trump-Putin dovrebbe obbligare la Cina di Xi Jinping ad accettare una costante triangolazione attraverso cui costruire politiche commerciali tripolari destinate a condizionare il complesso degli scambi globali e quindi a rendere obbligatoriamente digeribili i dazi statunitensi.
La quarta ragione è ancora più esplicita. Il vertice in Alaska sancisce la totale irrilevanza europea, che non può agire come soggetto unitario ma solo nelle forme delle singole e fragili realtà nazionali. In questo senso Trump pare voler parlare solo alla Germania per farne un’interlocutrice privilegiata, insieme al Regno Unito, ancora nel triangolo “armi, finanza, dollarizzazione”. Rispetto a tutto ciò, l’impressione è che l’Ucraina sia solo un tragico, ingombrante pretesto.
L’Unione Europea ha adottato nei confronti della Russia 18 pacchetti di sanzioni che mirano ad azzerare gli scambi di merci e servizi. È evidente che simili provvedimenti hanno spinto la Russia a ridefinire quasi totalmente le proprie geografie commerciali. Le sanzioni prevedono anche l’esclusione dal sistema dei pagamenti e la confisca delle riserve detenute presso le banche europee. Al tempo stesso l’Unione europea si è impegnata, senza reali contropartite, a comprare energia dagli Usa per 250 miliardi di dollari l’anno, tre volte quanto ha comprato nel 2024, e a trasferire sempre negli Stati Uniti 600 miliardi di dollari in investimenti produttivi. Non era difficile immaginare che per i russi gli europei siano quantomeno inutili e per gli americani dei subalterni. Dunque perché coinvolgerli in qualsivoglia trattativa? Inoltre Trump sa bene che il centro del capitalismo finanziario europeo è New York e che quindi dovrà difenderlo usque ad mortem a prescindere da ogni coinvolgimento nelle scelte internazionali. Per Russia e Stati Uniti l’unico interlocutore è la Cina e la partita si gioca sul piano degli equilibri di forza tra questi tre soggetti. Il vero paradosso consiste nel fatto che questo esito, scelto da Trump, è in larga parte il prodotto della globalizzazione neoliberale e della sua avidità.
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18/08/2025
Tra guerra e pace, con poche scelte
Cercare un ordine nel caos, di solito, è un’impresa per premi Nobel... E se dovessimo prendere per egualmente buone tutte le “voci” o le dichiarazioni in chiaro dei vari protagonisti, il secondo vertice “per la pace” – quello di oggi a Washington, dopo l’Alaska e prima di un eventuale “trilaterale” che comprenda gli ucraini – andrebbe descritto come “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumore e furia, che non significa nulla”.
Partiamo dal poco che sembra sicuro. I vertici di oggi saranno almeno due: il primo sarà – salvo sorprese – quello tra Trump e Zelenskij. Subito dopo saranno ammessi al briefing anche i nanerottoli europei (i leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, più von der Leyen come presidente della Commissione, il finlandese Stubb come presidente di turno, il pupazzo Rutte come segretario della Nato).
Abbastanza chiara anche l’intenzione Usa di tener distinte le posizione di Kiev e degli europei, per il banale fatto che se l’Ucraina si dovesse mostrare disponibile a un certo tipo di compromesso allora le obiezioni UE conterebbero meno di zero.
Altrettanto chiara la speranza europea, opposta, di impedire che il già periclitante “percorso di pace” faccia passi avanti verso una soluzione diversa dal sogno di una “sconfitta russa”. Ci si interroga sullo stato di salute mentale di questa armata brancaleone che non riesce neanche a vedere la realtà sul campo, ma persiste nel vaniloquio del wishful thinking.
Del resto è dura – per chi aveva condiviso il “non possiamo permetterci che la Russia vinca” pronunciato quasi quattro anni fa da Mario Draghi – dover mettere da parte l’ambizione di disgregare la Federazione che va fino al Pacifico per appropriarsi delle sue favolose risorse minerarie e non.
Per costoro si tratta di dover chiudere in pesantissima perdita un “investimento” di centinaia di miliardi che non porterà alcun frutto ma, anzi, ulteriori spese per la “ricostruzione” e l’integrazione nella UE di un paese impoverito e distrutto.
Prima di rassegnarsi a un finale simile, le provano tutte. Aggravando la situazione...
È manifestamente con questo spirito che ieri si sono riuniti prima di volare verso la Casa Bianca, ribadendo le solite formule (“non si cambiano i confini con la forza” – l’hanno appena permesso all’Azerbajgian nei confronti dell’Armenia, per non dire di Israele che continua ad allargarsi di crisi in crisi) che significano in concreto “nessuna pace se non ci guadagniamoc.
L’oggetto del contendere – l’Ucraina, sciaguratamente rappresentata da Zelenskij e la sua junta infarcita di nazisti dichiarati – sembra però ora un po’ meno disponibile a farsi spennare in una guerra senza speranze. E ieri, per la prima volta, all’ex attore comico sono sfuggite parole che gli analisti più attenti hanno immediatamente registrato: “Abbiamo bisogno di veri negoziati, il che significa che possono iniziare da dove si trova ora la linea del fronte”.
Tradotto in chiaro: “non accettiamo di concedere alla Russia quel che ci è rimasto degli oblast di Donetsk, Zaporizha e Kherson – meno di un quarto dell’insieme – ma ci mettiamo l’animo in pace per quel che è già stato perso” (ossia la Crimea, tutto il Lugansk e i tre quarti del resto).
Il che appare abbastanza simile – con tono diverso, ovviamente – a quel che Trump aveva appena sparato sul suo social Truth: “Il presidente Zelenskyy dell’Ucraina può porre fine alla guerra con la Russia quasi immediatamente, se lo vuole, o può continuare a combattere. Ricordate come è iniziata. Niente restituzione della Crimea regalata da Obama (12 anni fa, senza che venisse sparato un solo colpo!), e NIENTE INGRESSO DELL’UCRAINA NELLA NATO. Alcune cose non cambiano mai!!!”
Messa così – perché le cose tra gli Stati interessati stanno così (per i popoli bisognerebbe fare tutt’altri discorsi) – è evidente che i protagonisti di terza fila come i nanerottoli europei sono arrivati ad un passo dal dover decidere come e quanto perdere.
E questo a dispetto della ridicola postura ufficiale assunta al termine della riunione di ieri: “I partecipanti alla coalizione hanno ribadito la loro disponibilità a schierare forze di sicurezza dopo la cessazione delle ostilità, nonché a contribuire a garantire la sicurezza dello spazio aereo e marittimo dell’Ucraina e a ricostruire le Forze Armate Ucraine”, si legge nella dichiarazione finale dopo la riunione della “coalizione dei volenterosi”.
Non che sia questa una posizione “unitaria”, oltretutto. Pure la Meloni ha dovuto invitare i partner a fare un mini-bagno di realismo, anche se parecchio strabico: “La Russia ha 1,3 milioni di soldati... Noi quanti dovremmo inviarne?”. Nel confronto con una superpotenza nucleare, infatti, non conta tanto il numero dei soldati ma quello delle testate nucleari (6.000 per Mosca, forse 200 tra Parigi e Londra).
Dunque, al di là delle chiacchiere bellicose, c’è ormai da scegliere quali siano i termini “meno peggio” nella sconfitta.
Un’alternativa che persino il Wall Street Journal, testata ufficiale del capitale finanziario Usa, da sempre schieratissimo con Biden e l’Ucraina, è arrivata a mettere nero su bianco (per Kiev, e di conseguenza per la UE):
Fonte
Partiamo dal poco che sembra sicuro. I vertici di oggi saranno almeno due: il primo sarà – salvo sorprese – quello tra Trump e Zelenskij. Subito dopo saranno ammessi al briefing anche i nanerottoli europei (i leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, più von der Leyen come presidente della Commissione, il finlandese Stubb come presidente di turno, il pupazzo Rutte come segretario della Nato).
Abbastanza chiara anche l’intenzione Usa di tener distinte le posizione di Kiev e degli europei, per il banale fatto che se l’Ucraina si dovesse mostrare disponibile a un certo tipo di compromesso allora le obiezioni UE conterebbero meno di zero.
Altrettanto chiara la speranza europea, opposta, di impedire che il già periclitante “percorso di pace” faccia passi avanti verso una soluzione diversa dal sogno di una “sconfitta russa”. Ci si interroga sullo stato di salute mentale di questa armata brancaleone che non riesce neanche a vedere la realtà sul campo, ma persiste nel vaniloquio del wishful thinking.
Del resto è dura – per chi aveva condiviso il “non possiamo permetterci che la Russia vinca” pronunciato quasi quattro anni fa da Mario Draghi – dover mettere da parte l’ambizione di disgregare la Federazione che va fino al Pacifico per appropriarsi delle sue favolose risorse minerarie e non.
Per costoro si tratta di dover chiudere in pesantissima perdita un “investimento” di centinaia di miliardi che non porterà alcun frutto ma, anzi, ulteriori spese per la “ricostruzione” e l’integrazione nella UE di un paese impoverito e distrutto.
Prima di rassegnarsi a un finale simile, le provano tutte. Aggravando la situazione...
È manifestamente con questo spirito che ieri si sono riuniti prima di volare verso la Casa Bianca, ribadendo le solite formule (“non si cambiano i confini con la forza” – l’hanno appena permesso all’Azerbajgian nei confronti dell’Armenia, per non dire di Israele che continua ad allargarsi di crisi in crisi) che significano in concreto “nessuna pace se non ci guadagniamoc.
L’oggetto del contendere – l’Ucraina, sciaguratamente rappresentata da Zelenskij e la sua junta infarcita di nazisti dichiarati – sembra però ora un po’ meno disponibile a farsi spennare in una guerra senza speranze. E ieri, per la prima volta, all’ex attore comico sono sfuggite parole che gli analisti più attenti hanno immediatamente registrato: “Abbiamo bisogno di veri negoziati, il che significa che possono iniziare da dove si trova ora la linea del fronte”.
Tradotto in chiaro: “non accettiamo di concedere alla Russia quel che ci è rimasto degli oblast di Donetsk, Zaporizha e Kherson – meno di un quarto dell’insieme – ma ci mettiamo l’animo in pace per quel che è già stato perso” (ossia la Crimea, tutto il Lugansk e i tre quarti del resto).
Il che appare abbastanza simile – con tono diverso, ovviamente – a quel che Trump aveva appena sparato sul suo social Truth: “Il presidente Zelenskyy dell’Ucraina può porre fine alla guerra con la Russia quasi immediatamente, se lo vuole, o può continuare a combattere. Ricordate come è iniziata. Niente restituzione della Crimea regalata da Obama (12 anni fa, senza che venisse sparato un solo colpo!), e NIENTE INGRESSO DELL’UCRAINA NELLA NATO. Alcune cose non cambiano mai!!!”
Messa così – perché le cose tra gli Stati interessati stanno così (per i popoli bisognerebbe fare tutt’altri discorsi) – è evidente che i protagonisti di terza fila come i nanerottoli europei sono arrivati ad un passo dal dover decidere come e quanto perdere.
E questo a dispetto della ridicola postura ufficiale assunta al termine della riunione di ieri: “I partecipanti alla coalizione hanno ribadito la loro disponibilità a schierare forze di sicurezza dopo la cessazione delle ostilità, nonché a contribuire a garantire la sicurezza dello spazio aereo e marittimo dell’Ucraina e a ricostruire le Forze Armate Ucraine”, si legge nella dichiarazione finale dopo la riunione della “coalizione dei volenterosi”.
Non che sia questa una posizione “unitaria”, oltretutto. Pure la Meloni ha dovuto invitare i partner a fare un mini-bagno di realismo, anche se parecchio strabico: “La Russia ha 1,3 milioni di soldati... Noi quanti dovremmo inviarne?”. Nel confronto con una superpotenza nucleare, infatti, non conta tanto il numero dei soldati ma quello delle testate nucleari (6.000 per Mosca, forse 200 tra Parigi e Londra).
Dunque, al di là delle chiacchiere bellicose, c’è ormai da scegliere quali siano i termini “meno peggio” nella sconfitta.
Un’alternativa che persino il Wall Street Journal, testata ufficiale del capitale finanziario Usa, da sempre schieratissimo con Biden e l’Ucraina, è arrivata a mettere nero su bianco (per Kiev, e di conseguenza per la UE):
1.“Partizione con Protezione”:Dopo di che per l’Unione Europea suonerà comunque la campana a morto...
L’Ucraina perde territorio ma sopravvive come stato sovrano, anche se ridotto.
La Russia ottiene il controllo de facto sui territori già conquistati, mentre l’Ucraina riceve garanzie di sicurezza.
2.“Partizione con Subordinazione”:
L’Ucraina viene smembrata e persino lo “stato residuo” diventa un “protettorato” russo.
Presumibilmente, l’Ucraina verrebbe demilitarizzata e governata da un governo fantoccio filo-russo.
Fonte
17/08/2025
Trump-Putin, summit inconcludente? No, summit in cui l’Ucraina è finita sullo sfondo
di Fulvio Scaglione
Trump e Putin sembravano molto soddisfatti, ripetevano che l’incontro era stato molto produttivo e non smettevano di farsi complimenti. Però la gran parte dei media scrive e dice che il summit di Anchorage si è concluso con un nulla di fatto e che in fondo è stato inutile se non per Putin, che così è stato riammesso nell’agone della grande politica internazionale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Fatto salvo il pieno diritto degli ucraini a criticare l’idea stessa di un summit convocato senza di loro per parlare di una guerra che invece si combatte in casa loro, a me pare che il giudizio sull’inconcludenza del summit sia velato dal solito problema degli europei: quello di scambiare i desideri per fatti. La ragione principale per cui, oggi, molti osservatori giudicano il summit fallito è che l’incontro Trump-Putin non ha portato a un cessate il fuoco. Questa era l’idea di Zelensky (ovvio e giusto) e dei leader europei: PRIMA il cessate il fuoco e DOPO le trattative. Il cessate il fuoco non è stato pattuito quindi il summit è fallito, questo il ragionamento.
Ma se c’era una cosa che di sicuro Putin non avrebbe mai sottoscritto, questa era il cessate il fuoco. Proviamo a metterci nei panni dei russi. Invadono l’Ucraina con quattro soldati nella convinzione che Zelensky sarebbe scappato, vedono che Zelensky non scappa e gli ucraini resistono, già nel 2022 propongono trattative che gli europei cercano in ogni modo di sabotare, subiscono una controffensiva ucraina micidiale, si riprendono, ricominciano ad avanzare, conquistano il 100% delle regioni di Donetsk e Luhansk, si prendono la parte più importante di Zaporizzjjia, controllano una parte della regione di Kherson, vedono ora l’Ucraina in grande difficoltà e dovrebbero concedere, proprio adesso, un cessate il fuoco? Perché lo chiedono gli europei che in questi tre anni hanno emesso migliaia di sanzioni economiche, rifornito con tutte le armi possibili l’Ucraina, mandato i loro consiglieri militari a lavorare contro le truppe russe e dichiarato le mille volte che mai e poi mai i rapporti con la Russia potranno essere normalizzati? Ma vi pare che tutto questo abbia un qualunque aggancio con la realtà dei fatti?
Della mancanza di realismo degli europei ho parlato già in un recente articolo dedicato al tentativo dei loro dirigenti di dettare condizioni alla viglia di un summit a cui, peraltro, non erano stati invitati. Convocato da un presidente Usa che li aveva appena umiliati con i dazi e con l’obbligo di investire centinaia di miliardi nell’industria americana. E che, prima ancora, gli aveva detto: volete aiutare l’Ucraina? Bene, comprate (COMPRATE) le armi da noi. E loro, Merz, Starmer eccetera, pensavano di dettargli la linea.
Queste considerazioni non hanno nulla a che vedere, ovviamente, con le legittime preoccupazioni degli ucraini e con la loro rabbia, dopo questi anni di sofferenze e sacrifici, nel vedere Vladimir Putin incedere su un tappeto rosso steso ai suoi piedi dai Marines della superpotenza americana. Ma la politica internazionale è questa, e il vecchio detto marxiano per cui le potenze non hanno ideali ma solo interessi è più attuale che mai. Se così non fosse non avremmo la guerra in Ucraina, le stragi di Gaza o, per fare un altro esempio, gli ucraini che aiutano i jihadisti africani purché sparino ai mercenari russi dell’ex Gruppo Wagner.
Quel che sta succedendo è che la crisi ucraina torna laddove era partita, alla sua natura di scontro tra Usa e Russia combattuto sulla terra e sulla pelle degli ucraini. Ascoltiamo bene ciò che dice Putin: a lui l’Europa, una volta che non compra più il suo gas, ha smesso di interessare. È un impiccio, anche grosso, ma non molto di più. Come ha detto durante la conferenza stampa di Anchorage: speriamo che non si mettano in mezzo. Ma il riferimento sono gli Usa e la ripresa di un “normale” rapporto tra potenze. Cosa che interessa anche a Trump che (fatto con Zelensky l’accordo sulle terre rare) non vede l’ora di sbolognare l’Ucraina agli europei per occuparsi d’altro, dal deficit federale all’ascesa della Cina.
Durante il viaggio di ritorno a Washington, Trump ha chiamato Zelensky, i vertici della Nato, della Ue e diversi capi di Governo europei. La telefonata, dicono le fonti americane, è stata “difficile”. E lunedì Zelensky sarà a Washington proprio per incontrare Trump. Allora capiremo meglio qual è stata la sostanza del summit e come Russia e Usa immaginano di risolvere il rebus che vuole Mosca soddisfatta sugli “equilibri di sicurezza in Europa” (ovvero, niente Nato in Ucraina, ridimensionamento delle forze di Kiev, controllo del Donbass e della Crimea) e l’Ucraina al riparo da ulteriori minacce e territorialmente integra (per non parlare delle riparazioni di guerra e molte altre questioni). Ma giudicare inconcludente il summit significa una cosa sola: non aver capito che, ormai, non è più (solo) di Ucraina che si parla. Con tutto ciò che questo purtroppo implica per il dolore degli ucraini.
Fonte
Trump e Putin sembravano molto soddisfatti, ripetevano che l’incontro era stato molto produttivo e non smettevano di farsi complimenti. Però la gran parte dei media scrive e dice che il summit di Anchorage si è concluso con un nulla di fatto e che in fondo è stato inutile se non per Putin, che così è stato riammesso nell’agone della grande politica internazionale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Fatto salvo il pieno diritto degli ucraini a criticare l’idea stessa di un summit convocato senza di loro per parlare di una guerra che invece si combatte in casa loro, a me pare che il giudizio sull’inconcludenza del summit sia velato dal solito problema degli europei: quello di scambiare i desideri per fatti. La ragione principale per cui, oggi, molti osservatori giudicano il summit fallito è che l’incontro Trump-Putin non ha portato a un cessate il fuoco. Questa era l’idea di Zelensky (ovvio e giusto) e dei leader europei: PRIMA il cessate il fuoco e DOPO le trattative. Il cessate il fuoco non è stato pattuito quindi il summit è fallito, questo il ragionamento.
Ma se c’era una cosa che di sicuro Putin non avrebbe mai sottoscritto, questa era il cessate il fuoco. Proviamo a metterci nei panni dei russi. Invadono l’Ucraina con quattro soldati nella convinzione che Zelensky sarebbe scappato, vedono che Zelensky non scappa e gli ucraini resistono, già nel 2022 propongono trattative che gli europei cercano in ogni modo di sabotare, subiscono una controffensiva ucraina micidiale, si riprendono, ricominciano ad avanzare, conquistano il 100% delle regioni di Donetsk e Luhansk, si prendono la parte più importante di Zaporizzjjia, controllano una parte della regione di Kherson, vedono ora l’Ucraina in grande difficoltà e dovrebbero concedere, proprio adesso, un cessate il fuoco? Perché lo chiedono gli europei che in questi tre anni hanno emesso migliaia di sanzioni economiche, rifornito con tutte le armi possibili l’Ucraina, mandato i loro consiglieri militari a lavorare contro le truppe russe e dichiarato le mille volte che mai e poi mai i rapporti con la Russia potranno essere normalizzati? Ma vi pare che tutto questo abbia un qualunque aggancio con la realtà dei fatti?
Della mancanza di realismo degli europei ho parlato già in un recente articolo dedicato al tentativo dei loro dirigenti di dettare condizioni alla viglia di un summit a cui, peraltro, non erano stati invitati. Convocato da un presidente Usa che li aveva appena umiliati con i dazi e con l’obbligo di investire centinaia di miliardi nell’industria americana. E che, prima ancora, gli aveva detto: volete aiutare l’Ucraina? Bene, comprate (COMPRATE) le armi da noi. E loro, Merz, Starmer eccetera, pensavano di dettargli la linea.
Queste considerazioni non hanno nulla a che vedere, ovviamente, con le legittime preoccupazioni degli ucraini e con la loro rabbia, dopo questi anni di sofferenze e sacrifici, nel vedere Vladimir Putin incedere su un tappeto rosso steso ai suoi piedi dai Marines della superpotenza americana. Ma la politica internazionale è questa, e il vecchio detto marxiano per cui le potenze non hanno ideali ma solo interessi è più attuale che mai. Se così non fosse non avremmo la guerra in Ucraina, le stragi di Gaza o, per fare un altro esempio, gli ucraini che aiutano i jihadisti africani purché sparino ai mercenari russi dell’ex Gruppo Wagner.
Quel che sta succedendo è che la crisi ucraina torna laddove era partita, alla sua natura di scontro tra Usa e Russia combattuto sulla terra e sulla pelle degli ucraini. Ascoltiamo bene ciò che dice Putin: a lui l’Europa, una volta che non compra più il suo gas, ha smesso di interessare. È un impiccio, anche grosso, ma non molto di più. Come ha detto durante la conferenza stampa di Anchorage: speriamo che non si mettano in mezzo. Ma il riferimento sono gli Usa e la ripresa di un “normale” rapporto tra potenze. Cosa che interessa anche a Trump che (fatto con Zelensky l’accordo sulle terre rare) non vede l’ora di sbolognare l’Ucraina agli europei per occuparsi d’altro, dal deficit federale all’ascesa della Cina.
Durante il viaggio di ritorno a Washington, Trump ha chiamato Zelensky, i vertici della Nato, della Ue e diversi capi di Governo europei. La telefonata, dicono le fonti americane, è stata “difficile”. E lunedì Zelensky sarà a Washington proprio per incontrare Trump. Allora capiremo meglio qual è stata la sostanza del summit e come Russia e Usa immaginano di risolvere il rebus che vuole Mosca soddisfatta sugli “equilibri di sicurezza in Europa” (ovvero, niente Nato in Ucraina, ridimensionamento delle forze di Kiev, controllo del Donbass e della Crimea) e l’Ucraina al riparo da ulteriori minacce e territorialmente integra (per non parlare delle riparazioni di guerra e molte altre questioni). Ma giudicare inconcludente il summit significa una cosa sola: non aver capito che, ormai, non è più (solo) di Ucraina che si parla. Con tutto ciò che questo purtroppo implica per il dolore degli ucraini.
Fonte
La narrazione dell'“isolamento” russo
La narrazione europea post vertice recita: “Trump ha interrotto l’isolamento internazionale di Putin”.
In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.
Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.
Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.
I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.
L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.
Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.
La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.
A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.
Fonte
In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.
Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.
Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.
I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.
L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.
Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.
La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.
A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.
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La svolta nei negoziati di pace emersa dal vertice in Alaska che molti fingono di non vedere
di Gianandrea Gaiani
I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la loro simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo: dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.
Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.
Cooperazione a tutto campo
Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo”, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio col rilancio della cooperazione spaziale.
Russi e americani tornano a cooperare a livello globale riconoscendosi come grandi potenze di pari dignità e questo certo costituisce un trionfo per Putin non solo rispetto all’isolamento in cui volevano relegare la Russia gli USA di Joe Biden, l’Europa e i loro alleati (il cosiddetto “Occidente collettivo”) ma soprattutto rispetto alla missione che il presidente russo si era dato fin dalla sua ascesa al Cremlino.
Un successo anche per Trump, che sconta lo scetticismo del mondo dei media che non lo ha mai amato e di un’Europa che ha sempre malcelato l’ostilità nei suoi confronti fin dalla campagna elettorale per le presidenziali statunitensi.
Come abbiano scritto ieri, Trump ha bisogno di rinsaldare i rapporti con Putin perché tutti i maggiori interlocutori economici e strategici degli Stati Uniti (Cina, India, BRICS+, Corea del Nord, Iran...) sono stretti alleati di Mosca. Se davvero Trump vuole passare alla storia come “il pacificatore” (con o senza il Nobel per la Pace) dovrà negoziare con loro e sarà molto più facile farlo con il supporto, invece dell’ostilità, della Russia.
Oggi, forse, gli Stati Uniti hanno più bisogno di Mosca di un rapporto bilaterale saldo e amichevole.
La questione ucraina
Certo, resta irrisolta la guerra in Ucraina, e non poteva essere altrimenti, poiché gli Stati Uniti non possono decidere per Kiev e per i suoi alleati europei, né hanno interesse a farlo dal momento che il conflitto ucraino rappresenta oggi solo un fastidioso ostacolo al pieno rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington.
È forse per questa ragione che i due presidenti ad Anchorage hanno evitato le domande dei giornalisti, domande a cui Trump non avrebbe potuto dare risposte esaustive e Putin avrebbe potuto solo ripetere le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità.
Da più parti è stato detto che Putin non voleva rispondere alle domande dei media ma in realtà il presidente russo in passato non si è mai sottratto anche a lunghe conferenze stampa, in patria e all’estero. Semmai avrebbe potuto rispondere, come fa di solito, con lunghi e articolati monologhi, ricchi di citazioni e richiami storici che avrebbero forse messo a disagio Trump, abituato invece a fornire risposte brevi, a volte contraddittorie e spesso sopra le righe.
Se escludiamo quindi il timore di Putin per i media, la rinuncia alla conferenza stampa potrebbe essere legata al fatto che Trump non poteva presentare soluzioni senza prima essersi consultato con ucraini ed europei, ma ha poi sottolineato la volontà di Putin di giungere alla pace.
Obiettivo confermato anche dal presidente russo, che ha parlato del popolo ucraino come “fratello, anche se può sembrare strano dirlo oggi” ma ha ribadito che Mosca vuole una soluzione del conflitto che tenga conto delle cause che lo hanno scatenato, non un cessate il fuoco temporaneo.
Le ragioni sono evidenti: i russi avanzano e stanno vincendo la guerra, una tregua darebbe solo respiro a Kiev e alle sue esauste truppe. Del resto quando Mosca ha proposto 100 giorni di tregua chiedendo che gli ucraini sospendessero per quel periodo gli arruolamenti, l’invio di truppe al fronte e arrivo di armi e munizioni occidentali, la risposta di Kiev e NATO è stata del tutto negativa. Un “no” che spiega bene quali fossero i reali obiettivi, militari non politici, nascosti dietro la richiesta di cessate il fuoco.
Putin ha elogiato Trump e gli ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di prendere ulteriori distanze da Kiev e dal conflitto riconoscendo pubblicamente che “quando il presidente Trump dice che se fosse stato lui al comando non ci sarebbe stata nessuna guerra, sono d’accordo. Posso confermarlo”.
Già nel maggio 2023, durante un evento pubblico della CNN, Trump aveva sostenuto che Putin non avrebbe mai intrapreso l’operazione militare con lui alla Casa Bianca. “Molte cose non sarebbero accadute: né la guerra, né la costruzione di certi oleodotti. Migliaia di vite, sia russe che ucraine, sarebbero state risparmiate e città intere non sarebbero state distrutte”, ha affermato.
Putin ha anche confrontato i rapporti con le due diverse amministrazioni statunitensi: inesistenti con Biden, più “professionali e affidabili” con Trump. “Io e il presidente Trump abbiamo sviluppato un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Questo ci dà ragione di credere che, continuando su questa strada, sia possibile arrivare a una soluzione rapida del conflitto in Ucraina”.
Trump ha apprezzato dichiarando di essere stato “molto felice di sentire” Vladimir Putin affermare che “se fossi stato presidente, questa guerra non sarebbe mai successa”.
La svolta che molti vogliono ignorare
Oggi sui media e in ambito politico molti in Europa contestano che dal sumnit non è emersa una soluzione al conflitto in Ucraina. In realtà non è mai stato questo il motivo del vertice ma in ogni caso una svolta, e pure di grande rilievo, c’è stata. Siccome però non piace né a Kiev né agli europei in molti preferiscono ignorarla.
Il presidente americano ha riferito di “una giornata fantastica e di grande successo in Alaska! L’incontro con il presidente russo Vladimir Putin è andato molto bene, così come la telefonata a tarda notte con il presidente ucraino Zelensky e vari leader europei, tra cui il molto rispettato segretario generale della NATO. È stato deciso da tutti che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato”, ha aggiunto.
Di fatto quindi nel faccia a faccia tra i due presidenti con i rispettivi consiglieri, Putin ha convinto Trump a non cercare di imporre un cessate il fuoco che Mosca non potrebbe mai accettare per le ragioni già citate, ma di indurre ucraini ed europei a discutere la fine delle ostilità, cioè ad accettare le condizioni di Mosca, che sono sempre le stesse da tre anni:
– riconoscimento dell’annessione alla Russia di Crimea e Lugansk (totalmente in mani russe) della regione di Donetsk (controllata dai russi al 75%) e di Zaporizhzhia e Kherson (74%);
– rinuncia da parte di Kiev ad entrare nella NATO, e ad ospitarne truppe e armi;
– rinuncia di Kiev a disporre di armi offensive;
–“denazificazione” dell’Ucraina, cioè la rimozione di “banderisti” e leggi discriminatorie per i russi e i russofoni.
Che questo approccio sia oggi condiviso dagli Stati Uniti cambia completamente l’iter del processo negoziale e mette Zelensky e gli europei con le spalle al muro: accettare le condizioni di Mosca o continuare da soli una guerra contro i russi sgradita a Washington.
“Ora tocca al Presidente Zelensky. E direi anche che i Paesi europei devono essere un poco coinvolti. Ma deciderà Zelensky”, ha affermato Donald Trump nell’intervista concessa a Fox News subito dopo il vertice con Putin in cui ha detto che “siamo vicini a un accordo, anche se al momento non ce n’è uno”.
“Con il Presidente russo – ha aggiunto Trump – ha trovato accordo sulla maggior parte dei temi, ma ci sono ancora una o due questioni su cui c’è disaccordo” rifiutandosi però di spiegare quali siano. “Non c’è affatto un accordo. L’Ucraina deve essere d’accordo. Il presidente Zelensky deve essere d’accordo”. Il messaggio di Trump per Zelensky? “Fai un accordo”, ha risposto Trump.
Un messaggio molto chiaro che si traduce nell’accogliere le condizioni di Mosca prima che il prosieguo della guerra peggiori la situazione per Kiev e degli europei che continuano a sostenerla.
Una ricetta difficile da digerire anche per gli europei: è durata più di un’ora la telefonata di Donald Trump con Zelensky estesa ai leader europei, secondo quanto ha reso noto da Parigi, precisando che hanno preso parte alla chiamata Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Karol Nawrocki, Mark Rutte e Ursula von der Leyen.
In precedenza, subito dopo la conclusione del vertice in Alaska, Zelensky aveva parlato da solo con Trump, in volo verso Washington sull’Air Force One, “per circa un’ora”. Zelensky incontrerà Trump il 18 agosto a Washington per discutere della risoluzione del conflitto in Ucraina, a seguito del summit in Alaska, come scrive lo stesso Zelensky su X, confermando che Trump lo ha informato dei “punti principali” dei colloqui con il presidente russo in Alaska.
Le reazioni in Europa sono improntate a far buon viso a cattivo gioco ma è chiaro che se Trump sostiene le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità la partita è definitivamente perduta sul piano politico oltre che sul campo di battaglia.
Quasi tutti i governi europei guardano con interesse alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina di cui ha parlato Trump senza prendere impegni, ma si tratta più di un tentativo dei leader europei di trovare un buon appiglio per sottrarsi al rischio di finire tra gli sconfitti in questa guerra più che fiducia nelle garanzie di Trump a Kiev.
Gli accordi che garantiscono agli Stati Uniti il controllo delle risorse minerarie e delle infrastrutture ucraine (nei territori che resteranno sotto il controllo di Kiev) costituiscono forse l’unica garanzia credibile circa il futuro ruolo di Washington.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato in un post su X che solide garanzie di sicurezza per Kiev e l’Europa sono “essenziali” in qualsiasi accordo di pace per porre fine alla guerra in Ucraina. “L’UE sta lavorando a stretto contatto con Zelensky e gli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta e duratura. Sono essenziali solide garanzie di sicurezza che proteggano gli interessi vitali di sicurezza ucraini ed europei”, ha scritto von der Leyen.
Come le accade spesso, l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha rilasciato una dichiarazione avulsa dalla realtà. “Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto che non può continuare”. Non si è accorta che il tempo lavora a favore di Mosca, orma in asse con Washington, e contro gli interessi di Kiev e UE.
Sono le forze ucraine a essere vicine al collasso senza che l’Europa voglia o possa militarmente impedirlo: la pace è nell’interesse degli ucraini perché continuare la guerra in queste condizioni significherebbe perdere inutilmente vite e ulteriore territorio.
Il ministro degli Esteri norvegese Barth Eide finge che nulla sia cambiato e ha dichiarato alla stampa che la posizione resta invariata dopo il summit in Alaska. “È fondamentale mantenere la pressione sulla Russia, per mostrare chiaramente che l’aggressione ha un costo”.
I baltici ovviamente sono tra i più preoccupati dal successo del summit Trump-Putin. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha dichiarato che “poiché la Russia mostra riluttanza a fermare la guerra in Ucraina, è necessaria maggiore pressione, incluse sanzioni internazionali più severe. L’uccisione di civili innocenti deve cessare prima di negoziare un accordo di pace! Insieme agli alleati europei, la Lituania continuerà a sostenere gli sforzi del Presidente Zelensky con tutti i mezzi possibili”.
Un’Europa frustrata guidata da una classe dirigente inetta, esclusa dal tavolo dei grandi proprio perché prona a Washington durante l’Amministrazione Biden nel sostenere un confronto con la Russia risultato disastroso per tutti gli europei sul piano militare ed economico.
Anche Zelensky paga il prezzo di aver obbedito agli anglo-americani sacrificando l’Ucraina quando a fine marzo 2022 rifiutò l’accordo di pace messo a punto a Istanbul e che prevedeva solo la piena autonomia delle due regioni del Donbass.
Certo nessuna farà mea culpa né “autocritica costruttiva” ma in molti in Europa temono oggi di giocarsi la poltrona in seguito alla pace in Ucraina alle condizioni della Russia. Del resto posti al sole per servi e vassalli non ne sono previsti.
“Non è stata neanche sollevata, durante il vertice in Alaska, la possibilità di un incontro fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky”, ha riferito il Consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Fonte
I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la loro simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo: dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.
Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.
Cooperazione a tutto campo
Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo”, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio col rilancio della cooperazione spaziale.
Russi e americani tornano a cooperare a livello globale riconoscendosi come grandi potenze di pari dignità e questo certo costituisce un trionfo per Putin non solo rispetto all’isolamento in cui volevano relegare la Russia gli USA di Joe Biden, l’Europa e i loro alleati (il cosiddetto “Occidente collettivo”) ma soprattutto rispetto alla missione che il presidente russo si era dato fin dalla sua ascesa al Cremlino.
Un successo anche per Trump, che sconta lo scetticismo del mondo dei media che non lo ha mai amato e di un’Europa che ha sempre malcelato l’ostilità nei suoi confronti fin dalla campagna elettorale per le presidenziali statunitensi.
Come abbiano scritto ieri, Trump ha bisogno di rinsaldare i rapporti con Putin perché tutti i maggiori interlocutori economici e strategici degli Stati Uniti (Cina, India, BRICS+, Corea del Nord, Iran...) sono stretti alleati di Mosca. Se davvero Trump vuole passare alla storia come “il pacificatore” (con o senza il Nobel per la Pace) dovrà negoziare con loro e sarà molto più facile farlo con il supporto, invece dell’ostilità, della Russia.
Oggi, forse, gli Stati Uniti hanno più bisogno di Mosca di un rapporto bilaterale saldo e amichevole.
La questione ucraina
Certo, resta irrisolta la guerra in Ucraina, e non poteva essere altrimenti, poiché gli Stati Uniti non possono decidere per Kiev e per i suoi alleati europei, né hanno interesse a farlo dal momento che il conflitto ucraino rappresenta oggi solo un fastidioso ostacolo al pieno rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington.
È forse per questa ragione che i due presidenti ad Anchorage hanno evitato le domande dei giornalisti, domande a cui Trump non avrebbe potuto dare risposte esaustive e Putin avrebbe potuto solo ripetere le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità.
Da più parti è stato detto che Putin non voleva rispondere alle domande dei media ma in realtà il presidente russo in passato non si è mai sottratto anche a lunghe conferenze stampa, in patria e all’estero. Semmai avrebbe potuto rispondere, come fa di solito, con lunghi e articolati monologhi, ricchi di citazioni e richiami storici che avrebbero forse messo a disagio Trump, abituato invece a fornire risposte brevi, a volte contraddittorie e spesso sopra le righe.
Se escludiamo quindi il timore di Putin per i media, la rinuncia alla conferenza stampa potrebbe essere legata al fatto che Trump non poteva presentare soluzioni senza prima essersi consultato con ucraini ed europei, ma ha poi sottolineato la volontà di Putin di giungere alla pace.
Obiettivo confermato anche dal presidente russo, che ha parlato del popolo ucraino come “fratello, anche se può sembrare strano dirlo oggi” ma ha ribadito che Mosca vuole una soluzione del conflitto che tenga conto delle cause che lo hanno scatenato, non un cessate il fuoco temporaneo.
Le ragioni sono evidenti: i russi avanzano e stanno vincendo la guerra, una tregua darebbe solo respiro a Kiev e alle sue esauste truppe. Del resto quando Mosca ha proposto 100 giorni di tregua chiedendo che gli ucraini sospendessero per quel periodo gli arruolamenti, l’invio di truppe al fronte e arrivo di armi e munizioni occidentali, la risposta di Kiev e NATO è stata del tutto negativa. Un “no” che spiega bene quali fossero i reali obiettivi, militari non politici, nascosti dietro la richiesta di cessate il fuoco.
Putin ha elogiato Trump e gli ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di prendere ulteriori distanze da Kiev e dal conflitto riconoscendo pubblicamente che “quando il presidente Trump dice che se fosse stato lui al comando non ci sarebbe stata nessuna guerra, sono d’accordo. Posso confermarlo”.
Già nel maggio 2023, durante un evento pubblico della CNN, Trump aveva sostenuto che Putin non avrebbe mai intrapreso l’operazione militare con lui alla Casa Bianca. “Molte cose non sarebbero accadute: né la guerra, né la costruzione di certi oleodotti. Migliaia di vite, sia russe che ucraine, sarebbero state risparmiate e città intere non sarebbero state distrutte”, ha affermato.
Putin ha anche confrontato i rapporti con le due diverse amministrazioni statunitensi: inesistenti con Biden, più “professionali e affidabili” con Trump. “Io e il presidente Trump abbiamo sviluppato un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Questo ci dà ragione di credere che, continuando su questa strada, sia possibile arrivare a una soluzione rapida del conflitto in Ucraina”.
Trump ha apprezzato dichiarando di essere stato “molto felice di sentire” Vladimir Putin affermare che “se fossi stato presidente, questa guerra non sarebbe mai successa”.
La svolta che molti vogliono ignorare
Oggi sui media e in ambito politico molti in Europa contestano che dal sumnit non è emersa una soluzione al conflitto in Ucraina. In realtà non è mai stato questo il motivo del vertice ma in ogni caso una svolta, e pure di grande rilievo, c’è stata. Siccome però non piace né a Kiev né agli europei in molti preferiscono ignorarla.
Il presidente americano ha riferito di “una giornata fantastica e di grande successo in Alaska! L’incontro con il presidente russo Vladimir Putin è andato molto bene, così come la telefonata a tarda notte con il presidente ucraino Zelensky e vari leader europei, tra cui il molto rispettato segretario generale della NATO. È stato deciso da tutti che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato”, ha aggiunto.
Di fatto quindi nel faccia a faccia tra i due presidenti con i rispettivi consiglieri, Putin ha convinto Trump a non cercare di imporre un cessate il fuoco che Mosca non potrebbe mai accettare per le ragioni già citate, ma di indurre ucraini ed europei a discutere la fine delle ostilità, cioè ad accettare le condizioni di Mosca, che sono sempre le stesse da tre anni:
– riconoscimento dell’annessione alla Russia di Crimea e Lugansk (totalmente in mani russe) della regione di Donetsk (controllata dai russi al 75%) e di Zaporizhzhia e Kherson (74%);
– rinuncia da parte di Kiev ad entrare nella NATO, e ad ospitarne truppe e armi;
– rinuncia di Kiev a disporre di armi offensive;
–“denazificazione” dell’Ucraina, cioè la rimozione di “banderisti” e leggi discriminatorie per i russi e i russofoni.
Che questo approccio sia oggi condiviso dagli Stati Uniti cambia completamente l’iter del processo negoziale e mette Zelensky e gli europei con le spalle al muro: accettare le condizioni di Mosca o continuare da soli una guerra contro i russi sgradita a Washington.
“Ora tocca al Presidente Zelensky. E direi anche che i Paesi europei devono essere un poco coinvolti. Ma deciderà Zelensky”, ha affermato Donald Trump nell’intervista concessa a Fox News subito dopo il vertice con Putin in cui ha detto che “siamo vicini a un accordo, anche se al momento non ce n’è uno”.
“Con il Presidente russo – ha aggiunto Trump – ha trovato accordo sulla maggior parte dei temi, ma ci sono ancora una o due questioni su cui c’è disaccordo” rifiutandosi però di spiegare quali siano. “Non c’è affatto un accordo. L’Ucraina deve essere d’accordo. Il presidente Zelensky deve essere d’accordo”. Il messaggio di Trump per Zelensky? “Fai un accordo”, ha risposto Trump.
Un messaggio molto chiaro che si traduce nell’accogliere le condizioni di Mosca prima che il prosieguo della guerra peggiori la situazione per Kiev e degli europei che continuano a sostenerla.
Una ricetta difficile da digerire anche per gli europei: è durata più di un’ora la telefonata di Donald Trump con Zelensky estesa ai leader europei, secondo quanto ha reso noto da Parigi, precisando che hanno preso parte alla chiamata Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Karol Nawrocki, Mark Rutte e Ursula von der Leyen.
In precedenza, subito dopo la conclusione del vertice in Alaska, Zelensky aveva parlato da solo con Trump, in volo verso Washington sull’Air Force One, “per circa un’ora”. Zelensky incontrerà Trump il 18 agosto a Washington per discutere della risoluzione del conflitto in Ucraina, a seguito del summit in Alaska, come scrive lo stesso Zelensky su X, confermando che Trump lo ha informato dei “punti principali” dei colloqui con il presidente russo in Alaska.
Le reazioni in Europa sono improntate a far buon viso a cattivo gioco ma è chiaro che se Trump sostiene le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità la partita è definitivamente perduta sul piano politico oltre che sul campo di battaglia.
Quasi tutti i governi europei guardano con interesse alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina di cui ha parlato Trump senza prendere impegni, ma si tratta più di un tentativo dei leader europei di trovare un buon appiglio per sottrarsi al rischio di finire tra gli sconfitti in questa guerra più che fiducia nelle garanzie di Trump a Kiev.
Gli accordi che garantiscono agli Stati Uniti il controllo delle risorse minerarie e delle infrastrutture ucraine (nei territori che resteranno sotto il controllo di Kiev) costituiscono forse l’unica garanzia credibile circa il futuro ruolo di Washington.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato in un post su X che solide garanzie di sicurezza per Kiev e l’Europa sono “essenziali” in qualsiasi accordo di pace per porre fine alla guerra in Ucraina. “L’UE sta lavorando a stretto contatto con Zelensky e gli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta e duratura. Sono essenziali solide garanzie di sicurezza che proteggano gli interessi vitali di sicurezza ucraini ed europei”, ha scritto von der Leyen.
Come le accade spesso, l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha rilasciato una dichiarazione avulsa dalla realtà. “Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto che non può continuare”. Non si è accorta che il tempo lavora a favore di Mosca, orma in asse con Washington, e contro gli interessi di Kiev e UE.
Sono le forze ucraine a essere vicine al collasso senza che l’Europa voglia o possa militarmente impedirlo: la pace è nell’interesse degli ucraini perché continuare la guerra in queste condizioni significherebbe perdere inutilmente vite e ulteriore territorio.
Il ministro degli Esteri norvegese Barth Eide finge che nulla sia cambiato e ha dichiarato alla stampa che la posizione resta invariata dopo il summit in Alaska. “È fondamentale mantenere la pressione sulla Russia, per mostrare chiaramente che l’aggressione ha un costo”.
I baltici ovviamente sono tra i più preoccupati dal successo del summit Trump-Putin. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha dichiarato che “poiché la Russia mostra riluttanza a fermare la guerra in Ucraina, è necessaria maggiore pressione, incluse sanzioni internazionali più severe. L’uccisione di civili innocenti deve cessare prima di negoziare un accordo di pace! Insieme agli alleati europei, la Lituania continuerà a sostenere gli sforzi del Presidente Zelensky con tutti i mezzi possibili”.
Un’Europa frustrata guidata da una classe dirigente inetta, esclusa dal tavolo dei grandi proprio perché prona a Washington durante l’Amministrazione Biden nel sostenere un confronto con la Russia risultato disastroso per tutti gli europei sul piano militare ed economico.
Anche Zelensky paga il prezzo di aver obbedito agli anglo-americani sacrificando l’Ucraina quando a fine marzo 2022 rifiutò l’accordo di pace messo a punto a Istanbul e che prevedeva solo la piena autonomia delle due regioni del Donbass.
Certo nessuna farà mea culpa né “autocritica costruttiva” ma in molti in Europa temono oggi di giocarsi la poltrona in seguito alla pace in Ucraina alle condizioni della Russia. Del resto posti al sole per servi e vassalli non ne sono previsti.
“Non è stata neanche sollevata, durante il vertice in Alaska, la possibilità di un incontro fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky”, ha riferito il Consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
Fonte
16/08/2025
Dall’Alaska a piccoli passi
Difficile dare un quadro realistico del vertice in Alaska quando i protagonisti restano blindati sul merito della discussione e chi dovrebbe resocontare – i media occidentali in genere, quelli europei in particolare – è impegnato platealmente nell’avvolgere “l’evento” in un impasto di allusioni, pettegolezzi, mistificazioni.
Se dovessimo stare alle cronache in stile “pensiero unico” – non ci sono differenze tra tv e media di estrema destra e tutti quelli che si dicono liberal o “democratici” – dovremmo parlare di un fallimento o quasi. Ma questa prognosi ha senso solo se si accettava, prima dell’incontro, uno schema bipolare secondo cui o si arrivava ad un accordo completo e dettagliato subito, oppure se ne usciva con una corsa alla guerra più generale.
La linea guerrafondaia seguita dall’“Europa unita” ha conquistato facilmente le menti servili degli operatori della disinformazione mainstream, al punto da non lasciare più alcuno spazio neanche all’esperienza storica più disincantata.
E la storia dovrebbe insegnare che ogni decisione di pace – o di guerra – è arrivata al termine di un percorso né breve né semplice, in cui si cerca di stabilire un nuovo equilibrio accettabile insistendo su molti dettagli ma a partire da un quadro condiviso. Ci si possono mettere anni, se va bene diversi mesi, ma mai giorni o addirittura poche ore.
Come dovrebbe essere noto, se non altro perché i vertici russi lo ripetono da anni senza cambiare una virgola, “il quadro” per una pace duratura con l’area euro-atlantica deve fondarsi sulla cessazione dell’espansione ad est della NATO (l’unica espansione reale che c’è stata negli ultimi 35 anni), sulla smilitarizzazione e “denazificazione” dell’Ucraina, la riscrittura di una serie di trattati che sono scaduti, stanno per scadere o sono stati disdettati dagli Stati Uniti.
Parliamo per esempio del trattato sui missili a testata nucleare di portata intercontinentale (che scade tra alcuni mesi), di quello sui missili a medio raggio (da cui gli Usa sono usciti sei anni fa e che anche Mosca ha denunciato solo nei mesi scorsi), e tutta una lunga serie di altri nodi critici tra le due superpotenze nucleari. Non una “nuova Yalta”, ma qualcosa di altrettanto serio e cogente per tutti.
Su questa scala di problemi è evidente che l’Ucraina – e qualsiasi possibile soluzione diplomatica alla guerra in corso – è solo uno dei nodi da sciogliere, anche se chiaramente il più evidente e “caldo”.
Rispetto a questa dimensione strategica è quasi puerile l’insistenza europea su slogan da liceali sul “diritto di Kiev a non cedere territori” (mentre, contemporaneamente, lo si nega ai palestinesi sottoposti a genocidio e pulizia etnica, sia a Gaza che in Cisgiordania). Non perché sbagliati in linea di principio – il diritto all’autodeterminazione è alla base di ogni regolazione internazionale seria – ma per l’evidente “doppio standard” che informa l’azione e la propaganda euro-atlantica. I diritti esistono “per i nostri” (alleati o vassalli), ma non per gli altri...
Anche la ridicola polemica contro il “ritorno alla logica delle sfere di influenza” – il principio di “real politik” per cui una superpotenza non può piazzare i propri armamenti strategici ai confini dell’altra, utilizzando paesi “amici” o succubi – è tessuta con la stessa ipocrisia. Se Cuba o il Messico dovessero prepararsi ad ospitare missili russi o cinesi nessun “pensatore euro-atlantico” troverebbe sbagliata una durissima risposta statunitense. Come nel 1962, del resto...
Messe momentaneamente da parte le sciocchezze dei guerrafondai di secondo piano, bisogna rendersi conto che l’incontro tra Trump e Putin era stato preparato dagli sherpa abbastanza bene, tanto da far concludere la discussione dopo appena due ore e mezza invece delle annunciate sei o sette.
Da entrambe le parti, in sede di conferenza stampa finale o dichiarazioni successive, si è stati ben attenti a non lasciar trapelare nulla sul merito ma a spargere ottimismo sugli sviluppi. Tanto da far prevedere una seconda tappa a Mosca tra pochi mesi, se non settimane.
Trump ha dichiarato di aver tenuto un costruttivo vertice con Putin, ma che “non siamo arrivati” a un cessate il fuoco o a un accordo di pace per l’Ucraina. La sintonia è stata registrata sulla maggior parte delle questioni rilevanti, ma non hanno raggiunto un’intesa su “quella più importante”. E come consiglia il realismo, “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo”.
Chiarificatrici anche le poche frasi pronunciate da un Putin decisamente a suo agio: una base per un accordo globale è stata disegnata, invitando perciò “Kiev e le capitali europee” a “percepirlo in modo costruttivo” e a non “affossare i progressi appena iniziati”.
Il riferimento esplicito è alle manovre dei “volenterosi” che insistono nel volere un cessate il fuoco immediato dichiarando pure, da veri idioti, di volerlo sfruttare per inviare armi e truppe europee in Ucraina. Praticamente per preparare un’escalation che porterebbe al confronto diretto tra NATO e Russia, con tutte le conseguenza – nucleari – del caso...
Sembra però evidente che sia Kiev che la UE hanno poche carte da giocare. Possono certamente gettare un po’ di ostacoli sul percorso appena abbozzato, ma sul piano strategico non hanno un obiettivo praticabile. La loro idea di fondo – spesso confessata apertamente dai più cretini – è quella di “costringere” gli Stati Uniti ad intervenire militarmente nel conflitto, provocando Mosca con attacchi diretti o manovre azzardate (nel mar Baltico, soprattutto).
Una “strategia” per cui è difficile trovare aggettivi appropriati...
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Se dovessimo stare alle cronache in stile “pensiero unico” – non ci sono differenze tra tv e media di estrema destra e tutti quelli che si dicono liberal o “democratici” – dovremmo parlare di un fallimento o quasi. Ma questa prognosi ha senso solo se si accettava, prima dell’incontro, uno schema bipolare secondo cui o si arrivava ad un accordo completo e dettagliato subito, oppure se ne usciva con una corsa alla guerra più generale.
La linea guerrafondaia seguita dall’“Europa unita” ha conquistato facilmente le menti servili degli operatori della disinformazione mainstream, al punto da non lasciare più alcuno spazio neanche all’esperienza storica più disincantata.
E la storia dovrebbe insegnare che ogni decisione di pace – o di guerra – è arrivata al termine di un percorso né breve né semplice, in cui si cerca di stabilire un nuovo equilibrio accettabile insistendo su molti dettagli ma a partire da un quadro condiviso. Ci si possono mettere anni, se va bene diversi mesi, ma mai giorni o addirittura poche ore.
Come dovrebbe essere noto, se non altro perché i vertici russi lo ripetono da anni senza cambiare una virgola, “il quadro” per una pace duratura con l’area euro-atlantica deve fondarsi sulla cessazione dell’espansione ad est della NATO (l’unica espansione reale che c’è stata negli ultimi 35 anni), sulla smilitarizzazione e “denazificazione” dell’Ucraina, la riscrittura di una serie di trattati che sono scaduti, stanno per scadere o sono stati disdettati dagli Stati Uniti.
Parliamo per esempio del trattato sui missili a testata nucleare di portata intercontinentale (che scade tra alcuni mesi), di quello sui missili a medio raggio (da cui gli Usa sono usciti sei anni fa e che anche Mosca ha denunciato solo nei mesi scorsi), e tutta una lunga serie di altri nodi critici tra le due superpotenze nucleari. Non una “nuova Yalta”, ma qualcosa di altrettanto serio e cogente per tutti.
Su questa scala di problemi è evidente che l’Ucraina – e qualsiasi possibile soluzione diplomatica alla guerra in corso – è solo uno dei nodi da sciogliere, anche se chiaramente il più evidente e “caldo”.
Rispetto a questa dimensione strategica è quasi puerile l’insistenza europea su slogan da liceali sul “diritto di Kiev a non cedere territori” (mentre, contemporaneamente, lo si nega ai palestinesi sottoposti a genocidio e pulizia etnica, sia a Gaza che in Cisgiordania). Non perché sbagliati in linea di principio – il diritto all’autodeterminazione è alla base di ogni regolazione internazionale seria – ma per l’evidente “doppio standard” che informa l’azione e la propaganda euro-atlantica. I diritti esistono “per i nostri” (alleati o vassalli), ma non per gli altri...
Anche la ridicola polemica contro il “ritorno alla logica delle sfere di influenza” – il principio di “real politik” per cui una superpotenza non può piazzare i propri armamenti strategici ai confini dell’altra, utilizzando paesi “amici” o succubi – è tessuta con la stessa ipocrisia. Se Cuba o il Messico dovessero prepararsi ad ospitare missili russi o cinesi nessun “pensatore euro-atlantico” troverebbe sbagliata una durissima risposta statunitense. Come nel 1962, del resto...
Messe momentaneamente da parte le sciocchezze dei guerrafondai di secondo piano, bisogna rendersi conto che l’incontro tra Trump e Putin era stato preparato dagli sherpa abbastanza bene, tanto da far concludere la discussione dopo appena due ore e mezza invece delle annunciate sei o sette.
Da entrambe le parti, in sede di conferenza stampa finale o dichiarazioni successive, si è stati ben attenti a non lasciar trapelare nulla sul merito ma a spargere ottimismo sugli sviluppi. Tanto da far prevedere una seconda tappa a Mosca tra pochi mesi, se non settimane.
Trump ha dichiarato di aver tenuto un costruttivo vertice con Putin, ma che “non siamo arrivati” a un cessate il fuoco o a un accordo di pace per l’Ucraina. La sintonia è stata registrata sulla maggior parte delle questioni rilevanti, ma non hanno raggiunto un’intesa su “quella più importante”. E come consiglia il realismo, “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo”.
Chiarificatrici anche le poche frasi pronunciate da un Putin decisamente a suo agio: una base per un accordo globale è stata disegnata, invitando perciò “Kiev e le capitali europee” a “percepirlo in modo costruttivo” e a non “affossare i progressi appena iniziati”.
Il riferimento esplicito è alle manovre dei “volenterosi” che insistono nel volere un cessate il fuoco immediato dichiarando pure, da veri idioti, di volerlo sfruttare per inviare armi e truppe europee in Ucraina. Praticamente per preparare un’escalation che porterebbe al confronto diretto tra NATO e Russia, con tutte le conseguenza – nucleari – del caso...
Sembra però evidente che sia Kiev che la UE hanno poche carte da giocare. Possono certamente gettare un po’ di ostacoli sul percorso appena abbozzato, ma sul piano strategico non hanno un obiettivo praticabile. La loro idea di fondo – spesso confessata apertamente dai più cretini – è quella di “costringere” gli Stati Uniti ad intervenire militarmente nel conflitto, provocando Mosca con attacchi diretti o manovre azzardate (nel mar Baltico, soprattutto).
Una “strategia” per cui è difficile trovare aggettivi appropriati...
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