Da poco ha smesso di nevicare; è il momento più bello in città quando la coltre è ancora immacolata e noi pedoni procediamo seguendo uno le orme dell’altro. Così avvolti nel gelido candore attraversiamo il parchetto del quartiere per raggiungere l’entrata della metropolitana, dove staziona una donnina anziana, imbacuccata e sorridente. Offre una busta di plastica trasparente che contiene un pieghevole informativo e un fischietto e a tutti dice “Proteggiamo i nostri vicini dall’ICE”.
Il suono è lo stesso, ice, ma non si riferisce a pericolosi lastroni di ghiaccio, bensì a qualcosa di ben più letale: l’Immigration and Custom Enforcement, la famigerata agenzia deputata al controllo dell’immigrazione che dall’avvento di Trump al governo sta traumatizzando le città americane.
Il volantino è un vero e proprio mini-manuale di istruzioni. Dice come riconoscere un agente dell’ICE e come comportarsi. La cosa più importante è essere pronti a raccogliere informazioni. Quanti sono. Che cosa fanno. Dove e in che direzione si muovono. Come sono vestiti. Se indossano il passamontagna e il giubbotto anti proiettile. Orario dell’avvistamento. Che equipaggiamento portano (armi, manette, bastoni, ecc.). Se si è in sicurezza, cioè se loro non ti vedono, fare foto e video. Infine inoltrare i dati raccolti al network del quartiere (di cui è dato il numero in hotline).
La sezione dedicata al fischietto è commovente e meriterebbe un posto al museo dadaista (se esistesse). Illustra due codici. Codice Numero 1: bwee! bwee! bwee! Soffiare a ripetizione significa: l’ICE è stato avvistato in zona, state allerta. Codice Numero 2: bweeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!! Emettere un suono forte e continuativo significa l’ICE sta effettuando un arresto – massima allerta e pronti ad attivare il servizio legale, di cui ovviamente il manuale fornisce il numero.
Come me anche gli altri passanti ritirano entusiasti il kit anti ICE. Mi chiedo se avremo mai l’occasione e la freddezza di usarlo. Non lo so. Non nascondo che mi piacerebbe assistere alla scena di un gruppo di cittadini che armati di fischietti riescono a gabbare gli energumeni dell’ICE e proteggere i loro vicini di casa, di negozio, di strada.
Perché queste sono le vittime di ICE: il signore gentile che ti saluta mentre spazza la strada dalle foglie, la signora che pulisce le scale del condominio e ti fa la cortesia di raccogliere il tuo pacco mentre sei in vacanza, la ragazza che serve ai tavoli della tua trattoria preferita, il ragazzo che ti shakera alla perfezione la margarita al cocktail bar dell’angolo, il garzone che ti porta la spesa a casa, la mamma del nuovo amichetto di tuo figlio e così via; uomini, donne, famiglie uguali e mischiate a milioni di altre, che da un anno a questa parte vivono nel terrore di essere scoperte come migranti irregolari.
So bene che la propaganda anti-immigrazione italiana e non solo racconta che gli Stati Uniti a causa del lassismo dei democratici (che sono sì lassi e infingardi, ma per altro) sono stati invasi da milioni di immigrati, ovviamente brutti, sporchi e cattivi e che il governo Trump finalmente fa quello che anche da noi si dovrebbe fare, ossia rimandarli a casa loro. Peccato che ciò non corrisponda al vero e che questa sia casa loro.
La maggior parte dei braccati dall’ICE vive stabilmente negli Stati Uniti da molti anni, anche trenta o quaranta, lavora, produce reddito, paga le tasse, affitta case, guida una macchina, possiede conti in banca e manda i figli (americani) a scuola. Capite dunque che cosa significa la frase della signora: “Proteggiamo i nostri vicini”?
Forse qualche lettore si starà chiedendo perché queste persone non si regolarizzano. In Italia tanti da irregolari trovano un lavoro con contratto e iniziano un faticoso, lungo e difficile percorso di regolarizzazione che nel tempo, e purtroppo solo per pochi, se è loro desiderio investire il proprio futuro nel Belpaese, li porterà alla naturalizzazione. Negli Stati Uniti non è così.
Forse sarà un retaggio puritano, ma se hai commesso l’errore di far scadere il visto d’ingresso non puoi riscattarti; devi andartene dal Paese. Per la verità c’è un modo legale per iniziare da capo il percorso di immigrazione: arruolarsi! O tu clandestino o tuo figlio/a, appena raggiunta la maggiore età, potete scegliere la via dell’esercito e andare a morire per una patria che non vi voleva.
Non credo che avrò mai la soddisfazione di assistere alla messa in fuga degli agenti dell’ICE sul campo e so che alla tv come sui giornalacci continueranno a giustificare la caccia al clandestino come giusta e necessaria, ma so anche che c’è un umanità nuova e sveglia, che avanza e aumenta di giorno in giorno, che silenziosamente si organizza per resistere, per aiutarsi l’un l’altro, per sostenere i propri membri più deboli e in difficoltà.
So anche che il fenomeno dei quartieri contro l’ICE non è un’eccezione di Brooklyn e di New York City perché è stato eletto Mamdani, dato che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle principali città del Paese. Nel sud della California, tartassata dall’ICE e pure dalla Guarda Nazionale, gruppi di cittadini hanno preso l’abitudine di appostarsi di fronte a grandi magazzini, come Office Depot, Target ecc., così se l’ICE viene avvistata c’è tempo di avvisare i lavoratori dentro il negozio.
L’emergenza sveglia l’essere umano; l’emergenza fa nascere la comunità, la ricompatta. Non importa se non avremo mai l’occasione di usare il fischietto e probabilmente continueremo a essere impotenti davanti alle scorribande dell’ICE. Ma sappiamo che non lo saremo per sempre e possedere quel fischietto, tenerlo nella borsetta o in tasca, rappresenta la possibilità di riscatto di un intero gruppo sociale, anzi di più, della comunità umana che fa onore al nome che porta e rifiuta la barbarie, che si ribella a chi vuole farci tornare indietro, in una società rozza e brutale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2025
12/11/2025
La “zohranomics” a New York
Immaginate la mappa della metropolitana: linee che si incrociano, nodi di scambio, percorsi chiari verso destinazioni molto concrete. Il programma economico di Zohran Mamdani somiglia a una nuova linea – la linea dell’affordability (sostenibilità economica, accessibilità, convenienza economica o capacità di permettersi qualcosa, ndr.) – che vuole collegare tre stazioni rimaste troppo spesso su binari separati: costo della vita (soprattutto la casa), possibilità di diventare genitori senza ansie finanziarie, e salari che tengano il passo.
È un’agenda che negli Stati Uniti viene etichettata “democratic socialist”, ma che in molte capitali europee suona come socialdemocrazia ordinaria: servizi universali, fisco più progressivo, ruolo pubblico nell’offerta di beni essenziali.
La novità sta nel contesto: calarla nel mercato elettorale americano, e farne una bussola per gli under 40, è la scommessa politica. E non a caso la campagna che lo ha portato alla vittoria in NYC è stata costruita su una parola chiave (affordability appunto) e su uno slogan ripetuto dal palco: “freeze the... rent” gridato dalla platea, a segnalare priorità semplici da ricordare, difficili da attuare.
Sul lato delle entrate, la “linea” si finanzia soprattutto con due leve: un aumento dell’aliquota massima dell’imposta statale sulle società dal 7,25 all’11,5% (gettito stimato 5 miliardi l’anno) e un “millionaires tax” cittadino, +2 punti sull’aliquota locale per i redditi oltre 1 milione di dollari (circa 4 miliardi).
Entrambe le misure richiedono il via libera di Albany (capoluogo dello Stato di New York, ndr) e della governatrice, e pongono un tema tecnico non banale: il gettito dell’imposta statale sulle società non affluisce automaticamente al bilancio di New York City. Inoltre, a parità di base imponibile, l’innalzamento porterebbe il carico combinato città+Stato per le corporation a livelli prossimi al 21% federale, con sovrapprezzi MTA per alcune imprese.
Sul millionaires tax, l’effetto netto sul gettito dipende anche dai comportamenti migratori dei top earners: analisi recenti segnalano assenza di fughe significative dopo l’aumento delle aliquote statali del 2021, ma resta il rischio di volatilità legata ai capital gains e alla concentrazione del gettito.
Sul lato della spesa, la fermata-bandiera è l’infanzia: un sistema di childcare universale 0–5 anni. La campagna lo quantifica in 6 miliardi l’anno, ma le stime indipendenti oscillano: 2,5–3,5 miliardi (Fiscal Policy Institute) fino a 9,5 miliardi (Penn Wharton Budget Model).
La letteratura economica indica effetti positivi sull’occupazione delle madri e, in generale, “cascate” economiche locali; i nodi sono qualità dell’offerta e targeting iniziale: rendere il servizio universale subito può essere meno efficiente, in carenza di risorse, rispetto a un phasing mirato ai redditi medio-bassi.
La seconda fermata è la casa. Il piano prevede 200.000 nuove unità a canone regolato in dieci anni, finanziate con 70 miliardi di debito aggiuntivo oltre ai 30 già in pipeline. Qui le incognite non sono solo i cantieri: il tetto legale al debito cittadino andrebbe alzato dal legislatore statale; parte del servizio del debito potrebbe ricadere sul bilancio generale se le rendite da affitti non bastassero; e i costi di costruzione, tra inflazione e impegni su salari “prevailing/union”, rischiano di comprimere i volumi effettivi.
Gli economisti più scettici suggeriscono di coinvolgere di più il privato per rapporto costo/unità, mentre i promotori replicano che, data la scala del fabbisogno, “a volte il costruttore deve essere il settore pubblico”.
Terza fermata: affitti. Un congelamento quadriennale dei canoni stabilizzati ha un costo diretto immediato nullo per il Comune, ma può generare oneri crescenti per sostenere gli operatori più esposti, specie negli immobili sussidiati post-1973, fino a diversi miliardi nel medio periodo; al tempo stesso, i sostenitori richiamano indicatori di stress abitativo e homelessness per motivare l’intervento.
È una misura che il sindaco può facilitare attraverso le nomine alla Rent Guidelines Board, senza passare da Albany, pur con possibili effetti collaterali sulla manutenzione del patrimonio immobiliare.
Quarta fermata: trasporti. Autobus gratuiti e veloci. Il costo lordo per il sistema MTA sfiora il miliardo l’anno in minori ricavi, con un problema aggiuntivo: i titoli di debito MTA sono storicamente “ripagati” anche dai flussi tariffari, per cui ogni rimodulazione richiede un rimpiazzo credibile e l’assenso dei bondholder.
Sul lato benefici, stime di economia dei trasporti suggeriscono risparmi di tempo per decine di milioni di ore/anno e ricadute di produttività. Ma la governance non è municipale: tariffe e bilancio MTA non dipendono dal sindaco.
Accanto a ciò, il programma accenna a un salario minimo statale a 30 dollari entro il 2030, a un dipartimento cittadino di Public Safety (“protezione dei cittadini da minacce alla loro salute, sicurezza e benessere, inclusi crimini, disastri e emergenze”; circa 450 milioni) e a un esperimento pilota di supermarket pubblici (60 milioni).
Anche qui, gran parte degli snodi passa da Albany; e le imprese già oggi scontano un carico fiscale locale-statale non trascurabile.
In controluce, scorre una questione di metodo: la nostalgia per un patto urbano più egualitario (università gratis, case accessibili, sindacati forti) si scontra con lezioni fiscali imparate a caro prezzo negli anni ’70. L’ambizione di “fare di più, nonostante tutto” riapre il dibattito su chi paga, quando e con quali vincoli alla capacità di indebitarsi senza erodere altri servizi.
Guardata dall’Europa, l’architettura socio-economica di Mamdani riecheggia modelli scandinavi: più Stato dove il mercato non garantisce esiti inclusivi, più progressività per ridurre il peso delle spese incomprimibili su famiglie e giovani.
Detto al modo di chi vive i prezzi di Milano: se casa, asili e mobilità mangiano il 50–60% del reddito, la domanda politica si fa molto concreta. E qui sta il punto interessante: il messaggio ha attivato fasce di elettorato giovane e nuovi votanti, riportando al centro un’idea di giustizia intergenerazionale che il progressismo (concentrato sulla redistribuzione “orizzontale” tra redditi nell’oggi) ha forse lasciato sullo sfondo.
Non è una sentenza, è una domanda che resta aperta: in una società che invecchia, chi parla per chi arriva dopo? In questa tornata, una parte della risposta è venuta da una “linea” disegnata apposta per loro.
Bibliografia essenziale
Juliet Chung, “The Economics Behind Zohran Mamdani’s Biggest Plans”, Wall Street Journal, 5 novembre 2025.
Jeff Coltin, “Free for all: Democratic socialist’s policy pitches face tough fiscal reality in New York”, Politico, 27 maggio 2025.
Eric Levitz, “Zohran Mamdani just won the NYC mayor election. Here’s what his ‘democratic socialism’ really means”, Vox, 5 novembre 2025.
The Economist, “Zohran Mamdani wants to make New York great again”, 30 ottobre 2025.
Aditya Chakrabortty, “The Zohran Mamdani method can work beyond New York”, The Guardian, 5 novembre 2025.
Nota: questo pezzo presenta dati e stime disponibili nelle fonti sopra indicate; le cifre effettive dipenderanno da iter legislativi statali, condizioni macro e implementazione.
Fonte
È un’agenda che negli Stati Uniti viene etichettata “democratic socialist”, ma che in molte capitali europee suona come socialdemocrazia ordinaria: servizi universali, fisco più progressivo, ruolo pubblico nell’offerta di beni essenziali.
La novità sta nel contesto: calarla nel mercato elettorale americano, e farne una bussola per gli under 40, è la scommessa politica. E non a caso la campagna che lo ha portato alla vittoria in NYC è stata costruita su una parola chiave (affordability appunto) e su uno slogan ripetuto dal palco: “freeze the... rent” gridato dalla platea, a segnalare priorità semplici da ricordare, difficili da attuare.
Sul lato delle entrate, la “linea” si finanzia soprattutto con due leve: un aumento dell’aliquota massima dell’imposta statale sulle società dal 7,25 all’11,5% (gettito stimato 5 miliardi l’anno) e un “millionaires tax” cittadino, +2 punti sull’aliquota locale per i redditi oltre 1 milione di dollari (circa 4 miliardi).
Entrambe le misure richiedono il via libera di Albany (capoluogo dello Stato di New York, ndr) e della governatrice, e pongono un tema tecnico non banale: il gettito dell’imposta statale sulle società non affluisce automaticamente al bilancio di New York City. Inoltre, a parità di base imponibile, l’innalzamento porterebbe il carico combinato città+Stato per le corporation a livelli prossimi al 21% federale, con sovrapprezzi MTA per alcune imprese.
Sul millionaires tax, l’effetto netto sul gettito dipende anche dai comportamenti migratori dei top earners: analisi recenti segnalano assenza di fughe significative dopo l’aumento delle aliquote statali del 2021, ma resta il rischio di volatilità legata ai capital gains e alla concentrazione del gettito.
Sul lato della spesa, la fermata-bandiera è l’infanzia: un sistema di childcare universale 0–5 anni. La campagna lo quantifica in 6 miliardi l’anno, ma le stime indipendenti oscillano: 2,5–3,5 miliardi (Fiscal Policy Institute) fino a 9,5 miliardi (Penn Wharton Budget Model).
La letteratura economica indica effetti positivi sull’occupazione delle madri e, in generale, “cascate” economiche locali; i nodi sono qualità dell’offerta e targeting iniziale: rendere il servizio universale subito può essere meno efficiente, in carenza di risorse, rispetto a un phasing mirato ai redditi medio-bassi.
La seconda fermata è la casa. Il piano prevede 200.000 nuove unità a canone regolato in dieci anni, finanziate con 70 miliardi di debito aggiuntivo oltre ai 30 già in pipeline. Qui le incognite non sono solo i cantieri: il tetto legale al debito cittadino andrebbe alzato dal legislatore statale; parte del servizio del debito potrebbe ricadere sul bilancio generale se le rendite da affitti non bastassero; e i costi di costruzione, tra inflazione e impegni su salari “prevailing/union”, rischiano di comprimere i volumi effettivi.
Gli economisti più scettici suggeriscono di coinvolgere di più il privato per rapporto costo/unità, mentre i promotori replicano che, data la scala del fabbisogno, “a volte il costruttore deve essere il settore pubblico”.
Terza fermata: affitti. Un congelamento quadriennale dei canoni stabilizzati ha un costo diretto immediato nullo per il Comune, ma può generare oneri crescenti per sostenere gli operatori più esposti, specie negli immobili sussidiati post-1973, fino a diversi miliardi nel medio periodo; al tempo stesso, i sostenitori richiamano indicatori di stress abitativo e homelessness per motivare l’intervento.
È una misura che il sindaco può facilitare attraverso le nomine alla Rent Guidelines Board, senza passare da Albany, pur con possibili effetti collaterali sulla manutenzione del patrimonio immobiliare.
Quarta fermata: trasporti. Autobus gratuiti e veloci. Il costo lordo per il sistema MTA sfiora il miliardo l’anno in minori ricavi, con un problema aggiuntivo: i titoli di debito MTA sono storicamente “ripagati” anche dai flussi tariffari, per cui ogni rimodulazione richiede un rimpiazzo credibile e l’assenso dei bondholder.
Sul lato benefici, stime di economia dei trasporti suggeriscono risparmi di tempo per decine di milioni di ore/anno e ricadute di produttività. Ma la governance non è municipale: tariffe e bilancio MTA non dipendono dal sindaco.
Accanto a ciò, il programma accenna a un salario minimo statale a 30 dollari entro il 2030, a un dipartimento cittadino di Public Safety (“protezione dei cittadini da minacce alla loro salute, sicurezza e benessere, inclusi crimini, disastri e emergenze”; circa 450 milioni) e a un esperimento pilota di supermarket pubblici (60 milioni).
Anche qui, gran parte degli snodi passa da Albany; e le imprese già oggi scontano un carico fiscale locale-statale non trascurabile.
In controluce, scorre una questione di metodo: la nostalgia per un patto urbano più egualitario (università gratis, case accessibili, sindacati forti) si scontra con lezioni fiscali imparate a caro prezzo negli anni ’70. L’ambizione di “fare di più, nonostante tutto” riapre il dibattito su chi paga, quando e con quali vincoli alla capacità di indebitarsi senza erodere altri servizi.
Guardata dall’Europa, l’architettura socio-economica di Mamdani riecheggia modelli scandinavi: più Stato dove il mercato non garantisce esiti inclusivi, più progressività per ridurre il peso delle spese incomprimibili su famiglie e giovani.
Detto al modo di chi vive i prezzi di Milano: se casa, asili e mobilità mangiano il 50–60% del reddito, la domanda politica si fa molto concreta. E qui sta il punto interessante: il messaggio ha attivato fasce di elettorato giovane e nuovi votanti, riportando al centro un’idea di giustizia intergenerazionale che il progressismo (concentrato sulla redistribuzione “orizzontale” tra redditi nell’oggi) ha forse lasciato sullo sfondo.
Non è una sentenza, è una domanda che resta aperta: in una società che invecchia, chi parla per chi arriva dopo? In questa tornata, una parte della risposta è venuta da una “linea” disegnata apposta per loro.
Bibliografia essenziale
Juliet Chung, “The Economics Behind Zohran Mamdani’s Biggest Plans”, Wall Street Journal, 5 novembre 2025.
Jeff Coltin, “Free for all: Democratic socialist’s policy pitches face tough fiscal reality in New York”, Politico, 27 maggio 2025.
Eric Levitz, “Zohran Mamdani just won the NYC mayor election. Here’s what his ‘democratic socialism’ really means”, Vox, 5 novembre 2025.
The Economist, “Zohran Mamdani wants to make New York great again”, 30 ottobre 2025.
Aditya Chakrabortty, “The Zohran Mamdani method can work beyond New York”, The Guardian, 5 novembre 2025.
Nota: questo pezzo presenta dati e stime disponibili nelle fonti sopra indicate; le cifre effettive dipenderanno da iter legislativi statali, condizioni macro e implementazione.
Fonte
10/11/2025
“L’elezione di Mamdani segnala una trasformazione sociale negli Usa”
In un’intervista al programma Hadeth wa Abaad, lo scrittore e analista politico Khaled Barakat ha analizzato insieme al ricercatore Sinan Shakdiha, da Chicago, le implicazioni politiche e sociali dell’elezione di Zahran Mamdani, il giovane musulmano di origine ugandese eletto presidente della città di New York.
Il fatto, definito dai media israeliani come una “cattiva notizia” o una “sconfitta simbolica”, è stato interpretato da Barakat come un segno di trasformazione sociale e politica all’interno della società statunitense, più che come una vittoria individuale. “Ciò che vediamo a New York è il riflesso di un processo in corso: una nuova generazione che inizia a mettere in discussione i fondamenti del potere e dell’egemonia filoisraeliana negli Stati Uniti”.
Una città che concentra le tensioni del paese
Barakat ha ricordato che New York è una città con più di un milione di musulmani e più di un milione di ebrei, e ha spiegato che gran parte degli ebrei newyorkesi “si identificano come statunitensi, non come israeliani”.
“Quella distanza dal sionismo istituzionale provoca inquietudine nei media israeliani, che percepiscono questo risultato come una minaccia alla loro influenza tradizionale”, ha affermato.
“La reazione israeliana combina paura e sconcerto – ha detto –, perché percepiscono che l’ambiente politico e culturale negli Stati Uniti non è più lo stesso. C’è un’evoluzione nell’opinione pubblica, specialmente tra i giovani e le classi lavoratrici”.
Una campagna senza corporation, sostenuta dalla base
Sia Barakat che Shakdiha hanno concordato sul fatto che la campagna di Mamdani non è stata finanziata da grandi aziende o gruppi di pressione, ma si è sostenuta grazie a piccole donazioni e lavoro volontario.
“Non c’erano grandi capitali dietro – ha spiegato Barakat –. È stata una campagna popolare, costruita da giovani, migranti e lavoratori che hanno bussato alle porte, organizzato assemblee e diffuso il suo messaggio per le strade”.
Per Barakat, quell’indipendenza finanziaria dimostra che una politica di base è ancora possibile anche nel cuore dell’impero: “Ciò che è accaduto a New York non è un miracolo, ma la prova che la gente comune può spezzare il monopolio politico delle corporation”.
La causa palestinese come questione interna
L’analista ha sottolineato che uno degli elementi più innovativi del fenomeno Mamdani è aver collegato la causa palestinese con le problematiche sociali statunitensi.
“Mamdani dice che i fondi che gli Stati Uniti destinano a Israele e alle guerre estere dovrebbero essere utilizzati per risolvere i problemi del popolo statunitense: povertà, casa, salute e educazione. Ha trasformato la solidarietà con la Palestina in una posizione morale e sociale all’interno del paese stesso”, ha spiegato Barakat.
Il suo interlocutore, Sinan Shakdiha, ha aggiunto che questo discorso sta guadagnando terreno in altre città: “A Chicago, Los Angeles o San Francisco vediamo già candidati che parlano della Palestina come una questione di diritti civili e giustizia economica. Questo sta cambiando il linguaggio politico della sinistra statunitense”.
Una nuova generazione che non tace di fronte a Gaza
Barakat ha insistito sul fatto che l’elezione di Mamdani deve essere compresa in un contesto più ampio: l’emergere di una nuova generazione statunitense trasformata dalla guerra genocida contro Gaza.
“C’è un cambiamento che riguarda direttamente una nuova generazione – ha detto –. Questa generazione non accetta, non si rassegna, specialmente dopo la guerra di sterminio a Gaza. Mamdani fa parte di quella corrente di giovani che non hanno più paura di parlare chiaro, che non accettano più il silenzio complice di fronte ai crimini del sionismo”.
L’analista ha ricordato una delle dichiarazioni più commentate di Mamdani: “Se Netanyahu arrivasse a New York, lo arresterei”.
“Quella frase – ha spiegato Barakat – simboleggia il punto di svolta. Che un politico statunitense, nato fuori dal paese, dica una cosa simile, e che lo faccia da una carica elettiva, è un segno che i tempi stanno cambiando”.
Barakat ha aggiunto che questa generazione non si mobilita solo per la Palestina, ma anche per i diritti dei lavoratori, la giustizia razziale e la dignità per gli immigrati. “Oggi i migranti e i lavoratori reclamano insieme. C’è una contraddizione sociale profonda tra le élite finanziarie e la maggioranza povera, e quella tensione si è espressa nella campagna di Mamdani”.
Un modello che può estendersi
L’esperienza di New York, ha affermato Barakat, “ispira timore tra le élite” perché potrebbe estendersi ad altre città e stati.
“Ciò che preoccupa di più il sistema non è che un musulmano abbia vinto un’elezione, ma che lo abbia fatto senza soldi, con una campagna di base, in alleanza con i settori poveri. Se quel modello si ripetesse in altre città, sarebbe un cambiamento strutturale nella politica statunitense”.
Da Chicago, Shakdiha ha confermato che questa espansione è già in corso: “Durante la guerra contro Gaza, decine di attivisti e candidati progressisti, molti di loro palestinesi o arabi, hanno vinto posizioni a livello locale. Quella di Mamdani non è un caso isolato, fa parte di una tendenza”.
Un avvertimento contro le illusioni
Barakat è stato chiaro nel suo avvertimento: “Non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Ricordiamo l’entusiasmo che circondò Obama, le speranze di cambiamento che poi svanirono. Non si tratta di aspettare un salvatore, ma di costruire un potere popolare organizzato”.
Per l’analista, l’elezione di Mamdani non è una rottura rivoluzionaria, ma un sintomo politico. “Il valore sta nel processo collettivo che lo ha reso possibile, non nella figura individuale. Se i movimenti sociali continueranno ad avanzare e a mantenere l’indipendenza, potranno trasformare queste vittorie simboliche in forza reale”.
Il declino del progetto sionista
In chiusura del dialogo, Khaled Barakat ha affrontato l’impatto che questi cambiamenti stanno avendo sulla narrativa israeliana.
“Il cosiddetto ministro della diaspora israeliana ha recentemente chiesto agli ebrei di New York di emigrare nella Palestina occupata – ha raccontato –. Ma la realtà è l’opposto: migliaia di israeliani stanno abbandonando definitivamente la Palestina occupata, comprando case in Grecia, Portogallo o Cipro e trasferendovi le loro vite”.
“Quell’esodo silenzioso – ha aggiunto – riflette una crisi morale e politica all’interno del progetto sionista stesso. Mentre il colonialismo si decompone, in città come New York o Chicago sorgono nuove voci che parlano di giustizia, uguaglianza e libertà. È lì che dobbiamo guardare per il vero senso storico di questo momento”.
Conclusione
Per Khaled Barakat, l’elezione di Zahran Mamdani annuncia una trasformazione politica e sociale nella società statunitense, ancora incipiente ma reale.
“Non è un miracolo né una rivoluzione, ma è un segnale chiaro che qualcosa si sta muovendo nella base popolare. Se i popoli continueranno a organizzarsi, se le nuove generazioni manterranno il loro impegno, questo processo potrà contribuire all’avanzamento di tutte le cause giuste – dalla Palestina a qualsiasi luogo del mondo dove si lotta contro l’oppressione”.
Fonte
Il fatto, definito dai media israeliani come una “cattiva notizia” o una “sconfitta simbolica”, è stato interpretato da Barakat come un segno di trasformazione sociale e politica all’interno della società statunitense, più che come una vittoria individuale. “Ciò che vediamo a New York è il riflesso di un processo in corso: una nuova generazione che inizia a mettere in discussione i fondamenti del potere e dell’egemonia filoisraeliana negli Stati Uniti”.
Una città che concentra le tensioni del paese
Barakat ha ricordato che New York è una città con più di un milione di musulmani e più di un milione di ebrei, e ha spiegato che gran parte degli ebrei newyorkesi “si identificano come statunitensi, non come israeliani”.
“Quella distanza dal sionismo istituzionale provoca inquietudine nei media israeliani, che percepiscono questo risultato come una minaccia alla loro influenza tradizionale”, ha affermato.
“La reazione israeliana combina paura e sconcerto – ha detto –, perché percepiscono che l’ambiente politico e culturale negli Stati Uniti non è più lo stesso. C’è un’evoluzione nell’opinione pubblica, specialmente tra i giovani e le classi lavoratrici”.
Una campagna senza corporation, sostenuta dalla base
Sia Barakat che Shakdiha hanno concordato sul fatto che la campagna di Mamdani non è stata finanziata da grandi aziende o gruppi di pressione, ma si è sostenuta grazie a piccole donazioni e lavoro volontario.
“Non c’erano grandi capitali dietro – ha spiegato Barakat –. È stata una campagna popolare, costruita da giovani, migranti e lavoratori che hanno bussato alle porte, organizzato assemblee e diffuso il suo messaggio per le strade”.
Per Barakat, quell’indipendenza finanziaria dimostra che una politica di base è ancora possibile anche nel cuore dell’impero: “Ciò che è accaduto a New York non è un miracolo, ma la prova che la gente comune può spezzare il monopolio politico delle corporation”.
La causa palestinese come questione interna
L’analista ha sottolineato che uno degli elementi più innovativi del fenomeno Mamdani è aver collegato la causa palestinese con le problematiche sociali statunitensi.
“Mamdani dice che i fondi che gli Stati Uniti destinano a Israele e alle guerre estere dovrebbero essere utilizzati per risolvere i problemi del popolo statunitense: povertà, casa, salute e educazione. Ha trasformato la solidarietà con la Palestina in una posizione morale e sociale all’interno del paese stesso”, ha spiegato Barakat.
Il suo interlocutore, Sinan Shakdiha, ha aggiunto che questo discorso sta guadagnando terreno in altre città: “A Chicago, Los Angeles o San Francisco vediamo già candidati che parlano della Palestina come una questione di diritti civili e giustizia economica. Questo sta cambiando il linguaggio politico della sinistra statunitense”.
Una nuova generazione che non tace di fronte a Gaza
Barakat ha insistito sul fatto che l’elezione di Mamdani deve essere compresa in un contesto più ampio: l’emergere di una nuova generazione statunitense trasformata dalla guerra genocida contro Gaza.
“C’è un cambiamento che riguarda direttamente una nuova generazione – ha detto –. Questa generazione non accetta, non si rassegna, specialmente dopo la guerra di sterminio a Gaza. Mamdani fa parte di quella corrente di giovani che non hanno più paura di parlare chiaro, che non accettano più il silenzio complice di fronte ai crimini del sionismo”.
L’analista ha ricordato una delle dichiarazioni più commentate di Mamdani: “Se Netanyahu arrivasse a New York, lo arresterei”.
“Quella frase – ha spiegato Barakat – simboleggia il punto di svolta. Che un politico statunitense, nato fuori dal paese, dica una cosa simile, e che lo faccia da una carica elettiva, è un segno che i tempi stanno cambiando”.
Barakat ha aggiunto che questa generazione non si mobilita solo per la Palestina, ma anche per i diritti dei lavoratori, la giustizia razziale e la dignità per gli immigrati. “Oggi i migranti e i lavoratori reclamano insieme. C’è una contraddizione sociale profonda tra le élite finanziarie e la maggioranza povera, e quella tensione si è espressa nella campagna di Mamdani”.
Un modello che può estendersi
L’esperienza di New York, ha affermato Barakat, “ispira timore tra le élite” perché potrebbe estendersi ad altre città e stati.
“Ciò che preoccupa di più il sistema non è che un musulmano abbia vinto un’elezione, ma che lo abbia fatto senza soldi, con una campagna di base, in alleanza con i settori poveri. Se quel modello si ripetesse in altre città, sarebbe un cambiamento strutturale nella politica statunitense”.
Da Chicago, Shakdiha ha confermato che questa espansione è già in corso: “Durante la guerra contro Gaza, decine di attivisti e candidati progressisti, molti di loro palestinesi o arabi, hanno vinto posizioni a livello locale. Quella di Mamdani non è un caso isolato, fa parte di una tendenza”.
Un avvertimento contro le illusioni
Barakat è stato chiaro nel suo avvertimento: “Non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Ricordiamo l’entusiasmo che circondò Obama, le speranze di cambiamento che poi svanirono. Non si tratta di aspettare un salvatore, ma di costruire un potere popolare organizzato”.
Per l’analista, l’elezione di Mamdani non è una rottura rivoluzionaria, ma un sintomo politico. “Il valore sta nel processo collettivo che lo ha reso possibile, non nella figura individuale. Se i movimenti sociali continueranno ad avanzare e a mantenere l’indipendenza, potranno trasformare queste vittorie simboliche in forza reale”.
Il declino del progetto sionista
In chiusura del dialogo, Khaled Barakat ha affrontato l’impatto che questi cambiamenti stanno avendo sulla narrativa israeliana.
“Il cosiddetto ministro della diaspora israeliana ha recentemente chiesto agli ebrei di New York di emigrare nella Palestina occupata – ha raccontato –. Ma la realtà è l’opposto: migliaia di israeliani stanno abbandonando definitivamente la Palestina occupata, comprando case in Grecia, Portogallo o Cipro e trasferendovi le loro vite”.
“Quell’esodo silenzioso – ha aggiunto – riflette una crisi morale e politica all’interno del progetto sionista stesso. Mentre il colonialismo si decompone, in città come New York o Chicago sorgono nuove voci che parlano di giustizia, uguaglianza e libertà. È lì che dobbiamo guardare per il vero senso storico di questo momento”.
Conclusione
Per Khaled Barakat, l’elezione di Zahran Mamdani annuncia una trasformazione politica e sociale nella società statunitense, ancora incipiente ma reale.
“Non è un miracolo né una rivoluzione, ma è un segnale chiaro che qualcosa si sta muovendo nella base popolare. Se i popoli continueranno a organizzarsi, se le nuove generazioni manterranno il loro impegno, questo processo potrà contribuire all’avanzamento di tutte le cause giuste – dalla Palestina a qualsiasi luogo del mondo dove si lotta contro l’oppressione”.
Fonte
09/11/2025
La crisi nel cuore dell’impero. Da New York a noi
Prese le misure agli svarioni della “sinistra”, vediamo un attimo cosa sta succedendo tra gli opinionisti mainstream alle prese con New York che sarebbe caduta in mano al “socialismo islamico”. O come altro volete chiamare il “fenomeno Mamdani”...
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
07/11/2025
Il ‘modello Mamdani’ visto da Israele
Abbiamo seguito da vicino le vicende delle elezioni del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, perché sono sintomo, e forse anche un passo ulteriore, nel percorso di crescente conflitto sociale e politico interno agli Stati Uniti. L’arrivo ai massimi livelli della Grande Mela di un musulmano con un programma di governo considerato ‘socialista’.
Siamo ben consapevoli di tutte le ambiguità che rimangono, sul piano strategico, nei discorsi di Mamdani: sul ruolo imperialista degli USA nei confronti del ‘cortile di casa’ latinoamericano (Cuba e Venezuela), ma anche su Israele, nonostante la sua campagna abbia fatto leva largamente sull’opposizione al piegarsi continuo dei politici stelle-e-strisce agli interessi del sionismo internazionale.
Quello che vogliamo evidenziare è un processo, radicato nelle tendenze della crisi capitalistica, piuttosto che un ‘parteggiare’: il fallimento del ‘melting pot’ statunitense va di pari passo con la crisi della sua egemonia e capacità di proiettarsi come ‘polizia’ del mondo intero. Le linee di faglia etniche si allargano insieme a quelle economiche, spesso si sovrappongono, e il legame che hanno con il ruolo USA nell’ordine globale appare sempre più evidente.
In un certo senso, è la declinazione d’oltreoceano di un processo di politicizzazione che abbiamo visto anche in Italia, con milioni di persone scese in piazza contro la complicità nel genocidio dei palestinesi, e riguardo al quale è apparso chiaro l’interesse del complesso militare-industriale che oggi è al centro degli indirizzi politici di tutta la compagine NATO.
Se per un Socialismo del XXI secolo non esistono modelli, figurarsi se può esserlo un sindaco, per quanto progressista potrà risultare. Ma è proprio la frattura della società e della politica statunitense che rappresenta Mamdani a doverci interessare, nella lettura delle dinamiche di lungo periodo. E come questa frattura proceda dal salario minimo e dall’edilizia popolare fino al posizionamento internazionale, pur cercando di limitare le ripercussioni su questo lato.
È interessante, infatti, leggere quello che ha scritto recentemente il quotidiano online israeliano Israel Hayom, intorno ai pericoli che porta con sé il ‘modello Mamdani’. Perché quello del nuovo primo cittadino newyorkese, nei confronti della questione palestinese, viene indicato come un vero e proprio modello che mette in crisi strutturale la narrazione sionista.
Gli “ebrei che odiano se stessi”, la retorica alimentata sapientemente e strategicamente da Israele da decenni, per far sì che antisionismo e antisemitismo vengano considerati la stessa cosa, mettendo al riparo Tel Aviv da ogni critica, diventerebbe più incerta. E si offrirebbe ai giovani ebrei una nuova identità ebraica, che è insieme politica, perché costruita sul contrasto al colonialismo sionista.
Aggiungiamo un ultimo tassello. Ari Fleisher della Republican Jewish Coalition ha parlato di un “crescente problema di socialismo” tra i democratici. Se a questa nuova identità ebraica si associa il fatto che procede lungo i binari di proposte economiche e sociali considerate appartenenti a pieno titolo a un’ipotesi socialista, appare evidente come la preoccupazione dei risvolti politici delle fratture della società USA tenga banco nel dibattito internazionale.
Fonte
Siamo ben consapevoli di tutte le ambiguità che rimangono, sul piano strategico, nei discorsi di Mamdani: sul ruolo imperialista degli USA nei confronti del ‘cortile di casa’ latinoamericano (Cuba e Venezuela), ma anche su Israele, nonostante la sua campagna abbia fatto leva largamente sull’opposizione al piegarsi continuo dei politici stelle-e-strisce agli interessi del sionismo internazionale.
Quello che vogliamo evidenziare è un processo, radicato nelle tendenze della crisi capitalistica, piuttosto che un ‘parteggiare’: il fallimento del ‘melting pot’ statunitense va di pari passo con la crisi della sua egemonia e capacità di proiettarsi come ‘polizia’ del mondo intero. Le linee di faglia etniche si allargano insieme a quelle economiche, spesso si sovrappongono, e il legame che hanno con il ruolo USA nell’ordine globale appare sempre più evidente.
In un certo senso, è la declinazione d’oltreoceano di un processo di politicizzazione che abbiamo visto anche in Italia, con milioni di persone scese in piazza contro la complicità nel genocidio dei palestinesi, e riguardo al quale è apparso chiaro l’interesse del complesso militare-industriale che oggi è al centro degli indirizzi politici di tutta la compagine NATO.
Se per un Socialismo del XXI secolo non esistono modelli, figurarsi se può esserlo un sindaco, per quanto progressista potrà risultare. Ma è proprio la frattura della società e della politica statunitense che rappresenta Mamdani a doverci interessare, nella lettura delle dinamiche di lungo periodo. E come questa frattura proceda dal salario minimo e dall’edilizia popolare fino al posizionamento internazionale, pur cercando di limitare le ripercussioni su questo lato.
È interessante, infatti, leggere quello che ha scritto recentemente il quotidiano online israeliano Israel Hayom, intorno ai pericoli che porta con sé il ‘modello Mamdani’. Perché quello del nuovo primo cittadino newyorkese, nei confronti della questione palestinese, viene indicato come un vero e proprio modello che mette in crisi strutturale la narrazione sionista.
Il pericolo risiede nel sofisticato modello politico da lui perfezionato – un copione preciso e inquietante che può essere replicato in qualsiasi capitale occidentale, volto a neutralizzare e smantellare il potere comunitario ebraico dall’interno. Il modello Mamdani si basa su un principio semplice e velenoso: identifica, amplifica e legittima le voci ebraiche più radicali e antisioniste, utilizzandole come scudo umano contro qualsiasi accusa di antisemitismo. Questa tattica paralizza il mainstream, frammenta il consenso comunitario e, in ultima analisi, apre la strada a programmi anti-israeliani estremisti che raggiungono il cuore del potere. Questo non è solo un problema di New York. È un monito strategico per le comunità ebraiche di tutto il mondo, che rivela una nuova forma di guerra politica. [...] La sua fase avanzata implica la coltivazione attiva di un’alternativa all’identità ebraica sionista. Mamdani comprende il conflitto che molti giovani ebrei provano, divisi tra i valori progressisti e il tradizionale sostegno a Israele. Offre loro una soluzione semplice e attraente: un ebraismo riformato che rinnega Israele e lo tratta come un progetto coloniale di cui vergognarsi. Offre un modo per rimanere ebrei pur essendo pienamente accettati nel campo progressista, senza dover pagare il prezzo di confrontarsi con la complessità di Israele. In sostanza, egli fa dell’opposizione a Israele non solo una posizione legittima, ma anche un atto morale e perfino ebraico.L’autore ribadisce ancora una volta che la sua non sarebbe (e ormai è) una vittoria politica locale, bensì una minaccia alla “solidarietà ebraica globale” che rischia di “trasformare le comunità ebraiche in campi di battaglia”. Detto con le stesse formule viste per la società statunitense, significa che la frattura presente anche nelle comunità ebraiche tra ebrei sionisti e antisionisti verrebbe definitivamente a galla.
Gli “ebrei che odiano se stessi”, la retorica alimentata sapientemente e strategicamente da Israele da decenni, per far sì che antisionismo e antisemitismo vengano considerati la stessa cosa, mettendo al riparo Tel Aviv da ogni critica, diventerebbe più incerta. E si offrirebbe ai giovani ebrei una nuova identità ebraica, che è insieme politica, perché costruita sul contrasto al colonialismo sionista.
Aggiungiamo un ultimo tassello. Ari Fleisher della Republican Jewish Coalition ha parlato di un “crescente problema di socialismo” tra i democratici. Se a questa nuova identità ebraica si associa il fatto che procede lungo i binari di proposte economiche e sociali considerate appartenenti a pieno titolo a un’ipotesi socialista, appare evidente come la preoccupazione dei risvolti politici delle fratture della società USA tenga banco nel dibattito internazionale.
Fonte
06/11/2025
La “sinistra” che guarda a New York
Sarà il caso di fermarsi un attimo a ragionare, dopo aver letto e metabolizzato una buona parte dei commenti “sinistri” sulla vittoria di Zhoran Mamdani alle elezioni per il sindaco di New York.
Inevitabile e persino giusto che ci siano molte opinioni diverse, che in tanti scavino tra le sue dichiarazioni – pre o in campagna elettorale – per trovare debolezze, ambiguità contraddizioni con la sua immagine ufficiale (auto-assegnata, e negli Usa era quasi un suicidio politico) di “socialista”.
Inevitabile, comprensibile, ma per nulla giusto, che in tanti si affrettino a trasferire su di lui, e sui “socialisti democratici” Usa, le proprie speranze o le proprie idiosincrasie.
C’è però, secondo noi, da tenersi distanti da queste considerazioni frettolosamente pro o contro proprio perché manifestazioni da tifosi, anziché sforzi di giudizio analitico serio.
Del resto lo stesso avviene sulla guerra in Ucraina, dove qualsiasi analisi oggettiva degli interessi – e persino dei combattimenti – in campo viene liquidata come “putinismo”, fino a certe curiose esibizioni di “comprensione antifa” per un governo infestato di nazisti rei confessi.
Nella “sinistra radicale” italiana, non da oggi, sembra andata perduta la capacità di analizzare i fenomeni in modo “scientifico” per poi poter prendere una “posizione” autonoma. E quindi anche efficace.
Qualsiasi sia il tema, lo “stile” della discussione è ridotto all’ansia di “schierarsi” pro o contro. E le poche notazioni sul merito concreto vengono portate più per giustificare un posizionamento istantaneo che non come argomentazione agganciata a molte altre. L’esempio limite è ormai una barzelletta da meme: “la sinistra riparta da...”. Che equivale a “io sto con...”
Da queste parti invece preferiamo “l’analisi concreta della situazione concreta”, che ci appare l’unico modo di orientarsi in un mondo in cui molte vecchie categorie politiche – in testa a tutte “sinistra”, ma anche “pensiero liberale” o “democrazia” – nella realtà quotidiana hanno perso le proprie caratteristiche fondamentali e quindi la propria riconoscibilità.
Se può esistere una gang che si autonomina “sinistra per Israele” avete la misura dell’enormità dei rovesciamenti logici o culturali avvenuti. Del resto, quanto ad ossimori, ormai c’è l’inflazione. Avevano cominciato con “guerra umanitaria” e di lì in poi si è potuto dire di tutto per significare il contrario...
Torniamo perciò a Zhoran Mamdani e al “socialismo democratico” statunitense attuale.
È verissimo che il programma con cui ha vinto – affitti calmierati, ristoranti o mense popolari, trasporti gratuiti, tasse più alte ai ricchi (a New York c’è Wall Street, mica bruscolini...), ecc. – è quasi più moderato dei democristianissimi “piani Fanfani” degli anni ‘60. Se appare “rivoluzionario” è solo perché gli States e tutto l’Occidente neoliberista ormai sono strutturati sul dominio totale dell’impresa privata e sulla negazione pressoché assoluta di qualsiasi welfare per le “masse popolari”. Anche l’elemosina viene bollata come “comunista”...
È verissimo pure che buona parte di quel programma non è realizzabile, o perlomeno di difficile attuazione. Per esempio, la tassazione compete in parte al governo federale e in parte a quello statale (gli Usa sono composti da 50 “Stati”), ma non al sindaco.
È altrettanto verissimo che – contraddicendo il suo dichiarato “socialismo” – ha definito i leader Maduro e Diaz Canel come “dittatori”, come un Biden o un Trump qualsiasi.
Ma è altrettanto vero che sul genocidio dei palestinesi non è stato ambiguo, anzi persino un po’ sbrasone (“se viene Netanyhau a New York lo facciamo arrestare”). E comunque a sostenerlo c’è un blocco sociale metropolitano fatto sostanzialmente dalle classi povere, dagli immigrati da poco naturalizzati (e magari a rischio espulsione violenta da parte dell’Ice), da quel ceto medio-basso che nella città più cara del mondo o quasi vive arrabattandosi per mettere insieme il pranzo con la cena.
Contraddizioni evidenti.
Ma la realtà è contraddittoria, sempre. Anzi. La contraddizione è l’anima dei processi reali, prima ancora che della dialettica materialistica. Mentre nel mondo delle idee (quelle sbagliate, almeno) tutto procede linearmente, senza ostacoli rilevanti se non le idee contrapposte, che vanno ovviamente a quel punto “combattute” o ignorate.
Cosa vuol dire? In primo luogo che Mamdani o il “socialismo democratico statunitense” non possono costituire il “nostro ideale” di riferimento, per cui tifare, entusiasmarci, ecc. In secondo luogo che la loro avanzata è però una rottura con l’ordine stabilito negli Usa, ovvero con l’establishment bipartisan – “dem” o “repubblicano perbene” (si fa per dire...) – che domina da sempre.
È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem.
È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il “sentore”, non ancora la piena consapevolezza, che “socialismo” – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro.
È perciò l’altra faccia della risposta trumpiana alla stessa crisi – “tutto il potere al capitalismo delle piattaforme”, e alle criptovalute che nascondano l’insostenibilità del dollaro, al capitalismo finanziario e al complesso militare-industriale.
Che ci sia quest’altra risposta, che si rompa il monopolio trumpiano sulla politica e la “cultura di massa”; che si rompa (lo dimostra Andrew Cuomo, battuto anche come “indipendente”) il controllo dell’establishment “dem”, che si radicalizzi il conflitto politico e sociale interno, è insomma positivo.
Non perché ci si debba attendere “il sol dell’avvenire” da una singola vittoria socialdemocratica. Ma perché, per il resto del mondo, i regimi imperiali internamente “solidi” sono molto più pericolosi di quelli con problemi di consenso e governabilità.
Questo se, dalle nostre parti, non ci si limita a “fare il tifo” o “coltivare la speranza”, ma se ci si organizza e mobilita per cambiare tutto.
È un altro gioco. Non si fa alla tastiera, ma nelle strade, tra la nostra gente, tra quelli che si arrabattano per mettere insieme il pranzo con la cena. È uno “sport” da praticare, non da guardare e tifare...
Fonte
Inevitabile e persino giusto che ci siano molte opinioni diverse, che in tanti scavino tra le sue dichiarazioni – pre o in campagna elettorale – per trovare debolezze, ambiguità contraddizioni con la sua immagine ufficiale (auto-assegnata, e negli Usa era quasi un suicidio politico) di “socialista”.
Inevitabile, comprensibile, ma per nulla giusto, che in tanti si affrettino a trasferire su di lui, e sui “socialisti democratici” Usa, le proprie speranze o le proprie idiosincrasie.
C’è però, secondo noi, da tenersi distanti da queste considerazioni frettolosamente pro o contro proprio perché manifestazioni da tifosi, anziché sforzi di giudizio analitico serio.
Del resto lo stesso avviene sulla guerra in Ucraina, dove qualsiasi analisi oggettiva degli interessi – e persino dei combattimenti – in campo viene liquidata come “putinismo”, fino a certe curiose esibizioni di “comprensione antifa” per un governo infestato di nazisti rei confessi.
Nella “sinistra radicale” italiana, non da oggi, sembra andata perduta la capacità di analizzare i fenomeni in modo “scientifico” per poi poter prendere una “posizione” autonoma. E quindi anche efficace.
Qualsiasi sia il tema, lo “stile” della discussione è ridotto all’ansia di “schierarsi” pro o contro. E le poche notazioni sul merito concreto vengono portate più per giustificare un posizionamento istantaneo che non come argomentazione agganciata a molte altre. L’esempio limite è ormai una barzelletta da meme: “la sinistra riparta da...”. Che equivale a “io sto con...”
Da queste parti invece preferiamo “l’analisi concreta della situazione concreta”, che ci appare l’unico modo di orientarsi in un mondo in cui molte vecchie categorie politiche – in testa a tutte “sinistra”, ma anche “pensiero liberale” o “democrazia” – nella realtà quotidiana hanno perso le proprie caratteristiche fondamentali e quindi la propria riconoscibilità.
Se può esistere una gang che si autonomina “sinistra per Israele” avete la misura dell’enormità dei rovesciamenti logici o culturali avvenuti. Del resto, quanto ad ossimori, ormai c’è l’inflazione. Avevano cominciato con “guerra umanitaria” e di lì in poi si è potuto dire di tutto per significare il contrario...
Torniamo perciò a Zhoran Mamdani e al “socialismo democratico” statunitense attuale.
È verissimo che il programma con cui ha vinto – affitti calmierati, ristoranti o mense popolari, trasporti gratuiti, tasse più alte ai ricchi (a New York c’è Wall Street, mica bruscolini...), ecc. – è quasi più moderato dei democristianissimi “piani Fanfani” degli anni ‘60. Se appare “rivoluzionario” è solo perché gli States e tutto l’Occidente neoliberista ormai sono strutturati sul dominio totale dell’impresa privata e sulla negazione pressoché assoluta di qualsiasi welfare per le “masse popolari”. Anche l’elemosina viene bollata come “comunista”...
È verissimo pure che buona parte di quel programma non è realizzabile, o perlomeno di difficile attuazione. Per esempio, la tassazione compete in parte al governo federale e in parte a quello statale (gli Usa sono composti da 50 “Stati”), ma non al sindaco.
È altrettanto verissimo che – contraddicendo il suo dichiarato “socialismo” – ha definito i leader Maduro e Diaz Canel come “dittatori”, come un Biden o un Trump qualsiasi.
Ma è altrettanto vero che sul genocidio dei palestinesi non è stato ambiguo, anzi persino un po’ sbrasone (“se viene Netanyhau a New York lo facciamo arrestare”). E comunque a sostenerlo c’è un blocco sociale metropolitano fatto sostanzialmente dalle classi povere, dagli immigrati da poco naturalizzati (e magari a rischio espulsione violenta da parte dell’Ice), da quel ceto medio-basso che nella città più cara del mondo o quasi vive arrabattandosi per mettere insieme il pranzo con la cena.
Contraddizioni evidenti.
Ma la realtà è contraddittoria, sempre. Anzi. La contraddizione è l’anima dei processi reali, prima ancora che della dialettica materialistica. Mentre nel mondo delle idee (quelle sbagliate, almeno) tutto procede linearmente, senza ostacoli rilevanti se non le idee contrapposte, che vanno ovviamente a quel punto “combattute” o ignorate.
Cosa vuol dire? In primo luogo che Mamdani o il “socialismo democratico statunitense” non possono costituire il “nostro ideale” di riferimento, per cui tifare, entusiasmarci, ecc. In secondo luogo che la loro avanzata è però una rottura con l’ordine stabilito negli Usa, ovvero con l’establishment bipartisan – “dem” o “repubblicano perbene” (si fa per dire...) – che domina da sempre.
È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem.
È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il “sentore”, non ancora la piena consapevolezza, che “socialismo” – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro.
È perciò l’altra faccia della risposta trumpiana alla stessa crisi – “tutto il potere al capitalismo delle piattaforme”, e alle criptovalute che nascondano l’insostenibilità del dollaro, al capitalismo finanziario e al complesso militare-industriale.
Che ci sia quest’altra risposta, che si rompa il monopolio trumpiano sulla politica e la “cultura di massa”; che si rompa (lo dimostra Andrew Cuomo, battuto anche come “indipendente”) il controllo dell’establishment “dem”, che si radicalizzi il conflitto politico e sociale interno, è insomma positivo.
Non perché ci si debba attendere “il sol dell’avvenire” da una singola vittoria socialdemocratica. Ma perché, per il resto del mondo, i regimi imperiali internamente “solidi” sono molto più pericolosi di quelli con problemi di consenso e governabilità.
Questo se, dalle nostre parti, non ci si limita a “fare il tifo” o “coltivare la speranza”, ma se ci si organizza e mobilita per cambiare tutto.
È un altro gioco. Non si fa alla tastiera, ma nelle strade, tra la nostra gente, tra quelli che si arrabattano per mettere insieme il pranzo con la cena. È uno “sport” da praticare, non da guardare e tifare...
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05/11/2025
Il “socialista islamico” Mamdani sindaco di New York
Si approfondisce di molto il solco che divide la società statunitense, mentre la crisi di egemonia diventa ogni giorno più evidente anche agli ascari euro-atlantici.
Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato il primo sindaco musulmano e socialista della città. Ha superato il 50% dei voti, smentendo i sondaggi che lo davano – sì – in netto vantaggio, ma con circa 10 punti di meno.
Che è poi la quota cui si è fermato Andrew Cuomo, ex governatore “dem” dello Stato omonimo e tipico esponente dell’establishment bipartisan che aveva dominato la politica Usa prima dell’avvento di Donad Trump. Definirlo tale non è una “cattiveria estremista”, ma una semplice constatazione. Lo stesso Trump, infatti, aveva invitato a votare per lui abbandonando il candidato repubblicano ufficiale, Curtis Sliwa, che non è arrivato neanche al 10%.
Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair, è nato in Uganda, paese natale del padre, e dunque non potrà mai essere candidabile alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua vittoria nella città più importante e simbolica degli Usa segna chiaramente la direzione che può prendere l’opposizione interna al tycoon e alla banda “Maga”, apertamente razzista e nostalgica dei “confederati” sconfitti ai tempi della guerra di secessione, nell’’800.
Pur essendo infatti da sempre una città “dem”, nonché la città in cui è nato e si è “formato” lo stesso Trump, la chiave di volta per amministrarla era sempre stata il rispetto servile per il grande capitalismo finanziario (Wall Street è lì...), la principale ragione della ricchezza di New York nonché – per logica conseguenza – dei suoi prezzi folli per abitazioni, servizi, alimentazione, e qualsiasi altra cosa.
Una città, in sintesi, dove la forbice della disuguaglianza sociale si è mostrata in tutta la sua crescente ampiezza, al pari di quanto è avvenuto nell’altra grande metropoli simbolo – Los Angeles – dove convivono allegramente i grattacieli del business e gli accampamenti di tende dei senza casa.
E proprio casa, servizi, bus gratis, supermercati comunali, e più tasse ai ricchi hanno costituito il cuore del programma politico di Mamdani, consentendogli di mobilitare decine di migliaia di volontari che gli hanno permesso di vincere prima le primarie “dem”, sconfiggendo proprio Cuomo, e poi di trionfare nelle elezioni di ieri.
La sua elezioni, insomma, certifica che la “radicalizzazione” dell’opposizione popolare può sovvertire un quadro politico segnato dalla presa “populista-reazionaria” Maga e dall’affarismo ormai squalificato dell’establishment bipartisan (sia democratico che repubblicano in stile Dick Cheney, opportunamente e simbolicamente deceduto proprio mentre si votava).
Basterebbe notare, in aggiunta, che New York è anche stata il teatro dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, e quindi la scintilla della “guerra infinita al terrorismo islamico”. Per una bizzarra coincidenza, a 24 anni di distanza un musulmano diventa sindaco mentre un esponente di rilievo di Al Qaeda e poi dell’Isis – il “presidente” della Siria, Al Jolani – sta per essere ricevuto alla Casa Bianca. In effetti, parecchi schemi mentali stanno volando in frantumi...
Una prima conseguenza immediata è verificabile anche nelle contemporanee elezioni dei governatori in New Jersey (altra tradizionale roccaforte “dem”) e in Virginia, swing state sempre ballerino tra i due schieramenti. In entrambi i casi hanno vinto due donne, peraltro molto diverse tra loro.
In Virginia si è imposta la 46enne Abigail Spanberger, ex agente operativo della Cia (decisamente “establisment”, e del peggiore), mentre nel New Jersey – alle porte di New York e con una composizione sociale abbastanza simile – ha vinto Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sud asiatica a ricoprire un incarico statale nell’Old Dominion State.
Come si vede, la “linea del colore”, dell’appartenenza etnica e religiosa, stanno diventando non solo – e in negativo – una caratteristica fondativa della nuova identità reazionaria Maga, ma – in positivo – anche per la ricostruzione di un’identità “democratica e progressista”, addirittura “socialista” in qualche caso.
Gli Stati Uniti vedono insomma crescere contemporaneamente le fobie suprematiste bianche che hanno dato fiato alla scalata del trumpismo e le speranze di trasformare quel paese in un luogo più corrispondente agli ideali scritti sulla sua carta fondamentale.
Sono due programmi e linee di evoluzione completamente differenti che sembrano destinate ad alimentare il conflitto sociale e politico interno. E forse anche ad indebolire la “presa” e la pretesa imperiale sul resto del mondo (che si presenta peraltro assai meno debole di quanto non fosse in passato).
Fonte
Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato il primo sindaco musulmano e socialista della città. Ha superato il 50% dei voti, smentendo i sondaggi che lo davano – sì – in netto vantaggio, ma con circa 10 punti di meno.
Che è poi la quota cui si è fermato Andrew Cuomo, ex governatore “dem” dello Stato omonimo e tipico esponente dell’establishment bipartisan che aveva dominato la politica Usa prima dell’avvento di Donad Trump. Definirlo tale non è una “cattiveria estremista”, ma una semplice constatazione. Lo stesso Trump, infatti, aveva invitato a votare per lui abbandonando il candidato repubblicano ufficiale, Curtis Sliwa, che non è arrivato neanche al 10%.
Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair, è nato in Uganda, paese natale del padre, e dunque non potrà mai essere candidabile alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua vittoria nella città più importante e simbolica degli Usa segna chiaramente la direzione che può prendere l’opposizione interna al tycoon e alla banda “Maga”, apertamente razzista e nostalgica dei “confederati” sconfitti ai tempi della guerra di secessione, nell’’800.
Pur essendo infatti da sempre una città “dem”, nonché la città in cui è nato e si è “formato” lo stesso Trump, la chiave di volta per amministrarla era sempre stata il rispetto servile per il grande capitalismo finanziario (Wall Street è lì...), la principale ragione della ricchezza di New York nonché – per logica conseguenza – dei suoi prezzi folli per abitazioni, servizi, alimentazione, e qualsiasi altra cosa.
Una città, in sintesi, dove la forbice della disuguaglianza sociale si è mostrata in tutta la sua crescente ampiezza, al pari di quanto è avvenuto nell’altra grande metropoli simbolo – Los Angeles – dove convivono allegramente i grattacieli del business e gli accampamenti di tende dei senza casa.
E proprio casa, servizi, bus gratis, supermercati comunali, e più tasse ai ricchi hanno costituito il cuore del programma politico di Mamdani, consentendogli di mobilitare decine di migliaia di volontari che gli hanno permesso di vincere prima le primarie “dem”, sconfiggendo proprio Cuomo, e poi di trionfare nelle elezioni di ieri.
La sua elezioni, insomma, certifica che la “radicalizzazione” dell’opposizione popolare può sovvertire un quadro politico segnato dalla presa “populista-reazionaria” Maga e dall’affarismo ormai squalificato dell’establishment bipartisan (sia democratico che repubblicano in stile Dick Cheney, opportunamente e simbolicamente deceduto proprio mentre si votava).
Basterebbe notare, in aggiunta, che New York è anche stata il teatro dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, e quindi la scintilla della “guerra infinita al terrorismo islamico”. Per una bizzarra coincidenza, a 24 anni di distanza un musulmano diventa sindaco mentre un esponente di rilievo di Al Qaeda e poi dell’Isis – il “presidente” della Siria, Al Jolani – sta per essere ricevuto alla Casa Bianca. In effetti, parecchi schemi mentali stanno volando in frantumi...
Una prima conseguenza immediata è verificabile anche nelle contemporanee elezioni dei governatori in New Jersey (altra tradizionale roccaforte “dem”) e in Virginia, swing state sempre ballerino tra i due schieramenti. In entrambi i casi hanno vinto due donne, peraltro molto diverse tra loro.
In Virginia si è imposta la 46enne Abigail Spanberger, ex agente operativo della Cia (decisamente “establisment”, e del peggiore), mentre nel New Jersey – alle porte di New York e con una composizione sociale abbastanza simile – ha vinto Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sud asiatica a ricoprire un incarico statale nell’Old Dominion State.
Come si vede, la “linea del colore”, dell’appartenenza etnica e religiosa, stanno diventando non solo – e in negativo – una caratteristica fondativa della nuova identità reazionaria Maga, ma – in positivo – anche per la ricostruzione di un’identità “democratica e progressista”, addirittura “socialista” in qualche caso.
Gli Stati Uniti vedono insomma crescere contemporaneamente le fobie suprematiste bianche che hanno dato fiato alla scalata del trumpismo e le speranze di trasformare quel paese in un luogo più corrispondente agli ideali scritti sulla sua carta fondamentale.
Sono due programmi e linee di evoluzione completamente differenti che sembrano destinate ad alimentare il conflitto sociale e politico interno. E forse anche ad indebolire la “presa” e la pretesa imperiale sul resto del mondo (che si presenta peraltro assai meno debole di quanto non fosse in passato).
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24/07/2025
Modello Milano: si chiama "capitalismo"
Non ho letto né ho intenzione di leggere le carte dell'inchiesta milanese. Ancor meno ho intenzione di addentrarmi nel solito ginepraio di bla bla sul rapporto fra procure e istituzioni, nella solita rissa fra giustizialisti e (presunti) garantisti, nella solita guerriglia fra destre e sinistre di governo entrambe conniventi con il sistema economico e finanziario in questione.
È ora, davvero, di "semplificare": non l'urbanistica, ma il dibattito politico e culturale. Il cosiddetto "modello Milano", strombazzato da destra e da manca e a destra e a manca da un paio di decenni in qua, è un modello fondato sulla rendita immobiliare e finanziaria, sul mantra assoluto della "attrazione di capitali", sulla deregolamentazione impudente, sulla trasformazione delle città in dispositivi spietati della produzione di ricchezza per pochi (i soliti ricchi, e gli arricchiti sulla base del suddetto modello), sulla espulsione violenta dei ceti popolari e dei ceti medi dai centri storici e dai quartieri vivibili. In breve, sulla distruzione della civiltà urbana – ingrediente non secondario della tanto strombazzata "identità italiana".
Questo modello ha egemonizzato, ben oltre Milano, la visione e l'amministrazione di tutte le principali città italiane, saldandosi con il suo modello gemello, quello basato sulla turisticizzazione forzata delle città d'arte, dei borghi gentrificabili e di tutto il territorio rapinabile. La questione non è morale, è politica ed economico-politica, e si chiama capitalismo (neoliberale), un nome che è scomparso dal lessico della sinistra ufficiale: o ricompare, o la sinistra ufficiale continuerà a essere un niente.
Aggiunta non marginale. C'è stato un tempo, anni '60 e '70, in cui l'urbanistica era una disciplina progressista, e in versione riformista o rivoluzionaria lavorava a fianco della sinistra, riformista e rivoluzionaria. La sparizione dell'urbanistica prima, e poi la sua trasformazione in alleata del sistema della rendita immobiliare e finanziaria, è un pezzo non secondario della storia culturale dell'Italia dell’ultimo secolo. Bisogna ricostruire l'alleanza fra una politica e un'urbanistica riformatrici, se non rivoluzionarie. E oltre Milano, bisogna guardare a New York. Dove lo stesso modello drogato di crescita verticale, produzione di ricchezza stratosferica per pochi ed espulsione di massa degli abitanti sta già arrivando al capolinea. Qualcuno se n'è accorto, si chiama Zohran Mamdani e a 33 anni, invocando il ritorno a una città vivibile e accessibile, ha sbaragliato Cuomo alle primarie dem. Non c'è solo Trump nel nostro futuro.
Fonte
È ora, davvero, di "semplificare": non l'urbanistica, ma il dibattito politico e culturale. Il cosiddetto "modello Milano", strombazzato da destra e da manca e a destra e a manca da un paio di decenni in qua, è un modello fondato sulla rendita immobiliare e finanziaria, sul mantra assoluto della "attrazione di capitali", sulla deregolamentazione impudente, sulla trasformazione delle città in dispositivi spietati della produzione di ricchezza per pochi (i soliti ricchi, e gli arricchiti sulla base del suddetto modello), sulla espulsione violenta dei ceti popolari e dei ceti medi dai centri storici e dai quartieri vivibili. In breve, sulla distruzione della civiltà urbana – ingrediente non secondario della tanto strombazzata "identità italiana".
Questo modello ha egemonizzato, ben oltre Milano, la visione e l'amministrazione di tutte le principali città italiane, saldandosi con il suo modello gemello, quello basato sulla turisticizzazione forzata delle città d'arte, dei borghi gentrificabili e di tutto il territorio rapinabile. La questione non è morale, è politica ed economico-politica, e si chiama capitalismo (neoliberale), un nome che è scomparso dal lessico della sinistra ufficiale: o ricompare, o la sinistra ufficiale continuerà a essere un niente.
Aggiunta non marginale. C'è stato un tempo, anni '60 e '70, in cui l'urbanistica era una disciplina progressista, e in versione riformista o rivoluzionaria lavorava a fianco della sinistra, riformista e rivoluzionaria. La sparizione dell'urbanistica prima, e poi la sua trasformazione in alleata del sistema della rendita immobiliare e finanziaria, è un pezzo non secondario della storia culturale dell'Italia dell’ultimo secolo. Bisogna ricostruire l'alleanza fra una politica e un'urbanistica riformatrici, se non rivoluzionarie. E oltre Milano, bisogna guardare a New York. Dove lo stesso modello drogato di crescita verticale, produzione di ricchezza stratosferica per pochi ed espulsione di massa degli abitanti sta già arrivando al capolinea. Qualcuno se n'è accorto, si chiama Zohran Mamdani e a 33 anni, invocando il ritorno a una città vivibile e accessibile, ha sbaragliato Cuomo alle primarie dem. Non c'è solo Trump nel nostro futuro.
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03/07/2025
USA - Trump minaccia di arrestare il candidato newyorkese Mamdani (e forse di revocargli la cittadinanza)
Il 1° luglio Zohran Mamdani ha ufficialmente vinto le primarie del Partito Democratico per correre alla carica di sindaco della Grande Mela. Il sistema di conteggio dei voti è piuttosto complesso e lungo, ma per chiunque era ormai scontato che il giovane, di origini ugandese e indiane, e di religione musulmana, avesse vinto su Andrew Cuomo, l’ex governatore dello stato di New York.
Quello stesso giorno, i toni della guerra civile che si sviluppa sempre meno sotto traccia negli USA si sono fatti ancora più infuocati, con la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di arrestare Mamdani nel caso in cui, da sindaco di New York, si opponesse ai raid contro i migranti dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il tycoon ha aggiunto il solito spauracchio rosso, dicendo: “non abbiamo bisogno di un comunista in questo paese”. Ha affermato pure che “molte persone dicono che sia qui illegalmente”, facendo eco alle parole del deputato repubblicano Andy Ogles del Tennessee, il quale ha sostenuto che Mamdani avrebbe nascosto il proprio sostegno a organizzazioni terroristiche durante il processo di naturalizzazione.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sembra aver lasciato aperta la possibilità di un’indagine sulla cittadinanza di Mamdani. Il che ci parla di una società letteralmente a pezzi, in cui l’incapacità di esternalizzare le proprie contraddizioni con la guerra all’estero si riverbera in una guerra interna sempre più dura.
Mamdani non è un “comunista”, ma ha di certo un programma sociale capace di intercettare le gravi difficoltà vissute dalla maggioranza della popolazione della Grande Mela. A prescindere dal colore della pelle e dell’appartenenza etnica o religiosa. Le contraddizioni della società stelle-e-strisce sono esplose proprio lungo le linee di divisione ‘razziale’, come hanno mostrato i tumulti di Los Angeles.
Le fondamenta su cui gli Stati Uniti si sono basati per secoli, cioè sulla ‘messa a valore’ di chiunque arrivasse entro i propri confini – non senza che ci fossero pregiudizi e violenze razziste, certo, ma diventando così la patria di grandi scienziati, artisti, e così via – sono state minate definitivamente. La propaganda del melting pot si è infranta senza appello.
Bisogna però sottolineare anche un’altra dimensione, ancora più avanzata, della crisi materiale ed egemonica degli USA. Gli sfidanti di Mamdani saranno due. Uno è il repubblicano Curits Silwa, fondatore dei Guardian Angels, l’organizzazione no-profit formata da volontari che vogliono combattere il crimine, esprimendo una profonda cultura securitaria.
Ma l’altro è l’uscente Eric Adams, ex capitano della polizia di New York prima di diventarne il sindaco, che è stato protagonista degli atti repressivi che hanno segnato alcuni dei momenti più iconici delle proteste contro il sostegno al genocidio dei palestinesi, garantito dalle istituzioni statunitensi, a partire dallo sgombero della Hamilton Hall della Columbia University.
Mamdani è un giovane 33enne musulmano, unico tra i vari candidati che ha mostrato di non essere servile verso gli interessi della lobby sionista statunitense. In un’intervista, rispondendo alla domanda se difendesse i diritti di Israele in quanto stato ebraico, ha risposto che egli sostiene i diritti di stati in cui tutti hanno pari diritti, con un’evidente critica alla politica di apartheid perseguita da Tel Aviv.
Il movimento di solidarietà con la resistenza palestinese continua con forza da quasi due anni ormai; ha portato alla politicizzazione delle giovani generazioni, che si sono sentite sempre più distanti dalla classe dirigente del paese. Ciò è successo su temi completamente politici e di politica estera, che hanno a che vedere con il cuore della politica imperialista stelle-e-strisce.
Lo stesso è avvenuto anche in Europa, e in generale questo processo preoccupa i politici del finto bipolarismo, che – anche avessero risorse a disposizione – sanno che non c’è modo di mediare sul piano sociale una frattura che è tutta politica, e che non può essere riassorbita da un’egemonia culturale che si è sgretolata proprio col sostegno alla pulizia etnica dei palestinesi.
Un sostegno in cui vengono associati facilmente il colonialismo sionista e il razzismo delle politiche suprematiste di Trump. Per questo le elezioni che vedono protagonista Mamdani, pur non essendo un “comunista”, sono il segno di tempi che esprimono un passaggio epocale, con la corsa verso la totale disgregazione della società statunitense e la perdita della sua capacità di proiezione, militare ed egemonica, verso l’esterno.
Fonte
Quello stesso giorno, i toni della guerra civile che si sviluppa sempre meno sotto traccia negli USA si sono fatti ancora più infuocati, con la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di arrestare Mamdani nel caso in cui, da sindaco di New York, si opponesse ai raid contro i migranti dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il tycoon ha aggiunto il solito spauracchio rosso, dicendo: “non abbiamo bisogno di un comunista in questo paese”. Ha affermato pure che “molte persone dicono che sia qui illegalmente”, facendo eco alle parole del deputato repubblicano Andy Ogles del Tennessee, il quale ha sostenuto che Mamdani avrebbe nascosto il proprio sostegno a organizzazioni terroristiche durante il processo di naturalizzazione.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sembra aver lasciato aperta la possibilità di un’indagine sulla cittadinanza di Mamdani. Il che ci parla di una società letteralmente a pezzi, in cui l’incapacità di esternalizzare le proprie contraddizioni con la guerra all’estero si riverbera in una guerra interna sempre più dura.
Mamdani non è un “comunista”, ma ha di certo un programma sociale capace di intercettare le gravi difficoltà vissute dalla maggioranza della popolazione della Grande Mela. A prescindere dal colore della pelle e dell’appartenenza etnica o religiosa. Le contraddizioni della società stelle-e-strisce sono esplose proprio lungo le linee di divisione ‘razziale’, come hanno mostrato i tumulti di Los Angeles.
Le fondamenta su cui gli Stati Uniti si sono basati per secoli, cioè sulla ‘messa a valore’ di chiunque arrivasse entro i propri confini – non senza che ci fossero pregiudizi e violenze razziste, certo, ma diventando così la patria di grandi scienziati, artisti, e così via – sono state minate definitivamente. La propaganda del melting pot si è infranta senza appello.
Bisogna però sottolineare anche un’altra dimensione, ancora più avanzata, della crisi materiale ed egemonica degli USA. Gli sfidanti di Mamdani saranno due. Uno è il repubblicano Curits Silwa, fondatore dei Guardian Angels, l’organizzazione no-profit formata da volontari che vogliono combattere il crimine, esprimendo una profonda cultura securitaria.
Ma l’altro è l’uscente Eric Adams, ex capitano della polizia di New York prima di diventarne il sindaco, che è stato protagonista degli atti repressivi che hanno segnato alcuni dei momenti più iconici delle proteste contro il sostegno al genocidio dei palestinesi, garantito dalle istituzioni statunitensi, a partire dallo sgombero della Hamilton Hall della Columbia University.
Mamdani è un giovane 33enne musulmano, unico tra i vari candidati che ha mostrato di non essere servile verso gli interessi della lobby sionista statunitense. In un’intervista, rispondendo alla domanda se difendesse i diritti di Israele in quanto stato ebraico, ha risposto che egli sostiene i diritti di stati in cui tutti hanno pari diritti, con un’evidente critica alla politica di apartheid perseguita da Tel Aviv.
Il movimento di solidarietà con la resistenza palestinese continua con forza da quasi due anni ormai; ha portato alla politicizzazione delle giovani generazioni, che si sono sentite sempre più distanti dalla classe dirigente del paese. Ciò è successo su temi completamente politici e di politica estera, che hanno a che vedere con il cuore della politica imperialista stelle-e-strisce.
Lo stesso è avvenuto anche in Europa, e in generale questo processo preoccupa i politici del finto bipolarismo, che – anche avessero risorse a disposizione – sanno che non c’è modo di mediare sul piano sociale una frattura che è tutta politica, e che non può essere riassorbita da un’egemonia culturale che si è sgretolata proprio col sostegno alla pulizia etnica dei palestinesi.
Un sostegno in cui vengono associati facilmente il colonialismo sionista e il razzismo delle politiche suprematiste di Trump. Per questo le elezioni che vedono protagonista Mamdani, pur non essendo un “comunista”, sono il segno di tempi che esprimono un passaggio epocale, con la corsa verso la totale disgregazione della società statunitense e la perdita della sua capacità di proiezione, militare ed egemonica, verso l’esterno.
Fonte
26/06/2025
New York - Cuomo cede a Mamdani, l’outsider antisionista in corsa per la carica di sindaco
Un risultato elettorale che segna una svolta politica di eccezionale importanza per la città di New York. Nella notte, Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato e figura centrale del Partito Democratico newyorkese, ha ammesso la sconfitta alle primarie per la candidatura a sindaco, cedendo il passo a Zohran Mamdani, giovane deputato e membro dei Democratic Socialists of America. Una sorpresa clamorosa: Cuomo, fino a poche settimane fa favorito in quasi tutti i sondaggi, ha riconosciuto il vantaggio del suo avversario di oltre sette punti percentuali, con il 91% dei voti scrutinati.
“Stasera era la serata del deputato Mamdani”, ha dichiarato Cuomo ai suoi sostenitori. Tecnicamente, la corsa non è ancora chiusa. Il sistema elettorale di New York, basato sul voto a scelta multipla, prevede un conteggio progressivo in cui le preferenze degli elettori per i candidati eliminati vengono redistribuite. Ma con il terzo classificato, il revisore dei conti Brad Lander – ebreo progressista vicino a Mamdani – è molto probabile che la gran parte dei suoi voti residui vadano proprio a quest’ultimo, rendendo la rimonta di Cuomo praticamente impossibile.
Il risultato assume un significato politico più ampio per almeno due motivi. Il primo è l’identità politica di Mamdani: 33 anni, musulmano, figlio d’arte (sua madre è l’attrice indiana Mira Nair), attivista dichiaratamente antisionista, vicino ai movimenti per i diritti dei palestinesi, sostenitore del boicottaggio contro Israele e critico feroce del sionismo. Non ha mai nascosto di considerare la causa palestinese come centrale per il suo impegno pubblico, arrivando a promettere, nel corso della campagna, che se Benjamin Netanyahu dovesse mettere piede a New York, ne ordinerebbe l’arresto sulla base del mandato della Corte Penale Internazionale. Un gesto ovviamente simbolico – la CPI non ha giurisdizione negli Stati Uniti – ma che ha infiammato il dibattito.
Cuomo, consapevole della sensibilità del tema, aveva puntato con decisione sul voto ebraico, frequentando sinagoghe, partecipando ad eventi della comunità e facendo leva sulla sua lunga storia di sostegno a Israele. Eppure, una parte importante dell’elettorato progressista ebraico, soprattutto tra i giovani, si è schierata su Mamdani, anche grazie al supporto di gruppi come Jewish Voice for Peace, Jews for Economic and Racial Justice e del braccio elettorale Jewish Vote. Un elemento chiave è stato anche il sostegno “a sinistra” di Lander, che pur definendosi sionista, ha deciso di appoggiare Mamdani, evidenziando la crescente spaccatura interna all’elettorato ebraico progressista.
Il secondo motivo per cui questa sconfitta scuote le fondamenta della politica newyorkese è il cambio di paradigma che rappresenta. Mamdani ha vinto con una campagna centrata su temi radicali: trasporti gratuiti, supermercati pubblici, blocco degli affitti, riforma radicale della polizia, giustizia economica e razziale. Ha utilizzato in modo abile i social network, mobilitato i giovani e intercettato un malcontento diffuso, specialmente nei quartieri a basso reddito. Le sue proposte considerate da molti impraticabili invece si sono dimostrare efficaci nel delineare una visione alternativa e coerente.
Mamdani, salvo sorprese clamorose, si prepara a diventare il primo sindaco musulmano della città. Un traguardo storico, ma anche l’inizio di una probabile stagione di tensioni politiche e sociali. Con la comunità ebraica divisa, la sinistra rafforzata e un’opinione pubblica polarizzata, il volto di New York potrebbe cambiare radicalmente.
Fonte
“Stasera era la serata del deputato Mamdani”, ha dichiarato Cuomo ai suoi sostenitori. Tecnicamente, la corsa non è ancora chiusa. Il sistema elettorale di New York, basato sul voto a scelta multipla, prevede un conteggio progressivo in cui le preferenze degli elettori per i candidati eliminati vengono redistribuite. Ma con il terzo classificato, il revisore dei conti Brad Lander – ebreo progressista vicino a Mamdani – è molto probabile che la gran parte dei suoi voti residui vadano proprio a quest’ultimo, rendendo la rimonta di Cuomo praticamente impossibile.
Il risultato assume un significato politico più ampio per almeno due motivi. Il primo è l’identità politica di Mamdani: 33 anni, musulmano, figlio d’arte (sua madre è l’attrice indiana Mira Nair), attivista dichiaratamente antisionista, vicino ai movimenti per i diritti dei palestinesi, sostenitore del boicottaggio contro Israele e critico feroce del sionismo. Non ha mai nascosto di considerare la causa palestinese come centrale per il suo impegno pubblico, arrivando a promettere, nel corso della campagna, che se Benjamin Netanyahu dovesse mettere piede a New York, ne ordinerebbe l’arresto sulla base del mandato della Corte Penale Internazionale. Un gesto ovviamente simbolico – la CPI non ha giurisdizione negli Stati Uniti – ma che ha infiammato il dibattito.
Cuomo, consapevole della sensibilità del tema, aveva puntato con decisione sul voto ebraico, frequentando sinagoghe, partecipando ad eventi della comunità e facendo leva sulla sua lunga storia di sostegno a Israele. Eppure, una parte importante dell’elettorato progressista ebraico, soprattutto tra i giovani, si è schierata su Mamdani, anche grazie al supporto di gruppi come Jewish Voice for Peace, Jews for Economic and Racial Justice e del braccio elettorale Jewish Vote. Un elemento chiave è stato anche il sostegno “a sinistra” di Lander, che pur definendosi sionista, ha deciso di appoggiare Mamdani, evidenziando la crescente spaccatura interna all’elettorato ebraico progressista.
Il secondo motivo per cui questa sconfitta scuote le fondamenta della politica newyorkese è il cambio di paradigma che rappresenta. Mamdani ha vinto con una campagna centrata su temi radicali: trasporti gratuiti, supermercati pubblici, blocco degli affitti, riforma radicale della polizia, giustizia economica e razziale. Ha utilizzato in modo abile i social network, mobilitato i giovani e intercettato un malcontento diffuso, specialmente nei quartieri a basso reddito. Le sue proposte considerate da molti impraticabili invece si sono dimostrare efficaci nel delineare una visione alternativa e coerente.
Mamdani, salvo sorprese clamorose, si prepara a diventare il primo sindaco musulmano della città. Un traguardo storico, ma anche l’inizio di una probabile stagione di tensioni politiche e sociali. Con la comunità ebraica divisa, la sinistra rafforzata e un’opinione pubblica polarizzata, il volto di New York potrebbe cambiare radicalmente.
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12/03/2025
USA - Migliaia in piazza a New York per chiedere la liberazione dello studente palestinese arrestato
Migliaia di attivisti hanno partecipato a una manifestazione di massa a New York per protestare contro l’arresto dello studente palestinese della Columbia University Mahmoud Khalil, trattenuto dagli ufficiali dell’immigrazione nell’ambito dei loro sforzi per deportarlo con l’accusa di aver partecipato ad attività “antisemite”, come le hanno descritte, durante il genocidio commesso da Israele contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza.
Ciò avviene alla luce del fatto che gli attivisti continuano a firmare petizioni elettroniche che chiedono l’immediata libertà dello studente Khalil, dato che più di due milioni di attivisti hanno firmato le petizioni che respingono il suo arresto e gli sforzi delle autorità locali di New York per deportarlo dagli Stati Uniti nonostante la sua presenza legale attraverso la “residenza permanente”.
La Corte federale di New York, davanti alla quale gli attivisti hanno manifestato, aveva deciso di impedire temporaneamente la deportazione dell’attivista palestinese Mahmoud Khalil, in attesa dell’udienza di mercoledì prossimo.
All’inizio di ieri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato, in risposta all’arresto di Mahmoud Khalil: “Questo è il primo arresto, e ce ne saranno altri”, riferendosi agli sforzi dell’amministrazione statunitense per arrestare altri studenti che hanno partecipato alle proteste universitarie contro la guerra israeliana al popolo palestinese negli ultimi due anni.
Fonte
Ciò avviene alla luce del fatto che gli attivisti continuano a firmare petizioni elettroniche che chiedono l’immediata libertà dello studente Khalil, dato che più di due milioni di attivisti hanno firmato le petizioni che respingono il suo arresto e gli sforzi delle autorità locali di New York per deportarlo dagli Stati Uniti nonostante la sua presenza legale attraverso la “residenza permanente”.
La Corte federale di New York, davanti alla quale gli attivisti hanno manifestato, aveva deciso di impedire temporaneamente la deportazione dell’attivista palestinese Mahmoud Khalil, in attesa dell’udienza di mercoledì prossimo.
All’inizio di ieri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato, in risposta all’arresto di Mahmoud Khalil: “Questo è il primo arresto, e ce ne saranno altri”, riferendosi agli sforzi dell’amministrazione statunitense per arrestare altri studenti che hanno partecipato alle proteste universitarie contro la guerra israeliana al popolo palestinese negli ultimi due anni.
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19/05/2024
La chat dei miliardari USA che spinse allo sgombero della Columbia
Il primo maggio il sindaco di New York ribadiva che l’intervento appena effettuato alla Columbia University si era reso necessario per il pericolo di ‘agitatori esterni’. Il Washington Post ha mostrato che gli unici ‘agitatori esterni’ erano i miliardari che pressavano per un’azione di polizia.
In un articolo che ha subito provocato un terremoto mediatico, Emmanuel Felton e Hannah Natanson hanno diffuso il contenuto di alcuni messaggi di una chat in cui erano presenti vari e importanti uomini d’affari statunitensi. Essi mostrano un vero e proprio tentativo organizzato di sostenere in patria la retorica sionista e la repressione dei manifestanti per la Palestina.
Le rivelazioni che hanno suscitato maggior scalpore, anche nella politica, sono quelle che vorrebbero una pressione diretta sul primo cittadino della Grande Mela per sgomberare la Hamilton Hall. Ma andiamo per ordine, perché c’è molto da dire su quello che questa chat rappresenta.
Appena dopo il 7 ottobre, il magnate immobiliare Barry Sternlicht ha aperto un gruppo su WhatsApp dal titolo “Israel Current Events”. Nel giro di poco tempo il numero di partecipanti è aumentato fino a più di 100, tutti molto “selezionati”, raccogliendo nomi importanti dell’imprenditoria e della finanza d’oltreoceano.
Tra loro vi è l’ex amministratore delegato di Starbucks, Howard Schultz; Michael Dell, fondatore dell’omonima multinazionale dei computer; Joshua Kushner di Thrive Capital, imparentato tramite il fratello Jared con Donald Trump. In tutto, vi sono 12 miliardari che compaiono nella lista dei 100 uomini più ricchi al mondo che Forbes stila ogni anno.
Una fonte anonima ha confermato al giornale che la chat è stata chiusa pochi giorni fa perché non rispondeva più agli obiettivi per cui era stata creata, oltre al fatto che i partecipanti iniziali erano inattivi.
Quali erano gli scopi all’origine del gruppo WhatsApp?
Un collaboratore di Sternlicht scriveva nella chat che il fine del loro lavoro doveva essere “aiutare a vincere la guerra” dell’opinione pubblica a stelle e strisce, mentre Israele “vince la guerra fisica”. Bisognava “cambiare la narrativa” per aiutare la diplomazia di Israele.
Nel gruppo viene messa in evidenza l’impegno dello stesso Sternlicht, che ha finanziato una campagna di informazione contro Hamas del valore di 50 milioni di dollari, insieme ad altri miliardari di Wall Street e Hollywood. Ma come suggerisce il Washington Post stesso, l’attivismo di chi era in chat è però andato ben oltre.
Alcuni suoi membri si sono incontrati con l’ex primo ministro di Tel Aviv Naftali Bennet e con Benny Gantz, parte del gabinetto di guerra. Altri hanno aiutato Israele a realizzare un documentario dalle riprese delle bodycam dei militari impegnati negli scontri del 7 ottobre, pressando poi per presentarlo anche ad Harvard.
A proposito di università, è proprio il coinvolgimento della chat negli eventi della Columbia che ha suscitato l’attenzione maggiore. Mentre il sindaco di New York ha ribadito più volte che la sua preoccupazione era la presenza di soggetti esterni che potevano in qualche modo fomentare il ‘terrorismo’, con l’articolo è venuto fuori che dall’esterno è arrivata solo la repressione.
Infatti, molti dei membri del gruppo erano preoccupati dell’ostinazione dei solidali con i palestinesi, già sgomberati dall’università il 18 aprile e tornati più determinati di prima. E così hanno deciso di mettersi in contatto diretto col primo cittadino della Grande Mela per offrire il loro aiuto.
Il Washington Post riporta che già all’inizio di aprile qualcuno della chat aveva fatto una donazione di 2.100 dollari ad Adams (il massimo consentito per legge). Un link per il sostegno economico al sindaco è stato condiviso, senza però che ci sia modo di dimostrare se siano seguiti altri contributi.
Altri si sono poi offerti di pagare compagnie investigative private per aiutare la polizia di New York contro gli studenti della Columbia, proposta che secondo le fonti sarebbe stata accettata, ma che è stata poi smentita dall’amministrazione cittadina (neanche avrebbe potuto confermarla, comunque...). Ad ogni modo, il sindaco Adams ha di certo mostrato una notevole attenzione a questa chat.
In essa, infatti, il 26 aprile è arrivato pure il link Zoom per un incontro online a cui Adams ha partecipato, pochi giorni prima dello sgombero. A seguire i messaggi nel gruppo, durante il confronto si è parlato ancora di donazioni elettorali e di premere su Minouche Shafik, presidente della Columbia, per chiedere l’intervento della polizia.
La maggioranza dei docenti della facoltà di Arts and Sciences ha affermato, con una votazione, l’assoluta mancanza di fiducia verso la Shafik proprio per la sua gestione delle proteste.
La rottura era già cominciata con il beneplacito dato alla criminalizzazione degli studenti nell’audizione della presidente di fronte alla Commissione per l’istruzione e la forza lavoro della Camera, il 17 aprile.
Fabrien Levy, portavoce alle comunicazioni di Adams, ha dichiarato che le notizie contenute nell’articolo sono false, accusando gli autori di ripetere tipici stereotipi antisemiti. Ma è lui ad aver messo in risalto l’origine ebraica di molti nomi citati nell’articolo, mentre ha completamente glissato sul nodo dei rapporti economici col sindaco della Grande Mela, punto centrale del pezzo.
Levy ricorda poi che le due volte che le forze dell’ordine sono entrate alla Columbia, lo hanno fatto su richiesta scritta dell’università stessa. Ma non ha avuto modo di confutare in alcun modo il fatto che i vertici dell’ateneo abbiano subito forti pressioni in tal senso.
Dopo l’incontro Zoom con i membri della chat, il sindaco ha parlato in un programma radiofonico affermando che stava invitando le amministrazioni universitarie ad assumere una linea dura con le proteste. Se aggiungiamo che la dirigente dell’antiterrorismo che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini è anche una docente della Columbia, il quadro si completa da solo.
Insomma, se l’obiettivo del gruppo WhatsApp era “cambiare la narrativa”, ci sono riusciti, ma in direzione opposta a quella sperata: questa ennesima rivelazione sgretola ogni residua legittimazione della repressione di chi è solidale con la resistenza palestinese.
E soprattutto, si mostra in maniera sempre più evidente come ci sia un filo diretto tra Tel Aviv, la conduzione del massacro a Gaza, e la “guerra interna” ai movimenti pacifisti e di protesta contro il genocidio. Un filo di direzione diretta della repressione da parte dei vertici sionisti, fino agli agguati terroristici contro i solidali.
Questo sì che dovrebbe preoccupare gli apparati di sicurezza...
Fonte
In un articolo che ha subito provocato un terremoto mediatico, Emmanuel Felton e Hannah Natanson hanno diffuso il contenuto di alcuni messaggi di una chat in cui erano presenti vari e importanti uomini d’affari statunitensi. Essi mostrano un vero e proprio tentativo organizzato di sostenere in patria la retorica sionista e la repressione dei manifestanti per la Palestina.
Le rivelazioni che hanno suscitato maggior scalpore, anche nella politica, sono quelle che vorrebbero una pressione diretta sul primo cittadino della Grande Mela per sgomberare la Hamilton Hall. Ma andiamo per ordine, perché c’è molto da dire su quello che questa chat rappresenta.
Appena dopo il 7 ottobre, il magnate immobiliare Barry Sternlicht ha aperto un gruppo su WhatsApp dal titolo “Israel Current Events”. Nel giro di poco tempo il numero di partecipanti è aumentato fino a più di 100, tutti molto “selezionati”, raccogliendo nomi importanti dell’imprenditoria e della finanza d’oltreoceano.
Tra loro vi è l’ex amministratore delegato di Starbucks, Howard Schultz; Michael Dell, fondatore dell’omonima multinazionale dei computer; Joshua Kushner di Thrive Capital, imparentato tramite il fratello Jared con Donald Trump. In tutto, vi sono 12 miliardari che compaiono nella lista dei 100 uomini più ricchi al mondo che Forbes stila ogni anno.
Una fonte anonima ha confermato al giornale che la chat è stata chiusa pochi giorni fa perché non rispondeva più agli obiettivi per cui era stata creata, oltre al fatto che i partecipanti iniziali erano inattivi.
Quali erano gli scopi all’origine del gruppo WhatsApp?
Un collaboratore di Sternlicht scriveva nella chat che il fine del loro lavoro doveva essere “aiutare a vincere la guerra” dell’opinione pubblica a stelle e strisce, mentre Israele “vince la guerra fisica”. Bisognava “cambiare la narrativa” per aiutare la diplomazia di Israele.
Nel gruppo viene messa in evidenza l’impegno dello stesso Sternlicht, che ha finanziato una campagna di informazione contro Hamas del valore di 50 milioni di dollari, insieme ad altri miliardari di Wall Street e Hollywood. Ma come suggerisce il Washington Post stesso, l’attivismo di chi era in chat è però andato ben oltre.
Alcuni suoi membri si sono incontrati con l’ex primo ministro di Tel Aviv Naftali Bennet e con Benny Gantz, parte del gabinetto di guerra. Altri hanno aiutato Israele a realizzare un documentario dalle riprese delle bodycam dei militari impegnati negli scontri del 7 ottobre, pressando poi per presentarlo anche ad Harvard.
A proposito di università, è proprio il coinvolgimento della chat negli eventi della Columbia che ha suscitato l’attenzione maggiore. Mentre il sindaco di New York ha ribadito più volte che la sua preoccupazione era la presenza di soggetti esterni che potevano in qualche modo fomentare il ‘terrorismo’, con l’articolo è venuto fuori che dall’esterno è arrivata solo la repressione.
Infatti, molti dei membri del gruppo erano preoccupati dell’ostinazione dei solidali con i palestinesi, già sgomberati dall’università il 18 aprile e tornati più determinati di prima. E così hanno deciso di mettersi in contatto diretto col primo cittadino della Grande Mela per offrire il loro aiuto.
Il Washington Post riporta che già all’inizio di aprile qualcuno della chat aveva fatto una donazione di 2.100 dollari ad Adams (il massimo consentito per legge). Un link per il sostegno economico al sindaco è stato condiviso, senza però che ci sia modo di dimostrare se siano seguiti altri contributi.
Altri si sono poi offerti di pagare compagnie investigative private per aiutare la polizia di New York contro gli studenti della Columbia, proposta che secondo le fonti sarebbe stata accettata, ma che è stata poi smentita dall’amministrazione cittadina (neanche avrebbe potuto confermarla, comunque...). Ad ogni modo, il sindaco Adams ha di certo mostrato una notevole attenzione a questa chat.
In essa, infatti, il 26 aprile è arrivato pure il link Zoom per un incontro online a cui Adams ha partecipato, pochi giorni prima dello sgombero. A seguire i messaggi nel gruppo, durante il confronto si è parlato ancora di donazioni elettorali e di premere su Minouche Shafik, presidente della Columbia, per chiedere l’intervento della polizia.
La maggioranza dei docenti della facoltà di Arts and Sciences ha affermato, con una votazione, l’assoluta mancanza di fiducia verso la Shafik proprio per la sua gestione delle proteste.
La rottura era già cominciata con il beneplacito dato alla criminalizzazione degli studenti nell’audizione della presidente di fronte alla Commissione per l’istruzione e la forza lavoro della Camera, il 17 aprile.
Fabrien Levy, portavoce alle comunicazioni di Adams, ha dichiarato che le notizie contenute nell’articolo sono false, accusando gli autori di ripetere tipici stereotipi antisemiti. Ma è lui ad aver messo in risalto l’origine ebraica di molti nomi citati nell’articolo, mentre ha completamente glissato sul nodo dei rapporti economici col sindaco della Grande Mela, punto centrale del pezzo.
Levy ricorda poi che le due volte che le forze dell’ordine sono entrate alla Columbia, lo hanno fatto su richiesta scritta dell’università stessa. Ma non ha avuto modo di confutare in alcun modo il fatto che i vertici dell’ateneo abbiano subito forti pressioni in tal senso.
Dopo l’incontro Zoom con i membri della chat, il sindaco ha parlato in un programma radiofonico affermando che stava invitando le amministrazioni universitarie ad assumere una linea dura con le proteste. Se aggiungiamo che la dirigente dell’antiterrorismo che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini è anche una docente della Columbia, il quadro si completa da solo.
Insomma, se l’obiettivo del gruppo WhatsApp era “cambiare la narrativa”, ci sono riusciti, ma in direzione opposta a quella sperata: questa ennesima rivelazione sgretola ogni residua legittimazione della repressione di chi è solidale con la resistenza palestinese.
E soprattutto, si mostra in maniera sempre più evidente come ci sia un filo diretto tra Tel Aviv, la conduzione del massacro a Gaza, e la “guerra interna” ai movimenti pacifisti e di protesta contro il genocidio. Un filo di direzione diretta della repressione da parte dei vertici sionisti, fino agli agguati terroristici contro i solidali.
Questo sì che dovrebbe preoccupare gli apparati di sicurezza...
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23/12/2023
A New York si sono incontrati i paesi che non vogliono le armi nucleari. L’Italia dov'era?
Pochi giorni fa New York si sono incontrati i paesi che vogliono abbandonare la strada delle armi nucleari e per farlo hanno firmato il TPNW, il trattato per la proibizione delle armi nucleari.
Insieme a Sandro Ciani, presente alla conferenza, facciamo il punto della situazione, fra incoraggianti segnali provenienti da molte popolazioni e radicata ostilità di alcuni Governi che ostacolano il processo di disarmo.
È New York la casa del TPNW, il trattato per la proibizione delle armi nucleari, il primo trattato internazionale della storia che è legalmente vincolante rispetto a questo tema.
Dopo averlo adottato nel 2017, i Paesi firmatari hanno deciso di incontrarsi regolarmente per proseguire il percorso verso la denuclearizzazione. Dal 27 novembre al primo dicembre 2023 presso il Consiglio di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite si è tenuto l’ultimo incontro del TPNW.
Fra i partecipanti anche Sandro Ciani in rappresentanza di Mondo Senza Guerre e Senza Violenza e di Disarmisti Esigenti, che ha seguito i lavori come membro di ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale – che è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TPNW.
Quali sono stati i soggetti che hanno preso parte ai lavori?
Ai lavori hanno preso parte un centinaio di Paesi, ossia 59 Stati parte, 11 Stati firmatari e 35 Paesi osservatori, dei quali una novantina ha contribuito in modo dinamico e impegnato all’incontro. I due temi principali hanno riguardato lo stato di implementazione del trattato – assistenza alle vittime e bonifica ambientale, cooperazione e assistenza internazionale, universalizzazione, eccetera – e il suo allargamento anche verso gli attuali Stati nucleari aderenti al TNP, Trattato di non Proliferazione.
Gli obiettivi fondamentali?
Il raggiungimento di tali obiettivi necessita il coinvolgimento degli Stati, ma anche di tutti gli organismi internazionali e della società civile impegnati nell’abolizione di tali armamenti quali il Comitato internazionale della Croce Rossa, l’ICAN e i suoi membri associati e tutte le parti interessate.
Per la prima volta è stato insediato anche un comitato di esperti scientifici allo scopo di valutare gli impatti umanitari causati da tali armi: sulla base del loro report sono state presentate nuove prove scientifiche, anche sugli effetti in cascata dell´uso di tali armi sulle forniture alimentari, sul sistema finanziario e sulle forniture energetiche.
Si è trattato di porre fine ai rapporti di finanziamento con l’industria delle armi nucleari?
Questi studi hanno spinto più di 90 investitori, che rappresentano oltre 1.000 miliardi di dollari di asset in gestione, a incoraggiare gli Stati a collaborare con la comunità finanziaria per rafforzare ulteriormente le norme e gli obiettivi del trattato, anche per porre fine ai rapporti di finanziamento con l’industria delle armi nucleari.
Una dichiarazione congiunta approvata da 26 organizzazioni guidate da comunità colpite dal nucleare e sostenuta da altre 45 organizzazioni alleate afferma: “Abbiamo il diritto e la responsabilità di parlare delle conseguenze reali delle armi nucleari… Chiediamo agli Stati parti del TPNW di spingere incessantemente per la sua universalizzazione”.
Per il secondo anno consecutivo L’Italia ha declinato tale invito
Le molteplici note positive devono riscontrare la consueta presa di posizione degli attuali Stati nucleari e dei loro alleati nei confronti del TPNW, già riscontrata anche nel primo incontro degli Stati parte tenutosi a Vienna nel giugno 2022.
In genere essi rifiutano di partecipare come Paesi osservatori – l´Italia per il secondo anno consecutivo ha declinato incomprensibilmente tale invito – oppure assistono senza poter iniziare un reale percorso di avvicinamento che porti alla firma e alla successiva ratifica del trattato, ma riscontrano interesse nel trattato stesso.
In cosa consiste la cosiddetta politica di “deterrenza nucleare”?
La maggior parte dei Paesi osservatori è all’interno della cosiddetta politica di “deterrenza nucleare”, che durante i lavori in questione è stata chiaramente additata come la principale minaccia sia alla sicurezza umana al fine di scongiurare un’apocalisse nucleare per errore, volontà o sabotaggio sia come un ostacolo al progresso verso il disarmo nucleare.
Qual è il ruolo della NATO?
L’adesione al trattato da parte dei Paesi membri della NATO, ad esempio, deve avvenire attraverso la volontà della cittadinanza, senza alcun veto da parte della NATO stessa o di altri organismi internazionali. Questo per rispondere alle dichiarazioni da parte di alcuni Paesi Europei invitati come osservatori, che seppur interessati al trattato o ad alcuni suoi articoli, non possono fare altro che accettare, come membri, la politica di deterrenza della NATO stessa.
A margine della conferenza si è rilasciato una dichiarazione in cui si denunciano le minacce e i pericoli legati alle armi nucleari?
Sì e assume una particolare importanza la presenza di una delegazione di 23 parlamentari, provenienti da 14 paesi che per lo più devono ancora firmare il trattato, che si è riunita a margine della conferenza e ha rilasciato una dichiarazione in cui si denunciano le minacce e i pericoli legati alle armi nucleari esortando i propri governi a firmare e a ratificare urgentemente il trattato. Cosa può fare un singolo cittadino oppure una comunità di persone affinché il Paese di appartenenza venga sollecitato a firmare e a ratificare il TPNW?
L’ICAN ha previsto lo strumento dell’appello alle città. Tra le principali città che hanno già aderito a livello mondiale troviamo Parigi, Ginevra, Washington, Ney York, Los Angeles, Nagasaki, Sydney, Oslo, Berlino, Hiroshima e tante altre, mentre in Italia hanno aderito Bologna, Brescia, Caserta, Empoli, Ferrara, Modena, Padova, Parma, Piacenza, Prato, Reggio Emilia, Torino e altre.
Tale appello può essere raccolto da tutti gli enti nazionali locali, inclusi i governi delle regioni: la nascita del TPNW e della sua entrata in vigore dimostra come la società civile può ottenere risultati straordinari, quindi chi si sente minacciato da tali armi contatti gli enti locali di sua appartenenza affinché aderiscano all´appello.
Nel frattempo si possono firmare le seguenti petizioni relativi a due working papers pubblicati dall´ONU e presentati da Mondo Senza Guerre e Senza Violenza e di Disarmisti Esigenti: “Denuclearizziamo il Golfo di Trieste” e “Una strategia per arrivare dalla proibizione alla eliminazione delle armi nucleari”.
A quando il prossimo appuntamento mondiale?
La terza riunione degli Stati parti del trattato si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025 a New York. Per tutti coloro che volessero approfondire, documentandosi sui temi dibattuti nell’arco della settimana, si riporta il link ufficiale ai documenti prodotti durante la Conferenza.
Fonte
Insieme a Sandro Ciani, presente alla conferenza, facciamo il punto della situazione, fra incoraggianti segnali provenienti da molte popolazioni e radicata ostilità di alcuni Governi che ostacolano il processo di disarmo.
È New York la casa del TPNW, il trattato per la proibizione delle armi nucleari, il primo trattato internazionale della storia che è legalmente vincolante rispetto a questo tema.
Dopo averlo adottato nel 2017, i Paesi firmatari hanno deciso di incontrarsi regolarmente per proseguire il percorso verso la denuclearizzazione. Dal 27 novembre al primo dicembre 2023 presso il Consiglio di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite si è tenuto l’ultimo incontro del TPNW.
Fra i partecipanti anche Sandro Ciani in rappresentanza di Mondo Senza Guerre e Senza Violenza e di Disarmisti Esigenti, che ha seguito i lavori come membro di ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale – che è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TPNW.
Quali sono stati i soggetti che hanno preso parte ai lavori?
Ai lavori hanno preso parte un centinaio di Paesi, ossia 59 Stati parte, 11 Stati firmatari e 35 Paesi osservatori, dei quali una novantina ha contribuito in modo dinamico e impegnato all’incontro. I due temi principali hanno riguardato lo stato di implementazione del trattato – assistenza alle vittime e bonifica ambientale, cooperazione e assistenza internazionale, universalizzazione, eccetera – e il suo allargamento anche verso gli attuali Stati nucleari aderenti al TNP, Trattato di non Proliferazione.
Gli obiettivi fondamentali?
Il raggiungimento di tali obiettivi necessita il coinvolgimento degli Stati, ma anche di tutti gli organismi internazionali e della società civile impegnati nell’abolizione di tali armamenti quali il Comitato internazionale della Croce Rossa, l’ICAN e i suoi membri associati e tutte le parti interessate.
Per la prima volta è stato insediato anche un comitato di esperti scientifici allo scopo di valutare gli impatti umanitari causati da tali armi: sulla base del loro report sono state presentate nuove prove scientifiche, anche sugli effetti in cascata dell´uso di tali armi sulle forniture alimentari, sul sistema finanziario e sulle forniture energetiche.
Si è trattato di porre fine ai rapporti di finanziamento con l’industria delle armi nucleari?
Questi studi hanno spinto più di 90 investitori, che rappresentano oltre 1.000 miliardi di dollari di asset in gestione, a incoraggiare gli Stati a collaborare con la comunità finanziaria per rafforzare ulteriormente le norme e gli obiettivi del trattato, anche per porre fine ai rapporti di finanziamento con l’industria delle armi nucleari.
Una dichiarazione congiunta approvata da 26 organizzazioni guidate da comunità colpite dal nucleare e sostenuta da altre 45 organizzazioni alleate afferma: “Abbiamo il diritto e la responsabilità di parlare delle conseguenze reali delle armi nucleari… Chiediamo agli Stati parti del TPNW di spingere incessantemente per la sua universalizzazione”.
Per il secondo anno consecutivo L’Italia ha declinato tale invito
Le molteplici note positive devono riscontrare la consueta presa di posizione degli attuali Stati nucleari e dei loro alleati nei confronti del TPNW, già riscontrata anche nel primo incontro degli Stati parte tenutosi a Vienna nel giugno 2022.
In genere essi rifiutano di partecipare come Paesi osservatori – l´Italia per il secondo anno consecutivo ha declinato incomprensibilmente tale invito – oppure assistono senza poter iniziare un reale percorso di avvicinamento che porti alla firma e alla successiva ratifica del trattato, ma riscontrano interesse nel trattato stesso.
In cosa consiste la cosiddetta politica di “deterrenza nucleare”?
La maggior parte dei Paesi osservatori è all’interno della cosiddetta politica di “deterrenza nucleare”, che durante i lavori in questione è stata chiaramente additata come la principale minaccia sia alla sicurezza umana al fine di scongiurare un’apocalisse nucleare per errore, volontà o sabotaggio sia come un ostacolo al progresso verso il disarmo nucleare.
Qual è il ruolo della NATO?
L’adesione al trattato da parte dei Paesi membri della NATO, ad esempio, deve avvenire attraverso la volontà della cittadinanza, senza alcun veto da parte della NATO stessa o di altri organismi internazionali. Questo per rispondere alle dichiarazioni da parte di alcuni Paesi Europei invitati come osservatori, che seppur interessati al trattato o ad alcuni suoi articoli, non possono fare altro che accettare, come membri, la politica di deterrenza della NATO stessa.
A margine della conferenza si è rilasciato una dichiarazione in cui si denunciano le minacce e i pericoli legati alle armi nucleari?
Sì e assume una particolare importanza la presenza di una delegazione di 23 parlamentari, provenienti da 14 paesi che per lo più devono ancora firmare il trattato, che si è riunita a margine della conferenza e ha rilasciato una dichiarazione in cui si denunciano le minacce e i pericoli legati alle armi nucleari esortando i propri governi a firmare e a ratificare urgentemente il trattato. Cosa può fare un singolo cittadino oppure una comunità di persone affinché il Paese di appartenenza venga sollecitato a firmare e a ratificare il TPNW?
L’ICAN ha previsto lo strumento dell’appello alle città. Tra le principali città che hanno già aderito a livello mondiale troviamo Parigi, Ginevra, Washington, Ney York, Los Angeles, Nagasaki, Sydney, Oslo, Berlino, Hiroshima e tante altre, mentre in Italia hanno aderito Bologna, Brescia, Caserta, Empoli, Ferrara, Modena, Padova, Parma, Piacenza, Prato, Reggio Emilia, Torino e altre.
Tale appello può essere raccolto da tutti gli enti nazionali locali, inclusi i governi delle regioni: la nascita del TPNW e della sua entrata in vigore dimostra come la società civile può ottenere risultati straordinari, quindi chi si sente minacciato da tali armi contatti gli enti locali di sua appartenenza affinché aderiscano all´appello.
Nel frattempo si possono firmare le seguenti petizioni relativi a due working papers pubblicati dall´ONU e presentati da Mondo Senza Guerre e Senza Violenza e di Disarmisti Esigenti: “Denuclearizziamo il Golfo di Trieste” e “Una strategia per arrivare dalla proibizione alla eliminazione delle armi nucleari”.
A quando il prossimo appuntamento mondiale?
La terza riunione degli Stati parti del trattato si svolgerà dal 3 al 7 marzo 2025 a New York. Per tutti coloro che volessero approfondire, documentandosi sui temi dibattuti nell’arco della settimana, si riporta il link ufficiale ai documenti prodotti durante la Conferenza.
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06/01/2021
Il bello della metro di New York
Dopo oltre 350.000 morti e nel mezzo della più grave crisi dal 1929, nei sotterranei della metro di New York comincia a farsi largo un pensiero stupendo...
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24/08/2020
Billie Holiday, Strange Fruit: quello strano frutto penzolante
di Francisco Soriano
Quando ascoltai per la prima volta Strange Fruit fu alla radio, durante un lungo viaggio notturno. Quella voce mi avvolse e rimasi come impigliato nel vortice bianco della spirale di una conchiglia.
Southern trees bear a strange fruit, / blood on the leaves and blood at the root, / black body swinging in the Southern breeze, / strange fruit hanging from the poplar trees: è l’orrore dello strano frutto penzolante, la memoria di una sopraffazione e dell’ingiustizia subita da un popolo intero.
Eleanor Fagan conosciuta come Billie Holiday era di Baltimora e nasceva il 7 aprile del 1915. Suo padre Clarence era un chitarrista molto conosciuto nel giro dei musicisti jazz. La madre Sadie Fagan si guadagnava da vivere come cameriera al servizio delle ricche famiglie dell’America bianca. I genitori concepirono Eleanor da giovanissimi: erano gli anni a ridosso della grande depressione del 1929, dei giorni bui del Ku Klux Klan e della morte incolmabile di uno dei più grandi pensatori afroamericani avvenuta nel 1915: Booker T. Washington. Fu nel 1928 che Eleanor lasciò Baltimora per raggiungere la madre a New York, nel ghetto di Harlem in situazioni di grave disagio sociale. Negli anni precedenti al suo primo viaggio a New York, Eleanor viveva di stenti e povertà, con la madre che andava in giro a cercare lavoro come domestica, altre volte costretta a prostituirsi perché non c’era da mangiare. Eleanor visse sempre fra drammi familiari durante una infanzia terribile connotata anche da uno stupro. Ormai divenuta donna visse soprattutto ad Harlem, un quartiere povero ma caratterizzato da una notevole vivacità artistica e musicale: un periodo storico soprannominato Harlem Renaissance. Infatti, Harlem era la sede del Cotton Club dove, fino al 1931, si esibiva il gigante del Jazz, il genio del nuovo genere musicale di allora, Duke Ellington. Nel 1920, Harlem accoglieva nelle sue abitazioni fatiscenti circa duecentomila neri e un numero cospicuo di cittadini stranieri. Non vi erano servizi igienici e, visto che i bianchi non volevano case senza bagni, queste ultime venivano affittate ai neri che, nel tempo, allargarono il quartiere fino ad arrivare ai confini di Central Park. In America, nell’idea di ghetto e come spazio marginale per poveri e immigrati, vi rientrarono molte etnie: c’erano anche le popolazioni latine, come quella composta da portoricani nella Spanish Harlem e da italiani nella parte denominata Italian Harlem. Harlem era un po’ il ventre vivo di New York, una città nella città dove risiedevano delinquenti comuni e prostitute, sventurati di diversa origine, ogni tipo di locale, pittoreschi mercati dove i bianchi facevano la spesa, proprio come capitava in Europa in alcune grandi metropoli popolate da diverse etnie. In un’America che cresceva a dismisura e cominciava la sua storia moderna, i neri hanno rappresentato impulso e parte rilevante di questa narrazione di progresso. Harlem era il quartiere dove artisti e intellettuali talentuosi attingevano la loro creatività proprio dalla condizione sociale, dal disagio e dalla discriminazione. Idee e soluzioni artistiche erano dunque figlie di quel melting pot che ha caratterizzato molto spesso il meglio della storia artistica degli USA. Nasceva dunque quella borghesia nera, forse insopportabile ai suprematisti bianchi: in parte rappresenterà la rivincita e il vero affrancamento dall’uomo bianco. Queste importantissime trasformazioni si fecero sentire anche nel modo di concepire questa musica, partorita in origine dagli schiavi neri e dalla loro condizione umana di violenze subite: già negli anni Venti, Fletcher Henderson, borghese nero che aveva studiato alla Atlantic University di Atlanta, eseguiva nella sua orchestra brani consoni alla moda newyorkese rendendo le sue composizioni più complesse e colte, distaccandosi perentoriamente da quell’idea di jazz fatto solo di improvvisazione e istinto. Questi artisti suonavano musica scritta ben arrangiata, facendo da cornice ai grandi leaders come Armstrong, Coleman Hawkins, Benny Carter e Tommy Ladnier. Non che questi musicisti avessero chiuso con il loro retaggio, la memoria delle sofferenze e dei linciaggi che, si badi bene, continuavano a discapito dei neri, ma finalmente cominciava a capovolgersi lo schema dell’improvvisazione tout court. Si voleva concepire un sistema musicale più strutturato che non abiurava alla creatività ma voleva assicurare più dignità e complessità a un genere musicale che diverrà parte effettiva della storia di un Paese. Si cercava di superare la polifonia disordinata di New Orleans, scegliendo un sistema musicale che avrebbe condotto dritto fino al genio compositivo e orchestrale di Duke Ellington e l’incommensurabile, quanto ombroso, Billy Strayhorn. Fu un percorso straordinario che andava di pari passo con le trasformazioni sociali, veloci e caratterizzanti lo spirito del popolo afroamericano. Nella musica, l’era swing ne rappresenterà la controprova: fu l’abile mescolare di culture diverse e linguaggi che rappresentò integrazione e inclusione di un popolo a cui si deve riconoscere la tragedia di un vero e proprio Olocausto.
Lo stesso Federico Garcìa Lorca definirà il sobborgo di Harlem come un gran rey prisongiero en un traje de conserje, che produsse non solo spettacolo ed eterea luminosità, ma propose anche cultura e jazz. Alla radice di questo fenomeno, il blues ha sempre rappresentato una condizione spirituale, una risposta a un sistema che non riconosceva un ruolo e una identità al popolo degli afroamericani. Una musica che era la pelle di un popolo sofferente: un canto assolutamente aderente alla realtà e al quotidiano che si lamentava ma, nello stesso tempo, urlava e si ribellava. Famoso rimane uno dei blues più antichi ed eloquenti nelle parole, nella condizione degli afro-americani, cantato da Antony Dawson, nel 1832: Corri negro, corri, la pattuglia arriva... Si narrava una delle più normali situazioni in cui si trovavano gli schiavi che fuggivano dai loro padroni e aguzzini rischiando la propria vita. Le vittime venivano perseguitate in una vera e propria battuta di caccia all’uomo, ricercati dalle famigerate pattuglie pagate dai padroni che si catapultavano nei villaggi per punire i neri anche per futili motivi, bastonandoli e torturandoli al fine di instillare il terrore necessario per educarli all’ubbidienza.
Il genere blues e, più in generale il jazz, rappresentano un fenomeno culturale originalissimo e troppo importante per essere trascurato nello studio della storia degli USA. Milioni di schiavi hanno raccontato la loro vita registrando le loro storie in canzoni e musiche incise su dischi e il blues era lo stato d’animo che rappresentava al meglio la malinconia, il lamento dello uno sfruttato. Sono di Paul Oliver le descrizioni più essenziali per spiegare i contenuti e le forme di questa meravigliosa musica: Nel blues il testo poetico è composto su una struttura di dodici battute; le parole di ogni verso ne occupano circa due e le battute che restano libere alla fine sono occupate da improvvisazioni strumentali. Il primo disco di Blues fu di Mamie Smith, Crazy Blues, e fu così amato che al mercato nero le copie del disco raggiunsero tre volte il loro prezzo. Le prime cantanti di successo, prima di Billie Holiday, furono donne: Gertrude “Ma” Rainey ad esempio, fu interprete strepitosa delle malinconie personali e quelle di un popolo discriminato. Ebbe una grande allieva, Bessie Smith, amatissima da Billie Holiday, così importante artisticamente da trarne sempre ispirazione. Bessie fu ingaggiata come cantante bambina da Will “Pa” Rainey e da sua moglie Gertrude, gestori del gruppo Rabbit Foot Ministrels, che avevano come repertorio hokum accompagnati dal banjo, canti da circo e spettacoli carnevaleschi, pezzi sonori della tradizione, danze e blues. Ebbe così inizio la carriera della più grande cantante di Blues.
Eleanor, per vivere, fu coinvolta, quasi bambina, nel giro della prostituzione. Harlem pullulava di daughter of joy institution, le case di tolleranza gestite da bianchi. La carriera della giovane Holiday cominciò fra i drammi familiari: fame e freddo la facevano da padrone nella 145° strada, dove abitava in una casa diroccata di Harlem. Si ritrovò spesso a fare delle commissioni per una vicina che era appassionata di musica jazz: a casa sua poteva godersi la musica di Armstrong e Bessie Smith. Eleanor raccontò a Nat Hentoff l’esordio al canto: Un giorno eravamo così affamate che respiravamo appena. Mi buttai fuori dalla porta, c’era un freddo da morire e camminai in largo e lungo entrando in ogni locale in cerca di lavoro. Alla fine, ero così disperata che mi fermai al “Log Cabin Club” di Jerry Preston. Gli dissi che volevo da bere. Non avevo un centesimo, ma ordinai un gin. Era il mio primo drink, non l’avrei riconosciuto da un bicchiere di vino. Lo bevvi in un sorso.
Fu da quel momento di disperazione assoluta che Eleanor chiese un lavoro in un locale dei tanti del quartiere spacciandosi per ballerina. Danza allora! Sembrò sfidarla l’uomo a cui si presentò. Non fu all’altezza, muovendosi goffamente mentre, terrorizzata dall’insuccesso, si giocò la carta del canto. Nell’angolo del locale c’era un vecchio che suonava il pianoforte che cominciò con le battute di Travelin. Quando Eleanor intonò le prime note, con la sua voce, un silenzio surreale invase quello spazio e gli avventori che parlavano e bevevano, si girarono e la guardarono interrogandosi su chi potesse essere. Il pianista era Dick Wilson: non si scompose e riprese a suonare quel meraviglioso standard, difficile nell’interpretazione e nella tecnica: Body and Soul. Dirà ancora Holiday nella sua autobiografia: Accidenti, avresti dovuto vedere quella gente, iniziarono tutti a piangere. Preston si avvicinò, scosse la testa e disse: Ragazzina, ce l’hai fatta. Ecco come Eleanor cominciò quella strepitosa carriera di cantante jazz la prima cosa che feci fu prendermi un sandwich che buttai giù in un boccone. Guadagnai solo quella sera 18 dollari di mance. Uscii di corsa, comprai un pollo intero e corsi fino a casa. Mamma ed io mangiammo quella sera e da allora l’abbiamo fatto sempre piuttosto bene.
Eleanor aveva soltanto 15 anni. Da quel momento, dopo essersi esibita per varie serate, venne notata da un talent scout fra i più potenti del tempo, John Hammond. Era il 1933 e capì subito che Eleanor aveva classe e fascino da vendere, la sua voce era irripetibile, ancora oggi infatti inimitabile. Hammond la mise in contatto con quel mostro sacro del jazz di allora, con le sue orchestre impeccabili: Benny Goodman che non perse l’occasione di portarla nei migliori club newyorkesi, incluso l’esordio all'Apollo Theater dove incontrerà il genio assoluto del sassofono, suo mentore e forse unico amore in arte della sua vita, Lester Young. Da quel momento, Lester cominciò a chiamare Eleanor, Lady Day: un’amicizia e un rapporto di totale simbiosi artistica che durerà fino alla morte dei due artisti. Lester Young era un gigante del jazz, insegnò a Billie come modulare sulle note quella voce raffinata e infantile, al tempo stesso, graffiante e dolorosa nelle sue interpretazioni drammatiche. Lunghe furono le tournée dove Holiday ebbe la chance di formarsi; attraversò gli Stati Uniti con Count Basie e con il clarinettista bianco Artie Shaw. Storiche le sue notti al Café Society, arena per le sfide tra Coleman Hawkins e Lester Young soprannominato da Billie, The Pres. Quando Lester inventava un chorus o iniziava con una variazione, subito Coleman cercava una nuova soluzione replicandosi a vicenda per nottate intere. Erano concerti irripetibili, vere e proprie sedute di studio fra improvvisazioni e scritture di spartiti complessi. Eccellenti erano i nomi che si alternavano in questi spazi che, per gli amanti del jazz, erano luoghi miracolosi: Teddy Wilson, Roy Eldridge, Harry “sweet” Edison. Fu in quel contesto che Billie scrisse un brano di blues che rimarrà nella storia della musica afroamericana: Fine and Mellow. Era il 1939. Nel 1941, Billie sposò Jimmy Monroe e questa unione si rivelò ben presto un dramma, perché fu con lui che cominciò l’uso delle droghe. Joe Guy, John Lewis e Louis McKay non furono mariti migliori: la fragilità di Billie era spesso utilizzata per sfruttare il suo carisma e i suoi guadagni e tutti, più o meno, fecero uso delle sue risorse facendola addirittura finire in prigione.
Gli USA di quei tempi erano una nazione in fermento, fra le imposizioni di un liberismo senza regole, rapace, e le legittime lotte sociali, soprattutto quelle rivendicazioni egualitarie per le forti tensioni razziste, frutto di retaggi di un passato che non voleva cedere il passo a istanze che mettevano in difficoltà dinamiche economiche e sociali ben consolidate. In questo contesto, nel mondo della cultura e dell’arte, le rivendicazioni di una nuova generazione di americani e di quei popoli che erano sopraggiunti in quella terra se non trasportati precedentemente per schiavizzarli, venivano poste con maggiore intensità in forme sempre più creative. Quella terra del dream system rappresentava anche aspetti di orrore, momenti di persecuzione, dinamiche di diseguaglianza e sfruttamento: proprio nell’anno di nascita di Billie Holiday, si rifondava nella contea di Fulton, in Georgia, il Ku Klux Klan, messo fuori legge nel 1869, ma ben attivo per molti anni ancora. Furono protagonisti di atroci, barbari e insensati delitti.
La segregazione razziale era una ferita incredibile in uno stato che voleva essere democratico e liberale ed ergersi a modello mondiale per tutte le altre comunità. Nel 1943 rimasero famosi i disordini ad Harlem: passarono molti giorni prima che la polizia riuscisse a sedare gli animi delle violenze ingiustificate dei bianchi nei confronti degli afro-americani. I saccheggi e i tumulti si trasmisero come germi a Columbia, nel Tennessee, ad Athens, in Alabama e Philadelphia, con morti e feriti. La Corte Suprema proibì, almeno formalmente, la segregazione sugli autobus. Il presidente Truman dovette formare un Comitato per i Diritti Civili, dopo le proteste, gli arresti, le convulsioni di un sistema sociale e politico che non voleva cedere alle condizioni di preminenza sui ceti più deboli. Passarono ancora degli anni fino a quando, un’altra donna di nome Rosa Parker, una sera del primo dicembre del 1955 a Montgomery, in Alabama, rifiutasse di alzarsi dal suo posto per cederlo a un viaggiatore di pelle bianca, ordine impartitole dal conducente con una notevole dose di aggressività. Queste regole assurde non erano imposte solo in Alabama ma in tutto il sud del Paese, anche dopo l’affrancamento dallo schiavismo avvenuto almeno cent’anni prima di questo evento. Nello stesso anno, altre cinque donne erano state arrestate per lo stesso rifiuto e un ragazzo di colore, venne addirittura ucciso. Poca conoscenza si ha sull’origine del famoso boicottaggio non-violento a opera dei cittadini afroamericani nei confronti delle linee di autobus: non fu Martin Luther King a organizzare la protesta: egli ebbe meriti immensi solo in seguito. Fu il locale capo del sindacato dei facchini dei wagon-lits, con l’appoggio del Women’s Political Council, all’origine delle rivendicazioni. Fu questo anonimo cittadino che chiese al reverendo Ralph D. Abernathy di tenere una riunione nella sua chiesa per dare inizio a un’azione che ebbe un successo storico senza precedenti. Infatti, in seguito a questo evento venne fondata la MIA, ovvero la Montgomery Improvement Association, che rivendicava i diritti dei cittadini neri contro ogni forma di segregazione razziale. Fu a questo punto che Martin Luther King venne nominato a capo di questa organizzazione. Sia King che Abernathy chiesero al tribunale competente di pronunciarsi sulla questione della segregazione sugli autobus e la discriminazione contro i neri, ma il giurì locale rispose con una vergognosa incriminazione per King e i 114 dirigenti del MIA. Dopo 382 giorni di boicottaggio e altri casi di donne che si rifiutavano di cedere il proprio posto, la Suprema Corte degli Stati Uniti decretò nel 1956 l’illegalità della discriminazione e la conseguente segregazione razziale. Una decina di giorni dopo questa storica sentenza, King, Abernathy e i dirigenti della MIA attraversarono la città a bordo degli autobus in prima fila, così dichiarando: La nostra esperienza e la nostra maturazione sono state tali che non possiamo ritenerci soddisfatti di una vittoria ottenuta in tribunale sui nostri fratelli bianchi; dobbiamo agire per l’avvicinamento di bianchi e neri sulla base della comprensione e di un’autentica armonia di interessi: noi aspiriamo a una integrazione fondata sul rispetto reciproco.
Billie Holiday era ormai diventata una stella del firmamento canoro: quando Billie cominciava le sue performance, gli spettatori andavano in visibilio. Era bella e affascinante, un corpo meraviglioso con una voce tenerissima che non aveva eguali. Il suo stile musicale sembrava avvolgere le melodie con pause, sospiri, sofferenze e melanconie, il tutto a formare originali sonorità mai ripetibili. Una modalità di interpretazione invisa alle grandi orchestre ma più congeniale a piccoli gruppi di quartetti e quintetti che le davano la possibilità di intervenire anche sulle forti emotività individuali e del pubblico. Era proprio nell’improvvisazione la forza di Lady Day, nel fatto che ogni singolo brano già interpretato, conteneva il suo grado di novità e originalità e mutava a seconda delle sue emozioni e delle sue variabili interpretative per sembrare completamente un’altra cosa. Con il tempo, quella voce delicata subirà una notevole mutazione nel timbro, per l’abuso di alcol e delle droghe, tanto da divenire più rauca e ancor più drammaticamente lancinante. Ne sono la prova le registrazioni alla fine della sua carriera in quel lento e silenzioso suicidio che originava da una sensibilità naturale anche per la sua intransigenza sentimentale. È nel 1952 che Billie approda alla Verve, la vecchia e storica casa musicale Clef, del suo pigmalione Norman Granz, dopo la parentesi con Hammond. Famosissime furono le 12 ore di registrazioni avvenute dal 1945 al 1959, quelle famose performance al Jazz At The Philarmonic e, il concerto dei concerti, alla Carnegie Hall il 10 novembre del 1956. Storico quanto controverso è lo straordinario Lady in Satin, registrato nel febbraio del 1958 per la casa discografica Columbia. Le musiche furono arrangiate da Ray Ellis che arricchì di archi, ottoni e un coro l’intero programma musicale con musicisti del calibro di J.J.Johnson, Mal Waldron, Milt Hinton, mentre Billie Holiday ormai prossima alla morte, cantava nella più lancinante disperazione You’ve Changed: Quella scintilla nei tuoi occhi se n’è andata, / mi stai spezzando il cuore, /sei cambiato. Nonostante le polemiche e le critiche al disco, Lady in Satin è stato inserito nella Grammy Hall of Fame nel 2000.
L’autobiografia di Billie Holiday scatenò molte polemiche e non smentì l’attenzione morbosa dell’opinione pubblica al personaggio. Forse non potrà essere paragonata alla potente e ideologica autobiografia di Charles Mingus, Peggio di un Bastardo ma, in ambedue i testi, si delineano un quadro sociale, professionale e umano del tutto credibili: racconti che fanno luce su questi enormi protagonisti della storia della musica afroamericana e sulle condizioni di vita di milioni di diseredati e neri. La collaborazione di William Dufty nella scrittura del libro non fu ben accolta, probabilmente perché il personaggio non aveva una sua autorevole identità né come giornalista né come scrittore. Il linguaggio del libro sembra essere proprio quello gradito da Holiday, abbastanza sarcastico e talvolta irriverente con espressioni colorite. Lo spaccato umano delle difficoltà negli ambienti di casa, le vere e proprie sevizie della cugina Ida in un contesto familiare dove Billie aveva ricevuto affetto solo dalla madre e dai nonni paterni, ci fanno riflettere sulla sofferenza di questa donna. Nel racconto autobiografico, Billie dice che fu a causa di Alice Dean, prostituta e gestrice di una elegante casa d’appuntamento che scoprì il jazz. Le risorse economiche del casino consentivano la proprietà di un grammofono da cui potevano essere godute le canzoni di Bessie Smith e Louis Armstrong. Billie ancora bambina andava a pulire gli scalini e qualche camera da letto sulle note di quei meravigliosi giganti della musica. Quando la madre finalmente riuscì a sposarsi, fu “solo” uno scaricatore di porto a portarla in municipio: lui era di buona famiglia, dice Holiday, nel senso che da un punto di vista economico era in grado di mantenere una vita dignitosa. La sua famiglia tuttavia, non era affatto contenta del colore della pelle di mamma Flagan e della piccola Billie, loro infatti sembravano più chiari. Fu un buon patrigno comunque, ma morì presto, tanto la fortuna e la felicità non potevano durare tanto per due come noi, ci dice ironicamente Holiday. Le sfortune non arrivavano mai da sole: proprio in quel periodo, la piccola Billie subì una violenza sessuale. Nonostante fosse stata lei ad essere vittima di un quarantenne, aiutato molto probabilmente da una donna sua complice, Billie fu messa in prigione. Successivamente, la giovane venne trasferita in un istituto di un ordine religioso cattolico gestito da suore, una sorta di casa d’accoglienza con un sistema da caserma militare: le propinavano ogni sorta di violenza, anche psicologica, al punto che una volta furono capaci di rinchiuderla per tutta la notte in camera con una bimba morta. Billie aveva una personalità spiccata e per questo si distinse in una serie di legittime insubordinazioni. Fu liberata grazie all’intervento di alcuni bianchi benestanti ai quali la mamma aveva chiesto il piacere di interessarsene. Finalmente fuori da quella prigione, raggiunse New York, dove la vita era drammaticamente costosa. Mamma Flagan si dimenava in giornate lunghissime lavorando come donna di pulizie e forse anche come prostituta occasionale. Billie fu ospitata dalla cugina Ida che ebbe il tempo di esibire la sua aggressività nei confronti della giovane, prima di morire incredibilmente strozzata da un bolo rimastole impigliato alla gola. Holiday non ebbe molte scelte per tirare a campare in quel periodo della sua vita trovando lavoro presso case di appuntamento e divenendo, per la sua bellezza, molto appetibile a sfruttatori e delinquenti arroganti. Nella narrazione drammatica della sua autobiografia, la cantante racconta di essere stata spesso violentata da energumeni frequentatori del casino e, all’occorrenza anche ricattata. Infatti, dovette pagare a caro prezzo i suoi rifiuti verso questi uomini, subendo denunce e diversi mesi di prigione. Billie e l’amata madre si ritrovarono a vivere insieme durante il peggior periodo di crisi economica, tanto ci eravamo abituate, noi, alle crisi, scrive Billie. Un giorno, disperata perché in arretrato con il pagamento degli affitti e con il pericolo imminente di uno sfratto ormai inevitabile, Billie si mise alla ricerca di un lavoro. Le due donne si sistemarono in un appartamento della trentanovesima strada ad Harlem. Vissero un po’ in serenità prima che la madre di Billie si ammalasse molto seriamente. Fu allora che, disperata, Billie giunse al Pod’s & Jerry’s e si propose come ballerina finendo per cantare. Stava per terminare l’era del proibizionismo con l’abolizione della legge del 1933 contro l’alcool, che avrebbe cambiato la vita in quel sottobosco di musica, cantanti, avventori e ogni genere di persone nei grandi club storici come il Mexico, lo Yeah Man, il Nest, il Clam House, il Covan e il Morocco. Per Billie la carriera cominciò nel mitico Log Cabin, dove conobbe Paul Muni e John Hammond, Mildred Bailey, la nota Rocking Chair Lady, Red Norvo e Benny Goodman. Fu proprio quest’ultimo a proporre una registrazione alla futura Lady Day, portandola nel suo studio e facendole provare per la prima volta l’emozione di un microfono. Billie ha raccontato anche della sua folle paura di sbagliare, davanti a un gentiluomo e, soprattutto, a un microfono vero. Incise in quel periodo con l’orchestra del grande Teddy Wilson per una dozzina di canzoni: percepì trentacinque dollari senza essere a conoscenza che esistevano i diritti d’autore. Arrivarono i primi spettacoli all’Hotchka e all’Apollo, dove Billie ottenne una vera e propria incoronazione al suo stile canoro, emozionando il pubblico in visibilio dopo aver intonato The man I love e, l’indimenticabile If the moon turns green, di Bernie Hanighen.
Strange Fruit non è semplicemente una canzone: rappresenta uno dei racconti storici più tragici e realistici degli Stati Uniti di quegli anni. Strange fruit può essere anche considerata come il racconto di una immagine, la storia di una fotografia che ritraeva due uomini di colore linciati e penzolanti a un albero su una folla gioiosa e addirittura distratta, la storia sociale, umana e politica della segregazione razziale, della musica e della cultura afroamericana, la narrazione di un vero e proprio olocausto subito dal popolo nero durante centinaia di anni. Ѐ la storia di un Paese che è diventato una potenza economica e politica grazie e soprattutto al contributo degli afroamericani, al loro sacrificio e alla tenacia di lottare per i propri diritti.
La fotografia che vede penzolare due poveri sventurati e che fu uno dei motivi della scrittura di Strange Fruit, ha forse permeato lo spirito antirazzista con una incidenza superiore a quella che viene di solito considerata. La sua rappresentazione è l’immagine di una atrocità disarmante e senza eguali. L’immagine ha una sintassi specifica con il suo contenuto aberrante: balzano ai nostri occhi i protagonisti, odiosi e disumani che ci proiettano in uno stato di incredulità e vergogna. Si intravedono uomini e donne festanti come in un party di fine estate che assistono compiaciuti e sorridenti alla fine di uno spettacolo. È il 7 agosto del 1930: sconvolge quel linciaggio e ci chiediamo i nomi dei due afroamericani, per un attimo, ingrandiamo i loro volti ormai tumefatti, irriconoscibili. Che cosa avranno fatto? Avevano un avvocato? Fu loro riservata una carcerazione preventiva sicura? Ebbero la possibilità di difendersi o di proclamare la loro colpevolezza? Quale fu l’accusa? Ci furono testimoni, e le prove dei loro presunti crimini? Si chiamavano Thomas Shipp e Abram Smith. Al centro della foto del linciaggio si vedono due donne e un uomo che, dai loro sguardi, sembrano aver individuato Lawrence Beitler, il fotografo che immortalò questi due strani frutti insanguinati, penzolanti ai rami d’una quercia. I poveri stracci sono due trofei di caccia. Il linciaggio è un omicidio collettivo, è di tutti e di nessuno. Questa fotografia è la storia di un crimine, dei crimini. È il racconto di quel tempo, di quelle contee lontane e impervie come vicoli ciechi, vissute dell’ingiustizia della violenza contro un popolo che aveva costruito quel Paese nei campi, nelle città, in ogni dove. È il racconto soprattutto dell’Olocausto del popolo nero degli Stati Uniti d’America. Purtroppo, i linciaggi vergognosi del KKK vennero perpetrati a centinaia, senza contare le torture, le mutilazioni, le vessazioni, le umiliazioni. Dalle stime statistiche che abbiamo, fra il 1880 e il 1920, vi sono stati almeno due linciaggi a settimana: le vittime furono anche minori e donne incinte, per i quattro quinti afro-americani. Il famigerato Ku Klux Klan fu fondato nel 1865 ed era un gruppo nazista e suprematista formato da bianchi che si ritenevano di razza eletta: incappucciati e vestiti di bianco, giravano con ronde in formazioni compatte, imperversando nelle varie contee americane, quelle di un’America retriva, subdola, provinciale, barbara. Secondo una statistica non ufficiale e, sicuramente parziale, molti degli omicidi neppure venivano considerati numericamente: pare che in un arco di tempo che va dal 1889 al 1940, furono linciate circa 3.883 persone. Solo 49 carnefici dei massacri vennero incriminati e 4 condannati da tribunali composti da giudici bianchi. Strange Fruit era il racconto del linciaggio di Abram Smith e Thomas Smith accusati senza prove, nella cittadina di Marion, di aver ucciso un bianco per furto e aver stuprato la fidanzata. In un secondo momento, le indagini esclusero categoricamente le responsabilità dei due malcapitati, condannati e barbaramente uccisi da una folla inferocita nello Stato dell’Indiana che, con mazze, catene, piedi di porco e ogni genere di oggetti contundenti, attaccarono la Grant County Courthouse, dove erano detenuti, strappando la porta e prelevando i due malcapitati. Dopo essee stati bastonati, uccisi e mutilati, furono appesi ad un albero in bella mostra. L’episodio è narrato in Without Sanctuary: un libro scritto da James Cameron che, all’epoca dei fatti aveva 16 anni e, in quel maledetto 7 agosto del 1930, doveva essere la terza vittima del linciaggio. Riuscì a salvarsi grazie alle grida di una donna che lo scagionò e alla quale venne fortunatamente dato credito. James Cameron istituì una fondazione che divenne un Museo per la memoria dell’Olocausto dei neri d’America. Tuttavia, la storia di questa foto deve la sua testimonianza soprattutto e grazie ad Abel Meeropol. Egli era un insegnante di origini russo-ebraiche del Bronx, legato al Partito Comunista americano, che rimase sconvolto quando gli capitò di vedere la foto del linciaggio di Abram e Smith. Era il 1937. Meeropol pensò di scrivere un poema, Bitter fruit, pubblicandolo con lo pseudonimo di Lewis Allan. La pubblicazione avvenne sulla rivista New York Teacher e in un giornale comunista: New Masses. Gli ambienti progressisti gradirono Strange Fruit che divenne popolare. In origine, Meerpol tentò in tutti i modi di far arrangiare musicalmente il testo, interessando vari compositori che, per motivi diversi, non accettarono. Fu proprio la moglie di Meerpol, esausta dalle rinunce e dai dinieghi, che lo propose in musica. Fu eseguito per la prima volta, durante la riunione del sindacato degli insegnanti, a New York.
In successione a questi eventi e nella caparbia convinzione di riproporre questo testo meraviglioso nella sua cruda drammaticità, la coppia Meerpol vide in Barney Josephson la persona giusta per sponsorizzare e rendere pubblico Strange Fruit. Josephson era il proprietario del Cafè Society, famoso nella storia del jazz perché il suo locale fu il primo in America ad aver abrogato la segregazione razziale. La notizia che dà la stessa Holiday nella sua autobiografia, cioè che il testo sia stato scritto di suo pugno e musicato da Sonny White, è da ritenere falsa. La storia della famiglia Meerpol tuttavia non finisce qui. Meerpol adottò due figli, Ethel e Julius Rosenberg che, raggiunta la maggiore età, furono coinvolti in un caso di spy story che sconvolse l’America ed ebbe un’eco internazionale: furono processati perché incriminati di aver passato informazioni sulla costruzione della bomba atomica ai russi. Ambedue subirono la pena capitale e morirono sulla sedia elettrica. Le sentenze furono eseguite nonostante vi fossero appelli da tutto il mondo perché ciò non accadesse: furono firmatari infatti tra i più noti Pablo Picasso, Frida Kahlo, Diego Rivera, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Bertolt Brecht, Dashiel Hammett, Papa Pio XII.
L’immagine di Lady Day e Strange Fruit tutavia, si mescolano e divengono inscindibili, al punto da non sembrar possibile che qualcuno possa più eseguire con la stessa passione e dramamticità questo testo canoro. Nessuno forse avrebbe creduto che sarebbe diventata col tempo una sorta di manifesto della rivendicazione per l’eguaglianza razziale. Questa pièce scalò tutte le classifiche e si attestò ai primi posti delle classifiche musicali nel 1939. Non furono isolate alcune resistenze a quello che rappresentava questa mirabile canzone. Il Time Magazine, ad esempio, non ne apprezzò i contenuti e sostenne che fosse un testo-propaganda a favore del National Association for the Advancement of Coloured People. Strange Fruit è ancora oggi a pieno titolo fra i brani standard della storia della musica e rappresenta la pietra miliare di una rivolta artistica contro la segregazione razziale: Gli alberi del Sud producono uno strano frutto, / sangue sulle foglie e sangue alle radici, / un corpo nero che ondeggia nella brezza del Sud, / uno strano frutto che pende dai pioppi. / Una scena pastorale nel valoroso Sud, / gli occhi sporgenti e la bocca storta, / profumo di magnolia dolce e fresco, / e d’improvviso l’odore della carne che brucia. / Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare, / che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca, / che il sole marcisce, che l’albero lascia cadere, / qui c’è uno strano e amaro raccolto.
Il frutto è la rivendicazione di un diritto che solo i bianchi non vogliono riconoscere e di cui i neri sentono di rivendicare: sono americani anche se ancora schiavi, penzolanti ai rami degli alberi, linciati, oltraggiati, vogliono riappropriarsi del loro sacrificio, del loro lavoro, della loro nuova terra. Straordinaria è la metafora del profumo di magnolia, il fiore preferito da Billie che intreccia sovente tra i suoi capelli nerissimi, dolce e fresco al cospetto dell’orrido rituale macabro e inumano dei bianchi. L’amaro raccolto è nel frutto strano che penzola, che marcisce, che si sfianca, che si inzuppa, il raccolto di una umanità che non potrà mai autoassolversi. Nel jazz, la contestazione continuò in molteplici forme, come nel free degli anni ’60, nella New Thing di Ornette Coleman con gli album A collective improvisation, New Thing e tantissimi altri proposti insieme a una vastissima schiera di leggendari musicisti, come Max Roach, Miles Davis, Eric Dolphy, Cecil Taylor, Charles Mingus, Alice e John Coltrane, Archie Shepp, Matana Roberts, Nicole Mitchell e Albert Ayler. Strange Fruit venne pubblicata su disco nel 1939 e, poco tempo dopo il suo primo ascolto, divenne una delle canzoni più belle e conosciute di questo mondo. Era la stessa Billie Holiday ad affermare, dopo ogni performance, che non esisteva niente altro che potesse venire dopo questa canzone. Fu un testo che ebbe un impatto incredibile in un’America che faceva i sit-in contro la guerra e si mobilitava in concerti e poesia. Nasceva il grande movimento per i diritti civili e, per la prima volta, il jazz compì un salto di qualità: da un linguaggio metaforico e talvolta allusivo di protesta, passò all’esplicita denuncia e rivendicazione. Leonard Feather definì Strange Fruit, interpretata da Billie, la prima invocazione gridata contro il razzismo.
L’indomabile Billie Holiday fu figura storica di una grande levatura artistica: visse senza dissociare la sua vita privata da quella geniale carriera musicale e canora. Fu consapevole protagonista delle rivendicazioni dello spirito afroamericano, del ruolo nel mondo artistico di un popolo in marcia verso una ineluttabile vittoria per i diritti civili e sociali. Nel 1954, Billie Holiday giunse in Europa e, successivamente, continuò ad attraversare in lungo e in largo quella terra che le aveva dato i natali e che spesso si era dimostrata matrigna. Nel 1953 apparve in TV per un reality della ABC, The Comeback Stories, dove si rese protagonista di una storytelling sulle avversità che la vita le aveva riservato, non disdegnando la partecipazione a concerti fino alla fine del 1956, con due importantissime apparizioni al Carnegie Hall. Fra orchestre e piccoli gruppi, Billie riuscì a farsi sentire alle radio di quell’America che cominciava a conoscere il jazz bianco di Stan Getz e Gerry Mulligan; poi gli incontri con il geniale Mal Waldron e Jo Jones. Nel 1959 era ancora in Europa, a Londra, dove Grenada TV mandò in onda quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica. Infatti, proprio in quei giorni, l’amato Lester Young tornò proprio dal Vecchio Continente negli USA, ormai debilitato dalla malattia: quando Billie seppe dello stato di Pres salì sul primo aereo per New York, ma non fece in tempo a raggiungerlo perchè il Saxophone colossus era già morto. Sarò io la prossima ad andarmene, chiosò Billie, anche lei indebolita dalle droghe e da una vita di stenti.
Dopo quattro mesi dalla morte di Lester Young, il 17 luglio del 1959, Billie Holiday muore per una tremenda cirrosi, con 70 centesimi in banca e 750 dollari in tasca: dei suoi lauti guadagni non ne rimaneva che l’ombra. Un altro destino.
Fonte
Quando ascoltai per la prima volta Strange Fruit fu alla radio, durante un lungo viaggio notturno. Quella voce mi avvolse e rimasi come impigliato nel vortice bianco della spirale di una conchiglia.
Southern trees bear a strange fruit, / blood on the leaves and blood at the root, / black body swinging in the Southern breeze, / strange fruit hanging from the poplar trees: è l’orrore dello strano frutto penzolante, la memoria di una sopraffazione e dell’ingiustizia subita da un popolo intero.
Eleanor Fagan conosciuta come Billie Holiday era di Baltimora e nasceva il 7 aprile del 1915. Suo padre Clarence era un chitarrista molto conosciuto nel giro dei musicisti jazz. La madre Sadie Fagan si guadagnava da vivere come cameriera al servizio delle ricche famiglie dell’America bianca. I genitori concepirono Eleanor da giovanissimi: erano gli anni a ridosso della grande depressione del 1929, dei giorni bui del Ku Klux Klan e della morte incolmabile di uno dei più grandi pensatori afroamericani avvenuta nel 1915: Booker T. Washington. Fu nel 1928 che Eleanor lasciò Baltimora per raggiungere la madre a New York, nel ghetto di Harlem in situazioni di grave disagio sociale. Negli anni precedenti al suo primo viaggio a New York, Eleanor viveva di stenti e povertà, con la madre che andava in giro a cercare lavoro come domestica, altre volte costretta a prostituirsi perché non c’era da mangiare. Eleanor visse sempre fra drammi familiari durante una infanzia terribile connotata anche da uno stupro. Ormai divenuta donna visse soprattutto ad Harlem, un quartiere povero ma caratterizzato da una notevole vivacità artistica e musicale: un periodo storico soprannominato Harlem Renaissance. Infatti, Harlem era la sede del Cotton Club dove, fino al 1931, si esibiva il gigante del Jazz, il genio del nuovo genere musicale di allora, Duke Ellington. Nel 1920, Harlem accoglieva nelle sue abitazioni fatiscenti circa duecentomila neri e un numero cospicuo di cittadini stranieri. Non vi erano servizi igienici e, visto che i bianchi non volevano case senza bagni, queste ultime venivano affittate ai neri che, nel tempo, allargarono il quartiere fino ad arrivare ai confini di Central Park. In America, nell’idea di ghetto e come spazio marginale per poveri e immigrati, vi rientrarono molte etnie: c’erano anche le popolazioni latine, come quella composta da portoricani nella Spanish Harlem e da italiani nella parte denominata Italian Harlem. Harlem era un po’ il ventre vivo di New York, una città nella città dove risiedevano delinquenti comuni e prostitute, sventurati di diversa origine, ogni tipo di locale, pittoreschi mercati dove i bianchi facevano la spesa, proprio come capitava in Europa in alcune grandi metropoli popolate da diverse etnie. In un’America che cresceva a dismisura e cominciava la sua storia moderna, i neri hanno rappresentato impulso e parte rilevante di questa narrazione di progresso. Harlem era il quartiere dove artisti e intellettuali talentuosi attingevano la loro creatività proprio dalla condizione sociale, dal disagio e dalla discriminazione. Idee e soluzioni artistiche erano dunque figlie di quel melting pot che ha caratterizzato molto spesso il meglio della storia artistica degli USA. Nasceva dunque quella borghesia nera, forse insopportabile ai suprematisti bianchi: in parte rappresenterà la rivincita e il vero affrancamento dall’uomo bianco. Queste importantissime trasformazioni si fecero sentire anche nel modo di concepire questa musica, partorita in origine dagli schiavi neri e dalla loro condizione umana di violenze subite: già negli anni Venti, Fletcher Henderson, borghese nero che aveva studiato alla Atlantic University di Atlanta, eseguiva nella sua orchestra brani consoni alla moda newyorkese rendendo le sue composizioni più complesse e colte, distaccandosi perentoriamente da quell’idea di jazz fatto solo di improvvisazione e istinto. Questi artisti suonavano musica scritta ben arrangiata, facendo da cornice ai grandi leaders come Armstrong, Coleman Hawkins, Benny Carter e Tommy Ladnier. Non che questi musicisti avessero chiuso con il loro retaggio, la memoria delle sofferenze e dei linciaggi che, si badi bene, continuavano a discapito dei neri, ma finalmente cominciava a capovolgersi lo schema dell’improvvisazione tout court. Si voleva concepire un sistema musicale più strutturato che non abiurava alla creatività ma voleva assicurare più dignità e complessità a un genere musicale che diverrà parte effettiva della storia di un Paese. Si cercava di superare la polifonia disordinata di New Orleans, scegliendo un sistema musicale che avrebbe condotto dritto fino al genio compositivo e orchestrale di Duke Ellington e l’incommensurabile, quanto ombroso, Billy Strayhorn. Fu un percorso straordinario che andava di pari passo con le trasformazioni sociali, veloci e caratterizzanti lo spirito del popolo afroamericano. Nella musica, l’era swing ne rappresenterà la controprova: fu l’abile mescolare di culture diverse e linguaggi che rappresentò integrazione e inclusione di un popolo a cui si deve riconoscere la tragedia di un vero e proprio Olocausto.
Lo stesso Federico Garcìa Lorca definirà il sobborgo di Harlem come un gran rey prisongiero en un traje de conserje, che produsse non solo spettacolo ed eterea luminosità, ma propose anche cultura e jazz. Alla radice di questo fenomeno, il blues ha sempre rappresentato una condizione spirituale, una risposta a un sistema che non riconosceva un ruolo e una identità al popolo degli afroamericani. Una musica che era la pelle di un popolo sofferente: un canto assolutamente aderente alla realtà e al quotidiano che si lamentava ma, nello stesso tempo, urlava e si ribellava. Famoso rimane uno dei blues più antichi ed eloquenti nelle parole, nella condizione degli afro-americani, cantato da Antony Dawson, nel 1832: Corri negro, corri, la pattuglia arriva... Si narrava una delle più normali situazioni in cui si trovavano gli schiavi che fuggivano dai loro padroni e aguzzini rischiando la propria vita. Le vittime venivano perseguitate in una vera e propria battuta di caccia all’uomo, ricercati dalle famigerate pattuglie pagate dai padroni che si catapultavano nei villaggi per punire i neri anche per futili motivi, bastonandoli e torturandoli al fine di instillare il terrore necessario per educarli all’ubbidienza.
Il genere blues e, più in generale il jazz, rappresentano un fenomeno culturale originalissimo e troppo importante per essere trascurato nello studio della storia degli USA. Milioni di schiavi hanno raccontato la loro vita registrando le loro storie in canzoni e musiche incise su dischi e il blues era lo stato d’animo che rappresentava al meglio la malinconia, il lamento dello uno sfruttato. Sono di Paul Oliver le descrizioni più essenziali per spiegare i contenuti e le forme di questa meravigliosa musica: Nel blues il testo poetico è composto su una struttura di dodici battute; le parole di ogni verso ne occupano circa due e le battute che restano libere alla fine sono occupate da improvvisazioni strumentali. Il primo disco di Blues fu di Mamie Smith, Crazy Blues, e fu così amato che al mercato nero le copie del disco raggiunsero tre volte il loro prezzo. Le prime cantanti di successo, prima di Billie Holiday, furono donne: Gertrude “Ma” Rainey ad esempio, fu interprete strepitosa delle malinconie personali e quelle di un popolo discriminato. Ebbe una grande allieva, Bessie Smith, amatissima da Billie Holiday, così importante artisticamente da trarne sempre ispirazione. Bessie fu ingaggiata come cantante bambina da Will “Pa” Rainey e da sua moglie Gertrude, gestori del gruppo Rabbit Foot Ministrels, che avevano come repertorio hokum accompagnati dal banjo, canti da circo e spettacoli carnevaleschi, pezzi sonori della tradizione, danze e blues. Ebbe così inizio la carriera della più grande cantante di Blues.
Eleanor, per vivere, fu coinvolta, quasi bambina, nel giro della prostituzione. Harlem pullulava di daughter of joy institution, le case di tolleranza gestite da bianchi. La carriera della giovane Holiday cominciò fra i drammi familiari: fame e freddo la facevano da padrone nella 145° strada, dove abitava in una casa diroccata di Harlem. Si ritrovò spesso a fare delle commissioni per una vicina che era appassionata di musica jazz: a casa sua poteva godersi la musica di Armstrong e Bessie Smith. Eleanor raccontò a Nat Hentoff l’esordio al canto: Un giorno eravamo così affamate che respiravamo appena. Mi buttai fuori dalla porta, c’era un freddo da morire e camminai in largo e lungo entrando in ogni locale in cerca di lavoro. Alla fine, ero così disperata che mi fermai al “Log Cabin Club” di Jerry Preston. Gli dissi che volevo da bere. Non avevo un centesimo, ma ordinai un gin. Era il mio primo drink, non l’avrei riconosciuto da un bicchiere di vino. Lo bevvi in un sorso.
Fu da quel momento di disperazione assoluta che Eleanor chiese un lavoro in un locale dei tanti del quartiere spacciandosi per ballerina. Danza allora! Sembrò sfidarla l’uomo a cui si presentò. Non fu all’altezza, muovendosi goffamente mentre, terrorizzata dall’insuccesso, si giocò la carta del canto. Nell’angolo del locale c’era un vecchio che suonava il pianoforte che cominciò con le battute di Travelin. Quando Eleanor intonò le prime note, con la sua voce, un silenzio surreale invase quello spazio e gli avventori che parlavano e bevevano, si girarono e la guardarono interrogandosi su chi potesse essere. Il pianista era Dick Wilson: non si scompose e riprese a suonare quel meraviglioso standard, difficile nell’interpretazione e nella tecnica: Body and Soul. Dirà ancora Holiday nella sua autobiografia: Accidenti, avresti dovuto vedere quella gente, iniziarono tutti a piangere. Preston si avvicinò, scosse la testa e disse: Ragazzina, ce l’hai fatta. Ecco come Eleanor cominciò quella strepitosa carriera di cantante jazz la prima cosa che feci fu prendermi un sandwich che buttai giù in un boccone. Guadagnai solo quella sera 18 dollari di mance. Uscii di corsa, comprai un pollo intero e corsi fino a casa. Mamma ed io mangiammo quella sera e da allora l’abbiamo fatto sempre piuttosto bene.
Eleanor aveva soltanto 15 anni. Da quel momento, dopo essersi esibita per varie serate, venne notata da un talent scout fra i più potenti del tempo, John Hammond. Era il 1933 e capì subito che Eleanor aveva classe e fascino da vendere, la sua voce era irripetibile, ancora oggi infatti inimitabile. Hammond la mise in contatto con quel mostro sacro del jazz di allora, con le sue orchestre impeccabili: Benny Goodman che non perse l’occasione di portarla nei migliori club newyorkesi, incluso l’esordio all'Apollo Theater dove incontrerà il genio assoluto del sassofono, suo mentore e forse unico amore in arte della sua vita, Lester Young. Da quel momento, Lester cominciò a chiamare Eleanor, Lady Day: un’amicizia e un rapporto di totale simbiosi artistica che durerà fino alla morte dei due artisti. Lester Young era un gigante del jazz, insegnò a Billie come modulare sulle note quella voce raffinata e infantile, al tempo stesso, graffiante e dolorosa nelle sue interpretazioni drammatiche. Lunghe furono le tournée dove Holiday ebbe la chance di formarsi; attraversò gli Stati Uniti con Count Basie e con il clarinettista bianco Artie Shaw. Storiche le sue notti al Café Society, arena per le sfide tra Coleman Hawkins e Lester Young soprannominato da Billie, The Pres. Quando Lester inventava un chorus o iniziava con una variazione, subito Coleman cercava una nuova soluzione replicandosi a vicenda per nottate intere. Erano concerti irripetibili, vere e proprie sedute di studio fra improvvisazioni e scritture di spartiti complessi. Eccellenti erano i nomi che si alternavano in questi spazi che, per gli amanti del jazz, erano luoghi miracolosi: Teddy Wilson, Roy Eldridge, Harry “sweet” Edison. Fu in quel contesto che Billie scrisse un brano di blues che rimarrà nella storia della musica afroamericana: Fine and Mellow. Era il 1939. Nel 1941, Billie sposò Jimmy Monroe e questa unione si rivelò ben presto un dramma, perché fu con lui che cominciò l’uso delle droghe. Joe Guy, John Lewis e Louis McKay non furono mariti migliori: la fragilità di Billie era spesso utilizzata per sfruttare il suo carisma e i suoi guadagni e tutti, più o meno, fecero uso delle sue risorse facendola addirittura finire in prigione.
Gli USA di quei tempi erano una nazione in fermento, fra le imposizioni di un liberismo senza regole, rapace, e le legittime lotte sociali, soprattutto quelle rivendicazioni egualitarie per le forti tensioni razziste, frutto di retaggi di un passato che non voleva cedere il passo a istanze che mettevano in difficoltà dinamiche economiche e sociali ben consolidate. In questo contesto, nel mondo della cultura e dell’arte, le rivendicazioni di una nuova generazione di americani e di quei popoli che erano sopraggiunti in quella terra se non trasportati precedentemente per schiavizzarli, venivano poste con maggiore intensità in forme sempre più creative. Quella terra del dream system rappresentava anche aspetti di orrore, momenti di persecuzione, dinamiche di diseguaglianza e sfruttamento: proprio nell’anno di nascita di Billie Holiday, si rifondava nella contea di Fulton, in Georgia, il Ku Klux Klan, messo fuori legge nel 1869, ma ben attivo per molti anni ancora. Furono protagonisti di atroci, barbari e insensati delitti.
La segregazione razziale era una ferita incredibile in uno stato che voleva essere democratico e liberale ed ergersi a modello mondiale per tutte le altre comunità. Nel 1943 rimasero famosi i disordini ad Harlem: passarono molti giorni prima che la polizia riuscisse a sedare gli animi delle violenze ingiustificate dei bianchi nei confronti degli afro-americani. I saccheggi e i tumulti si trasmisero come germi a Columbia, nel Tennessee, ad Athens, in Alabama e Philadelphia, con morti e feriti. La Corte Suprema proibì, almeno formalmente, la segregazione sugli autobus. Il presidente Truman dovette formare un Comitato per i Diritti Civili, dopo le proteste, gli arresti, le convulsioni di un sistema sociale e politico che non voleva cedere alle condizioni di preminenza sui ceti più deboli. Passarono ancora degli anni fino a quando, un’altra donna di nome Rosa Parker, una sera del primo dicembre del 1955 a Montgomery, in Alabama, rifiutasse di alzarsi dal suo posto per cederlo a un viaggiatore di pelle bianca, ordine impartitole dal conducente con una notevole dose di aggressività. Queste regole assurde non erano imposte solo in Alabama ma in tutto il sud del Paese, anche dopo l’affrancamento dallo schiavismo avvenuto almeno cent’anni prima di questo evento. Nello stesso anno, altre cinque donne erano state arrestate per lo stesso rifiuto e un ragazzo di colore, venne addirittura ucciso. Poca conoscenza si ha sull’origine del famoso boicottaggio non-violento a opera dei cittadini afroamericani nei confronti delle linee di autobus: non fu Martin Luther King a organizzare la protesta: egli ebbe meriti immensi solo in seguito. Fu il locale capo del sindacato dei facchini dei wagon-lits, con l’appoggio del Women’s Political Council, all’origine delle rivendicazioni. Fu questo anonimo cittadino che chiese al reverendo Ralph D. Abernathy di tenere una riunione nella sua chiesa per dare inizio a un’azione che ebbe un successo storico senza precedenti. Infatti, in seguito a questo evento venne fondata la MIA, ovvero la Montgomery Improvement Association, che rivendicava i diritti dei cittadini neri contro ogni forma di segregazione razziale. Fu a questo punto che Martin Luther King venne nominato a capo di questa organizzazione. Sia King che Abernathy chiesero al tribunale competente di pronunciarsi sulla questione della segregazione sugli autobus e la discriminazione contro i neri, ma il giurì locale rispose con una vergognosa incriminazione per King e i 114 dirigenti del MIA. Dopo 382 giorni di boicottaggio e altri casi di donne che si rifiutavano di cedere il proprio posto, la Suprema Corte degli Stati Uniti decretò nel 1956 l’illegalità della discriminazione e la conseguente segregazione razziale. Una decina di giorni dopo questa storica sentenza, King, Abernathy e i dirigenti della MIA attraversarono la città a bordo degli autobus in prima fila, così dichiarando: La nostra esperienza e la nostra maturazione sono state tali che non possiamo ritenerci soddisfatti di una vittoria ottenuta in tribunale sui nostri fratelli bianchi; dobbiamo agire per l’avvicinamento di bianchi e neri sulla base della comprensione e di un’autentica armonia di interessi: noi aspiriamo a una integrazione fondata sul rispetto reciproco.
Billie Holiday era ormai diventata una stella del firmamento canoro: quando Billie cominciava le sue performance, gli spettatori andavano in visibilio. Era bella e affascinante, un corpo meraviglioso con una voce tenerissima che non aveva eguali. Il suo stile musicale sembrava avvolgere le melodie con pause, sospiri, sofferenze e melanconie, il tutto a formare originali sonorità mai ripetibili. Una modalità di interpretazione invisa alle grandi orchestre ma più congeniale a piccoli gruppi di quartetti e quintetti che le davano la possibilità di intervenire anche sulle forti emotività individuali e del pubblico. Era proprio nell’improvvisazione la forza di Lady Day, nel fatto che ogni singolo brano già interpretato, conteneva il suo grado di novità e originalità e mutava a seconda delle sue emozioni e delle sue variabili interpretative per sembrare completamente un’altra cosa. Con il tempo, quella voce delicata subirà una notevole mutazione nel timbro, per l’abuso di alcol e delle droghe, tanto da divenire più rauca e ancor più drammaticamente lancinante. Ne sono la prova le registrazioni alla fine della sua carriera in quel lento e silenzioso suicidio che originava da una sensibilità naturale anche per la sua intransigenza sentimentale. È nel 1952 che Billie approda alla Verve, la vecchia e storica casa musicale Clef, del suo pigmalione Norman Granz, dopo la parentesi con Hammond. Famosissime furono le 12 ore di registrazioni avvenute dal 1945 al 1959, quelle famose performance al Jazz At The Philarmonic e, il concerto dei concerti, alla Carnegie Hall il 10 novembre del 1956. Storico quanto controverso è lo straordinario Lady in Satin, registrato nel febbraio del 1958 per la casa discografica Columbia. Le musiche furono arrangiate da Ray Ellis che arricchì di archi, ottoni e un coro l’intero programma musicale con musicisti del calibro di J.J.Johnson, Mal Waldron, Milt Hinton, mentre Billie Holiday ormai prossima alla morte, cantava nella più lancinante disperazione You’ve Changed: Quella scintilla nei tuoi occhi se n’è andata, / mi stai spezzando il cuore, /sei cambiato. Nonostante le polemiche e le critiche al disco, Lady in Satin è stato inserito nella Grammy Hall of Fame nel 2000.
L’autobiografia di Billie Holiday scatenò molte polemiche e non smentì l’attenzione morbosa dell’opinione pubblica al personaggio. Forse non potrà essere paragonata alla potente e ideologica autobiografia di Charles Mingus, Peggio di un Bastardo ma, in ambedue i testi, si delineano un quadro sociale, professionale e umano del tutto credibili: racconti che fanno luce su questi enormi protagonisti della storia della musica afroamericana e sulle condizioni di vita di milioni di diseredati e neri. La collaborazione di William Dufty nella scrittura del libro non fu ben accolta, probabilmente perché il personaggio non aveva una sua autorevole identità né come giornalista né come scrittore. Il linguaggio del libro sembra essere proprio quello gradito da Holiday, abbastanza sarcastico e talvolta irriverente con espressioni colorite. Lo spaccato umano delle difficoltà negli ambienti di casa, le vere e proprie sevizie della cugina Ida in un contesto familiare dove Billie aveva ricevuto affetto solo dalla madre e dai nonni paterni, ci fanno riflettere sulla sofferenza di questa donna. Nel racconto autobiografico, Billie dice che fu a causa di Alice Dean, prostituta e gestrice di una elegante casa d’appuntamento che scoprì il jazz. Le risorse economiche del casino consentivano la proprietà di un grammofono da cui potevano essere godute le canzoni di Bessie Smith e Louis Armstrong. Billie ancora bambina andava a pulire gli scalini e qualche camera da letto sulle note di quei meravigliosi giganti della musica. Quando la madre finalmente riuscì a sposarsi, fu “solo” uno scaricatore di porto a portarla in municipio: lui era di buona famiglia, dice Holiday, nel senso che da un punto di vista economico era in grado di mantenere una vita dignitosa. La sua famiglia tuttavia, non era affatto contenta del colore della pelle di mamma Flagan e della piccola Billie, loro infatti sembravano più chiari. Fu un buon patrigno comunque, ma morì presto, tanto la fortuna e la felicità non potevano durare tanto per due come noi, ci dice ironicamente Holiday. Le sfortune non arrivavano mai da sole: proprio in quel periodo, la piccola Billie subì una violenza sessuale. Nonostante fosse stata lei ad essere vittima di un quarantenne, aiutato molto probabilmente da una donna sua complice, Billie fu messa in prigione. Successivamente, la giovane venne trasferita in un istituto di un ordine religioso cattolico gestito da suore, una sorta di casa d’accoglienza con un sistema da caserma militare: le propinavano ogni sorta di violenza, anche psicologica, al punto che una volta furono capaci di rinchiuderla per tutta la notte in camera con una bimba morta. Billie aveva una personalità spiccata e per questo si distinse in una serie di legittime insubordinazioni. Fu liberata grazie all’intervento di alcuni bianchi benestanti ai quali la mamma aveva chiesto il piacere di interessarsene. Finalmente fuori da quella prigione, raggiunse New York, dove la vita era drammaticamente costosa. Mamma Flagan si dimenava in giornate lunghissime lavorando come donna di pulizie e forse anche come prostituta occasionale. Billie fu ospitata dalla cugina Ida che ebbe il tempo di esibire la sua aggressività nei confronti della giovane, prima di morire incredibilmente strozzata da un bolo rimastole impigliato alla gola. Holiday non ebbe molte scelte per tirare a campare in quel periodo della sua vita trovando lavoro presso case di appuntamento e divenendo, per la sua bellezza, molto appetibile a sfruttatori e delinquenti arroganti. Nella narrazione drammatica della sua autobiografia, la cantante racconta di essere stata spesso violentata da energumeni frequentatori del casino e, all’occorrenza anche ricattata. Infatti, dovette pagare a caro prezzo i suoi rifiuti verso questi uomini, subendo denunce e diversi mesi di prigione. Billie e l’amata madre si ritrovarono a vivere insieme durante il peggior periodo di crisi economica, tanto ci eravamo abituate, noi, alle crisi, scrive Billie. Un giorno, disperata perché in arretrato con il pagamento degli affitti e con il pericolo imminente di uno sfratto ormai inevitabile, Billie si mise alla ricerca di un lavoro. Le due donne si sistemarono in un appartamento della trentanovesima strada ad Harlem. Vissero un po’ in serenità prima che la madre di Billie si ammalasse molto seriamente. Fu allora che, disperata, Billie giunse al Pod’s & Jerry’s e si propose come ballerina finendo per cantare. Stava per terminare l’era del proibizionismo con l’abolizione della legge del 1933 contro l’alcool, che avrebbe cambiato la vita in quel sottobosco di musica, cantanti, avventori e ogni genere di persone nei grandi club storici come il Mexico, lo Yeah Man, il Nest, il Clam House, il Covan e il Morocco. Per Billie la carriera cominciò nel mitico Log Cabin, dove conobbe Paul Muni e John Hammond, Mildred Bailey, la nota Rocking Chair Lady, Red Norvo e Benny Goodman. Fu proprio quest’ultimo a proporre una registrazione alla futura Lady Day, portandola nel suo studio e facendole provare per la prima volta l’emozione di un microfono. Billie ha raccontato anche della sua folle paura di sbagliare, davanti a un gentiluomo e, soprattutto, a un microfono vero. Incise in quel periodo con l’orchestra del grande Teddy Wilson per una dozzina di canzoni: percepì trentacinque dollari senza essere a conoscenza che esistevano i diritti d’autore. Arrivarono i primi spettacoli all’Hotchka e all’Apollo, dove Billie ottenne una vera e propria incoronazione al suo stile canoro, emozionando il pubblico in visibilio dopo aver intonato The man I love e, l’indimenticabile If the moon turns green, di Bernie Hanighen.
Strange Fruit non è semplicemente una canzone: rappresenta uno dei racconti storici più tragici e realistici degli Stati Uniti di quegli anni. Strange fruit può essere anche considerata come il racconto di una immagine, la storia di una fotografia che ritraeva due uomini di colore linciati e penzolanti a un albero su una folla gioiosa e addirittura distratta, la storia sociale, umana e politica della segregazione razziale, della musica e della cultura afroamericana, la narrazione di un vero e proprio olocausto subito dal popolo nero durante centinaia di anni. Ѐ la storia di un Paese che è diventato una potenza economica e politica grazie e soprattutto al contributo degli afroamericani, al loro sacrificio e alla tenacia di lottare per i propri diritti.
La fotografia che vede penzolare due poveri sventurati e che fu uno dei motivi della scrittura di Strange Fruit, ha forse permeato lo spirito antirazzista con una incidenza superiore a quella che viene di solito considerata. La sua rappresentazione è l’immagine di una atrocità disarmante e senza eguali. L’immagine ha una sintassi specifica con il suo contenuto aberrante: balzano ai nostri occhi i protagonisti, odiosi e disumani che ci proiettano in uno stato di incredulità e vergogna. Si intravedono uomini e donne festanti come in un party di fine estate che assistono compiaciuti e sorridenti alla fine di uno spettacolo. È il 7 agosto del 1930: sconvolge quel linciaggio e ci chiediamo i nomi dei due afroamericani, per un attimo, ingrandiamo i loro volti ormai tumefatti, irriconoscibili. Che cosa avranno fatto? Avevano un avvocato? Fu loro riservata una carcerazione preventiva sicura? Ebbero la possibilità di difendersi o di proclamare la loro colpevolezza? Quale fu l’accusa? Ci furono testimoni, e le prove dei loro presunti crimini? Si chiamavano Thomas Shipp e Abram Smith. Al centro della foto del linciaggio si vedono due donne e un uomo che, dai loro sguardi, sembrano aver individuato Lawrence Beitler, il fotografo che immortalò questi due strani frutti insanguinati, penzolanti ai rami d’una quercia. I poveri stracci sono due trofei di caccia. Il linciaggio è un omicidio collettivo, è di tutti e di nessuno. Questa fotografia è la storia di un crimine, dei crimini. È il racconto di quel tempo, di quelle contee lontane e impervie come vicoli ciechi, vissute dell’ingiustizia della violenza contro un popolo che aveva costruito quel Paese nei campi, nelle città, in ogni dove. È il racconto soprattutto dell’Olocausto del popolo nero degli Stati Uniti d’America. Purtroppo, i linciaggi vergognosi del KKK vennero perpetrati a centinaia, senza contare le torture, le mutilazioni, le vessazioni, le umiliazioni. Dalle stime statistiche che abbiamo, fra il 1880 e il 1920, vi sono stati almeno due linciaggi a settimana: le vittime furono anche minori e donne incinte, per i quattro quinti afro-americani. Il famigerato Ku Klux Klan fu fondato nel 1865 ed era un gruppo nazista e suprematista formato da bianchi che si ritenevano di razza eletta: incappucciati e vestiti di bianco, giravano con ronde in formazioni compatte, imperversando nelle varie contee americane, quelle di un’America retriva, subdola, provinciale, barbara. Secondo una statistica non ufficiale e, sicuramente parziale, molti degli omicidi neppure venivano considerati numericamente: pare che in un arco di tempo che va dal 1889 al 1940, furono linciate circa 3.883 persone. Solo 49 carnefici dei massacri vennero incriminati e 4 condannati da tribunali composti da giudici bianchi. Strange Fruit era il racconto del linciaggio di Abram Smith e Thomas Smith accusati senza prove, nella cittadina di Marion, di aver ucciso un bianco per furto e aver stuprato la fidanzata. In un secondo momento, le indagini esclusero categoricamente le responsabilità dei due malcapitati, condannati e barbaramente uccisi da una folla inferocita nello Stato dell’Indiana che, con mazze, catene, piedi di porco e ogni genere di oggetti contundenti, attaccarono la Grant County Courthouse, dove erano detenuti, strappando la porta e prelevando i due malcapitati. Dopo essee stati bastonati, uccisi e mutilati, furono appesi ad un albero in bella mostra. L’episodio è narrato in Without Sanctuary: un libro scritto da James Cameron che, all’epoca dei fatti aveva 16 anni e, in quel maledetto 7 agosto del 1930, doveva essere la terza vittima del linciaggio. Riuscì a salvarsi grazie alle grida di una donna che lo scagionò e alla quale venne fortunatamente dato credito. James Cameron istituì una fondazione che divenne un Museo per la memoria dell’Olocausto dei neri d’America. Tuttavia, la storia di questa foto deve la sua testimonianza soprattutto e grazie ad Abel Meeropol. Egli era un insegnante di origini russo-ebraiche del Bronx, legato al Partito Comunista americano, che rimase sconvolto quando gli capitò di vedere la foto del linciaggio di Abram e Smith. Era il 1937. Meeropol pensò di scrivere un poema, Bitter fruit, pubblicandolo con lo pseudonimo di Lewis Allan. La pubblicazione avvenne sulla rivista New York Teacher e in un giornale comunista: New Masses. Gli ambienti progressisti gradirono Strange Fruit che divenne popolare. In origine, Meerpol tentò in tutti i modi di far arrangiare musicalmente il testo, interessando vari compositori che, per motivi diversi, non accettarono. Fu proprio la moglie di Meerpol, esausta dalle rinunce e dai dinieghi, che lo propose in musica. Fu eseguito per la prima volta, durante la riunione del sindacato degli insegnanti, a New York.
In successione a questi eventi e nella caparbia convinzione di riproporre questo testo meraviglioso nella sua cruda drammaticità, la coppia Meerpol vide in Barney Josephson la persona giusta per sponsorizzare e rendere pubblico Strange Fruit. Josephson era il proprietario del Cafè Society, famoso nella storia del jazz perché il suo locale fu il primo in America ad aver abrogato la segregazione razziale. La notizia che dà la stessa Holiday nella sua autobiografia, cioè che il testo sia stato scritto di suo pugno e musicato da Sonny White, è da ritenere falsa. La storia della famiglia Meerpol tuttavia non finisce qui. Meerpol adottò due figli, Ethel e Julius Rosenberg che, raggiunta la maggiore età, furono coinvolti in un caso di spy story che sconvolse l’America ed ebbe un’eco internazionale: furono processati perché incriminati di aver passato informazioni sulla costruzione della bomba atomica ai russi. Ambedue subirono la pena capitale e morirono sulla sedia elettrica. Le sentenze furono eseguite nonostante vi fossero appelli da tutto il mondo perché ciò non accadesse: furono firmatari infatti tra i più noti Pablo Picasso, Frida Kahlo, Diego Rivera, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Bertolt Brecht, Dashiel Hammett, Papa Pio XII.
L’immagine di Lady Day e Strange Fruit tutavia, si mescolano e divengono inscindibili, al punto da non sembrar possibile che qualcuno possa più eseguire con la stessa passione e dramamticità questo testo canoro. Nessuno forse avrebbe creduto che sarebbe diventata col tempo una sorta di manifesto della rivendicazione per l’eguaglianza razziale. Questa pièce scalò tutte le classifiche e si attestò ai primi posti delle classifiche musicali nel 1939. Non furono isolate alcune resistenze a quello che rappresentava questa mirabile canzone. Il Time Magazine, ad esempio, non ne apprezzò i contenuti e sostenne che fosse un testo-propaganda a favore del National Association for the Advancement of Coloured People. Strange Fruit è ancora oggi a pieno titolo fra i brani standard della storia della musica e rappresenta la pietra miliare di una rivolta artistica contro la segregazione razziale: Gli alberi del Sud producono uno strano frutto, / sangue sulle foglie e sangue alle radici, / un corpo nero che ondeggia nella brezza del Sud, / uno strano frutto che pende dai pioppi. / Una scena pastorale nel valoroso Sud, / gli occhi sporgenti e la bocca storta, / profumo di magnolia dolce e fresco, / e d’improvviso l’odore della carne che brucia. / Qui c’è un frutto che i corvi possono beccare, / che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca, / che il sole marcisce, che l’albero lascia cadere, / qui c’è uno strano e amaro raccolto.
Il frutto è la rivendicazione di un diritto che solo i bianchi non vogliono riconoscere e di cui i neri sentono di rivendicare: sono americani anche se ancora schiavi, penzolanti ai rami degli alberi, linciati, oltraggiati, vogliono riappropriarsi del loro sacrificio, del loro lavoro, della loro nuova terra. Straordinaria è la metafora del profumo di magnolia, il fiore preferito da Billie che intreccia sovente tra i suoi capelli nerissimi, dolce e fresco al cospetto dell’orrido rituale macabro e inumano dei bianchi. L’amaro raccolto è nel frutto strano che penzola, che marcisce, che si sfianca, che si inzuppa, il raccolto di una umanità che non potrà mai autoassolversi. Nel jazz, la contestazione continuò in molteplici forme, come nel free degli anni ’60, nella New Thing di Ornette Coleman con gli album A collective improvisation, New Thing e tantissimi altri proposti insieme a una vastissima schiera di leggendari musicisti, come Max Roach, Miles Davis, Eric Dolphy, Cecil Taylor, Charles Mingus, Alice e John Coltrane, Archie Shepp, Matana Roberts, Nicole Mitchell e Albert Ayler. Strange Fruit venne pubblicata su disco nel 1939 e, poco tempo dopo il suo primo ascolto, divenne una delle canzoni più belle e conosciute di questo mondo. Era la stessa Billie Holiday ad affermare, dopo ogni performance, che non esisteva niente altro che potesse venire dopo questa canzone. Fu un testo che ebbe un impatto incredibile in un’America che faceva i sit-in contro la guerra e si mobilitava in concerti e poesia. Nasceva il grande movimento per i diritti civili e, per la prima volta, il jazz compì un salto di qualità: da un linguaggio metaforico e talvolta allusivo di protesta, passò all’esplicita denuncia e rivendicazione. Leonard Feather definì Strange Fruit, interpretata da Billie, la prima invocazione gridata contro il razzismo.
L’indomabile Billie Holiday fu figura storica di una grande levatura artistica: visse senza dissociare la sua vita privata da quella geniale carriera musicale e canora. Fu consapevole protagonista delle rivendicazioni dello spirito afroamericano, del ruolo nel mondo artistico di un popolo in marcia verso una ineluttabile vittoria per i diritti civili e sociali. Nel 1954, Billie Holiday giunse in Europa e, successivamente, continuò ad attraversare in lungo e in largo quella terra che le aveva dato i natali e che spesso si era dimostrata matrigna. Nel 1953 apparve in TV per un reality della ABC, The Comeback Stories, dove si rese protagonista di una storytelling sulle avversità che la vita le aveva riservato, non disdegnando la partecipazione a concerti fino alla fine del 1956, con due importantissime apparizioni al Carnegie Hall. Fra orchestre e piccoli gruppi, Billie riuscì a farsi sentire alle radio di quell’America che cominciava a conoscere il jazz bianco di Stan Getz e Gerry Mulligan; poi gli incontri con il geniale Mal Waldron e Jo Jones. Nel 1959 era ancora in Europa, a Londra, dove Grenada TV mandò in onda quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica. Infatti, proprio in quei giorni, l’amato Lester Young tornò proprio dal Vecchio Continente negli USA, ormai debilitato dalla malattia: quando Billie seppe dello stato di Pres salì sul primo aereo per New York, ma non fece in tempo a raggiungerlo perchè il Saxophone colossus era già morto. Sarò io la prossima ad andarmene, chiosò Billie, anche lei indebolita dalle droghe e da una vita di stenti.
Dopo quattro mesi dalla morte di Lester Young, il 17 luglio del 1959, Billie Holiday muore per una tremenda cirrosi, con 70 centesimi in banca e 750 dollari in tasca: dei suoi lauti guadagni non ne rimaneva che l’ombra. Un altro destino.
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