Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/05/2026
Hantavirus: il disinteresse per la salute collettiva è alla base del contagio
In parte, era già successo con il Covid-19. Chi si scorda la campagna social “Milano non si ferma” del sindaco meneghino, Giuseppe Sala, che ha messo davanti alla tutela della comunità la necessità che la quotidianità della circolazione delle persone e del capitale (nel caso dell’Hantavirus, quello della crociera) non si fermasse?
Con il focolaio della Hondius si sono ripresentate tracce di un atteggiamento che rappresenta un problema strutturale, una logica sbagliata, non un errore casuale. Partiamo dal patogeno: si tratta di un virus zoonotico, che può passare cioè dall’animale all’uomo. La riserva animale è costituita da roditori, e si trasmette attraverso urina, saliva o altri liquidi corporei, si legge sul sito dell’OMS.
Il contagio avviene per contatto con ambienti contaminati, e nel caso specifico, ovvero quello del ceppo Andes (tipico del Sud America, da dove era partita la Hondius il primo aprile), registra anche la capacità, seppur considerata limitata, di trasmissione interumana attraverso l’esposizione prolungata, facilitata da ambienti chiusi.
Il ceppo andino provoca una malattia respiratoria con possibili risultati fatali, ed è quello che, per ora, è successo in un totale di 3 casi su 10 confermati, si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato a ieri 11 maggio. Questo è lo scenario della malattia, ma ora è necessario discutere lo scenario politico annesso.
L’11 aprile il primo malato è morto sulla Hondius, ma ci sono volute tre settimane prima che l’OMS ricevesse una notifica ufficiale di un focolaio di una malattia respiratoria grave attraverso le autorità britanniche, con la conferma da test condotti in Sudafrica. Proprio in quest’ultimo paese è deceduta una donna di 69 anni, che il 25 aprile ha condiviso, anche se per poco tempo, il volo Klm – compagnia di bandiera olandese – anche con 4 italiani.
La cronologia degli eventi palesa l’elefante nella stanza: nonostante un decesso per una malattia di cui i servizi sanitari a bordo non erano stati in grado di identificarne la causa, si è permesso ad alcuni passeggeri di muoversi liberamente, senza tutti i controlli necessari per tutelare la salute pubblica.
La logica che ha prevalso è stata quella di non associare al nome della compagnia olandese Oceanwide Expeditions, proprietaria della Hondius, un focolaio che poteva creare allarmismo e danneggiare gli affari. La scelta è stata dunque quella di non imporre a passeggeri che hanno pagato tra i 16 e i 25 mila euro (dunque non proprio proletari che campano alla giornata...) le garanzie per la tutela della salute di tutte le persone che avevano intorno.
Questo avrebbe imposto la limitazione dei movimenti e la quarantena nelle varie forme – e non senza contrasti, ci mancherebbe – come succede dai tempi della Peste Nera nel XIV secolo. Non bisogna dare adito all’allarmismo, certo, ma il silenzio sulla malattia durato settimane è la causa di un focolaio che oggi preoccupa le autorità di vari paesi.
E la motivazione dietro il silenzio è il tentativo di non disturbare la vita “as usual” di chi aveva speso migliaia e migliaia di euro in una compagnia che assicurava viaggi da sogno. Del resto, le attività turistiche annesse, compresa quella del birdwatching che sembrerebbe essere all’origine del primo contagio, sono svolte in aree di cui è risaputo il rischio biologico.
Infine, anche aver lasciato all’auto-tutela la gestione di possibili nuovi casi rappresenta la preminenza della logica “individualista” su quella della salute pubblica. La quarantena fiduciaria prevista per i contatti ad alto rischio dal Ministero della Salute significa, si legge su Il Fatto Quotidiano: “utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione”.
Il monitoraggio sarà quotidiano per 42 giorni. Ma perché lasciare al singolo, e non a personale formato, il controllo delle condizioni di quarantena? A ciò si aggiungono le preoccupazioni sul fatto che negli Stati Uniti, dove c’è un caso confermato, sembra che le autorità sanitarie non abbiano imposto la quarantena ai 17 passeggeri di ritorno dalla Hondius.
L’incensamento acritico di un’errata concezione della “libertà personale” rappresenta un pericolo per la collettività. In una società complessa ci deve essere un’ordine di preminenza, e ci deve essere, senza dubbio, anche una classe dirigente e delle istituzioni in grado di ottenere la fiducia da parte della cittadinanza. Bisogna sperare che il risultato prodotto da questo “buco” non sia un altro danno globale.
Fonte
11/09/2024
Pandemia e lockdown hanno accelerato l’invecchiamento del cervello degli adolescenti
Da storico che si occupa della sorveglianza internazionale delle malattie infettive (e non da medico, è bene specificarlo), mi sento di fare subito una premessa. La quarantena non è una pratica diffusa oggi, almeno per quanto riguarda questo tipo di patologie dell’apparato respiratorio.
Ci sono stati casi anche relativamente recenti (ad esempio, durante la Asian Flu del 1957) in cui è stata utilizzata come risposta alla pandemia, ma con scarsi risultati. Perché, ed è questo il problema effettivo, non c’è un modo con cui si possa davvero fermare il contagio.
La quarantena può essere utilizzata per rallentarlo, per limitarlo, ma prima o poi raggiungerà tutta la popolazione. L’unica alternativa è la vaccinazione, che da sempre non significa immunità totale, ma piuttosto la capacità del sistema immunitario di riconoscere il virus come agente pericoloso.
È questo tipo di informazione che è sempre mancata nella comunicazione pubblica sulla risposta pandemica organizzata a livello internazionale. E che in un certo senso ha fatto il gioco di Big Pharma, perché ha permesso che la critica si concentrasse sulla scienza, e non sulla sua non neutralità.
Per dirla più chiaramente, invece che porre sotto la lente di ingrandimento l’asservimento del pubblico all’interesse privato anche nella lotta a un pericolo globale, si è lasciato correre il dubbio intorno ai limiti dei vaccini, conosciuti da chiunque abbia un po’ di dimestichezza col tema.
Anzi, si è alimentata una visione dicotomica tra pro-vax e no-vax, in modo tale che si potesse creare una divisione verticale – interclassista – nella popolazione (da trattare con strumenti repressivi, alla bisogna) ed evitare il saldarsi di una divisione per vie orizzontali.
Quello che è stato sapientemente evitato è stato il fatto che una crisi globale potesse divenire il terreno su cui si palesasse il contrasto insanabile tra gli interessi della collettiva e l’appropriazione privata del profitto.
Così da far dimenticare che tante morti sarebbe state evitate, ad esempio, se i sistemi sanitari e la medicina di prossimità non fossero stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, perché poco convenienti in termini di bilancio.
Fatta questa doverosa premessa, si capisce anche che il lockdown era, in un certo senso, una misura emergenziale che aveva certamente un senso, ma che allo stesso tempo nascondeva il danno prodotto dalla privatizzazione della sanità da quando il ‘mondo libero’ ha vinto la Guerra Fredda.
E se dunque, al momento dell’esplosione della crisi sanitaria, quel tipo di risposta poteva essere legittimata dall’immediata necessità di minimizzare il contagio, quello che non è accettabile è come le classi dirigenti occidentali siano tornate alla normalità pre-pandemica.
E soprattutto, di come si prendano per dati e inevitabili i risultati dei danni prodotti anche dalle risposte emergenziali, senza elaborare politiche che diano il giusto risarcimento a sofferenze che si sarebbero potute evitare, se i politici non fossero stati i maggiordomi del grande capitale.
Torniamo dunque allo studio con cui è cominciato questo articolo. Pandemia e lockdown hanno alimentato l’invecchiamento cerebrale degli adolescenti, e in particolare tra le ragazze con uno sviluppo accelerato in media di 4,2 anni rispetto all’età anagrafica, di 1,4 anni tra i maschi.
Patricia Kuhl, una delle autrici dello studio, ha spiegato che questo risultato è stato derivato dalla misurazione dello spessore della corteccia cerebrale, che si assottiglia naturalmente col passare degli anni. Stress cronico e altri problemi accelerano l’assottigliarsi, e ciò è accaduto col Covid-19.
Ciò può portare alla più facile emersione di patologie neuropsichiatriche e comportamentali. A partire da dati raccolti a partire dal 2018 su 160 ragazzi, gli esami eseguiti nel 2021 hanno registrato un assottigliamento eccessivo della corteccia cerebrale, rispetto ai modelli di riferimento.
L’assottigliamento ha riguardato in maniera estensiva la corteccia cerebrale nelle ragazze, mentre nei ragazzi è stato limitato alla corteccia visiva. Questa differenza potrebbe essere legata al diverso valore delle relazioni sociali per questi due gruppi.
I ricercatori hanno spiegato che “l’adolescenza è un periodo di radicali cambiamenti nello sviluppo emotivo, comportamentale e sociale”, e che perciò le restrizioni sociali potrebbero avere effetti negativi sulla salute mentale di molti giovani.
È proprio questo risvolto di cui la classe dirigente non sembra interessata a occuparsi. Anzi, le politiche sanitarie adottate sono tornate sostanzialmente agli indirizzi precedenti al Covid-19, un’opzione contro cui questo studio non fa che ribadire la necessità di lottare.
Fonte
22/08/2023
Cina - Quanto è grave il rallentamento economico?
Quindi, un’analisi che proviene da un ambiente con nessuno motivo ideologico per fare sconti alla Cina.
Basta leggere l’analisi per capire che l’autore è contrario alla regolazione dell’economia e, anzi, tifa apertamente che di fronte alle difficoltà economiche le autorità rispondano con un po’ più di laissez faire e un po’ meno regolazione.
Ciononostante, l’analisi porta a conclusione diverse rispetto al catastrofismo dei grandi media internazionali, equamente divisi tra chi spera di poter chiudere finalmente l’anomalia cinese e chi è terrorizzato da un eventuale contagio che possa far esplodere le bolle speculative negli USA e in Europa. Buona lettura.
Sta emergendo un nuovo consenso tra economisti, giornalisti ed altri analisti a riguardo dell’attuale rallentamento dell’economia cinese.
L’opinione è che gli inciampi della Cina nella primavera 2023 fanno presagire problemi più seri sul lungo termine che deriverebbero dalle politiche sbagliate, isolazioniste e controllate dal Partito Comunista in risposta al COVID e delle sue conseguenze, con tutte le probabili influenze negative sull’economia globale.
Questa posizione molto popolare è probabilmente prematura e, almeno in parte, forse è semplicemente sbagliata[1].
Non c’è dubbio che la Cina stia affrontando molte sfide strutturali e d’altro tipo: crollo della produttività, forza lavoro in diminuzione, restrizione dei trasferimenti di tecnologia imposta dagli USA e da altri paesi, la correzione in corso della bolla immobiliare, alta disoccupazione tra i giovani lavoratori, una leadership che sembra dare priorità al controllo del Partito e alla sicurezza nazionale rispetto alla crescita economica (si veda la nostra intervista a Gabriele Battaglia, N.d.T.).
Queste sfide significano che la crescita cinese non tornerà vicino ai ritmi spettacolari del periodo 1980-2010, quando la crescita annuale era in media vicina al 10%.
Ma una lettura attenta del presente non va a sostegno della visione per cui la crescita cinese sia invischiata in una pesante spirale verso il basso che durerà anni.
La crescita del PIL cinese anno-su-anno nel secondo quarto del 2023 ha avuto un picco al 6,3%[2]. La ripresa anno-su-anno però era parzialmente dovuta alla crescita debole del secondo quadrimestre del 2022 e rappresentava una crescita di meno dell’1% rispetto al primo quadrimestre 2023.
La performance del secondo quadrimestre, quindi, è stata inferiore alle aspettative degli investitori. La crescita deludente è dovuta parzialmente anche all’espansione dei consumi delle famiglie su base annualizzata quadrimestre-su-quadrimestre che è precipita al 15% rispetto al 33% del primo quadrimestre[3].
La grande crescita del primo quadrimestre però era il risultato di una crescita molto debole nel quarto quadrimestre 2022, combinata con la fine dei lockdown imposti dal governo per il COVID-19, cioè un evento una tantum e quindi non sostenibile.
Anche le importazioni cinesi si sono indebolite, crollando del 7,6% nei primi sette mesi del 2023. Questo potrebbe essere un segnale di debole domanda interna.
Ma secondo Goldman Sachs il “declino nella crescita nominale dell’import è stata guidata interamente dagli effetti dei prezzi”[4]. In termini di volumi, le importazioni si sono espanse dell’1% rispetto al declino del 6,4% nello stesso periodo dell’anno scorso. Le importazioni nella prima metà del 2023 segnalano quindi una crescita della domanda interna.
E per quanto riguarda l’idea che le famiglie, di fronte alle insicurezze crescenti, stiano perdendo fiducia e stiano tagliando le spese lasciando più soldi nei depositi bancari?
I depositi bancari si sono accumulati durante la pandemia (2020-2022). Questo accumulo potrebbe riflettere la crescente paura delle famiglie di perdere i propri asset e quindi dare priorità alla liquidità di breve termine, come dice Adam S. Posen su PIIE[5].
La spiegazione alternativa è invece che quando i lockdown erano abbastanza pervasivi le famiglie non hanno avuto modo di spendere, i risparmi sono quindi inevitabilmente aumentati molto, e molti di questi risparmi crescenti sono stati spostati sui depositi bancari.
I depositi bancari delle famiglie hanno continuato a crescere nella prima metà del 2023 a circa lo stesso ritmo del 2022, suggerendo che non sia cambiato molto.
Ma il contesto è completamente diverso. Per esempio, nelle aree urbane la crescita del reddito disponibile delle famiglie nella prima metà del 2023 è aumentata di più della metà, quindi la quota di reddito delle famiglie indirizzata ai depositi bancari è scesa di molto.
La crescita della spesa in consumi è stata quasi dieci volte tanto rapida anche rispetto allo stesso periodo del 2022[6]. Questi dati suggeriscono con forza che il tasso di risparmio delle famiglie urbane stia ora crollando.
Questa ipotesi trova conferma nei dati nazionali aggregati per la prima metà del 2023, in cui i consumi pro capite sono cresciuti dell’8,4%, una volta e mezzo più veloce della crescita del PIL (entrambi misurati a prezzi correnti) e molto più rispetto alla crescita dei redditi disponibili pro capite, che si è attestata al 6,5%[7].
Ciò suggerisce che ci sia stato un punto di svolta nella prima metà del 2023, che ha portato alla riduzione del tasso di risparmio delle famiglie e all’aumento delle spese per consumi.
E per quanto riguarda l’idea che il rallentamento stia ora deprimendo i salari, minando ulteriormente la fiducia delle famiglie?
La crescita del salario medio pro capite nella prima metà del 2023 è stata del 6,8%[8]. Considerando altre forme di reddito, come gli interessi e altri redditi da proprietà, il reddito pro capite al netto delle imposte è stato di quasi tre quarti superiore al reddito da salario ed è cresciuto del 6,5%, più della crescita del PIL nominale[9].
La quota di ricchezza che va alle famiglie, quindi, sta crescendo, non diminuendo.
La combinazione di redditi personali in crescita e tassi di risparmio in discesa implica che i futuri consumi delle famiglie probabilmente sorprenderanno verso l’alto.
E la temuta parola con la "d", la deflazione?
La caduta dei prezzi al consumo potrebbe portare le famiglie a posticipare i consumi sulla base dell’aspettativa che domani i prezzi caleranno ancora. Questo ridurrebbe i consumi e la crescita economica.
Ma la riduzione dei prezzi, ampiamente notata, dello 0,3% a luglio 2023 in paragone all’anno precedente, era in maggior parte dovuta all’elevato costo degli alimentari nello stesso periodo del 2022.
Scorporando i prezzi volatili di alimentari ed energia, i prezzi dei consumi di base a Luglio 2023 sono cresciuti dello 0,8%, in crescita rispetto allo 0,4% di Giugno. Potrebbe essere prematuro evocare lo spettro della deflazione sulla base dei dati di un mese.
Infine, per quanto riguarda gli investimenti, in particolare quelli privati?
Una ragione della debolezza degli investimenti, pubblici e privati, nella prima metà del 2023 è che le scorte delle industrie alla fine del 2022 erano ai massimi storici[10].
In Cina, a differenza degli USA, non ci sono stati trasferimenti di contante direttamente alle famiglie durante la pandemia. Il sostegno ai redditi delle famiglie è stato indiretto, il governo ha tagliato alcune imposte alle imprese scoraggiando al contempo le imprese dal licenziare i lavoratori.
In molti casi la produzione è continuata mentre le vendite diminuivano, portando inevitabilmente al livello record di scorte.
Con le scorte ai massimi storici, si sono rivelati deboli gli incentivi di breve termine ad investire per espandere la capacità di produzione manifatturiera nella prima metà del 2023. Nello stesso periodo però si sono consumate le scorte, ponendo forse le basi per più investimenti in futuro.
Durante la pandemia gli investimenti privati hanno continuato a crescere, ma si sono indeboliti relativamente al tasso di espansione degli investimenti statali. Nella prima metà del 2023, per la prima volta da sempre, gli investimenti privati sono scesi dello 0,2%.
Gli investimenti privati continuano a contare per più della metà degli investimenti totali, ciò suggerisce che le politica del governo abbiano eroso i diritti di proprietà privati meno di quanto sia affermato da alcuni critici.
Due fattori sono stati particolarmente importanti nel rallentamento relativo degli investimenti privati: la crescente regolazione delle compagnie di internet e la correzione del settore immobiliare.
Primo: l’improvvisa e non ben congegnata repressione delle compagnie delle piattaforme internet, in grandissima parte privata, è cominciata alla fine del 2020 e ha decimato guadagni, investimenti e assunzioni.
A Luglio 2023 le autorità hanno dato segnali di via libera, dichiarando che i problemi di queste compagnie erano stati “rettificati”. Le imprese (tra cui Alibaba, ByteDance, Meituan e altre) hanno risposto aumentando l’assunzione di nuovo personale, rovesciando l’ondata di licenziamenti in queste e altre imprese private dell’hi-tech occorsa nel 2022[11].
Probabilmente la loro redditività sarà più bassa nel nuovo sistema di “supervisione normalizzata” rispetto all’approccio laissez-faire predominante prima della repressione, ma certamente crescerà rispetto ai minimi del 2022 e della prima metà del 2023, spingendo la crescita degli investimenti privati complessivi[12].
Secondo: gli investimenti nell’immobiliare anno-su-anno sono crollati del 10% nel 2022 e di un altro 8% nella prima metà del 2023. Le imprese private rappresentavano la gran parte degli investimenti nell’immobiliare prima dell’avvio della correzione. Il declino degli investimenti nell’immobiliare ha avuto grandi effetti sul livello generale di investimenti privati.
Le imprese immobiliari private stanno facendo deleveraging (vendere rapidamente le proprietà per ridurre il tasso di indebitamento, N.d.T.) ed è improbabile che tornino a investire, tranne che per completare i progetti già venduti ma non finiti. Quindi, l’immobiliare continuerà a essere un freno alla crescita degli investimenti privati.
Per concludere, la Cina e la sua popolazione hanno sofferto molto durante la pandemia del COVID-19, sia in termini di vite perse sia di mancata produzione economica. L’analisi svolta suggerisce che la ripresa possa essere cominciata, ma è fragile.
Il tempo dirà se la ripresa prenderà piede o se la Cina entrerà in una spirale ciclica verso il basso.
Note dell’autore
1. Vedi, per esempio, Adam Posen su Foreign Affairs, Peter Goodman sul New York Times, Paul Krugman sul New York Times, Keith Bradsher sul New York Times, James Kynge sul Financial Times, e l’editoriale collettivo del Financial Times.
2. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H GDP report.
3. Goldman Sachs, China: Consumer Dashboard 2023Q2, August 7, 2023.
4. Goldman Sachs, Signals from Chinese Import Data, August 15, 2023.
5. Posen, Foreign Affairs.
6. National Bureau of Statistics via Wind.
7. Vedi National Bureau of Statistics of China’s 2023 1H report su redditi e consumi delle famiglie
8. Ibid.
9. Ibid.
10. Gavekal Dragonomics, The Inventory Hangover, July 31, 2023.
11. “China’s Big Tech companies revive expansion plans after Beijing vows to give the green light on more deals, ends regulatory crackdown”, South China Morning Post, August 1, 2023.
12. Martin Chorzempa, Is China’s Tech ‘Crackdown’ or ‘Rectification’ Over?, DigiChina Forum, Stanford University, January 25, 2023.
Fonte
19/08/2023
[Contributo al dibattito] - Egemonia e rivoluzione
Introduzione
Questo intervento non vuole dare certo un quadro esaustivo dell’attuale fase politica italiana e internazionale, ma articolare alcuni aspetti politici, che sino a oggi non mi risulta siano stati sviscerati con compiuta contezza.
L’eredità analitica della Terza Internazionale, ci diceva che i processi rivoluzionari hanno delle proprie peculiarità in base alle composizioni sociali e ai rapporti tra le classi sociali, seguendo uno schema interno alle diverse formazioni economico-sociali: rivoluzioni democratico-borghesi nei paesi in via sviluppo (o sottosviluppati) con diverse gradazioni in base al livello raggiunto dalle forze produttive e alla crescita dei mezzi di produzione del capitale nella formazione delle classi operaie, fino alle rivoluzioni proletarie socialiste a guida proletaria nei paesi a capitalismo avanzato. Ora nel sistema mondo, per essendoci ancora le diverse gradazioni di sviluppo e la diversità delle composizioni sociali, non si può non aver capito come la questione nazionale sia in realtà questione dirimente anche nelle società complesse, di fronte a un dominio imperialista fortemente gerarchizzato che ridisegna le colonie e neocolonie anche dentro la catena dei paesi imperialisti stessi.
Le lotte per l’emancipazione di settori sociali e di classe, per la liberazione della donna, per l’indipendenza nazionale, sono tutte parti di un mosaico che definisce nella sua generalità la lotta di classe nel sistema capitalista. Dentro questo sistema vigente vi sono forme di egemonia e di oppressione differenziate che vanno a comporre un mosaico assai frammentato. Le lotte non seguono un percorso e non hanno un posizionamento definito, ma sono divise e spesso anche in conflitto tra loro.
Tuttavia, le particolarità rischiano di fuorviare la direzione rivoluzionaria giusta nei conflitti sociali e ogni particolare rischia di assumere una sua centralità. È il limite contraddittorio delle istanze sociali spesso giuste e sacrosante, ma che non colgono più il cuore del problema dell’oppressione generale da parte dell’imperialismo sui soggetti, sicché ciò favorisce quel lavoro controrivoluzionario che stiamo vedendo nelle “rivoluzioni” e nei movimenti colorati.
Un primo passo per comprendere se delle istanze di liberazione siano manipolate e usate contro la rivoluzione socialista o siano nella direzione giusta è appunto la direzione stessa che prendono nel conflitto, la scelta di campo. L’egemonia sociale, ma soprattutto politica (in dialettica tra loro) definiscono il carattere rivoluzionario o quanto meno progressivo di un processo. Per meglio intenderci vanno fatti esempi concreti. Un esempio tipico riguarda il Rojava da una parte e l’Ucraina dall’altro.
Due contesti che rivelano come i nostri fan della rivoluzione curda abbiano preso un abbaglio, riportando meccanicamente la Resistenza del popolo curdo, il municipalismo comunitario dell’autogestione popolare democratica dei popoli in quella zona, in una frase: l’autodeterminazione dei popoli in un contesto in cui questa no c’è. L’Ucraina: la direzione politica e le forme di gestione del potere sono addirittura naziste banderiste, non vige certo alcuna resistenza di popolo ma una direzione dall’alto della NATO nella guerra contro la Russia, dopo anni di aggressione sanguinaria alle popolazioni russofone del Donbass. Semmai è nel Donbass, tra la popolazione russofona che si è ripresentata questa questione, dopo il golpe di Euromaidan e una vera e propria pulizia etnica da parte dei nazi banderisti. Semmai è la miriade di azioni di Resistenza alla repressione della SBU (servizi segreti, la Gestapo ucraina), atti di diserzione, tentativi di espatrio e di darsi alla macchia per non divenire carme da cannone a rappresentare l’autodeterminazione del popolo.
Il primo processo di guerra rivoluzionaria contro poteri esterni (la Turchia), ossia quello curdo nel Rojava è a direzione popolare dal basso, esattamente come lo zapatismo o le guerriglie come quella filippina. E poco importa, in questo caso, se tatticamente può avere avuto un sostegno militare degli USA, nel fornire loro appoggio contro il Daesh. Qui siamo davvero su un terreno della tattica come fu per il CLN e in particolare i comunisti nella guerra al nazifascismo del 1943-45, dove l’apporto militare degli alleati (paesi imperialisti) fu addirittura decisivo per la Liberazione.
Il secondo è il mero esercizio sotto il giogo anglo-euroimperialista di un regime nazista che ha soppresso in Ucraina le più elementari libertà democratiche, perseguito le opposizioni, adottato assassinii e torture come prassi dominanti, in un quadro politico nei rapporti tra potere e opposizioni del tutto inesistenti. Un paese terrorista che nel perseguire le politiche di potenza e di aggressione dell’unipolarismo, non determina nulla a vantaggio delle masse popolari di quel paese.
Dunque fa specie che personaggi della sinistra radicale, “libertari” che hanno vissuto l’esperienza del Rojava, o sindacalisti di base, o ancora realtà che si dicono autonome, municipaliste o anarchiche finiscano con il sostenere i nazi-banderisti del governo di Kiev e in ultima analisi la NATO.
1. Cosa ha significato la lotta politica di massa in questo periodo di pandemia da Covid-19: indipendenza e classe
Molti soggetti e piccole organizzazioni si sono battute in questi tre anni contro le restrizioni che sono state adottate dai sistemi politici dominanti e contro l’imposizione dei sieri genici alla popolazione. C’è chi si è limitato a vedere la questione come un attacco alle libertà civili che definisco borghesi, ossia nate dai cambiamenti messi in atto dalle borghesie liberali negli ultimi duecento anni, considerandoli come libertà assolute ed esaustive, ma senza inquadrare il problema dentro gli scopi fondamentali dei ristretti ceti dirigenti che sono essenzialmente quelli del capitalismo dominante.
Questo insieme di vertenze avevano il denominatore comune nei principi costituzionali che sono inscritti nella nostra Carta, nella visione di una loro applicazione che non si è mai realizzata e quindi della conquista finalmente di una sovranità nazionale, del popolo per il popolo.
La comprensione di un passaggio autoritario di portata epocale, ossia che ha chiuso e aperto un’epoca nuova per le democrazie liberali nel divenire democrature: democrazie borghesi senza nemmeno una soglia minima di rappresentatività, non ha corrisposto a una piena comprensione di questo passaggio, poiché la fase precedente è stata letta da una pletora di apprendisti dell’antagonismo interclassista come un periodo ideale, democratico, non viziato (in realtà) dalle politiche di regime delle classi dominanti del capitale e quindi priva di un’analisi marxista rivoluzionaria che ci porti dalla fase precedente a quella attuale con una lettura politica coerente.
Infatti, dopo il ciclo espansivo del capitalismo nel secondo dopoguerra del secolo scorso, alla crisi strutturale e di sistema si accompagna da circa quattro decenni una risposta neoliberista di distruzione dello stato sociale e della politica keynesiana con l’inizio del tatcherismo e reaganismo e a una progressiva separazione tra democrazia rappresentativa e politica coercitiva dominante di tali ceti basata sul TINA: there is not alternative. Questo passaggio politico autoritario è il prodotto storico ed epocale di questo processo di dominio di classe e di sistema a livello planetario, con il quale procede l’imperialismo, ossia la catena di paesi imperialisti a dominanza USA.
Considerata questa traiettoria politica di sistema, il passaggio pandemico coincide con l’avvento di un totalitarismo dei grandi gruppi oligopolistici multinazionali e finanziari sul resto dei settori sociali, compreso il piccolo capitalismo e le attività territoriali di prossimità. Dunque, le restrizioni delle più elementari libertà, per un approccio marxista al problema, rappresentano una vera e propria svolta autoritaria, biopolitica, tecnologica di controllo e irreggimentazione dei rapporti sociali e di produzione e circolazione del capitale, che oppongono le oligarchie transnazionali del capitale al resto della società che vive e produce in un dato territorio.
Per questo, le lotte dei sabati contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, contro il lockdown e le norme che di sanitario non avevano nulla, sono elemento fondamentale sia sul terreno della questione nazionale, dell’indipendenza dall’oligarchia sovranazionale del capitalismo, sia su quello della lotta di classe tra basso contro l’alto, tra classi popolari che vanno dal proletariato più o meno precario ai ceti medi colpiti da tale irreggimentazione, contro i ceti politici di regime e gli apparati che dentro lo stato capitalista conducono per campagne emergenziali, in modo bipartisan, destra o sinistra che sia, gli interessi del TINA, dalla pandemia alla guerra. Occorre pertanto comprendere che la politica di questo sistema di potere del grande capitale degli oligopoli multinazionali e finanziari ha due fronti:
a) un fronte esterno di riaffermazione manu militari dell’egemonia atlantista messa in discussione dalle tendenze economiche e geopolitiche al multipolarismo di popoli e paesi sul piano internazionale, ben rappresentata dal suo epicentro bellico (su cui non mi soffermo per ragioni di spazio) della guerra in Ucraina, gravida di un’escalation autodistruttiva in una guerra su vasta scala, dove l’obiettivo è separare la Russia dall’Europa e sottomettere quest’ultima al disegno suprematista dell’anglosfera a dominanza USA;
b) un fronte interno, in cui il grande capitale finanziario e multinazionale riconduce le filiere, i flussi di capitale, i rapporti commerciali e di committenza, le modalità consumistiche, l’accesso alle risorse, i sistemi di relazioni sociali e di welfare, la catena del valore sotto il proprio diretto controllo, configurando questo totalitarismo politico, tutt’altro che transitorio. In questo si spiega il superamento della democrazia borghese liberale e non certo il suo trionfo. Per questo anche se spontaneamente e istintivamente sono scese in campo componenti di borghesia colpita da questa irreggimentazione.
Questa duplicità delle questioni pone una duplicità nella lotta per l’egemonia. Ma questo lo vedremo in seguito, sul finire di questo saggio.
2. Lo scenario internazionale
Nello scenario internazionale vediamo due tendenze scontrarsi:
– quella egemonica dell’imperialismo atlantista a dominanza USA e i suoi vassalli, i paesi imperialisti come UE, Canada, Giappone e Australia;
– e dall’altra potenze mondiali e regionali capitaliste come Cina e Russia, India ossia i BRICS, ma anche paesi che procedono in processi di transizione al socialismo, da Cuba al Vietnam, dalle esperienze sudamericane di ALBA e il bolivarismo.
Questa seconda tendenza rappresenta nel complesso quella parte maggioritaria di mondo che non costituisce un blocco omogeneo come quello atlantico. Sono paesi spesso in frizione tra loro, ma che rappresentano la spinta alla decolonizzazione, ossia a rompere i vincoli coloniali e neocoloniali della supremazia dell’Occidente che fino ad oggi si è espressa con lo sfruttamento delle risorse, il monopolio commerciale e finanziario: dall’egemonia del dollaro a quella del franco CFA. È uno scenario diverso dalla tripartizione di mezzo secolo fa tra capitalismo, socialismo e paesi non allineati, ma è comunque l’espressione che assume oggi la contraddizione globale tra imperialismo e popoli emergenti, per la quale un sincero schierarsi verso questi ultimi, al di là dei singoli sistemi politici in campo, costituisce una scelta di campo strategica antimperialista e internazionalista.
Questo schierarsi con il multipolarismo e la decolonizzazione, con tutte le loro contraddizioni sociali e culturali, non significa ripudiare lotte sacrosante come la laicità dello stato contro le teocrazie, l’emancipazione della donna o la stessa lotta proletaria contro gli specifici capitalismi, ma comprendere che l’emancipazione globale dal lavoro salariato, la democrazia socialista dei consigli e della socializzazione dei mezzi di produzione passa strategicamente dall’individuazione del nemico principale su scala planetaria, che è unipolare e suprematista sul piano economico, dalla sua sconfitta e dall’affermazione di un sistema mondiale multipolare che aprirà a nuovi cicli di lotte popolari in ogni specificità, ma soprattutto ci farà uscire dallo spettro sempre più imminente di un conflitto atomico. E dalla polvere radioattiva non nasce nessuna società democratica, né tanto meno socialista. Così come, nella migliore delle ipotesi, non nasce certo da un’imposizione bio-tecno-fascista di modelli di sfruttamento e consumo basati su un sempre più goebbelsiano sistema mediatico di consenso valoriale. Non nasce nulla di buono da un società della sorveglianza discriminatoria e selettiva sui comportamenti compatibili e acquiescenti, aderenti alle varie emergenze imposte e alle campagne del terrore allarmistico di cui il capitalismo unipolare si nutre e domina.
Occorre dunque riappropriarci di una politica del cambiamento radicale dei rapporti sociali e di forza tra classi, a partire dalla composizione sociale, dai settori sociali che nel nostro paese ci troviamo ad avere, per quello che essi sono, senza rievocare rivoluzioni del passato nelle modalità in cui sono avvenute e costruirci mentalmente proletariati granitici e coesi, che esistono solo nei giornaletti e nei proclami di una sinistra comunista ormai in confusione e priva di una visione realistica della fase e del contesto socioeconomico e culturale che ha davanti a sé.
Occorre comprendere le contraddizioni economiche e sociali, e quindi politiche, della nostra contemporaneità, che muovo dialetticamente bidirezionalmente dal generale al particolare e dal globale al locale, riconoscendo in questa dialettica le tre contraddizioni fondamentali dell’epoca attuale.
3. Le tre contraddizioni
Partendo dal generale e arrivando al particolare, dal mondiale al locale, ci troviamo davanti a tre contraddizioni entro le quali operare, senza distorsioni meccanicistiche e nostalgie del passato che fu.
1. La contraddizione tra imperialismo e popoli/paesi (già trattata nel punto precedente), dentro la quale in chiave capitalistica o welfariana-statalista, pur burocratica ci stanno varie forme di capitalismo regionale o nazionale. Ma anche esperienze di carattere socialista, come il bolivarismo. In sintesi: la contraddizione tra unipolarismo e multipolarismo. Da una parte abbiamo un blocco coeso di paesi imperialisti che riproducono, o intendono farlo, le dinamiche di accumulazione capitalistica di sempre, di stampo predatorio coloniale e neocoloniale, di supremazia negli scambi basati sul dollaro, di controllo dei flussi economici sulle materie prime, sulle filiere, sulla ripartizione dei mercati e sulle politiche di sfruttamento intensivo della forza-lavoro. Dall’altra il resto del mondo, piuttosto diversificato per realtà economico-sociali e culturali.
A questa politica di supremazia, quindi, non corrisponde un blocco contrapposto omogeneo, se non un’alleanza tra due potenze: Cina e Russia. Il resto è una rete di partenariati a livello mondiale, coordinati da alleanze economiche come i BRICS o l’alternativa alla Banca Mondiale: NDB (New Development Bank), che sta attraendo sempre di più paesi. Più che di “interimperialismo” (con buona pace delle tesi neutraliste e manichee nel loro essere dottrinarie quanto eurocentriche) si tratta di uno scontro tra il dominio colonialista e predatorio ultrasecolare del sistema imperialistico occidentale e il processo di decolonizzazione e sganciamento della parte di mondo fatta di questi paesi e popoli in via di sviluppo.
2. La contraddizione dentro le nazioni stesse tra le diverse frazioni di capitale e di borghesia, che corrisponde del resto a quelle frazioni capitaliste che rispondono alle politiche di potenza del capitalismo unipolare e delle sue cancellerie occidentali e dall’altra quel piccolo capitale che ha i propri interessi economici e le sue attività sul territorio di riferimento.
In definitiva è la contraddizione interna agli stati nazione tra classi capitaliste locali, nazionali e imperialismo atlantista unipolare. E anche in questo caso vive la lotta di classe tra diverse frazioni borghesi: capitale sovranazionale delle oligarchie dell’alta finanza e delle multinazionali e piccolo capitale, borghesia nel vero senso della parola, ossia che ha i suoi interessi prevalenti nel borgo, mentre questo viene devastato dalle grandi filiere della produzione multinazionale, della logistica che impone nuove modalità di accesso alle merci e al consumo, l’amazonizzazione della circolazione del capitale. A farne le spese, dunque, è anche l’economia di prossimità. E anche in questo caso dentro i settori sociali legati al territorio abbiamo la composizione di classe proletaria, spesso non facilmente distinguibile se non dal fatto che il TINA delle politiche neoliberiste imposte dal grande capitale oligopolistico ha imposto il blocco dell’ascensore sociale e la pauperizzazione o proletarizzazione di vasti settori di piccola e media borghesia. Sicché ci si chiede se una famiglia composta da un piccolo commerciante ortofrutticolo con moglie operaia in cassa integrazione è proletaria o piccolo borghese. O ci si chiede per esempio se un impiegato licenziato che si mette a fare il fontaniere con partita IVA è collocabile sempre nella medesima categoria del lavoro subordinato o cosa un operaio o cosa. Una visione schematica dell’esercito industriale di riserva, dopo decenni in cui si è passati dall’operaio massa all’operaio sociale, e in cui abbiamo avuto forti cambiamenti tecnologici nei processi di produzione, non solo non aiuta ma è fuorviante e occorre agire nell’ambito di una composizione sociale subordinata estremamente (questo sì) fluida e mobile dentro i recinti dello sfruttamento capitalistico nelle sue varie modalità di lavoro subordinato.
3. È precisamente questo il terzo punto: il proletariato con la sua contraddizione capitale/ lavoro esiste, è il cuore epocale e apicale del problema, la contraddizione di ultima istanza, che non va trascurata, ma fatta vivere dentro le altre contraddizioni. Chi la mette al centro tatticamente e meccanicisticamente agendo su vecchi schemi politici e modelli di classe anacronistici, elidendo, ossia, cassando le altre due contraddizioni è destinato a fare la fine che sta facendo: essere esterno e marginale allo scontro tra unipolarismo e multipolarismo, tra popoli ed élite, nel conflitto intercapitalistico e interborghese in atto, come se la questione non riguardasse il proletariato stesso. Significa costruirsi un recinto politico avulso dal resto della società e della classe stessa, dalla composizione sociale di classe, restringere il campo dei referenti sociali e condannarsi alla marginalità politica. E nel nostro paese la forza politica di un soggetto di classe non esiste proprio per questo. Si approda, per esempio, a un mutualismo missionaristico, che surroga la funzione del pubblico di welfare invece di rivendicarlo come sottrazione/riappropriazione di ricchezza sociale, pianificazione e centralità dei bisogni sociali delle classi popolari, ripensando a un ruolo socialista dello stato anche dentro un’economia di mercato (che diverrebbe così di transizione), con una forte presenza di settori sociali di piccola e media impresa che non possono certo essere kolkovizzati tutti d’un colpo.
In definitiva è questa la scommessa non solo dei comunisti, ma di tutte le forze realmente democratiche che intendono liberare il paese dalla dominazione di un imperialismo che ha la sua testa a Davos e non certo a Roma. Con buona pace di chi chiacchiera ancora di polo imperialista europeo: un consesso di paesi vassalli senza una politica economica che non sia interna ai processi di capitale continentali (dove la Germania la fa da padrona, ma solo dentro il perimetro del dominio USA), senza una politica estera di potenza (se eccettuiamo la Francia in Africa, anche in questo caso subordinata agli USA) che china la testa e accetta una guerra che va contro i suoi stessi interessi, contro scelte commerciali e di partner imposte da Washington dentro una catena imperialista strutturata dagli USA attraverso il G7 e la NATO e organismi di compensazione intercapitalistica come la Trilateral, il Bildelberg, l’Aspen.
Nei tre anni di lotte sociali contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, soggetti e piccole forze come l’Assemblea Antifascista cGP di Bologna, più o meno consapevolmente hanno agito come piccoli nuclei di avanguardia, avendo come comune denominatore ideologico tra comunisti e libertari, l’anticapitalismo dentro un movimento ideologicamente borghese, incentrato sulle libertà civili e su una concezione generica di democrazia, ma a composizione sociale eterogenea tra ceti medi settori di proletariato precario ancora più precario sotto questo attacco. Con l’Assemblea Militante abbiamo avuto il primo esperimento di ingegneria tattica casualmente leninista, poiché uscito dall’ambito autoreferenziale per agire nell’insieme di un vasto movimento sottovalutato dai dogmatici abitudinari, divenuti addirittura ascari del regime nella sua torsione autoritaria biopolitica e tecnologica. Come i riformisti di sempre, attori al servizio del capitale nel nome di uno scientismo demenziale, con una concezione neutrale e non di classe (di critica sul piano euristico) della scienza borghese, improntata sul controllo sociale, dei soggetti e sulla massimizzazione del profitto di big pharma e, in ultima istanza di Black Rock, Vanguard e State Street. Esponiamo la questione con riferimenti politici precisi riguardo gli artefici della debacle di gran parte della sinistra di classe organizzata in questi tre anni: gran parte del sindacalismo di base, eccettuate componenti interne alla CUB e ad altre, ma anche gli svarioni di svariati centri sociali e, soprattutto, quella sinistra che si autodefinisce antagonista e che ha partecipato a diverse elezioni in questi ultimi anni.
La strada intrapresa invece dai nuclei d’avanguardia prima menzionati si è rivelata corretta: è stato il primo tentativo serio di operare una sortita fuori dalle “riserve indiane”, dai recinti politici e mentali, per relazionarsi con uno dei più vasti movimenti di massa degli ultimi decenni. Propositiva è stata la sua la presenza nel movimento di massa anti-GP, anche se non ha saputo sedimentare organizzazione di massa e politica d’avanguardia. Nei momenti di riflusso, come ora, deve però prevalere il lavoro di organizzazione, nell’ipotesi di costruzione di un fronte ampio dei soggetti e delle forze rimaste e di lavoro culturale per realizzare un processo di crescita egemonica dentro le lotte e i momenti aggregativi che ci sono e che ci saranno.
4. Per cosa e come lottiamo
Un cambiamento politico (rapporti tra forze politiche) e sociale (rapporti classe) può avvenire in tre modalità:
1. Hai dietro le masse come avanguardia e vai allo scontro sociale (opzione ideologizzata, vedi parole d‘ordine come “governo operaio”, ecc.), riducendo la lotta di classe alla sola questione “operaia”.
2. C’è una crisi di potere, data dalle contraddizioni tra forze di regime, nella quale irrompe l’incognita di quali di queste monopolizzerà un movimento sociale o partirà dalle posizioni di potere interna alle istituzioni, in chiave populista, ed effettuerà per esempio un colpo di mano istituzionale verso una fase elettorale o costituente plebiscitaria, anche attraverso la forzatura di un conflitto sociale. Ma tale fase è solitamente favorevole alle destre fasciste per quella visione centrata di Gramsci sul concetto di egemonia, dove la cultura nazionale rispecchia l’emergere di un sentimento popolare che in questo caso non prenderebbe una strada rivoluzionaria ma determinerebbe una sostituzione del blocco al potere con conseguente “orbanizzazione” del nuovo governo.
3. Un blocco popolare d’opposizione, populista, anti-sistema, che rappresenti l’interesse nazionale di più settori (maggioritari) della società: piccola borghesia produttiva, mondo precario e salariato, classi subalterne, che si uniscono in chiave anti-oligopoli finanziari e multinazionali in un patto politico patriottico di uscita dalla NATO e dalla UE per liberare l’Italia dal nodo scorsoio di queste élite atlantiste e unipolari. In pratica un terzo polo antagonista e alternativo agli altri due: da una parte le sinistre euroimperialiste e i loro lacchè più o meno consapevoli, con un PD centrale che rappresenta da anni il capitalismo delle multinazionali e della finanza da una parte, e dall’altra le destre che da Renzi-Calenda fino a Lega e Fratelli d’Italia rappresentano il tentativo di unire gli interessi del piccolo capitale con quelli oligopolistici del grande capitalismo sovranazionale.
a) Il primo è totalmente irrealistico e, va da sé, non c’è bisogno di spiegare che non avremo le masse proletarie dalla nostra né oggi, né domani, a causa di due fattori:
– la composizione di classe scomposta (gioco di parole e ossimoro che ben spiega lo stato della produzione e riproduzione sociale e dei soggetti “fluidi” sul piano del posto che occupano dentro questo contesto), tipico della configurazione economico-sociale del nostro paese;
– l’egemonia (sul piano gramsciano) e la “rivoluzione passiva” che la borghesia dominante, imperialista e oligopolista esercita su tutta la società e che può tutt’al più lasciare spazi di manovra alla...
b) ... seconda modalità: l’emergere politico degli interessi dei ceti medi e del piccolo capitale che dirigono lo scontro sociale per un semplice ricambio al vertice, che va oltre il melonismo filo-atlantista per andare a contrattare seriamente il riposizionamento del nostro paese nei rapporti internazionali e con un programma populista di stampo “peronista” che va incontro demagogicamente ad alcune delle istanze popolari in chiave nazionalistica.
Di fatto da qui possono prendere piede forze che rappresentano in embrione questa opzione, mescolando la critica alla guerra e alla NATO e il filo-multipolarismo putiniano a una sorta di resistenza ultracattolica e trumpiana all’avvento della società fluida che attacca le identità individuali e collettive. Il che dimostra come da tendenze reazionarie possono nascere controtendenze altrettanto reazionarie. E che quindi il punto non è tenersene alla larga, ma impegnare una battaglia politica e culturale dentro un campo anti-atlantista e anti-autoritario che inevitabilmente oggi si manifesta come espressione di settori di borghesia di stampo nazionalista e ultra-cristiana, occupando uno spazio politico fino a contenderne l’egemonia.
Questione spinosa, forse vissuta come forche caudine di una sinistra di classe e rivoluzionaria allo sfascio, ma in realtà opportunità da cogliere di fronte a quella parte di popolazione che non crede più nei partiti di regime ed è stata abbagliata prima da pentastellati e da Salvini e poi dalla Meloni, tutti pifferai di Hamelin nella stessa partitocrazia che si batte semplicemente per rappresentare gli interessi dei poteri forti. Davanti all’egemonia di una destra reazionaria che contratta gli interessi medio-borghesi e piccolo-capitalistici dentro il perimetro atlantista, ossia, davanti alle prossime e imminenti ondate populiste, occorre agire come opzione politica più avanzata sul piano progettuale e dell’azione militante, essere come i montoneros (1) nel movimento peronista, con o senza caudillo di turno, che potrebbe sempre esserci e affermarsi se non si contende l’egemonia alle forze della borghesia che agiscono e aggregano dentro le stesse contraddizioni tra ceti medi colpiti dall’attacco del grande capitale che rispolverano un nostalgico nazionalismo da una parte e appunto oligarchie capitaliste dominanti, transnazionali e atlantiste dall’altra. Un teatrino dei pupi, l’ennesimo che andrebbe spezzato con la lotta e l’affermazione del terzo punto di vista, quello dei settori sociali depauperizzati, proletari e proletarizzati, in una battaglia sociale per l’egemonia e di prospettiva per una reale alternativa costituente di sistema.
c) Ed è qui che entra in ballo la terza modalità: quella che si innesta in questo scontro sociale, e si relazione alla seconda per le questioni poste al punto 3, senza vaneggiare di rivoluzioni proletarie in marcia al socialismo, ma riconoscendo che occorrono una o più tappe intermedie, la prima di queste basata sull’indipendenza del paese riguardo finanza e multinazionali, sull’uscita dallo schieramento atlantista per il multipolarismo, avviando la politica economica del paese al welfare pubblico, al controllo della finanza privata, alla moneta sovrana, al rilancio della produzione interna, alla pianificazione economica e alla nazionalizzazione degli asset portanti, governando sugli interessi di parte che sono espressione delle diverse componenti produttive e sociali del paese.
Siamo in ritardo perché la quasi totalità della sinistra di classe non ha compreso le tre contraddizioni nel loro divenire, le forze in campo e la dura realtà che ci dice gramscianamente come siamo distanti da una qualsivoglia egemonia proletaria o popolare di classe in chiave socialista. Siamo fuori e marginali dallo scontro sociale, perché il cuore di questo scontro vede opporsi tra loro le diverse frazioni borghesi con una massa di manovra popolar-proletaria che funge da massa di sostegno di volta in volta a rappresentazioni populistiche interne o esterne al regime, ma tutte egemonizzate dalla borghesia.
Se vogliamo irrompere sulla scena politica e costruire una testa di ponte rossa e proletaria in uno scontro che è dominato dalle borghesie, occorre riconoscere questa realtà in quanto tale e agire conseguentemente sul piano delle alleanze senza essere ideologicamente schizzinosi. Occorre essere leniniani.
Puntare a uno scontro che delimiti il perimetro del soggetto sociale e storico di classe in una visione retrò e anacronistica di proletariato porta a romperci le corna amaramente. La lotta di classe deve continuare ovviamente, ma intervenendo nelle contraddizioni del campo avverso, portando su un terreno anti-UE e anti- NATO e di indipendenza nazionale reale quei settori di piccola borghesia pauperizzata e vessata dalle politiche del grande capitale, favorendo un fronte ampio che apra a una prima tappa del processo rivoluzionario al socialismo. Obiettivo che oggi appare assai arduo: l’egemonia interna al fronte.
L’obiettivo è costruire l’egemonia a partire dalle lotte per quelle che esse sono, senza “selezionarle” o peggio ripudiarle sul piano di un ideologismo schizzinoso ed élitario (tipico di un atteggiamento questo sì borghese anche se insieme alla birretta degli aperitivi “autogestiti” ci metti pane e salame...) e spingendole in avanti per contenuti e progettualità, a partire dai soggetti sociali che oggi si muovono, quando e come si muovono. Prepararsi per i futuri cicli di lotte contro gli oligopoli imperialisti, rappresentando gli interessi di classe e gli elementi di programma minimo, dentro un crogiolo variegato di manifestazioni ed espressioni sociali, ponendo le questioni di un welfare pubblico, di una politica economica pianificata e di un processo costituente che, facendo leva sugli elementi progressivi della nostra Costituzione, punti a scalzare i poteri forti dalla loro funzione totalitaria decisionale, ridando senso al pubblico, ai bisogni sociali della popolazione e ai suoi diritti contro le logiche di smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione, contro la messa a profitto di servizi, beni comuni e risorse.
Ogni forma di lotta che si apre nello scenario politico non va scartata, anche quella elettorale, portando per esempio più antagonisti e rivoluzionari dentro le istituzioni borghesi. Sul piano sociale, ogni spazio conquistato è una casamatta da cui ripartire e attaccare politicamente e culturalmente il nemico, per creare confronto tra soggetti, organizzazione e iniziativa di lotta.
5. La questione nazionale
Ma a questo punto intendo affrontare la seconda questione spinosa: la questione nazionale. Per chi è internazionalista può sembrare un boccone indigesto perché oggi nel nostro paese gran parte della sinistra la associa al nazionalismo di stampo fascista, campanilista, etnocentrico, al razzismo. In realtà la lotta per l’indipendenza nazionale è largamente patrimonio delle forze progressiste e socialiste in oltre cento anni di lotta di classe e antimperialista. Le lotte latinoamericane da Cuba al sandinismo, passando per le sinistre rivoluzionarie cilene, uruguayane, argentine, fino alle questioni irlandese, basca, catalana, corsa, sarda, ma anche alla rivoluzione cinese, algerina e vietnamita, pur nei diversi contesti e processi la liberazione patriottica non ha certo fatto a cazzotti con una visione più ampia di liberazione antimperialista e internazionalista delle masse proletarie e contadine di transizione al socialismo.
Qualcuno dirà: sì, ma si parla sempre di terzo mondo. Fanon e Nguy Giap funzionano lì. Ma è proprio questo il punto: non c’entra il grado di sviluppo delle forze produttive di un paese, o la composizione sociale di classe, quanta classe operaia c’è o no, bensì la questione nazionale pertiene le diverse tipologie di lotta per l’indipendenza dei paesi e l’autodeterminazione dei popoli.
Ovviamente la questione nazionale italiana non è quella coloniale di un paese africano nella rapina imperialista di risorse. Non è neppure associabile alle lotte anti-neocoloniale basca, irlandese o catalana, che hanno radici nella specificità culturali di questi popoli e nel loro assoggettamento e sfruttamento salariato da parte di classi dominanti che hanno costituito nazioni su confini del tutto arbitrari e non consensuali. Anche se l’aspetto culturale, del dominio valoriale, hollywoodiano, mitopoietico del “sogno americano” attraversi di fatto e globalmente tutti i popoli (ma è un aspetto che merita una trattazione diversa e a parte), da quasi ottant’anni.
Tuttavia, questioni nazionali dove l’oppressione neocoloniale si basa non tanto sulla rapina di risorse ma sullo sfruttamento della forza-lavoro e sul controllo dei processi produttivi, come sui mercati interni, si avvicinano alla questione nazionale italiana. Da 77 anni siamo una portaerei degli USA attraverso la NATO, non abbiamo nemmeno più quella politica estera con margini di autonomia che aveva la Prima Repubblica. Economicamente siamo assoggettati alle euroburocrazie che con il pareggio di bilancio e le astruse regole imposte da Bruxelles (ma non rispettate dalla Germania) e oggi con il MES che sta arrivando, una moneta non stampata ma comprata a strozzo, siamo diventati un terminale delle economie più forti, delle multinazionali dominanti e dei movimenti di capitale dell’alta finanza che ci mettono in costante ricatto. Siamo commissariati, siamo un vero e proprio bantustan dell’anglosfera e delle euroburocrazie attraverso organismi come NATO e UE. Per questo la questione nazionale nella sua originalità che nulla ha a che vedere con Ulster, Euskadi e Catalunya, ha connotati più direttamente di classe, che comprendono più classi interessate a sciogliere i legami di dominazione.
Come giustamente osserva Carlo Formenti, la contraddizione è tra un capitalismo dei flussi di capitali e di merci sul piano transnazionale e chi vive e lavora nel territorio, che sia autoctono o proveniente da altrove.
Riporto integralmente la sua riflessione ne “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi:
“...la lotta di classe tende a presentarsi come conflitto fra flussi globali di segni di valore, informazioni, merci e manager da un lato, territori e comunità locali che si oppongono alla colonizzazione da parte dei flussi dall’altro.E questo aspetto:
Accettare la sfida del populismo a partire da questi due eventi significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare, la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà invece quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea «post-nazionalista» di nazione, intesa cioè come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio.” (2)
a) distingue il patriottismo progressista dal nazionalismo sciovinista da piccola potenza e di esclusione e divisione delle masse popolari alla Salvini e Meloni;
b) contende questo terreno proprio a loro e a quelle forze interne al sostegno anti-bellico al multipolarismo che ripropongono divisioni interne ed esclusione.
Dunque è un patriottismo partigiano come quello della Resistenza, che ha lottato contro il nazifascismo unendo tutto il popolo di fronte a oggettivi interessi nazionali: finire la guerra, scacciare l’invasore e avviare una democrazia rappresentativa di tutto il popolo e le sue forze di Liberazione. L’accostamento è solo valoriale, non certo di analogia storico-politica. Ma indipendenza, antifascismo e liberazione da forze straniere, sono la conditio sine qua non affinché possa avvenire la liberazione dall’oppressione salariata di un capitalismo che va battuto sia quello estero che quello interno.
Formenti arriva quindi alla logica conseguenza di questo impianto politico:
“...accettare questo punto di vista implica assumere un atteggiamento totalmente controcorrente rispetto a quello delle sinistre europeiste: difendere questa Europa oligarchica, ordoliberista e irriformabile significa scambiare il cosmopolitismo borghese per internazionalismo proletario. La lotta anticapitalista, nel nostro continente, passa inevitabilmente dalla lotta contro l’Europa.” (3)E oggi è ancora più vero (l’opera qui citata fu pubblicata nel 2016), considerando che questa guerra in Ucraina ci ha consegnato e rivelato un’Europa completamente supina alla politica militarista statunitense attraverso la NATO e a quella sanzionatoria e finanziaria del dollaro, di più: acriticamente aderente al Washington consensus, con gruppi dirigenti e cancellerie che da Berlino a Parigi ci stanno portando verso la catastrofe di una guerra imperialista nel continente e nella migliore delle ipotesi a perdere nell’economia di una guerra ibrida permanente alle forze multipolari, quel posizionamento autonomo che, se da sempre privo di una politica estera ed economica che non fosse nell’ambito delle gerarchie NATO e ordoliberale sui salari e sullo svendita ai privati del welfare pubblico, oggi si riduce a essere una mera protesi della potenza statunitense.
A maggior ragione l’impostazione data da Formenti alla questione della sovranità popolare è una via obbligata per qualsiasi forza antimperialista, progressista e comunista.
Nulla di nuovo del resto: è la dialettica che intercorre tra liberazione nazionale e internazionale, perché la nostra liberazione pone le basi per la liberazione di altri popoli e paesi. E viceversa.
6. In definitiva...
Il posizionamento politico di un terzo polo nella società italiana, di fronte antagonista al sistema di potere dominante tiene conto delle contraddizioni prima esposte e si schiera contro l’atlantismo unipolare e con le entità nazionali e i movimenti che nel mondo si battono per la liberazione dal giogo imperialista degli USA e dei suoi vassalli, quindi a favore di tutte le tendenze e le politiche che favoriscono l’avvento di un mondo multipolare. Nel nostro continente l’opposizione alla guerra imperialista della NATO deve diventare la spranga negli ingranaggi della macchina bellica e del sistema imperialista stesso, a trazione USA e della sua subordinata UE, per l’indipendenza nazionale del nostro paese.
Sul fronte sociale il lavoro è più complesso, poiché tocca istanze oppositive al capitalismo finanziario e delle multinazionali, che sono sempre in contraddizione tra loro, risultato di interessi anche contrapposti. Il che spiega che nei tempi lunghi di maturazione politica di massa è la classe operaia anche nella sua composizione sociale in divenire che può e deve ricoprire un ruolo egemone e dirigente nello scontro di classe, poiché i settori intermedi sono da sempre una palude, sono ondivaghi e basta una vittoria parziale, un contentino (una volta si diceva un piatto di lenticchie) o la stessa macchina repressiva nell’innalzamento dei livelli di scontro, per renderli inerti o far loro cambiare campo. Ovviamente quando parlo di classe operaia, o più estensivamente classe lavoratrice, ho in mente quanto affermato in precedenza sulla composizione sociale: certo le linee di demarcazione non sono ben definibili, ma è piuttosto chiaro oggi che il lavoro salariato, subordinato, seppur frammentato include quel mondo sociale precario che definisce una forza-lavoro che non riesce a entrare in pianta stabile nel mondo del lavoro, per lo più giovanile, migranti sottopagati e ricattati, forza-lavoro a “fine vita”, totalmente priva di coperture previdenziali e servizi, frutto delle politiche criminali dei governi di destra come di sinistra all’insegna del privato è bello, del più mercato meno stato.
Se l’interesse dei populismi di destra è quello di ritagliare uno spazio per la borghesia e il piccolo capitale nel quadro internazionale, che non tocchi i rapporti di sfruttamento sul piano nazionale, usando una retorica nazionalista da potenza stracciona, il patriottismo antimperialista passa attraverso l’affermazione dei diritti proletari e dei mutamenti dei rapporti di forza interni alle classi sociali, in una sorta di contropotere o potere costituente.
Nell’immediato, con tutta la consapevolezza che non esiste un movimento contro la guerra e un pacifismo organizzato, l’attività delle forze democratiche e popolari patriottiche devono avere come obiettivo di fondo lo:
SPEZZARE LA MACCHINA IMPERIALISTA MILITARE CON LE MOBILITAZIONI DI MASSA
Oggi al centro dell’agire, che sia di movimento o di avanguardie organizzate, c’è la lotta contro la guerra della NATO, nelle più diverse forme possibili della disobbedienza, del boicottaggio, del sabotaggio e della diserzione anche simbolica da parte dei civili. Dove c’è presenza politica, culturale, anche istituzionale, dichiarare ogni contesto zona demilitarizzata, che ripudia la guerra e diffonde una cultura di pace, inclusiva, contro le campagne denigratorie e criminalizzanti nei confronti di chi critica la politica guerrafondaia di regime e dei suoi lacchè, di chi si oppone al razzismo sciovinista antirusso e al filonazismo nelle sue varie forme fluide e sinistresi, centrosocialare come istituzionali. Man mano che la guerra con le sue logiche e narrazioni, con la sua neolingua avanza, occorre diffondere l’opposizione organizzata a tutto questo.
COSTITUIRE LE BASI PATRIOTTICHE ANTIMPERIALISTE COME TESTE DI PONTE PROGRESSIVE IN UNO SCHIERAMENTO LARGO
È ciò che occorre per scatenare questa opposizione di massa, intransigente, irriducibile, collegando i temi sociali e delle costrizioni biopolitiche delle libertà e dei diritti sociali (quelli veri, non i desideri di qualcuno…), le condizioni di vita e di lavoro al militarismo guerrafondaio dominante.
Gli sforzi che vanno fatti a più livelli e in più ambiti sono quelli di:
COSTRUIRE IL FRONTE DEMOCRATICO POPOLARE E PATRIOTTICO, PER L’USCITA DELL’ITALIA DALLA NATO E DALL’UE
Non sappiamo come sarà questo fronte, ma certamente non sarà quello compromissorio di una sinistra sinistrata e decotta, che si dichiara ancora “di classe”, che si va unendo tra pentastellati e cespugli del PD nell’ennesimo inciucio che taglia fuori le reali opposizioni organizzate contro la NATO, quelle dei tre referendum che costituiscono un patrimonio politico e di esperienza sociale nelle masse preziosa. Il lavoro svolto dalle componenti politiche nei referendum contro l’invio di armi e per la sanità pubblica ha avuto il pregio e il merito di avvicinarsi molto al metodo maoista dell’inchiesta popolare. Chi pensa a un’alleanza con i pentastellati guarda caso è lo stesso che sui tre referendum non ha mosso un dito per non mischiarsi con i “novax” e i “terrapiattisti”. Tutte scuse di chi non ha capito che dalle forze di regime non può nascere nulla.
Un terzo polo non può nascere dai partiti che, destra o sinistra che siano, rappresentano o si candidano a farlo le élite atlantiste, le oligarchie capitaliste dell’Occidente a dominanza USA, o le euroburocrazie di Bruxelles. Destra e sinistra sono politicamente morte, sono del tutto interne a un bipolarismo di regime, al teatrino dei pupi.
Appendice
Mentre chiudo questo intervento, giunge dall’Africa la notizia di un putsch dell’esercito in Niger: deposto il presidente Bazoum, la folla solidarizza con i militari e assalta l’ambasciata francese sventolando le bandiere della nazione e della Russia. La Francia e il fronte di paesi africani dell’Ecowas minaccia un intervento, ma Burkina Faso e Mali si schierano con gli insorti nigerini minacciando a loro volta di intervenire, mentre il parlamento della Nigeria vota contro l’intervento e truppe della Wagner arrivano nella capitale Nigerina Niamey per difenderla.
Mi pare piuttosto chiaro che la funzione della Russia, paese innegabilmente retto da una classe capitalista, abbia comunque in questo frangente una funzione storica antimperialista.
Mi pare altrettanto chiaro che per l’Occidente atlantista si ripeta lo stesso copione ucraino con la democrazia da una parte e la dittatura dall’altra, quando la peggiore dittatura totalitaria e antidemocratica in secoli di colonialismo è proprio quella dell’attuale neoliberalismo occidentale. Lo scontro tra unipolarismo imperialista e multipolarismo dei popoli e dei paesi che si affrancano dal dominio imperialista mi sembra ormai piuttosto evidente e foriero di implicazioni in Occidente: un'Europa ridotta a bantustan degli USA che rischia la distruzione di una guerra allargata nel continente, e paesi imperialisti che si ritrovano senza uranio a buon prezzo mentre sul campo mondiale i flussi delle risorse si capovolgono a vantaggio di Cina e Russia.
Ciò comporta l’acuirsi delle contraddizioni economiche e sociali nei centri metropolitani dell’imperialismo a partire dall’Europa stessa.
Pertanto va da sé, che al netto di tutte le posizioni ideologiche e diritto-umanitarie colorate, è urgente inserirsi in questo conflitto mondiale per volgerlo anche nei nostri paesi occidentali a favore dei processi di liberazione popolare, che siano frutto di insurrezioni, elezioni o golpe. La democrazia borghese è andata ormai a farsi friggere e a questa storiella ci credono ormai solo i vari Mentana.
Il fascismo biopolitico e ipertecnologico delle democrature è quello che parla di democrazia a vanvera, mentre il patriottismo autentico e non quello nazionalista delle destre classiche, è internazionalista poiché non sostiene volontà di potenza contro i popoli, la predazione ultrasecolare, ma appoggia questi processi di liberazione. E questo (Cuba docet) è autentico internazionalismo.
Concludo ponendo come fondamentale, secondo quanto Gramsci definì come decisiva per un cambio rivoluzionario, la questione dell’egemonia, che oggi è duplice:
– affermare nella società italiana l’interesse vitale all’indipendenza nazionale del paese dalle gabbie imposte con organismi e dispositivi di potere sovranazionale: UE con i suoi trattati, Eurozona con la moneta unica, l’euro, la NATO;
– affermare in questo processo costituente, di liberazione e costruzione che ha basi costituzionali l’egemonia delle classi popolari e lavoratrici in una visione di transizione al socialismo, a partire dai bisogni delle classi popolari che corrispondono alla centralità dello stato sociale, di un’economia pianificata, di un processo di socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale e di una partecipazione popolare sul piano decisionale.
Se non comprendiamo questo passaggio storico e politico di questa epoca è come se non avessimo compreso nulla dei movimenti di liberazione e anticoloniali del Ventesimo secolo, come se dei comunisti non avessero capito nulla di Cuba socialista, di Sandino, del bolivarismo, del Cile di Allende, Corvalan e del MIR, del Vietnam di Ho Chi Min e Nguy Giap, proseguendo con una politica fessa e spanata, poiché dottrinaria e autoreferenziale.
Note
1. I Montoneros furono un’organizzazione peronista argentina operante tra gli anni ’60 e ’70 per combattere l’ascesa del fascismo, culminato nel golpe dei generali nel 1976, e che di fatto rappresentava l’ala sinistra del peronismo. Sul peronismo suggerisco la lettura dell’opea di Alfredo Helman Il peronismo, Edizioni Clandestine, 2005 Saggistica
2. Carlo Formenti “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi, pag. 9
3. Ibidem, pag. 9
Fonte
15/08/2023
Il bisogno di introversione nella contemporaneità
di Gioacchino Toni
Il volume di Paulo Barone, Il bisogno di introversione. La vocazione segreta del mondo contemporaneo (Raffaello Cortina Editore 2023), prende il via proponendo una curiosa, quanto efficace, analogia tra lo sguardo con cui Yuri Gagarin guardava per la prima volta il mondo da lontano, estraniandosi da esso, e lo sguardo di chi, durante la pandemia, guardava dalla propria abitazione, attraverso gli schermi, il mondo “messo a distanza” con le sue inconsuete e inattese strade deserte, con gli animali selvatici in città e con il cielo insolitamente terso grazie al rallentamento produttivo e alla riduzione del traffico automobilistico.
Si tratta di un’immagine «che si è potuta formare soltanto perché al di là o al riparo dal nostro sguardo, un’immagine di cui siamo venuti a conoscenza solo nel chiuso delle nostre abitazioni, davanti allo schermo di un dispositivo, dinnanzi a uno scenario complessivo che nessuno ha davvero potuto osservare di persona, in presa diretta. Un’immagine nata nella remota lontananza, intravista come dall’oblò di una nave spaziale» (p. 13).
Non tanto l’immagine del mondo di sempre, intessuto di idee che lo riflettono nelle forme discrete della realtà abituale, colta ora semplicemente da una prospettiva insolita, durante una circostanza fuori dal comune. E nemmeno l’immagine del mondo di prima, che crede di assistere alla rinascita di una natura ancora intatta […]. Quanto piuttosto un’immagine che mostra il mondo di oggi sospeso al filo di un’antitesi estrema, secca, bruciante, secondo la quale le cose che lo abitano possono rendersi per un istante visibili, solo se la nostra presenza, nello stesso istante, si ritira nell’ombra e abbandona la scena. Poiché se noi respiriamo al ritmo del nostro modo di vivere usuale le cose smettono di farlo, per udire il loro respiro dobbiamo trattenere il nostro (pp. 13-14).
Un’immagine che ha saputo mettere a nudo la frenesia e la tendenza autodistruttiva del nostro modello di sviluppo la cui valenza critica negativa, sostiene Broni,
non ne esaurisce tuttavia il senso. Resta che essa si dispiega per intero proprio in virtù della sospensione di ogni attività, del rientro nel chiuso delle case, del ritiro verso l’interno degli occhi della mente. È qui, in questo punto ritratto al margine del quadro, con l’umanità messa momentaneamente in disparte, che risiede il centro dell’immagine. È qui che si concentra la sua forza d’attrazione, capace di raccogliere attorno a sé questa o quella scena, questa o quella figura del mondo. È qui, in questa disposizione d’animo, in questa postura mentale, che si genera la quiete profonda che pure pervade l’immagine (p. 15)
Difficile dire esattamente di che disposizione d’animo si tratti, ma è, secondo lo studioso, in tale postura
che si può sperare di osservare in un modo nuovo le cose di sempre, che si può saggiare la consistenza attuale del mondo, quello che è diventato […] Intesa in questo duplice modo – cupo e spettrale e, al contempo, in quiete e contemplativo – l’immagine, pur essendo sorta a seguito e durante la pandemia, non ne è il mero riflesso, la semplice copia. Essa possiede la forza magnetica di raccogliere attorno a sé, mantenendoli nell’orbita della propria figura, anche altri avvenimenti che caratterizzano oggi il mondo contemporaneo (p. 16).
Dinnanzi a una realtà esteriore contemporanea frenetica quanto evanescente, strutturata sugli imperativi della prestazione e della competitività, in cui l’improduttività è stigmatizzata come devianza, non è così infrequente che
l’interesse vitale delle persone arretr[i], talvolta costretto dalla necessità – come nel caso degli adolescenti che in numero crescente vivono reclusi – e si rivolg[a] verso il recinto delle abitazioni private, verso la sfera degli affetti familiari d’origine, verso l’intimo della propria vita mentale, alla ricerca – per quanto spinosi, angusti e malsani questi luoghi possano essere in concreto – di un rifugio sicuro, di una via di fuga, di un più attendibile luogo di interrogazione sul senso delle cose e su quello di se stessi (p. 18).
Tali “ripiegamenti” sono spesso messi in relazione ai modi di vivere della società contemporanea, sempre più focalizzata sul presente e votata alla competitività e al consumismo più sfrenati, con la sua propensione a ricorrere alla chimica per alleviare il malessere diffuso che produce. Si tende spesso a guardare a tale “ripiegamento” come a una tendenza al mero isolamento, al ritiro dalla vita sociale, come a un atto di “narcisismo”, con il conseguente giudizio di condanna, ma, sostiene Baroni, più che di un giudizio, potrebbe trattarsi di un pregiudizio culturale che concepisce l’esistenza esclusivamente in termini di relazione con l’esterno e concede alla sua interruzione giusto il tempo per ripristinarla.
Da parte sua Barone prova a guardare al fenomeno del “ripiegamento” da una prospettiva diversa: in un momento in cui il modello di vita egemone sembra non riuscire più a soddisfare i bisogni degli esseri umani, il “rientro in se stessi” potrebbe in parte derivare da un più profondo bisogno di introversione utile a guardare in modo nuovo le cose e se stessi.
Al di là degli auspici dell’autore, è difficile dire quanto una società come quella contemporanea, incline com’è non solo alla mercificazione e alla vertinizzazione degli stessi esseri umani, ma anche a quote crescenti di delega alle “macchine pensanti” extraumane, produca/permetta un “salutare” bisogno di introversione che non si risolva in mera chiusura impotente nei confronti di un mondo che, nel momento in cui viene percepito nella sua follia distruttrice, deve pur indurre a un desiderio di cambiamento, non fosse altro che per spirito di sopravvivenza.
14/08/2023
Covid-19: le archiviazioni non cancellino gli errori
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
Fonte
Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
22/03/2023
L’OCSE ci è arrivata, Meloni no: l’austerità uccide la sanità pubblica
Sono serviti quasi sette milioni di morti globali dovuti al Covid affinché l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) riconoscesse che i sistemi sanitari di tutti i Paesi membri – che sono sostanzialmente tutte le economie avanzate capitaliste del pianeta – si sono fatti trovare drammaticamente impreparati e sottofinanziati all’appuntamento con la pandemia. Dopo decenni passati a predicare l’austerità e la riduzione del ruolo dello Stato nell’amministrazione della cosa pubblica, l’OCSE è così costretta a mettere nero su bianco che lo Stato deve mettere soldi, tanti soldi, per evitare che la salute della popolazione si deteriori in maniera inesorabile nei prossimi anni. È quello che si può leggere in un recente rapporto, intitolato Ready for the Next Crisis? Investing in Health System Resilience. Le criticità individuate sono note a chiunque abbia avuto la sfortuna di avere bisogno di assistenza medica negli ultimi anni: personale gravemente sottodimensionato, investimenti in strutture e macchinari sempre più carenti, spese in prevenzione totalmente insufficienti e tutto il campionario degli orrori con cui si confronta chi entra oggi in un ospedale pubblico.
In uno scenario che, se si guarda alla situazione media di tutti i paesi OCSE (i paesi più ‘avanzati’ del mondo), è sconfortante, l’Italia spicca e lo fa per le ragioni sbagliate. Non può essere una novità, d’altronde. Nei primissimi giorni della pandemia provammo a tracciare un bilancio degli effetti dell’austerità sulla sanità italiana: spesa pubblica corrente nella sanità (che include gli stipendi dei lavoratori del settore) diminuita in termini reali del 12% tra il 2009 e il 2018; investimenti pubblici in sanità, quali ad esempio l’acquisto di strutture e macchinari, che nello stesso periodo soffrono un taglio del 44%; carenze d’organico ad ogni livello, dai medici fino agli infermieri. Una serie di numeri che possono apparire astratti, ma che hanno un riflesso drammaticamente tangibile nella nostra vita quotidiana e che mostrano tutta la loro violenza quando andiamo a vedere come il numero di posti letto ospedalieri ogni mille abitanti fosse, nel 2020, un terzo di quello che avevamo nel 1980 (3,19 posti letto ogni 1000 abitanti nel 2020, 9,61 nel 1980, secondo dati OCSE).
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| Posti letto ospedalieri ogni 1000 abitanti, Italia (1980-2020). Fonte: OCSE |
Che fare per arrestare questo sfacelo? Una risposta sicuramente prudenziale la fornisce lo stesso Rapporto dell’OCSE di cui parlavamo all’inizio di questo articolo: aumentare sostanzialmente la spesa in sanità fino a portarla al 10,1% del PIL di ciascun Paese membro. Arrivati a questo punto, può essere utile confrontare queste prescrizioni con quanto sta concretamente facendo in merito il Governo Meloni. Anche qui, purtroppo, siamo costretti a tornare su quanto già detto e ridetto: nell’ultima Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, licenziata a novembre 2022, si può notare come la spesa sanitaria in rapporto al PIL sia prevista al ribasso per gli anni a venire, partendo dal 7,2% del 2021 per poi scendere al 7%, 6.6%, 6.2% e 6% negli anni fino al 2025 (come si può leggere nel documento approvato dal Governo qui, Tavola I.3B). Un provvedimento rivendicato con orgoglio e senza alcuna vergogna dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno: leggere l’ultima domanda nella trascrizione dell’intervista per credere.
Detto in parole povere, il Governo Meloni, in totale e perfetta continuità con gli esecutivi che l’hanno preceduto, persevera senza esitazione nel progetto pluriennale di distruzione del sistema sanitario nazionale, un progetto che è un attentato diretto alla salute delle milioni di persone che non hanno i soldi per curarsi nella sanità privata e che possono solo sperare di non ammalarsi per evitare di dover iniziare un percorso che unisce alla disgrazia della malattia anche la beffa di liste d’attesa chilometriche, strutture fatiscenti e personale sanitario sfinito da turni massacranti. Non è retorica, purtroppo, ma ciò che ci dice l’OCSE e che ci dicono i dati sugli oltre 4 milioni di italiani che hanno rifiutato le cure per via delle liste d’attesa troppo lunghe. È inoltre ciò che, in spregio del ridicolo, ci dicono le Regioni, governate dalle stesse forze politiche che a livello di Governo centrale devastano la sanità pubblica: “Se davvero il livello di finanziamento del SSN per i prossimi anni dovrà assestarsi al 6% del PIL, prospettiva che le regioni chiedono che venga assolutamente scongiurata, occorrerà allora adoperare un linguaggio di verità con i cittadini, affinché vengano ricalibrate al ribasso le loro aspettative nei confronti del SSN. Saranno necessarie scelte dolorose, ma non più procrastinabili, al fine di evitare che le mancate scelte producano nel sistema iniquità ancora più gravi di quelle già presenti”.
Il Governo Meloni ha il pregio indiscutibile di essere totalmente trasparente e privo di qualsiasi pudore riguardo alle sue priorità: la salute e il benessere della popolazione sono un orpello da sacrificare sull’altare della fedeltà al dogma dell’austerità fiscale e un boccone da offrire in pasto a chi macina milioni su milioni di profitti con la sanità privata. Forte e spietato con i deboli, che siano i pazienti in attesa di essere curati o i migranti lasciati morire in mare senza batter ciglio, debolissimo e servile contro i forti, che siano i guardiani europei della disciplina di bilancio o il padronato nostrano che richiede manodopera da sfruttare.
18/03/2023
Tutto è permesso, tranne perdersi
di Gianfranco Marelli
Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichiatrico nella società degli individui, Castelvecchi 2023, pp. 261.
Parto dalla fine. Dopo aver letto l’ultimo libro di Marco Rovelli, un viaggio-inchiesta che l’autore, musicista-filosofo, ha compiuto in questi tre anni di pandemia, trascrivendo il disagio, l’ansia, la paura delle persone e di coloro che – dagli infermieri ai medici, dagli psicologi agli psicoanalisti e finanche agli psichiatri – hanno provato a comprendere il perché di tali sofferenze, mi è tornato in mente lo spettacolo che Giorgio Gaber tenne al lirico di Milano nel 1974 e al quale, come tanti, ebbi la fortuna di assistere.
In particolare la canzone che chiudeva lo spettacolo scritto con Sandro Luperini, “C’è solo la strada”, rispecchiava quel determinato momento, quando la speranza di poter cambiare la realtà, uscendo dall’isolamento delle proprie confortevoli case, si coniugava con il desiderio nell’essere protagonisti di un’onda collettiva capace di innaffiare la vita quotidiana con gocce di speranza creativa. Ricordate?
C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
In casa non si sentono le trombe
In casa ti allontani dalla vita
Dalla lotta, dal dolore, dalle bombe (qui)
Da allora qualcosa è cambiato. Cosa, quando, ma soprattutto perché? Immediatamente ho ripreso la lettura del libro fin dal primo capitolo, individuo vs condindividuo, in cui l’autore descrive il tempo della pandemia come una pandemia del tempo, percepito improvvisamente come un tempo sospeso fra l’eccesso di averne troppo e la penuria di non averne abbastanza, al punto che la realtà stessa, finora considerata “normale”, è stata posta in questione.
Ma quando si pone in questione qualcosa, occorre avere le risorse per dare delle risposte. E se queste risorse non si hanno, si sta male. E il malessere, il disagio, la sofferenza psichica in questo tempo sospeso sono cresciuti enormemente. Ma questa esplosione del disagio – sintomi depressivi o ansiosi generalizzati – non è un’irruzione improvvisa, una comparsa di alieni dallo spazio. Essa è da intendersi proprio alla luce della nostra mancanza di risorse per far fronte a una crisi già in atto. Il tempo della pandemia è un’accelerazione di processi di lunga durata. Che riguardano il nostro modo di abitare il mondo.[p.10]
Molti e infiniti sono gli spunti che conducono a leggere un libro, e questo si presta ai più svariati: da guida accompagnatrice nel mondo misterioso e affascinante della mente umana, a prontuario medico farmacologico più usato, e non poche volte abusato, in questi lunghi anni di pandemia; da stimolante lettura dell’intreccio fra filosofia e psicanalisi – coinvolgente i principali personaggi della cultura occidentale dai tempi di Spinoza sino ai Lacan, Deleuze, Foucault – all’impressionante aumento della violenza su se stessi [anoressia, autolesionismo] e sull’Altro [bullismo, revenge porn] da parte dei giovani, soprattutto delle giovani, al punto da non riuscire a sostenere lo sguardo degli altri e rifugiarsi nella propria cameretta, perché lo sguardo degli altri è come il basilisco: ti incenerisce, in quanto può svergognarti in ogni momento.
Diverse, infatti, sono le piste seguite dall’autore in questo viaggio-inchiesta che è facile rimanere imbottigliati nel traffico di informazioni, tutte preziose, registrate dalle voci dei diretti protagonisti di questo tempo improvvisamente vuoto che ha posto il problema di come riempirlo per non sentirsi vuoti. Fra queste abbiamo prediletto la pista che Rovelli ha seguito per evidenziare lo iato che separa non solo il prima e il dopo della pandemia, ma il prima dell’affermazione ideologica racchiusa nella celebre frase di Margaret Thatcher – «Non esiste nulla che possa definirsi società. Esistono gli individui, i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie» – e il prossimo futuro, segnato sempre più da emergenze indotte e pilotate da interessi economici nei vari settori produttivi [dall’industria agro-alimentare all’industria militare, dall’industria estrattiva di minerali e risorse energetiche, alle ripercussioni negative sull’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi sociali di tutti i popoli del mondo] nel loro insieme votati ad avere un impatto sulla natura e su chi vi abita dagli esiti nefasti.
Eppure “vivere senza tempo morto, gioire senza ostacoli” – una fra le tante gocce di speranza creativa dello tsunami sessantottino – invocava la libertà di essere i protagonisti della propria vita combattendo i pregiudizi culturali, i sensi di colpa religiosi, i rimorsi per non aver fatto il proprio dovere imposto da una società patriarcale, maschilista, ma soprattutto finalizzata al dominio della merce attraverso il consumismo e il suo illimitato sviluppo, sbandierato come progresso della modernità. Altri tempi.
Adesso senza tempo morto si è obbligati a vivere, come obbligati si deve gioire per qualsiasi genere di merce sentiamo il desiderio di comprare, senza più ostacoli ai nostri bisogni indotti da una società permissiva. Permissiva in che cosa? Certo, se tu vuoi tutto è possibile, ma devi saperlo realizzare autonomamente poiché tu sei il responsabile, il creatore e l’imprenditore di te stesso. Dopotutto, scrive Rovelli, «Il punto è chiaro: la nostra società non si regge più sulla contrapposizione tra permesso/vietato, ma tra possibile/impossibile. Tutto è possibile: Just do it. E se ti è impossibile, se non ce la fai, la responsabilità è solo tua» [p.32]; insomma, non è più il senso di colpa legata alla legge che vieta, ma di vergogna legata al fallimento per non esser stato capace di diventare imprenditore di te stesso. Perché volere è potere, e se non possiedi il potere dentro di te per divenire ciò che gli altri si aspettano da te – e tu non vuoi deluderli, vero? – cosa ti resta se non la vergogna del tuo fallimento?
Cosicché, il “tu puoi” diventa il “tu devi” – l’imperativo categorico della società dello spettacolo – immediatamente tramutato in “tu non puoi”, perché non ti impegni abbastanza, non segui i tempi, non ti sai promuovere e tanto meno vendere. Allora corri [letteralmente] ai ripari: ti inventi l’immagine più accattivante in grado di catturare l’attenzione su di te, trascinando la tua esistenza sotto un continuo stress, un’ansia egocentrica, accompagnata dall’esaltazione per i piccoli successi ottenuti eliminando i tuoi diretti avversari più deboli, inesperti, bamboccioni. Risultato: ti ammali perché la società è ammalata di bipolarità.
Sì, la bipolarità tra mania e depressione è quella che meglio si presta a descrivere un modello sociale che si muove tra imperativo continuo della prestazione, della necessità imprescrittibile e inderogabile del conseguimento di un oggetto, di un obiettivo (che in questo contesto identifichiamo, in base all’etimologia stessa di ob-jectum, con ciò che ci sta davanti, e su cui proiettiamo il desiderio), e la conseguente tonalità depressiva quando non si raggiunge l’oggetto (e l’oggetto, propriamente, non lo si raggiunge mai), quando si è costretti a mollare la presa, quando per un evento qualsiasi affiora il vuoto – poiché l’iperattività è una forma di difesa dal vuoto che ci abita, un moto perpetuo di difesa contro la depressione.[pp. 41-42]
Ecco, viaggiando a capofitto in questo “vuoto che ci abita”, Marco Rovelli ci conduce passo dopo passo ad esplorare e a interrogarci sulle cause patologiche del disagio, non più soltanto genetiche e strettamente organicistiche, risolvibili con una pastiglia, un TSO, un ricovero di sollievo; perché il vuoto dentro di noi rispecchia il vuoto fuori di noi causato dalle illusioni generate dall’iperedonismo neoliberale per un godimento senza limiti smentito dalla realtà, soprattutto da quando l’epidemia ha dissipato e fatto implodere la retorica sociale del merito e delle infinite possibilità che ciascuno di noi ha nel mettersi in gioco al fine di primeggiare sugli altri concorrenti. Infatti, questa è «l’epoca del godimento come nuovo imperativo sociale, un godimento in cui non ha più parte il desiderio come desiderio dell’altro, ma che si pone come un’affermazione narcisistica dell’io ideale, che ha reciso ogni legame con l’altro» [p.145]; di modo che:
la pulsione securitaria che appare oggi esorbitante, ed è sotto gli occhi di tutti nell’età di sovranismi, identitarismi e razzismi, è inscritta immediatamente nel pensiero di una società che esiste solo successivamente agli individui. Questo dato di fatto balza agli occhi in maniera più evidente ora che il desiderio di sicurezza, e la tendenza a costruire l’altro come nemico, si fa più pressante e presente perché la propria condizione di godimento viene percepita come a rischio.[p. 149]
Come uscirne, se non insieme? Ma cosa vuol dire “insieme” nella società degli individui? Comprendere innanzitutto che il non sentirsi a proprio agio – una sorta di spaesamento in casa [oikos] e nel mondo [phisis] – è una condizione condivisa e generalizzata in grado di mostrare l’unica possibilità che la società dello spettacolo vieta: perdersi! Perdersi come i bambini quando giocano; come gli innamorati quando si amano; come chi immagina la realtà per trasformarla e liberarla dalla sua addomesticata follia. Quando, se non ora?
