Una ricerca coordinata dall’Università di Washington di Seattle, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha fatto emergere che la pandemia Covid e i lockdown hanno fatto ‘invecchiare’ prematuramente i cervelli degli adolescenti.
Da storico che si occupa della sorveglianza internazionale delle malattie infettive (e non da medico, è bene specificarlo), mi sento di fare subito una premessa. La quarantena non è una pratica diffusa oggi, almeno per quanto riguarda questo tipo di patologie dell’apparato respiratorio.
Ci sono stati casi anche relativamente recenti (ad esempio, durante la Asian Flu del 1957) in cui è stata utilizzata come risposta alla pandemia, ma con scarsi risultati. Perché, ed è questo il problema effettivo, non c’è un modo con cui si possa davvero fermare il contagio.
La quarantena può essere utilizzata per rallentarlo, per limitarlo, ma prima o poi raggiungerà tutta la popolazione. L’unica alternativa è la vaccinazione, che da sempre non significa immunità totale, ma piuttosto la capacità del sistema immunitario di riconoscere il virus come agente pericoloso.
È questo tipo di informazione che è sempre mancata nella comunicazione pubblica sulla risposta pandemica organizzata a livello internazionale. E che in un certo senso ha fatto il gioco di Big Pharma, perché ha permesso che la critica si concentrasse sulla scienza, e non sulla sua non neutralità.
Per dirla più chiaramente, invece che porre sotto la lente di ingrandimento l’asservimento del pubblico all’interesse privato anche nella lotta a un pericolo globale, si è lasciato correre il dubbio intorno ai limiti dei vaccini, conosciuti da chiunque abbia un po’ di dimestichezza col tema.
Anzi, si è alimentata una visione dicotomica tra pro-vax e no-vax, in modo tale che si potesse creare una divisione verticale – interclassista – nella popolazione (da trattare con strumenti repressivi, alla bisogna) ed evitare il saldarsi di una divisione per vie orizzontali.
Quello che è stato sapientemente evitato è stato il fatto che una crisi globale potesse divenire il terreno su cui si palesasse il contrasto insanabile tra gli interessi della collettiva e l’appropriazione privata del profitto.
Così da far dimenticare che tante morti sarebbe state evitate, ad esempio, se i sistemi sanitari e la medicina di prossimità non fossero stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, perché poco convenienti in termini di bilancio.
Fatta questa doverosa premessa, si capisce anche che il lockdown era, in un certo senso, una misura emergenziale che aveva certamente un senso, ma che allo stesso tempo nascondeva il danno prodotto dalla privatizzazione della sanità da quando il ‘mondo libero’ ha vinto la Guerra Fredda.
E se dunque, al momento dell’esplosione della crisi sanitaria, quel tipo di risposta poteva essere legittimata dall’immediata necessità di minimizzare il contagio, quello che non è accettabile è come le classi dirigenti occidentali siano tornate alla normalità pre-pandemica.
E soprattutto, di come si prendano per dati e inevitabili i risultati dei danni prodotti anche dalle risposte emergenziali, senza elaborare politiche che diano il giusto risarcimento a sofferenze che si sarebbero potute evitare, se i politici non fossero stati i maggiordomi del grande capitale.
Torniamo dunque allo studio con cui è cominciato questo articolo. Pandemia e lockdown hanno alimentato l’invecchiamento cerebrale degli adolescenti, e in particolare tra le ragazze con uno sviluppo accelerato in media di 4,2 anni rispetto all’età anagrafica, di 1,4 anni tra i maschi.
Patricia Kuhl, una delle autrici dello studio, ha spiegato che questo risultato è stato derivato dalla misurazione dello spessore della corteccia cerebrale, che si assottiglia naturalmente col passare degli anni. Stress cronico e altri problemi accelerano l’assottigliarsi, e ciò è accaduto col Covid-19.
Ciò può portare alla più facile emersione di patologie neuropsichiatriche e comportamentali. A partire da dati raccolti a partire dal 2018 su 160 ragazzi, gli esami eseguiti nel 2021 hanno registrato un assottigliamento eccessivo della corteccia cerebrale, rispetto ai modelli di riferimento.
L’assottigliamento ha riguardato in maniera estensiva la corteccia cerebrale nelle ragazze, mentre nei ragazzi è stato limitato alla corteccia visiva. Questa differenza potrebbe essere legata al diverso valore delle relazioni sociali per questi due gruppi.
I ricercatori hanno spiegato che “l’adolescenza è un periodo di radicali cambiamenti nello sviluppo emotivo, comportamentale e sociale”, e che perciò le restrizioni sociali potrebbero avere effetti negativi sulla salute mentale di molti giovani.
È proprio questo risvolto di cui la classe dirigente non sembra interessata a occuparsi. Anzi, le politiche sanitarie adottate sono tornate sostanzialmente agli indirizzi precedenti al Covid-19, un’opzione contro cui questo studio non fa che ribadire la necessità di lottare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/05/2024
Come si fa a dire che l’estate 2023 è stata la più calda da 2.000 anni
Dopo aver appreso che il 2023 è stato per la Terra l’anno più caldo da quando vengono registrate le temperature, cioè da circa 175 anni, ora sappiamo anche che molto probabilmente l’estate scorsa nell’emisfero settentrionale è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni.
A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.
Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell’attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C.
Questo dato relativo al VI secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli preindustriali.
Insomma, negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all’attuale fase storica, nella quale a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili.
In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.
Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l’autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli si ampliano.
Anche se la ricerca sui tronchi come fonte di studio per il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di ricerche può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature.
Uno degli aspetti riscontrati dall’analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.
Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell’influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati.
In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un’intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato.
Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.
A mano a mano che l’umanità compie passi avanti nella comprensione dei fenomeni climatici, cresce la consapevolezza circa l’importanza di coordinare gli sforzi per tutelare chi rischia di pagare il prezzo maggiore del surriscaldamento climatico, le persone più fragili e gli anziani, in particolare nei Paesi più poveri.
L’aumento delle temperature globali, infatti, è motivo di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione mondiale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi.
La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.
Fonte
A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.
Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell’attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C.
Questo dato relativo al VI secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli preindustriali.
Insomma, negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all’attuale fase storica, nella quale a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili.
In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.
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| La ricostruzione della temperatura negli ultimi 2.000 anni – Nature Communications www.nature.com/articles/s41467-021-23627-6 |
Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l’autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli si ampliano.
Anche se la ricerca sui tronchi come fonte di studio per il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di ricerche può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature.
Uno degli aspetti riscontrati dall’analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.
Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell’influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati.
In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un’intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato.
Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.
A mano a mano che l’umanità compie passi avanti nella comprensione dei fenomeni climatici, cresce la consapevolezza circa l’importanza di coordinare gli sforzi per tutelare chi rischia di pagare il prezzo maggiore del surriscaldamento climatico, le persone più fragili e gli anziani, in particolare nei Paesi più poveri.
L’aumento delle temperature globali, infatti, è motivo di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione mondiale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi.
La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.
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16/12/2023
I salari in Italia fermi da trent’anni, grazie alla concertazione tra governi e Cgil Cisl Uil
In Italia i salari reali sono sostanzialmente al palo da trent’anni, la forza lavoro è in rapido invecchiamento. Secondo l’Inapp (Istituto Nazionale per le Politiche Pubbliche) sono queste alcune tra le principali criticità del mercato del lavoro italiano.
Il Rapporto annuale dell’Inapp è stato presentato ieri alla Camera e, ovviamente, sostiene l’utilità dell’introduzione del salario minimo legale visto che la struttura della contrattazione collettiva non è riuscita a far crescere nel nostro Paese le retribuzioni reali. Nella distribuzione del reddito si vede una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.
Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area Ocse. “Una prima criticità – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è costituita dalla questione salariale. La distribuzione funzionale del reddito mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (sono rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led. Nella letteratura economica – si evidenzia – vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta”.
“Non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell’evidenza empirica – spiega Fadda a proposito delle difficoltà della contrattazione collettiva nella salvaguardia delle retribuzioni – per escludere strumenti basati sull’imposizione di una soglia minima invalicabile”. In Italia inoltre sta emergendo un altro fenomeno che, secondo l’Inapp, “deve preoccupare i responsabili della politica economica: si tratta del cosiddetto ‘labour shortage‘, ossia della carenza di lavoratori. Si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti”. Un dato questo che è legato anche al forte invecchiamento della forza lavoro (e ai salari bassi che non spingono nel mercato del lavoro nuove quote di attuali inattivi) sulla scia dell’andamento demografico.
Ma sono ancora troppo pochi quelli che danno risposta alla domanda: perché è dal 1992 che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia e tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò le politiche di austerità e impose il blocco dei salari. E proprio nel biennio 1992/1993 infatti che gli accordi sulla concertazione tra governi (Amato e Ciampi), Confindustria e Cgil Cisl Uil, portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari alla cosiddetta inflazione programmata invece che a quella reale.
Quel meccanismo ha agito sistematicamente sui contratti nazionali dei decenni successivi, con aumenti salariali irrisori nel corso del tempo, fino all’emergenza dei bassi e bassissimi salari esplosa negli ultimi anni, in particolare quando l’inflazione reale – e non quella fittizia “programmata – ha falcidiato il potere d’acquisto.
Fonte
Il Rapporto annuale dell’Inapp è stato presentato ieri alla Camera e, ovviamente, sostiene l’utilità dell’introduzione del salario minimo legale visto che la struttura della contrattazione collettiva non è riuscita a far crescere nel nostro Paese le retribuzioni reali. Nella distribuzione del reddito si vede una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.
Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area Ocse. “Una prima criticità – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è costituita dalla questione salariale. La distribuzione funzionale del reddito mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (sono rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led. Nella letteratura economica – si evidenzia – vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta”.
“Non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell’evidenza empirica – spiega Fadda a proposito delle difficoltà della contrattazione collettiva nella salvaguardia delle retribuzioni – per escludere strumenti basati sull’imposizione di una soglia minima invalicabile”. In Italia inoltre sta emergendo un altro fenomeno che, secondo l’Inapp, “deve preoccupare i responsabili della politica economica: si tratta del cosiddetto ‘labour shortage‘, ossia della carenza di lavoratori. Si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti”. Un dato questo che è legato anche al forte invecchiamento della forza lavoro (e ai salari bassi che non spingono nel mercato del lavoro nuove quote di attuali inattivi) sulla scia dell’andamento demografico.
Ma sono ancora troppo pochi quelli che danno risposta alla domanda: perché è dal 1992 che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia e tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò le politiche di austerità e impose il blocco dei salari. E proprio nel biennio 1992/1993 infatti che gli accordi sulla concertazione tra governi (Amato e Ciampi), Confindustria e Cgil Cisl Uil, portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari alla cosiddetta inflazione programmata invece che a quella reale.
Quel meccanismo ha agito sistematicamente sui contratti nazionali dei decenni successivi, con aumenti salariali irrisori nel corso del tempo, fino all’emergenza dei bassi e bassissimi salari esplosa negli ultimi anni, in particolare quando l’inflazione reale – e non quella fittizia “programmata – ha falcidiato il potere d’acquisto.
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30/04/2023
Quando decollerà la nuova “Rzeczpospolita 2.0” polacco-ucraina?
La distruzione dell’Ucraina come pegno per lo sviluppo della Polonia, scrive l’ucraino Stanislav Lešcenko sulla russa Vzgljad.
Secondo le più recenti proiezioni demografiche di Eurostat, e nonostante le ambizioni imperiali di Varsavia, alla fine di questo secolo, degli attuali 37,6 milioni di polacchi, ne resteranno meno di 30, e l’età media salirà da 42 a oltre 50 anni. Ma «la leadership polacca si appresta a risolvere questo problema a spese altrui. Questo processo è già in corso e riguarda direttamente anche il nostro paese».
Le previsioni del Ministero delle finanze polacco sono ancora più nere di quelle di Eurostat e parlano di una diminuzione, da qui al 2080, del 41,4% di persone in età lavorativa e dell’aumento del 42,3% di persone in età pensionistica: un modo per annunciare quasi sicuri tagli pensionistici.
L’OCSE ipotizza per la Polonia, da ora al 2050, una crescita del debito pubblico dal 55 al 138%, con “conseguente raccomandazione” di portare a 67 anni l’età pensionabile.
In tutto ciò, le ricette dei capitalisti polacchi ricalcano quelle di italici cognati: innalzare l’età lavorativa, ma soprattutto allentare la politica migratoria, con braccia a basso prezzo pronte a entrare in Polonia.
Già ora, dicono a Varsavia, il 6,5% della forza lavoro è composta da stranieri: si tratta solo di raddoppiare o triplicare tale percentuale e non permettere che altri si approprino di quella merce vilia ma preziosa costituita dalla forza-lavoro ucraina.
Secondo l’agenzia Gremi Personal, il 38% degli ucraini che lavorano in Polonia non ha intenzione di tornare in patria: ciò significa, per Varsavia, alleggerire la crisi demografica già nel giro di 3-4 anni.
La soluzione ideale per la Polonia, afferma il polonista Stanislav Stremidlovskij, sarebbe la scomparsa dello stato ucraino, con la popolazione che fluidamente si ritrova polacca: niente bisogno di tutte quelle formalità (lingua, cultura, ecc.) che si presenterebbero in caso di confederazione e non ci sarebbe da preoccuparsi del reintegro di L’vov nella compagine polacca: avverrebbe di per sé.
Naturalmente, quest’ultima soluzione eviterebbe tante tappe intermedie. Ma, per il momento, si comincia per gradi. Dunque, l‘Ucraina si “scioglie” nella Polonia, scrive Odna Rodina: la collaborazione del Ministro dell’istruzione ucraino Oksen Lisovoj con la Polonia non si limita a un accordo per la “correzione” o il “perfezionamento” dei testi scolastici ucraini di storia e geografia.
D’ora in poi, in una serie di scuole, istituti superiori e di istruzione prescolare ucraini, ad esempio nella regione di Dnepropetrovsk, le lezioni verranno condotte in polacco.
Il Ministero golpista per la reintegrazione intende includere il polacco tra le materie con valutazione esterna indipendente, e la Ministra Irina Vereščuk dichiara che stretti legami con i polacchi significano «garanzia di sviluppo sostenibile e sicurezza»: è dunque necessario studiare la lingua polacca in ogni scuola.
«Dobbiamo passare ad azioni concrete per integrarci nello spazio europeo», ha detto la Vereščuk; e il «primo passo è lo studio delle lingue dei paesi vicini». Russo escluso, ca va sans dire; ed esclusività polacca.
E che ne sarà allora della “mova”, il termine con cui gli ucraini definiscono la lingua, e in particolare la loro lingua, e per cui sin da 2014 mossero guerra al Donbass?
Finirà che la lingua diventerà, come in un lontano (ma non lontanissimo) passato, un campagnolo suržik, quel miscuglio di ucraino e russo che storpia entrambi gli idiomi. Dopotutto, nota Odna Rodina, furono i bolscevichi, ora “decomunistizzati” in Ucraina, a registrare nel 1926 milioni di piccoli e grandi russi come ucraini e fu il governo sovietico a far sì che la “mova” si sviluppasse a ritmi senza precedenti.
Non c’è da aspettarsi nulla di simile da Varsavia, come aveva dimostrato il periodo 1920-1939.
La nazionalista (e filo-russa) Myśl Polska scrive però che non si arriverà a un’unione polacco-ucraina. È anzi molto probabile il fallimento di tale disegno: già così, l’apertura delle frontiere con l’Ucraina è una catastrofe economica, basti pensare al diluvio di derrate agricole a prezzi irrisori, che strozzano il mercato polacco.
Già oggi le perdite potrebbero ammontare a centinaia di miliardi di zloty all’anno, perché, lamenta Myśl Polska, un paese degradato quale l’Ucraina, ma molto più grande, oltre che forte produttore agricolo, può distruggere completamente l’agricoltura polacca, che si muove in condizioni peggiori e dovrebbe vendere molto più a buon mercato.
Questo metterebbe il paese fuori dalla UE, i cui membri adotterebbero misure di difesa. Dunque, «dobbiamo iniziare a farci guidare dai nostri interessi, storicamente in contraddizione con il concetto di integrazione politica e giuridica con lo Stato ucraino, oltre che con l’attuale politica orientale dell’Unione Europea».
Oltretutto, scrive Myśl Polska, l’esperienza del passato dimostra che nulla di ucraino ci sarà nella compagine della Polonia, che è una nazione monolitica: l’ucraino non diventerà la seconda lingua di stato in Polonia e la cultura ucraina sarà schiacciata. Il processo di polonizzazione è inevitabile.
Di parere opposto, naturalmente, a Varsavia, pur nello spirito della Polonia imperiale di Jozef Pilsudski. L’ufficialissima Rzeczpospolita titola “La Polonia dei due popoli. Già in azione l’unione con l’Ucraina” e, mentre sottolinea che 3,2 milioni di ucraini vivono in Polonia – ma non dice a quali condizioni lavorino – annuncia summo cum gaudio: «A livello di società polacca, l’unione funziona già. La Polonia è diventata uno stato binazionale».
È in questo modo, chiosa Valentin Lesnik ancora su Odna Rodina, che la stampa polacca prepara gradualmente la società alla comparsa dell’ennesima copia della Rzeczpospolita: questa volta, secondo la formula Polonia+Ucraina.
Il retroscena di tale polonizzazione, di questa nuova “Rzeczpospolita 2.0” per cui si adoperano Andrzej Duda e Vladimir Zelenskij – e, a quanto pare, anche il presidente lituano Gitanas Nauseda – è dato dai piani di Varsavia (e dei suoi curatori d’oltreoceano), per trasformare tale spazio in una palude in cui far impantanare la Russia, un territorio cuscinetto tra Occidente e Oriente, atto anche a “filtrare”, o ostacolare, gli scambi economici tra Russia (e Cina) e Europa.
Nel frattempo, in attesa di tanta “evoluzione”, il primo ministro ceco Petr Fiala, lo slovacco Eduard Heger e il polacco Mateusz Morawiecki hanno composto sull’americana Foreign Affairs un canto appassionato su Ucraina e “mondo libero”.
«È sempre più evidente che la Russia ha concluso da tempo di essere in guerra con noi», constatano affranti, e se la Russia vince, allora l’Europa centrale «potrebbe essere la prossima» vittima. Bisogna quindi sconfiggere la Russia, e inviare così «un chiaro segnale che i conflitti congelati non hanno posto nella nostra regione».
Ancora: «Noi dobbiamo sostenere l’Ucraina finché le truppe russe non saranno ritirate dal suo territorio, col che si porrà fine al revanscismo e all’imperialismo del Cremlino». Siamo quindi «orgogliosi che l’Europa si sia levata tutta insieme di fronte all’aggressione russa» e, per sconfiggere Mosca, «nessun tipo di arma deve essere escluso a priori».
Quindi il canto: «... se l’Europa vuol rimanere libera e integra, sono decisive partecipazione e leadership americane»; che altro non è che una variazione sul ritornello intonato da anni da quel palafreniere atlantista che è Varsavia, secondo cui «la modernizzazione dei rapporti atlantici» significa il vassallaggio di Germania e Francia di fronte a Washington e la crescita d’influenza polacca.
In altra istanza, e come misura urgente, l’armata polacco-baltica propone di confiscare gli asset e le riserve russe in Occidente e dividerli, utilizzandoli anche «per la ricostruzione dell’Ucraina».
Per l’undicesimo pacchetto di sanzioni anti-russe, si chiede l’esclusione di Gazprombank dal SWIFT, il taglio completo di ogni qualsivoglia fornitura di gas russo e la riduzione della portata del “Družba”, attraverso cui il petrolio russo arriva a Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria. Di passaggio: chiusura totale a diamanti e alluminio russi.
Va da sé che Vladimir Putin ha immediatamente firmato un decreto – “Sulla gestione temporanea di alcune proprietà” – sulle misure di ritorsione per il sequestro di beni russi all’estero, che prevede il passaggio alla gestione delle proprietà degli stranieri in Russia.
L’83,7% delle azioni di Unipro (della tedesca Uniper) e il 98% dei titoli di Fortum (controllata della finlandese Fortum) sono già in fase di trasferimento di gestione. Sembra che alla notizia del decreto, il 26 aprile le azioni Unipro alla Borsa di Mosca siano cresciute del 5,19%: il valore più alto, nota RT, da febbraio 2022.
A quanto pare, il capitale russo sta ricevendo davvero “colpi mortali” da sanzioni, sabotaggi e altre “trovate” euro-atlantiche: secondo le ultime rilevazioni di Forbes, sono 22 in più dello scorso anno, per un totale di 110, i miliardari russi, che si spartiscono un patrimonio complessivo di 505 miliardi di dollari: 152 più di un anno fa.
«L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore» (Samuele, 2-4). Ma, chi è il debole e chi il forte?
Fonte
Secondo le più recenti proiezioni demografiche di Eurostat, e nonostante le ambizioni imperiali di Varsavia, alla fine di questo secolo, degli attuali 37,6 milioni di polacchi, ne resteranno meno di 30, e l’età media salirà da 42 a oltre 50 anni. Ma «la leadership polacca si appresta a risolvere questo problema a spese altrui. Questo processo è già in corso e riguarda direttamente anche il nostro paese».
Le previsioni del Ministero delle finanze polacco sono ancora più nere di quelle di Eurostat e parlano di una diminuzione, da qui al 2080, del 41,4% di persone in età lavorativa e dell’aumento del 42,3% di persone in età pensionistica: un modo per annunciare quasi sicuri tagli pensionistici.
L’OCSE ipotizza per la Polonia, da ora al 2050, una crescita del debito pubblico dal 55 al 138%, con “conseguente raccomandazione” di portare a 67 anni l’età pensionabile.
In tutto ciò, le ricette dei capitalisti polacchi ricalcano quelle di italici cognati: innalzare l’età lavorativa, ma soprattutto allentare la politica migratoria, con braccia a basso prezzo pronte a entrare in Polonia.
Già ora, dicono a Varsavia, il 6,5% della forza lavoro è composta da stranieri: si tratta solo di raddoppiare o triplicare tale percentuale e non permettere che altri si approprino di quella merce vilia ma preziosa costituita dalla forza-lavoro ucraina.
Secondo l’agenzia Gremi Personal, il 38% degli ucraini che lavorano in Polonia non ha intenzione di tornare in patria: ciò significa, per Varsavia, alleggerire la crisi demografica già nel giro di 3-4 anni.
La soluzione ideale per la Polonia, afferma il polonista Stanislav Stremidlovskij, sarebbe la scomparsa dello stato ucraino, con la popolazione che fluidamente si ritrova polacca: niente bisogno di tutte quelle formalità (lingua, cultura, ecc.) che si presenterebbero in caso di confederazione e non ci sarebbe da preoccuparsi del reintegro di L’vov nella compagine polacca: avverrebbe di per sé.
Naturalmente, quest’ultima soluzione eviterebbe tante tappe intermedie. Ma, per il momento, si comincia per gradi. Dunque, l‘Ucraina si “scioglie” nella Polonia, scrive Odna Rodina: la collaborazione del Ministro dell’istruzione ucraino Oksen Lisovoj con la Polonia non si limita a un accordo per la “correzione” o il “perfezionamento” dei testi scolastici ucraini di storia e geografia.
D’ora in poi, in una serie di scuole, istituti superiori e di istruzione prescolare ucraini, ad esempio nella regione di Dnepropetrovsk, le lezioni verranno condotte in polacco.
Il Ministero golpista per la reintegrazione intende includere il polacco tra le materie con valutazione esterna indipendente, e la Ministra Irina Vereščuk dichiara che stretti legami con i polacchi significano «garanzia di sviluppo sostenibile e sicurezza»: è dunque necessario studiare la lingua polacca in ogni scuola.
«Dobbiamo passare ad azioni concrete per integrarci nello spazio europeo», ha detto la Vereščuk; e il «primo passo è lo studio delle lingue dei paesi vicini». Russo escluso, ca va sans dire; ed esclusività polacca.
E che ne sarà allora della “mova”, il termine con cui gli ucraini definiscono la lingua, e in particolare la loro lingua, e per cui sin da 2014 mossero guerra al Donbass?
Finirà che la lingua diventerà, come in un lontano (ma non lontanissimo) passato, un campagnolo suržik, quel miscuglio di ucraino e russo che storpia entrambi gli idiomi. Dopotutto, nota Odna Rodina, furono i bolscevichi, ora “decomunistizzati” in Ucraina, a registrare nel 1926 milioni di piccoli e grandi russi come ucraini e fu il governo sovietico a far sì che la “mova” si sviluppasse a ritmi senza precedenti.
Non c’è da aspettarsi nulla di simile da Varsavia, come aveva dimostrato il periodo 1920-1939.
La nazionalista (e filo-russa) Myśl Polska scrive però che non si arriverà a un’unione polacco-ucraina. È anzi molto probabile il fallimento di tale disegno: già così, l’apertura delle frontiere con l’Ucraina è una catastrofe economica, basti pensare al diluvio di derrate agricole a prezzi irrisori, che strozzano il mercato polacco.
Già oggi le perdite potrebbero ammontare a centinaia di miliardi di zloty all’anno, perché, lamenta Myśl Polska, un paese degradato quale l’Ucraina, ma molto più grande, oltre che forte produttore agricolo, può distruggere completamente l’agricoltura polacca, che si muove in condizioni peggiori e dovrebbe vendere molto più a buon mercato.
Questo metterebbe il paese fuori dalla UE, i cui membri adotterebbero misure di difesa. Dunque, «dobbiamo iniziare a farci guidare dai nostri interessi, storicamente in contraddizione con il concetto di integrazione politica e giuridica con lo Stato ucraino, oltre che con l’attuale politica orientale dell’Unione Europea».
Oltretutto, scrive Myśl Polska, l’esperienza del passato dimostra che nulla di ucraino ci sarà nella compagine della Polonia, che è una nazione monolitica: l’ucraino non diventerà la seconda lingua di stato in Polonia e la cultura ucraina sarà schiacciata. Il processo di polonizzazione è inevitabile.
Di parere opposto, naturalmente, a Varsavia, pur nello spirito della Polonia imperiale di Jozef Pilsudski. L’ufficialissima Rzeczpospolita titola “La Polonia dei due popoli. Già in azione l’unione con l’Ucraina” e, mentre sottolinea che 3,2 milioni di ucraini vivono in Polonia – ma non dice a quali condizioni lavorino – annuncia summo cum gaudio: «A livello di società polacca, l’unione funziona già. La Polonia è diventata uno stato binazionale».
È in questo modo, chiosa Valentin Lesnik ancora su Odna Rodina, che la stampa polacca prepara gradualmente la società alla comparsa dell’ennesima copia della Rzeczpospolita: questa volta, secondo la formula Polonia+Ucraina.
Il retroscena di tale polonizzazione, di questa nuova “Rzeczpospolita 2.0” per cui si adoperano Andrzej Duda e Vladimir Zelenskij – e, a quanto pare, anche il presidente lituano Gitanas Nauseda – è dato dai piani di Varsavia (e dei suoi curatori d’oltreoceano), per trasformare tale spazio in una palude in cui far impantanare la Russia, un territorio cuscinetto tra Occidente e Oriente, atto anche a “filtrare”, o ostacolare, gli scambi economici tra Russia (e Cina) e Europa.
Nel frattempo, in attesa di tanta “evoluzione”, il primo ministro ceco Petr Fiala, lo slovacco Eduard Heger e il polacco Mateusz Morawiecki hanno composto sull’americana Foreign Affairs un canto appassionato su Ucraina e “mondo libero”.
«È sempre più evidente che la Russia ha concluso da tempo di essere in guerra con noi», constatano affranti, e se la Russia vince, allora l’Europa centrale «potrebbe essere la prossima» vittima. Bisogna quindi sconfiggere la Russia, e inviare così «un chiaro segnale che i conflitti congelati non hanno posto nella nostra regione».
Ancora: «Noi dobbiamo sostenere l’Ucraina finché le truppe russe non saranno ritirate dal suo territorio, col che si porrà fine al revanscismo e all’imperialismo del Cremlino». Siamo quindi «orgogliosi che l’Europa si sia levata tutta insieme di fronte all’aggressione russa» e, per sconfiggere Mosca, «nessun tipo di arma deve essere escluso a priori».
Quindi il canto: «... se l’Europa vuol rimanere libera e integra, sono decisive partecipazione e leadership americane»; che altro non è che una variazione sul ritornello intonato da anni da quel palafreniere atlantista che è Varsavia, secondo cui «la modernizzazione dei rapporti atlantici» significa il vassallaggio di Germania e Francia di fronte a Washington e la crescita d’influenza polacca.
In altra istanza, e come misura urgente, l’armata polacco-baltica propone di confiscare gli asset e le riserve russe in Occidente e dividerli, utilizzandoli anche «per la ricostruzione dell’Ucraina».
Per l’undicesimo pacchetto di sanzioni anti-russe, si chiede l’esclusione di Gazprombank dal SWIFT, il taglio completo di ogni qualsivoglia fornitura di gas russo e la riduzione della portata del “Družba”, attraverso cui il petrolio russo arriva a Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria. Di passaggio: chiusura totale a diamanti e alluminio russi.
Va da sé che Vladimir Putin ha immediatamente firmato un decreto – “Sulla gestione temporanea di alcune proprietà” – sulle misure di ritorsione per il sequestro di beni russi all’estero, che prevede il passaggio alla gestione delle proprietà degli stranieri in Russia.
L’83,7% delle azioni di Unipro (della tedesca Uniper) e il 98% dei titoli di Fortum (controllata della finlandese Fortum) sono già in fase di trasferimento di gestione. Sembra che alla notizia del decreto, il 26 aprile le azioni Unipro alla Borsa di Mosca siano cresciute del 5,19%: il valore più alto, nota RT, da febbraio 2022.
A quanto pare, il capitale russo sta ricevendo davvero “colpi mortali” da sanzioni, sabotaggi e altre “trovate” euro-atlantiche: secondo le ultime rilevazioni di Forbes, sono 22 in più dello scorso anno, per un totale di 110, i miliardari russi, che si spartiscono un patrimonio complessivo di 505 miliardi di dollari: 152 più di un anno fa.
«L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore» (Samuele, 2-4). Ma, chi è il debole e chi il forte?
Fonte
09/04/2023
Si fanno sempre meno figli. Ma c’è omertà sul perché
Avevamo promesso di tornarci perché eravamo certi che l’”allarme poche nascite” si sarebbe ripetuto sempre uguale, ad ogni rapporto dell’Istat. E infatti eccoci qui, puntuali come la siccità.
Viene pubblicato il rapporto e veniamo travolti da riassuntini, grafici, citazioni, immagini immaginifiche che tutto descrivono ma niente spiegano.
Anzi, dilagano “narrazioni” che vorrebbero in qualche modo colpevolizzare soggetti o fasce sociali che – a ben guardare – sono le prime vittime di questa situazione: giovani “sul divano che non vogliono lavorare”, anziani “egoisti che prendono la pensione”, donne “che non vogliono responsabilità”, immigrati “che ci rubano il lavoro” (che non c’è, e infatti pure loro vanno altrove insieme ai “nostri” giovani).
Prendiamo ad esempio il lancio dell’Agenzia Agi, dal titolo per cinefili (L’Italia è un paese per vecchi), visto che la pigrizia mortale dei sedicenti giornalisti italiani è prontissima a copiare, riprendere, sintetizzare, fantasticare proprio a partire dai lanci delle principali agenzie stampa (Ansa, AdnKronos, Agi, Dire).
L’agenzia controllata dall’Eni ci dice subito che “Nel 2022 i nati sono scesi, per la prima volta dall’unità d’Italia, sotto la soglia delle 400mila unità, attestandosi a 393mila. Dal 2008, ultimo anno in cui si registrò un aumento, il calo è di circa 184mila nati, di cui circa 27mila concentrate dal 2019 in avanti”.
Per somma sfortuna anche l’Istat semina parecchia confusione, sottolineando che “questa diminuzione è dovuta solo in parte alla spontanea o indotta rinuncia ad avere figli da parte delle coppie. In realtà, tra le cause pesano tanto il calo dimensionale quanto il progressivo invecchiamento della popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (dai 15 ai 49 anni)“.
Ma se è dovuta “solo in parte” a questi due fattori – che peraltro dipendono anche loro da altre cause – a cosa si deve questo calo pluridecennale delle nascite?
Silenzio...
Però subito dopo l’anonimo cronista indugia sui dettagli che dovrebbero aiutare ad indicare qualche “colpevole”.
“Un italiano su quattro ha almeno 65 anni. Nonostante l’elevato numero di decessi avvenuto in questi ultimi tre anni, oltre 2 milioni e 150mila, di cui il 90% riguardante persone con più di 65 anni, il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito – spiegano i ricercatori – portando l’età media della popolazione da 45,7 a 46,4 anni tra l’inizio del 2020 e l’inizio del 2023.”
Si noterà il velato sollievo con cui si registra che, “per fortuna”, negli ultimi anni – complice la pandemia e le politiche dei governi in materia – sono morti più anziani del solito. “Purtroppo” (immaginiamo…) un sacco di anziani sono rimasti lo stesso vivi, e dunque “il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito”.
Altro “colpevole” potenziale sono ovviamente le donne. E anche in questo caso il solerte raccoglitore di senso comune spicciolo ci ricorda che “Dopo il lieve aumento del numero medio di figli per donna verificatosi tra il 2020 e il 2021, riprende il calo dell’indicatore congiunturale di fecondità, il cui valore si attesta nel 2022 a 1,24, tornando così al livello registrato nel 2020.
Prosegue quindi la tendenza alla riduzione dei progetti riproduttivi, già in atto da diversi anni nel nostro Paese, con un’età media al parto stabile rispetto al 2021, pari a 32,4 anni”.
Un essere umano pensante si chiederebbe come mai le donne abbiano – senza peraltro mettersi d’accordo tra loro – “scelto” di fare più figli proprio “tra il 2020 e il 2021”. E, se non è decerebrato o immemore, si risponderebbe che probabilmente i lunghi lockdown hanno contribuito a tenere più a lungo le coppie in casa, “liberandole” – paradossalmente – dal dover correre tutto il giorno in giro per lavoro, magari con orari diversi e non coincidenti.
Insomma, un essere umano pensante comincerebbe a sospettare che la dinamica delle nascite non dipende dalle “scelte ideologico-culturali” (rifiuto di assumersi la responsabilità genitoriale, voglia di divertirsi, e stupidaggini simili) ma da condizioni sociali, lavorative, reddituali decisamente stringenti. E che ostacolano grandemente le possibilità di riproduzione.
Restando al lancio di agenzia, sorvoliamo sulla lunghissima disamina delle differenze e similitudini tra regioni italiane, perché non restituisce alcuna informazione indicativa sulle possibili cause di un disastro demografico che sta portando questo paese verso un punto di non ritorno.
Non è un’esagerazione: i nuovi nati sono attualmente il 40% di quelli sbocciati negli anni del “boom” (1948-1964). Non è complicato immaginare quale deserto sociale attende le nuove generazioni (peraltro protagoniste di una nuova emigrazione di massa verso paesi che pagano salari meno infami), e soprattutto quali conseguenze economiche avrà questa “carenza oggettiva di manodopera”.
Dal canto nostro, a meno di tre anni di distanza da analoghe “notizie” su numeri situati lungo l’identica linea discendente, non possiamo che riproporre la stessa spiegazione.
In fondo stiamo parlando di fenomeni di lungo periodo, con cause strutturali che non vengono minimamente toccate – anzi: peggiorate – dalle politiche economiche e sociali imposte dal capitale multinazionale e dai governi italioti. Dunque sono ancora, purtroppo, valide.
Buona lettura.
Viene pubblicato il rapporto e veniamo travolti da riassuntini, grafici, citazioni, immagini immaginifiche che tutto descrivono ma niente spiegano.
Anzi, dilagano “narrazioni” che vorrebbero in qualche modo colpevolizzare soggetti o fasce sociali che – a ben guardare – sono le prime vittime di questa situazione: giovani “sul divano che non vogliono lavorare”, anziani “egoisti che prendono la pensione”, donne “che non vogliono responsabilità”, immigrati “che ci rubano il lavoro” (che non c’è, e infatti pure loro vanno altrove insieme ai “nostri” giovani).
Prendiamo ad esempio il lancio dell’Agenzia Agi, dal titolo per cinefili (L’Italia è un paese per vecchi), visto che la pigrizia mortale dei sedicenti giornalisti italiani è prontissima a copiare, riprendere, sintetizzare, fantasticare proprio a partire dai lanci delle principali agenzie stampa (Ansa, AdnKronos, Agi, Dire).
L’agenzia controllata dall’Eni ci dice subito che “Nel 2022 i nati sono scesi, per la prima volta dall’unità d’Italia, sotto la soglia delle 400mila unità, attestandosi a 393mila. Dal 2008, ultimo anno in cui si registrò un aumento, il calo è di circa 184mila nati, di cui circa 27mila concentrate dal 2019 in avanti”.
Per somma sfortuna anche l’Istat semina parecchia confusione, sottolineando che “questa diminuzione è dovuta solo in parte alla spontanea o indotta rinuncia ad avere figli da parte delle coppie. In realtà, tra le cause pesano tanto il calo dimensionale quanto il progressivo invecchiamento della popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (dai 15 ai 49 anni)“.
Ma se è dovuta “solo in parte” a questi due fattori – che peraltro dipendono anche loro da altre cause – a cosa si deve questo calo pluridecennale delle nascite?
Silenzio...
Però subito dopo l’anonimo cronista indugia sui dettagli che dovrebbero aiutare ad indicare qualche “colpevole”.
“Un italiano su quattro ha almeno 65 anni. Nonostante l’elevato numero di decessi avvenuto in questi ultimi tre anni, oltre 2 milioni e 150mila, di cui il 90% riguardante persone con più di 65 anni, il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito – spiegano i ricercatori – portando l’età media della popolazione da 45,7 a 46,4 anni tra l’inizio del 2020 e l’inizio del 2023.”
Si noterà il velato sollievo con cui si registra che, “per fortuna”, negli ultimi anni – complice la pandemia e le politiche dei governi in materia – sono morti più anziani del solito. “Purtroppo” (immaginiamo…) un sacco di anziani sono rimasti lo stesso vivi, e dunque “il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito”.
Altro “colpevole” potenziale sono ovviamente le donne. E anche in questo caso il solerte raccoglitore di senso comune spicciolo ci ricorda che “Dopo il lieve aumento del numero medio di figli per donna verificatosi tra il 2020 e il 2021, riprende il calo dell’indicatore congiunturale di fecondità, il cui valore si attesta nel 2022 a 1,24, tornando così al livello registrato nel 2020.
Prosegue quindi la tendenza alla riduzione dei progetti riproduttivi, già in atto da diversi anni nel nostro Paese, con un’età media al parto stabile rispetto al 2021, pari a 32,4 anni”.
Un essere umano pensante si chiederebbe come mai le donne abbiano – senza peraltro mettersi d’accordo tra loro – “scelto” di fare più figli proprio “tra il 2020 e il 2021”. E, se non è decerebrato o immemore, si risponderebbe che probabilmente i lunghi lockdown hanno contribuito a tenere più a lungo le coppie in casa, “liberandole” – paradossalmente – dal dover correre tutto il giorno in giro per lavoro, magari con orari diversi e non coincidenti.
Insomma, un essere umano pensante comincerebbe a sospettare che la dinamica delle nascite non dipende dalle “scelte ideologico-culturali” (rifiuto di assumersi la responsabilità genitoriale, voglia di divertirsi, e stupidaggini simili) ma da condizioni sociali, lavorative, reddituali decisamente stringenti. E che ostacolano grandemente le possibilità di riproduzione.
Restando al lancio di agenzia, sorvoliamo sulla lunghissima disamina delle differenze e similitudini tra regioni italiane, perché non restituisce alcuna informazione indicativa sulle possibili cause di un disastro demografico che sta portando questo paese verso un punto di non ritorno.
Non è un’esagerazione: i nuovi nati sono attualmente il 40% di quelli sbocciati negli anni del “boom” (1948-1964). Non è complicato immaginare quale deserto sociale attende le nuove generazioni (peraltro protagoniste di una nuova emigrazione di massa verso paesi che pagano salari meno infami), e soprattutto quali conseguenze economiche avrà questa “carenza oggettiva di manodopera”.
Dal canto nostro, a meno di tre anni di distanza da analoghe “notizie” su numeri situati lungo l’identica linea discendente, non possiamo che riproporre la stessa spiegazione.
In fondo stiamo parlando di fenomeni di lungo periodo, con cause strutturali che non vengono minimamente toccate – anzi: peggiorate – dalle politiche economiche e sociali imposte dal capitale multinazionale e dai governi italioti. Dunque sono ancora, purtroppo, valide.
Buona lettura.
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Si fanno meno figli. Perché?
Francesco Piccioni
I numeri sono sempre ostici, specie quando rappresentano una situazione reale, in termini statistici. Girarci intorno non si può, a meno di non rifugiarsi nei giochi (matematici) o truccare i dati.
E dunque ha sollevato preoccupazione il report dell’Istat sul censimento permanente della popolazione italiana. Durerà un giorno, questa preoccupazione, come tutto ciò che dovrebbe essere meditato perché segnala che viviamo in un sistema malato.
Non se ne parlerà più, se non come battuta da talk show, fino al prossimo report, che descriverà una situazione peggiorata, ancora più grave e irrimediabile nel breve periodo. Ma anche allora tutto durerà un giorno.
E allora.
I motivi di preoccupazione sono due. Da un lato il numero dei morti, dall’altro quello delle nascite. Stiamo parlando di demografia, del resto...
Nel 2020, ancora non concluso «supereremo i 700 mila morti, come nel 1944 quando eravamo nel pieno della seconda guerra mondiale».
Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat e demografo di professione, ha scelto l’analogia bellica per dare più forza emotiva ai dati. L’anno scorso erano stati 647mila, non pochi. Ma quest’anno il Covid ha fatto strage, soprattutto – ma non solo – nella popolazione anziana: le oltre 65.000 vittime della pandemia si aggiungono a tutte quelle, incalcolabili, per patologie che non hanno potuto essere affrontate adeguatamente a causa del collasso del sistema sanitario sotto le due ondate, primaverile ed autunnale.
È chiaro che gli oltre 700.000 morti di oggi hanno un peso diverso rispetto all’analoga cifra degli anni di guerra. La popolazione attuale è molto più numerosa (59,6 milioni contro i 45,5 del 1945), e dunque la percentuale attuale è minore.
Ancor più importante è la composizione anagrafica delle perdite, visto che in guerra sale drasticamente la percentuale di giovani che perdono la vita, soprattutto maschi (anche se i bombardamenti e la fame hanno falciato senza troppi riguardi per l’età).
Dunque la situazione demografica bellica era certamente più grave, perché si usciva da un disastro con minori “forze fresche” da impegnare nella ricostruzione.
Ma proprio questa constatazione dovrebbe far saltare sulla sedia: se stiamo facendo questi paragoni, la situazione deve certamente essere terribile.
Lo capiamo subito vedendo che le nascite sono ulteriormente diminuite – in termini assoluti e dunque anche percentuali – collocandosi al punto più basso del dopoguerra: poco più di 400.000 l’anno, mentre erano state circa un milione dal ‘45 fino alla fine degli anni ‘70 (709.000 nel 1978).
È lampante che un Paese con questa dinamica non può sopravvivere a lungo. Le vecchie generazioni, ancorché costrette al lavoro da continui aumenti dell’età pensionabile, dovranno prima o poi uscire di scena (la dinamica è stata accelerata dal Covid, come sappiamo), mentre le nuove sono numericamente insufficienti a coprire i vuoti che si aprono.
Peggio ancora: le classi di età in maturità riproduttiva (under 45, soprattutto per le donne) sono anche quelle con la situazione reddituale peggiore. Anche quando vanno a coprire un posto di lavoro lasciato scoperto da un lavoratore andato in pensione, la loro retribuzione è molto minore. E la speranza di migliorarla praticamente nulla.
Chi non ha un reddito sufficiente neanche per sostenere se stesso (la situazione non migliora molto “facendo coppia”, perché al massimo si dimezzano le spese fisse per casa e bollette) difficilmente può programmare la nascita di un figlio. E meno ancora penserà a farne un secondo o un terzo.
Questa situazione ha spiegazioni politiche ed economiche di lungo periodo. Dipendono insomma dalle “riforme” messe in atto – guarda caso – dal 1980 in poi, quando una/un lavoratrice/ore dipendente poteva con un solo stipendio mantenere tutta la famiglia.
Oggi, anche lavorando in due, si fa fatica ad arrivare a fine mese.
La precarietà contrattuale, divenuta la “nuova normalità”, ha ridotto a zero il potere di contrattazione dei lavoratori dipendenti. Sia per quanto riguarda le condizioni di lavoro (orario, turni, festività, periodi di malattia, ecc.), sia e soprattutto per quanto riguarda l’entità del salario.
Nel linguaggio marxiano, si può dire, quel salario è sceso sotto il livello di riproduzione della forza lavoro. E se a livello individuale la situazione può apparire meno drammatica – il “welfare familiare”, finché ci saranno pensionati a integrare i redditi di figli e nipoti, attenua percentualmente la percezione della miseria profonda dei lavoratori precari – a livello collettivo è chiarissima: le nuove generazioni di lavoratori e disoccupati si riproducono molto meno.
Perché non possono, non perché non vogliano (siamo pur sempre dei normali esseri viventi, con le stesse finalità delle altre specie).
È comprensibile – ma da maiali, sul piano intellettuale – che i media di regime diano ai giovani “la colpa” di non fare figli per motivi “culturali”, edonistici (“ve la volete spassare senza prendervi responsabilità”), egoistici e quant’altro.
Ma proprio questo denota la follia di un sistema malato. Che non riesce più a riprodursi perché l’ansia di profitto vede ogni cosa naturale o relazione umana come un “elemento della merce”. Insomma: solo un modo per fare soldi.
Possiamo affrontare questo problema epocale dal punto di vista del clima e dell’ambiente (l’insieme entro cui possiamo sopravvivere oppure estinguerci come genere umano), oppure dal punto di vista sanitario (la gestione della pandemia ha fatto strage soprattutto nel cuore del neoliberismo occidentale, mandando in crisi profonda proprio quell’economia che si intendeva anteporre alla salute e alla vita). O anche da altri punti di vista.
In tutti i casi arriviamo allo stesso punto: la riproduzione (quella umana e quella della natura) è ormai negata dallo sviluppo capitalistico. Questo, sì, irresponsabile.
Viene da pensare a quei maiali – sul piano intellettuale – che ci smenano continuamente con la solfa del “debito pubblico che lasciamo ai nostri figli”.
A quei figli stanno lasciando – loro che lo difendono a suon di bigliettoni, non certo noi che lo combattiamo – un mondo invivibile. Dentro cui è già ora diventato impossibile riprodursi.
(17 dicembre 2020)
Fonte
24/02/2023
Italia - Un paese che invecchia per colpa dei bassi salari
Ogni volta che gli istituti centrali di statistica – Istat in Italia, Eurostat in Unione Europea, ecc. – pubblicano i dati relativi alle loro ricerche parte immediatamente la caccia giornalistica al numero che può fare da “acchiappa-copie” o acchiappa-click.
Sui dati resi noti ieri in molti si sono fermati a quello sull’età media della popolazione italiana, che è – non è una novità da anni – la più alta del Vecchio Continente: 48 anni circa.
Borbottii preoccupati in sede politica, scandalo trattenuto in sede mediatica... ma silenzio totale sulle cause di un fenomeno detto “invecchiamento della popolazione”.
Vediamo prima qualche numero.
L’età media della popolazione dell’Ue, al primo gennaio 2022, era di 44,4 anni, pari a 0,3 anni in più rispetto al 2021 e l’Italia si trova in cima alla classifica, con l’età media più elevata tra i Ventisette, a 48 anni. Inoltre, l’Italia arriva prima anche nella lista dei Paesi col più elevato rapporto tra anziani (persone sopra i 65 anni) e persone in età lavorativa, con il 37,5%.
È quanto emerge dai dati di Eurostat, l’Ufficio di statistica dell’Ue, che ha spiegato che l’età “è aumentata di 2,5 anni (in media di 0,25 all’anno) rispetto ai 41,9 anni del 2012”. Tra i Paesi dell’Ue, l’età media varia dai 38,3 anni di Cipro, i 38,8 dell’Irlanda e i 39,7 del Lussemburgo ai 48 dell’Italia, i 46,8 del Portogallo e i 46,1 della Grecia. In totale, 18 Paesi dell’Ue erano al di sotto dell’età media dell’Ue.
“Tra il 2012 e il 2022, questo indicatore è aumentato in tutti i Paesi dell’Ue tranne che in Svezia, dove è diminuito (da 40,8 anni nel 2012 a 40,7 anni nel 2022)”, ha precisato Eurostat.
Oltre all’aumento dell’età media, nel 2022 è aumentato anche l’indice di dipendenza degli anziani dell’Ue, cioè il rapporto tra il numero di anziani (di età pari o superiore a 65 anni) e il numero di persone in età lavorativa (15-64 anni). Era del 33% nel 2022, pari a 0,5 punti percentuali in più rispetto al 2021, e il dato è aumentato di 5,9 punti percentuali dal 2012, rispetto al 27,1%.
Questi numeri descrivono in modo asettico – e decisamente acefalo – una crisi di riproduzione della popolazione europea. Ovvero una bassa natalità nelle generazioni in età fertile e un allungamento medio delle aspettative di vita. Almeno in teoria. Sappiamo infatti da altri dati che la pandemia ha abbassato proprio l’aspettativa di vita falciando di preferenza le persone più anziane. Dunque questo ennesimo innalzamento dell’età media dipende soprattutto dalla riduzione della natalità.
Va da sé che una società che si riproduce in modo insufficiente a rimpiazzare la popolazione che passa a miglior vita è una società morente. La quale, oltretutto, va incontro a seri problemi economici, visto che il numero di persone al lavoro diminuisce rispetto a quello delle persone non più in grado di lavorare.
E sappiamo – dalla “riforma Dini” del 1995 a quella Fornero del 2012 – che questo tipo di problemi vengono sbrigativamente risolti allungando l’età pensionabile, ossia impedendo di andare in pensione prima della morte.
Ma anche questa soluzione criminale ha le sue brave controindicazioni, perché in questo modo si blocca il turnover sui posti di lavoro e quindi si ritarda l’ingresso dei più giovani, ovvero di coloro in grado di riprodursi (fare figli, brutalmente). Insomma: allungare l’età pensionabile riduce la natalità e contribuisce all’innalzamento dell’età media nonostante gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali falcino prevalentemente i più anziani.
Resta comunque da spiegare “perché?” si fanno così pochi figli. Ricordiamo che ai tempi del “boom economico” – anni del dopoguerra,con picco nel 1964 – nasceva poco più di un milione di bambini l’anno, mentre nel 2022 siamo scesi appena sotto i 400.000.
Lo scarto (il 60%) è troppo grande per non coglierne la drammaticità: questo (ma il discorso vale per tutta l’Europa occidentale) è un paese che va verso la desertificazione sociale. I governanti e i moralisti da editoriale danno la colpa, come sempre, alle persone (che “vogliono godersi la vita invece di assumersi una responsabilità”, molto simile al “non hanno voglia di lavorare).
Le ricerche sociologiche per rintracciare le cause della “scarsa natalità” si susseguono ormai da decenni, ma naturalmente si concentrano su aspetti secondari, per quanto importanti. Per esempio, tra le risposte più gettonate ci sono i “costi economici” del mantenimento di un figlio. Lo studio della Community Research&Analysis pubblicato pochi giorni fa quantifica la spesa in 640 euro al mese.
Poi si passa genericamente a “problemi personali” che impedirebbero di realizzare l’aspirazione – diffusissima, pare – ad averne anche più di uno.
Anche ricerche così poco scientifiche, insomma, sono costrette a cogliere il dato economico come centrale. Ma naturalmente ci si guarda bene da mettere in relazione l’alta spesa per crescere un figlio con i bassi salari percepiti soprattutto dai lavoratori più giovani che – ma guarda un po’… – sono anche in età riproduttiva.
Eppure non dovrebbe essere complicato sommare quei 640 euro a quelli necessari per pagare l’affitto (o il mutuo), per mangiare, andare al lavoro (l’auto, il ciclomotore o anche solo l’abbonamento a metro e bus), pagare la retta per l’asilo o il tempo pieno, curarsi (la sanità pubblica ormai, a forza di tagli, non riesce a garantire quasi più nulla), ecc.
Insomma: quanto bisognerebbe guadagnare – come coppia – per mettere al mondo almeno un figlio? (Senza nemmeno ricordare che con un solo figlio a coppia in ogni caso ci sarebbe una riproduzione sociale almeno dimezzata...).
Sappiamo tutti – e meglio di tutti i nostri lettori, per esperienza diretta quotidiana – che i salari contrattuali sono scesi rispetto a 30 anni fa (guarda caso quando la curva della natalità ha preso definitivamente la via verso il basso). Che la forma più diffusa di contratto è precaria (tempo determinato o anche peggio). Che i salari offerti sono così da fame da “soffrire la concorrenza” del reddito di cittadinanza (mediamente 580 euro).
Sappiamo e leggiamo che ormai persino a giovani architetti o ingegneri vengono fatte proposte offensive (tipo 750 euro al mese). Abbiamo ministri che davanti alla “fuga dei cervelli” (giovani laureati che emigrano in cerca di un lavoro retribuito almeno il giusto) dicono che “bisogna implementarla”! Come se qui non si sapesse proprio cosa fare di lavoratori istruiti, ricercatori, professionisti, ecc.
E infatti le imprese che hanno bisogno di professionalità minimamente avanzate hanno carenza di personale, perché “i cervelli fuggono”. Questa classe dirigente non sa neanche di cosa parla...
Sappiamo infine che tra i 27 paesi dell’Unione Europea ben 22 hanno un livello di salario minimo, mentre qui viene ritenuto una bestemmia. Un livello certo non altissimo (in genere circa la metà del reddito medio; in Italia equivarrebbe ad almeno 16.000 euro l’anno), ma comunque un “pavimento” al di sotto del quale è illegale andare, per un sedicente “datore di lavoro”.
E qui siamo alla fine del nostro breve viaggio: se si vuole che questo paese abbia ancora un futuro, abbassate le armi e alzate i salari. O meglio ancora: toglietevi dai piedi prima che sia troppo tardi.
Fonte
Sui dati resi noti ieri in molti si sono fermati a quello sull’età media della popolazione italiana, che è – non è una novità da anni – la più alta del Vecchio Continente: 48 anni circa.
Borbottii preoccupati in sede politica, scandalo trattenuto in sede mediatica... ma silenzio totale sulle cause di un fenomeno detto “invecchiamento della popolazione”.
Vediamo prima qualche numero.
L’età media della popolazione dell’Ue, al primo gennaio 2022, era di 44,4 anni, pari a 0,3 anni in più rispetto al 2021 e l’Italia si trova in cima alla classifica, con l’età media più elevata tra i Ventisette, a 48 anni. Inoltre, l’Italia arriva prima anche nella lista dei Paesi col più elevato rapporto tra anziani (persone sopra i 65 anni) e persone in età lavorativa, con il 37,5%.
È quanto emerge dai dati di Eurostat, l’Ufficio di statistica dell’Ue, che ha spiegato che l’età “è aumentata di 2,5 anni (in media di 0,25 all’anno) rispetto ai 41,9 anni del 2012”. Tra i Paesi dell’Ue, l’età media varia dai 38,3 anni di Cipro, i 38,8 dell’Irlanda e i 39,7 del Lussemburgo ai 48 dell’Italia, i 46,8 del Portogallo e i 46,1 della Grecia. In totale, 18 Paesi dell’Ue erano al di sotto dell’età media dell’Ue.
“Tra il 2012 e il 2022, questo indicatore è aumentato in tutti i Paesi dell’Ue tranne che in Svezia, dove è diminuito (da 40,8 anni nel 2012 a 40,7 anni nel 2022)”, ha precisato Eurostat.
Oltre all’aumento dell’età media, nel 2022 è aumentato anche l’indice di dipendenza degli anziani dell’Ue, cioè il rapporto tra il numero di anziani (di età pari o superiore a 65 anni) e il numero di persone in età lavorativa (15-64 anni). Era del 33% nel 2022, pari a 0,5 punti percentuali in più rispetto al 2021, e il dato è aumentato di 5,9 punti percentuali dal 2012, rispetto al 27,1%.
Questi numeri descrivono in modo asettico – e decisamente acefalo – una crisi di riproduzione della popolazione europea. Ovvero una bassa natalità nelle generazioni in età fertile e un allungamento medio delle aspettative di vita. Almeno in teoria. Sappiamo infatti da altri dati che la pandemia ha abbassato proprio l’aspettativa di vita falciando di preferenza le persone più anziane. Dunque questo ennesimo innalzamento dell’età media dipende soprattutto dalla riduzione della natalità.
Va da sé che una società che si riproduce in modo insufficiente a rimpiazzare la popolazione che passa a miglior vita è una società morente. La quale, oltretutto, va incontro a seri problemi economici, visto che il numero di persone al lavoro diminuisce rispetto a quello delle persone non più in grado di lavorare.
E sappiamo – dalla “riforma Dini” del 1995 a quella Fornero del 2012 – che questo tipo di problemi vengono sbrigativamente risolti allungando l’età pensionabile, ossia impedendo di andare in pensione prima della morte.
Ma anche questa soluzione criminale ha le sue brave controindicazioni, perché in questo modo si blocca il turnover sui posti di lavoro e quindi si ritarda l’ingresso dei più giovani, ovvero di coloro in grado di riprodursi (fare figli, brutalmente). Insomma: allungare l’età pensionabile riduce la natalità e contribuisce all’innalzamento dell’età media nonostante gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali falcino prevalentemente i più anziani.
Resta comunque da spiegare “perché?” si fanno così pochi figli. Ricordiamo che ai tempi del “boom economico” – anni del dopoguerra,con picco nel 1964 – nasceva poco più di un milione di bambini l’anno, mentre nel 2022 siamo scesi appena sotto i 400.000.
Lo scarto (il 60%) è troppo grande per non coglierne la drammaticità: questo (ma il discorso vale per tutta l’Europa occidentale) è un paese che va verso la desertificazione sociale. I governanti e i moralisti da editoriale danno la colpa, come sempre, alle persone (che “vogliono godersi la vita invece di assumersi una responsabilità”, molto simile al “non hanno voglia di lavorare).
Le ricerche sociologiche per rintracciare le cause della “scarsa natalità” si susseguono ormai da decenni, ma naturalmente si concentrano su aspetti secondari, per quanto importanti. Per esempio, tra le risposte più gettonate ci sono i “costi economici” del mantenimento di un figlio. Lo studio della Community Research&Analysis pubblicato pochi giorni fa quantifica la spesa in 640 euro al mese.
Poi si passa genericamente a “problemi personali” che impedirebbero di realizzare l’aspirazione – diffusissima, pare – ad averne anche più di uno.
Anche ricerche così poco scientifiche, insomma, sono costrette a cogliere il dato economico come centrale. Ma naturalmente ci si guarda bene da mettere in relazione l’alta spesa per crescere un figlio con i bassi salari percepiti soprattutto dai lavoratori più giovani che – ma guarda un po’… – sono anche in età riproduttiva.
Eppure non dovrebbe essere complicato sommare quei 640 euro a quelli necessari per pagare l’affitto (o il mutuo), per mangiare, andare al lavoro (l’auto, il ciclomotore o anche solo l’abbonamento a metro e bus), pagare la retta per l’asilo o il tempo pieno, curarsi (la sanità pubblica ormai, a forza di tagli, non riesce a garantire quasi più nulla), ecc.
Insomma: quanto bisognerebbe guadagnare – come coppia – per mettere al mondo almeno un figlio? (Senza nemmeno ricordare che con un solo figlio a coppia in ogni caso ci sarebbe una riproduzione sociale almeno dimezzata...).
Sappiamo tutti – e meglio di tutti i nostri lettori, per esperienza diretta quotidiana – che i salari contrattuali sono scesi rispetto a 30 anni fa (guarda caso quando la curva della natalità ha preso definitivamente la via verso il basso). Che la forma più diffusa di contratto è precaria (tempo determinato o anche peggio). Che i salari offerti sono così da fame da “soffrire la concorrenza” del reddito di cittadinanza (mediamente 580 euro).
Sappiamo e leggiamo che ormai persino a giovani architetti o ingegneri vengono fatte proposte offensive (tipo 750 euro al mese). Abbiamo ministri che davanti alla “fuga dei cervelli” (giovani laureati che emigrano in cerca di un lavoro retribuito almeno il giusto) dicono che “bisogna implementarla”! Come se qui non si sapesse proprio cosa fare di lavoratori istruiti, ricercatori, professionisti, ecc.
E infatti le imprese che hanno bisogno di professionalità minimamente avanzate hanno carenza di personale, perché “i cervelli fuggono”. Questa classe dirigente non sa neanche di cosa parla...
Sappiamo infine che tra i 27 paesi dell’Unione Europea ben 22 hanno un livello di salario minimo, mentre qui viene ritenuto una bestemmia. Un livello certo non altissimo (in genere circa la metà del reddito medio; in Italia equivarrebbe ad almeno 16.000 euro l’anno), ma comunque un “pavimento” al di sotto del quale è illegale andare, per un sedicente “datore di lavoro”.
E qui siamo alla fine del nostro breve viaggio: se si vuole che questo paese abbia ancora un futuro, abbassate le armi e alzate i salari. O meglio ancora: toglietevi dai piedi prima che sia troppo tardi.
Fonte
01/08/2022
“Inverno demografico” In Italia. Un invito al confronto
Questo schematico (ed insufficiente) articolo vuole portare all’attenzione dei compagni e delle compagne, dati, elementi ed interrogativi per un confronto sulla questione del declino demografico nel nostro Paese.
Tutto ciò, non al fine di soddisfare una qualche curiosità quanto invece nella prospettiva dello “studio per l’azione”, allo scopo di avere un quadro (il più possibile) preciso e aggiornato della situazione concreta nella quale si interviene come soggettività organizzata.
I dati italiani
L’Italia è passata da una popolazione di circa 20.000.000 di abitanti nel 1900 ad una di circa 50.000.000 mezzo secolo più tardi. Il picco è stato raggiunto nel 2014, quando eravamo 60.345.000.
Quest’ultimo dato però fu reso possibile solo grazie alle varie ondate migratorie che dagli anni ’90 hanno interessato il nostro Paese: se infatti guardiamo l’andamento del saldo naturale (cioè la differenza tra il numero dei nati e il numero dei deceduti), si nota che quest’ultimo è negativo dal 1993, cioè da trent’anni.
Secondo i dati del Report Indicatori Demografici, pubblicato dall’Istat nell’aprile 2022 e che si riferisce all’anno 2021[1], la popolazione residente ammonta a 58.983.000 unità.
Il numero medio di figli per donna è 1,25; con differenze di questo dato rispettivamente tra centro-nord e sud del Paese (si va in media da 1,57 figli per donna del Trentino – Alto Adige a 0,99 della Sardegna).
Mediamente, in Italia, l’età del (primo) parto è a 32,4 anni. Rispetto agli anni passati, si registra una tendenza a rinviare sempre più in avanti la decisione di avere figli.
L’età media della popolazione è 46,2 anni (era 45,9 nel 2020).
Gli/le over-65 si attestano su 14.046.000 unità e rappresentano il 23,8% del totale della popolazione. Gli/le under-15 si attestano su 7.490.800 unità e rappresentano il 12,7% della popolazione complessiva. Infine gli “individui in età attiva” (dai 15 ai 64 anni) ammontano a 37.446.200 unità e rappresentano il 63,5% sul totale. La percentuale degli over-65 risulta in progressiva crescita ( + 0,3% rispetto all’anno precedente) mentre gli under-15 risultano in diminuzione ( – 0,2 % rispetto all’anno precedente).
L’Indice di vecchiaia (il rapporto percentuale tra il numero degli ultrasessantacinquenni ed il numero dei giovani fino a 14 anni e 11 mesi) mostra che ci sono 182,6 anziani ogni 100 giovani. Nel 2018, erano 168,7 su 100: un dato che risultava superiore solo in Giappone. Eravamo quindi “il secondo paese più vecchio del Pianeta”[2].
Tutto ciò, non al fine di soddisfare una qualche curiosità quanto invece nella prospettiva dello “studio per l’azione”, allo scopo di avere un quadro (il più possibile) preciso e aggiornato della situazione concreta nella quale si interviene come soggettività organizzata.
I dati italiani
L’Italia è passata da una popolazione di circa 20.000.000 di abitanti nel 1900 ad una di circa 50.000.000 mezzo secolo più tardi. Il picco è stato raggiunto nel 2014, quando eravamo 60.345.000.
Quest’ultimo dato però fu reso possibile solo grazie alle varie ondate migratorie che dagli anni ’90 hanno interessato il nostro Paese: se infatti guardiamo l’andamento del saldo naturale (cioè la differenza tra il numero dei nati e il numero dei deceduti), si nota che quest’ultimo è negativo dal 1993, cioè da trent’anni.
Secondo i dati del Report Indicatori Demografici, pubblicato dall’Istat nell’aprile 2022 e che si riferisce all’anno 2021[1], la popolazione residente ammonta a 58.983.000 unità.
Il numero medio di figli per donna è 1,25; con differenze di questo dato rispettivamente tra centro-nord e sud del Paese (si va in media da 1,57 figli per donna del Trentino – Alto Adige a 0,99 della Sardegna).
Mediamente, in Italia, l’età del (primo) parto è a 32,4 anni. Rispetto agli anni passati, si registra una tendenza a rinviare sempre più in avanti la decisione di avere figli.
L’età media della popolazione è 46,2 anni (era 45,9 nel 2020).
Gli/le over-65 si attestano su 14.046.000 unità e rappresentano il 23,8% del totale della popolazione. Gli/le under-15 si attestano su 7.490.800 unità e rappresentano il 12,7% della popolazione complessiva. Infine gli “individui in età attiva” (dai 15 ai 64 anni) ammontano a 37.446.200 unità e rappresentano il 63,5% sul totale. La percentuale degli over-65 risulta in progressiva crescita ( + 0,3% rispetto all’anno precedente) mentre gli under-15 risultano in diminuzione ( – 0,2 % rispetto all’anno precedente).
L’Indice di vecchiaia (il rapporto percentuale tra il numero degli ultrasessantacinquenni ed il numero dei giovani fino a 14 anni e 11 mesi) mostra che ci sono 182,6 anziani ogni 100 giovani. Nel 2018, erano 168,7 su 100: un dato che risultava superiore solo in Giappone. Eravamo quindi “il secondo paese più vecchio del Pianeta”[2].
(Piramide di popolazione dell’Italia – 2021)
(Andamento nascite e numero medio di figli per donna per cittadinanza della madre – 2018[3])
L’aspettativa di vita alla nascita si attesta mediamente sugli 82,4 anni (80,1 per i maschi e 84,7 per le femmine), con però disparità importanti a livello regionale: i dati ci dicono che al Sud e nelle Isole si muore di più e prima.
Infine, un aspetto “curioso” emerge: i 2/3 anni di pandemia da Covid-19 hanno fatto registrare un aumento esponenziale dei decessi (praticamente raddoppiati rispetto alle cifre registrate nel 2019) riguardanti soprattutto la fascia d’età over-65. Neanche questo eccesso di mortalità fra gli anziani ha tuttavia, come abbiamo visto dal Report, frenato l’invecchiamento complessivo della popolazione italiana.
Il saldo migratorio, pur tornato in positivo (più persone che dall’estero si stabilizzano entro i nostri confini rispetto a quelle che emigrano), si caratterizza per numeri molto al di sotto rispetto al periodo prepandemico.
I dati a livello internazionale
Verso la fine del XVIII secolo, agli inizi della rivoluzione industriale, gli abitanti sulla Terra erano circa 750.000.000. Poi, tra 1800 e 1927, vi è stato un incremento che ci ha portati ad essere 2.000.000.000. In soli 47 anni, quindi nel 1974, raddoppiamo.
Al principio del nuovo millennio siamo 6.100.000.000, mentre, secondo il rapporto dell’O.N.U. sulla popolazione mondiale[4], il 15 novembre del corrente anno (2022) sfonderemo l’ormai vicinissimo traguardo degli 8.000.000.000 di abitanti. Centinaia di migliaia di anni sono occorsi affinché la popolazione toccasse il miliardo, poi in due secoli è cresciuta di sette volte.
Gran parte delle analisi demografiche dei più importanti istituti di statistica e centri di ricerca a livello mondiale stima che alla fine del secolo sul Pianeta brulicheranno 10,4 miliardi di individui. Negli ultimi anni tuttavia numerosi sono stati gli studi che hanno messo in dubbio questa stima e che sostengono che vada rivista al ribasso. Plausibile? Il dibattito infuria e le prese di posizione di numerosi illustri ricercatori divergono.
Un punto di vista interessante lo offre la statunitense Stephanie H. Murray, public policy researcher e giornalista, che in un recente articolo definisce quello del prossimo secolo un “grande mistero demografico”[5].
Secondo la studiosa, le considerevoli discrepanze tra le diverse analisi sulle previsioni a lungo termine riflettono una reale impredittibilità. Nuove convinzioni culturali (rapida espansione dell’educazione femminile riguardo alla contraccezione) ma soprattutto le innumerevoli incognite conseguenti all’ormai evidente “global climate change” sono gli elementi più incisivi sullo sviluppo delle popolazioni e che vanno a mettere in dubbio le previsioni in questo campo.
Se il Mondo potrebbe essere meno popolato di quanto si calcola, molto probabilmente la sua popolazione sarà più anziana.
Il punto è che già ora in due terzi del mondo si registra un tasso medio di fecondità che permette a mala pena il livello di sostituzione, come mostra la mappa qui sotto.
(Infografica numero medio di figli per donna nel mondo – 2021)
È nei Paesi “sviluppati”, cioè a capitalismo maturo, ma anche in Paesi ancora definiti “in via di “sviluppo” (il Brasile, ad esempio), in cui la “frenata” è pesante e ormai decennale. A guidare invece l’incremento saranno Niger, Uganda, Ciad, Angola, Mali, Congo, Egitto, Etiopia, India, Pakistan, Filippine e Tanzania, dove si dovrebbe concentrare, secondo alcuni analisti, la metà dell’aumento previsto della popolazione mondiale nei prossimi decenni.
Riproduzione biologica in relazione al modo di produzione
La specie di cui siamo i discendenti, l’Homo Sapiens, ha la sua origine circa 2-300 mila anni fa. Siamo animali particolari: governati dalla dialettica tra istinti (informazione genetica) e conoscenza sociale (informazione extragenetica, frutto della nostra, collettiva, necessità di soddisfare i nostri bisogni materiali con modalità per noi via via sempre più agevoli e proficue).
Il nostro cervello, nella sua lunghissima evoluzione, è la “sede” di questa dialettica, che si concreta materialmente in processi biochimici molto complessi, il cui funzionamento ci è noto ancora solo in parte.
La riproduzione oggi, in quanto aspetto dell’umano, è parte di questa dialettica: istinto (alla perpetuazione, attraverso la prole, di noi stessi, del nostro clan familiare, della nostra specie) che si scontra con la conoscenza (della realtà materiale di cui facciamo parte con tutte le sue implicazioni).
Per Marx:
«La produzione della vita, tanto della propria nel lavoro quanto dell’altrui nella procreazione, appare già in pari tempo come un duplice rapporto: naturale da una parte, sociale dall’altra, sociale nel senso che si attribuisce a una cooperazione di più individui, non importa sotto quali condizioni, in quale modo e per quale scopo.Nella società pre-capitalistica a predominanza di lavoro agricolo, il bambino, dopo pochissimi anni dalla nascita, cominciava ad essere attivo per la famiglia: partecipando ai processi di coltura o alla raccolta dei frutti, pascolando il bestiame, portando la legna a casa.
Da ciò deriva che un modo di produzione o uno stadio industriale determinato è sempre unito con un modo di cooperazione o uno stadio sociale determinato, e questo modo di cooperazione è anch’esso una “forza produttiva”; ne deriva che la quantità delle forze produttive accessibile agli uomini condiziona la situazione sociale e che dunque la “storia dell’umanità” deve essere sempre studiata e trattata in relazione con la storia dell’industria e dello scambio. [...]
Appare già dunque, fin dall’origine, un legame materiale fra gli uomini, il quale è condizionato dai bisogni e dal modo della produzione ed è antico quanto gli uomini; un legame che assume sempre nuove forme e dunque presenta una “storia” [...]».[6]
Spesso moriva giovane, giovanissimo. Se sopravviveva, era una fortuna per la famiglia: le avrebbe portato ricchezza col lavoro delle sue braccia o, quanto meno, le avrebbe garantito la possibilità di sfamarsi.
La riproduzione, quindi i figli, quindi la forza-lavoro era l’elemento di ricchezza della famiglia.
Se la famiglia non era in grado di fare figli sarebbe subito caduta in miseria. La famiglia contadina allargata, in cui le generazioni convivevano all’interno di clan spesso molto estesi, era l’unità economica di base, non l’individuo. La produzione agricola, la base di questa società.
Poi la borghesia, dopo secoli di lotte, vince ed impone il modo di produzione capitalistico. La rivoluzione industriale, la fabbrica, cambia uno scenario che si era riprodotto quasi uguale, per secoli e secoli, di generazione in generazione. I contadini, espropriati spesso delle terre comuni, ridotti alla fame, arrivano numerosi ad affollare le città, che diventano metropoli.
Quella che si portano dietro è la loro conoscenza sociale, la loro visione del mondo, i loro modelli culturali (frutto di una storicamente determinata struttura produttiva): i figli come risorsa, come elemento di sperata ricchezza. E così i figli, ancora bambini, finiscono nella grande fabbrica capitalista.
E questi figli, conservando quei modelli culturali e religiosi che hanno “ereditato”, talvolta riescono a sopravvivere e mettono al mondo, a loro volta, un gran numero di individui.
Nelle prime società capitalistiche, quindi, la forma della famiglia era ancora simile a quella della società contadina: famiglie numerose, che vivevano in stanze sovraffollate cercando di campare dei loro miseri salari, con i bambini che cercavano di rendersi utili già a tre o quattro anni. Si è sviluppato così il primo proletariato industriale.
Da allora ovviamente moltissimo è mutato sotto tutti i punti di vista. Il modo di produzione capitalistico, pur rimanendo uguali le sue leggi di fondo, ha subito enormi trasformazioni e rivoluzioni. E di conseguenza anche la famiglia.
Perché si è lentamente passati dalla famiglia numerosa al modello dei due figli e adesso a quello del figlio unico?
Perché i proletari non hanno continuato a fare figli, unica loro fonte di ricchezza?
Forse perché i figli hanno smesso di essere una ricchezza?
Forse che la produzione capitalistica ha richiesto forza-lavoro formata, capace di usare le macchine o di sviluppare sempre più sofisticate innovazioni tecnologiche, e la famiglia si è trovata a sopportare un costo prolungato per fornire questa forza-lavoro (tra gli altri, pagare gli studi)?
Forse che i capitalisti, mediante lo sviluppo tecnologico e la progressiva automazione della produzione, non necessitano più di grandi quantità di forza-lavoro?
Forse che la produzione capitalistica non richiede più il lavoro alla famiglia (famiglia come unità produttiva, come avveniva al tempo della predominanza del lavoro agricolo) ma all’individuo, che quindi agisce per sia per gli interessi di colui al quale vende la propria forza-lavoro sia per i propri interessi e non più per gli interessi di chi gli aveva permesso, sfamandolo e allevandolo, di diventare “produttivo” (cioè la sua stessa famiglia)?
La contraddizione che agisce fra chi riproduce (i genitori) e chi si appropria della ricchezza generata dalla forza-lavoro (i capitalisti e il loro Sistema) ha forse come conseguenza la fine della riproduzione?
Per formare gli individui ad essere produttivi nel sistema capitalistico; il costo dei figli, nella società contemporanea, si avvicina a quello di un mutuo. Il capitalismo ha bisogno di tecnici o di laureati, ma chiede ai genitori o all’individuo stesso di farsi sempre più carico del lungo processo formativo generando un cortocircuito: i genitori sono costretti alla povertà per formare questa forza-lavoro, devono limitare il numero dei figli a seconda della possibilità di “mantenerli” fino all’età adulta ed ecco quindi la drastica diminuzione della riproduzione biologica.
Ma allora perché si fanno figli? Mancando la base materiale (l’interesse materiale da parte della famiglia di fare i figli), il figlio diventa importante solo come momento di realizzazione di due individui (inoltre, ricordiamocelo, agiscono in noi gli istinti).
Siamo ben lontani dal periodo (nella società pre-capitalistica costituita da grandi masse impegnate nella produzione agricola) in cui la coppia “doveva” far figli; “doveva”, se voleva sopravvivere, in primis generare “le braccia da lavoro” per garantire alla famiglia e, più in generale, alla Società i prodotti della terra, quindi la possibilità di sfamarsi; ed, in secundis, la possibilità per i proprietari di quella terra di vendere/commerciare tali prodotti.
La religione, in quanto fattore sovrastrutturale, agiva in questo senso – in particolare sulla donna – imponendo di “adempiere ai doveri coniugali”, di procreare.
Sembra quindi abbastanza ragionevole affermare che la parabola osservabile, dall’economia pre-capitalistica all’economia a capitalismo maturo, porta a una modificazione profonda della famiglia e a una tendenziale disgregazione delle reti parentali[7].
La riproduzione biologica è fortemente condizionata dai cambiamenti generati dal e nel modo di produzione, che il Capitale fa evolvere per continuare a valorizzarsi.
All’interno di questa parabola si individuano due eccezioni: la famiglia si perpetua, consentendo almeno di raggiungere il livello di sostituzione (una coppia che genera due figli), quando è ricca o quando vive in Stati o regioni con un articolato e robusto welfare state, in particolare per quanto riguarda le politiche di sostegno alla natalità, ai servizi all’infanzia e di conciliazione lavoro/famiglia (su questo però i dati non sono univoci[8]).
La famiglia della media e alta borghesia, statisticamente, mette al mondo due/tre figli. Oltre che avere le risorse finanziarie per garantire alla prole salute e istruzione, essa possiede anche un patrimonio accumulato e delle attività economiche che richiedono una discendenza a cui trasferirle, così da perpetuare la ricchezza della famiglia.
Queste due eccezioni non bastano tuttavia ad invertire la tendenza generale alla diminuzione del tasso di natalità e quindi all’invecchiamento della popolazione.
Interrogativi e considerazioni
Se, come abbiamo visto, una previsione a lungo termine non è possibile, sul breve periodo è invece possibile individuare delle tendenze, che molto schematicamente e sinteticamente possiamo così delineare: i Paesi a capitalismo avanzato mostrano un progressivo invecchiamento delle proprie popolazioni accompagnato da una diminuzione quantitativa del peso delle fasce giovanili.
In poche parole, tanti vecchi e pochi giovani; simbolicamente, una piramide demografica “ribaltata” rispetto a quella delle società pre-capitalistiche.
I Paesi in via di sviluppo vivono una dinamica demografica simile, seppur meno radicale. I Paesi “sottosviluppati”, invece, presentano una situazione da società pre-capitalistica: bassa aspettativa di vita alla nascita (si muore relativamente presto), alta mortalità (sia infantile che non), alto tasso di fecondità (quindi un elevato numero medio di figli per donna). Qui la piramide demografica non è ribaltata e la popolazione in età giovanile può arrivare fino al 60-70% del totale (è il caso del Niger, ad esempio).
A fronte di tutto ciò, i seguenti interrogativi, relativi al nostro contesto nazionale.
Il declino demografico compartecipa, assieme ad altri importanti fattori noti, a produrre la passività della classe lavoratrice di fronte alla controffensiva del Capitale degli ultimi trent’anni e più? Il minor peso quantitativo delle fasce giovanili nella Società (rispetto, ad esempio, alla fase storica che va dai ’50 ai ’70 del Novecento italiano) ha contribuito alla diminuzione della attivazione e della conflittualità di classe dal basso?
Rispetto a questi due interrogativi, mi permetto alcune brevi considerazioni (che so essere impressionistiche e troppo generiche): sotto la pressione della lotta di classe sia internazionale sia sviluppatasi all’interno dei nostri confini, la classe lavoratrice italiana aveva strappato e raggiunto livelli notevoli di “benessere economico” sia in termini di salario (diretto, indiretto e differito) sia di proprietà (sappiamo, tra le altre cose, che circa l’80% degli italiani vive attualmente in una casa di proprietà).
Bene, questa ricchezza privata accumulata (mobiliare e immobiliare) si “scarica”, in progressione geometrica, dai quattro nonni (i due materni e i due paterni), passando per la coppia dei genitori fino al giovane figlio unico di oggi.
Quest’ultimo ha avuto e in parte ha ancora, quindi, una base materiale che lo induce a trovare altre vie per sopravvivere nella società, senza protestare e lottare, nonostante la precarietà caratterizzi ormai ogni aspetto della sua esistenza.
In riferimento a questo (alla rendita quindi), si è parlato spesso, nella pubblicistica, della società italiana come di una “società immobiliare”. La quale genera... immobilità[9]. Gli esclusi da questa dinamica (parte del proletariato nativo, ma soprattutto quello immigrato) sono stati costretti a “sorreggerla”, svenandosi in affitti, rate, debiti.
Le contraddizioni sistemiche si fanno sempre più esplosive, anche nel nostro Paese, e ciò potrebbe portare presto ad un incremento notevole della conflittualità sociale. Dobbiamo ragionare sui tempi brevi, mentre le dinamiche demografiche si dispiegano su tempi lunghi, che non ci è possibile prevedere. Tuttavia la tendenza al declino demografico è accertata e non si invertirà certo nei prossimi anni. È lecito quindi cercare di capire come operare nel modo più proficuo possibile, in quanto soggettività politica organizzata, all’interno di una società che presenta tale tendenza. Ed è lecito cercare di immaginare quali problemi interesseranno sempre più una società (al cui interno stiamo anche noi e in cui operiamo) che sarà “gravata” da una massa crescente di anziani, con tutto ciò che questo comporterà. Sempre più persone “inattive”, fuori dal ciclo produttivo, e sempre meno “attivi”, in età di studio o di lavoro.
Alla luce del quadro presentato, l’investimento politico da parte dell’Organizzazione sulla fasce giovanili diventa più che strategico: prioritario e fondamentale. Sui giovani, sul loro futuro ancora tutto da vivere precipiteranno le nefaste conseguenze di questo modello economico fallimentare. Ed essi sentono questo in maniera più forte che non le fasce di popolazione di età superiore. Sappiamo che in tutte le Rivoluzioni passate, vittoriose e non, del movimento comunista internazionale, il ruolo della gioventù è stato essenziale, per energia, capacità di sopportazione, determinazione, per il fatto, banalmente, di avere meno da perdere rispetto a chi, più anziano, era riuscito tra tanti sacrifici a ritagliarsi uno spazietto (un lavoro e una famiglia?) nella società. Se quindi il peso quantitativo delle fasce giovanili diminuisce, la battaglia per la “conquista” di queste ultime, tra Noi e il nemico di classe, diventa determinante.
Note
1) https://www.istat.it/it/files//2022/04/Report-Indicatori-Demografici_2021.pdf
2) https://tg24.sky.it/cronaca/2018/05/16/istat-italia-paese-vecchio
3) https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2018/Rapportoannuale2018.pdf
4) https://www.onuitalia.com/2022/07/11/popolazione-5/
5) https://www.theatlantic.com/family/archive/2022/02/global-population-forecastdisagreement/621243/
6) Un estratto da K. Marx, L’Ideologia tedesca; contenuto in K. Marx, F. Engels, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, 2016
7) A riguardo, l’ultimissimo rapporto annuale dell’Istat è illuminante (qui una sintesi).
8) Nell’articolo qui sopra indicato, si tratta, tra gli altri, il caso dei paesi scandinavi: "[…] il numero di figli per donna risulta in calo anche nella Penisola Scandinava, con la parziale eccezione della Danimarca, quindi in Paesi dove non solo la crisi economica si è rivelata meno pesante che nel resto d’Europa (Islanda esclusa), ma soprattutto dove il welfare è da sempre all’avanguardia nel campo delle politiche a sostegno alle famiglie e alla riconciliazione lavoro-famiglia. Nel 2017 in Finlandia e Norvegia, i due Paesi considerati più felici del mondo, il tasso di fecondità totale è scivolato a livelli che non si vedevano dai primi anni Sessanta del secolo scorso, quando quei due Stati erano molto meno ricchi di adesso. […] la recente crisi economica ha avuto un impatto negativo sui tassi di fecondità non solo attraverso l’aumento della disoccupazione, la precarietà dei contratti e l’abbassamento dei redditi, ma anche attraverso il crescere della sfiducia dei consumatori e dell’incertezza economica – spiegano i demografi su Neodemos.info. Le (seppur minime) restrizioni al welfare applicate nei Paesi nordici in risposta alla crisi, sommate alla percezione di incertezza economica proveniente da altri Paesi europei, i cui destini sono sempre più legati tra loro, hanno generato insicurezza anche in Paesi dove la crisi ha avuto effetti concreti marginali. […] Nei Paesi dove i Governi non hanno contrastato l’incertezza sul futuro attraverso nuovi incentivi, concreti e di lungo periodo, l’investimento delle famiglie nella procreazione è visto insomma come troppo rischioso. Scandinavia compresa".
9) Mi riferisco qui alla cosiddetta “classe media” ma anche a parte considerevole dei settori popolari.
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19/06/2018
Immgrazione, basta isterie
Questa è la curva demografica italiana uscita fresca fresca dall’Istat. Sempre più morti e sempre meno nati. I motivi sono molteplici, la precarietà certo non aiuta la natalità, ma il risultato è che siamo un paese sempre più vecchio. E un paese vecchio nell’economia globale regredisce in termini socio-economici.
Questo invece è il sondaggio apparso su Il Fatto Quotidiano in cui il 64% degli italiani vuole il blocco totale dell’immigrazione attraverso una misura di guerra come il blocco navale.
Poi ci sono altri dati come quello che smentisce come l’Italia sia un paese invaso dagli immigrati. Paesi come la Germania e la Svezia hanno una percentuale di stranieri in rapporto alla popolazione nettamente superiore. Ma qui percepiamo che vengono tutti e solo qui.
Si vede quindi come il primo problema da affrontare sia quello fra percezione e realtà, dovuto soprattutto alla martellante propaganda di chi ha ricevuto ampi dividendi in termini di voti da questa situazione.
Stiamo assistendo ad una grande confusione e polarizzazione di approcci al fenomeno dell’immigrazione che sta diventando un’isteria collettiva: a destra dove ogni colpa ed ogni male della nostra epoca viene riportato alla presenza di immigrati, di cui ormai si sa tutto, anche cosa mangiano e quanto costano al centesimo, mentre di chi comanda le nostre vite si sa poco e nulla.
Ma sta diventando un’isteria collettiva anche a sinistra dove c’è grossa confusione fra questione umana e solidale e questione politica. Cosa significa questione politica? Significa che invece di protrarre uno slogan come quello di ACCOGLIERE TUTTI che non vuole dire niente e non aiuta certo a comprendere la dimensione del fenomeno fra le masse, servirebbe un approccio comunicativo e di proposta politica che mettesse insieme la questione solidale e del soccorso con un una proposta sui sistemi di accoglienza che funzionano (e qui non funzionano), sui doveri verso le ex colonie (vedi caso eritreo), sui trattati internazionali, sulle conseguenze della Bossi-Fini come fabbrica di clandestinità, sulla vendita di armi al sud del mondo, sullo sfruttamento di risorse, sul problema ecologico e climatico che crea milioni di sfollati causati da disastri naturali e desertificazione.
È una sfida gigantesca ma che deve iniziare a trovare risposte altrimenti i numeri, fino ad ora contenuti, si trasformeranno in esodi epocali perché come i capitali (che ormai vagano nel mondo senza nessun limite), anche gli esseri umani tendono a spostarsi verso quei mercati che gli danno più opportunità, specialmente quando a casa loro (la famigerata casa loro) le opportunità sono molto ridotte. È un fenomeno naturale quanto quello che ormai i liberisti selvaggi pensano sia questa fase di capitalismo globalizzato e predatorio.
Quindi cosa rimane da dire in termini concreti? Intanto no agli sciacalli e alla propaganda tossica. Ma non basta. Perché c’è un problema POLITICO grosso come una casa: era ampiamente prevedibile che in una fase di crisi di sistema (vedi crisi subprime e bomba finanziaria dal 2007) e in una fase di arretramento di occupazione, diritti, salari e redistribuzione delle ricchezze (anche indiretta come i servizi) una larga fetta di popolazione individuasse nell’immigrazione il primo nemico, considerando gli immigrati potenziali competitori verso i residui diritti, la residua ricchezza e i residui servizi. Col rischio che questo poi diventi una convinzione anche da parte degli immigrati di prima generazione che si sentono minacciati dai nuovi. Così come non era difficile prevedere che in questo contesto l’immigrazione avrebbe potuto fare da detonatore di un malessere sociale diffuso.
Quindi la questione POLITICA oggi non può che andare in due direzioni: una teorica ed analitica che vada a spiegare questa situazione bloccando l’isteria collettiva e riportando le questioni alla ragione. Una di proposta politica verso l’esterno che aggredisca i problemi alla radice (sfruttamento, traffico d’armi e guerre assurde e criminali come ad esempio quella voluta da inglesi e francesi in Libia) e una verso l’interno che vada a recuperare il terreno perduto in termini di diritti e redistribuzione. Altrimenti si innescano guerre fra poveri.
Ah, dimenticavamo un’ultima cosa altrimenti saremmo tutti ipocriti. Se non ci fossero quotidianamente sbarchi e polemiche sull’immigrazione di cosa succede in Africa e come sono le condizioni di vita laggiù non gliene fregherebbe quasi a nessuno. Quindi come sempre, se il problema non si palesa, nessuno se ne occupa. Basta esserne coscienti.
Perché il problema non è Salvini (potrebbe anche non essere più ministro fra qualche mese) ma l’80% di un paese che dice che lui ha ragione e che segue le sue ricette (ciniche, speculative e alla lunga controproducenti) pensando che siano di buon senso. Chi fa politica, informazione, volontariato o soccorso deve sapersi misurare con questa dimensione.
Redazione, 16 giugno 2018
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06/03/2017
La precarietà e la povertà rendono sterili
Il titolo è un tantino provocatorio, ma per nulla “forzato”. La popolazione italiana al 1° gennaio 2017 – rende noto l’Istat stamattina – ammonta a 60 milioni 579 mila residenti, 86 mila unità in meno rispetto all'anno precedente (-1,4 per mille).
Non c’è però soltanto il fenomeno emigrazione – i nostri giovani, laureati o meno, che se ne vanno in cerca di fortuna o occasioni all’altezza delle proprie competenze – che non viene neppure compensato dai nuovi flussi di migranti. E’ proprio la natalità a cedere continuamente: il livello delle nascite del 2015, pari a 486 mila, che sembrava un record negativo, è stato superato nel 2016: solo 474 mila. Si deve sottolineare che il dato è complessivo, ovvero senza distinguere tra “indigeni” e “nuovi giunti”, che si portano dietro stili di vita in genere propensi a mettere al mondo più figli. Ma non basta volerli; i figli vanno anche mantenuti, e per questo serve un reddito sufficiente...
La fecondità totale scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); dice l’Istat che ciò non sembra dovuto a una reale riduzione della propensione alla fecondità, ma al calo delle donne in età feconda, per le italiane, e al processo d’invecchiamento per le straniere. Le straniere, infatti, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015). Le italiane sono invece rimaste sul valore di 1,27 figli, come nel 2015.
In entrambi i casi, però – calo dovuto alla minor propensione a far figli o alla diminuzione delle donne in età fertile? – è il contesto economico sfavorevole a determinare una minor fecondità o, per così dire, una maggiore “sterilità”.
E dire che rallenta un poco anche il numero dei decessi – 608 mila – in frenata dopo il picco del 2015 (648), che deriva ovviamente dall'invecchiamento progressivo della popolazione. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, inferiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila).
Non ci vuole uno scienziato per intuire che se i giovani se ne vanno (soprattutto se sono già pochi rispetto ai “coscritti” degli anni precedenti), l’età media si alza. Corollario economico immediato: diminuiscono i versamenti contributivi con cui pagare le pensioni. Ma la domanda allora diventa: scarseggiano i soldi per le pensioni perché sono troppo alte e si va via dal lavoro troppo presto (tesi neoliberista), oppure perché questo modello economico costringe le energie più fresche a mollare tutto? Anche qui, non pensiamo serva uno scienziato...
La riprova statistica viene paradossalmente dal numero dei centenari, che risulta in forte calo (17.000 rispetto ai 19.000 del 2015). Di chi la colpa? Della prima guerra mondiale, che nel 1915 portò al fronte centinaia di migliaia di maschietti, facendo così precipitare il tasso di natalità nell’anno successivo.
Leggendo i dati dell’Istat si vedono comunque molte disomogeneità territoriali. Lazio e Lombardia vedono crescere leggermente la propria popolazione (+1,3 e +1,1 per mille, rispettivamente); e così anche provincia di Bolzano ed Emilia Romagna. Tutte le altre registrano invece cali via via più consistenti man mano che si scende lungo la penisola (Veneto -1,9, Basilicata -5,7 per mille). Le cause, anche in questo caso, sembrano chiarissime, trattandosi delle regioni più impoverite dalla crisi.
Alla faccia dei reazionari che parlano di “invasione”, il flusso migratorio estero (migranti in Italia, senza neanche distinguere tra africani e statunitensi) risulta assolutamente stabile (135.000 persone nel 2016, 133.000 l’anno precedente), ben lontano dai picchi raggiunti prima della crisi (quasi mezzo milione nel 2007). Segno che il declino di questo paese si vede ormai da migliaia di chilometri di distanza...
E in effetti gli stranieri residenti al 1° gennaio 2017 non crescono quasi per niente: sono 5 milioni 29mila (8,3% della popolazione totale), in lievissimo aumento rispetto all’anno precedente (+2.500 unità, pari a +0,5 per mille). Nonostante questo, le nuove nascite sono dovute per il 20% a madri straniere, con una sproporzione evidente rispetto alla quota di popolazione rappresentata. Ed anche qui le statistiche non distinguono tra aristocratici inglesi che si trasferiscono nei casali toscani e disperati provenienti da paesi in guerra o in carestia...
Il rapporto completo dell'Istat: Statistica-report-Indicatori-demografici_2016
Fonte
Non c’è però soltanto il fenomeno emigrazione – i nostri giovani, laureati o meno, che se ne vanno in cerca di fortuna o occasioni all’altezza delle proprie competenze – che non viene neppure compensato dai nuovi flussi di migranti. E’ proprio la natalità a cedere continuamente: il livello delle nascite del 2015, pari a 486 mila, che sembrava un record negativo, è stato superato nel 2016: solo 474 mila. Si deve sottolineare che il dato è complessivo, ovvero senza distinguere tra “indigeni” e “nuovi giunti”, che si portano dietro stili di vita in genere propensi a mettere al mondo più figli. Ma non basta volerli; i figli vanno anche mantenuti, e per questo serve un reddito sufficiente...
La fecondità totale scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); dice l’Istat che ciò non sembra dovuto a una reale riduzione della propensione alla fecondità, ma al calo delle donne in età feconda, per le italiane, e al processo d’invecchiamento per le straniere. Le straniere, infatti, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015). Le italiane sono invece rimaste sul valore di 1,27 figli, come nel 2015.
In entrambi i casi, però – calo dovuto alla minor propensione a far figli o alla diminuzione delle donne in età fertile? – è il contesto economico sfavorevole a determinare una minor fecondità o, per così dire, una maggiore “sterilità”.
E dire che rallenta un poco anche il numero dei decessi – 608 mila – in frenata dopo il picco del 2015 (648), che deriva ovviamente dall'invecchiamento progressivo della popolazione. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, inferiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila).
Non ci vuole uno scienziato per intuire che se i giovani se ne vanno (soprattutto se sono già pochi rispetto ai “coscritti” degli anni precedenti), l’età media si alza. Corollario economico immediato: diminuiscono i versamenti contributivi con cui pagare le pensioni. Ma la domanda allora diventa: scarseggiano i soldi per le pensioni perché sono troppo alte e si va via dal lavoro troppo presto (tesi neoliberista), oppure perché questo modello economico costringe le energie più fresche a mollare tutto? Anche qui, non pensiamo serva uno scienziato...
La riprova statistica viene paradossalmente dal numero dei centenari, che risulta in forte calo (17.000 rispetto ai 19.000 del 2015). Di chi la colpa? Della prima guerra mondiale, che nel 1915 portò al fronte centinaia di migliaia di maschietti, facendo così precipitare il tasso di natalità nell’anno successivo.
Leggendo i dati dell’Istat si vedono comunque molte disomogeneità territoriali. Lazio e Lombardia vedono crescere leggermente la propria popolazione (+1,3 e +1,1 per mille, rispettivamente); e così anche provincia di Bolzano ed Emilia Romagna. Tutte le altre registrano invece cali via via più consistenti man mano che si scende lungo la penisola (Veneto -1,9, Basilicata -5,7 per mille). Le cause, anche in questo caso, sembrano chiarissime, trattandosi delle regioni più impoverite dalla crisi.
Alla faccia dei reazionari che parlano di “invasione”, il flusso migratorio estero (migranti in Italia, senza neanche distinguere tra africani e statunitensi) risulta assolutamente stabile (135.000 persone nel 2016, 133.000 l’anno precedente), ben lontano dai picchi raggiunti prima della crisi (quasi mezzo milione nel 2007). Segno che il declino di questo paese si vede ormai da migliaia di chilometri di distanza...
E in effetti gli stranieri residenti al 1° gennaio 2017 non crescono quasi per niente: sono 5 milioni 29mila (8,3% della popolazione totale), in lievissimo aumento rispetto all’anno precedente (+2.500 unità, pari a +0,5 per mille). Nonostante questo, le nuove nascite sono dovute per il 20% a madri straniere, con una sproporzione evidente rispetto alla quota di popolazione rappresentata. Ed anche qui le statistiche non distinguono tra aristocratici inglesi che si trasferiscono nei casali toscani e disperati provenienti da paesi in guerra o in carestia...
Il rapporto completo dell'Istat: Statistica-report-Indicatori-demografici_2016
Fonte
15/08/2016
In Italia si muore di più. Quei dati che rendono felice il “mondo di sopra”
La popolazione eccedente è come la capacità produttiva in eccesso e quindi va eliminata, esattamente come i beni materiali. Quella che sembrava una lettura forzata di certe razionalizzazioni dei custodi dei conti pubblici – dal Fmi alle grandi banche d’affari – si sta realizzando. Nel 2015 i decessi in Italia sono stati 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Secondo l’Istat si tratta di un “incremento sostenuto” da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali che sarebbe interessante – e altrettanto doveroso ma inquietante – approfondire. Il picco della mortalità ha riguardato i primi mesi del 2015 e poi il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate per un periodo di tempo prolungato. Sarebbe interessante avere a disposizione una radiografia della composizione sociale di questo aumento della mortalità, per potere verificare ancora una volta che morire prima o dopo, meglio o peggio, sia una questione naturale o anche qui ci sia lo zampino dei “rapporti di produzione”.
Al 31 dicembre 2015, in Italia risultano vivere 60.665.551 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera (8,3% dei residenti a livello nazionale, 10,6% al Centro-nord, la comunità più numerosa è quella rumena). Ma il vero dato che deve far riflettere è che nel corso del 2015 la popolazione italiana – nonostante l’immigrazione – è calata in modo consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera è aumentata di 11.716 unità.
Secondo il Bilancio Demografico Nazionale dell’Istat, il movimento naturale della popolazione ha fatto registrare un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 162 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 66 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto più ampio e pari a 227.390 unità. Continua infatti la diminuzione delle nascite in atto ormai dal 2008, l’anno di proclamazione della crisi economica che si trascina ormai da otto anni senza segnali di controtendenza. Nel 2015 i nati sono meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). Mentre i decessi sono stati oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto, da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Non si arresta quindi il trend di invecchiamento della popolazione residente: l’età media è pari a 44,7 anni.
Dovete morire prima, per consentire alle banche e ai conti pubblici di rastrellare tutte le risorse disponibili eliminando capitale improduttivo, anche quello umano.
Fonte
Al 31 dicembre 2015, in Italia risultano vivere 60.665.551 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera (8,3% dei residenti a livello nazionale, 10,6% al Centro-nord, la comunità più numerosa è quella rumena). Ma il vero dato che deve far riflettere è che nel corso del 2015 la popolazione italiana – nonostante l’immigrazione – è calata in modo consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità. Il calo riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera è aumentata di 11.716 unità.
Secondo il Bilancio Demografico Nazionale dell’Istat, il movimento naturale della popolazione ha fatto registrare un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 162 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 66 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto più ampio e pari a 227.390 unità. Continua infatti la diminuzione delle nascite in atto ormai dal 2008, l’anno di proclamazione della crisi economica che si trascina ormai da otto anni senza segnali di controtendenza. Nel 2015 i nati sono meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). Mentre i decessi sono stati oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto, da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. Il movimento migratorio con l’estero mostra un saldo positivo di circa 133 mila unità, seppure in flessione rispetto agli anni precedenti. Non si arresta quindi il trend di invecchiamento della popolazione residente: l’età media è pari a 44,7 anni.
Dovete morire prima, per consentire alle banche e ai conti pubblici di rastrellare tutte le risorse disponibili eliminando capitale improduttivo, anche quello umano.
Fonte
02/10/2015
Le migrazioni future, le multinazionali e l'Ocse
In mezzo c'è la trasformazione sociale e culturale, la reazione a un mutamento della composizione sociale (etnica, religiosa, culturale, “cromatica”) che ai livelli più infimi prende le forme del razzismo fascioleghista. Ma guai a fare i deficienti di complemento, e dunque a non capire che ogni trasformazione è sì un arricchimento, ma al tempo stesso un problema. E i problemi della fusione inteculturale hanno bisogno di soluzioni efficaci, non di predicozzi ideologici, nemmeno di quelli benintenzionati.
Sarà bene prendere le misure corrette al fenomeno perché l'Ocse, nei giorni scorsi, ci ha tenuto a spiegare che soltanto in Europa, nel breve arco dei prossimi cinque anni, verranno a mancare 7,5 milioni di lavoratori attivi “di pelle bianca”. Colpa dell'invecchiamento della popolazione, o per meglio dire dell'ormai conclamata bassa natalità dei paesi più sviluppati. Un fenomeno che unisce paesi occidentali e non, con religioni e culture molto diverse (Giappone e Francia, per esempio), quasi esistesse una precisa proporzione inversa tra livelli di reddito pro capite e figliolanza: i più poveri fanno ovunque più figli (nel Sud dell'Italia come nei Sud del mondo), dando così concretezza fisica alla speranza che almeno uno/a ce la faccia a sopravvivere, mentre gli alti livelli di reddito permettono di concentrarsi sulla qualità dello sviluppo del tendenzialmente unico figlio.
Ma se così è, quei milioni di posti di lavoro andranno comunque riempiti con energie fresche, pena la decadenza produttiva. Qui le grandi imprese multinazionali che pilotano l'Unione Europea si trovano davanti a un bivio e sembrano incerte sulla direzione da prendere. Per un verso sono obbligate a favorire l'afflusso crescente di migranti per coprire le posizioni che si svuotano (la Merkel non è "buona", solo interessata), dall'altra devono fare i conti con le “rigidità” tipiche di ogni struttura sociale, che vivono le trasformazioni veloci come un pericolo. Tanto più che appare complicato selezionare efficacemente i flussi migratori scegliendo soltanto quelle figure e quelle competenze che certamente serviranno, respingendo le altre. La differenziazione che si è andata facendo strada nel dibattito pubblico europeo – ospitare i “profughi di guerra” e rispedire indietro i “migranti economici” – non ha nessuna utilità capitalistica.
Il vantaggio competitivo di un migrante è ovvio: disponibilità a fare qualsiasi lavoro, con qualsiasi orario, per qualsiasi salario (anche ai livelli della pura sopravvivenza). Un esercito salariale di riserva da utilizzare – e già abbondantemente utilizzato – per smantellare diritti, welfare, schemi contrattuali, tutele dei lavoratori dipendenti.
Ma anche gli svantaggi sono altrettanto ovvi: necessità di tempi medio lunghi per l'integrazione, lo spettro dei “ricongiungimenti familiari” che fa saltare i calcoli demografici iniziali, i costi infrastrutturali (casa, trasporti, istruzione, sanità, ecc.) da affrontare durante le fasi iniziali dell'integrazione.
Soprattutto, ci sono i problemi e gli svantaggi derivanti dalle questioni di “ordine pubblico” connesse ai possibili conflitti tra quote più o meno rilevanti della popolazione “indigena” e i nuovi arrivati. A partire dal fatto che una popolazione tendenzialmente più anziana vive come un “rischio” soggettivo la presenza di comunità “esotiche” dall'età media assai più bassa.
Conflitti che non possono che essere esacerbati dalle contemporanee politiche di “austerità” che vanno ad intaccare antiche “sicurezze sociali” garantite dal welfare. I luridi slogan di un Salvini qualsiasi rischiano di essere una semplificazione bastardamente efficace del complesso rapporto esistente tra impoverimento programmato (dall'alto) della popolazione “lavoratrice dipendente” e presenza di “nuova forza lavoro a basso costo”, altrettanto programmata dall'alto.
Peggio ancora se, come attualmente sta avvenendo, questi flussi migratori – in buona parte voluti dal capitale multinazionale, in previsione delle modificazioni demografiche connesse all'invecchiamento della popolazione, oltre che conseguenze delle "nostre" guerre e politiche di rapina, si amplificano proprio mentre ancora infuria una crisi economica devastante – che ha portato ad oltre il 40% la disoccupazione giovanile “indigena”. Come dire: c'è fin troppa “nuova manodopera disponibile”, sul mercato, quindi si sta giocando col fuoco.
Come se ne esce? Nell'unico modo possibile: organizzando insieme, in modi antichi o nuovissimi, lavoratori dipendenti di qualsiasi etnia e colore, annullando al massimo livello possibile ogni tentazione di incrementare la guerra tra poveri, gettando le basi di organismi territoriali e non, capaci di far concentrare sul “nemico comune” – quello che sghignazza dall'alto – le tensioni conflittuali che attraversano il corpo sociale.
Non è più il tempo della semplice solidarietà “cristiana”...
Fonte
08/06/2015
Ma cos'è questa crisi, ma cos'è questa crisi...
Se non fosse tragico, sarebbe quasi divertente vedere come gli analisti liberisti provano a spiegare perché la crisi non se ne va più. Ai nostri lettori ci sembra però il caso di offrire qualche ragionamento meno unilaterale, o meglio uno sguardo sui fatti economici più attento ai fatti e per nulla all'ideologia.
Prendiamo spunto da una pregevole presentazione del problema apparsa sul sito online de IlSole24Ore, redatta da Enrico Marro e intitolata “Perché l'economia mondiale fatica se le Borse corrono (+190% in sei anni)? Tre possibili spiegazioni”.
E cominciamo proprio dal problema mal posto nel titolo: economia reale (quella che non cresce più) e mercati finanziari (che invece hanno triplicato le quotazioni) viaggiano su binari completamente separati da molti anni a questa parte. I libri di macroeconomia neoliberista predicano che il “giusto prezzo” di un titolo azionario quotato in borsa dovrebbe essere 16 volte gli utili per azione; ovvero il numero di anni necessari perché l'investitore azionario recuperi il denaro investito (senza vendere l'azione, naturalmente).
Questo rapporto è chiamato price/earnings, ed ha avuto una sua validità finché non è stato permesso alle grandi banche d'investimento di agire come “industria a se stante”, invece che come servizio di raccolta di fondi da investire nell'economia reale (agricoltura, industria, servizi). Dalla metà degli anni '90 il decorso della crescita globale è stato affidato soprattutto ai paesi emergenti (Cina su tutti), mentre nei paesi più industrializzati praticamente si fermava. Nello stesso tempo i mercati finanziari, ormai “svincolati”, procedevano di bolla in bolla (“tigri asiatiche”, new economy, mutui subprime, Lehmann Brothers, ecc.), sempre supportati però dalle politiche “non convenzionali” delle banche centrali più importanti, a partire ovviamente dalla Federal Reserve statunitense.
I quantitative easing – tassi ridotti fino a zero, liquidità disponibile senza limiti – hanno prodotto flussi di denaro crescenti che avevano però solo uno sbocco possibile: titoli obbligazionari (soprattutto pubblici) e titoli azionari. Quindi le borse si sono gonfiate a dismisura nonostante l'economia reale segni il passo.
Quel legame rappresentato nel price/earnings è stato reciso e quindi non è più possibile spiegare con quelle grandezze la dinamica discordante tra borse e crescita. Dunque bisogna trovare nuove spiegazioni, fin qui completamente ignorate.
La prima chiama in causa gli andamenti demografici.
Anche solo la rivoluzione dell'agricoltura sarebbe sufficiente a spiegare questa esplosione. Con la meccanizzazione quasi universale nel secondo dopoguerra (trattori invece di uomini con vanga e pala) la produzione di cibo ha superato di molto gli antichi limiti quantitativi naturali. La chimica ha messo a disposizione diserbanti, anticrittogamici, pesticidi, concimi, ecc, che hanno incrementato la resa per ettaro e ridotto al minimo la percentuale di prodotto invendibile. La manipolazione genetica e la selezione delle sementi ha messo a disposizione coltivazioni più resistenti e durature nel tempo; trasporti e infrastrutture hanno ridotto al minimo il tempo necessario a mettere quei prodotti sul mercato.
Non sono tute rose e fiori, lo sappiamo, e i problemi creati (inquinamento, cibi “mostruosi” dalle conseguenze imprevedibili sul corpo umano, ecc) sono forse più numerosi di quelli risolti. Ma la quantità bruta di cibo a disposizione è tale da poter teoricamente sfamare in abbondanza tutta la popolazione mondiale. Il problema è che va venduta. Quindi ci deve essere una domanda solvibile, clienti con soldi in tasca.
E fin quando la crescita economica ha permesso di mettere in produzione (nell'industria e nei servizi) una quantità crescente di persone e popolazioni, quella domanda solvibile è stata creata in crescendo.
Oggi siamo al punto che papi e presidenti auspicano leggi che mettano il cibo in eccesso (rispetto alla possibilità di vendita) gratuitamente a disposizione di chi non riesce ad avere un lavoro.
Ma se le tecnologie attuali, e ancor più quelle in fase avanzata di progettazione, distruggono più lavoro di quel che creano – al contrario di quanto fin qui avvenuto nella storia umana – andiamo incontro a una situazione da Zardoz o Elysium: una quantità esponenzialmente crescente di merci a fronte di sempre meno persone che dispongono del reddito per comprare (sempre meno lavoratori addetti alla produzione).
È un limite che i marxisti hanno letto sui libri, con altri termini, ma ora si presenta nella realtà concreta davanti ai nostri occhi. “Lo sviluppo delle forze produttive” permetterebbe di risolvere quasi tutti i problemi di sussistenza per l'intero pianeta, ma...
Tradotto: le dinamiche prima illustrate (invecchiamento medio delle popolazioni, sviluppo tecnologico, sovrabbondanza di merci e tecnologie) fanno vedere che “l'aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito” è diventato un limite per l'ulteriore sviluppo dell'economia. Quanti sono infatti quelli che possono consumare pagando il prezzo richiesto? Solo quelli – sempre meno – che hanno un lavoro o una pensione, oltre ovviamente ai manager e agli azionisti che si appropriano della gran massa dei profitti. Ma mentre i redditi da lavoro dipendente – pensioni comprese – sono in diminuzione sia come massa di salario individuale, sia come numero di percettori di questo tipo di reddito, dall'altra parte (manager, finanzieri, azionisti, ecc.) restano sostanzialmente una frazione numericamente assai limitata della popolazione globale. Anche se incamerano un reddito invidiale crescente la loro “propensione al consumo” è limitata, indirizzata soprattutto verso merci assai particolari, di nicchia, di lusso. Sia che si parli di oggetti (auto, gioielli, quadri, yacht, aerei, abiti, ecc.), sia che sia parli di cibo. Il grosso della produzione è però “di massa”, e qui l'espansione dei consumi non funziona più. Anzi, arretra sotto i colpi della crisi.
Cosa ne deriva? Quel che i marxisti dicono con parole ormai incomprensibili ai più, a volte persino a se stessi: “i rapporti di produzione capitalistici sono diventati un ostacolo all'ulteriore sviluppo delle forze produttive”. Ma la traduzione in parole del 2015 non ci sembra difficilissima: dobbiamo toglierci dai piedi questa piccola truppa di parassiti che impedisce di utilizzare conoscenza e tecnologie per fare del mondo un posto dove tutti possono vivere in santa pace. Si possono proporre traduzioni migliori, certo; ma il senso è questo.
Loro non sono d'accordo, ovvio. E non sembra logico aspettarsi che siano disponibili a vedersi “riformare” il sistema che li tiene dove sono.
Fonte
Prendiamo spunto da una pregevole presentazione del problema apparsa sul sito online de IlSole24Ore, redatta da Enrico Marro e intitolata “Perché l'economia mondiale fatica se le Borse corrono (+190% in sei anni)? Tre possibili spiegazioni”.
E cominciamo proprio dal problema mal posto nel titolo: economia reale (quella che non cresce più) e mercati finanziari (che invece hanno triplicato le quotazioni) viaggiano su binari completamente separati da molti anni a questa parte. I libri di macroeconomia neoliberista predicano che il “giusto prezzo” di un titolo azionario quotato in borsa dovrebbe essere 16 volte gli utili per azione; ovvero il numero di anni necessari perché l'investitore azionario recuperi il denaro investito (senza vendere l'azione, naturalmente).
Questo rapporto è chiamato price/earnings, ed ha avuto una sua validità finché non è stato permesso alle grandi banche d'investimento di agire come “industria a se stante”, invece che come servizio di raccolta di fondi da investire nell'economia reale (agricoltura, industria, servizi). Dalla metà degli anni '90 il decorso della crescita globale è stato affidato soprattutto ai paesi emergenti (Cina su tutti), mentre nei paesi più industrializzati praticamente si fermava. Nello stesso tempo i mercati finanziari, ormai “svincolati”, procedevano di bolla in bolla (“tigri asiatiche”, new economy, mutui subprime, Lehmann Brothers, ecc.), sempre supportati però dalle politiche “non convenzionali” delle banche centrali più importanti, a partire ovviamente dalla Federal Reserve statunitense.
I quantitative easing – tassi ridotti fino a zero, liquidità disponibile senza limiti – hanno prodotto flussi di denaro crescenti che avevano però solo uno sbocco possibile: titoli obbligazionari (soprattutto pubblici) e titoli azionari. Quindi le borse si sono gonfiate a dismisura nonostante l'economia reale segni il passo.
Quel legame rappresentato nel price/earnings è stato reciso e quindi non è più possibile spiegare con quelle grandezze la dinamica discordante tra borse e crescita. Dunque bisogna trovare nuove spiegazioni, fin qui completamente ignorate.
La prima chiama in causa gli andamenti demografici.
Un mondo di anziani: ora la demografia frena la crescitaContropiano. I dati sono giusti, il rapporto tra loro no. Non si può isolare la dinamica demografica dall'evoluzione tecnologica, perché proprio quest'ultima ha permesso di incrementare la produzione di merci a velocità mai viste prime. Creando dunque anche la base materiale per l'esplosione del numero degli abitanti del pianeta.
Guardando la Storia alle nostre spalle, è evidente che la crescita economica si deve a due fattori principali, il primo dei quali è la demografia. Una popolazione giovane, che aumenta di numero e consuma, allarga il mercato di prodotti e servizi. Oggi però la demografia, da sempre motore di sviluppo, è diventato un potente freno. Sì perché ora la tendenza generale è quella all'invecchiamento: secondo stime delle Nazioni Unite, in appena 60 anni (dal 1990 al 2050) l'età media della popolazione mondiale aumenterà del 46%. E' un fenomeno unico nella storia dell'umanità, che porta una fascia sempre maggiore di individui a uscire dall'età lavorativa. E quindi a non produrre. Soprattutto in Europa (e in particolare in Italia), ma anche nei Paesi emergenti, con la stessa Cina che ha imboccato la via dell'invecchiamento demografico. Ovvio quindi che, se c'è meno gente che lavora e produce, l'economia non cresce. E questo è solo il primo “freno”. Poi c'è il secondo: la tecnologia.
Anche solo la rivoluzione dell'agricoltura sarebbe sufficiente a spiegare questa esplosione. Con la meccanizzazione quasi universale nel secondo dopoguerra (trattori invece di uomini con vanga e pala) la produzione di cibo ha superato di molto gli antichi limiti quantitativi naturali. La chimica ha messo a disposizione diserbanti, anticrittogamici, pesticidi, concimi, ecc, che hanno incrementato la resa per ettaro e ridotto al minimo la percentuale di prodotto invendibile. La manipolazione genetica e la selezione delle sementi ha messo a disposizione coltivazioni più resistenti e durature nel tempo; trasporti e infrastrutture hanno ridotto al minimo il tempo necessario a mettere quei prodotti sul mercato.
Non sono tute rose e fiori, lo sappiamo, e i problemi creati (inquinamento, cibi “mostruosi” dalle conseguenze imprevedibili sul corpo umano, ecc) sono forse più numerosi di quelli risolti. Ma la quantità bruta di cibo a disposizione è tale da poter teoricamente sfamare in abbondanza tutta la popolazione mondiale. Il problema è che va venduta. Quindi ci deve essere una domanda solvibile, clienti con soldi in tasca.
E fin quando la crescita economica ha permesso di mettere in produzione (nell'industria e nei servizi) una quantità crescente di persone e popolazioni, quella domanda solvibile è stata creata in crescendo.
Oggi siamo al punto che papi e presidenti auspicano leggi che mettano il cibo in eccesso (rispetto alla possibilità di vendita) gratuitamente a disposizione di chi non riesce ad avere un lavoro.
La tecnologia oggi crea più lavoro di quello che distrugge?Contropiano. Qui si sfiora appena il problema centrale del prossimo futuro, peraltro enunciando soltanto gli aspetti critici della produttività e dei consumi. È logico, viste le basi teoriche utilizzate.
L'altro grande motore dello sviluppo economico, nella storia dell'uomo, è stata la tecnologia. Dalla scoperta del fuoco alla rivoluzione industriale, le innovazioni hanno sempre portato prosperità. Ma oggi è ancora così? Il tema è controverso. Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, docenti al MIT e autori del famoso saggio “Race against the machine”, hanno scritto che nei primi dieci anni del terzo millennio – quelli del trionfo dell'information technology – l'occupazione mondiale è scesa dell'1%. Mentre negli ultimi due decenni del Novecento era aumentata del 20%.
C'è poi un altro elemento importante, sottolineato tra gli altri dal Nobel Edmund Phelps: la tecnologia oggi non si traduce in aumenti di produttività del lavoro, non almeno come nel glorioso XX secolo (in particolare negli anni Sessanta). Tutto questo comprime gli stipendi e, di conseguenza, i consumi.
Ma se le tecnologie attuali, e ancor più quelle in fase avanzata di progettazione, distruggono più lavoro di quel che creano – al contrario di quanto fin qui avvenuto nella storia umana – andiamo incontro a una situazione da Zardoz o Elysium: una quantità esponenzialmente crescente di merci a fronte di sempre meno persone che dispongono del reddito per comprare (sempre meno lavoratori addetti alla produzione).
È un limite che i marxisti hanno letto sui libri, con altri termini, ma ora si presenta nella realtà concreta davanti ai nostri occhi. “Lo sviluppo delle forze produttive” permetterebbe di risolvere quasi tutti i problemi di sussistenza per l'intero pianeta, ma...
Le diseguaglianze crescono e frenano i consumiContropiano. Il “ceto medio” di cui parla Marro è in realtà il lavoro dipendente, comprendendo in questa definizione anche i livelli di competenze più alte (ingegneri, biologi, chimici, ecc). Detto questo, il quadro è esatto, ma astratto, prigioniero della logica dei consumi in ambiente rigorosamente capitalistico.
La “forbice” tra ricchi e poveri sta aumentando quasi dappertutto. E' un dato di fatto. Ma la brutta notizia è un'altra: dal Nobel Joseph Stiglitz al trendy Thomas Piketty, fino all'austero Fondo Monetario, fior di economisti hanno dimostrato che l'aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito uccide la crescita. Sì, perché la propensione al consumo dei ricchi è, in proporzione, minore di quella dell'ormai moribondo ceto medio. Quindi nei Paesi dove la forbice tra ricchi e poveri si allarga, i consumi tendono a scendere. Mentre una middle class ampia e resa potente da un'equilibrata distribuzione dei redditi aiuta la crescita del Pil. Ma la classe media sopravviverà alla “nuova normalità”?
Tradotto: le dinamiche prima illustrate (invecchiamento medio delle popolazioni, sviluppo tecnologico, sovrabbondanza di merci e tecnologie) fanno vedere che “l'aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito” è diventato un limite per l'ulteriore sviluppo dell'economia. Quanti sono infatti quelli che possono consumare pagando il prezzo richiesto? Solo quelli – sempre meno – che hanno un lavoro o una pensione, oltre ovviamente ai manager e agli azionisti che si appropriano della gran massa dei profitti. Ma mentre i redditi da lavoro dipendente – pensioni comprese – sono in diminuzione sia come massa di salario individuale, sia come numero di percettori di questo tipo di reddito, dall'altra parte (manager, finanzieri, azionisti, ecc.) restano sostanzialmente una frazione numericamente assai limitata della popolazione globale. Anche se incamerano un reddito invidiale crescente la loro “propensione al consumo” è limitata, indirizzata soprattutto verso merci assai particolari, di nicchia, di lusso. Sia che si parli di oggetti (auto, gioielli, quadri, yacht, aerei, abiti, ecc.), sia che sia parli di cibo. Il grosso della produzione è però “di massa”, e qui l'espansione dei consumi non funziona più. Anzi, arretra sotto i colpi della crisi.
Cosa ne deriva? Quel che i marxisti dicono con parole ormai incomprensibili ai più, a volte persino a se stessi: “i rapporti di produzione capitalistici sono diventati un ostacolo all'ulteriore sviluppo delle forze produttive”. Ma la traduzione in parole del 2015 non ci sembra difficilissima: dobbiamo toglierci dai piedi questa piccola truppa di parassiti che impedisce di utilizzare conoscenza e tecnologie per fare del mondo un posto dove tutti possono vivere in santa pace. Si possono proporre traduzioni migliori, certo; ma il senso è questo.
Loro non sono d'accordo, ovvio. E non sembra logico aspettarsi che siano disponibili a vedersi “riformare” il sistema che li tiene dove sono.
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