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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/07/2025

Italia - Più di un minore su quattro è a rischio esclusione sociale. E la povertà viene ereditata

Il 14 luglio l’Istat ha pubblicato l’aggiornamento sulle condizioni di vita dei minori di 16 anni, con dati riguardanti il 2024. Accanto a questi dati, sono stati diffusi anche quelli sulla trasmissione intergenerazionale degli svantaggi nei paesi dell’UE, che fanno riferimento all’anno 2023.

I numeri attestati destano profonda preoccupazione rispetto alle prospettive delle generazioni future. Infatti, nel 2024 il 26,7% dei minori è a rischio povertà o di esclusione sociale, con questa quota che nel Sud e nelle Isole arriva addirittura al 43,6%. Parliamo dunque di più di un minore su quattro in generale, quasi uno su due nel Mezzogiorno.

Ci sono alcune categorie di famiglie che vedono i propri ragazzi a maggior rischio: i nuclei con più figli, quelli in cui i genitori hanno un livello di istruzione basso, e quelle con minori stranieri, per cui il rischio di povertà o esclusione sociale si presenta nel 43,6% dei casi, quasi 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana.

È interessante notare che le difficoltà economiche delle famiglie con componenti sotto i 16 anni sono spesso legate al pagamento di un mutuo (il 22,7% dei nuclei con minori a rischio esclusione sociale, quota più che doppia rispetto a quella rilevata sul totale delle famiglie) o di un affitto (23,6% contro 18,4%).

Se parliamo di deprivazione materiale e sociale specifica, è più di 1 minore su 10 che si trova in questa condizione (11,7%), presentando almeno tre segnali di deprivazione tra i 17 previsti. C’è poi il 4,9% dei minori che presenta segnali di insicurezza alimentare, con una netta prevalenza al Sud: 3,1% rispetto a Nord, 2,1%; Centro, 8,9% nel Mezzogiorno.

Va sottolineato che sul rischio di povertà che potrebbe vivere il minore una volta raggiunta l'età adulta pesa tantissimo proprio la situazione finanziaria della famiglia in cui vive, “il rischio cioè di vivere in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente”.

Anche nei Paesi UE, l’incidenza del rischio di povertà di chi ha un’età compresa tra i 25 e i 59 anni è più elevata per coloro che, a 14 anni, vivevano in famiglie con difficoltà finanziarie: nel 2023 era del 20% rispetto al 12,4% di chi è cresciuto in famiglie con una buona condizione economica.

Ma l’Italia è tra i paesi UE che registrano le maggiori differenze: per il Belpaese i dati rispettivamente segnano 34% e 14,4%, con una differenza di gran lunga maggiore che nel resto dell’Unione. Il che significa che, in Italia, le disuguaglianze sono ereditate più facilmente, con un peso sul futuro dei giovani più pesante che altrove.

Quello italiano è insomma un sistema di cristallizzazione delle disuguaglianze sociali ed economiche, in cui ormai anche l’istruzione sta perdendo, piano piano, il ruolo emancipatorio avuto nei decenni precedenti. La distruzione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori hanno delineato un modello in cui c’è poco o nulla da salvare.

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11/04/2016

Tra globalizzazione e sovranazionalità. Il connubio inscindibile tra etica e critica

Mario Vegetti, in una intervista collettiva rilasciata alla “Lettura” del Corriere della Sera indica: “tocca alla filosofia cercare di mettere ordine nel caos del dibattito politico”. Queste poche righe sono dunque finalizzate non tanto (naturalmente) a fornire una risposta all’interrogativo posto da Vegetti ma a porne altri sui quali sarebbe bene ci si soffermasse nell’intento di costruire un adeguato retroterra di pensiero politico.

Un passaggio che dovrebbe risultare utile per realizzare un’ipotesi di concreto affrontamento delle nuove contraddizioni emergenti nell’oggi che si intrecciano fortemente con le tradizionali “fratture” operanti a livello della società moderna. Lo stesso Vegetti infatti indica: “La giustizia diventa l’utile del più forte se non si individuano valori universali che vengono prima della legge. Ma oggi il problema è definire che cos’è buono e giusto”.

Nel momento in cui la caduta delle ideologie ispirate alla contrapposizione sociale ha lasciato lo spazio all’ideologia dell’unico vincente e della fine della storia è forse il caso di riprendere il filo proprio da questa affermazione svolta dal filosofo studioso del pensiero antico.

Il ritorno alla filosofia morale e l’intreccio tra questa e la filosofia politica dovrebbe quindi rappresentare un obiettivo partendo dalla valutazione del concreto di ciò che è avvenuto e sta avvenendo nell’attualità della politica e, insieme, appunto (e contraddicendo i politologi della destra americana) nello svilupparsi inesorabile della storia.

Ci troviamo, infatti, in una fase di inedita dislocazione nel rapporto tra globalità e strutture economico – sociali della sovranazionalità, dovute in particolare al processo di esasperata finanziarizzazione dell’economia che è risultata alla base del procedere del ciclo di crisi capitalista nell’ultimo ventennio.

Processo di finanziarizzazione causa principale di due fenomeni fortemente presenti nell’attualità: il primo rappresentato dall’acuirsi dei meccanismi di diseguaglianza a tutti i livelli, con la creazione di una nuova casta di supermiliardari collocata – appunto a livello sovranazionale – che è rimasta a lungo intoccabile e impunita al di là degli atti compiuti costituendo davvero la nuova “super intesa” del capitalismo moderno, in luogo della massoneria e – successivamente – delle varie Trilateral, Billdeberg e quant’altro (fenomeno largamente studiato da Piketty, Atkison, Stiglitz e altri).Il secondo fenomeno rappresentato dalla crisi complessiva dello “stato – nazione”: una crisi verificatasi soprattutto a livello militare, avendo come concausa la fine della logica dei blocchi e l’avvento – fragile e contraddittorio – della sola superpotenza “gendarme del mondo” e, in secondo luogo, sul piano fiscale provocando una clamorosa sottrazione di risorse dal possibile utilizzo pubblico verso l’egoismo accumulatore e insieme “compradoro” del privato.

Tutti i tentativi di creazione (e assestamento) di strutture sovranazionali sono falliti, in primis l’Unione Europea ma anche il collegamento tra i cosiddetti BRICS i vari trattati commerciali, ecc: il tutto schiacciato dalla logica imperante della gestione autoritaria del ciclo.

A livello di ciò che è rimasto di Stato–Nazione questi fenomeni hanno causato, prima di tutto, un vero e proprio dissesto della democrazia liberale – parlamentare e lo scivolamento verso nuovi tipi di forma – stato e di forma di governo basati su di un autoritarismo veicolato dall’assunzione di un ruolo di centralità della detenzione del potere al riguardo dell’uso dei mezzi di comunicazione di massa: è questo il vero nodo della trasformazione dalla democrazia partecipata alla democrazia del pubblico.

Soprattutto però, in conclusione, è venuta a mancare – a tutti i livelli fin qui indicati – l’etica pubblica secondo la dicotomia tra concetto e concezione. Si tratta di ricostituire, a livello di riflessione nel campo della filosofia politica e rivolgendosi all’insieme delle dimensioni fin qui analizzate della globalizzazione, della sovranazionalità e dello “Stato–Nazione”, il principio che i decisori abbiano a disposizione in linea di principio le necessarie informazioni attualmente rilevanti per decidere in maniera razionale le questioni collettive.

La politica deve rientrare nella sfera più ampia dell’etica, poiché si suppone che la seconda debba tornare a tracciare le linee direttive se non tutti i comportamenti concreti per la prima.

L’etica deve quindi essere deputata a valutare le ragioni della politica? Questo appare come l’interrogativo di fondo da porci nel momento in cui avvertiamo l’evolversi di contraddizioni forse mai affrontate in precedenza nella storia.

Etica da stringere in un connubio inscindibile con la critica, intesa proprio attraverso il rilancio dell’idea kantiana dell’uscita dell’uomo dallo stato di minorità sconfiggendo così l’idea prevalente della retorica della decadenza.

Su queste basi il rilancio dell’idea internazionalista della rivoluzione sociale, superando quel “mundialismo” del tutto interno al pensiero unico che ha caratterizzato, per decenni, l’iniziativa di quello che fu definito “popolo di Seattle” e i connotati di apparente contestazione presentati nell’occasione delle manifestazioni sul G8 di Genova nel 2001 e che ha causato il tracollo della sinistra a livello sovranazionale, come ha ben dimostrato la fallimentare esperienza di governo in Grecia e il ritorno – necessitato – al keynesismo così come presente nelle istanze portate avanti da Jeremy Corbin con il Labour e da Bernie Sanders nel corso delle primarie democratiche degli USA.

Etica e critica per uscire, come già detto, dallo stato di minorità ricostruendo un pensiero alternativo di effettiva contrapposizione di sistema: la valutazione concreta delle contraddizioni operanti nella costruzione dell’insopportabilità delle diseguaglianze economiche e culturali della modernità potrebbe rappresentare la chiave di volta per costruire quella scala di valori che oggi è sfuggita completamente al pensiero dell’immediatezza del cannibalismo sociale e politico.

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13/11/2015

Più italiani all’estero che immigrati in Italia. Una fuga di risorse umane che ipoteca il paese

Negli ultimi dieci anni, più o meno un milione e mezzo di cittadini italiani sono emigrati all’estero. Si è passati infatti dai 3.106.251 iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) del 2006 ai 4.636.647 del 2015, registrando una crescita del +49,3%.

Emblematico di questo boom di partenze sono i luoghi di origine. Non si parte più o non solo dalle città impoverite del Meridione ma anche dalle più prospere (o ex tali) città del nord. C’è quindi un cambiamento della composizione sociale della emigrazione italiana che va compreso a fondo, sia per le sue ripercussioni sul paese sia sulle politiche europee di spoliazione delle risorse dei paesi più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo e Italia soprattutto) che sui paesi in cui viene concentrato il capitale umano più qualificato reso disponibile dalla disoccupazione e dalla mancanza di prospettive nei paesi più deboli. Non è un mistero che siano Germania e Gran Bretagna a fare da padroni in questo processo di concentrazione delle migliori risorse umane disponibili nell’Unione Europea e nel suo cortile di casa (vedi la politica tedesca sui profughi siriani).

Ad accentuare questa fuga di capitale umano dall’Italia – scarsamente rimpiazzata dall’arrivo di immigrati dai paesi del sud del mondo – è stata indubbiamente la crisi e poi la recessione che ha portato ad una disoccupazione di massa, alla chiusura di fabbriche e alle ridottissime possibilità di lavoro vero messe a disposizione dei giovani laureati e diplomati.

Lo scorso anno, ad esempio, da gennaio a dicembre 2014, hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio 101.297 cittadini italiani, in prevalenza uomini (56,0%), celibi (59,1%), tra i 18-34 anni (35,8%), partiti dal Nord Italia (con ogni probabilità dalla Lombardia) per trasferirsi, soprattutto in Europa (probabilmente in Germania o Regno Unito). Ad esaminare questi dati – e a fornire un quadro desolante ma significativo sul rapporto tra emigrazione e sviluppo – è il Rapporto Migrantes 2015, curato dalla Cei. Si tratta di dati reali che rendono risibili, ridicole e amene le sparate demagogiche di Salvini ma che inchiodano al muro anche la demagogia di Renzi sul paese che va bene.

La crescita della fuga di capitale umano dall’Italia, in valore assoluto, è di tutte le classi di età. In particolare dei 101mila cittadini italiani emigrati all’estero nel 2014, 62.797 sono giovani in età lavorativa avendo tra i 18 e i 49 anni; i minori sono 20.145 e di questi il 12,8% ha meno di 10 anni. Ci sono poi i pensionati che hanno verificato come quelle che sono pensioni da fame in Italia consentono magari esistenze più dignitose in paesi con il costo della vita più basso. Nel 2014 sono emigrate 7.205 persone sopra i 65 anni, di cui 685 hanno più di 85 anni.

Ovviamente è stata la Germania, con 14.270 trasferiti, la meta preferita di questa fuga di capitale umano. A seguire il Regno Unito (13.425) – primo paese lo scorso anno – seguita dalla Svizzera (11.092) e dalla Francia (9.020).

Anche per il 2015, si conferma che la recente mobilità italiana è soprattutto dalle regioni settentrionali. La Lombardia, con 18.425 partenze, è, infatti, per il secondo anno consecutivo, la prima regione seguita da una importante novità ovvero il balzo in avanti della Sicilia che dalla quarta posizione del 2014 arriva, nel 2015, alla seconda. Sono ben 110 le province da cui sono partiti gli italiani nel corso del 2014. Milano, con 6.386 persone, guida la classifica e ha superato, rispetto allo scorso anno, Roma (5.974 partenze). Gli aumenti più consistenti tra le prime 10 province per numero di partenze si sono registrati a Udine (86,1%) e Varese (46,2%).

Ma quale tipo di capitale umano sta svuotando il nostro paese da risorse indispensabili per il suo sviluppo? Ci sono sicuramente migliaia di giovani e meno giovani competenti nelle nicchie di eccellenza del made in Italy (la ristorazione o le rifiniture edilizie per esempio), ma la migrazione di capitale umano qualificato è cresciuta in modo inquietante, incentivata sia dalla destrutturazione del sistema di istruzione pubblico a livello di scuola e università, sia da operazioni come quelle di Hartz in Germania concepite proprio per rastrellare capitale umano qualificato dagli altri paesi europei.

Il fenomeno dell’emigrazione per ragioni lavorative, tra i laureati, è tendenzialmente in crescita negli ultimi anni. L’ultimo rapporto Alma Laurea conferma infatti un quadro occupazionale tuttora difficoltoso in Italia, pur rilevando, con esclusivo riferimento ai laureati ad un anno dal titolo, qualche timido segnale di ripresa: il tasso di disoccupazione figura infatti in leggera contrazione e le retribuzioni risultano in lieve aumento. In particolare, le differenze più consistenti tra i laureati impiegati all’estero e quelli occupati in Italia riguardano le prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), la flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e il prestigio che si riceve dal lavoro (7,6 contro 6,8).

La rilevazione effettuata ad hoc da Alma Laurea mette in evidenza che la gran parte (82%) degli intervistati ha trovato occupazione in Europa e un ulteriore 10% è invece oltreoceano, nel continente americano (sia nel nord che nel sud); marginali le quote di chi si trova in altre aree.

Il Regno Unito (16,5%), la Francia (14,5%), la Germania (12%) e la Svizzera (12%) risultano essere i paesi europei più attrattivi per motivi di lavoro. I laureati di secondo livello dichiarano di essersi trasferiti all’estero principalmente per mancanza di opportunità di lavoro in Italia (38%) e, in subordine, per aver ricevuto un’offerta interessante (in termini di retribuzione, prospettive di carriera e competenze tecniche o trasversali meglio valorizzate) da un’azienda o un ente estero (24%).

Che il fenomeno della fuga di capitale umano sia tutt’altro che momentaneo, emerge poi dalle risposte di chi è andato a lavorare all’estero. La prospettiva di rientro in Italia, nel medio termine (cinque anni), risulta infatti assai modesta: il 42% dichiara che è molto improbabile a causa della grande incertezza rispetto al mercato del lavoro italiano. All’opposto, solo 1 su 9 è decisamente ottimista, ritenendo il rientro molto probabile; i restanti si dividono tra chi lo ritiene poco probabile (28%) e chi non è in grado di sbilanciarsi (18,5%).

Il processo di spoliazione del nostro paese di capitale umano qualificato, diventa ancora più pesante nel caso di coloro che dopo la laurea hanno fatto un dottorato di ricerca. I dottori di ricerca che lavorano all’estero ad un anno dal titolo sono infatti prevalentemente, uomini, più giovani e provengono da contesti familiari più favoriti. Decidono di trasferirsi all’estero soprattutto i dottori di ricerca in Scienze di base (18%) e Ingegneria (11%); per le altre macroaree i valori sono inferiori al 9%, addirittura si riducono al 6% nell’area in Scienze economico-giuridico-sociali.

Il ramo di attività economica in istruzione e ricerca, coerentemente con gli studi dottorali compiuti, è il prevalente; resta pur sempre vero che all’estero è assorbito da tale settore il 55% dei dottori, 12 punti percentuali in più rispetto a quanto osservato in Italia. Ciò è vero in particolare per i dottori di ricerca di Scienze di base e di Ingegneria. Ad un anno dal dottorato il 52% dei dottori risulta occupato all’estero come ricercatore o docente universitario, senza particolari differenze per macroarea, contro il solo 21% rilevato in Italia.

Ma se un paese lascia andare le sue risorse umane più qualificate (e uno o più paesi forti le rastrellano sistematicamente nei paesi europei periferici), quale sarà la sua possibilità di sviluppo? L'Unione Europea si conferma così come lo schermo delle opportunità che nasconde la realtà di una crescente disuguaglianza, una ipoteca che nei prossimi anni peserà ancora più di quanto fatto nei 23 anni passati dall'introduzione del Trattato di Maastricht, in pratica l'inizio dell'apocalisse sociale e politica del nostro paese e dei paesi Pigs.

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Se l'innovazione tecnologica produce disuguaglianza

Le preoccupazioni in merito all’impatto dell’innovazione tecnologica sui livelli di occupazione nascono da due constatazioni di fatto: 1) la rapidità con cui evolvono le tecnologie digitali in generale e i sistemi di Intelligenza Artificiale in particolare è immensamente superiore a quella di tutte le altre precedenti rivoluzioni tecnologiche; 2) le nuove macchine intelligenti non si limitano a rimpiazzare i lavori esecutivi a bassa qualificazione, ma sono sempre più in grado di svolgere mansioni ad elevato contenuto cognitivo, non mettono cioè a rischio solo i posti dei colletti blu, ma anche quelli di colletti bianchi, tecnici e ingegneri.

Lo confermano due recenti rapporti, il primo a cura del McKinsey Global Institute, il secondo redatto da Bank of America Merrill Lynch, due documenti in cui ritroviamo, tuttavia, il solito rassicurante ritornello: non abbandoniamoci a sentimenti luddisti perché, malgrado le due novità di cui sopra, è assai probabile che le cose andranno come sono sempre andate in occasione delle precedenti rivoluzioni tecnologiche e scientifiche: è vero che spariranno molti lavori, ma è altrettanto vero che ne nasceranno molti altri, i quali richiederanno più creatività e regaleranno più soddisfazioni a chi lo svolgerà.

Il secondo dei due rapporti appena citati ha almeno il ritegno di ammettere che questa inedita creatività sarà appannaggio di una minoranza di coloro che già oggi appartengono agli strati professionali più elevati (nemmeno a tutti costoro sarà infatti garantito l’accesso al paradiso dei nuovi privilegiati), mentre tutti gli altri dovranno cercare sistemazione nel settore dei servizi arretrati (o meglio, di quelli che una volta erano definiti tali, e che oggi vengono invece a loro volta colonizzati dalla tecnologia, la quale, nel loro caso, serve quasi sempre ad aumentare i tassi di sfruttamento, come insegna la vicenda Uber nel caso dei tassisti).

Il mondo del lavoro rischia insomma di apparire sempre più diviso fra una ristretta élite di knowledge workers, con redditi elevati e sostanziosi privilegi (vedi i dipendenti di imprese come Google), e una massa di “sfigati” costretti ad assemblare più attività precarie a basso reddito per sbarcare il lunario.

Il sogno di un mondo in cui la tecnica garantisca livelli di produttività talmente elevati da consentire a tutti di vivere alla grande senza lavorare, o lavorando lo stretto indispensabile, resterà dunque nel cassetto del vecchio Marx (e nelle teste dei teorici post operaisti del rifiuto del lavoro), perché l’unica condizione che consentirebbe di realizzarlo sarebbe niente di meno che l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Allo stato dei fatti, l’innovazione tecnologica resta (e resterà probabilmente a lungo) un mezzo che contribuisce non meno della finanziarizzazione dell’economia ad aumentare la disuguaglianza.

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20/10/2015

L’1%, ovvero la metà di tutto

di Michele Paris

Un nuovo rapporto pubblicato recentemente dalla banca Credit Suisse ha delineato l’aggravarsi delle disparità di reddito e di ricchezza nel pianeta, registrando un tristissimo primato. L’1% della popolazione mondiale è cioè giunta nel 2015 a possedere oltre la metà delle ricchezze, mentre il resto dell’umanità - ovvero circa 4,8 miliardi di adulti - si spartisce il resto della torta, peraltro in maniera altrettanto ineguale.

Lo studio riassume i dati raccolti in una piramide che mostra immediatamente le disparità che caratterizzano la suddivisione dei beni disponibili a livello globale, stimati attorno ai 250 mila miliardi di dollari. 3,4 miliardi di adulti posseggono beni non superiori ai 10 mila dollari, un altro miliardo tra i 10 mila e i 100 mila dollari, 349 milioni tra i 100 mila e un milione.

Allo strettissimo vertice della piramide si trova la vera ricchezza, con 34 milioni di persone che detengono più di un milione di dollari. Tra di essi, 29,8 milioni vantano beni tra 1 e 5 milioni di dollari, 2,5 milioni tra 5 e 10 milioni, 1,34 milioni tra 10 e 50 milioni, per poi arrivare alla vera aristocrazia planetaria, quella che decide le sorti di praticamente tutte le popolazioni, vale a dire 123.800 individui con più di 50 milioni di dollari ciascuno.

Poco meno della metà di questi super-ricchi vive negli Stati Uniti, circa un quarto in Europa e il resto quasi tutti in Giappone e in Cina. Lo sbilanciamento nella distribuzione delle ricchezze è dovuto principalmente al capitalismo USA, come conferma il fatto che questo paese ha un numero così elevato di multi-milionari a fronte del 5% della popolazione del pianeta.

Esaminando i numeri proposti dall’istituto bancario svizzero, emerge come il 71% degli adulti che popola il pianeta è costretto a vivere con appena il 3% delle ricchezze complessive, laddove un minuscolo 0,7% controlla beni pari al 45,2% del totale. Ancora, il 10% della popolazione può contare sull’87,7% delle ricchezze, lasciando al 90% degli adulti appena il 12,3% dei beni totali. Come già ricordato, l’1% detiene infine il 50,4% dei beni, una soglia altamente simbolica che secondo alcuni studi precedenti sarebbe stata superata solo nei prossimi anni.

A dare l’idea della scarsità di beni che possiedono coloro che si trovano alla base della piramide basta citare un dato, cioè che sono sufficienti poco più di 3 mila dollari per essere inclusi nella metà più “ricca” della popolazione mondiale.
Per rientrare nel 10% più benestante di dollari ne bastano invece quasi 69 mila. La definizione di ricchezza considerata da Credit Suisse comprende, oltre al denaro, proprietà immobiliari e titoli azionari, mentre dal conteggio sono esclusi i debiti.

Come conferma il rapporto, le disuguaglianze sono rapidamente aumentate in tutto il mondo dopo la crisi finanziaria scaturita da Wall Street nel 2008. A generare un ulteriore spostamento verso l’alto della ricchezza sono stati e continuano a essere soprattutto i programmi pubblici di salvataggio delle grandi banche e l’espansione del credito di fatto a costo zero che, invece di stimolare l’economia reale, ha ingigantito le rendite parassitarie.

Significative sono anche le differenze tra i vari continenti o paesi del mondo. Se la ricchezza complessiva degli Stati Uniti è cresciuta finora nel 2015 di 4 mila 600 miliardi di dollari, nonostante un calo a livello globale di 12 mila 700 miliardi, principalmente a causa del rafforzamento del dollaro, i paesi dell’Unione Europea, la Russia e il Giappone hanno fatto segnare flessioni importanti. Quella della Cina è poi salita di 1.500 miliardi di dollari, anche se lo studio prende in considerazione i dati fino al 30 giugno scorso, tralasciando quindi il recente crollo del mercato azionario in questo paese.

Simili differenze hanno ovviamente riflessi rilevanti all’interno del sistema capitalistico globale. Infatti, la crescita e la perdita di ricchezza soprattutto delle potenze mondiali contribuisce a inasprire i conflitti o, quanto meno, a peggiorare le relazioni tra i paesi, come conferma l’aggravamento delle tensioni in molte aree del globo, a cominciare dal Medio Oriente e dall’Asia sud-orientale.

La sempre maggiore concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi è il sintomo anche dello stato di avanzato deterioramento in cui versa lo stesso capitalismo planetario, con tutte le conseguenze distruttive che ne derivano per le popolazioni del pianeta.

La disponibilità virtualmente illimitata di beni per un numero ristrettissimo di ultra-ricchi determina infatti automaticamente un degrado delle condizioni di vita di tutti gli altri, principalmente a causa di effetti devastanti in vari ambiti, dall’assistenza sanitaria allo stato delle infrastrutture e all’educazione.

Uno scenario, quello che si sta delineando, che non può che alimentare tensioni sociali sempre più esplosive, dirette alla riappropriazione di risorse enormi, dirottate deliberatamente verso l’alto e che sarebbero invece abbondantemente sufficienti a garantire i bisogni fondamentali dell’intera popolazione del pianeta.

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10/09/2015

L’Europa delle disuguaglianze crescenti

“In Europa si registrano livelli inaccettabili di povertà e disuguaglianza”. Risultano esserci 342 miliardari (con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro) e, specularmente, 123 milioni di persone - quasi un quarto della popolazione - a rischio povertà o esclusione sociale. Ad affermarlo è uno studio sulla disuguaglianza sociale realizzato da Oxfam, la ong internazionale che da tempo, oltre i problemi legati alla fame e all’alimentazione, monitora anche lo stato delle disuguaglianze sociali.

“Invece di dare priorità alle persone, i processi decisionali politici sono sempre più  influenzati dalle ricche élite che manipolano le regole a proprio vantaggio: in tal modo aggravano la povertà e la disuguaglianza economica, logorando costantemente e pesantemente le istituzioni democratiche” scrive Oxfam presentando il suo rapporto.“Le misure di austerità e gli iniqui sistemi fiscali che affliggono l’Europa vanno a tutto vantaggio dei potenti titolari di interessi privati. È giunto il momento di invertire la rotta della povertà e della disuguaglianza in Europa, mettendo al primo posto le persone”. La crisi ripresentatasi nel 2008 ha accentuato questo processo.“L’effetto cumulativo di disoccupazione e austerità ha condotto ad una ricrescita della povertà in Europa e alla riduzione della prosperità tra la classe media. Come documentato in questo rapporto di Oxfam, nella prospera Unione Europea vi sono oggi 123 milioni di persone a rischio di povertà, pari a un quarto della popolazione europea, contro i 116 milioni registrati nel 2008”.

Relativamente alla situazione italiana, dove le disuguaglianze sociali negli ultimi anni si sono acutizzate, Oxfam segnala che “In Italia il 20% degli italiani più ricchi detiene il 61,6% della ricchezza nazionale netta, mentre il 20% degli italiani più poveri ne detiene appena lo 0,4%”. E’ bene ricordare che la ricchezza privata in Italia si aggira sui 9mila miliardi di euro. Di questi poco più della metà è rappresentata da ricchezza immobiliare, il 44% circa da ricchezze finanziarie e solo il 4,9% da ricchezza materiale (impianti, macchinari etc.). Una composizione della ricchezza che ha via via alimentato le disuguaglianze, soprattutto dopo la brusca polarizzazione sociale che ha spolpato i ceti medi.

Leggi QUI il testo integrale del rapporto di Oxfam.

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31/08/2015

Russia, proteste contro le diseguaglianze sociali e i privilegi

Manifestazioni organizzate dal Partito comunista della Federazione Russa contro la politica socio-economica del governo di Mosca si sono svolte sabato scorso un po' dappertutto nel paese. Nella capitale il leader Ghennadij Zjuganov ha sottolineato come il suo partito abbia “appoggiato le scelte presidenziali in occasione della vicenda della Crimea e in altre circostanze”, che hanno visto il Cremlino difendere gli interessi nazionali della Russia contro attacchi politici esterni, ma non ha mancato di denunciare gli indirizzi di politica interna che, secondo i comunisti russi, continuano a favorire esclusivamente gli interessi dell'oligarchia finanziaria.

Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).

Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.

Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.

All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.

Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.

In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...

E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.

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08/06/2015

Ma cos'è questa crisi, ma cos'è questa crisi...

Se non fosse tragico, sarebbe quasi divertente vedere come gli analisti liberisti provano a spiegare perché la crisi non se ne va più. Ai nostri lettori ci sembra però il caso di offrire qualche ragionamento meno unilaterale, o meglio uno sguardo sui fatti economici più attento ai fatti e per nulla all'ideologia.

Prendiamo spunto da una pregevole presentazione del problema apparsa sul sito online de IlSole24Ore, redatta da Enrico Marro e intitolata “Perché l'economia mondiale fatica se le Borse corrono (+190% in sei anni)? Tre possibili spiegazioni”.

E cominciamo proprio dal problema mal posto nel titolo: economia reale (quella che non cresce più) e mercati finanziari (che invece hanno triplicato le quotazioni) viaggiano su binari completamente separati da molti anni a questa parte. I libri di macroeconomia neoliberista predicano che il “giusto prezzo” di un titolo azionario quotato in borsa dovrebbe essere 16 volte gli utili per azione; ovvero il numero di anni necessari perché l'investitore azionario recuperi il denaro investito (senza vendere l'azione, naturalmente).

Questo rapporto è chiamato price/earnings, ed ha avuto una sua validità finché non è stato permesso alle grandi banche d'investimento di agire come “industria a se stante”, invece che come servizio di raccolta di fondi da investire nell'economia reale (agricoltura, industria, servizi). Dalla metà degli anni '90 il decorso della crescita globale è stato affidato soprattutto ai paesi emergenti (Cina su tutti), mentre nei paesi più industrializzati praticamente si fermava. Nello stesso tempo i mercati finanziari, ormai “svincolati”, procedevano di bolla in bolla (“tigri asiatiche”, new economy, mutui subprime, Lehmann Brothers, ecc.), sempre supportati però dalle politiche “non convenzionali” delle banche centrali più importanti, a partire ovviamente dalla Federal Reserve statunitense.

I quantitative easing – tassi ridotti fino a zero, liquidità disponibile senza limiti – hanno prodotto flussi di denaro crescenti che avevano però solo uno sbocco possibile: titoli obbligazionari (soprattutto pubblici) e titoli azionari. Quindi le borse si sono gonfiate a dismisura nonostante l'economia reale segni il passo.

Quel legame rappresentato nel price/earnings è stato reciso e quindi non è più possibile spiegare con quelle grandezze la dinamica discordante tra borse e crescita. Dunque bisogna trovare nuove spiegazioni, fin qui completamente ignorate.

La prima chiama in causa gli andamenti demografici.
Un mondo di anziani: ora la demografia frena la crescita
Guardando la Storia alle nostre spalle, è evidente che la crescita economica si deve a due fattori principali, il primo dei quali è la demografia. Una popolazione giovane, che aumenta di numero e consuma, allarga il mercato di prodotti e servizi. Oggi però la demografia, da sempre motore di sviluppo, è diventato un potente freno. Sì perché ora la tendenza generale è quella all'invecchiamento: secondo stime delle Nazioni Unite, in appena 60 anni (dal 1990 al 2050) l'età media della popolazione mondiale aumenterà del 46%. E' un fenomeno unico nella storia dell'umanità, che porta una fascia sempre maggiore di individui a uscire dall'età lavorativa. E quindi a non produrre. Soprattutto in Europa (e in particolare in Italia), ma anche nei Paesi emergenti, con la stessa Cina che ha imboccato la via dell'invecchiamento demografico. Ovvio quindi che, se c'è meno gente che lavora e produce, l'economia non cresce. E questo è solo il primo “freno”. Poi c'è il secondo: la tecnologia.
Contropiano. I dati sono giusti, il rapporto tra loro no. Non si può isolare la dinamica demografica dall'evoluzione tecnologica, perché proprio quest'ultima ha permesso di incrementare la produzione di merci a velocità mai viste prime. Creando dunque anche la base materiale per l'esplosione del numero degli abitanti del pianeta.

Anche solo la rivoluzione dell'agricoltura sarebbe sufficiente a spiegare questa esplosione. Con la meccanizzazione quasi universale nel secondo dopoguerra (trattori invece di uomini con vanga e pala) la produzione di cibo ha superato di molto gli antichi limiti quantitativi naturali. La chimica ha messo a disposizione diserbanti, anticrittogamici, pesticidi, concimi, ecc, che hanno incrementato la resa per ettaro e ridotto al minimo la percentuale di prodotto invendibile. La manipolazione genetica e la selezione delle sementi ha messo a disposizione coltivazioni più resistenti e durature nel tempo; trasporti e infrastrutture hanno ridotto al minimo il tempo necessario a mettere quei prodotti sul mercato.

Non sono tute rose e fiori, lo sappiamo, e i problemi creati (inquinamento, cibi “mostruosi” dalle conseguenze imprevedibili sul corpo umano, ecc) sono forse più numerosi di quelli risolti. Ma la quantità bruta di cibo a disposizione è tale da poter teoricamente sfamare in abbondanza tutta la popolazione mondiale. Il problema è che va venduta. Quindi ci deve essere una domanda solvibile, clienti con soldi in tasca.

E fin quando la crescita economica ha permesso di mettere in produzione (nell'industria e nei servizi) una quantità crescente di persone e popolazioni, quella domanda solvibile è stata creata in crescendo.

Oggi siamo al punto che papi e presidenti auspicano leggi che mettano il cibo in eccesso (rispetto alla possibilità di vendita) gratuitamente a disposizione di chi non riesce ad avere un lavoro.
La tecnologia oggi crea più lavoro di quello che distrugge?
L'altro grande motore dello sviluppo economico, nella storia dell'uomo, è stata la tecnologia. Dalla scoperta del fuoco alla rivoluzione industriale, le innovazioni hanno sempre portato prosperità. Ma oggi è ancora così? Il tema è controverso. Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, docenti al MIT e autori del famoso saggio “Race against the machine”, hanno scritto che nei primi dieci anni del terzo millennio – quelli del trionfo dell'information technology – l'occupazione mondiale è scesa dell'1%. Mentre negli ultimi due decenni del Novecento era aumentata del 20%.
C'è poi un altro elemento importante, sottolineato tra gli altri dal Nobel Edmund Phelps: la tecnologia oggi non si traduce in aumenti di produttività del lavoro, non almeno come nel glorioso XX secolo (in particolare negli anni Sessanta). Tutto questo comprime gli stipendi e, di conseguenza, i consumi.
Contropiano. Qui si sfiora appena il problema centrale del prossimo futuro, peraltro enunciando soltanto gli aspetti critici della produttività e dei consumi. È logico, viste le basi teoriche utilizzate.

Ma se le tecnologie attuali, e ancor più quelle in fase avanzata di progettazione, distruggono più lavoro di quel che creano – al contrario di quanto fin qui avvenuto nella storia umana – andiamo incontro a una situazione da Zardoz o Elysium: una quantità esponenzialmente crescente di merci a fronte di sempre meno persone che dispongono del reddito per comprare (sempre meno lavoratori addetti alla produzione).

È un limite che i marxisti hanno letto sui libri, con altri termini, ma ora si presenta nella realtà concreta davanti ai nostri occhi. “Lo sviluppo delle forze produttive” permetterebbe di risolvere quasi tutti i problemi di sussistenza per l'intero pianeta, ma...
Le diseguaglianze crescono e frenano i consumi

La “forbice” tra ricchi e poveri sta aumentando quasi dappertutto. E' un dato di fatto. Ma la brutta notizia è un'altra: dal Nobel Joseph Stiglitz al trendy Thomas Piketty, fino all'austero Fondo Monetario, fior di economisti hanno dimostrato che l'aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito uccide la crescita. Sì, perché la propensione al consumo dei ricchi è, in proporzione, minore di quella dell'ormai moribondo ceto medio. Quindi nei Paesi dove la forbice tra ricchi e poveri si allarga, i consumi tendono a scendere. Mentre una middle class ampia e resa potente da un'equilibrata distribuzione dei redditi aiuta la crescita del Pil. Ma la classe media sopravviverà alla “nuova normalità”?
Contropiano. Il “ceto medio” di cui parla Marro è in realtà il lavoro dipendente, comprendendo in questa definizione anche i livelli di competenze più alte (ingegneri, biologi, chimici, ecc). Detto questo, il quadro è esatto, ma astratto, prigioniero della logica dei consumi in ambiente rigorosamente capitalistico.

Tradotto: le dinamiche prima illustrate (invecchiamento medio delle popolazioni, sviluppo tecnologico, sovrabbondanza di merci e tecnologie) fanno vedere che “l'aumento degli squilibri nella distribuzione del reddito” è diventato un limite per l'ulteriore sviluppo dell'economia. Quanti sono infatti quelli che possono consumare pagando il prezzo richiesto? Solo quelli – sempre meno – che hanno un lavoro o una pensione, oltre ovviamente ai manager e agli azionisti che si appropriano della gran massa dei profitti. Ma mentre i redditi da lavoro dipendente – pensioni comprese – sono in diminuzione sia come massa di salario individuale, sia come numero di percettori di questo tipo di reddito, dall'altra parte (manager, finanzieri, azionisti, ecc.) restano sostanzialmente una frazione numericamente assai limitata della popolazione globale. Anche se incamerano un reddito invidiale crescente la loro “propensione al consumo” è limitata, indirizzata soprattutto verso merci assai particolari, di nicchia, di lusso. Sia che si parli di oggetti (auto, gioielli, quadri, yacht, aerei, abiti, ecc.), sia che sia parli di cibo. Il grosso della produzione è però “di massa”, e qui l'espansione dei consumi non funziona più. Anzi, arretra sotto i colpi della crisi.

Cosa ne deriva? Quel che i marxisti dicono con parole ormai incomprensibili ai più, a volte persino a se stessi: “i rapporti di produzione capitalistici sono diventati un ostacolo all'ulteriore sviluppo delle forze produttive”. Ma la traduzione in parole del 2015 non ci sembra difficilissima: dobbiamo toglierci dai piedi questa piccola truppa di parassiti che impedisce di utilizzare conoscenza e tecnologie per fare del mondo un posto dove tutti possono vivere in santa pace. Si possono proporre traduzioni migliori, certo; ma il senso è questo.

Loro non sono d'accordo, ovvio. E non sembra logico aspettarsi che siano disponibili a vedersi “riformare” il sistema che li tiene dove sono.

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27/04/2015

Le diseguaglianze crescono, se si dà retta solo all'impresa

L'ideologia è una pessima idea. Specie quando si devono affrontare dai statistici, che in economia e sociologia sostituiscono (troppo) spesso quelli scientifici.

Una prova arriva da IlSole24Ore, organo di Confindustria, che riesce a mettere insieme un'operazione giornalistica meritoria – un dossier sulla ricerca pubblicata dalla Fondazione Hume – e molta (troppa) ideologia liberista, con un divertente effetto “arrampicata sugli specchi”.

Il tema della ricerca è la diffusione delle diseguaglianze sociali nel mondo. E i dati della fondazione sono di lettura abbastanza semplice: c'è stata una riduzione delle diseguaglianze se si parla del pianeta come un tutto, sono aumentate nei paesi più avanzati, dove la riconquista dell'egemonia liberale – dopo la stagione delle conquiste di diritti, salario e welfare degli anni '60 e '70, quando Margareth Thatcher e Ronald Reagan emersero come i campioni della restaurazione – ha prodotto una compressione violenta e costante dei livelli di vita e benessere delle classi popolari. Dal 1982 fino ad oggi.

Ma così va un po' dappertutto. Da dove arriva dunque la riduzione della media complessiva? Quasi soltanto dalla Cina, il cui peso specifico nell'economia globale è andata aumentando a passo di carica pur mettendo in atto una redistribuzione interna del reddito (aumentata negli ultimi anni) tale da diminuire in modo significativo le disparità, anche in presenza di un numero crescente di multimiliardari. Un aiuto è arrivato anche dall'America Latina, dove l'alleanza dell'Alba ha permesso alla quasi totalità dei paesi (meno Colombia, Perù e Cile) di gestire in modo più equilibrato e giusto le proprie risorse, preoccupandosi un po' di più delle rispettive popolazioni e un po' meno dei profitti per le multinazionali.

Un'altra parte rilevante della ricerca riguarda il ruolo delle diseguaglianze sulla crescita economica. L'ideologia liberista predica che le diseguaglianze spingono a “competere”, quindi ad aumentare i livelli di produttività e dunque anche l'aumento della ricchezza prodotta. Gli studi più attenti (addirittura del Fondo Monetario Internazionale) raccontano però il contrario: là dove le diseguaglianze sono cresciute (come nei paesi avanzati) la crescita si è bloccata. Anche un asino in materia economica capisce che l'abbassamento dei redditi per la maggioranza della popolazione si traduce in compressione dei consumi, quindi del mercato interno e – visto il peso delle economie avanzate – anche di quello globale.

L'intreccio strutturale tra crescita dei profitti e aumento delle diseguaglianze dipende insomma non solo dalle tendenze immanenti del capitale (ovunque nel mondo il modo di produzione è fondamentalmente capitalistico), ma anche dalle politiche economiche elaborate nelle diverse aree. E là dove si lavora per ridurle in effetti ci si riesce e si migliorano persino le “prestazioni economiche”. A scapito di qualche quota di profitto privato.

Ma è una conclusione troppo distante dall'ideologia che sostiene la necessità di “riforme strutturali” (taglio della spesa pubblica, quindi di welfare, sanità, pensioni, salari, nonché eliminazione delle tutele per i lavoratori dipendenti) per far ripartire la crescita. Ovvero il racconto “al metadone” (definizione addirittura di Enrico Letta) che ci fanno quotidianamente tutti i media per conto di Renzi, Unione Europea e Confindustria.

Perciò un ignoto caporedattore ha pensato bene di titolare “La leggenda delle diseguaglianze crescenti” un articolo assai più problematico di Luca Ricolfi, in modo da suscitare nel lettore medio – quello che scorre i titoli, ma solo raramente si legge anche il pezzo – uno slogan da ricordare, provando fastidio istintivo, quando sentirà qualcuno parlare di necessità di ridurre le diseguaglianze e abbandonare le politiche di austerità (in questa parte del pianeta).

Un giornale vende informazione. Ma anche ideologia. E pochi lo sanno meglio di direttori e caporedattori.

Di seguito, gli articoli più interessanti del dossier de IlSole24Ore. Le evidenziazioni in grassetto sono nostre.

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Un pianeta un po' più «uguale»
di Riccardo Sorrentino | 26 aprile 2015

Più diseguali, e più eguali. Il dibattito sulla diseguaglianza è esploso l'anno scorso, con la pubblicazione del libro Il capitale nel XXI secolo di Thomas Picketty, secondo il quale il rendimento del capitale, maggiore della crescita economica in assenza di interventi statali, è il motore della diseguaglianza nell'economia moderna. È però almeno da inizio secolo che se ne parla: da quando il Fondo monetario internazionale ha iniziato a esaminare prima i dati sulla distribuzione del reddito poi gli effetti della diseguaglianza sulla crescita.

Con la Grande recessione, hanno fatto discutere molto le tesi di Raghuram Rajan, affidate al libro Terremoti finanziari: secondo l'ex capo economista dell'Fmi, oggi governatore della Reserve Bank of India, la politica, di qualunque orientamento, avrebbe affrontato i problemi della diseguaglianza non più attraverso le tasse ma attraverso gli incentivi al mercato immobiliare. La crisi – sosteneva Rajan – è nata nel settore dei mutui subprime, destinati a persone prive di garanzie, che sono stati sostenuti da agenzie statali e incentivati da 700 interventi legislativi. Questo dibattito ha solo lentamente scalfito un comune sentire – un classico uso ideologico di risultati scientifici – che sottolineava alcune evidenze. Innanzitutto l'inevitabilità di un certo livello di diseguaglianza: i lavoratori più anziani guadagnano più dei giovani e questo rende difficile capire quando la diseguaglianza diventa eccessiva; poi il peso che le politiche “egualitarie” – in genere basate su imposte – hanno sulla crescita.

Da un punto di vista politico, se ne deduceva l'irrilevanza del tema della diseguaglianza purché fosse assicurata la mobilità sociale. In un sistema sociale ed economico che permette l'”ascesa” dei meritevoli, la diseguaglianza è l'incentivo giusto: è tornato a parlarne proprio nei giorni scorsi Tyler Cowen, direttore del Mercatus Center della George Mason University. Due presupposti di questa argomentazione sono però saltati. La diseguaglianza in sé – hanno dimostrato gli economisti dell'Fmi – è un freno alla crescita, se eccessiva. La mobilità sociale, inoltre, si riduce sempre più. Alcuni paesi, come l'Italia, sembrano bloccati, ma anche negli Stati Uniti, il Paese delle opportunità, si teme sia calata, e sicuramente non è aumentata). L'intero dibattito si inserisce in quello, parallelo, sulla globalizzazione: il libero movimento di beni e capitali (e, in misura minore, di persone, con l'immigrazione) ha davvero ridotto la povertà? Ha danneggiato o aiutato le classi medie dei Paesi ricchi? Come risultato di tutta questa discussione, la diseguaglianza è tornata un tema rilevante; e misurarla, lavoro non semplice, è diventato un compito fondamentale.

Il rapporto della Fondazione Hume vuole contribuire a questi studi ponendosi come obiettivo la misurazione della diseguaglianza sotto tre aspetti, collegati. La diseguaglianza tra i Paesi – ciascuno “pesato” in base alla sua popolazione – la diseguaglianza all'interno di ciascun Paese, e la diseguaglianza del mondo considerato come un'economia unica. La diseguaglianza tra Paesi, dopo essere salita lentamente tra 1960 e 1980, ha poi iniziato a calare, con una velocità che è diventata piuttosto rapida dopo il 2000. Ha pesato il successo della Cina, per le sue dimensioni e per le sue performances, e infatti escludendo questa economia, la diseguaglianza fra Paesi aumenta fino al 2000, anche se da allora è comunque in calo. Il rapporto sottolinea come questo andamento sia anche dovuto al rallentamento delle economie ricche. Soffermandosi solo sulle economie avanzate, la tendenza appare opposta. La diseguaglianza tra Paesi cala rapidamente fino al 1982, poi risale lentamente e torna a calare dal 2000 in poi. Gli ultimi dati mostrano che è tornata ai minimi di 32 anni fa.

La diseguaglianza interna tra Paesi mostra intanto un forte incremento dal 1982. Anche in questo caso pesa la crescita della diseguaglianza della Cina, e dell'India. Anche escludendo queste due economie, però, si nota un aumento delle diseguaglianze fino al 1996, e poi una sostanziale stabilità dell'indice. Una suddivisione del mondo in diversi gruppi mostra però dinamiche molto diverse: è molto aumentata la diseguaglianza, oltre che in India, Cina e alcune altre economie asiatiche, nei Paesi ex comunisti, mentre è calata, dalla fine del secolo scorso in poi, in America Latina e in diversi (ma non tutti) i Paesi africani. Nelle economie avanzate, la tendenza è stata quella di una crescita lenta dall'82 in poi, ma ogni Paese sembra avere una storia a sé. La conclusione comune che si può trarre è che «nelle società avanzate la diseguaglianza è oggi più alta che quarant'anni fa, ma attualmente la tendenza dominante è alla diminuzione». Nel mondo intero, considerato come un'unica economia, ha prevalso infine la tendenza alla riduzione delle diseguaglianze tra i cittadini del mondo: a partire dal 2000 circa il pianeta è diventato «nel complesso un po' più uguale».

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Il successo (e la taglia) di Cina e India hanno contribuito a ridurre le differenze

26 aprile 2015

I protagonisti sono due. Da qualunque punto di vista si vogliano esaminare le tendenze della diseguaglianza economica negli ultimi anni, l'andamento della Cina e dell'India, i due Paesi più popolosi al mondo, sono dominanti.Non è però soltanto una questione di demografia. Se nel mondo intero è calata la diseguaglianza tra i Paesi, una buona parte di questo risultato è legato all'andamento della Cina, che ha fatto aumentare il prodotto interno lordo pro capite a ritmi rapidissimi e per diversi anni. L'India, al confronto, è apparsa meno brillante, ma anche per questa economia, nel lungo periodo, i progressi sono innegabili.

Altri fattori sono entrati in gioco, a cominciare dal rallentamento delle economie avanzate, ma il peso dei due grandi Paesi è evidente.È evidente, allo stesso modo, quando si passa a parlare della diseguaglianza all'interno dei Paesi, che è aumentata anche perché è cresciuta in queste due economie, malgrado tutta la retorica del partito comunista cinese e quella dei tanti partiti egualitari dell'India. In Cina si è avuto un forte spostamento dei lavoratori dalle campagne verso le città, ma un impatto importante ha anche avuto la riforma agraria del 1978.

Non diversa, anche se più lenta, è stata l'evoluzione dell'India, dove c'è anche stato un importante miglioramento della situazione economica delle stesse popolazioni rurali.L'aumento della diseguaglianza durante le prime fasi dello sviluppo economico è del resto fenomeno ben noto. La curva di Kuznets, elaborata dall'economista Simon Kuznets, esamina proprio l'ipotesi di una iniziale crescita, e una successiva decrescita, della diseguaglianza. La sua validità - dubbia agli occhi del suo stesso autore - oggi è da più parte contestata sulla base dei dati.

R.Sor.

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La leggenda delle disuguaglianze crescenti
di Luca Ricolfi | 26 aprile 2015

Da quanti anni lo sentiamo dire? Da quanti anni lo leggiamo sui giornali? Da quanti anni gli studiosi si affannano a ricordarcelo?Il mondo sta diventando sempre più diseguale, ci ripetono. Un po' ovunque le disuguaglianze stanno crescendo in modo esplosivo, o esponenziale, come si usa dire con abuso di linguaggio (“esponenziale” non significa veloce, ma semplicemente a tasso costante). E l'aumento delle disuguaglianze, nel giro di pochi anni, è anche diventato il principale imputato per la crisi che ci attanaglia dall'agosto del 2007.

Se la crescita si è fermata, ci dicono, è perché vi è stata una spaventosa crescita delle diseguaglianze.Ma è vero che le diseguaglianze stanno crescendo in modo così esplosivo? Il dossier della Fondazione David Hume, che analizza più di 50 anni di storia della diseguaglianza in quasi tutti i Paesi del mondo, fornisce ora una base di dati ampia e relativamente completa per provare a fornire qualche risposta (vedi le pagine 2-5 del giornale). Ed eccone alcune.

Se consideriamo il mondo come un unico Stato, e misuriamo il grado di diseguaglianza fra i cittadini del mondo, la diseguaglianza è molto cresciuta negli anni '80, ma ha smesso di crescere intorno al 1992, ed ha cominciato a diminuire sistematicamente a partire dal 2000. Dunque, nel XXI secolo la tendenza della diseguaglianza mondiale è alla diminuzione.La diseguaglianza fra i livelli di benessere delle nazioni, o diseguaglianza internazionale, ha invece smesso di crescere già intorno al 1990, e si sta riducendo a un ritmo molto rapido da circa un quarto di secolo.E le diseguaglianze interne ai vari Paesi del mondo? Qui tutto si può dire, tranne che esistano tendenze generali. La diseguaglianza interna sta crescendo in modo preoccupante in Cina (dal 1982) e in India (dal 2002), ma nel resto del mondo il grado medio di diseguaglianza, dopo aver raggiunto un massimo nel 1996, ha un andamento sostanzialmente piatto, frutto di movimenti molto complessi e diversi da Paese a Paese e da periodo a periodo.

La diseguaglianza, ad esempio, nei Paesi ex comunisti ha fatto un balzo in avanti nei primi anni '90, dopo la caduta del muro di Berlino, mentre in America latina è in costante diminuzione dall'inizio del XXI secolo.

E nelle società avanzate?
Qui, forse, incontriamo le maggiori sorprese. Se consideriamo l'insieme dei Paesi Ocse (più Singapore e Hong Kong), la tendenza principale della diseguaglianza è stata all'aumento fra gli anni '80 e gli anni '90, ma negli ultimi 10-15 anni non presenta una tendenza netta, e se proprio vogliamo trovarne una, è a una lievissima diminuzione. In alcuni Paesi (ad esempio il Giappone) prevale nettamente la tendenza all'aumento, in altri (ad esempio la Turchia) prevale quella alla diminuzione, in altri ancora non è possibile rintracciare alcuna tendenza sistematica.
Fra questi ultimi vi è anche l'Italia. Da noi è da vent'anni (dal 1993) che il grado di diseguaglianza (misurato con l'indice di Gini) oscilla intorno a 0.33. Un valore più basso della media (ponderata) dei Paesi Ocse (pari a 0.35 nel 2013), e decisamente più basso del valore (0.37) che l'indice aveva in Italia alla fine dei “gloriosi 30 anni”, quelli caratterizzati dall'espansione dello Stato sociale.

E negli anni della crisi?
Se guardiamo alle società avanzate, i dati disponibili, talora fermi al 2012 o al 2013, non consentono alcun racconto unitario, perché la dinamica della diseguaglianza varia considerevolmente non solo a seconda dei Paesi, ma anche in funzione del modo di misurare la diseguaglianza, che può riferirsi al reddito o alla ricchezza netta, a tutti gli strati o solo agli strati estremi (i super-ricchi e gli ultra-poveri). E tuttavia, fra le innumerevoli storie che emergono dai dati disponibili, ve n'è almeno una che si presenta con inquietante frequenza, quella che potremmo chiamare della “curva a V”. In parecchi Paesi (fra cui l'Italia) il profilo della diseguaglianza negli anni a cavallo della recessione 2008-2009 sembra essere stato prima calante e poi crescente, come se la crisi avesse prima penalizzato e poi premiato i ricchi. Difficile pensare che questo movimento, laddove si è manifestato, non abbia a che fare con il movimento degli indici azionari, prima calanti e poi crescenti.

Se questa lettura avesse qualche fondamento, sarebbe difficile non notare un paradosso. I progressisti sono ovunque schierati per le politiche di espansione monetaria, come il Quantitative Easing di Draghi, ma paiono non rendersi conto di un punto recentemente sottolineato da Pascal Salin, in uno dei libri più interessanti sulla lunga crisi di questi anni (“Tornare al capitalismo per evitare le crisi”, Rubbettino 2011): i tassi di interesse bassi inflazionano il valore degli asset (titoli e immobili), favoriscono la speculazione, e per questa via, premiano innanzitutto i livelli alti della gerarchia sociale.
Insomma, dopo anni in cui la diseguaglianza aveva cessato di crescere, potrebbero essere proprio le politiche pensate per far ripartire la crescita a innescare un nuovo processo di aumento delle diseguaglianze, dopo quello degli anni della globalizzazione. È solo un'ipotesi, ma forse varrebbe la pena rifletterci su.

Fonte

13/03/2015

Disuguaglianze. Ribellarsi è giusto

Un anno fa l’economista francese Thomas Piketty sviluppò, attraverso il suo ponderoso saggio “Il Capitale del XXI secolo”, una forte denuncia dell’impoverimento delle classi più deboli costrette ad arretrare sotto la pressione della deindustrializzazione, dei processi di automazione, della globalizzazione, individuando nell’allargamento delle diseguaglianze il nodo vero delle difficoltà che l’economia sta incontrando a livello mondiale.

Oggi tocca a Robert Putnam, celebre politologo di Harvard padre del concetto di “capitale sociale”, cimentarsi mediante il suo nuovo saggio “Our Kids” con l’impatto sociale di quest’allargamento a dismisura delle diseguaglianze economiche.

La formula di fondo che il testo contiene è assolutamente chiara: redditi troppo bassi non significano soltanto un tenore di vita più modesto, sopra o sotto la soglia di povertà.

Le forti diseguaglianze producono anche disgregazione sociale, istruzione inadeguata, solitudine dei giovani che non vengono seguiti adeguatamente né aiutati a fare le scelte giuste.

Secondo Putnam: una degenerazione del tessuto sociale che si è manifestata gradualmente fino ad assumere i caratteri di una vera e propria emergenza.

Un pericolo da affrontare subito, secondo l’autore, che vale quello del “climate change”, dei mutamenti climatici e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente.

Il limite vero dell’analisi di Putnam (come del resto di quella di Piketty) sta nelle conclusioni che si limitano a reclamare più investimenti sociali nella cura dell’infanzia, una riforma della giustizia criminale, scuole migliori, azioni necessarie per favorire un aumento dei redditi minimi.

Soprattutto, però, la parte propositiva del saggio di Putnam appare carente nell’individuare quel “darwinismo sociale” che è stato alla base delle teorie socio-economiche del “reaganian-tachterismo” provocando l’eccessiva polarizzazione della distribuzione dei redditi e il conseguente impoverimento di gran parte della società.

Politologi ed economisti di grande fama individuano, quindi, il nocciolo del problema ma mancano di coraggio nell’indicare le soluzioni possibili.

Soluzioni possibili che possono avere un solo punto di partenza: quello della ricerca dell’eguaglianza, non tanto e non solo quello della riduzione della diseguaglianza.

Il punto non è certo quello assunto da “conservatori illuminati” come David Brooks che prende spunto dal testo di Putnam per spostare la discussione sulla “rinascita del ceto medio” attraverso una forte iniezione di nuovo liberismo, fondato sulla defiscalizzazione dei consumi per favorire il recupero di un’organizzazione sociale fondata sulla famiglia, capace di far progredire i figli.

Al contrario: il tema della ricerca dell’eguaglianza non può che essere quello del recupero del concetto di contraddizione di classe e di lotta senza quartiere alla gestione capitalista del ciclo.

Questo va affermato anche nei confronti di chi si ferma a un generico “antiliberismo”.

La questione è quella di un diverso assetto sociale complessivo, di un’alternativa nella gestione del potere, di una trasformazione radicale degli equilibri.

Soprattutto appare prioritario il recupero di un’idea della politica e della capacità di esprimere rappresentanza dei settori maggiormente colpiti dal combinato disposto tra crescita delle diseguaglianze e deprivazione del capitale sociale.

Non può che essere l’analisi politica e l’esercizio del suo agire portando l’intreccio delle elaborazioni di Piketty e Putnam alle sue conseguenze logiche: quelle di una proposta di rappresentanza e di organizzazione non limitata agli elementi marginali della crisi profonda di questa società, ma al suo cuore.

Un cuore di sopraffazione sociale e d’impoverimento generale verso cui deve ancora valere il vecchio motto “Ribellarsi è giusto”.

In tutto il mondo, a dimostrazione che l’antico concetto di internazionalismo è ancora ben vivo.

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19/08/2014

Un nuovo Medioevo?

Agorà – Rai Tre, 18 agosto 2014. Tra il 2008 e il 2013 l’indice di disuguaglianza di “Gini” è passato in Italia da 31,0 a 32,5, uno degli incrementi più significativi a livello europeo (Eurostat). Come è stato riconosciuto persino dal FMI, l’allargamento della forbice sociale non solleva soltanto problemi di ordine etico ma pregiudica anche le possibilità future di sviluppo economico. Eppure, si dice, in questo scenario disastroso “i giovani non si ribellano”. In realtà istanze di ribellione in varie realtà europee iniziano ad affiorare. Il problema è che esse sembrano caratterizzarsi per un’impronta il più delle volte reazionaria. Ciò dipende anche dall’atteggiamento assunto in questi anni da quegli intellettuali, apologeti della modernità e del progresso, che hanno scelto di celebrare il liberismo e il liberoscambismo internazionale ed hanno rinunciato a qualsiasi idea di rilancio, in chiave moderna, del tema dell’intervento statale e della pianificazione pubblica. Potremmo dire, sotto certi aspetti, che è anche a causa di questa perversa declinazione del concetto di “modernità” che oggi ci troviamo di fronte alla inquietante prospettiva, impensabile appena pochi anni fa, di un “nuovo medioevo”. Ne discutono l’economista Emiliano Brancaccio e i critici dell’arte Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi.


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