intervista a Thomas Piketty
Emerge una contraddizione tra la potenza americana e il suo livello di indebitamento?
«Sì, ed è un punto centrale. Il debito verso l’estero degli Stati Uniti è enorme e finora è costato poco, grazie a tassi d’interesse storicamente bassi del dollaro. Ma ora le cose stanno cambiando. Con tassi al 4 o 5%, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pagare pesantemente il resto del mondo. È una situazione inedita per una potenza dominante.
Anche le potenze coloniali europee avevano deficit commerciali, ma possedevano attivi in tutto il mondo che fruttavano molto più di quanto spendessero».
Vede una logica neocolonialista?
«Trump sogna di tornare a quella logica, appropriandosi in modo brutale di risorse strategiche. Non è fondamentalmente peggiore delle potenze coloniali europee prima del 1914. Semplicemente, sbaglia epoca.
Vorrebbe che quella che lui considera la pax americana – il ruolo di bene pubblico globale che gli Stati Uniti garantiscono dalla Seconda guerra mondiale, soprattutto in termini di sicurezza – fosse finalmente retribuita.
Pensa che questo debba permettere agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit eternamente. Si è già cominciato a vedere con le sue posizioni su Groenlandia, Panama o sulle terre rare in Ucraina».
È solo una reazione alla perdita di potenza al livello economico e finanziario?
«C’è anche una spinta ideologica. Il trumpismo è prima di tutto una reazione al fallimento del reaganismo. Reagan aveva promesso che la liberalizzazione globale avrebbe arricchito tutti.
Quarant’anni dopo, la classe media americana non ha visto alcun beneficio. Da qui, la fuga in avanti verso il nazionalismo, una postura classica a destra.
Ma il discorso protezionista è anche contraddittorio: oggi gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Dicono di aver perso posti di lavoro, ma se davvero volessero crearne dieci milioni in più, dovrebbero far arrivare lavoratori messicani e molti più immigrati.
Ciò che motiva davvero Trump, J.D.Vance e i miliardari che li sostengono non è tanto la difesa dell’occupazione quanto la perpetuazione di un modello inegualitario e autoritario».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Thomas Piketty. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Thomas Piketty. Mostra tutti i post
19/04/2025
22/02/2025
Nella distribuzione globale del capitale e del reddito, il flusso positivo dei paesi del Sud o dell’Est viene assorbito dai paesi del Nord
I paesi che risultano essere i più ricchi riescono ad arricchirsi maggiormente rispetto agli altri proprio per la loro produzione interna e per il capitale investito all’estero, ciò gli permette di poter disporre di un reddito nazionale superiore alla produzione svolta entro i propri confini. Esiste inoltre un meccanismo per il quale i paesi ricchi possono trasferire la loro eccedenza di risparmi nei paesi più poveri attraverso l’investimento.
In questo modo i paesi ricchi potranno ottenere un tasso di rendimento migliore per il loro investimento, mentre i paesi poveri riusciranno a recuperare il loro rallentamento della produttività. Attraverso questo meccanismo i paesi più ricchi sono costantemente finanziati in capitale fisico e in capitale umano, che gli permette di poter accrescere la propria economia a lungo termine, mentre i paesi più poveri, sono ovviamente penalizzati, a causa delle competenze poco sviluppate e una costante instabilità politica[1].
Innanzitutto, per stimare e calcolare al meglio la disuguaglianza che può essere debole/media/forte, oltre a suddividere i risultati in base alle aree geografiche è possibile anche una divisione della popolazione in tre categorie in base ai redditi da lavoro e ai redditi da capitale percepiti:
– i più ricchi ossia le classi superiori che rappresentano il 10% della popolazione adulta equivalente a 51 milioni di cittadini;
– la fascia intermedia ossia le classi medie che rappresentano il 40% della popolazione adulta equivalente a 2 miliardi di persone;
– i più poveri ossia le classi popolari che rappresentano il 50% della popolazione equivalenti a 2,5 miliardi di persone.
Grazie al World Inequality Report 2022[2], possiamo avere delle evidenze empiriche sulla distribuzione disuguale del reddito e del capitale nel 2021.
Per quanto riguarda il reddito in ordine decrescente:
– le classi superiori possiedono il 52% del reddito globale e le classi dominanti il 19%;
– le classi medie possiedono il 39% del reddito globale;
– le classi popolari possiedono solamente l’8% del reddito globale.
Per quanto riguarda il capitale in ordine decrescente:
– le classi superiori possiedono il 76% del patrimonio globale e le classi dominanti il 38%;
– le classi medie possiedono il 22% del patrimonio globale;
– le classi popolari possiedono solamente il 2% del patrimonio globale.
La disuguaglianza nella distribuzione si evince soprattutto perché una piccolissima parte della popolazione globale ha a disposizione la maggioranza della ricchezza sia in forma di reddito che di capitale. Al contrario, la maggioranza della popolazione ha a disposizione una piccolissima parte della ricchezza. Questa distribuzione così disuguale crea un divario notevole tra i gruppi sociali e tra gli stessi individui, tanto da far aumentare la povertà e diminuire l’accesso ai settori fondamentali della vita come la sanità, l’istruzione o semplicemente gli acquisti dei beni primari.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, è possibile analizzare l’andamento della distribuzione del reddito nazionale globale, in base alla divisione dei gruppi nella società, dal 1820 al 2020. Innanzitutto, la distribuzione del reddito globale è notevolmente disuguale ed il World Inequality Report 2022[3] stima che questa tendenza possa continuare a verificarsi anche nei prossimi decenni:
– il 10% più ricco della popolazione mondiale ha sempre avuto a disposizione più del 50% del reddito globale, fino ad arrivare nel 2020 al 55%;
– la classe media che corrisponde al 40% della popolazione mondiale ha sempre avuto a disposizione circa il 35% del reddito globale fino ad arrivare nel 2020 a circa il 40%;
– mentre la classe popolare che corrisponde al 50% della popolazione mondiale, nel 1820 aveva a disposizione circa il 15% del reddito mondiale. Nel corso degli anni questa quota è diminuita drasticamente fino al 5%.
Secondo una stima dell’andamento della disuguaglianza globale dei redditi da capitale suddivisa per classi, dal 2000 al 2100:
– le classi superiori dominanti sono destinate a veder aumentare il loro reddito da capitale dal 19% del 2021, fino a superare la soglia del 30% di reddito da capitale pro-capite nel 2100;
– le classi medie sono destinate ad un aumento, dal 22% al 30% del 2100;
– le classi popolari invece saranno quelle destinate ad un aumento minimo.
Le disuguaglianze dei redditi da lavoro e dei redditi da capitale non riguardano solamente i gruppi sociali, è presente anche una notevole disparità di genere: dal 1990 al 2020 le donne hanno ricevuto solamente dal 20% al 35% di reddito da lavoro a differenza degli uomini che ricevono il restante 65% di reddito da lavoro a livello globale.
Per quanto riguarda il reddito medio, il Nord America e l’Europa possiedono le quote più elevate del reddito medio globale con il 315% ed il 215% mentre tutte le altre aree non raggiungono il 200% come la Russia e l’Asia Centrale/Est o addirittura il 100% come il Sud Asia ed il Sud America ed il 50% come l’Africa Sub Sahariana. In tutte le aree del pianeta le classi superiori posseggono la quantità maggiore del reddito globale tranne l’Europa in cui la quantità maggiore è posseduta dalle classi medie.
Ci si chiede quindi perché la disuguaglianza dei redditi da lavoro, soprattutto la disuguaglianza dei salari, sia più o meno forte in società differenti e in epoche differenti? La teoria più diffusa è quella di una gara tra competenza e tecnologia. Ma questa spiegazione non aiuta a dar conto in modo soddisfacente delle disuguaglianze salariali americane a partire dagli anni ‘70. Tuttavia, offre elementi interessanti, in grado di spiegare determinati sviluppi storici, ed è giusto esporla nei dettagli. La teoria si fonda su due ipotesi:
1) la prima è che il salario di un determinato lavoratore è pari alla sua produttività marginale, vale a dire al suo contributo individuale al prodotto dell’impresa o dell’amministrazione nella quale lavora.
2) La seconda è che tale produttività dipende innanzitutto dalla sua qualifica, oltre che dallo stato della domanda e dell’offerta di determinate competenze nella società considerata.
Allo stesso tempo, le disuguaglianze dei redditi da lavoro sono aumentate poiché le imprese leader nei paesi centrali hanno spostato la produzione industriale verso il Sud globale per sfruttare direttamente salari e costi di produzione più bassi, mentre utilizzano il loro dominio nelle catene globali del valore per ridurre i salari e i profitti dei produttori del Sud. Questi interventi hanno ulteriormente aumentato il potere d’acquisto relativo del Nord rispetto al lavoro e ai beni del Sud. Infatti, il contributo del Sud alla produzione globale totale è aumentato costantemente nel periodo dal 1995, in tutte le categorie di competenze.
L’aumento maggiore si è verificato nella categoria delle competenze elevate, con il contributo del Sud alla produzione ad alta competenza che è passato dal 66% del totale mondiale nel 1995 al 76% nel 2021. Nonostante abbia contribuito al 90-91% del lavoro totale che entra nella produzione globale e nella produzione di beni commerciati nel 2021, inclusa la maggior parte del lavoro ad alta competenza, il Sud globale ha ricevuto meno della metà del reddito globale, e i lavoratori del Sud hanno ricevuto solo il 21% del reddito globale in quell’anno.
L’analisi conferma un modello sostanziale e persistente di scambio ineguale tra il Nord e il Sud globale. Nel 2021, il Nord globale ha importato 906 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud, esportandone solo 80 miliardi in cambio. È evidente che il Nord si appropria in modo netto di grandi quantità di lavoro dal Sud.
Da queste lunghe ed approfondite analisi è possibile constatare come i leader del commercio, del PIL, della finanza e della tecnologia possiedano la maggior parte delle risorse e sono localizzati soprattutto in Cina e nei blocchi settentrionali dell’America, dell’Europa, del Giappone e dell’Australia da decenni.
Infatti, la medesima situazione di disuguaglianza a livello globale avviene nella distribuzione della ricchezza media (patrimonio) anche nel 2021:
1) anche in questo caso l’America e l’Europa dispongono della ricchezza media più alta con il 390% ed il 230% del patrimonio globale. Solamente l’Asia dell’Est raggiunge il 142% mentre tutte le altre aree faticano a raggiungere anche il 50% come l’Africa Subsahariana e l’Asia Centrale/del Sud che dispongono solamente del 17% e del 40% del patrimonio medio globale.
2) La distribuzione globale della ricchezza è profondamente disuguale in quanto le classi superiori in tutte le aree del pianeta possiedono dal 70% all’80% della ricchezza globale mentre le classi medie ne possiedono tra il 20% ed il 40%. Per ultime ci sono le classi popolari che non riescono a possederne nemmeno il 10%
Nel 2022 la situazione cambia leggermente in quanto iniziano a vedersi i primi effetti delle nuove economie emergenti della Cina, dell’India e dell’Asia che tentano di conquistare lo stesso livello di ricchezza del Nord America e dell’Europa che vedono invece la loro ricchezza notevolmente ridotta rispetto agli anni precedenti[4].
Piketty ha iniziato le sue indagini sulle disuguaglianze a partire dall’elaborazione di grafici della distribuzione mondiale della produzione dal 1700 al 2012. Nel primo grafico vengono messi a confronto le quote dei PIL di quattro continenti in %: Africa, Asia, America ed Europa. Si può notare che durante tutto l’arco temporale Asia, America ed Europa sono i tre continenti con la quota maggiore di PIL a livello globale mentre l’Africa rimane il continente con una quota di PIL bassissima. A partire dal 1820, il PIL americano ed europeo aumentano notevolmente, tra il 1900 e il 1980 infatti la produzione mondiale di beni e servizi era concentrata per il 70-80% nei due continenti citati. Nonostante questo, dal 1950 entrambi i PIL iniziano a calare costantemente, fino ad arrivare nel 2012 ad una quota del 50% sul PIL mondiale per l’America e ad una quota del 30% sul PIL mondiale per l’Europa.
Nel 2023 rispetto al 2012 l’andamento del PIL mondiale non risulta presentare particolari differenze: il PIL in America, in Africa ed in Europa è ancora stagnante. In Asia invece si registra un leggero aumento e si conferma come il continente con il PIL più alto rispetto a tutti gli altri continenti. Il mondo nel complesso presenta un incremento consistente mentre l’Africa rimane sempre in fondo alla lista.
Ciascuno dei continenti può essere suddiviso in due macro aree geografiche che nel corso degli anni ha generato un centro iper sviluppato ed una periferia mediamente sviluppata. Questa tendenza è possibile riscontrarla attraverso il grafico e la rappresentazione geografica sottostanti del PIL mondiale espresso in trilioni di euro e aggiornato al 2023.
Rispetto a quanto detto in precedenza grazie ai relativi grafici, è possibile constatare la netta differenza tra la parte settentrionale e meridionale del globo terrestre. In tutte le aree del mondo il patrimonio posseduto in ognuna delle diverse fasce sociali risulta essere costante e abbastanza regolare:
1) la fascia più povera (classe popolare) che rappresenta il 50% della popolazione in tutte le aree del mondo non arriva a possedere il 10% del patrimonio globale;
2) la fascia intermedia (classe media) che rappresenta il 40% della popolazione non arriva a possedere il 30% della ricchezza tranne in Europa che supera la soglia ma non raggiunge il 40% della ricchezza;
3) la fascia più ricca (classe superiore) che rappresenta il 10% della popolazione in tutte le aree del mondo supera la soglia del 50% della ricchezza posseduta fino a superare addirittura il 70% nell’area MENA e nell’America del Sud mentre l’Europa è l’unica in cui i cittadini non arrivano a possedere il 60% della ricchezza.
Il passo successivo nell’analisi di Piketty è stato quello di analizzare la distribuzione del reddito e constatare che fosse più disuguale rispetto a quella della produzione in quanto alcuni paesi detengono il prodotto pro-capite più elevato, una quota di capitale di altri paesi, un flusso positivo di redditi da capitale proveniente da altri paesi in cui la produzione pro-capite è più bassa.
Note
[1] PIKETTY T. (2014), Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] CREDIT SUISSE AG, A UBS GROUP COMPANY (2023), Global Wealth Report 2023
[5] PIKETTY T. (2014), Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano.
Fonte
In questo modo i paesi ricchi potranno ottenere un tasso di rendimento migliore per il loro investimento, mentre i paesi poveri riusciranno a recuperare il loro rallentamento della produttività. Attraverso questo meccanismo i paesi più ricchi sono costantemente finanziati in capitale fisico e in capitale umano, che gli permette di poter accrescere la propria economia a lungo termine, mentre i paesi più poveri, sono ovviamente penalizzati, a causa delle competenze poco sviluppate e una costante instabilità politica[1].
Innanzitutto, per stimare e calcolare al meglio la disuguaglianza che può essere debole/media/forte, oltre a suddividere i risultati in base alle aree geografiche è possibile anche una divisione della popolazione in tre categorie in base ai redditi da lavoro e ai redditi da capitale percepiti:
– i più ricchi ossia le classi superiori che rappresentano il 10% della popolazione adulta equivalente a 51 milioni di cittadini;
– la fascia intermedia ossia le classi medie che rappresentano il 40% della popolazione adulta equivalente a 2 miliardi di persone;
– i più poveri ossia le classi popolari che rappresentano il 50% della popolazione equivalenti a 2,5 miliardi di persone.
Grazie al World Inequality Report 2022[2], possiamo avere delle evidenze empiriche sulla distribuzione disuguale del reddito e del capitale nel 2021.
Per quanto riguarda il reddito in ordine decrescente:
– le classi superiori possiedono il 52% del reddito globale e le classi dominanti il 19%;
– le classi medie possiedono il 39% del reddito globale;
– le classi popolari possiedono solamente l’8% del reddito globale.
Per quanto riguarda il capitale in ordine decrescente:
– le classi superiori possiedono il 76% del patrimonio globale e le classi dominanti il 38%;
– le classi medie possiedono il 22% del patrimonio globale;
– le classi popolari possiedono solamente il 2% del patrimonio globale.
La disuguaglianza nella distribuzione si evince soprattutto perché una piccolissima parte della popolazione globale ha a disposizione la maggioranza della ricchezza sia in forma di reddito che di capitale. Al contrario, la maggioranza della popolazione ha a disposizione una piccolissima parte della ricchezza. Questa distribuzione così disuguale crea un divario notevole tra i gruppi sociali e tra gli stessi individui, tanto da far aumentare la povertà e diminuire l’accesso ai settori fondamentali della vita come la sanità, l’istruzione o semplicemente gli acquisti dei beni primari.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, è possibile analizzare l’andamento della distribuzione del reddito nazionale globale, in base alla divisione dei gruppi nella società, dal 1820 al 2020. Innanzitutto, la distribuzione del reddito globale è notevolmente disuguale ed il World Inequality Report 2022[3] stima che questa tendenza possa continuare a verificarsi anche nei prossimi decenni:
– il 10% più ricco della popolazione mondiale ha sempre avuto a disposizione più del 50% del reddito globale, fino ad arrivare nel 2020 al 55%;
– la classe media che corrisponde al 40% della popolazione mondiale ha sempre avuto a disposizione circa il 35% del reddito globale fino ad arrivare nel 2020 a circa il 40%;
– mentre la classe popolare che corrisponde al 50% della popolazione mondiale, nel 1820 aveva a disposizione circa il 15% del reddito mondiale. Nel corso degli anni questa quota è diminuita drasticamente fino al 5%.
Secondo una stima dell’andamento della disuguaglianza globale dei redditi da capitale suddivisa per classi, dal 2000 al 2100:
– le classi superiori dominanti sono destinate a veder aumentare il loro reddito da capitale dal 19% del 2021, fino a superare la soglia del 30% di reddito da capitale pro-capite nel 2100;
– le classi medie sono destinate ad un aumento, dal 22% al 30% del 2100;
– le classi popolari invece saranno quelle destinate ad un aumento minimo.
Le disuguaglianze dei redditi da lavoro e dei redditi da capitale non riguardano solamente i gruppi sociali, è presente anche una notevole disparità di genere: dal 1990 al 2020 le donne hanno ricevuto solamente dal 20% al 35% di reddito da lavoro a differenza degli uomini che ricevono il restante 65% di reddito da lavoro a livello globale.
Per quanto riguarda il reddito medio, il Nord America e l’Europa possiedono le quote più elevate del reddito medio globale con il 315% ed il 215% mentre tutte le altre aree non raggiungono il 200% come la Russia e l’Asia Centrale/Est o addirittura il 100% come il Sud Asia ed il Sud America ed il 50% come l’Africa Sub Sahariana. In tutte le aree del pianeta le classi superiori posseggono la quantità maggiore del reddito globale tranne l’Europa in cui la quantità maggiore è posseduta dalle classi medie.
Ci si chiede quindi perché la disuguaglianza dei redditi da lavoro, soprattutto la disuguaglianza dei salari, sia più o meno forte in società differenti e in epoche differenti? La teoria più diffusa è quella di una gara tra competenza e tecnologia. Ma questa spiegazione non aiuta a dar conto in modo soddisfacente delle disuguaglianze salariali americane a partire dagli anni ‘70. Tuttavia, offre elementi interessanti, in grado di spiegare determinati sviluppi storici, ed è giusto esporla nei dettagli. La teoria si fonda su due ipotesi:
1) la prima è che il salario di un determinato lavoratore è pari alla sua produttività marginale, vale a dire al suo contributo individuale al prodotto dell’impresa o dell’amministrazione nella quale lavora.
2) La seconda è che tale produttività dipende innanzitutto dalla sua qualifica, oltre che dallo stato della domanda e dell’offerta di determinate competenze nella società considerata.
Allo stesso tempo, le disuguaglianze dei redditi da lavoro sono aumentate poiché le imprese leader nei paesi centrali hanno spostato la produzione industriale verso il Sud globale per sfruttare direttamente salari e costi di produzione più bassi, mentre utilizzano il loro dominio nelle catene globali del valore per ridurre i salari e i profitti dei produttori del Sud. Questi interventi hanno ulteriormente aumentato il potere d’acquisto relativo del Nord rispetto al lavoro e ai beni del Sud. Infatti, il contributo del Sud alla produzione globale totale è aumentato costantemente nel periodo dal 1995, in tutte le categorie di competenze.
L’aumento maggiore si è verificato nella categoria delle competenze elevate, con il contributo del Sud alla produzione ad alta competenza che è passato dal 66% del totale mondiale nel 1995 al 76% nel 2021. Nonostante abbia contribuito al 90-91% del lavoro totale che entra nella produzione globale e nella produzione di beni commerciati nel 2021, inclusa la maggior parte del lavoro ad alta competenza, il Sud globale ha ricevuto meno della metà del reddito globale, e i lavoratori del Sud hanno ricevuto solo il 21% del reddito globale in quell’anno.
L’analisi conferma un modello sostanziale e persistente di scambio ineguale tra il Nord e il Sud globale. Nel 2021, il Nord globale ha importato 906 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud, esportandone solo 80 miliardi in cambio. È evidente che il Nord si appropria in modo netto di grandi quantità di lavoro dal Sud.
Da queste lunghe ed approfondite analisi è possibile constatare come i leader del commercio, del PIL, della finanza e della tecnologia possiedano la maggior parte delle risorse e sono localizzati soprattutto in Cina e nei blocchi settentrionali dell’America, dell’Europa, del Giappone e dell’Australia da decenni.
Infatti, la medesima situazione di disuguaglianza a livello globale avviene nella distribuzione della ricchezza media (patrimonio) anche nel 2021:
1) anche in questo caso l’America e l’Europa dispongono della ricchezza media più alta con il 390% ed il 230% del patrimonio globale. Solamente l’Asia dell’Est raggiunge il 142% mentre tutte le altre aree faticano a raggiungere anche il 50% come l’Africa Subsahariana e l’Asia Centrale/del Sud che dispongono solamente del 17% e del 40% del patrimonio medio globale.
2) La distribuzione globale della ricchezza è profondamente disuguale in quanto le classi superiori in tutte le aree del pianeta possiedono dal 70% all’80% della ricchezza globale mentre le classi medie ne possiedono tra il 20% ed il 40%. Per ultime ci sono le classi popolari che non riescono a possederne nemmeno il 10%
Nel 2022 la situazione cambia leggermente in quanto iniziano a vedersi i primi effetti delle nuove economie emergenti della Cina, dell’India e dell’Asia che tentano di conquistare lo stesso livello di ricchezza del Nord America e dell’Europa che vedono invece la loro ricchezza notevolmente ridotta rispetto agli anni precedenti[4].
Piketty ha iniziato le sue indagini sulle disuguaglianze a partire dall’elaborazione di grafici della distribuzione mondiale della produzione dal 1700 al 2012. Nel primo grafico vengono messi a confronto le quote dei PIL di quattro continenti in %: Africa, Asia, America ed Europa. Si può notare che durante tutto l’arco temporale Asia, America ed Europa sono i tre continenti con la quota maggiore di PIL a livello globale mentre l’Africa rimane il continente con una quota di PIL bassissima. A partire dal 1820, il PIL americano ed europeo aumentano notevolmente, tra il 1900 e il 1980 infatti la produzione mondiale di beni e servizi era concentrata per il 70-80% nei due continenti citati. Nonostante questo, dal 1950 entrambi i PIL iniziano a calare costantemente, fino ad arrivare nel 2012 ad una quota del 50% sul PIL mondiale per l’America e ad una quota del 30% sul PIL mondiale per l’Europa.
Nel 2023 rispetto al 2012 l’andamento del PIL mondiale non risulta presentare particolari differenze: il PIL in America, in Africa ed in Europa è ancora stagnante. In Asia invece si registra un leggero aumento e si conferma come il continente con il PIL più alto rispetto a tutti gli altri continenti. Il mondo nel complesso presenta un incremento consistente mentre l’Africa rimane sempre in fondo alla lista.
Ciascuno dei continenti può essere suddiviso in due macro aree geografiche che nel corso degli anni ha generato un centro iper sviluppato ed una periferia mediamente sviluppata. Questa tendenza è possibile riscontrarla attraverso il grafico e la rappresentazione geografica sottostanti del PIL mondiale espresso in trilioni di euro e aggiornato al 2023.
Rispetto a quanto detto in precedenza grazie ai relativi grafici, è possibile constatare la netta differenza tra la parte settentrionale e meridionale del globo terrestre. In tutte le aree del mondo il patrimonio posseduto in ognuna delle diverse fasce sociali risulta essere costante e abbastanza regolare:
1) la fascia più povera (classe popolare) che rappresenta il 50% della popolazione in tutte le aree del mondo non arriva a possedere il 10% del patrimonio globale;
2) la fascia intermedia (classe media) che rappresenta il 40% della popolazione non arriva a possedere il 30% della ricchezza tranne in Europa che supera la soglia ma non raggiunge il 40% della ricchezza;
3) la fascia più ricca (classe superiore) che rappresenta il 10% della popolazione in tutte le aree del mondo supera la soglia del 50% della ricchezza posseduta fino a superare addirittura il 70% nell’area MENA e nell’America del Sud mentre l’Europa è l’unica in cui i cittadini non arrivano a possedere il 60% della ricchezza.
Il passo successivo nell’analisi di Piketty è stato quello di analizzare la distribuzione del reddito e constatare che fosse più disuguale rispetto a quella della produzione in quanto alcuni paesi detengono il prodotto pro-capite più elevato, una quota di capitale di altri paesi, un flusso positivo di redditi da capitale proveniente da altri paesi in cui la produzione pro-capite è più bassa.
Note
[1] PIKETTY T. (2014), Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] CREDIT SUISSE AG, A UBS GROUP COMPANY (2023), Global Wealth Report 2023
[5] PIKETTY T. (2014), Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano.
Fonte
17/10/2024
Nobel per l’economia ad Acemoglu, un "antimarxista capace di redenzione"
L’accademia svedese delle scienze ha attribuito il premio Nobel per l’economia 2024 a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson per l’analisi “dei modi in cui le istituzioni si formano e influenzano la prosperità”. La stella del terzetto è certamente Acemoglu, professore al Mit di Boston, già vincitore della John Bates Clark medal e tra gli economisti più citati in accademia. Acemoglu è anche famoso per una sua celebre battaglia “anti-marxista”, che lo ha portato a contestare il metodo marxiano di ricerca delle “leggi di tendenza” del capitalismo. Ne discutiamo con l’economista Emiliano Brancaccio, tra i principali studiosi italiani delle famigerate “leggi” marxiane, che nel 2021 è stato protagonista di un vivace dibattito in tema proprio con Acemoglu (ora riportato nel libro Democrazia sotto assedio, edito da Piemme).
Professor Brancaccio, chi è Daron Acemoglu e perché ha vinto il Nobel per l’economia?
È un economista piuttosto ortodosso, che tuttavia ha una particolarità. Se guardiamo al suo metodo di indagine, è quello solito degli economisti mainstream: lo studio della società come se fosse composta da individui egoisti e separati tra loro, che puntano a massimizzare la loro felicità sotto il vincolo delle risorse di cui dispongono. La novità di Acemoglu e dei suoi coautori è che utilizzano questa rigida ipotesi di comportamento molto al di là dell’economia, per cercare di studiare anche fenomeni più ampi, tra cui persino lo sviluppo della cultura, delle istituzioni politiche, e addirittura le condizioni di passaggio dalla democrazia alla dittatura. Un metodo che io reputo discutibile, ma che lui ha applicato a campi di ricerca indubbiamente nuovi.
Gli studi di Acemoglu consentono di prevedere se una democrazia può essere sostituita da un regime autoritario?
L’idea di Acemoglu è piuttosto disincantata. Lui ritiene che la democrazia sia forte se le sue “élites” non hanno incentivo a rovesciarla. L’esistenza o meno di questo incentivo dipenderebbe da sei fattori: la forza della società civile, la struttura delle istituzioni politiche, la natura delle crisi politiche ed economiche, il livello di disuguaglianza economica, la struttura dell’economia e l’apertura ai mercati globali. A seconda di come si combinano questi elementi, si determina la forza o la fragilità delle istituzioni democratiche delle diverse nazioni. Con questo approccio lui cerca più che altro di capire la storia passata delle istituzioni dei vari paesi. Di solito non osa fare previsioni sul futuro.
Qualche tempo fa la Fondazione Feltrinelli ospitò un interessante dibattito tra Lei e Acemoglu che toccò anche il tema marxiano delle “leggi di tendenza” del capitalismo. Alla luce di quel dibattito, Lei definirebbe Acemoglu un “anti-marxista”?
Dal punto di vista metodologico è apertamente avverso a Marx. Acemoglu è convinto che date le specificità istituzionali, politiche e culturali di ciascun paese, non sia possibile ricercare una marxiana “legge di tendenza” del capitalismo che possa risultare valida in senso generale. Per questo Acemoglu ha anche criticato un altro grande economista contemporaneo, Thomas Piketty, che invece sta cercando di riabilitare le “leggi” marxiane... Piketty sostiene che esista una “legge” capitalistica in grado di spiegare la crescita delle disuguaglianze degli ultimi decenni. In poche parole, quando profitti e rendite superano il tasso di crescita del reddito, il risultato è che il capitale cresce più velocemente dei salari. È stata definita la “legge dei ricchi che diventano sempre più ricchi”. Acemoglu però non ci crede. Per lui, anche le disuguaglianze seguono i sentieri specifici delle istituzioni delle diverse nazioni. Per questo, ha sostenuto che Piketty non ha dati sufficienti per ricavare una “legge” di disuguaglianza valida in generale.
Lei però ha dichiarato che Acemoglu si sbaglia...
In un paper scritto in collaborazione con Fabiana De Cristofaro, abbiamo utilizzato la stessa tecnica di analisi di Acemoglu per giungere a un risultato opposto al suo: la “legge” di disuguaglianza di Piketty trova nei dati un riscontro piuttosto ampio. È dura da ammettere, ma Piketty ha qualche ragione a dire che stiamo drammaticamente tornando all’Ottocento narrato da Balzac, quando conveniva impegnarsi per un matrimonio di convenienza piuttosto che lavorare sodo per realizzarsi autonomamente.
E sulla centralizzazione dei capitali in sempre meno mani? Cosa pensa Acemoglu di quest’altra fondamentale “legge di tendenza” marxiana?
Anche qui i dati sono piuttosto eloquenti. Dall’inizio del secolo, oltre l’ottanta per cento del capitale azionario mondiale risulta controllato da una percentuale sempre più piccola di grandi azionisti, ormai al di sotto del due percento. È una tendenza che a mio avviso sta favorendo anche gli attuali fenomeni di “recessione democratica”, con la concentrazione del potere economico che alimenta anche una concentrazione del potere politico in poche mani. Stando alla sua impostazione, Acemoglu avrebbe dovuto contestare pure questa “legge” di tendenza. Invece, messo davanti ai dati, ha riconosciuto che il problema esiste. Un “anti-marxista”, senza dubbio, ma capace di redenzione.
Fonte
Professor Brancaccio, chi è Daron Acemoglu e perché ha vinto il Nobel per l’economia?
È un economista piuttosto ortodosso, che tuttavia ha una particolarità. Se guardiamo al suo metodo di indagine, è quello solito degli economisti mainstream: lo studio della società come se fosse composta da individui egoisti e separati tra loro, che puntano a massimizzare la loro felicità sotto il vincolo delle risorse di cui dispongono. La novità di Acemoglu e dei suoi coautori è che utilizzano questa rigida ipotesi di comportamento molto al di là dell’economia, per cercare di studiare anche fenomeni più ampi, tra cui persino lo sviluppo della cultura, delle istituzioni politiche, e addirittura le condizioni di passaggio dalla democrazia alla dittatura. Un metodo che io reputo discutibile, ma che lui ha applicato a campi di ricerca indubbiamente nuovi.
Gli studi di Acemoglu consentono di prevedere se una democrazia può essere sostituita da un regime autoritario?
L’idea di Acemoglu è piuttosto disincantata. Lui ritiene che la democrazia sia forte se le sue “élites” non hanno incentivo a rovesciarla. L’esistenza o meno di questo incentivo dipenderebbe da sei fattori: la forza della società civile, la struttura delle istituzioni politiche, la natura delle crisi politiche ed economiche, il livello di disuguaglianza economica, la struttura dell’economia e l’apertura ai mercati globali. A seconda di come si combinano questi elementi, si determina la forza o la fragilità delle istituzioni democratiche delle diverse nazioni. Con questo approccio lui cerca più che altro di capire la storia passata delle istituzioni dei vari paesi. Di solito non osa fare previsioni sul futuro.
Qualche tempo fa la Fondazione Feltrinelli ospitò un interessante dibattito tra Lei e Acemoglu che toccò anche il tema marxiano delle “leggi di tendenza” del capitalismo. Alla luce di quel dibattito, Lei definirebbe Acemoglu un “anti-marxista”?
Dal punto di vista metodologico è apertamente avverso a Marx. Acemoglu è convinto che date le specificità istituzionali, politiche e culturali di ciascun paese, non sia possibile ricercare una marxiana “legge di tendenza” del capitalismo che possa risultare valida in senso generale. Per questo Acemoglu ha anche criticato un altro grande economista contemporaneo, Thomas Piketty, che invece sta cercando di riabilitare le “leggi” marxiane... Piketty sostiene che esista una “legge” capitalistica in grado di spiegare la crescita delle disuguaglianze degli ultimi decenni. In poche parole, quando profitti e rendite superano il tasso di crescita del reddito, il risultato è che il capitale cresce più velocemente dei salari. È stata definita la “legge dei ricchi che diventano sempre più ricchi”. Acemoglu però non ci crede. Per lui, anche le disuguaglianze seguono i sentieri specifici delle istituzioni delle diverse nazioni. Per questo, ha sostenuto che Piketty non ha dati sufficienti per ricavare una “legge” di disuguaglianza valida in generale.
Lei però ha dichiarato che Acemoglu si sbaglia...
In un paper scritto in collaborazione con Fabiana De Cristofaro, abbiamo utilizzato la stessa tecnica di analisi di Acemoglu per giungere a un risultato opposto al suo: la “legge” di disuguaglianza di Piketty trova nei dati un riscontro piuttosto ampio. È dura da ammettere, ma Piketty ha qualche ragione a dire che stiamo drammaticamente tornando all’Ottocento narrato da Balzac, quando conveniva impegnarsi per un matrimonio di convenienza piuttosto che lavorare sodo per realizzarsi autonomamente.
E sulla centralizzazione dei capitali in sempre meno mani? Cosa pensa Acemoglu di quest’altra fondamentale “legge di tendenza” marxiana?
Anche qui i dati sono piuttosto eloquenti. Dall’inizio del secolo, oltre l’ottanta per cento del capitale azionario mondiale risulta controllato da una percentuale sempre più piccola di grandi azionisti, ormai al di sotto del due percento. È una tendenza che a mio avviso sta favorendo anche gli attuali fenomeni di “recessione democratica”, con la concentrazione del potere economico che alimenta anche una concentrazione del potere politico in poche mani. Stando alla sua impostazione, Acemoglu avrebbe dovuto contestare pure questa “legge” di tendenza. Invece, messo davanti ai dati, ha riconosciuto che il problema esiste. Un “anti-marxista”, senza dubbio, ma capace di redenzione.
Fonte
14/07/2015
Varoufakis. "La nostra battaglia per salvare la Grecia"
Pubblichiamo questa intervista a Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze greco, apparsa oggi sul giornale inglese New Statesman - con una nostra traduzione frettolosa di cui ci scusiamo - perché ci sembra assai rilevante per comprendere come sia arrivato il governo greco a "sbattere" contro la realtà dell'Unione Europea.
I passaggi importanti sono già rilanciati, in parte, dai media mainstream. Ma leggerla integralmente ci sembra decisamente più interessante. In pratica, Varoufakis rivela di aver suggerito una tattica molto "aggressiva" nei confronti dei creditori, minacciando e preparando la cosiddetta Grexit prima che Schaeuble se ne servisse contro uno Tsipras ormai deciso ad accettare tutto pur di non rompere con i "creditori".
Come sempre, in una battaglia vera, è decisivo aver studiato e compreso sia l'avversario che la sua strategia, Non era il caso del governo Syriza, o perlomeno del suo giovane leader. E si può arrivare a scoprire che un intellettuale, un accademico, può essere un combattente più determinato di un leader emerso da una stagione conflittuale, sì, ma con la testa ancora immersa nel mondo passato.
* Questa conversazione ha avuto luogo prima dell'”accordo”.
Harry Lambert: Allora, come ti senti?
Yanis Varoufakis: Mi sento in cima al mondo - non devo più vivere questo calendario frenetico, che era assolutamente disumano, semplicemente incredibile. Ho avuto due ore di sonno al giorno per cinque mesi. Sono anche sollevato di non dover più sostenere una pressione incredibile come questa per negoziare da una posizione che trovo difficile da difendere, anche se sono riuscito a forzare l'altro lato ad accettarla, se sai cosa voglio dire.
HL: Com'è stato? Ti è piaciuto ogni aspetto di questa esperienza?
YV: Oh molto. Ma si ha un'informazione privilegiata... solo per vedere le tue peggiori paure confermate... Per avere "i poteri forti" che parlano direttamente a te, ed è come temevi che fosse - la situazione era peggiore di quanto immaginato! Così che è stato divertente, avere il posto in prima fila.
HL: A che cosa ti riferisci?
YV: La completa mancanza di scrupoli democratici, da parte dei presunti difensori della democrazia in Europa. La comprensione abbastanza chiara dall'altra parte che siamo sul piano dell'analisi alla stessa pagina - ovviamente non potrà mai venire fuori in questo momento. [Eppure] Avere personaggi molto potenti che ti guardano negli occhi e dicono "Hai ragione in quello che stai dicendo, ma stiamo andando a sgranocchiare comunque."
HL: Hai detto creditori ti si sono contrapposti perché "Io cerco di parlare di economia nell'Eurogruppo, cosa che nessuno fa" Che cosa è successo quando lo hai fatto?
YV: Non è che non sia andata bene - è che c'era di punto in bianco il rifiuto di impegnarsi in argomenti economici. Di punto in bianco ... Hai messo avanti un argomento su cui hai lavorato davvero parecchio - per essere sicuro che fosse logicamente coerente - e ti ritrovi solo di fronte a sguardi fissi nel vuoto. E 'come se non si fosse parlato affatto. Quello che dici è indipendente da quello che dicono loro. Tu potresti anche aver cantato l'inno nazionale svedese - avresti avuto la stessa risposta. E questo è sorprendente, per qualcuno che è abituato al l dibattito accademico... La controparte ti impegna sempre. Ben c'era affatto alcun impegno. Non era nemmeno fastidio, era come se uno non avesse parlato.
HL: quando sei arrivato, all'inizio di febbraio, questa poteva non essere stat una posizione unitaria?
YV: Beh, c'erano lì persone simpatiche a livello personale - così, sai, a porte chiuse, in via informale, soprattutto da parte del FMI. [HL: "Da più alti livelli" YV: "Dai più alti livelli, dai più alti livelli."] Ma poi una dentro l'Eurogruppo, qualche parola gentile e il gioco è fatto, dietro il paravento della versione ufficiale.
[Ma] Schäuble è stato coerente in tutto. La sua visione era "Non sto discutendo il programma - Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un'elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c'è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla. "
A quel punto ho dovuto alzarmi e dire: "Beh forse dovremmo semplicemente non tenere più elezioni nei paesi indebitati", e non ci fu risposta. L'unica interpretazione che posso dare [della loro visione] è "Sì, sarebbe una buona idea, ma sarebbe difficile da fare. Quindi, o si firma sulla linea tratteggiata o sei fuori ".
HL: E la Merkel?
YV: Dovete capire che non ho mai avuto a che fare con la Merkel, i ministri delle Finanze parlano con i ministri finanziari, i primi ministri parlano con i cancellieri. Per quanto ho capito, lei era molto diversa. Lei ha cercato di tranquillizzare il primo ministro [Tsipras] - ha detto "Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, non ti accadrà nulla orribile, basta che facciate il vostro lavoro e quello con le istituzioni, il lavoro con Troika; non ci può essere una via senza uscita qui. "
Questo non è quello che ho sentito dalla mia controparte - sia il capo dell'Eurogruppo che il dottor Schäuble sono stati molto chiari. Ad un certo punto si è rivolto a me in modo assolutamente inequivocabile: "Si tratta di un cavallo e ci si monta sopra o è morto."
HL: Quando è successo?
YV: Fin dall'inizio, fin dall'inizio. [Si sono conosciuti all'inizio di febbraio.]
HL: Allora perché girarci intorno fino all'estate?
YV: Beh, uno non ha un'alternativa. Il nostro governo è stato eletto con un mandato per negoziare. Quindi il nostro primo mandato era quello di creare lo spazio e il tempo per avere una trattativa e raggiungere un altro accordo. Questo è stato il nostro mandato - il nostro mandato era quello di negoziare, non di venire alle mani con i nostri creditori. ...
I negoziati si sono prolungati, perché dall'altra parte si rifiutava di negoziare. Hanno insistito su un "accordo globale", significava che volevano parlare di tutto. La mia interpretazione è che quando si vuole parlare di tutto, non si vuole parlare di qualcosa. Ma siamo andati avanti inquel modo.
E guarda non c'erano assolutamente posizioni sollevate su nessun tema. Avrebbero ... Quindi lascia che ti faccia un esempio. Avrebbero detto abbiamo bisogno di tutti i vostri dati sul percorso fiscale su cu cui si trovano i greci, abbiamo bisogno di tutti i dati sulle imprese di proprietà statale. Così abbiamo speso un sacco di tempo a cercare di fornire loro tutti i dati e rispondere a questionari e tenere innumerevoli incontri per fornir loro dati.
Così sarebbe stata la prima fase. La seconda fase era quando ci hanno chiesto che cosa avevamo intenzione di fare in materia di IVA. Avrebbero poi opposto un rifiuto della nostra proposta, ma non sarebbe venuta fuori una proposta loro. E poi, prima di aver avuto la possibilità di un accordo in materia di IVA con loro, sarebbero passati ad un altro problema, come le privatizzazioni. Avrebbero chiesto che cosa vogliamo fare sulle privatizzazioni, abbiamo messo qualcosa avanti, e loro avrebbero respinta. Poi si sarebbero spostati su un altro argomento, come le pensioni, da lì ai mercati dei prodotti, da lì ai rapporti di lavoro, dai rapporti di lavoro a ogni altro tipo di cose? Così è stato come un gatto che si morde la coda.
Ci siamo sentiti, il governo sentiva, che non potevamo interrompere il processo. Vedi, il mio suggerimento fin dall'inizio è stato questo: questo è un paese che si è arenato, che si è arenato molto tempo fa. ... Sicuramente abbiamo bisogno di riformare questo paese - siamo d'accordo su questo. Perché il tempo è l'essenziale e poiché durante i negoziati la banca centrale restringeva liquidità [per le banche greche] per metterci sotto pressione, per farci soccombere, la mia proposta costante alla troika è stata molto semplice: mettiamoci d'accordo su tre o quattro importanti su cui siamo d'accordo, come il sistema fiscale o come l'IVA, e andiamo alla loro immediata applicazione. E voi rallentate le restrizioni di liquidità da parte della BCE. Voi volete un accordo globale - cerchiamo di portare avanti i negoziati - e nel frattempo noi facciamo queste riforme introdotte in parlamento in base a un accordo tra noi e voi.
Ed essi risposero: "No, no, no, questa deve essere una revisione globale. Nulla sarà implementato se avete il coraggio di introdurre una qualsiasi legislazione. Sarà considerato un'azione unilaterale ostile al processo di raggiungimento di un accordo". E poi, naturalmente, qualche mese più tardi avrebbero fatto sapere ai media che non avevamo riformato il paese e che eravamo lì per perdere tempo! E così ... [ridacchia] ci hanno impostato, in un certo senso, in un senso importante.
Così quando la liquidità si è esaurita quasi completamente, e noi siamo stati in defaul, o quasi-default, rispetto al FMI, hanno introdotto le loro proposte, che erano assolutamente impossibili... totalmente infattibili e tossiche. Così hanno ritardato e poi sono venuti avanti con il tipo di proposta che si presenti alla controparte quando non si vuole un accordo.
HL: Hai provato a lavorare insieme con i governi di paesi indebitati?
YV: La risposta è no, e il motivo è molto semplice: sin da subito quei particolari paesi hanno reso abbondantemente chiaro che erano i nemici più energici del nostro governo, fin dall'inizio. E la ragione, naturalmente, era che il loro più grande incubo era il nostro successo: riuscire a negoziare un accordo migliore per la Grecia, che li avrebbe ovviamente cancellati politicamente, avrebbero dovuto rispondere ai loro popoli sul perché non avevano negoziato come noi stavano facendo.
HL: E la partnership con le parti simpatetiche, come Podemos?
YV: Non nei fatti. Voglio dire, abbiamo sempre avuto un buon rapporto con loro, ma non c'era niente che potessero fare - La loro voce non avrebbe mai potuto penetrare l'Eurogruppo. E in effetti più parlavano a nostra favore, come hanno fatto, più il ministro delle Finanze di quel paese diventava ostile nei nostri confronti.
HL: E George Osborne? Come sono stati i vostri rapporti con lui?
YV: Oh molto buoni, molto piacevoli, eccellenti. Ma è fuori dal giro, non fa parte dell'Eurogruppo. Quando ho parlato con lui in diverse occasioni si vedeva che era molto simpatico. E in effetti se si guarda al Telegraph, i più grandi sostenitori della nostra causa sono stati i conservatori! A causa della loro euroscetticismo, uh... non è solo euroscetticismo; si tratta di una visione à là Burke della sovranità del parlamento - nel nostro caso è stato molto chiaro che il nostro parlamento è stato trattato come spazzatura.
HL: Qual è il più grande problema con il modo generale di funzionare dell'Eurogruppo?
YV: [Per esemplificare ...] C'è stato un momento in cui il presidente dell'Eurogruppo ha deciso di muoversi contro di noi ed effettivamente ci ha messi fuori, e l'ha fatto sapendo che la Grecia era sostanzialmente sulla sua via d'uscita dalla zona euro. C'è una convenzione, che i comunicati devono essere unanimi, e il presidente non può convocare una riunione della zona euro ed escludere uno Stato membro. Però disse: "Oh, io sono sicuro che posso farlo." Così ho chiesto un parere legale. Ha creato un po 'di un scompiglio. Per circa 5 a 10 minuti la riunione si è interrotta, impiegati, funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e infine qualche funzionario, qualche esperto giuridico mi si è rivolto e ha detto che le parole seguenti parole: "Beh, nella legge non esiste l'Eurogruppo , non vi è alcun trattato che ha istituito questo gruppo ".
Abbiamo così un gruppo inesistente che ha il massimo potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso nessuno, dato che non esiste nella legge; nessun verbale è redatto; è riservatao Quindi nessun cittadino sa mai ciò che viene detto lì dentro ... Queste sono decisioni quasi di vita e di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.
HL: E quel gruppo è controllato dall'orientamento tedesco?
YV: Oh, completamente e assolutamente. Non da orientamenti – ma dal ministro delle finanze della Germania. È tutta un'orchestra ben intonata e lui è il direttore. Tutto avviene in sintonia. Ci saranno momenti in cui l'orchestra è stonata, ma lui la convoca e la rimette in riga.
HL: Non c'è un potere alternativo all'interno del gruppo, può francese possedere quel potere?
YV: Solo il ministro delle finanze francese ha fatto rumori diversi dalla linea tedesca, e quei rumori sono stati molto sottili. Potreste intendere che abbia dovuto usare un linguaggio molto giudizioso, per non sembrare all'opposizione. E alla fine dell'analisi, quando il dottor Schäuble ha risposto ed effettivamente determinato la linea ufficiale, il ministro delle finanze francese alla fine si è sempre piegato e l'ha accettata.
HL: Parliamo del suo background teorico, e del pezzo su Marx nel 2013, quando lei ha detto:
"Una uscita della Grecia o Portoghese o italiana dalla zona euro potrebbe presto portare a una frammentazione del capitalismo europeo, ottenendo un surplus di grave recessione nella regione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto d'Europa resterebbe nella morsa di una viziosa stagflazione. Chi pensi che potrebbe beneficiare di questa evoluzione? Una sinistra progressista, che risorgerà come Fenice dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O Alba Dorata nazista, neofascisti assortiti, gli xenofobi e gli imbroglioni? Non ho assolutamente alcun dubbio su quale dei due farà meglio da una disintegrazione della zona euro"
...Così una Grexit inevitabilmente aiuterebbe Alba Dorata, lo pensi ancora?
YV: Beh, guarda, io non credo nelle versioni deterministiche della storia. Syriza ora è una forza molto dominante. Se riusciremo a uscire da questo pasticcio uniti, e a gestire correttamente una Grexit ... sarebbe possibile avere un'alternativa. Ma non sono sicuro che sapremmo gestirlo, perché gestire il crollo di una unione monetaria richiede una grande quantità di know-how, e non sono sicuro che l'abbiamo qui in Grecia, senza l'aiuto di stranieri.
HL: Tu dovresti aver pensato a una Grexit fin dal primo giorno...
YV: Sì, assolutamente.
HL: ...sono stati fatti i preparativi?
YV: La risposta è sì e no. Abbiamo avuto un piccolo gruppo, un 'gabinetto di guerra' all'interno del ministero, di circa cinque persone che sono state facendo questo: così abbiamo lavorato in teoria, sulla carta, su tutto quello che c'era da fare [per preparare o affrontare il caso di Grexit]. Ma una cosa è farlo a livello di 4-5 persone, una cosa parecchio diversa preparare il paese a questo passo. Per preparare il paese andava presa una decisione esecutiva, e tale decisione non è stata mai presa.
HL: E la scorsa settimana, avevi l'impressione che una decisione del genere fosse appoggiata [la preparazione alla Grexit]?
YV: La mia visione era che avremmo dovuto essere molto attenti a non attivarla. Non volevo che questa diventasse una profezia che si autoavvera. Non volevo che fosse come il famoso detto di Nietzsche, per cui se si guarda abbastanza a lungo nell'abisso, sarà l'abisso a guardare dentro di te. Ma credevo anche che nel momento in cui l'Eurogruppo avrebbe chiuso le banche, avremmo dovuto dare una spinta a questo processo.
HL: Giusto. Così c''erano due opzioni, per quanto posso vedere - una Grexit immediata, o stampare “pagherò” prendendo il controllo di banca della Banca di Grecia [Potenzialmente, ma non necessariamente, accellerare una Grexit]?
YV: Certo, certo. Non ho mai creduto che avremmo dovuto andare direttamente verso una nuova moneta. La mia visione era - e ho presentata al governo - che se avessero osato chiudere le nostre banche, che ho considerato come una mossa aggressiva di incredibile potenza, avremmo dovuto reagire reagire in modo aggressivo, ma senza attraversare il punto di non ritorno.
Avremmo dovuto emettere i nostri “pagherò”, o almeno annunciare che saremmo andati a mettere in circolazione la nostra liquidità denominata in euro; avremmo ridotto il valore dei titoli di stato geci posseduti dalla Bce, o annunciare che stavamo per farlo; e avremmo dovuto prendere il controllo della Banca di Grecia. Questo era il trittico, le tre cose, con cui ho pensato avremmo dovuto rispondere se la BCE avesse “spento” se le nostre banche.
...Avevo messo in guardia il governo di quanto stava per accadere [la BCE stava per chiudere le nostre banche] per un mese, in modo da trascinarci a un accordo umiliante. Quando è successo - e molti dei miei colleghi non potevano credere che sarebbe successo - la mia raccomandazione per rispondere "energicamente", diciamo, è stata bocciata.
HL: E quanto mancava a che fosse approvata?
YV: Beh, lasciami dire che su sei persone eravamo in una minoranza di due. ...Una volta che non è passata, ho avuto i miei ordini per chiudere le banche consensualmente con la BCE e la Banca di Grecia, cosa cui ero contrario, ma l'ho fatto perché io sono un giocatore di squadra, credo nella responsabilità collettiva.
È poi c'è stato il referendum, e il referendum ci ha dato una spinta incredibile, una spinta che avrebbe giustificato quel tipo di risposta energica [il suo piano] contro la BCE, ma poi quella stessa notte il governo ha deciso che la volontà del popolo, questo clamoroso 'No,' non avrebbe dovuto supportare l'approccio energico [il suo piano].
Invece questo avrebbe potuto portare a maggiori concessioni da parte dei creditori: la riunione del Consiglio dei leader politici, con il nostro premier ad accettare la premessa che qualunque cosa accada, qualunque cosa facesse la controparte, non avremmo mai risposto in alcun modo alla sfida. E essenzialmente questo significa sedere... Cessate di negoziare.
HL: Così ora non puoi nutrire molte speranze che questo accordo sarà molto meglio della settimana scorsa – e se mai sarà peggio?
YV: Semmai sarà peggio. Che Io confido e spero il nostro governo insisterà sulla ristrutturazione del debito, ma non riesco a vedere come il ministro delle finanze tedesco possa mai firmare una cosa del genere nella prossima riunione dell'Eurogruppo. Se lo fa, sarà un miracolo.
HL: E ciò accadrà proprio perché, come già spiegato, la resa è andato a questo punto?
YV: Penso di sì, penso di sì. A meno che [Schaeuble] non riceva gli ordini di marcia dal Cancelliere. Questo resta da vedere, se farà un passo in questa direzione.
HL: Per tornare indietro, si potrebbe forse spiegare, in parole povere per i nostri lettori, le tue obiezioni al Piketty del "Capitale"?
YV: Beh, vorrei dire in primo luogo, mi sento in imbarazzo perché Piketty è stato di grande aiuto a me e il governo, e io sono stato terribile con lui nella mia recensione del suo libro! Apprezzo molto la sua posizione nel corso degli ultimi mesi, e ho intenzione di dirglielo quanto lo incontrerò, nel mese di settembre.
Ma la mia critica al suo libro resta. Il suo sentimento è corretto. La sua avversione per la disuguaglianza ... [incomprensibile, ndr]. La sua analisi, però, mina l'argomento, per quanto mi riguarda. Perché nel suo libro il modello neoclassico del capitalismo dà molto poco spazio per costruire il caso che vuole costruire, se non per la definizione del modello con un insieme molto specifico di parametri, che mette a repentaglio il suo caso proprio. In altre parole, se fossi un nemico della sua tesi che la disuguaglianza è integrata nel capitalismo, sarei sicuro di smontare il suo modello, attaccando la sua analisi.
HL: Non voglio entrare troppo dettagliato, perché stiamo andando verso la fine...
YV: Sì...
HL: ... Ma [lo critichi] a proposito della sua misura della ricchezza?
YV: Sì, lui usa una definizione di capitale che rende il capitale impossibile da capire - quindi è una contraddizione di termini. [Clicca qui per il link:. Http://yanisvaroufakis.eu/2014/10/08/6006/ [4] -per la recensione critica di Varoufakis al Capitale di Piketty]
HL: Torniamo alla crisi. Ho davvero capito molto poco del tuo rapporto con Tsipras...
YV: Lo conosco dalla fine del 2010, perché ero un eminente critico del governo [del Pasok], al momento, anche se gli ero stato vicino tempo prima. Ero vicino alla famiglia Papandreou – lo sono ancora, in un certo senso - ma sono diventato “importante”... allora era una grande novità che un ex consigliere dicesse "Stiamo facendo finta di non essere andati in bancarotta, stiamo cercando di coprirlo con nuovi prestiti insostenibili", quel genere di cose.
Ho fatto alcune passi indietro, allora, e Tsipras era un leader molto giovane che stava cercando di capire cosa stava succedendo, che cosa era la crisi, e come dovesse posizionarsi.
HL: C'è stato un primo incontro, ricordi?
YV: Oh, sì. Era la fine del 2010, siamo andati in una caffetteria, eravamo in tre, e il mio ricordo è che non era molto allora quali fossero le sue idee, sulla dracma contro l'euro, sulle cause della crisi, e io avevo molte, e buone devo dire, "visioni strutturate" su quello che stava succedendo. E ne è iniziato un dialogo che si dipana nel corso degli anni e uno che ... credo che mi abbia aiutato a plasmare la sua visione su ciò che dovrebbe essere fatto.
HL: Allora, come ci si sente ora, dopo quattro anni e mezzo, di non essere più a lavorare al suo fianco?
YV: Beh, io non mi sento in questo modo, credo che siamo molto vicini. La nostra separazione è stato estremamente amichevole. Non abbiamo mai avuto una brutto problema tra di noi, mai, fino ad oggi. E io sono molto vicino a Euclid Tsakalotos [il nuovo ministro delle finanze].
HL: E presumibilmente stai ancora parlando con tutti e due questa settimana?
YV: Io non ho parlato con il Presidente del Consiglio questa settimana, né nel corso degli ultimi due giorni, ma io parlo con Euclid, sì, e ritengo Euclid di essere molto vicino ad essere obbligato a fare qualcosa, e viceversa, e non lo invidio affatto. [Ridacchiando.]
HL: Saresti scioccato se Tsipras si dimettesse?
YV: Niente mi sconvolge in questi giorni - la nostra zona euro è un luogo molto inospitale per le persone decenti. Non sarei scioccato anche se si restasse dentro e si accettasse un pessimo accordo. Perché io posso capire che lui sente di avere un obbligo con la gente che lo sostiene, ci sostiene, di non lasciare che questo paese diventi uno Stato fallito.
Ma io non ho intenzione di tradire il mio punto di vista, che ho affinato nel 2010, che questo paese deve smettere di allargare [ildebito] e fare finta [di fare riforme], dobbiamo smettere di prendere nuovi prestiti e fingere che abbiamo risolto il problema, quando non è vero; quando abbiamo reso il nostro debito ancora meno sostenibile, in condizioni di ulteriore austerità che soffoca ancora di più l'economia; e sposta l'onere ulteriore sui non abbienti, creando una crisi umanitaria. E' una cosa che non ho intenzione di accettare. E di cui non ho intenzione di far parte.
HL: Ultima domanda - starai vicino con chiunque dovesse a negoziare con te?
YV: Uhm, non sono sicuro. E non ho intenzione di citare alcun nomi ora, dovessi mai distruggere la loro carriera! [Ride.]
Fonte
I passaggi importanti sono già rilanciati, in parte, dai media mainstream. Ma leggerla integralmente ci sembra decisamente più interessante. In pratica, Varoufakis rivela di aver suggerito una tattica molto "aggressiva" nei confronti dei creditori, minacciando e preparando la cosiddetta Grexit prima che Schaeuble se ne servisse contro uno Tsipras ormai deciso ad accettare tutto pur di non rompere con i "creditori".
Come sempre, in una battaglia vera, è decisivo aver studiato e compreso sia l'avversario che la sua strategia, Non era il caso del governo Syriza, o perlomeno del suo giovane leader. E si può arrivare a scoprire che un intellettuale, un accademico, può essere un combattente più determinato di un leader emerso da una stagione conflittuale, sì, ma con la testa ancora immersa nel mondo passato.
*****
La nostra battaglia per salvare la Grecia
* Questa conversazione ha avuto luogo prima dell'”accordo”.
Harry Lambert: Allora, come ti senti?
Yanis Varoufakis: Mi sento in cima al mondo - non devo più vivere questo calendario frenetico, che era assolutamente disumano, semplicemente incredibile. Ho avuto due ore di sonno al giorno per cinque mesi. Sono anche sollevato di non dover più sostenere una pressione incredibile come questa per negoziare da una posizione che trovo difficile da difendere, anche se sono riuscito a forzare l'altro lato ad accettarla, se sai cosa voglio dire.
HL: Com'è stato? Ti è piaciuto ogni aspetto di questa esperienza?
YV: Oh molto. Ma si ha un'informazione privilegiata... solo per vedere le tue peggiori paure confermate... Per avere "i poteri forti" che parlano direttamente a te, ed è come temevi che fosse - la situazione era peggiore di quanto immaginato! Così che è stato divertente, avere il posto in prima fila.
HL: A che cosa ti riferisci?
YV: La completa mancanza di scrupoli democratici, da parte dei presunti difensori della democrazia in Europa. La comprensione abbastanza chiara dall'altra parte che siamo sul piano dell'analisi alla stessa pagina - ovviamente non potrà mai venire fuori in questo momento. [Eppure] Avere personaggi molto potenti che ti guardano negli occhi e dicono "Hai ragione in quello che stai dicendo, ma stiamo andando a sgranocchiare comunque."
HL: Hai detto creditori ti si sono contrapposti perché "Io cerco di parlare di economia nell'Eurogruppo, cosa che nessuno fa" Che cosa è successo quando lo hai fatto?
YV: Non è che non sia andata bene - è che c'era di punto in bianco il rifiuto di impegnarsi in argomenti economici. Di punto in bianco ... Hai messo avanti un argomento su cui hai lavorato davvero parecchio - per essere sicuro che fosse logicamente coerente - e ti ritrovi solo di fronte a sguardi fissi nel vuoto. E 'come se non si fosse parlato affatto. Quello che dici è indipendente da quello che dicono loro. Tu potresti anche aver cantato l'inno nazionale svedese - avresti avuto la stessa risposta. E questo è sorprendente, per qualcuno che è abituato al l dibattito accademico... La controparte ti impegna sempre. Ben c'era affatto alcun impegno. Non era nemmeno fastidio, era come se uno non avesse parlato.
HL: quando sei arrivato, all'inizio di febbraio, questa poteva non essere stat una posizione unitaria?
YV: Beh, c'erano lì persone simpatiche a livello personale - così, sai, a porte chiuse, in via informale, soprattutto da parte del FMI. [HL: "Da più alti livelli" YV: "Dai più alti livelli, dai più alti livelli."] Ma poi una dentro l'Eurogruppo, qualche parola gentile e il gioco è fatto, dietro il paravento della versione ufficiale.
[Ma] Schäuble è stato coerente in tutto. La sua visione era "Non sto discutendo il programma - Questo è stato accettato dal governo precedente e che non si può assolutamente permettere ad un'elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c'è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla. "
A quel punto ho dovuto alzarmi e dire: "Beh forse dovremmo semplicemente non tenere più elezioni nei paesi indebitati", e non ci fu risposta. L'unica interpretazione che posso dare [della loro visione] è "Sì, sarebbe una buona idea, ma sarebbe difficile da fare. Quindi, o si firma sulla linea tratteggiata o sei fuori ".
HL: E la Merkel?
YV: Dovete capire che non ho mai avuto a che fare con la Merkel, i ministri delle Finanze parlano con i ministri finanziari, i primi ministri parlano con i cancellieri. Per quanto ho capito, lei era molto diversa. Lei ha cercato di tranquillizzare il primo ministro [Tsipras] - ha detto "Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, non ti accadrà nulla orribile, basta che facciate il vostro lavoro e quello con le istituzioni, il lavoro con Troika; non ci può essere una via senza uscita qui. "
Questo non è quello che ho sentito dalla mia controparte - sia il capo dell'Eurogruppo che il dottor Schäuble sono stati molto chiari. Ad un certo punto si è rivolto a me in modo assolutamente inequivocabile: "Si tratta di un cavallo e ci si monta sopra o è morto."
HL: Quando è successo?
YV: Fin dall'inizio, fin dall'inizio. [Si sono conosciuti all'inizio di febbraio.]
HL: Allora perché girarci intorno fino all'estate?
YV: Beh, uno non ha un'alternativa. Il nostro governo è stato eletto con un mandato per negoziare. Quindi il nostro primo mandato era quello di creare lo spazio e il tempo per avere una trattativa e raggiungere un altro accordo. Questo è stato il nostro mandato - il nostro mandato era quello di negoziare, non di venire alle mani con i nostri creditori. ...
I negoziati si sono prolungati, perché dall'altra parte si rifiutava di negoziare. Hanno insistito su un "accordo globale", significava che volevano parlare di tutto. La mia interpretazione è che quando si vuole parlare di tutto, non si vuole parlare di qualcosa. Ma siamo andati avanti inquel modo.
E guarda non c'erano assolutamente posizioni sollevate su nessun tema. Avrebbero ... Quindi lascia che ti faccia un esempio. Avrebbero detto abbiamo bisogno di tutti i vostri dati sul percorso fiscale su cu cui si trovano i greci, abbiamo bisogno di tutti i dati sulle imprese di proprietà statale. Così abbiamo speso un sacco di tempo a cercare di fornire loro tutti i dati e rispondere a questionari e tenere innumerevoli incontri per fornir loro dati.
Così sarebbe stata la prima fase. La seconda fase era quando ci hanno chiesto che cosa avevamo intenzione di fare in materia di IVA. Avrebbero poi opposto un rifiuto della nostra proposta, ma non sarebbe venuta fuori una proposta loro. E poi, prima di aver avuto la possibilità di un accordo in materia di IVA con loro, sarebbero passati ad un altro problema, come le privatizzazioni. Avrebbero chiesto che cosa vogliamo fare sulle privatizzazioni, abbiamo messo qualcosa avanti, e loro avrebbero respinta. Poi si sarebbero spostati su un altro argomento, come le pensioni, da lì ai mercati dei prodotti, da lì ai rapporti di lavoro, dai rapporti di lavoro a ogni altro tipo di cose? Così è stato come un gatto che si morde la coda.
Ci siamo sentiti, il governo sentiva, che non potevamo interrompere il processo. Vedi, il mio suggerimento fin dall'inizio è stato questo: questo è un paese che si è arenato, che si è arenato molto tempo fa. ... Sicuramente abbiamo bisogno di riformare questo paese - siamo d'accordo su questo. Perché il tempo è l'essenziale e poiché durante i negoziati la banca centrale restringeva liquidità [per le banche greche] per metterci sotto pressione, per farci soccombere, la mia proposta costante alla troika è stata molto semplice: mettiamoci d'accordo su tre o quattro importanti su cui siamo d'accordo, come il sistema fiscale o come l'IVA, e andiamo alla loro immediata applicazione. E voi rallentate le restrizioni di liquidità da parte della BCE. Voi volete un accordo globale - cerchiamo di portare avanti i negoziati - e nel frattempo noi facciamo queste riforme introdotte in parlamento in base a un accordo tra noi e voi.
Ed essi risposero: "No, no, no, questa deve essere una revisione globale. Nulla sarà implementato se avete il coraggio di introdurre una qualsiasi legislazione. Sarà considerato un'azione unilaterale ostile al processo di raggiungimento di un accordo". E poi, naturalmente, qualche mese più tardi avrebbero fatto sapere ai media che non avevamo riformato il paese e che eravamo lì per perdere tempo! E così ... [ridacchia] ci hanno impostato, in un certo senso, in un senso importante.
Così quando la liquidità si è esaurita quasi completamente, e noi siamo stati in defaul, o quasi-default, rispetto al FMI, hanno introdotto le loro proposte, che erano assolutamente impossibili... totalmente infattibili e tossiche. Così hanno ritardato e poi sono venuti avanti con il tipo di proposta che si presenti alla controparte quando non si vuole un accordo.
HL: Hai provato a lavorare insieme con i governi di paesi indebitati?
YV: La risposta è no, e il motivo è molto semplice: sin da subito quei particolari paesi hanno reso abbondantemente chiaro che erano i nemici più energici del nostro governo, fin dall'inizio. E la ragione, naturalmente, era che il loro più grande incubo era il nostro successo: riuscire a negoziare un accordo migliore per la Grecia, che li avrebbe ovviamente cancellati politicamente, avrebbero dovuto rispondere ai loro popoli sul perché non avevano negoziato come noi stavano facendo.
HL: E la partnership con le parti simpatetiche, come Podemos?
YV: Non nei fatti. Voglio dire, abbiamo sempre avuto un buon rapporto con loro, ma non c'era niente che potessero fare - La loro voce non avrebbe mai potuto penetrare l'Eurogruppo. E in effetti più parlavano a nostra favore, come hanno fatto, più il ministro delle Finanze di quel paese diventava ostile nei nostri confronti.
HL: E George Osborne? Come sono stati i vostri rapporti con lui?
YV: Oh molto buoni, molto piacevoli, eccellenti. Ma è fuori dal giro, non fa parte dell'Eurogruppo. Quando ho parlato con lui in diverse occasioni si vedeva che era molto simpatico. E in effetti se si guarda al Telegraph, i più grandi sostenitori della nostra causa sono stati i conservatori! A causa della loro euroscetticismo, uh... non è solo euroscetticismo; si tratta di una visione à là Burke della sovranità del parlamento - nel nostro caso è stato molto chiaro che il nostro parlamento è stato trattato come spazzatura.
HL: Qual è il più grande problema con il modo generale di funzionare dell'Eurogruppo?
YV: [Per esemplificare ...] C'è stato un momento in cui il presidente dell'Eurogruppo ha deciso di muoversi contro di noi ed effettivamente ci ha messi fuori, e l'ha fatto sapendo che la Grecia era sostanzialmente sulla sua via d'uscita dalla zona euro. C'è una convenzione, che i comunicati devono essere unanimi, e il presidente non può convocare una riunione della zona euro ed escludere uno Stato membro. Però disse: "Oh, io sono sicuro che posso farlo." Così ho chiesto un parere legale. Ha creato un po 'di un scompiglio. Per circa 5 a 10 minuti la riunione si è interrotta, impiegati, funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e infine qualche funzionario, qualche esperto giuridico mi si è rivolto e ha detto che le parole seguenti parole: "Beh, nella legge non esiste l'Eurogruppo , non vi è alcun trattato che ha istituito questo gruppo ".
Abbiamo così un gruppo inesistente che ha il massimo potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso nessuno, dato che non esiste nella legge; nessun verbale è redatto; è riservatao Quindi nessun cittadino sa mai ciò che viene detto lì dentro ... Queste sono decisioni quasi di vita e di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.
HL: E quel gruppo è controllato dall'orientamento tedesco?
YV: Oh, completamente e assolutamente. Non da orientamenti – ma dal ministro delle finanze della Germania. È tutta un'orchestra ben intonata e lui è il direttore. Tutto avviene in sintonia. Ci saranno momenti in cui l'orchestra è stonata, ma lui la convoca e la rimette in riga.
HL: Non c'è un potere alternativo all'interno del gruppo, può francese possedere quel potere?
YV: Solo il ministro delle finanze francese ha fatto rumori diversi dalla linea tedesca, e quei rumori sono stati molto sottili. Potreste intendere che abbia dovuto usare un linguaggio molto giudizioso, per non sembrare all'opposizione. E alla fine dell'analisi, quando il dottor Schäuble ha risposto ed effettivamente determinato la linea ufficiale, il ministro delle finanze francese alla fine si è sempre piegato e l'ha accettata.
HL: Parliamo del suo background teorico, e del pezzo su Marx nel 2013, quando lei ha detto:
"Una uscita della Grecia o Portoghese o italiana dalla zona euro potrebbe presto portare a una frammentazione del capitalismo europeo, ottenendo un surplus di grave recessione nella regione a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto d'Europa resterebbe nella morsa di una viziosa stagflazione. Chi pensi che potrebbe beneficiare di questa evoluzione? Una sinistra progressista, che risorgerà come Fenice dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O Alba Dorata nazista, neofascisti assortiti, gli xenofobi e gli imbroglioni? Non ho assolutamente alcun dubbio su quale dei due farà meglio da una disintegrazione della zona euro"
...Così una Grexit inevitabilmente aiuterebbe Alba Dorata, lo pensi ancora?
YV: Beh, guarda, io non credo nelle versioni deterministiche della storia. Syriza ora è una forza molto dominante. Se riusciremo a uscire da questo pasticcio uniti, e a gestire correttamente una Grexit ... sarebbe possibile avere un'alternativa. Ma non sono sicuro che sapremmo gestirlo, perché gestire il crollo di una unione monetaria richiede una grande quantità di know-how, e non sono sicuro che l'abbiamo qui in Grecia, senza l'aiuto di stranieri.
HL: Tu dovresti aver pensato a una Grexit fin dal primo giorno...
YV: Sì, assolutamente.
HL: ...sono stati fatti i preparativi?
YV: La risposta è sì e no. Abbiamo avuto un piccolo gruppo, un 'gabinetto di guerra' all'interno del ministero, di circa cinque persone che sono state facendo questo: così abbiamo lavorato in teoria, sulla carta, su tutto quello che c'era da fare [per preparare o affrontare il caso di Grexit]. Ma una cosa è farlo a livello di 4-5 persone, una cosa parecchio diversa preparare il paese a questo passo. Per preparare il paese andava presa una decisione esecutiva, e tale decisione non è stata mai presa.
HL: E la scorsa settimana, avevi l'impressione che una decisione del genere fosse appoggiata [la preparazione alla Grexit]?
YV: La mia visione era che avremmo dovuto essere molto attenti a non attivarla. Non volevo che questa diventasse una profezia che si autoavvera. Non volevo che fosse come il famoso detto di Nietzsche, per cui se si guarda abbastanza a lungo nell'abisso, sarà l'abisso a guardare dentro di te. Ma credevo anche che nel momento in cui l'Eurogruppo avrebbe chiuso le banche, avremmo dovuto dare una spinta a questo processo.
HL: Giusto. Così c''erano due opzioni, per quanto posso vedere - una Grexit immediata, o stampare “pagherò” prendendo il controllo di banca della Banca di Grecia [Potenzialmente, ma non necessariamente, accellerare una Grexit]?
YV: Certo, certo. Non ho mai creduto che avremmo dovuto andare direttamente verso una nuova moneta. La mia visione era - e ho presentata al governo - che se avessero osato chiudere le nostre banche, che ho considerato come una mossa aggressiva di incredibile potenza, avremmo dovuto reagire reagire in modo aggressivo, ma senza attraversare il punto di non ritorno.
Avremmo dovuto emettere i nostri “pagherò”, o almeno annunciare che saremmo andati a mettere in circolazione la nostra liquidità denominata in euro; avremmo ridotto il valore dei titoli di stato geci posseduti dalla Bce, o annunciare che stavamo per farlo; e avremmo dovuto prendere il controllo della Banca di Grecia. Questo era il trittico, le tre cose, con cui ho pensato avremmo dovuto rispondere se la BCE avesse “spento” se le nostre banche.
...Avevo messo in guardia il governo di quanto stava per accadere [la BCE stava per chiudere le nostre banche] per un mese, in modo da trascinarci a un accordo umiliante. Quando è successo - e molti dei miei colleghi non potevano credere che sarebbe successo - la mia raccomandazione per rispondere "energicamente", diciamo, è stata bocciata.
HL: E quanto mancava a che fosse approvata?
YV: Beh, lasciami dire che su sei persone eravamo in una minoranza di due. ...Una volta che non è passata, ho avuto i miei ordini per chiudere le banche consensualmente con la BCE e la Banca di Grecia, cosa cui ero contrario, ma l'ho fatto perché io sono un giocatore di squadra, credo nella responsabilità collettiva.
È poi c'è stato il referendum, e il referendum ci ha dato una spinta incredibile, una spinta che avrebbe giustificato quel tipo di risposta energica [il suo piano] contro la BCE, ma poi quella stessa notte il governo ha deciso che la volontà del popolo, questo clamoroso 'No,' non avrebbe dovuto supportare l'approccio energico [il suo piano].
Invece questo avrebbe potuto portare a maggiori concessioni da parte dei creditori: la riunione del Consiglio dei leader politici, con il nostro premier ad accettare la premessa che qualunque cosa accada, qualunque cosa facesse la controparte, non avremmo mai risposto in alcun modo alla sfida. E essenzialmente questo significa sedere... Cessate di negoziare.
HL: Così ora non puoi nutrire molte speranze che questo accordo sarà molto meglio della settimana scorsa – e se mai sarà peggio?
YV: Semmai sarà peggio. Che Io confido e spero il nostro governo insisterà sulla ristrutturazione del debito, ma non riesco a vedere come il ministro delle finanze tedesco possa mai firmare una cosa del genere nella prossima riunione dell'Eurogruppo. Se lo fa, sarà un miracolo.
HL: E ciò accadrà proprio perché, come già spiegato, la resa è andato a questo punto?
YV: Penso di sì, penso di sì. A meno che [Schaeuble] non riceva gli ordini di marcia dal Cancelliere. Questo resta da vedere, se farà un passo in questa direzione.
HL: Per tornare indietro, si potrebbe forse spiegare, in parole povere per i nostri lettori, le tue obiezioni al Piketty del "Capitale"?
YV: Beh, vorrei dire in primo luogo, mi sento in imbarazzo perché Piketty è stato di grande aiuto a me e il governo, e io sono stato terribile con lui nella mia recensione del suo libro! Apprezzo molto la sua posizione nel corso degli ultimi mesi, e ho intenzione di dirglielo quanto lo incontrerò, nel mese di settembre.
Ma la mia critica al suo libro resta. Il suo sentimento è corretto. La sua avversione per la disuguaglianza ... [incomprensibile, ndr]. La sua analisi, però, mina l'argomento, per quanto mi riguarda. Perché nel suo libro il modello neoclassico del capitalismo dà molto poco spazio per costruire il caso che vuole costruire, se non per la definizione del modello con un insieme molto specifico di parametri, che mette a repentaglio il suo caso proprio. In altre parole, se fossi un nemico della sua tesi che la disuguaglianza è integrata nel capitalismo, sarei sicuro di smontare il suo modello, attaccando la sua analisi.
HL: Non voglio entrare troppo dettagliato, perché stiamo andando verso la fine...
YV: Sì...
HL: ... Ma [lo critichi] a proposito della sua misura della ricchezza?
YV: Sì, lui usa una definizione di capitale che rende il capitale impossibile da capire - quindi è una contraddizione di termini. [Clicca qui per il link:. Http://yanisvaroufakis.eu/2014/10/08/6006/ [4] -per la recensione critica di Varoufakis al Capitale di Piketty]
HL: Torniamo alla crisi. Ho davvero capito molto poco del tuo rapporto con Tsipras...
YV: Lo conosco dalla fine del 2010, perché ero un eminente critico del governo [del Pasok], al momento, anche se gli ero stato vicino tempo prima. Ero vicino alla famiglia Papandreou – lo sono ancora, in un certo senso - ma sono diventato “importante”... allora era una grande novità che un ex consigliere dicesse "Stiamo facendo finta di non essere andati in bancarotta, stiamo cercando di coprirlo con nuovi prestiti insostenibili", quel genere di cose.
Ho fatto alcune passi indietro, allora, e Tsipras era un leader molto giovane che stava cercando di capire cosa stava succedendo, che cosa era la crisi, e come dovesse posizionarsi.
HL: C'è stato un primo incontro, ricordi?
YV: Oh, sì. Era la fine del 2010, siamo andati in una caffetteria, eravamo in tre, e il mio ricordo è che non era molto allora quali fossero le sue idee, sulla dracma contro l'euro, sulle cause della crisi, e io avevo molte, e buone devo dire, "visioni strutturate" su quello che stava succedendo. E ne è iniziato un dialogo che si dipana nel corso degli anni e uno che ... credo che mi abbia aiutato a plasmare la sua visione su ciò che dovrebbe essere fatto.
HL: Allora, come ci si sente ora, dopo quattro anni e mezzo, di non essere più a lavorare al suo fianco?
YV: Beh, io non mi sento in questo modo, credo che siamo molto vicini. La nostra separazione è stato estremamente amichevole. Non abbiamo mai avuto una brutto problema tra di noi, mai, fino ad oggi. E io sono molto vicino a Euclid Tsakalotos [il nuovo ministro delle finanze].
HL: E presumibilmente stai ancora parlando con tutti e due questa settimana?
YV: Io non ho parlato con il Presidente del Consiglio questa settimana, né nel corso degli ultimi due giorni, ma io parlo con Euclid, sì, e ritengo Euclid di essere molto vicino ad essere obbligato a fare qualcosa, e viceversa, e non lo invidio affatto. [Ridacchiando.]
HL: Saresti scioccato se Tsipras si dimettesse?
YV: Niente mi sconvolge in questi giorni - la nostra zona euro è un luogo molto inospitale per le persone decenti. Non sarei scioccato anche se si restasse dentro e si accettasse un pessimo accordo. Perché io posso capire che lui sente di avere un obbligo con la gente che lo sostiene, ci sostiene, di non lasciare che questo paese diventi uno Stato fallito.
Ma io non ho intenzione di tradire il mio punto di vista, che ho affinato nel 2010, che questo paese deve smettere di allargare [ildebito] e fare finta [di fare riforme], dobbiamo smettere di prendere nuovi prestiti e fingere che abbiamo risolto il problema, quando non è vero; quando abbiamo reso il nostro debito ancora meno sostenibile, in condizioni di ulteriore austerità che soffoca ancora di più l'economia; e sposta l'onere ulteriore sui non abbienti, creando una crisi umanitaria. E' una cosa che non ho intenzione di accettare. E di cui non ho intenzione di far parte.
HL: Ultima domanda - starai vicino con chiunque dovesse a negoziare con te?
YV: Uhm, non sono sicuro. E non ho intenzione di citare alcun nomi ora, dovessi mai distruggere la loro carriera! [Ride.]
Fonte
13/03/2015
Disuguaglianze. Ribellarsi è giusto
Un anno fa l’economista francese Thomas Piketty sviluppò, attraverso il suo ponderoso saggio “Il Capitale del XXI secolo”, una forte denuncia dell’impoverimento delle classi più deboli costrette ad arretrare sotto la pressione della deindustrializzazione, dei processi di automazione, della globalizzazione, individuando nell’allargamento delle diseguaglianze il nodo vero delle difficoltà che l’economia sta incontrando a livello mondiale.
Oggi tocca a Robert Putnam, celebre politologo di Harvard padre del concetto di “capitale sociale”, cimentarsi mediante il suo nuovo saggio “Our Kids” con l’impatto sociale di quest’allargamento a dismisura delle diseguaglianze economiche.
La formula di fondo che il testo contiene è assolutamente chiara: redditi troppo bassi non significano soltanto un tenore di vita più modesto, sopra o sotto la soglia di povertà.
Le forti diseguaglianze producono anche disgregazione sociale, istruzione inadeguata, solitudine dei giovani che non vengono seguiti adeguatamente né aiutati a fare le scelte giuste.
Secondo Putnam: una degenerazione del tessuto sociale che si è manifestata gradualmente fino ad assumere i caratteri di una vera e propria emergenza.
Un pericolo da affrontare subito, secondo l’autore, che vale quello del “climate change”, dei mutamenti climatici e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente.
Il limite vero dell’analisi di Putnam (come del resto di quella di Piketty) sta nelle conclusioni che si limitano a reclamare più investimenti sociali nella cura dell’infanzia, una riforma della giustizia criminale, scuole migliori, azioni necessarie per favorire un aumento dei redditi minimi.
Soprattutto, però, la parte propositiva del saggio di Putnam appare carente nell’individuare quel “darwinismo sociale” che è stato alla base delle teorie socio-economiche del “reaganian-tachterismo” provocando l’eccessiva polarizzazione della distribuzione dei redditi e il conseguente impoverimento di gran parte della società.
Politologi ed economisti di grande fama individuano, quindi, il nocciolo del problema ma mancano di coraggio nell’indicare le soluzioni possibili.
Soluzioni possibili che possono avere un solo punto di partenza: quello della ricerca dell’eguaglianza, non tanto e non solo quello della riduzione della diseguaglianza.
Il punto non è certo quello assunto da “conservatori illuminati” come David Brooks che prende spunto dal testo di Putnam per spostare la discussione sulla “rinascita del ceto medio” attraverso una forte iniezione di nuovo liberismo, fondato sulla defiscalizzazione dei consumi per favorire il recupero di un’organizzazione sociale fondata sulla famiglia, capace di far progredire i figli.
Al contrario: il tema della ricerca dell’eguaglianza non può che essere quello del recupero del concetto di contraddizione di classe e di lotta senza quartiere alla gestione capitalista del ciclo.
Questo va affermato anche nei confronti di chi si ferma a un generico “antiliberismo”.
La questione è quella di un diverso assetto sociale complessivo, di un’alternativa nella gestione del potere, di una trasformazione radicale degli equilibri.
Soprattutto appare prioritario il recupero di un’idea della politica e della capacità di esprimere rappresentanza dei settori maggiormente colpiti dal combinato disposto tra crescita delle diseguaglianze e deprivazione del capitale sociale.
Non può che essere l’analisi politica e l’esercizio del suo agire portando l’intreccio delle elaborazioni di Piketty e Putnam alle sue conseguenze logiche: quelle di una proposta di rappresentanza e di organizzazione non limitata agli elementi marginali della crisi profonda di questa società, ma al suo cuore.
Un cuore di sopraffazione sociale e d’impoverimento generale verso cui deve ancora valere il vecchio motto “Ribellarsi è giusto”.
In tutto il mondo, a dimostrazione che l’antico concetto di internazionalismo è ancora ben vivo.
Fonte
Oggi tocca a Robert Putnam, celebre politologo di Harvard padre del concetto di “capitale sociale”, cimentarsi mediante il suo nuovo saggio “Our Kids” con l’impatto sociale di quest’allargamento a dismisura delle diseguaglianze economiche.
La formula di fondo che il testo contiene è assolutamente chiara: redditi troppo bassi non significano soltanto un tenore di vita più modesto, sopra o sotto la soglia di povertà.
Le forti diseguaglianze producono anche disgregazione sociale, istruzione inadeguata, solitudine dei giovani che non vengono seguiti adeguatamente né aiutati a fare le scelte giuste.
Secondo Putnam: una degenerazione del tessuto sociale che si è manifestata gradualmente fino ad assumere i caratteri di una vera e propria emergenza.
Un pericolo da affrontare subito, secondo l’autore, che vale quello del “climate change”, dei mutamenti climatici e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente.
Il limite vero dell’analisi di Putnam (come del resto di quella di Piketty) sta nelle conclusioni che si limitano a reclamare più investimenti sociali nella cura dell’infanzia, una riforma della giustizia criminale, scuole migliori, azioni necessarie per favorire un aumento dei redditi minimi.
Soprattutto, però, la parte propositiva del saggio di Putnam appare carente nell’individuare quel “darwinismo sociale” che è stato alla base delle teorie socio-economiche del “reaganian-tachterismo” provocando l’eccessiva polarizzazione della distribuzione dei redditi e il conseguente impoverimento di gran parte della società.
Politologi ed economisti di grande fama individuano, quindi, il nocciolo del problema ma mancano di coraggio nell’indicare le soluzioni possibili.
Soluzioni possibili che possono avere un solo punto di partenza: quello della ricerca dell’eguaglianza, non tanto e non solo quello della riduzione della diseguaglianza.
Il punto non è certo quello assunto da “conservatori illuminati” come David Brooks che prende spunto dal testo di Putnam per spostare la discussione sulla “rinascita del ceto medio” attraverso una forte iniezione di nuovo liberismo, fondato sulla defiscalizzazione dei consumi per favorire il recupero di un’organizzazione sociale fondata sulla famiglia, capace di far progredire i figli.
Al contrario: il tema della ricerca dell’eguaglianza non può che essere quello del recupero del concetto di contraddizione di classe e di lotta senza quartiere alla gestione capitalista del ciclo.
Questo va affermato anche nei confronti di chi si ferma a un generico “antiliberismo”.
La questione è quella di un diverso assetto sociale complessivo, di un’alternativa nella gestione del potere, di una trasformazione radicale degli equilibri.
Soprattutto appare prioritario il recupero di un’idea della politica e della capacità di esprimere rappresentanza dei settori maggiormente colpiti dal combinato disposto tra crescita delle diseguaglianze e deprivazione del capitale sociale.
Non può che essere l’analisi politica e l’esercizio del suo agire portando l’intreccio delle elaborazioni di Piketty e Putnam alle sue conseguenze logiche: quelle di una proposta di rappresentanza e di organizzazione non limitata agli elementi marginali della crisi profonda di questa società, ma al suo cuore.
Un cuore di sopraffazione sociale e d’impoverimento generale verso cui deve ancora valere il vecchio motto “Ribellarsi è giusto”.
In tutto il mondo, a dimostrazione che l’antico concetto di internazionalismo è ancora ben vivo.
Fonte
09/01/2015
La tassa Piketty
di Alberto Gabriele, economista
Si è molto parlato del famoso libro di Piketty, Il c(C?)apitale nel XXI secolo. Questo testo, è vero, è stato congegnato e presentato proprio con la speranza di diventare un best seller cosa che poi è avvenuta, credo al di là delle più rosee speranze dell’autore. E’ lungo almeno cinque volte di più di quanto non dovrebbe se fosse un testo scritto a fini puramente scientifici. Molti studiosi marxisti e altri compagni ne hanno criticata, con buone ragioni, la debolezza teorica.
Tuttavia, a differenza dell’ultimo fenomeno editoriale commerciale-propagandistico- culturale- politico- paragonabile di cui ci si può ricordare in tempi recenti (l’Impero di Negri e Hardt), credo che Il capitale nel XXI secolo sia fondamentalmente la forma, magari furbescamente indovinata, di presentare i risultati di una seria ricerca collettiva durata molti anni. Questi risultati sono sostanzialmente compatibili con i fondamenti del marxismo, e offrono ai comunisti una notevole opportunità propagandistica e anche direttamente politica.
A essere metodologicamente seri, si deve riconoscere che, nel libro, Piketty non dimostra nulla. Presenta solo alcuni semplici grafici, un po’ di dati storici di lungo periodo, e una loro interpretazione molto semplice e lineare. Sostiene però di basare le sue statistiche descrittive estremamente sintetiche su un grande e serio lavoro durato decenni e portato avanti sotto la sua supervisione da un grande gruppo di ricercatori. Tuttavia, sembra che l’opinione largamente maggioritaria nella comunità scientifica e accademica sia che i suoi dati siano sostanzialmente giusti.
In sostanza, Piketty sostiene di aver individuato empiricamente in Francia e in Gran Bretagna - e, sia pure sulla base di una disponibilità relativamente minore di dati statistici, in tutti i paesi capitalistici avanzati - due chiare tendenze di lungo periodo, correlate reciprocamente in modo evidente. La prima tendenza consiste nell’aumento continuo delle disuguaglianze di reddito. La seconda si manifesta come accumulazione polarizzata della ricchezza in mano ad un gruppo sociale molto ricco ed estremamente ristretto (dell’ordine dell’1%-0.1% della popolazione).
Queste tendenze, secondo l’autore, sono tipiche di tutti i periodi “normali” di storia del capitalismo, e costituiscono una conseguenza intrinseca, endogena e inevitabile delle leggi interne di movimento del capitalismo stesso. Storicamente, le tendenze verso l’aumento delle disuguaglianze sono state invertite solo eccezionalmente in seguito a cause esogene al funzionamento del sistema, tali come guerre e rivoluzioni. Questi fenomeni di natura politico-militare hanno provocato grandi distruzioni materiali di ricchezza e, in alcuni casi, determinato radicali cambiamenti politici, che hanno imposto “dall’esterno” una parziale redistribuzione in senso progressivo del reddito e del capitale.
L’impianto teorico di Piketty è molto semplificato, e non è questa la sede per discuterlo (lo hanno fatto già in molti, ben più qualificati di me). Tuttavia, non è, in termini generali, incompatibile con la tradizione analitica marxista. Quel che più conta, ai fini della prassi, è che, a differenza di quasi tutti gli economisti borghesi contemporanei, il lavoro di Piketty:
- si basa sulla categoria di capitale, e non su concetti meno rilevanti e più superficiali, o del tutto fuorvianti e strumentali, come la maggiore o minore rilevanza delle forze di mercato, il livello di liberalizzazione del commercio internazionale, la vigenza o meno della governance e dello stato di diritto, etc.
- evidenzia tendenze di lungo periodo che, almeno da un punto di vista empirico, sono sostanzialmente identiche a quelle della tradizione marxista più ortodossa.
Quindi, questo libro ci fa gioco, sia a livello teorico sia pratico. Speriamo che alcune delle sue “scoperte” (che naturalmente non sono tali per i comunisti) comincino a diventare senso comune, almeno in parte. Da parte nostra, nel breve-medio periodo, credo che dovremmo anche cercare di sfruttare al meglio anche le conclusioni di politica economica di Piketty.
Cosa propone l’autore per porre rimedio all’andazzo ingiusto e ultimamente insostenibile del capitalismo? Una tassa patrimoniale fortemente progressiva1. Chiamiamola “tassa Piketty”: una misura concettualmente molto semplice di politica fiscale.
E’ vero che subito dopo l’autore si caga in mano, sostenendo ridicolmente che in questo modo si potrebbero eliminare senza colpo ferire le più gravi storture, e che il capitalismo ormai riformato sarebbe in grado di procedere allegramente verso una sempre maggiore prosperità, finalmente ripartita tra tutta la popolazione. Ma a noi questo importa poco. In realtà, dovrebbe essere chiaro che una vera “tassa” avrebbe senso solo come una misura solo apparentemente riformista e sostanzialmente rivoluzionaria, per realizzare in tempi più o meno brevi la necessaria espropriazione degli espropriatori, passaggio chiave necessario nel quadro di una transizione al socialismo.
Da un punto di vista formale la “tassa Piketty” non sembra avere nulla di eversivo, ed è perfettamente compatibile con il quadro tradizionale della democrazia borghese.
Rispetto alle proposte tradizionali del movimento comunista (come la nazionalizzazione di gran parte del capitale industriale e finanziario, che peraltro rimane comunque indispensabile almeno nel caso del secondo), può offrire un notevole vantaggio tattico e propagandistico. Infatti, con ogni probabilità spaventerebbe di meno la gran parte dei lavoratori e dei ceti “intellettuali”, che in Italia in particolare sono più subalterni al senso comune borghese che in qualsiasi altro momento della storia contemporanea.
Certo, rimane qualche piccolo problema tecnico, come per esempio sapere dove stanno infrattati la maggior parte dei capitali privati. Ma prima di arrivare al governo, credo che di tempo per studiare ne abbiamo ancora parecchio…
1 Tecnicamente, secondo Piketty, il governo potrebbe optare per una tassa una tantum, o per una imposizione annuale, o per una combinazione delle due.
Fonte
Si è molto parlato del famoso libro di Piketty, Il c(C?)apitale nel XXI secolo. Questo testo, è vero, è stato congegnato e presentato proprio con la speranza di diventare un best seller cosa che poi è avvenuta, credo al di là delle più rosee speranze dell’autore. E’ lungo almeno cinque volte di più di quanto non dovrebbe se fosse un testo scritto a fini puramente scientifici. Molti studiosi marxisti e altri compagni ne hanno criticata, con buone ragioni, la debolezza teorica.
Tuttavia, a differenza dell’ultimo fenomeno editoriale commerciale-propagandistico- culturale- politico- paragonabile di cui ci si può ricordare in tempi recenti (l’Impero di Negri e Hardt), credo che Il capitale nel XXI secolo sia fondamentalmente la forma, magari furbescamente indovinata, di presentare i risultati di una seria ricerca collettiva durata molti anni. Questi risultati sono sostanzialmente compatibili con i fondamenti del marxismo, e offrono ai comunisti una notevole opportunità propagandistica e anche direttamente politica.
A essere metodologicamente seri, si deve riconoscere che, nel libro, Piketty non dimostra nulla. Presenta solo alcuni semplici grafici, un po’ di dati storici di lungo periodo, e una loro interpretazione molto semplice e lineare. Sostiene però di basare le sue statistiche descrittive estremamente sintetiche su un grande e serio lavoro durato decenni e portato avanti sotto la sua supervisione da un grande gruppo di ricercatori. Tuttavia, sembra che l’opinione largamente maggioritaria nella comunità scientifica e accademica sia che i suoi dati siano sostanzialmente giusti.
In sostanza, Piketty sostiene di aver individuato empiricamente in Francia e in Gran Bretagna - e, sia pure sulla base di una disponibilità relativamente minore di dati statistici, in tutti i paesi capitalistici avanzati - due chiare tendenze di lungo periodo, correlate reciprocamente in modo evidente. La prima tendenza consiste nell’aumento continuo delle disuguaglianze di reddito. La seconda si manifesta come accumulazione polarizzata della ricchezza in mano ad un gruppo sociale molto ricco ed estremamente ristretto (dell’ordine dell’1%-0.1% della popolazione).
Queste tendenze, secondo l’autore, sono tipiche di tutti i periodi “normali” di storia del capitalismo, e costituiscono una conseguenza intrinseca, endogena e inevitabile delle leggi interne di movimento del capitalismo stesso. Storicamente, le tendenze verso l’aumento delle disuguaglianze sono state invertite solo eccezionalmente in seguito a cause esogene al funzionamento del sistema, tali come guerre e rivoluzioni. Questi fenomeni di natura politico-militare hanno provocato grandi distruzioni materiali di ricchezza e, in alcuni casi, determinato radicali cambiamenti politici, che hanno imposto “dall’esterno” una parziale redistribuzione in senso progressivo del reddito e del capitale.
L’impianto teorico di Piketty è molto semplificato, e non è questa la sede per discuterlo (lo hanno fatto già in molti, ben più qualificati di me). Tuttavia, non è, in termini generali, incompatibile con la tradizione analitica marxista. Quel che più conta, ai fini della prassi, è che, a differenza di quasi tutti gli economisti borghesi contemporanei, il lavoro di Piketty:
- si basa sulla categoria di capitale, e non su concetti meno rilevanti e più superficiali, o del tutto fuorvianti e strumentali, come la maggiore o minore rilevanza delle forze di mercato, il livello di liberalizzazione del commercio internazionale, la vigenza o meno della governance e dello stato di diritto, etc.
- evidenzia tendenze di lungo periodo che, almeno da un punto di vista empirico, sono sostanzialmente identiche a quelle della tradizione marxista più ortodossa.
Quindi, questo libro ci fa gioco, sia a livello teorico sia pratico. Speriamo che alcune delle sue “scoperte” (che naturalmente non sono tali per i comunisti) comincino a diventare senso comune, almeno in parte. Da parte nostra, nel breve-medio periodo, credo che dovremmo anche cercare di sfruttare al meglio anche le conclusioni di politica economica di Piketty.
Cosa propone l’autore per porre rimedio all’andazzo ingiusto e ultimamente insostenibile del capitalismo? Una tassa patrimoniale fortemente progressiva1. Chiamiamola “tassa Piketty”: una misura concettualmente molto semplice di politica fiscale.
E’ vero che subito dopo l’autore si caga in mano, sostenendo ridicolmente che in questo modo si potrebbero eliminare senza colpo ferire le più gravi storture, e che il capitalismo ormai riformato sarebbe in grado di procedere allegramente verso una sempre maggiore prosperità, finalmente ripartita tra tutta la popolazione. Ma a noi questo importa poco. In realtà, dovrebbe essere chiaro che una vera “tassa” avrebbe senso solo come una misura solo apparentemente riformista e sostanzialmente rivoluzionaria, per realizzare in tempi più o meno brevi la necessaria espropriazione degli espropriatori, passaggio chiave necessario nel quadro di una transizione al socialismo.
Da un punto di vista formale la “tassa Piketty” non sembra avere nulla di eversivo, ed è perfettamente compatibile con il quadro tradizionale della democrazia borghese.
Rispetto alle proposte tradizionali del movimento comunista (come la nazionalizzazione di gran parte del capitale industriale e finanziario, che peraltro rimane comunque indispensabile almeno nel caso del secondo), può offrire un notevole vantaggio tattico e propagandistico. Infatti, con ogni probabilità spaventerebbe di meno la gran parte dei lavoratori e dei ceti “intellettuali”, che in Italia in particolare sono più subalterni al senso comune borghese che in qualsiasi altro momento della storia contemporanea.
Certo, rimane qualche piccolo problema tecnico, come per esempio sapere dove stanno infrattati la maggior parte dei capitali privati. Ma prima di arrivare al governo, credo che di tempo per studiare ne abbiamo ancora parecchio…
1 Tecnicamente, secondo Piketty, il governo potrebbe optare per una tassa una tantum, o per una imposizione annuale, o per una combinazione delle due.
Fonte
02/01/2015
L'economista Piketty rifiuta premio ufficiale. Schiaffo per Hollande
L’economista Thomas Piketty, insignito dal governo francese della Legion d'Onore, ha rifiutato l’onorificenza. “Apprendo di essere stato proposto per la Legione d'Onore. Rifiuto questo riconoscimento perché non credo sia il ruolo del governo quello di decidere chi è onorevole” ha dichiarato l'economista.
L’autore de «Il capitale del XXI secolo», un testo diventato un bestseller in tutto il mondo, ha motivato la sua decisione sostenendo che non sta a un governo decidere chi ne sia degno. Piuttosto, secondo Piketty (che nei mesi scorsi non ha risparmiato critiche alla politica economica del presidente francese Francois Hollande) un governo dovrebbe dedicarsi “al rilancio della crescita in Francia e in Europa”. Eppure Piketty figura tra i 42 firmatari della lettera aperta a sostegno di François Hollande presidente, nella campagna elettorale del 2012. Ma tra le scelte di Hollande e le tesi dell'economista ben presto è maturata una rottura profonda. Gli ex ministri di Hollande, più affini alle tesi dell'economista, come Montebourg, hanno lasciato il governo, mentre la nomina di Valls a Primo Ministro ha segnato il punto di non ritorno tra l'economista e la presidenza. Nel suo editoriale di fine anno sul quotidiano Liberation, Piketty ha elogiato la sinistra greca di Syriza, che punta a guidare il Paese in caso di vittoria alle elezioni di gennaio e non la gauche di governo francese. Al quotidiano Le Monde Piketty aveva dichiarato mesi addietro che: “Il livello di improvvisazione della politica economica di Hollande è scioccante”.
La Legion d'onore è un ordine cavalleresco istituito nel 1802 da Napoleone Bonaparte ed è conferita a donne e uomini, sia cittadini francesi sia stranieri, per meriti straordinari nella vita militare e civile. Il presidente della Repubblica francese è il Gran Maestro dell'ordine e nomina i nuovi membri suggeriti per convenzione dal governo.
Per trovare un altro rifiuto eccellente nella storia recente francese, occorre riandare al 1945 quando a rifiutarlo fu Jean-Paul Sartre in nome della libertà e al cantautore Georges Brassens. Prima erano stati il compositore Hector Berlioz, che si disse totalmente indifferente a un riconoscimento per lui solo simbolico, mentre gli scienziati Pierre e Marie Curie motivarono il il loro rifiuto, sostenendo che “nelle scienze bisogna interessarsi alle cose, non alle persone”.
Fonte
L’autore de «Il capitale del XXI secolo», un testo diventato un bestseller in tutto il mondo, ha motivato la sua decisione sostenendo che non sta a un governo decidere chi ne sia degno. Piuttosto, secondo Piketty (che nei mesi scorsi non ha risparmiato critiche alla politica economica del presidente francese Francois Hollande) un governo dovrebbe dedicarsi “al rilancio della crescita in Francia e in Europa”. Eppure Piketty figura tra i 42 firmatari della lettera aperta a sostegno di François Hollande presidente, nella campagna elettorale del 2012. Ma tra le scelte di Hollande e le tesi dell'economista ben presto è maturata una rottura profonda. Gli ex ministri di Hollande, più affini alle tesi dell'economista, come Montebourg, hanno lasciato il governo, mentre la nomina di Valls a Primo Ministro ha segnato il punto di non ritorno tra l'economista e la presidenza. Nel suo editoriale di fine anno sul quotidiano Liberation, Piketty ha elogiato la sinistra greca di Syriza, che punta a guidare il Paese in caso di vittoria alle elezioni di gennaio e non la gauche di governo francese. Al quotidiano Le Monde Piketty aveva dichiarato mesi addietro che: “Il livello di improvvisazione della politica economica di Hollande è scioccante”.
La Legion d'onore è un ordine cavalleresco istituito nel 1802 da Napoleone Bonaparte ed è conferita a donne e uomini, sia cittadini francesi sia stranieri, per meriti straordinari nella vita militare e civile. Il presidente della Repubblica francese è il Gran Maestro dell'ordine e nomina i nuovi membri suggeriti per convenzione dal governo.
Per trovare un altro rifiuto eccellente nella storia recente francese, occorre riandare al 1945 quando a rifiutarlo fu Jean-Paul Sartre in nome della libertà e al cantautore Georges Brassens. Prima erano stati il compositore Hector Berlioz, che si disse totalmente indifferente a un riconoscimento per lui solo simbolico, mentre gli scienziati Pierre e Marie Curie motivarono il il loro rifiuto, sostenendo che “nelle scienze bisogna interessarsi alle cose, non alle persone”.
Fonte
11/09/2014
Piketty – L’agente Smith del capitale che non ha letto “Il Capitale”
Un libro così (Il Capitale nel XXI secolo,
di Thomas Piketty uscito oggi in italiano) non meriterebbe certo una
recensione, e forse nemmeno un commento: se si dovessero commentare
tutte le esternazioni demenziali dei “luminari” della classe dominante
non ci basterebbe tutta una vita. Questo libro però, vuoi perché nel
titolo vorrebbe rievocare l’opera di Marx per poi falsificarla, o fosse
altro perché si sta attirando un po’ di riflettori e quindi merita più
di altri di essere decostruito, secondo noi merita un’occhiata più
attenta (ma niente di più). Il “Corriere” ci fa addirittura un articolo,
citando l’introduzione: basta commentarne poche righe per mettere in
ridicolo questo ciarlatano della classe dominante.
Il termine apocalisse, infine, suggerisce una terza interpretazione: quella che vorrebbe identificare la concezione della storia di Marx ed Engels con una sorta di messianismo ateo (B. Russell, K. Lowith e soci…). I fondatori del comunismo scientifico, invece, si limitarono semplicemente a studiare le tendenze dello sviluppo capitalistico: tendenze che, in barba a Piketty, si stanno manifestando, specie dal 2008 ad oggi, in tutta la loro (… “apocalittica”?…) evidenza. Continuiamo; il capitalismo produrrebbe “disuguaglianze insostenibili”... beh a noi ne viene in mente subito una: quella tra chi detiene i mezzi di produzione e chi deve affittare la propria forza-lavoro in cambio di un salario! Come si possono avere “valori meritocratici” in una società basata su un furto di tempo? Cosa c’è di meritocratico nell’aver espropriato i lavoratori dei loro mezzi di produzione, mettendoli in una condizione di ovvia ricattabilità, e pagarli una minima parte della loro giornata lavorativa?
Questo è il “Capitale” del XXI secolo: è il palesarsi delle tendenze che Marx ha scoperto alla fine dell’ottocento. Sono l’esplosione della legge del valore, il ricorso incessante alla finanza come controtendenza della caduta tendenziale del saggio di profitto, la conseguente creazione di strumenti finanziari tra il surreale e il delirante che hanno provocato i recenti sconquassi economici e politici.
Piketty, sveglia: il “Capitale” è, anche, quel sistema di privilegi che consente a chi non capisce assolutamente niente come te di guidare uno dei più grandi centri di “ricerca” in Europa (l’EHESS). “Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo. […] La democrazia deve riprendere il controllo sul capitale”.
“La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse
marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitale e
delle disuguaglianze, o non nella misura in cui si è immaginato
potessero farlo nei decenni di ottimismo del secondo dopoguerra. Quando
il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di
crescita del prodotto e del reddito - come accadde fino al XIX secolo e
come rischia di accadere di nuovo nel XXI - il capitalismo produce
automaticamente disuguaglianze insostenibili,
arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori
meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche.”
Quale apocalisse? Il rischio che
“vincesse” l’Unione Sovietica? C’è ancora qualcuno che crede alla guerra
fredda tra i due blocchi e non ha capito che l’unico scopo di Yalta fu
quello di spartirsi le sfere di influenza tra gli imperialismi vincitori
(tra cui quello americano, quello russo, ecc…) e immobilizzare il più
possibile la Germania? O forse si riferisce al rischio di una
rivoluzione internazionale dopo il 1917? Se Engels sosteneva che
l’alternativa al socialismo sarebbe stata la barbarie, non vediamo
proprio che cosa si sia riusciti ad evitare! Se mai, proprio perché
l’Ottobre ha fallito nel suo tentativo di innescare una rivoluzione su
più larga scala, siamo sprofondati nella barbarie (in caso Piketty
avesse dei dubbi può farsi quattro chiacchiere con i genitori di chi è
stato sgozzato in diretta web dall’Isis). Per Piketty due guerre
mondiali nell’arco di 50 anni, e altri 50 anni di successivo “dopo
guerra” che hanno prodotto gli stessi orrori delle due guerre
precedenti, rappresentano la “crescita”.
Il termine apocalisse, infine, suggerisce una terza interpretazione: quella che vorrebbe identificare la concezione della storia di Marx ed Engels con una sorta di messianismo ateo (B. Russell, K. Lowith e soci…). I fondatori del comunismo scientifico, invece, si limitarono semplicemente a studiare le tendenze dello sviluppo capitalistico: tendenze che, in barba a Piketty, si stanno manifestando, specie dal 2008 ad oggi, in tutta la loro (… “apocalittica”?…) evidenza. Continuiamo; il capitalismo produrrebbe “disuguaglianze insostenibili”... beh a noi ne viene in mente subito una: quella tra chi detiene i mezzi di produzione e chi deve affittare la propria forza-lavoro in cambio di un salario! Come si possono avere “valori meritocratici” in una società basata su un furto di tempo? Cosa c’è di meritocratico nell’aver espropriato i lavoratori dei loro mezzi di produzione, mettendoli in una condizione di ovvia ricattabilità, e pagarli una minima parte della loro giornata lavorativa?
Questo è il “Capitale” del XXI secolo: è il palesarsi delle tendenze che Marx ha scoperto alla fine dell’ottocento. Sono l’esplosione della legge del valore, il ricorso incessante alla finanza come controtendenza della caduta tendenziale del saggio di profitto, la conseguente creazione di strumenti finanziari tra il surreale e il delirante che hanno provocato i recenti sconquassi economici e politici.
Piketty, sveglia: il “Capitale” è, anche, quel sistema di privilegi che consente a chi non capisce assolutamente niente come te di guidare uno dei più grandi centri di “ricerca” in Europa (l’EHESS). “Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo. […] La democrazia deve riprendere il controllo sul capitale”.
Nessun interesse è più, ormai (da un pezzo), generale: dalla
prima divisione in classe l’interesse è, ovviamente, un interesse di
classe. Perché trionfi l’interesse generale, quindi dell’umanità come
specie, ci deve essere un cambiamento radicale dopo il quale non sarà
più necessario usare l’aggettivo “generale”, perché non ci sarà più la
divisione in classi. E non sarà certo la democrazia a
portare/permettere/veicolare questo cambiamento: la democrazia è
semplicemente il miglior involucro del capitalismo essendo il parlamento
il comitato d’affari della borghesia. Come può un involucro, una forma
politica, prendere il controllo sul suo indomabile contenuto economico?
Il capitale, soprattutto nel XXI secolo, caro Piketty, ha solo un’unica
regola: che non ci sono regole, e che bisogna massimizzare il profitto.
Se hai dei dubbi, vieni nel bel Paese e fatti un mese da Eataly, sponsor
del Partito… Democratico!
Nessuna democrazia può governare ciò che è semplicemente ingovernabile.
Leggere queste boiate criminali rivestite da “scienza” economica
(borghese) in salsa (perfino!) moralisteggiante non è a priori
sconsigliabile, ma ci sembra quantomeno necessario denunciare la
pochezza teorica di questo saggio, e il rischio, politico, di illudersi
circa una qualche applicazione delle sgangherate ricette di Piketty.
Lungi dall’essere un “Marx 2.0”, come lo ha definito “The Economist”, il Nostro non ha probabilmente capito la portata nemmeno del Marx 1.0. Le tendenze studiate dal rivoluzionario di Treviri si sono manifestate, e si manifestano tutt’ora nel mondo che viviamo. Il “Marx 2.0” non sarà mai una persona fisica, il Marx 2.0 sono le stesse tendenze reali e immanenti della società in cui viviamo: perfino il cinema, infatti, con Inside Job, Capitalism, Debtocrazy, riesce a fornirci un affresco delle principali contraddizioni della nostra epoca. Nonostante la situazione sia di una chiarezza ormai cristallina, il rigurgito ideologico dell’ideologia dominante riesce comunque a produrre testi come quelli di Piketty.
Lungi dall’essere un “Marx 2.0”, come lo ha definito “The Economist”, il Nostro non ha probabilmente capito la portata nemmeno del Marx 1.0. Le tendenze studiate dal rivoluzionario di Treviri si sono manifestate, e si manifestano tutt’ora nel mondo che viviamo. Il “Marx 2.0” non sarà mai una persona fisica, il Marx 2.0 sono le stesse tendenze reali e immanenti della società in cui viviamo: perfino il cinema, infatti, con Inside Job, Capitalism, Debtocrazy, riesce a fornirci un affresco delle principali contraddizioni della nostra epoca. Nonostante la situazione sia di una chiarezza ormai cristallina, il rigurgito ideologico dell’ideologia dominante riesce comunque a produrre testi come quelli di Piketty.
La sola utilità di un libro come questo è
di motivarci una volta di più a diffondere l’unica analisi scientifica
del capitalismo: il marxismo. Le tendenze che troviamo studiate ne “Il
Capitale” sono ormai evidenti, l’unica cosa da fare è usare dati ed
esempi reperibili anche semplicemente nella nostra vita quotidiana per
sottolineare ciò che è sotto gli occhi di tutti: questo modo di
produzione è ormai putrescente, sta portando l’umanità ad una
pericolosa inversione ad “U”, lontana dal suo stesso senso di
sopravvivenza. Si tratta di un modo di produzione che è storicamente e
socialmente superato, ma che mantiene il pericoloso potere economico e
politico. La disumana ricetta di Piketty è di “riformarlo” per
continuare a estrarre plusvalore, l’unica “ricetta” possibile è abolirlo
per liberare l’umanità dalle sue catene.
Iscriviti a:
Post (Atom)