Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/06/2026

Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900

Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.

Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.

Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.

Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.

E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.

Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.

Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.

Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.

Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.

L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.

Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.

Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.

Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.

Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.

Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.

Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.

Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.

Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.

Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.

Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.

Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.

Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.

Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.

Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.

Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.

Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.

Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.

Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.

Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.

La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.

Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.

Nota

In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.

Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .

Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.

Fonte

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