Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.
Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.
Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.
L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.
Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.
Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.
Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.
Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.
Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.
Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.
Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.
Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.
Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.
Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.
Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.
Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.
Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.
Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.
Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.
Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.
Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.
Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.
Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.
La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.
Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.
Nota
In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.
Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .
Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/06/2026
Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900
11/06/2026
Rabbia e pogrom razzisti a Belfast. La destra britannica soffia sul fuoco
Ci sono stati 12 agenti di polizia feriti e 16 arresti nella seconda notte di disordini in Irlanda del Nord dopo l’attacco con coltello avvenuto a Belfast da parte di un immigrato. Il 44enne ha perso un occhio e ha riportato gravi ferite, mentre l’aggressore, un sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, è stato trattenuto in custodia cautelare.
La famiglia della vittima, Stephen Ogilvie, ha fatto appello alla calma in una dichiarazione che sottolineava il “contributo profondamente prezioso” che i migranti danno al paese. Allo stesso tempo, la sindaca di Belfast, Róis-Máire Donnelly, appartenente allo Sinn Féin, ha ricevuto minacce di morte dopo aver condannato pubblicamente le violenze contro le comunità migranti.
Mercoledì la Polizia dell’Irlanda del Nord ha impiegato gli idranti per sedare le proteste durante una seconda notte di rivolte anti-immigrazione a Belfast. I manifestanti sventolavano bandiere britanniche, un simbolo niente affatto digeribile per quella parte della comunità nordirlandese non certo filo-unionista.
Molti erano mascherati e hanno lanciato mattoni e petardi contro la polizia antisommossa alla rotonda Sandyknowes a Newtownabbey, alla periferia della città. I manifestanti anti-immigrazione ieri pomeriggio hanno organizzato una manifestazione a Dublino con una grande folla che si è riversata su Leinster House.
Mercoledì sera si sono verificati tumulti anche a Derry, dove la polizia ha segnalato che cassonetti, oggetti e auto erano stati incendiati sulla Ardmore Road, mentre altre proteste, come quella di Stormont, si sono svolte pacificamente. Secondo Junge Welt, quotidiano tedesco, fautori dei pogrom sarebbero stati gruppi paramilitari lealisti come l’UVF e l’UDA.
Il gruppo rap nordirlandese Kneecap ha dichiarato di “essere solidale” con le persone colpite da “violenza, intimidazione, minacce e sfollamento forzato” a Belfast e che le persone dietro le manifestazioni “non si preoccupano della loro comunità e sono motivate dal razzismo”. I raid a Newtonabbey infatti avevano cercato di colpire le abitazioni per immigrati che venivano segnalati sui social media. Anche la coalizione United Against Racism sta organizzando manifestazioni di risposta ai pogrom razzisti contro gli immigrati.
Fonti locali riferiscono che la folla aveva tentato di colpire un hotel che ospita immigrati, ma che questo era già stato chiuso dalla polizia. Il Chimney Corner Hotel era già stato oggetto di numerose proteste anti-immigrati nel corso di diversi mesi, dal 2025 all’inizio di quest’anno.
L’Irish Times riferisce che alcuni cittadini ugandesi, Sumayah Nakazibwe e Stella Ariokot sono rimasti barricati nella loro casa vicino a Crumlin Road, nel nord di Belfast, sentendo odore di fumo che penetrava nelle loro case e osservando le fiamme lambire i muri delle proprietà vicine.
“Tutto è iniziato come se la gente marciasse e basta, ragazzi tra i nove e i vent’anni”, ha detto Nakazibwe. “Indossavano tutti il nero e indossavano la maschera”.
Dalla finestra avevano visto la folla che bruciava le gomme di un autobus. “E poi raccolsero i bidoni fuori e iniziarono a bruciarli anche loro e abbiamo pensato, forse non degenererà”.
Poi i manifestanti si sono diretti nella loro strada, dove famiglie rumene e nigeriane vivono accanto a famiglie britanniche e irlandesi.
“Hanno iniziato a bruciare, a lanciare bombe molotov le auto”.
Nella notte di martedì sono stati segnalati scontri anche in Scozia tra polizia e manifestanti a Glasgow, dove due agenti di polizia e tre persone sono rimasti feriti. La polizia ha dichiarato che alcuni cittadini sono stati “attaccati a causa del colore della loro pelle”. La Moschea Centrale di Glasgow è stata costretta a chiudere i fedeli all’interno in risposta a una protesta che ha marciato lungo Buchanan Street e che si ritiene mirasse a raggiungere la moschea.
La Gran Bretagna è ancora alle prese con durissime polemiche sui fatti di Southampton – dove un inglese è stato ferito da un immigrato indiano ma poi è stato lasciato morire ammanettato dai poliziotti – che a ben guardare chiama in causa più l’atteggiamento della polizia che l’aggressione. Una dinamica che ha consentito però alla destra britannica di soffiare sul fuoco e farlo dilagare anche nell’Irlanda del Nord.
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10/06/2025
Siria - Quasi 8 mila morti, per lo più civili, da quando è arrivata la “democrazia”
Forse persino la definizione di “democratura” sarebbe un eufemismo per il modello che promuovono le forze che hanno preso il controllo di Damasco, scacciando il presidente Assad. Ma proprio per aver tolto dall’equazione del Medio Oriente un personaggio scomodo, la Siria di Al Jolani ha ottenuto anche la liberazione da molte sanzioni che strozzavano il popolo, prima ancora che il governo.
Ora, però, cominciano a venir fuori i numeri del bagno di sangue in cui gli jihadisti hanno gettato il paese, con tutte le atrocità commesse verso la popolazione civile. E a dare questi numeri è una “entità” che fino a ieri era una delle massime fonti per ciò che riguardava i crimini da addebitare ad Assad.
Infatti, secondo il Syrian Observatory for Human Rights (SOHR), sono state 7.670 le persone uccise in Siria dalla caduta del precedente governo, e ben 5.784 sarebbero civili, inclusi 306 bambini e 422 donne. 2.130 di queste uccisioni sarebbero avvenute in esecuzioni extra-giudiziali e sarebbero state basate su appartenenze identitarie.
Il SOHR denuncia uno “schema di violenza organizzata” che si sta diffondendo in Siria, e sottolinea come il quadro presentato rifletta “la fragilità della situazione della sicurezza e il crescente pericolo per le componenti più vulnerabili della società”. Il riferimento alle minoranze religiose è reso evidente anche dal bilancio delle vittime del marzo scorso.
Il SOHR ha infatti riferito che oltre 1.700 persone, per lo più civili alawiti, sono state uccise in quell’ondata di violenze, aggiungendo che Damasco e le forze di sicurezza affiliate al nuovo governo sono state responsabili della maggior parte delle vittime. Secondo altre stime, i numeri potrebbero essere molto più alti, fino a diverse migliaia di persone.
L’osservatorio ha infine sottolineato l’importanza di un processo che accerti le responsabilità di tali eventi, per raggiungere la pace e la stabilità, sollecitando la creazione di un meccanismo di indagine indipendente, l’applicazione del diritto internazionale e la garanzia di piena giustizia per le vittime.
Anche questa volta, l’Occidente ignorerà questi dati, a meno che non diventino utili per perseguire altri obiettivi di politica estera, che nulla avranno a che vedere con gli interessi della popolazione siriana. E questo nonostante il SOHR sia un’organizzazione formata da una sola persona, basata nel Regno Unito, e che per anni abbia attaccato le politiche di Assad, ricevendo anche critiche dalla Russia.
Ora, probabilmente, le parole di questo osservatorio verranno etichettate come propaganda, o verranno semplicemente relegate ai margini del dibattito pubblico.
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04/05/2025
Siria - Drusi in trappola tra la violenza settaria e le manovre israeliane
In ogni caso i bombardamenti di Israele – che si autoproclama, con le sue forze armate, “protettore dei drusi” siriani – anche la scorsa notte, sono stati accolto con forte scetticismo da parte della leadership drusa siriana che ha espresso preoccupazione per le strumentalizzazioni esterne.
La comunità drusa si trova intrappolata tra la violenza settaria interna e le manovre geopolitiche esterne. Ma la domanda che oggi si impone è più inquietante: davvero il governo siriano di Ahmad Al Sharaa è solo incapace di fronteggiare l’ondata di violenza? O si tratta piuttosto di una deliberata ambiguità, un calcolo politico che evita lo scontro con le frange più radicali, oggi sempre più presenti negli apparati del potere?
Possiamo parlare ancora solo di impotenza statale, oppure è lecito sollevare dubbi più gravi circa la mancanza di volontà reale di operare una cesura netta con le ideologie settarie? Sembra che i fantasmi del fanatismo, che in passato hanno caratterizzato il gruppo qaedista Hay’at Tahrir Sham – che ha preso il potere a Damasco dopo la caduta di Bashar Assad – e altre milizie ad esso collegate, stiano lentamente riprendendo forma, legittimati da silenzi colpevoli e complicità occulte.
In questo contesto, l’azione esterna – come quella di Israele – appare ancor più pericolosa, perché sfrutta una falla interna ancora non chiarita e sanata. Il rischio è che la Siria torni a essere un campo di battaglia per ideologie incompatibili con la sua natura storicamente plurale e multiconfessionale. Si stanno verificando divisioni all’interno della stessa comunità drusa sui tentativi di trovare un accordo con il governo centrale che possa prevenire altre escalation oppure di scegliere il male minore.
La posta in gioco oggi non è solo la salvezza della comunità drusa, ma la possibilità stessa di una Siria inclusiva, sovrana e pacificata. Questa posta in gioco è anche responsabilità nostra.
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01/05/2025
Siria - Dopo gli alawiti, ora sotto attacco sono i drusi. E Israele sfrutta l’occasione
Il ministero degli Interni nel frattempo ha inviato rinforzi per riprendere il controllo della zona di Ashrafieh Sahnaya, nella campagna di Damasco dopo gli agguati a posti di blocco militari avvenuti martedì sera.
Gli attuali governanti, con radici nel jihadismo legato ad al-Qaeda, cercano di convincere la comunità internazionale di voler costruire un Paese inclusivo e pluralista. Ma i fatti sul terreno dicono l’opposto e gli episodi di violenza settaria, come quello di Jaramana, gettano altre ombre sul futuro.
Gli scontri, raccontano fonti locali e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono esplosi dopo che una clip audio, contenente insulti al profeta Maometto, ha cominciato a circolare sui social media. L’audio è stato attribuito a un religioso druso, ma lo stesso Marwan Kiwan ha smentito con decisione ogni coinvolgimento: “Nego categoricamente che l’audio sia stato realizzato da me. Non l’ho detto, e chiunque l’abbia realizzato è un uomo malvagio che vuole fomentare conflitti tra diverse componenti del popolo siriano”.
Le sue parole non sono bastate a placare la rabbia e si è scatenata la rappresaglia da parte delle milizie legate al nuovo governo di Damasco. Le strade si sono trasformate in campi di battaglia, i quartieri si sono svuotati. “Eravamo intrappolati nelle nostre case mentre continuavamo a sentire il rumore intermittente degli spari”, ha raccontato un residente all’agenzia AFP. “I bambini non sono andati a scuola e le strade del nostro quartiere sono vuote questa mattina. Temo che la situazione possa degenerare ulteriormente”, ha detto Riham Waqqaf, operatrice umanitaria e madre di due bambini. A Jaramana i negozi sono ancora chiusi e la paura aleggia dietro le finestre. I corpi degli aggressori, riferisce Rayan Maarouf, caporedattore della testata locale Suwayda24, sono stati trattenuti per ore dai miliziani locali.
La leadership religiosa drusa di Jaramana ha preso posizione con parole dure, definendo “ingiustificato” l’attacco armato che ha “preso di mira civili innocenti e terrorizzato i residenti”. Pur condannando fermamente ogni insulto al profeta Maometto – “la registrazione audio è un tentativo di seminare conflitti e divisioni” – i religiosi hanno puntato il dito contro le autorità siriane: “Hanno la piena responsabilità dell’incidente e di qualsiasi peggioramento della crisi”.
Lo sceicco Hikmat al-Hajri, uno dei principali leader religiosi drusi, ha parlato apertamente di “attacchi terroristici” e ha accusato le nuove autorità di voler emarginare la comunità drusa, così come faceva il regime precedente.
Un accordo di tregua raggiunto nella notte prevede la cessazione immediata delle ostilità, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’impegno a perseguire i responsabili. Ma il clima rimane teso e molti dubitano che la tregua possa reggere. Già si segnalano violenze in altre località.
Non è la prima volta che Jaramana diventa teatro di scontri. Già a febbraio, un membro delle forze di sicurezza era stato ucciso dopo aver aperto il fuoco in aria. Il giorno seguente, un gruppo armato proveniente da Mleiha – altro sobborgo della capitale – aveva fatto irruzione nel quartiere druso, innescando un nuovo scontro a fuoco con morti e feriti.
Intanto Israele cerca di sfruttare a suo vantaggio la situazione, spinto anche dai suoi cittadini drusi in Galilea, che chiedono di “proteggere i loro fratelli in Siria”. In uno sviluppo significativo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yisrael Katz hanno annunciato in una dichiarazione congiunta che l’esercito di occupazione israeliano ha condotto una “operazione di avvertimento” prendendo di mira un gruppo che si starebbe preparando ad attaccare i drusi siriani ad Ashrafieh Sahnaya. Hanno dichiarato di aver inviato un messaggio al governo di Damasco chiedendogli di intervenire e impedire qualsiasi danno ai drusi.
Il bombardamento israeliano ha fatto almeno un morto.
Alla fine di marzo, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva messo in guardia le autorità siriane dal “danneggiare la minoranza drusa” e avvertito che Israele potrebbe intervenire militarmente. Tel Aviv dopo la caduta di Assad a dicembre ha occupato almeno 500 kmq di territorio siriano a ridosso del Golan e preme per la frammentazione ulteriore della Siria con la creazione di una entità autonoma o indipendente drusa. Ma i leader drusi siriani hanno condannato queste interferenze e ribadito di essere cittadini fedeli della Siria.
La comunità drusa – circa un milione di fedeli nel mondo, di cui oltre la metà in Siria – affonda le proprie radici nel X secolo, come derivazione dell’islamismo sciita. Nei lunghi anni di conflitto in Siria dal 2011, i drusi hanno cercato di mantenere una posizione neutrale, organizzando forze di autodifesa nelle proprie aree.
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17/04/2025
Gli alawiti scappano, la nuova Siria è al palo
Massaoudiye è un passaggio di frontiera illegale come tanti altri nel mondo. Non solo per i traffici di merci e armi, anche per gli esseri umani. Posto sul confine tra Siria e Libano, è diventato da un mese una delle strade verso la salvezza, un percorso per sfuggire alla violenza settaria, aperto a chi non ha il permesso per uscire legalmente dalla Siria.
Come l’alawita Basel, che in una testimonianza inviata a un suo conoscente in Italia racconta ciò che ha visto il 6, 7 e 8 marzo, e nei giorni successivi, durante le stragi di centinaia di uomini, donne e bambini della sua comunità (circa il 10% dei 24 milioni di siriani), passate alla cronaca come «i fatti della costa siriana» sul Mediterraneo.
«Ho visto con i miei occhi più di 400 corpi. I cadaveri erano ovunque: per le strade, nelle case, sui tetti degli edifici. Nella maggior parte dei casi i civili venivano giustiziati con un colpo alla testa. Ho sentito uccidere nelle case e le donne urlare», ha riferito Basel, parlando dei miliziani, anche stranieri, inviati dal ministero dell’Interno e dalla Sicurezza generale, giunti sulla costa per annientare i «resti del passato regime» di Bashar Assad, che avevano compiuto attacchi armati – con numerosi morti – contro le postazioni dei governativi.
Il racconto di Basel è simile a quello di tutti gli alawiti fuggiti in Libano in queste settimane, convinti che nella nuova Siria non troveranno mai pace né sicurezza. Nessuno prova a convincerli a rimanere, anzi, ad alcuni in quella che è considerata la nuova Siria vederli andar via è addirittura un sollievo. Perché sono considerati alleati di Assad, anch’egli alawita, e pertanto sarebbero «colpevoli» quanto lui.
Nei primi giorni di marzo si è materializzata una enorme rappresaglia, che potrebbe aver segnato il futuro della Siria. I civili alawiti sono stati considerati tutti complici dell’ex presidente fuggito a Mosca ai primi di dicembre sotto l’incalzare dell’avanzata dei jihadisti guidati dal gruppo qaedista Hay’at Tahrir al-Sham (Hts).
Tanti sono stati uccisi perché considerati «apostati». «Porco nusayrita», urlavano i miliziani all’alawita di turno, prima di sparargli un colpo alla testa o una raffica di mitra, descrivendolo come un seguace di Ibn Nusayr, il religioso che nel IX secolo si sganciò dallo sciismo ponendo le basi per la nascita della sua setta.
Almeno 20mila siriani alawiti sono passati per Massaoudiye e hanno trovato rifugio nella regione libanese di Akkar. I più fortunati, entrati dai valichi ufficiali e in possesso di un visto, si recano all’aeroporto di Beirut e partono.
«Quelli che sono rimasti in Siria invece vivono nella paura. A Homs, Hama, nelle campagne, le famiglie alawite più isolate sono minacciate ogni giorno di morte e le autorità non fanno nulla. Vogliono vendicarsi per quello che ha fatto Assad, che è un alawita come noi. Ma non abbiamo colpe, siamo civili, siamo siriani, siamo parte dello stesso popolo», ci dice Suheila (nome di fantasia), che vive in Italia da alcuni anni e che ogni giorno è in contatto con la sua famiglia in una città sulla costa siriana.
«Prima di minacciarle o di ucciderle, uomini armati hanno chiesto alle persone se fossero alawite... Le prove che abbiamo raccolto indicano che milizie affiliate al governo hanno intenzionalmente preso di mira civili della minoranza alawita, uccidendoli a sangue freddo e da distanza ravvicinata. Per due giorni le autorità non sono intervenute per fermare le uccisioni», ha denunciato nei giorni scorsi Agnès Callamard di Amnesty International.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, il 22 marzo, ha comunicato di aver documentato 62 massacri sulla costa siriana, in cui sono morti 1.614 civili. Il Centro siriano per i media e la libertà di espressione riferisce di 1.169 vittime civili, di cui 732 a Latakia, 276 a Tartous e 161 a Hama. Tra le vittime, 103 donne e 52 bambini. Uccisi anche 218 membri della sicurezza colpiti dai lealisti di Bashar Assad.
Il presidente autoproclamato Ahmad al-Sharaa – noto fino allo scorso anno come Al Julani, leader di Hts – a metà settimana ha rinnovato per altri tre mesi i lavori della commissione d’inchiesta che aveva formato per indagare su quanto accaduto sulla costa. I lavori procedono lentamente, troppo, e i siriani alawiti non credono che il governo islamista abbia la sincera intenzione di punire i responsabili delle stragi di civili, compiute – secondo indiscrezioni – soprattutto da affiliati «non regolamentati» alle forze di sicurezza del nuovo governo. Almeno 420 civili, ad esempio, sarebbero stati uccisi dalle cosiddette «divisioni» Abu Amsha e Hamzat, gruppi di jihadisti indipendenti.
L’organizzazione Syrians for Truth and Justice (Stj) in un suo rapporto, conferma l’autenticità di decine di video che documentano i massacri di civili e i miliziani affiliati al governo che distruggono luoghi di culto delle minoranze religiose. Stj sottolinea che la commissione d’inchiesta non è stata formata da un organo legislativo eletto o da un’alta autorità giudiziaria, bensì dalla presidenza autoproclamata, e ciò ne compromette l’imparzialità e la capacità di individuare i criminali da punire.
Sull’inchiesta in corso pesano gli orientamenti diversi che attraversano una società – soprattutto i più giovani – che in parte ha fiducia nella nuova leadership e in parte è disillusa e crede poco alla possibilità di veder emergere una Siria nuova, inclusiva e garante dei diritti fondamentali. Accanto ai siriani favorevoli a punire gli autori delle carneficine e il rispetto delle leggi, altri invece affermano che sulla costa è stato solo sventato un colpo di stato dei pro-Assad con inevitabili conseguenze in tutte quella zona. Altri non condannano le uccisioni degli alawiti.
Una visione che si riflette anche nella contrarietà generale alla punizione e deportazione dei foreign fighters, i jihadisti stranieri alleati di Hts provenienti da Caucaso, Asia centrale e paesi arabi, ritenuti i primi responsabili di molti degli eccidi di marzo. Il nuovo regime tenta di presentarsi pronto a voltare pagina, ma gestisce presenze armate e ideologicamente radicalizzate arrivate in Siria dopo il 2011 per combattere Assad e ora infiltrate nei ranghi della sicurezza. Damasco vorrebbe concedere la cittadinanza ai jihadisti che si sono «integrati nella società».
La Siria che gli islamisti al potere stanno plasmando garantisce sempre meno il rispetto dei diritti reclamati dalla storica opposizione laica al potere di Assad e neppure la diversità del paese. Mentre il presidente è visto all’estero come l’espressione di una Siria avviata verso la democrazia, non pochi siriani hanno accolto con delusione e preoccupazione la dichiarazione costituzionale approvata il 13 marzo.
Il documento concentra il potere nel presidente, mina l’indipendenza dei giudici e avvia la trasformazione della Siria da uno Stato sostanzialmente laico a uno in cui la fonte di legge sarà la religione. La deriva autoritaria è alle porte. Artisti, attori, cantanti e tanti intellettuali che prima dovevano mostrarsi devoti ad Assad per poter lavorare, ora fanno altrettanto nei confronti delle nuove autorità pur di garantirsi la sopravvivenza. La Rete siriana per i diritti umani ha registrato a marzo 117 casi di detenzioni arbitrarie, tra cui sette minori. Le prigioni rischiano di riempirsi di nuovo di prigionieri politici.
Fonte
10/03/2025
Siria - “Se i massacri continueranno, non rimarrà un solo alawita”
“Siamo arrivati qui giovedì alle 13:00. Dopo due ore, abbiamo iniziato a sentire degli spari e il fumo si è diffuso ovunque. Non so esattamente chi siano questi gruppi armati”, ha detto la trentenne residente nella città natale della famiglia Assad.
Venerdì mattina, suo fratello è riuscito a tornare per valutare i danni alla loro casa. “Hanno incendiato la nostra casa, hanno distrutto tutto ciò che c’era intorno”, ha detto Yara disperata. “Hanno anche rubato una motocicletta”.
È in corso il più violento scontro tra le forze di sicurezza ufficiali e le fazioni pro-Assad dalla caduta del regime, in seguito a un’imboscata in cui sono rimasti uccisi 13 membri delle prime. Migliaia di uomini armati, formalmente parte delle forze armate o meno, si sono riversati sulla costa alawita per eliminare i “resti del vecchio regime”. La situazione è rapidamente degenerata, sollevando timori di conflitti settari e aggravando le preoccupazioni esistenziali tra la minoranza che costituisce il 10 percento della popolazione.
Circa 745 civili uccisi
L’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) ha riferito che “745 civili alawiti sono stati uccisi nelle regioni della costa siriana e dei monti Latakia dalle forze di sicurezza e dai gruppi affiliati”. Dal lato dei combattenti, gli scontri hanno causato 273 morti tra membri delle forze di sicurezza e combattenti lealisti, secondo la stessa fonte. Il bilancio complessivo ieri era di 1.018 morti.
La città di Banyas ha sofferto in modo particolare. “Hanno ucciso quasi tutti nel mio quartiere, quasi tutti”, grida Nour*, originaria di al-Qusur Shamali. La giovane donna ha perso cinque dei suoi amici e le loro famiglie, “compresi bambini di 3 e 6 anni”. Nour, che ha sempre vissuto nella zona, ha detto che ora porta le cicatrici di quei giorni tragici. “Sai, qui tutti si conoscono; non posso dirti cosa prova la gente”. Secondo lei, i combattenti hanno costretto i residenti a cancellare video e foto dei massacri dai loro telefoni, confermando i racconti di altri intervistati.
La maggior parte dei civili uccisi erano uomini nella regione di Latakia, che ospita i tre quarti della popolazione alawita del paese. Gli uomini sono stati “imprigionati o semplicemente fucilati senza motivo in alcune aree, come ad al-Shalfatiyya”, ha scritto l’esperto Cédric Labrousse su X. Le atrocità si sono verificate anche “nelle aree agricole dell’entroterra alawita, con esecuzioni gratuite e sommarie, chiaramente mirate alla setta, contro lavoratori, contadini e altri”, ha concluso Labrousse.
Immagini inquietanti di corpi insanguinati sparsi lungo le strade, nonché scene di umiliazione che coinvolgono gli alawiti, sono state ampiamente condivise sui social media.
“Fazioni fanatiche dell’esercito e terroristi stanno liquidando alawiti, civili, bambini, donne, giovani e anziani, con il pretesto che sono resti del precedente regime”, ha affermato un residente di Tartous. “Questo non significa che non ci siano resti del vecchio regime, ma stanno approfittando della situazione per commettere massacri”.
Per 48 ore, Yara e i suoi genitori sono rimasti nel frutteto. “Ci nascondiamo tra gli alberi e ci copriamo con rami per non essere visti”, dice, inviando un video che mostra la luce del sole che filtra attraverso le foglie. “Sentiamo voci intorno a noi, ma non sappiamo se sono persone come noi o no”. Le scorte di cibo stanno diminuendo. “Stiamo finendo cibo e medicine. Mia madre ha la pressione alta; è in pessime condizioni”, dice Yara, chiaramente preoccupata.
“Voi Nusayris, voi maiali”
La scena si ripete a qualche decina di chilometri di distanza, all’incrocio delle province di Latakia e Hama. Salah* è lì, in cima a una montagna, con i suoi tre figli e decine di altri alawiti fuggiti dai combattimenti e dalle atrocità. “I suoni degli spari di tutti i tipi di armi hanno riempito i villaggi per giorni”, racconta. “Ieri sera hanno ucciso il mio vicino, un commerciante locale, davanti ai suoi figli”.
Secondo Salah, gli autori di queste azioni sono per lo più combattenti stranieri, “ceceni, uzbeki o tagiki”. Salah, il cui fratello è stato ucciso in una violenza simile nei mesi precedenti, oscilla tra rabbia e disperazione. “Non so cosa dire. È troppo. Dalla caduta del regime, ogni settimana c’è un rapimento, e pochi giorni dopo, la persona rapita viene uccisa e gettata nelle foreste o nei fiumi che circondano i nostri villaggi. Se la situazione rimane così, con massacri ogni giorno, non rimarrà nessuno della setta alawita”.
Le sue parole riecheggiano quelle di Mazen*, la cui zona è sotto il fuoco di elicotteri, artiglieria e fucili da diversi giorni. “Ho visto uomini sparare alla gente. Li ho sentiti dire: ‘Siamo venuti per uccidervi, voi Nusayris, voi maiali.’ Ci sono state numerose vittime civili disarmate. Non mi sento più al sicuro nella mia regione o nel mio Paese, e ho paura di spostarmi perché sono alawita”.
Da un lato, le forze di sicurezza governative hanno lottato per ristabilire l’ordine nelle regioni a forte densità alawita di Homs, Tartous e Latakia dalla caduta del regime, e gli eventi di questa settimana hanno dimostrato in modo lampante questa debolezza. Dall’altro, c’è ambiguità che circonda il coinvolgimento di alcune fazioni alleate con la rivoluzione, o persino di elementi al suo interno, in queste atrocità. Ciò ha alimentato la sfiducia tra la popolazione alawita nei confronti della nuova leadership.
“I combattenti che seminano il terrore sono mascherati; non sappiamo esattamente a quale fazione appartengono”, spiega Mazen. “Attualmente c’è un convoglio militare all’ingresso del mio villaggio, ma ha fatto il giro del villaggio e non ha registrato alcuna infrazione”.
Aggiunge: “Quando si sono verificate le violazioni, non c’erano forze ufficiali a difenderci”. Ancora nel frutteto mentre cala la notte, Yara concorda: “Sono stati pubblicati molti messaggi sulle pagine Facebook e abbiamo chiesto aiuto, ma non abbiamo ricevuto risposta”.
Nour accenna direttamente a una cospirazione. “Giovedì i jihadisti hanno annunciato sui social media che sarebbero venuti nella nostra regione per ucciderci. E cosa hanno fatto le autorità? Niente. Quando hanno iniziato a reagire? Oggi, dopo che 164 persone erano già state uccise ad al-Qusur Shamali”. Per la giovane donna, “Le forze di sicurezza hanno deliberatamente permesso che ciò accadesse. Altrimenti, si sarebbero mosse per salvarci”.
A Tartous, il residente ha anche contattato le forze di sicurezza. “Alcuni di loro hanno detto che non potevano influenzare alcune delle fazioni a loro affiliate perché avevano un’ideologia estremista. Ciò significa che il potere attuale non ha autorità su tutti i suoi membri, compresi l’esercito e le fazioni, e non può controllarli”.
Queste testimonianze sono in netto contrasto con il messaggio fermo che Ahmad al-Sharaa ha tentato di trasmettere venerdì sera. Il presidente ad interim ha invitato le sue truppe a esercitare moderazione, promettendo che chiunque “danneggi civili innocenti sarà severamente giudicato”, mentre la sua amministrazione lotta per presentare l’immagine di una Siria unita.
Per motivi di sicurezza, i nomi delle persone citate nell’articolo sono stati cambiati.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in francese su L’Orient Le-Jour.
Fonte
09/03/2025
Siria - HTS ridiventa “Al-Nusra”
Un’ondata di attacchi coordinati a posti di blocco, caserme e altri obiettivi strategici di HTS a Tartous, Latakia, Jableh, Qardaha ed altre località ha inferto un gran numero di morti e feriti alle “nuove autorità”. Le milizie ribelli avrebbero addirittura preso, per qualche tempo, il controllo di parti della città di Jableh e del porto di Latakia.
Le aree interessate, come noto, sono caratterizzate da una forte presenza delle minoranze alawita e cristiana, bastioni del regime baathista e, pertanto, oggetto di punizioni collettive da parte del nuovo regime salafita.
Fra la galassia dei rivoltosi, comprendente la “Resistenza Nazionale Siriana”, la “Brigata Scudo della Costa”, è emersa una nuova sigla, denominata “Consiglio militare per la Liberazione della Siria”, che sarebbe guidata da Gaith Dallah, ex-generale della Quarta Divisione dell’esercito baathista, fino all’8 dicembre comandata da Maher al-Assad.
Tale componente della resistenza anti-HTS ha rilasciato un lungo comunicato, in cui afferma il proprio intento di rovesciare le nuove autorità:
“Per la patria e per i cittadini ci sacrifichiamo.Nella nottata di giovedì si sono diffusi anche una serie di altri comunicati, alcuni dei quali chiedevano l’intervento diretto della Russia, attraverso il personale militare presente delle sue basi, al fianco della rivolta. Russia che, insieme all’Iran, è chiamata in ballo dai sostenitori di HTS come burattinaio delle azioni militari; Mosca, tuttavia, pare più impegnata a negoziare con HTS per il mantenimento della basi stesse, che a fomentare rivolte. Sembra, tuttavia, che centinaia di civili in fuga dai massacri abbiano trovato rifugio nella base aerea di Hmeimim.
Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.
‘O figli del nobile popolo siriano, ‘o nostri coraggiosi soldati che avete ingoiato la vostra rabbia, dopo mesi di ingiustizia, oppressione, rapimenti ed eliminazioni fisiche secondo visioni ideologiche etniche o religiose, e dopo che il regime terroristico estremista jihadista, il quale si è impadronito della nostra patria con il sostegno di forze esterne e sta attualmente attuando una politica del fatto compiuto senza alcuna giustificazione legale o costituzionale, ha fallito ed è stato completamente incapace di proteggere la patria e i cittadini, e le condizioni di sicurezza, economiche e umanitarie si sono deteriorate a livelli senza precedenti nella storia del paese, e dopo che la nostra terra è stata violata da forze esterne, noi, leader delle forze armate nazionali siriane, annunciamo l’istituzione di un Consiglio militare per la liberazione della Siria.
Questo consiglio rappresenta la volontà del popolo siriano nazionale libero e si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:
– Liberare tutto il territorio siriano da tutte le forze occupanti e terroristiche.
– Rovesciare il regime esistente e smantellare il suo abominevole apparato oppressivo settario.
– Proteggere la vita e la proprietà di tutti i cittadini siriani.
– Ricostruire le istituzioni statali su basi nazionali e democratiche.
– Preparare le condizioni per il ritorno dei rifugiati e degli sfollati alle loro case.
Creare uno stato siriano unificato e sovrano che rispetti i diritti umani e garantisca giustizia e uguaglianza per tutti i suoi cittadini. Assicuriamo al nostro popolo che non stiamo cercando il potere e che il nostro unico obiettivo è liberare la Siria e costruire un futuro migliore per il suo popolo. Invitiamo tutti i siriani, di diverse sette, regioni ed etnie, a unirsi alle nostre fila e a stare con noi in questa fase storica.
Invitiamo inoltre la comunità internazionale a sostenere la volontà del popolo siriano di liberarsi dall’ingiustizia e dalla tirannia mascherate da termini vaghi e a sostenerci nel raggiungimento dei nostri nobili obiettivi.
Crediamo che la vittoria sarà nostra e che la Siria tornerà libera e orgogliosa, godendo di sicurezza, stabilità e prosperità. Che Dio protegga la Siria e il suo popolo”.
HTS sta reagendo da par suo, rivelandosi per quello che è, ovvero il ramo siriano di Al-Qaeda.
Lo stesso Al Jolani ha ridismesso l’identità “placida” di Al-Shaara, minacciando: “Avete attaccato i Siriani ed avete commesso un errore imperdonabile. La risposta è arrivata e non siete in grado di resistere. Posate le armi prima che sia troppo tardi”.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, che non è centro favorevole ai rivoltosi, ha segnalato che 340 civili alawiti sono stati uccisi per vendetta da HTS da giovedì, durante i rastrellamenti e gli scontri. Una miriade di evidenze video sono comparse su X e su Telegram a dimostrare pubbliche esecuzioni nei confronti di persone in abiti civili appartenenti alla minoranza alawita; inoltre, sulle porte di alcuni appartamenti sono apparse scritte minacciose nei confronti delle minoranze, “affinché si accontentino di rimanere minoranze per non dover diventare rarità”.
In maniera ancora più inquietante, alcuni influencer residenti all’estero, giornalisti e quant’altro, sostenitori di HTS, stanno pubblicando post e articoli in cui danno fiato all’idea che in effetti un po’ le minoranze “se la stiano cercando”.
Secondo le agenzie governative, la situazione attualmente sarebbe sotto controllo, centinaia di rivoltosi si sarebbero arresi e molti sarebbero stati arrestati, fra cui Ibrahim Huweija, generale “accusato di centinaia di omicidi” sotto Hafez al-Assad. Tuttavia, migliaia di truppe continuano ad affluire nell’area ed i combattimenti urbani non sarebbero cessati.
La Resistenza, dunque, non molla, anche se agisce ancora in maniera relativamente isolata, all’interno, però, di un quadro di violenze settarie che le danno forza e legittimità.
Sul piano delle reazioni internazionali, l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia hanno, ovviamente condannato le azioni militari della Resistenza.
“Lo Stato del Qatar condanna con la massima fermezza i crimini commessi da gruppi fuorilegge e i loro attacchi alle forze di sicurezza nella sorella Siria. Affermiamo la solidarietà dello Stato del Qatar e il suo sostegno al governo siriano in tutte le misure che adotta per consolidare la pace civile e mantenere la sicurezza e la stabilità nel paese”, così il Qatar.
Mentre la Turchia “La tensione a Latakia e nei dintorni, così come gli attacchi alle forze di sicurezza, potrebbero minare gli sforzi per guidare la Siria verso un futuro di unità e solidarietà”. L’Arabia Saudita, invece, parla di “gruppi fuorilegge a minare la stabilità della Siria”.
Hezbollah, da parte sua, respinge ogni coinvolgimento al fianco della Resistenza: “Hezbollah nega chiaramente e categoricamente le accuse di coinvolgimento nel conflitto in corso in Siria e invita i media a non lasciarsi ingannare da campagne di disinformazione che servono a scopi politici e a sospetti programmi esteri”.
Significativa anche la dichiarazione rilasciata da parte dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est siriano, che nei giorni precedenti aveva stretto un accordo sulla commercializzazione delle risorse petrolifere con HTS e, anche dopo la dichiarazione di Ocalan, sembrava molto orientata a cercare un un accordo definitivo con Al-Jolani.
Di fronte a queste circostanze, tuttavia, la responsabilità viene fatta ricadere su Damasco:
“Noi, Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale, mentre esprimiamo la nostra profonda preoccupazione e il nostro dolore per gli eventi nella regione costiera, sottolineiamo che la causa principale di questa escalation è la cattiva interpretazione della realtà sul campo da parte delle autorità siriane e la loro incapacità di considerare la delicatezza della situazione in Siria, in particolare le sue diverse componenti e comunità.Sullo sfondo di tutto, c’è sempre il regime sionista, desideroso di sfruttare le discriminazioni subite dalle minoranze, fra le quali sta tentando d’infiltrasi, creando sigle politiche e militari di comodo, a vantaggio delle proprie strategie espansionistiche.
Questa escalation sta trascinando il nostro paese sull’orlo del disastro e potrebbe portare a massacri contro il nostro popolo siriano. Invitiamo tutte le parti ad agire con saggezza, a esercitare moderazione e a fermare questa escalation, che non farà altro che approfondire le divisioni tra le forze nazionali siriane. In definitiva, sarà il popolo siriano a sopportare il costo di queste contraddizioni”.
L’immagine stabilizzatrice e pluralista di HTS, costruita ad arte dalla potenza mediatica qatariota, appare messa inesorabilmente in crisi da questi tumulti nelle aree costiere, i quali dimostrano la condizione ancora di sostanziale instabilità in cui si trova il paese.
Fonte
28/08/2024
Dall’Irgun ai coloni israeliani di oggi, l’obiettivo è scacciare i palestinesi
Troppo tardi per impedire che i miliziani dell’Irgun – responsabili pochi giorni prima dell’attacco contro il villaggio palestinese di Deir Yassin (tra 200 e 250 morti) e due anni prima del sanguinoso attentato al King David di Gerusalemme (91 morti) –, agendo poi in coordinamento con l’Haganah (l’embrione delle future forze armate israeliane), riuscissero a catturare Giaffa e i villaggi circostanti.
A guidare l’attacco, passato alla storia come Operazione Hametz, c’era anche Amichai Paglin che diede ai suoi uomini ordini inequivocabili: combattere e causare caos tra la popolazione civile al fine di innescare una fuga di massa. E così andarono le cose.
La popolazione fu cacciata via o scappò in preda al panico. Giaffa, destinata a essere una enclave araba all’interno dello Stato ebraico, secondo il piano di partizione della Palestina del 1947, sarebbe poi diventata un sobborgo di Tel Aviv.
Non sono poche le similitudini tra gli attacchi dell’Irgun di più di 70 anni fa e quello compiuto nella notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana da coloni e militanti dell’estrema destra israeliana a Jit, nei pressi di Qalqiliya, in Cisgiordania.
Oltre cento uomini, molti armati di mitra M-16, con il volto coperto e con abiti scuri, hanno invaso il villaggio giungendo da sette direzioni diverse, seguendo un piano ben studiato: alcuni gruppi hanno dato fuoco a case e auto palestinesi, altri hanno lanciato pietre contro le finestre di varie abitazioni, altri ancora hanno sparato colpi d’arma da fuoco.
Rashid Al Seda, 23 anni, è stato raggiunto da due proiettili ed è morto in pochi minuti. Un altro abitante è stato ferito gravemente.
Un pogrom per terrorizzare i 3mila palestinesi di Jit, per spingerli ad andare via. «Ci urlavano di lasciare subito le nostre case e di andare nei paesi arabi», ricorda Muawiya al Seda, un parente della vittima. «Non capisco perché siano venuti ad aggredirci – aggiunge – qualcuno ha detto che i nostri giovani avevano lanciato pietre alle auto israeliane di passaggio ma noi non ne sappiano nulla».
L’attacco a Jit, che ha ricordato quello di un anno e mezzo fa ad Huwara (Nablus), è stato condannato da più parti in Israele. Dal premier Netanyahu al capo dello Stato Herzog, dai leader dei coloni al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei più accaniti sostenitori della colonizzazione ebraica della Cisgiordania, che vive in un insediamento coloniale a pochi chilometri dal villaggio palestinese.
Il giornale Haaretz ha denunciato l’atteggiamento delle truppe israeliane giunte sul posto che sono rimaste a guardare quanto accadeva davanti ai loro occhi, intervenendo con ritardo dopo l’uccisione di Rashid Al Seda.
«Non lasciamoci ingannare dalle condanne dei politici» avverte Dror Ektes, un ricercatore che svolge un costante monitoraggio delle colonie e della loro espansione in Cisgiordania. «Il motivo di quelle insolite condanne – spiega Ektes – da parte di coloro che sostengono apertamente i coloni in tutti i modi, come il ministro Smotrich, è il timore che gli Usa e l’Europa adottino altre sanzioni contro la colonizzazione e che i procedimenti in corso davanti alle Corti internazionali dell’Aja possano arricchirsi di altri argomenti a danno di Israele».
Dal 7 ottobre, gli attacchi dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania si sono moltiplicati: 1.250 negli ultimi dieci mesi secondo le Nazioni Unite, 25 solo nella scorsa settimana.
Si concentrano nel distretto di Hebron, specie nella parte meridionale, tra Ramallah e Nablus e nella valle del Giordano. Quello contro Jit ha però segnato un cambiamento, una svolta. Se altri sono stati spiegati come «punizioni collettive» dopo l’uccisione e il ferimento di coloni, questo, dicono i palestinesi, ha avuto lo scopo principale di «terrorizzare la popolazione», per spingerla a lasciare il villaggio.
Le terre di Jit fanno gola a chi, dentro e fuori dal governo Netanyahu, pianifica una ulteriore espansione delle colonie intorno a Qalqiliya.
Si teme che a Jit abbia visto la luce una nuova milizia, tenendo conto della pianificazione nei minimi dettagli dell’attacco e del comportamento degli aggressori che ha ricordato le azioni dell’Irgun per scacciare gli abitanti di villaggi palestinesi situati in aree ritenute strategiche.
«Non so se quanto visto la scorsa settimana sia il frutto dell’azione di una milizia che si ispira all’Irgun, però l’ideologia è quella e l’obiettivo dei coloni, oggi come allora, è quello di rendere impossibile la vita dei palestinesi», dice Zvi Stahl, direttrice di Yesh Din, ong dei diritti umani che documenta le azioni violente dei coloni in Cisgiordania.
«L’intimidazione è il tratto distintivo della strategia dei coloni» aggiunge «e la subiscono anche gli attivisti israeliani e internazionali. E dagli avvertimenti si passa alla violenza».
Ad accentuare il comportamento da miliziani dei coloni è stata anche la decisione presa dall’esercito dopo il 7 ottobre di inquadrare 5mila riservisti che vivono nelle colonie in reparti militari incaricati di garantire la «sicurezza territoriale».
Aiutati anche dalla divisa, i coloni armati operano in piena libertà e in diverse capacità, come individui che possiedono pistole a membri di squadre di sicurezza all’interno di battaglioni di difesa regionale.
Fonte
17/02/2021
India - Le radici fasciste dell’attuale potere politico
La realtà di questa formazione nazionalista indù – il Rashtriya Swayamsevak Sangh – è piuttosto sconosciuta nel nostro Paese, nonostante dal 2014 al governo dell’India vi sia il suo “braccio politico” – il BJP – e che le figure principali dell’esecutivo, compreso il premier Modi, vengano dalle file di questa organizzazione.
Il Bharatiya Janata Party è una creazione abbastanza recente risalente al 1980, il terzo “fronte” in cui la RSS ha costituito una associazione particolare, dopo quello studentesco e quello religioso, e prima di quello specificatamente giovanile.
La storia della RSS, la sua ideologia e i suoi metodi sono intrecciati strettamente con il fascismo in Italia ed il nazismo in Germania, esperienze politiche abbondantemente lodate negli scritti del suo ideologo Golvalkar, da cui solo molto tardivamente l’attuale dirigenza ha preso le distanze con una operazione più attinente alla “chirurgia estetica” che alla revisione teorica.
L’ammiratore della pulizia etnica nazista rimane comunque un guru anche per l’attuale premier Modi.
A differenza dei suoi emuli occidentali sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, la RSS è viva, vegeta e piuttosto prospera e soprattutto al potere come i nazisti in Ucraina.
Allo stesso tempo la destra suprematista eversiva e “bombarola” occidentale vede nei metodi violenti e terroristici delle RSS una fonte di ispirazione. Le parole del terrorista Andres Breivik sono assolutamente eloquenti a riguardo.
Nel 2011, in Norvegia, il terrorista suprematista bianco Andres Breivik ha trucidato 77 persone. Il lungo manifesto di Breivik descrive come sia stato ispirato da altri gruppi estremisti e nazionalisti del mondo. Riferendosi all’RSS, li ha lodati per come "dominano le strade” e “spesso protestano e attaccano musulmani […] di solito dopo che i musulmani mancano di rispetto e degradano l’induismo”. Ammirava l’RSS a tal punto – dicendo che “i nostri obiettivi sono pressoché identici” – che li ha chiamati ad una collaborazione, scrivendo: “È essenziale che impariamo l’uno dall’altro e cooperiamo il più possibile”.
Il fatto che la composita galassia dell’alt-right si riconosca nella pratica in questo manifesto dà la cifra dell’importanza di questa esperienza indiana e della sua “propaganda del fatto”, costituita da pogrom ed attentati terroristici, e recentemente della violenza squadrista contro i lavoratori in lotta.
Quello che colpisce comunque è il livello di violenza sistematica e continuata di cui è responsabile la RSS in India – di cui si parla analiticamente nel documento qui tradotto – nei confronti delle componenti della popolazione non induista – cristiani e mussulmani, in particolare – con il beneplacito delle istituzioni, che ne garantiscono l’impunità, e con l’assoluto silenzio, o meglio complicità, dell’Occidente.
La domanda sorge spontanea: perché questo livello di accettazione da parte del governo, con una modalità molto simile a quella che si è vista negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump?
Sotto la guida di Bhagwat, oggi la RSS opera come Stato all’interno dello Stato. Cioè detiene le leve del potere politico, è lo Stato come afferma giustamente Arundhati Roy, oltre ad avere una pletora di fronti in cui agisce in maniera organizzata o, come ha bene fotografato un intellettuale oggetto della violenza del nazionalismo indù: “un serpente velenoso dalle mille teste.”
Molto importante è capire che la formazione dell’attuale classe dirigente indiana, nell’attuale accesa competizione globale, è avvenuta in seno alla RSS. Cosa che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli, considerando che l’India è una potenza atomica spesso ai ferri corti con Pakistan e Cina, e che l’infiltrazione nei ranghi dell’esercito da parte della RSS è un processo di lungo corso.
Quello che caratterizza il passaggio di fase del capitalismo indiano attuale è proprio la coniugazione di una politica neo-liberista a favore del capitale monopolistico indiano (poco più di un centinaio di famiglie di miliardari) e internazionale, il nazionalismo indù ed una torsione autoritaria degli apparati statali.
Questo combinato disposto ha riesumato una sorta di colpa d’autore che marchia ogni oppositore che diviene vittima della macchina repressiva statale.
Prima ne hanno fatto le spese le minoranze “nazionali” e religiose, ora il movimento operaio e contadino, oltre coloro chi li sostengono – tra cui le influenti formazioni marxiste e gli intellettuali “non organici” all’attuale regime – trattati esplicitamente come nemici interni, o per usare le stesse parole di Modi: “parassiti” per chi protesta e “cospiratori” per chi li sostiene.
In sintesi, la RSS è diventata a tutti gli effetti una metastasi per l’India. Per questo ci è sembrata utile tradurre una ricognizione organica della sua storia, dei suoi sviluppi attuali e del peso complessivo nell’establishment politico e nella società.
L’autore è uno studioso di questioni sud-asiatiche e autore di Safron fascists: India’s hindu nationalist rulers.
È chiaro che il modus operandi dell’attuale esecutivo sta avendo un effetto boomerang su quella che era la base di consenso che aveva permesso la rielezione di Modi, dopo la sua prima esperienza governativa iniziata nel 2014. Il BJP aveva fomentato la divisione delle classi subalterne per linee etnico-religiose e rinfocolato il patriottismo indiano come strumento di governance delle contraddizioni sociali.
Buona lettura.
Malware Culturale: l’ascesa del RSS indiano
Nel 2019, il giorno di Natale, il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) ha marciato per le strade della città indiana di Hyderabad nello stato di Telangana. Armati di lathis – le spranghe di bambù e ferro utilizzati dalla polizia – i quadri in uniforme della RSS marciavano al ritmo dei tamburi e allo squillo delle trombe. Alla marcia è seguito un campo di addestramento di 3 giorni per aumentare i quasi 3.500 shakha RSS di Telangana. Ci si aspettava la partecipazione di almeno 8.000 membri, ha riferito The Indian Express.
È stata una grande dimostrazione di incredibile disciplina e precisione militare che, per alcuni, ha evocato immagini di un’altra organizzazione. “RSS oggi ha dato vita ad una massiccia marcia in stile nazista”, ha scritto Ashok Swain, professore di studi sulla pace e sui conflitti all’Università di Uppsala in Svezia.
Denunciando come la RSS fosse direttamente “ispirata dai nazisti”, la poetessa Meera Kandasamy scriveva “La loro stessa divisa militare, il loro modo di marciare […] il modo in cui si scagliano su ogni oppositore, è del tutto in linea con i fascisti".
La marcia ha attirato critiche anche per un altro motivo: tutti gli altri raduni in città furono banditi all’epoca. La popolazione di Hyderabad è musulmana al 30%, più del doppio della media nazionale. È stata una roccaforte per i raduni contro il Citizenship Amendment Act (CAA) appena approvato e il proposto Registro nazionale dei cittadini (NRC).
Tuttavia, cercando di annullare il dissenso, il governo aveva specificamente proibito le assemblee pubbliche – l’unica eccezione fatta era per i paramilitari nazionalisti indù, la RSS.
La RSS è probabilmente il gruppo paramilitare più antico e più grande del mondo. Un’organizzazione segreta e non registrata, le sue dimensioni sono sconosciute, ma stimate in circa sei milioni. Non tiene registri e non ha conti bancari. Un gruppo che possiede un’uniforme, è armato e completamente al maschile. Le donne sono ammesse solo in un’ala femminile separata. Ha anche innumerevoli organizzazioni sussidiarie per scopi speciali, tra le più importanti:
- Akhil Bhartiya Vidyarthi Parishad (ABVP), l’ala studentesca, fondata nel 1949.
- Vishwa Hindu Parishad (VHP), l’ala religiosa, fondata nel 1964.
- Bharatiya Janata Party (BJP), l’ala politica, fondata nel1980.
- Bajrang Dal, l’ala giovanile, fondata nel 1984.
Questi gruppi mantengono “legami simbiotici” con la RSS, scrivono gli storici Walter Andersen e Shridhar Damle, reclutando swayamsevaks “che hanno già dimostrato capacità organizzative nella RSS”, in un processo che garantisce un “alto grado di conformità” nelle norme comportamentali e un “alto grado di lealtà” all’organizzazione madre.
Secondo MS Golwalkar, la seconda e più longeva Guida Suprema della RSS (1940-1973), la missione di questi affiliati era quella di servire “i loro ruoli specifici nei rispettivi campi”, lavorando anche come “centri di reclutamento per i Sangh dal punto di vista ideologico”. Golwalkar ordinò loro di “egemonizzare ideologicamente tutti gli altri campi”. La loro ideologia comune è l’hindutva.
La Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale definisce Hindutva un’ideologia “che considera i non-indù estranei all’India”. Amnesty International sostiene: “Hindutva è l’ideologia politica di una nazione esclusivamente indù.”
Una nazione esclusivamente indù è esattamente ciò su cui insiste l’attuale Guida Suprema della RSS, Mohan Bhagwat. Tra le tante occasioni in cui Bhagwat ha ribadito questa pretesa ricordiamo le sue parole dell’ottobre 2019, in cui dichiarava, a un evento che celebrava la fondazione di RSS,: “La visione e l’annuncio del Sangh riguardo all’identità della nazione, all’identità sociale di tutti noi e all’identità della natura del paese sono chiari, ben pensati e fermi sul fatto che [l’India] è hindustan, [una] nazione indù”.
Diceva inoltre: “Ero il capo della RSS anche nel 2009, ma non erano così tante le persone venute ad ascoltarmi. Oggi ci sono più persone e l’influenza dell’RSS è aumentata in vari settori".
In effetti, l’RSS è cresciuta – o meglio – è divenuta una metastasi.
L’RSS sperava di diventare “il nucleo attorno al quale la società stessa si sarebbe rafforzata e avrebbe trovato la sua coesione”, spiega il giornalista Hartosh Singh Bal. Era destinata a fornire le fondamenta per il paese diventando un gruppo predominante con le mani in pasta in ogni aspetto della vita in India.
Sotto la guida di Bhagwat, oggi la RSS opera come stato all’interno dello stato. Si tratta essenzialmente di un governo ombra. È più di questo, sostiene il romanziere Arundhati Roy. “Non più uno stato ombra o uno stato parallelo, è lo Stato”, scrive. “Giorno dopo giorno, vediamo esempi del suo controllo sui media, sulla polizia, sulle agenzie di intelligence. Preoccupa il modo in cui sembri esercitare una notevole influenza anche sulle forze armate”.
Ci sono voluti decenni di silenziosa sedimentazione per l’RSS, per raggiungere questo livello di controllo sociale e politico. Per molto tempo, l’apparato paramilitare è stato impegnato a lavorare a livello statale.
Nel 2002, ad esempio, Roy riferiva che “la polizia, l’amministrazione e i quadri politici a tutti i livelli” erano stati “sistematicamente penetrati” nello stato del Gujarat. È qui che Modi si è fatto le ossa per la prima volta come politico del BJP. È anche dove la RSS ha condotto il suo primo pogrom del 21° secolo, che l’ex leader del VHP ha definito un “esperimento di successo che si ripeterà in tutto il paese”.
“La tradizionale potenza muscolare del BJP è sempre stata la RSS”, sosteneva un ex ambasciatore degli Stati Uniti in India. “L’RSS può sopravvivere senza il BJP, ma il BJP non può esistere senza l’RSS. Questo collega indissolubilmente il BJP all’agenda hindutva (nazionalista indù) della RSS. Se il BJP non facesse risuonare il corno hindutva, l’RSS non mobiliterebbe più gli elettori indù.
Oggi, tuttavia, il ruolo della RSS è molto più ampio della semplice mobilitazione degli elettori. Non fornisce solo militanti per aiutare a vincere le elezioni – ma tira le fila dei funzionari eletti del partito. L’avvocato indiano AG Noorani definisce il BJP “una creatura della RSS”, aggiungendo: “Senza di esso il BJP crolla". Non solo la RSS fornisce i muscoli, i quadri che costituiscono la manovalanza indispensabile durante le elezioni, ma anche i migliori funzionari.
L’ossatura stessa della leadership del paese riflette chiaramente questo. Nel 2014, quando Modi ha assunto l’incarico di Primo Ministro per la prima volta, 41 membri del gabinetto su 66 persone che costituivano il governo avevano un passato nella RSS. Prima di rimescolare il gabinetto nel 2017, il BJP ha tenuto per la prima volta una “riunione di coordinamento cruciale” con l’RSS. Oggi, 38 ministri su 53 – quasi il 75 per cento – provengono dalla RSS.
Tra questi il famigerato duo del Primo Ministro Narendra Modi e del Ministro degli Interni Amit Shah. I due si incontrarono nel 1982, quando Modi aveva 31 anni e Shah 17; divennero partner inseparabili e salirono al potere attraverso le fatiche della RSS. Shah, che ora è presidente del BJP, funge da luogotenente di Modi e probabile successore.
Altri membri del gabinetto con un passato nella RSS includono: il Ministro della Difesa Rajnath Singh; il Ministro dei Trasporti Nitin Gadkari; il ministro dello sviluppo delle risorse umane Ramesh Pokhriyal (responsabile dell’istruzione); e Ravi Shankar Prasad, che è ministro sia delle comunicazioni, sia della legge e della giustizia.
Con così tanto potere nelle loro mani, le critiche ai paramilitari sono diventate quasi un atto di sedizione anti-nazionale. “Qualsiasi forma di dissenso, o tentativo di mettere in discussione le opinioni della RSS, del BJP o del Primo Ministro Narendra Modi, è ora inquadrata come una minaccia per l’integrità nazionale”, scrive Hartosh Singh Bal. “In effetti, l’idea della nazione si è confusa con l’ideologia, il partito e l’individuo”.
Al centro dell’ideologia della RSS c’è l’idea che solo gli indù hanno un diritto di nascita in India e quindi il paese dovrebbe essere un Rashtra (nazione) indù. Tecnicamente, il gruppo oggi insegna che un Rashtra indù non è qualcosa per cui lavorare tanto quanto è solo un dato di fatto della realtà. Credono che l’India sia già una nazione indù.
Un ideologo della RSS ha recentemente sostenuto, ad esempio, che Hindutva “è un aggettivo della nazione, non un obiettivo”, affermando: “La nazione indù è un aggettivo appropriato nel contesto geo-culturale”.
Tuttavia, poiché la Repubblica dell’India è ufficialmente una democrazia secolare, assicurarsi le fondamenta di quella che credono sia già una nazione indù richiede un’azione legislativa e giudiziaria.
“Quando il BJP è salito al potere nel 2014, il suo sciovinismo indù è stato tenuto al guinzaglio”, scrive il giornalista Kenan Malik. Tuttavia, “una clamorosa seconda vittoria” ha dato a Modi “la licenza di perseguire politiche di esclusione senza ritegno”.
Da maggio 2019, il regime di Modi si è mosso con la velocità di una blitzkrieg per implementare la piattaforma della RSS. Tutti i più alti profili del BJP e le azioni più controverse da allora sono punti chiave dell’agenda RSS:
- Revoca dell’articolo 370 della Costituzione indiana, e conseguente smantellamento dello Stato a maggioranza musulmana dello Jammu e Kashmir dal suo status semi-autonomo.
- Via libera alla costruzione di Ram Mandir – un tempio indù – su terreni contesi nella città di Ayodhya nello stato dell’Uttar Pradesh.
- Approvazione del Citizenship Amendment Act, che rende la religione la base per acquisire la cittadinanza indiana.
- Proposizione di un registro nazionale dei cittadini, che richiederebbe a ogni residente indiano di dimostrare la propria cittadinanza.
Nell’Uttar Pradesh, dove circa 20 persone sono morte solo nei primi giorni di proteste, il primo ministro del BJP Yogi Adityanath promise di “vendicarsi” dei manifestanti. Il suo voto di “vendetta” si manifestò nella violenza mirata contro i musulmani in tutto lo stato.
In seguito all’adozione del CAA nel dicembre 2019, le strade dell’India sono state teatro di proteste di massa che chiedevano la sua abrogazione e si opponevano all’introduzione della NRC. Si tratta, in sostanza, di proteste contro l’attuazione dell’agenda dell’RSS.
I manifestanti hanno dovuto affrontare una feroce repressione. Quasi 70 persone sono morte. Innumerevoli video mostrano masse di manifestanti pacifici che si infrangono come onde sugli scogli mentre la polizia li carica e inizia a brutalizzare casualmente le persone.
La polizia di Adityanath è accusata di aver condotto un giro di vite in stile militare nei quartieri musulmani “con la polizia che ha aperto il fuoco sui civili, picchiato bambini, vandalizzato proprietà”. Intorno a mezzanotte sono entrati nelle case musulmane per minacciare donne e bambini a meno che non rivelassero la posizione dei membri maschi della famiglia.
Ci sono notizie documentate che adolescenti musulmani sono stati prelevati dalla polizia e sottoposti a torture emotive, psicologiche e fisiche per ore o giorni alla fine – e, in un incidente, un avvocato musulmano di 73 anni è stato arrestato, portato in questura e picchiato, mentre gli agenti minacciavano di distruggere la sua famiglia, gettarli tutti in prigione a “marcire a vita”, e “stuprare sua moglie”.
In tutta l’India, la polizia sta brutalizzando i manifestanti. Quando la violenza è scoppiata a Delhi alla fine di febbraio 2020, la polizia è stata accusata di abbattere le porte delle case musulmane e trascinare gli occupanti fuori per consegnarli alla folla. Sono stati filmati mentre picchiavano un mucchio di giovani musulmani coperti di sangue, mentre li costringevano a cantare l’inno nazionale.
Una delle vittime è morta a causa del linciaggio. In un altro caso, un uomo che si è unito alla lapidazione dei musulmani afferma che poiché stavano esaurendo le pietre, “la polizia ne ha portate alcune e ci ha detto di lanciarle”.
È stata la peggiore violenza comune a colpire Delhi dal genocidio sikh del 1984 e, in pochi giorni, ben oltre 50 persone – per lo più musulmani – sono morte in quello che la giornalista Mira Kamdar chiama pogrom. “Alle folle che prendevano di mira un singolo gruppo religioso è stato permesso un libero linciaggio, non controllate dalla polizia”, scrive Kamdar. “Questa è la definizione di pogrom.”
Mentre questa folla nazionalista indù, aiutata e sostenuta dalla polizia e inizialmente istigata da un politico del BJP, dominava le strade, la loro violenza era ampiamente attribuita alla RSS che, come si è visto a Hyderabad il giorno di Natale, ha perfezionato l’arte di dominare le strade.
La violenza è l’inevitabile risultato del dominio delle strade da parte della RSS. Negli ultimi decenni, la comunità internazionale lo ha sempre più riconosciuto. Le Nazioni Unite hanno messo in guardia contro la militanza degli “estremisti indù” attratti dall'”ultranazionalismo”, impegnati nello “sfruttamento politico della religione” per perpetrare violenza contro cristiani e musulmani. Amnesty International e Human Rights Watch hanno entrambi avvertito che l’escalation della violenza contro le minoranze religiose è condotta dalla RSS e dalle sue filiali.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha descritto l’RSS come un gruppo “estremista”, avvertendo che il Sangh è stato “implicato in episodi di violenza e discriminazione contro cristiani e musulmani” – e, nel 2018, la Central Intelligence Agency ha classificato il VHP e Bajrang Dal come “organizzazioni religiose militanti”.
Il tipo di violenza in cui l’RSS – e il movimento nazionalista indù da loro sostenuto – comprende assassinii, bombardamenti e persino pogrom contro cristiani, musulmani e chiunque si opponga alla sua agenda xenofoba.
Nel 2017, ad esempio, il giornalista Gauri Lankesh è stato abbattuto dai proiettili di un assassino nazionalista indù che, dopo il suo arresto, ha dato una confessione ed è stato collegato all’omicidio di altri due intellettuali anti-RSS. Lankesh era noto per aver chiamato la RSS “un serpente velenoso dalle mille teste” e sapeva di rischiare di essere ammazzato per questo.
Un anno prima della sua morte, disse: “Viviamo in tempi in cui i seguaci di Modi e la brigata Hindutva accolgono gli omicidi […] e celebrano la morte […] di coloro che si oppongono alla loro ideologia, al loro partito politico e al loro leader supremo Narendra Modi. […] Lasciate che vi assicuri, sono desiderosi di chiudermi la bocca, in qualche modo”.
Gli attentati terroristici entrano anche nel ricco portfolio di violenze della RSS. Dal 2006 al 2008, ad esempio, un’ondata di attentati con ordigni esplosivi ha colpito obiettivi musulmani in tutta l’India, uccidendo centinaia di persone negli Stati di Haryana, Maharashtra, Rajasthan e Telangana.
Uno dei peggiori incidenti è stato l’attentato al Samjhauta Express, il “treno dell’amicizia” che corre tra India e Pakistan. Settanta persone sono morte. L’indagine sugli attacchi ha coinvolto, tra gli altri, un operaio della RSS a tempo pieno di nome Swami Aseemanand che, in interviste ai media, ha affermato che la violenza era stata ordinata direttamente dal capo della RSS Mohan Bhagwat.
Aseemanand disse che Bhagwat era d’accordo sulla sua disponibilità a “fare qualche violenza in nome degli indù”, ma aggiunse “non collegarlo al Sangh. […] Se lo farai, allora la gente non dirà che abbiamo commesso un crimine per commettere un crimine. Sarà collegato all’ideologia. Questo è molto importante per gli indù. Per favore, fallo. Hai le nostre benedizioni.”
I pogrom anti-minoranza sono una delle tattiche più provate e affidabili della RSS; infatti, la RSS è collegata a più di una dozzina di massacri di questo tipo. Nel 1947, la RSS era penetrata in tutte le principali aree del subcontinente e vantava fino a mezzo milione di membri.
I britannici se ne stavano andando, il subcontinente era diviso, e il Maragià di Jammu e Kashmir dovette scegliere se unirsi al Pakistan o all’India o rimanere indipendente. Mentre vacillava, il capo della RSS gli fece visita per fargli pressione affinché si unisse all’India. La sua visita seguì il lancio di un pogrom approvato dallo stato in cui le truppe del Maragià si unirono alla RSS per massacrare i musulmani di Jammu.
Alla fine, il numero totale di persone uccise era catastroficamente elevato. Secondo le stime di Lowball, il bilancio delle vittime è di 20.000. Nel 1948, però, il Times of London affermò che “237.000 musulmani furono sistematicamente sterminati”.
Nel 1969, il Gujarat fu colpito da “le peggiori rivolte comunali che il paese avesse visto dopo la Divisione”. Pochi mesi dopo che la RSS tenne una manifestazione di tre giorni nel Gujarat, perorando la causa della “Nazione indù”. Spinse così una folla di persone della RSS e di altri gruppi nazionalisti ad attaccare i musulmani in tutto lo stato. Ufficialmente, più di 400 furono uccise; ufficiosamente, il bilancio delle vittime è 2.000.
I successivi due decenni portarono a una serie di massacri. Dal 1970 al 1989, le rivolte in Bihar, Gujarat, Maharashtra e Uttar Pradesh lasciarono migliaia di musulmani morti. La RSS protestò costantemente per la sua totale innocenza, ma testimoni e indagini coinvolgevano tutti i paramilitari e le sue filiali.
Alla fine, tuttavia, la RSS era abbastanza potente da poter giocare a carte scoperte.
La moschea Babri si trovava nella città di Ayodhya fin dai primi anni del 1500. A metà degli anni ’80, tuttavia, il VHP lanciò una campagna per recuperare il terreno su cui sorgeva la moschea, sostenendo che fosse il luogo in cui nacque la divinità indù Ram.
Presto, il BJP si unì formalmente alla campagna, con il presidente del partito LK Advani a guidare la carica. Nel dicembre 1992, centinaia di migliaia di persone si radunarono intorno alla moschea per ascoltare i discorsi di Advani e di altri leader del BJP. Scatenata dalla loro retorica infuocata, la folla iniziò a demolire la moschea. Poi sono arrivati i pogrom.
La violenza anti-musulmana si diffuse in tutta l’India settentrionale e durò fino al nuovo anno. Il bilancio delle vittime è stato di 3.000. Nessuna violenza è stata spontanea. Secondo un’indagine delle Nazioni Unite, i Sangh “si sono infiltrati nella folla”, hanno pianificato la distruzione della moschea e “hanno causato la morte di manifestanti musulmani, […] il saccheggio delle case e dei negozi musulmani”, e la violenza diffusa che ne seguì.
Il governo indiano rispose vietando brevemente RSS, VHP e Bajrang Dal ma, nel 1998, il BJP salì al potere nazionale per la prima volta con Advani come Vice Primo Ministro.
Il BJP deteneva ancora il potere nazionale quando Modi fu eletto primo ministro del Gujarat nel febbraio 2002. Tre giorni dopo, lo Stato fu inghiottito da una carneficina. Un treno bruciò, uccidendo 59 pellegrini indù di ritorno da Ayodhya. Modi lo dichiarò immediatamente un atto di terrorismo architettato dal Pakistan.
I corpi carbonizzati furono trasportati per le vie della capitale dello stato e consegnati al VHP. Poi il sangue cominciò a scorrere. Per tre giorni, la folla corse furiosa attraverso il Gujarat. Più di una dozzina di città hanno assistito a gravi episodi di violenza. Alla fine, fino a 2.000 (o più) musulmani giacevano morti.
Testimoni oculari affermano che gli aggressori erano armati di liste che riportavano obiettivi musulmani. Alcune delle folle erano persino guidate da legislatori statali del BJP che distribuivano armi alla gente. I sopravvissuti dicono che, quando hanno fatto appello alla polizia per chiedere aiuto, a volte gli è stato detto: “Non abbiamo l’ordine di salvarvi”. Testimoni sostengono che la polizia ha persino sparato contro le vittime.
Poco dopo la fine della violenza, un ministro dello stato del BJP (e membro della RSS) fece chiarezza su quanto stava accadendo. Disse ai media che lui – insieme ad altri funzionari dello Stato e della Polizia – era stato convocato per un incontro a casa di Modi la prima notte del pogrom. Gli fu ordinato di andare in licenza, in modo che la folla potesse “sfogare la propria frustrazione”.
Un alto ufficiale di polizia, in seguito, ha confermato i sospetti. Inoltre, diverse inchieste di giornalisti indiani hanno scoperto la complicità di più leader della RSS, VHP e BJP che si vantavano di aver partecipato alle violenze o del fatto che Modi avesse dato loro tre giorni per fare quello che volevano.
Uno dei più recenti pogrom anti-minoranza si è verificato nel 2008. Quando un leader del VHP fu assassinato a Odisha, il gruppo incolpò la comunità cristiana locale. Le folle guidate da un legislatore statale del BJP iniziarono ad assaltare case cristiane, chiese e persino orfanotrofi.
Circa 100 o più cristiani furono ammazzati e decine di migliaia divennero sfollati nei campi di soccorso. Più tardi, il primo ministro di Odisha dichiarò senza mezzi termini: “I membri di RSS, VHP e Bajrang Dal furono coinvolti nella violenza”.
Non sorprende che la RSS sia responsabile di una violenza così scioccante, considerando i suoi legami ideologici con il fascismo europeo.
Nel 2011, in Norvegia, il terrorista suprematista bianco Andres Breivik ha trucidato 77 persone. Il lungo manifesto di Breivik descrive come sia stato ispirato da altri gruppi estremisti e nazionalisti del mondo. Riferendosi all’RSS, li ha lodati per come “dominano le strade” e “spesso protestano e attaccano musulmani […] di solito dopo che i musulmani mancano di rispetto e degradano l’induismo”.
Ammirava l’RSS a tal punto – dicendo che “i nostri obiettivi sono pressoché identici” – che li ha chiamati ad una collaborazione, scrivendo: “È essenziale che impariamo l’uno dall’altro e cooperiamo il più possibile”.
L’ammirazione di Breivik per l’RSS è abbastanza naturale considerando che la correlazione tra fascismo occidentale e nazionalismo induista risale alle origini paramilitari degli anni ’20.
L’ideologia politico-religiosa nazionalista dell’Hindutva è stata prima articolata da VD Savarkar, il fratello di uno dei 5 fondatori dell’RSS. Uno dei co-fondatori è BS Moonje, mentore di un altro co-fondatore, KB Hedgewar, che divenne la prima Guida Suprema dell’organizzazione paramilitare.
Tutti e tre – Savarkar, Moonje e Hedgewar – erano anche leader di Hindu Mahasabha, un partito politico religioso nazionalista fondato nel 1915. Abbracciavano l’idea che, per citare Bal, il subcontinente “ha visto un inesorabile declino dal suo glorioso passato Hindu”. Convinti che perdere i contatti con questo passato ha reso gli indiani “preda facile per gli invasori stranieri, che siano questi musulmani o inglesi”, si sono posti l’obiettivo di “riportare in auge questo passato antico”.
Nel far ciò, hanno spinto l’idea che essere indiano sia essere indù. Così, qualsiasi cosa o chiunque non fosse indù rappresentava l'oppressione degli indù. La vera libertà per gli indù può essere raggiunta solo riconoscendo il subcontinente come ciò che è sempre stato da tempi immemori: una nazione indù. Mentre questi tre coltivavano il movimento nazionalista indù in India, prendevano ispirazione da – e sono stati anche in contatto diretto con – il crescente movimento fascista in Italia e Germania.
Gli eventi si sono mossi rapidamente negli anni ’20 e ’30. Nel 1921, l’anno successivo alla fondazione del partito nazista, Adolf Hitler ne divenne il leader. Lo stesso anno, in Italia, Benito Mussolini fondò il Partito Nazionale Fascista. Nel 1922, Mussolini compì con successo la Marcia su Roma. L’anno successivo, Hitler fallì nel suo tentato golpe a Monaco, venne arrestato e iniziò a scrivere il Mein Kampf.
Lo stesso anno, Savarkar pubblicò il suo manifesto, Hindutva, nel quale mirava a ridefinire quella indù non come una comunità religiosa, ma come una comunità etno-nazionalista – una “Razza Indù”.
Nel tentativo di trasformare il subcontinente indiano in un etno-stato indù – per gli indù, e solo per gli indù – ha prospettato la sua visione per riunificare la “razza indù”. L’India non deve “perdere la forza nata dalla coesione nazionale e razziale”, scrisse. Il popolo indù deve essere “fuso e saldo in un intero indivisibile, finché la nostra razza non sarà consolidata, forte e affilata come l’acciaio”. Insistendo che il “sangue comune” è l’essenza della nazionalità, scrisse: “noi indù siamo una nazione per, principalmente, il nostro sangue comune”.
Due anni dopo, nel 1925, Hitler pubblicò il Mein Kamp, nel quale dichiarava: “ciò che definisce un popolo, o, per essere più corretti, una razza, non è la lingua, ma il sangue. […] Il sangue comune sta in un Reich comune”. Ossessionato dal proteggere la coesione nazionale e razziale tedesca, si è prefissato di “fondere e saldare il popolo tedesco in un intero indivisibile forte e affilato come l’acciaio”.
Nell’aprile del 1925, Hitler fondò la Schutzstaffel (Squadra di Protezione) – o SS – per proteggere la purezza razziale di una Germania di tedeschi; nel settembre 1925, in India, Hedgewar e la sua schiera fondarono la Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizzazione Nazionale Volontaria) – o RSS.
Hedgewar insistette che il subcontinente dovesse chiamarsi “Hindustan”. Definendola una “nazione di indù”, lo comparava ad una “Germania di tedeschi”. Lo scopo del Sangh, disse, era “rendere realtà le parole ‘Hindustan di indù’”. Dichiarando che “la cultura indù è il respiro vitale dell’Hindustan”, sosteneva che l’unico modo per proteggere l’”Hindustan” era “prima di tutto nutrire la cultura indù”. Se la cultura indù dovesse “perire” e “la società indù cessare di esistere” in “Hindustan”, mette in guardia, non sarebbe più una nazione ma un semplice “accrocco geografico”.
Era convinto che ci fosse un rischio enorme che ciò potesse accadere. Avvertendo che la “società indù” affrontava “attacchi giornalieri dai forestieri”, diceva che l’unica soluzione fosse “organizzare l’intera società indù”. Il “vero cammino” per la “salvezza nazionale” era “nient’altro che l’organizzazione”, disse. “La razza indù si può salvare solo tramite tale organizzazione. […] È per adempiere a questo onere di proteggere la società indù che è nato il Rashtriya Swayamsevak Sangh”, dichiarò Hedgewar.
Questo “squadrone di protezione” si impegnò per instillare nella gioventù indiana l’idea che, come scrisse successivamente Golwalkar, “offrire tutto sè stessi, anche i propri possedimenti più cari, sull’altare della madre patria è il primo e fondamentale dovere di ogni figlio di questa terra”.
Dall’inizio, il gruppo paramilitare ha inseguito i giovani per accrescere le proprie fila, un pattern continuato per decenni. Shah e Advani, per esempio, sono entrambi entrati a 14 anni. Modi, dal canto suo, è entrato a otto anni. “Le prime reclute del Sangh furono studenti di età tra i 12 e 15 anni”, scrive Hartosh Singh Bal. “Quando arrivò il momento per loro di iscriversi all’università, Hedgewar li incoraggiò a studiare fuori da Nagpur e di espandere la portata dell’RSS.
La formazione impartita negli shakhas rifletteva le necessità delle giovani reclute avvicinate da Hedgewar, ma la sua spinta rimase inalterata anche con il crescere dei militanti”.
Uno di questi militanti era Golwalkar, che era sulla ventina e appena uscito dall’università quando si è unito allo shakha originale dell’RSS a Nagpur nei primi anni ’30. A quel punto i nazisti erano già diventati il secondo partito in Germania, mentre Mussolini stava già guidando l’Italia come dittatore da una decade. Colpito dalle notizie sulle istituzioni fasciste italiane, il mentore di Hedgewar, Moonje, guardò all’Occidente come ispirazione.
Nel 1931, Moonje concluse un lungo tour nell’Italia fascista incontrando il Duce. Applaudendo al fascismo per aver aver ideato il “concetto di unità del popolo”, disse a Mussolini che era molto colpito dai gruppi fascisti italiani, non aveva “alcuna esitazione” a lodarli pubblicamente, e concluse: “Ogni nazione in crescita o aspirante tale ha bisogno di tali organizzazioni. L’india in particolare ne ha bisogno per la rigenerazione militare”.
Avendo osservato “le loro attività con i miei occhi in tutti i dettagli”, ha elogiato come le organizzazioni fasciste italiane abbiano promosso “la rigenerazione militare in Italia” e ne ha tratto che “l’India, in particolare l’India induista, necessita di tali istituzioni per la rigenerazione militare degli indù”. Credeva, però, che un’istituzione del genere esisteva già. Prendendo atto che “la nostra organizzazione, Rashtriya Swayamsevak Sangh di Nagpur sotto il Dr Hedgewar, è tale istituzione”, Moonje decise di spendere il resto della propria vita per “svilupparla ed estenderla”.
Nel suo ritorno in India, sostenne che i leader nazionalisti indù “dovrebbero imitare i movimenti giovanili tedeschi e le […] organizzazioni fasciste italiane”, dichiarando: “Sono perfettamente idonee per essere introdotte in India, adattandole alle condizioni particolari”. Due anni dopo, nel 1933, i nazisti salirono al potere in Germania, Hitler divenne dittatore, e il primo campo di concentramento fu costruito.
Nel frattempo, in India, Golwalkar fu nominato segretario dello shakha di Nagpur e gli fu assegnata la gestione del Campo di Addestramento degli Ufficiali dell’RSS, l’istituzione atta a formare i pracharak, lavoratori a tempo pieno che formavano la spina dorsale dell’organizzazione.
La neonata organizzazione aveva già preso l’attenzione dell’occupante Impero Britannico, i cui servizi segreti avvertirono che “i Sangh sperano di essere per l’India di domani, ciò che oggi sono i fascisti per l’Italia e i nazisti per la Germania”. Le dichiarazioni di Moonje continuarono a rinforzare quella conclusione. In un incontro con Hedgewar, suggerì che il subcontinente avesse bisogno di “un indù come dittatore, come […] Mussolini e Hitler nell’Italia e Germania di oggi”.
In Germania, intanto, il regime di Hitler introdusse le leggi di Norimberga, secondo le quali i cittadini avrebbero dovuto avere “sangue tedesco” e privò ebrei e altri della loro cittadinanza. La persecuzione politica degli ebrei si trasformò presto in violenza fisica.
Nel 1928, il primo pogrom nazista contro gli ebrei – noto come Kristallnacht, o “notte dei cristalli” – fece quasi 100 morti, mentre decine di migliaia di ebrei furono deportati nei campi di concentramento. Eppure, mentre i nazisti ponevano le basi per l’olocausto, Savarkar sostenne che la sua idea di nazione indù fosse legittimata dalla predominanza di una maggioranza razziale nella Germania nazista.
“Una nazione è formata dalla maggioranza che la abita”, disse meno di un mese prima della Kristallnacht. “Cosa è successo agli ebrei in Germania? Essendo una minoranza sono stati allontanati”. Dichiarò inoltre che i musulmani indiani – “come gli ebrei in Germania” – erano inadatti ad assimilarsi nella società nazionale perché, a suo dire “identificavano sè stessi e i loro interessi” più “con i musulmani fuori dall’India che con i propri vicini indù”. Concluse, “se noi indù diventiamo forti in India, presto questi musulmani... dovranno fare la fine degli ebrei tedeschi”.
Nel marzo del 1939, dopo l’annessione dell’Austria da parte dei nazisti, che si preparavano a occupare la Cecoslovacchia, il movimento nazionalista indù elogiò pubblicamente l’adozione di Hitler dell’arianesimo.
L’Hindu Mahasabha, con presidente Savarkar, dichiarò: “l’ideale della Germania di risveglio della cultura ariana, la glorificazione della svastica, l’assunzione degli insegnamenti vedici e l’ardente sostegno alla tradizione della civiltà indo-germanica sono accolte dai religiosi e sensibili indù con la gioiosa speranza che […] la crociata della Germania contro i nemici della cultura ariana risvegli tutte le nazioni ariane del mondo e porti gli indù a ripristinare la propria gloria perduta”.
Sette mesi più tardi, poche settimane dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale con l’invasione della Polonia del settembre 1939 da parte dei nazisti, Moonje si lamentò che “i musulmani stanno dimostrando di essere una spina nel fianco”. Dichiarò che li “dovremo combattere” e implicò che “l’RSS potrebbe tornare utile” a tale scopo".
Nel frattempo Golwalkar era stato nominato come secondo in comando dell’RSS. La sua influenza ideologica sul gruppo si espanse assieme alla sua autorità. Lo stesso anno pubblicò il suo manifesto, Noi o La Nostra Nazione Determinata, come lo definiscono Andersen e Damle: “la prima dichiarazione sistematica dell’ideologia dell’RSS”.
Oggi, Golwalkar è celebrato come il guru dell’RSS. Come dice Narendra Modi: “Fino alla sua morte, dal 1940 al 1973, viaggiando in continuazione per l’India, Guruji si è dedicato anima e corpo al suo lavoro di crescita dell’RSS”.
Come gli altri padri fondatori del movimento nazionalista indù, il Guru dell’RSS elogiò esplicitamente i movimenti fascisti europei. Golwalkar ha esaltato l’Italia di Mussolini per aver risvegliato “l’antica idea della Razza Romana di conquistare l’intero territorio attorno al Mediterraneo” e celebrato come “l’antico Spirito della Razza, che ha portato le tribù germaniche a conquistare l’intera Europa, sia risorto nella Germania moderna con il risultato che la Nazione necessariamente persegue gli obiettivi predeterminati dalla tradizione dei suoi antenati razziatori”.
Aggiunse inoltre: “Così anche per noi: il nostro Spirito della Razza si è nuovamente destato. […] Lo Spirito della Razza si sta risvegliando. Il mondo vedrà la potenza della rinata Nazione indù che colpirà i propri nemici con il suo possente braccio. […] Lo Spirito della Razza chiama. La coscienza nazionale si infiamma e noi indù ci raduniamo di fronte allo Stendardo Indù, la Bhagwa Dhwaj [la bandiera zafferano], e restiamo ferrei nella nostra determinazione di devastare le forze nemiche”.
Credeva che i fascisti europei avevano legittimato il diritto di definire la nazionalità con la razza e dimostrato che “ogni Razza” possiede “il diritto inalienabile di estromettere dalla propria Nazione” chiunque avesse “tradito” contemplando aspirazioni diverse da quelle della “Razza Nazionale”.
Definendo come “Razza Nazionale” la “Razza Indù”, dichiarò: “Solo gli indù hanno vissuto qui come figli di questa terra”. In altre parole, solo gli indù avevano diritto a dimorare in India. Il Paese poteva prosperare solo, pensava, avanzando una dottrina di esclusione razziale.
“Nell’Hindustan, la terra degli indù, vive e dovrebbe vivere la Nazione Indù”, scrisse. Nella sua testa, tutti i non-indù avevano due opzioni: “Farsi assimilare nella Razza Nazionale adottandone la cultura, o vivere alla sua mercè finché la razza nazionale glielo permetta, e lasciare il Paese alla volontà della razza nazionale”.
I convertiti dall’induismo, insistette, hanno abbandonato “lo spirito di amore e devozione per la nazione” e sono succubi di una “lealtà divisa” invece che di una “integra e assoluta lealtà alla nazione”. La conversione era, disse, “non solo un caso di cambio di fede, ma un cambio di identità nazionale”.
Dichiarò che gli unici “patrioti nazionalisti” sono coloro che aspirano a “glorificare la razza e la Nazione indù” – tutti gli altri erano “traditori” che si erano uniti al “campo del nemico” e lasciato la propria “madre-patria nel fango”.
Dichiarò che tutti i non-indù come i cristiani e i musulmani erano “minacce interne”. Descrivendoli come membri di “razze straniere”, intimò di “rinunciare al proprio carattere mentale straniero per fondersi nella coscienza comune della nostra vita nazionale”.
Dichiarando che sarebbero dovuti essere privati della nazionalità se si fossero rifiutati di fondersi nella “via della vita indù”, scrisse: “Le razze straniere in Hindustan devono adottare la cultura e lingua indù, devono imparare a rispettare e riverire la religione indù, non devono avere ideali se non quello della glorificazione della razza e cultura indù, o possono rimanere nel Paese, totalmente subordinati alla Nazione Indù, rivendicando nulla, meritevoli di nessun privilegio, men che meno trattamenti di favore – neanche i diritti civili”.
Infine Golwalkar implicò che la violenza sarebbe potuta essere la necessaria soluzione finale al problema dei non-indù residenti in India. Denunciando il giudaismo come “una fede intollerante”, scrisse: “Per mantenere la purezza della razza e della sua cultura, la Germania ha sconvolto il mondo estirpando dal paese le razze semitiche – gli ebrei. Si è manifestato così il punto più alto dell’orgoglio razziale”.
Concluse dicendo che la Germania aveva dato il buon esempio mostrando come fosse “impossibile” per diverse “razze e culture assimilarsi in un tutt’uno”. Così, dichiarò che la linea politica nazista verso gli ebrei era “una buona lezione per noi in Hindustan, da impararne e trarne giovamento”.
“Alla morte di Golwalkar, nel 1973, il Sangh Parivar per come lo conosciamo oggi era praticamente pronto”, scrive Bal. Non solo la sua ideologia continua a essere colonna portante dell’RSS, ma il suo volto sovrasta le manifestazioni paramilitari. Quando il gruppo ha marciato per le vie di Hyderabad nel dicembre del 2019, l’immagine inghirlandata di Golwalkar era montata su jeep e scortata da interminabili file di swayamsevak in uniforme.
L’attuale capo dell’RSS, Mohan Bhagwat, crebbe in una famiglia di attivisti dell’RSS. Suo padre era uno “stretto collaboratore” sia di Hedgewar che di Golwalkar. Lui stesso diventò un pracharak appena due anni dopo la morte di Golwalkar. Il Primo Ministro Modi, dal canto suo, si unì all’RSS negli anni ’50 e divenne pracharak nel 1971 sotto la guida di Golwalkar. Numerosi altri a capo dell’attuale movimento nazionalista indù sono stati cresciuti, politicamente parlando, da Golwalkar.
Nell’attuale età dell’informazione, però, l’RSS è molto più cauto su come articola pubblicamente la propria ideologia. La guida dell’organizzazione paramilitare ha cambiato ripetutamente la propria posizione sugli scritti del proprio Guru. Così, nel 2006, l’RSS ha formalmente rinnegato Noi o La Nostra Nazione Determinata, dichiarando che non rappresenta “la visione del maturo Guruji né dell’RSS”.
Eppure già negli anni ’50, gli studiosi vi si riferivano come alla “Bibbia” del Sangh e negli anni ’70, i leader più anziani dell’RSS asserivano che fosse stato scritto per dare una “base scientifica” alle rivendicazioni per una nazione indù. Il disconoscimento è apparso come niente più che una mera questione di immagine pubblica. Il libro era così “brutalmente sincero”, sostiene Noorani, che “c’è stato un tentativo disperato da parte dell’RSS di allontanarsene”.
Il disconoscimento fu accompagnato dalla riaffermazione del secondo libro di Golwalkar, Alcuni Pensieri, pubblicato nel 1966. Eppure quel libro rispecchia perfettamente la retorica xenofoba di Noi, dove l’unica grande differenza – in vista delle circostanze storiche – è che Golwalkar ha omesso la pomposa celebrazione del fascismo europeo.
Nel 2018, l’RSS cambiò nuovamente la propria posizione, annunciando che non accettava più Alcuni Pensieri nella sua interezza perché “non può rimanere valido in eterno”. Bhagwat dichiarò che gli unici scritti di Golwalkar che l’RSS ancora considera autorevoli sono quelli che ha selezionato e ripubblicato nel libro MS Golwalkar: La Sua Visione e Missione.
Questo approccio selettivo rappresenta ciò che Bal definisce “un gioco di prestigio tipico del Sangh”. Mentre abbandona la definizione dei non-indù come “traditori”, per esempio, il libro lamenta che alcuni indiani hanno “persino cambiato la propria religione” e adottato “la religione degli stranieri”.
“L’essenza della nostra nazione è spirituale”, scrive Golwalkar. “Senza il fondamento del dharma, il nostro Paese non ha futuro”. Affermando che “i principi viventi della società indù sono i sistemi viventi di questa nazione”, proclama: “In breve, questa è una nazione indù”.
Mentre dichiarazioni simili sono già abbastanza per rivelare l’impegno ininterrotto dell’RSS verso la visione xenofoba di Golwalkar, la sua rinnovata attenzione all’immagine pubblica significa che sono passati i giorni in cui i suoi ideologi lodavano apertamente i fascisti europei o chiamavano i non-indu “traditori” e membri di “razze straniere” che devono essere privati dei loro diritti.
“Il substrato oscuro dell’ideologia dell’RSS – la sua visione di un nazionalismo culturale basato sull’esclusione delle minoranze – è stato levigato per il pubblico”, scrive Bal. Oggi, più che dettagliare esplicitamente la propria ideologia, l’RSS si concentra ad affinare la propria immagine pubblica e controllare come è percepita.
Di conseguenza, Bhagwat annuncia: “Diciamo che la nostra è una Rashtra Indù. Rashtra Indù non significa che non c’è spazio per i musulmani. Il giorno in cui si dirà che i musulmani non sono i benvenuti qui, il concetto di Hindutva cesserà di esistere”.
Certe dichiarazioni ispirano i commentatori a discutere quale nuova via percorrerà l’RSS e fornisce munizioni ai difensori dell’RSS per attaccare i critici. Ignorano, ovviamente, che Bhagwat nel contempo dice che non c’è spazio per i musulmani in India e che l’India è una nazione indù. Continua inoltre ad avanzare il concetto centrale di Hindutva: che essere indiano significa essere indù.
Così sostiene: “L’induismo non è una forma di culto o una lingua. L’induismo è il nome di un’eredità culturale che appartiene a tutti coloro che vivono in India”. La parola “Hindu”, dice, “è l’identità del popolo di questa regione, non la sua religione”.
Nel frattempo l’influenza di Golwalkar continua a predominare sull’RSS e i suoi membri. Quando Bhagwat parla alle manifestazioni di massa dell’RSS, lo fa sempre schierato davanti a un’enorme, spesso adornata foto di Golwalkar – la cui effige è apposta sui muri della sede di Nagpur dell’RSS. Modi nomina Golwalkar tra i suoi principali ispiratori, definendolo una “gemma” e “davvero un grand’uomo” il suo “onorevole Guru”.
Amit Shah ha encomiato “Guruji Golwalkar” come “colui che ci ha motivati […] a servire Maa Bharati [Madre India]”.
Shah, il promotore del CAA e l’NRC, è unico nella sua inclinazione a gettare la cautela al vento e – alla faccia della reputazione internazionale – adotta apertamente una retorica palesemente genocida. Così, per esempio, ha recentemente descritto gli immigrati irregolari musulmani come “infiltrati” e “termiti”. Shah crede che sia necessario proteggersi da – per citare Hedgewar – gli “attacchi giornalieri” di questi “forestieri”.
Con Shah alla testa, non è una sorpresa che persone come Arundhati Roy avvertano che l’insieme CAA/NRC “assomiglia inquietantemente alle Leggi di Norimberga del Terzo Reich”.
Qual è il futuro dell’RSS?
La dirigenza riporta che sta crescendo a ritmi “senza precedenti”. “Deve continuare a crescere”, ha dichiarato Hedgewar. “Il nostro obiettivo può essere raggiunto solo se l’organizzazione cresce continuamente e rapidamente”.
È cresciuto così rapidamente che Bhagwat, nel 2018, dichiarò che può “approntare personale militare in tre giorni, mentre all’Esercito servono 6-7 mesi”. Infatti, prendere il controllo dell’apparato militare indiano sembra essere il suo prossimo obiettivo principale. In Uttar Pradesh ha aperto la prima “Scuola Militare” per “addestrare bambini a diventare i prossimi ufficiali delle forze armate”.
Qualsiasi cosa riservi il futuro, una cosa è ovvia: oggi in India, sotto il regime dell’RSS, la visione fascista dei padri fondatori del movimento nazionalista indù si sta implementando velocemente con conseguenze fatali e, più a lungo detterà legge, più gravi saranno queste conseguenze.
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