La inquietante ministra degli Esteri britannica Liz Truss è stata nominata dal Partito Conservatore al potere in Gran Bretagna come nuovo primo ministro al posto dell’inquietante Boris Johnson.
La Truss aveva già dato pessima prova di se in un colloquio con il ministro degli Esteri Lavrov sia per i toni bellicisti sia per l’ignoranza nella conoscenza della geografia russa.
La Truss infatti è caduta su una buccia di banana davanti ad una iperbole del ministro russo, il quale faceva sapere che le truppe di Mosca erano stanziate sul territorio di Rostov e Voronezh e chiedeva, per paradosso, se la Gran Bretagna intendesse riconoscere almeno la sovranità russa sulla regione di Rostov e di Voronezh.
Certo la domanda era un po’ a trabocchetto ma la Truss, piena di alterigia e di fomento russofobico, rispose che giammai Londra avrebbe accettato la sovranità russa su tali aree. Al che è toccato all’ambasciatore britannico presente al colloquio intervenire sommessamente per far notare la gaffe alla propria ministra ossia che Rostov e Voronezh sono parte della Russia... da sempre.
Ma la cosa più inquietante la Truss l’ha affermata durante un recente incontro elettorale a Birmingham. Il conduttore dell’evento, ha affermato che gli verrebbe il voltastomaco a dover affrontare la prospettiva di un “annientamento totale tramite l’utilizzo di armi nucleari”. Truss con la massima freddezza ha risposto: “Ritengo che sia un dovere importante del primo ministro e sono pronta a farlo”. Una freddezza premiata con un applauso dal pubblico ma che non è passata inosservata sui media britannici.
La Gran Bretagna già in preda ad un furore bellicista degno del XIX Secolo ma anche ad una stagione di conflitti sociali e sindacali come non se ne vedevano da decenni, si affida ad una classe dirigente pericolosa, supponente e ignorante che esprime premier coerenti con essa. Il fatto che sia una donna non leviga né diminuisce la pericolosità di personaggi come Liz Truss.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2022
17/05/2022
Ucraina: de-nazificazione e ucrainicità sullo sfondo di Stepan Bandera
Raccontava un conoscente russo che, fino a una decina di anni fa, andare in vacanza nelle località sciistiche sub-carpatiche dell’Ucraina occidentale, per esempio, nella regione de L’vov, costituiva per un qualsiasi turista russo un vero appagamento, sicuro dell’ospitalità e cordialità ucraine.
Nonostante che il nazionalismo ucraino non sia cosa degli ultimi otto anni, e nemmeno di trent’anni fa, ma risalga molto addietro e, nelle forme ideologiche in cui si presenta oggi, ad almeno cento anni fa, ecco, fino a diversi mesi successivi agli eventi di majdan Nezaležnosti e al golpe neo-nazista del febbraio 2014, esso rimaneva per lo più limitato a settori non estesi della società.
Per non parlare poi dei raggruppamenti più propriamente nazisti, quali, per dire, il Partito Social-Nazionale d’Ucraina (SNPU), fondato nel 1991 e ribattezzato nel 2004 Unione pan-ucraina Svoboda, con a capo Oleg Tjagnibok; oppure l’Assemblea Social-Nazionale – Patriota d’Ucraina, guidata dal futuro speaker della Rada Andrij Parubij, anche questa nata negli anni ’90; o il Tridente Stepan Bandera, con a capo Dmytro Jaroš (qui, una sua biografia da Donbass Insider), costituiti per lo più, all’inizio, come manovalanza negli scontri armati tra clan di accaparratori del patrimonio sovietico.
Tutto è cambiato dopo il 2014. Le prime colonie estive organizzate da Azov per inculcare in bambini e ragazzi la mistica delle armi risalgono (quantomeno in maniera sfacciata) al 2015.
Otto anni di martellamento ideologico quotidiano su odio per i vicini, soprattutto orientali, supremazia della Nazione ucraina, genio della preminente razza slava (si intende che solo quella ucraina sia “slava pura”) in ogni campo dello scibile: tutto questo, sponsorizzato dall’esterno quale motore di contrapposizione anti-russa, dà oggi i frutti che vediamo, anche se volutamente ignorati dalla liberal-democrazia (?!) europeista.
«Nei 30 anni di esistenza del progetto di Ucraina post-sovietica», scriveva qualche settimana fa Aleksandr Khaldej su Regnum.ru, l’ex repubblica dell’URSS si è «trasformata in un’enorme clinica psichiatrica, in cui hanno preso il potere i pazienti più violenti, mentre i medici sono fuggiti»; si è trattato del «più vasto esperimento psicologico della storia europea: »: più duraturo di quello goebbelsiano.
Un esperimento condotto su un terreno di coltura costituito dalla riduzione in estrema povertà della stragrande maggioranza della popolazione, provocando in essa un tale stress che, a lungo andare e con un’esposizione quotidiana, è in grado di trasformare le persone in animali.
Sin dalla proclamazione della “sovranità” ucraina rispetto all’URSS, scrive Khaldej, prese avvio «l’emarginazione di massa degli ucraini e il paese è arrivato a battere tutti i record europei per crescita di prostituzione, tossicodipendenza, malattie sessualmente trasmissibili, AIDS».
Chiusura di migliaia di industrie, crisi sistemiche e strutturali dell’economia cominciarono a trasformare, sin dai primi anni ’90, grandi masse di popolazione in lumpen, privati della possibilità di trovare lavoro.
Con cognizione, ricordiamo come Mosca, all’epoca, fosse “presa d’assalto” dai cosiddetti gastarbeiter provenienti dall’Ucraina (come oggi lo è da lavoratori uzbeki, tadžiki e di altre nazionalità dell’Asia centrale), che si adattavano ai lavori più massacranti, pur di portare a casa un salario anche minimo.
Succedeva che spesso consentissero a turni impossibili, per concentrare in tre-quattro giorni l’orario settimanale e poter poi trascorrere un paio di giorni a casa, per tornare a Mosca la settimana successiva. E là, in Ucraina, la ricchezza andava per lo più concentrandosi nelle cerchie vincenti della sfera criminale.
D’altronde, non molto dissimile era la situazione nel decennio della Russia eltsiniana, più o meno fino a inizi 2000; con la differenza che un minimo di “ricchezza” si riusciva (e la si doveva) distribuire bene o male anche tra la popolazione, dopo il golpe armato del 1993.
Dunque, tornando a Khaldej: avvezzare «la popolazione a una povertà senza vie d’uscita è la prima cosa da fare per convertire il popolo all’obbedienza e alla bestialità», pur se, nella spiegazione su come l’immiserimento della popolazione ucraina abbia potuto avere uno sbocco quale lo vediamo oggi, Khaldej mette l’accento pressoché esclusivo sulla scaltra psicologia contadina ucraina.
La quale si conserverebbe nella corteccia sociale del paese e che, a differenza di quella delle regioni più settentrionali (tipo: la Russia), in cui il clima estremo portava a far fronte alle avversità, riunendosi in comunità, là rendeva il contadino ucraino incline a reagire individualmente, a cercare la propria sopravvivenza anche a danno dell’altro.
Il “furbo” contadino ucraino «obbedisce solo al pugno di ferro del padrone, considerando stupidità e debolezza ogni gioco di democrazia e liberalismo... Con l’Ucraina dovranno prestare la propria opera non politologi o propagandisti, bensì sociopsicologi o addirittura psichiatri e psicoterapeuti».
E, riguardo gli obiettivi di Mosca, sarà comunque impossibile, conclude Khaldej, cercare di indirizzare l’ucraino verso «l’amicizia con la Russia. Se seguiremo questa strada, saremo sconfitti. I nuovi governi saranno di nuovo pieni di banderisti» e accadrà come in epoca sovietica, allorché, giurando «amore e fedeltà, riempivano le strutture di partito e Komsomol. Di nuovo, pugnaleranno la Russia alle spalle, come il cripto-banderista Kravčuk», poi diventato Presidente; o come «Turčinov e Farion, cresciuti nel Komsomol, così come tanta altra nomenklatura dell’Ucraina odierna».
Non molto dissimili nelle conclusioni, ma con una prospettiva quantomeno originale, le argomentazioni di Oleg Nemenskij, analista dell’Istituto russo di studi strategici, il quale su IARex.ru parla sia del rapporto tra “identità ucraina” e “ucrainicità”, sia della difficoltà di raggiungere l’obiettivo della denazificazione, data la contraddizione tra l’ideologia del nazionalismo ucraino tradizionale e quella neonazista.
La “ucrainicità” si è formata alla fine del XIX secolo e può essere caratterizzata come un’ideologia etnocida, con forma nazionalista, che mirava a sradicare l’identità storica della popolazione, per sostituirla con una nuova identità, ucraina.
Per forzare le persone ad abbandonare la propria identità tradizionale, la lingua abituale, l’autocoscienza storica, esse devono venir motivate e la motivazione per abbandonare tutto quanto c’è di russo è l’ideologia dell’Ucraina.
In questo, afferma Nemenskij, l’identità ucraina e la stessa “ucrainicità”, costituiscono un’ideologia negativa. L’ucraino cosciente «odia i russi e la Russia; è sempre in lotta coi “moskaly”, [termine spregiativo per indicare i russi; ndr] interni ed esterni. E, in questo senso, il moskal è quel russo che ostinatamente rifiuta di rinunciare alla propria russicità; un russo simile vive non solo in Russia o in Donbass, ma si annida anche nell’animo dell’ucraino».
Alcuni anni fa, in varie regioni ucraine, furono condotte campagne di massa all’insegna de “Uccidi il moskal che è in te”. In tal modo, i più zelanti nazionalisti ucraini dimostravano di sentirsi, nel profondo di se stessi, dei moskaly, che dovevano essere “uccisi”: l’ideologia ucraina si basa proprio «sull’eterna “uccisione” in sé del moskal: un’ideologia comparsa a fine ‘800, cioè molto prima di Stepan Bandera e che sopravvive tutt’oggi».
Nemenskij si dice convinto dell’impossibilità di “rimodellare” l’identità ucraina, che «non esisteva prima dell’ideologia della “ucrainicità” e ne è inseparabile. Non ci sono testimonianze certe sull’esistenza di un’identità ucraina di massa nel XIX secolo. È stata completamente creata dai sostenitori della “ucrainicità” e non esiste al di fuori di essa. Lo si è visto in LNR e DNR: all’inizio avevano cercato di preservare l’identità ucraina, abbandonandola poi non appena cominciarono a piovere le bombe» di Kiev.
Ma, se tutto questo è vero, conservandosi l’identità ucraina, diventa quasi irraggiungibile il proclamato obiettivo di denazificare l’Ucraina: la «formulazione stessa dell’obiettivo scaturisce dall’idea che in Ucraina sia fiorito il nazismo, che in realtà, pur forte come “ideologia”, non è così diffuso. Il neonazismo in Ucraina è rappresentato principalmente dagli uomini di Azov, movimento di lingua russa, presente principalmente nel sud-est ed è molto diverso dal nazionalismo ucraino vero e proprio, poiché si concentra non sulla costruzione di un piccolo stato nazionale in cui non ci siano “né ljakh, né žid, né moskal” [espressione spregiativa per polacchi, ebrei e russi; ndr], ma sulla creazione di un grande impero con al centro Kiev, annettendone le terre della Russia e creando una società basata sulla gerarchia razziale».
Il neonazismo ucraino, scrive Nemenskij ha iniziato a prendere forma solo negli anni 2000 e non ha uno status ufficiale. Azov si è rivelato molto forte, ma si contrappone al tradizionale nazionalismo ucraino e i «rapporti tra Azov e banderisti, tradizionalmente, non ingranano: oggi, quando l’esercito russo sta venendo a capo di Azov a Mariupol, la cosa è applaudita sia dai liberali nel governo che dai banderisti nel resto dell’Ucraina».
Per concludere, il risultato di una tale denazificazione come viene interpretata per lo più a Mosca, potrebbe dar luogo a un’Ucraina completamente banderista: «il vero problema della Russia in Ucraina non è il neonazismo, ma la “ucrainicità”. Sfortunatamente, Mosca cerca ancora di non notare questo problema».
In queste analisi, per quanto suggestive e ben argomentate, offerte da analisti indubbiamente molto più vicini alla questione di quanto possano esserlo degli osservatori lontani, ciò che soprattutto balza agli occhi è la carenza (o la completa assenza) di un esame del ruolo dei ben noti soggetti esterni e della parte da loro assegnata all’Ucraina, banderista o neonazista che sia, o anche formalmente liberale.
L’esperienza di come, dopo il 1945, nazisti e fascisti siano stati abbondantemente riciclati e piazzati in posti chiave degli apparati “democratici” di numerosi paesi europei – e di come già dagli anni ’50 la CIA mettesse a punto i piani antisovietici nell’Ucraina stessa – dovrebbe insegnare che, in particolare nelle steppe sudoccidentali dell’ex Unione Sovietica, è abbastanza azzardato tener conto di due soggetti statali solamente.
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Nonostante che il nazionalismo ucraino non sia cosa degli ultimi otto anni, e nemmeno di trent’anni fa, ma risalga molto addietro e, nelle forme ideologiche in cui si presenta oggi, ad almeno cento anni fa, ecco, fino a diversi mesi successivi agli eventi di majdan Nezaležnosti e al golpe neo-nazista del febbraio 2014, esso rimaneva per lo più limitato a settori non estesi della società.
Per non parlare poi dei raggruppamenti più propriamente nazisti, quali, per dire, il Partito Social-Nazionale d’Ucraina (SNPU), fondato nel 1991 e ribattezzato nel 2004 Unione pan-ucraina Svoboda, con a capo Oleg Tjagnibok; oppure l’Assemblea Social-Nazionale – Patriota d’Ucraina, guidata dal futuro speaker della Rada Andrij Parubij, anche questa nata negli anni ’90; o il Tridente Stepan Bandera, con a capo Dmytro Jaroš (qui, una sua biografia da Donbass Insider), costituiti per lo più, all’inizio, come manovalanza negli scontri armati tra clan di accaparratori del patrimonio sovietico.
Tutto è cambiato dopo il 2014. Le prime colonie estive organizzate da Azov per inculcare in bambini e ragazzi la mistica delle armi risalgono (quantomeno in maniera sfacciata) al 2015.
Otto anni di martellamento ideologico quotidiano su odio per i vicini, soprattutto orientali, supremazia della Nazione ucraina, genio della preminente razza slava (si intende che solo quella ucraina sia “slava pura”) in ogni campo dello scibile: tutto questo, sponsorizzato dall’esterno quale motore di contrapposizione anti-russa, dà oggi i frutti che vediamo, anche se volutamente ignorati dalla liberal-democrazia (?!) europeista.
«Nei 30 anni di esistenza del progetto di Ucraina post-sovietica», scriveva qualche settimana fa Aleksandr Khaldej su Regnum.ru, l’ex repubblica dell’URSS si è «trasformata in un’enorme clinica psichiatrica, in cui hanno preso il potere i pazienti più violenti, mentre i medici sono fuggiti»; si è trattato del «più vasto esperimento psicologico della storia europea: »: più duraturo di quello goebbelsiano.
Un esperimento condotto su un terreno di coltura costituito dalla riduzione in estrema povertà della stragrande maggioranza della popolazione, provocando in essa un tale stress che, a lungo andare e con un’esposizione quotidiana, è in grado di trasformare le persone in animali.
Sin dalla proclamazione della “sovranità” ucraina rispetto all’URSS, scrive Khaldej, prese avvio «l’emarginazione di massa degli ucraini e il paese è arrivato a battere tutti i record europei per crescita di prostituzione, tossicodipendenza, malattie sessualmente trasmissibili, AIDS».
Chiusura di migliaia di industrie, crisi sistemiche e strutturali dell’economia cominciarono a trasformare, sin dai primi anni ’90, grandi masse di popolazione in lumpen, privati della possibilità di trovare lavoro.
Con cognizione, ricordiamo come Mosca, all’epoca, fosse “presa d’assalto” dai cosiddetti gastarbeiter provenienti dall’Ucraina (come oggi lo è da lavoratori uzbeki, tadžiki e di altre nazionalità dell’Asia centrale), che si adattavano ai lavori più massacranti, pur di portare a casa un salario anche minimo.
Succedeva che spesso consentissero a turni impossibili, per concentrare in tre-quattro giorni l’orario settimanale e poter poi trascorrere un paio di giorni a casa, per tornare a Mosca la settimana successiva. E là, in Ucraina, la ricchezza andava per lo più concentrandosi nelle cerchie vincenti della sfera criminale.
D’altronde, non molto dissimile era la situazione nel decennio della Russia eltsiniana, più o meno fino a inizi 2000; con la differenza che un minimo di “ricchezza” si riusciva (e la si doveva) distribuire bene o male anche tra la popolazione, dopo il golpe armato del 1993.
Dunque, tornando a Khaldej: avvezzare «la popolazione a una povertà senza vie d’uscita è la prima cosa da fare per convertire il popolo all’obbedienza e alla bestialità», pur se, nella spiegazione su come l’immiserimento della popolazione ucraina abbia potuto avere uno sbocco quale lo vediamo oggi, Khaldej mette l’accento pressoché esclusivo sulla scaltra psicologia contadina ucraina.
La quale si conserverebbe nella corteccia sociale del paese e che, a differenza di quella delle regioni più settentrionali (tipo: la Russia), in cui il clima estremo portava a far fronte alle avversità, riunendosi in comunità, là rendeva il contadino ucraino incline a reagire individualmente, a cercare la propria sopravvivenza anche a danno dell’altro.
Il “furbo” contadino ucraino «obbedisce solo al pugno di ferro del padrone, considerando stupidità e debolezza ogni gioco di democrazia e liberalismo... Con l’Ucraina dovranno prestare la propria opera non politologi o propagandisti, bensì sociopsicologi o addirittura psichiatri e psicoterapeuti».
E, riguardo gli obiettivi di Mosca, sarà comunque impossibile, conclude Khaldej, cercare di indirizzare l’ucraino verso «l’amicizia con la Russia. Se seguiremo questa strada, saremo sconfitti. I nuovi governi saranno di nuovo pieni di banderisti» e accadrà come in epoca sovietica, allorché, giurando «amore e fedeltà, riempivano le strutture di partito e Komsomol. Di nuovo, pugnaleranno la Russia alle spalle, come il cripto-banderista Kravčuk», poi diventato Presidente; o come «Turčinov e Farion, cresciuti nel Komsomol, così come tanta altra nomenklatura dell’Ucraina odierna».
Non molto dissimili nelle conclusioni, ma con una prospettiva quantomeno originale, le argomentazioni di Oleg Nemenskij, analista dell’Istituto russo di studi strategici, il quale su IARex.ru parla sia del rapporto tra “identità ucraina” e “ucrainicità”, sia della difficoltà di raggiungere l’obiettivo della denazificazione, data la contraddizione tra l’ideologia del nazionalismo ucraino tradizionale e quella neonazista.
La “ucrainicità” si è formata alla fine del XIX secolo e può essere caratterizzata come un’ideologia etnocida, con forma nazionalista, che mirava a sradicare l’identità storica della popolazione, per sostituirla con una nuova identità, ucraina.
Per forzare le persone ad abbandonare la propria identità tradizionale, la lingua abituale, l’autocoscienza storica, esse devono venir motivate e la motivazione per abbandonare tutto quanto c’è di russo è l’ideologia dell’Ucraina.
In questo, afferma Nemenskij, l’identità ucraina e la stessa “ucrainicità”, costituiscono un’ideologia negativa. L’ucraino cosciente «odia i russi e la Russia; è sempre in lotta coi “moskaly”, [termine spregiativo per indicare i russi; ndr] interni ed esterni. E, in questo senso, il moskal è quel russo che ostinatamente rifiuta di rinunciare alla propria russicità; un russo simile vive non solo in Russia o in Donbass, ma si annida anche nell’animo dell’ucraino».
Alcuni anni fa, in varie regioni ucraine, furono condotte campagne di massa all’insegna de “Uccidi il moskal che è in te”. In tal modo, i più zelanti nazionalisti ucraini dimostravano di sentirsi, nel profondo di se stessi, dei moskaly, che dovevano essere “uccisi”: l’ideologia ucraina si basa proprio «sull’eterna “uccisione” in sé del moskal: un’ideologia comparsa a fine ‘800, cioè molto prima di Stepan Bandera e che sopravvive tutt’oggi».
Nemenskij si dice convinto dell’impossibilità di “rimodellare” l’identità ucraina, che «non esisteva prima dell’ideologia della “ucrainicità” e ne è inseparabile. Non ci sono testimonianze certe sull’esistenza di un’identità ucraina di massa nel XIX secolo. È stata completamente creata dai sostenitori della “ucrainicità” e non esiste al di fuori di essa. Lo si è visto in LNR e DNR: all’inizio avevano cercato di preservare l’identità ucraina, abbandonandola poi non appena cominciarono a piovere le bombe» di Kiev.
Ma, se tutto questo è vero, conservandosi l’identità ucraina, diventa quasi irraggiungibile il proclamato obiettivo di denazificare l’Ucraina: la «formulazione stessa dell’obiettivo scaturisce dall’idea che in Ucraina sia fiorito il nazismo, che in realtà, pur forte come “ideologia”, non è così diffuso. Il neonazismo in Ucraina è rappresentato principalmente dagli uomini di Azov, movimento di lingua russa, presente principalmente nel sud-est ed è molto diverso dal nazionalismo ucraino vero e proprio, poiché si concentra non sulla costruzione di un piccolo stato nazionale in cui non ci siano “né ljakh, né žid, né moskal” [espressione spregiativa per polacchi, ebrei e russi; ndr], ma sulla creazione di un grande impero con al centro Kiev, annettendone le terre della Russia e creando una società basata sulla gerarchia razziale».
Il neonazismo ucraino, scrive Nemenskij ha iniziato a prendere forma solo negli anni 2000 e non ha uno status ufficiale. Azov si è rivelato molto forte, ma si contrappone al tradizionale nazionalismo ucraino e i «rapporti tra Azov e banderisti, tradizionalmente, non ingranano: oggi, quando l’esercito russo sta venendo a capo di Azov a Mariupol, la cosa è applaudita sia dai liberali nel governo che dai banderisti nel resto dell’Ucraina».
Per concludere, il risultato di una tale denazificazione come viene interpretata per lo più a Mosca, potrebbe dar luogo a un’Ucraina completamente banderista: «il vero problema della Russia in Ucraina non è il neonazismo, ma la “ucrainicità”. Sfortunatamente, Mosca cerca ancora di non notare questo problema».
In queste analisi, per quanto suggestive e ben argomentate, offerte da analisti indubbiamente molto più vicini alla questione di quanto possano esserlo degli osservatori lontani, ciò che soprattutto balza agli occhi è la carenza (o la completa assenza) di un esame del ruolo dei ben noti soggetti esterni e della parte da loro assegnata all’Ucraina, banderista o neonazista che sia, o anche formalmente liberale.
L’esperienza di come, dopo il 1945, nazisti e fascisti siano stati abbondantemente riciclati e piazzati in posti chiave degli apparati “democratici” di numerosi paesi europei – e di come già dagli anni ’50 la CIA mettesse a punto i piani antisovietici nell’Ucraina stessa – dovrebbe insegnare che, in particolare nelle steppe sudoccidentali dell’ex Unione Sovietica, è abbastanza azzardato tener conto di due soggetti statali solamente.
Fonte
11/04/2022
Difendere la democrazia attraverso un nazionalismo fascista e una spesa militare suicida? No grazie
Se Ennio Flaiano fosse chiamato oggi a pronunciarsi sul mainstream italiano in argomento guerra, ne uscirebbe sicuramente con uno dei suoi paradossi ad effetto “Non è tanto quel che vedo o leggo a farmi impressione, ma quel che sento: quell’insopportabile rumore delle unghie che si arrampicano al vetro”.
Sugli altoparlanti dell’egemonia mediatica è andata in onda a reti unificate la difesa ad ogni costo delle parole ed opere del governo ucraino, quali che fossero i mezzi da questo utilizzati, il tutto in vista di una costosa militarizzazione dell’intera Europa, già con l’acqua alla gola per la crisi economica.
La gustosa intervista ad un comandante del Battaglione Azov – composto da nazionalisti dell’ultradestra ucraina, che confessa di “leggere Kant” ai propri soldati, la comparsata della band di “Kiev calling” che canta con le magliette di Bandera, hanno scoperto più di un nervo della narrativa dominante.
Una volta emerso che il cavallo politico su cui si era contato consentiva un’agibilità senza paragoni ad organizzazioni ispirate al nazismo, al nazionalismo etnico, ai collaborazionisti del Terzo Reich venerati come “eroi nazionali” con tanto di monumenti, è partita la corsa a negare l’evidenza, a ridimensionare un fenomeno che il governo ucraino per primo si rifiuta di ridimensionare, oppure ad utilizzare narrazioni consolatorie e giustificazioniste, slegate dalla realtà, come quella per cui “i nazisti esistono su entrambi i fronti”.
Va fatta la solita premessa, d’obbligo di questi tempi per non vedere il proprio ragionare delegittimato a tifo: la natura della Russia governata da Putin è di tutta evidenza un regime oligarchico nel quale il blocco storico dominante (composto da un blocco politico alleato a precisi blocchi economici privati e controllati dallo Stato) utilizza tutti gli strumenti della propaganda, della gestione sociale e della repressione per la perpetuazione del potere.
Non vi è chi possa negare che ogni forma di alternativa politica vada incontro a una decisa repressione, anche quando si tratti di rivendicare semplice agibilità democratica.
Sennonché, si potrebbe dire, un tale corso autoritario non è al giorno d’oggi funzionante solo in Russia, ma da molto tempo caratterizza quasi tutte le nazioni dell’Occidente, che pretenderebbero di censurarla.
Anche nei nostri lidi alberga un potere gestito in modo sempre più indipendente da reali meccanismi democratici, che si tratti di uomini – o clan – forti, come in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, di pilastri plutocratici ed oligarchici come in Usa, di elites tecnocratiche come in Italia. Se la Russia sfoggia un impresentabile Khadirov in Cecenia, ci si deve chiedere se i clan del Kosovo, Orban o Erdogan non siano altrettanto impresentabili. E si potrebbe continuare.
Purtuttavia, il punto non è questo. Tornando all’Ucraina, mai prima d’ora in uno Stato, in Russia od Occidente, si era vista una tale agibilità, peso culturale e politico, affidati ad organizzazioni politiche che platealmente si ispirano ad ideologie, personaggi, concezioni del mondo, esplicitamente fasciste o naziste.
Parole ed opere che nel codice penale tedesco sarebbero state puro reato di apologia del Terzo Reich, od oggetto di messa al bando, almeno fino alla mezza retromarcia effettuata con la sentenza della Corte Suprema Federale del 17 gennaio 2017, che rifiutò la richiesta di messa al bando del NPD (un partito neonazista), solo perché di rilievo elettorale minimo.
Nonostante in tutta l’area dell’Europa Orientale siano rinati movimenti ispirati al nazionalismo etnico o rinvigorite ispirazioni al panslavismo, né a Mosca, e neppure nell’ultratlantica Polonia ci si è mai concessi di inaugurare monumenti e celebrare come eroe nazionale un collaborazionista degli orrori del Terzo Reich e della sua SchutzStaffel come Stepan Bandera.
Nello stesso senso mai ci si è spinti ad integrare nell’esercito regolare milizie paramilitari formate da gruppi neonazisti, celebrando i loro gerarchi come eroi della resistenza anche quando i loro atti si sono rivelati veri e propri crimini in tempo di guerra, come la presa di ostaggi civili in molti degli ultimi scenari bellici, o in tempo di pace, come la strage della Casa dei Sindacati ad Odessa.
Ma, se la narrazione del fascismo platealmente rivendicato non fosse sufficiente, basterebbe porre attenzione alle pratiche ed alle leggi messe direttamente in campo dal Presidente dell’Ucraina e dal suo Governo, nei tempi passati e recenti.
Sin dall’alba successiva al golpe del 2014, furono messi fuori fuorilegge i comunisti (lo saranno definitivamente dal 2015 dopo che fu respinto il ricorso contro la messa al bando).
Con un decreto di qualche giorno fa, sono stati messi al bando ben 10 partiti di opposizione (che rappresentano il 20%) del Parlamento: Piattaforma di Opposizione – Per la Vita (43 deputati), Unione Pan-Ucraina “Patria” (26 deputati), Blocco d’Opposizione (6 deputati), Partito di Shariy (dal nome del blogger che lo anima), Opposizione di Sinistra, Unione delle Forze di Sinistra, Partito socialista progressista ucraino, Partito Socialista dell’Ucraina, Socialisti, e Blocco Vladimir Saldo che avevano nella Rada rutenica altri 43 deputati.
Contemporaneamente si è messo il bavaglio a tutta la comunicazione nazionale unificando in una rete sola sotto il controllo del Governo i network televisivi.
Provvedimenti di questo genere sono equiparabili alle cosiddette leggi fascistissime: la legge che obbligava la stampa ad avere un direttore responsabile di gradimento prefettizio-governativo (1926) l’istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo come suprema autorità costituzionale del Regno (1928).
Con riferimento alla questione del Doneckij Bassein, non è certo peregrino sospettare che il separatismo sia stato in una certa misura strumentalizzato dal governo russo secondo i propri interessi. Tuttavia, non si dispone ancora di adeguati documenti in grado di accertare quale sia stato il ruolo della Russia in tali processi politici.
Abbiamo invece sufficienti elementi per osservare come l’asserita reazione ucraina si sia sostanziata in una guerra durata ben otto anni. L’offensiva per il governo Ucraino è stata portata avanti da formazioni ultranazionalistiche e paramilitari con metodi che puntavano senza molti dubbi all’annichilimento di un’espressione etnica e/o culturale (quella russa e russofona), con un massacro che, secondo le stime più prudenti (Relazione dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) riguarda quantomeno 3404 civili (senza “parte”, perché i civili tali vengono considerati) e 6500 insorgenti separatisti.
Una guerra di otto anni che il mainstream ama definire di bassa intensità, ma sicuramente dagli alti numeri.
La persecuzione di queste popolazioni, da parte di formazioni che si ispiravano al fascismo e nazismo, ha generato molte controspinte di reazione e di solidarietà, spingendo molti sinceri antifascisti ad accorrere in soccorso delle popolazioni aggredite, in nome di un ideale sincero, e di un coraggio inusitato e trasparente, come è stato per il caso del comunista veneto Edy Ongaro, oggi ricordato dai suoi compagni del Collettivo Stella Rossa Nord Est e da comunicati di varie organizzazioni, persino all’interno di un presidio contro ogni guerra imperialista.
Il governo ucraino non ha infatti mai fatto mistero delle sue volontà di “ucrainizzazione” del territorio delle repubbliche indipendenti, con provvedimenti volti alla proibizione della lingua russa, seguiti dal confronto militare, atti miranti alla deportazione della popolazione russofona in modi che ricordano le case bruciate dei serbi nei territori croati, o l’occupazione italiana della Jugoslavia, con l’espropriazione delle terre di sloveni e croati e la proibizione di parlare lingue diverse dall’italiano.
A fronte di tutto ciò, per quanto possa essere imperdonabile la guerra, per quanto possa essere – come quasi sempre è – espressione di conflitti tra interessi imperialisti, cosa ci vuole a certi sedicenti antifascisti della nostra Politica istituzionale per comprendere la natura inaccettabilmente etnica e fascista del nazionalismo ucraino?
Cosa ci vuole per non far confusione con la Resistenza, e rivelare il progetto guerrafondaio e suicida di alimentare il conflitto in corso con l’invio di armi e con l’aumento sconsiderato delle spese militari, senza alcuna riflessione sugli obiettivi di una tale politica di difesa?
Gli smodati tentativi della televisione italiana di umanizzare o sdoganare questo nazismo diffuso e irrimediabilmente puteolente potrebbero essere liquidati con una battuta che descrive la loro ridicola risposta: “Va bene sono nazisti, ma sono i «nostri» nazisti...“.
Tuttavia, la questione merita una riflessione più seria, perché è un atteggiamento che riguarda lo stesso futuro delle classi popolari dell’Europa, che sostengono il maggior peso dei danni di guerra militare ed economica.
Tale ridicola insistenza nel dipingere l’asino per spacciarlo da zebra, rivela un sintomo ben più grave all’interno delle classi dirigenti occidentali: l’inidoneità a leggere gli eventi che accadono al di là della falsa coscienza delle ideologie dominanti. Il tutto associato all’incapacità di mettere a frutto l’insegnamento od i suggerimenti che possono giungere da passati processi storici.
Una simile incapacità, a detta di alcuni storici, si sarebbe più volte presentata nella storia dei blocchi contrapposti. Quando, alla fine del 1979, gli Stati Uniti decisero di schierare nuove armi nucleari in cinque paesi d’Europa, l’allora URSS spendeva già mediamente il 12 per cento del suo PIL nella difesa militare.
Una cifra notevole se proporzionata alla ricchezza prodotta, tenuto conto che gli stessi USA sono arrivati a spendere il 9 per cento del PIL nel solo 1963. Il blocco socialista soffriva inoltre della necessità di indebitarsi con i Paesi occidentali per l’importazione del fabbisogno alimentare e, a volte, come nel caso della Germania Est, anche energetico.
Quasi tutti i paesi aderenti al Patto di Varsavia erano pesantemente supportati per necessità dalle finanze sovietiche e purtroppo erano contemporaneamente costretti ad indebitarsi fortemente verso i Paesi Occidentali, adottando contemporaneamente anche una politica di sacrificio per il ripagamento dei debiti, politica che generò malcontento sociale ed aprì la strada per l’infiltrazione dei servizi segreti occidentali nella creazione di movimenti di protesta, come quello di Lech Walesa, finanziato anche con il riciclaggio di valuta sporca proveniente dai centri di potere occulti che facevano capo al Banco Ambrosiano ed al Vaticano.
In una situazione di tal fatta, la corsa agli armamenti condotta dagli Stati Uniti condusse al progressivo indebolimento e distruzione del blocco sovietico.
L’Europa Occidentale soffre oggi di problemi non dissimili ed una grossa dipendenza da più blocchi contrapposti nel mondo. Inserita per ragioni storiche nel vassallaggio militare guidato dall’impero statunitense, ritrova però il suo equilibrio economico fortemente dipendente anche da altri blocchi, vuoi per il fabbisogno di energia, vuoi per le esportazioni/importazioni di manufatti.
La sua economia ed il suo sostrato sociale sono stati gravemente minati dalla passata crisi economica e non è così assurdo ipotizzare che una nuova politica di riarmo conduca ad un nuovo suicidio politico delle entità europee, che finirebbero per logorarsi in nome degli interessi di sicurezza insulare (ed anche economici) degli Stati Uniti.
Questo camminare sulla lama del coltello era ben compreso dalle passate classi dirigenti politiche, le quali operarono per gestire questo difficile equilibrio. Pochi giorni fa, l’onnipresente Zelensky non si è fatto mancare nemmeno un attacco ad Angela Merkel per la sua passata politica asseritamente filo-russa.
L’ex Bundeskanzlerin ha ribattuto al presidente ruteno che “fu giusto escludere l’Ucraina dalla Nato“, a testimone del fatto che l’Europa era ben conscia della necessità di bilanciamento tra poteri. Del resto, un rimasuglio di tale passata politica si è visto anche all’interno di questa crisi, con le posizioni di Francia e Germania.
Il WSJ ha recentemente rivelato che un piano in extremis contenente le richieste russe era stato trasmesso a Zelensky da Sholtz, comunicandogli che le informazioni occidentali davano per certo il piano di invasione in caso non si fosse trovato un accordo, nonostante di fronte all’intero mondo mediatico ci si dichiarasse convinti del contrario.
Zelensky, da bravo amplificatore degli interessi Nato, rifiutò. L’inerzia europea nei confronti di queste irragionevoli e scomode posizioni ha contribuito a generare quello che poi è accaduto.
Ecco perché l’assurda copertura mediatica delle parole ed opere dei dirigenti ucraini rivela una stupefacente miopia delle attuali classi dirigenti dell’Europa. Atteggiamento tanto assurdo, quando si finisce per adottare politiche di russofobia (persecuzioni della cultura russa, che non è la cultura di Putin) del tutto simili ai ridicoli sforzi di eliminazione della cultura francese e anglosassone dall’intelletto italico perseguiti a suo tempo nel nostro Paese dal maestrino di Predappio.
Qui non siamo ai “nostri fascisti”, qui si diventa fascisti del tutto, senza bisogno di tessera.
Nel momento in cui si scrive, infuria la guerra mediatica con ospite d’onore l’immancabile crimine di guerra che affiora sempre nei conflitti di questo tipo. Ogni parte è fondamentalmente certa della colpevolezza altrui o della palese montatura ad opera della parte avversa, secondo logiche che, in tempo di guerra mediatica e militare, non possono essere supportate da una accettabile valutazione dei fatti, perché i fatti in questo momento, sono difficili – se non impossibili – da accertare e valutare, proprio per l’opera delle stesse parti in conflitto.
Tuttavia, una certezza rimane sempre: le guerre, soprattutto quelle imperialiste, portano sempre con sé ogni tipo di orrore, perché nelle guerre viene per definizione meno ogni limite alla barbarie. Il peso dei conflitti imperialisti viene sostenuto quasi del tutto dalle classi popolari, mentre i vantaggi vengono via via goduti dalle classi dirigenti, in uno scenario in cui, in entrambi i campi, vuoi la parola democrazia, vuoi l’interesse del popolo, sono solamente burattini mossi per sdoganare alle classi sfruttate i sacrifici che dovranno compiere, ancora una volta, perché la ricchezza da loro prodotta sia gestita ed appropriata da blocchi di potere economico e politico.
Il “nemico principale” in questo caso è la mancata organizzazione delle classi sfruttate secondo i propri interessi indipendenti. Laddove queste si organizzano, come nel caso del boicottaggio operato dai lavoratori di Pisa, oppure dei Ferrovieri Greci nei confronti dell’invio di armi all’Ucraina, la guerra imperialista viene avversata senza bisogno di cedere agli interessi di una delle parti in conflitto.
La richiesta che le classi dirigenti italiane oggi propongono è quella di difendere una democrazia che si ostinano a non concedere con il sostegno ad un nazionalismo di stampo etnico e fascista, con un riarmo che porterà al suicidio dell’economia sulle spalle delle classi popolari e sfruttate.
Quanto basta per rispondere: no, grazie.
Fonte
Sugli altoparlanti dell’egemonia mediatica è andata in onda a reti unificate la difesa ad ogni costo delle parole ed opere del governo ucraino, quali che fossero i mezzi da questo utilizzati, il tutto in vista di una costosa militarizzazione dell’intera Europa, già con l’acqua alla gola per la crisi economica.
La gustosa intervista ad un comandante del Battaglione Azov – composto da nazionalisti dell’ultradestra ucraina, che confessa di “leggere Kant” ai propri soldati, la comparsata della band di “Kiev calling” che canta con le magliette di Bandera, hanno scoperto più di un nervo della narrativa dominante.
Una volta emerso che il cavallo politico su cui si era contato consentiva un’agibilità senza paragoni ad organizzazioni ispirate al nazismo, al nazionalismo etnico, ai collaborazionisti del Terzo Reich venerati come “eroi nazionali” con tanto di monumenti, è partita la corsa a negare l’evidenza, a ridimensionare un fenomeno che il governo ucraino per primo si rifiuta di ridimensionare, oppure ad utilizzare narrazioni consolatorie e giustificazioniste, slegate dalla realtà, come quella per cui “i nazisti esistono su entrambi i fronti”.
Va fatta la solita premessa, d’obbligo di questi tempi per non vedere il proprio ragionare delegittimato a tifo: la natura della Russia governata da Putin è di tutta evidenza un regime oligarchico nel quale il blocco storico dominante (composto da un blocco politico alleato a precisi blocchi economici privati e controllati dallo Stato) utilizza tutti gli strumenti della propaganda, della gestione sociale e della repressione per la perpetuazione del potere.
Non vi è chi possa negare che ogni forma di alternativa politica vada incontro a una decisa repressione, anche quando si tratti di rivendicare semplice agibilità democratica.
Sennonché, si potrebbe dire, un tale corso autoritario non è al giorno d’oggi funzionante solo in Russia, ma da molto tempo caratterizza quasi tutte le nazioni dell’Occidente, che pretenderebbero di censurarla.
Anche nei nostri lidi alberga un potere gestito in modo sempre più indipendente da reali meccanismi democratici, che si tratti di uomini – o clan – forti, come in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, di pilastri plutocratici ed oligarchici come in Usa, di elites tecnocratiche come in Italia. Se la Russia sfoggia un impresentabile Khadirov in Cecenia, ci si deve chiedere se i clan del Kosovo, Orban o Erdogan non siano altrettanto impresentabili. E si potrebbe continuare.
Purtuttavia, il punto non è questo. Tornando all’Ucraina, mai prima d’ora in uno Stato, in Russia od Occidente, si era vista una tale agibilità, peso culturale e politico, affidati ad organizzazioni politiche che platealmente si ispirano ad ideologie, personaggi, concezioni del mondo, esplicitamente fasciste o naziste.
Parole ed opere che nel codice penale tedesco sarebbero state puro reato di apologia del Terzo Reich, od oggetto di messa al bando, almeno fino alla mezza retromarcia effettuata con la sentenza della Corte Suprema Federale del 17 gennaio 2017, che rifiutò la richiesta di messa al bando del NPD (un partito neonazista), solo perché di rilievo elettorale minimo.
Nonostante in tutta l’area dell’Europa Orientale siano rinati movimenti ispirati al nazionalismo etnico o rinvigorite ispirazioni al panslavismo, né a Mosca, e neppure nell’ultratlantica Polonia ci si è mai concessi di inaugurare monumenti e celebrare come eroe nazionale un collaborazionista degli orrori del Terzo Reich e della sua SchutzStaffel come Stepan Bandera.
Nello stesso senso mai ci si è spinti ad integrare nell’esercito regolare milizie paramilitari formate da gruppi neonazisti, celebrando i loro gerarchi come eroi della resistenza anche quando i loro atti si sono rivelati veri e propri crimini in tempo di guerra, come la presa di ostaggi civili in molti degli ultimi scenari bellici, o in tempo di pace, come la strage della Casa dei Sindacati ad Odessa.
Ma, se la narrazione del fascismo platealmente rivendicato non fosse sufficiente, basterebbe porre attenzione alle pratiche ed alle leggi messe direttamente in campo dal Presidente dell’Ucraina e dal suo Governo, nei tempi passati e recenti.
Sin dall’alba successiva al golpe del 2014, furono messi fuori fuorilegge i comunisti (lo saranno definitivamente dal 2015 dopo che fu respinto il ricorso contro la messa al bando).
Con un decreto di qualche giorno fa, sono stati messi al bando ben 10 partiti di opposizione (che rappresentano il 20%) del Parlamento: Piattaforma di Opposizione – Per la Vita (43 deputati), Unione Pan-Ucraina “Patria” (26 deputati), Blocco d’Opposizione (6 deputati), Partito di Shariy (dal nome del blogger che lo anima), Opposizione di Sinistra, Unione delle Forze di Sinistra, Partito socialista progressista ucraino, Partito Socialista dell’Ucraina, Socialisti, e Blocco Vladimir Saldo che avevano nella Rada rutenica altri 43 deputati.
Contemporaneamente si è messo il bavaglio a tutta la comunicazione nazionale unificando in una rete sola sotto il controllo del Governo i network televisivi.
Provvedimenti di questo genere sono equiparabili alle cosiddette leggi fascistissime: la legge che obbligava la stampa ad avere un direttore responsabile di gradimento prefettizio-governativo (1926) l’istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo come suprema autorità costituzionale del Regno (1928).
Con riferimento alla questione del Doneckij Bassein, non è certo peregrino sospettare che il separatismo sia stato in una certa misura strumentalizzato dal governo russo secondo i propri interessi. Tuttavia, non si dispone ancora di adeguati documenti in grado di accertare quale sia stato il ruolo della Russia in tali processi politici.
Abbiamo invece sufficienti elementi per osservare come l’asserita reazione ucraina si sia sostanziata in una guerra durata ben otto anni. L’offensiva per il governo Ucraino è stata portata avanti da formazioni ultranazionalistiche e paramilitari con metodi che puntavano senza molti dubbi all’annichilimento di un’espressione etnica e/o culturale (quella russa e russofona), con un massacro che, secondo le stime più prudenti (Relazione dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) riguarda quantomeno 3404 civili (senza “parte”, perché i civili tali vengono considerati) e 6500 insorgenti separatisti.
Una guerra di otto anni che il mainstream ama definire di bassa intensità, ma sicuramente dagli alti numeri.
La persecuzione di queste popolazioni, da parte di formazioni che si ispiravano al fascismo e nazismo, ha generato molte controspinte di reazione e di solidarietà, spingendo molti sinceri antifascisti ad accorrere in soccorso delle popolazioni aggredite, in nome di un ideale sincero, e di un coraggio inusitato e trasparente, come è stato per il caso del comunista veneto Edy Ongaro, oggi ricordato dai suoi compagni del Collettivo Stella Rossa Nord Est e da comunicati di varie organizzazioni, persino all’interno di un presidio contro ogni guerra imperialista.
Il governo ucraino non ha infatti mai fatto mistero delle sue volontà di “ucrainizzazione” del territorio delle repubbliche indipendenti, con provvedimenti volti alla proibizione della lingua russa, seguiti dal confronto militare, atti miranti alla deportazione della popolazione russofona in modi che ricordano le case bruciate dei serbi nei territori croati, o l’occupazione italiana della Jugoslavia, con l’espropriazione delle terre di sloveni e croati e la proibizione di parlare lingue diverse dall’italiano.
A fronte di tutto ciò, per quanto possa essere imperdonabile la guerra, per quanto possa essere – come quasi sempre è – espressione di conflitti tra interessi imperialisti, cosa ci vuole a certi sedicenti antifascisti della nostra Politica istituzionale per comprendere la natura inaccettabilmente etnica e fascista del nazionalismo ucraino?
Cosa ci vuole per non far confusione con la Resistenza, e rivelare il progetto guerrafondaio e suicida di alimentare il conflitto in corso con l’invio di armi e con l’aumento sconsiderato delle spese militari, senza alcuna riflessione sugli obiettivi di una tale politica di difesa?
Gli smodati tentativi della televisione italiana di umanizzare o sdoganare questo nazismo diffuso e irrimediabilmente puteolente potrebbero essere liquidati con una battuta che descrive la loro ridicola risposta: “Va bene sono nazisti, ma sono i «nostri» nazisti...“.
Tuttavia, la questione merita una riflessione più seria, perché è un atteggiamento che riguarda lo stesso futuro delle classi popolari dell’Europa, che sostengono il maggior peso dei danni di guerra militare ed economica.
Tale ridicola insistenza nel dipingere l’asino per spacciarlo da zebra, rivela un sintomo ben più grave all’interno delle classi dirigenti occidentali: l’inidoneità a leggere gli eventi che accadono al di là della falsa coscienza delle ideologie dominanti. Il tutto associato all’incapacità di mettere a frutto l’insegnamento od i suggerimenti che possono giungere da passati processi storici.
Una simile incapacità, a detta di alcuni storici, si sarebbe più volte presentata nella storia dei blocchi contrapposti. Quando, alla fine del 1979, gli Stati Uniti decisero di schierare nuove armi nucleari in cinque paesi d’Europa, l’allora URSS spendeva già mediamente il 12 per cento del suo PIL nella difesa militare.
Una cifra notevole se proporzionata alla ricchezza prodotta, tenuto conto che gli stessi USA sono arrivati a spendere il 9 per cento del PIL nel solo 1963. Il blocco socialista soffriva inoltre della necessità di indebitarsi con i Paesi occidentali per l’importazione del fabbisogno alimentare e, a volte, come nel caso della Germania Est, anche energetico.
Quasi tutti i paesi aderenti al Patto di Varsavia erano pesantemente supportati per necessità dalle finanze sovietiche e purtroppo erano contemporaneamente costretti ad indebitarsi fortemente verso i Paesi Occidentali, adottando contemporaneamente anche una politica di sacrificio per il ripagamento dei debiti, politica che generò malcontento sociale ed aprì la strada per l’infiltrazione dei servizi segreti occidentali nella creazione di movimenti di protesta, come quello di Lech Walesa, finanziato anche con il riciclaggio di valuta sporca proveniente dai centri di potere occulti che facevano capo al Banco Ambrosiano ed al Vaticano.
In una situazione di tal fatta, la corsa agli armamenti condotta dagli Stati Uniti condusse al progressivo indebolimento e distruzione del blocco sovietico.
L’Europa Occidentale soffre oggi di problemi non dissimili ed una grossa dipendenza da più blocchi contrapposti nel mondo. Inserita per ragioni storiche nel vassallaggio militare guidato dall’impero statunitense, ritrova però il suo equilibrio economico fortemente dipendente anche da altri blocchi, vuoi per il fabbisogno di energia, vuoi per le esportazioni/importazioni di manufatti.
La sua economia ed il suo sostrato sociale sono stati gravemente minati dalla passata crisi economica e non è così assurdo ipotizzare che una nuova politica di riarmo conduca ad un nuovo suicidio politico delle entità europee, che finirebbero per logorarsi in nome degli interessi di sicurezza insulare (ed anche economici) degli Stati Uniti.
Questo camminare sulla lama del coltello era ben compreso dalle passate classi dirigenti politiche, le quali operarono per gestire questo difficile equilibrio. Pochi giorni fa, l’onnipresente Zelensky non si è fatto mancare nemmeno un attacco ad Angela Merkel per la sua passata politica asseritamente filo-russa.
L’ex Bundeskanzlerin ha ribattuto al presidente ruteno che “fu giusto escludere l’Ucraina dalla Nato“, a testimone del fatto che l’Europa era ben conscia della necessità di bilanciamento tra poteri. Del resto, un rimasuglio di tale passata politica si è visto anche all’interno di questa crisi, con le posizioni di Francia e Germania.
Il WSJ ha recentemente rivelato che un piano in extremis contenente le richieste russe era stato trasmesso a Zelensky da Sholtz, comunicandogli che le informazioni occidentali davano per certo il piano di invasione in caso non si fosse trovato un accordo, nonostante di fronte all’intero mondo mediatico ci si dichiarasse convinti del contrario.
Zelensky, da bravo amplificatore degli interessi Nato, rifiutò. L’inerzia europea nei confronti di queste irragionevoli e scomode posizioni ha contribuito a generare quello che poi è accaduto.
Ecco perché l’assurda copertura mediatica delle parole ed opere dei dirigenti ucraini rivela una stupefacente miopia delle attuali classi dirigenti dell’Europa. Atteggiamento tanto assurdo, quando si finisce per adottare politiche di russofobia (persecuzioni della cultura russa, che non è la cultura di Putin) del tutto simili ai ridicoli sforzi di eliminazione della cultura francese e anglosassone dall’intelletto italico perseguiti a suo tempo nel nostro Paese dal maestrino di Predappio.
Qui non siamo ai “nostri fascisti”, qui si diventa fascisti del tutto, senza bisogno di tessera.
Nel momento in cui si scrive, infuria la guerra mediatica con ospite d’onore l’immancabile crimine di guerra che affiora sempre nei conflitti di questo tipo. Ogni parte è fondamentalmente certa della colpevolezza altrui o della palese montatura ad opera della parte avversa, secondo logiche che, in tempo di guerra mediatica e militare, non possono essere supportate da una accettabile valutazione dei fatti, perché i fatti in questo momento, sono difficili – se non impossibili – da accertare e valutare, proprio per l’opera delle stesse parti in conflitto.
Tuttavia, una certezza rimane sempre: le guerre, soprattutto quelle imperialiste, portano sempre con sé ogni tipo di orrore, perché nelle guerre viene per definizione meno ogni limite alla barbarie. Il peso dei conflitti imperialisti viene sostenuto quasi del tutto dalle classi popolari, mentre i vantaggi vengono via via goduti dalle classi dirigenti, in uno scenario in cui, in entrambi i campi, vuoi la parola democrazia, vuoi l’interesse del popolo, sono solamente burattini mossi per sdoganare alle classi sfruttate i sacrifici che dovranno compiere, ancora una volta, perché la ricchezza da loro prodotta sia gestita ed appropriata da blocchi di potere economico e politico.
Il “nemico principale” in questo caso è la mancata organizzazione delle classi sfruttate secondo i propri interessi indipendenti. Laddove queste si organizzano, come nel caso del boicottaggio operato dai lavoratori di Pisa, oppure dei Ferrovieri Greci nei confronti dell’invio di armi all’Ucraina, la guerra imperialista viene avversata senza bisogno di cedere agli interessi di una delle parti in conflitto.
La richiesta che le classi dirigenti italiane oggi propongono è quella di difendere una democrazia che si ostinano a non concedere con il sostegno ad un nazionalismo di stampo etnico e fascista, con un riarmo che porterà al suicidio dell’economia sulle spalle delle classi popolari e sfruttate.
Quanto basta per rispondere: no, grazie.
Fonte
17/02/2021
India - Le radici fasciste dell’attuale potere politico
“La RSS è probabilmente il gruppo paramilitare più antico e più grande del mondo. Un’organizzazione segreta e non registrata, le sue dimensioni sono sconosciute, ma stimate in circa sei milioni. Non tiene registri e non ha conti bancari. Un gruppo che possiede un’uniforme, è armato e completamente al maschile. Le donne sono ammesse solo in un’ala femminile separata”.
La realtà di questa formazione nazionalista indù – il Rashtriya Swayamsevak Sangh – è piuttosto sconosciuta nel nostro Paese, nonostante dal 2014 al governo dell’India vi sia il suo “braccio politico” – il BJP – e che le figure principali dell’esecutivo, compreso il premier Modi, vengano dalle file di questa organizzazione.
Il Bharatiya Janata Party è una creazione abbastanza recente risalente al 1980, il terzo “fronte” in cui la RSS ha costituito una associazione particolare, dopo quello studentesco e quello religioso, e prima di quello specificatamente giovanile.
La storia della RSS, la sua ideologia e i suoi metodi sono intrecciati strettamente con il fascismo in Italia ed il nazismo in Germania, esperienze politiche abbondantemente lodate negli scritti del suo ideologo Golvalkar, da cui solo molto tardivamente l’attuale dirigenza ha preso le distanze con una operazione più attinente alla “chirurgia estetica” che alla revisione teorica.
L’ammiratore della pulizia etnica nazista rimane comunque un guru anche per l’attuale premier Modi.
A differenza dei suoi emuli occidentali sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, la RSS è viva, vegeta e piuttosto prospera e soprattutto al potere come i nazisti in Ucraina.
Allo stesso tempo la destra suprematista eversiva e “bombarola” occidentale vede nei metodi violenti e terroristici delle RSS una fonte di ispirazione. Le parole del terrorista Andres Breivik sono assolutamente eloquenti a riguardo.
Nel 2011, in Norvegia, il terrorista suprematista bianco Andres Breivik ha trucidato 77 persone. Il lungo manifesto di Breivik descrive come sia stato ispirato da altri gruppi estremisti e nazionalisti del mondo. Riferendosi all’RSS, li ha lodati per come "dominano le strade” e “spesso protestano e attaccano musulmani […] di solito dopo che i musulmani mancano di rispetto e degradano l’induismo”. Ammirava l’RSS a tal punto – dicendo che “i nostri obiettivi sono pressoché identici” – che li ha chiamati ad una collaborazione, scrivendo: “È essenziale che impariamo l’uno dall’altro e cooperiamo il più possibile”.
Il fatto che la composita galassia dell’alt-right si riconosca nella pratica in questo manifesto dà la cifra dell’importanza di questa esperienza indiana e della sua “propaganda del fatto”, costituita da pogrom ed attentati terroristici, e recentemente della violenza squadrista contro i lavoratori in lotta.
Quello che colpisce comunque è il livello di violenza sistematica e continuata di cui è responsabile la RSS in India – di cui si parla analiticamente nel documento qui tradotto – nei confronti delle componenti della popolazione non induista – cristiani e mussulmani, in particolare – con il beneplacito delle istituzioni, che ne garantiscono l’impunità, e con l’assoluto silenzio, o meglio complicità, dell’Occidente.
La domanda sorge spontanea: perché questo livello di accettazione da parte del governo, con una modalità molto simile a quella che si è vista negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump?
Sotto la guida di Bhagwat, oggi la RSS opera come Stato all’interno dello Stato. Cioè detiene le leve del potere politico, è lo Stato come afferma giustamente Arundhati Roy, oltre ad avere una pletora di fronti in cui agisce in maniera organizzata o, come ha bene fotografato un intellettuale oggetto della violenza del nazionalismo indù: “un serpente velenoso dalle mille teste.”
Molto importante è capire che la formazione dell’attuale classe dirigente indiana, nell’attuale accesa competizione globale, è avvenuta in seno alla RSS. Cosa che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli, considerando che l’India è una potenza atomica spesso ai ferri corti con Pakistan e Cina, e che l’infiltrazione nei ranghi dell’esercito da parte della RSS è un processo di lungo corso.
Quello che caratterizza il passaggio di fase del capitalismo indiano attuale è proprio la coniugazione di una politica neo-liberista a favore del capitale monopolistico indiano (poco più di un centinaio di famiglie di miliardari) e internazionale, il nazionalismo indù ed una torsione autoritaria degli apparati statali.
Questo combinato disposto ha riesumato una sorta di colpa d’autore che marchia ogni oppositore che diviene vittima della macchina repressiva statale.
Prima ne hanno fatto le spese le minoranze “nazionali” e religiose, ora il movimento operaio e contadino, oltre coloro chi li sostengono – tra cui le influenti formazioni marxiste e gli intellettuali “non organici” all’attuale regime – trattati esplicitamente come nemici interni, o per usare le stesse parole di Modi: “parassiti” per chi protesta e “cospiratori” per chi li sostiene.
In sintesi, la RSS è diventata a tutti gli effetti una metastasi per l’India. Per questo ci è sembrata utile tradurre una ricognizione organica della sua storia, dei suoi sviluppi attuali e del peso complessivo nell’establishment politico e nella società.
L’autore è uno studioso di questioni sud-asiatiche e autore di Safron fascists: India’s hindu nationalist rulers.
È chiaro che il modus operandi dell’attuale esecutivo sta avendo un effetto boomerang su quella che era la base di consenso che aveva permesso la rielezione di Modi, dopo la sua prima esperienza governativa iniziata nel 2014. Il BJP aveva fomentato la divisione delle classi subalterne per linee etnico-religiose e rinfocolato il patriottismo indiano come strumento di governance delle contraddizioni sociali.
Buona lettura.
La realtà di questa formazione nazionalista indù – il Rashtriya Swayamsevak Sangh – è piuttosto sconosciuta nel nostro Paese, nonostante dal 2014 al governo dell’India vi sia il suo “braccio politico” – il BJP – e che le figure principali dell’esecutivo, compreso il premier Modi, vengano dalle file di questa organizzazione.
Il Bharatiya Janata Party è una creazione abbastanza recente risalente al 1980, il terzo “fronte” in cui la RSS ha costituito una associazione particolare, dopo quello studentesco e quello religioso, e prima di quello specificatamente giovanile.
La storia della RSS, la sua ideologia e i suoi metodi sono intrecciati strettamente con il fascismo in Italia ed il nazismo in Germania, esperienze politiche abbondantemente lodate negli scritti del suo ideologo Golvalkar, da cui solo molto tardivamente l’attuale dirigenza ha preso le distanze con una operazione più attinente alla “chirurgia estetica” che alla revisione teorica.
L’ammiratore della pulizia etnica nazista rimane comunque un guru anche per l’attuale premier Modi.
A differenza dei suoi emuli occidentali sconfitti nella Seconda Guerra Mondiale, la RSS è viva, vegeta e piuttosto prospera e soprattutto al potere come i nazisti in Ucraina.
Allo stesso tempo la destra suprematista eversiva e “bombarola” occidentale vede nei metodi violenti e terroristici delle RSS una fonte di ispirazione. Le parole del terrorista Andres Breivik sono assolutamente eloquenti a riguardo.
Nel 2011, in Norvegia, il terrorista suprematista bianco Andres Breivik ha trucidato 77 persone. Il lungo manifesto di Breivik descrive come sia stato ispirato da altri gruppi estremisti e nazionalisti del mondo. Riferendosi all’RSS, li ha lodati per come "dominano le strade” e “spesso protestano e attaccano musulmani […] di solito dopo che i musulmani mancano di rispetto e degradano l’induismo”. Ammirava l’RSS a tal punto – dicendo che “i nostri obiettivi sono pressoché identici” – che li ha chiamati ad una collaborazione, scrivendo: “È essenziale che impariamo l’uno dall’altro e cooperiamo il più possibile”.
Il fatto che la composita galassia dell’alt-right si riconosca nella pratica in questo manifesto dà la cifra dell’importanza di questa esperienza indiana e della sua “propaganda del fatto”, costituita da pogrom ed attentati terroristici, e recentemente della violenza squadrista contro i lavoratori in lotta.
Quello che colpisce comunque è il livello di violenza sistematica e continuata di cui è responsabile la RSS in India – di cui si parla analiticamente nel documento qui tradotto – nei confronti delle componenti della popolazione non induista – cristiani e mussulmani, in particolare – con il beneplacito delle istituzioni, che ne garantiscono l’impunità, e con l’assoluto silenzio, o meglio complicità, dell’Occidente.
La domanda sorge spontanea: perché questo livello di accettazione da parte del governo, con una modalità molto simile a quella che si è vista negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump?
Sotto la guida di Bhagwat, oggi la RSS opera come Stato all’interno dello Stato. Cioè detiene le leve del potere politico, è lo Stato come afferma giustamente Arundhati Roy, oltre ad avere una pletora di fronti in cui agisce in maniera organizzata o, come ha bene fotografato un intellettuale oggetto della violenza del nazionalismo indù: “un serpente velenoso dalle mille teste.”
Molto importante è capire che la formazione dell’attuale classe dirigente indiana, nell’attuale accesa competizione globale, è avvenuta in seno alla RSS. Cosa che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli, considerando che l’India è una potenza atomica spesso ai ferri corti con Pakistan e Cina, e che l’infiltrazione nei ranghi dell’esercito da parte della RSS è un processo di lungo corso.
Quello che caratterizza il passaggio di fase del capitalismo indiano attuale è proprio la coniugazione di una politica neo-liberista a favore del capitale monopolistico indiano (poco più di un centinaio di famiglie di miliardari) e internazionale, il nazionalismo indù ed una torsione autoritaria degli apparati statali.
Questo combinato disposto ha riesumato una sorta di colpa d’autore che marchia ogni oppositore che diviene vittima della macchina repressiva statale.
Prima ne hanno fatto le spese le minoranze “nazionali” e religiose, ora il movimento operaio e contadino, oltre coloro chi li sostengono – tra cui le influenti formazioni marxiste e gli intellettuali “non organici” all’attuale regime – trattati esplicitamente come nemici interni, o per usare le stesse parole di Modi: “parassiti” per chi protesta e “cospiratori” per chi li sostiene.
In sintesi, la RSS è diventata a tutti gli effetti una metastasi per l’India. Per questo ci è sembrata utile tradurre una ricognizione organica della sua storia, dei suoi sviluppi attuali e del peso complessivo nell’establishment politico e nella società.
L’autore è uno studioso di questioni sud-asiatiche e autore di Safron fascists: India’s hindu nationalist rulers.
È chiaro che il modus operandi dell’attuale esecutivo sta avendo un effetto boomerang su quella che era la base di consenso che aveva permesso la rielezione di Modi, dopo la sua prima esperienza governativa iniziata nel 2014. Il BJP aveva fomentato la divisione delle classi subalterne per linee etnico-religiose e rinfocolato il patriottismo indiano come strumento di governance delle contraddizioni sociali.
Buona lettura.
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Malware Culturale: l’ascesa del RSS indiano
Malware Culturale: l’ascesa del RSS indiano
Nel 2019, il giorno di Natale, il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) ha marciato per le strade della città indiana di Hyderabad nello stato di Telangana. Armati di lathis – le spranghe di bambù e ferro utilizzati dalla polizia – i quadri in uniforme della RSS marciavano al ritmo dei tamburi e allo squillo delle trombe. Alla marcia è seguito un campo di addestramento di 3 giorni per aumentare i quasi 3.500 shakha RSS di Telangana. Ci si aspettava la partecipazione di almeno 8.000 membri, ha riferito The Indian Express.
È stata una grande dimostrazione di incredibile disciplina e precisione militare che, per alcuni, ha evocato immagini di un’altra organizzazione. “RSS oggi ha dato vita ad una massiccia marcia in stile nazista”, ha scritto Ashok Swain, professore di studi sulla pace e sui conflitti all’Università di Uppsala in Svezia.
Denunciando come la RSS fosse direttamente “ispirata dai nazisti”, la poetessa Meera Kandasamy scriveva “La loro stessa divisa militare, il loro modo di marciare […] il modo in cui si scagliano su ogni oppositore, è del tutto in linea con i fascisti".
La marcia ha attirato critiche anche per un altro motivo: tutti gli altri raduni in città furono banditi all’epoca. La popolazione di Hyderabad è musulmana al 30%, più del doppio della media nazionale. È stata una roccaforte per i raduni contro il Citizenship Amendment Act (CAA) appena approvato e il proposto Registro nazionale dei cittadini (NRC).
Tuttavia, cercando di annullare il dissenso, il governo aveva specificamente proibito le assemblee pubbliche – l’unica eccezione fatta era per i paramilitari nazionalisti indù, la RSS.
La RSS è probabilmente il gruppo paramilitare più antico e più grande del mondo. Un’organizzazione segreta e non registrata, le sue dimensioni sono sconosciute, ma stimate in circa sei milioni. Non tiene registri e non ha conti bancari. Un gruppo che possiede un’uniforme, è armato e completamente al maschile. Le donne sono ammesse solo in un’ala femminile separata. Ha anche innumerevoli organizzazioni sussidiarie per scopi speciali, tra le più importanti:
- Akhil Bhartiya Vidyarthi Parishad (ABVP), l’ala studentesca, fondata nel 1949.
- Vishwa Hindu Parishad (VHP), l’ala religiosa, fondata nel 1964.
- Bharatiya Janata Party (BJP), l’ala politica, fondata nel1980.
- Bajrang Dal, l’ala giovanile, fondata nel 1984.
Questi gruppi mantengono “legami simbiotici” con la RSS, scrivono gli storici Walter Andersen e Shridhar Damle, reclutando swayamsevaks “che hanno già dimostrato capacità organizzative nella RSS”, in un processo che garantisce un “alto grado di conformità” nelle norme comportamentali e un “alto grado di lealtà” all’organizzazione madre.
Secondo MS Golwalkar, la seconda e più longeva Guida Suprema della RSS (1940-1973), la missione di questi affiliati era quella di servire “i loro ruoli specifici nei rispettivi campi”, lavorando anche come “centri di reclutamento per i Sangh dal punto di vista ideologico”. Golwalkar ordinò loro di “egemonizzare ideologicamente tutti gli altri campi”. La loro ideologia comune è l’hindutva.
La Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale definisce Hindutva un’ideologia “che considera i non-indù estranei all’India”. Amnesty International sostiene: “Hindutva è l’ideologia politica di una nazione esclusivamente indù.”
Una nazione esclusivamente indù è esattamente ciò su cui insiste l’attuale Guida Suprema della RSS, Mohan Bhagwat. Tra le tante occasioni in cui Bhagwat ha ribadito questa pretesa ricordiamo le sue parole dell’ottobre 2019, in cui dichiarava, a un evento che celebrava la fondazione di RSS,: “La visione e l’annuncio del Sangh riguardo all’identità della nazione, all’identità sociale di tutti noi e all’identità della natura del paese sono chiari, ben pensati e fermi sul fatto che [l’India] è hindustan, [una] nazione indù”.
Diceva inoltre: “Ero il capo della RSS anche nel 2009, ma non erano così tante le persone venute ad ascoltarmi. Oggi ci sono più persone e l’influenza dell’RSS è aumentata in vari settori".
In effetti, l’RSS è cresciuta – o meglio – è divenuta una metastasi.
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L’RSS sperava di diventare “il nucleo attorno al quale la società stessa si sarebbe rafforzata e avrebbe trovato la sua coesione”, spiega il giornalista Hartosh Singh Bal. Era destinata a fornire le fondamenta per il paese diventando un gruppo predominante con le mani in pasta in ogni aspetto della vita in India.
Sotto la guida di Bhagwat, oggi la RSS opera come stato all’interno dello stato. Si tratta essenzialmente di un governo ombra. È più di questo, sostiene il romanziere Arundhati Roy. “Non più uno stato ombra o uno stato parallelo, è lo Stato”, scrive. “Giorno dopo giorno, vediamo esempi del suo controllo sui media, sulla polizia, sulle agenzie di intelligence. Preoccupa il modo in cui sembri esercitare una notevole influenza anche sulle forze armate”.
Ci sono voluti decenni di silenziosa sedimentazione per l’RSS, per raggiungere questo livello di controllo sociale e politico. Per molto tempo, l’apparato paramilitare è stato impegnato a lavorare a livello statale.
Nel 2002, ad esempio, Roy riferiva che “la polizia, l’amministrazione e i quadri politici a tutti i livelli” erano stati “sistematicamente penetrati” nello stato del Gujarat. È qui che Modi si è fatto le ossa per la prima volta come politico del BJP. È anche dove la RSS ha condotto il suo primo pogrom del 21° secolo, che l’ex leader del VHP ha definito un “esperimento di successo che si ripeterà in tutto il paese”.
“La tradizionale potenza muscolare del BJP è sempre stata la RSS”, sosteneva un ex ambasciatore degli Stati Uniti in India. “L’RSS può sopravvivere senza il BJP, ma il BJP non può esistere senza l’RSS. Questo collega indissolubilmente il BJP all’agenda hindutva (nazionalista indù) della RSS. Se il BJP non facesse risuonare il corno hindutva, l’RSS non mobiliterebbe più gli elettori indù.
Oggi, tuttavia, il ruolo della RSS è molto più ampio della semplice mobilitazione degli elettori. Non fornisce solo militanti per aiutare a vincere le elezioni – ma tira le fila dei funzionari eletti del partito. L’avvocato indiano AG Noorani definisce il BJP “una creatura della RSS”, aggiungendo: “Senza di esso il BJP crolla". Non solo la RSS fornisce i muscoli, i quadri che costituiscono la manovalanza indispensabile durante le elezioni, ma anche i migliori funzionari.
L’ossatura stessa della leadership del paese riflette chiaramente questo. Nel 2014, quando Modi ha assunto l’incarico di Primo Ministro per la prima volta, 41 membri del gabinetto su 66 persone che costituivano il governo avevano un passato nella RSS. Prima di rimescolare il gabinetto nel 2017, il BJP ha tenuto per la prima volta una “riunione di coordinamento cruciale” con l’RSS. Oggi, 38 ministri su 53 – quasi il 75 per cento – provengono dalla RSS.
Tra questi il famigerato duo del Primo Ministro Narendra Modi e del Ministro degli Interni Amit Shah. I due si incontrarono nel 1982, quando Modi aveva 31 anni e Shah 17; divennero partner inseparabili e salirono al potere attraverso le fatiche della RSS. Shah, che ora è presidente del BJP, funge da luogotenente di Modi e probabile successore.
Altri membri del gabinetto con un passato nella RSS includono: il Ministro della Difesa Rajnath Singh; il Ministro dei Trasporti Nitin Gadkari; il ministro dello sviluppo delle risorse umane Ramesh Pokhriyal (responsabile dell’istruzione); e Ravi Shankar Prasad, che è ministro sia delle comunicazioni, sia della legge e della giustizia.
Con così tanto potere nelle loro mani, le critiche ai paramilitari sono diventate quasi un atto di sedizione anti-nazionale. “Qualsiasi forma di dissenso, o tentativo di mettere in discussione le opinioni della RSS, del BJP o del Primo Ministro Narendra Modi, è ora inquadrata come una minaccia per l’integrità nazionale”, scrive Hartosh Singh Bal. “In effetti, l’idea della nazione si è confusa con l’ideologia, il partito e l’individuo”.
Al centro dell’ideologia della RSS c’è l’idea che solo gli indù hanno un diritto di nascita in India e quindi il paese dovrebbe essere un Rashtra (nazione) indù. Tecnicamente, il gruppo oggi insegna che un Rashtra indù non è qualcosa per cui lavorare tanto quanto è solo un dato di fatto della realtà. Credono che l’India sia già una nazione indù.
Un ideologo della RSS ha recentemente sostenuto, ad esempio, che Hindutva “è un aggettivo della nazione, non un obiettivo”, affermando: “La nazione indù è un aggettivo appropriato nel contesto geo-culturale”.
Tuttavia, poiché la Repubblica dell’India è ufficialmente una democrazia secolare, assicurarsi le fondamenta di quella che credono sia già una nazione indù richiede un’azione legislativa e giudiziaria.
“Quando il BJP è salito al potere nel 2014, il suo sciovinismo indù è stato tenuto al guinzaglio”, scrive il giornalista Kenan Malik. Tuttavia, “una clamorosa seconda vittoria” ha dato a Modi “la licenza di perseguire politiche di esclusione senza ritegno”.
Da maggio 2019, il regime di Modi si è mosso con la velocità di una blitzkrieg per implementare la piattaforma della RSS. Tutti i più alti profili del BJP e le azioni più controverse da allora sono punti chiave dell’agenda RSS:
- Revoca dell’articolo 370 della Costituzione indiana, e conseguente smantellamento dello Stato a maggioranza musulmana dello Jammu e Kashmir dal suo status semi-autonomo.
- Via libera alla costruzione di Ram Mandir – un tempio indù – su terreni contesi nella città di Ayodhya nello stato dell’Uttar Pradesh.
- Approvazione del Citizenship Amendment Act, che rende la religione la base per acquisire la cittadinanza indiana.
- Proposizione di un registro nazionale dei cittadini, che richiederebbe a ogni residente indiano di dimostrare la propria cittadinanza.
Nell’Uttar Pradesh, dove circa 20 persone sono morte solo nei primi giorni di proteste, il primo ministro del BJP Yogi Adityanath promise di “vendicarsi” dei manifestanti. Il suo voto di “vendetta” si manifestò nella violenza mirata contro i musulmani in tutto lo stato.
In seguito all’adozione del CAA nel dicembre 2019, le strade dell’India sono state teatro di proteste di massa che chiedevano la sua abrogazione e si opponevano all’introduzione della NRC. Si tratta, in sostanza, di proteste contro l’attuazione dell’agenda dell’RSS.
I manifestanti hanno dovuto affrontare una feroce repressione. Quasi 70 persone sono morte. Innumerevoli video mostrano masse di manifestanti pacifici che si infrangono come onde sugli scogli mentre la polizia li carica e inizia a brutalizzare casualmente le persone.
La polizia di Adityanath è accusata di aver condotto un giro di vite in stile militare nei quartieri musulmani “con la polizia che ha aperto il fuoco sui civili, picchiato bambini, vandalizzato proprietà”. Intorno a mezzanotte sono entrati nelle case musulmane per minacciare donne e bambini a meno che non rivelassero la posizione dei membri maschi della famiglia.
Ci sono notizie documentate che adolescenti musulmani sono stati prelevati dalla polizia e sottoposti a torture emotive, psicologiche e fisiche per ore o giorni alla fine – e, in un incidente, un avvocato musulmano di 73 anni è stato arrestato, portato in questura e picchiato, mentre gli agenti minacciavano di distruggere la sua famiglia, gettarli tutti in prigione a “marcire a vita”, e “stuprare sua moglie”.
In tutta l’India, la polizia sta brutalizzando i manifestanti. Quando la violenza è scoppiata a Delhi alla fine di febbraio 2020, la polizia è stata accusata di abbattere le porte delle case musulmane e trascinare gli occupanti fuori per consegnarli alla folla. Sono stati filmati mentre picchiavano un mucchio di giovani musulmani coperti di sangue, mentre li costringevano a cantare l’inno nazionale.
Una delle vittime è morta a causa del linciaggio. In un altro caso, un uomo che si è unito alla lapidazione dei musulmani afferma che poiché stavano esaurendo le pietre, “la polizia ne ha portate alcune e ci ha detto di lanciarle”.
È stata la peggiore violenza comune a colpire Delhi dal genocidio sikh del 1984 e, in pochi giorni, ben oltre 50 persone – per lo più musulmani – sono morte in quello che la giornalista Mira Kamdar chiama pogrom. “Alle folle che prendevano di mira un singolo gruppo religioso è stato permesso un libero linciaggio, non controllate dalla polizia”, scrive Kamdar. “Questa è la definizione di pogrom.”
Mentre questa folla nazionalista indù, aiutata e sostenuta dalla polizia e inizialmente istigata da un politico del BJP, dominava le strade, la loro violenza era ampiamente attribuita alla RSS che, come si è visto a Hyderabad il giorno di Natale, ha perfezionato l’arte di dominare le strade.
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La violenza è l’inevitabile risultato del dominio delle strade da parte della RSS. Negli ultimi decenni, la comunità internazionale lo ha sempre più riconosciuto. Le Nazioni Unite hanno messo in guardia contro la militanza degli “estremisti indù” attratti dall'”ultranazionalismo”, impegnati nello “sfruttamento politico della religione” per perpetrare violenza contro cristiani e musulmani. Amnesty International e Human Rights Watch hanno entrambi avvertito che l’escalation della violenza contro le minoranze religiose è condotta dalla RSS e dalle sue filiali.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha descritto l’RSS come un gruppo “estremista”, avvertendo che il Sangh è stato “implicato in episodi di violenza e discriminazione contro cristiani e musulmani” – e, nel 2018, la Central Intelligence Agency ha classificato il VHP e Bajrang Dal come “organizzazioni religiose militanti”.
Il tipo di violenza in cui l’RSS – e il movimento nazionalista indù da loro sostenuto – comprende assassinii, bombardamenti e persino pogrom contro cristiani, musulmani e chiunque si opponga alla sua agenda xenofoba.
Nel 2017, ad esempio, il giornalista Gauri Lankesh è stato abbattuto dai proiettili di un assassino nazionalista indù che, dopo il suo arresto, ha dato una confessione ed è stato collegato all’omicidio di altri due intellettuali anti-RSS. Lankesh era noto per aver chiamato la RSS “un serpente velenoso dalle mille teste” e sapeva di rischiare di essere ammazzato per questo.
Un anno prima della sua morte, disse: “Viviamo in tempi in cui i seguaci di Modi e la brigata Hindutva accolgono gli omicidi […] e celebrano la morte […] di coloro che si oppongono alla loro ideologia, al loro partito politico e al loro leader supremo Narendra Modi. […] Lasciate che vi assicuri, sono desiderosi di chiudermi la bocca, in qualche modo”.
Gli attentati terroristici entrano anche nel ricco portfolio di violenze della RSS. Dal 2006 al 2008, ad esempio, un’ondata di attentati con ordigni esplosivi ha colpito obiettivi musulmani in tutta l’India, uccidendo centinaia di persone negli Stati di Haryana, Maharashtra, Rajasthan e Telangana.
Uno dei peggiori incidenti è stato l’attentato al Samjhauta Express, il “treno dell’amicizia” che corre tra India e Pakistan. Settanta persone sono morte. L’indagine sugli attacchi ha coinvolto, tra gli altri, un operaio della RSS a tempo pieno di nome Swami Aseemanand che, in interviste ai media, ha affermato che la violenza era stata ordinata direttamente dal capo della RSS Mohan Bhagwat.
Aseemanand disse che Bhagwat era d’accordo sulla sua disponibilità a “fare qualche violenza in nome degli indù”, ma aggiunse “non collegarlo al Sangh. […] Se lo farai, allora la gente non dirà che abbiamo commesso un crimine per commettere un crimine. Sarà collegato all’ideologia. Questo è molto importante per gli indù. Per favore, fallo. Hai le nostre benedizioni.”
I pogrom anti-minoranza sono una delle tattiche più provate e affidabili della RSS; infatti, la RSS è collegata a più di una dozzina di massacri di questo tipo. Nel 1947, la RSS era penetrata in tutte le principali aree del subcontinente e vantava fino a mezzo milione di membri.
I britannici se ne stavano andando, il subcontinente era diviso, e il Maragià di Jammu e Kashmir dovette scegliere se unirsi al Pakistan o all’India o rimanere indipendente. Mentre vacillava, il capo della RSS gli fece visita per fargli pressione affinché si unisse all’India. La sua visita seguì il lancio di un pogrom approvato dallo stato in cui le truppe del Maragià si unirono alla RSS per massacrare i musulmani di Jammu.
Alla fine, il numero totale di persone uccise era catastroficamente elevato. Secondo le stime di Lowball, il bilancio delle vittime è di 20.000. Nel 1948, però, il Times of London affermò che “237.000 musulmani furono sistematicamente sterminati”.
Nel 1969, il Gujarat fu colpito da “le peggiori rivolte comunali che il paese avesse visto dopo la Divisione”. Pochi mesi dopo che la RSS tenne una manifestazione di tre giorni nel Gujarat, perorando la causa della “Nazione indù”. Spinse così una folla di persone della RSS e di altri gruppi nazionalisti ad attaccare i musulmani in tutto lo stato. Ufficialmente, più di 400 furono uccise; ufficiosamente, il bilancio delle vittime è 2.000.
I successivi due decenni portarono a una serie di massacri. Dal 1970 al 1989, le rivolte in Bihar, Gujarat, Maharashtra e Uttar Pradesh lasciarono migliaia di musulmani morti. La RSS protestò costantemente per la sua totale innocenza, ma testimoni e indagini coinvolgevano tutti i paramilitari e le sue filiali.
Alla fine, tuttavia, la RSS era abbastanza potente da poter giocare a carte scoperte.
La moschea Babri si trovava nella città di Ayodhya fin dai primi anni del 1500. A metà degli anni ’80, tuttavia, il VHP lanciò una campagna per recuperare il terreno su cui sorgeva la moschea, sostenendo che fosse il luogo in cui nacque la divinità indù Ram.
Presto, il BJP si unì formalmente alla campagna, con il presidente del partito LK Advani a guidare la carica. Nel dicembre 1992, centinaia di migliaia di persone si radunarono intorno alla moschea per ascoltare i discorsi di Advani e di altri leader del BJP. Scatenata dalla loro retorica infuocata, la folla iniziò a demolire la moschea. Poi sono arrivati i pogrom.
La violenza anti-musulmana si diffuse in tutta l’India settentrionale e durò fino al nuovo anno. Il bilancio delle vittime è stato di 3.000. Nessuna violenza è stata spontanea. Secondo un’indagine delle Nazioni Unite, i Sangh “si sono infiltrati nella folla”, hanno pianificato la distruzione della moschea e “hanno causato la morte di manifestanti musulmani, […] il saccheggio delle case e dei negozi musulmani”, e la violenza diffusa che ne seguì.
Il governo indiano rispose vietando brevemente RSS, VHP e Bajrang Dal ma, nel 1998, il BJP salì al potere nazionale per la prima volta con Advani come Vice Primo Ministro.
Il BJP deteneva ancora il potere nazionale quando Modi fu eletto primo ministro del Gujarat nel febbraio 2002. Tre giorni dopo, lo Stato fu inghiottito da una carneficina. Un treno bruciò, uccidendo 59 pellegrini indù di ritorno da Ayodhya. Modi lo dichiarò immediatamente un atto di terrorismo architettato dal Pakistan.
I corpi carbonizzati furono trasportati per le vie della capitale dello stato e consegnati al VHP. Poi il sangue cominciò a scorrere. Per tre giorni, la folla corse furiosa attraverso il Gujarat. Più di una dozzina di città hanno assistito a gravi episodi di violenza. Alla fine, fino a 2.000 (o più) musulmani giacevano morti.
Testimoni oculari affermano che gli aggressori erano armati di liste che riportavano obiettivi musulmani. Alcune delle folle erano persino guidate da legislatori statali del BJP che distribuivano armi alla gente. I sopravvissuti dicono che, quando hanno fatto appello alla polizia per chiedere aiuto, a volte gli è stato detto: “Non abbiamo l’ordine di salvarvi”. Testimoni sostengono che la polizia ha persino sparato contro le vittime.
Poco dopo la fine della violenza, un ministro dello stato del BJP (e membro della RSS) fece chiarezza su quanto stava accadendo. Disse ai media che lui – insieme ad altri funzionari dello Stato e della Polizia – era stato convocato per un incontro a casa di Modi la prima notte del pogrom. Gli fu ordinato di andare in licenza, in modo che la folla potesse “sfogare la propria frustrazione”.
Un alto ufficiale di polizia, in seguito, ha confermato i sospetti. Inoltre, diverse inchieste di giornalisti indiani hanno scoperto la complicità di più leader della RSS, VHP e BJP che si vantavano di aver partecipato alle violenze o del fatto che Modi avesse dato loro tre giorni per fare quello che volevano.
Uno dei più recenti pogrom anti-minoranza si è verificato nel 2008. Quando un leader del VHP fu assassinato a Odisha, il gruppo incolpò la comunità cristiana locale. Le folle guidate da un legislatore statale del BJP iniziarono ad assaltare case cristiane, chiese e persino orfanotrofi.
Circa 100 o più cristiani furono ammazzati e decine di migliaia divennero sfollati nei campi di soccorso. Più tardi, il primo ministro di Odisha dichiarò senza mezzi termini: “I membri di RSS, VHP e Bajrang Dal furono coinvolti nella violenza”.
Non sorprende che la RSS sia responsabile di una violenza così scioccante, considerando i suoi legami ideologici con il fascismo europeo.
Nel 2011, in Norvegia, il terrorista suprematista bianco Andres Breivik ha trucidato 77 persone. Il lungo manifesto di Breivik descrive come sia stato ispirato da altri gruppi estremisti e nazionalisti del mondo. Riferendosi all’RSS, li ha lodati per come “dominano le strade” e “spesso protestano e attaccano musulmani […] di solito dopo che i musulmani mancano di rispetto e degradano l’induismo”.
Ammirava l’RSS a tal punto – dicendo che “i nostri obiettivi sono pressoché identici” – che li ha chiamati ad una collaborazione, scrivendo: “È essenziale che impariamo l’uno dall’altro e cooperiamo il più possibile”.
L’ammirazione di Breivik per l’RSS è abbastanza naturale considerando che la correlazione tra fascismo occidentale e nazionalismo induista risale alle origini paramilitari degli anni ’20.
L’ideologia politico-religiosa nazionalista dell’Hindutva è stata prima articolata da VD Savarkar, il fratello di uno dei 5 fondatori dell’RSS. Uno dei co-fondatori è BS Moonje, mentore di un altro co-fondatore, KB Hedgewar, che divenne la prima Guida Suprema dell’organizzazione paramilitare.
Tutti e tre – Savarkar, Moonje e Hedgewar – erano anche leader di Hindu Mahasabha, un partito politico religioso nazionalista fondato nel 1915. Abbracciavano l’idea che, per citare Bal, il subcontinente “ha visto un inesorabile declino dal suo glorioso passato Hindu”. Convinti che perdere i contatti con questo passato ha reso gli indiani “preda facile per gli invasori stranieri, che siano questi musulmani o inglesi”, si sono posti l’obiettivo di “riportare in auge questo passato antico”.
Nel far ciò, hanno spinto l’idea che essere indiano sia essere indù. Così, qualsiasi cosa o chiunque non fosse indù rappresentava l'oppressione degli indù. La vera libertà per gli indù può essere raggiunta solo riconoscendo il subcontinente come ciò che è sempre stato da tempi immemori: una nazione indù. Mentre questi tre coltivavano il movimento nazionalista indù in India, prendevano ispirazione da – e sono stati anche in contatto diretto con – il crescente movimento fascista in Italia e Germania.
Gli eventi si sono mossi rapidamente negli anni ’20 e ’30. Nel 1921, l’anno successivo alla fondazione del partito nazista, Adolf Hitler ne divenne il leader. Lo stesso anno, in Italia, Benito Mussolini fondò il Partito Nazionale Fascista. Nel 1922, Mussolini compì con successo la Marcia su Roma. L’anno successivo, Hitler fallì nel suo tentato golpe a Monaco, venne arrestato e iniziò a scrivere il Mein Kampf.
Lo stesso anno, Savarkar pubblicò il suo manifesto, Hindutva, nel quale mirava a ridefinire quella indù non come una comunità religiosa, ma come una comunità etno-nazionalista – una “Razza Indù”.
Nel tentativo di trasformare il subcontinente indiano in un etno-stato indù – per gli indù, e solo per gli indù – ha prospettato la sua visione per riunificare la “razza indù”. L’India non deve “perdere la forza nata dalla coesione nazionale e razziale”, scrisse. Il popolo indù deve essere “fuso e saldo in un intero indivisibile, finché la nostra razza non sarà consolidata, forte e affilata come l’acciaio”. Insistendo che il “sangue comune” è l’essenza della nazionalità, scrisse: “noi indù siamo una nazione per, principalmente, il nostro sangue comune”.
Due anni dopo, nel 1925, Hitler pubblicò il Mein Kamp, nel quale dichiarava: “ciò che definisce un popolo, o, per essere più corretti, una razza, non è la lingua, ma il sangue. […] Il sangue comune sta in un Reich comune”. Ossessionato dal proteggere la coesione nazionale e razziale tedesca, si è prefissato di “fondere e saldare il popolo tedesco in un intero indivisibile forte e affilato come l’acciaio”.
Nell’aprile del 1925, Hitler fondò la Schutzstaffel (Squadra di Protezione) – o SS – per proteggere la purezza razziale di una Germania di tedeschi; nel settembre 1925, in India, Hedgewar e la sua schiera fondarono la Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizzazione Nazionale Volontaria) – o RSS.
Hedgewar insistette che il subcontinente dovesse chiamarsi “Hindustan”. Definendola una “nazione di indù”, lo comparava ad una “Germania di tedeschi”. Lo scopo del Sangh, disse, era “rendere realtà le parole ‘Hindustan di indù’”. Dichiarando che “la cultura indù è il respiro vitale dell’Hindustan”, sosteneva che l’unico modo per proteggere l’”Hindustan” era “prima di tutto nutrire la cultura indù”. Se la cultura indù dovesse “perire” e “la società indù cessare di esistere” in “Hindustan”, mette in guardia, non sarebbe più una nazione ma un semplice “accrocco geografico”.
Era convinto che ci fosse un rischio enorme che ciò potesse accadere. Avvertendo che la “società indù” affrontava “attacchi giornalieri dai forestieri”, diceva che l’unica soluzione fosse “organizzare l’intera società indù”. Il “vero cammino” per la “salvezza nazionale” era “nient’altro che l’organizzazione”, disse. “La razza indù si può salvare solo tramite tale organizzazione. […] È per adempiere a questo onere di proteggere la società indù che è nato il Rashtriya Swayamsevak Sangh”, dichiarò Hedgewar.
Questo “squadrone di protezione” si impegnò per instillare nella gioventù indiana l’idea che, come scrisse successivamente Golwalkar, “offrire tutto sè stessi, anche i propri possedimenti più cari, sull’altare della madre patria è il primo e fondamentale dovere di ogni figlio di questa terra”.
Dall’inizio, il gruppo paramilitare ha inseguito i giovani per accrescere le proprie fila, un pattern continuato per decenni. Shah e Advani, per esempio, sono entrambi entrati a 14 anni. Modi, dal canto suo, è entrato a otto anni. “Le prime reclute del Sangh furono studenti di età tra i 12 e 15 anni”, scrive Hartosh Singh Bal. “Quando arrivò il momento per loro di iscriversi all’università, Hedgewar li incoraggiò a studiare fuori da Nagpur e di espandere la portata dell’RSS.
La formazione impartita negli shakhas rifletteva le necessità delle giovani reclute avvicinate da Hedgewar, ma la sua spinta rimase inalterata anche con il crescere dei militanti”.
Uno di questi militanti era Golwalkar, che era sulla ventina e appena uscito dall’università quando si è unito allo shakha originale dell’RSS a Nagpur nei primi anni ’30. A quel punto i nazisti erano già diventati il secondo partito in Germania, mentre Mussolini stava già guidando l’Italia come dittatore da una decade. Colpito dalle notizie sulle istituzioni fasciste italiane, il mentore di Hedgewar, Moonje, guardò all’Occidente come ispirazione.
Nel 1931, Moonje concluse un lungo tour nell’Italia fascista incontrando il Duce. Applaudendo al fascismo per aver aver ideato il “concetto di unità del popolo”, disse a Mussolini che era molto colpito dai gruppi fascisti italiani, non aveva “alcuna esitazione” a lodarli pubblicamente, e concluse: “Ogni nazione in crescita o aspirante tale ha bisogno di tali organizzazioni. L’india in particolare ne ha bisogno per la rigenerazione militare”.
Avendo osservato “le loro attività con i miei occhi in tutti i dettagli”, ha elogiato come le organizzazioni fasciste italiane abbiano promosso “la rigenerazione militare in Italia” e ne ha tratto che “l’India, in particolare l’India induista, necessita di tali istituzioni per la rigenerazione militare degli indù”. Credeva, però, che un’istituzione del genere esisteva già. Prendendo atto che “la nostra organizzazione, Rashtriya Swayamsevak Sangh di Nagpur sotto il Dr Hedgewar, è tale istituzione”, Moonje decise di spendere il resto della propria vita per “svilupparla ed estenderla”.
Nel suo ritorno in India, sostenne che i leader nazionalisti indù “dovrebbero imitare i movimenti giovanili tedeschi e le […] organizzazioni fasciste italiane”, dichiarando: “Sono perfettamente idonee per essere introdotte in India, adattandole alle condizioni particolari”. Due anni dopo, nel 1933, i nazisti salirono al potere in Germania, Hitler divenne dittatore, e il primo campo di concentramento fu costruito.
Nel frattempo, in India, Golwalkar fu nominato segretario dello shakha di Nagpur e gli fu assegnata la gestione del Campo di Addestramento degli Ufficiali dell’RSS, l’istituzione atta a formare i pracharak, lavoratori a tempo pieno che formavano la spina dorsale dell’organizzazione.
La neonata organizzazione aveva già preso l’attenzione dell’occupante Impero Britannico, i cui servizi segreti avvertirono che “i Sangh sperano di essere per l’India di domani, ciò che oggi sono i fascisti per l’Italia e i nazisti per la Germania”. Le dichiarazioni di Moonje continuarono a rinforzare quella conclusione. In un incontro con Hedgewar, suggerì che il subcontinente avesse bisogno di “un indù come dittatore, come […] Mussolini e Hitler nell’Italia e Germania di oggi”.
In Germania, intanto, il regime di Hitler introdusse le leggi di Norimberga, secondo le quali i cittadini avrebbero dovuto avere “sangue tedesco” e privò ebrei e altri della loro cittadinanza. La persecuzione politica degli ebrei si trasformò presto in violenza fisica.
Nel 1928, il primo pogrom nazista contro gli ebrei – noto come Kristallnacht, o “notte dei cristalli” – fece quasi 100 morti, mentre decine di migliaia di ebrei furono deportati nei campi di concentramento. Eppure, mentre i nazisti ponevano le basi per l’olocausto, Savarkar sostenne che la sua idea di nazione indù fosse legittimata dalla predominanza di una maggioranza razziale nella Germania nazista.
“Una nazione è formata dalla maggioranza che la abita”, disse meno di un mese prima della Kristallnacht. “Cosa è successo agli ebrei in Germania? Essendo una minoranza sono stati allontanati”. Dichiarò inoltre che i musulmani indiani – “come gli ebrei in Germania” – erano inadatti ad assimilarsi nella società nazionale perché, a suo dire “identificavano sè stessi e i loro interessi” più “con i musulmani fuori dall’India che con i propri vicini indù”. Concluse, “se noi indù diventiamo forti in India, presto questi musulmani... dovranno fare la fine degli ebrei tedeschi”.
Nel marzo del 1939, dopo l’annessione dell’Austria da parte dei nazisti, che si preparavano a occupare la Cecoslovacchia, il movimento nazionalista indù elogiò pubblicamente l’adozione di Hitler dell’arianesimo.
L’Hindu Mahasabha, con presidente Savarkar, dichiarò: “l’ideale della Germania di risveglio della cultura ariana, la glorificazione della svastica, l’assunzione degli insegnamenti vedici e l’ardente sostegno alla tradizione della civiltà indo-germanica sono accolte dai religiosi e sensibili indù con la gioiosa speranza che […] la crociata della Germania contro i nemici della cultura ariana risvegli tutte le nazioni ariane del mondo e porti gli indù a ripristinare la propria gloria perduta”.
Sette mesi più tardi, poche settimane dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale con l’invasione della Polonia del settembre 1939 da parte dei nazisti, Moonje si lamentò che “i musulmani stanno dimostrando di essere una spina nel fianco”. Dichiarò che li “dovremo combattere” e implicò che “l’RSS potrebbe tornare utile” a tale scopo".
Nel frattempo Golwalkar era stato nominato come secondo in comando dell’RSS. La sua influenza ideologica sul gruppo si espanse assieme alla sua autorità. Lo stesso anno pubblicò il suo manifesto, Noi o La Nostra Nazione Determinata, come lo definiscono Andersen e Damle: “la prima dichiarazione sistematica dell’ideologia dell’RSS”.
Oggi, Golwalkar è celebrato come il guru dell’RSS. Come dice Narendra Modi: “Fino alla sua morte, dal 1940 al 1973, viaggiando in continuazione per l’India, Guruji si è dedicato anima e corpo al suo lavoro di crescita dell’RSS”.
Come gli altri padri fondatori del movimento nazionalista indù, il Guru dell’RSS elogiò esplicitamente i movimenti fascisti europei. Golwalkar ha esaltato l’Italia di Mussolini per aver risvegliato “l’antica idea della Razza Romana di conquistare l’intero territorio attorno al Mediterraneo” e celebrato come “l’antico Spirito della Razza, che ha portato le tribù germaniche a conquistare l’intera Europa, sia risorto nella Germania moderna con il risultato che la Nazione necessariamente persegue gli obiettivi predeterminati dalla tradizione dei suoi antenati razziatori”.
Aggiunse inoltre: “Così anche per noi: il nostro Spirito della Razza si è nuovamente destato. […] Lo Spirito della Razza si sta risvegliando. Il mondo vedrà la potenza della rinata Nazione indù che colpirà i propri nemici con il suo possente braccio. […] Lo Spirito della Razza chiama. La coscienza nazionale si infiamma e noi indù ci raduniamo di fronte allo Stendardo Indù, la Bhagwa Dhwaj [la bandiera zafferano], e restiamo ferrei nella nostra determinazione di devastare le forze nemiche”.
Credeva che i fascisti europei avevano legittimato il diritto di definire la nazionalità con la razza e dimostrato che “ogni Razza” possiede “il diritto inalienabile di estromettere dalla propria Nazione” chiunque avesse “tradito” contemplando aspirazioni diverse da quelle della “Razza Nazionale”.
Definendo come “Razza Nazionale” la “Razza Indù”, dichiarò: “Solo gli indù hanno vissuto qui come figli di questa terra”. In altre parole, solo gli indù avevano diritto a dimorare in India. Il Paese poteva prosperare solo, pensava, avanzando una dottrina di esclusione razziale.
“Nell’Hindustan, la terra degli indù, vive e dovrebbe vivere la Nazione Indù”, scrisse. Nella sua testa, tutti i non-indù avevano due opzioni: “Farsi assimilare nella Razza Nazionale adottandone la cultura, o vivere alla sua mercè finché la razza nazionale glielo permetta, e lasciare il Paese alla volontà della razza nazionale”.
I convertiti dall’induismo, insistette, hanno abbandonato “lo spirito di amore e devozione per la nazione” e sono succubi di una “lealtà divisa” invece che di una “integra e assoluta lealtà alla nazione”. La conversione era, disse, “non solo un caso di cambio di fede, ma un cambio di identità nazionale”.
Dichiarò che gli unici “patrioti nazionalisti” sono coloro che aspirano a “glorificare la razza e la Nazione indù” – tutti gli altri erano “traditori” che si erano uniti al “campo del nemico” e lasciato la propria “madre-patria nel fango”.
Dichiarò che tutti i non-indù come i cristiani e i musulmani erano “minacce interne”. Descrivendoli come membri di “razze straniere”, intimò di “rinunciare al proprio carattere mentale straniero per fondersi nella coscienza comune della nostra vita nazionale”.
Dichiarando che sarebbero dovuti essere privati della nazionalità se si fossero rifiutati di fondersi nella “via della vita indù”, scrisse: “Le razze straniere in Hindustan devono adottare la cultura e lingua indù, devono imparare a rispettare e riverire la religione indù, non devono avere ideali se non quello della glorificazione della razza e cultura indù, o possono rimanere nel Paese, totalmente subordinati alla Nazione Indù, rivendicando nulla, meritevoli di nessun privilegio, men che meno trattamenti di favore – neanche i diritti civili”.
Infine Golwalkar implicò che la violenza sarebbe potuta essere la necessaria soluzione finale al problema dei non-indù residenti in India. Denunciando il giudaismo come “una fede intollerante”, scrisse: “Per mantenere la purezza della razza e della sua cultura, la Germania ha sconvolto il mondo estirpando dal paese le razze semitiche – gli ebrei. Si è manifestato così il punto più alto dell’orgoglio razziale”.
Concluse dicendo che la Germania aveva dato il buon esempio mostrando come fosse “impossibile” per diverse “razze e culture assimilarsi in un tutt’uno”. Così, dichiarò che la linea politica nazista verso gli ebrei era “una buona lezione per noi in Hindustan, da impararne e trarne giovamento”.
“Alla morte di Golwalkar, nel 1973, il Sangh Parivar per come lo conosciamo oggi era praticamente pronto”, scrive Bal. Non solo la sua ideologia continua a essere colonna portante dell’RSS, ma il suo volto sovrasta le manifestazioni paramilitari. Quando il gruppo ha marciato per le vie di Hyderabad nel dicembre del 2019, l’immagine inghirlandata di Golwalkar era montata su jeep e scortata da interminabili file di swayamsevak in uniforme.
L’attuale capo dell’RSS, Mohan Bhagwat, crebbe in una famiglia di attivisti dell’RSS. Suo padre era uno “stretto collaboratore” sia di Hedgewar che di Golwalkar. Lui stesso diventò un pracharak appena due anni dopo la morte di Golwalkar. Il Primo Ministro Modi, dal canto suo, si unì all’RSS negli anni ’50 e divenne pracharak nel 1971 sotto la guida di Golwalkar. Numerosi altri a capo dell’attuale movimento nazionalista indù sono stati cresciuti, politicamente parlando, da Golwalkar.
Nell’attuale età dell’informazione, però, l’RSS è molto più cauto su come articola pubblicamente la propria ideologia. La guida dell’organizzazione paramilitare ha cambiato ripetutamente la propria posizione sugli scritti del proprio Guru. Così, nel 2006, l’RSS ha formalmente rinnegato Noi o La Nostra Nazione Determinata, dichiarando che non rappresenta “la visione del maturo Guruji né dell’RSS”.
Eppure già negli anni ’50, gli studiosi vi si riferivano come alla “Bibbia” del Sangh e negli anni ’70, i leader più anziani dell’RSS asserivano che fosse stato scritto per dare una “base scientifica” alle rivendicazioni per una nazione indù. Il disconoscimento è apparso come niente più che una mera questione di immagine pubblica. Il libro era così “brutalmente sincero”, sostiene Noorani, che “c’è stato un tentativo disperato da parte dell’RSS di allontanarsene”.
Il disconoscimento fu accompagnato dalla riaffermazione del secondo libro di Golwalkar, Alcuni Pensieri, pubblicato nel 1966. Eppure quel libro rispecchia perfettamente la retorica xenofoba di Noi, dove l’unica grande differenza – in vista delle circostanze storiche – è che Golwalkar ha omesso la pomposa celebrazione del fascismo europeo.
Nel 2018, l’RSS cambiò nuovamente la propria posizione, annunciando che non accettava più Alcuni Pensieri nella sua interezza perché “non può rimanere valido in eterno”. Bhagwat dichiarò che gli unici scritti di Golwalkar che l’RSS ancora considera autorevoli sono quelli che ha selezionato e ripubblicato nel libro MS Golwalkar: La Sua Visione e Missione.
Questo approccio selettivo rappresenta ciò che Bal definisce “un gioco di prestigio tipico del Sangh”. Mentre abbandona la definizione dei non-indù come “traditori”, per esempio, il libro lamenta che alcuni indiani hanno “persino cambiato la propria religione” e adottato “la religione degli stranieri”.
“L’essenza della nostra nazione è spirituale”, scrive Golwalkar. “Senza il fondamento del dharma, il nostro Paese non ha futuro”. Affermando che “i principi viventi della società indù sono i sistemi viventi di questa nazione”, proclama: “In breve, questa è una nazione indù”.
Mentre dichiarazioni simili sono già abbastanza per rivelare l’impegno ininterrotto dell’RSS verso la visione xenofoba di Golwalkar, la sua rinnovata attenzione all’immagine pubblica significa che sono passati i giorni in cui i suoi ideologi lodavano apertamente i fascisti europei o chiamavano i non-indu “traditori” e membri di “razze straniere” che devono essere privati dei loro diritti.
“Il substrato oscuro dell’ideologia dell’RSS – la sua visione di un nazionalismo culturale basato sull’esclusione delle minoranze – è stato levigato per il pubblico”, scrive Bal. Oggi, più che dettagliare esplicitamente la propria ideologia, l’RSS si concentra ad affinare la propria immagine pubblica e controllare come è percepita.
Di conseguenza, Bhagwat annuncia: “Diciamo che la nostra è una Rashtra Indù. Rashtra Indù non significa che non c’è spazio per i musulmani. Il giorno in cui si dirà che i musulmani non sono i benvenuti qui, il concetto di Hindutva cesserà di esistere”.
Certe dichiarazioni ispirano i commentatori a discutere quale nuova via percorrerà l’RSS e fornisce munizioni ai difensori dell’RSS per attaccare i critici. Ignorano, ovviamente, che Bhagwat nel contempo dice che non c’è spazio per i musulmani in India e che l’India è una nazione indù. Continua inoltre ad avanzare il concetto centrale di Hindutva: che essere indiano significa essere indù.
Così sostiene: “L’induismo non è una forma di culto o una lingua. L’induismo è il nome di un’eredità culturale che appartiene a tutti coloro che vivono in India”. La parola “Hindu”, dice, “è l’identità del popolo di questa regione, non la sua religione”.
Nel frattempo l’influenza di Golwalkar continua a predominare sull’RSS e i suoi membri. Quando Bhagwat parla alle manifestazioni di massa dell’RSS, lo fa sempre schierato davanti a un’enorme, spesso adornata foto di Golwalkar – la cui effige è apposta sui muri della sede di Nagpur dell’RSS. Modi nomina Golwalkar tra i suoi principali ispiratori, definendolo una “gemma” e “davvero un grand’uomo” il suo “onorevole Guru”.
Amit Shah ha encomiato “Guruji Golwalkar” come “colui che ci ha motivati […] a servire Maa Bharati [Madre India]”.
Shah, il promotore del CAA e l’NRC, è unico nella sua inclinazione a gettare la cautela al vento e – alla faccia della reputazione internazionale – adotta apertamente una retorica palesemente genocida. Così, per esempio, ha recentemente descritto gli immigrati irregolari musulmani come “infiltrati” e “termiti”. Shah crede che sia necessario proteggersi da – per citare Hedgewar – gli “attacchi giornalieri” di questi “forestieri”.
Con Shah alla testa, non è una sorpresa che persone come Arundhati Roy avvertano che l’insieme CAA/NRC “assomiglia inquietantemente alle Leggi di Norimberga del Terzo Reich”.
Qual è il futuro dell’RSS?
La dirigenza riporta che sta crescendo a ritmi “senza precedenti”. “Deve continuare a crescere”, ha dichiarato Hedgewar. “Il nostro obiettivo può essere raggiunto solo se l’organizzazione cresce continuamente e rapidamente”.
È cresciuto così rapidamente che Bhagwat, nel 2018, dichiarò che può “approntare personale militare in tre giorni, mentre all’Esercito servono 6-7 mesi”. Infatti, prendere il controllo dell’apparato militare indiano sembra essere il suo prossimo obiettivo principale. In Uttar Pradesh ha aperto la prima “Scuola Militare” per “addestrare bambini a diventare i prossimi ufficiali delle forze armate”.
Qualsiasi cosa riservi il futuro, una cosa è ovvia: oggi in India, sotto il regime dell’RSS, la visione fascista dei padri fondatori del movimento nazionalista indù si sta implementando velocemente con conseguenze fatali e, più a lungo detterà legge, più gravi saranno queste conseguenze.
Fonte
01/09/2019
Appunti per comprendere i Khmer rouge
Comprendere ciò che è accaduto nella Cambogia tra il 1976 e il 1979, quando si chiamava Kampuchea Democratica, resta un nodo ancora da sciogliere nella storia del movimento comunista.
Come un’esperienza nata dalla lotta antimperialista contro gli USA si è potuta trasformare in una delle grandi tragedie del XX secolo?
Questo breve saggio non ha lo scopo di riabilitare nessuno, vuole semplicemente gettare le basi per un profondo studio della storia dei Khmer Rouge e della loro rivoluzione.
Esistono lavori certamente più approfonditi, come “Il sorriso di Pol Pot” o i lavori, disponibili solamente in lingua inglese, di due importanti storici come Michael Vickery e David P. Chandler a cui rimando per ulteriori approfondimenti.
Chi erano i Khmer Rouge?
I Khmer Rouge erano dei rivoluzionari che vollero costruire una società egualitaria e indipendente. L’indipendenza e l’autosufficienza erano due concetti chiave della loro ideologia.
Per prima cosa va tenuta in considerazione la composizione della classe dirigente dei Khmer Rouge, che era il braccio armato del Partito Comunista Khmer.
Essenzialmente vi troviamo due categorie, chi, come Ta Mok, era erede dei Khmer Issarak, ovvero dei guerriglieri nazionalisti impegnati negli anni ‘50 nella dura lotta contro l’imperialismo francese per ottenere l'indipendenza della Cambogia, e chi, come Pol Pot, in quegli anni andò a studiare in Francia, a Parigi o come Nuon Chea in Thailandia.
Questi intellettuali, durante i loro studi parigini, incontrarono il marxismo, avvicinandosi al PCF.
Queste infarinature di marxismo erano utili alla loro visione di lotta per l’autonomia e lo sviluppo del paese, come si evince dalla tesi di laurea in economia di Khieu Samphan, Capo di stato dal 1976 della Kampuchea Democratica, sul sottosviluppo della Cambogia.
In un certo qual modo, questi intellettuali si sentiranno sempre in debito nei confronti di chi lottò per l’indipendenza della Cambogia mentre loro studiavano all'estero.
Tornati in patria dovettero fare i conti con l'eclettismo e l’autocrazia del principe Sihanouk, il quale si spostò da posizioni di sinistra, con conseguente apertura alla sinistra cambogiana, a posizioni di destra che ebbero due conseguenze: la via della clandestinità per i Khmer Rouge e il progressivo trasferimento nelle mani dell’esercito del potere con il successivo golpe del 1970.
Mentre la Cambogia veniva coinvolta nel conflitto vietnamita e sul paese cadde una quantità gigantesca di bombe, i rivoluzionari di Pol Pot si erano rifugiati nella parte nord orientale del paese, in una zona nascosta dalla giungla, abitata da tribù primitive, contraddistinte da una società egualitaria da cui Pol Pot era affascinato, in una situazione di dipendenza dal Vietnam.
Nei rapporti con Hanoi, Pol Pot vide lungo nella sua analisi, soprattutto quando venne invitato a studiare in Vietnam dal PCV e capì il vero obiettivo dei vietnamiti, controllare i partiti comunisti del Laos e della Cambogia per poter costruire una federazione socialista sotto la loro egemonia.
Pol Pot era un nazionalista, non poteva accettare una situazione simile, soprattutto alla luce della storia recente del suo paese, con una secolare lotta tra Vietnam e Thailandia per controllarlo.
Di conseguenza inizierà una dura lotta per ottenere una faticosa autonomia che costerà ai Khmer Rouge la perdita degli aiuti vietnamiti e un certo ritardo nella presa di Phnom Penh che avverrà il 17 aprile 1975.
La vittoria sul regime di Lon Nol venne facilitata anche dall'alleanza con il principe Sihanouk, utilizzato come strumento di propaganda e per ottenere un maggiore consenso da parte della popolazione. Sihanouk, una volta ottenuta la vittoria finale, verrà progressivamente ridotto all'esilio.
Cosa successe dopo?
I Khmer Rouge entrarono in città e si verificarono subito degli scontri tra gli stessi guerriglieri, i quali non si conoscevano tra loro, frutto dell’estrema segretezza che ha contraddistinto l’intera esistenza del movimento.
La segretezza si accompagna ad una scarsa organizzazione e ai primi contrasti nel gruppo dirigente. Con l’eliminazione dei dirigenti moderati, ovvero Hou Youn e Hu Nim, prevarrà la linea di sinistra che porterà a scelte come l'evacuazione delle città, l’abolizione della moneta e l’instaurazione di una società agraria fortemente egualitaria.
Tolta la storia dell’uccisione di chi indossava gli occhiali, una vecchia leggenda che circolava anche ai tempi dei guerriglieri nazionalisti come certificato da Francois Ponchaud, un prete cattolico anticomunista che visse in Cambogia quando i Khmer Rouge presero il potere, l’arrivo dei guerriglieri nella città fu seguito dall'abbandono forzato di Phnom Penh e delle altre città del paese da parte dei loro abitanti, diretti, secondo le direttive dei guerriglieri, verso i loro villaggi di origine visto l’imminente attacco da parte degli USA.
La giustificazione della scarsità di cibo, dovuta alla guerra e al sovrappopolamento causato dall'arrivo negli anni dei contadini fuggiti dal conflitto, trova riscontro solamente per il caso della capitale ma non per altre città, come Battambang.
L’abbandono delle città venne caratterizzato da una scarsa organizzazione che provocò molti morti.
In generale la città veniva vista, in un’ottica da movimento contadino, come il cuore di un sistema corrotto e dispotico che ha generato una situazione di guerra, povertà e violenza, pertanto la città doveva essere rieducata, con i suoi abitanti: “Il badile sarà la vostra penna, la terra la vostra carta”.
L’Organizzazione Rivoluzionaria, con questo nome era conosciuto il Partito Comunista Khmer di cui si ignoravano segretario, ideologia ed esistenza, divise perciò la società in "nuova gente", gli abitanti della città, e "vecchia gente", i contadini.
La centralità della campagna non era frutto solamente di una visione da movimento contadino a cui molti episodi di violenza cieca possono essere rimandati, come afferma il sociologo marxista svedese Jan Mydral, anche perché progressivamente le industrie vennero rimesse in moto e le città vennero ripopolate, come raccontato dalle delegazioni che visitarono in quel periodo il paese, ma provengono da un’idea di autosufficienza spinta alle sue estreme conseguenze.
Se l’ambizione era quella di ottenere la prosperità e l’autosufficienza, le industrie e dei quadri tecnici erano indispensabili, quest’ultimo elemento entra in contrasto con la fede assoluta dei Khmer Rouge, ripresa dalla Cina maoista, nella creatività delle masse.
C’è una divertente storiella per spiegare questo fatto.
I Khmer Rouge riuscirono a catturare due aerei statunitensi e vollero imparare ad usarli.
Uno di loro, un contadino che non aveva mai imparato a guidare un aeroplano, venne messo alla guida del veicolo, data la cieca fiducia nella creatività delle masse dell’Organizzazione Rivoluzionaria.
Il povero sventurato imparò a guidare l’aereo ma non ad atterrare e si schiantò.
Per usare il secondo aereo venne chiamato un pilota che nel frattempo era stato spedito nelle risaie, costui si mise alla guida dell’aereo esclamando: “Si fa così compagni!” e volò via verso la Thailandia.
L’autosufficienza era sulla carta possibile, dato il rapporto tra popolazione e terra coltivabile disponibile, le strategie dei Khmer Rouge avevano un senso, come la costruzione dei canali di irrigazione che infatti vennero usati qualche decennio dopo dall'attuale governo, era errata la modalità con la quale ottenere tutto ciò.
I rapporti con il marxismo
I Khmer Rouge ebbero una breve infarinatura di marxismo in Francia.
Il marxismo nelle loro idee ebbe sempre meno peso, diventando più una serie di slogan ripresi a piene mani dalla Cina di Mao, il modello di Pol Pot, che una serie di analisi frutto di attente elaborazioni teoriche.
Per esempio, quando un membro della delegazione svedese che visitò il paese ebbe l'opportunità di parlare con un Khmer Rouge, questi gli chiese se fosse soddisfatto di quanto fatto nel paese, lo svedese rispose che c’era ancora molto da fare e il khmer rispose che avevano instaurato la dittatura del partito, cosa dovevano fare di più?
Il marxismo era lo strumento per ottenere un rapido sviluppo, questa era l’idea di fondo.
Il Super Grande balzo in avanti aveva questo scopo, un rapido sviluppo del paese mirato alla costruzione della prima società comunista nella storia dell’umanità, un successo da mostrare al mondo intero.
Tutto era finalizzato per far tornare il paese ad un’epoca di splendore ed indipendenza come quella di Angokr, i cui riferimenti nella vicenda della Kampuchea Democratica non mancano.
Questo obiettivo venne esplicitamente dichiarato da Khieu Samphan nel suo incontro con il Primo ministro cinese Zhou Enlai, nonostante quest'ultimo, memore degli errori del Grande balzo in avanti, con il quale la Cina tentò di risolvere la contraddizione tra città e campagna, sviluppando velocemente le forze produttive, invitò il Capo di stato khmer ad agire con moderazione e gradualità per fare il bene del suo popolo.
Dalla Cina arrivò un altro segnale, un misto tra rassegnazione e avvertimento, quando il vecchio Mao disse in un colloquio privato con Pol Pot che la Cina non era un paese egualitario, l’egualitarismo c’era solo negli slogan, la Cina era un capitalismo di stato senza capitalisti, come disse Lenin, e la strada verso il socialismo era piena di problemi da affrontare.
Nonostante gli avvertimenti del potente alleato si andò avanti con la linea del Super Grande balzo in avanti.
Questo progetto doveva essere affiancato dalla costruzione dell’Uomo Nuovo, come delineato dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
Costui doveva essere un soggetto senza legami con il vecchio passato e se li aveva, per questo motivo doveva essere rieducato.
Era un lavoratore dedito alla costruzione della nuova Kampuchea, alla rivoluzione, fortemente egualitario ed ateo.
Per questo motivo venne dichiarata guerra alle religioni e ad ogni vecchia istituzione sociale, compresa la famiglia.
Il concetto di “madre” e “padre” doveva essere superato, il figlio veniva separato dalla famiglia e poteva rivolgersi ad un'altra persona solamente con l’appellativo compagno/a.
Dal cibo all'atto sessuale tutto era gestito dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
I dirigenti
Dietro all'Organizzazione Rivoluzionaria si nascondevano i volti degli ideatori della Kampuchea Democratica.
Pol Pot: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. Membro e leader del Partito Comunista Khmer, Primo ministro della Kampuchea Democratica dal 1975.
Khieu Samphan: studente universitario a Parigi, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e dove frequentò il circolo marxista di Sary. Divenne un parlamentare e oppositore di sinistra negli anni ‘60, diventando poi Capo di stato della Kampuchea Democratica dal 1976.
Ieng Sary: studente universitario a Parigi, dove fondò un circolo marxista, divenne Ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Era il cognato di Pol Pot.
Noun Chea: studente universitario in Thailandia, dove si laurea in giurisprudenza, divenne negli anni ‘60 il braccio destro di Pol Pot e, in seguito, Vice Primo ministro della Kampuchea Democratica.
Ieng Thirith: studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary che in seguito sposerà, divenne ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica.
Khieu Ponnary: fu una delle prime donne cambogiane a conseguire il diploma di scuola superiore, studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. In seguito sposò Pol Pot e divenne membro del comitato centrale e presidente dell’organizzazione femminile della Kampuchea Democratica.
Son Sen: studente universitario a Parigi, poi insegnante. Fu il responsabile della zona nordorientale della Kampuchea Democratica ed in seguito ministro della Difesa.
Ta Mok: membro dei Khmer Issarak, fu responsabile della zona sudoccidentale della Kampuchea Democratica. Fu colui che destituì Pol Pot nel 1997, diventando l’ultimo leader dei Khmer Rouge.
Vorn Vet: Vice Primo ministro, ministro dell'Economia e membro del comitato centrale fino al novembre 1978.
Yun Yat: moglie di Son Sen, ministro della Sanità, della Cultura, dell'Educazione e dell'Informazione. Nel 1977 fu incaricata di estirpare il Buddhismo dalla nazione.
Ke Pauk: fu segretario del Partito per la zona nord dal 1975, e nel 1976 fu il responsabile delle purghe nella zona centrale e di grandi massacri di civili nella zona est nel 1978.
Suong Sikoeun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary di cui in seguito diventa fidato collaboratore. Sarà il responsabile delle visite degli stranieri di minore importanza.
Ok Sakun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, sarà il rappresentante della Kampuchea Democratica a Ginevra.
Duch: insegnante, sarà il Comandante del centro S-21, la prigione della polizia segreta della Kampuchea Democratica.
Hu Nim: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, diventa parlamentare di sinistra negli anni ‘60. Sarà ministro degli Interni del governo in esilio del principe Sihanouk, verrà assassinato dai Khmer Rouge tra il 1975 il 1976.
Hou Youn: si laurea in economia in Cambogia, dove sarà parlamentare di sinistra e ministro delle Finanze. Sarà ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Verrà giustiziato nel 1977.
Il fallimento
Come si arrivò al fallimento?
I Khmer Rouge abbiamo detto erano caratterizzati dalla segretezza, non si conosceva il nome del partito, l’ideologia, si dichiararono marxisti-leninisti solamente a causa delle pressioni cinesi, i suoi leader durante la lotta armata non si conoscevano neanche tra i diversi gruppi armati.
Questa segretezza venne mantenuta anche nella gestione dello stato post-rivoluzionario.
Essenzialmente il paese venne diviso in zone affidate ad un capo locale, il quale assorbiva a modo suo le direttive del partito e i suoi piani.
L’eterogeneità così prodotta fece sì che in due villaggi vicini era facile avere da un lato una vita normale per i contadini e dall'altro un’acuta carestia.
Bisognava realizzare in ogni modo i piani, pena l’eliminazione anche fisica.
Pur di realizzare i piani del raccolto per raggiungere l’autosufficienza alimentare venivano modificati i dati sulla produzione, producendo uno spostamento progressivo del riso prodotto dal cibo necessario alla riproduzione della forza-lavoro al surplus da dare all'autorità centrale.
I dati modificati portarono l’Organizzazione Rivoluzionaria ad alzare l’asticella degli obiettivi, iniziando ad esportare il riso anche in Cina in cambio di macchinari e armamenti.
In questo modo venne spremuta sempre di più la forza-lavoro, con turni di lavoro anche la notte, illuminati da alcuni lampioni con gli altoparlanti che senza sosta ripetevano gli slogan rivoluzionari, ed ebbe così inizio la carestia.
La carestia non venne associata ai piani troppo esigenti bensì al sabotaggio del nemico interno in combutta con il nemico esterno, sia esso il KGB, il Vietnam o gli USA.
La situazione reale venne camuffata agli occhi dell’Organizzazione Rivoluzionaria, i cui membri non potevano visitare realmente le zone del paese perché le autorità locali creavano per loro dei palcoscenici ad hoc per illuderli sulla situazione reale del paese e per mantenere il proprio potere.
Queste messe in scena venivano ripetute anche per i visitatori provenienti dall'estero, in particolar modo gli europei, per mostrare un paese che lavorava sodo e guardava con fiducia verso un futuro socialista.
Di conseguenza questa situazione portò all'aumento esponenziale della repressione e della caccia alle streghe per scovare il nemico e la sua rete, con lo scopo di salvare la rivoluzione.
Questa macchina terribile finì per inghiottire in una spirale di follia i suoi stessi ideatori, portando i Khmer Rouge ad avere dei veri e propri atteggiamenti xenofobi nei confronti di intere minoranze etniche.
La repressioni fu incisiva contro tutte le minoranze etniche ma in particolar modo contro quelle vietnamite e cinesi.
I vietnamiti erano considerati la quinta colonna del grande nemico mentre i cinesi, nonostante l’alleanza con Pechino, rappresentano nelle società del Sudest asiatico quello che hanno rappresentato gli ebrei nell'Est Europa, ovvero una comunità nella comunità, con la sua cultura, che svolge nella società quasi sempre il ruolo del mercante e dello strozzino.
In Cambogia la repressione contro i cinesi, nonostante molti dirigenti khmer fossero di origine cinese, venne giustificata attraverso l’ideologia dei Khmer Rouge mentre in altri paesi della zona, come in Birmania, in Indonesia o in Malesia, venne giustificata attraverso la lotta al comunismo, ovvero contro la Cina di Mao, soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale.
Infatti nei quadri dei partiti comunisti della Birmania, dell’Indonesia, della Malesia o della Thailandia c’era una folta maggioranza di militanti di origine cinese e i loro partiti, nella rottura tra Mosca e Pechino, si schierarono con quest’ultima.
La spirale di follia si materializza nella tragica vicenda della prigione della polizia segreta, la famosa S-21, dove ancora oggi, diventata un museo, possiamo vedere le foto delle persone giustiziate. I Khmer Rouge avevano l’abitudine di fotografare il condannato, prima, durante e dopo l’avvenuta esecuzione.
Il nazionalismo dei Khmer Rouge porterà al conflitto con il Vietnam, esploso nel 1977 a causa delle dispute territoriali per il controllo della zona del delta del Mekong, storicamente appartenuta alla Cambogia e abitata da una cospicua minoranza khmer.
Tuttavia, questo conflitto regionale tra due stati socialisti divenne l’ennesimo fronte della Guerra Fredda.
Al fianco del Vietnam si schierarono l’URSS ed i suoi alleati, mentre la Cina aiutò la Kampuchea Democratica.
La Cina in seguito invase, con una spedizione punitiva, il Vietnam nel 1979.
I Khmer Rouge vennero facilmente sconfitti e costretti a tornare nella giungla alle loro attività di guerriglia mentre i vietnamiti instaurarono un governo fantoccio con il sostegno di un gruppo di disertori dei Khmer Rouge che negli anni avevano deciso di andare in esilio in Vietnam. In questo gruppo svettano i nomi di Heng Samrin, Pen Sovan e dell’attuale padre padrone della Cambogia, Hun Sen.
La guerriglia e la fine
La vittoria vietnamita costrinse i Khmer Rouge a tornare alle loro attività di guerriglia, questa volta contro il Vietnam.
In questa loro lotta vennero sostenuti non solo dalla Cina, che anche dopo la morte di Mao continuò a sostenere Pol Pot in chiave antivietnamita ed antisovietica, ma anche dagli USA, dall'Inghilterra e dalla Thailandia.
Nel 1981 avvenne la rinuncia ufficiale al comunismo da parte del Partito Comunista Khmer, che divenne semplicemente il Partito della Kampuchea Democratica, ufficialmente di osservanza socialista democratica e favorevole al libero mercato.
Nel 1982 venne fondato il Governo di coalizione della Kampuchea Democratica, egemonizzato dai Khmer Rouge, con i monarchici di Sihanouk e gli anticomunisti di Son Sann, sostenuto dai dollari di Reagan.
La lotta contro i vietnamiti proseguì fino agli anni ‘90, in questo periodo Pol Pot rimase nell'ombra, cedendo il ruolo di leader dei Khmer Rouge a Khieu Samphan.
Nel 1991, aiutati dal collasso dell’URSS, venne firmato un accordo di pace tra tutte le parte in conflitto e vennero indette le elezioni, la Cambogia non era più uno stato socialista e tornò ad essere una monarchia costituzionale con il ritorno del principe Sihanouk.
Tuttavia i Khmer Rouge non accettarono l’esito delle elezioni e nel 1992 ripresero la lotta armata, arroccandosi nelle loro roccaforti, come Pailin.
Nel 1996 iniziarono le diserzioni di massa, con l’addio di molti leader storici dei Khmer Rouge, come Sary, Shampan, il quale cercò di trasformare in un partito politico il movimento, fallendo anche per cause esterne in questo tentativo, e Thirith.
Il canto del cigno si ebbe nel 1997, quando Pol Pot fece uccidere Son Sen e la sua famiglia con l’accusa di tradimento, ciò provocò la reazione di Ta Mok, il quale fece catturare Pol Pot e lo condannò all’ergastolo.
Pol Pot morì nel 1998 e i Khmer Rouge vennero sciolti l’anno successivo.
Conclusioni
Questa tragica vicenda mostra il fallimento di un progetto basato su un soggettivismo che ha alla base, in questo caso, un partito, che con la forza, dall'alto, avrebbe voluto modificare radicalmente una società nel giro di pochi anni.
La loro era un fede incrollabile nella propria idea di uomo, capace di superare anche gli ostacoli di natura oggettiva.
Sembra di risentire le critiche del leggendario Charles Bettelheim a Che Guevara, quando questi era il ministro dell'Economia del governo rivoluzionario di Fidel Castro.
Erano dei rivoluzionari ma questa loro inclinazione li trasformò in assassini che hanno gettato nel terrore il popolo che avrebbero voluto aiutare.
La radicalità di un progetto deve essere sempre vista in un’ottica di trasformazione volontaria e di lungo periodo della società e dell’uomo. Lenin disse che il socialismo è un prodotto di una società superiore, noi abbiamo il dovere di fare i conti con l’uomo di questa società, non di quella che vorremmo.
Questa potrebbe essere una delle importanti lezioni che possiamo trarre dall'esperienza della Kampuchea Democratica.
Fonti
Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea
Brother number one, David P. Chandler, Westview Press
Cambodia, 1975-1982, Michael Vickery, South End Pr
S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, Rithy Panh, O Barra O Edizioni
Fonte
Come un’esperienza nata dalla lotta antimperialista contro gli USA si è potuta trasformare in una delle grandi tragedie del XX secolo?
Questo breve saggio non ha lo scopo di riabilitare nessuno, vuole semplicemente gettare le basi per un profondo studio della storia dei Khmer Rouge e della loro rivoluzione.
Esistono lavori certamente più approfonditi, come “Il sorriso di Pol Pot” o i lavori, disponibili solamente in lingua inglese, di due importanti storici come Michael Vickery e David P. Chandler a cui rimando per ulteriori approfondimenti.
Chi erano i Khmer Rouge?
I Khmer Rouge erano dei rivoluzionari che vollero costruire una società egualitaria e indipendente. L’indipendenza e l’autosufficienza erano due concetti chiave della loro ideologia.
Per prima cosa va tenuta in considerazione la composizione della classe dirigente dei Khmer Rouge, che era il braccio armato del Partito Comunista Khmer.
Essenzialmente vi troviamo due categorie, chi, come Ta Mok, era erede dei Khmer Issarak, ovvero dei guerriglieri nazionalisti impegnati negli anni ‘50 nella dura lotta contro l’imperialismo francese per ottenere l'indipendenza della Cambogia, e chi, come Pol Pot, in quegli anni andò a studiare in Francia, a Parigi o come Nuon Chea in Thailandia.
Questi intellettuali, durante i loro studi parigini, incontrarono il marxismo, avvicinandosi al PCF.
Queste infarinature di marxismo erano utili alla loro visione di lotta per l’autonomia e lo sviluppo del paese, come si evince dalla tesi di laurea in economia di Khieu Samphan, Capo di stato dal 1976 della Kampuchea Democratica, sul sottosviluppo della Cambogia.
In un certo qual modo, questi intellettuali si sentiranno sempre in debito nei confronti di chi lottò per l’indipendenza della Cambogia mentre loro studiavano all'estero.
Tornati in patria dovettero fare i conti con l'eclettismo e l’autocrazia del principe Sihanouk, il quale si spostò da posizioni di sinistra, con conseguente apertura alla sinistra cambogiana, a posizioni di destra che ebbero due conseguenze: la via della clandestinità per i Khmer Rouge e il progressivo trasferimento nelle mani dell’esercito del potere con il successivo golpe del 1970.
Mentre la Cambogia veniva coinvolta nel conflitto vietnamita e sul paese cadde una quantità gigantesca di bombe, i rivoluzionari di Pol Pot si erano rifugiati nella parte nord orientale del paese, in una zona nascosta dalla giungla, abitata da tribù primitive, contraddistinte da una società egualitaria da cui Pol Pot era affascinato, in una situazione di dipendenza dal Vietnam.
Nei rapporti con Hanoi, Pol Pot vide lungo nella sua analisi, soprattutto quando venne invitato a studiare in Vietnam dal PCV e capì il vero obiettivo dei vietnamiti, controllare i partiti comunisti del Laos e della Cambogia per poter costruire una federazione socialista sotto la loro egemonia.
Pol Pot era un nazionalista, non poteva accettare una situazione simile, soprattutto alla luce della storia recente del suo paese, con una secolare lotta tra Vietnam e Thailandia per controllarlo.
Di conseguenza inizierà una dura lotta per ottenere una faticosa autonomia che costerà ai Khmer Rouge la perdita degli aiuti vietnamiti e un certo ritardo nella presa di Phnom Penh che avverrà il 17 aprile 1975.
La vittoria sul regime di Lon Nol venne facilitata anche dall'alleanza con il principe Sihanouk, utilizzato come strumento di propaganda e per ottenere un maggiore consenso da parte della popolazione. Sihanouk, una volta ottenuta la vittoria finale, verrà progressivamente ridotto all'esilio.
Cosa successe dopo?
I Khmer Rouge entrarono in città e si verificarono subito degli scontri tra gli stessi guerriglieri, i quali non si conoscevano tra loro, frutto dell’estrema segretezza che ha contraddistinto l’intera esistenza del movimento.
La segretezza si accompagna ad una scarsa organizzazione e ai primi contrasti nel gruppo dirigente. Con l’eliminazione dei dirigenti moderati, ovvero Hou Youn e Hu Nim, prevarrà la linea di sinistra che porterà a scelte come l'evacuazione delle città, l’abolizione della moneta e l’instaurazione di una società agraria fortemente egualitaria.
Tolta la storia dell’uccisione di chi indossava gli occhiali, una vecchia leggenda che circolava anche ai tempi dei guerriglieri nazionalisti come certificato da Francois Ponchaud, un prete cattolico anticomunista che visse in Cambogia quando i Khmer Rouge presero il potere, l’arrivo dei guerriglieri nella città fu seguito dall'abbandono forzato di Phnom Penh e delle altre città del paese da parte dei loro abitanti, diretti, secondo le direttive dei guerriglieri, verso i loro villaggi di origine visto l’imminente attacco da parte degli USA.
La giustificazione della scarsità di cibo, dovuta alla guerra e al sovrappopolamento causato dall'arrivo negli anni dei contadini fuggiti dal conflitto, trova riscontro solamente per il caso della capitale ma non per altre città, come Battambang.
L’abbandono delle città venne caratterizzato da una scarsa organizzazione che provocò molti morti.
In generale la città veniva vista, in un’ottica da movimento contadino, come il cuore di un sistema corrotto e dispotico che ha generato una situazione di guerra, povertà e violenza, pertanto la città doveva essere rieducata, con i suoi abitanti: “Il badile sarà la vostra penna, la terra la vostra carta”.
L’Organizzazione Rivoluzionaria, con questo nome era conosciuto il Partito Comunista Khmer di cui si ignoravano segretario, ideologia ed esistenza, divise perciò la società in "nuova gente", gli abitanti della città, e "vecchia gente", i contadini.
La centralità della campagna non era frutto solamente di una visione da movimento contadino a cui molti episodi di violenza cieca possono essere rimandati, come afferma il sociologo marxista svedese Jan Mydral, anche perché progressivamente le industrie vennero rimesse in moto e le città vennero ripopolate, come raccontato dalle delegazioni che visitarono in quel periodo il paese, ma provengono da un’idea di autosufficienza spinta alle sue estreme conseguenze.
Se l’ambizione era quella di ottenere la prosperità e l’autosufficienza, le industrie e dei quadri tecnici erano indispensabili, quest’ultimo elemento entra in contrasto con la fede assoluta dei Khmer Rouge, ripresa dalla Cina maoista, nella creatività delle masse.
C’è una divertente storiella per spiegare questo fatto.
I Khmer Rouge riuscirono a catturare due aerei statunitensi e vollero imparare ad usarli.
Uno di loro, un contadino che non aveva mai imparato a guidare un aeroplano, venne messo alla guida del veicolo, data la cieca fiducia nella creatività delle masse dell’Organizzazione Rivoluzionaria.
Il povero sventurato imparò a guidare l’aereo ma non ad atterrare e si schiantò.
Per usare il secondo aereo venne chiamato un pilota che nel frattempo era stato spedito nelle risaie, costui si mise alla guida dell’aereo esclamando: “Si fa così compagni!” e volò via verso la Thailandia.
L’autosufficienza era sulla carta possibile, dato il rapporto tra popolazione e terra coltivabile disponibile, le strategie dei Khmer Rouge avevano un senso, come la costruzione dei canali di irrigazione che infatti vennero usati qualche decennio dopo dall'attuale governo, era errata la modalità con la quale ottenere tutto ciò.
I rapporti con il marxismo
I Khmer Rouge ebbero una breve infarinatura di marxismo in Francia.
Il marxismo nelle loro idee ebbe sempre meno peso, diventando più una serie di slogan ripresi a piene mani dalla Cina di Mao, il modello di Pol Pot, che una serie di analisi frutto di attente elaborazioni teoriche.
Per esempio, quando un membro della delegazione svedese che visitò il paese ebbe l'opportunità di parlare con un Khmer Rouge, questi gli chiese se fosse soddisfatto di quanto fatto nel paese, lo svedese rispose che c’era ancora molto da fare e il khmer rispose che avevano instaurato la dittatura del partito, cosa dovevano fare di più?
Il marxismo era lo strumento per ottenere un rapido sviluppo, questa era l’idea di fondo.
Il Super Grande balzo in avanti aveva questo scopo, un rapido sviluppo del paese mirato alla costruzione della prima società comunista nella storia dell’umanità, un successo da mostrare al mondo intero.
Tutto era finalizzato per far tornare il paese ad un’epoca di splendore ed indipendenza come quella di Angokr, i cui riferimenti nella vicenda della Kampuchea Democratica non mancano.
Questo obiettivo venne esplicitamente dichiarato da Khieu Samphan nel suo incontro con il Primo ministro cinese Zhou Enlai, nonostante quest'ultimo, memore degli errori del Grande balzo in avanti, con il quale la Cina tentò di risolvere la contraddizione tra città e campagna, sviluppando velocemente le forze produttive, invitò il Capo di stato khmer ad agire con moderazione e gradualità per fare il bene del suo popolo.
Dalla Cina arrivò un altro segnale, un misto tra rassegnazione e avvertimento, quando il vecchio Mao disse in un colloquio privato con Pol Pot che la Cina non era un paese egualitario, l’egualitarismo c’era solo negli slogan, la Cina era un capitalismo di stato senza capitalisti, come disse Lenin, e la strada verso il socialismo era piena di problemi da affrontare.
Nonostante gli avvertimenti del potente alleato si andò avanti con la linea del Super Grande balzo in avanti.
Questo progetto doveva essere affiancato dalla costruzione dell’Uomo Nuovo, come delineato dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
Costui doveva essere un soggetto senza legami con il vecchio passato e se li aveva, per questo motivo doveva essere rieducato.
Era un lavoratore dedito alla costruzione della nuova Kampuchea, alla rivoluzione, fortemente egualitario ed ateo.
Per questo motivo venne dichiarata guerra alle religioni e ad ogni vecchia istituzione sociale, compresa la famiglia.
Il concetto di “madre” e “padre” doveva essere superato, il figlio veniva separato dalla famiglia e poteva rivolgersi ad un'altra persona solamente con l’appellativo compagno/a.
Dal cibo all'atto sessuale tutto era gestito dall'Organizzazione Rivoluzionaria.
I dirigenti
Dietro all'Organizzazione Rivoluzionaria si nascondevano i volti degli ideatori della Kampuchea Democratica.
Pol Pot: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. Membro e leader del Partito Comunista Khmer, Primo ministro della Kampuchea Democratica dal 1975.
Khieu Samphan: studente universitario a Parigi, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia e dove frequentò il circolo marxista di Sary. Divenne un parlamentare e oppositore di sinistra negli anni ‘60, diventando poi Capo di stato della Kampuchea Democratica dal 1976.
Ieng Sary: studente universitario a Parigi, dove fondò un circolo marxista, divenne Ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Era il cognato di Pol Pot.
Noun Chea: studente universitario in Thailandia, dove si laurea in giurisprudenza, divenne negli anni ‘60 il braccio destro di Pol Pot e, in seguito, Vice Primo ministro della Kampuchea Democratica.
Ieng Thirith: studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary che in seguito sposerà, divenne ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica.
Khieu Ponnary: fu una delle prime donne cambogiane a conseguire il diploma di scuola superiore, studentessa universitaria a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary. In seguito sposò Pol Pot e divenne membro del comitato centrale e presidente dell’organizzazione femminile della Kampuchea Democratica.
Son Sen: studente universitario a Parigi, poi insegnante. Fu il responsabile della zona nordorientale della Kampuchea Democratica ed in seguito ministro della Difesa.
Ta Mok: membro dei Khmer Issarak, fu responsabile della zona sudoccidentale della Kampuchea Democratica. Fu colui che destituì Pol Pot nel 1997, diventando l’ultimo leader dei Khmer Rouge.
Vorn Vet: Vice Primo ministro, ministro dell'Economia e membro del comitato centrale fino al novembre 1978.
Yun Yat: moglie di Son Sen, ministro della Sanità, della Cultura, dell'Educazione e dell'Informazione. Nel 1977 fu incaricata di estirpare il Buddhismo dalla nazione.
Ke Pauk: fu segretario del Partito per la zona nord dal 1975, e nel 1976 fu il responsabile delle purghe nella zona centrale e di grandi massacri di civili nella zona est nel 1978.
Suong Sikoeun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary di cui in seguito diventa fidato collaboratore. Sarà il responsabile delle visite degli stranieri di minore importanza.
Ok Sakun: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, sarà il rappresentante della Kampuchea Democratica a Ginevra.
Duch: insegnante, sarà il Comandante del centro S-21, la prigione della polizia segreta della Kampuchea Democratica.
Hu Nim: studente universitario a Parigi, dove frequenta il circolo marxista di Sary, diventa parlamentare di sinistra negli anni ‘60. Sarà ministro degli Interni del governo in esilio del principe Sihanouk, verrà assassinato dai Khmer Rouge tra il 1975 il 1976.
Hou Youn: si laurea in economia in Cambogia, dove sarà parlamentare di sinistra e ministro delle Finanze. Sarà ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Verrà giustiziato nel 1977.
Il fallimento
Come si arrivò al fallimento?
I Khmer Rouge abbiamo detto erano caratterizzati dalla segretezza, non si conosceva il nome del partito, l’ideologia, si dichiararono marxisti-leninisti solamente a causa delle pressioni cinesi, i suoi leader durante la lotta armata non si conoscevano neanche tra i diversi gruppi armati.
Questa segretezza venne mantenuta anche nella gestione dello stato post-rivoluzionario.
Essenzialmente il paese venne diviso in zone affidate ad un capo locale, il quale assorbiva a modo suo le direttive del partito e i suoi piani.
L’eterogeneità così prodotta fece sì che in due villaggi vicini era facile avere da un lato una vita normale per i contadini e dall'altro un’acuta carestia.
Bisognava realizzare in ogni modo i piani, pena l’eliminazione anche fisica.
Pur di realizzare i piani del raccolto per raggiungere l’autosufficienza alimentare venivano modificati i dati sulla produzione, producendo uno spostamento progressivo del riso prodotto dal cibo necessario alla riproduzione della forza-lavoro al surplus da dare all'autorità centrale.
I dati modificati portarono l’Organizzazione Rivoluzionaria ad alzare l’asticella degli obiettivi, iniziando ad esportare il riso anche in Cina in cambio di macchinari e armamenti.
In questo modo venne spremuta sempre di più la forza-lavoro, con turni di lavoro anche la notte, illuminati da alcuni lampioni con gli altoparlanti che senza sosta ripetevano gli slogan rivoluzionari, ed ebbe così inizio la carestia.
La carestia non venne associata ai piani troppo esigenti bensì al sabotaggio del nemico interno in combutta con il nemico esterno, sia esso il KGB, il Vietnam o gli USA.
La situazione reale venne camuffata agli occhi dell’Organizzazione Rivoluzionaria, i cui membri non potevano visitare realmente le zone del paese perché le autorità locali creavano per loro dei palcoscenici ad hoc per illuderli sulla situazione reale del paese e per mantenere il proprio potere.
Queste messe in scena venivano ripetute anche per i visitatori provenienti dall'estero, in particolar modo gli europei, per mostrare un paese che lavorava sodo e guardava con fiducia verso un futuro socialista.
Di conseguenza questa situazione portò all'aumento esponenziale della repressione e della caccia alle streghe per scovare il nemico e la sua rete, con lo scopo di salvare la rivoluzione.
Questa macchina terribile finì per inghiottire in una spirale di follia i suoi stessi ideatori, portando i Khmer Rouge ad avere dei veri e propri atteggiamenti xenofobi nei confronti di intere minoranze etniche.
La repressioni fu incisiva contro tutte le minoranze etniche ma in particolar modo contro quelle vietnamite e cinesi.
I vietnamiti erano considerati la quinta colonna del grande nemico mentre i cinesi, nonostante l’alleanza con Pechino, rappresentano nelle società del Sudest asiatico quello che hanno rappresentato gli ebrei nell'Est Europa, ovvero una comunità nella comunità, con la sua cultura, che svolge nella società quasi sempre il ruolo del mercante e dello strozzino.
In Cambogia la repressione contro i cinesi, nonostante molti dirigenti khmer fossero di origine cinese, venne giustificata attraverso l’ideologia dei Khmer Rouge mentre in altri paesi della zona, come in Birmania, in Indonesia o in Malesia, venne giustificata attraverso la lotta al comunismo, ovvero contro la Cina di Mao, soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale.
Infatti nei quadri dei partiti comunisti della Birmania, dell’Indonesia, della Malesia o della Thailandia c’era una folta maggioranza di militanti di origine cinese e i loro partiti, nella rottura tra Mosca e Pechino, si schierarono con quest’ultima.
La spirale di follia si materializza nella tragica vicenda della prigione della polizia segreta, la famosa S-21, dove ancora oggi, diventata un museo, possiamo vedere le foto delle persone giustiziate. I Khmer Rouge avevano l’abitudine di fotografare il condannato, prima, durante e dopo l’avvenuta esecuzione.
Il nazionalismo dei Khmer Rouge porterà al conflitto con il Vietnam, esploso nel 1977 a causa delle dispute territoriali per il controllo della zona del delta del Mekong, storicamente appartenuta alla Cambogia e abitata da una cospicua minoranza khmer.
Tuttavia, questo conflitto regionale tra due stati socialisti divenne l’ennesimo fronte della Guerra Fredda.
Al fianco del Vietnam si schierarono l’URSS ed i suoi alleati, mentre la Cina aiutò la Kampuchea Democratica.
La Cina in seguito invase, con una spedizione punitiva, il Vietnam nel 1979.
I Khmer Rouge vennero facilmente sconfitti e costretti a tornare nella giungla alle loro attività di guerriglia mentre i vietnamiti instaurarono un governo fantoccio con il sostegno di un gruppo di disertori dei Khmer Rouge che negli anni avevano deciso di andare in esilio in Vietnam. In questo gruppo svettano i nomi di Heng Samrin, Pen Sovan e dell’attuale padre padrone della Cambogia, Hun Sen.
La guerriglia e la fine
La vittoria vietnamita costrinse i Khmer Rouge a tornare alle loro attività di guerriglia, questa volta contro il Vietnam.
In questa loro lotta vennero sostenuti non solo dalla Cina, che anche dopo la morte di Mao continuò a sostenere Pol Pot in chiave antivietnamita ed antisovietica, ma anche dagli USA, dall'Inghilterra e dalla Thailandia.
Nel 1981 avvenne la rinuncia ufficiale al comunismo da parte del Partito Comunista Khmer, che divenne semplicemente il Partito della Kampuchea Democratica, ufficialmente di osservanza socialista democratica e favorevole al libero mercato.
Nel 1982 venne fondato il Governo di coalizione della Kampuchea Democratica, egemonizzato dai Khmer Rouge, con i monarchici di Sihanouk e gli anticomunisti di Son Sann, sostenuto dai dollari di Reagan.
La lotta contro i vietnamiti proseguì fino agli anni ‘90, in questo periodo Pol Pot rimase nell'ombra, cedendo il ruolo di leader dei Khmer Rouge a Khieu Samphan.
Nel 1991, aiutati dal collasso dell’URSS, venne firmato un accordo di pace tra tutte le parte in conflitto e vennero indette le elezioni, la Cambogia non era più uno stato socialista e tornò ad essere una monarchia costituzionale con il ritorno del principe Sihanouk.
Tuttavia i Khmer Rouge non accettarono l’esito delle elezioni e nel 1992 ripresero la lotta armata, arroccandosi nelle loro roccaforti, come Pailin.
Nel 1996 iniziarono le diserzioni di massa, con l’addio di molti leader storici dei Khmer Rouge, come Sary, Shampan, il quale cercò di trasformare in un partito politico il movimento, fallendo anche per cause esterne in questo tentativo, e Thirith.
Il canto del cigno si ebbe nel 1997, quando Pol Pot fece uccidere Son Sen e la sua famiglia con l’accusa di tradimento, ciò provocò la reazione di Ta Mok, il quale fece catturare Pol Pot e lo condannò all’ergastolo.
Pol Pot morì nel 1998 e i Khmer Rouge vennero sciolti l’anno successivo.
Conclusioni
Questa tragica vicenda mostra il fallimento di un progetto basato su un soggettivismo che ha alla base, in questo caso, un partito, che con la forza, dall'alto, avrebbe voluto modificare radicalmente una società nel giro di pochi anni.
La loro era un fede incrollabile nella propria idea di uomo, capace di superare anche gli ostacoli di natura oggettiva.
Sembra di risentire le critiche del leggendario Charles Bettelheim a Che Guevara, quando questi era il ministro dell'Economia del governo rivoluzionario di Fidel Castro.
Erano dei rivoluzionari ma questa loro inclinazione li trasformò in assassini che hanno gettato nel terrore il popolo che avrebbero voluto aiutare.
La radicalità di un progetto deve essere sempre vista in un’ottica di trasformazione volontaria e di lungo periodo della società e dell’uomo. Lenin disse che il socialismo è un prodotto di una società superiore, noi abbiamo il dovere di fare i conti con l’uomo di questa società, non di quella che vorremmo.
Questa potrebbe essere una delle importanti lezioni che possiamo trarre dall'esperienza della Kampuchea Democratica.
Fonti
Il sorriso di Pol Pot, Peter Fröberg Idling, Iperborea
Brother number one, David P. Chandler, Westview Press
Cambodia, 1975-1982, Michael Vickery, South End Pr
S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, Rithy Panh, O Barra O Edizioni
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