L’appello dei big dell’intelligenza artificiale Usa, guidati dal Ceo di Anthropic Dario Amodei, a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per governarlo maggiormente ha suscitato vasto dibattito. La presunta “svolta etica” dei colossi dell’intelligenza artificiale ha suscitato ampie discussioni. Per Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e attento studioso delle dinamiche geopolitiche ed economiche internazionali connesse anche alla corsa alla supremazia tecnologica e sull’IA, “il vero motivo di questa svolta non è etico”. Parlando con InsideOver, il professor Noci invita a riflettere a ampio raggio su un contesto che vede, oggigiorno, “l’intelligenza artificiale essere molto più di una tecnologia: l’Ia”, spiega Noci, “è una infrastruttura di cambiamento di portata enorme, è davvero un cambio di paradigma del funzionamento dei sistemi sociali, educativi, economici e geopolitici”.
L’IA è un settore che ha suscitato attenzione, interesse, investimenti. Come siamo arrivati fino al dibattito di questi giorni?
L’IA è un’infrastruttura di cambiamento e anche un’infrastruttura di potere, economico, e tecnologico, estremamente contesa. A mio avviso, il punto fondamentale su cui noi dobbiamo riflettere è che in questi due anni si sono creati delle insensate aspettative che hanno alimentato valutazioni oggettivamente senza senso delle big tech e di Nvidia, ed è questo un primo problema che oggi si ripercuote sulle dinamiche concrete della corsa all’IA.
A suo avviso, perché questo è successo?
Perché prima si è raccontato che l’intelligenza artificiale avrebbe molto rapidamente cambiato tutto. Ma proprio perché l’intelligenza artificiale non è una tecnologia ma è molto di più, un sistema complesso e in evoluzione, la sua penetrazione richiederà parecchio tempo prima che venga correttamente digerita dai sistemi economici. In un certo senso, è come avvenne con le ferrovie nel XIX secolo: allora moltissimi operatori investirono su binari e fallirono praticamente tutti. Questo non significa che la tecnologia fosse sbagliata. Come sappiamo, poi le ferrovie sono state infrastrutture che hanno avuto un impatto enorme: il problema è la scala dei tempi con cui un nuovo sistema arriva a maturazione. Sottolineerei, inoltre, il fatto che la stessa cosa avvenne con l’arrivo dell’energia elettrica, gli operatori hanno impiegato 30 anni per capire come usarla.
Questo, per quanto riguarda l’IA, come si è concretizzato?
Si è verificata un’alimentazione di aspettative che non ha riscontro reale nell’economia e che di fatto rende certe quotazioni estremamente fragili. Secondo me tutta questa narrativa è stata assolutamente alimentata dal fondatore di Nvidia, che è l’azienda con la maggior capitalizzazione di borsa al mondo e vale due volte il PIL italiano. Negli anni Jensen Huang sostanzialmente ha fatto di tutto pur di massimizzare entrate e capitalizzazione di borsa. In primo luogo ha fatto operazioni di finanza circolare, in secondo luogo ha fatto anche da “assicurazione”, garantendo ai committenti che compravano le sue GPU che Nvidia avrebbe coperto il mancato fatturato degli operatori se i data center non avessero avuto sufficientemente domanda e, infine, si è accordato con le grandi banche internazionali perché prestassero soldi ai suoi clienti. Quel che è andato in scena, a mio avviso, è stato un meccanismo di totale distorsione delle normali dinamiche di business, e questo ci porta a renderci conto del fatto che sotto il profilo delle quotazioni l’intero costrutto dell’IA vive un momento di grandissima fragilità e di elevato rischio.
Quali novità principali degli ultimi mesi, a suo avviso, hanno contribuito a tale scenario?
Negli ultimi mesi il quadro si è complicato perché progressivamente è emersa la consapevolezza che i cinesi avessero applicazioni efficienti, sistemi di intelligenza artificiale meno potenti di quelli americani ma operanti a costi infinitamente più bassi. Questo ha reso palese che non era necessariamente vero ciò che affermavano gli americani, e cioè che la via maestra dell’IA passasse per lo sviluppo di Large Language Models sviluppati con un’enorme e costosa potenza di calcolo. Personalmente, credo che gli LLM rischino di fare la fine di molti operatori di telecomunicazioni, titolari di un’infrastruttura indispensabile ma che non genera flussi di cassa positivi e guadagno.
Insomma, le aziende dell’IA che hanno guidato l’inizio della corsa vivono una sfida importante per difendere il vantaggio acquisito...
Il tema della difesa della posizione da parte degli operatori dell’IA è fondamentale. Questi cantori delle intelligenze artificiali che adesso diventano tutto a un tratto cantori dell’etica sulle IA mirano principalmente a erigere delle barriere difensive per cercare di congelare il vantaggio acquisito ed evitare che i cinesi si inseriscano per sottrarre loro parte delle risorse disponibili nel mercato dell’IA. Manovre difensive, queste, operate da soggetti che io ritengo ormai privi di qualsiasi credibilità: mi riferisco a Sam Altman, Dario Amodei, Jensen Huang.
Per che motivo, a suo avviso?
Purtroppo, queste figure di punta dell’IA hanno la responsabilità di aver fatto salire talmente tanto questo mercato e di averlo portato a rappresentare una parte talmente rilevante del valore complessivo della borsa americana che qualora un granello di sabbia arrivasse a inceppare questo infernale meccanismo, si corre il rischio che tutto il costrutto possa venire giù. Insomma, hanno creato una situazione di rischio significativo.
OpenAI e Anthropic hanno annunciato a lungo la loro intenzione di sbarcare a Wall Street. Lo ritiene possibile?
Non si quoteranno, almeno non entrambe: c’è spazio forse per una quotazione, ma secondo me in particolar modo Dario Amodei sarà molto prudente a farla perché questo meccanismo di aspettative esagerate che hanno creato comincia a ritorcersi contro. Tenga peraltro conto che un altro fattore di incertezza è rappresentato dal fatto che questi cantori dell’IA adesso hanno interessi che dovrebbero divergere da quelli di Trump.
In che modo, a suo avviso?
Trump ha bisogno che l’IA e gli investimenti in data center corrano per sostenere l’economia, la cui crescita è il suo unico interesse. Trump sa che se le big-tech taglieranno la corsa ai data center, già rallentata, i dati di crescita del Pil Usa saranno molto diversi e minori.
Spingendo per rallentare la corsa dell’IA loro sostanzialmente si mettono di traverso rispetto agli interessi di Trump, e questo è un altro fattore di complessità di tutta questa vicenda. Io credo che loro saranno molto prudenti a quotarsi, e secondo me in particolare Altman sa benissimo che OpenAI non può quotarsi, perché il suo è un modello business to consumer che alla luce delle promesse che ha fatto non sta in piedi.
E gli investimenti già annunciati in data center?
Affrontano una forza maggiore che si chiama materia. Di recente, ad esempio, Jensen Huang per tenersi sui mercati ha dichiarato che raddoppierà la capacità produttiva l’anno prossimo.
Vorrei proprio capire come farà, le fabbriche sono tutte a saturazione, non sono sue e per costruire fabbriche nuove di questo tipo servono 5 anni. L’IA ha un collo di bottiglia fisico, che è la catena di fornitura che non regge. Parliamo di materie prime, semiconduttori, macchinari, ma anche, se non soprattutto, di maestranze addestrate e profili tecnici estremamente specializzati. Non è qualcosa che sia disponibile dall’oggi al domani. Per ora i mercati si stanno bevendo tutto ma alla prima difficoltà l’intera situazione potrebbe complicarsi.
Ci sono paragoni possibili col passato?
La perdita del senso della misura ricorda molto la bolla del “Dot.com” di oltre un quarto di secolo fa. Anche allora emergeva un cambio di paradigma dirompente destinato a cambiare tutto, Internet, ma nonostante l’importanza del nuovo sistema ciò che hanno fatto gli operatori in quel momento non aveva senso per le logiche di mercato. Temo che qui siamo nella stessa situazione.
In relazione a questi sviluppi il mondo cinese ha delle prospettive diverse dai colossi americani?
La Cina si è mossa in modo chiaro e diverso dagli statunitensi. Parliamo di una competizione in cui gli americani hanno fatto una scelta molto chiara: avendo le big tech e i semiconduttori più avanzati del mondo, hanno puntato su un’intelligenza artificiale di potenza, quindi Large Language Models e data center. La Cina, che è la più grande manifattura del Pianeta e non ha i semiconduttori più avanzati, ha fatto una scelta di funzione obiettivo, che è la massimizzazione della diffusione di applicazioni di intelligenza artificiale per la manifattura. Quindi la scelta di Pechino è stata una scelta applicativa, orientata alla massimizzazione della diffusione delle applicazioni, da qui il fatto anche di avere i modelli a pesi aperti.
Due filosofie diverse per due sistemi produttivi diversi...
Questa è stata una scelta ortogonale rispetto alla mossa americana. Una scelta che in qualche modo, a mio avviso, ha presupposti di coerenza con il sistema economico, è più sincrona alle esigenze del modello cinese di oggi e ha come obiettivo ulteriore la volontà di innervare con propri algoritmi altri sistemi, altri Paesi, principalmente nel Sud Globale. Quale dei due modelli prevarrà è presto per dirlo. Diciamo che io ritengo che tutta la potenza americana, allo stato attuale farà fatica a valorizzarla e a trovare un riscontro di business. Quindi credo che le strade per valorizzare al meglio l’intelligenza artificiale siano altre e tra le altre secondo me c’è quella della physical AI, dove, peraltro, anche l’Europa potrebbe trovare un’opportunità significativa e diventerà sempre più una nuova frontiera.
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