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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/09/2026

L’Italia è un paese i lavoratori anziani

Il 17 settembre, un’associazione di imprese dal nome Valore D ha pubblicato un rapporto sull’età degli occupati italiani, stilato con l’aiuto di un laboratorio dell’Università degli Studi di Milano e a cui anche l’INPS ha contribuito con un approfondimento degli scenari che si delineano per il Belpaese.

Al di là delle finalità dello studio, ciò che ha sottolineato Gabriele Fava, presidente dell’Istituto previdenziale italiano, esige di riportare in maniera critica alcuni dati: tra il 2019 e il 2025 gli over 55 che lavorano sono aumentati del 65%. Un risultato dell’inverno demografico, ma è stato lo stesso Fava a evidenziare che “vivere più a lungo non equivale automaticamente a poter lavorare più a lungo”.

Eppure, è ciò che succede, come scelta politica ben precisa. Dietro l’aumento del numero di anziani a lavoro si nasconde, innanzitutto, l’aumento continuo dell’età pensionabile e il lungo blocco del turnover che in tanti settori ha bloccato le assunzioni nel nostro paese. A tutto ciò, poi, bisogna aggiungere il peso asfissiante del lavoro di cura e una crescente ansia generazionale.

Per i più giovani la realtà quotidiana è quella di contratti a singhiozzo, tirocini infiniti e stipendi inadeguati al costo della vita. Questo ritardo strutturale nell’accesso a una stabilità professionale genera una vera e propria piaga sociale: l’ansia per il futuro. Tra i giovani lavoratori si è fatta strada la consapevolezza di essere intrappolati in un sistema contributivo che, a fronte di carriere discontinue, promette pensioni da fame in età ancora più avanzata rispetto a quella odierna.

L’ansia, tuttavia, attraversa la piramide anagrafica in entrambe le direzioni: logora i giovani esclusi o precari, ma colpisce duramente anche i lavoratori più anziani, spesso costretti a ritmi intensi, a una costante rincorsa della digitalizzazione e al timore del burnout psicofisico prima di raggiungere il traguardo della quiescenza.

Nello studio di Valore D e INPS, alla domanda su quale sia l’emozione che ha prevalso negli ultimi sei mesi di lavoro, più di 1 persona su 3 delle oltre 11 mila che hanno partecipato al sondaggio ha indicato la stanchezza, una condizione che attraversa tutte le età degli intervistati.

Sono le donne a vivere la situazione peggiore. L’allungamento dell’attività lavorativa degli over 55 ha infatti smantellato anche il “welfare informale” su cui l’Italia ha fatto affidamento per lungo tempo: quello dei nonni a supporto delle giovani coppie e dei caregiver familiari. Tra le intervistate della Generazione X (coloro nati tra il 1965 e il 1980), è addirittura l’82,2% a dichiarare di avere carichi di cura, contro il 63,9% dei Baby Boomer.

In assenza di servizi pubblici all’infanzia e di copertura delle situazioni di non autosufficienza, non potrebbe essere altrimenti. Il risultato, oltre a uno scontato sovraccarico emotivo e fisico, è quello di rinunce lavorative, part-time involontari o dimissioni anticipate. E sul lungo periodo, questo significa anche pensioni più magre rispetto agli uomini.

Le riforme pensionistiche prodotte negli ultimi decenni sull’altare dell’austerità europea non hanno fatto che peggiorare la situazione, senza risolvere nessuno dei problemi per cui veniva millantato fossero pensate. L’obbiettivo reale era solo quello di aumentare lo sfruttamento intensivo e indebolire i lavoratori di fronte alle controparti padronali.

Quello che serve non è dunque un ennesimo aggiustamento, ma un cambio radicale di modello. Invece della reintroduzione della leva militare, come molte classi dirigenti europei stanno promuovendo, servirebbe invece un cambio di paradigma, pacifico, che sullo sviluppo complementare ponga le fondamenta per uscire dalla crisi. Invece di incancrenirla sempre più fino all’escalation bellica.

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