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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2026

Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti

Il report dell’Istat sulle migrazioni interna e internazionale, pubblicato il 3 agosto, conferma un dato di fatto ormai acclarato da oltre un decennio: l’Italia paga per formare giovani altamente qualificati per poi farseli “rubare” dai grandi centri del capitalismo europeo. È il fallimento della classe dirigente nostrana e insieme la vittoria del progetto unioneuropeista.

Va giustamente segnalato il ridimensionamento degli espatri, dopo i picchi registrati negli anni precedenti. Nel 2025 le cancellazioni anagrafiche a favore dell’estero sono scese a 144 mila unità, rispetto alle 189 mila del 2024 (-23,7%). Gli espatri dei cittadini italiani sono passati da 141 mila a 109 mila (-22,7%).

I paesi europei si confermano come la destinazione privilegiata dagli emigranti italiani. La prima meta è la Spagna, seguita da Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Al di là del Vecchio Continente, il paese che accoglie più italiani sono gli Stati Uniti, con il 5,8% dei flussi.

Su varie testate giornalistiche si è riportata in maniera trionfalistica la contrazione degli italiani che lasciano il Belpaese, ma la realtà è che il saldo migratorio rimane negativo in maniera significativa: nel 2025 se ne sono andate “solo” 53 mila persone che, certo, sono comunque meno delle 83 mila del 2024.

I dati evidenziano come siano gli ingressi dall’estero a garantire la tenuta dei numeri della popolazione residente, con gli arrivi che sono quasi riusciti a pareggiare il divario tra il numero di nascite e quello dei decessi, anche se, a dire il vero, gli ingressi dall’estero nel 2025 si sono attestati in leggera flessione (-2,6%), a 440 mila unità. L’87% del totale è composto da cittadini stranieri.

Altro che la propaganda sulla natalità del governo para-fascista della “donna, madre, cristiana” Giorgia Meloni. Del resto, la natalità è un problema di “riproduzione della forza lavoro”, di salario, insomma. E su quel fronte, si sa, l’esecutivo difende gli interessi dei padroni e non mette un centesimo, a differenza di armi e armamenti.

È certamente questo uno dei motivi principali che contribuiscono al “furto” di cervelli italiani, accanto alla mancanza di qualsiasi politica industriale e la trasformazione del paese in un enorme parco turistico, con lavori precari e pagati una miseria. Ma proprio andando più a fondo sul nodo dei giovani – laureati – che fuggono in cerca di opportunità all’estero, c’è molto altro da evidenziare.

Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024, l’Italia ha subito una perdita netta di 161 mila giovani tra 25 e 34 anni. Tuttavia, il saldo dei giovani di cittadinanza straniera nello stesso periodo è risultato fortemente positivo (+454mila), garantendo al Belpaese un guadagno netto complessivo di 293 mila giovani.

Ma se si focalizza l’attenzione sui laureati, all’interno di questi insiemi, emerge un elemento di assoluta importanza. L’Italia ha perso 78 mila giovani laureati tra il 2019 e il 2024, emigrati all’estero. Allo stesso tempo, però, l’ingresso di 88 mila laureati stranieri non ha solo compensato la perdita, ma ha permesso di tenere un saldo positivo in questo settore, per quanto ammonti a solo 10 mila unità.

Il processo a cui si assiste è il seguente: le nostre università sfornano un (basso) numero di laureati, che a causa di imprenditori parassitari e l’abbandono di qualsiasi pianificazione economica pubblica sono spinti all’estero, mentre tanti laureati che arrivano in Italia in cerca di condizioni di vita migliori vengono messi a fare i lavori meno protetti e peggio pagati, perché l’unico orizzonte è quello dello sfruttamento intensivo.

Detto in altri termini, l’immigrazione straniera ha sostenuto la crescita demografica del paese, ma anche il bilancio della forza lavoro qualificata. Eppure, queste “risorse” intellettuali non vengono messe a sistema in un meccanismo virtuoso che possa permettere la crescita e l’innovazione del paese, che ormai è un’appendice di filiere che fanno capo altrove.

Ovviamente, non in tutta la penisola la situazione è uguale, dato che alcune regioni sono riuscite a integrarsi bene nel modello europeo. Ad approfittare maggiormente dei flussi migratori sono state le aree più dinamiche del paese, quelle del Nord-Ovest. Allo stesso tempo, si conferma la tradizionale direttrice che da Sud muove verso Nord anche gli italiani.

Il bilancio netto per il Mezzogiorno si chiude così con una perdita di circa 45 mila residenti nel 2025. Le regioni meridionali hanno perso 150 mila laureati tra il 2019 e il 2025: -122 mila per trasferimenti interni verso il Centro-Nord, -28 mila diretti all’estero. In questo modo, il Meridione è “rapinato” due volte, di giovani e di lavoratori pronti a immaginare uno sviluppo nuovo e diverso per i propri territori.

Che oggi si senta blaterare su tutti i media della crisi migratoria, intesa come l’arrivo di stranieri nel nostro paese, è davvero assurdo, di fronte a questi numeri. Bisognerebbe parlare del perché anche l’Italia è un paese di emigrati, e come elaborare un futuro per i nostri giovani.

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25/05/2026

La crisi della coscrizione in Ucraina si sta facendo sempre più sanguinosa

Mentre voci esterne insistono sul fatto che la guerra può ancora essere vinta sul campo di battaglia, i giovani del paese resistono violentemente ai reclutatori per restare fuori dal conflitto.

La guerra in Ucraina è stata caratterizzata da periodiche ondate di certezza che la Russia fosse in difficoltà, se non sull’orlo del collasso, e che l’Ucraina, al contrario, fosse a un passo dalla vittoria. Sembra che ci troviamo proprio nel mezzo di uno di questi momenti di euforia.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha dichiarato che l’Ucraina è “in vantaggio” e “in una posizione di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi altra fase di questa orribile guerra”, accusando la Russia di non essere in grado di reclutare un numero sufficiente di soldati per compensare le perdite subite.

Gli ucraini hanno “una crescente fiducia in se stessi” grazie al territorio che avrebbero riconquistato, come ha affermato un ex ambasciatore statunitense, e la loro crescente fiducia nei progressi militari “è notevolmente più alta oggi rispetto a un anno fa”, ha aggiunto un altro. Una serie di notizie riporta che le mura si stanno stringendo attorno al presidente russo Vladimir Putin.

In altre parole, una svolta militare ucraina è imminente e la popolazione ucraina rimane determinata a combattere senza fine. Ma ciò è difficile da conciliare con la crescente crisi di reclutamento in Ucraina, incarnata in modo viscerale dalla crescente resistenza violenta alla politica di coscrizione obbligatoria.

Da anni circolano video di normali cittadini ucraini “reclutati” per il servizio militare, o, per dirla in modo più crudo, prelevati dalle strade o dalle proprie case da uomini a volte mascherati e trascinati in un furgone per essere portati via. Si tratta di un’operazione di mobilitazione bellica funestata da numerose controversie, tra cui una serie di scandali di corruzione risalenti a diversi anni fa, diffuse accuse di abusi e l’arruolamento di uomini con disabilità fisiche e mentali.

Non sorprende che la coscrizione obbligatoria sia stata impopolare. Una petizione che chiedeva la fine della mobilitazione nei luoghi pubblici ha rapidamente superato la soglia delle 25.000 firme necessarie per una risposta presidenziale.

Ben presto, gli ufficiali addetti al reclutamento hanno iniziato a subire proteste furiose da parte delle comunità locali. L’anno scorso, il difensore civico ucraino per i diritti umani, Dmytro Lubinets, l’ha definita pubblicamente un “sistema coercitivo” e ha rivelato che le denunce contro gli ufficiali addetti al reclutamento presso i Centri di Reclutamento Territoriali (TRC) erano aumentate di oltre il 33.000% dall’inizio della guerra, passando da sole 18 nel 2022 a oltre 6.000 nel 2025.

Con il protrarsi della guerra, la disobbedienza civile contro la coscrizione obbligatoria si è fatta sempre più violenta. Il 2025 è stato segnato dall’uccisione di ufficiali addetti alla leva. Alla fine di gennaio, un uomo si è presentato in un centro di addestramento militare e ha ucciso a colpi d’arma da fuoco un ufficiale della TRC (Commissione per la Verità, la Riconciliazione e la Riconciliazione) che aveva “reclutato” un suo conoscente.

A dicembre, un ufficiale addetto alla leva è stato accoltellato a morte all’inguine da un uomo cui aveva chiesto di vedere i documenti, il quale ha poi aggredito altri tre ufficiali prima di darsi alla fuga.

Come ha fatto notare il Kyiv Independent, tutt’altro che un organo pacifista, nel suo articolo sull’accoltellamento, i video di violente pratiche di “reclutamento” sono stati “inizialmente liquidati come un’esagerazione alimentata dalle reti di disinformazione russe”, ma in realtà erano diffusi a causa della carenza di manodopera in Ucraina e di un forte calo degli arruolamenti volontari.

A dicembre, inoltre, un gruppo di persone ha aggredito gli agenti della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) che cercavano di controllare i loro documenti, ferendo uno di loro con una costola rotta.

Quest’anno la violenza è addirittura aumentata. Alla fine di gennaio scorso, un uomo ha ucciso un ufficiale addetto alla leva ed è fuggito con una delle reclute che stava scortando. A febbraio si sono verificati almeno due attacchi distinti contro agenti della TRC a Kharkiv e nella regione di Leopoli, con quest’ultimo sospettato dalla polizia di aver tentato di aiutare una recluta a fuggire. Un mese dopo, un gruppo ha speronato un minivan guidato da reclutatori e ha fatto irruzione nel veicolo per liberare la recluta che stavano trasportando.

Nella prima settimana di aprile si sono verificati tre accoltellamenti in quattro giorni, tra cui quello di un reclutatore trafitto al collo da un agente della dogana il cui fratello, a quanto pare, lui e i suoi colleghi avevano tentato di arruolare con la forza.

Pochi giorni dopo, un gruppo di adolescenti ha aggredito gli agenti della TRC per proteggere un uomo che stavano cercando di reclutare, e il mese si è concluso con un soldato di 48 anni che ha disertato e sparato con un’arma automatica contro un’auto in cui si trovavano agenti della TRC e un poliziotto, mandandone due in ospedale. Solo pochi giorni fa, un presunto renitente alla leva ha mandato in ospedale altri due reclutatori in gravi condizioni, accoltellandoli dopo che questi avevano tentato di controllare i suoi documenti.

Secondo i dati governativi, questi episodi rappresentano solo una piccola parte degli oltre 600 attacchi contro gli ufficiali addetti al reclutamento perpetrati dall’inizio della guerra, con un numero di aggressioni quasi triplicato tra il 2024 e il 2025, quando ne furono registrati 341. Nei primi quattro mesi del 2026 si sono verificati almeno 117 attacchi, oltre 20 volte i cinque registrati nell’intero primo anno di guerra.

Come si concilia, dunque, questo dato con i sondaggi che, anche di recente, tendono a mostrare una popolazione ucraina disposta a combattere indefinitamente fino alla vittoria militare?

«Quasi tutti questi sondaggi vengono condotti esclusivamente nei territori sotto il controllo del governo ucraino», afferma Volodymyr Ishchenko, ricercatore associato presso l’Istituto di Studi sull’Europa Orientale della Freie Universität Berlin. «Ciò significa che non vengono intervistati gli ucraini in Crimea, nel Donbass, nei territori occupati, nell’UE o gli ucraini che si sono rifugiati in Russia, e ce ne sono milioni».

“Quindi, fino a un terzo della popolazione totale in possesso di passaporto ucraino non viene nemmeno intervistata”, aggiunge Ishchenko.

Altri indicatori suggeriscono una tacita riluttanza a combattere. Lo stesso ministro della Difesa ucraino ha rivelato quest’anno che vi erano 2 milioni di renitenti alla leva e 200.000 casi di diserzione. Mentre nei primi mesi di guerra l’arruolamento volontario ha caratterizzato il conflitto, ora la coscrizione obbligatoria rappresenta il 70% dei reclutati.

I cittadini ucraini fuggiti in Europa all’inizio della guerra si sono opposti ai tentativi europei di rimpatriarli, in alcuni casi per essere arruolati su richiesta del governo ucraino.

Mentre gli ucraini benestanti riescono a corrompere i funzionari per evitare la leva, il comandante della Guardia Nazionale ucraina ha esortato coloro che “hanno problemi di soldi” ad arruolarsi nell’esercito. Secondo un’analisi dei dati sulle perdite ucraine, la stragrande maggioranza dei caduti in combattimento proviene in modo sproporzionato da piccole città, dove i tassi di povertà tendono ad essere più elevati.

In gioco c’è molto più della semplice vittoria o sconfitta dell’Ucraina. Il prolungamento della guerra ha creato e intensificato una grave crisi economica e demografica che minaccia il futuro dell’Ucraina come Stato stabile e funzionante.

La scorsa settimana, il capo dell’Ufficio ucraino per le politiche migratorie ha stimato che il 70% dei migranti all’estero potrebbe non tornare nel Paese, con la conseguente minaccia di carenza di manodopera in settori cruciali. Lo Stato ucraino, già sostenuto da ingenti prestiti europei, ha un debito insostenibile di miliardi di euro nei confronti delle famiglie dei soldati caduti, il cui numero è cresciuto esponenzialmente.

Gran parte di tutto ciò è sconosciuto al pubblico occidentale. I resoconti in lingua inglese sulla resistenza violenta alla coscrizione sono oscurati dalle notizie che denunciano il declino della Russia. Alcuni articoli in lingua ucraina sulle crisi demografiche e di reclutamento del paese non vengono mai tradotti in inglese. E così, coloro che più ardentemente sostengono l’Ucraina finiscono inconsapevolmente per applaudire politiche che ne garantiscono la graduale distruzione.

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09/03/2026

Guerra in ucraina quattro anni dopo

di Michael Roberts

Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.

Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.

I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.

Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.

L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.

L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.

Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.

Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.

Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.

Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.

La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.

Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.

L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.

Russia: l'economia di guerra

E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.

Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.

Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.

Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.

Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.

L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.

Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.

In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.

Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.

Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.

Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.

E la pace?

A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.

Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.

La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.

Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.

Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».

Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.

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07/02/2026

Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico

Se volessimo delineare l'immagine del lavoratore italiano, potremmo benissimo tratteggiare quella di un soggetto sospeso a mezz’aria, tra la propria nascita e il meritato riposo. Alcuni dati pubblicati recentemente, infatti, da una parte lanciano l’allarme per 4 milioni di lavoratori che andranno in pensione in meno di dieci anni, e dall'altra accettano, con un’alzata di spalle, che il lavoro sottopagato sta impedendo ai più giovani di farsi una famiglia.

Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.

Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.

Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.

Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.

Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.

C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.

Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).

Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.

L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.

A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).

La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.

Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.

Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.

E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.

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02/02/2026

Il crollo demografico e la riduzione dei salari in Italia

Il crollo demografico in Italia è una realtà che abbiamo documentato in un precedente articolo. Ci sono diverse cause ed una di queste, a nostro avviso, è la riduzione dei salari reali e della quota di reddito del lavoro dipendente.

Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione. È sulla riduzione dei salari che ci vogliamo qui soffermare.

Partiamo dai dati della quota di reddito e della sua distribuzione negli ultimi 25 anni incrociando due fonti fondamentali che confermano la stessa tendenza: l’Istat e l’Area Studi Mediobanca.

Il confronto
Le differenze tra Istat e Mediobanca nella rilevazione dei dati
Dall’analisi macroeconomica dell’Istat, che copre l’intera platea delle imprese italiane, emerge che la quota dei profitti (il rapporto tra Risultato Lordo di Gestione e Valore Aggiunto) ha raggiunto il suo picco storico nel 2023, superando il 46%. In termini assoluti, il Risultato Lordo di Gestione delle società non finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Questi dati trovano conferma “sul campo” nei report annuali di Mediobanca, che aggregano i bilanci di circa 2.200 grandi e medie aziende italiane.

Entrambe le fonti confermano che, nonostante lo shock energetico e l’inflazione, le imprese hanno saputo proteggere (e in molti casi aumentare) i propri margini. Il dato Mediobanca sull’EBIT Margin spiega il dato ISTAT: le aziende hanno “traslato” i costi sui prezzi finali, mantenendo alta la quota di valore aggiunto che resta nelle casse societarie. Mentre l’ISTAT certifica che la quota salari è scesa al minimo storico (~39%), Mediobanca mostra aziende “più robuste che mai”, confermando che la ricchezza prodotta non si è distribuita verso il basso.

Non siamo di fronte a un’economia in crisi se la si guarda dal lato dei profitti; la crisi è interamente sul lato dei salari, che, come mostra la tabella, sono scesi al loro minimo storico (~39% del PIL) proprio mentre i profitti toccavano il record.

Il trend
Andamento di quota profitti e quota salari dal 2000 al 2025
Di solito, quando si parla di salari che sono calati in Italia in termini reali negli ultimi decenni la spiegazione data è la bassa produttività del lavoro. Ma innanzitutto, se la quota dei profitti è ai massimi evidentemente questo lavoro è produttivo nel generare margini per le imprese. L’export italiano è arrivato sugli 850 miliardi e in percentuale del PIL è aumentato da circa 26% a circa 35%, il che indica alta produttività. Il confronto però che i prof. di economia fanno sempre è quello della produttività del lavoro, con gli Usa e Germania e le statistiche ufficiali di output per lavoratore risultano più alte che in Italia. 

Invece, ad esempio, non si cita mai il Regno Unito, dove molti giovani italiani vanno a lavorare per via degli stipendi più alti, perché confrontato all’Italia la produttività risulta uguale o leggermente inferiore. Senza contare che l’export e la produzione industriale inglese sono ancora adesso molto più bassi di quelli italiani. Eppure, nel Regno Unito gli stipendi sono più alti.

Se prendiamo la Francia, la produttività risulta più alta, simile alla Germania, più alta di quella italiane e inglese. Ma la Francia ha meno produzione industriale e meno export dell’Italia e ha un deficit strutturale con l’estero, mentre l’Italia sono otto anni che è tornata in surplus. Questi dati sono contraddittori, perché la produttività viene misurata nel settore manifatturiero, dove l’Italia è più forte del Regno Unito e della Francia, mentre la misura della produttività nel resto dell’economia, settore servizi o finanziario è molto discutibile.

La produttività del lavoro nel Mondo
Confronto produttività del lavoro. Pil per ora lavorata
Il problema risiede nel modo in cui misuriamo la produttività. Le statistiche ufficiali (PIL / Ore Lavorate) non misurano l’efficienza fisica (quanti pezzi escono), ma il valore aggiunto monetario. Come mostrano i dati sui paesi asiatici, che non vengono mai confrontati con l’Italia perché altrimenti tutta l’ipotesi “bassa produttività” cadrebbe, l’Italia (~74-75$) ha una produttività statistica molto più alta di Giappone (~51-69$) e Corea del Sud (~47-64$). Siamo quasi pari a Taiwan, leader mondiale dei semiconduttori. 

Inoltre, secondo le statistiche, abbiamo una produttività cinque volte maggiore alla Cina, il paese dove tutto viene robotizzato e dove gli stipendi nelle maggiori città sono ora intorno a 1.200 dollari al mese (con costo della vita più basso). La Cina, che ora è il primo paese al mondo nell’automazione, nei robot, nell’impiego della intelligenza artificiale, nelle infrastrutture perfette, dove tutto funziona senza ritardi, nelle statistiche appare cinque volte meno produttiva dell’Italia. La spiegazione è che le statistiche della produttività del lavoro fuori dalle fabbriche, dove puoi misurarla in termini di quanti pezzi escono in quanto tempo, misura essenzialmente i margini di profitto delle aziende. Questa discrepanza esiste sostanzialmente perché la “produttività del lavoro” riflette in realtà (fuori dal manifatturiero) i margini di profitto e il potere di mercato.

Se un’assicurazione, una società di viaggi, una società del gas o elettricità, una società farmaceutica, una banca, una catena di alberghi o supermercati, una società che fa cioccolato o patatine guadagna molto, come margini, allora risulta che la “produttività” è alta.

Banalizzando, Louis Vuitton e Ferrari sono dieci volte più produttivi di Benetton e Stellantis. La Francia, ad esempio, ha meno produzione industriale e meno esportazioni dell’Italia, ma risulta più produttiva perché ha un settore del lusso e un settore finanziario molto estesi. La produttività del lavoro, a livello macroeconomico, non misura l’efficienza fisica (quanti bulloni stringi), ma il valore aggiunto monetario.

Il calcolo standard è $PIL / Ore Lavorate. Ma poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà “produttiva”, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente.

In secondo luogo, il Giappone e la Corea del Sud risultano meno produttive dell’Italia perché hanno un tasso di disoccupazione bassissimo e questo si spiega con il fatto che le aziende operano spesso come ammortizzatori sociali. Preferiscono tenere tre persone a fare il lavoro di una (bassa produttività statistica) piuttosto che avere disoccupati in strada. Questo abbassa il PIL per ora lavorata, ma mantiene la coesione sociale.

In Asia vogliono in sostanza dare lavoro a tutti e avere zero disoccupazione, conquistare anche i mercati esteri a qualunque costo. Hanno anche più concorrenza interna e nel settore finanziario e nelle costruzioni molta regolamentazione, così pure nel settore energetico. Per cui i profitti in percentuale del PIL sono più bassi. In Giappone per avere la disoccupazione all'1% hanno molti lavori “improduttivi”, perché non massimizzano i profitti a livello di sistema economico. La Cina ha una produttività statistica molto “bassa” perché per decenni ha operato con margini di profitto ridottissimi per distruggere la concorrenza globale. Se vendi un prodotto a 10$ che agli USA costa 50$ produrre, la tua “produttività monetaria” sembrerà 5 volte inferiore, anche se hai prodotto lo stesso oggetto. Se la produttività italiana risulta alta rispetto all’Asia significa che alto è il Valore Aggiunto che viene generato. Il problema sociale dell’Italia è che questo valore va a coprire costi energetici folli, rendite immobiliari, tasse sul lavoro o rimane nei margini aziendali, invece di finire nella busta paga dei lavoratori.

Questa è una discussione che può essere condotta a livello teorico, citando l’opera di Sraffa sulla “misurazione del capitale” che ha mostrato che non esiste una misura “fisica” della produttività che sia indipendente dai prezzi. Se i prezzi sono influenzati da monopoli, posizioni di rendita o bolle finanziarie, la produttività diventa un numero che riflette solo la capacità di estrarre valore dal mercato, non di crearlo.

Volendo rimanere al livello pratico dei dati empirici il caso più eclatante sono le banche italiane che vivono una fase di straordinaria redditività, utili totali netti sui 45 miliardi l’anno. Sono utili generati non da un aumento del credito, che per le imprese italiane era di 940 mld nel 2008 e oggi è di 750 miliardi. Le banche italiane risultano però tra le più “produttive” al mondo se si misura l’efficienza in termini di ricavi e profitti per dipendente.

Questo è spiegato dalle politiche di QE che le hanno direttamente sostenute e dalla forbice tra conti correnti e prestiti creata dall’aumento successivo dei tassi con l’inflazione post lockdown. Oltre a questo, ad esempio le banche italiane detengono circa 350-400 miliardi di euro di liquidità in eccesso, parcheggiata presso la Banca d’Italia, risultato degli anni del Quantitative Easing (quando la BCE iniettava moneta nel sistema acquistando titoli) e dei prestiti agevolati alle banche. Su questa liquidità in eccesso, la BCE paga alle banche un tasso (il Deposit Facility Rate) che oggi si aggira tra il 2,00% e il 2,50%. Dopo il picco del 4% del 2023, questo rimane un rendimento garantito e privo di qualsiasi rischio. Il vero boom degli utili bancari nasce anche dal fatto che le banche ricevono il 2,5% dalla BCE sui loro depositi, ma continuano a pagare interessi quasi nulli (spesso lo 0,1% o meno) sui conti correnti dei propri clienti.

Quello delle banche, su cui ci siamo dilungati perché clamoroso (ma si potrebbe parlare anche delle assicurazioni e delle società della luce e gas), aiuta a spiegare l’espansione continua dei profitti in Italia a scapito della quota del lavoro dipendente, che abbiamo mostrato nella prima tabella.

In sostanza, il problema dei bassi salari e della quota di reddito del lavoro dipendente non è spiegato dalla scarsa produttività del lavoratore italiano, ma da meccanismi di estrazione dei profitti a livello del sistema economico. 

Non abbiamo un’economia in crisi, se la si guarda dal lato dei profitti. La crisi è tutta sul lato dei salari. Dato però che il crollo demografico e il crollo della quota di reddito dei salari vanno assieme, bisognerebbe cominciare a parlare di come redistribuire il reddito a beneficio del lavoro, se vogliamo seriamente contrastare il calo demografico.

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25/01/2026

Giù le nascite e il Pil, le nuove sfide della Cina

di Michelangelo Cocco 

La Cina ha registrato nel 2025 il più forte calo demografico dalla grande carestia del 1959-61. Secondo i dati diffusi oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (NBS), la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone, passando da 1,4083 miliardi a 1,4049 miliardi. È il secondo anno consecutivo di contrazione, dopo che nel 2023 il paese aveva perso il primato di nazione più popolosa, a favore dell’India.

Il dato più negativo riguarda le nascite: soltanto 7,92 milioni di neonati nel 2025 (contro 11,31 milioni di morti), il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Rispetto al 2024 si tratta di un calo del 17 per cento, mentre il confronto con il picco del 2016 evidenzia un crollo di circa dieci milioni. Per il quarto anno consecutivo la curva della natalità continua a scendere, nonostante le campagne governative e gli incentivi economici.

Le ragioni sono molteplici: il costo della vita cresciuto vertiginosamente negli ultimi decenni, la crisi del modello tradizionale di famiglia, e un diffuso orientamento verso l’individualismo nell’era post-Covid. Anche il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping non sembra in grado di invertire la tendenza. Non si mette più su famiglia e, dunque, non si fanno figli (in Cina i due momenti ancora coincidono).

Sociologi e demografi discutono di nuove politiche di welfare e sostegni alla fertilità, ma la fiducia dei cittadini resta bassa. Intanto la trasformazione sociale è già visibile: uomini e donne soli, e un numero crescente di anziani, stanno cambiando stili di vita e di consumo nella “fabbrica del mondo”. Per compensare l’invecchiamento della forza lavoro, Pechino ha avviato un massiccio programma di robotizzazione: quattro umanoidi su cinque installati nel mondo nel 2025 hanno preso servizio in Cina.

Sul fronte economico – sempre secondo i dati ufficiali diffusi oggi – il quarto trimestre ha segnato una crescita del PIL del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni. Il paese ha comunque centrato l’obiettivo annuale del +5 per cento, ma solo grazie soprattutto al boom delle esportazioni, che l’anno scorso hanno generato un surplus commerciale record di oltre 1.190 miliardi di dollari. La domanda interna, invece, rimane al di sotto delle aspettative.

Si accentua così la dipendenza dall’export, nonostante le politiche governative puntino in direzione opposta, ad aumentare cioè il peso della domanda interna: nel 2025 il 32,7 per cento del PIL è derivato dalle vendite all’estero, il livello più alto dal 1997. Una condizione che, da un lato, è un riflesso dell’accresciuta competitività delle compagnie cinesi nei mercati internazionali, dall’altro espone la Cina alle turbolenze dell’era Trump, dell’aumento del protezionismo e delle tensioni geopolitiche.

Il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, penalizzate dai dazi imposti da Donald Trump, è stato comunque più che compensato nel 2025 dall’aumento delle spedizioni verso Unione Europea, Sud-Est asiatico, Africa e America Latina.

Il governo è consapevole delle difficoltà. Kang Yi, direttore del NBS, ha sottolineato che l’economia ha resistito a molteplici pressioni mantenendo una crescita stabile, ma ha avvertito che le sfide esterne si stanno intensificando e che “problemi di lunga data e nuove criticità” pesano sullo sviluppo.

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05/01/2026

In Italia fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici

Abbiamo più volte trattato il tema della natalità, soprattutto da quando al governo è andata la “madre, cristiana, italiana” Giorgia Meloni, e la destra che fa della nascita di una moltitudine di “italiani” (per sangue, secondo loro) un punto centrale delle proprie rivendicazioni. E lo fa tanto più ora che deve trovare il materiale umano che serve alla propaganda continua di guerra.

Poco prima di Natale, però, l’Istat ha pubblicato l’ennesimo rapporto che mostra dove sia innanzitutto il problema della natalità italiana: è nei portafogli, e nei servizi garantiti dallo stato. I dati delle “Intenzioni di fecondità” raccolti per il 2024 delineano un quadro impietoso: solo il 21,2% delle persone tra i 18 e i 49 anni intende avere un figlio nei prossimi tre anni.

Si tratta di un calo significativo rispetto al 25% registrato nel 2003. Oggi, sono oltre 10,5 milioni i cittadini che dichiarano apertamente di non volere figli, o di non volerne altri. Di questi, “il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate nel perseguire le proprie intenzioni riproduttive, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava […] e il 5,5% dice che avere figli non fa parte del proprio progetto di vita”.

Se quindi un ruolo di certo significativo va affidato alle scelte personali, che possono essere fatte risalire anche al cambio di un modello culturale, a farla da padrone tra le motivazioni ci sono le ristrettezze economiche: “dei 6,6 milioni di persone che hanno riferito di avere avuto difficoltà nel realizzare i propri desiderata, un terzo dichiara motivi economici, meno di un quinto motivi legati all’età, l’11,5% si deve occupare dei genitori anziani, il 9,4% non ritiene di avere condizioni lavorative adeguate”.

Basta fare una veloce somma per capire che oltre la metà degli intervistati rinuncia ad avere figli per problemi economici, o per sopperire alla mancanza di altri servizi fondamentali, come quelli per la vecchiaia. Inoltre, la metà delle donne italiane è convinta che l’arrivo di un bambino peggiorerebbe le proprie opportunità professionali.

Una paura che diventa certezza tra le giovanissime (18-24 anni), dove la percentuale arriva al 65%. Non è difficile immaginare da cosa derivi questa preoccupazione: dalla realtà di un mercato del lavoro che ha sempre penalizzato le donne incinte. La pratica delle dimissioni in bianco fatte firmare preventivamente è stata per lungo tempo al centro delle critiche, e non è stata ancora debellata.

Se si guarda ai più giovani, emerge una contraddizione dolorosa. Quasi il 90% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non ha intenzione di procreare entro il prossimo triennio, dando priorità, e in maniera pienamente legittima, alla formazione e agli studi. Tuttavia, l’81,8% di loro esprime il desiderio di diventare genitore “un giorno”.

Il rischio concreto è che questo giorno non arrivi mai. I dati storici sono severi: meno della metà delle donne che nel 2016 desideravano un figlio è riuscita ad averlo nei tre anni successivi. Il rinvio, dunque, si trasforma spesso in rinuncia forzata. E così l’indice di fecondità del 2024 è sceso a 1,18 figli per donna, contro l’1,29 di vent’anni fa.

Per invertire la rotta, le priorità indicate dai cittadini sono chiare. Al primo posto figurano le misure di sostegno economico (28,5%), seguite a stretto giro dal potenziamento dei servizi per l’infanzia (26,1%), come gli asili nido, e dalle agevolazioni abitative (23,1%) per favorire l’autonomia dei giovani nuclei familiari.

È proprio di questa spesa pubblica che la classe dirigente non vuole sentir parlare, mentre vuole farci credere che i bambini nascono nei carri armati.

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08/12/2025

Mezzo milione di giovani sono emigrati all’estero in tredici anni. Così viene meno il futuro

Un Rapporto del Cnel presentato il 4 dicembre scorso descrive in termini estremamente preoccupanti i dati sull’emigrazione giovanile dal nostro paese verso altri paesi europei. Il Rapporto intendeva in realtà analizzare l’attrattività dell’Italia per i giovani di altri paesi ma il riscontro è stato sia negativo che pesante. Tra l’altro i risultati sono impietosi anche analizzando il fattore umano sia in termini di “capitale umano” che di valore perduto vero e proprio.

Solo nel 2024 sono stati 78mila i giovani che hanno lasciato l’Italia. Rispetto agli ingressi di giovani immigrati – provenienti però da altre economie avanzate della fascia d’età 18-34 anni – il saldo è decisamente negativo: -61mila.

Il Rapporto del Cnel allarga poi lo sguardo ad un periodo che va – significativamente – dal 2011 al 2024. Il 2011 è infatti l’anno della crisi del debito. In questi tredici anni sono emigrati dall’Italia in 630mila – di cui il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Meridione –, il che corrisponde al 7% dei giovani residenti in Italia. Anche in questo caso il saldo migratorio è negativo di 441mila giovani.

Lo studio ha poi quantificato anche il valore del capitale umano emigrato dal nostro Paese nel periodo 2011-2024 e il valore perduto ammonta a 159,5 miliardi di euro, stimato sul saldo migratorio e come costo sostenuto dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani che sono poi emigrati all’estero.

In termini di Pil, il valore del capitale umano uscito nell’arco temporale 2011-2024 è pari al 7,5%. Il paradosso è che con la denatalità – nel 2025 toccheremo un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia probabilmente scendendo sotto i 350mila neonati – e con il progressivo invecchiamento della popolazione, i giovani sono da considerare una risorsa che rischia di scarseggiare per ogni ipotesi di sviluppo futuro del Paese.

C’è poi il dato del capitale umano e qui, analizzando la platea di chi ha lasciato l’Italia tra i giovani emigrati nel triennio 2022-2024, emerge che il 42,1% è composto da laureati, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo 2011-2024. Ragione per cui non è un paradosso che punte più alte di questa emigrazione “di valore” si registrino nelle regioni più ricche come Trentino (50,7%), Lombardia (50,2%), Friuli-Venezia Giulia (49,8%), Emilia-Romagna (48,5%) e Veneto (48,1%).

Nei tredici anni del periodo 2011-2024 ci sono stati solo 55mila arrivi in Italia di giovani dalle prime dieci economie avanzate verso cui invece emigrano i giovani italiani (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Usa). Nello stesso periodo ben 486mila giovani italiani sono emigrati in quei Paesi.

La prima destinazione rimane il Regno Unito (26,5%), seguito da Germania (21,2%), Svizzera (13%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%).

Per quanto riguarda la migrazione interna al nostro paese, nel 2011-2024 si sono trasferiti dal Meridione al Centro-Nord 484mila giovani italiani. Tra loro 240mila sono andati nelle regioni del Nord Ovest, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello dalla Campania, pari a 158mila, seguita da Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso maggiore riguarda la Lombardia con 192mila ingressi, alla quale seguono Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).

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30/11/2025

Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni

Il rapporto appena pubblicato dall’Ocse dal titolo “Pensions at Glance”, che tratta appunto del panorama dell’evoluzione dell’andamento dell’età lavorativa, lancia l’allarme: gli attivi sono in crollo e chi è nato nel 1997 potrebbe finire in pensione a 70 anni.

Nello studio si legge: “sulla base della legislazione in vigore l’età normale della pensione aumenterà in oltre la metà dei Paesi Ocse per stabilirsi in una forchetta compresa dai 62 anni in Colombia (per gli uomini, 57 per le donne), nel Lussemburgo e in Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia”.

Questa soglia scatterà in Italia, secondo i meccanismi automatici legati all’aspettativa di vita, nel 2067. Chi oggi inizia a lavorare, e ha 22 anni (una situazione di un giovane che ha appena ottenuto una laurea triennale, per capirci), può “ambire”, sempre che avrà una carriera lavorativa piuttosto continuativa, ad andare in pensione con 46 anni e un mese di contributi nel 2071, a 68 anni.

Una vita tumulata nel lavoro, e non vale il detto “mal comune mezzo gaudio” se si pensa ad altri paesi che faranno persino peggio: in Estonia l’età pensionabile potrebbe arrivare a 71 anni, in Danimarca addirittura a 74. Dei 38 paesi Ocse, ovviamente, non tutti stanno vivendo prospettive del genere.

L’età di pensionamento media del gruppo, lo scorso anno, era di 64,7 anni per gli uomini e 63,9 anni per le donne. Per chi ha iniziato a lavorare nel 2024, la prospettiva era un po’ più alta: in media, 66,4 anni per gli uomini e 65,9 anni per le donne. Ma alcuni paesi, come Colombia, Slovenia e Lussemburgo, tolte possibili riforme, lasceranno invariata la propria età pensionabile.

È scontato affermare che ciò dipenderà anche dal rapporto tra popolazione in età lavorativa e anziani. Da qui al 2050, riferisce l’Ocse, la proporzione tra la popolazione sopra i 65 anni e quella tra i 20 e i 64 aumenterà di oltre il 25%. In numeri, ciò si traduce nel fatto che se oggi ci sono 39 persone oltre i 65 anni ogni 100 in età attiva, in un quarto di secolo queste diventeranno 64 ogni cento.

La discesa media della popolazione in età lavorativa è prevista intorno al 13%, ma in Italia il calo potrebbe superare il 35%, attestandosi tra i dati peggiori dell’Ocse. E non c’è dubbio: meno sono i giovani, meno possono essere i contributi con i quali si pagano le pensioni.

Però bisogna evitare di scadere nella trappola preparata dalla propaganda neoliberista, che prende i numeri sulla spesa pensionistica per giustificare i tagli o l’aumento dell’età pensionabile. Perché, innanzitutto, esistono vari sistemi di pagamento pensionistico: se un sistema fondato sui contributi non basta, allora deve essere la fiscalità generale a pagare il rimanente.

Ovviamente, questa opzione viene rifiutata perché è evidente che, per trovare le risorse, bisognerebbe finalmente riformare la tassazione in maniera più equa, e prendere molto di più dai redditi più alti. Collegato a ciò, c’è proprio la seconda motivazione, ovvero che la quiescenza dopo 40 anni di lavoro è il risultato di un patto sociale.

Uno dei tratti delle società che vogliono dirsi civili dovrebbe essere quello di non far più lavorare gli anziani, e garantire loro dei diritti economici, che dovrebbero essere tali non secondo virtù di bilancio. Questo traguardo del passato è però una conquista delle lotte dei lavoratori, e da decenni le classi dirigenti stanno trasformando questo patto sociale.

La pensione non è più un diritto che serve a salvaguardare la vita di chi è arrivato ai limiti dell’età lavorativa, come obiettivo sociale, ma è tornata a essere poco più di una prestazione assicurativa individuale, quantificata con un calcolo sempre più insufficiente, e relegata ad anni in cui il lavoratore è già stato spremuto in ogni sua forza ed energia, quando ormai insomma non può essere più sfruttato ulteriormente.

Tenendo presente questo aspetto, i tre omicidi giornalieri di lavoratori, il tentativo di peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro, la riduzione dei servizi sanitari, è anche facile mettere in dubbio che le prospettive di vita aumentino ulteriormente. Ma ciò non avverrà, dunque, per raggiunti limiti naturali, bensì perché il capitale avrà preso tutto dalla forza lavoro, fino a distruggerla.

La necessità di riaccendere il conflitto, sociale e politico, emerge da sola, una volta avuta questa presa di coscienza.

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12/07/2025

Un paese da spolpare. Così la Troika ha messo le mani sul futuro di Kiev /1

La grande privatizzazione è appena iniziata. L’Ucraina indebitata non ha altra scelta che rispettare le condizioni dei suoi prestatori, abilmente travestiti da alleati disinteressati. Unione Europea e Fondo monetario internazionale stanno disegnando il futuro del Paese, sconvolto da tre anni di guerra, con un debito pubblico raddoppiato, 7 milioni di emigrati, 3 milioni di profughi interni, un terzo del Paese occupato, una infrastruttura energetica devastata da missili e droni di Mosca.

La ricetta è il mercato e l’austerity, in pieno stile anni ’90. Sul piatto l’Ucraina mette le sue imprese più importanti, le sue banche, ma specialmente i suoi unici tre gioielli: terre agricole, fertilissime, da trasformare nel modello estensivo dell’agroindustria; risorse minerarie, quelle su cui ha messo il cappello Trump imponendo a Zelensky un accordo in stile coloniale; e poi i militari: 800mila uomini in armi, l’esercito che manca a Bruxelles, da riempire di munizioni grazie alle commesse rivolte all’industria militare euroatlantica.

Il futuro dell’Ucraina è scritto nero su bianco nelle condizioni dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale (15 miliardi fino al 2027) e dell’Unione europea (i 50 miliardi del Facility Plan, per due terzi prestiti).

Qualche esempio. Punto 6.1 delle condizioni Ue: redigere «un lista di imprese di proprietà statale che saranno proposte per la privatizzazione», indicando quali vendere subito e quali dopo la fine della legge marziale. Punto 5.2, da realizzare entro il primo quadrimestre del 2026: «Ridurre la presenza dello Stato nel settore bancario». Punto 10.9: «Liberalizzazione dei prezzi dell’elettricità e del gas naturale», da realizzare entro il secondo quadrimestre del 2026. Entro la fine del 2026, recita il punto 11.3, l’Ucraina dovrà infine «liberalizzare il settore del trasporto ferroviario».

La Verchovna Rada, il Parlamento ucraino, ha stabilito una procedura d’urgenza per trasformare in legge le misure imposte dall’Ue. Funziona così: «Ogni quadrimestre la commissione verifica il rispetto delle condizioni. Se l’esito è favorevole viene sbloccata la tranche seguente del fondo», spiega Heinz Michael Gahler, Popolare tedesco, relatore del Facility plan al Parlamento di Strasburgo. «L’Ucraina vuole aderire all’Ue? Bene, se vuoi entrare nel club devi rispettare le sue regole».

Un po’ come la Grecia qualche anno fa? «Esatto, la Grecia ha rispettato le nostre regole e oggi sta benissimo. Certo non era in guerra, ma gli ucraini hanno molte risorse che servono all’Europa, saranno per noi una opportunità, non un peso». E per raggiungere questo obiettivo, chiosa Gahler, «è necessario creare un clima favorevole all’investimento delle imprese».

«Le nostre aziende stanno facendo ottimi affari in Ucraina», aggiunge Marta Kos, commissaria Ue per l’Allargamento. «Abbiamo stabilito procedure specifiche per ridurre il loro rischio. Le imprese stanno già investendo».

Il Fondo Monetario, prima di concedere il suo prestito, ha invece preteso da Kiev la firma di una lettera di intenti sottoscritta dai vertici dello Stato, a partire dal presidente Zelensky. A redigerla – ha ammesso in una intervista a Report Priscilla Toffano, rappresentante del Fondo monetario a Kiev – sono stati in realtà gli uffici dell’istituzione finanziaria con sede a Washington. I vertici dello Stato ucraino si sono limitati a firmare.

Il documento prevede un surplus primario dopo la guerra tra lo 0,5 e l’1,5%. Cioè, la raccolta fiscale dovrà essere più alta della spesa pubblica. Austerity, si sarebbe detto qualche anno fa. Il documento prevede anche la liberalizzazione del rimpatrio dei dividendi esteri, una misura già implementata dalla Banca nazionale ucraina lo scorso maggio, che autorizza le imprese straniere a portare all’estero gli utili maturati in Ucraina (all’inizio della guerra invece i flussi di denaro verso l’estero erano stati bloccati, per impedire una fuga di capitali).

La misura ha già determinato i suoi effetti. Secondo i dati della Banca Mondiale sono usciti dal Paese 1,4 miliardi di dollari proprio grazie a questa liberalizzazione. La bilancia commerciale, afferma sempre la Banca Mondiale, è negativa anche per la riduzione delle rimesse estere degli emigranti, scese nel 2024 a 8,8 miliardi, 1,6 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Emblema di un problema demografico che peserà come un macigno sulla ricostruzione del Paese.

L’Ucraina è terra di emigrazione fin dalla caduta dell’Unione sovietica, spiega Mikail Minakov, tra i più noti e autorevoli filosofi ucraini, animatore di Euromaidan nel 2014, autore di una recente (e non apologetica) biografia di Zelensky. «Quando diventa indipendente, l’Ucraina ha 52 milioni di abitanti, più o meno come la Polonia o la Turchia. Ma mentre questi Paesi hanno mantenuta intatta la loro popolazione o l’hanno accresciuta, quella Ucraina è scesa molto velocemente».

Nei primi anni Novanta il Paese perde circa un milione di abitanti, principalmente donne, che si recano in Europa per lavorare, e mandano le loro rimesse a casa. «È la generazione delle cosiddette mamme su Skype, donne che crescono i loro figli a distanza», racconta Minakov.

La seconda ondata arriva dopo la guerra civile iniziata nel 2014: «Ci sono i migranti politici, i filorussi, che scappano a Mosca. Mentre l’apertura delle frontiere con l’UE rende più facile il trasferimento di intere famiglie in Europa», spiega Minakov.

Nel 2022, con l’invasione russa, è un crollo: fuggono 7 milioni di persone. In gran parte donne e bambini, ma anche molti uomini, fuggiti spesso illegalmente (per i maggiorenni è vietato lasciare il Paese a causa della legge marziale).

La Polonia è la meta principale, qui vivono ufficialmente oltre 990 mila ucraini. Per Agota Gorny, ricercatrice dell’università di Varsavia «in maggioranza si tratta di donne, ma secondo i nostri studi almeno la metà di loro è qui col proprio partner, anche se non risulta nelle statistiche ufficiali». Si tratta, cioè, di renitenti alla leva, fuggiti dal rischio di essere mandati al fronte. «Il vero problema è quando il loro documento scadrà. Perché l’ambasciata ucraina non rinnova i passaporti se l’uomo è in età di servizio militare. Quindi perderanno il diritto di restare legalmente in Europa».

«Col tempo i migranti si integrano», spiega Minakov. Il filosofo ha realizzato uno studio demografico su due scenari. Secondo quello ottimista nel 2051 l’Ucraina avrà 31 milioni di abitanti. L’ipotesi pessimista ne prevede 25. Le Nazioni Unite addirittura stimano che nel 2100 la popolazione potrebbe essere di appena 15 milioni di abitanti.

«Questa è una guerra di logoramento. Quando sarà finita, avremo una popolazione anziana e un’economia che non può esistere», afferma Minakov. «Come si crea un’economia di mercato, lo stato sociale, un sistema fiscale con una demografia di questo tipo?».

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26/05/2025

L'“inverno demografico” seppellisce un sistema mortifero

Alla fine ci si sta accorgendo che l’“inverno demografico” è un problema strategico per tutto l’Occidente neoliberista. Anche se non solo per questa parte del mondo.

La cosa curiosa – diciamo così – è che sia passato quasi inosservato per le conseguenze immediatamente economiche, che pure sono clamorose e devastanti. L’Italia è notoriamente in fondo a tutte le classifiche, dunque non stupisce che lo sia anche in questa.

Qui da noi, nel 2024, sono nati appena 370.000 bambini, poco più del 60% rispetto ai 526.000 del 1995, ma circa il 35% rispetto all’oltre un milione del 1964.

Al di là dei numeri assoluti è indispensabile tener d’occhio la percentuale di figli per donna – si tratta ovviamente della classica “media del pollo”, non di una regola – arrivata ad un terribile 1,18. Nel 1964 era a 2,7, ben al di sopra della percentuale che garantisce una popolazione costante (2,1, tenendo conto di malattie, incidenti, ecc.).

Sembra matematico – è il caso di dire – concluderne che andando avanti così il nostro paese (come del resto gli altri europei) si svuoterà di “indigeni” nell’arco di un paio di generazioni, ingigantendo le difficoltà di “rimpiazzo” in tutte le professioni e funzioni, comprese quelle essenziali. La via del declino appare insomma segnata e irreversibile, stante questo sistema di vita e produzione.

Visto che la guerra è tornata di moda, oltretutto nell’inattesa formula della “guerra di massa” evidenziata dal conflitto in Ucraina, anche gli analisti militari hanno preso a porsi la domanda: come cavolo si fa a fare una guerra “nell’epoca delle culle vuote”?

Silenzio, ovviamente, sulla causa principale: i salari sono scesi a tal punto che non garantiscono più – marxianamente – la “riproduzione della forza lavoro”. Un concetto che può essere inteso in senso molto restrittivo (un salario sufficiente a mantenere in vita il singolo lavoratore), ma che deve invece includere la possibilità o meno di mantenere una famiglia, crescere dei figli, mandarli a scuola, ecc..

Com’è noto, specie in Italia, il salario medio è ormai tale da non garantire più una dignitosa vita al lavoratore singolo, e quindi è assolutamente inadeguato alla “riproduzione” in senso proprio: mettere al mondo figli.

Per le donne, in particolare, il problema si raddoppia: i salari sono inferiori a quelli maschili e le imprese disincentivano pesantemente la maternità, arrivando a pretendere la firma di lettere di dimissioni in bianco da far valere nel caso la “dipendente” resti incinta.

Inevitabile dunque che “la manodopera” disponibile diventi insufficiente per qualsiasi impegno socialmente rilevante. Guerra compresa.

Come detto sopra, oltretutto, gli eserciti occidentali si erano ridisegnati sul modello statunitense della “guerra asimmetrica”, quella in cui una potenza tecnologicamente e industrialmente avanzata aggrediva un paese povero e privo di infrastrutture militari equivalenti, e quindi il conflitto vero e proprio si riduceva a bombardamenti devastanti seguiti da un prepotente insediamento di “forze speciali” in grado di gestire un conflitto “a bassa intensità” (guerriglia, terrorismo, rivolte popolari, ecc.).

Eserciti con questi compiti erano necessariamente di dimensioni più limitate, ricchi di tecnologia e competenze relative, ma “snelli” per quanto riguarda la fanteria o i mezzi corazzati necessari a mantenere gli stivali sul terreno.

L’Ucraina ha riportato in auge gli eserciti di massa, anche se dotati ormai di “droni combattenti” di varie dimensioni e ruoli (fino alla “caccia all’uomo” nelle trincee). Per una guerra “di attrito”, tra potenze in definitiva “simmetriche” – ossia con a disposizioni armamenti simili (le testate nucleari, per Kiev, sono quelle della Nato) – serve tanta gente perché si devono mettere in conto molte perdite.

Il che pone certamente un problema politico serio in società ormai abituate a considerare l’impegno “guerriero” come cosa delegata a “specialisti” ben pagati; così come anche un problema di “motivazione”, visto che gli alti stipendi possibili per truppe di elite non sono replicabili per “la massa”.

Neanche in Ucraina – che pure passa per paese dove la “volontà popolare” di combattere sarebbe altissima perché “proditoriamente aggrediti” – la chiamata alle armi riceve una risposta adeguata: “dal 2022 circa 500mila ucraini sono ricercati per avere evaso la mobilitazione dopo essere stati richiamati. Quest’ultimo dato suggerirebbe che un ucraino su tre, di fronte al richiamo per la mobilitazione obbligatoria, abbia preferito darsi alla macchia”, scrive Analisi Difesa.

Spostando la lente sulle popolazioni europee la situazione non migliora, anzi... E non soltanto perché ogni sondaggio restituisce un quadro “pacifista” straordinariamente maggioritario. Anche se l’animus pugnandi fosse elevatissimo, infatti, ci sarebbe un problema oggettivo inaggirabile: i numeri limitati.

Proprio la “crisi di manodopera” (il termine è usato dai militaristi, non è farina del nostro sacco) dell’esercito ucraino è illuminante. L’età media dei soldati al fronte è di 43 anni, la coscrizione obbligatoria ha fin qui risparmiato la fascia 18-25 perché troppo esigua per essere mandata al macello (la riduzione delle nascite negli ultimi decenni, anche lì, era stata fortissima).

Una eventuale chiamata alle armi – e l’inevitabile sacrificio massiccio che ne seguirebbe – lascerebbe letteralmente il paese privo di un’intera generazione. Interrompendo in modo devastante la “riproduzione” della popolazione, quindi la sopravvivenza del paese stesso.

Le contromosse per ovviare alla “scarsità di truppe” sono per Kiev peggiori del buco. La coscrizione obbligatoria per quanti sono fuggiti nel resto d’Europa (ipotesi già caldeggiata dai guerrafondai polacchi, che se ne ritrovano fin troppi nel proprio paese), con problemi politici inimmaginabili per tutta l’Unione Europea (gli altri Stati dovrebbero aprire la “caccia all’ucraino” da spedire al fronte), oppure l’invio di truppe “volenterose” occidentali, con il rischio di escalation ricordato ogni giorno da Mosca.

Siamo insomma davanti a una “coperta corta” che non si può stiracchiare o sostituire. Il trionfo del neoliberismo nel mondo euro-atlantico, nel corso degli ultimi 45 anni, ha fatto certamente crescere i profitti e le disuguaglianze, ha annientato i lavoratori, i loro diritti e soprattutto i loro salari.

Ma ora arriva il conto da pagare. “Se riduci il salario al di sotto del livello di riproduzione della forza lavoro” ti verrà a mancare proprio la forza lavoro. Sia per rimpiazzare le vecchie generazioni nella produzione, sia per fare una guerra, sia per alimentare la domanda interna e i tuoi stessi profitti (quando le esportazioni si riducono, magari per i problemi politici che tu stesso vai creando).

E neanche puoi pensare di “sostituire” quelle masse scomparse con altre provenienti dal Terzo Mondo. Perché proprio tu – capitalista di merda egoista, ottuso, avido, imbecille e incapace di previsioni – hai lasciato crescere la xenofobia razzista che ora pretende di “governare” il declino (in assenza di qualsiasi idea “espansiva”) “remigrando” gli immigrati.

Un sistema alla fine, che si è nutrito di morte e che continua a produrne, ma che ora deve tirare le cuoia. Perché l’umanità sopravviva...

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14/01/2025

Il programma Nato: “basta con il welfare, investiamo nelle armi”

Mandare un teorico dell’austerità a comandare – si fa per dire – la Nato è stato di per sé una segnale chiaro. Ma Mark Rutte è uomo monotematico, senza curve né flessibilità. E così ha confermato fin dal primo discorso che il programma deve essere quello di abbandonare la spesa sociale per abbracciare quella militare.

“In media, i paesi europei spendono facilmente fino a un quarto del loro reddito nazionale per pensioni, salute e sistemi di sicurezza sociale, e abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la difesa molto più forte”.

In pratica, si tratta di prolungare le politiche di taglio al welfare, in corso ormai da oltre 30 anni in tutti i paesi UE, ma non più soltanto in nome della teoria economica secondo cui se si lascia totalmente spazio alle imprese prima o poi qualcosa “sgocciolerà” anche verso il basso (i normali cittadini-lavoratori). Una cosa che, come tutti sappiamo, non è mai accaduta ne mai accadrà...

No. Ora quella stessa politica “austera” va fatta in nome della guerra, e quindi ciò che si risparmia in pensioni, sanità, istruzione, ecc., va “investito” in armamenti. Lasciate ogni speranza, o voi che entrate... dopo altra austerità ci sarà al massimo una trincea o un joystick per pilotare un drone.

Il pessimo Rutte ha provato anche a fare anche lo spiritoso: se la spesa militare non aumenta, i deputati europei dovrebbero “prendere corsi di russo o andare in Nuova Zelanda”. Come se la Russia, con appena 144 milioni di abitanti e un Pil che è una frazione dell’Unione Europea, avesse davvero l’obiettivo di “arrivare a Lisbona” invece che pretendere una “zona denuclearizzata” ai suoi confini occidentali.

Ma mentire è diventata un’abitudine, si ripetono assurdità senza più neanche farci caso...

Nell’ultimo decennio, l’alleanza ha chiesto ai membri europei di spendere almeno il 2% del loro PIL per la difesa. 24 dei 32 membri della NATO ora raggiungono questo obiettivo, mentre gli altri sono ancora lontani.

Adesso incombe anche l’incubo Trump, che ha chiesto di portare la soglia addirittura al 5%, il che è decisamente superiore a quanto speso dagli stessi Usa (3,38%), ma soprattutto impossibile da raggiungere per gli europei.

Il problema tecnico è infatti ben più “tosto” di quello politico-economico. Si fa presto, infatti, a dire 5% invece del 2, ma dove trovi gli armamenti da comprare con tutti quei soldi? La guerra in Ucraina ha dimostrato che l’Occidente intero (Usa più Unione Europea) non ha più la consistenza industriale settoriale per sorreggere i “consumi” di un conflitto classico e soprattutto duraturo.

Certo, investimenti così consistenti rilancerebbero alla grande le industrie degli armamenti, ma per mandare a regime la produzione servirà tempo, e non è detto – se le menzogne della Nato fossero minimamente vere – che “il nemico” sia disposto a concederlo. Né che i “sacrifici” richiesti alle popolazioni dell’Occidente siano alla fine sopportati con pazienza.

E infatti lo stesso Rutte avverte che l’attuale settore delle armi in Europa è “troppo piccolo, troppo frammentato e troppo lento”. Ogni paese ha i suoi sistemi d’arma “in concorrenza” con gli altri, con standard differenti quanto a munizioni, manutenzione, sistemi di comunicazione.

Contrariamente alle leggende e alle promesse della propaganda, sempre la guerra in Ucraina ha dimostrato che le “meraviglie tecnologiche” occidentali (Himars, Bradley, Abraham, Leopard, ecc.) non hanno modificato di un millimetro i rapporti di forza sul campo.

“Coinvolgere gli alleati non UE negli sforzi industriali di difesa dell’UE è vitale, credo, per la sicurezza dell’Europa”, ha detto così Rutte. “La cooperazione transatlantica nell’industria della difesa ci rende tutti più forti”. Di fatto, consiglia di comprare le armi dagli Usa, aumentando in prospettiva la dipendenza europea dall’invadente “alleato” americano ma dimenticando che anche oltreoceano c’è qualche problema nella produzione di massa di altri armamenti.

Al di là di ogni valutazione industriale o militare, però, il programma esposto da Rutte è di una idiozia sistemica senza pari.

Tutto l’Occidente neoliberista, da almeno 40 anni a questa parte, è in rapido declino demografico. Tra le cause principali c’è proprio la riduzione generale dei salari e del welfare (asili nido, scuole a tempo pieno e cure sanitarie gratuite o quasi), oltre che cambiamenti culturali indotto dallo stesso modo di produzione capitalismo (tendenza inarrestabile all’individualizzazione).

Un programma che contemporaneamente preveda l’ulteriore riduzione della spesa sociale (sanità e pensioni) e l’aumento di quella militare otterrebbe in pochi anni questi singolari risultati:

– drastica riduzione della popolazione anziana (che attualmente è la parte pagante del “welfare familiare” con l’integrazione al reddito dei figli, il sitteraggio dei nipoti, ecc.);

– ulteriore disincentivo alla natalità (riduzione ulteriore di diritti sul lavoro relativi alla maternità/paternità), riduzione del welfare dedicato – asili e scuole a tempo pieno –, congelamento o riduzione salariale, ecc.

In pratica una popolazione in età riproduttiva e produttiva già drasticamente ridotta di numero (oggi, in Italia ma anche altrove, abbiamo un terzo delle nascite rispetto a 60 anni fa) dovrebbe contemporaneamente servire ad aumentare la produzione economica, accrescere la natalità e gli impegni relativi (tempo di cura, ecc.), moltiplicare i consumi per sostenere la domanda interna (la frammentazione del mercato mondiale ha arrestato il vecchio modello produttivo fondato sulle esportazioni), essere impegnata nuovamente nella formazione e nell’impegno militari con ormai alte probabilità di essere impiegata in battaglia e di lasciarci la pelle a centinaia di migliaia (se l’atomica resta nei depositi, chiaro).

Il tutto, naturalmente, con gli stessi salari o anche più bassi, un’età pensionabile che tende a coincidere con quella della morte e senza osare fiatare, che altrimenti la polizia ti insegue e ti schiaccia contro un muretto.

Un programma geniale, degno di un Rutte...

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24/12/2024

L’apocalisse economica dell’Europa è ora

Il 2025 non sarà un buon anno. I tanti segnali di crisi non hanno fin qui spaventato decisori politici e aziende europee al punto da definire con chiarezza l’entità dei problemi, le loro cause e quindi – tanto meno – le possibili soluzioni.

Ma unendo i punti delle diverse crisi, viene fuori un’immagine con poche speranze di allegria.

Consigliamo la lettura dell’analisi fatta in questi giorni da Matthew Karnitschnig – giornalista austro-americano, su Politico – proprio perché riassume bene l’interconnessione tra le diverse crisi europee.

Naturalmente non condividiamo affatto la sua visione d’insieme, classicamente neoliberista, né quindi le “soluzioni” che lascia trapelare (“gli europei lavorano troppo poco”, ad esempio), ma questa analisi resta importante per capire cosa sta finendo di distruggere il Vecchio Continente e quanto sia praticamente impossibile che questo declino si inverta prima di arrivare alla logica conclusione.

Sotto accusa, senza neanche nominarlo esplicitamente, è il modello di sviluppo adottato dalla Germania e poi imposto a tutta l’Unione Europea: il mercantilismo, ossia l’adozione del modello di crescita fondato sulle esportazioni.

I nostri lettori più attenti conoscono bene le nostre critiche sociali ed economiche in merito – salari fermi o in regresso, ridisegno delle filiere produttive continentali ad esclusivo vantaggio di quelle tedesche, politiche di austerità che hanno bloccato l’intervento pubblico nella produzione (mentre le aziende preferivano massimizzare con poco sforzo di innovazione tecnologica i vantaggi del modello export oriented), svalutazione dei percorsi formativi di qualsiasi livello e delle università (i “diplomifici” online sono solo l’ultima vergogna di questo processo) e quindi anche un rallentamento drastico della ricerca scientifica (peraltro sistematicamente de-finanziata anche nel settore pubblico).

Il tutto è riassumibile nell’assenza totale di qualsiasi orientamento pubblico (statale o comunitario) che andasse al di là dell’occhiuta sorveglianza di “regole di bilancio” così perfette – sulla carta – da esser sempre state violate da quasi tutti i paesi membri. Ora che tocca anche alla Germania, come si dice, il re è nudo.

Come sintetizza Karnitschnig, tutto questo “ha funzionato... finché non ha funzionato più”. “Il pilota automatico”, alla fine, ci ha portato contro gli scogli...

Molto interessante, ancorché detta di sfuggita, la valutazione di quanto questo modello economico, nel riuscito tentativo di prolungare la propria esistenza senza grandi cambiamenti, abbia contribuito a conquistare l’Est europeo veicolando anche l’allargamento della Nato. Fino ad incontrare la barriera russa...

Nelle analisi sull’espansione della Nato, fatte a sinistra, ci si concentra in effetti fin troppo spesso sul bisogno degli Stati Uniti di rafforzare la propria egemonia portando sempre più ad est le proprie basi militari. Karnitschnig – certo involontariamente – rimette invece al centro quelle ragioni “strutturali” che ogni allievo di Marx dovrebbe ricordare a memoria.

La “conquista dell’Est” è avvenuta secondo il format messo a punto nella riunificazione tedesca (l’Anschluss, secondo la brillante definizione di Vladimiro Giacché), e il suo successo era fondato su pochi ma decisivi pilastri: basso costo dell’energia grazie al gas russo, bassi salari per popolazioni di lavoratori comunque istruite e immediatamente inseribili nel ciclo produttivo, immagine vincente dell’Occidente sul resto del mondo (rafforzato da guerre asimmetriche contro avversari enormememente più deboli), superiorità tecnologica (ma solo nei settori maturi, come l’automotive).

Il legame tra successo ed espansione è quindi solare: solo allargando ulteriormente lo spazio da annettere all’Europa capitalistica (e dunque anche alla Nato) quel modello poteva prolungare la propria vita senza troppi scossoni.

Si comprende meglio, a questo punto, cosa volesse dire Mario Draghi a un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, quando affermava quasi ogni giorno che “La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile, ma un passo premeditato di Vladimir Putin e un colpo intenzionale per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica, ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra, o per l’Ue sarà la fine”.

Sfrondata dalla retorica sui presunti “valori” (si è visto quanto fossero concreti quando Israele, con il supporto di tutto l’Occidente, ha cominciato la sua opera di genocidio in Palestina e di aggressione a tutto il Medio Oriente), Draghi faceva coincidere il successo della UE con la possibilità di proseguire l’espansione ad Est, annettendo anche l’Ucraina... e poi si sarebbe visto.

Si comprende dunque meglio, anche, la “strana” condiscendenza europea verso l’aggressività statunitense persino quando questa demoliva asset e relazioni fondamentali per quel “modello europeo” (ad esempio il silenzio e il depistaggio di fronte alla distruzione del gasdotto North Stream, i cui autori sono stati individuati dalla magistratura tedesca nei servizi segreti ucraini, supportati da Usa, Norvegia e Gran Bretagna).

In altri termini la competizione latente tra Usa ed “Europa” poteva svilupparsi solo se la seconda poteva continuare a crescere... ma sempre sotto l’ombrello militare statunitense. Fermata l’espansione, finita anche la competizione, resta solo la subordinazione.

Ciò contribuisce in parte anche a spiegare perché, all’interno dell’Unione Europea, la sofferenza popolare venga capitalizzata per ora soprattutto dall’estrema destra sotto gli slogan di un nazionalismo d’altri tempi e perché questa crescita venga catalogata come “filo-putiniana” anche quando si divide in modo decisamente netto tra “atlantisti-europeisti” (Meloni, l’olandese Wilders, i polacchi di quasi tutti i partiti, ecc) e ben poco attendibili “pacifisti” (Orbàn, AfD tedesca, il rumeno Georgescu, ecc.).

Orbàn, da questa angolazione, ha fatto davvero scuola mentre i “democratici” guerrafondai lo criticavano soltanto per il controllo sulla magistratura o le idiozie contro la “cultura gender”.

Se il sedicente “progressismo liberale” ha condotto sull’orlo del baratro e della guerra, e continua a spingere sul trinomio “austerità, guerra e svuotamento della democrazia”, non c’è da troppo da stupirsi che gli ultradestri peggiori conquistino un ruolo importante.

Anche perché i difetti strutturali del modello export oriented sono usciti alla luce del sole: fine della superiorità tecnologica nel principale dei settori maturi (l’automotive cinese è di anni più avanti, ormai), crescita esponenziale del costo dell’energia, restrizione fatale del mercato interno (i bassi salari vanno bene per esportare, ma quando l’export si ferma nessuno lo può sostituire), inesistenza nei settori-guida del presente e del futuro (informatica, piattaforme, intelligenza artificiale, ecc.).

Il tutto sotto la spada di Damocle di una popolazione che invecchia, una conclamata crisi demografica (in Italia nascevano oltre un milione di neonati nel 1964, solo 380mila nel 2023), del declino cognitivo di gran parte della popolazione (il 33% non comprende quello che legge), della “fuga dei cervelli”...

Nonché dell’impossibilità di compensare con un’immigrazione che non mette a disposizione competenze già formate altrove (com’era avvenuto con l’Est post-sovietico), non viene accolta con politiche di formazione-integrazione e dunque si trasforma in un ulteriore “problema di ordine pubblico” che ha favorito il risorgere del razzismo fascista (specializzato nel risolvere a chiacchiere i “problemi di cronaca”, ma senza soluzioni per quelli “di sistema”).

Su questo continente alle corde si abbatterà ora anche il “ciclone Trump”, ovvero il bisogno degli Stati Uniti di “confermare il proprio standard di vita” sottraendo risorse ad altri. Lo stop nell’espansione ad Est vale però anche per Washington, che reagisce imponendo dazi o minacciandone di nuovi, pretende un aumento delle spese militari (a tutto vantaggio delle proprie industrie) e acquisti più massicci di petrolio e gas (a prezzi quadrupli rispetto a quelli russi). Insomma, declassando l’Europa da predatore secondario a preda.

Non stupisce perciò l’altra sintesi proposta da Karnitschnig: “bloccati nel XIX secolo”, quindi destinati a soccombere.

Sappiamo bene come l’establishment europeo presuma di uscire da questa tenaglia: trasformando ogni cittadino del continente in un “soldato” della produzione e/o dell’esercito (con parecchi problemi derivanti proprio dalla crisi demografica, che non mette a disposizione “forze fresche” da gettare nelle trincee né nelle fabbriche che chiudono), salutando definitivamente ogni pretesa di “democrazia” e concentrando tutti i poteri verso l’esecutivo.

Che però a livello europeo non c’è, visto che la “Commissione von der Leyen” non può essere considerata tale neanche con uno sforzo di fantasia hollywoodiana...

Crisi nera, dunque. Ma è nell’esplodere delle crisi, nei “collassi di sistema”, che si crea lo spazio sociale e politico per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e iniziare perciò a cambiare davvero il mondo.

Buona lettura (e buona lotta!).

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L’apocalisse economica dell’Europa è ora


Matthew Karnitschnig – Politico

L’Europa sta finendo il tempo

Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca tra poche settimane e l’economia del continente in una crisi sempre più profonda, le fondamenta su cui si basa la prosperità della regione non stanno solo mostrando crepe: rischiano di crollare.

L’economia europea ha dimostrato una notevole resilienza negli ultimi decenni grazie all’espansione verso est del blocco e alla forte domanda dei suoi prodotti da parte di Asia e Stati Uniti. Ma con il rallentamento del boom economico cinese e le tensioni commerciali con Washington che offuscano il quadro dei rapporti transatlantici, i tempi d’oro sono chiaramente finiti.

I venti contrari economici che soffiano sul continente rischiano di trasformarsi in una tempesta perfetta nel prossimo anno, mentre un Trump senza freni punta l’Europa. Oltre a imporre nuovi dazi su tutto, dal Bordeaux ai Brioni (i suoi completi italiani preferiti), il nuovo leader del mondo libero è certo di rafforzare la sua richiesta che i paesi della NATO contribuiscano di più alla loro difesa o perdano la protezione americana.

Ciò significa che le capitali europee, già impegnate a contenere deficit in crescita in mezzo a un calo delle entrate fiscali, dovranno affrontare ulteriori pressioni finanziarie, che potrebbero innescare nuove turbolenze politiche e sociali.

Le recessioni e le guerre commerciali possono andare e venire, ma ciò che rende questo momento così pericoloso per la prosperità del continente riguarda la più grande verità scomoda: l’UE è diventata un deserto dell’innovazione.

Sebbene l’Europa abbia una ricca storia di invenzioni straordinarie, comprese scoperte scientifiche che hanno dato al mondo tutto, dall’automobile al telefono, dalla radio alla televisione e ai prodotti farmaceutici, si è ridotta a un ruolo di comprimaria.

Un tempo sinonimo di tecnologia automobilistica all’avanguardia, oggi l’Europa non ha nemmeno un modello tra le 15 auto elettriche più vendute. Come ha sottolineato l’ex primo ministro e banchiere centrale italiano Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee.

Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà quello dell’Italia: un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi.

“Stiamo vivendo un periodo di rapido cambiamento tecnologico, guidato in particolare dai progressi nell’innovazione digitale, e, a differenza del passato, l’Europa non è più all’avanguardia”, ha detto a novembre la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde.

Parlando presso il medievale Collège des Bernardins a Parigi, Lagarde ha avvertito che il modello sociale europeo, tanto celebrato, sarà a rischio se non si cambia rapidamente rotta.

«Altrimenti, non saremo in grado di generare la ricchezza necessaria per affrontare l’aumento delle spese indispensabili per garantire la nostra sicurezza, combattere il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente», ha detto.

Draghi, che ha presentato il suo rapporto alla Commissione Europea a settembre, è stato più diretto: «Questa è una sfida esistenziale».

Infrastrutture inadeguate

Sfortunatamente, riparare l’infrastruttura economica dell’Europa è più facile a dirsi che a farsi.

Con Donald Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani al controllo di entrambe le camere del Congresso, l’Europa non è mai stata così esposta ai capricci della politica commerciale americana.

Se Trump darà seguito alla sua minaccia di imporre dazi fino al 20% sulle importazioni dal continente, l’industria europea subirà un colpo devastante. Con oltre 500 miliardi di euro di esportazioni annuali verso gli Stati Uniti dall’UE, l’America è di gran lunga la destinazione più importante per i beni europei.

Per qualche motivo, l’Europa sembra aver fatto poco per prepararsi al ritorno di Trump. La prima risposta della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla sua rielezione è stata quella di suggerire che l’Europa acquisti più gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Questo potrebbe compiacere Trump per un po’, ma non rappresenta certo una strategia.

«Il fallimento dei leader europei nell’imparare le lezioni dalla prima presidenza Trump ora ci sta perseguitando», dice Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo con sede a Monaco, un importante think tank economico.

Fuest avverte che Trump potrebbe non essere una cattiva notizia su tutta la linea per l’UE. Se, ad esempio, darà seguito ai suoi piani per rinnovare massicci tagli fiscali per i ricchi e imporre nuovi dazi, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare, costringendo a un rialzo dei tassi di interesse. Questo rafforzerebbe il dollaro, favorendo gli esportatori europei quando convertono i loro ricavi americani in euro.

Trump potrebbe anche essere aperto a una più ampia negoziazione commerciale con l’Europa per evitare del tutto un nuovo giro di dazi.

Tuttavia, il sentimento generale dell’industria europea nei confronti del nuovo presidente è di apprensione, in gran parte perché i dirigenti ricordano bene il passato.

Nel 2018, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei che sono ancora in vigore. L’attuale presidente americano Joe Biden ha concordato di sospendere tali dazi fino a marzo 2025, preparando il terreno per un nuovo scontro con Trump nelle prime settimane della sua nuova amministrazione. I banchieri centrali europei stanno già avvertendo che un nuovo ciclo di dazi potrebbe riaccendere l’inflazione e minare in modo fondamentale il commercio globale.

«Se il governo degli Stati Uniti darà seguito a questa promessa, potremmo assistere a un punto di svolta significativo nel modo in cui viene condotto il commercio internazionale», ha detto recentemente Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca.

Problemi di fondo

Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi.

Anche se l’UE è concentrata su Trump e su cosa potrebbe fare in futuro, per quanto riguarda l’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, con le sue continue minacce di dazi e il suo stile ‘bombastico’, non fa altro che sollevare il velo sul fragile modello economico dell’Europa.

Se l’Europa avesse basi economiche più solide e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poco margine di manovra sul continente.

Il divario tra Europa e Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è impressionante. Il gap del PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato, secondo alcune metriche, arrivando al 30%, principalmente a causa della più bassa crescita della produttività nell’UE.

In parole semplici, gli europei lavorano troppo poco. Un lavoratore tedesco medio, ad esempio, lavora oltre il 20% di ore in meno rispetto ai suoi omologhi americani.

Un’altra causa della scarsa produttività europea è il fallimento del settore aziendale nell’innovare.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi investono in ricerca e sviluppo più del doppio rispetto alle loro controparti europee. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività nel settore tecnologico europeo è rimasta stagnante.

Questo divario si riflette anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni di mercato statunitensi sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.

«L’Europa sta perdendo terreno nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura», ha detto Lagarde nel suo discorso a Parigi.

È un eufemismo. L’Europa non sta solo perdendo terreno, non è nemmeno davvero in gara.

Al vertice UE di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere «l’economia europea la più competitiva al mondo». Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era «un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione».

Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.

L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica. Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000.

Le università europee sarebbero un luogo naturale per dare slancio a innovazione e ricerca, ma anche qui il continente è in ritardo.

Tra le migliori università globali valutate da Times Higher Education, solo un’istituzione dell’UE è entrata nella top 30: la Technical University di Monaco, che si è classificata al 30° posto.

L’investimento europeo in R&D «non è solo troppo basso, ma una parte sostanziale fluisce nelle aree sbagliate», ha detto Clemens Fuest dell’Ifo.

Il segreto nascosto

È qui che entra in gioco la Germania. Il segreto poco noto della spesa europea per l’R&D è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti si concentra in un solo settore: l’automotive.

Sebbene ciò possa sembrare ovvio dato il peso del settore (il fatturato annuale dell’industria automobilistica tedesca sfiora i 500 miliardi di euro), non è lì che si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Questo perché le innovazioni nel settore automobilistico, come il miglioramento dell’efficienza del motore, sono incrementali.

In altre parole, le aziende stanno letteralmente reinventando la ruota, invece di creare nuovi prodotti, come un iPhone o Instagram, che aprirebbero nuovi mercati.

Se non altro, l’Europa è stata coerente. Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in R&D nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens. Nel 2022, erano Mercedes, VW e Bosch.

Nel complesso, puntare tutto su un unico settore ha funzionato... finché non ha funzionato più. Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in R&D nel settore automobilistico, i rinomati produttori tedeschi hanno comunque perso il treno delle auto elettriche.

Questo fallimento è al centro della crisi economica tedesca, come dimostra il recente annuncio di VW di chiudere alcuni impianti tedeschi per la prima volta nella sua storia.

Il dominio del settore automobilistico tedesco è a rischio poiché la riluttanza a investire nei veicoli elettrici ha spinto altri – in particolare Tesla e numerosi produttori cinesi – a colmare il vuoto. Mentre queste aziende hanno investito pesantemente nella tecnologia delle batterie e acquisito preziosi brevetti, i tedeschi hanno lavorato per perfezionare il motore diesel. Non è andata bene.

La crisi nell’industria automobilistica tedesca è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per affrontare altre sfide complesse che stanno prosciugando il suo potenziale economico. La più grande: una combinazione devastante di una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati.

Molti in Germania speravano che l’afflusso di rifugiati degli ultimi anni avrebbe alleviato questa pressione. Il problema è che pochi rifugiati hanno il background educativo e le competenze necessarie per occupare posti di lavoro altamente qualificati nelle aziende tedesche.

Detto ciò, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in modo positivo. Nelle ultime settimane, VW, Ford e ThyssenKrupp, tra gli altri, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.

Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti al mondo, a manodopera costosa e a normative gravose, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente trasferendosi in altre regioni. Secondo un recente sondaggio della DIHK, quasi il 40% delle aziende industriali tedesche sta considerando di trasferirsi altrove.

Veronika Grimm, membro del Consiglio di esperti economici tedeschi, un panel apartitico che consiglia il governo tedesco, sostiene che l’unico modo per invertire il declino del paese sia perseguire riforme strutturali fondamentali per incoraggiare gli investimenti.

«La situazione è piuttosto cupa», ha detto Grimm il mese scorso dopo la pubblicazione dell’analisi annuale del Consiglio sullo stato dell’economia tedesca.

Bloccati nel XIX secolo

Come economia più grande dell’UE, le difficoltà economiche della Germania si ripercuotono su tutto il blocco. Questo è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni è diventata di fatto il piano produttivo per i produttori tedeschi di auto e macchinari.

Se acquistate una Mercedes, una BMW o una VW, è probabile che il motore o il telaio siano stati prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia.

Ciò che rende così difficile risolvere la crisi dell’industria automobilistica tedesca per l’Europa è che il continente non ha altri settori su cui fare affidamento.

Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.

Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in ricerca e sviluppo negli USA erano Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, sono Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook).

Dato il dominio di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo tecnologico, è difficile immaginare come il settore tecnologico europeo possa mai competere nello stesso campionato, per non parlare di recuperare terreno.

Una ragione è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il venture capital. Ma il pool di venture capital in Europa è una frazione di quello statunitense. Nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Invece di investire nel futuro, gli europei preferiscono lasciare i propri soldi in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro dei risparmi degli europei vengono lentamente erosi dall’inflazione.

«I modesti pool di venture capital in Europa stanno privando le startup innovative di investimenti, rendendo più difficile stimolare la crescita economica e migliorare gli standard di vita», hanno concluso un team di analisti dell’FMI in una recente analisi.

Se quindi automobili e IT sono esclusi, l’UE potrebbe affidarsi alle tecnologie del XIX secolo in cui ha sempre eccelso, come macchinari e treni, giusto?

Purtroppo, qui entrano in gioco i cinesi.

Il numero di settori in cui le aziende cinesi competono direttamente con quelle della zona euro, molte delle quali produttrici di macchinari, è passato da circa un quarto nel 2002 a due quinti oggi, secondo una recente analisi della BCE.

Peggio ancora, i cinesi sono estremamente aggressivi sui prezzi, il che ha contribuito a una significativa riduzione della quota dell’UE nel commercio globale.

La politica dello struzzo

Con l’Europa alle prese con una crescita stagnante, una competitività in calo e tensioni con Washington – solo per citare alcuni dei problemi – ci si potrebbe aspettare un vivace dibattito pubblico su un’ampia agenda di riforme.

Magari fosse così. Il rapporto di Draghi ha ottenuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente per poi essere rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, i continui allarmi lanciati da FMI e BCE cadono nel vuoto.

Probabilmente perché gli europei non stanno realmente avvertendo la criticità della situazione – almeno, non ancora.

Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, guida tutte le classifiche globali quando si tratta della generosità dei sistemi di welfare dei suoi membri.

Tuttavia, con il peggiorare delle prospettive economiche della regione, gli europei potrebbero ricevere una brusca sveglia. Paesi come la Francia, che quest’anno affronta un deficit di bilancio del 6% e del 7% nel 2025 – più del doppio del limite consentito nella zona euro – avranno difficoltà a mantenere uno stato sociale generoso.

Parigi spende attualmente oltre il 30% del PIL in spesa sociale, una delle percentuali più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono lontani.

Se le fortune economiche dell’Europa non cambieranno presto, quei paesi si troveranno a dover prendere decisioni difficili, proprio come ha fatto la Grecia nel 2010, con l’aumento dei costi di indebitamento.

Il probabile risultato è una radicalizzazione della politica, come accaduto in Grecia durante la crisi del debito, con i populisti di estrema destra e sinistra che colgono l’opportunità di attaccare l’establishment.

Questa radicalizzazione è già in atto in diversi paesi, il più preoccupante dei quali è la Francia. Il successo delle frange estremiste è tanto più inquietante se si considera che il peggio della sofferenza economica deve probabilmente ancora arrivare.

Il problema è che, quando gli europei si sveglieranno di fronte alla nuova realtà, potrebbe essere troppo tardi per fare qualcosa.

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