Il crollo demografico in Italia è una realtà che abbiamo documentato in un precedente articolo. Ci sono diverse cause ed una di queste, a nostro avviso, è la riduzione dei salari reali e della quota di reddito del lavoro dipendente.
Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione. È sulla riduzione dei salari che ci vogliamo qui soffermare.
Partiamo dai dati della quota di reddito e della sua distribuzione negli ultimi 25 anni incrociando due fonti fondamentali che confermano la stessa tendenza: l’Istat e l’Area Studi Mediobanca.
Il confronto
Le differenze tra Istat e Mediobanca nella rilevazione dei dati
Dall’analisi macroeconomica dell’Istat, che copre l’intera platea delle imprese italiane, emerge che la quota dei profitti (il rapporto tra Risultato Lordo di Gestione e Valore Aggiunto) ha raggiunto il suo picco storico nel 2023, superando il 46%. In termini assoluti, il Risultato Lordo di Gestione delle società non finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.
Questi dati trovano conferma “sul campo” nei report annuali di Mediobanca, che aggregano i bilanci di circa 2.200 grandi e medie aziende italiane.
Entrambe le fonti confermano che, nonostante lo shock energetico e l’inflazione, le imprese hanno saputo proteggere (e in molti casi aumentare) i propri margini. Il dato Mediobanca sull’EBIT Margin spiega il dato ISTAT: le aziende hanno “traslato” i costi sui prezzi finali, mantenendo alta la quota di valore aggiunto che resta nelle casse societarie. Mentre l’ISTAT certifica che la quota salari è scesa al minimo storico (~39%), Mediobanca mostra aziende “più robuste che mai”, confermando che la ricchezza prodotta non si è distribuita verso il basso.
Non siamo di fronte a un’economia in crisi se la si guarda dal lato dei profitti; la crisi è interamente sul lato dei salari, che, come mostra la tabella, sono scesi al loro minimo storico (~39% del PIL) proprio mentre i profitti toccavano il record.
Il trend
Andamento di quota profitti e quota salari dal 2000 al 2025
Di solito, quando si parla di salari che sono calati in Italia in termini reali negli ultimi decenni la spiegazione data è la bassa produttività del lavoro. Ma innanzitutto, se la quota dei profitti è ai massimi evidentemente questo lavoro è produttivo nel generare margini per le imprese. L’export italiano è arrivato sugli 850 miliardi e in percentuale del PIL è aumentato da circa 26% a circa 35%, il che indica alta produttività. Il confronto però che i prof. di economia fanno sempre è quello della produttività del lavoro, con gli Usa e Germania e le statistiche ufficiali di output per lavoratore risultano più alte che in Italia.
Invece, ad esempio, non si cita mai il Regno Unito, dove molti giovani italiani vanno a lavorare per via degli stipendi più alti, perché confrontato all’Italia la produttività risulta uguale o leggermente inferiore. Senza contare che l’export e la produzione industriale inglese sono ancora adesso molto più bassi di quelli italiani. Eppure, nel Regno Unito gli stipendi sono più alti.
Se prendiamo la Francia, la produttività risulta più alta, simile alla Germania, più alta di quella italiane e inglese. Ma la Francia ha meno produzione industriale e meno export dell’Italia e ha un deficit strutturale con l’estero, mentre l’Italia sono otto anni che è tornata in surplus. Questi dati sono contraddittori, perché la produttività viene misurata nel settore manifatturiero, dove l’Italia è più forte del Regno Unito e della Francia, mentre la misura della produttività nel resto dell’economia, settore servizi o finanziario è molto discutibile.
La produttività del lavoro nel Mondo
Confronto produttività del lavoro. Pil per ora lavorata
Il problema risiede nel modo in cui misuriamo la produttività. Le statistiche ufficiali (PIL / Ore Lavorate) non misurano l’efficienza fisica (quanti pezzi escono), ma il valore aggiunto monetario. Come mostrano i dati sui paesi asiatici, che non vengono mai confrontati con l’Italia perché altrimenti tutta l’ipotesi “bassa produttività” cadrebbe, l’Italia (~74-75$) ha una produttività statistica molto più alta di Giappone (~51-69$) e Corea del Sud (~47-64$). Siamo quasi pari a Taiwan, leader mondiale dei semiconduttori.
Inoltre, secondo le statistiche, abbiamo una produttività cinque volte maggiore alla Cina, il paese dove tutto viene robotizzato e dove gli stipendi nelle maggiori città sono ora intorno a 1.200 dollari al mese (con costo della vita più basso). La Cina, che ora è il primo paese al mondo nell’automazione, nei robot, nell’impiego della intelligenza artificiale, nelle infrastrutture perfette, dove tutto funziona senza ritardi, nelle statistiche appare cinque volte meno produttiva dell’Italia. La spiegazione è che le statistiche della produttività del lavoro fuori dalle fabbriche, dove puoi misurarla in termini di quanti pezzi escono in quanto tempo, misura essenzialmente i margini di profitto delle aziende. Questa discrepanza esiste sostanzialmente perché la “produttività del lavoro” riflette in realtà (fuori dal manifatturiero) i margini di profitto e il potere di mercato.
Se un’assicurazione, una società di viaggi, una società del gas o elettricità, una società farmaceutica, una banca, una catena di alberghi o supermercati, una società che fa cioccolato o patatine guadagna molto, come margini, allora risulta che la “produttività” è alta.
Banalizzando, Louis Vuitton e Ferrari sono dieci volte più produttivi di Benetton e Stellantis. La Francia, ad esempio, ha meno produzione industriale e meno esportazioni dell’Italia, ma risulta più produttiva perché ha un settore del lusso e un settore finanziario molto estesi. La produttività del lavoro, a livello macroeconomico, non misura l’efficienza fisica (quanti bulloni stringi), ma il valore aggiunto monetario.
Il calcolo standard è $PIL / Ore Lavorate. Ma poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà “produttiva”, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente.
In secondo luogo, il Giappone e la Corea del Sud risultano meno produttive dell’Italia perché hanno un tasso di disoccupazione bassissimo e questo si spiega con il fatto che le aziende operano spesso come ammortizzatori sociali. Preferiscono tenere tre persone a fare il lavoro di una (bassa produttività statistica) piuttosto che avere disoccupati in strada. Questo abbassa il PIL per ora lavorata, ma mantiene la coesione sociale.
In Asia vogliono in sostanza dare lavoro a tutti e avere zero disoccupazione, conquistare anche i mercati esteri a qualunque costo. Hanno anche più concorrenza interna e nel settore finanziario e nelle costruzioni molta regolamentazione, così pure nel settore energetico. Per cui i profitti in percentuale del PIL sono più bassi. In Giappone per avere la disoccupazione all'1% hanno molti lavori “improduttivi”, perché non massimizzano i profitti a livello di sistema economico. La Cina ha una produttività statistica molto “bassa” perché per decenni ha operato con margini di profitto ridottissimi per distruggere la concorrenza globale. Se vendi un prodotto a 10$ che agli USA costa 50$ produrre, la tua “produttività monetaria” sembrerà 5 volte inferiore, anche se hai prodotto lo stesso oggetto. Se la produttività italiana risulta alta rispetto all’Asia significa che alto è il Valore Aggiunto che viene generato. Il problema sociale dell’Italia è che questo valore va a coprire costi energetici folli, rendite immobiliari, tasse sul lavoro o rimane nei margini aziendali, invece di finire nella busta paga dei lavoratori.
Questa è una discussione che può essere condotta a livello teorico, citando l’opera di Sraffa sulla “misurazione del capitale” che ha mostrato che non esiste una misura “fisica” della produttività che sia indipendente dai prezzi. Se i prezzi sono influenzati da monopoli, posizioni di rendita o bolle finanziarie, la produttività diventa un numero che riflette solo la capacità di estrarre valore dal mercato, non di crearlo.
Volendo rimanere al livello pratico dei dati empirici il caso più eclatante sono le banche italiane che vivono una fase di straordinaria redditività, utili totali netti sui 45 miliardi l’anno. Sono utili generati non da un aumento del credito, che per le imprese italiane era di 940 mld nel 2008 e oggi è di 750 miliardi. Le banche italiane risultano però tra le più “produttive” al mondo se si misura l’efficienza in termini di ricavi e profitti per dipendente.
Questo è spiegato dalle politiche di QE che le hanno direttamente sostenute e dalla forbice tra conti correnti e prestiti creata dall’aumento successivo dei tassi con l’inflazione post lockdown. Oltre a questo, ad esempio le banche italiane detengono circa 350-400 miliardi di euro di liquidità in eccesso, parcheggiata presso la Banca d’Italia, risultato degli anni del Quantitative Easing (quando la BCE iniettava moneta nel sistema acquistando titoli) e dei prestiti agevolati alle banche. Su questa liquidità in eccesso, la BCE paga alle banche un tasso (il Deposit Facility Rate) che oggi si aggira tra il 2,00% e il 2,50%. Dopo il picco del 4% del 2023, questo rimane un rendimento garantito e privo di qualsiasi rischio. Il vero boom degli utili bancari nasce anche dal fatto che le banche ricevono il 2,5% dalla BCE sui loro depositi, ma continuano a pagare interessi quasi nulli (spesso lo 0,1% o meno) sui conti correnti dei propri clienti.
Quello delle banche, su cui ci siamo dilungati perché clamoroso (ma si potrebbe parlare anche delle assicurazioni e delle società della luce e gas), aiuta a spiegare l’espansione continua dei profitti in Italia a scapito della quota del lavoro dipendente, che abbiamo mostrato nella prima tabella.
In sostanza, il problema dei bassi salari e della quota di reddito del lavoro dipendente non è spiegato dalla scarsa produttività del lavoratore italiano, ma da meccanismi di estrazione dei profitti a livello del sistema economico.
Non abbiamo un’economia in crisi, se la si guarda dal lato dei profitti. La crisi è tutta sul lato dei salari. Dato però che il crollo demografico e il crollo della quota di reddito dei salari vanno assieme, bisognerebbe cominciare a parlare di come redistribuire il reddito a beneficio del lavoro, se vogliamo seriamente contrastare il calo demografico.
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