Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/02/2026

La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività

Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.

È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.

L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato”

L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, ed aveva già raccolto la nostra attenzione critica. All’ennesima uscita del genere, tuttavia, la buona fede non è più una scusa e, anzi, ci viene in mente la versione latina della famosa favola del lupo e l’agnello che ammonisce: “questa favola è scritta per gli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti”.

L’argomentazione, questa volta, sembra essere in apparenza più articolata, tira in ballo il ruolo dei sindacati, e quindi merita di essere analizzata con attenzione.

Innanzitutto, che cos’è la produttività del lavoro? La produttività del lavoro è il rapporto tra il valore aggiunto e un’unità di misura del lavoro (cioè le ore lavorate o il numero di lavoratori). Ci dice, per farla semplice, quant’è il valore del prodotto che possa essere attribuito a ciascuna unità di lavoro. Il valore aggiunto, cioè il valore “nuovo” che si genera ad ogni ciclo produttivo dopo che al valore del prodotto finale sono sottratti i costi dei beni intermedi, si dividerà per definizione tra i fattori della produzione, per semplicità tra salari e profitti. Questo vuol dire che, a parità di produttività, possiamo avere profitti per lavoratore più o meno alti e, viceversa, salari per lavoratore più o meno bassi.

D’altro canto, ogni incremento di produttività potrà andare a finire tutto ai profitti, tutto ai salari oppure essere suddiviso variabilmente tra i due aggregati sulla base dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro. A cosa serve, dunque, sostenere che il salario non cresce perché la produttività non cresce e quindi che il saggio del salario debba crescere al ritmo della produttività del lavoro? Serve a sostenere che il salario può crescere, ma solo a patto che non vengano intaccati i profitti. Serve ad occultare l’ovvietà sistematicamente sottaciuta nel dibattito economico contemporaneo: ovvero che a torta data, per far crescere i salari occorre far diminuire i profitti e viceversa.

L’insistenza sulla produttività del lavoro serve, dunque, in ultima istanza, a mantenere inalterate le quote distributive, vale a dire la quota del prodotto sociale di cui si appropriano i lavoratori e i capitalisti.

Ma allora, in questi anni di stagnazione della produttività cosa è successo alla distribuzione del reddito? I salari hanno tenuto almeno il passo della produttività e quindi le quote distributive sono rimaste stabili? Niente affatto. La quota salari, in Italia, è in caduta libera da più di un trentennio, anche con i bassissimi ritmi della produttività dagli anni '90 in poi.

Dunque, se anche fosse vero che per far crescere i salari bisognerebbe necessariamente far crescere la produttività, quello a cui abbiamo assistito è un sistematico e decennale rallentamento della crescita dei salari reali mentre, seppure a fatica e con ritmi non particolarmente sostenuti, la produttività del lavoro cresceva. Peraltro va constatato come l’andamento stagnante della produttività del lavoro è a sua volta strettamente connesso con un modello economico incentrato su due pilastri: l’austerità della politica economica che comporta una cronica stagnazione degli investimenti (ivi compresi quelli ad alto contenuto tecnologico che aumentano la produttività del lavoro); e una domanda trainata in buona parte dalle esportazioni che basa la competitività delle merci sul contenimento del costo del lavoro, dunque su bassi salari interni associati a lavoro precario e discontinuo e lo speculare mancato investimento in innovazione e formazione dei lavoratori.

In definitiva, non soltanto la produttività del lavoro è comunque cresciuta più dei salari, non soltanto non è vero che i salari sono bassi perché la produttività è bassa, ma è semmai vero l’opposto: la produttività è bassa e cresce relativamente poco perché l’economia si struttura su un modello incentrato su bassi salari, lavoro precario e disinvestimento pubblico.

A questo punto lasciamo parlare anche i numeri. Come si evince dal grafico sottostante, rispetto al 1981 la produttività nel 2024 risulta del 27% più alta mentre il salario reale è praticamente allo stesso livello di allora. Il potere di acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici, come il grafico mostra chiaramente, a partire dai primi anni ’90 non ha fatto altro che arretrare ritornando gradualmente fino ai suoi livelli degli inizi degli anni ’80. Ma il grafico segnala anche altre evidenze: la prima è che negli anni ’80, sia la produttività che i salari sono cresciuti, ma la prima a un ritmo chiaramente superiore. La seconda è che mentre la produttività continua a crescere fino al 2000 (+16,5% rispetto al 1991), i salari reali già segnano la prima caduta nel 1992 (-3,2%). La terza è che nel periodo tra la Grande Recessione e la crisi COVID (2010-2019), se è vero che la produttività si riduce del 2,16%, i salari reali cadono di più del doppio (-5,2%) e nel 2024 non sono ancora riusciti a recuperare i livelli pre-covid.



Quindi, se anche fosse vero – come sostengono gli autori – che una crescita della produttività renderebbe le imprese più inclini a garantire aumenti salariali, non si capirebbe come mai non abbiano quanto meno garantito una crescita dei salari sufficiente a tenere il passo della produttività.

La frase dell’articolo che abbiamo riporta, tuttavia, ha il merito di svelare l’arcano della distribuzione del reddito. Se le imprese “oppongono resistenza alle richieste di aumenti” vuol dire che tali aumenti non possono che derivare da richieste ancora più decise e da un livello del conflitto distributivo sostenuto e rafforzato dalle condizioni politiche, normative e istituzionali che lo rendano efficace, capace, cioè, di andare a prendere gli aumenti dai salari dalla sola cassa deputata a finanziarli, vale a dire i profitti dei capitalisti.

E, allora, se così è, vi è poco da complimentarsi, come pure fanno gli autori, con i sindacati meritevoli, a loro dire, di aver capito che senza crescita della produttività non vi può essere crescita dei salari a meno di non voler accettare aumenti della disoccupazione dovuti alla perdita della competitività delle merci e quindi a un calo delle esportazioni. Tale perdita di competitività, infatti, deriverebbe da un aumento dei prezzi praticato dalle imprese in risposta all’aumento dei salari e dunque, ancora una volta, alla volontà di tutelare i propri profitti e di continuare a puntare sui mercati esteri in presenza di un mercato interno fiaccato da austerità e bassi consumi, udite udite, colpa proprio dei bassi salari.

Ritorna allora, inesorabile, la cogenza: non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.

Fonte

02/02/2026

Il crollo demografico e la riduzione dei salari in Italia

Il crollo demografico in Italia è una realtà che abbiamo documentato in un precedente articolo. Ci sono diverse cause ed una di queste, a nostro avviso, è la riduzione dei salari reali e della quota di reddito del lavoro dipendente.

Per dirla in modo molto semplice: chi non guadagna in modo adeguato è difficile che decida di fare un figlio o se è giovane di mettere su famiglia. Se è giovane ed ha buone competenze è anzi molto probabile che se ne vada a lavorare in un paese che gli offra una buona retribuzione. È sulla riduzione dei salari che ci vogliamo qui soffermare.

Partiamo dai dati della quota di reddito e della sua distribuzione negli ultimi 25 anni incrociando due fonti fondamentali che confermano la stessa tendenza: l’Istat e l’Area Studi Mediobanca.

Il confronto
Le differenze tra Istat e Mediobanca nella rilevazione dei dati
Dall’analisi macroeconomica dell’Istat, che copre l’intera platea delle imprese italiane, emerge che la quota dei profitti (il rapporto tra Risultato Lordo di Gestione e Valore Aggiunto) ha raggiunto il suo picco storico nel 2023, superando il 46%. In termini assoluti, il Risultato Lordo di Gestione delle società non finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Questi dati trovano conferma “sul campo” nei report annuali di Mediobanca, che aggregano i bilanci di circa 2.200 grandi e medie aziende italiane.

Entrambe le fonti confermano che, nonostante lo shock energetico e l’inflazione, le imprese hanno saputo proteggere (e in molti casi aumentare) i propri margini. Il dato Mediobanca sull’EBIT Margin spiega il dato ISTAT: le aziende hanno “traslato” i costi sui prezzi finali, mantenendo alta la quota di valore aggiunto che resta nelle casse societarie. Mentre l’ISTAT certifica che la quota salari è scesa al minimo storico (~39%), Mediobanca mostra aziende “più robuste che mai”, confermando che la ricchezza prodotta non si è distribuita verso il basso.

Non siamo di fronte a un’economia in crisi se la si guarda dal lato dei profitti; la crisi è interamente sul lato dei salari, che, come mostra la tabella, sono scesi al loro minimo storico (~39% del PIL) proprio mentre i profitti toccavano il record.

Il trend
Andamento di quota profitti e quota salari dal 2000 al 2025
Di solito, quando si parla di salari che sono calati in Italia in termini reali negli ultimi decenni la spiegazione data è la bassa produttività del lavoro. Ma innanzitutto, se la quota dei profitti è ai massimi evidentemente questo lavoro è produttivo nel generare margini per le imprese. L’export italiano è arrivato sugli 850 miliardi e in percentuale del PIL è aumentato da circa 26% a circa 35%, il che indica alta produttività. Il confronto però che i prof. di economia fanno sempre è quello della produttività del lavoro, con gli Usa e Germania e le statistiche ufficiali di output per lavoratore risultano più alte che in Italia. 

Invece, ad esempio, non si cita mai il Regno Unito, dove molti giovani italiani vanno a lavorare per via degli stipendi più alti, perché confrontato all’Italia la produttività risulta uguale o leggermente inferiore. Senza contare che l’export e la produzione industriale inglese sono ancora adesso molto più bassi di quelli italiani. Eppure, nel Regno Unito gli stipendi sono più alti.

Se prendiamo la Francia, la produttività risulta più alta, simile alla Germania, più alta di quella italiane e inglese. Ma la Francia ha meno produzione industriale e meno export dell’Italia e ha un deficit strutturale con l’estero, mentre l’Italia sono otto anni che è tornata in surplus. Questi dati sono contraddittori, perché la produttività viene misurata nel settore manifatturiero, dove l’Italia è più forte del Regno Unito e della Francia, mentre la misura della produttività nel resto dell’economia, settore servizi o finanziario è molto discutibile.

La produttività del lavoro nel Mondo
Confronto produttività del lavoro. Pil per ora lavorata
Il problema risiede nel modo in cui misuriamo la produttività. Le statistiche ufficiali (PIL / Ore Lavorate) non misurano l’efficienza fisica (quanti pezzi escono), ma il valore aggiunto monetario. Come mostrano i dati sui paesi asiatici, che non vengono mai confrontati con l’Italia perché altrimenti tutta l’ipotesi “bassa produttività” cadrebbe, l’Italia (~74-75$) ha una produttività statistica molto più alta di Giappone (~51-69$) e Corea del Sud (~47-64$). Siamo quasi pari a Taiwan, leader mondiale dei semiconduttori. 

Inoltre, secondo le statistiche, abbiamo una produttività cinque volte maggiore alla Cina, il paese dove tutto viene robotizzato e dove gli stipendi nelle maggiori città sono ora intorno a 1.200 dollari al mese (con costo della vita più basso). La Cina, che ora è il primo paese al mondo nell’automazione, nei robot, nell’impiego della intelligenza artificiale, nelle infrastrutture perfette, dove tutto funziona senza ritardi, nelle statistiche appare cinque volte meno produttiva dell’Italia. La spiegazione è che le statistiche della produttività del lavoro fuori dalle fabbriche, dove puoi misurarla in termini di quanti pezzi escono in quanto tempo, misura essenzialmente i margini di profitto delle aziende. Questa discrepanza esiste sostanzialmente perché la “produttività del lavoro” riflette in realtà (fuori dal manifatturiero) i margini di profitto e il potere di mercato.

Se un’assicurazione, una società di viaggi, una società del gas o elettricità, una società farmaceutica, una banca, una catena di alberghi o supermercati, una società che fa cioccolato o patatine guadagna molto, come margini, allora risulta che la “produttività” è alta.

Banalizzando, Louis Vuitton e Ferrari sono dieci volte più produttivi di Benetton e Stellantis. La Francia, ad esempio, ha meno produzione industriale e meno esportazioni dell’Italia, ma risulta più produttiva perché ha un settore del lusso e un settore finanziario molto estesi. La produttività del lavoro, a livello macroeconomico, non misura l’efficienza fisica (quanti bulloni stringi), ma il valore aggiunto monetario.

Il calcolo standard è $PIL / Ore Lavorate. Ma poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà “produttiva”, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente.

In secondo luogo, il Giappone e la Corea del Sud risultano meno produttive dell’Italia perché hanno un tasso di disoccupazione bassissimo e questo si spiega con il fatto che le aziende operano spesso come ammortizzatori sociali. Preferiscono tenere tre persone a fare il lavoro di una (bassa produttività statistica) piuttosto che avere disoccupati in strada. Questo abbassa il PIL per ora lavorata, ma mantiene la coesione sociale.

In Asia vogliono in sostanza dare lavoro a tutti e avere zero disoccupazione, conquistare anche i mercati esteri a qualunque costo. Hanno anche più concorrenza interna e nel settore finanziario e nelle costruzioni molta regolamentazione, così pure nel settore energetico. Per cui i profitti in percentuale del PIL sono più bassi. In Giappone per avere la disoccupazione all'1% hanno molti lavori “improduttivi”, perché non massimizzano i profitti a livello di sistema economico. La Cina ha una produttività statistica molto “bassa” perché per decenni ha operato con margini di profitto ridottissimi per distruggere la concorrenza globale. Se vendi un prodotto a 10$ che agli USA costa 50$ produrre, la tua “produttività monetaria” sembrerà 5 volte inferiore, anche se hai prodotto lo stesso oggetto. Se la produttività italiana risulta alta rispetto all’Asia significa che alto è il Valore Aggiunto che viene generato. Il problema sociale dell’Italia è che questo valore va a coprire costi energetici folli, rendite immobiliari, tasse sul lavoro o rimane nei margini aziendali, invece di finire nella busta paga dei lavoratori.

Questa è una discussione che può essere condotta a livello teorico, citando l’opera di Sraffa sulla “misurazione del capitale” che ha mostrato che non esiste una misura “fisica” della produttività che sia indipendente dai prezzi. Se i prezzi sono influenzati da monopoli, posizioni di rendita o bolle finanziarie, la produttività diventa un numero che riflette solo la capacità di estrarre valore dal mercato, non di crearlo.

Volendo rimanere al livello pratico dei dati empirici il caso più eclatante sono le banche italiane che vivono una fase di straordinaria redditività, utili totali netti sui 45 miliardi l’anno. Sono utili generati non da un aumento del credito, che per le imprese italiane era di 940 mld nel 2008 e oggi è di 750 miliardi. Le banche italiane risultano però tra le più “produttive” al mondo se si misura l’efficienza in termini di ricavi e profitti per dipendente.

Questo è spiegato dalle politiche di QE che le hanno direttamente sostenute e dalla forbice tra conti correnti e prestiti creata dall’aumento successivo dei tassi con l’inflazione post lockdown. Oltre a questo, ad esempio le banche italiane detengono circa 350-400 miliardi di euro di liquidità in eccesso, parcheggiata presso la Banca d’Italia, risultato degli anni del Quantitative Easing (quando la BCE iniettava moneta nel sistema acquistando titoli) e dei prestiti agevolati alle banche. Su questa liquidità in eccesso, la BCE paga alle banche un tasso (il Deposit Facility Rate) che oggi si aggira tra il 2,00% e il 2,50%. Dopo il picco del 4% del 2023, questo rimane un rendimento garantito e privo di qualsiasi rischio. Il vero boom degli utili bancari nasce anche dal fatto che le banche ricevono il 2,5% dalla BCE sui loro depositi, ma continuano a pagare interessi quasi nulli (spesso lo 0,1% o meno) sui conti correnti dei propri clienti.

Quello delle banche, su cui ci siamo dilungati perché clamoroso (ma si potrebbe parlare anche delle assicurazioni e delle società della luce e gas), aiuta a spiegare l’espansione continua dei profitti in Italia a scapito della quota del lavoro dipendente, che abbiamo mostrato nella prima tabella.

In sostanza, il problema dei bassi salari e della quota di reddito del lavoro dipendente non è spiegato dalla scarsa produttività del lavoratore italiano, ma da meccanismi di estrazione dei profitti a livello del sistema economico. 

Non abbiamo un’economia in crisi, se la si guarda dal lato dei profitti. La crisi è tutta sul lato dei salari. Dato però che il crollo demografico e il crollo della quota di reddito dei salari vanno assieme, bisognerebbe cominciare a parlare di come redistribuire il reddito a beneficio del lavoro, se vogliamo seriamente contrastare il calo demografico.

Fonte

17/09/2025

L’impatto delle spese militari su occupazione e produttività del lavoro

di Guglielmo Forges Davanzati

Stando all’ultima rilevazione ISTAT, la produzione industriale italiana nel gennaio 2025 continua a ridursi. A fronte, infatti, di un miglioramento mensile del 3,2%, il dato tendenziale rimane negativo, con un calo dello 0,6% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti sono quelli del lusso, della produzione di automobili e del tessile-abbigliamento.

Inoltre, il settore automobilistico italiano è, in larga misura, composto da imprese che operano per la subfornitura all’industria tedesca e subisce, soprattutto per questa ragione, una rilevante contrazione di ordinativi e, dunque, di fatturato e profitti. Si calcola, a riguardo, che la recessione tedesca ha prodotto perdite per le imprese italiane nell’ordine dei quattro miliardi di euro nel 2024 per mancate esportazioni.

Nonostante la propaganda governativa, si registrano segnali conseguentemente negativi nel mercato del lavoro. ISTAT ha recentemente rilevato una riduzione del monte ore lavorate nei settori industriali, con un calo dello 0,7% nel quarto trimestre del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023, accompagnato da una diminuzione dell’1,2% delle ore lavorate per dipendente nello stesso arco temporale. Si tratta di decrementi che si aggiungono al calo del 7,2% del valore del fatturato industriale registrato a dicembre 2024, con una riduzione ancora più marcata, fino al -7,7%, sul volume del fatturato.

Anche l’Inps, nel suo ultimo Rapporto del gennaio 2025 ha certificato un aumento significativo del 47,59% delle ore di cassa integrazione ordinaria nei settori industriali, passando da 208.173 milioni di ore nel 2023 a 307.247 milioni nel 2024. Il rallentamento della crescita è certificato anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio.

Anche il tasso di crescita della produttività del lavoro continua a manifestare andamenti negativi o, nella migliore delle ipotesi, stazionari. ISTAT certifica che il tasso di crescita della produttività, in Italia, si è ridotto del 2,5% nel 2023 ed è aumentato di un modesto 0,5% nel periodo 2014-2022.

In questo scenario, è ragionevole attendersi che l’aumento delle spese militari (al 5% del Pil in dieci anni) non potrà che peggiorare il quadro, incidendo negativamente su queste variabili, per due ragioni.

1) L’aumento della spesa pubblica per la Difesa tende a produrre la spontanea riconversione delle imprese verso la produzione di armi. Le ingenti commesse che ne derivano si rivolgono a un settore tipicamente ad alta intensità di capitale, nel quale sono necessarie elevate spese iniziali e nel quale è tendenzialmente basso l’effetto degli investimenti sull’occupazione. Lo scenario peggiora se si considera la volontà del Governo (esplicitata, in particolare, dal Ministro Urso) di incentivare la riconversione delle imprese verso il settore della Difesa, dal momento che questa misura produrrebbe ulteriori oneri a carico della finanza pubblica con esiti inefficaci.

2) Per stimare l’impatto dell’aumento della spesa pubblica sul Welfare occorre considerare che il nuovo Patto di stabilità e crescita impone all’Italia (Paese con debito pubblico superiore al 90% del Pil) un sentiero di rientro pari a una media dell’1% annuo. È stato calcolato che, in costanza di tasso di crescita del Pil e dei tassi di interesse sui titoli di Stato, l’ammontare di risorse pubbliche da destinare alla Difesa è pari a un incremento medio annuo di 6,4 miliardi di euro).

La teoria economica – fin dal pionieristico contributo del premio Nobel Gunnar Myrdal (Beyond the Welfare State) – insegna che l’accesso diffuso a sanità e istruzione è una fondamentale precondizione per un’elevata produttività del lavoro. Non è poi molto rilevante l’obiezione dei fautori del riarmo, per i quali la spesa pubblica per la difesa militare produce innovazione, se si considera il rilievo del Ministro Crosetto per il quale la gran parte di questa spesa è destinata a stipendi e pensioni.

Le politiche di riarmo accentuano il sottofinanziamento del Welfare italiano (solo il 12% della spesa pubblica italiana è destinata alla sanità, a fronte di una media europea del 15%, e solo il 7% è destinato all’istruzione, contro il 9,3% europeo) e, per questa via, rischiano di accentuare uno dei problemi fondamentali della nostra economia, ovvero il calo di lungo periodo del tasso di crescita della produttività del lavoro.

Fonte

27/07/2025

OCSE: i salari reali italiani sono del 7,5% più bassi rispetto al 2021

Lo scorso 9 luglio, al CNEL, il senior economist dell’OCSE, Andrea Bassanini, ha presentato l’Economic Outlook per l’anno 2025. L’Italia raggiunge un record, ma negativo, tra i paesi facenti parte dell’Organizzazione: i suoi salari reali si sono ridotti del 7,5% rispetto al 2021, e questo nonostante gli aumenti previsti questo e il prossimo anno.

Tramite il rapporto viene evidenziato che l’Italia presenta il calo più significativo tra tutte le principali economie. A dire la verità, in metà dei paesi OCSE i salari reali sono inferiori a quelli del 2021. Se però si osservano i dati a partire dal 1990, il Bel Paese emerge per le criticità.

Infatti, i redditi da lavoro reali in Italia sono scesi del 3,4% tra il 1990 e il 2023. Per fare il confronto con altri paesi, nello stesso periodo negli USA sono cresciuti di circa il 50%, in Germania intorno al 30%. Il recente rinnovo di alcuni contratti nazionali ha permesso di recuperare terreno rispetto all’inflazione accumulata dal 2022, anno in cui si è assistito a un’importante impennata dei prezzi.

Eppure, nel settore privato un dipendente su tre ha ancora il proprio contratto scaduto, mentre le previsioni escludono che vi siano degli aumenti significativi nei prosssimi due anni. Con lo spauracchio dell’inflazione ancora costantemente agitato, è facile capire che la guerra alle retribuzioni continuerà imperterrita.

Questo risulta evidente anche dalla discussione sulla produttività. L’OCSE ha stimato che, se l’Italia riuscisse a raggiungere una crescita della produttività pari all’1% all’anno, in linea con la media che l’Organizzazione aveva negli anni Novanta, il PIL pro capite potrebbe crescere dell’1,34% annuo.

Allo stesso tempo, il presidente del CNEL, Renato Brunetta, ha spiegato che: “senza interventi di politica economica e senza la crescita della produttività, l’Ocse prevede per l’Italia una flessione del PIL pro capite di quasi 0,5 punti percentuali all’anno”. Eppure, sono decine e decine i miliardi regalati alle aziende per i propri ‘piani industriali’.

Se sono le aziende che creano lavoro, come vuole la vulgata che anche Brunetta ripete in continuazione, allora è anche loro responsabilità programmare gli investimenti adatti a migliorare la produttività. La realtà è che, in maniera sistematica, il sistema imprenditoriale ha lucrato sui sussidi e sulla rendita, negando ogni responsabilità sociale.

La produttività, inoltre, anche se con trend deboli, ha continuato a crescere dal 2000. Cosa che, invece, non hanno fatto i salari in termini reali. E in questo quadro, sono persino aumentate le disuguaglianze generazionali. Nel 1995 il reddito disponibile per le famiglie giovani superava dell’1% quello degli over-55, mentre nel 2016 le famiglie con adulti tra i 55 e i 64 anni disponevano di un reddito superiore del 13,8% rispetto ai giovani.

Risulta perciò ancora più assurda una delle soluzione che l’OCSE ha delineato per un altro problema in cui l’Italia eccellerà nei prossimi anni: l’invecchiamento della popolazione, che graverà in maniera più pesante sulle persone in età lavorativa. L’Organizzazione propone, tra le altre cose, di aumentare la durata della vita lavorativa.

Una soluzione che deve essere rifiutata in ogni modo in un paese in cui l’età pensionabile si avvia verso i 68 anni e in cui, dice l’OCSE stessa, il 42% dei lavori è fisicamente impegnativo. Ci sono già 3 morti al giorno sul posto di lavoro, e andare in questa direzione sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra contro i lavoratori.

Fonte

21/05/2025

L’IA, i lavoratori e i rapporti di potere

Dopo l’ondata di attenzione e infatuazione mediatica che ha accompagnato il lancio di ChatGPT e di molti altri strumenti di intelligenza artificiale generativa; dopo che per molti mesi si è parlato di vantaggi per la produttività, o di sostituzione del lavoro (soprattutto delle mansioni noiose e ripetitive) con l’IA... siamo arrivati a un punto dove si intravedono più che altro le prime sostituzioni di lavoratori. E ciò sebbene la promessa crescita di produttività lasci ancora molto a desiderare (non parliamo della sostituzione di ruoli).

Mentre gli stessi lavoratori del settore tech (una elite che per anni ha viaggiato in prima classe anche nelle peggiori fluttuazioni del mercato del lavoro) si sono resi conto di trovarsi in una situazione piuttosto scomoda: più licenziabili, da un lato, e più esposti ai dilemmi etici di lavorare per aziende che hanno abbandonato precedenti remore per contratti di tipo militare, dall’altro.

Partiamo proprio dalla guerra

Una parte di dipendenti di Google DeepMind (l’unità di Alphabet che lavora sull’intelligenza artificiale e tra le altre cose ha rilasciato Gemini, la famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) stanno cercando di sindacalizzarsi per contestare la decisione dell’azienda di vendere le sue tecnologie ai militari, e a gruppi legati al governo israeliano.

Nelle ultime settimane circa 300 dipendenti londinesi di DeepMind (in cui Demis Hassabis è ancora fresco di premio Nobel per la Chimica per AlphaFold) hanno provato ad aderire al sindacato dei lavoratori della comunicazione (Communication Workers Union), riferisce il Financial Times.

Tre persone coinvolte nell’iniziativa di sindacalizzazione hanno dichiarato al FT che la decisione di Google di voler vendere i suoi servizi cloud e la sua tecnologia IA al ministero della Difesa israeliano (si tratta di un accordo sul cloud computing denominato Project Nimbus), avrebbe causato molta inquietudine.

L’iniziativa si inserisce nel crescente malcontento interno rafforzatosi dopo che, a febbraio, Google aveva anche abbandonato l’impegno a non sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale che “causino o possano causare danno alla collettività”, tra cui armi e sorveglianza. Si trattava di una presa di posizione adottata nel 2018 e che è sparita dalla revisione dei principi per una IA responsabile lo scorso febbraio (qui la vecchia versione; qui la nuova).

Ma il clima rispetto a qualche anno fa è cambiato: le guerre, la nuova amministrazione Trump, la spinta a commercializzare e rendere profittevoli tecnologie su cui le aziende stanno scommettendo parecchio. E che non stanno rendendo quanto promesso.

Interessante al riguardo uno studio recente che ha esaminato gli effetti sul mercato del lavoro dei chatbot IA in Danimarca. Gli autori affermano che, malgrado la diffusione di questi nuovi strumenti (diffusione incoraggiata spesso dagli stessi datori di lavoro, con relativi investimenti), “l’impatto economico rimane minimo” e i guadagni di produttività sarebbero modesti.

Risultati, conclude lo studio, che mettono in discussione la “narrazione di un’imminente trasformazione del mercato del lavoro dovuta all’IA generativa”.

Inoltre, eventuali risparmi di tempo da parte del lavoratore che usa i chatbot sono a volte controbilanciati da ulteriori task, da compiti nuovi o aggiuntivi legati all’uso dello stesso, anche da parte di altri.

Un esempio sono gli insegnanti che devono rilevare se gli studenti usano ChatGPT per i compiti, mentre altri lavoratori devono controllare la qualità dei risultati dell’IA o cercare di creare prompt efficaci, commenta Ars Technica (cui rinvio per approfondire il tema visto che segnala anche altri paper, alcuni più ottimistici. Inoltre lo stesso studio qui citato non esclude che degli effetti trasformativi possano arrivare in futuro).

AI e crisi occupazionale

Malgrado ciò, quel che sta arrivando ora sono i primi licenziamenti (primi in senso mediatico, non assoluto) a causa dell’IA (il punto è capire in che senso l’IA ne sarebbe la causa, visto quanto appena detto).

Duolingo, una nota app per imparare le lingue, ha annunciato che “smetterà gradualmente di utilizzare i collaboratori per svolgere il lavoro che l’intelligenza artificiale è in grado di gestire”, in un’e-mail inviata a tutti i dipendenti dal cofondatore e amministratore delegato Luis von Ahn. L’azienda – dice la comunicazione – sarà “IA-first”.

L’email di von Ahn fa seguito a una nota simile che l’amministratore delegato di Shopify Tobi Lütke aveva inviato ai dipendenti e recentemente condiviso online. In quella nota, Lütke affermava che prima che i team potessero chiedere un aumento dell’organico o delle risorse, dovevano dimostrare “perché non possono ottenere ciò che vogliono utilizzando l’IA”.

Nel caso dell’annuncio di Duolingo però non sono mancate critiche e prese di posizione, anche da utenti, riferisce Unilad. Ma è il giornalista Brian Merchant a raccogliere la testimonianza di uno di quei collaboratori che sarebbero stati lasciati a casa in nome dell’IA.

Secondo questa persona, Duolingo avrebbe già sostituito con sistemi di intelligenza artificiale fino a 100 dei suoi dipendenti, soprattutto gli scrittori e i traduttori che creano i particolari quiz e materiali didattici che hanno contribuito a creare l’identità dell’azienda. Secondo questo resoconto, i traduttori sarebbero stati licenziati nel 2023, gli scrittori sei mesi fa, nell’ottobre 2024.

Qua riporto direttamente le parole di Merchant:
“È successo all’improvviso”, mi ha detto il lavoratore, un autore che ha lavorato per anni nell’azienda, a condizione di anonimato. Ha detto che è stato “scioccante” quando ha ricevuto la notizia. “Stavamo lavorando con il loro strumento di intelligenza artificiale da un po’ di tempo, e non era assolutamente in grado di scrivere delle lezioni senza l’intervento di esseri umani”.
“È uno spaccato della crisi occupazionale dell’IA – continua Merchant – che si sta verificando proprio ora, non in un futuro lontano, e che è già più pervasiva di quanto si possa pensare”. Il collaboratore di Duolingo non è affatto solo. Quasi tutti gli artisti e gli illustratori professionisti che incontro mi raccontano di aver perso clienti e ingaggi a causa di aziende che si sono affidate all’IA invece di pagare il lavoro umano; alcuni sono stati espulsi del tutto dai loro settori.
Ho scritto per Wired di manager che stanno usando l’IA per sostituire artisti e designer nell’industria dei videogiochi. I doppiatori sono in sciopero da 9 mesi, in cerca di protezione dalle aziende che vorrebbero usare l’intelligenza artificiale per clonare le loro voci. Proprio questa settimana, il popolare sito di gaming Polygon è stato venduto alla content farm Valnet, spesso accusata di usare articoli generati dall’IA: quasi tutto il personale umano di Polygon è stato licenziato.
Non è chiaro se questo tipo di licenziamenti sia sufficiente per essere registrato nei dati economici, anche se ci sono segnali in tal senso. Scrivendo sull’Atlantic di questa settimana, il giornalista economico Derek Thompson sottolinea un fenomeno allarmante nel mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione dei neolaureati è insolitamente alto e storicamente alto rispetto al tasso di disoccupazione generale. Perché? Una teoria: le aziende assumono meno laureati per i lavori impiegatizi e utilizzano maggiormente l’IA. (…)
“Come ho già scritto in precedenza, la crisi occupazionale dell’AI non è dovuta alla nascita di programmi senzienti intorno a noi, che sostituiscano inesorabilmente e in massa i lavori umani. Si tratta invece di una serie di decisioni gestionali prese da dirigenti che cercano di ridurre i costi del lavoro e di consolidare il controllo delle loro organizzazioni”.
Lavoratori tech

Licenziamenti o peggioramento delle condizioni di lavoro stanno colpendo anche la classe privilegiata dei lavoratori tech, scrive il WSJ. In alcuni casi, commenta un executive coach di aziende tecnologiche, la riduzione di teste “non è perché le aziende non abbiano i soldi. Per molti versi, è a causa dell’IA e delle narrazioni che si sentono in giro su come sia meglio ridurre l’organizzazione”.

Quindi, argomenta il noto giornalista e scrittore Cory Doctorow, dopo l’enshittification delle piattaforme (termine già coniato dallo stesso che indica il progressivo peggioramento, per usare un eufemismo, delle piattaforme digitali nel tempo) siamo di fronte all’enshittification dei lavori tech.

Scrive poi Doctorow in riferimento alle narrazioni sull’IA che causano riduzione di personale: “Non si tratta della realtà effettiva dell’IA, ma piuttosto della storia secondo cui l’IA consentirebbe di “ridurre l’organizzazione”, di tagliare gli organici e gli stipendi e di impoverire gli (ex) prìncipi del lavoro. Lo scopo dell’IA non è rendere i lavoratori più produttivi, ma renderli più deboli quando contrattano con i loro capi”.

I lavoratori del settore tecnologico, argomenta Doctorow, possono evitare il destino dei lavoratori delle fabbriche, dei magazzini e delle consegne solo sindacalizzandosi.

Fonte

13/01/2025

Produttività in calo, ma più ore di lavoro: questo è il modello italiano

Le ultime statistiche pubblicate dall’Istat sulla produttività italiana confermano che il nodo, nella nostra economia, non è che “non c’è voglia di lavorare”, come troppo spesso si sente dire, ma che i capitalisti italiani non sanno o non vogliono investire.

Il modello del nostro paese è fondato sostanzialmente sullo sfruttamento intensivo, come in un paese che deve ancora trovare la via dello sviluppo.

L’analisi diffusa il 9 gennaio non considera attività quali locazione di beni immobili, del personale domestico, delle amministrazioni pubbliche e delle organizzazioni internazionali. Quello che rimane è il 71% del valore aggiunto complessivo e l’83% delle ore lavorate: la maggior parte dell’economia, in sostanza quella affidata all’iniziativa privata.

Il lasso di tempo considerato va dal 1995 al 2023, con i dati di quest’ultimo anno ancora preliminari, in quanto studiato a partire da fonti parziali. Ma le stime attuali parlano di una riduzione della produttività del lavoro del 2,5%, e la causa è nell’aumento delle ore lavorate maggiore rispetto a quello del valore aggiunto.

Le prime hanno segnato, infatti, un +2,7%, mentre il secondo solo un +0,2%, misurato in volume. A livello di settore, ciò ha portato a contributi negativi alla produttività del lavoro soprattutto da parte delle attività del commercio, trasporti, alberghi e pubblici esercizi; dell’industria in senso stretto; delle attività finanziarie e assicurative, e di quelle professionali.

Nel quasi ventennio considerato dall’Istat, la produttività del lavoro è aumentata a una media annua dello 0,4%, di gran lunga inferiore a quella della “UE a 27” (1,5%). Francia e Germania hanno registrato incrementi rispettivamente dell’1% e dell’1,3%, e seppur anch’esse oggi in crisi, ciò è indicatore di una gerarchia evidente nelle filiere continentali.

Infatti, a completare l’analisi c’è anche la valutazione della produttività del capitale. Viene specificato che gli “investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione […] permettono di innovare i processi produttivi e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività, al pari degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la Ricerca e sviluppo”.

Parliamo, insomma, della capacità del capitale nostrano di posizionarsi nei settori più avanzati delle filiere di oggi, quelle che guidano lo sviluppo. Nel 2023 la produttività del capitale si è ridotta dello 0,9%, dinamica che ha impattato sulla Produttività Totale dei Fattori (PTF), cioè l’efficienza con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo.

Il dato per il 2023 indica una riduzione della PTF del 2,5%, ma anche osservando le serie dal 1995 l’andamento è rimasto sostanzialmente immobile (+0,1%).

L’incremento del valore aggiunto, nello stesso periodo, è da attribuirsi quasi esclusivamente all’impiego di capitale e di lavoro, mentre è stato piuttosto trascurabile l’efficientamento della produzione.

Per concludere, è rimasto fermo il progresso tecnico espresso nella PTF, intaccando anche la dinamica della produttività del lavoro.

E quel che viene fuori da quest’ultimo rapporto dell’Istat è che il valore aggiunto aumenta solo perché si lavora di più (e si è costretti a lavorare di più perché i salari sono bassi, quindi aumenta l’estrazione del plusvalore assoluto, ma non c’è “progresso”).

Del resto, stando a un rapporto OCSE pubblicato ad inizio dell’anno scorso, con riferimento ai dati del 2022, le ore lavorate annualmente in media in Italia sono 1.694, ovvero rispetto a Germania e Olanda rispettivamente circa 350 e 270 in più.

Una realtà che si adatta male alla narrazione sugli “scansafatiche del Sud Europa”, e che parla semmai delle gerarchie continentali e del fallimento dei “prenditori” nostrani.

Fonte

01/09/2024

Lo scambio ineguale di lavoro nell’economia mondiale

Da decenni, a partire dagli studi di Samir Amin, si parla di “scambio ineguale” per descrivere i rapporti tra Nord e Sud del mondo, ovvero tra l’Occidente in cui il capitalismo è nato (Europa e Usa) e paesi meno sviluppati che fino ad un certo punto sono stati indicati come “Terzo Mondo” (il primo era l’Occidente, il secondo i paesi socialisti con al centro l’URSS).

La categoria provava a cogliere, con molto acume, lo sbilanciamento sistematico delle “ragioni di scambio” tra le due aree che si traduceva in appropriazione di ricchezza da parte del paesi del “centro” anche a prescindere dagli episodi (molto frequenti, peraltro) di vera e propria rapina a mano armata (golpe, invasioni, “rivoluzioni colorate”, ecc).

Mancava però una sufficiente base empirica, fatta di dati quantitativi e della loro evoluzione nel tempo, per dimostrare la consistenza dello “scambio ineguale” in termini di valore (ore lavorate, raggruppate per “livelli di competenza”) e di grandezze omogenee. Ossia confrontabili sul piano numerico e non solo su quello concettuale o intuitivo.

In assenza di questa base l’uso della categoria è diventata un modo di dire, un’allusione, una suggestione. Ma non un’arma della critica utilizzabile in una situazione concreta, nel conflitto politico e sociale.

Nel dibattito tra i marxisti degli anni ‘70 questa tematica era stata in parte affrontata sul piano teorico soprattutto da quanti si sono misurati con il problema della “trasformazione dei valori in prezzi”. Ovvero con la difficoltà storica di riscontrare quantitativamente l’estrazione di plusvalore che avviene nel processo lavorativo anche sul piano dei prezzi di mercato, che appaiono a prima vista dipendenti solo dalle classiche oscillazioni tra offerta e domanda.

Che le dinamiche di mercato abbiano la loro importanza è indubbio, ma come fa il valore a travasarsi da una produzione all’altra (tra imprese, sistemi di impresa, stati, aree economiche, ecc) in modo tale da assicurare ai capitali più avanzati (quelli a più alta composizione organica) un profitto notevolmente più alto di quello “naturale” in una certa impresa di un certo paese?

Un notevole contributo alla chiarificazione del problema arriva ora con lo studio condotto da Jason Hicksel, e pubblicato su Nature communication che qui vi proponiamo.

È intuitiva, ma non banale, la cascata delle conseguenze analitiche e politiche. La “ricchezza” dell’Occidente è data soprattutto dall’appropriazione delle ore di lavoro compiuto fuori dai propri confini, non da qualche “superiorità oggettiva” nella produzione.

I salari occidentali, per quanto congelati di fatto da oltre 30 anni, sono immensamente superiori al resto del mondo solo grazie a questa disparità abissale (anche del 90% e oltre). Le delocalizzazioni hanno sfruttato a fondo, e ulteriormente, il differenziale salariale.

Ma questo processo ha prodotto oggettivamente le condizioni per il suo superamento, ovvero la crescita dei salari nel Sud del mondo e, forse soprattutto (per ora), l’emergere di una consapevolezza (non necessariamente “socialista”, anzi) e di una necessità di autodeterminazione. Che si traduce, in qualche modo, nei termini del “multilateralismo”.

L’abstract è particolarmente esaustivo e dunque stimolante una lettura attenta. La sezione “metodi”, dopo il testo, non è stata tradotta ma può essere consultata tramite il link alla versione originale in inglese.

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Abstract

I ricercatori sostengono che le nazioni ricche si affidano a una grande appropriazione netta di lavoro e risorse dal resto del mondo attraverso uno scambio ineguale nel commercio internazionale e nelle catene globali del valore.

In questo studio, valutiamo empiricamente questa affermazione misurando i flussi di lavoro incorporato nell’economia mondiale dal 1995 al 2021, tenendo conto dei livelli di competenza, dei settori e dei salari.

Abbiamo scoperto che, nel 2021, le economie del Nord globale hanno appropriato in modo netto 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale, in tutti i livelli di competenza e settori. Il valore salariale netto di questo lavoro appropriato era equivalente a 16,9 trilioni di euro ai prezzi del Nord, tenendo conto del livello di competenza.

Questa appropriazione raddoppia grosso modo il lavoro disponibile per il consumo del Nord, ma impoverisce il Sud della capacità produttiva che potrebbe essere utilizzata invece per i bisogni umani e lo sviluppo locale.

Lo scambio ineguale è parzialmente determinato da disuguaglianze salariali sistematiche. Abbiamo scoperto che i salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari competenza.

Mentre i lavoratori del Sud contribuiscono al 90% del lavoro che alimenta l’economia mondiale, essi ricevono solo il 21% del reddito globale.

Introduzione

Gli studiosi di economia politica internazionale sostengono che la crescita e l’accumulazione di capitale negli stati ricchi del “centro” nel Nord globale dipendano dall’appropriazione di valore – lavoro, risorse e beni – dalle “periferie” e “semi-periferie” del Sud globale.

Nell’economia mondiale contemporanea, questa appropriazione avviene in gran parte attraverso ciò che gli studiosi definiscono come “scambio ineguale” nel commercio internazionale.

La letteratura in questo campo descrive come gli stati centrali e le imprese sfruttino il loro potere geopolitico e commerciale per comprimere salari, prezzi e profitti nel Sud globale, sia a livello delle economie nazionali che all’interno delle catene globali del valore (che rappresentano oltre il 70% del commercio), in modo che i prezzi nel Sud siano sistematicamente inferiori rispetto a quelli del Nord.

Le disuguaglianze nei prezzi costringono gli stati e i produttori del Sud a esportare ogni anno più lavoro e risorse incorporati nei beni commercializzati verso il Nord globale per pagare qualsiasi livello di importazione, permettendo così alle economie del Nord di appropriarsi in modo netto del valore a vantaggio del capitale e dei consumatori del Nord.

Si ritiene che le dinamiche dello scambio ineguale si siano intensificate negli anni ’80 e ’90 con l’imposizione di programmi di aggiustamento strutturale (SAP) in tutto il Sud globale. I SAP hanno svalutato le valute del Sud, ridotto l’occupazione pubblica e rimosso le protezioni per i lavoratori e l’ambiente, esercitando una pressione al ribasso su salari e prezzi.

Hanno anche ridotto le politiche industriali e gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico, costringendo i governi del Sud a dare priorità alla produzione “orientata all’esportazione” in settori altamente competitivi e in posizioni subordinate all’interno delle catene globali del valore.

Allo stesso tempo, le imprese leader negli stati centrali hanno spostato la produzione industriale verso il Sud globale per sfruttare direttamente salari e costi di produzione più bassi, mentre utilizzano il loro dominio nelle catene globali del valore per ridurre i salari e i profitti dei produttori del Sud. Questi interventi hanno ulteriormente aumentato il potere d’acquisto relativo del Nord rispetto al lavoro e ai beni del Sud.

Diversi studi hanno cercato di quantificare indirettamente l’entità dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, aggiustando i volumi commerciali monetari per le disparità Nord-Sud nei salari o nei prezzi generali.

La ricerca più recente ha utilizzato modelli di input-output multi-regionali estesi a livello ambientale (EEMRIO), che ci permettono di tracciare i flussi di risorse incorporati nel consumo finale di ciascuna nazione.

Questi studi dimostrano empiricamente che le economie centrali si basano su un’appropriazione fisica netta di lavoro e risorse incorporati dal Sud globale.

Tuttavia, questa ricerca non ha finora analizzato direttamente le dinamiche dei prezzi associate al tempo di lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud. Inoltre, non ha risposto alle domande riguardanti l’entità delle disparità salariali Nord-Sud e lo scambio ineguale, che potrebbero essere un effetto delle differenze nel tipo di lavoro svolto, come in termini di livello di competenza o settore (ad esempio, se le disuguaglianze salariali sorgono perché il Sud commercia lavoro poco qualificato per lavoro altamente qualificato, o beni primari per beni secondari).

In questo studio, utilizziamo il modello EEMRIO EXIOBASE per tracciare i flussi di lavoro incorporato tra Nord e Sud, tenendo conto per la prima volta direttamente di settori, salari e livelli di competenza (come definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, descritta nei Metodi).

Questo ci consente di definire l’entità dell’appropriazione del lavoro attraverso lo scambio ineguale in termini di tempo di lavoro fisico, rappresentandolo anche in termini di valore salariale, in un modo che tiene conto della composizione per livello di competenza del lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud.

La nostra categoria per il Nord globale si avvicina all’elenco FMI delle “economie avanzate”, con il Sud che comprende tutte le economie emergenti e in via di sviluppo (vedi Metodi).

Tutte le unità monetarie sono in euro costanti del 2005, corrette per l’inflazione, rappresentate ai tassi di cambio di mercato (MER), appropriati per confronti internazionali del potere d’acquisto del reddito nell’economia globale (vedi Metodi).

Arriviamo a diverse conclusioni principali. (1)

Scopriamo che il lavoro di produzione nell’economia mondiale, in tutti i livelli di competenza e settori, è prevalentemente svolto nel Sud globale (in media 90–91%), ma i risultati della produzione sono sproporzionatamente catturati nel Nord globale. (2) Il Nord si è appropriato in modo netto di 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale nel 2021 (in altre parole, al netto del commercio).

Questa appropriazione netta avviene in tutte le categorie di competenza e settori, inclusa una grande appropriazione netta di lavoro altamente qualificato. (3)

Il valore salariale netto del lavoro appropriato era di 16,9 trilioni di euro nel 2021, rappresentato nei salari del Nord, tenendo conto del livello di competenza. In termini di valore salariale, il drenaggio di lavoro dal Sud è più che raddoppiato dal 1995. (4)

I divari salariali Nord-Sud sono aumentati drasticamente nel periodo considerato, in tutte le categorie di competenza e settori, nonostante un piccolo miglioramento nella posizione relativa del Sud. I salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto ai salari del Nord per lavoro di pari competenza nel 2021, e dell’83–98% per lavoro di pari competenza nello stesso settore. (5)

La quota del PIL destinata ai lavoratori è generalmente diminuita nel periodo, di 1,3 punti percentuali nel Nord globale e di 1,6 punti percentuali nel Sud globale.

Risultati

Contributi alla produzione globale

Abbiamo scoperto che, nel 2021, l’ultimo anno dei dati, 9,6 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione destinata all’economia globale. Di queste, il 90% è stato fornito dal Sud globale (Fig. 1).

Il Sud ha contribuito con la maggior parte del lavoro in tutti i livelli di competenza: il 76% di tutto il lavoro altamente qualificato, il 91% del lavoro mediamente qualificato e il 96% del lavoro poco qualificato. Nello stesso anno, 2,1 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione di beni commercializzati a livello internazionale (l’uso di “beni commercializzati” in questo documento si riferisce sia ai beni che ai servizi).

Il contributo relativo Nord-Sud alla produzione di beni commercializzati è simile a quello della produzione totale, con il Sud che contribuisce al 91% di tutto il lavoro (73% di tutto il lavoro altamente qualificato, 93% del lavoro mediamente qualificato e 96% del lavoro poco qualificato). Si noti che le ultime cifre sono sottostime, dato che la maggior parte dei paesi del Sud globale sono aggregati in regioni in EXIOBASE (vedi Tabella Supplementare 1) e il commercio all’interno di queste regioni non è rappresentato.

Il contributo del Sud alla produzione globale totale è aumentato costantemente nel periodo dal 1995, in tutte le categorie di competenze. L’aumento maggiore si è verificato nella categoria delle competenze elevate, con il contributo del Sud alla produzione ad alta competenza che è passato dal 66% del totale mondiale nel 1995 (1,9 volte superiore rispetto al Nord) al 76% nel 2021 (3,2 volte superiore rispetto al Nord).

Infatti, il Sud ora contribuisce con più lavoro ad alta competenza all’economia mondiale (1124 miliardi di ore nel 2021) rispetto a tutto il contributo combinato del lavoro ad alta, media e bassa competenza del Nord globale (971 miliardi di ore nel 2021).

Il Sud contribuisce anche alla stragrande maggioranza del lavoro in tutti i settori aggregati che abbiamo derivato da EXIOBASE, inclusi agricoltura (99%), estrazione mineraria (99%), manifattura (93%), servizi (80%) e “altro” (89%). Vedi Metodi per le aggregazioni settoriali.

Nonostante abbia contribuito al 90-91% del lavoro totale che entra nella produzione globale e nella produzione di beni commerciati nel 2021, inclusa la maggior parte del lavoro ad alta competenza, il Sud globale ha ricevuto meno della metà (44%) del reddito globale, e i lavoratori del Sud hanno ricevuto solo il 21% del reddito globale in quell’anno.

In altre parole, mentre la produzione globale è prevalentemente realizzata nel Sud globale, i rendimenti sono catturati in modo sproporzionato dal Nord globale, indicando un controllo sproporzionato del prodotto globale.

La Tabella 1 mostra che il numero totale di lavoratori occupati e il numero totale di ore lavorate è aumentato sia nel Nord che nel Sud dal 1995 al 2021, con un aumento significativamente maggiore nel Sud globale.

Le righe finali illustrano diversi punti interessanti. In primo luogo, vediamo che i lavoratori del Sud globale forniscono costantemente più lavoro per lavoratore rispetto a quelli del Nord, con margini ampi. Nell’ultimo anno di dati, i lavoratori del Sud hanno lavorato in media 466 ore in più rispetto ai loro omologhi del Nord (26% in più).

In secondo luogo, vediamo che nel Nord il tempo di lavoro per lavoratore è diminuito del 7% nel periodo, mentre nel Sud è aumentato dell’1%. Nella misura in cui l’aumento del tempo di lavoro ha contribuito alla crescita economica globale negli ultimi 25 anni, questo onere è stato sostenuto in gran parte dai lavoratori nel Sud globale.

Scambio ineguale di lavoro

La nostra analisi conferma un modello sostanziale e persistente di scambio ineguale tra il Nord e il Sud globale. Nel 2021, il Nord globale ha importato 906 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud, esportandone solo 80 miliardi in cambio (un rapporto di 11:1). In media, durante il periodo considerato, il Nord ha importato 15 volte più lavoro dal Sud di quanto ne abbia esportato in cambio.

In altre parole, il Nord si appropria in modo netto di grandi quantità di lavoro dal Sud. Questa appropriazione netta si verifica in tutte le categorie di competenze, incluso il lavoro ad alta competenza.

In media, il Nord importa 4 volte più lavoro ad alta competenza dal Sud di quanto ne esporti, insieme a 17 volte più lavoro a media competenza e 29 volte più lavoro a bassa competenza. La Figura 2 mostra le esportazioni e le importazioni di lavoro da parte del Sud globale nel periodo 1995-2021.

Lo scambio ineguale di lavoro descritto sopra non è spiegato dalle differenze settoriali. Abbiamo riscontrato che il Nord globale importa in modo netto grandi quantità di lavoro dal Sud in tutti i livelli di competenze e in tutti e cinque i settori.

In media, il Nord ha importato 120 volte più lavoro agricolo di quanto ne abbia esportato, 110 volte più lavoro minerario, 11 volte più lavoro manifatturiero e 6 volte più lavoro nei servizi.

In altre parole, non è vero che il Nord importa lavoro netto nella produzione primaria dal Sud mentre esporta una quantità minore di lavoro nella produzione secondaria e terziaria. Al contrario, il Nord globale dipende da un’appropriazione netta di lavoro dal Sud in tutti i settori, inclusi la manifattura e i servizi.

Non esiste alcun settore in cui il Nord esporti lavoro netto verso il Sud. Questo è dimostrato nella Figura Supplementare 1.

I risultati della serie temporale dimostrano che la posizione del Sud globale è peggiorata durante il periodo 1995-2005, con il rapporto di scambio Sud-Nord che è aumentato da 17:1 nel 1995-97 a 21:1 nel 2003-2005.

Durante questo periodo, caratterizzato da politiche di aggiustamento strutturale draconiane applicate negli anni ’80 e ’90, le economie del Sud sono state costrette ad aumentare le loro esportazioni di lavoro incorporato del 24% semplicemente per mantenere la stessa quantità di importazioni dal Nord.

La posizione del Sud è migliorata nel decennio successivo (2005-2015), poiché le politiche di aggiustamento più aggressive sono state allentate e con l’inizio del boom delle materie prime, con il rapporto di scambio che è sceso a 10:1. Questo miglioramento è stato guidato principalmente da un miglioramento nella posizione della Cina. Tuttavia, i miglioramenti si sono arrestati dal 2015 e si è verificata una certa regressione.

Le Figure 3 e 4 mostrano la quantità totale di lavoro appropriato in modo netto dal Nord durante il periodo, per livello di competenze e settore, rispettivamente. Il Nord appropria in modo netto lavoro in tutti i livelli di competenze e in tutti i settori. Vale la pena notare che l’appropriazione nei settori secondario e terziario (manifatturiero e servizi) è ora maggiore rispetto ai settori primari (agricoltura ed estrazione mineraria), e in effetti questo è stato il caso per la maggior parte del periodo considerato.


L’appropriazione netta totale è aumentata dal 1995 fino a un picco nel 2005, per poi diminuire nel decennio 2005-2015. Abbiamo riscontrato che la diminuzione durante il periodo 2005-2015 corrisponde a un miglioramento dei salari nel Sud rispetto a quelli del Nord. Tuttavia, questo miglioramento si è arrestato nel 2015 e i rapporti salariali si sono stabilizzati (vedi la sezione intitolata “Tendenze salariali” qui sotto).

L’appropriazione è aumentata negli anni successivi, spinta da un incremento del volume degli scambi commerciali. Nel 2021 la quantità totale di appropriazione netta ha raggiunto 826 miliardi di ore. Questi dati sono sostanzialmente più grandi di quanto rilevato in studi precedenti (vedi Discussione Supplementare 3 per i dettagli).

I flussi netti dalla Cina verso il Nord rappresentano circa un sesto dei flussi totali netti Sud-Nord. È importante notare che il flusso netto Sud-Nord di lavoro incorporato non viene “pagato” da un flusso netto opposto di terra, energia o materiali incorporati (al contrario, si verificano ampi flussi netti Sud-Nord in tutte le categorie di input).

Abbiamo riscontrato che questo modello di appropriazione netta svolge un ruolo importante nel consumo del Nord (Fig. 5). In qualsiasi anno, il Nord consuma circa il doppio del lavoro che rende, grazie all’appropriazione attraverso lo scambio ineguale. Nel 2021, il lavoro appropriato in modo netto ha rappresentato il 46% del consumo totale di lavoro del Nord.

La Figura 5 mostra anche che le economie del Nord globale sono diventate sempre più dipendenti dal lavoro a bassa competenza, la stragrande maggioranza del quale è appropriata in modo netto dal Sud globale (71% nel 2021).

Sebbene la maggior parte dell’appropriazione netta di lavoro dal Sud da parte del Nord sia costituita da lavoro a competenze medie, l’appropriazione netta di lavoro ad alta competenza costituisce comunque una caratteristica significativa delle economie del Nord. Abbiamo riscontrato che le economie del Nord globale appropriano in modo netto più lavoro ad alta competenza dal Sud globale (52 miliardi di ore nel 2021) di quanto ne ottengano e consumino attraverso il commercio Nord-Nord (31 miliardi di ore nel 2021).

Il valore salariale dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale

Come hanno evidenziato studi precedenti, poiché salari e prezzi sono un risultato del potere contrattuale nell’economia mondiale (oltre al livello di mercificazione, all’estensione della concentrazione monopolistica, ecc.) così come delle dinamiche di domanda e offerta, non è possibile assegnare un “vero” valore monetario al lavoro. Il massimo che possiamo fare è rappresentare il lavoro in termini dei salari prevalenti sperimentati dai diversi agenti nell’attuale economia capitalista mondiale, puramente come punto di riferimento.

Studi precedenti sullo scambio ineguale, inclusi quelli di Samir Amin, sostengono che l’appropriazione netta di lavoro nascosto dal Sud globale dovrebbe essere rappresentata in termini dei salari prevalenti nel Nord; in altre parole, dalla prospettiva dei lavoratori e dei produttori del Nord. Questo è l’approccio che adottiamo qui.

Per prima cosa, abbiamo stabilito la scala del tempo di lavoro appropriato in modo netto per ciascun livello di competenza per ogni anno. Abbiamo quindi moltiplicato il tempo di lavoro appropriato in modo netto per i salari che i lavoratori del Nord ricevono per lo stesso livello di competenza, reso nella produzione di beni commerciati (ignorando i beni prodotti per il consumo interno finale).

Il lavoro è quindi confrontato in maniera omogenea: per esempio, la quantità appropriata di lavoro a bassa competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro a bassa competenza, la quantità appropriata di lavoro ad alta competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro ad alta competenza, ecc.

In questo modo, abbiamo calcolato il valore salariale del lavoro appropriato in una maniera che risponde a domande di lunga data su quanto questo sia influenzato dalla composizione dei livelli di competenza nello scambio.

I nostri risultati mostrano che nel 2021 il valore salariale del lavoro appropriato in modo netto dal Sud era pari a 16,9 trilioni di euro, in EUR costanti del 2005 (Fig. 6). In altre parole, se i lavoratori del Nord dovessero svolgere la quantità di lavoro appropriato in modo netto a livello domestico, costerebbe 16,9 trilioni di euro in termini di salari (vedi Discussione Supplementare 1 per ulteriori interpretazioni).

La serie temporale mostra che il valore salariale dell’appropriazione è più che raddoppiato dal 1995. Grandi aumenti si sono verificati alla fine degli anni ’90, continuando una traiettoria ascendente iniziata durante il periodo di aggiustamento strutturale neoliberale negli anni ’80.

L’appropriazione si è stabilizzata dai primi anni 2000 al 2015, e da allora è ulteriormente aumentata. Nel periodo 1995-2021, il valore salariale totale del lavoro appropriato in modo netto ammonta a 310 trilioni di euro.

Per maggiore solidità, abbiamo anche calcolato il valore salariale della manodopera appropriabile netta utilizzando i salari del Nord per ciascun livello di competenza nel settore pertinente (in altre parole, abbiamo valutato la quantità di manodopera appropriabile netta nel settore dei servizi con il salario del Nord per il lavoro ad alta qualifica nel settore dei servizi, ecc.)

I risultati sono solo marginalmente inferiori, 14.200 miliardi di euro nel 2021. Il punto debole di questo approccio è che dà per scontate le grandi disuguaglianze salariali tra i settori all’interno del Nord globale, anche quando si corregge per le competenze, che sono dovute in gran parte ai salari estremamente bassi in agricoltura (fino a 2-3 euro all’ora; si veda la Fig. 2 supplementare). Tuttavia, è utile dimostrare che l’ampia scala del valore salariale del lavoro netto non può essere spiegata da differenze settoriali.

Tendenze salariali

Il divario salariale tra Nord e Sud è ampio e in aumento nel tempo per tutte le categorie di competenze (Fig. 7). Anche in questo caso, valutiamo solo la manodopera coinvolta nella produzione di beni commerciali.

I salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord a parità di competenze, cioè a parità di lavoro secondo la definizione dell’ILO. I salari del Sud sono inferiori dell’87% per la manodopera ad alta qualifica, del 93% per quella a media qualifica e del 95% per quella a bassa qualifica.

La disparità è così estrema che la manodopera altamente qualificata nel Sud globale riceve il 68% in meno rispetto a quella poco qualificata nel Nord globale. Detto altrimenti, per ogni ora di lavoro a un determinato livello di competenza, i lavoratori del Nord sono in grado di consumare 8-19 volte di più del prodotto globale rispetto ai lavoratori del Sud (8 volte di più per la manodopera ad alta qualifica, 14 volte di più per quella a media qualifica e 19 volte di più per quella a bassa qualifica).

Gli aumenti salariali del Sud non hanno eguagliato quelli del Nord in termini assoluti. Il salario medio del Sud è passato da 0,46 a 1,62 euro l’ora (con un aumento di 1,16 euro), mentre il salario medio del Nord è passato da 12,60 a 24,95 euro l’ora (con un aumento di 12,35 euro). I salari del Nord sono aumentati 11 volte di più di quelli del Sud. Non si tratta di un “recupero”, ma al contrario di un modello di drammatica divergenza.

Questi risultati indicano che i lavoratori del Sud globale, che ricevono in media 1,62 euro all’ora, svolgono la stragrande maggioranza (90%) della manodopera che produce per l’economia globale, la stragrande maggioranza (91%) della manodopera che produce beni scambiati e quasi la metà (46%) della manodopera che sostiene la crescita e il consumo nel Nord globale (al netto del commercio). L’economia globale è caratterizzata da un regime di manodopera a basso costo.

Questi divari salariali non sono spiegati dalle differenze settoriali. I nostri risultati mostrano divari salariali Nord-Sud ampi e crescenti per tutti i livelli di competenza in tutti i settori analizzati.

Nell’agricoltura, i salari del Sud sono inferiori dell’85-91% rispetto a quelli del Nord per ogni livello di competenza. Nel settore minerario, i salari del Sud sono inferiori del 93-98%. Nel settore manifatturiero, 89-94% in meno. Nei servizi, 83-90% in meno (si veda la Fig. 2 supplementare per i risultati completi).

Nonostante l’aumento dei divari salariali, si è registrata una certa riduzione della disuguaglianza relativa tra Nord e Sud. Nel 2021, il salario medio del Sud era inferiore del 94% rispetto al salario medio del Nord, un piccolo miglioramento rispetto al 96% del 1995 (Fig. 8). Il miglioramento della posizione del Sud si è verificato nel periodo dal 2005 al 2015. Da allora i miglioramenti sono cessati e, in parte, diminuiti.

Quota del lavoro sul PIL

Scopriamo che, a livello globale, il lavoro ha ricevuto, in media, il 51,6% del PIL mondiale nel quinquennio 2017-2021. In altre parole, solo la metà di tutto il valore prodotto nell’economia mondiale (che è rappresentato nei prezzi e incluso nei conti del PIL) è catturato dai lavoratori sotto forma di salari.

Come mostra la figura 9, si tratta di un calo rispetto alla fine degli anni ’90 (1995-1999), quando la quota del lavoro sul PIL era in media del 54,7%.

La quota dei lavoratori del Sud sul PIL del Sud è notevolmente inferiore alla media globale, con una media del 47,5% nel periodo 2017-2021, mentre la quota dei lavoratori del Nord sul PIL del Nord è superiore, con una media del 54,7% nello stesso periodo. Ciò indica che le classi lavoratrici del Sud sono più deboli nei confronti del capitale nazionale rispetto alle classi lavoratrici del Nord.

In entrambi i casi, la posizione del lavoro è peggiorata dalla fine degli anni ’90: di 1,3 punti percentuali nel Sud e di 1,6 punti percentuali nel Nord.

Discussione

I risultati di questo studio dimostrano il verificarsi di ingenti trasferimenti netti di lavoro vivo dal Sud al Nord del mondo attraverso scambi ineguali nel commercio internazionale e nelle catene di fornitura globali, a tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, per un totale di 826 miliardi di ore nel 2021.

Questi risultati illustrano diverse caratteristiche importanti dell’economia mondiale.

In primo luogo, è chiaro che le economie del Nord dipendono in modo sostanziale dal l’appropriazione netta da parte del Sud globale. L’appropriazione netta di manodopera comprende circa la metà della manodopera totale che fornisce beni e servizi per il consumo del Nord.

In altre parole, questa dinamica raddoppia la quantità totale di manodopera disponibile per le economie del Nord globale, che sostiene i loro alti livelli di consumo e di ricchezza e ne sostiene la crescita economica. Altri 826 miliardi di ore di lavoro del Sud sono di fatto aggiunte alle economie del Nord come “lavoro fantasma” invisibile.

Alla luce di questa dinamica, è chiaro che il modello di sviluppo del Nord non può essere universalizzato, in quanto si basa sull’appropriazione di altre risorse.

Inoltre, è improbabile che gli attuali livelli di consumo aggregato del Nord possano essere mantenuti in condizioni di commercio equo. Per mantenere i consumi attuali, le popolazioni del Nord dovrebbero aumentare in modo sostanziale le ore di lavoro (e allo stesso tempo impegnare sostanzialmente più terra, materiali ed energia nella produzione), il che sarebbe socialmente e politicamente difficile da realizzare.

È plausibile che le persone preferirebbero invece rinunciare ad alcuni tipi di produzione (ad esempio, la produzione di beni per il consumo d’élite) o passare a forme di approvvigionamento che richiedono meno manodopera (ad esempio, il trasporto pubblico invece dell’auto privata).

I nostri risultati indicano anche che il Sud globale viene svuotato di una grande quantità di capacità produttiva attraverso lo scambio ineguale (il 9-16% della sua capacità produttiva totale, in termini di lavoro, viene svuotato in un dato anno). 826 miliardi di ore di lavoro nel 2021 equivalgono a 369 milioni di lavoratori (ipotizzando 2.236 ore per lavoratore all’anno, che è la media del Sud globale presentata nella Tabella 1). Si tratta di una cifra superiore alla forza lavoro totale degli Stati Uniti e dell’Unione Europea messi insieme.

Questa quantità di manodopera potrebbe essere mobilitata per produrre alloggi e cibo nutriente per le comunità del Sud globale, o per costruire e impiegare il personale di ospedali e scuole, soddisfacendo così i bisogni umani locali e raggiungendo i necessari obiettivi di sviluppo; invece – a causa della compressione della manodopera e dei produttori del Sud e dei vincoli posti alla capacità degli Stati del Sud di sviluppare una maggiore sovranità economica – viene appropriata per produrre all’interno di catene di approvvigionamento globali che servono alla crescita, al consumo e all’accumulazione del Nord.

Si ritiene che lo scambio ineguale sia guidato in parte dai grandi divari salariali tra Nord e Sud. Scopriamo che i salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari abilità.

La nostra analisi conferma le argomentazioni di altri (ad esempio Ruy Mauro Marini, Samir Amin, Arrighi, Emmanuel, ecc.) secondo cui questi divari salariali non possono essere spiegati da differenze settoriali, in quanto prevalgono in tutti i settori dell’economia: i salari dei lavoratori del Sud sono più bassi dell’83-98% per lavori di pari abilità all’interno dello stesso settore.

In termini assoluti, questi divari salariali sono aumentati sostanzialmente nel tempo, in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, indicando un costante aumento della disuguaglianza assoluta di reddito tra Nord e Sud, nonostante un certo miglioramento della posizione relativa del Sud nel periodo 2005-2015.

Ciò si è verificato nonostante il costante aumento della produzione industriale come quota della produzione totale nel (e delle esportazioni dal) Sud del mondo durante il periodo studiato (13, 14) .

Concludiamo che, mentre i lavoratori del Sud contribuiscono alla maggior parte (90-91%) della manodopera che alimenta l’economia mondiale, ricevono solo il 21% del PIL globale. I rendimenti della produzione sono catturati in modo sproporzionato nel Nord globale.

È interessante notare che i nostri risultati, che descrivono la dipendenza del Nord da manodopera altamente qualificata proveniente dal Sud, confermano le dichiarazioni degli amministratori delegati di grandi aziende, i quali hanno affermato che la quantità necessaria di manodopera ingegneristica altamente qualificata per sostenere la loro produzione non è disponibile negli Stati del Nord e quindi questa produzione deve essere effettuata all’estero.

L’ex amministratore delegato di Apple, Steve Jobs, ha dichiarato che la sua azienda aveva bisogno di 30.000 ingegneri; secondo le sue parole, “in America non se ne trovano così tanti da assumere” [26] . L’attuale CEO Tim Cook ha sottolineato che la produzione di Apple si basa su grandi quantità di manodopera altamente qualificata in Cina per l’ingegneria avanzata, gli strumenti e l’innovazione. “Negli Stati Uniti si potrebbe tenere una riunione di ingegneri degli utensili e non sono sicuro che riusciremmo a riempire la stanza. In Cina si potrebbero riempire diversi campi da calcio (25).

La manodopera altamente qualificata nel Sud globale è pagata una frazione di quella del Nord, nonostante il fatto che le aziende del Nord non possano funzionare senza di essa.

Il nostro studio dimostra che i divari salariali tra Nord e Sud e lo scambio ineguale di manodopera non possono essere spiegati dal livello di competenza o dalle differenze settoriali, poiché entrambe le dinamiche persistono in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori. Tuttavia, una parte dello scambio ineguale può essere dovuta a differenze di produttività (ad esempio, se i lavoratori del Sud producono meno ore di lavoro rispetto ai lavoratori del Nord). Lo scambio ineguale è a volte concettualizzato come un trasferimento al netto delle differenze di produttività (9, 10).

Non è semplice valutare questo aspetto dal punto di vista empirico. I parametri standard di produttività misurano la produzione in termini di reddito o di PIL per persona occupata, che sono parametri di prezzo e non rivelano nulla della produzione fisica. Queste metriche non possono essere utilizzate per i nostri scopi: ci dicono che i salari e i prezzi del Sud sono più bassi di quelli del Nord, ma è proprio questo che deve essere spiegato (27, 28).

Gli studi sullo scambio ineguale sostengono che i prezzi sono un artefatto degli squilibri di potere (tra lavoro e capitale, fornitori e aziende leader, periferia e centro) e, pertanto, non possono essere considerati una rappresentazione accurata del valore. Se i salari e i prezzi del Sud sono compressi, la “produttività” del Sud sembrerà peggiorare anche se non c’è alcun cambiamento nella produzione fisica effettiva.

Per valutare correttamente le dinamiche della produttività sarebbe necessario misurare la produzione fisica in settori comparabili (per ulteriori approfondimenti si veda la Discussione supplementare 2).

Ci sono diverse ragioni per ritenere che le differenze di produttività fisica non possano spiegare gli ampi divari salariali tra Nord e Sud e le disuguaglianze negli scambi che osserviamo.

In primo luogo, nel caso delle industrie di esportazione (piuttosto che dei settori di sussistenza e non commerciali), la maggior parte della produzione nel Sud è realizzata con tecniche moderne, spesso con tecnologie fornite dal capitale internazionale (9, 10, 14, 20). È stato riscontrato che i lavoratori di queste industrie producono una quantità di prodotto fisico per ora pari o superiore a quella delle loro controparti del Nord (20, 29).

La produzione del Sud è inoltre caratterizzata da una maggiore intensità di manodopera, in quanto i lavoratori sono soggetti a rigidi sistemi di controllo volti a massimizzare la produzione in misura tale da non rispettare le norme sul lavoro vigenti nel Nord (30, 31, 32).

In secondo luogo, nei casi in cui le industrie esportatrici del Sud operano con tecnologie meno efficienti, le differenze di produttività rappresentano solo una piccola parte del divario salariale tra Nord e Sud e dell’appropriazione netta del tempo di lavoro (9, 20).

Il fatto fondamentale è che le imprese del Nord scelgono di utilizzare la manodopera del Sud non solo perché i salari per ora lavorata sono più economici, ma perché i salari sono più economici per unità di produzione fisica (13). La delocalizzazione avviene proprio perché la differenza salariale tra Nord e Sud è maggiore di qualsiasi differenza di produttività fisica.

In terzo luogo, le produttività fisiche possono essere confrontate in modo significativo solo per compiti e prodotti identici. Per molte industrie e categorie di prodotti, la produzione del Sud non ha un contraltare nel Nord, perché non può o non viene realizzata lì (come nel caso del caffè, del coltan, degli smartphone, del fast fashion, ecc.).

In questi casi, le produttività non possono essere confrontate e non possono spiegare le disuguaglianze salariali e gli scambi ineguali. Un’analisi più approfondita è disponibile nella Discussione supplementare 2.

È importante notare che, nei casi in cui esistono differenze di produttività fisica, spesso ciò è dovuto al fatto che per il capitale è più redditizio utilizzare metodi più economici e ad alta intensità di manodopera piuttosto che investire in attrezzature moderne – soprattutto nei casi in cui gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico sono stati ridotti dai programmi di aggiustamento strutturale, o in cui i brevetti impediscono l’accesso a prezzi vantaggiosi alle tecnologie necessarie – proprio perché i salari del Sud sono mantenuti a livelli artificialmente bassi (34, 35).

Questa situazione avvantaggia i consumatori del Nord con beni più economici e il capitale del Nord con un maggiore surplus. In questi casi, l’uso di metodi ad alta intensità di lavoro facilita il trasferimento di valore e deve essere inteso come uno scambio ineguale.

In queste condizioni, il Sud è costretto a destinare alla produzione per il commercio internazionale una quantità di manodopera maggiore di quella che sarebbe necessaria se la tecnologia fosse impiegata in modo più razionale ed equo, drenando così – e sprecando – una capacità produttiva cruciale che potrebbe altrimenti essere destinata alla produzione di beni e servizi necessari per il benessere e lo sviluppo locale (si veda la Discussione supplementare 2).

Questo studio ha valutato i flussi di lavoro incarnato tra il centro e la periferia. Questo approccio è chiaramente utile per un’ampia analisi del sistema mondiale, ma può oscurare altre dinamiche importanti.

In futuro potrebbe essere utile esplorare una ripartizione regionale più dettagliata, per valutare come la periferia e la semiperiferia (o i Paesi a basso e medio reddito) siano influenzati in modo diverso dalla disparità di scambio. Sarebbe inoltre opportuno valutare le dinamiche di classe e le disuguaglianze all’interno dei Paesi.

Si dovrebbe comprendere che lo scambio ineguale è in ultima analisi guidato dalle società e dagli investitori che controllano le catene di approvvigionamento e dagli Stati che determinano le regole del commercio e della finanza internazionale, non dai lavoratori o dai consumatori.

I modelli di scambio ineguale possono operare anche all’interno dei Paesi, attraverso lo sfruttamento delle “periferie interne” (36) (come la manodopera agricola a bassissimo salario nel nucleo centrale, come visibile nella Fig. 2 supplementare).

Infine, la nostra analisi non si estende alle dinamiche di genere, compreso il lavoro domestico non retribuito o la riproduzione sociale, che sono anch’esse costitutive dello scambio ineguale e che dovrebbero essere esplorate nelle future ricerche EEMRIO (37, 38).

I risultati di questo studio suggeriscono che la persistenza della povertà globale e del sottosviluppo è, in gran parte, un effetto dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, che è, a sua volta, un effetto della soppressione dei salari o della deflazione dei redditi nella periferia.

Le popolazioni del Sud globale subiscono una riduzione dei consumi, in modo che il lavoro, le risorse e i beni siano più facilmente disponibili per l’appropriazione da parte degli Stati e delle imprese del Nord. Questa dinamica ci aiuta anche a comprendere la persistente disuguaglianza tra il nucleo e la periferia.

In condizioni di scambio ineguale – dove la produzione dei Paesi più poveri viene destinata al consumo dei Paesi più ricchi – la convergenza non è realizzabile. Lo sviluppo e l’eliminazione della povertà, e qualsiasi traiettoria plausibile per ridurre la disuguaglianza globale, richiedono uno spostamento dell’equilibrio di potere tra Nord e Sud, in modo che quest’ultimo sia in grado di recuperare le proprie capacità produttive per soddisfare i bisogni umani.

A tal fine, i livelli salariali internazionali e i prezzi minimi delle risorse potrebbero contribuire a ridurre le disuguaglianze di prezzo e a limitare i trasferimenti di valore.

Per porre fine alle disuguaglianze di scambio sarà inoltre necessario porre fine alle condizioni di aggiustamento strutturale della finanza e democratizzare le istituzioni della governance economica globale, in modo che i governi del Sud del mondo siano liberi di utilizzare la politica industriale, fiscale e monetaria per perseguire uno sviluppo sovrano e ridurre la loro dipendenza dal capitale del Nord.

Tuttavia, è improbabile che tali riforme vengano imposte dall’alto. Ciò richiederà una lotta politica per l’autodeterminazione nazionale e la sovranità economica di portata simile al movimento anticoloniale del XX secolo.

Note

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Fonte