Quando la spina dorsale dell’industria del cuore produttivo d’Europa manda segnali di crisi profonda, dovrebbe essere un monito chiaro per il fallimento delle politiche economiche e industriali della classe politica del Vecchio Continente, così come della sua borghesia. Invece, come sempre, la soluzione che i colossi tedeschi dell’automobile sembrano delineare per le proprie difficoltà viene promossa sulla pelle dei lavoratori, per mantenere a galla i profitti.
Il caso che sta facendo più “rumore” in questi giorni è quello di Volkswagen. La casa automobilistica si starebbe infatti preparando a varare un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue”, come si suol dire. Sul tavolo del CEO Oliver Blume sembra ci sia la prospettiva di chiusura di quattro stabilimenti, a cui si accompagnerebbe il licenziamento di 100 mila lavoratori, ovvero il doppio rispetto al numero di tagli discussi sin dallo scorso marzo.
L’azienda conta circa 660 mila dipendenti a livello globale, e oltre il 40% è concentrato in Germania. Non si sa, nel caso in cui tale piano venisse approvato, dove si concentrerebbero i licenziamenti, ma è chiaro che molti sarebbero proprio in madrepatria, considerato che i quattro siti a rischio sembra siano i tre a marchio VW ad Hannover, Zwickau ed Emden, e lo stabilimento Audi di Neckarsulm.
Ciò rappresenterebbe un’evidente sconfitta per chi si è alternato al governo di Berlino negli ultimi anni, rendendo più tesa la situazione politica che già vede un significativo scivolamento verso l’estrema destra dell’AfD. Intanto, i mercati hanno risposto a tali indiscrezioni facendo precipitare il titolo Volkswagen ai minimi da 16 anni. La “cura” McKinsey non sembra più così assurda.
Parallelamente, la compagnia prevede anche una contrazione degli investimenti di circa il 15%, riducendoli a poco più di 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Una scelta che sembra assurda date le motivazioni alla base della crisi dell’automotive tedesco, ovvero la concorrenza cinese: nel 2024 la BYD ha scalzato Volkswagen dal primo posto nelle vendite sul mercato interno, e ora i produttori cinesi stanno arrivando con sempre più forza nel mercato europeo.
C’è poi la guerra commerciale di Washington e la debolezza della domanda domestica (e non potrebbe essere altrimenti, visto che il modello di sviluppo europeo è stato costruito sulla compressione dei salari). Eppure, non è questo quadro di povertà lavorativa che viene messo sotto accusa, viene anzi evidenziato un livello di costi di produzione, in Germania, che rende le auto li prodotte non più competitive.
L’iniziativa di Oliver Blume punta anche a scardinare la governance interna che ha visto un ruolo centrale del pubblico e dei sindacati. Il management sta infatti vagliando l’ipotesi di scorporare la divisione delle auto (la più esposta alla crisi) e quella della componentistica in entità separate.
In questo modo potrebbe essere aggirata la storica “Legge Volkswagen” del 1960. Questa norma tutela l’azienda da scalate esterne ma attribuisce un enorme potere allo Stato della Bassa Sassonia (che detiene il 20% delle quote societarie) e ai rappresentanti dei lavoratori, che oggi hanno la maggioranza del Consiglio di Sorveglianza, chiamato a discutere le proposte il prossimo 9 luglio.
L’obiettivo della dirigenza sembra quello che è già usato per la creazione di una “bad bank”, ma ha scatenato reazioni molto dure da parte dei sindacati e anche da vari esponenti politici della Bassa Sassonia. Da Berlino affermano di voler fare di tutto per impedire la chiusura degli stabilimenti, ma confermano l’autonomia decisionale dell’azienda.
Al di là della dialettica politica, quello che risulta è che la crisi è così profonda che la dirigenza di Volkswagen sembra pronta a pensare – anche se magari non ancora attuare – uno strappo definitivo con il tipo di relazioni sindacali e industriali su cui ha costruito la propria industria e la propria potenza economica negli ultimi decenni.
La portata di un passaggio del genere non è da sottovalutare, perché è sintomo della mancanza di soluzioni alla crisi entro i confini del “vecchio mondo” e la necessità di aprire una fase più feroce verso le classi popolari anche all’interno dei paesi imperialisti. Ciò è confermato anche da alcune dichiarazioni provenienti dalla Mercedes Benz.
L’altro colosso tedesco avrebbe già deciso di sospendere un bonus concordato nella contrattazione collettiva riguardante ben 90 mila lavoratori, pari a ben il 18% della retribuzione mensile. Ma c’è di più, perché Martin Brudermüller, presidente del Consiglio di Sorveglianza, ha pure parlato di un ritorno alla settimana lavorativa di 40 ore, a parità di salario.
In sostanza, aumento dello sfruttamento intensivo, per produrre di più a minor costo. Ricette che si pensava fossero state sconfitte dal movimento operaio almeno un secolo fa, ma che ora vengono riproposte come soluzioni per il benessere “collettivo”. Del resto, viviamo in un’epoca di competizione non molto diversa da quella di cent’anni fa... che però sappiamo bene tutti a quali risultati arrivò.
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03/07/2026
20/04/2026
[Contributo al dibattito] - Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”
di Tonino Perna
Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.
La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.
Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.
Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.
È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.
Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).
L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.
I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.
Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.
L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.
Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).
In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.
Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.
Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.
Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.
E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
Fonte
Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.
La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.
Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.
Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.
È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.
Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).
L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.
I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.
Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.
L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.
Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).
In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.
Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.
Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.
Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.
E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
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17/03/2026
Per liberare il lavoro, serve pure l’IA
Credo che una delle poche persone, su queste pagine, che si sia posta la questione della riduzione dell’orario di lavoro, del “lavoro liberato”, dell'“illusione keynesiana”, della fine dello Stato Sociale sia stato Leo Essen.
Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.
Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.
Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.
Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.
Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.
In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).
In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.
Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.
Fonte
Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.
Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.
Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.
Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.
Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.
In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).
In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.
Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.
Fonte
08/08/2025
Gli ostacoli impliciti alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
Keynes, nonostante non abbia mai supportato la Rivoluzione sociale dei bolscevichi in Russia, con la sua curiosità scientifica, non seppe resistere a quel vento che soffiava dall’Est e nel 1925 scrisse un saggio su quella nuova esperienza politica, sociale ed economica, che stravolse il mondo.
Lenin era scomparso da poco, ma il suo pensiero vegliava ancora sullo spirito della Rivoluzione, continuando a dare vigore alla carne, ossia alle lotte per dare corpo alla strategia rivoluzionaria, lotte cruente e violente, per affermare le ragioni, le emozioni e gli impulsi dei comunisti e dei socialisti, che venivano condotte non solo contro coloro, che dall’esterno miravano a destabilizzare il Governo dei Soviet, ma anche nei confronti di coloro che, dall’interno, ne minavano la credibilità, boicottando e sabotando il nuovo sistema di potere, perché non avevano aderito a quei principi oppure perché erano stati estromessi con la forza dalla guida del paese.
Per J.M. Keynes, il leninismo era la combinazione di due aspetti della vita, che gli europei avevano lasciato per secoli in differenti compartimenti: la religione e gli affari (il business).
Per la precisione si trattava di una “Nuova religione” e il porsi del leninismo al di sopra del business, contrariamente a quello che accadeva in Occidente, creava scompiglio, ma anche un motivo per attaccare quella nuova formazione sociale come altamente inefficiente.
Il saggio è breve, ma l’economista britannico è molto articolato nell’esposizione, quindi è mia intenzione toccare quei punti che aiutano a dipanare i due abbagli che Marco Craviolatti attribuisce a Keynes, nella parte centrale del suo libro, dedicato alla questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Keynes sympathises with those who seek for something good in Soviet Russia (1) ma non risparmia critiche severe a quella che lui chiama “fede comunista”, quando sostiene che non è possibile accettare una dottrina che si basa su un “testo obsoleto e privo di implicazioni scientifiche” e lo tratta come se fosse la sua bibbia.
Qui il riferimento, che non è esplicito, secondo me, è diretto a Marx, non lo chiama in causa direttamente, dato che supera in astuzia ed intelligenza Böhm-Bawerk e coloro che crescono all’ombra della scuola austriaca. Non perché Marx sia inattaccabile o sia scevro di contraddizioni, ma una volta che si cade nella sua rete, è difficile divincolarsi o districarsi, a meno che non si riesca a trovare il tempo e la motivazione, per approfondire la sua opera, senza scorciatoie e schemi mentali prefissati.
Quando Keynes prende in esame la “Nuova religione”, può succedere che si lasci trasportare dagli affondi della lama avvelenata: «Non accetto un credo politico che preferisce il fango al pesce»; e poi si chiede: «Come può accadere che il grezzo (maleducato) proletariato (boorish proletariat) sia posto al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, pur avendo delle colpe, esprimono la qualità della vita e di sicuro portano il seme dell’avanzamento umano?». (2)
Da dove trae forza il leninismo?
Non dalla moltitudine! – risponde Keynes. Quindi una piccola minoranza, sulle ali dell’entusiasmo e dello zelo, con l’abnegazione e il sacrificio, la dedizione al lavoro e la partecipazione attiva alla vita politica, rende “ciascuno di loro pari in forza a cento indifferenti”. (3)
Sebbene non sia evidente, quest’ultimo periodo gioca a favore del pensiero rivoluzionario e richiama un concetto elaborato da Engels nell’introduzione a Lavoro salariato e capitale del 1891. Un opuscolo che apparve per la prima volta nel 1849 e che si basava sulle conferenze che Marx tenne all’Associazione degli operai tedeschi, nel 1847, a Bruxelles.
Engels scrisse che egli apportò una modifica che riguardava la distinzione tra lavoro e forza lavoro, un concetto che Marx sviluppò, in seguito alla pubblicazione del primo fascicolo Per la critica dell’economia politica nel 1859 e sulla base delle ricerche e degli studi effettuati nel decennio precedente a tale data.
Engels ci tenne a sottolineare questo punto, non perché si trattasse di una pedanteria verbale, piuttosto perché la ripubblicazione dell’opuscolo era un’operazione di “propaganda”, con un elevato numero di copie per l’epoca, destinata a coinvolgere il più ampio numero di operai.
Nel frammento che segue, entra in scena l’abilità dialettica di Engels, che risponde, a mio avviso, alle perplessità e agli aspetti positivi sottolineati da Keynes qui sopra e alle difficoltà odierne di intercettare i lavoratori e le lavoratrici sulla questione dell’emancipazione dal lavoro salariato.
Engels precisa che il punto da lui individuato rimane tra i più importanti della critica all’economia politica e rappresenta: «Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facilmente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita». (4)
Sul piano economico, argomenta Keynes il Comunismo, inteso come Ordine nuovo, esalta “l’uomo comune” e fin qui niente di nuovo, così come non c’è nulla di strano che i suoi portavoce lo pongano sul medesimo livello del capitalismo, per come si presenta in quel periodo, rispetto agli sviluppi materiali e tecnici, anche se in questa sfida o equiparazione sistemica, sulle prospettive e i risultati futuri, l’economista di Cambridge intravvede una sorta di bluff.
I suoi sospetti non erano del tutto infondati e il modo di argomentare su una presunta superiorità del Nuovo ordine sociale, nascondeva, a suo giudizio, un tentativo di coprire le sue inefficienze economiche.
C’è un aspetto che, in qualche modo, sorprende positivamente Keynes e sul quale egli focalizza l’attenzione, per far emergere i limiti e le complicazioni che assillano i paesi capitalisticamente più avanzati: il leninismo (il Comunismo) che non è un fenomeno soprannaturale, in un breve arco temporale, cambia le attitudini o il rapporto degli individui towards the Love of Money, nel senso che le motivazioni per fare denaro o accumulare denaro ad ogni costo e senza guardare in faccia nessuno, non ottengono la stessa approvazione sociale dei paesi capitalisti.
Il Money making su larga scala, pronto a fare una montagna di soldi, come avviene ai nostri giorni, è visto come un comportamento deprecabile e non riceve una conferma o validità sociale nel Nuovo ordine socialista.
Attenzione, però, qui Keynes non sta recitando un sermone contro il denaro! Del resto scrive che «Russian people are very greedy for money at least as greedy as elsewhere» (5) l’ingordigia per il denaro è una “malattia” molto diffusa, che la Russia dei Soviet di quel periodo prova ad affrontare, anche se in modo contraddittorio.
Gli avvenimenti delle politiche economiche e sociali dei Soviet stimolano le riflessioni di Keynes e gli forniscono un punto di appoggio, almeno su quest’ultimo argomento, che sto cercando di delineare, mentre il suo pensiero esprime una visione lucida del contesto socio-economico in cui vive.
Capacità di analisi ed osservazioni mirate alle situazioni concrete gli permettono di percepire che il processo di accumulazione del capitale sta per arrivare ad un punto di non ritorno e che le politiche e i principi impliciti del laissez faire sono ormai collassati.
Ritorno a Keynes?
Ora, a distanza di un secolo dalla pubblicazione del saggio di Keynes, i lettori attenti potrebbero chiedere in coro: «The Love of Money è scomparso?» Niente affatto! La polarizzazione della ricchezza, a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, è aumentata: è sufficiente pensare ai nuovi paperoni americani come Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates e compagnia bella.
Come giustamente ha puntualizzato M. Craviolatti, nel 2012, il Governo Monti, mise in atto una politica economica di austerità, che attaccava i diritti dei lavoratori e con l’ennesima Controriforma, disegnata, in quell’occasione, dalla Ministra Fornero, fu innalzata a dismisura l’età pensionabile, allungando di fatto la vita lavorativa, con conseguenze deleterie, per le persone che svolgono lavori pesanti, pericolosi e ad alto rischio di infortuni e malattie professionali. Nello stesso anno, Sergio Marchionne ha guadagnato 48 milioni di euro.
Gli elevati compensi dei super manager delle imprese pubbliche e private, per non parlare degli azionisti, dei broker di Borsa, degli agenti delle società di intermediazione, degli influencer di successo, degli artisti e calciatori famosi, eccetera, non suscitano scalpore, non fanno gridare all’ingiustizia sociale, ma richiamano atteggiamenti emulativi e di riverenza, che ricordano il rapporto di ammirazione dei sudditi per la famiglia reale.
Tuttavia, nonostante il “lavoro povero”, i lavoretti, la precarietà lavorativa, i sussidi di disoccupazione, il reddito di cittadinanza, la mobilità lavorativa, la cassa integrazione, il lavoro nero, gli espedienti lavorativi che sconfinano nell’arrabattarsi e nell’arrangiarsi, non siamo ancora precipitati ai tempi di Keynes.
Dai racconti popolari, nelle aree periferiche dell’Italia degli anni Trenta, durante la Grande Depressione, si apprende che la miseria era generalizzata: si mangiava una zuppa nel medesimo contenitore e se non si trovava il cucchiaio in tempo, si finiva per patire la fame quel giorno; si dormiva ammucchiati nella stessa stanza, in una catapecchia senza acqua potabile, a portata di rubinetto, senza corrente elettrica e mal riscaldate durante l’inverno; le malattie legate a obesità erano quasi assenti, ma si campava di meno, poiché le cure sanitarie erano scarse o alla portata di una piccolissima percentuale della popolazione; l’analfabetismo dilagava, così come dilagava il lavoro minorile, l’avviamento al lavoro poteva avvenire anche intorno a nove anni.
Si possono chiudere gli occhi e le orecchie sui documentari di D. Iannacone? No! Ci sono le bidonville nelle megalopoli, le baraccopoli di Borgo Mezzanone in Puglia e di San Ferdinando in Calabria, ci sono i senza tetto che dormono sui cartoni e tante persone che sono costrette ad occupare le case, perché non si possono permettere di pagare un affitto, è riemerso il problema dei caporali, che spremono come limoni i migranti clandestini.
Ma poi ci sono migliaia di giovani laureati che si trasferiscono all’estero, pronti a svolgere qualsiasi attività lavorativa, tant’è che il Messaggero grida allo scandalo: «Prendono la laurea in Italia e lavorano nei campi in Australia!»; e poi ancora, nelle grandi città italiane, ci sono migliaia di appartamenti sfitti e il costo della pigione è inaccessibile per una famiglia operaia monoreddito, mentre la speculazione edilizia partorisce altri mostri di cemento.
A un estremo tante persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, dall’altro pochissimi individui che navigano nell’oro, con redditi e patrimoni di miliardi di dollari. In base all’Osservatorio sulla diseguaglianza nel mondo, la forbice tra super ricchi e poveri, nel 2024, è aumentata.
Ciò non toglie che nel resto della distribuzione della popolazione dei paesi OCSE, (6) anche se si registrano altre forme di polarizzazione della ricchezza, le condizioni di vita e l’accesso ai beni e servizi, non solo per la soddisfazione dei bisogni primari, ma anche quelli di ordine superiore, sono migliorati di molto, rispetto agli anni Trenta del XX secolo.
La teoria economica che Keynes elabora durante la crisi degli anni Trenta contribuirà, negli anni successivi, in modo determinante agli sviluppi e all’affermazione del welfare state: l’intervento pubblico nell’economia consentirà di assorbire gli elevati tassi di disoccupazione involontaria ed innalzare il livello del reddito della stragrande maggioranza della popolazione.
Le politiche fiscali espansive hanno mediato lo sviluppo nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, finché non è emerso il problema della stagflazione, cioè l’aumento contemporaneo della disoccupazione e dell’inflazione, un contesto inedito, le cui implicazioni, pur se continuano a produrre effetti reali sulle nostre relazioni sociali ed organizzative, sono trascurate nel dibattito pubblico dominante. (7)
In questo periodo storico, Joan Robinson, nel 1971, per parlare della Seconda Crisi della Teoria Economica, quando erano evidenti le prime crepe nella strategia del pieno impiego, ha posto la domanda chiave: «A cosa serve l’occupazione?»
La rottura degli equilibri dinamici, all’interno di una formazione sociale, che ha raggiunto il suo apice, impone un cambiamento, il quale non è sempre lineare, progressivo, positivo.
Marx ci ricorda che: «Le circostanze fanno l’uomo non meno di quanto l’uomo faccia le circostanze». Il che significa che la modifica dell’ambiente richiede il cambiamento di se stessi, in primo luogo, altrimenti intervengono spinte regressive.
Come ha rilevato P. Cicalese: «Il rapporto lavoro-capitale era arrivato ad uno snodo che imponeva una scelta radicale. Andare avanti e trovare nuovi modi di lavorare e di vivere, dato lo sviluppo della produzione... Oppure andare indietro, tornare ai rapporti di fine Ottocento e inizio Novecento, con salari insufficienti, immiserimento delle masse, disoccupazione e povertà». (8)
Che ci sia stato, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, uno spostamento della ricchezza prodotta, cioè degli aumenti della produttività, dai salari ai profitti, è possibile dimostrarlo anche con strumenti matematici e statistici (9).
Quindi non si tratta di ritornare a Keynes, come in tanti hanno suggerito, in seguito alla crisi del 2008 innescata dalla bolla del mercato immobiliare statunitense e i relativi mutui subprime.
È un tentativo di chiarire alcuni aspetti del suo pensiero, che non sono stati ancora recepiti o metabolizzati e rischiano di creare molta confusione, quando vengono richiamati.
Il duplice abbaglio di Keynes, secondo Craviolatti
Craviolatti concorda sul trend dell’impoverimento dei lavoratori, che si è venuto a delineare, in seguito alla crisi dello Stato sociale, infatti egli scrive: «Dal 1971 ai primi anni del 2000 la percentuale della ricchezza dei salari o il reddito lordo dei lavoratori è passato dall’83% al 66% del Pil». (10)
Ci troviamo in una situazione paradossale: sebbene la produttività del lavoro sia moltiplicata negli ultimi cinquant’anni, le persone che lavorano sono costrette ad allungare l’orario lavorativo e la flessibilità lavorativa, ad intensificare i ritmi o a svolgere dei lavori precari o una serie di lavori che non gli consentono di vivere, in quanto le retribuzioni sono sotto la soglia di povertà, pertanto è più conveniente rimanere disoccupati, se si ha accesso ai benefici connessi con quest’ultima prestazione.
Craviolatti estrae una delle proposizioni più note di un saggio di Keynes, del 1930, Possibilità economiche per i nostri nipoti, sostenendo che la sua previsione (profezia) sulla riduzione dell’orario di lavoro si è “rivelata infondata per un decisivo errore concettuale (il primo abbaglio)”.
Egli partiva dall’assunto – asserisce Craviolatti – che “la scienza e la tecnica fossero utilizzate neutralmente a beneficio di tutta la società”. (11)
Nella realtà, invece – prosegue Craviolatti – queste due variabili vengono incorporate nel capitale fisso delle imprese, con lo scopo di risparmiare il lavoro salariato, ridurre i costi di produzione ed ottenere il massimo valore dal lavoro residuo, senonché il miglioramento delle condizioni di vita degli individui associati è subordinato ai vincoli appena sottolineati.
Dunque, il capitale tende a ridurre il lavoro ai minimi termini, poiché è mosso dall’esigenza di ridurre i costi e di aumentare i profitti. Il capitalista A, che agisce in un mercato concorrenziale, non è del tutto consapevole che la forza lavoro che compra, per avviare il processo produttivo, appartiene agli operai, ma percepisce che questi ultimi si presentano ed agiscono in forme antagonistiche o conflittuali, dato che sono spinti da interessi contrapposti.
Nel modo di produzione capitalistico, il capitalista A, che ha già avviato la produzione per il mercato, dispone di macchine, impianti, attrezzature, fabbricati (i mezzi di produzione) che costituiscono il capitale fisso e che rendono il lavoro più produttivo, rispetto all’impiego, per esempio, dell’incudine e del martello del fabbro. Provate ad immaginare il rapporto, per il sollevamento dei pesi, tra una carrucola manuale e una moderna gru, in un cantiere edilizio! Ovviamente, si dovrebbe tener conto delle implicazioni positive e negative della “potenza” della macchina moderna.
Quindi, il capitalista A non può prescindere dalle innovazioni tecnologiche, a meno che non si trovi costretto ad abbandonare il terreno della competitività, poiché i suoi costi di produzione sono molto lontani da quelli socialmente necessari.
Pertanto, nel caso in cui dimezzi il lavoro socialmente necessario, per produrre un determinato bene, ottiene un vantaggio competitivo nei confronti degli altri capitalisti, i quali, a loro volta, sono chiamati a prendere le misure del cambiamento intervenuto nel sistema produttivo, altrimenti rischiano di essere buttati fuori, contro la loro volontà.
Marx ed Engels hanno ampiamente illustrato gli sviluppi delle forze produttive del modo di produzione capitalistico, rispetto agli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, senza per nulla tralasciare le contraddizioni come sfruttamento ed immiserimento della classe lavoratrice, ponendo l’accento sulle continue crisi di sovrapproduzione, che generavano ingenti espulsioni di lavoratori dai contesti produttivi.
Se le imprese B, C, D, N, incorporano nel loro capitale fisso la tecnologia con la stessa capacità produttiva dell’impresa A, diminuisce il vantaggio competitivo di quest’ultima e il relativo profitto, ma se la domanda non riesce ad assorbire i connessi aumenti della produzione, allora ci troviamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione in quel determinato settore, con un conseguente aumento della disoccupazione. Il ciclo si riprende, quando esistono possibilità alternative d’investimento, cosicché i capitali in eccesso finiscono in altri settori, in un’ottica espansiva.
Il cerchio si chiude solo se l’investimento aggiuntivo è spendibile, nel senso che la maggiore capacità produttiva riesca ad incontrare la relativa domanda e non si trasformi in sovrapprodotto invenduto.
Gli aumenti di capitale fisso e i relativi aumenti della produttività modificano la struttura produttiva, in quanto essendo il lavoro più produttivo, se all’orizzonte non s’intravvede una fase espansiva della produzione, dato che la domanda evidenzia piccole oscillazioni, variazioni minime, spesso negative, è possibile ridurre le ore di lavoro complessive, senza diminuire il salario, per ottenere lo stesso volume di produzione.
In questo processo, è vero che il capitalista punta ad appropriarsi delle ore di lavoro non retribuite, derivanti dagli aumenti di produttività, per incrementare il Plusvalore, quindi è più propenso a far sì che gli orari rimangano invariati, invece di assorbire la manodopera ridondante.
Ma qui si presenta un problema che il senatore G. Agnelli (il padre dell’Avvocato) cercava di comunicare al senatore L. Einaudi, in quel documento archiviato nella soffitta e noto come La crisi e le ore di lavoro: un aumento della disoccupazione fa calare i consumi e quindi mette a repentaglio, con un effetto domino, anche il lavoro di coloro che stanno continuando a produrre, all’interno della fabbrica.
In un contesto in cui il capitale fisso si presenta in forme sovrabbondanti, come quello degli anni Trenta del '900, siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione e da questo punto di vista ha ragione M. Parretti, quando afferma che la teoria di Keynes, sebbene utilizzi il linguaggio degli economisti della scuola neoclassica, pervenga alle stesse conclusioni di Marx, contrariamente alla tesi di Craviolatti. (12)
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione strutturale, Keynes si è espresso in modo radicale, sostenendo che il potere oppressivo del capitale stava condannando la collettività al sottoconsumo. Il livello di accumulazione del capitale era giunto a un punto tale che distruggeva lo stesso processo di valorizzazione, condannando la società a vivere nella penuria, quando c’erano le risorse (il capitale fisso) e un esercito di disoccupati, per migliorare la qualità della vita di tutta la popolazione.
Giovanni Mazzetti ha più volte ribadito che Keynes, in quella fase, abbia continuato a battersi per un “soggetto pubblico” in grado di prendere le redini dell’economia e limitare il potere dei privati, i quali si ostacolavano a vicenda, creando un blocco artificiale delle attività, in quanto anteponevano il risparmio (il profitto) alla soddisfazione dei bisogni.
Proprio perché lo Stato sociale ha posto un limite al processo di accumulazione del capitale, alla proprietà privata e in base al fatto che la scienza e la tecnologia – le variabili a cui accenna Craviolatti – non sono state completamente al servizio del capitale, si è verificato un aumento generalizzato della ricchezza sociale, emancipando la classe lavoratrice dalle condizioni di miseria.
Il mancato obiettivo della drastica riduzione dell’orario di lavoro – di cui parla Craviolatti – non può essere attribuito a Keynes, mentre le responsabilità sul turning point dei primi anni Settanta ricade in misura maggiore sulla supponenza e la superbia di tanti intellettuali di sinistra che hanno messo le questioni del lavoro in un angolino, ma anche di quei tanti lavoratori che si sono cullati sull’idea che quelle conquiste sociali erano definitive.
Per Craviolatti, il secondo errore cardinale (il secondo abbaglio) di Keynes consiste nella sottovalutazione del ruolo dei consumi, in relazione all’espansione della produzione e all’aumento dei profitti.
L’impresa privata persegue il profitto sia con la riduzione dei costi di produzione che con l’espansione della produzione stessa.
A tal fine – precisa Craviolatti – essa induce ininterrottamente nuovi bisogni e stimola l’espansione dei consumi tramite la diffusione di nuovi prodotti, ma anche attraverso la valorizzazione di servizi abitualmente autogestiti senza scopo di lucro.
Tra i nuovi prodotti Craviolatti mette in risalto i navigatori per auto, i robot aspirapolvere e le macchine per il caffè. Siamo nel 2014 e considera questi prodotti come delle irrinunciabili tentazioni o meglio i nuovi prodotti hanno la caratteristica di presentarsi come delle irrinunciabili tentazioni e rientrano nell’osannata capacità di vendere frigoriferi agli eschimesi.
Su questo punto l’analisi di Keynes, a mio avviso, è puntuale, in quanto, già a suo tempo, può osservare che la capacità di produrre corre più velocemente della diffusione di nuovi bisogni, stimolati dal lancio di nuovi prodotti o servizi, all’interno del mercato, indotti con l’ascesa delle tecniche di marketing.
Sorprende che l’autore del libro non colga questa sottile differenza, pur lavorando nella direzione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Il navigatore per auto, di cui porta l’esempio Craviolatti come nuovo prodotto che tenta gli “appetiti insaziabili degli esseri umani”, è stato incorporato negli smartphone, ragion per cui, nel giro di pochi anni, il modello integrato è diventato una tecnologia largamente diffusa e in dotazione di serie su tanti veicoli utilitari di recente fabbricazione.
Là dove è presente un navigatore nella plancia dell’autovettura, il sistema integrato permette di collegarlo al proprio smartphone, tramite un cavo USB, e utilizzando il ricevitore di Google Maps, si accede alle informazioni sul posizionamento, che sono molto più precise e dettagliate di quelle disponibili come, per esempio, in Sensus Navigation, in dotazione a vetture di media o alta gamma, poiché il ricevitore del cellulare è alla portata della stragrande maggioranza, anche di coloro che non posseggono un veicolo privato per muoversi.
Breve storia dei sistemi di navigazione automobilistici
Il primo prototipo di navigatore, per l’orientamento stradale risale al 1930, esso ha una struttura rudimentale e viene utilizzato nelle autovetture in via del tutto sperimentale, per le scarse funzionalità.
Bisogna attendere il 1981, quando alla Honda, Alpine e Stanley Electric, in Giappone, introducono il primo sistema di navigazione automobilistico. Il dispositivo, noto come Electro Gyro-Cator, utilizzava il sistema di navigazione inerziale, che si basava sulla stessa tecnologia in dotazione ai pilota dei caccia durante il periodo della Guerra Fredda: l’individuazione della propria posizione, con il sistema inerziale, dipendeva da tre coordinate, cioè il posto dal quale si partiva, la rotta che si stava seguendo e il tempo già trascorso, dall’orario di partenza. (13)
Il costo per unità prodotta era molto elevato e corrispondeva a circa il 25% del costo medio di una vettura di quel periodo, intorno a 2.800 dollari, pertanto rappresentava un optional per le auto di alta gamma.
Il 99,9% degli automobilisti si orientava e trovava le strade con l’ausilio delle mappe cartacee; del resto anche Electro Gyro-Cator utilizzava mappe traslucide che scorrevano manualmente su uno schermo.
Il passaggio alle prime mappe digitali avviene nel 1985, negli USA, con il sistema Etak ed i dati vengono memorizzati sui nastri magnetici: ogni nastro contiene i dati relativi a un quadrante di una grande città. Due anni dopo, in Giappone, i dati delle mappe vengono trascritti sui CD ROM e il dispositivo di lettura, con display a colori, è inserito nel cruscotto della Toyota Royal.
Nei primi anni '90 del secolo scorso, la Mazda introduce il primo sistema di navigazione automobilistico GPS; tale tecnologia, contemporaneamente viene sviluppata ed applicata su veicoli di altissima gamma anche dalla General Motors.
Ma il salto qualitativo si ebbe nel 1998, quando la Garmin, azienda multinazionale con sede operativa negli USA, ha introdotto il GPS Street Pilot, un dispositivo portatile per la navigazione degli automobilisti. I costi unitari scesero di molto ed aveva il vantaggio di poter essere spostato da un veicolo ad un altro.
Ma come funziona la tecnologia GPS e quali cambiamenti ha determinato nell’ultimo quarto di secolo?
GPS è l’acronimo di Global Positioning System ed è stato lanciato negli USA nei primi anni Settanta del secolo scorso, in ambito militare, per permettere ai mezzi dell’Esercito terrestre, della Marina e dell’Aviazione di orientarsi e d’individuare la loro posizione nel tempo e nello spazio, anche in situazioni meteorologiche molto difficili.
La prima apertura in vista dell’utilizzo di questo sistema di posizionamento, per scopi commerciali o civili, è avvenuta nel 1991, tuttavia gran parte delle restrizioni, per motivi di sicurezza, permangono sino al 2000. (14)
La Russia, nel contempo, ha sviluppato il sistema di rilevamento delle coordinate denominato GLONASS. Di recente, nel 2016, l’Europa ha lanciato il progetto GALILEO, una rete di 30 satelliti, che girano attorno alla terra, a migliaia di chilometri, Cina ed India, ovviamente, partecipano a questa corsa.
La rete GPS è costituita da 32 satelliti, che girano attorno alla Terra, a una distanza di circa 20 mila chilometri ed affinché le informazioni sulla propria posizione, lungo il tragitto che si sta percorrendo, siano captate dal ricevitore del dispositivo mobile o fissato nel cruscotto del veicolo, i segnali radio devono pervenire, contemporaneamente, da quattro satelliti.
Ma il salto qualitativo e quantitativo dei sistemi di navigazione, per gli automobilisti, si è verificato a partire dal 2011, quando i ricevitori GPS e GLONASS sono stati integrati negli smartphone, dando la possibilità a chiunque acquistasse un cellulare, pur di non elevata gamma, di ottenere informazioni audio e visive dettagliate, sul percorso stradale selezionato, sebbene la propria autovettura, in quanto un modello utilitario oppure troppo vecchio, non disponesse ancora del navigatore con display, impiantato nel cruscotto.
Con lo smartphone, basta essere collegati alla rete Internet, tramite la rete del proprio operatore telefonico, per accedere al servizio di localizzazione.
Il cellulare ha il vantaggio di poter essere utilizzato anche per muoversi a piedi, in una città che non si conosce, individuando la nostra destinazione, senza chiedere informazioni alle persone che abitano in quel determinato luogo e senza tralasciare che si possa fare a meno delle ingombranti mappe cartacee.
I dispositivi mobili, tra le altre cose, grazie alla geolocalizzazione e delle app specifiche, consentono di individuare con precisione l’orario del mezzo pubblico che desidera prendere.
In poco più di un decennio, il dispositivo di navigazione e geolocalizzazione è stato trasformato da un oggetto di lusso a un gadget alla portata di tutti, anche dei bambini, dando prova che la saturazione dei mercati, per i nuovi prodotti, avviene ad un ritmo elevato e con tempi ristretti.
Pertanto, al contrario di ciò che sostengono, non solo gli economisti di credo neoliberale, ma anche alcuni di quelli che fanno riferimento al marxismo, i “nuovi bisogni”, che vengono stimolati o indotti, con campagne pubblicitarie pervasive, finalizzate al lancio e alla diffusione di nuovi prodotti, contengono in seno di già la connessione tecnologica che riduce drasticamente i tempi della loro soddisfazione.
Note
01) J.M. Keynes, Essays-In-Persuasion, A short view of Russia (1925), p. 306;
02) Ibidem, p. 309;
03) Su questo punto, Keynes, credo che si riferisca al fatto che i bolscevichi riescano a mettere fuori gioco i partiti della Rivoluzione politica di febbraio;
04) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, introduzione di F. Engels del 1891;
05) J.M. Keynes, opera cit., p. 311;
06) Per questioni di spazio, restringo l’analisi a quei paesi che, in un determinato periodo di tempo, hanno fatto ricorso alle politiche keynesiane o sistema misto in modo esplicito, compresi gli USA;
07) Per un approfondimento di questo tema si rimanda il lettore all’articolo di Leo Essen, Il sistema dei prezzi è in delirio. I quaderni di Giovanni Mazzetti;
08) P. Cicalese, 50 anni di guerra al salario, L.A.D. Gruppo Editoriale, ETS, Roma 2023, p. 98;
09) Si veda: E. Donnici, I salari non dipendono dalla produttività. Una dimostrazione;
10) Marco Craviolatti, E la borsa e la vita. Distribuire e ridurre il tempo di lavoro: orizzonte di giustizia e benessere, Ediesse, roma 2014; p. 44;
11) Ibidem, p. 118;
12) Si rimanda il lettore interessato all’articolo: Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale;
13) https://ndrive.com/blog/our-blog-1/brief-history-gps-car-navigation-30;
14) https://www.netrising.com/sviluppo-web/come-funziona-il-gps/;
Fonte
Lenin era scomparso da poco, ma il suo pensiero vegliava ancora sullo spirito della Rivoluzione, continuando a dare vigore alla carne, ossia alle lotte per dare corpo alla strategia rivoluzionaria, lotte cruente e violente, per affermare le ragioni, le emozioni e gli impulsi dei comunisti e dei socialisti, che venivano condotte non solo contro coloro, che dall’esterno miravano a destabilizzare il Governo dei Soviet, ma anche nei confronti di coloro che, dall’interno, ne minavano la credibilità, boicottando e sabotando il nuovo sistema di potere, perché non avevano aderito a quei principi oppure perché erano stati estromessi con la forza dalla guida del paese.
Per J.M. Keynes, il leninismo era la combinazione di due aspetti della vita, che gli europei avevano lasciato per secoli in differenti compartimenti: la religione e gli affari (il business).
Per la precisione si trattava di una “Nuova religione” e il porsi del leninismo al di sopra del business, contrariamente a quello che accadeva in Occidente, creava scompiglio, ma anche un motivo per attaccare quella nuova formazione sociale come altamente inefficiente.
Il saggio è breve, ma l’economista britannico è molto articolato nell’esposizione, quindi è mia intenzione toccare quei punti che aiutano a dipanare i due abbagli che Marco Craviolatti attribuisce a Keynes, nella parte centrale del suo libro, dedicato alla questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Keynes sympathises with those who seek for something good in Soviet Russia (1) ma non risparmia critiche severe a quella che lui chiama “fede comunista”, quando sostiene che non è possibile accettare una dottrina che si basa su un “testo obsoleto e privo di implicazioni scientifiche” e lo tratta come se fosse la sua bibbia.
Qui il riferimento, che non è esplicito, secondo me, è diretto a Marx, non lo chiama in causa direttamente, dato che supera in astuzia ed intelligenza Böhm-Bawerk e coloro che crescono all’ombra della scuola austriaca. Non perché Marx sia inattaccabile o sia scevro di contraddizioni, ma una volta che si cade nella sua rete, è difficile divincolarsi o districarsi, a meno che non si riesca a trovare il tempo e la motivazione, per approfondire la sua opera, senza scorciatoie e schemi mentali prefissati.
Quando Keynes prende in esame la “Nuova religione”, può succedere che si lasci trasportare dagli affondi della lama avvelenata: «Non accetto un credo politico che preferisce il fango al pesce»; e poi si chiede: «Come può accadere che il grezzo (maleducato) proletariato (boorish proletariat) sia posto al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, pur avendo delle colpe, esprimono la qualità della vita e di sicuro portano il seme dell’avanzamento umano?». (2)
Da dove trae forza il leninismo?
Non dalla moltitudine! – risponde Keynes. Quindi una piccola minoranza, sulle ali dell’entusiasmo e dello zelo, con l’abnegazione e il sacrificio, la dedizione al lavoro e la partecipazione attiva alla vita politica, rende “ciascuno di loro pari in forza a cento indifferenti”. (3)
Sebbene non sia evidente, quest’ultimo periodo gioca a favore del pensiero rivoluzionario e richiama un concetto elaborato da Engels nell’introduzione a Lavoro salariato e capitale del 1891. Un opuscolo che apparve per la prima volta nel 1849 e che si basava sulle conferenze che Marx tenne all’Associazione degli operai tedeschi, nel 1847, a Bruxelles.
Engels scrisse che egli apportò una modifica che riguardava la distinzione tra lavoro e forza lavoro, un concetto che Marx sviluppò, in seguito alla pubblicazione del primo fascicolo Per la critica dell’economia politica nel 1859 e sulla base delle ricerche e degli studi effettuati nel decennio precedente a tale data.
Engels ci tenne a sottolineare questo punto, non perché si trattasse di una pedanteria verbale, piuttosto perché la ripubblicazione dell’opuscolo era un’operazione di “propaganda”, con un elevato numero di copie per l’epoca, destinata a coinvolgere il più ampio numero di operai.
Nel frammento che segue, entra in scena l’abilità dialettica di Engels, che risponde, a mio avviso, alle perplessità e agli aspetti positivi sottolineati da Keynes qui sopra e alle difficoltà odierne di intercettare i lavoratori e le lavoratrici sulla questione dell’emancipazione dal lavoro salariato.
Engels precisa che il punto da lui individuato rimane tra i più importanti della critica all’economia politica e rappresenta: «Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facilmente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita». (4)
Sul piano economico, argomenta Keynes il Comunismo, inteso come Ordine nuovo, esalta “l’uomo comune” e fin qui niente di nuovo, così come non c’è nulla di strano che i suoi portavoce lo pongano sul medesimo livello del capitalismo, per come si presenta in quel periodo, rispetto agli sviluppi materiali e tecnici, anche se in questa sfida o equiparazione sistemica, sulle prospettive e i risultati futuri, l’economista di Cambridge intravvede una sorta di bluff.
I suoi sospetti non erano del tutto infondati e il modo di argomentare su una presunta superiorità del Nuovo ordine sociale, nascondeva, a suo giudizio, un tentativo di coprire le sue inefficienze economiche.
C’è un aspetto che, in qualche modo, sorprende positivamente Keynes e sul quale egli focalizza l’attenzione, per far emergere i limiti e le complicazioni che assillano i paesi capitalisticamente più avanzati: il leninismo (il Comunismo) che non è un fenomeno soprannaturale, in un breve arco temporale, cambia le attitudini o il rapporto degli individui towards the Love of Money, nel senso che le motivazioni per fare denaro o accumulare denaro ad ogni costo e senza guardare in faccia nessuno, non ottengono la stessa approvazione sociale dei paesi capitalisti.
Il Money making su larga scala, pronto a fare una montagna di soldi, come avviene ai nostri giorni, è visto come un comportamento deprecabile e non riceve una conferma o validità sociale nel Nuovo ordine socialista.
Attenzione, però, qui Keynes non sta recitando un sermone contro il denaro! Del resto scrive che «Russian people are very greedy for money at least as greedy as elsewhere» (5) l’ingordigia per il denaro è una “malattia” molto diffusa, che la Russia dei Soviet di quel periodo prova ad affrontare, anche se in modo contraddittorio.
Gli avvenimenti delle politiche economiche e sociali dei Soviet stimolano le riflessioni di Keynes e gli forniscono un punto di appoggio, almeno su quest’ultimo argomento, che sto cercando di delineare, mentre il suo pensiero esprime una visione lucida del contesto socio-economico in cui vive.
Capacità di analisi ed osservazioni mirate alle situazioni concrete gli permettono di percepire che il processo di accumulazione del capitale sta per arrivare ad un punto di non ritorno e che le politiche e i principi impliciti del laissez faire sono ormai collassati.
Ritorno a Keynes?
Ora, a distanza di un secolo dalla pubblicazione del saggio di Keynes, i lettori attenti potrebbero chiedere in coro: «The Love of Money è scomparso?» Niente affatto! La polarizzazione della ricchezza, a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, è aumentata: è sufficiente pensare ai nuovi paperoni americani come Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates e compagnia bella.
Come giustamente ha puntualizzato M. Craviolatti, nel 2012, il Governo Monti, mise in atto una politica economica di austerità, che attaccava i diritti dei lavoratori e con l’ennesima Controriforma, disegnata, in quell’occasione, dalla Ministra Fornero, fu innalzata a dismisura l’età pensionabile, allungando di fatto la vita lavorativa, con conseguenze deleterie, per le persone che svolgono lavori pesanti, pericolosi e ad alto rischio di infortuni e malattie professionali. Nello stesso anno, Sergio Marchionne ha guadagnato 48 milioni di euro.
Gli elevati compensi dei super manager delle imprese pubbliche e private, per non parlare degli azionisti, dei broker di Borsa, degli agenti delle società di intermediazione, degli influencer di successo, degli artisti e calciatori famosi, eccetera, non suscitano scalpore, non fanno gridare all’ingiustizia sociale, ma richiamano atteggiamenti emulativi e di riverenza, che ricordano il rapporto di ammirazione dei sudditi per la famiglia reale.
Tuttavia, nonostante il “lavoro povero”, i lavoretti, la precarietà lavorativa, i sussidi di disoccupazione, il reddito di cittadinanza, la mobilità lavorativa, la cassa integrazione, il lavoro nero, gli espedienti lavorativi che sconfinano nell’arrabattarsi e nell’arrangiarsi, non siamo ancora precipitati ai tempi di Keynes.
Dai racconti popolari, nelle aree periferiche dell’Italia degli anni Trenta, durante la Grande Depressione, si apprende che la miseria era generalizzata: si mangiava una zuppa nel medesimo contenitore e se non si trovava il cucchiaio in tempo, si finiva per patire la fame quel giorno; si dormiva ammucchiati nella stessa stanza, in una catapecchia senza acqua potabile, a portata di rubinetto, senza corrente elettrica e mal riscaldate durante l’inverno; le malattie legate a obesità erano quasi assenti, ma si campava di meno, poiché le cure sanitarie erano scarse o alla portata di una piccolissima percentuale della popolazione; l’analfabetismo dilagava, così come dilagava il lavoro minorile, l’avviamento al lavoro poteva avvenire anche intorno a nove anni.
Si possono chiudere gli occhi e le orecchie sui documentari di D. Iannacone? No! Ci sono le bidonville nelle megalopoli, le baraccopoli di Borgo Mezzanone in Puglia e di San Ferdinando in Calabria, ci sono i senza tetto che dormono sui cartoni e tante persone che sono costrette ad occupare le case, perché non si possono permettere di pagare un affitto, è riemerso il problema dei caporali, che spremono come limoni i migranti clandestini.
Ma poi ci sono migliaia di giovani laureati che si trasferiscono all’estero, pronti a svolgere qualsiasi attività lavorativa, tant’è che il Messaggero grida allo scandalo: «Prendono la laurea in Italia e lavorano nei campi in Australia!»; e poi ancora, nelle grandi città italiane, ci sono migliaia di appartamenti sfitti e il costo della pigione è inaccessibile per una famiglia operaia monoreddito, mentre la speculazione edilizia partorisce altri mostri di cemento.
A un estremo tante persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, dall’altro pochissimi individui che navigano nell’oro, con redditi e patrimoni di miliardi di dollari. In base all’Osservatorio sulla diseguaglianza nel mondo, la forbice tra super ricchi e poveri, nel 2024, è aumentata.
Ciò non toglie che nel resto della distribuzione della popolazione dei paesi OCSE, (6) anche se si registrano altre forme di polarizzazione della ricchezza, le condizioni di vita e l’accesso ai beni e servizi, non solo per la soddisfazione dei bisogni primari, ma anche quelli di ordine superiore, sono migliorati di molto, rispetto agli anni Trenta del XX secolo.
La teoria economica che Keynes elabora durante la crisi degli anni Trenta contribuirà, negli anni successivi, in modo determinante agli sviluppi e all’affermazione del welfare state: l’intervento pubblico nell’economia consentirà di assorbire gli elevati tassi di disoccupazione involontaria ed innalzare il livello del reddito della stragrande maggioranza della popolazione.
Le politiche fiscali espansive hanno mediato lo sviluppo nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, finché non è emerso il problema della stagflazione, cioè l’aumento contemporaneo della disoccupazione e dell’inflazione, un contesto inedito, le cui implicazioni, pur se continuano a produrre effetti reali sulle nostre relazioni sociali ed organizzative, sono trascurate nel dibattito pubblico dominante. (7)
In questo periodo storico, Joan Robinson, nel 1971, per parlare della Seconda Crisi della Teoria Economica, quando erano evidenti le prime crepe nella strategia del pieno impiego, ha posto la domanda chiave: «A cosa serve l’occupazione?»
La rottura degli equilibri dinamici, all’interno di una formazione sociale, che ha raggiunto il suo apice, impone un cambiamento, il quale non è sempre lineare, progressivo, positivo.
Marx ci ricorda che: «Le circostanze fanno l’uomo non meno di quanto l’uomo faccia le circostanze». Il che significa che la modifica dell’ambiente richiede il cambiamento di se stessi, in primo luogo, altrimenti intervengono spinte regressive.
Come ha rilevato P. Cicalese: «Il rapporto lavoro-capitale era arrivato ad uno snodo che imponeva una scelta radicale. Andare avanti e trovare nuovi modi di lavorare e di vivere, dato lo sviluppo della produzione... Oppure andare indietro, tornare ai rapporti di fine Ottocento e inizio Novecento, con salari insufficienti, immiserimento delle masse, disoccupazione e povertà». (8)
Che ci sia stato, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, uno spostamento della ricchezza prodotta, cioè degli aumenti della produttività, dai salari ai profitti, è possibile dimostrarlo anche con strumenti matematici e statistici (9).
Quindi non si tratta di ritornare a Keynes, come in tanti hanno suggerito, in seguito alla crisi del 2008 innescata dalla bolla del mercato immobiliare statunitense e i relativi mutui subprime.
È un tentativo di chiarire alcuni aspetti del suo pensiero, che non sono stati ancora recepiti o metabolizzati e rischiano di creare molta confusione, quando vengono richiamati.
Il duplice abbaglio di Keynes, secondo Craviolatti
Craviolatti concorda sul trend dell’impoverimento dei lavoratori, che si è venuto a delineare, in seguito alla crisi dello Stato sociale, infatti egli scrive: «Dal 1971 ai primi anni del 2000 la percentuale della ricchezza dei salari o il reddito lordo dei lavoratori è passato dall’83% al 66% del Pil». (10)
Ci troviamo in una situazione paradossale: sebbene la produttività del lavoro sia moltiplicata negli ultimi cinquant’anni, le persone che lavorano sono costrette ad allungare l’orario lavorativo e la flessibilità lavorativa, ad intensificare i ritmi o a svolgere dei lavori precari o una serie di lavori che non gli consentono di vivere, in quanto le retribuzioni sono sotto la soglia di povertà, pertanto è più conveniente rimanere disoccupati, se si ha accesso ai benefici connessi con quest’ultima prestazione.
Craviolatti estrae una delle proposizioni più note di un saggio di Keynes, del 1930, Possibilità economiche per i nostri nipoti, sostenendo che la sua previsione (profezia) sulla riduzione dell’orario di lavoro si è “rivelata infondata per un decisivo errore concettuale (il primo abbaglio)”.
Egli partiva dall’assunto – asserisce Craviolatti – che “la scienza e la tecnica fossero utilizzate neutralmente a beneficio di tutta la società”. (11)
Nella realtà, invece – prosegue Craviolatti – queste due variabili vengono incorporate nel capitale fisso delle imprese, con lo scopo di risparmiare il lavoro salariato, ridurre i costi di produzione ed ottenere il massimo valore dal lavoro residuo, senonché il miglioramento delle condizioni di vita degli individui associati è subordinato ai vincoli appena sottolineati.
Dunque, il capitale tende a ridurre il lavoro ai minimi termini, poiché è mosso dall’esigenza di ridurre i costi e di aumentare i profitti. Il capitalista A, che agisce in un mercato concorrenziale, non è del tutto consapevole che la forza lavoro che compra, per avviare il processo produttivo, appartiene agli operai, ma percepisce che questi ultimi si presentano ed agiscono in forme antagonistiche o conflittuali, dato che sono spinti da interessi contrapposti.
Nel modo di produzione capitalistico, il capitalista A, che ha già avviato la produzione per il mercato, dispone di macchine, impianti, attrezzature, fabbricati (i mezzi di produzione) che costituiscono il capitale fisso e che rendono il lavoro più produttivo, rispetto all’impiego, per esempio, dell’incudine e del martello del fabbro. Provate ad immaginare il rapporto, per il sollevamento dei pesi, tra una carrucola manuale e una moderna gru, in un cantiere edilizio! Ovviamente, si dovrebbe tener conto delle implicazioni positive e negative della “potenza” della macchina moderna.
Quindi, il capitalista A non può prescindere dalle innovazioni tecnologiche, a meno che non si trovi costretto ad abbandonare il terreno della competitività, poiché i suoi costi di produzione sono molto lontani da quelli socialmente necessari.
Pertanto, nel caso in cui dimezzi il lavoro socialmente necessario, per produrre un determinato bene, ottiene un vantaggio competitivo nei confronti degli altri capitalisti, i quali, a loro volta, sono chiamati a prendere le misure del cambiamento intervenuto nel sistema produttivo, altrimenti rischiano di essere buttati fuori, contro la loro volontà.
Marx ed Engels hanno ampiamente illustrato gli sviluppi delle forze produttive del modo di produzione capitalistico, rispetto agli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, senza per nulla tralasciare le contraddizioni come sfruttamento ed immiserimento della classe lavoratrice, ponendo l’accento sulle continue crisi di sovrapproduzione, che generavano ingenti espulsioni di lavoratori dai contesti produttivi.
Se le imprese B, C, D, N, incorporano nel loro capitale fisso la tecnologia con la stessa capacità produttiva dell’impresa A, diminuisce il vantaggio competitivo di quest’ultima e il relativo profitto, ma se la domanda non riesce ad assorbire i connessi aumenti della produzione, allora ci troviamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione in quel determinato settore, con un conseguente aumento della disoccupazione. Il ciclo si riprende, quando esistono possibilità alternative d’investimento, cosicché i capitali in eccesso finiscono in altri settori, in un’ottica espansiva.
Il cerchio si chiude solo se l’investimento aggiuntivo è spendibile, nel senso che la maggiore capacità produttiva riesca ad incontrare la relativa domanda e non si trasformi in sovrapprodotto invenduto.
Gli aumenti di capitale fisso e i relativi aumenti della produttività modificano la struttura produttiva, in quanto essendo il lavoro più produttivo, se all’orizzonte non s’intravvede una fase espansiva della produzione, dato che la domanda evidenzia piccole oscillazioni, variazioni minime, spesso negative, è possibile ridurre le ore di lavoro complessive, senza diminuire il salario, per ottenere lo stesso volume di produzione.
In questo processo, è vero che il capitalista punta ad appropriarsi delle ore di lavoro non retribuite, derivanti dagli aumenti di produttività, per incrementare il Plusvalore, quindi è più propenso a far sì che gli orari rimangano invariati, invece di assorbire la manodopera ridondante.
Ma qui si presenta un problema che il senatore G. Agnelli (il padre dell’Avvocato) cercava di comunicare al senatore L. Einaudi, in quel documento archiviato nella soffitta e noto come La crisi e le ore di lavoro: un aumento della disoccupazione fa calare i consumi e quindi mette a repentaglio, con un effetto domino, anche il lavoro di coloro che stanno continuando a produrre, all’interno della fabbrica.
In un contesto in cui il capitale fisso si presenta in forme sovrabbondanti, come quello degli anni Trenta del '900, siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione e da questo punto di vista ha ragione M. Parretti, quando afferma che la teoria di Keynes, sebbene utilizzi il linguaggio degli economisti della scuola neoclassica, pervenga alle stesse conclusioni di Marx, contrariamente alla tesi di Craviolatti. (12)
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione strutturale, Keynes si è espresso in modo radicale, sostenendo che il potere oppressivo del capitale stava condannando la collettività al sottoconsumo. Il livello di accumulazione del capitale era giunto a un punto tale che distruggeva lo stesso processo di valorizzazione, condannando la società a vivere nella penuria, quando c’erano le risorse (il capitale fisso) e un esercito di disoccupati, per migliorare la qualità della vita di tutta la popolazione.
Giovanni Mazzetti ha più volte ribadito che Keynes, in quella fase, abbia continuato a battersi per un “soggetto pubblico” in grado di prendere le redini dell’economia e limitare il potere dei privati, i quali si ostacolavano a vicenda, creando un blocco artificiale delle attività, in quanto anteponevano il risparmio (il profitto) alla soddisfazione dei bisogni.
Proprio perché lo Stato sociale ha posto un limite al processo di accumulazione del capitale, alla proprietà privata e in base al fatto che la scienza e la tecnologia – le variabili a cui accenna Craviolatti – non sono state completamente al servizio del capitale, si è verificato un aumento generalizzato della ricchezza sociale, emancipando la classe lavoratrice dalle condizioni di miseria.
Il mancato obiettivo della drastica riduzione dell’orario di lavoro – di cui parla Craviolatti – non può essere attribuito a Keynes, mentre le responsabilità sul turning point dei primi anni Settanta ricade in misura maggiore sulla supponenza e la superbia di tanti intellettuali di sinistra che hanno messo le questioni del lavoro in un angolino, ma anche di quei tanti lavoratori che si sono cullati sull’idea che quelle conquiste sociali erano definitive.
Per Craviolatti, il secondo errore cardinale (il secondo abbaglio) di Keynes consiste nella sottovalutazione del ruolo dei consumi, in relazione all’espansione della produzione e all’aumento dei profitti.
L’impresa privata persegue il profitto sia con la riduzione dei costi di produzione che con l’espansione della produzione stessa.
A tal fine – precisa Craviolatti – essa induce ininterrottamente nuovi bisogni e stimola l’espansione dei consumi tramite la diffusione di nuovi prodotti, ma anche attraverso la valorizzazione di servizi abitualmente autogestiti senza scopo di lucro.
Tra i nuovi prodotti Craviolatti mette in risalto i navigatori per auto, i robot aspirapolvere e le macchine per il caffè. Siamo nel 2014 e considera questi prodotti come delle irrinunciabili tentazioni o meglio i nuovi prodotti hanno la caratteristica di presentarsi come delle irrinunciabili tentazioni e rientrano nell’osannata capacità di vendere frigoriferi agli eschimesi.
Su questo punto l’analisi di Keynes, a mio avviso, è puntuale, in quanto, già a suo tempo, può osservare che la capacità di produrre corre più velocemente della diffusione di nuovi bisogni, stimolati dal lancio di nuovi prodotti o servizi, all’interno del mercato, indotti con l’ascesa delle tecniche di marketing.
Sorprende che l’autore del libro non colga questa sottile differenza, pur lavorando nella direzione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Il navigatore per auto, di cui porta l’esempio Craviolatti come nuovo prodotto che tenta gli “appetiti insaziabili degli esseri umani”, è stato incorporato negli smartphone, ragion per cui, nel giro di pochi anni, il modello integrato è diventato una tecnologia largamente diffusa e in dotazione di serie su tanti veicoli utilitari di recente fabbricazione.
Là dove è presente un navigatore nella plancia dell’autovettura, il sistema integrato permette di collegarlo al proprio smartphone, tramite un cavo USB, e utilizzando il ricevitore di Google Maps, si accede alle informazioni sul posizionamento, che sono molto più precise e dettagliate di quelle disponibili come, per esempio, in Sensus Navigation, in dotazione a vetture di media o alta gamma, poiché il ricevitore del cellulare è alla portata della stragrande maggioranza, anche di coloro che non posseggono un veicolo privato per muoversi.
Breve storia dei sistemi di navigazione automobilistici
Il primo prototipo di navigatore, per l’orientamento stradale risale al 1930, esso ha una struttura rudimentale e viene utilizzato nelle autovetture in via del tutto sperimentale, per le scarse funzionalità.
Bisogna attendere il 1981, quando alla Honda, Alpine e Stanley Electric, in Giappone, introducono il primo sistema di navigazione automobilistico. Il dispositivo, noto come Electro Gyro-Cator, utilizzava il sistema di navigazione inerziale, che si basava sulla stessa tecnologia in dotazione ai pilota dei caccia durante il periodo della Guerra Fredda: l’individuazione della propria posizione, con il sistema inerziale, dipendeva da tre coordinate, cioè il posto dal quale si partiva, la rotta che si stava seguendo e il tempo già trascorso, dall’orario di partenza. (13)
Il costo per unità prodotta era molto elevato e corrispondeva a circa il 25% del costo medio di una vettura di quel periodo, intorno a 2.800 dollari, pertanto rappresentava un optional per le auto di alta gamma.
Il 99,9% degli automobilisti si orientava e trovava le strade con l’ausilio delle mappe cartacee; del resto anche Electro Gyro-Cator utilizzava mappe traslucide che scorrevano manualmente su uno schermo.
Il passaggio alle prime mappe digitali avviene nel 1985, negli USA, con il sistema Etak ed i dati vengono memorizzati sui nastri magnetici: ogni nastro contiene i dati relativi a un quadrante di una grande città. Due anni dopo, in Giappone, i dati delle mappe vengono trascritti sui CD ROM e il dispositivo di lettura, con display a colori, è inserito nel cruscotto della Toyota Royal.
Nei primi anni '90 del secolo scorso, la Mazda introduce il primo sistema di navigazione automobilistico GPS; tale tecnologia, contemporaneamente viene sviluppata ed applicata su veicoli di altissima gamma anche dalla General Motors.
Ma il salto qualitativo si ebbe nel 1998, quando la Garmin, azienda multinazionale con sede operativa negli USA, ha introdotto il GPS Street Pilot, un dispositivo portatile per la navigazione degli automobilisti. I costi unitari scesero di molto ed aveva il vantaggio di poter essere spostato da un veicolo ad un altro.
Ma come funziona la tecnologia GPS e quali cambiamenti ha determinato nell’ultimo quarto di secolo?
GPS è l’acronimo di Global Positioning System ed è stato lanciato negli USA nei primi anni Settanta del secolo scorso, in ambito militare, per permettere ai mezzi dell’Esercito terrestre, della Marina e dell’Aviazione di orientarsi e d’individuare la loro posizione nel tempo e nello spazio, anche in situazioni meteorologiche molto difficili.
La prima apertura in vista dell’utilizzo di questo sistema di posizionamento, per scopi commerciali o civili, è avvenuta nel 1991, tuttavia gran parte delle restrizioni, per motivi di sicurezza, permangono sino al 2000. (14)
La Russia, nel contempo, ha sviluppato il sistema di rilevamento delle coordinate denominato GLONASS. Di recente, nel 2016, l’Europa ha lanciato il progetto GALILEO, una rete di 30 satelliti, che girano attorno alla terra, a migliaia di chilometri, Cina ed India, ovviamente, partecipano a questa corsa.
La rete GPS è costituita da 32 satelliti, che girano attorno alla Terra, a una distanza di circa 20 mila chilometri ed affinché le informazioni sulla propria posizione, lungo il tragitto che si sta percorrendo, siano captate dal ricevitore del dispositivo mobile o fissato nel cruscotto del veicolo, i segnali radio devono pervenire, contemporaneamente, da quattro satelliti.
Ma il salto qualitativo e quantitativo dei sistemi di navigazione, per gli automobilisti, si è verificato a partire dal 2011, quando i ricevitori GPS e GLONASS sono stati integrati negli smartphone, dando la possibilità a chiunque acquistasse un cellulare, pur di non elevata gamma, di ottenere informazioni audio e visive dettagliate, sul percorso stradale selezionato, sebbene la propria autovettura, in quanto un modello utilitario oppure troppo vecchio, non disponesse ancora del navigatore con display, impiantato nel cruscotto.
Con lo smartphone, basta essere collegati alla rete Internet, tramite la rete del proprio operatore telefonico, per accedere al servizio di localizzazione.
Il cellulare ha il vantaggio di poter essere utilizzato anche per muoversi a piedi, in una città che non si conosce, individuando la nostra destinazione, senza chiedere informazioni alle persone che abitano in quel determinato luogo e senza tralasciare che si possa fare a meno delle ingombranti mappe cartacee.
I dispositivi mobili, tra le altre cose, grazie alla geolocalizzazione e delle app specifiche, consentono di individuare con precisione l’orario del mezzo pubblico che desidera prendere.
In poco più di un decennio, il dispositivo di navigazione e geolocalizzazione è stato trasformato da un oggetto di lusso a un gadget alla portata di tutti, anche dei bambini, dando prova che la saturazione dei mercati, per i nuovi prodotti, avviene ad un ritmo elevato e con tempi ristretti.
Pertanto, al contrario di ciò che sostengono, non solo gli economisti di credo neoliberale, ma anche alcuni di quelli che fanno riferimento al marxismo, i “nuovi bisogni”, che vengono stimolati o indotti, con campagne pubblicitarie pervasive, finalizzate al lancio e alla diffusione di nuovi prodotti, contengono in seno di già la connessione tecnologica che riduce drasticamente i tempi della loro soddisfazione.
Note
01) J.M. Keynes, Essays-In-Persuasion, A short view of Russia (1925), p. 306;
02) Ibidem, p. 309;
03) Su questo punto, Keynes, credo che si riferisca al fatto che i bolscevichi riescano a mettere fuori gioco i partiti della Rivoluzione politica di febbraio;
04) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, introduzione di F. Engels del 1891;
05) J.M. Keynes, opera cit., p. 311;
06) Per questioni di spazio, restringo l’analisi a quei paesi che, in un determinato periodo di tempo, hanno fatto ricorso alle politiche keynesiane o sistema misto in modo esplicito, compresi gli USA;
07) Per un approfondimento di questo tema si rimanda il lettore all’articolo di Leo Essen, Il sistema dei prezzi è in delirio. I quaderni di Giovanni Mazzetti;
08) P. Cicalese, 50 anni di guerra al salario, L.A.D. Gruppo Editoriale, ETS, Roma 2023, p. 98;
09) Si veda: E. Donnici, I salari non dipendono dalla produttività. Una dimostrazione;
10) Marco Craviolatti, E la borsa e la vita. Distribuire e ridurre il tempo di lavoro: orizzonte di giustizia e benessere, Ediesse, roma 2014; p. 44;
11) Ibidem, p. 118;
12) Si rimanda il lettore interessato all’articolo: Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale;
13) https://ndrive.com/blog/our-blog-1/brief-history-gps-car-navigation-30;
14) https://www.netrising.com/sviluppo-web/come-funziona-il-gps/;
Fonte
30/06/2025
La crisi e le ore di lavoro: un secolo dopo
Il periodo più florido della collaborazione di Federico Caffè con il manifesto è stato nel 1980-81. Galapagos racconta che tra i suoi primi articoli riprende la rilettura di un carteggio tra il senatore Giovanni Agnelli e il senatore Luigi Einaudi, che la redazione titola: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Uno slogan che – dice G. Mazzetti (Ai confini dello Stato sociale) – fu coniato per la prima volta dalla CISL. Se la CISL ha poi snobbato questo tema, per gli altri sindacati è rimasto solo uno slogan, da richiamare meccanicamente.
Gli scambi epistolari avvennero sulla rivista “La Riforma Sociale”, diretta da Einaudi, nel gennaio del 1933. (1)
Nel giugno del '32, il Presidente della F.I.A.T. rilasciò alla Word Press un’intervista sulla questione delle ore di lavoro e la crisi, suscitando una vivace discussione a livello mondiale.
Il 5 gennaio del 1933, G. Agnelli, rivolgendosi all’economista Einaudi, cerca di spiegare in modo pragmatico la disoccupazione “tecnica”, cioè quella legata all’introduzione delle macchine nella produzione industriale.
Egli propone un modello, con una serie di semplificazioni, partendo dal salario di sussistenze ovvero l’intero ammontare è speso per la riproduzione della forza lavoro e dei loro familiari.
Nota metodologica
Nel seguire il ragionamento, che sta alla base dello scambio epistolare, formulo un modello che esprime una sintesi comune dei diversi valori numerici utilizzati, per esplicare le proprie argomentazioni, con le rispettive variazioni. Nello specifico, circoscrivo l’analisi numerica di Agnelli all’interno del modello (tabella) proposto da Einaudi, il quale sottolinea la produzione aggiuntiva e i relativi compensi di ciò che lui definisce “capitale tecnico”.
Gli autori convengono sull’utilizzo del dollaro come unità di conto e ipotizzano il costo medio di una giornata lavorativa pari a un verdone. Nella mia rielaborazione introduco gli euro, per rendere il modello attuale e ipotizzo una giornata lavorativa pari a 80 euro, per semplificare i calcoli.
Un modello esplicativo della realtà economico sociale degli anni Trenta, del secolo scorso, caduto nell’oblio
Se nella fabbrica A lavorano 100 operai e il loro salario medio è di 80 euro al giorno, per una paga oraria di 10 euro all’ora, ogni giorno nasce una domanda di 8.000 euro di beni e servizi, che vengono acquistati sul mercato. Se a livello macro, cioè a livello aggregato, non ci sono intoppi, afferma G. Agnelli, gli affari girano bene, non si parla di crisi e quindi non c’è bisogno di lubrificare i meccanismi economici.
Ora, siccome gli industriali tendono a risparmiare il lavoro e a guadagnare di più, fanno a gara a chi introduce le migliori innovazioni tecnologiche, quindi succede che nel sito produttivo A, l’applicazione di nuovi macchinari permette a 75 operai di compiere il lavoro che prima era svolto da 100.
Il che significa che 25 operai rimangono disoccupati, mentre gli altri 75 producono la stessa quantità di prima, ma con meno ore, ossia 600 ore invece che 800, sulla base di una giornata lavorativa media di 8 ore. Quindi per produrre la stessa quantità di prima sono sufficienti solo 6 ore. Le aziende che operano nello stesso settore, se non si adeguano, rimangono fuori mercato.
Una volta che l’innovazione si è generalizzata, si verifica un incremento del tasso di disoccupazione, se i lavoratori e le lavoratrici resi superflui non trovano un’occupazione alternativa. I 25 operai che rimangono fuori riducono i loro consumi, i quali vanno ad incidere sulla produzione di altre aziende.
Se teniamo presente che quegli anni vivono una crisi industriale terrificante, il senatore Agnelli ha sotto gli occhi la riduzione della domanda di beni e servizi, rispetto al periodo precedente, e di conseguenza prende atto che per soddisfare i bisogni del mercato una parte dei 75 operai ancora attivi diventa ridondante.
Certo – continua il Presidente della F.I.A.T – voi economisti ci avete abituato a credere che ad un certo punto l’equilibrio sarà ripristinato, ma per noi capitalisti, quando ci troviamo sulla “china discendente”, ci sembra che questa “catena paurosa”, appena descritta, non abbia mai fine.
Tuttavia, egli constata, sul piano empirico, che in seguito all’invenzione tecnica, apportata nel processo produttivo, la quantità di beni prodotta nello stabilimento A rimane invariata, utilizzando 600 ore di lavoro anziché 800, quindi si presenta la possibilità di pagare lo stesso ammontare di salari, senza espellere i 25 operai, rimpiazzati dalle macchine, riducendo la giornata lavorativa da 8 a 6 ore.
Agnelli, nel porre la sua attenzione alla crisi dilagante, individua una soluzione empirica alla disoccupazione involontaria, legata alle innovazioni tecniche, ma poi asserisce che tale modello sussiste nella sua testa e funziona, in qualche misura da parafulmine ai “collassi spaventevoli” della domanda aggregata a cui i suoi occhi assistono impotenti. Quindi, un dubbio lo assale e rivolgendosi al suo collega senatore del Regno, chiede: “Nel mio discorso, ho trascurato qualche fattore invisibile, sui quali voi economisti vi dilettate?”
A dire il vero, Einaudi sulla questione dei “fattori invisibili”, che di fatto limitano le condizioni di vita di milioni di lavoratori, evade la risposta, non perché l’argomento sia troppo sottile per le sue capacità intellettuali.
No! C’è una ragione pratica che accomuna entrambi gli interlocutori: sebbene vivano una profonda crisi economica e sociale, non avvertono una situazione di disagio tale da spingerli al cambiamento. I fattori invisibili a cui accenna Agnelli esistono e si chiamano rapporti sociali di produzioni, infatti gli sviluppi delle forze produttive non trovano un risvolto positivo, se non vengono messi in discussione i rapporti della proprietà privata.
Quest’ultima puntualizzazione è necessaria e svolge una funzione meta-cognitiva nell’ambito dei rapporti sociali in cui sono immersi i due interlocutori, esprime un tentativo di spiegare le resistenze al cambiamento, non solo della classe che detta gli ordini del giorno dell’agenda sociale, per imporre il proprio punto di vista, ma anche della classe lavoratrice, la quale cede alle lusinghe, alle persuasioni all’uso della forza bruta dei membri del gruppo dominante, accettando l’idea mistificatrice che i guai dei lavoratori siano collegati alla “scarsità di risorse”, quindi siano costretti ad estendere o mantenere invariato il loro orario di lavoro.
Einaudi riprende il discorso del Presidente della F.I.A.T., evidenziando nel modello l’allargamento del ciclo produttivo, con l’introduzione della macchina, intesa come “qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro”; percepisce che gli industriali sono impazienti di arrivare al nocciolo del problema.
Pertanto, gli fa notare che dopo l’introduzione dell’innovazione tecnologica, oltre alla diminuzione del lavoro socialmente necessario, per produrre il valore di 8.000 euro di beni, si verifica un incremento della produzione del 20 % che corrisponde a un valore monetario di 1.600 euro e rappresenta il compenso spettante agli inventori e ai risparmiatori che hanno contribuito a fabbricare la macchina.
Giova precisare che il discorso di Einaudi si basa su due semplificazioni della realtà produttiva di beni destinati alla vendita: la prima consiste nel mantenere invariata la capacità di acquisto di beni e servizi da un momento all’altro, cioè dal processo produttivo senza macchina a quello con la macchina; la seconda rende il modello interpretativo della realtà meno complicato, in quanto non dà importanza alla distinzione tra beni di consumo diretti e beni strumentali.
Dunque, l’apporto della macchina determina una riduzione della fatica dei lavoratori a parità di salario e presuppone, secondo l’impostazione di Einaudi, un aumento della produzione, che dipende dalle capacità organizzative dell’imprenditore, dagli inventori, cioè dalle conoscenze e competenze scientifiche in quel determinato periodo e contesto e dal saggio d’interesse.
Nella mia rilettura del modello ipotizzo un incremento di 1.600 euro di produzione aggiuntiva, mentre Einaudi suppone un incremento di 20 dollari della produzione aggiuntiva, cosicché la produzione totale passa da 100 a 120 unità giornaliere.
In queste circostanze, se vengono soddisfatte tutte le condizioni o le variabili che entrano in gioco – sostiene Einaudi – il sistema tende all’equilibrio, la situazione economica è stabile.
Dopodiché, lo schema di Einaudi cerca di entrare in profondità, dando rilievo ai dettagli matematici, individuando due categorie salariali: quella degli operai stazionari e quella dei progressivi. Tale separazione deriverebbe dalle difficoltà a uniformare le innovazioni tecnologiche, dato che una riduzione generalizzata a 6 ore per tutti i 100 lavoratori comporterebbe una perdita per quelli stazionari e un guadagno dei lavoratori progressivi che, peraltro, andrebbe a compensare lo squilibrio del primo gruppo.
Da buon liberale, non riesce a generalizzare gli aumenti di produttività a tutti i dipendenti, poiché, come ho già rilevato, non mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici; riconosce le implicazioni delle tesi individuate da Keynes nella sua opera Essays in persuasion, in relazione agli straordinari aumenti della capacità produttiva registrata nel secolo precedente e sugli ulteriori sviluppi che si prospettano già negli anni trenta del XX secolo, nonostante la terrificante crisi che si vive in quel periodo.
Tuttavia, non coglie l’aspetto essenziale che genera la crisi ovvero la sovrapproduzione e la connessa domanda aggregata inadeguata, mostrando così di rimanere ancorato ai suoi rigidi principi liberisti e nella credenza che le forze del mercato siano in grado di autoregolarsi.
Cosa accadrebbe – chiede Einaudi – se la giornata lavorativa, dopo l’introduzione del “capitale tecnico” e la conseguente espulsione di 25 operai dal processo produttivo, rimanesse di 8 ore per i 75 operai ancora attivi, anziché ridurla a 6 ore ed impiegare l’intero gruppo di 100?
Il gruppo stazionario di 50 operai darebbe luogo ad un valore della produzione equivalente a quella anteriore all’introduzione della macchina, ossia 4.000 euro, mentre il gruppo progressivo, fermo restando le 8 ore giornaliere, creerebbe una quantità di prodotti pari a 5.600 euro, di cui 2.000 euro ai 25 operai, 1.600 euro come valore aggiuntivo ai risparmiatori e agli inventori ed i restanti 2.000 euro, che corrispondono agli aumenti di produttività e il relativo taglio dei 25 operai dal sito produttivo A, finiscono nelle tasche dell’imprenditore che organizza e gestisce il processo produttivo.
Il nocciolo della questione, secondo Einaudi è: “Che fare del margine disponibile dal gruppo progressivo?”
Il margine derivante dall’impiego della macchina non può essere destinato alla riduzione dell’orario di lavoro, in quanto per Einaudi questa strategia non rappresenta la soluzione al problema della disoccupazione o perlomeno, a suo giudizio, il percorrere tale strada condurrebbe al fallimento e sarebbe un rimedio temporaneo.
Nella sua scala gerarchica mette al primo posto gli interessi degli inventori, dei risparmiatori e in particolare degli imprenditori, i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Ovviamente, è distante anni luce dal concetto della macchina come lavoro oggettivato, come “lavoro morto”, che è il risultato delle conoscenze e delle competenze e in generale del sapere collettivo, non solo della generazione attuale, ma anche delle precedenti generazioni.
Egli ha un’idea degli inventori come dei soggetti avulsi dal contesto storico, come se estraessero le nuove scoperte dal cilindro di un cappello, alla stessa stregua dei maghi. Certo, il lavoro del singolo, il lavoro particolare, quando emerge, fa la differenza! Ma la domanda è: “Cosa sarebbe stato Leonardo Da Vinci senza il Rinascimento?”
Di fronte all’imperversare della crisi dei primi anni Trenta del secolo scorso, l’economista piemontese non può far finta di niente, non può tacere, quando prende atto dei milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi più industrializzati del Mondo, così come non può sconfessare il suo credo politico, che prevede un sussidio per non morire di fame
Tuttavia, egli prosegue imperterrito sulla sua tesi che non percepisce che si trovi al cospetto della disoccupazione tecnica o involontaria, tant’è che afferma che l’aiuto alla sopravvivenza di coloro che sono senza un lavoro, nonché delle loro famiglie, dev’essere disegnato in modo tale da non indurli a rimanere aggrappati alla “professione di disoccupati”.
Non si rende conto che si trova immerso in una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione, che gli industriali non investono, poiché il ROI prospettico è negativo, non vede che il sistema si è bloccato, in ossequio alla destinazione di quel margine, che lui stesso rileva, nel suo schema di lettura della realtà esterna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, agli imprenditori.
Tira dritto come se nulla fosse, sostenendo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non possa intervenire nella produzione degli “stessi beni” e fantastica di un’espansione della produzione di nuovi beni e servizi, che andrebbero a soddisfare prontamente la domanda dei consumatori sul mercato. Immagina di essere catapultato ai tempi di Jean-Baptiste Say e con lui sentenzia che l’“l’offerta crea la propria domanda”, ossia la produzione genera il reddito per acquistare tutto ciò che viene prodotto.
Nella mente di Einaudi, la negazione del problema degli sbocchi viaggia contemporaneamente alla giustificazione e perpetuazione degli extra-profitti, in un contesto in cui la disoccupazione dilaga; preferisce convergere gli incrementi di produttività sugli oneri figurativi degli imprenditori, dopo aver remunerato i “risparmiatori”, intesi come soggetti esterni all’impresa (le banche).
Allora, che fine fa il capitale di rischio? Nel suo discorso sparisce dalla circolazione e diventa un tabù.
A cosa corrisponde il denaro apportato dall’imprenditore che diventa capitale?
Quel denaro corrisponde al “lavoro risparmiato” e in misura maggiore allo sfruttamento dei lavoratori, cioè farli lavorare 8 ore, quando la riproduzione del loro salario è pari a 6 ore.
Quindi, nel cadere nelle grinfie della mistificazione, affida le sorti della riduzione dell’orario di lavoro al mercato, alla competizione tra industrie stazionarie e quelle progressive e soprattutto sferza i disoccupati, sui quali cadrebbe la responsabilità di non far sorgere la domanda di nuovi beni e servizi, se essi “continuano a dormire sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente”.
In conclusione, sebbene i due interlocutori, come ho sottolineato qui sopra, appartengano alla stessa stratificazione sociale, c’è una sottile differenza che contraddistingue i loro modi di pensare e di agire, rispetto al fenomeno della disoccupazione.
Il senatore economista non esprime dubbi sulla propria condizione sociale, sottovaluta l’impatto del “capitale tecnico” sul risparmio di manodopera, individuando come variabili prioritarie la guerra, le crisi sociali di India e Cina, l’aumento dei dazi doganali e i connessi meccanismi di difesa, eccetera, ragion per cui pone la riduzione dell’orario di lavoro alla fine della sua scala gerarchica, sostenendo che il riequilibrio implica gradualità, tempi lunghi e un atteggiamento spontaneo (naturale) di non intervento sulle forze che interagiscono nel mercato.
Il senatore industriale, che ha una visione pragmatica delle relazioni sociali, oltre ad esprimere un dubbio sulle proprie condizioni di esistenza, è toccato materialmente dagli effetti della crisi, con la conseguente riduzione delle vendite e i relativi licenziamenti, quindi parte dal presupposto che il “fattore tecnico” rappresenti una componente fondamentale del problema della disoccupazione.
Al contrario di Einaudi, Agnelli pensa che la riduzione generale ed uniforme dell’orario di lavoro sia un problema all’ordine del giorno, da non rimandare a un futuro vago ed indefinito, non cade nel fascino di espressioni idiomatiche del tipo “l’alea incerta del domani” utilizzata da Einaudi nel suo ragionamento ed innanzitutto non s’illude che gli aggiustamenti o i riequilibri possano attuarsi con degli “automatismi naturali”, anzi bisogna spingere nella direzione di “aiutare le forze naturali” ad affrontare e supera i dolori del cambiamento, aggiungerei io.
1) L. Einaudi, La crisi e le ore di lavoro, in “La Riforma Sociale”, gennaio-febbraio 1933,p. 1-20, https://www.luigieinaudi.it
Fonte
Gli scambi epistolari avvennero sulla rivista “La Riforma Sociale”, diretta da Einaudi, nel gennaio del 1933. (1)
Nel giugno del '32, il Presidente della F.I.A.T. rilasciò alla Word Press un’intervista sulla questione delle ore di lavoro e la crisi, suscitando una vivace discussione a livello mondiale.
Il 5 gennaio del 1933, G. Agnelli, rivolgendosi all’economista Einaudi, cerca di spiegare in modo pragmatico la disoccupazione “tecnica”, cioè quella legata all’introduzione delle macchine nella produzione industriale.
Egli propone un modello, con una serie di semplificazioni, partendo dal salario di sussistenze ovvero l’intero ammontare è speso per la riproduzione della forza lavoro e dei loro familiari.
Nota metodologica
Nel seguire il ragionamento, che sta alla base dello scambio epistolare, formulo un modello che esprime una sintesi comune dei diversi valori numerici utilizzati, per esplicare le proprie argomentazioni, con le rispettive variazioni. Nello specifico, circoscrivo l’analisi numerica di Agnelli all’interno del modello (tabella) proposto da Einaudi, il quale sottolinea la produzione aggiuntiva e i relativi compensi di ciò che lui definisce “capitale tecnico”.
Gli autori convengono sull’utilizzo del dollaro come unità di conto e ipotizzano il costo medio di una giornata lavorativa pari a un verdone. Nella mia rielaborazione introduco gli euro, per rendere il modello attuale e ipotizzo una giornata lavorativa pari a 80 euro, per semplificare i calcoli.
Un modello esplicativo della realtà economico sociale degli anni Trenta, del secolo scorso, caduto nell’oblio
Se nella fabbrica A lavorano 100 operai e il loro salario medio è di 80 euro al giorno, per una paga oraria di 10 euro all’ora, ogni giorno nasce una domanda di 8.000 euro di beni e servizi, che vengono acquistati sul mercato. Se a livello macro, cioè a livello aggregato, non ci sono intoppi, afferma G. Agnelli, gli affari girano bene, non si parla di crisi e quindi non c’è bisogno di lubrificare i meccanismi economici.
Ora, siccome gli industriali tendono a risparmiare il lavoro e a guadagnare di più, fanno a gara a chi introduce le migliori innovazioni tecnologiche, quindi succede che nel sito produttivo A, l’applicazione di nuovi macchinari permette a 75 operai di compiere il lavoro che prima era svolto da 100.
Il che significa che 25 operai rimangono disoccupati, mentre gli altri 75 producono la stessa quantità di prima, ma con meno ore, ossia 600 ore invece che 800, sulla base di una giornata lavorativa media di 8 ore. Quindi per produrre la stessa quantità di prima sono sufficienti solo 6 ore. Le aziende che operano nello stesso settore, se non si adeguano, rimangono fuori mercato.
Una volta che l’innovazione si è generalizzata, si verifica un incremento del tasso di disoccupazione, se i lavoratori e le lavoratrici resi superflui non trovano un’occupazione alternativa. I 25 operai che rimangono fuori riducono i loro consumi, i quali vanno ad incidere sulla produzione di altre aziende.
Se teniamo presente che quegli anni vivono una crisi industriale terrificante, il senatore Agnelli ha sotto gli occhi la riduzione della domanda di beni e servizi, rispetto al periodo precedente, e di conseguenza prende atto che per soddisfare i bisogni del mercato una parte dei 75 operai ancora attivi diventa ridondante.
Certo – continua il Presidente della F.I.A.T – voi economisti ci avete abituato a credere che ad un certo punto l’equilibrio sarà ripristinato, ma per noi capitalisti, quando ci troviamo sulla “china discendente”, ci sembra che questa “catena paurosa”, appena descritta, non abbia mai fine.
Tuttavia, egli constata, sul piano empirico, che in seguito all’invenzione tecnica, apportata nel processo produttivo, la quantità di beni prodotta nello stabilimento A rimane invariata, utilizzando 600 ore di lavoro anziché 800, quindi si presenta la possibilità di pagare lo stesso ammontare di salari, senza espellere i 25 operai, rimpiazzati dalle macchine, riducendo la giornata lavorativa da 8 a 6 ore.
Agnelli, nel porre la sua attenzione alla crisi dilagante, individua una soluzione empirica alla disoccupazione involontaria, legata alle innovazioni tecniche, ma poi asserisce che tale modello sussiste nella sua testa e funziona, in qualche misura da parafulmine ai “collassi spaventevoli” della domanda aggregata a cui i suoi occhi assistono impotenti. Quindi, un dubbio lo assale e rivolgendosi al suo collega senatore del Regno, chiede: “Nel mio discorso, ho trascurato qualche fattore invisibile, sui quali voi economisti vi dilettate?”
A dire il vero, Einaudi sulla questione dei “fattori invisibili”, che di fatto limitano le condizioni di vita di milioni di lavoratori, evade la risposta, non perché l’argomento sia troppo sottile per le sue capacità intellettuali.
No! C’è una ragione pratica che accomuna entrambi gli interlocutori: sebbene vivano una profonda crisi economica e sociale, non avvertono una situazione di disagio tale da spingerli al cambiamento. I fattori invisibili a cui accenna Agnelli esistono e si chiamano rapporti sociali di produzioni, infatti gli sviluppi delle forze produttive non trovano un risvolto positivo, se non vengono messi in discussione i rapporti della proprietà privata.
Quest’ultima puntualizzazione è necessaria e svolge una funzione meta-cognitiva nell’ambito dei rapporti sociali in cui sono immersi i due interlocutori, esprime un tentativo di spiegare le resistenze al cambiamento, non solo della classe che detta gli ordini del giorno dell’agenda sociale, per imporre il proprio punto di vista, ma anche della classe lavoratrice, la quale cede alle lusinghe, alle persuasioni all’uso della forza bruta dei membri del gruppo dominante, accettando l’idea mistificatrice che i guai dei lavoratori siano collegati alla “scarsità di risorse”, quindi siano costretti ad estendere o mantenere invariato il loro orario di lavoro.
Einaudi riprende il discorso del Presidente della F.I.A.T., evidenziando nel modello l’allargamento del ciclo produttivo, con l’introduzione della macchina, intesa come “qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro”; percepisce che gli industriali sono impazienti di arrivare al nocciolo del problema.
Pertanto, gli fa notare che dopo l’introduzione dell’innovazione tecnologica, oltre alla diminuzione del lavoro socialmente necessario, per produrre il valore di 8.000 euro di beni, si verifica un incremento della produzione del 20 % che corrisponde a un valore monetario di 1.600 euro e rappresenta il compenso spettante agli inventori e ai risparmiatori che hanno contribuito a fabbricare la macchina.
Giova precisare che il discorso di Einaudi si basa su due semplificazioni della realtà produttiva di beni destinati alla vendita: la prima consiste nel mantenere invariata la capacità di acquisto di beni e servizi da un momento all’altro, cioè dal processo produttivo senza macchina a quello con la macchina; la seconda rende il modello interpretativo della realtà meno complicato, in quanto non dà importanza alla distinzione tra beni di consumo diretti e beni strumentali.
Dunque, l’apporto della macchina determina una riduzione della fatica dei lavoratori a parità di salario e presuppone, secondo l’impostazione di Einaudi, un aumento della produzione, che dipende dalle capacità organizzative dell’imprenditore, dagli inventori, cioè dalle conoscenze e competenze scientifiche in quel determinato periodo e contesto e dal saggio d’interesse.
Nella mia rilettura del modello ipotizzo un incremento di 1.600 euro di produzione aggiuntiva, mentre Einaudi suppone un incremento di 20 dollari della produzione aggiuntiva, cosicché la produzione totale passa da 100 a 120 unità giornaliere.
In queste circostanze, se vengono soddisfatte tutte le condizioni o le variabili che entrano in gioco – sostiene Einaudi – il sistema tende all’equilibrio, la situazione economica è stabile.
Dopodiché, lo schema di Einaudi cerca di entrare in profondità, dando rilievo ai dettagli matematici, individuando due categorie salariali: quella degli operai stazionari e quella dei progressivi. Tale separazione deriverebbe dalle difficoltà a uniformare le innovazioni tecnologiche, dato che una riduzione generalizzata a 6 ore per tutti i 100 lavoratori comporterebbe una perdita per quelli stazionari e un guadagno dei lavoratori progressivi che, peraltro, andrebbe a compensare lo squilibrio del primo gruppo.
Da buon liberale, non riesce a generalizzare gli aumenti di produttività a tutti i dipendenti, poiché, come ho già rilevato, non mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici; riconosce le implicazioni delle tesi individuate da Keynes nella sua opera Essays in persuasion, in relazione agli straordinari aumenti della capacità produttiva registrata nel secolo precedente e sugli ulteriori sviluppi che si prospettano già negli anni trenta del XX secolo, nonostante la terrificante crisi che si vive in quel periodo.
Tuttavia, non coglie l’aspetto essenziale che genera la crisi ovvero la sovrapproduzione e la connessa domanda aggregata inadeguata, mostrando così di rimanere ancorato ai suoi rigidi principi liberisti e nella credenza che le forze del mercato siano in grado di autoregolarsi.
Cosa accadrebbe – chiede Einaudi – se la giornata lavorativa, dopo l’introduzione del “capitale tecnico” e la conseguente espulsione di 25 operai dal processo produttivo, rimanesse di 8 ore per i 75 operai ancora attivi, anziché ridurla a 6 ore ed impiegare l’intero gruppo di 100?
Il gruppo stazionario di 50 operai darebbe luogo ad un valore della produzione equivalente a quella anteriore all’introduzione della macchina, ossia 4.000 euro, mentre il gruppo progressivo, fermo restando le 8 ore giornaliere, creerebbe una quantità di prodotti pari a 5.600 euro, di cui 2.000 euro ai 25 operai, 1.600 euro come valore aggiuntivo ai risparmiatori e agli inventori ed i restanti 2.000 euro, che corrispondono agli aumenti di produttività e il relativo taglio dei 25 operai dal sito produttivo A, finiscono nelle tasche dell’imprenditore che organizza e gestisce il processo produttivo.
Il nocciolo della questione, secondo Einaudi è: “Che fare del margine disponibile dal gruppo progressivo?”
Il margine derivante dall’impiego della macchina non può essere destinato alla riduzione dell’orario di lavoro, in quanto per Einaudi questa strategia non rappresenta la soluzione al problema della disoccupazione o perlomeno, a suo giudizio, il percorrere tale strada condurrebbe al fallimento e sarebbe un rimedio temporaneo.
Nella sua scala gerarchica mette al primo posto gli interessi degli inventori, dei risparmiatori e in particolare degli imprenditori, i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Ovviamente, è distante anni luce dal concetto della macchina come lavoro oggettivato, come “lavoro morto”, che è il risultato delle conoscenze e delle competenze e in generale del sapere collettivo, non solo della generazione attuale, ma anche delle precedenti generazioni.
Egli ha un’idea degli inventori come dei soggetti avulsi dal contesto storico, come se estraessero le nuove scoperte dal cilindro di un cappello, alla stessa stregua dei maghi. Certo, il lavoro del singolo, il lavoro particolare, quando emerge, fa la differenza! Ma la domanda è: “Cosa sarebbe stato Leonardo Da Vinci senza il Rinascimento?”
Di fronte all’imperversare della crisi dei primi anni Trenta del secolo scorso, l’economista piemontese non può far finta di niente, non può tacere, quando prende atto dei milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi più industrializzati del Mondo, così come non può sconfessare il suo credo politico, che prevede un sussidio per non morire di fame
Tuttavia, egli prosegue imperterrito sulla sua tesi che non percepisce che si trovi al cospetto della disoccupazione tecnica o involontaria, tant’è che afferma che l’aiuto alla sopravvivenza di coloro che sono senza un lavoro, nonché delle loro famiglie, dev’essere disegnato in modo tale da non indurli a rimanere aggrappati alla “professione di disoccupati”.
Non si rende conto che si trova immerso in una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione, che gli industriali non investono, poiché il ROI prospettico è negativo, non vede che il sistema si è bloccato, in ossequio alla destinazione di quel margine, che lui stesso rileva, nel suo schema di lettura della realtà esterna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, agli imprenditori.
Tira dritto come se nulla fosse, sostenendo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non possa intervenire nella produzione degli “stessi beni” e fantastica di un’espansione della produzione di nuovi beni e servizi, che andrebbero a soddisfare prontamente la domanda dei consumatori sul mercato. Immagina di essere catapultato ai tempi di Jean-Baptiste Say e con lui sentenzia che l’“l’offerta crea la propria domanda”, ossia la produzione genera il reddito per acquistare tutto ciò che viene prodotto.
Nella mente di Einaudi, la negazione del problema degli sbocchi viaggia contemporaneamente alla giustificazione e perpetuazione degli extra-profitti, in un contesto in cui la disoccupazione dilaga; preferisce convergere gli incrementi di produttività sugli oneri figurativi degli imprenditori, dopo aver remunerato i “risparmiatori”, intesi come soggetti esterni all’impresa (le banche).
Allora, che fine fa il capitale di rischio? Nel suo discorso sparisce dalla circolazione e diventa un tabù.
A cosa corrisponde il denaro apportato dall’imprenditore che diventa capitale?
Quel denaro corrisponde al “lavoro risparmiato” e in misura maggiore allo sfruttamento dei lavoratori, cioè farli lavorare 8 ore, quando la riproduzione del loro salario è pari a 6 ore.
Quindi, nel cadere nelle grinfie della mistificazione, affida le sorti della riduzione dell’orario di lavoro al mercato, alla competizione tra industrie stazionarie e quelle progressive e soprattutto sferza i disoccupati, sui quali cadrebbe la responsabilità di non far sorgere la domanda di nuovi beni e servizi, se essi “continuano a dormire sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente”.
In conclusione, sebbene i due interlocutori, come ho sottolineato qui sopra, appartengano alla stessa stratificazione sociale, c’è una sottile differenza che contraddistingue i loro modi di pensare e di agire, rispetto al fenomeno della disoccupazione.
Il senatore economista non esprime dubbi sulla propria condizione sociale, sottovaluta l’impatto del “capitale tecnico” sul risparmio di manodopera, individuando come variabili prioritarie la guerra, le crisi sociali di India e Cina, l’aumento dei dazi doganali e i connessi meccanismi di difesa, eccetera, ragion per cui pone la riduzione dell’orario di lavoro alla fine della sua scala gerarchica, sostenendo che il riequilibrio implica gradualità, tempi lunghi e un atteggiamento spontaneo (naturale) di non intervento sulle forze che interagiscono nel mercato.
Il senatore industriale, che ha una visione pragmatica delle relazioni sociali, oltre ad esprimere un dubbio sulle proprie condizioni di esistenza, è toccato materialmente dagli effetti della crisi, con la conseguente riduzione delle vendite e i relativi licenziamenti, quindi parte dal presupposto che il “fattore tecnico” rappresenti una componente fondamentale del problema della disoccupazione.
Al contrario di Einaudi, Agnelli pensa che la riduzione generale ed uniforme dell’orario di lavoro sia un problema all’ordine del giorno, da non rimandare a un futuro vago ed indefinito, non cade nel fascino di espressioni idiomatiche del tipo “l’alea incerta del domani” utilizzata da Einaudi nel suo ragionamento ed innanzitutto non s’illude che gli aggiustamenti o i riequilibri possano attuarsi con degli “automatismi naturali”, anzi bisogna spingere nella direzione di “aiutare le forze naturali” ad affrontare e supera i dolori del cambiamento, aggiungerei io.
1) L. Einaudi, La crisi e le ore di lavoro, in “La Riforma Sociale”, gennaio-febbraio 1933,p. 1-20, https://www.luigieinaudi.it
Fonte
13/01/2025
Produttività in calo, ma più ore di lavoro: questo è il modello italiano
Le ultime statistiche pubblicate dall’Istat sulla produttività italiana confermano che il nodo, nella nostra economia, non è che “non c’è voglia di lavorare”, come troppo spesso si sente dire, ma che i capitalisti italiani non sanno o non vogliono investire.
Il modello del nostro paese è fondato sostanzialmente sullo sfruttamento intensivo, come in un paese che deve ancora trovare la via dello sviluppo.
L’analisi diffusa il 9 gennaio non considera attività quali locazione di beni immobili, del personale domestico, delle amministrazioni pubbliche e delle organizzazioni internazionali. Quello che rimane è il 71% del valore aggiunto complessivo e l’83% delle ore lavorate: la maggior parte dell’economia, in sostanza quella affidata all’iniziativa privata.
Il lasso di tempo considerato va dal 1995 al 2023, con i dati di quest’ultimo anno ancora preliminari, in quanto studiato a partire da fonti parziali. Ma le stime attuali parlano di una riduzione della produttività del lavoro del 2,5%, e la causa è nell’aumento delle ore lavorate maggiore rispetto a quello del valore aggiunto.
Le prime hanno segnato, infatti, un +2,7%, mentre il secondo solo un +0,2%, misurato in volume. A livello di settore, ciò ha portato a contributi negativi alla produttività del lavoro soprattutto da parte delle attività del commercio, trasporti, alberghi e pubblici esercizi; dell’industria in senso stretto; delle attività finanziarie e assicurative, e di quelle professionali.
Nel quasi ventennio considerato dall’Istat, la produttività del lavoro è aumentata a una media annua dello 0,4%, di gran lunga inferiore a quella della “UE a 27” (1,5%). Francia e Germania hanno registrato incrementi rispettivamente dell’1% e dell’1,3%, e seppur anch’esse oggi in crisi, ciò è indicatore di una gerarchia evidente nelle filiere continentali.
Infatti, a completare l’analisi c’è anche la valutazione della produttività del capitale. Viene specificato che gli “investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione […] permettono di innovare i processi produttivi e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività, al pari degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la Ricerca e sviluppo”.
Parliamo, insomma, della capacità del capitale nostrano di posizionarsi nei settori più avanzati delle filiere di oggi, quelle che guidano lo sviluppo. Nel 2023 la produttività del capitale si è ridotta dello 0,9%, dinamica che ha impattato sulla Produttività Totale dei Fattori (PTF), cioè l’efficienza con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo.
Il dato per il 2023 indica una riduzione della PTF del 2,5%, ma anche osservando le serie dal 1995 l’andamento è rimasto sostanzialmente immobile (+0,1%).
L’incremento del valore aggiunto, nello stesso periodo, è da attribuirsi quasi esclusivamente all’impiego di capitale e di lavoro, mentre è stato piuttosto trascurabile l’efficientamento della produzione.
Per concludere, è rimasto fermo il progresso tecnico espresso nella PTF, intaccando anche la dinamica della produttività del lavoro.
E quel che viene fuori da quest’ultimo rapporto dell’Istat è che il valore aggiunto aumenta solo perché si lavora di più (e si è costretti a lavorare di più perché i salari sono bassi, quindi aumenta l’estrazione del plusvalore assoluto, ma non c’è “progresso”).
Del resto, stando a un rapporto OCSE pubblicato ad inizio dell’anno scorso, con riferimento ai dati del 2022, le ore lavorate annualmente in media in Italia sono 1.694, ovvero rispetto a Germania e Olanda rispettivamente circa 350 e 270 in più.
Una realtà che si adatta male alla narrazione sugli “scansafatiche del Sud Europa”, e che parla semmai delle gerarchie continentali e del fallimento dei “prenditori” nostrani.
Fonte
Il modello del nostro paese è fondato sostanzialmente sullo sfruttamento intensivo, come in un paese che deve ancora trovare la via dello sviluppo.
L’analisi diffusa il 9 gennaio non considera attività quali locazione di beni immobili, del personale domestico, delle amministrazioni pubbliche e delle organizzazioni internazionali. Quello che rimane è il 71% del valore aggiunto complessivo e l’83% delle ore lavorate: la maggior parte dell’economia, in sostanza quella affidata all’iniziativa privata.
Il lasso di tempo considerato va dal 1995 al 2023, con i dati di quest’ultimo anno ancora preliminari, in quanto studiato a partire da fonti parziali. Ma le stime attuali parlano di una riduzione della produttività del lavoro del 2,5%, e la causa è nell’aumento delle ore lavorate maggiore rispetto a quello del valore aggiunto.
Le prime hanno segnato, infatti, un +2,7%, mentre il secondo solo un +0,2%, misurato in volume. A livello di settore, ciò ha portato a contributi negativi alla produttività del lavoro soprattutto da parte delle attività del commercio, trasporti, alberghi e pubblici esercizi; dell’industria in senso stretto; delle attività finanziarie e assicurative, e di quelle professionali.
Nel quasi ventennio considerato dall’Istat, la produttività del lavoro è aumentata a una media annua dello 0,4%, di gran lunga inferiore a quella della “UE a 27” (1,5%). Francia e Germania hanno registrato incrementi rispettivamente dell’1% e dell’1,3%, e seppur anch’esse oggi in crisi, ciò è indicatore di una gerarchia evidente nelle filiere continentali.
Infatti, a completare l’analisi c’è anche la valutazione della produttività del capitale. Viene specificato che gli “investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione […] permettono di innovare i processi produttivi e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività, al pari degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come la Ricerca e sviluppo”.
Parliamo, insomma, della capacità del capitale nostrano di posizionarsi nei settori più avanzati delle filiere di oggi, quelle che guidano lo sviluppo. Nel 2023 la produttività del capitale si è ridotta dello 0,9%, dinamica che ha impattato sulla Produttività Totale dei Fattori (PTF), cioè l’efficienza con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo.
Il dato per il 2023 indica una riduzione della PTF del 2,5%, ma anche osservando le serie dal 1995 l’andamento è rimasto sostanzialmente immobile (+0,1%).
L’incremento del valore aggiunto, nello stesso periodo, è da attribuirsi quasi esclusivamente all’impiego di capitale e di lavoro, mentre è stato piuttosto trascurabile l’efficientamento della produzione.
Per concludere, è rimasto fermo il progresso tecnico espresso nella PTF, intaccando anche la dinamica della produttività del lavoro.
E quel che viene fuori da quest’ultimo rapporto dell’Istat è che il valore aggiunto aumenta solo perché si lavora di più (e si è costretti a lavorare di più perché i salari sono bassi, quindi aumenta l’estrazione del plusvalore assoluto, ma non c’è “progresso”).
Del resto, stando a un rapporto OCSE pubblicato ad inizio dell’anno scorso, con riferimento ai dati del 2022, le ore lavorate annualmente in media in Italia sono 1.694, ovvero rispetto a Germania e Olanda rispettivamente circa 350 e 270 in più.
Una realtà che si adatta male alla narrazione sugli “scansafatiche del Sud Europa”, e che parla semmai delle gerarchie continentali e del fallimento dei “prenditori” nostrani.
Fonte
17/04/2023
Cile - I sindacati rifiutano la flessibilità imposta dalla «Legge 40 ore»
“Noi organizzazioni firmanti la presente dichiarazione sosteniamo il nostro rifiuto alle misure di flessibilità del lavoro contenute nel disegno di legge che sarà votato questo martedì nella seduta plenaria della Camera dei Deputati.”
Sotto il titolo di riduzione della giornata lavorativa a “40 ore”, il progetto nasconde gravi battute d’arresto che ledono gravemente i diritti dei lavoratori, in particolare la loro certezza sulla giornata lavorativa e il controllo del loro tempo libero.
Le 40 ore non saranno più nella settimana, ma piuttosto una media in un ciclo di 4 settimane, dando così al datore di lavoro la scelta dei turni di lavoro e il preavviso di una sola settimana nonché la possibilità che in determinate settimane si debbano lavorare fino a 52 ore (a parte la pausa pranzo), al fine di risparmiare il pagamento degli straordinari, incorporando come unico requisito l’accettazione da parte di sindacati senza alcun requisito di forza o rappresentanza.
Si tratta di misure di flessibilità senza precedenti che non erano contenute nel progetto originale né sono correlate con le idee fondanti del progetto. Né facevano parte del programma di governo proposto alla cittadinanza e sono più gravi di quelle promosse dagli ultimi 5 governi.
Il progetto è carente anche perché non viene eliminata l’esclusione della giornata lavorativa di cui al secondo comma dell’articolo 22 e come soluzione si prospetta un ricorso amministrativo e un successivo processo in tribunale.
Né viene ridotta la giornata lavorativa ai lavoratori a tempo parziale (poiché questa resta fissata a 30 ore), cosicché decine di migliaia di lavoratori rimarranno senza diritto ad un’effettiva riduzione dell’orario di lavoro, con il commercio e la vendita al dettaglio ad essere i più colpiti.
Inoltre, entrerà in pieno vigore solo tra cinque anni (2028) e interi settori produttivi non subiranno alcuna riduzione fino a quella data.
È anche incoerente, perché le “giornate lavorative eccezionali” sono mantenute in pratica in medie di 42 ore (non vengono abbassate a 40), promuovendo così il fatto che i giorni di riposo concessi in compensazione ai lavoratori siano barattati con denaro.
Si fraziona fino a 4 ore la pausa pranzo (non retribuita) per i lavoratori di alberghi e circoli, il che comporterà l’anticipo dell’orario di ingresso o il posticipo dell’orario di uscita dal lavoro, e questo nella pratica aumenta le ore a disposizione del datore di lavoro.
Sosteniamo la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, è necessario per il benessere e il miglioramento della produttività del lavoro, ma questo non può zittire le critiche quando avvertiamo che sotto l’apparenza di una bandiera si finisce per tutelare delle formule di precarizzazione del lavoro.
Fonte
Sotto il titolo di riduzione della giornata lavorativa a “40 ore”, il progetto nasconde gravi battute d’arresto che ledono gravemente i diritti dei lavoratori, in particolare la loro certezza sulla giornata lavorativa e il controllo del loro tempo libero.
Le 40 ore non saranno più nella settimana, ma piuttosto una media in un ciclo di 4 settimane, dando così al datore di lavoro la scelta dei turni di lavoro e il preavviso di una sola settimana nonché la possibilità che in determinate settimane si debbano lavorare fino a 52 ore (a parte la pausa pranzo), al fine di risparmiare il pagamento degli straordinari, incorporando come unico requisito l’accettazione da parte di sindacati senza alcun requisito di forza o rappresentanza.
Si tratta di misure di flessibilità senza precedenti che non erano contenute nel progetto originale né sono correlate con le idee fondanti del progetto. Né facevano parte del programma di governo proposto alla cittadinanza e sono più gravi di quelle promosse dagli ultimi 5 governi.
Il progetto è carente anche perché non viene eliminata l’esclusione della giornata lavorativa di cui al secondo comma dell’articolo 22 e come soluzione si prospetta un ricorso amministrativo e un successivo processo in tribunale.
Né viene ridotta la giornata lavorativa ai lavoratori a tempo parziale (poiché questa resta fissata a 30 ore), cosicché decine di migliaia di lavoratori rimarranno senza diritto ad un’effettiva riduzione dell’orario di lavoro, con il commercio e la vendita al dettaglio ad essere i più colpiti.
Inoltre, entrerà in pieno vigore solo tra cinque anni (2028) e interi settori produttivi non subiranno alcuna riduzione fino a quella data.
È anche incoerente, perché le “giornate lavorative eccezionali” sono mantenute in pratica in medie di 42 ore (non vengono abbassate a 40), promuovendo così il fatto che i giorni di riposo concessi in compensazione ai lavoratori siano barattati con denaro.
Si fraziona fino a 4 ore la pausa pranzo (non retribuita) per i lavoratori di alberghi e circoli, il che comporterà l’anticipo dell’orario di ingresso o il posticipo dell’orario di uscita dal lavoro, e questo nella pratica aumenta le ore a disposizione del datore di lavoro.
Sosteniamo la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, è necessario per il benessere e il miglioramento della produttività del lavoro, ma questo non può zittire le critiche quando avvertiamo che sotto l’apparenza di una bandiera si finisce per tutelare delle formule di precarizzazione del lavoro.
Fonte
07/11/2021
È ora di richiedere con forza la riduzione dell’orario lavorativo
La diminuzione dell’orario di lavoro dovrebbe essere naturale data l’elevata produttività raggiunta con la nuova tecnologia robotica-informatica. Keynes affermò che il tempo di lavoro degli operai si sarebbe ridotto automaticamente con il progredire della scienza, portando l’umanità ad un solo passo dalla soluzione dei “propri problemi economici, le forze economiche e tecnologiche faranno entrare l’umanità nell’era del tempo libero e dell’abbondanza“, rimarrà un solo problema dividere in parti accurate il poco lavoro residuo distribuendolo attraverso una drastica riduzione dell’orario lavorativo.
“Turni di tre ore, a settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore al giorno” (Keynes, Esortazioni e profezie); il calcolo veniva fatto con i macchinari disponibili allora, oggi si potrebbe pensare, date le nuove tecnologie, ad una settimana lavorativa di sole quattro ore.
Ma le tendenze del sistema economico mondiale è ad aumentare gli orari di lavoro e a cambiare l’organizzazione del lavoro, smentendo l’analisi economica keynesiana. Nel ventesimo e nel ventunesimo secolo si è vista una grande crescita degli investimenti orientati ad incrementare la produttività; più i macchinari industriali sono stati modernizzati, raggiungendo in alcune lavorazioni la completa sostituzione della manualità umana, più è stato impossibile, teoricamente, per i lavoratori, acquisire nuove riduzioni del proprio orario di lavoro.
Si è così creata una contraddizione tra alto livello di produzione, che vede immessi sul mercato mondiale una quantità di merce mai raggiunta in precedenza, e tempi di lavoro aumentati con salari che non riescono a coprire i fabbisogni dei diretti produttori.
L’economia di mercato capitalista non ha nessuna intenzione di liberare i lavoratori salariati dai carichi di lavoro che subiscono da secoli di sfruttamento. Anzi, lungi dal diminuire, l’orario di lavoro, sta continuamente aumentando “grazie” a nuove forme di spremitura della forza lavoro umana con organizzazioni produttive sempre più sofisticate e coercitive rispetto a quelle adottate in passato.
Nel ventunesimo secolo il tempo di lavoro, con i suoi aumentati ritmi, con la sua organizzazione dilazionata in tutta la settimana lavorativa, rimane il tiranno del tempo di vita dei lavoratori, condizionando tutta la loro esistenza.
Nel pieno aumento del processo di modernizzazione della produzione l’orario di lavoro tende ad aumentare; il capitale non intende mollare il proprio profitto: soprattutto in periodi di crisi economica tende ad incrementare lo sfruttamento della forza lavoro, come è stato nella crisi del 1974, del 2008 e con l’odierna crisi pandemica.
Il capitalismo ha le sue leggi, la principale delle quali è la legge del profitto, la sua finalità non è quella di generare beni per l’umanità ma è quella di realizzare una produzione finalizzata al semplice guadagno che ricava dal massimo possibile di durata e dal massimo possibile della intensità produttiva della prestazione lavorativa.
Il primo palese incremento del tempo di lavoro e delle diminuite condizioni di vita nei posti di lavoro, lo si può vedere nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in particolar modo in Cina, dove in pochi decenni si è visto un notevole incremento della produzione oraria e in ugual modo ha visto aumentato l’orario lavorativo di ogni singolo lavoratore.
Costretti a vivere in condizioni che richiamano alle restrizioni di vita dei salariati irlandesi dei primi dell’800, descritti da Friedrich Engels, nel suo trattato sulla condizione degli operai in Inghilterra, condizione lavorativa che per effetto della globalizzazione, e della conseguente concorrenza tra imprese, viene esportato in tutto il mondo e vede diminuire i benefici ottenuti in Occidente da anni di lotte dei lavoratori.
Nell’industria, in Occidente, la giornata lavorativa è tuttora quella di otto ore, in Europa lo è dal 1919. La conquista delle otto ore diventò definitiva, in tutto il vecchio continente, tra il 1917 e il 1919, grazie alla spinta rivoluzionaria di Russia e Germania.
Le conquiste delle lotte operaie, bisogna affermare, nel capitalismo, non sono mai definitive, già nella crisi del 1929 e nella successiva seconda guerra mondiale gli imprenditori e i vari governi democratici e totalitari aumentarono l’orario di lavoro. In America si arrivò a lavorare anche 70 ore settimanali nell’industria meccanica.
Finita la guerra il ritorno alla giornata lavorativa di otto ore non fu affatto automatica. Nonostante la ristrutturazione degli impianti di produzione, l’orario di lavorò non diminuì, anzi in alcuni settori con la pretesa da parte padronale della ricostruzione, tempi e ritmi di lavoro rimasero quelli imposti durante il periodo bellico.
Nel dopoguerra l’unica significativa riduzione del tempo di lavoro la conquistò la classe operaia con le lotte degli anni ‘60 e ‘70 imponendo la giornata lavorativa di otto ore per cinque giorni a settimana.
A distanza di anni, nonostante l’aumento della capacità produttiva resa dalle nuove tecnologie, gli addetti all’industria delle potenze europee son tenuti ancora a sfacchinare otto ore al giorno per 40 e più ore settimanali, rapportate ai primi del novecento, le ore lavorate, contengono più produttività e più intensità facendo di fatto aumentare il profitto.
Il rendimento del lavoro in base all’accresciuto aumento delle nuove tecnologie robotiche-informatiche, rapportata ai processi produttivi dei primi del novecento si è incrementata a dismisura. L’orario di lavoro, dei lavoratori dell’industria, è si diminuito in maniera marcata tra il 1870 e il 1950, periodo in cui la produttività non ha avuto un forte incremento, è rimasto quasi uguale tra il 1950 e il 2008 rispetto al periodo precedente, nonostante la produttività del lavoro si sia notevolmente innalzata grazie ad una diversa organizzazione del lavoro: Taylorismo, Toyotismo e il massiccio intervento della robotica nella produzione sono riuscite ad eliminare i tempi morti del lavoro dell’operaio.
Dagli anni ’80 in poi il massiccio investimento nelle nuove tecnologie ha visto un aumento della disoccupazione, un incremento della produttività ed un corrispondente aumento della intensità lavorativa.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, dopo la grande depressione, non c’è stata una ulteriore diminuzione dell’orario di lavoro, nonostante l’accresciuto livello tecnologico produttivo, anzi, dopo la reaganomics degli anni ’80, le attività sindacali furono duramente osteggiate, con conseguente diminuzione dell’opposizione dei lavoratori ed imposizione effettiva di un orario lavorativo pi esteso.
Nell’industria manifatturiera fu portato a 41 ore e a queste bisogna aggiungere il notevole incremento dello straordinario portando l’orario lavorativo al di sopra dei livelli raggiunti negli anni ’50 e ’60: è divenuta prassi comune lavorare il sabato, 20% degli occupati, e la domenica, 12%. Tra il 1957 e il 1978 l’orario di 49 ore settimanali è salito dal 14,3% al 20,6% della forza lavoro.
Dal 1985 sono intervenuti due fenomeni che hanno ulteriormente incrementato l’orario di lavoro; il doppio lavoro, la contrazione dell’assenteismo, diretta conseguenza di salari bassi, di continue minacce da parte imprenditoriale di chiusura dell’azienda per la agguerrita concorrenza globale che ha portato a produrre merce a basso costo e le intimidazioni a delocalizzare l’azienda in paesi dove la manodopera viene pagata al disotto della sussistenza.
Giappone
La realtà della sua industria ad alta tecnologia contrasta ancor di più con un’automatica e rapida diminuzione dell’orario di lavoro. L’orario di lavoro settimanale abitualmente va oltre le 40 ore settimanali, sia per effetto dell’allungamento dell’orario giornaliero sia perché, nella piccola e media impresa giapponese, costituita dai 2/3 dell’intera forza lavoro, il sabato lavorativo è ormai diventato parte dell’orario normale di lavoro.
Anche nella grande industria il 72% dei lavoratori lavora almeno un sabato al mese mentre l’orario giornaliero è superiore del 15-30% a quello nord americano e le ferie degli operai sono di 7,5 giorni all’anno. La nazione che ha saputo prima delle altre usufruire di un’alta tecnologia industriale è quella che più di tutte spreme la forza lavoro ed ha un orario di lavoro assai più pesante rispetto a quello Occidentale.
La peculiare forma di organizzazione dell’industria giapponese viene identificata con il toyotismo che si è insinuato in tutti i livelli produttivi grazie alla sconfitta subita dal sindacalismo giapponese negli anni ’50 e da una conseguente mancanza organizzativa di un sindacalismo militante.
Proprio sulla dura repressione del movimento sindacale giapponese le direzioni aziendali hanno potuto far emergere il toyotismo, pratica che parte dai principi organizzativi del fordismo portata a condizioni manageriali illimitate.
Risparmiare tempo, spazio e lavoro per minimizzare i costi di produzione e massimizzare la produttività lavorativa, arrivando a pianificare l’immissione della forza lavoro nei processi produttivi in modo da aumentare ulteriormente i tempi di lavoro richiedendo maggiori ore di straordinario, il principio di zero scorte ha eliminato le spese di magazzino.
Lo scopo principale è quello di appesantire e prolungare l’orario di lavoro giornaliero, raggiungendo carichi di lavoro del 15% più pesanti di quelli degli Stati Uniti. Il tempo di lavoro pagato e non lavorato è del 5% e il ricorso allo straordinario è del 20%.
I dati non si riferiscono solo alla piccola e media industria ma vanno ad analizzare anche quelli della grande industria dove il ricorso allo straordinario è di norma di un’ora al giorno. Il toyotismo con l’orario di lavoro prolungato, oltre a far scendere i costi di produzione, svolge la funzione di creare un senso di appartenenza aziendale da parte dei lavoratori.
Gli operai vengono coinvolti a partecipare alle decisioni, fittizie, prese nei circoli di qualità o vengono chiamati a partecipare alle decisioni aziendali aziendali e ad aderire a corsi di formazione professionale al di fuori dell’orario di lavoro.
In questo modo, li hanno portati a rinunciare volontariamente a parte delle loro ferie, riuscendo a strappare una completa collaborazione-sottomissione alla volontà aziendale. Oltre a ghermire le energie muscolari e mentali, il taylorismo riesce in questo modo a strappare anche l’anima dei lavoratori.
Europa
In Gran Bretagna gli operai hanno ottenuto una piccola riduzione dell’orario di lavoro tra il 1979 e il 1981, ma nel periodo delle crisi economiche l’orario è aumentato con l’aumento delle ore di straordinario; 10 ore a settimana per i salariati di sesso maschile e di 6 ore per le operaie. L’orario contrattuale degli operai inglesi è di 45 ore con lo straordinario arriva a 50 ore settimanali mentre per le donne si superano le 45 ore.
Nel periodo thatcheriano, con un insignificante aumento degli investimenti nei macchinari si ebbe un incremento della produttività e una diminuzione del 30% dell’occupazione industriale. L’accumulazione capitalista si avvalse della “maggiore efficienza del fattore lavoro” prestato dagli operai.
In Germania, nonostante negli anni ’80 fu attuato un massiccio investimento, ristrutturando i macchinari industriali, l’orario di lavoro non diminuì neanche di un minuto. L’aumentata produttività ha determinato un aumento massiccio dei tempi di lavorazione, aumentando, di conseguenza, il grado di affaticamento dei lavoratori e causando, in molti casi, disturbi psichici e fisici.
Questo fu causa di una dura protesta operaia, 5 milioni di ore di sciopero 537.000 operai partecipanti, per conquistare le 35 ore settimanali lavorative. Anche dopo l’ottenimento della riduzione dell’orario di lavoro, l’orario medio dell’industria tedesca rimaneva a 40 ore per l’incremento delle solite ore di straordinario.
In sostanza, dal primo ottenimento da parte della classe operaia tedesca delle 40 ore settimanali lavorative, non è cambiato nulla in termini di miglioramento lavorativo, anzi, la legislazione democratica tedesca ha continuato a basarsi, in materia di orario di lavoro, su l’ordinanza di Göring del 1938, nonostante l’aumentata produttività industriale.
Negli ultimi accordi, il lavoratore che ha particolari esigenze familiari, può richiedere un orario di 28 ore a settimana per un periodo di tempo che va dai 6 mesi ai 2 anni, con relativa riduzione stipendiale dopo il quale si tornerà al regime delle 35 ore nominali 40 effettive. Chi ridurrà l’orario, poi, non avrà un conguaglio nello stipendio, tradotto in un bonus in tempo, di 8 giorni di ferie.
Dal 2009 è stato introdotto il minijob con paga di 450€ mensili, dove le imprese che assumono con questo sistema ricevono un incentivo dallo Stato e il lavoratore oltre che essere stato chiamato a fare da sostituto all’operaio assente, viene costretto, data la miserevole paga, ad un ulteriore spremitura da parte del datore di lavoro con il ricorso alle ore eccedenti al suo normale orario lavorativo.
La Francia è il paese europeo dove l’orario di lavoro è diminuito in misura maggiore. Ridotto nominalmente a 35 ore settimanali già alla fine degli anni '80.
Le successive leggi emanate nel 1990, danno la possibilità alle aziende di far funzionare al massimo i loro impianti, richiedendo al salariato una maggiore flessibilità aumentando l’orario lavorativo attraverso una incentivazione allo straordinario; oltre le 35 ore si paga almeno il 10% in più, dopo le prime 8 ore di straordinario si paga il 25% in più, per le successive si arriva al 50%.
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale non c’è stata una riduzione sostanziale in media dell’orario di lavoro, 7,95 ore giornaliere nel 1948 e 7,77 ore nel 1984. Le lotte operaie degli anni '60 e '70, portarono allo statuto dei lavoratori, riuscendo a conquistare diritti prima inimmaginabili; non si concretizzarono però in una riduzione oraria giornaliera ma ad una riduzione settimanale dell’orario di lavoro.
Accettando, di fatto, la posizione aziendale che vedeva il sabato come giornata meno produttiva, lasciava il fine settimana di riposo all’operaio per poi spremerlo di nuovo durante i cinque giorni lavorativi con aumenti dei tempi lavoro, con lo straordinario e con il cottimo.
Tra il 1976 e il 1989 le ore di straordinario nella grande industria aumentarono del 4,7% arrivando ad aumentare l’orario settimanale dalle 42 alle 44 ore alla Fiat Mirafiori e di 47-48 ore all’Alfa-Lancia di Pomigliano.
Nell’indotto le ore di lavoro straordinario superavano di gran lunga quelle della grande industria. Il sabato diventò la giornata dedicata al tempo libero, al momento dedicato ai consumi di massa, elemento essenziale per lo sviluppo del terziario e del profitto della piccola, media e grande industria.
In Spagna fino alla fine del franchismo le ore di lavoro eccedevano le 40 settimanali. Dal 1978 al 1991, grazie alla ripresa delle proteste operaie l’orario si è ridotto del 10% avvicinandosi alla media europea, ma immediatamente il padronato è tornato ad imporre tutte le forme possibili di precarietà sperimentate in tutti i settori produttivi del mondo industrializzato, si contano più di 18 tipi di contratti a termine, riuscendo anche ad introdurre un sostanziale aumento dell’orario di lavoro con gli straordinari, aumentando la produzione e il profitto alle spalle di migliaia di lavoratori che rischiano la loro vita nell’industria spagnola, le morti sul lavoro sono aumentate del 3,5 per mille occupati.
In tutto il mondo industrializzato l’orario di lavoro nominale è diminuito ma quello effettivo è aumentato. Nel solo trentennio 1950 – 1980 l’orario nell’industria manifatturiera, nonostante i cospicui investimenti nei nuovi macchinari, è aumentato di circa il 30%.
Il considerevole aumento produttivo giornaliero è accompagnato da un cospicuo aumento dei tempi di lavoro e dall’aumento dell’età pensionabile incrementata, a partire dagli anni '90, dai 4 ai 7 anni. Dal 1990 non passa giorno senza che il Fmi, la Banca mondiale, la BCE, le istituzioni di Bruxelles, i vari governi nazionali, la Confindustria, gli esperti di economia con sontuose rendite e pensioni, esprimono la loro completa avversità sui tempi e i modi di erogazione delle pensioni da elargire ai lavoratori salariati, invocando immediati provvedimenti contro i “pensionamenti anticipati”, plaudendo all’innalzamento dell’età pensionabile.
Per assurdo, con l’aumento della produttività determinato dall’immissione nei processi lavorativi della robotica e dell’informatica aumenta il tempo di lavoro sia nella singola giornata lavorativa, sia nell’aumento dei giorni lavorati con l’estensione dell’età pensionabile.
La crisi del 1974 è stata il punto di partenza dell’offensiva padronale nei confronti del lavoro salariato rivolta ad aumentare il profitto e la produttività ritenute all’epoca declinanti.
Dal 1975 a oggi sono stati messi in discussione tutti i risultati ottenuti dalla lotta della classe operaia del mondo occidentale e questa offensiva, grazie a sindacati accomodanti, è passata attraverso il ri allungamento degli orari di lavoro ed anche tramite altri processi come la flessibilità, sanzioni disciplinari contro l’assenteismo, incentivi salariali alla presenza, intensificazione dei controlli medici, l’aumento dello straordinario, la subordinazione alla volontà padronale delle organizzazioni sindacali, l’incremento dell’intensità con la diminuzione delle pause, la sospensione delle festività, l’estensione del lavoro nero, contratti di lavoro a tempo indeterminato, precariato, contratti a sei, otto, dieci mesi all’anno, il ricorso ad una forza lavoro immigrata facilmente ricattabile, aumento dell’età pensionabile.
L’immissione nel sistema produttivo di nuovi impianti automatizzati non ha avuto l’effetto, come preconizzava Keynes, della riduzione dell’orario di lavoro, ma l’aumento dei tempi di lavoro, l’estensione dell’utilizzo degli impianti con una profonda ristrutturazione del modo di lavorare.
Tutto ciò ha portato alla estensione del lavoro a turni, portando l’operaio a vivere in maniera difforme rispetto al suo naturale orario. Nella estensione del lavoro al sabato, estensione del lavoro alla domenica, introduzione di turni che eccedono le 8 ore, la regolazione del tempo di lavoro, ha preso il sopravvento su quello della riduzione.
L’incremento della produttività e dell’intensità di lavoro è determinato dall’incremento delle nuove tecnologie immesse nella produzione. Soprattutto, dopo la già citata crisi del 1974 e in particolar modo negli anni ’80 quando le teorie economiche reaganiane e thatcheriane hanno imposto il neo liberismo.
Mentre, a livello organizzativo il taylorismo ha imposto la sua organizzazione lavorativa in tutto il mondo industrializzato, creando un’aberrante contraddizione, che vede da una parte aumentare la produzione, grazie alle nuove tecnologie e dall’altra vede un parallelo intensificarsi dei tempi lavoro.
Agli inizi degli anni ’80 il ritmo di lavoro negli stabilimenti americani della Ford era pari a 40-50 secondi al minuto, i restanti 20-10 secondi erano tempo di attesa o di pausa considerato tempo “morto” per il capitale. Alla Mazda, nello stabilimento di Hofu, in Giappone, il tempo di lavoro effettivo è di 57 secondi per ogni minuto pagato.
La diffusione degli orari atipici è una conseguenza della spinta delle imprese a un maggiore utilizzo di nuovi e costosi macchinari da ammortizzare e logorare produttivamente, quanto prima possibile, ai danni dei lavoratori. La tendenza da parte del capitale ad ammodernare i macchinari e, conseguentemente, aumentare i tempi di lavoro, è stata frenata soltanto con la lotta dei lavoratori.
Non appena questa lotta si è affievolita, come da qualche tempo succede, l’offensiva capitalista ha ripreso la sua tendenza a far ricoprire alla forza lavoro tutte le 24 ore del giorno e si è fatta sempre più aggressiva durante i periodi di crisi dove le imprese cercano una maggiore redditività causata dall’aspra concorrenza imposta dai paesi capitalistici emergenti.
Le lancette dell’orologio, per l’operaio, incominciano a girare in maniera opposta alle sue naturali esigenze, la notte diviene giorno, il giorno diventa notte, i giorni festivi diventano lavorativi, estraniandolo da tutti i suoi affetti ed allontanandolo da tutti i suoi interessi, prendendogli la sua forza e strappandogli la sua vita.
È la concorrenza tra le imprese nel mercato globalizzato che impone orari innaturali che vengono chiamati flessibili, variabili, atipici. Al capitale globalizzato dobbiamo imporre l’internazionalismo, l’unità di richiesta di tutti gli operai mondiali della diminuzione dell’orario lavorativo senza decurtazione del salario.
Senza reazione da parte dei lavoratori il capitale in ogni paese impone il neo liberismo tendente ad eliminare ogni tipo di diritto finora conquistato dai salariati.
Oltre all’imposizione di alti ritmi di lavoro il capitalismo, con l’introduzione della tecnologia informatica e robotica, riduce il personale creando alti livelli di disoccupazione. Fin dall’inizio della sua evoluzione il capitale si è servito delle macchine per produrre nel minor tempo possibile la merce immessa sul mercato sostituendo i salariati con la forza motrice, prolungando i tempi di lavoro e l’orario lavorativo agli operai rimasti occupati.
Negli ultimi tempi è diventato lampante che l’alto livello di capacità produttiva non diminuisce l’orario di lavoro, crea nuovi disoccupati portando oltre che pesanti condizioni lavorative anche la diminuzione del salario, condizione necessaria al capitale per imporre il lavoro straordinario.
Il neoliberismo, falsamente, afferma che le libertà dell’azienda e le libertà dei lavoratori sono la stessa cosa. Il miglioramento, secondo la teorizzazione neoliberale, delle condizioni lavorative, si ottiene soltanto dalla completa subordinazione del lavoratore alle leggi del mercato capitalista e alla volontà aziendale.
Sottomissione che può anche realizzarsi con la violenza; non a caso la concezione neo liberista è nata nel Cile di Pinochet, con l'eliminazione di tutte le ingerenze statali nelle attività produttive sostituite da aziende private, ottenendo precarietà e instabilità dei posti di lavoro, aumenti sproporzionati dei ritmi di lavoro, dell’orario, delle turnazioni e della insicurezza lavorativa. Milton Friedman, il teorizzatore di tale mostruosità economica, chiama la imposizione liberista naturalizzazione del mercato, arrivando ad affermare di ottenere un tasso naturale della disoccupazione, non facendolo scendere al di sotto di un certo livello, calcolato nel doppio della disoccupazione presente negli anni ’60, per scoraggiare in modo “naturale” la crescita dei salari e obbligare, per necessità, gli operai a lavorare in orari sempre più lunghi.
Dagli anni '90 all’odierna crisi pandemica, il tempo di lavoro e il salario sono diventati i bersagli principali del neo-liberalismo, con il risultato che il ristagno salariale e l’aumento delle ore di lavoro continuano a crescere.
Più è alto il livello di produzione, determinato da forti investimenti nell’industria, più diminuisce il miglioramento delle condizioni di vita di tutta l’umanità, il progresso tecnico non viene utilizzato per accelerare e intensificare gli orari di lavoro, ma per frammentare il ciclo di produzione, diminuire i salari a parità di tempo di lavoro impiegato e disciplinare e assoggettare la classe lavoratrice alle esigenze aziendali.
Da possibile leva di riduzione dell’orario di lavoro e riduzione della fame nel mondo, data la sua enorme accelerazione ad immettere sul mercato una quantità crescente di merce, si trasforma in arma di distruzione del tempo libero e di impoverimento di massa.
Aumenta la produttività e diminuiscono i salari. Il profitto capitalista raggiunge il suo scopo principale, crea disoccupazione, lavoro precario e povertà; la contraddizione del capitale ha raggiunto il suo apice. Il suo scopo non è il soddisfacimento dei bisogni umani, il capitale è orientato soltanto verso la valorizzazione del proprio profitto.
Il capitale tanto più investe nelle nuove tecnologie tanto più deve recuperare e valorizzare il suo investimento, ed ha una sola maniera per riuscire ad aumentare il proprio profitto: comprimere l’occupazione e aumentare i tempi di lavoro.
Solo la forza della classe operaia internazionale può capovolgere le contraddizione create dallo sviluppo tecnologico capitalistico, rivendicando la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumento dell’intensificazione lavorativa; è la richiesta che a viva forza deve lanciare il proletariato mondiale riappropriandosi del tempo rubato dal profitto capitalista.
Fonte
“Turni di tre ore, a settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore al giorno” (Keynes, Esortazioni e profezie); il calcolo veniva fatto con i macchinari disponibili allora, oggi si potrebbe pensare, date le nuove tecnologie, ad una settimana lavorativa di sole quattro ore.
Ma le tendenze del sistema economico mondiale è ad aumentare gli orari di lavoro e a cambiare l’organizzazione del lavoro, smentendo l’analisi economica keynesiana. Nel ventesimo e nel ventunesimo secolo si è vista una grande crescita degli investimenti orientati ad incrementare la produttività; più i macchinari industriali sono stati modernizzati, raggiungendo in alcune lavorazioni la completa sostituzione della manualità umana, più è stato impossibile, teoricamente, per i lavoratori, acquisire nuove riduzioni del proprio orario di lavoro.
Si è così creata una contraddizione tra alto livello di produzione, che vede immessi sul mercato mondiale una quantità di merce mai raggiunta in precedenza, e tempi di lavoro aumentati con salari che non riescono a coprire i fabbisogni dei diretti produttori.
L’economia di mercato capitalista non ha nessuna intenzione di liberare i lavoratori salariati dai carichi di lavoro che subiscono da secoli di sfruttamento. Anzi, lungi dal diminuire, l’orario di lavoro, sta continuamente aumentando “grazie” a nuove forme di spremitura della forza lavoro umana con organizzazioni produttive sempre più sofisticate e coercitive rispetto a quelle adottate in passato.
Nel ventunesimo secolo il tempo di lavoro, con i suoi aumentati ritmi, con la sua organizzazione dilazionata in tutta la settimana lavorativa, rimane il tiranno del tempo di vita dei lavoratori, condizionando tutta la loro esistenza.
Nel pieno aumento del processo di modernizzazione della produzione l’orario di lavoro tende ad aumentare; il capitale non intende mollare il proprio profitto: soprattutto in periodi di crisi economica tende ad incrementare lo sfruttamento della forza lavoro, come è stato nella crisi del 1974, del 2008 e con l’odierna crisi pandemica.
Il capitalismo ha le sue leggi, la principale delle quali è la legge del profitto, la sua finalità non è quella di generare beni per l’umanità ma è quella di realizzare una produzione finalizzata al semplice guadagno che ricava dal massimo possibile di durata e dal massimo possibile della intensità produttiva della prestazione lavorativa.
Il primo palese incremento del tempo di lavoro e delle diminuite condizioni di vita nei posti di lavoro, lo si può vedere nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in particolar modo in Cina, dove in pochi decenni si è visto un notevole incremento della produzione oraria e in ugual modo ha visto aumentato l’orario lavorativo di ogni singolo lavoratore.
Costretti a vivere in condizioni che richiamano alle restrizioni di vita dei salariati irlandesi dei primi dell’800, descritti da Friedrich Engels, nel suo trattato sulla condizione degli operai in Inghilterra, condizione lavorativa che per effetto della globalizzazione, e della conseguente concorrenza tra imprese, viene esportato in tutto il mondo e vede diminuire i benefici ottenuti in Occidente da anni di lotte dei lavoratori.
Nell’industria, in Occidente, la giornata lavorativa è tuttora quella di otto ore, in Europa lo è dal 1919. La conquista delle otto ore diventò definitiva, in tutto il vecchio continente, tra il 1917 e il 1919, grazie alla spinta rivoluzionaria di Russia e Germania.
Le conquiste delle lotte operaie, bisogna affermare, nel capitalismo, non sono mai definitive, già nella crisi del 1929 e nella successiva seconda guerra mondiale gli imprenditori e i vari governi democratici e totalitari aumentarono l’orario di lavoro. In America si arrivò a lavorare anche 70 ore settimanali nell’industria meccanica.
Finita la guerra il ritorno alla giornata lavorativa di otto ore non fu affatto automatica. Nonostante la ristrutturazione degli impianti di produzione, l’orario di lavorò non diminuì, anzi in alcuni settori con la pretesa da parte padronale della ricostruzione, tempi e ritmi di lavoro rimasero quelli imposti durante il periodo bellico.
Nel dopoguerra l’unica significativa riduzione del tempo di lavoro la conquistò la classe operaia con le lotte degli anni ‘60 e ‘70 imponendo la giornata lavorativa di otto ore per cinque giorni a settimana.
A distanza di anni, nonostante l’aumento della capacità produttiva resa dalle nuove tecnologie, gli addetti all’industria delle potenze europee son tenuti ancora a sfacchinare otto ore al giorno per 40 e più ore settimanali, rapportate ai primi del novecento, le ore lavorate, contengono più produttività e più intensità facendo di fatto aumentare il profitto.
Il rendimento del lavoro in base all’accresciuto aumento delle nuove tecnologie robotiche-informatiche, rapportata ai processi produttivi dei primi del novecento si è incrementata a dismisura. L’orario di lavoro, dei lavoratori dell’industria, è si diminuito in maniera marcata tra il 1870 e il 1950, periodo in cui la produttività non ha avuto un forte incremento, è rimasto quasi uguale tra il 1950 e il 2008 rispetto al periodo precedente, nonostante la produttività del lavoro si sia notevolmente innalzata grazie ad una diversa organizzazione del lavoro: Taylorismo, Toyotismo e il massiccio intervento della robotica nella produzione sono riuscite ad eliminare i tempi morti del lavoro dell’operaio.
Dagli anni ’80 in poi il massiccio investimento nelle nuove tecnologie ha visto un aumento della disoccupazione, un incremento della produttività ed un corrispondente aumento della intensità lavorativa.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, dopo la grande depressione, non c’è stata una ulteriore diminuzione dell’orario di lavoro, nonostante l’accresciuto livello tecnologico produttivo, anzi, dopo la reaganomics degli anni ’80, le attività sindacali furono duramente osteggiate, con conseguente diminuzione dell’opposizione dei lavoratori ed imposizione effettiva di un orario lavorativo pi esteso.
Nell’industria manifatturiera fu portato a 41 ore e a queste bisogna aggiungere il notevole incremento dello straordinario portando l’orario lavorativo al di sopra dei livelli raggiunti negli anni ’50 e ’60: è divenuta prassi comune lavorare il sabato, 20% degli occupati, e la domenica, 12%. Tra il 1957 e il 1978 l’orario di 49 ore settimanali è salito dal 14,3% al 20,6% della forza lavoro.
Dal 1985 sono intervenuti due fenomeni che hanno ulteriormente incrementato l’orario di lavoro; il doppio lavoro, la contrazione dell’assenteismo, diretta conseguenza di salari bassi, di continue minacce da parte imprenditoriale di chiusura dell’azienda per la agguerrita concorrenza globale che ha portato a produrre merce a basso costo e le intimidazioni a delocalizzare l’azienda in paesi dove la manodopera viene pagata al disotto della sussistenza.
Giappone
La realtà della sua industria ad alta tecnologia contrasta ancor di più con un’automatica e rapida diminuzione dell’orario di lavoro. L’orario di lavoro settimanale abitualmente va oltre le 40 ore settimanali, sia per effetto dell’allungamento dell’orario giornaliero sia perché, nella piccola e media impresa giapponese, costituita dai 2/3 dell’intera forza lavoro, il sabato lavorativo è ormai diventato parte dell’orario normale di lavoro.
Anche nella grande industria il 72% dei lavoratori lavora almeno un sabato al mese mentre l’orario giornaliero è superiore del 15-30% a quello nord americano e le ferie degli operai sono di 7,5 giorni all’anno. La nazione che ha saputo prima delle altre usufruire di un’alta tecnologia industriale è quella che più di tutte spreme la forza lavoro ed ha un orario di lavoro assai più pesante rispetto a quello Occidentale.
La peculiare forma di organizzazione dell’industria giapponese viene identificata con il toyotismo che si è insinuato in tutti i livelli produttivi grazie alla sconfitta subita dal sindacalismo giapponese negli anni ’50 e da una conseguente mancanza organizzativa di un sindacalismo militante.
Proprio sulla dura repressione del movimento sindacale giapponese le direzioni aziendali hanno potuto far emergere il toyotismo, pratica che parte dai principi organizzativi del fordismo portata a condizioni manageriali illimitate.
Risparmiare tempo, spazio e lavoro per minimizzare i costi di produzione e massimizzare la produttività lavorativa, arrivando a pianificare l’immissione della forza lavoro nei processi produttivi in modo da aumentare ulteriormente i tempi di lavoro richiedendo maggiori ore di straordinario, il principio di zero scorte ha eliminato le spese di magazzino.
Lo scopo principale è quello di appesantire e prolungare l’orario di lavoro giornaliero, raggiungendo carichi di lavoro del 15% più pesanti di quelli degli Stati Uniti. Il tempo di lavoro pagato e non lavorato è del 5% e il ricorso allo straordinario è del 20%.
I dati non si riferiscono solo alla piccola e media industria ma vanno ad analizzare anche quelli della grande industria dove il ricorso allo straordinario è di norma di un’ora al giorno. Il toyotismo con l’orario di lavoro prolungato, oltre a far scendere i costi di produzione, svolge la funzione di creare un senso di appartenenza aziendale da parte dei lavoratori.
Gli operai vengono coinvolti a partecipare alle decisioni, fittizie, prese nei circoli di qualità o vengono chiamati a partecipare alle decisioni aziendali aziendali e ad aderire a corsi di formazione professionale al di fuori dell’orario di lavoro.
In questo modo, li hanno portati a rinunciare volontariamente a parte delle loro ferie, riuscendo a strappare una completa collaborazione-sottomissione alla volontà aziendale. Oltre a ghermire le energie muscolari e mentali, il taylorismo riesce in questo modo a strappare anche l’anima dei lavoratori.
Europa
In Gran Bretagna gli operai hanno ottenuto una piccola riduzione dell’orario di lavoro tra il 1979 e il 1981, ma nel periodo delle crisi economiche l’orario è aumentato con l’aumento delle ore di straordinario; 10 ore a settimana per i salariati di sesso maschile e di 6 ore per le operaie. L’orario contrattuale degli operai inglesi è di 45 ore con lo straordinario arriva a 50 ore settimanali mentre per le donne si superano le 45 ore.
Nel periodo thatcheriano, con un insignificante aumento degli investimenti nei macchinari si ebbe un incremento della produttività e una diminuzione del 30% dell’occupazione industriale. L’accumulazione capitalista si avvalse della “maggiore efficienza del fattore lavoro” prestato dagli operai.
In Germania, nonostante negli anni ’80 fu attuato un massiccio investimento, ristrutturando i macchinari industriali, l’orario di lavoro non diminuì neanche di un minuto. L’aumentata produttività ha determinato un aumento massiccio dei tempi di lavorazione, aumentando, di conseguenza, il grado di affaticamento dei lavoratori e causando, in molti casi, disturbi psichici e fisici.
Questo fu causa di una dura protesta operaia, 5 milioni di ore di sciopero 537.000 operai partecipanti, per conquistare le 35 ore settimanali lavorative. Anche dopo l’ottenimento della riduzione dell’orario di lavoro, l’orario medio dell’industria tedesca rimaneva a 40 ore per l’incremento delle solite ore di straordinario.
In sostanza, dal primo ottenimento da parte della classe operaia tedesca delle 40 ore settimanali lavorative, non è cambiato nulla in termini di miglioramento lavorativo, anzi, la legislazione democratica tedesca ha continuato a basarsi, in materia di orario di lavoro, su l’ordinanza di Göring del 1938, nonostante l’aumentata produttività industriale.
Negli ultimi accordi, il lavoratore che ha particolari esigenze familiari, può richiedere un orario di 28 ore a settimana per un periodo di tempo che va dai 6 mesi ai 2 anni, con relativa riduzione stipendiale dopo il quale si tornerà al regime delle 35 ore nominali 40 effettive. Chi ridurrà l’orario, poi, non avrà un conguaglio nello stipendio, tradotto in un bonus in tempo, di 8 giorni di ferie.
Dal 2009 è stato introdotto il minijob con paga di 450€ mensili, dove le imprese che assumono con questo sistema ricevono un incentivo dallo Stato e il lavoratore oltre che essere stato chiamato a fare da sostituto all’operaio assente, viene costretto, data la miserevole paga, ad un ulteriore spremitura da parte del datore di lavoro con il ricorso alle ore eccedenti al suo normale orario lavorativo.
La Francia è il paese europeo dove l’orario di lavoro è diminuito in misura maggiore. Ridotto nominalmente a 35 ore settimanali già alla fine degli anni '80.
Le successive leggi emanate nel 1990, danno la possibilità alle aziende di far funzionare al massimo i loro impianti, richiedendo al salariato una maggiore flessibilità aumentando l’orario lavorativo attraverso una incentivazione allo straordinario; oltre le 35 ore si paga almeno il 10% in più, dopo le prime 8 ore di straordinario si paga il 25% in più, per le successive si arriva al 50%.
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale non c’è stata una riduzione sostanziale in media dell’orario di lavoro, 7,95 ore giornaliere nel 1948 e 7,77 ore nel 1984. Le lotte operaie degli anni '60 e '70, portarono allo statuto dei lavoratori, riuscendo a conquistare diritti prima inimmaginabili; non si concretizzarono però in una riduzione oraria giornaliera ma ad una riduzione settimanale dell’orario di lavoro.
Accettando, di fatto, la posizione aziendale che vedeva il sabato come giornata meno produttiva, lasciava il fine settimana di riposo all’operaio per poi spremerlo di nuovo durante i cinque giorni lavorativi con aumenti dei tempi lavoro, con lo straordinario e con il cottimo.
Tra il 1976 e il 1989 le ore di straordinario nella grande industria aumentarono del 4,7% arrivando ad aumentare l’orario settimanale dalle 42 alle 44 ore alla Fiat Mirafiori e di 47-48 ore all’Alfa-Lancia di Pomigliano.
Nell’indotto le ore di lavoro straordinario superavano di gran lunga quelle della grande industria. Il sabato diventò la giornata dedicata al tempo libero, al momento dedicato ai consumi di massa, elemento essenziale per lo sviluppo del terziario e del profitto della piccola, media e grande industria.
In Spagna fino alla fine del franchismo le ore di lavoro eccedevano le 40 settimanali. Dal 1978 al 1991, grazie alla ripresa delle proteste operaie l’orario si è ridotto del 10% avvicinandosi alla media europea, ma immediatamente il padronato è tornato ad imporre tutte le forme possibili di precarietà sperimentate in tutti i settori produttivi del mondo industrializzato, si contano più di 18 tipi di contratti a termine, riuscendo anche ad introdurre un sostanziale aumento dell’orario di lavoro con gli straordinari, aumentando la produzione e il profitto alle spalle di migliaia di lavoratori che rischiano la loro vita nell’industria spagnola, le morti sul lavoro sono aumentate del 3,5 per mille occupati.
In tutto il mondo industrializzato l’orario di lavoro nominale è diminuito ma quello effettivo è aumentato. Nel solo trentennio 1950 – 1980 l’orario nell’industria manifatturiera, nonostante i cospicui investimenti nei nuovi macchinari, è aumentato di circa il 30%.
Il considerevole aumento produttivo giornaliero è accompagnato da un cospicuo aumento dei tempi di lavoro e dall’aumento dell’età pensionabile incrementata, a partire dagli anni '90, dai 4 ai 7 anni. Dal 1990 non passa giorno senza che il Fmi, la Banca mondiale, la BCE, le istituzioni di Bruxelles, i vari governi nazionali, la Confindustria, gli esperti di economia con sontuose rendite e pensioni, esprimono la loro completa avversità sui tempi e i modi di erogazione delle pensioni da elargire ai lavoratori salariati, invocando immediati provvedimenti contro i “pensionamenti anticipati”, plaudendo all’innalzamento dell’età pensionabile.
Per assurdo, con l’aumento della produttività determinato dall’immissione nei processi lavorativi della robotica e dell’informatica aumenta il tempo di lavoro sia nella singola giornata lavorativa, sia nell’aumento dei giorni lavorati con l’estensione dell’età pensionabile.
La crisi del 1974 è stata il punto di partenza dell’offensiva padronale nei confronti del lavoro salariato rivolta ad aumentare il profitto e la produttività ritenute all’epoca declinanti.
Dal 1975 a oggi sono stati messi in discussione tutti i risultati ottenuti dalla lotta della classe operaia del mondo occidentale e questa offensiva, grazie a sindacati accomodanti, è passata attraverso il ri allungamento degli orari di lavoro ed anche tramite altri processi come la flessibilità, sanzioni disciplinari contro l’assenteismo, incentivi salariali alla presenza, intensificazione dei controlli medici, l’aumento dello straordinario, la subordinazione alla volontà padronale delle organizzazioni sindacali, l’incremento dell’intensità con la diminuzione delle pause, la sospensione delle festività, l’estensione del lavoro nero, contratti di lavoro a tempo indeterminato, precariato, contratti a sei, otto, dieci mesi all’anno, il ricorso ad una forza lavoro immigrata facilmente ricattabile, aumento dell’età pensionabile.
L’immissione nel sistema produttivo di nuovi impianti automatizzati non ha avuto l’effetto, come preconizzava Keynes, della riduzione dell’orario di lavoro, ma l’aumento dei tempi di lavoro, l’estensione dell’utilizzo degli impianti con una profonda ristrutturazione del modo di lavorare.
Tutto ciò ha portato alla estensione del lavoro a turni, portando l’operaio a vivere in maniera difforme rispetto al suo naturale orario. Nella estensione del lavoro al sabato, estensione del lavoro alla domenica, introduzione di turni che eccedono le 8 ore, la regolazione del tempo di lavoro, ha preso il sopravvento su quello della riduzione.
L’incremento della produttività e dell’intensità di lavoro è determinato dall’incremento delle nuove tecnologie immesse nella produzione. Soprattutto, dopo la già citata crisi del 1974 e in particolar modo negli anni ’80 quando le teorie economiche reaganiane e thatcheriane hanno imposto il neo liberismo.
Mentre, a livello organizzativo il taylorismo ha imposto la sua organizzazione lavorativa in tutto il mondo industrializzato, creando un’aberrante contraddizione, che vede da una parte aumentare la produzione, grazie alle nuove tecnologie e dall’altra vede un parallelo intensificarsi dei tempi lavoro.
Agli inizi degli anni ’80 il ritmo di lavoro negli stabilimenti americani della Ford era pari a 40-50 secondi al minuto, i restanti 20-10 secondi erano tempo di attesa o di pausa considerato tempo “morto” per il capitale. Alla Mazda, nello stabilimento di Hofu, in Giappone, il tempo di lavoro effettivo è di 57 secondi per ogni minuto pagato.
La diffusione degli orari atipici è una conseguenza della spinta delle imprese a un maggiore utilizzo di nuovi e costosi macchinari da ammortizzare e logorare produttivamente, quanto prima possibile, ai danni dei lavoratori. La tendenza da parte del capitale ad ammodernare i macchinari e, conseguentemente, aumentare i tempi di lavoro, è stata frenata soltanto con la lotta dei lavoratori.
Non appena questa lotta si è affievolita, come da qualche tempo succede, l’offensiva capitalista ha ripreso la sua tendenza a far ricoprire alla forza lavoro tutte le 24 ore del giorno e si è fatta sempre più aggressiva durante i periodi di crisi dove le imprese cercano una maggiore redditività causata dall’aspra concorrenza imposta dai paesi capitalistici emergenti.
Le lancette dell’orologio, per l’operaio, incominciano a girare in maniera opposta alle sue naturali esigenze, la notte diviene giorno, il giorno diventa notte, i giorni festivi diventano lavorativi, estraniandolo da tutti i suoi affetti ed allontanandolo da tutti i suoi interessi, prendendogli la sua forza e strappandogli la sua vita.
È la concorrenza tra le imprese nel mercato globalizzato che impone orari innaturali che vengono chiamati flessibili, variabili, atipici. Al capitale globalizzato dobbiamo imporre l’internazionalismo, l’unità di richiesta di tutti gli operai mondiali della diminuzione dell’orario lavorativo senza decurtazione del salario.
Senza reazione da parte dei lavoratori il capitale in ogni paese impone il neo liberismo tendente ad eliminare ogni tipo di diritto finora conquistato dai salariati.
Oltre all’imposizione di alti ritmi di lavoro il capitalismo, con l’introduzione della tecnologia informatica e robotica, riduce il personale creando alti livelli di disoccupazione. Fin dall’inizio della sua evoluzione il capitale si è servito delle macchine per produrre nel minor tempo possibile la merce immessa sul mercato sostituendo i salariati con la forza motrice, prolungando i tempi di lavoro e l’orario lavorativo agli operai rimasti occupati.
Negli ultimi tempi è diventato lampante che l’alto livello di capacità produttiva non diminuisce l’orario di lavoro, crea nuovi disoccupati portando oltre che pesanti condizioni lavorative anche la diminuzione del salario, condizione necessaria al capitale per imporre il lavoro straordinario.
Il neoliberismo, falsamente, afferma che le libertà dell’azienda e le libertà dei lavoratori sono la stessa cosa. Il miglioramento, secondo la teorizzazione neoliberale, delle condizioni lavorative, si ottiene soltanto dalla completa subordinazione del lavoratore alle leggi del mercato capitalista e alla volontà aziendale.
Sottomissione che può anche realizzarsi con la violenza; non a caso la concezione neo liberista è nata nel Cile di Pinochet, con l'eliminazione di tutte le ingerenze statali nelle attività produttive sostituite da aziende private, ottenendo precarietà e instabilità dei posti di lavoro, aumenti sproporzionati dei ritmi di lavoro, dell’orario, delle turnazioni e della insicurezza lavorativa. Milton Friedman, il teorizzatore di tale mostruosità economica, chiama la imposizione liberista naturalizzazione del mercato, arrivando ad affermare di ottenere un tasso naturale della disoccupazione, non facendolo scendere al di sotto di un certo livello, calcolato nel doppio della disoccupazione presente negli anni ’60, per scoraggiare in modo “naturale” la crescita dei salari e obbligare, per necessità, gli operai a lavorare in orari sempre più lunghi.
Dagli anni '90 all’odierna crisi pandemica, il tempo di lavoro e il salario sono diventati i bersagli principali del neo-liberalismo, con il risultato che il ristagno salariale e l’aumento delle ore di lavoro continuano a crescere.
Più è alto il livello di produzione, determinato da forti investimenti nell’industria, più diminuisce il miglioramento delle condizioni di vita di tutta l’umanità, il progresso tecnico non viene utilizzato per accelerare e intensificare gli orari di lavoro, ma per frammentare il ciclo di produzione, diminuire i salari a parità di tempo di lavoro impiegato e disciplinare e assoggettare la classe lavoratrice alle esigenze aziendali.
Da possibile leva di riduzione dell’orario di lavoro e riduzione della fame nel mondo, data la sua enorme accelerazione ad immettere sul mercato una quantità crescente di merce, si trasforma in arma di distruzione del tempo libero e di impoverimento di massa.
Aumenta la produttività e diminuiscono i salari. Il profitto capitalista raggiunge il suo scopo principale, crea disoccupazione, lavoro precario e povertà; la contraddizione del capitale ha raggiunto il suo apice. Il suo scopo non è il soddisfacimento dei bisogni umani, il capitale è orientato soltanto verso la valorizzazione del proprio profitto.
Il capitale tanto più investe nelle nuove tecnologie tanto più deve recuperare e valorizzare il suo investimento, ed ha una sola maniera per riuscire ad aumentare il proprio profitto: comprimere l’occupazione e aumentare i tempi di lavoro.
Solo la forza della classe operaia internazionale può capovolgere le contraddizione create dallo sviluppo tecnologico capitalistico, rivendicando la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumento dell’intensificazione lavorativa; è la richiesta che a viva forza deve lanciare il proletariato mondiale riappropriandosi del tempo rubato dal profitto capitalista.
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