Quando la spina dorsale dell’industria del cuore produttivo d’Europa manda segnali di crisi profonda, dovrebbe essere un monito chiaro per il fallimento delle politiche economiche e industriali della classe politica del Vecchio Continente, così come della sua borghesia. Invece, come sempre, la soluzione che i colossi tedeschi dell’automobile sembrano delineare per le proprie difficoltà viene promossa sulla pelle dei lavoratori, per mantenere a galla i profitti.
Il caso che sta facendo più “rumore” in questi giorni è quello di Volkswagen. La casa automobilistica si starebbe infatti preparando a varare un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue”, come si suol dire. Sul tavolo del CEO Oliver Blume sembra ci sia la prospettiva di chiusura di quattro stabilimenti, a cui si accompagnerebbe il licenziamento di 100 mila lavoratori, ovvero il doppio rispetto al numero di tagli discussi sin dallo scorso marzo.
L’azienda conta circa 660 mila dipendenti a livello globale, e oltre il 40% è concentrato in Germania. Non si sa, nel caso in cui tale piano venisse approvato, dove si concentrerebbero i licenziamenti, ma è chiaro che molti sarebbero proprio in madrepatria, considerato che i quattro siti a rischio sembra siano i tre a marchio VW ad Hannover, Zwickau ed Emden, e lo stabilimento Audi di Neckarsulm.
Ciò rappresenterebbe un’evidente sconfitta per chi si è alternato al governo di Berlino negli ultimi anni, rendendo più tesa la situazione politica che già vede un significativo scivolamento verso l’estrema destra dell’AfD. Intanto, i mercati hanno risposto a tali indiscrezioni facendo precipitare il titolo Volkswagen ai minimi da 16 anni. La “cura” McKinsey non sembra più così assurda.
Parallelamente, la compagnia prevede anche una contrazione degli investimenti di circa il 15%, riducendoli a poco più di 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Una scelta che sembra assurda date le motivazioni alla base della crisi dell’automotive tedesco, ovvero la concorrenza cinese: nel 2024 la BYD ha scalzato Volkswagen dal primo posto nelle vendite sul mercato interno, e ora i produttori cinesi stanno arrivando con sempre più forza nel mercato europeo.
C’è poi la guerra commerciale di Washington e la debolezza della domanda domestica (e non potrebbe essere altrimenti, visto che il modello di sviluppo europeo è stato costruito sulla compressione dei salari). Eppure, non è questo quadro di povertà lavorativa che viene messo sotto accusa, viene anzi evidenziato un livello di costi di produzione, in Germania, che rende le auto li prodotte non più competitive.
L’iniziativa di Oliver Blume punta anche a scardinare la governance interna che ha visto un ruolo centrale del pubblico e dei sindacati. Il management sta infatti vagliando l’ipotesi di scorporare la divisione delle auto (la più esposta alla crisi) e quella della componentistica in entità separate.
In questo modo potrebbe essere aggirata la storica “Legge Volkswagen” del 1960. Questa norma tutela l’azienda da scalate esterne ma attribuisce un enorme potere allo Stato della Bassa Sassonia (che detiene il 20% delle quote societarie) e ai rappresentanti dei lavoratori, che oggi hanno la maggioranza del Consiglio di Sorveglianza, chiamato a discutere le proposte il prossimo 9 luglio.
L’obiettivo della dirigenza sembra quello che è già usato per la creazione di una “bad bank”, ma ha scatenato reazioni molto dure da parte dei sindacati e anche da vari esponenti politici della Bassa Sassonia. Da Berlino affermano di voler fare di tutto per impedire la chiusura degli stabilimenti, ma confermano l’autonomia decisionale dell’azienda.
Al di là della dialettica politica, quello che risulta è che la crisi è così profonda che la dirigenza di Volkswagen sembra pronta a pensare – anche se magari non ancora attuare – uno strappo definitivo con il tipo di relazioni sindacali e industriali su cui ha costruito la propria industria e la propria potenza economica negli ultimi decenni.
La portata di un passaggio del genere non è da sottovalutare, perché è sintomo della mancanza di soluzioni alla crisi entro i confini del “vecchio mondo” e la necessità di aprire una fase più feroce verso le classi popolari anche all’interno dei paesi imperialisti. Ciò è confermato anche da alcune dichiarazioni provenienti dalla Mercedes Benz.
L’altro colosso tedesco avrebbe già deciso di sospendere un bonus concordato nella contrattazione collettiva riguardante ben 90 mila lavoratori, pari a ben il 18% della retribuzione mensile. Ma c’è di più, perché Martin Brudermüller, presidente del Consiglio di Sorveglianza, ha pure parlato di un ritorno alla settimana lavorativa di 40 ore, a parità di salario.
In sostanza, aumento dello sfruttamento intensivo, per produrre di più a minor costo. Ricette che si pensava fossero state sconfitte dal movimento operaio almeno un secolo fa, ma che ora vengono riproposte come soluzioni per il benessere “collettivo”. Del resto, viviamo in un’epoca di competizione non molto diversa da quella di cent’anni fa... che però sappiamo bene tutti a quali risultati arrivò.
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