L’impatto delle crisi internazionali sulle catene di approvvigionamento energetico è sempre più devastante, come dimostrano prima l’invasione dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz. A soffrire, non sono solo le industrie, ma anche la nostra quotidianità, sconvolta da violentissime e lunghe ondate di calore, che mettono sotto pressione la produzione e la distribuzione di elettricità. E soprattutto i suoi prezzi.
I danni collaterali
Il 2026 è un anno cruciale, uno spartiacque indiscutibile tra due età della diplomazia e delle relazioni internazionali che sembrano quasi diametralmente opposte. Si è passati da un certo rispetto delle regole (o, almeno, dal far finta di osservarle) a un approccio di “anarchia unilaterale”, dove la massima superpotenza planetaria (gli Usa) ha scelto di seguire una strategia squisitamente nazionale, non preoccupandosi dei partner e, men che meno, dei potenziali avversari. Ciò si è tradotto in un progressivo scollamento delle alleanze e nella creazione di uno stato di acuta contrapposizione tra i principali attori politici del pianeta. Una contrapposizione che si va cronicizzando. Questa escalation ha avuto effetti immediatamente visibili (la guerra che non si chiude in Ucraina, la sanguinaria rappresaglia israeliana a Gaza, lo sconclusionato attacco all’Iran) e, purtroppo, altri ne avrà nei mesi a venire, come danni collaterali “ritardati”. Uno di questi è legato alla soddisfazione del fabbisogno energetico, divenuto sempre più alto nelle società occidentali. E non solo a livello industriale.
Dal calore alla frescura
Purtroppo, prima l’invasione russa dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz, conseguenza dei bombardamenti israelo-americani su Teheran, hanno dimostrato quale sia il tallone d’Achille, in particolare, dell’Europa. Lo shock economico patito da diversi Paesi (in primis Germania e Italia) per aver dovuto rinunciare al petrolio e al gas russi a prezzo “politico”, ha subito un ulteriore contraccolpo dalla crisi iraniana. E se non si metterà mano ai ripari, la situazione nei prossimi mesi estivi potrebbe anche peggiorare, per un semplice motivo che a molti programmatori è sfuggito: il consumo medio di elettricità, è vero, s’impenna notevolmente col freddo, d’inverno, per l’esigenza di garantire il riscaldamento domestico. Ma, da un paio d’anni, la situazione è cambiata. Nel senso che le ondate di calore, sempre più violente e persistenti, obbligano la popolazione a sfruttare l’azione dei climatizzatori h24 e a tutto regime. Basta guardare le statistiche, per accorgersi che i picchi di consumo elettrico camminano a braccetto con l’anticiclone africano e assieme ai mai tanto stramaledetti black-out. Questioni che non sono poi così facili da risolvere in occasione dei “picchi”, perché anche se hai l’energia elettrica a disposizione, devi poi distribuirla. Ed è necessario avere linee moderne, capaci di sopportare “carichi” straordinari. Insomma, entriamo nel difficile e, soprattutto, in una terra incognita poco esplorata in molti Paesi europei. Cioè, quella della programmazione, che deve essere fatta (è ovvio) senza avere il fiato sul collo delle emergenze.
Natura matrigna?
Questo scenario, che farebbe preoccupare anche il più disincantato dei premier (e ce ne sono assai in Europa) è confezionato, a mezzadria, dall’uomo e dalla natura. Sul riscaldamento climatico indotto dal particolato di carbonio, ormai sono state scritte intere enciclopedie e la stessa Unione Europea, per la verità, sul tema si è dotata di leggi che possono essere considerate all’avanguardia a livello mondiale (sui famosi principi “net-zero” e “zero-carb”). Dunque, la temperatura del pianeta va difesa prima di tutto nel cervello dell’uomo. Ma, a seguire, ci sono dei fenomeni naturali con i quali bisogna convivere, veri e propri “motori meteorologici” capaci di influenzare temperature e precipitazioni in gran parte della Terra. Il più conosciuto di questi eventi si chiama “El Nino”, ed è una via di mezzo tra una leggenda e una catastrofe annunciata.
El Nino, tra storia e scienza
E siccome le cattive notizie camminano sempre in compagnia, questa volta l’Economist titola che “Il prossimo El Niño potrebbe essere il più forte mai registrato”. E aggiunge: “Questa è una cattiva notizia, per un mondo che si sta riscaldando. Centinaia di anni fa, i pescatori peruviani notarono che, ogni pochi anni, le acciughe nell’Oceano Pacifico equatoriale scomparivano. Poiché le sparizioni avvenivano intorno a Natale, diedero al fenomeno il nome di El niño Jesus, ovvero ‘Il bambino Gesù’. Oggigiorno il fenomeno, noto semplicemente come El Niño, è riconosciuto come uno schema ricorrente che altera il clima in tutto il mondo. Causa siccità in alcune zone, forti piogge in altre, ondate di calore, incendi boschivi e un generale riscaldamento del pianeta. L’11 giugno la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), un’agenzia governativa statunitense – avverte l’Economist – ha annunciato l’inizio di un nuovo El Niño. E questo potrebbe essere davvero dirompente. El Niño è causato da un cambiamento nei venti sopra il Pacifico orientale, che attira una fascia di acque superficiali più calde della media nella regione. L’intensità di un particolare El Niño si misura in base a quanto aumenta la temperatura dell’acqua. Qualsiasi aumento superiore a 2°C rispetto alla media a lungo termine è considerato forte. Le previsioni per il resto di quest’anno e i primi due mesi del 2027 suggeriscono un aumento delle temperature superficiali del mare di oltre 2,5°C, e forse anche di 3°C. Sarebbe un evento senza precedenti nei 75 anni in cui gli scienziati hanno tenuto registri. Una delle conseguenze è il riscaldamento globale. El Niño non è causato dai cambiamenti climatici, ma i due fenomeni si amplificano a vicenda.
Europa in ginocchio
L’Economist dedica un report speciale all’ondata di calore e ne sottolinea l’impatto devastante a livello sociale (e ovviamente anche economico) nel Vecchio continente. “Questa situazione non è positiva per l’Europa – scrive Oliver Morton – dove le ondate di calore rappresentano già uno dei fenomeni naturali più letali. Utilizzando un modello che descrive la relazione tra temperatura e mortalità, pubblicato da alcuni accademici nel 2023, i miei colleghi del team dati hanno elaborato delle stime approssimative sulla mortalità in centinaia di città europee durante il picco dell’ondata di calore: 12.000 decessi in tre giorni. Quel modello non tiene conto dell’umidità, il che peggiora ulteriormente la situazione. Con il caldo, gli esseri umani disperdono il calore in eccesso attraverso l’evaporazione, e l’elevata umidità rende questo processo più difficile; il sudore si accumula sulla pelle e il corpo si riscalda ulteriormente. Gli abitanti del Nord Europa non sono abituati a queste condizioni. Tra le altre cose, conducono una vita perlopiù senza aria climatizzata, soprattutto nelle loro case. Ci sono diverse ragioni tecniche e culturali alla base di ciò; molti europei attenti all’ambiente preferirebbero che venissero privilegiate altre forme di adattamento.
“Ma in un continente dove l’elettricità sta diventando più ecologica – conclude Morton – e dove le estati si fanno più calde e una parte dell’opinione pubblica è sempre più diffidente nei confronti delle politiche ecologiche, percepite come costose e limitanti anziché utili, sostenere una maggiore diffusione dell’aria condizionata – e un’elettricità più economica – rappresenta un vantaggio evidente. Non è la soluzione definitiva per salvare decine di migliaia di vite con sempre maggiore frequenza. Ma ne è una parte”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/07/2026
Le guerre e la geopolitica dei climatizzatori
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