Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/04/2026
Venti di guerra sull’economia mondiale: l’FMI taglia le stime, l’Italia frena allo 0,5%
Secondo le nuove proiezioni, la crescita mondiale per il 2026 si attesterà al 3,1%, con un taglio di 0,3 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio. Ma il quadro accennato si poggia su un’ipotesi di riferimento che prevede una guerra di durata e intensità limitate, con perturbazioni in attenuazione entro metà 2026.
Tuttavia, il FMI ha elaborato scenari molto più cupi. Con un conflitto prolungato e un aumento dei prezzi dell’energia più persistente, la crescita calerebbe al 2,5%. Se i danni alle infrastrutture energetiche dovessero estendersi ulteriormente e la chiusura dello Stretto di Hormuz perdurare, il PIL mondiale potrebbe salire solo del 2% nell’anno in corsa, una soglia che rasenta la recessione globale.
Gli scenari sull’inflazione sono altrettanto critici. Nel primo caso si prevede raggiungerà il 4,4%, nel secondo caso il 5,4%, nel caso peggiore toccherà il 6%. Il timore principale riguarda le materie prime, per le quali si ipotizza un aumento medio del 19% nel 2026, e sono stati in tanti a paragonare questo shock a quello del 1973-'74, con i rischi annessi di stagflazione.
Il capo-economista del Fondo, Pierre-Olivier Gourinchas, ha parlato di un promettente slancio economico che “la guerra in Medio Oriente ha arrestato”. Ha però accennato al fatto che, rispetto a mezzo secolo fa, l’economia odierna è meno dipendente dal petrolio grazie alle rinnovabili e le Banche Centrali oggi sono molto più focalizzate sul controllo dell’inflazione rispetto al passato.
Questa non è però necessariamente una bella notizia, per chi, sull’altare del riarmo, ha sacrificato l’appena abbozzata transizione ecologica e ha invece puntato tutto su diversificazione dell’approvvigionamento di gas, mostrando poca lungimiranza rispetto all’inasprirsi degli scenari di tensione internazionale. E non è necessariamente una bella notizia se si pensa agli effetti devastanti che ha avuto sugli interessi su molti mutui la stretta monetaria che, ad esempio, la BCE ha deciso negli scorsi anni per far fronte all’inflazione.
Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese risente pesantemente dell’incertezza. Il FMI ha tagliato le stime di crescita del Belpaese, portandole a un modesto +0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Si tratta di una riduzione dello 0,2% annuo rispetto alle previsioni precedenti, un dato che colloca l’Italia ben al di sotto della media dell’Eurozona (prevista al +1,1% nel 2026).
Anche i partner europei segnano il passo, seppur con numeri leggermente migliori: per la Germania è previsto un +0,8% nel 2026 e un +1,2% nel 2027; per la Francia +0,9% per entrambi gli anni; la Spagna segna un +2,1% nel 2026, confermandosi la più resiliente tra le grandi economie UE; la Gran Bretagna scivola al +0,8% nel 2026.
Le conseguenze più drammatiche si registrano nelle aree direttamente coinvolte dall’aggressione. In Iran il PIL per il 2026 è stato tagliato del 7,2%, precipitando a un drammatico -6,1%, con un’inflazione vicina al 69%. In controtendenza rispetto al rallentamento generale, l’FMI ha invece migliorato le stime per Russia e India, che continuano a mostrare una dinamica di crescita superiore alle attese.
C’è, infine, un elemento interessante, da sottolineare. Il Fondo avverte i governi sui rischi legati all’aumento della spesa per la difesa. Se da un lato queste sono viste come uno stimolo significativo nel brevissimo termine, approfittando delle tendenze alla guerra suscitate dalla crisi strutturale del capitale, dall’altro possono “generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale ed esterna e rischiare di soffocare la spesa sociale”.
In sostanza, l’impegno sul riarmo e sulla transizione verso un’economia di guerra, è utile per ridare una boccata d’aria temporanea agli indicatori macroeconomici, e ovviamente creare gli strumenti fondamentali di un imperialismo sempre più esplicitamente predatorio. Ma sul medio e lungo periodo andrà a peggiorare nettamente le condizioni della maggioranza della popolazione.
Sul piano politico, avverte il FMI, ciò si tradurrà in un incremento del malcontento popolare. Un’indicazione anche per chi vuole costruire un’alternativa a questo modello, avviato sulla strada del baratro guerrafondaio.
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15/04/2026
Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»
Se ne sono accorti solo adesso?
Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli aveva assicurato che, a pagare il prezzo più salato dell’azzardo Usa, sarebbero state Europa ed Asia. Ieri, la ‘Bibbia’ finanziaria americana, il Wall Street Journal, voce autorevole di chi, alla fine dei giochi, comanda veramente il Paese, è sceso in campo con un articolo (d’apertura) dal titolo assai sintomatico: «Iran, l’economia statunitense subirebbe un duro colpo in caso di guerra prolungata?».
Interrogativo non militare
«Un grande interrogativo non militare ha aleggiato sugli attacchi del Presidente Trump e ora sul cessate il fuoco nel Golfo Persico». La riflessione viene posta sotto forma di domanda, anche se a leggere i contenuti del quotidiano, in questi giorni, le risposte che vengono date sono univoche e ribadiscono la crescente preoccupazione, anzi, lo scoperto nervosismo per il peggioramento di molti indicatori economici. Tra l’altro, in modo molto ‘americano’, cioè analizzando i contraccolpi della crisi con un filtro autoreferenziale, nel report del WSJ si parla poco dell’effetto-domino sul resto del Pianeta. Una per tutte? La crescita a razzo del tasso d’inflazione metterà sicuramente la Federal Reserve con le spalle al muro: niente taglio dei tassi e addio stimolo all’economia. Poco male per gli Usa, che già crescono, ma l’Europa? Si, perché, inutile ribadirlo, la ‘Fed’ è la ‘madre’ di tutte le Banche centrali e le altre (a cominciare dalla BCE) si adeguano sempre. Senza, dunque, voler fare gli uccelli del malaugurio, all’orizzonte per il Vecchio continente si profila un periodo di prezzi alti e crescita stagnante. Tecnicamente, ‘stagflazione’. Un altro ‘dono’ della pensata avuta dal binomio Trump-Netanyahu.
Storia di una sciagura
Ci pensavano da un bel pezzo, Stati Uniti e Israele, a fare la festa allo stato maggiore della teocrazia persiana, Alì Khamenei in testa. Solo che Trump, almeno fino al giugno scorso, si era decisamente opposto, soppesando i pro e i contro di un simile azzardo. Anche per le sue eventuali ricadute nel campo della politica interna. Intendiamoci: gli ‘adviser’ gli avevano prospettato diversi scenari e lui, il cui obiettivo politico immediato erano le elezioni di ‘Mid term’, sembrava essersi convinto a frenare. Poi è successo qualcosa. Qualcosa di assolutamente illogico e imponderabile: perché, tutto ciò che Trump sta facendo, va non solo contro l’America, ma soprattutto contro i suoi stessi interessi, politici e personali. Un mistero. Da allora, nello Studio Ovale, si sono succedute riunioni su riunioni, per organizzare l’attacco valutando la portata degli effetti collaterali. Una situazione efficacemente descritta dal Wall Street Journal.
I danni? Per Asia ed Europa
«Dall’inizio dell’anno – scrive il giornale – il Presidente e i suoi consiglieri hanno ascoltato in privato membri del gabinetto, alleati politici e leader aziendali riguardo alle possibili conseguenze che una guerra di questo tipo potrebbe avere su Wall Street e sull’economia reale se non si concludesse entro un lasso di tempo ristretto. Molti hanno messo in guardia contro un conflitto più prolungato, o hanno ipotizzato scenari a sfavore di una guerra di questo tipo. Secondo fonti vicine alla vicenda, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha parlato con Trump della reazione del mercato e dell’andamento dell’economia statunitense in relazione alla durata della guerra. Bessent e il Presidente hanno discusso delle varie misure che il Tesoro potrebbe adottare se la guerra si protraesse per otto-dodici settimane e di come gli Stati Uniti potrebbero essere vulnerabili a un potenziale aumento dei prezzi della benzina. Bessent ha affermato al Presidente di ritenere che l’Asia e l’Europa sarebbero le aree più vulnerabili all’aumento dei prezzi dell’energia derivante dalla guerra».
‘Colpa degli Adviser’
In un’intervista a Fox News, Trump ha cercato di giustificarsi, attribuendo sostanzialmente alla sua squadra di ‘advisers’ economici la responsabilità di avere sostenuto l’attacco. «Ho detto ai miei consiglieri economici ‘mi dispiace, ragazzi, siamo in ottima forma. Dobbiamo fare un piccolo viaggio in Iran e dobbiamo impedire loro di dotarsi di un’arma nucleare’. E tutti hanno risposto che erano d’accordo». Il report del WSJ fa venire a galla un altro aspetto da non sottovalutare: c’è una diversa percezione della crisi, non solo tra la sfera politica e quella imprenditoriale e finanziaria, ma anche all’interno degli stessi operatori economici.
I petrolieri la vedono nera
«L’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che, se la guerra dovesse continuare, si verificherebbero ‘significativi e continui shock dei prezzi del petrolio e delle materie prime – avverte WSJ – insieme a una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, che potrebbero portare a un’inflazione più persistente e, in ultima analisi, a tassi di interesse più elevati’. Inoltre, gli amministratori delegati delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi hanno messo in guardia i funzionari dell’Amministrazione Trump, tra cui il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario degli Interni Doug Burgum. I dirigenti hanno affermato che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il 20% delle forniture giornaliere mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, potrebbe mettere a dura prova le catene di approvvigionamento globali di carburante e che la crisi energetica potrebbe aggravarsi». I mercati finanziari non hanno compreso appieno la gravità delle limitazioni al flusso fisico di petrolio, ha dichiarato l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth. Alla conferenza, Wright e Burgum hanno assicurato ai dirigenti del settore petrolifero che il blocco del traffico nello Stretto si sarebbe risolto entro poche settimane, anziché mesi.
Agricoltori in rivolta
«Brooke Rollins, Segretaria all’Agricoltura di Trump, avrebbe recentemente comunicato ai lobbisti del settore agricolo che le loro preoccupazioni riguardo all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbero state portate direttamente all’attenzione del Presidente. ‘Il punto è che questa è una sorta di emergenza per i nostri agricoltori e abbiamo bisogno che l’approvvigionamento venga ripristinato’, ha dichiarato Ragland in un’intervista. Ha aggiunto che il messaggio degli agricoltori a Rollins e agli altri funzionari dell’Amministrazione era simile a quello di altri che sostenevano la tesi relativa all’economia: la guerra non deve essere prolungata. Secondo l’American Farm Bureau Federation – conclude il Wall Street Journal – circa metà della fornitura globale di urea, un fertilizzante a base di azoto, e quasi un terzo della fornitura di ammoniaca transitano solitamente attraverso lo Stretto».
Questo ci porta, naturalmente, a un settore dell’economia come l’agricoltura, sul quale l’impatto della Guerra del Golfo crescerà in modo esponenziale, proprio per il rincaro dei fertilizzanti. In ogni caso, il problema vero è che data la volatilità del mercato e l’estrema ambiguità delle decisioni politiche, nessuno è in grado di fare previsioni di qualsiasi tipo sui prezzi, che potrebbero muoversi fuori controllo.
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05/04/2026
Bankitalia: la guerra in Iran riduce il PIL e aumenta l’inflazione
Bankitalia ha già rivisto al ribasso le stime di crescita rilasciate lo scorso dicembre. Lo scenario di base preso in considerazione dagli analisti vede il prezzo del petrolio attestarsi a 103 dollari al barile e quello del gas a 55 al megawattora, nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Dati che ci si aspetta di avere se il conflitto non si protrarrà troppo a lungo e i suoi effetti saranno tamponati.
Per l’anno in corso e per il prossimo le previsioni, nello scenario migliore, vedono una crescita pari allo 0,5% del PIL, mentre a dicembre era stimata allo 0,6% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027. L’inflazione è maggiore di un punto percentuale rispetto alle precedenti stime: si dovrebbe collocare al 2,6% per l’anno in corso, ma viene sottolineato che saranno soprattutto i beni energetici e quelli alimentari a pesare sulla media.
“Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici – si legge nella nota – incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi. L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche”.
Ci si deve attendere, dunque, una nuova ondata inflazionistica che andrà a peggiorare ulteriormente il reddito reale delle famiglie italiane. Gli investimenti rallenteranno, anche a causa delle ridotte prospettive della domanda, tanto quella interna quanto quella estera: “il contributo della domanda estera netta alla crescita del prodotto è negativo quest’anno e pressoché nullo nel prossimo biennio”. In ogni caso, l’istituto segnala che il tasso di disoccupazione “aumenta leggermente nel corso del triennio”, cioè tra il 2026 e il 2028.
Nell’analisi di Bankitalia, però, viene previsto anche uno scenario peggiore. Se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo delle previsioni e vi fossero “danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale”, ipotesi che è stata confermata in maniera indiretta da Christine Lagarde in un’intervista al The Economist, il risultato sarebbe un’inflazione maggiore e più persistente, e possibili turbolenze sui mercati finanziari.
Se il petrolio balzasse stabilmente sopra i 150 dollari al barile e il gas intorno ai 120 euro al megawattora, il PIL rimarrebbe fermo nell’anno in corso (0,0% di crescita), per poi ridursi dello 0,6% nel 2027. Se lo scenario è già di base quello della stagflazione, se non si pone subito fine all’aggressione imperialista le prospettive sono quelle di una vera e propria recessione.
Il problema, però, è strutturale. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, intervenendo alla conferenza annuale tra il suo istituto e il Ministero degli Esteri, ha sottolineato che lo shock energetico “non apre una nuova fase, la sta semplicemente accelerando”, mentre le previsioni BCE sull’inflazione dell’Eurozona per il secondo trimestre del 2026 indicano un +3,1%. Lui stesso ammette che, anche finisse immediatamente il conflitto, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento.
Proprio perché la fase non è nuova, torna anche il tema degli extraprofitti. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, ribadendo una richiesta che dicono di aver fatto all’Eurogruppo del 27 marzo: “sviluppare rapidamente uno strumento contributivo a livello UE, basato su una solida base giuridica” e finanziato con la tassazione degli extraprofitti.
“Una soluzione europea”, scrivono nella lettera, “fungerebbe da segnale per i cittadini e per l’economia, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Questi paesi fanno leva su una situazione di crisi per implementare ulteriormente l’integrazione europea, ma nascondono il fatto che i vari governi avrebbero già i poteri per agire e calmierare i prezzi.
Uno degli ostacoli principali, semmai, è il Patto di Stabilità, che Bruxelles ha ribadito non voler sospendere. Non potendo mettere risorse per alleviare l’aumento dei prezzi, viene stabilito politicamente che la crisi dovranno essere ancora lavoratori e pensionati a pagarla.
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02/04/2026
A passo svelto verso l’andare a piedi
È quasi superfluo ribadire che accendere un cerino in un deposito di gas e petrolio – questo è il Golfo Persico per l’economia globale – non è un gesto geniale. Far partire una guerra è letteralmente suicida.
In questo momento tutti i vertici politici ed economici del Pianeta stanno rifacendo i loro conti cercando di definire i diversi scenari possibili intorno ad un’unica variabile: i prezzi di petrolio e gas.
Dal punto di vista dell’autosufficienza gli Stati Uniti sembrano essere messi meglio, tra i paesi industriali. Posseggono giacimenti estesi, anche se ormai vengono sfruttati soprattutto quelli di scisto, ad alto costo di estrazione, il che conferma che i giacimenti “normali” sono quasi del tutto esauriti. Del resto petrolio e gas si sono formati nel Mesozoico, decine di milioni di anni fa, e non è che possano “riprodursi”.
Ma il mercato mondiale dell’energia è uno solo, e il prezzo anche. Ad una riduzione globale dell’offerta (il Golfo rappresenta circa il 20% delle forniture) corrisponde immediatamente un’esplosione dei prezzi (oltre il 40%, nel primo mese di guerra).
Quindi, anche se gli Usa hanno ancora molti idrocarburi, il prezzo al consumo aumenta anche per loro, con gravi effetti sia sui trasporti pubblici e privati, sia – a maggior ragione – sulla produzione industriale. Pesa insomma su tutto il ciclo e su tutti i soggetti, con la differenza che le imprese possono scaricare i maggiori costi sul cliente finale – il consumatore – mentre quest’ultimo può solo svuotarsi le tasche o ridurre i propri consumi.
Ma i consumatori votano, e questo diventa un problema politico serio.
Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump – dicono le solite fonti ben informate” che fanno da gola profonda per i media – sta da giorni studiando vari scenari di prezzo (fino a 200 dollari al barile, anche se già i 150 sono definiti “un incubo”) e quindi varie possibilità di ridurre i prezzi dei carburanti nel mercato interno.
Vanno in questa direzione certamente i ripetuti annunci della ultime ore – “la guerra finirà entro due o tre settimane al massimo” – per smorzare un po’ della tensione sui mercati finanziari. Ma l’ipotesi più pericolosa per i paesi importatori di idrocarburi è che gli Usa decidano di chiudere i rubinetti delle esportazioni pur di calmierare i prezzi interni a fini sia produttivi che elettorali.
Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe una seconda falla nelle forniture globali, oltre al semi-blocco dello Stretto di Hormuz, proprio mentre aumenta la richiesta di fonti alternative. E dunque anche il prezzo “per tutti gli altri”.
Qualcosa si vede già ora, specie in Asia, che è la principale cliente del greggio del Golfo. Le ultime navi da trasporto che avevano fatto il pieno laggiù prima del blocco stanno arrivando ora nei porti asiatici (ed europei). Ma già dalla prossima settimana non arriverà più granché e questo già ora sta provocando un aumento nelle offerte di acquisto e dunque del prezzo.
Perché la produzione di greggio e gas è sostanzialmente anelastica. Tutti o quasi i paesi produttori viaggiano normalmente vicino al limite massimo delle loro capacità. Possono facilmente ridurla, ma non aumentarla (bisognerebbe prima trovare nuovi giacimenti, impiantare i macchinari e le pipeline verso i porti più vicini). Solo l’Arabia Saudita ha un margine (spare capacity) significativo, ma – appunto – la maggior parte della sua produzione passa proprio per Hormuz.
La dinamica è però particolarmente tragica per l’Europa, che pure non era particolarmente esposta alle forniture dal Golfo, da cui dipendeva per solo il 6% del greggio e meno del 10% del suo gas naturale. Il problema è l’assenza di alternative immediate in grado di coprire anche questo deficit (ricordiamo che per effetto delle sanzioni alla Russia e della distruzione del gasdotto Nord Stream, operato da ucraini e Nato, non arriva quasi più nulla del gas russo a basso costo).
Friedrich Merz, Cancelliere tedesco, avverte che le conseguenze economiche della guerra all'Iran rischiano di pesare “tanto quanto abbiamo sperimentato di recente durante la pandemia di Covid o all’inizio della guerra in Ucraina”.
L’analisi di queste conseguenze, fatta da POLITICO, somiglia alle sette piaghe d’Egitto.
Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica capo per il team Europa presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, segnala che “Mentre le crisi degli anni ’70 eliminarono il 7% delle forniture globali, la chiusura dello Stretto di Hormuz ne colpisce il 20%”. Il triplo quasi esatto. E se finora la preoccupazione riguardava soltanto il livello dei prezzi, ora si fa strada anche il timore di una scarsità fisica delle forniture.
Col passare delle settimane, e soprattutto l’aumento delle distruzioni negli impianti (iraniani o sauditi, qatarioti, emiratini, ecc.), anche una cessazione della guerra non si tradurrebbe in un veloce ritorno alla normalità. Tra impianti da riparare o ricostruire, navi da far arrivare, riempire, farle tornare “a casa”, per qualche mese la situazione sarebbe comunque critica.
Nelle cancellerie europee si fanno i calcoli e tra le ipotesi è apparsa anche la “distruzione della domanda”. Ossia la limitazione d’autorità della circolazione e della produzione non strategica o essenziale. In pratica, una riedizione delle “domeniche a piedi” degli anni ‘70...
Ma si accentuerebbe anche il declino industriale europeo, già avviato con la “resistenza” opposta dalle imprese alla “transizione ecologica” che ha portato l’industria automobilistica ad un passo dalla chiusura o della riconversione al militare (vedi Volkswagen in Germania). Su questo fronte la concorrenza cinese sembra ormai inarrestabile, per la qualità dei prodotti oltre che per il prezzo.
Lo scenario complessivo è così quello della stagflazione, la compresenza micidiale di crescita zero e alta inflazione che già negli anni ‘70 fu un problema pressoché irrisolvibile per le leadership occidentali e fece da base materiale per la distruzione del “modello sociale europeo” e quindi dal welfare ai diritti dei lavoratori. La colpa di tutto fu data al “modello keynesiano” e ci si accodò velocemente verso le follie neoliberiste di Reagan e Thatcher.
Oggi quel “margine di grasso” da tagliare non c’è più. La spesa pubblica di tutti i paesi – peraltro stressata da austerità, bassa tassazione per i redditi alti e per le imprese, spesa militare da raddoppiare – è gravata soprattutto dal “servizio del debito”, ossia dagli interessi da pagare sui titoli di stato.
La stagflazione sarebbe sicuramente affrontata dalla Bce con un rialzo violento dei tassi di interessi e quindi una “inchiodata” dell’economia da esodo biblico.
Che genialata, la guerra di Trump e Netanyahu...
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12/03/2026
Se il conflitto fa scoppiare la bolla
«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.
Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.
L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.
Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.
L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.
La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.
L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite. Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati Uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.
Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.
Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.
Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.
Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.
Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.
Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.
L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.
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08/08/2025
Gli ostacoli impliciti alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
Lenin era scomparso da poco, ma il suo pensiero vegliava ancora sullo spirito della Rivoluzione, continuando a dare vigore alla carne, ossia alle lotte per dare corpo alla strategia rivoluzionaria, lotte cruente e violente, per affermare le ragioni, le emozioni e gli impulsi dei comunisti e dei socialisti, che venivano condotte non solo contro coloro, che dall’esterno miravano a destabilizzare il Governo dei Soviet, ma anche nei confronti di coloro che, dall’interno, ne minavano la credibilità, boicottando e sabotando il nuovo sistema di potere, perché non avevano aderito a quei principi oppure perché erano stati estromessi con la forza dalla guida del paese.
Per J.M. Keynes, il leninismo era la combinazione di due aspetti della vita, che gli europei avevano lasciato per secoli in differenti compartimenti: la religione e gli affari (il business).
Per la precisione si trattava di una “Nuova religione” e il porsi del leninismo al di sopra del business, contrariamente a quello che accadeva in Occidente, creava scompiglio, ma anche un motivo per attaccare quella nuova formazione sociale come altamente inefficiente.
Il saggio è breve, ma l’economista britannico è molto articolato nell’esposizione, quindi è mia intenzione toccare quei punti che aiutano a dipanare i due abbagli che Marco Craviolatti attribuisce a Keynes, nella parte centrale del suo libro, dedicato alla questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Keynes sympathises with those who seek for something good in Soviet Russia (1) ma non risparmia critiche severe a quella che lui chiama “fede comunista”, quando sostiene che non è possibile accettare una dottrina che si basa su un “testo obsoleto e privo di implicazioni scientifiche” e lo tratta come se fosse la sua bibbia.
Qui il riferimento, che non è esplicito, secondo me, è diretto a Marx, non lo chiama in causa direttamente, dato che supera in astuzia ed intelligenza Böhm-Bawerk e coloro che crescono all’ombra della scuola austriaca. Non perché Marx sia inattaccabile o sia scevro di contraddizioni, ma una volta che si cade nella sua rete, è difficile divincolarsi o districarsi, a meno che non si riesca a trovare il tempo e la motivazione, per approfondire la sua opera, senza scorciatoie e schemi mentali prefissati.
Quando Keynes prende in esame la “Nuova religione”, può succedere che si lasci trasportare dagli affondi della lama avvelenata: «Non accetto un credo politico che preferisce il fango al pesce»; e poi si chiede: «Come può accadere che il grezzo (maleducato) proletariato (boorish proletariat) sia posto al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, pur avendo delle colpe, esprimono la qualità della vita e di sicuro portano il seme dell’avanzamento umano?». (2)
Da dove trae forza il leninismo?
Non dalla moltitudine! – risponde Keynes. Quindi una piccola minoranza, sulle ali dell’entusiasmo e dello zelo, con l’abnegazione e il sacrificio, la dedizione al lavoro e la partecipazione attiva alla vita politica, rende “ciascuno di loro pari in forza a cento indifferenti”. (3)
Sebbene non sia evidente, quest’ultimo periodo gioca a favore del pensiero rivoluzionario e richiama un concetto elaborato da Engels nell’introduzione a Lavoro salariato e capitale del 1891. Un opuscolo che apparve per la prima volta nel 1849 e che si basava sulle conferenze che Marx tenne all’Associazione degli operai tedeschi, nel 1847, a Bruxelles.
Engels scrisse che egli apportò una modifica che riguardava la distinzione tra lavoro e forza lavoro, un concetto che Marx sviluppò, in seguito alla pubblicazione del primo fascicolo Per la critica dell’economia politica nel 1859 e sulla base delle ricerche e degli studi effettuati nel decennio precedente a tale data.
Engels ci tenne a sottolineare questo punto, non perché si trattasse di una pedanteria verbale, piuttosto perché la ripubblicazione dell’opuscolo era un’operazione di “propaganda”, con un elevato numero di copie per l’epoca, destinata a coinvolgere il più ampio numero di operai.
Nel frammento che segue, entra in scena l’abilità dialettica di Engels, che risponde, a mio avviso, alle perplessità e agli aspetti positivi sottolineati da Keynes qui sopra e alle difficoltà odierne di intercettare i lavoratori e le lavoratrici sulla questione dell’emancipazione dal lavoro salariato.
Engels precisa che il punto da lui individuato rimane tra i più importanti della critica all’economia politica e rappresenta: «Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facilmente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita». (4)
Sul piano economico, argomenta Keynes il Comunismo, inteso come Ordine nuovo, esalta “l’uomo comune” e fin qui niente di nuovo, così come non c’è nulla di strano che i suoi portavoce lo pongano sul medesimo livello del capitalismo, per come si presenta in quel periodo, rispetto agli sviluppi materiali e tecnici, anche se in questa sfida o equiparazione sistemica, sulle prospettive e i risultati futuri, l’economista di Cambridge intravvede una sorta di bluff.
I suoi sospetti non erano del tutto infondati e il modo di argomentare su una presunta superiorità del Nuovo ordine sociale, nascondeva, a suo giudizio, un tentativo di coprire le sue inefficienze economiche.
C’è un aspetto che, in qualche modo, sorprende positivamente Keynes e sul quale egli focalizza l’attenzione, per far emergere i limiti e le complicazioni che assillano i paesi capitalisticamente più avanzati: il leninismo (il Comunismo) che non è un fenomeno soprannaturale, in un breve arco temporale, cambia le attitudini o il rapporto degli individui towards the Love of Money, nel senso che le motivazioni per fare denaro o accumulare denaro ad ogni costo e senza guardare in faccia nessuno, non ottengono la stessa approvazione sociale dei paesi capitalisti.
Il Money making su larga scala, pronto a fare una montagna di soldi, come avviene ai nostri giorni, è visto come un comportamento deprecabile e non riceve una conferma o validità sociale nel Nuovo ordine socialista.
Attenzione, però, qui Keynes non sta recitando un sermone contro il denaro! Del resto scrive che «Russian people are very greedy for money at least as greedy as elsewhere» (5) l’ingordigia per il denaro è una “malattia” molto diffusa, che la Russia dei Soviet di quel periodo prova ad affrontare, anche se in modo contraddittorio.
Gli avvenimenti delle politiche economiche e sociali dei Soviet stimolano le riflessioni di Keynes e gli forniscono un punto di appoggio, almeno su quest’ultimo argomento, che sto cercando di delineare, mentre il suo pensiero esprime una visione lucida del contesto socio-economico in cui vive.
Capacità di analisi ed osservazioni mirate alle situazioni concrete gli permettono di percepire che il processo di accumulazione del capitale sta per arrivare ad un punto di non ritorno e che le politiche e i principi impliciti del laissez faire sono ormai collassati.
Ritorno a Keynes?
Ora, a distanza di un secolo dalla pubblicazione del saggio di Keynes, i lettori attenti potrebbero chiedere in coro: «The Love of Money è scomparso?» Niente affatto! La polarizzazione della ricchezza, a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, è aumentata: è sufficiente pensare ai nuovi paperoni americani come Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates e compagnia bella.
Come giustamente ha puntualizzato M. Craviolatti, nel 2012, il Governo Monti, mise in atto una politica economica di austerità, che attaccava i diritti dei lavoratori e con l’ennesima Controriforma, disegnata, in quell’occasione, dalla Ministra Fornero, fu innalzata a dismisura l’età pensionabile, allungando di fatto la vita lavorativa, con conseguenze deleterie, per le persone che svolgono lavori pesanti, pericolosi e ad alto rischio di infortuni e malattie professionali. Nello stesso anno, Sergio Marchionne ha guadagnato 48 milioni di euro.
Gli elevati compensi dei super manager delle imprese pubbliche e private, per non parlare degli azionisti, dei broker di Borsa, degli agenti delle società di intermediazione, degli influencer di successo, degli artisti e calciatori famosi, eccetera, non suscitano scalpore, non fanno gridare all’ingiustizia sociale, ma richiamano atteggiamenti emulativi e di riverenza, che ricordano il rapporto di ammirazione dei sudditi per la famiglia reale.
Tuttavia, nonostante il “lavoro povero”, i lavoretti, la precarietà lavorativa, i sussidi di disoccupazione, il reddito di cittadinanza, la mobilità lavorativa, la cassa integrazione, il lavoro nero, gli espedienti lavorativi che sconfinano nell’arrabattarsi e nell’arrangiarsi, non siamo ancora precipitati ai tempi di Keynes.
Dai racconti popolari, nelle aree periferiche dell’Italia degli anni Trenta, durante la Grande Depressione, si apprende che la miseria era generalizzata: si mangiava una zuppa nel medesimo contenitore e se non si trovava il cucchiaio in tempo, si finiva per patire la fame quel giorno; si dormiva ammucchiati nella stessa stanza, in una catapecchia senza acqua potabile, a portata di rubinetto, senza corrente elettrica e mal riscaldate durante l’inverno; le malattie legate a obesità erano quasi assenti, ma si campava di meno, poiché le cure sanitarie erano scarse o alla portata di una piccolissima percentuale della popolazione; l’analfabetismo dilagava, così come dilagava il lavoro minorile, l’avviamento al lavoro poteva avvenire anche intorno a nove anni.
Si possono chiudere gli occhi e le orecchie sui documentari di D. Iannacone? No! Ci sono le bidonville nelle megalopoli, le baraccopoli di Borgo Mezzanone in Puglia e di San Ferdinando in Calabria, ci sono i senza tetto che dormono sui cartoni e tante persone che sono costrette ad occupare le case, perché non si possono permettere di pagare un affitto, è riemerso il problema dei caporali, che spremono come limoni i migranti clandestini.
Ma poi ci sono migliaia di giovani laureati che si trasferiscono all’estero, pronti a svolgere qualsiasi attività lavorativa, tant’è che il Messaggero grida allo scandalo: «Prendono la laurea in Italia e lavorano nei campi in Australia!»; e poi ancora, nelle grandi città italiane, ci sono migliaia di appartamenti sfitti e il costo della pigione è inaccessibile per una famiglia operaia monoreddito, mentre la speculazione edilizia partorisce altri mostri di cemento.
A un estremo tante persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, dall’altro pochissimi individui che navigano nell’oro, con redditi e patrimoni di miliardi di dollari. In base all’Osservatorio sulla diseguaglianza nel mondo, la forbice tra super ricchi e poveri, nel 2024, è aumentata.
Ciò non toglie che nel resto della distribuzione della popolazione dei paesi OCSE, (6) anche se si registrano altre forme di polarizzazione della ricchezza, le condizioni di vita e l’accesso ai beni e servizi, non solo per la soddisfazione dei bisogni primari, ma anche quelli di ordine superiore, sono migliorati di molto, rispetto agli anni Trenta del XX secolo.
La teoria economica che Keynes elabora durante la crisi degli anni Trenta contribuirà, negli anni successivi, in modo determinante agli sviluppi e all’affermazione del welfare state: l’intervento pubblico nell’economia consentirà di assorbire gli elevati tassi di disoccupazione involontaria ed innalzare il livello del reddito della stragrande maggioranza della popolazione.
Le politiche fiscali espansive hanno mediato lo sviluppo nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, finché non è emerso il problema della stagflazione, cioè l’aumento contemporaneo della disoccupazione e dell’inflazione, un contesto inedito, le cui implicazioni, pur se continuano a produrre effetti reali sulle nostre relazioni sociali ed organizzative, sono trascurate nel dibattito pubblico dominante. (7)
In questo periodo storico, Joan Robinson, nel 1971, per parlare della Seconda Crisi della Teoria Economica, quando erano evidenti le prime crepe nella strategia del pieno impiego, ha posto la domanda chiave: «A cosa serve l’occupazione?»
La rottura degli equilibri dinamici, all’interno di una formazione sociale, che ha raggiunto il suo apice, impone un cambiamento, il quale non è sempre lineare, progressivo, positivo.
Marx ci ricorda che: «Le circostanze fanno l’uomo non meno di quanto l’uomo faccia le circostanze». Il che significa che la modifica dell’ambiente richiede il cambiamento di se stessi, in primo luogo, altrimenti intervengono spinte regressive.
Come ha rilevato P. Cicalese: «Il rapporto lavoro-capitale era arrivato ad uno snodo che imponeva una scelta radicale. Andare avanti e trovare nuovi modi di lavorare e di vivere, dato lo sviluppo della produzione... Oppure andare indietro, tornare ai rapporti di fine Ottocento e inizio Novecento, con salari insufficienti, immiserimento delle masse, disoccupazione e povertà». (8)
Che ci sia stato, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, uno spostamento della ricchezza prodotta, cioè degli aumenti della produttività, dai salari ai profitti, è possibile dimostrarlo anche con strumenti matematici e statistici (9).
Quindi non si tratta di ritornare a Keynes, come in tanti hanno suggerito, in seguito alla crisi del 2008 innescata dalla bolla del mercato immobiliare statunitense e i relativi mutui subprime.
È un tentativo di chiarire alcuni aspetti del suo pensiero, che non sono stati ancora recepiti o metabolizzati e rischiano di creare molta confusione, quando vengono richiamati.
Il duplice abbaglio di Keynes, secondo Craviolatti
Craviolatti concorda sul trend dell’impoverimento dei lavoratori, che si è venuto a delineare, in seguito alla crisi dello Stato sociale, infatti egli scrive: «Dal 1971 ai primi anni del 2000 la percentuale della ricchezza dei salari o il reddito lordo dei lavoratori è passato dall’83% al 66% del Pil». (10)
Ci troviamo in una situazione paradossale: sebbene la produttività del lavoro sia moltiplicata negli ultimi cinquant’anni, le persone che lavorano sono costrette ad allungare l’orario lavorativo e la flessibilità lavorativa, ad intensificare i ritmi o a svolgere dei lavori precari o una serie di lavori che non gli consentono di vivere, in quanto le retribuzioni sono sotto la soglia di povertà, pertanto è più conveniente rimanere disoccupati, se si ha accesso ai benefici connessi con quest’ultima prestazione.
Craviolatti estrae una delle proposizioni più note di un saggio di Keynes, del 1930, Possibilità economiche per i nostri nipoti, sostenendo che la sua previsione (profezia) sulla riduzione dell’orario di lavoro si è “rivelata infondata per un decisivo errore concettuale (il primo abbaglio)”.
Egli partiva dall’assunto – asserisce Craviolatti – che “la scienza e la tecnica fossero utilizzate neutralmente a beneficio di tutta la società”. (11)
Nella realtà, invece – prosegue Craviolatti – queste due variabili vengono incorporate nel capitale fisso delle imprese, con lo scopo di risparmiare il lavoro salariato, ridurre i costi di produzione ed ottenere il massimo valore dal lavoro residuo, senonché il miglioramento delle condizioni di vita degli individui associati è subordinato ai vincoli appena sottolineati.
Dunque, il capitale tende a ridurre il lavoro ai minimi termini, poiché è mosso dall’esigenza di ridurre i costi e di aumentare i profitti. Il capitalista A, che agisce in un mercato concorrenziale, non è del tutto consapevole che la forza lavoro che compra, per avviare il processo produttivo, appartiene agli operai, ma percepisce che questi ultimi si presentano ed agiscono in forme antagonistiche o conflittuali, dato che sono spinti da interessi contrapposti.
Nel modo di produzione capitalistico, il capitalista A, che ha già avviato la produzione per il mercato, dispone di macchine, impianti, attrezzature, fabbricati (i mezzi di produzione) che costituiscono il capitale fisso e che rendono il lavoro più produttivo, rispetto all’impiego, per esempio, dell’incudine e del martello del fabbro. Provate ad immaginare il rapporto, per il sollevamento dei pesi, tra una carrucola manuale e una moderna gru, in un cantiere edilizio! Ovviamente, si dovrebbe tener conto delle implicazioni positive e negative della “potenza” della macchina moderna.
Quindi, il capitalista A non può prescindere dalle innovazioni tecnologiche, a meno che non si trovi costretto ad abbandonare il terreno della competitività, poiché i suoi costi di produzione sono molto lontani da quelli socialmente necessari.
Pertanto, nel caso in cui dimezzi il lavoro socialmente necessario, per produrre un determinato bene, ottiene un vantaggio competitivo nei confronti degli altri capitalisti, i quali, a loro volta, sono chiamati a prendere le misure del cambiamento intervenuto nel sistema produttivo, altrimenti rischiano di essere buttati fuori, contro la loro volontà.
Marx ed Engels hanno ampiamente illustrato gli sviluppi delle forze produttive del modo di produzione capitalistico, rispetto agli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, senza per nulla tralasciare le contraddizioni come sfruttamento ed immiserimento della classe lavoratrice, ponendo l’accento sulle continue crisi di sovrapproduzione, che generavano ingenti espulsioni di lavoratori dai contesti produttivi.
Se le imprese B, C, D, N, incorporano nel loro capitale fisso la tecnologia con la stessa capacità produttiva dell’impresa A, diminuisce il vantaggio competitivo di quest’ultima e il relativo profitto, ma se la domanda non riesce ad assorbire i connessi aumenti della produzione, allora ci troviamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione in quel determinato settore, con un conseguente aumento della disoccupazione. Il ciclo si riprende, quando esistono possibilità alternative d’investimento, cosicché i capitali in eccesso finiscono in altri settori, in un’ottica espansiva.
Il cerchio si chiude solo se l’investimento aggiuntivo è spendibile, nel senso che la maggiore capacità produttiva riesca ad incontrare la relativa domanda e non si trasformi in sovrapprodotto invenduto.
Gli aumenti di capitale fisso e i relativi aumenti della produttività modificano la struttura produttiva, in quanto essendo il lavoro più produttivo, se all’orizzonte non s’intravvede una fase espansiva della produzione, dato che la domanda evidenzia piccole oscillazioni, variazioni minime, spesso negative, è possibile ridurre le ore di lavoro complessive, senza diminuire il salario, per ottenere lo stesso volume di produzione.
In questo processo, è vero che il capitalista punta ad appropriarsi delle ore di lavoro non retribuite, derivanti dagli aumenti di produttività, per incrementare il Plusvalore, quindi è più propenso a far sì che gli orari rimangano invariati, invece di assorbire la manodopera ridondante.
Ma qui si presenta un problema che il senatore G. Agnelli (il padre dell’Avvocato) cercava di comunicare al senatore L. Einaudi, in quel documento archiviato nella soffitta e noto come La crisi e le ore di lavoro: un aumento della disoccupazione fa calare i consumi e quindi mette a repentaglio, con un effetto domino, anche il lavoro di coloro che stanno continuando a produrre, all’interno della fabbrica.
In un contesto in cui il capitale fisso si presenta in forme sovrabbondanti, come quello degli anni Trenta del '900, siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione e da questo punto di vista ha ragione M. Parretti, quando afferma che la teoria di Keynes, sebbene utilizzi il linguaggio degli economisti della scuola neoclassica, pervenga alle stesse conclusioni di Marx, contrariamente alla tesi di Craviolatti. (12)
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione strutturale, Keynes si è espresso in modo radicale, sostenendo che il potere oppressivo del capitale stava condannando la collettività al sottoconsumo. Il livello di accumulazione del capitale era giunto a un punto tale che distruggeva lo stesso processo di valorizzazione, condannando la società a vivere nella penuria, quando c’erano le risorse (il capitale fisso) e un esercito di disoccupati, per migliorare la qualità della vita di tutta la popolazione.
Giovanni Mazzetti ha più volte ribadito che Keynes, in quella fase, abbia continuato a battersi per un “soggetto pubblico” in grado di prendere le redini dell’economia e limitare il potere dei privati, i quali si ostacolavano a vicenda, creando un blocco artificiale delle attività, in quanto anteponevano il risparmio (il profitto) alla soddisfazione dei bisogni.
Proprio perché lo Stato sociale ha posto un limite al processo di accumulazione del capitale, alla proprietà privata e in base al fatto che la scienza e la tecnologia – le variabili a cui accenna Craviolatti – non sono state completamente al servizio del capitale, si è verificato un aumento generalizzato della ricchezza sociale, emancipando la classe lavoratrice dalle condizioni di miseria.
Il mancato obiettivo della drastica riduzione dell’orario di lavoro – di cui parla Craviolatti – non può essere attribuito a Keynes, mentre le responsabilità sul turning point dei primi anni Settanta ricade in misura maggiore sulla supponenza e la superbia di tanti intellettuali di sinistra che hanno messo le questioni del lavoro in un angolino, ma anche di quei tanti lavoratori che si sono cullati sull’idea che quelle conquiste sociali erano definitive.
Per Craviolatti, il secondo errore cardinale (il secondo abbaglio) di Keynes consiste nella sottovalutazione del ruolo dei consumi, in relazione all’espansione della produzione e all’aumento dei profitti.
L’impresa privata persegue il profitto sia con la riduzione dei costi di produzione che con l’espansione della produzione stessa.
A tal fine – precisa Craviolatti – essa induce ininterrottamente nuovi bisogni e stimola l’espansione dei consumi tramite la diffusione di nuovi prodotti, ma anche attraverso la valorizzazione di servizi abitualmente autogestiti senza scopo di lucro.
Tra i nuovi prodotti Craviolatti mette in risalto i navigatori per auto, i robot aspirapolvere e le macchine per il caffè. Siamo nel 2014 e considera questi prodotti come delle irrinunciabili tentazioni o meglio i nuovi prodotti hanno la caratteristica di presentarsi come delle irrinunciabili tentazioni e rientrano nell’osannata capacità di vendere frigoriferi agli eschimesi.
Su questo punto l’analisi di Keynes, a mio avviso, è puntuale, in quanto, già a suo tempo, può osservare che la capacità di produrre corre più velocemente della diffusione di nuovi bisogni, stimolati dal lancio di nuovi prodotti o servizi, all’interno del mercato, indotti con l’ascesa delle tecniche di marketing.
Sorprende che l’autore del libro non colga questa sottile differenza, pur lavorando nella direzione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Il navigatore per auto, di cui porta l’esempio Craviolatti come nuovo prodotto che tenta gli “appetiti insaziabili degli esseri umani”, è stato incorporato negli smartphone, ragion per cui, nel giro di pochi anni, il modello integrato è diventato una tecnologia largamente diffusa e in dotazione di serie su tanti veicoli utilitari di recente fabbricazione.
Là dove è presente un navigatore nella plancia dell’autovettura, il sistema integrato permette di collegarlo al proprio smartphone, tramite un cavo USB, e utilizzando il ricevitore di Google Maps, si accede alle informazioni sul posizionamento, che sono molto più precise e dettagliate di quelle disponibili come, per esempio, in Sensus Navigation, in dotazione a vetture di media o alta gamma, poiché il ricevitore del cellulare è alla portata della stragrande maggioranza, anche di coloro che non posseggono un veicolo privato per muoversi.
Breve storia dei sistemi di navigazione automobilistici
Il primo prototipo di navigatore, per l’orientamento stradale risale al 1930, esso ha una struttura rudimentale e viene utilizzato nelle autovetture in via del tutto sperimentale, per le scarse funzionalità.
Bisogna attendere il 1981, quando alla Honda, Alpine e Stanley Electric, in Giappone, introducono il primo sistema di navigazione automobilistico. Il dispositivo, noto come Electro Gyro-Cator, utilizzava il sistema di navigazione inerziale, che si basava sulla stessa tecnologia in dotazione ai pilota dei caccia durante il periodo della Guerra Fredda: l’individuazione della propria posizione, con il sistema inerziale, dipendeva da tre coordinate, cioè il posto dal quale si partiva, la rotta che si stava seguendo e il tempo già trascorso, dall’orario di partenza. (13)
Il costo per unità prodotta era molto elevato e corrispondeva a circa il 25% del costo medio di una vettura di quel periodo, intorno a 2.800 dollari, pertanto rappresentava un optional per le auto di alta gamma.
Il 99,9% degli automobilisti si orientava e trovava le strade con l’ausilio delle mappe cartacee; del resto anche Electro Gyro-Cator utilizzava mappe traslucide che scorrevano manualmente su uno schermo.
Il passaggio alle prime mappe digitali avviene nel 1985, negli USA, con il sistema Etak ed i dati vengono memorizzati sui nastri magnetici: ogni nastro contiene i dati relativi a un quadrante di una grande città. Due anni dopo, in Giappone, i dati delle mappe vengono trascritti sui CD ROM e il dispositivo di lettura, con display a colori, è inserito nel cruscotto della Toyota Royal.
Nei primi anni '90 del secolo scorso, la Mazda introduce il primo sistema di navigazione automobilistico GPS; tale tecnologia, contemporaneamente viene sviluppata ed applicata su veicoli di altissima gamma anche dalla General Motors.
Ma il salto qualitativo si ebbe nel 1998, quando la Garmin, azienda multinazionale con sede operativa negli USA, ha introdotto il GPS Street Pilot, un dispositivo portatile per la navigazione degli automobilisti. I costi unitari scesero di molto ed aveva il vantaggio di poter essere spostato da un veicolo ad un altro.
Ma come funziona la tecnologia GPS e quali cambiamenti ha determinato nell’ultimo quarto di secolo?
GPS è l’acronimo di Global Positioning System ed è stato lanciato negli USA nei primi anni Settanta del secolo scorso, in ambito militare, per permettere ai mezzi dell’Esercito terrestre, della Marina e dell’Aviazione di orientarsi e d’individuare la loro posizione nel tempo e nello spazio, anche in situazioni meteorologiche molto difficili.
La prima apertura in vista dell’utilizzo di questo sistema di posizionamento, per scopi commerciali o civili, è avvenuta nel 1991, tuttavia gran parte delle restrizioni, per motivi di sicurezza, permangono sino al 2000. (14)
La Russia, nel contempo, ha sviluppato il sistema di rilevamento delle coordinate denominato GLONASS. Di recente, nel 2016, l’Europa ha lanciato il progetto GALILEO, una rete di 30 satelliti, che girano attorno alla terra, a migliaia di chilometri, Cina ed India, ovviamente, partecipano a questa corsa.
La rete GPS è costituita da 32 satelliti, che girano attorno alla Terra, a una distanza di circa 20 mila chilometri ed affinché le informazioni sulla propria posizione, lungo il tragitto che si sta percorrendo, siano captate dal ricevitore del dispositivo mobile o fissato nel cruscotto del veicolo, i segnali radio devono pervenire, contemporaneamente, da quattro satelliti.
Ma il salto qualitativo e quantitativo dei sistemi di navigazione, per gli automobilisti, si è verificato a partire dal 2011, quando i ricevitori GPS e GLONASS sono stati integrati negli smartphone, dando la possibilità a chiunque acquistasse un cellulare, pur di non elevata gamma, di ottenere informazioni audio e visive dettagliate, sul percorso stradale selezionato, sebbene la propria autovettura, in quanto un modello utilitario oppure troppo vecchio, non disponesse ancora del navigatore con display, impiantato nel cruscotto.
Con lo smartphone, basta essere collegati alla rete Internet, tramite la rete del proprio operatore telefonico, per accedere al servizio di localizzazione.
Il cellulare ha il vantaggio di poter essere utilizzato anche per muoversi a piedi, in una città che non si conosce, individuando la nostra destinazione, senza chiedere informazioni alle persone che abitano in quel determinato luogo e senza tralasciare che si possa fare a meno delle ingombranti mappe cartacee.
I dispositivi mobili, tra le altre cose, grazie alla geolocalizzazione e delle app specifiche, consentono di individuare con precisione l’orario del mezzo pubblico che desidera prendere.
In poco più di un decennio, il dispositivo di navigazione e geolocalizzazione è stato trasformato da un oggetto di lusso a un gadget alla portata di tutti, anche dei bambini, dando prova che la saturazione dei mercati, per i nuovi prodotti, avviene ad un ritmo elevato e con tempi ristretti.
Pertanto, al contrario di ciò che sostengono, non solo gli economisti di credo neoliberale, ma anche alcuni di quelli che fanno riferimento al marxismo, i “nuovi bisogni”, che vengono stimolati o indotti, con campagne pubblicitarie pervasive, finalizzate al lancio e alla diffusione di nuovi prodotti, contengono in seno di già la connessione tecnologica che riduce drasticamente i tempi della loro soddisfazione.
Note
01) J.M. Keynes, Essays-In-Persuasion, A short view of Russia (1925), p. 306;
02) Ibidem, p. 309;
03) Su questo punto, Keynes, credo che si riferisca al fatto che i bolscevichi riescano a mettere fuori gioco i partiti della Rivoluzione politica di febbraio;
04) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, introduzione di F. Engels del 1891;
05) J.M. Keynes, opera cit., p. 311;
06) Per questioni di spazio, restringo l’analisi a quei paesi che, in un determinato periodo di tempo, hanno fatto ricorso alle politiche keynesiane o sistema misto in modo esplicito, compresi gli USA;
07) Per un approfondimento di questo tema si rimanda il lettore all’articolo di Leo Essen, Il sistema dei prezzi è in delirio. I quaderni di Giovanni Mazzetti;
08) P. Cicalese, 50 anni di guerra al salario, L.A.D. Gruppo Editoriale, ETS, Roma 2023, p. 98;
09) Si veda: E. Donnici, I salari non dipendono dalla produttività. Una dimostrazione;
10) Marco Craviolatti, E la borsa e la vita. Distribuire e ridurre il tempo di lavoro: orizzonte di giustizia e benessere, Ediesse, roma 2014; p. 44;
11) Ibidem, p. 118;
12) Si rimanda il lettore interessato all’articolo: Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale;
13) https://ndrive.com/blog/our-blog-1/brief-history-gps-car-navigation-30;
14) https://www.netrising.com/sviluppo-web/come-funziona-il-gps/;
Fonte
26/05/2025
Iran tra deficit e geopolitica
Il bilancio statale per quest’anno (iniziato il 21 marzo – anno persiano) contiene importanti squilibri. Nelle previsioni, il prezzo di riferimento del petrolio per barile è stato fissato a 57,50 euro (65,2 dollari), ma la combinazione tra il calo dei prezzi globali e gli sconti forzati imposti dalle sanzioni occidentali sta facendo deragliare le stime.
Il Fondo Monetario Internazionale ha già stimato al ribasso le previsioni per il 2025 e il 2026. Ciò inevitabilmente porterà a una situazione in cui la crescita debole e l’inflazione alta, in primis, danneggeranno ancora di più il potere d’acquisto delle famiglie.
Con entrate petrolifere inferiori alle attese, il governo dovrà affrontare una pressione finanziaria crescente. Tradizionalmente, in situazioni simili, Teheran ha sacrificato la spesa per investimenti, indebolendo nel medio periodo il tessuto economico. Inoltre, la scarsa trasparenza del bilancio petrolifero rende improbabile il raggiungimento degli obiettivi pianificati, aggravando le inefficienze.
L’amministrazione guidata dal presidente Masoud Pezeshkian si trova davanti a due possibili strategie: la riforma dei sussidi energetici e la vendita di imprese statali. Tuttavia, entrambe le opzioni sono rischiose: la prima potrebbe scatenare tensioni sociali, mentre la seconda rischia di rafforzare i conglomerati parastatali, riducendo l’efficacia dell’intervento pubblico.
Per affrontare la criticità, il governo di Pezeshkian ha scelto di adottare misure più mirate: sono stati sospesi i sussidi in denaro per 17 milioni di cittadini appartenenti ai redditi più alti. La misura ha ridotto del 25% il volume complessivo dei sussidi. L’obiettivo è concentrare le risorse sulle fasce realmente bisognose.
Parallelamente, Teheran sta promuovendo una transizione energetica orientata al solare. Il piano governativo prevede l’installazione di 30.000 megawatt di capacità solare entro il 2029, puntando su impianti decentralizzati di piccola scala.
L’iniziativa, ambiziosa per alcuni esperti, dovrebbe ridurre la dipendenza da combustibili fossili, alleggerire i blackout industriali e ristrutturare i sussidi a favore delle casse pubbliche. Inoltre, coinvolgendo attivamente l’industria locale, dovrebbe generare benefici diffusi in termini di occupazione e produttività.
Secondo esperti, è molto probabile che i prezzi del petrolio rimangano volatili nel prossimo futuro, poiché gli investitori sono in attesa di aggiornamenti sui dazi, sui negoziati tra Stati Uniti e Iran e sui colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina.
Un elemento parzialmente favorevole per Teheran riguarda le esportazioni petrolifere. Attualmente, l’Iran sta esportando oltre 1,5 milioni di barili al giorno, superando gli 1,3 milioni stimati nel bilancio. Questo incremento quantitativo mitiga solo in parte l’impatto dei prezzi bassi e resta fragile, specie alla luce dell’inasprimento delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump.
In parallelo, i colloqui sul nucleare tra Iran e Stati Uniti stanno producendo un cauto “ottimismo”. L’effetto più visibile è l’aumento del valore della moneta locale, il rial. Anche in assenza di un accordo definitivo, una progressiva de-escalation potrebbe alleggerire la pressione economica, riaprendo i canali commerciali internazionali e sbloccando miliardi di fondi iraniani congelati all’estero.
Tuttavia, l’incertezza geopolitica pesa enormemente. La guerra dei dazi, le tensioni tra Cina e Stati Uniti e la competizione energetica con la Russia complicano l’accesso ai mercati asiatici, minacciando le quote di mercato iraniane.
Le prospettive per il 2025 restano fosche. Gli esperti concordano sul fatto che l’Iran si avvierà verso un altro significativo deficit di bilancio. La prosecuzione dell’inflazione, unita alla stagnazione economica, continuerà a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e a ostacolare le politiche redistributive.
In tale contesto, l’unica leva strategica realmente efficace sembra essere la diplomazia. Un esito positivo dei colloqui sul nucleare potrebbe rappresentare il punto di svolta per un’economia in affanno, restituendo al governo iraniano gli strumenti per una gestione più autonoma delle risorse e per un rilancio dello sviluppo. Ma il margine di manovra è stretto e il tempo, come sempre, è un fattore cruciale.
Ovviamente non tutto dipende da Teheran. Sembra evidente che i colloqui non porteranno a nulla se Washington continua nelle sue contraddizioni e insiste affinché Teheran interrompa le sue attività di arricchimento dell’uranio per l’uso civile.
Fonte
11/04/2025
Il difficile e illusorio equilibrismo di Trump
Alle 16.00 del 2 aprile 2025, ora di Washington, Trump ha annunciato dal Rose Garden della Casa Bianca l’entrata in vigore immediata di dazi sui beni importati del 20% per l’Europa, del 34% per la Cina, del 10% per la Gran Bretagna e in modo differenziato per moltissimi altri paesi. A ciò si aggiunge il dazio del 25% sulle automobili prodotte all’estero. Ricordiamo che tali dazi si sommano a quelli già emessi sull’acciaio e sull’alluminio. Sono entrati in vigore alle 0:01 di sabato ora di Washington (le 6:01 in Italia) i dazi aggiuntivi del 10% imposti dall’amministrazione Trump su gran parte dei prodotti che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo: questa soglia minima universale, da cui sono esenti determinati prodotti, si aggiunge ai dazi già esistenti. La Cina ha già adottato le proprie contromisure: verranno applicati dazi sulle merci Usa del 34% a partire dal 10 aprile.
Di fatto è la pietra tombale sulla globalizzazione degli anni ’90 e dei primi 2000, basata sul Washington Consensus a matrice Usa: una realtà che ora appare del tutto diversa se non rovesciata.
1. La possibile logica di Trump
Per cercare di capirne la logica (perché le decisioni di Trump non sono frutto di follia), occorre partire da due dati fondamentali per la sostenibilità dell’economia statunitense.
Il primo riguarda il saldo della bilancia commerciale americana, che nell’anno 2024 ha toccato il massimo storico, raggiungendo un valore 1.210 miliardi di dollari con un aumento di 148 miliardi [+14%] rispetto al 2023. La bilancia commerciale americana mostra un saldo negativo con tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, ovvero Cina, Messico, Canada, Vietnam ed il blocco dei paesi dell’Unione Europea, non a caso i paesi più colpiti dai dazi di Trump.
Il secondo dato è che al deficit commerciale con l’estero occorre aggiungere anche il debito pubblico Usa, il debito interno, che a dicembre 2024 ha raggiunto la stratosferica cifra di quasi 37.000 miliardi di dollari, pari a circa il 129% del PIL nazionale, pagando oltre 1.000 miliardi solo di interessi. Si tratta di un ammontare di oneri finanziari che è superiore alla spesa militare e solo questo dato la dice lunga. Secondo gli ultimi dati del Tesoro Usa aggiornati alla fine di dicembre del 2024, il 24% del debito americano è detenuto da investitori esteri per un ammontare che in valore assoluto è pari a circa 8.512 miliardi di dollari. Pur avendo ridotto la propria esposizione negli ultimi anni, il Giappone rimane ancora il primo detentore estero del debito pubblico Usa con circa 1.059 miliardi. Al secondo posto, guardando alle singole nazioni, vi è la Cina che però nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai T-Bond (i titoli di stato americani) dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione del finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).
Negli ultimi anni, soprattutto dopo che l’Amministrazione Biden ha perseguito politiche fiscali espansive nel periodo post-Covid, il finanziamento di tali due debiti rischia di diventare una vera e propria spada di Damocle sulla sostenibilità dell’economia americana.
Condizione perché l’economia Usa non faccia default è mantenere elevato il valore del dollaro, non solo per mantenerne l’egemonia come valuta di riferimento per le riserve valutarie e per i pagamenti internazionali, ma per consentire un avanzo dei movimenti di capitali tale da favorire il finanziamento del disavanzo commerciale e rendere attrattivo l’acquisto dei titoli di stato sia a livello nazionale che a livello internazionale a protezione del debito pubblico.
Tuttavia vi sono diversi segnali che portano a pensare che il potere d’attrazione del dollaro come fonte di finanziamento dei due debiti Usa sia, seppur gradualmente, in declino. Diverse sono le ragioni. Anche se il peso del dollaro come valuta leader nelle riserve valutarie delle Banche Centrali di mezzo mondo è ancora maggioritario, grazie soprattutto alla perdita di appeal dell’euro e agli ancora bassi volumi delle nuove valute emergenti, è diminuito l’utilizzo della valuta americana negli scambi internazionali. È in primo luogo l’effetto perverso delle sanzioni Nato contro la Russia. L’esclusione della Russia dal sistema Swift (basato sul dollaro) ne ha ridotto l’utilizzo a favore di nuovi sistemi di pagamento internazionale non più sotto l’egida della valuta americana e che hanno interessato soprattutto l’interscambio commerciale tra i paesi BRICS+. Nel corso degli ultimi anni si sono sviluppati sistemi alternativi di pagamento non in dollari soprattutto sul piano degli scambi bilaterali. Per questo, il presidente del Basile, Lula, in vista del prossimo incontro dei paesi BRICS+, che si terrà in Brasile, sta predisponendo una proposta per unificare i diversi sistemi di pagamento non in dollari. Se tale proposito dovesse prendere piede, l’egemonia del dollaro tenderà a diminuire, anche alla luce del forte incremento degli scambi commerciali all’interno dei paesi BRICS+ e del loro aumentato peso economico.
2. Il tentativo di mantenere l’egemonia unipolare Usa e la fine del Washington Consensus
Di conseguenza è necessario correre ai ripari prima che sia troppo tardi. La scommessa in gioco è il mantenimento dell’egemonia politica, tecnologica e commerciale da parte del nuovo governo di Trump o, al limite, il consolidamento di uno spazio commerciale e tecnologico autonomo, indipendente dai condizionamenti dei territori geo-economici emergenti, a partire proprio dalla Cina, in cui gli Usa possano operare a modo loro.
Al momento si intravvedono due linee di intervento: la guerra commerciale e la costruzione di nuovi strumenti a protezione del dollaro.
a. La guerra commerciale di Trump ha l’obiettivo di rinsaldare l’economia americana in modo protezionistico, dopo che la globalizzazione, iniziata dagli stessi Usa, quando tenevano ben saldo il controllo delle catene internazionali del valore, è sfuggita al dominio delle stesse corporation statunitensi. Oggi la logistica e il controllo delle materie prime nevralgiche è infatti più sotto il controllo cinese che dei paesi occidentali.
La narrativa di Trump per giustificare i dazi fa perno sul fatto che i disavanzi commerciali hanno favorito la ricchezza dei paesi creditori, Cina e Europa in testa. E quindi è necessaria una sorta di riparazione, tipo una richiesta di danni di guerra, a favore degli Usa.
Ma la realtà è diversa. Il deficit commerciale Usa è oramai un dato strutturale dell’economia americana, e non potrebbe essere altrimenti, per due motivi. Da un lato, il valore del dollaro come valuta di riferimento interazionale, ha penalizzato la capacità esportativa degli Stati Uniti. I prezzi dei beni americani sono sempre stati molto cari per i mercati degli altri paesi. Non stupisce che l’incidenza dell’export americano sia pari solo nel 2024 all’11% del Pil contro il 20% dell’Europa e ben il 40% dell’Italia. In secondo luogo, occorre considerare che la produzione merceologica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno a partire dagli anni ’90, si è fortemente internazionalizzata. Se il comando di queste produzioni, in termini di diritti di proprietà intellettuali e in termini di controllo unilaterale degli strumenti finanziari (dal leasing al franchising) sono saldamente in mani alle corporation americane, il ciclo di produzione è invece delocalizzato all’estero (dai paesi del Sud-Est asiatico sino alle maquiladoras messicane). L’effetto è che le importazioni Usa sono sempre più caratterizzate da beni semilavorati funzionali al Made in Usa (basta pensare all’importazione di Smartphone e di sistemi digitali e di batterie elettriche al litio) e hanno un ciclo di produzione che poco ha a che fare con la manifattura nazionale. Lo stesso si può dire per il Made in Italy, dove spesso il cartellino del Made in Italy fa riferimento solo all’assemblaggio finale ma non al ciclo di produzione complessivo. In altre parole, nel capitalismo contemporaneo delle piattaforme le produzioni completamente nazionali non esistono più e una politica corporativa e nazionalista non ha senso di esistere né può funzionare.
La globalizzazione produttiva di merci e servizi (soprattutto immateriali) è oramai irreversibile ed è sempre più fuori dal controllo americano. L’obiettivo di Trump di riportare il controllo della produzione e della tecnologia nelle mani degli Stati Uniti non può avere una prospettiva.
Uno degli obiettivi dei dazi è infatti stimolare la produzione interna e quindi la domanda nazionale a scapito di quella estera. Ma si tratta di un obiettivo, ammesso che sia realizzabile, che richiede tempo, un tempo che oggi non è consentito in un capitalismo finanziarizzato, dove le strategie si definiscono in tempi molto stretti. La globalizzazione del Washington Consensus è morta e con lei è morta l’ideologia neoliberista in salsa occidentale come strumento di dominio.
Trump rischia di gettare benzina sul fuoco. L’introduzione di dazi probabilmente avrà ripercussioni recessive nel breve periodo non solo sulle economie di molti paesi, ma anche sulla stessa economia statunitense, soprattutto a seguito dell’aumento dei prezzi, con il rischio di creare una situazione di stagflazione. Di sicuro, le decisioni di Trump hanno avuto un immediato impatto negativo sugli indici di borsa, ma Trump spera si tratti di un rischio calcolato. La reazione dei mercati finanziari segue una logica puramente speculativa di brevissimo termine. Ciò che conta è il mantenimento del primato delle borse americane nello scacchiere internazionali a sostegno delle quotazioni del dollaro, che si è svalutato con l’euro esattamente di quanto si era rivalutato dopo l’elezione di Trump.
b. La guerra commerciale dichiarata dagli Usa può avere feedback negativi non solo per l’economia Usa ma anche per lo stesso dollaro, favorendo quel processo di de-dollarizzazione già in atto. Ne è sicuramente cosciente Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più importante fondo di investimento speculativo al mondo (che insieme a Vanguard e a State Stret forma il gruppo delle Big Three della finanza) con quasi 12mila miliardi di dollari di attivi nonché detentore di circa il 10% dell’intero listino di Standard&Poor 500. Proprio in questi giorni, è stata pubblicata l’annuale lettera agli investitori, in cui l’amministratore delegato “ha dichiarato che le attuali condizioni americane, a partire dall’enorme debito federale, mettono a repentaglio la tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale”. Se ciò dovesse accadere, si scatenerebbe un effetto domino che potrebbe portare alla crisi degli stessi mercati finanziari americani e al fallimento dei fondi speculativi. La preoccupazione di Fink è quindi più che legittima.
Come evitare che questo accada? Due sono le possibili strade.
Nei salotti finanziari americani, gira con insistenza una voce: Trump vorrebbe ristrutturare una parte del debito federale Usa, costringendo alcuni creditori esteri a scambiare i titoli in loro possesso con obbligazioni a “lunghissimo termine”. L’agenzia Bloomberg cita un incontro organizzato dalla società di consulenza Bianco Research con i propri clienti sul punto. Tale imposizione potrebbe essere la moneta di scambio per ridurre il valore dei dazi.
Una seconda strada viene ipotizzata dallo stesso Fink: è possibile che la nuova amministrazione americana converga verso l’istituzionalizzazione di una criptomoneta (una stablecoin[1], ad esempio) che svolga la funzione di “ancora di salvataggio” a protezione del dollaro (e non semplicemente bene rifugio, come l’oro). Fink fa diretto riferimento al Bitcoin e agli Etf (Exchange Traded Funds) in contrapposizione ad altre cripto monete che vengono perorate da Trump e Musk, sulle quali i fondi di investimenti hanno minor presa. Al riguardo, Alessandro Volpi su Altraeconomia scrive: “Larry Fink indicando nei Bitcoin la possibile valuta di riserva internazionale vuole renderli estremamente appetibili e dunque creare su questa appetibilità una miriade di strumenti finanziari, in primis gli Etf, in grado di garantire ottimi risultati alle Big Three che con i Bitcoin intendono spazzare via tutto l’universo delle criptovalute legate all’élite finanziaria trumpiana”.
3. Quindi?
È troppo presto per avere un’idea più chiara e precisa dei futuri scenari possibili.
Fatto sta che Trump si muove in un contesto molto instabile e scivoloso che rischia di generare un corto circuito. È necessario avere il dollaro forte per impedire il default dell’economia ma tale condizione favorisce un debito estero che può diventare insostenibile. Si introducono così dei dazi per ridurre l’import e incentivare l’export e la produzione interna ma con l’effetto di far entrare l’economia Usa in una fase di stagflazione (recessione con inflazione), che tra i vari effetti, anche di natura politico-elettorale, ha anche quello di creare aspettative negative sui mercati finanziari e di conseguenza indebolire ulteriormente il dollaro, favorendone la svalutazione.
Grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.
Note
[1] In generale, le Stablecoin sono un tipo di criptovaluta il cui valore è ancorato a un altro bene, come una valuta fiat o l’oro, per mantenere un prezzo stabile. In questo caso, l’asset di riferimento sarebbe il dollaro.
01/04/2025
“Gli Stati Uniti sono a rischio stagflazione”
In una nota pubblicata domenica, la banca d’affari Usa afferma: “Continuiamo a credere che il rischio derivante dai dazi del 2 aprile sia maggiore di quanto molti operatori di mercato abbiano precedentemente ipotizzato”.
Relativamente all’inflazione, le ultime stime di Goldman Sachs prevedono che il suo indice di riferimento, ovvero quello che esclude i prezzi di cibo ed energia, raggiungerà il 3,5% nel 2025, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente e ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve.
Un fattore che, a giudizio degli analisti, si tradurrà in una crescita economica debole. Le ultime previsioni mettono in conto una crescita annualizzata dello 0,2% nel primo trimestre e dell‘1% per l’intero anno con un calo di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente. Peggiorano anche le stime sul mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione del 4,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto alla precedente previsione.
Complessivamente, Goldman Sachs prevede ora una probabilità di recessione del 35% nei prossimi 12 mesi, rispetto al 20% della previsione precedente.
Le previsioni di Goldman Sachs indicano di conseguenza una crescente possibilità che l’economia degli Stati Uniti finisca in stagflazione, cioè una fase caratterizzata da bassa crescita economica e alta inflazione.
Ma non sarebbe una novità. Gli Stati Uniti finirono infatti nella stagflazione tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80. All’epoca, la Federal Reserve aumentò drasticamente i tassi di interesse, mandando l’economia in recessione scegliendo di combattere l’inflazione invece che sostenere la crescita economica.
Questa volta non sarà così. Goldman Sachs prevede infatti che la Fed taglierà il tasso di riferimento tre volte quest’anno, con incrementi di un quarto di punto percentuale, rispetto alla precedente previsione di due tagli dei tassi.
“Abbiamo anticipato al 2025 il taglio solitario del 2026 previsto dalla Fed e ora ci aspettiamo tre tagli consecutivi quest’anno a luglio, settembre e novembre, il che lascerebbe invariata la nostra previsione di tasso finale al 3,5%-3,75%”, affermano gli analisti della Goldman Sachs.
Sullo sfondo c’è la partita sui dazi. Secondo quanto riporta il quotidiano economico Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe lavorando per definire che tipo di dazi imporre a partire dal 2 aprile. Il presidente Trump – si legge sul giornale – sarebbe propenso ad adottare tariffe reciproche e differenziate. Ma non vengono esclusi dazi universali del 20%, che colpirebbero tutti i Paesi che hanno scambi commerciali con gli Usa.
Infine, e non certo per importanza, il boss del fondo di investimento BlackRock, Larry Fink, in una lettera agli azionisti rileva che lo status del dollaro come valuta di riserva globale “non è garantito per sempre”. Il messaggio di Fink è un chiaro segnale d’allarme per gli Stati Uniti: “Se gli Usa non tengono sotto controllo il loro debito, se i deficit continuano a crescere, l’America rischia di perdere quella posizione a favore di asset digitali come i bitcoin”.
Fonte
“Dazi e tensioni spingono a cautela sul taglio dei tassi”
Al di là dei nodi di bilancio – che comunque chiude in utile netto –, della spinta a procedere sulla digitalizzazione e dell’analisi dello stato di salute delle filiali, gli elementi davvero interessanti discussi dal governatore all’Assemblea dei Partecipanti di Bankitalia sono stati quelli di previsione dello scenario economico nei prossimi mesi.
L’azione combinata delle tensioni geopolitiche e di quelle commerciali “penalizza gli scambi internazionali e accentua la frammentazione dell’economia mondiale, contribuendo al rallentamento dell’attività produttiva. L’economia europea, già segnata dalla stagnazione del settore manifatturiero, risente in modo particolare di queste dinamiche a causa della sua forte esposizione al commercio estero”.
Poco più di un mese fa, Panetta aveva esposto in maniera chiara e diretta come i problemi che la UE sta affrontando sono problemi di sistema, ovvero di quel modello export oriented che si è infranto sulla fine della seconda globalizzazione. La ripresa ipotizzata si è arenata su di un mercato interno strozzato e uno estero incerto, bloccando anche credito e investimenti.
Per questo Bankitalia era stata fino a oggi tra i principali fautori del taglio dei tassi, sperando che una moneta a buon mercato potesse svolgere almeno parzialmente la funzione di riattivare l’economia. Una soluzione tampone, ma che comunque era resa possibile dall’inflazione in riduzione, pur senza pensare che ciò potesse sostituirsi a interventi di altra natura.
Panetta, infatti, già da dicembre ha sostenuto a più ripreso la necessità di approfittare di questa finestra di cambiamento degli equilibri mondiali per fare un passo avanti sugli Eurobond. Con essi si poteva aiutare l’integrazione del mercato dei capitali comunitario, così come attrarre capitali data la maggiore sicurezza di questo tipo di titolo, offrendo dunque anche maggiori garanzie per tutti i paesi membri.
Nella proposta di Panetta, l’obiettivo era usare il debito comune per finanziare parte del piano Draghi per la competitività della UE. Ma negli ultimi mesi quegli 800 miliardi all’anno si sono trasformati nel riarmo e nella difesa europea, nel tentativo di rispondere alla crisi industriale ed economica con l’economia di guerra.
Soprattutto, di Eurobond è diventato davvero difficile parlare, mentre della flessibilità sui vincoli di bilancio si potrà avvantaggiare per lo più solo la Germania (trascinando inoltre con sé anche un aumento del servizio sul debito degli altri paesi UE). Insomma, le dichiarazioni fatte questa volta da Panetta sembrano parlare del fatto che tale finestra di opportunità si sta chiudendo.
Per quanto l’inflazione si avvicini all’obiettivo del 2%, con gli ultimi dati provenienti da Spagna e Francia rassicuranti per la BCE e che hanno spinto in molti a scommettere su ulteriori tagli dei tassi, le possibili tensioni sui prezzi tornano a far preoccupare. Il primo aprile arriveranno i dati sull’inflazione nell’Eurozona, ma la vera incognita arriva il giorno dopo: i dazi statunitensi (e i contro-dazi europei).
L’impatto delle nuove tariffe potrebbe far alzare i prezzi, e anche Panetta ha affermato che “guardando al futuro, la lotta all’inflazione non può ancora dirsi conclusa. Sarà essenziale monitorare con attenzione tutti i fattori che potrebbero ostacolare il ritorno all’obiettivo del 2%”, che già si considerava difficile da raggiungere entro il 2025.
“Da un lato – ha detto il governatore di Bankitalia – la debolezza dell’economia europea e le tensioni geopolitiche stanno frenando consumi e investimenti, contribuendo a contenere l’inflazione. Dall’altro lato, l’aumento dell’incertezza (dovuto soprattutto agli annunci, talora contraddittori, sulle politiche commerciali degli Stati Uniti) impone cautela nel percorso di diminuzione dei tassi ufficiali”.
È questa la contraddizione con cui dovrà fare i conti la politica monetaria. Paradossalmente, un’inflazione che è tenuta a bada solo grazie alla stagnazione dell’economia e un’instabilità del quadro economico, potrebbe spingere verso la stagflazione, cioè verso una crescita in pratica inesistente e il ritorno di una fiammata inflazionistica.
Non è assolutamente un dietrofront totale sul taglio dei tassi, ma è la presa d’atto che lo scenario che deve affrontare la UE è sempre più difficile e in cui le soluzioni suggerite, prima ancora che con la capacità di mettere d’accordo gli stati membri, devono fare i conti con la rottura del legame euro-atlantico fino a oggi base e fondamento delle scelte di Bruxelles.
Le borse europee, dopo un’iniziale tenuta, a ridosso dell’introduzione dei dazi sono andate pesantemente in rosso, con gli investitori che hanno dirottato ulteriormente i propri soldi verso beni rifugio come l’oro (di cui il prezzo spot e future continua a salire).
Nel giro di pochi giorni molti nodi verranno al pettine. Non tutti, ma molti.
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20/02/2025
Panetta lancia l’allarme sulla domanda interna europea
Sullo sfondo rimane la negoziazione che ancora va avanti per l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, pur essendosi rifiutata di commentare il caso specifico, ha dato un’ulteriore spinta alla vicenda dicendo che le fusioni sono incoraggiate se permettono “una maggiore diversificazione delle attività o geografica”.
Ma ciò che ha attirato di più l’attenzione sono state proprio le parole del vertice di Banca d’Italia, perché hanno tratteggiato un’orizzonte fosco per la UE. Panetta ha, infatti, aperto i lavori osservando come “i segni di debolezza sono più persistenti di quanto ci aspettavamo. Ci si attendeva una ripresa trainata dai consumi che non c’è stata”, con tutte le ripercussioni del caso.
Dopo “due trimestri di crescita nulla nell’area euro e di tensioni nel settore manifatturiero l’occupazione inizia a dare segnali di indebolimento”. La preoccupazione principale riguarda l’industria, in primis la spina dorsale dell’automotive, che “soffre per ragioni congiunturali e strutturali”.
Il nodo centrale rimane proprio quello della domanda, con un’evidente sovracapacità di produzione di filiere che non hanno però mercati di sbocco nella crescente competizione globale. Se in Italia una nuova vettura costa intorno ai 30 mila euro e i salari nostrani sono quelli che, tra i paesi OCSE, si sono contratti di più in termini reali negli ultimi decenni, è chiaro che alla fine le vendite si riducano.
Bisogna sottolineare come questo non sia un problema caduto dal cielo. È il modello export oriented impostato da Bruxelles che ha spinto verso questo scenario: austerità e bassi salari per rendere competitive le merci, in una logica economica mercantilista. Salvo poi sbattere contro un muro di fronte alla frammentazione del mercato globale, e dunque alla fine della globalizzazione.
Il muro è stato costruito però anche dal prevalere, nelle dinamiche di mercato, dal peso dell’innovazione sui margini che può offrire la semplice guerra ai salari. Se lo stato ha le mani legate e non fa una reale politica industriale e non investe, a farlo dovrebbero essere i privati... che però sono più interessati alla rendita e allo sfruttamento intensivo, senza dotarsi di una visione strategica.
Si crea così un circolo vizioso di cui oggi vediamo gli effetti: se non dai retribuzioni dignitose ma non trovi più spazio nemmeno sui mercati esteri, vai in crisi e licenzi. Così si riduce ulteriormente la domanda interna, che è poi il motivo per cui, a detta di Panetta, soffre anche la dinamica del credito, soprattutto verso le piccole imprese.
Al riguardo dell’impianto regolatorio del mondo bancario, i governatori delle banche centrali italiana, francese, tedesca e spagnola hanno inviato pochi giorni fa una lettera alla Commissione Europea.
Al centro c’era il tema che Panetta ha così riassunto all’ABI: “dobbiamo evitare eccessi normativi perchè se il mondo marciava nella stessa direzione fino a ieri e l’eccesso normativo non generava svantaggi competitivi, oggi invece il rischio è concreto. È il momento di pensare seriamente alla semplificazione che non vuol dire deregolamentazione”.
Al di là della questione semplificazione/deregolamentazione, il nodo evidenziato è quello di una competizione che ormai travolge anche i vecchi alleati euroatlantici, e di come può reagire il modello europeo a questa nuova fase. Non è dunque tanto un problema di tassi di interesse, anche se pure questi hanno ovviamente influito sul credito. È un problema di sistema.
Ad ogni modo, il governatore di Bankitalia ha parlato anche dei pericoli di una nuova fiammata inflazionistica, e di come “occorre essere attenti ai rischi emergenti sull’energia”.
Insomma, le prospettive sono quelle della stagflazione: stagnazione economica con una persistente inflazione alta, nonostante la BCE abbia operato una netta riduzione dei tassi di interesse, proprio per sostenere la crescita. Ma ora, per i tassi, si sta raggiungendo quello che è stato individuato come il livello ‘neutrale’, e chi vuole una politica più restrittiva torna all’attacco.
Isabel Schnabel, componente tedesca del direttivo della BCE, ha ribadito al Financial Times di come “bisogna iniziare la discussione su quando sospendere o terminare il processo di allentamento monetario”. Tra l’altro, in opposizione alla linea spesso tenuta da Panetta stesso, che in passato ha tratteggiato una revisione profonda dei meccanismi europei, con riferimento anche all’istituzione di Eurobond.
Insomma, il discorso di Panetta parla della crisi senza uscita del modello europeo, e della necessità di trovare nuove soluzioni strategiche, non tappabuchi che permettano di galleggiare. Anche se la classe dirigente continentale sembra davvero incapace anche solo di capire in che mondo si trova, dalla pandemia in poi.
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