Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/04/2026
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra all'Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento. Nei paesi europei, nonostante l’aumento della spesa in valore assoluto, il peso relativo sul totale globale è rimasto stabile o si è ridotto. In sintesi, tutti aumentano gli investimenti nella difesa, ma gli equilibri complessivi cambiano poco. Fa eccezione la Germania, che registra un incremento significativo, pur restando lontana dalle grandi potenze globali, e guadagna posizioni in ambito europeo, soprattutto rispetto alla Francia (vedi tabella in fondo all’articolo)
Se le risorse destinate alla difesa riflettono le scelte strategiche degli Stati, ancora più rilevante è osservare la struttura industriale del settore militar-tecnologico allargato, includendo le multinazionali del software e dell’hardware.
Da questo punto di vista, i numeri sono impressionanti. Il peso del settore della difesa in senso stretto passa dall’1,7 per cento sul totale a ben il 41 per cento sul totale della sola ricerca e sviluppo; dal 2,2 al 20 per cento sul totale delle vendite; dall’1 al 26 per cento sul totale degli investimenti; dall’1 al 30 per cento sul totale dei profitti; dal 2 al 46 per cento nel valore di mercato; dal 3 al 18 per cento nell’occupazione. Pur trattandosi di un’aggregazione costruita su tre settori NACE, essa restituisce con chiarezza la dimensione attuale del comparto militar-tecnologico rispetto ad altri settori chiave, come l’energia o il farmaceutico.
Viene così confermato come negli ultimi anni l’apparato militare-industriale allargato alla comunicazione e alla sorveglianza sia diventato uno dei perni del processo di accumulazione del capitalismo contemporaneo delle piattaforme. Un ruolo che si avvicina a quello oggi svolto dalle industrie legate alla riproduzione della vita, dai settori privatizzati del welfare (previdenza, istruzione, sanità) alle biotecnologie, alla farmaceutica e alla prevenzione sanitaria, sino ai big data. Tecnologie di morte e tecnologie di vita, in una macabra danza, sono oggi la base della valorizzazione odierna.
Nel campo militare, se questo “nuovo livello” è già di per sé significativo, lo è ancora di più la sua distribuzione internazionale. Il predominio degli Stati Uniti appare come un vero e proprio monopolio: nel 2024 essi concentrano il 70 per cento della ricerca e sviluppo, il 62 per cento delle vendite, il 67 per cento degli investimenti, l’81 per cento del valore di mercato e il 51 per cento dell’occupazione[1] (vedi istogramma in fondo all’articolo)
Solo la Cina occupa una posizione rilevante, ma con un divario ancora troppo ampio per ipotizzare una reale competizione: il 13 per cento della ricerca e sviluppo, il 15 per cento delle vendite, il 13 per cento degli investimenti, l’8 per cento dei profitti e il 4 per cento del valore di mercato – dato, quest’ultimo, legato alla prevalenza della proprietà pubblica nei settori strategici – oltre al 20 per cento degli occupati.
L’Europa, invece, resta distante: il 7 per cento nella ricerca e sviluppo e nelle vendite, il 4 per cento negli investimenti e nei profitti, il 5 per cento del valore di mercato e l’11 per cento dell’occupazione.
La dimensione del settore militar-tecnologico allargato non restituisce soltanto la sua forza rispetto ad altri comparti – spesso più direttamente utili al benessere sociale – ma evidenzia il mantenimento da parte degli Stati Uniti di una egemonia ancora oggi rilevante. Al momento, non sembra emergere alcun attore politico in grado di contrastarne davvero la supremazia, se non in forma marginale.
Se ciò vale per il comparto militare, nonostante alcune défaillance recenti sul campo (vedi Somalia e Afghanistan), non altrettanto si può dire per il settore della logistica e dei brevetti tecnologici non militari. In questi due ambiti la concorrenza della Cina e più in generale dei paesi BRICS+ si sta facendo sempre più forte. La penetrazione commerciale-logistica della Cina e del Sudafrica nel continente subsahariano dell’Africa è in continuo rafforzamento. La recente apertura di un grande hub portuale-logistico cinese a 70 km a nord di Lima in Perù (sul modello di quello di Gibuti in Africa Orientale) apre la via commerciale trans-pacifica verso il continente sudamericano, dove il Brasile al momento sembra dettare la linea, nonostante la svolta filo Trump della nuova amministrazione argentina di Milei. Anche sul piano del controllo delle materie prime strategiche (non quelle energetiche, dalle quali la Cina rimane dipendente) – dal litio ai metalli rari – la Cina gode di una posizione di vantaggio a livello globale.
Rimane aperta la sfida sul piano del controllo dei mercati finanziari. Crediamo che sia qui che si stia giocando la partita principale. E a questo riguardo la supremazia dell’apparato militare industriale statunitense può giocare un ruolo rilevante, non soltanto per recuperare quel ritardo tecnologico che negli ultimi anni gli Usa, sotto l’amministrazione Biden, hanno accumulato nei confronti della Cina[2], ma per favorire la stabilità del dollaro. Si tratta, quest’ultima, di una condizione esistenziale per l’economia Usa. Se il dollaro non si svaluta eccessivamente, i movimenti di capitali hanno un saldo positivo, le borse americane sono in grado di attrarre investimenti dall’estero, consentendo così di finanziare il crescente debito interno ed estero.
Nell’ultimo anno, il dollaro si è svalutato tra il 10% e il 13% con diverse valute: ma l’attacco Usa-Israele contro l'Iran ha consentito, provvisoriamente, una rivalutazione del 2%. Ma basterà lo sforzo militare a invertire la tendenza? Ne dubitiamo, perché nel frattempo, su un crinale del tutto diverso da quello bellico (ma comunque ad esso collegato), si intravvedono segni di turbolenza sul mercato finanziario Usa. In questo periodo di elevata volatilità (come spesso avviene in condizioni di crescente incertezza), due forze sembrano operare in direzione opposta nell’influenzare i listini di borsa.
Da un lato, le società energetiche e dell’apparato militare-industriale traggono beneficio dall’attuale tensione bellica e dall’aumento dei prezzi energetici. Si tratta di una dinamica che non è attiva solo negli Usa ma che riguarda anche alcune borse asiatiche, in particolare quella cinese. Ad esempio, nei giorni seguenti all’attacco contro l’Iran, due società cinesi, la CNOOC e la PetroChina, hanno registrato una crescita del loro titolo del 22 e del 15% sulla borsa di Hong Kong dove sono quotate e una crescita più limitata (per imposizioni istituzionali) sulla borsa di Shangai.
Dall’altro, una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa[3], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno.
Resta allora una domanda cruciale: il potere così pervasivo e determinante per gli equilibri globali detenuto nella capacità di controllo dell’apparato militare-industriale Usa, che utilizza questa guerra per un suo ulteriore consolidamento, è in grado di invertire il processo di declino dell’egemonia unipolare americana? O può incontrare una resistenza significativa, al netto di quella, ancora incompleta, della Cina, che tuttavia si muove su forme competitive meno legate all’industria militare?
Note
[1] Nel fare comparazioni tra Stati, occorre tenere presente che i dati in questione sono riferiti al solo capitale privato che opera nei settori militari allargati. Nel caso di Russia e Cina non si tiene conto quindi delle imprese pubbliche che operano in tali settori. È probabile quindi che per queste due nazioni i dati siano sottostimati.
[2] La Cina è il paese leader mondiale nel deposito di brevetti, superando nettamente Stati Uniti e Giappone, con oltre 1,5 milioni di domande all’anno, pari a circa la metà del totale globale. A livello aziendale, colossi cinesi come Tencent, Ping An Insurance e Baidu guidano la classifica, con un dominio netto specialmente nell’intelligenza artificiale generativa (dati 2014).
[3] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.
Fonte
11/04/2025
Il difficile e illusorio equilibrismo di Trump
Alle 16.00 del 2 aprile 2025, ora di Washington, Trump ha annunciato dal Rose Garden della Casa Bianca l’entrata in vigore immediata di dazi sui beni importati del 20% per l’Europa, del 34% per la Cina, del 10% per la Gran Bretagna e in modo differenziato per moltissimi altri paesi. A ciò si aggiunge il dazio del 25% sulle automobili prodotte all’estero. Ricordiamo che tali dazi si sommano a quelli già emessi sull’acciaio e sull’alluminio. Sono entrati in vigore alle 0:01 di sabato ora di Washington (le 6:01 in Italia) i dazi aggiuntivi del 10% imposti dall’amministrazione Trump su gran parte dei prodotti che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo: questa soglia minima universale, da cui sono esenti determinati prodotti, si aggiunge ai dazi già esistenti. La Cina ha già adottato le proprie contromisure: verranno applicati dazi sulle merci Usa del 34% a partire dal 10 aprile.
Di fatto è la pietra tombale sulla globalizzazione degli anni ’90 e dei primi 2000, basata sul Washington Consensus a matrice Usa: una realtà che ora appare del tutto diversa se non rovesciata.
1. La possibile logica di Trump
Per cercare di capirne la logica (perché le decisioni di Trump non sono frutto di follia), occorre partire da due dati fondamentali per la sostenibilità dell’economia statunitense.
Il primo riguarda il saldo della bilancia commerciale americana, che nell’anno 2024 ha toccato il massimo storico, raggiungendo un valore 1.210 miliardi di dollari con un aumento di 148 miliardi [+14%] rispetto al 2023. La bilancia commerciale americana mostra un saldo negativo con tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, ovvero Cina, Messico, Canada, Vietnam ed il blocco dei paesi dell’Unione Europea, non a caso i paesi più colpiti dai dazi di Trump.
Il secondo dato è che al deficit commerciale con l’estero occorre aggiungere anche il debito pubblico Usa, il debito interno, che a dicembre 2024 ha raggiunto la stratosferica cifra di quasi 37.000 miliardi di dollari, pari a circa il 129% del PIL nazionale, pagando oltre 1.000 miliardi solo di interessi. Si tratta di un ammontare di oneri finanziari che è superiore alla spesa militare e solo questo dato la dice lunga. Secondo gli ultimi dati del Tesoro Usa aggiornati alla fine di dicembre del 2024, il 24% del debito americano è detenuto da investitori esteri per un ammontare che in valore assoluto è pari a circa 8.512 miliardi di dollari. Pur avendo ridotto la propria esposizione negli ultimi anni, il Giappone rimane ancora il primo detentore estero del debito pubblico Usa con circa 1.059 miliardi. Al secondo posto, guardando alle singole nazioni, vi è la Cina che però nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai T-Bond (i titoli di stato americani) dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione del finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).
Negli ultimi anni, soprattutto dopo che l’Amministrazione Biden ha perseguito politiche fiscali espansive nel periodo post-Covid, il finanziamento di tali due debiti rischia di diventare una vera e propria spada di Damocle sulla sostenibilità dell’economia americana.
Condizione perché l’economia Usa non faccia default è mantenere elevato il valore del dollaro, non solo per mantenerne l’egemonia come valuta di riferimento per le riserve valutarie e per i pagamenti internazionali, ma per consentire un avanzo dei movimenti di capitali tale da favorire il finanziamento del disavanzo commerciale e rendere attrattivo l’acquisto dei titoli di stato sia a livello nazionale che a livello internazionale a protezione del debito pubblico.
Tuttavia vi sono diversi segnali che portano a pensare che il potere d’attrazione del dollaro come fonte di finanziamento dei due debiti Usa sia, seppur gradualmente, in declino. Diverse sono le ragioni. Anche se il peso del dollaro come valuta leader nelle riserve valutarie delle Banche Centrali di mezzo mondo è ancora maggioritario, grazie soprattutto alla perdita di appeal dell’euro e agli ancora bassi volumi delle nuove valute emergenti, è diminuito l’utilizzo della valuta americana negli scambi internazionali. È in primo luogo l’effetto perverso delle sanzioni Nato contro la Russia. L’esclusione della Russia dal sistema Swift (basato sul dollaro) ne ha ridotto l’utilizzo a favore di nuovi sistemi di pagamento internazionale non più sotto l’egida della valuta americana e che hanno interessato soprattutto l’interscambio commerciale tra i paesi BRICS+. Nel corso degli ultimi anni si sono sviluppati sistemi alternativi di pagamento non in dollari soprattutto sul piano degli scambi bilaterali. Per questo, il presidente del Basile, Lula, in vista del prossimo incontro dei paesi BRICS+, che si terrà in Brasile, sta predisponendo una proposta per unificare i diversi sistemi di pagamento non in dollari. Se tale proposito dovesse prendere piede, l’egemonia del dollaro tenderà a diminuire, anche alla luce del forte incremento degli scambi commerciali all’interno dei paesi BRICS+ e del loro aumentato peso economico.
2. Il tentativo di mantenere l’egemonia unipolare Usa e la fine del Washington Consensus
Di conseguenza è necessario correre ai ripari prima che sia troppo tardi. La scommessa in gioco è il mantenimento dell’egemonia politica, tecnologica e commerciale da parte del nuovo governo di Trump o, al limite, il consolidamento di uno spazio commerciale e tecnologico autonomo, indipendente dai condizionamenti dei territori geo-economici emergenti, a partire proprio dalla Cina, in cui gli Usa possano operare a modo loro.
Al momento si intravvedono due linee di intervento: la guerra commerciale e la costruzione di nuovi strumenti a protezione del dollaro.
a. La guerra commerciale di Trump ha l’obiettivo di rinsaldare l’economia americana in modo protezionistico, dopo che la globalizzazione, iniziata dagli stessi Usa, quando tenevano ben saldo il controllo delle catene internazionali del valore, è sfuggita al dominio delle stesse corporation statunitensi. Oggi la logistica e il controllo delle materie prime nevralgiche è infatti più sotto il controllo cinese che dei paesi occidentali.
La narrativa di Trump per giustificare i dazi fa perno sul fatto che i disavanzi commerciali hanno favorito la ricchezza dei paesi creditori, Cina e Europa in testa. E quindi è necessaria una sorta di riparazione, tipo una richiesta di danni di guerra, a favore degli Usa.
Ma la realtà è diversa. Il deficit commerciale Usa è oramai un dato strutturale dell’economia americana, e non potrebbe essere altrimenti, per due motivi. Da un lato, il valore del dollaro come valuta di riferimento interazionale, ha penalizzato la capacità esportativa degli Stati Uniti. I prezzi dei beni americani sono sempre stati molto cari per i mercati degli altri paesi. Non stupisce che l’incidenza dell’export americano sia pari solo nel 2024 all’11% del Pil contro il 20% dell’Europa e ben il 40% dell’Italia. In secondo luogo, occorre considerare che la produzione merceologica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno a partire dagli anni ’90, si è fortemente internazionalizzata. Se il comando di queste produzioni, in termini di diritti di proprietà intellettuali e in termini di controllo unilaterale degli strumenti finanziari (dal leasing al franchising) sono saldamente in mani alle corporation americane, il ciclo di produzione è invece delocalizzato all’estero (dai paesi del Sud-Est asiatico sino alle maquiladoras messicane). L’effetto è che le importazioni Usa sono sempre più caratterizzate da beni semilavorati funzionali al Made in Usa (basta pensare all’importazione di Smartphone e di sistemi digitali e di batterie elettriche al litio) e hanno un ciclo di produzione che poco ha a che fare con la manifattura nazionale. Lo stesso si può dire per il Made in Italy, dove spesso il cartellino del Made in Italy fa riferimento solo all’assemblaggio finale ma non al ciclo di produzione complessivo. In altre parole, nel capitalismo contemporaneo delle piattaforme le produzioni completamente nazionali non esistono più e una politica corporativa e nazionalista non ha senso di esistere né può funzionare.
La globalizzazione produttiva di merci e servizi (soprattutto immateriali) è oramai irreversibile ed è sempre più fuori dal controllo americano. L’obiettivo di Trump di riportare il controllo della produzione e della tecnologia nelle mani degli Stati Uniti non può avere una prospettiva.
Uno degli obiettivi dei dazi è infatti stimolare la produzione interna e quindi la domanda nazionale a scapito di quella estera. Ma si tratta di un obiettivo, ammesso che sia realizzabile, che richiede tempo, un tempo che oggi non è consentito in un capitalismo finanziarizzato, dove le strategie si definiscono in tempi molto stretti. La globalizzazione del Washington Consensus è morta e con lei è morta l’ideologia neoliberista in salsa occidentale come strumento di dominio.
Trump rischia di gettare benzina sul fuoco. L’introduzione di dazi probabilmente avrà ripercussioni recessive nel breve periodo non solo sulle economie di molti paesi, ma anche sulla stessa economia statunitense, soprattutto a seguito dell’aumento dei prezzi, con il rischio di creare una situazione di stagflazione. Di sicuro, le decisioni di Trump hanno avuto un immediato impatto negativo sugli indici di borsa, ma Trump spera si tratti di un rischio calcolato. La reazione dei mercati finanziari segue una logica puramente speculativa di brevissimo termine. Ciò che conta è il mantenimento del primato delle borse americane nello scacchiere internazionali a sostegno delle quotazioni del dollaro, che si è svalutato con l’euro esattamente di quanto si era rivalutato dopo l’elezione di Trump.
b. La guerra commerciale dichiarata dagli Usa può avere feedback negativi non solo per l’economia Usa ma anche per lo stesso dollaro, favorendo quel processo di de-dollarizzazione già in atto. Ne è sicuramente cosciente Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più importante fondo di investimento speculativo al mondo (che insieme a Vanguard e a State Stret forma il gruppo delle Big Three della finanza) con quasi 12mila miliardi di dollari di attivi nonché detentore di circa il 10% dell’intero listino di Standard&Poor 500. Proprio in questi giorni, è stata pubblicata l’annuale lettera agli investitori, in cui l’amministratore delegato “ha dichiarato che le attuali condizioni americane, a partire dall’enorme debito federale, mettono a repentaglio la tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale”. Se ciò dovesse accadere, si scatenerebbe un effetto domino che potrebbe portare alla crisi degli stessi mercati finanziari americani e al fallimento dei fondi speculativi. La preoccupazione di Fink è quindi più che legittima.
Come evitare che questo accada? Due sono le possibili strade.
Nei salotti finanziari americani, gira con insistenza una voce: Trump vorrebbe ristrutturare una parte del debito federale Usa, costringendo alcuni creditori esteri a scambiare i titoli in loro possesso con obbligazioni a “lunghissimo termine”. L’agenzia Bloomberg cita un incontro organizzato dalla società di consulenza Bianco Research con i propri clienti sul punto. Tale imposizione potrebbe essere la moneta di scambio per ridurre il valore dei dazi.
Una seconda strada viene ipotizzata dallo stesso Fink: è possibile che la nuova amministrazione americana converga verso l’istituzionalizzazione di una criptomoneta (una stablecoin[1], ad esempio) che svolga la funzione di “ancora di salvataggio” a protezione del dollaro (e non semplicemente bene rifugio, come l’oro). Fink fa diretto riferimento al Bitcoin e agli Etf (Exchange Traded Funds) in contrapposizione ad altre cripto monete che vengono perorate da Trump e Musk, sulle quali i fondi di investimenti hanno minor presa. Al riguardo, Alessandro Volpi su Altraeconomia scrive: “Larry Fink indicando nei Bitcoin la possibile valuta di riserva internazionale vuole renderli estremamente appetibili e dunque creare su questa appetibilità una miriade di strumenti finanziari, in primis gli Etf, in grado di garantire ottimi risultati alle Big Three che con i Bitcoin intendono spazzare via tutto l’universo delle criptovalute legate all’élite finanziaria trumpiana”.
3. Quindi?
È troppo presto per avere un’idea più chiara e precisa dei futuri scenari possibili.
Fatto sta che Trump si muove in un contesto molto instabile e scivoloso che rischia di generare un corto circuito. È necessario avere il dollaro forte per impedire il default dell’economia ma tale condizione favorisce un debito estero che può diventare insostenibile. Si introducono così dei dazi per ridurre l’import e incentivare l’export e la produzione interna ma con l’effetto di far entrare l’economia Usa in una fase di stagflazione (recessione con inflazione), che tra i vari effetti, anche di natura politico-elettorale, ha anche quello di creare aspettative negative sui mercati finanziari e di conseguenza indebolire ulteriormente il dollaro, favorendone la svalutazione.
Grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.
Note
[1] In generale, le Stablecoin sono un tipo di criptovaluta il cui valore è ancorato a un altro bene, come una valuta fiat o l’oro, per mantenere un prezzo stabile. In questo caso, l’asset di riferimento sarebbe il dollaro.
17/07/2023
Sulla presunta crescita dell’economia italiana. Guardare la Luna o il dito?
In questa tredicesima puntata del “Diario della crisi” – progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi ed El Salto – Andrea Fumagalli e Roberto Romano analizzano i fattori che hanno trainato l’economia italiana negli ultimi due anni per capire se si tratta di percorsi di crescita sostenibili frutto della ristrutturazione strategica dell’economia o se sono dovuti all’impatto di specifiche misure economiche, alcune delle quali (reddito di cittadinanza, aiuti all’edilizia sostenibile) sono in fase di smantellamento da parte del governo di Giorgia Meloni. A fare da sfondo a questo quadro è l’incapacità dei governi di trovare modelli di sviluppo minimamente adeguati alla gravissima crisi sociale e ambientale sistemica e al permanere di gravissime e intrattabili situazioni di disuguaglianza.
* * * * *
Premessa
Negli ultimi mesi, i giornali mainstream e pro-governo hanno più volte sottolineato come a partire dalla ripresa post-sindemia l’economia italiana abbia avuto un andamento di gran lunga migliore dei principali partner europei, a partire dalla Germania e dalla Francia. Più recentemente, la prima ministra Meloni ha affermato con tono trionfale davanti alla platea di Assolombarda che l’economia italiana ha raggiunto livelli di crescita e occupazionali come mai negli anni precedenti. L’occupazione ha addirittura raggiunti i livelli del 2009.
Marco Fortis, in più articoli fotocopia, pubblicati a distanza di poche settimane, su Il Riformista e su Il Sole 24 ore, si lascia andare a manifestazioni di puro entusiasmo: “Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione e spiazzato ogni genere di “gufi” e di profeti di sventura, salvo qualche ostinato irriducibile. Il PIL italiano è aumentato quasi dell’11% in un biennio: +10,9%. Del 7% nel 2021 e del 3,7% nel 2022... Nel 2022 quasi tutte le maggiori economie del mondo sono cresciute di meno di quella italiana: gli Stati Uniti (+2,1%), il Canada (+3,4%), la Cina (+3%), il Giappone (+1,1%), la Corea del Sud (+2,6%), la Germania (+1,8%), la Francia (+2,6%), il Brasile (+2,9%), il Messico (+3,1%), il Sud Africa (+2%), la Nigeria (+3,3%), la Russia (-2,1%)”.
Dopo 20 anni e più di stagnazione economica, in cui l’economia italiana è stata sempre il fanalino di coda dell’Europa, è giunto il momento del riscatto. Questa mirabolante rinascita, secondo Fortis, è imputabile alle magnifiche sorti progressive delle politiche economiche del governo Renzi, prima, e del governo Draghi, poi. Dei governi intermedi non è dato sapere.
Scrive infatti Fortis: “Qualcuno potrà forse sbalordirsi di questi dati. Ma la realtà è che dopo le riforme del governo Renzi (in primis il Piano Industria 4.0) e poi la “cura Draghi”, con la relativa dose di autorevolezza e fiducia trasmessa a imprese e famiglie, l’Italia non è più l’ultima in Europa per crescita, anzi è passata in testa”. E poco oltre: “Forse i positivi cambiamenti strutturali avvenuti nella nostra economia negli ultimi 8-9 anni, grazie soprattutto alle politiche e alle riforme dei governi Renzi e Draghi, non sono ancora stati compresi appieno”.
Il riferimento implicito (anche se direttamente non citato) alle politiche di Renzi, oltre il piano Industria 4.0, è l’approvazione del Jobs Act con la piena liberalizzazione dei licenziamenti individuali. Il riferimento alla politica economica di Draghi è invece meno chiaro, non essendoci riferimenti a interventi di politica economica precisi.
Ma le cose stanno proprio così?
Alcune note metodologiche
Le serie storiche di variabili macroeconomiche devono essere considerate in intervalli di tempo più lunghe di un paio di anni (si veda il grafico dell’immagine di apertura), per evitare che oscillazioni congiunturali influenzino il trend di medio periodo. Fortis, analizza solo il biennio 2021-22, immediatamente all’indomani del periodo sindemico e ciò può trarre in abbaglio, perché, ad esempio non tiene conto che nel 2020 l’Italia ha registrato la caduta del PIL più rilevante a livello europeo (-8,9%) e che quindi il dato del 2021 è anche dovuto all’”effetto rimbalzo”. La crescita del 2022 è invece reale e per la prima volta negli ultimi trent’anni è superiore alla media europea. Poiché una rondine non fa primavera, è necessario capire se tale risultato è l’inizio di un processo strutturale oppure è un fenomeno congiunturale. Fortis e buona parte della stampa ritiene che si tratti di una svolta strutturale causata dal cambio di politica economica deciso prima da Renzi e poi continuato da Draghi e oggi da Meloni. In proposito, nutriamo alcuni dubbi, non perché rientriamo nella categoria dei “gufi” (epiteto con il quale vengono apostrofati tutti coloro che non sono estasiati dal nuovo boom economico) ma perché siamo realisti.
Alcuni fatti stilizzati
Negli anni passati, si sono succeduti diversi governi (Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi, Meloni). Analizziamo gli effetti dei principali provvedimenti economici intrapresi alla luce della vulgata esistente.
a. Industria 4.0
Molti ritengono che uno dei dati economici che ha fortemente contribuito alla crescita del Pil sia l’aumento degli investimenti, trainati dall’Industria 4.0 (robot e automazione). Gli investimenti nazionali tra il 2021 e il 2022, a prezzi costanti 2015, hanno registrato dei tassi di crescita che (1) non hanno precedenti storici e (2) sono di gran lunga superiori alla media dei principali Paesi europei. Tra il 2020 e il 2021 gli investimenti aumentano del 18% e del 9% tra il 2021 e il 2022.
Tuttavia, se scorporiamo gli investimenti in “investimenti in macchinari” e in “investimenti in costruzioni”, che rappresentano la quasi totalità degli investimenti fissi lordi, si osserva un fenomeno noto e preoccupante. Da un lato le risorse finanziarie delle imprese destinate agli investimenti in macchinari sono sistematicamente più alte della produzione di beni capitali. Ciò dà conto della difficoltà dell’industria nazionale nel soddisfare la domanda di macchinari che le stesse imprese manifestano. La distanza tra domanda e offerta è soddisfatta da importazioni di macchinari dall’estero che hanno una intensità tecnologia doppia rispetto a quella nazionale. In altri termini, la crescita degli investimenti, sebbene necessaria e non più rinviabile dopo anni di astinenza, ha un impatto sulla crescita del PIL più contenuta di quella di altri Paesi. Tra gli investimenti in macchinari, vi sono quelli nell’Industria 4.0. Secondo le previsioni elaborate dal Centro Studi Ucimu, nel 2023 la produzione crescerà di 7,565 miliardi (+4,3% rispetto al 2022), in virtù dell’incremento registrato dalle esportazioni, che si attesteranno a 3,375 miliardi di euro (+3,1%), e dalle consegne dei costruttori sul mercato interno, che sono attese in crescita del 5,3% a 4,190 miliardi di euro. Nel corso del 2022, la produzione si era attestata a 7,255 miliardi di euro, segnando un incremento del 14,6% rispetto al 2021.
Nel 2022 il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1.909,154 miliardi di euro correnti (Istat). Il peso dei settori dell’industria 4.0 ha quindi inciso per lo 0,4%. Una percentuale che non giustifica l’affermazione secondo la quale la crescita del Pil, tra altri fattori, è stata trascinata dall’industria 4.0.
Questo dato ridimensiona le aspettative di crescita del Paese, così come l’immagine di un paese uscito finalmente dalle secche degli ultimi anni. Se la dinamica tra investimenti e produzione di macchinari restituisce come e dove sia posizionata l’industria italiana, ben diversa è la dinamica degli investimenti e della produzione nel settore delle costruzioni. Per questi infatti, tanto più aumentano gli investimenti, tanto più aumenta la produzione nel settore edile, senza dover ricorrere alle importazioni e con effetto diretto sulla dinamica della domanda.
È probabile che tale risultato sia stato originato dall’introduzione del Superbonus 110% che ha avuto un ruolo di incentivo nel settore ben più marcato degli incentivi a vantaggio dell’Industria 4.0
b. Superbonus 110%
Al riguardo, è interessante presentare i dati di una ricerca recentemente pubblicata a inizio giugno 2023 dal Consiglio e dalla Fondazione nazionali dei commercialisti, dal titolo “Gli effetti macroeconomici e di finanza pubblica del Superbonus 110%”. Il rapporto parte dall’ipotesi che per il calcolo del maggior reddito prodotto dall’economia e, di conseguenza, le maggiori entrate incassate dallo Stato, bisogna tenere conto dell’intero effetto moltiplicativo della spesa aggiuntiva generata dal Superbonus 110% e, soprattutto, dalla possibilità di optare per lo sconto sul corrispettivo e la cessione del credito, in alternativa alla detrazione nella dichiarazione dei redditi.
Partendo da questo punto, è stato possibile stimare una spesa agevolata totale per tutto il 2021 pari a poco più di 55 miliardi di euro, di cui circa 27 miliardi imputabili ai bonus ordinari e 28,3 miliardi al Superbonus 110%. La ricerca dimostra che il costo lordo per lo Stato, solo per il 2021, è stato, in realtà, più alto di oltre 21 miliardi di euro rispetto alle previsioni, mentre l’effetto fiscale indotto, che simula le maggiori entrate per lo Stato, è stato pari a quasi 12 miliardi di euro, determinando in tal modo un costo netto aggiuntivo per lo Stato di circa 9,5 miliardi di euro.
Lo straordinario effetto espansivo generato dal Superbonus 110% nel 2021 – effetto che ha inciso per il 15% sulla crescita complessiva – si è tradotto in un altrettanto straordinario effetto propulsivo sul gettito fiscale che, al netto della spesa base, cioè della spesa in bonus edilizi che sarebbe stata comunque effettuata anche senza il Superbonus 110%, ha generato maggiori entrate stimate pari a 43,3 centesimi di euro per ogni euro speso dallo Stato. I dati relativi al 2022 sembrerebbero indicare un’espansione fino a un triplo di quanto accaduto nel 2021.
Tale potente effetto espansivo del Superbonus viene confermato anche da un studio di Nomisma, secondo il quale il totale complessivo dei lavori avviati per l’efficientamento energetico nel nostro Paese risultava pari a 65,3 miliardi di euro, con un investimento medio di 175.234 euro. Il dato non considera gli effetti moltiplicativi, a differenza dello studio precedente.
Se compariamo questi dati, è evidente che uno dei fattori che ha inciso di più nel favorire la ripresa dell’economia italiana all’indomani del Covid è stato il Superbonus 110% e non l’industria 4.0. Ma il Superbonus è stato attuato dal governo Conte non da Renzi, né da Draghi, che si sono mostrati in disaccordo, al punto che il nuovo governo Meloni lo ha fortemente ridimensionato.
- Reddito di Cittadinanza.
Nel 2022 si stima che l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto la diseguaglianza (misurata dall’indice di Gini) da 30,4% a 29,6%, e poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale, quasi come nel 2021 (25,2%).
Oltre al RdC, le stime includono gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022: (i) la riforma Irpef; (ii) l’assegno unico e universale per i figli a carico; (iii) le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas; (iv) l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.
Parallelamente, nel 2022, con la ripresa dell’economia, si riduce significativamente la popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,5% rispetto al 5,9% del 2021) e rimane stabile la popolazione a rischio di povertà. Nel 2021 il reddito medio delle famiglie (33.798 euro) è tornato a crescere sia in termini nominali (+3%) sia in termini reali (+1%). Nel 2021 il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto (6,4) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.
Tali dati sono destinati a peggiorare con lo smantellamento del RdC. Nel 2022 sono stati spesi per il Reddito e la pensione di cittadinanza 7,99 miliardi. Complessivamente, la spesa sostenuta da aprile 2019 ad aprile 2023 per l’erogazione del Reddito (RdC) e della Pensione (PdC) di cittadinanza è stata di 30,3 miliardi (con un massimo di 8,8 miliardi nel 2021). È quanto emerge dall’Osservatorio Inps sulla misura di contrasto alla povertà secondo i quali nell’anno hanno avuto accesso ad almeno una mensilità del sussidio 1.685.161 famiglie per 3.662.803 persone coinvolte e 551,11 euro medi di assegno. La quasi totalità di questo ammontare di reddito si è tramutato in consumi, favorendo un incremento della domanda aggregata. Secondo alcune stime della Banca d’Italia, nel primo anno il moltiplicatore è inferiore a 1 (0,9) per poi salire sino a 1,2 dopo il terzo anno. Le stime di medio periodo (10 anni) ci dicono che il moltiplicatore potrebbe raggiungere il valore di 1,5 e di 1,7 (con politica monetaria accomodante). In altre parole, è proprio nell’anno in cui viene ridimensionato che il RdC è in grado di esplicitare il proprio potenziale di crescita economica, per di più in un contesto di forte riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro.
c. Salari e occupazione
I salari reali dell’Italia nel 2022 si sono ridotti di poco più del 4%, ma in nessun Paese di area OECD emerge una tenuta dei salari reali, confutando o ridimensionando il rischio di una inflazione trascinata dalla crescita dei salari. Infatti, la deflazione salariale ha eroso la domanda interna a favore della domanda esterna, ma venuta meno questa domanda per diverse ragioni (covid, prezzo delle commodities, la guerra e la riorganizzazione internazionale delle catene del valore) ha lasciato un po’ tutti i paesi esposti o indeboliti in una fondamentale componente della domanda aggregata, i redditi da lavoro dipendente, con una aggravante: dopo 30 anni di ridimensionamento delle istituzioni di rappresentanza del lavoro è complicato riequilibrare il rapporto capitale-lavoro, tanto più che tutti i soggetti sociali, capitale e lavoro, rivendicano esenzioni o riduzioni della pressione fiscale, cioè una riduzione strutturale e persistente dell’intervento pubblico nel governo dell’economia.
Il risultato è molto semplice: in Italia il rapporto tra reddito da lavoro e valore aggiunto (salario relativo) è calato al 45,55% nel 2021 ed è ancora diminuito nel 2022, contro il 53% della media europea, il 59% della Germania, il 58% della Francia, il 52% della Spagna e il 55% degli Stati Uniti (dati OECD). Ma la cosa che colpisce di più è che il calo della quota del salario relativo è accompagnato da un aumento statistico del numero di occupati. Secondo l’Istat, nel primo trimestre del 2023 gli occupati crescono di 104 mila unità sul trimestre precedente e di 513 mila in un anno arrivando a quota 23 milioni 250mila con un tasso di occupazione del 60,9% (che è comunque uno dei più bassi in Europa). Detto in altre parole: cresce l’occupazione ma diminuisce la quota di ricchezza sociale che va al lavoro. Ciò significa che il lavoro che cresce è sempre più povero e non può quindi stupire che l’Italia detenga il primato per il più alto numero di working-poor. Si tratta di un dato oramai, questo sì, strutturale, così come è strutturale la precarietà del lavoro, soprattutto all’indomani dell’approvazione del Jobs Act di Renzi e che oggi rischia ulteriormente di peggiorare con l’approvazione del decreto Lavoro del 1 maggio 2023.
Conclusioni.
Dai dati che abbiamo presentato, la ripresa economica sembra aver più dipeso da due provvedimenti (Superbonus e RdC) che oggi sono stati smantellati. La possibilità quindi che la ripresa così fortemente esaltata sia un fenomeno del tutto congiunturale e non strutturale è molto elevata.
I dati più recenti sembrano confermarlo e, nel II trimestre, la Confcommercio stima un calo del Pil dello 0,1%. I dati di aprile 2023 fanno registrare un preoccupante calo della produzione industriale di oltre il 7% su base annua. Ad aprile 2023, l’Istat comunica che la produzione nelle costruzioni è diminuita del 3,8% rispetto a marzo, mentre su base tendenziale si registra una flessione del 6,3%, proprio per il ridimensionamento del Superbonus 110%.
A ciò si aggiunge che la tradizionale valvola di sfogo per l’economia italiana, ovvero la crescita dell’export, oggi incontri difficoltà a causa del rallentamento dell’economia globale e delle tensioni geo-politiche globali. Ad aprile 2023, l’export, infatti, flette su base annua del 5,1% (da +6,8% di marzo), registrando il primo calo dopo oltre due anni di crescita.
Infine, occorre considerare che a partire dal 2024 entrerà in vigore il nuovo Patto di Stabilità Europeo. Sebbene migliorativo in alcune delle sue strambe ipotesi di politica economica fondate su indicatori sostanzialmente esoterici, gli effetti non sono meno dolorose di quello precedente. Infatti, “Le proiezioni di medio periodo elaborate dall’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio, ndr) mostrano che, in Italia, per rispettare il nuovo quadro di regole e permettere nel medio termine la discesa plausibile del rapporto tra debito e PIL con un indebitamento netto inferiore al 3 per cento del PIL, il saldo primario dovrebbe raggiungere entro il 2027, a seguito di un aggiustamento di bilancio in quattro anni, un avanzo compreso tra il 2,8 e il 3,2 per cento del PIL a seconda delle ipotesi di crescita più o meno favorevoli del prodotto potenziale”.
Parlare di new deal italiano appare dunque certamente improprio. L’economia italiana ripresenta gli stessi problemi strutturali che l’hanno caratterizzata negli ultimi tre decenni: eccessiva precarizzazione del lavoro che non consente di sfruttare al meglio quelle economie di scala (di apprendimento e di rete) che oggi sono alla base della crescita della produttività, bassi investimenti in ricerca e sviluppo, riduzione degli investimenti in formazione, istruzione, sanità, ovvero i settori della riproduzione sociale che oggi sono centrali nel garantire la competitività di un paese, la mancanza di una politica industriale che favorisca la crescita della dimensione media delle imprese, un sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali inadeguato e distorto. Tutti fattori che portano ad un solo risultato: l’Italia è tra i paesi europei dove si lavora di più (nel 2023, 1694 ore all’anno contro le 1341 della Germania e le 1511 della Francia, fonte OCSE) e si guadagna di meno (3700 euro in meno all’anno, pari a -12% rispetto alla media europea: ). Non c’è da esserne fieri.
18/12/2022
[Contributo al dibattito] - Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo: a proposito di “La guerra capitalista”
di Andrea Fumagalli
A distanza di 10 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia sono usciti alcuni interessanti saggi che analizzano la nuova situazione geo-politica e riflettono sulle possibili tendenze internazionali[1]. Tra loro merita sicuramente un posto in prima fila il recente contributo di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Mimesis, Milano, 2022, uscito in libreria lo scorso 25 novembre.
Il libro è suddiviso in tre parti, con l’aggiunta di tre appendici finali e una postfazione di Roberto Scazzieri. La prima parte inizia con la “sconcertante presa d’atto di un Marx ‘rapito dal nemico’: tanto dimenticato dai sedicenti tribuni degli oppressi del nostro tempo quanto studiato e rivalutato dagli agenti del capitale” (p. 10). Tale punto di partenza è particolarmente utile per soffermarsi sulla marxiana “legge di centralizzazione”, il nodo teorico che ha più affascinato la riscoperta mainstream di Marx all’indomani della crisi finanziaria globale del 2007. Nel testo, infatti, gli autori propongono “una nuova teoria della riproduzione e della tendenza verso la centralizzazione capitalistica, un approccio che si contrappone al paradigma teorico mainstream ma solleva obiezioni anche ai filoni di pensiero critico che hanno ridotto il marxismo a un intoccabile reliquiario anti-scientifico, o che da lungo tempo tacciono sul grande tema delle “leggi” generali”. (p. 10).
A partire da queste premesse, la seconda parte approfondisce l’evidenza empirica della tendenza della centralizzazione capitalistica, che viene definita “un inedito della letteratura scientifica in materia” (p. 10). Tale evidenza parte dall’utilizzo di moderne tecniche dei “network” proprietari, con riferimento alla proprietà azionaria. Poiché tale fenomeno interessa soprattutto gli Stati Uniti e i paesi anglosassoni oltre che Cina e Russia, l’analisi condotta mette giustamente in luce come parlare di oligarchia facendo esclusivamente riferimento alla Russia non solo è improprio ma anche fuorviante, poiché la struttura oligarchica è di gran lunga prevalente negli Stati Uniti e nei paesi Occidentali.
La terza parte del libro contiene stralci riveduti e aggiornati di interviste e articoli del solo Emiliano Brancaccio ispirati dalla guerra in Ucraina, ma centrati sulla questione più generale del rapporto tra centralizzazione del capitale e conflitto militare e sui due più importanti blocchi imperiali che emergono: da un lato, il consolidato imperialismo dei paesi debitori (Usa e Uk in testa), con al traino l’Europa, dall’altro il nascente imperialismo dei paesi creditori, a partire da Cina e India.
La tesi del libro è molto semplice e chiara. Secondo gli autori, nel capitalismo contemporaneo è ravvisabile, dati alla mano, una “legge” di tendenza verso la centralizzazione del capitale, che inevitabilmente porta alla distruzione della democrazia e fomenta la guerra.
Tale lettura non è quindi allineata con le interpretazioni giornalistiche dominanti relative alla guerra in corso, che sottolineano esclusivamente l’aggressione di Putin ai danni dell’indipendenza di un stato e della sua sovranità e con ciò giustificano l’invio di armi da parte dei paesi cosiddetti “amici della democrazia” al fine di sostenere la resistenza ucraina e la sua battaglia di civiltà a favore della libertà dei popoli. Il contesto politico in cui nasce la guerra ha origini ben più profonde e complesse.
L’attenzione viene perciò rivolta al concetto di centralizzazione, un concetto coniato da Marx. Gli autori riconoscono che “il termine ‘centralizzazione’ viene spesso sostituito dall’espressione ‘concentrazione’. Gli stessi Marx e Hilferding, in alcune circostanze, adoperano questi termini alla stregua di sinonimi” (p. 38) […] “ma si allude anche alla possibilità che i gruppi di controllo delle società governino una massa di capitale più grande di quella che formalmente possiedono” (p. 39). Tuttavia, per Marx i due concetti sono diversi: la centralizzazione è l’esito di una incessante lotta tra capitali in competizione tra loro per la conquista dei mercati, mentre il termine concentrazione corrisponde “alla creazione di nuovi mezzi di produzione e alla crescita conseguente della loro massa complessiva, sia in termini assoluti sia in rapporto alla forza lavoro disponibile” (p. 39).
Che cosa si intende con il termine “conquista dei mercati”? Marx intende probabilmente quella che definisce “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”, ovvero la conquista non tanto di quote di mercato ma della proprietà. Si tratta di un processo di selezione delle imprese, esito della concorrenza tra imprese singole. La concentrazione, invece, indica un processo di gerarchizzazione del mercato verso forme oligopolistiche, a prescindere dai cambiamenti degli assetti proprietari. Possiamo aggiungere, tuttavia, che il processo di centralizzazione induce alla concentrazione di mercato. Si tratta di qualcosa di diverso della creazione di nuovi mezzi di produzione, ovvero dell’effetto schumpeteriano dell’innovazione tecnologica.
Non a caso Hilferding, a partire dal testo seminale del 1910 Il capitale finanziario[2], seguendo Marx, individua due modalità principali che favoriscono il processo di centralizzazione della proprietà e quello della concentrazione produttiva: il fallimento delle imprese più deboli che non riescono a sottostare alle gerarchie di mercato e le strategie di acquisizioni e fusione che “predano” le imprese più piccole e più innovative che diventano invitanti per l’ingordigia delle grandi.
Le analisi di Marx e poi di Hilferding fanno riferimento al sistema “factory”, ovvero allo sviluppo della grande industria, magistralmente descritto da Marx nel cap. XIII del Libro I de Il Capitale. In tale contesto, la riorganizzazione della produzione consente lo sfruttamento del lavoro, l’attivazione di economie di scala positive che portano a rendimenti crescenti di scala e favoriscono, in tal modo, sia un processo di concentrazione produttiva che la centralizzazione della proprietà con il diffondersi della forma manageriale di impresa.
Tale processo arriverà a pieno compimento con il pieno affermarsi del paradigma taylorista-fordista del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, ampiamente preconizzato dall’analisi di Marx. Il processo di valorizzazione del capitale tramite la produzione tangibile di merce (D-M-D’) raggiunge qui il suo apice.
Siamo in presenza di un modello di produzione per stock, dove la proprietà dei mezzi di produzione è centrale per definire il comando del capitale sul lavoro. La tendenza alla centralizzazione si manifesta con la proprietà diretta degli asset azionari delle grandi imprese. La proprietà fa rima con controllo, anche se questi elementi necessitano di due attori differenziati e spesso, negli anni del fordismo, potenzialmente conflittuali: azionisti di maggioranza, da un lato, e management, dall’altro. La potenza del capitale e le sue lotte intestine si traducono in un aumento della concentrazione della produzione e nell’aumento delle dimensioni di impresa[3].
Con la crisi del paradigma taylorista-fordista nei primi anni Settanta, lo scenario cambia. La diffusione del nuovo paradigma tecnologico linguistico-comunicativo apre a nuove modalità di produzione e di organizzazione di mercato. Il prevalere negli anni Novanta del modello della subfornitura internazionalizzata, basata sulla gestione per flussi dei nodi produttivi, porta alla centralità della leva finanziaria e della leva tecnologica come i due fattori principali in grado di ridefinire le gerarchie di mercato e gli assetti geo-economici internazionali. Assistiamo al più poderoso processo di concentrazione finanziaria e tecnologica che la storia del capitalismo ricordi, da far impallidire il periodo della formazione dei grandi trust nell’economia americana a cavallo tra XIX e XX secolo.
Tale processo è analizzato con esempi nella seconda parte del libro, dove la tesi della centralizzazione viene messa alla prova dei fatti. L’analisi fa riferimento a studi precedenti condotti dallo stesso Brancaccio e altri, in cui viene introdotto il concetto di “net control” come misura della concentrazione della proprietà azionaria. Tale termine può creare qualche equivoco, dal momento che nella parte empirica del libro non viene poi tracciata in modo chiaro una netta distinzione tra proprietà e controllo, nonostante un intero capitolo venga dedicato al managerialismo e alle sue teorie (da Marx, a Weber sino a oggi). In questo caso il termine “controllo” fa riferimento al controllo delle azioni.
I risultati a cui giungono gli autori non sorprendono. La crescente concentrazione dei mercati che abbiamo visto nelle ultime decadi, all’indomani del periodo di maggior concorrenza che ha accompagnato i tardi anni Settanta nell’avvio del processo di internazionalizzazione, si è accompagnata a una fortissima centralizzazione dei capitali in poche mani.
Con riferimento ai due anni considerati, 2007 e 2017, si ottengono
“due panoramiche delle reti della proprietà azionaria. In entrambi gli anni, le società finanziarie occupano una posizione cruciale nei nodi centrali. In particolare, i primi tre detentori del controllo (azionario, ndr.) nel 2007 sono Fidelity Management & Research Company, Capital Research & Management Company e BlackRock Institutional Trust Company, NA. Nel 2016, la classifica dei primi tre detentori del controllo è simile: Vanguard Group, Inc., BlackRock Institutional Trust Company, NA, Fidelity Management & Research Company. È interessante notare che, dopo la crisi, mentre il numero di mani che tirano i fili del capitale globale diminuisce cospicuamente, il nucleo di giganti della finanza situati al comando della rete mondiale del capitale non muta granché” (p. 118-119).
Il primato dei mercati finanziari non stupisce. Nel capitalismo contemporaneo (quello bio-cognitivo e finanziarizzato, dell’egemonia della produzione intangibile, della vita messa direttamente a valore tramite le piattaforme), i mercati finanziari sono diventati il centro dell’accumulazione e della valorizzazione capitalistica. In un articolo pubblicato più di 10 anni fa, poco dopo la crisi finanziaria globale del 2007-08, scrivevo:
“Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 trilioni di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 trilioni di dollari, le borse di tutto il mondo 50, i derivati 466 (otto volte di più della ricchezza reale). Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Nel mercato bancario, dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500 (dati Federal Reserve). Al I° trimestre 2011, cinque società d’affari (J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (dati OCC, Office of Comptroller of the Currency). Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate”.
Negli ultimi 10 anni i suonatori sono cambiati ma la musica è rimasta la stessa. Negli Usa, i dati dell’Office of Comptroller of the Currency (organo indipendente di vigilanza che afferisce al Dipartimento del Tesoro americano) ci dicono che nel secondo quadrimestre del 2022 sul mercato statunitense sono stati scambiati un totale di 193.731.717 milioni di dollari di derivati. Il 95,35% è stato gestito da sole cinque banche d’affari: Jp Morgan Chase Bank per il 29,01%, Goldman Sachs Bank il 25,54%, Citibank National 23,47%, Bank of America, l’11,42%, Wells Fargo Bank, il 5,92%.
A differenza del controllo azionario, occorre ricordare che tali titoli non sono di proprietà delle banche ma sono gestiti per conto degli effettivi proprietari. In questo caso il processo di centralizzazione assume forme nuove. Al “net control” si aggiunge un’altra forma di controllo: quello che non presuppone esclusivamente la “nuda” proprietà, ma la gestione di proprietà altrui. Ciò, tuttavia, non è in contrasto con la tendenza verso una concentrazione proprietaria nel campo azionario, anzi.
Con il ruolo sempre più egemone e pervasivo dei mercati finanziari il processo di centralizzazione /concentrazione dunque si modifica. Non si manifesta più solo nella proprietà azionaria ma nella capacità di indirizzare e organizzare le convenzioni speculative grazie alla messa in moto di aspettative in grado di autorealizzarsi se accompagnate da un adeguato volume di investimenti che solo le grandi multinazionali della finanza sono in grado di fare. Siamo cioè in presenza di un circuito virtuoso per il capitale. La centralizzazione finanziaria della proprietà azionaria favorisce la concentrazione nella gestione dei portafogli finanziari con il duplice effetto di lucrare elevate plusvalenze grazie anche alle tecniche del “payback” e dello “shareback”, ovvero lo scambio reciproco di azioni tra le stesse società finanziarie con lo scopo di far lievitare sia le plusvalenze che il livello di proprietà delle azioni.
Il fenomeno della centralizzazione assume così oggi aspetti inediti rispetto al passato. È questo un aspetto che, a mio parere, non è stato sufficientemente indagato. È anche il risultato di una tendenziale ridefinizione degli assetti geo economici mondiali, che tende a mettere in discussione l’egemonia americana e spinge verso una tendenza multipolare.
Relativamente a questo aspetto, è opportuno parlare di forme diverse di centralizzazione. Al caso Usa, magistralmente descritto nella seconda parte del libro, occorre infatti aggiungere che un simile processo si sta sviluppando in Cina ma con caratteristiche assai diverse. L’acronimo BATX (Baidoo, Alibaba, Tencent e Xiaomi) diventa sempre più l’alter ego dei giganti della Silicon Valley e sempre più si diffondono fondi di investimento collegati a queste grandi imprese cinesi, in parte di proprietà statale: ad esempio, il Fidelity Funds – China Consumer Fund A.
Il crescente ruolo della Cina anche nel campo della finanza è oggi uno degli aspetti più rilevanti per spiegare le crescenti tensioni sul piano geo-economico mondiale e sulla tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale e della borsa americana come luogo simbolo dell’oligarchia finanziaria. Una tendenza, quest’ultima, già in parte preconizzata da Giovanni Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino, recentemente ripubblicato ma stranamente ignorato in questo libro.
* * * * *
La complessità e eterogeneità della situazione attuale ci impone, infine, una riflessione di natura metodologica. Il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli ritiene che il sistema capitalistico e la sua evoluzione possano essere descritti da leggi che, a prescindere dai tempi e dai contesti spaziali, siano in grado di definire “scientificamente” (quindi in modo rigoroso e inoppugnabile) le principali linee di tendenza in atto.
La legge più nota e più discussa nell’ambito del dibattito marxista è sicuramente la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La legge della centralizzazione del capitale è meno nota ma altrettanto importante ed è rilevante per comprendere l’analisi marxiana. È possibile infatti individuare un nesso tra queste due leggi, che non è il caso di discutere in questa sede. Rimane tuttavia aperta la questione se questi leggi sono universalmente valide nel tempo e nello spazio capitalistico. Al riguardo il testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli è molto chiaro: l’analisi di Marx si rivela scientificamente corretta alla prova della storia, almeno per quanto riguarda la legge della centralizzazione del capitale. I dati ne confermano la validità anche ai nostri giorni. Ogni interpretazione del pensiero di Marx che non coglie l’oggettività di questa grande legge di tendenza sono in contraddizione con la corretta interpretazione del pensiero di Marx. La critica è chiaramente rivolta a quelle correnti eretiche marxiste che hanno preso origine principalmente (ma non solo) dal pensiero operaista degli anni Sessanta e le sue declinazioni nell’attuale pensiero neo-operaista e che vengono definite “non scientifiche” (p. 10).
Una teoria è scientifica solo se è in grado di suggerire quali esperimenti e osservazioni potrebbero dimostrarla falsa. È il noto principio della falsificabilità della scienza di Karl Popper. Nel nostro caso (la centralizzazione della proprietà), la confutazione della teoria sta nell’applicarla in un contesto non capitalistico di produzione e, di conseguenza, in un contesto capitalistico viene confermata se gli esperimenti e le osservazioni la invalidano.
Ma nel campo delle scienze umane (a differenza di quelle naturali), l’ambito in cui si cerca di mostrare la validità di una teoria è storicamente contestualizzato e le modalità con le quali un dato fenomeno si manifesta sono in continua metamorfosi. Una metamorfosi che il più delle volte è attivata dall’azione umana (oltre che da accadimenti naturali), azione di per sé stessa soggettiva e non misurabile, nonostante i vari tentativi intrapresi in tal senso, soprattutto per quanto riguarda lo studio dell’economia politica.
Le leggi di tendenza di Marx sono valide solo se si definisce il preciso periodo storico di riferimento anche all’interno del periodo capitalistico stesso. La dinamica del capitalismo non è infatti lineare ma ciclica e segnata da rotture; è caratterizzata dalla successione di paradigmi di natura tecnologica (Kondratieff), sociale e politica, che ridefiniscono ogni volta i due perni che definiscono lo stesso sistema capitalistico: la proprietà privata e il rapporto capitale – lavoro come fattori-base da cui estrarre valore di scambio. Ma il loro ruolo non è immutabile nel corso dell’evoluzione del capitalismo. Di conseguenza, le leggi di tendenza che ne scaturiscono (non a caso relative a questi due aspetti: la centralizzazione per quanto riguarda la forma della proprietà e la caduta tendenziale del profitto per quanto riguarda l’estrazione di valore) non possono ripetersi all’infinito allo stesso modo, ma mutano al variare del paradigma socio-economico in quel momento dominante.
Note
[1] Si vedano, ad esempio, Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza, Asterios, Trieste, 2022; Marco Ottaviani, La riglobalizzazione. Dall’interdipendenza tra Paesi a nuove coalizioni economiche, Egea, Milano, 2022; Giulio Palermo, Il conflitto russo-ucraino. L’imperialismo americano alla conquista dell’Europa, L.A.D. Gruppo Editoriale, Roma, novembre 2022.
[2] Di cui l’ultima edizione è pubblicata da Mimesis con un’introduzione dello stesso Emiliano Brancaccio, 2012.
[3] Si veda il seminale testo di Paul Baran e Paul Sweezy, Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Einaudi, Torino, 1968 (ed. orig. 1966).
Fonte


