Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/04/2026
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra all'Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento. Nei paesi europei, nonostante l’aumento della spesa in valore assoluto, il peso relativo sul totale globale è rimasto stabile o si è ridotto. In sintesi, tutti aumentano gli investimenti nella difesa, ma gli equilibri complessivi cambiano poco. Fa eccezione la Germania, che registra un incremento significativo, pur restando lontana dalle grandi potenze globali, e guadagna posizioni in ambito europeo, soprattutto rispetto alla Francia (vedi tabella in fondo all’articolo)
Se le risorse destinate alla difesa riflettono le scelte strategiche degli Stati, ancora più rilevante è osservare la struttura industriale del settore militar-tecnologico allargato, includendo le multinazionali del software e dell’hardware.
Da questo punto di vista, i numeri sono impressionanti. Il peso del settore della difesa in senso stretto passa dall’1,7 per cento sul totale a ben il 41 per cento sul totale della sola ricerca e sviluppo; dal 2,2 al 20 per cento sul totale delle vendite; dall’1 al 26 per cento sul totale degli investimenti; dall’1 al 30 per cento sul totale dei profitti; dal 2 al 46 per cento nel valore di mercato; dal 3 al 18 per cento nell’occupazione. Pur trattandosi di un’aggregazione costruita su tre settori NACE, essa restituisce con chiarezza la dimensione attuale del comparto militar-tecnologico rispetto ad altri settori chiave, come l’energia o il farmaceutico.
Viene così confermato come negli ultimi anni l’apparato militare-industriale allargato alla comunicazione e alla sorveglianza sia diventato uno dei perni del processo di accumulazione del capitalismo contemporaneo delle piattaforme. Un ruolo che si avvicina a quello oggi svolto dalle industrie legate alla riproduzione della vita, dai settori privatizzati del welfare (previdenza, istruzione, sanità) alle biotecnologie, alla farmaceutica e alla prevenzione sanitaria, sino ai big data. Tecnologie di morte e tecnologie di vita, in una macabra danza, sono oggi la base della valorizzazione odierna.
Nel campo militare, se questo “nuovo livello” è già di per sé significativo, lo è ancora di più la sua distribuzione internazionale. Il predominio degli Stati Uniti appare come un vero e proprio monopolio: nel 2024 essi concentrano il 70 per cento della ricerca e sviluppo, il 62 per cento delle vendite, il 67 per cento degli investimenti, l’81 per cento del valore di mercato e il 51 per cento dell’occupazione[1] (vedi istogramma in fondo all’articolo)
Solo la Cina occupa una posizione rilevante, ma con un divario ancora troppo ampio per ipotizzare una reale competizione: il 13 per cento della ricerca e sviluppo, il 15 per cento delle vendite, il 13 per cento degli investimenti, l’8 per cento dei profitti e il 4 per cento del valore di mercato – dato, quest’ultimo, legato alla prevalenza della proprietà pubblica nei settori strategici – oltre al 20 per cento degli occupati.
L’Europa, invece, resta distante: il 7 per cento nella ricerca e sviluppo e nelle vendite, il 4 per cento negli investimenti e nei profitti, il 5 per cento del valore di mercato e l’11 per cento dell’occupazione.
La dimensione del settore militar-tecnologico allargato non restituisce soltanto la sua forza rispetto ad altri comparti – spesso più direttamente utili al benessere sociale – ma evidenzia il mantenimento da parte degli Stati Uniti di una egemonia ancora oggi rilevante. Al momento, non sembra emergere alcun attore politico in grado di contrastarne davvero la supremazia, se non in forma marginale.
Se ciò vale per il comparto militare, nonostante alcune défaillance recenti sul campo (vedi Somalia e Afghanistan), non altrettanto si può dire per il settore della logistica e dei brevetti tecnologici non militari. In questi due ambiti la concorrenza della Cina e più in generale dei paesi BRICS+ si sta facendo sempre più forte. La penetrazione commerciale-logistica della Cina e del Sudafrica nel continente subsahariano dell’Africa è in continuo rafforzamento. La recente apertura di un grande hub portuale-logistico cinese a 70 km a nord di Lima in Perù (sul modello di quello di Gibuti in Africa Orientale) apre la via commerciale trans-pacifica verso il continente sudamericano, dove il Brasile al momento sembra dettare la linea, nonostante la svolta filo Trump della nuova amministrazione argentina di Milei. Anche sul piano del controllo delle materie prime strategiche (non quelle energetiche, dalle quali la Cina rimane dipendente) – dal litio ai metalli rari – la Cina gode di una posizione di vantaggio a livello globale.
Rimane aperta la sfida sul piano del controllo dei mercati finanziari. Crediamo che sia qui che si stia giocando la partita principale. E a questo riguardo la supremazia dell’apparato militare industriale statunitense può giocare un ruolo rilevante, non soltanto per recuperare quel ritardo tecnologico che negli ultimi anni gli Usa, sotto l’amministrazione Biden, hanno accumulato nei confronti della Cina[2], ma per favorire la stabilità del dollaro. Si tratta, quest’ultima, di una condizione esistenziale per l’economia Usa. Se il dollaro non si svaluta eccessivamente, i movimenti di capitali hanno un saldo positivo, le borse americane sono in grado di attrarre investimenti dall’estero, consentendo così di finanziare il crescente debito interno ed estero.
Nell’ultimo anno, il dollaro si è svalutato tra il 10% e il 13% con diverse valute: ma l’attacco Usa-Israele contro l'Iran ha consentito, provvisoriamente, una rivalutazione del 2%. Ma basterà lo sforzo militare a invertire la tendenza? Ne dubitiamo, perché nel frattempo, su un crinale del tutto diverso da quello bellico (ma comunque ad esso collegato), si intravvedono segni di turbolenza sul mercato finanziario Usa. In questo periodo di elevata volatilità (come spesso avviene in condizioni di crescente incertezza), due forze sembrano operare in direzione opposta nell’influenzare i listini di borsa.
Da un lato, le società energetiche e dell’apparato militare-industriale traggono beneficio dall’attuale tensione bellica e dall’aumento dei prezzi energetici. Si tratta di una dinamica che non è attiva solo negli Usa ma che riguarda anche alcune borse asiatiche, in particolare quella cinese. Ad esempio, nei giorni seguenti all’attacco contro l’Iran, due società cinesi, la CNOOC e la PetroChina, hanno registrato una crescita del loro titolo del 22 e del 15% sulla borsa di Hong Kong dove sono quotate e una crescita più limitata (per imposizioni istituzionali) sulla borsa di Shangai.
Dall’altro, una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa[3], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno.
Resta allora una domanda cruciale: il potere così pervasivo e determinante per gli equilibri globali detenuto nella capacità di controllo dell’apparato militare-industriale Usa, che utilizza questa guerra per un suo ulteriore consolidamento, è in grado di invertire il processo di declino dell’egemonia unipolare americana? O può incontrare una resistenza significativa, al netto di quella, ancora incompleta, della Cina, che tuttavia si muove su forme competitive meno legate all’industria militare?
Note
[1] Nel fare comparazioni tra Stati, occorre tenere presente che i dati in questione sono riferiti al solo capitale privato che opera nei settori militari allargati. Nel caso di Russia e Cina non si tiene conto quindi delle imprese pubbliche che operano in tali settori. È probabile quindi che per queste due nazioni i dati siano sottostimati.
[2] La Cina è il paese leader mondiale nel deposito di brevetti, superando nettamente Stati Uniti e Giappone, con oltre 1,5 milioni di domande all’anno, pari a circa la metà del totale globale. A livello aziendale, colossi cinesi come Tencent, Ping An Insurance e Baidu guidano la classifica, con un dominio netto specialmente nell’intelligenza artificiale generativa (dati 2014).
[3] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.
Fonte
17/07/2023
Sulla presunta crescita dell’economia italiana. Guardare la Luna o il dito?
In questa tredicesima puntata del “Diario della crisi” – progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi ed El Salto – Andrea Fumagalli e Roberto Romano analizzano i fattori che hanno trainato l’economia italiana negli ultimi due anni per capire se si tratta di percorsi di crescita sostenibili frutto della ristrutturazione strategica dell’economia o se sono dovuti all’impatto di specifiche misure economiche, alcune delle quali (reddito di cittadinanza, aiuti all’edilizia sostenibile) sono in fase di smantellamento da parte del governo di Giorgia Meloni. A fare da sfondo a questo quadro è l’incapacità dei governi di trovare modelli di sviluppo minimamente adeguati alla gravissima crisi sociale e ambientale sistemica e al permanere di gravissime e intrattabili situazioni di disuguaglianza.
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Premessa
Negli ultimi mesi, i giornali mainstream e pro-governo hanno più volte sottolineato come a partire dalla ripresa post-sindemia l’economia italiana abbia avuto un andamento di gran lunga migliore dei principali partner europei, a partire dalla Germania e dalla Francia. Più recentemente, la prima ministra Meloni ha affermato con tono trionfale davanti alla platea di Assolombarda che l’economia italiana ha raggiunto livelli di crescita e occupazionali come mai negli anni precedenti. L’occupazione ha addirittura raggiunti i livelli del 2009.
Marco Fortis, in più articoli fotocopia, pubblicati a distanza di poche settimane, su Il Riformista e su Il Sole 24 ore, si lascia andare a manifestazioni di puro entusiasmo: “Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione e spiazzato ogni genere di “gufi” e di profeti di sventura, salvo qualche ostinato irriducibile. Il PIL italiano è aumentato quasi dell’11% in un biennio: +10,9%. Del 7% nel 2021 e del 3,7% nel 2022... Nel 2022 quasi tutte le maggiori economie del mondo sono cresciute di meno di quella italiana: gli Stati Uniti (+2,1%), il Canada (+3,4%), la Cina (+3%), il Giappone (+1,1%), la Corea del Sud (+2,6%), la Germania (+1,8%), la Francia (+2,6%), il Brasile (+2,9%), il Messico (+3,1%), il Sud Africa (+2%), la Nigeria (+3,3%), la Russia (-2,1%)”.
Dopo 20 anni e più di stagnazione economica, in cui l’economia italiana è stata sempre il fanalino di coda dell’Europa, è giunto il momento del riscatto. Questa mirabolante rinascita, secondo Fortis, è imputabile alle magnifiche sorti progressive delle politiche economiche del governo Renzi, prima, e del governo Draghi, poi. Dei governi intermedi non è dato sapere.
Scrive infatti Fortis: “Qualcuno potrà forse sbalordirsi di questi dati. Ma la realtà è che dopo le riforme del governo Renzi (in primis il Piano Industria 4.0) e poi la “cura Draghi”, con la relativa dose di autorevolezza e fiducia trasmessa a imprese e famiglie, l’Italia non è più l’ultima in Europa per crescita, anzi è passata in testa”. E poco oltre: “Forse i positivi cambiamenti strutturali avvenuti nella nostra economia negli ultimi 8-9 anni, grazie soprattutto alle politiche e alle riforme dei governi Renzi e Draghi, non sono ancora stati compresi appieno”.
Il riferimento implicito (anche se direttamente non citato) alle politiche di Renzi, oltre il piano Industria 4.0, è l’approvazione del Jobs Act con la piena liberalizzazione dei licenziamenti individuali. Il riferimento alla politica economica di Draghi è invece meno chiaro, non essendoci riferimenti a interventi di politica economica precisi.
Ma le cose stanno proprio così?
Alcune note metodologiche
Le serie storiche di variabili macroeconomiche devono essere considerate in intervalli di tempo più lunghe di un paio di anni (si veda il grafico dell’immagine di apertura), per evitare che oscillazioni congiunturali influenzino il trend di medio periodo. Fortis, analizza solo il biennio 2021-22, immediatamente all’indomani del periodo sindemico e ciò può trarre in abbaglio, perché, ad esempio non tiene conto che nel 2020 l’Italia ha registrato la caduta del PIL più rilevante a livello europeo (-8,9%) e che quindi il dato del 2021 è anche dovuto all’”effetto rimbalzo”. La crescita del 2022 è invece reale e per la prima volta negli ultimi trent’anni è superiore alla media europea. Poiché una rondine non fa primavera, è necessario capire se tale risultato è l’inizio di un processo strutturale oppure è un fenomeno congiunturale. Fortis e buona parte della stampa ritiene che si tratti di una svolta strutturale causata dal cambio di politica economica deciso prima da Renzi e poi continuato da Draghi e oggi da Meloni. In proposito, nutriamo alcuni dubbi, non perché rientriamo nella categoria dei “gufi” (epiteto con il quale vengono apostrofati tutti coloro che non sono estasiati dal nuovo boom economico) ma perché siamo realisti.
Alcuni fatti stilizzati
Negli anni passati, si sono succeduti diversi governi (Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi, Meloni). Analizziamo gli effetti dei principali provvedimenti economici intrapresi alla luce della vulgata esistente.
a. Industria 4.0
Molti ritengono che uno dei dati economici che ha fortemente contribuito alla crescita del Pil sia l’aumento degli investimenti, trainati dall’Industria 4.0 (robot e automazione). Gli investimenti nazionali tra il 2021 e il 2022, a prezzi costanti 2015, hanno registrato dei tassi di crescita che (1) non hanno precedenti storici e (2) sono di gran lunga superiori alla media dei principali Paesi europei. Tra il 2020 e il 2021 gli investimenti aumentano del 18% e del 9% tra il 2021 e il 2022.
Tuttavia, se scorporiamo gli investimenti in “investimenti in macchinari” e in “investimenti in costruzioni”, che rappresentano la quasi totalità degli investimenti fissi lordi, si osserva un fenomeno noto e preoccupante. Da un lato le risorse finanziarie delle imprese destinate agli investimenti in macchinari sono sistematicamente più alte della produzione di beni capitali. Ciò dà conto della difficoltà dell’industria nazionale nel soddisfare la domanda di macchinari che le stesse imprese manifestano. La distanza tra domanda e offerta è soddisfatta da importazioni di macchinari dall’estero che hanno una intensità tecnologia doppia rispetto a quella nazionale. In altri termini, la crescita degli investimenti, sebbene necessaria e non più rinviabile dopo anni di astinenza, ha un impatto sulla crescita del PIL più contenuta di quella di altri Paesi. Tra gli investimenti in macchinari, vi sono quelli nell’Industria 4.0. Secondo le previsioni elaborate dal Centro Studi Ucimu, nel 2023 la produzione crescerà di 7,565 miliardi (+4,3% rispetto al 2022), in virtù dell’incremento registrato dalle esportazioni, che si attesteranno a 3,375 miliardi di euro (+3,1%), e dalle consegne dei costruttori sul mercato interno, che sono attese in crescita del 5,3% a 4,190 miliardi di euro. Nel corso del 2022, la produzione si era attestata a 7,255 miliardi di euro, segnando un incremento del 14,6% rispetto al 2021.
Nel 2022 il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1.909,154 miliardi di euro correnti (Istat). Il peso dei settori dell’industria 4.0 ha quindi inciso per lo 0,4%. Una percentuale che non giustifica l’affermazione secondo la quale la crescita del Pil, tra altri fattori, è stata trascinata dall’industria 4.0.
Questo dato ridimensiona le aspettative di crescita del Paese, così come l’immagine di un paese uscito finalmente dalle secche degli ultimi anni. Se la dinamica tra investimenti e produzione di macchinari restituisce come e dove sia posizionata l’industria italiana, ben diversa è la dinamica degli investimenti e della produzione nel settore delle costruzioni. Per questi infatti, tanto più aumentano gli investimenti, tanto più aumenta la produzione nel settore edile, senza dover ricorrere alle importazioni e con effetto diretto sulla dinamica della domanda.
È probabile che tale risultato sia stato originato dall’introduzione del Superbonus 110% che ha avuto un ruolo di incentivo nel settore ben più marcato degli incentivi a vantaggio dell’Industria 4.0
b. Superbonus 110%
Al riguardo, è interessante presentare i dati di una ricerca recentemente pubblicata a inizio giugno 2023 dal Consiglio e dalla Fondazione nazionali dei commercialisti, dal titolo “Gli effetti macroeconomici e di finanza pubblica del Superbonus 110%”. Il rapporto parte dall’ipotesi che per il calcolo del maggior reddito prodotto dall’economia e, di conseguenza, le maggiori entrate incassate dallo Stato, bisogna tenere conto dell’intero effetto moltiplicativo della spesa aggiuntiva generata dal Superbonus 110% e, soprattutto, dalla possibilità di optare per lo sconto sul corrispettivo e la cessione del credito, in alternativa alla detrazione nella dichiarazione dei redditi.
Partendo da questo punto, è stato possibile stimare una spesa agevolata totale per tutto il 2021 pari a poco più di 55 miliardi di euro, di cui circa 27 miliardi imputabili ai bonus ordinari e 28,3 miliardi al Superbonus 110%. La ricerca dimostra che il costo lordo per lo Stato, solo per il 2021, è stato, in realtà, più alto di oltre 21 miliardi di euro rispetto alle previsioni, mentre l’effetto fiscale indotto, che simula le maggiori entrate per lo Stato, è stato pari a quasi 12 miliardi di euro, determinando in tal modo un costo netto aggiuntivo per lo Stato di circa 9,5 miliardi di euro.
Lo straordinario effetto espansivo generato dal Superbonus 110% nel 2021 – effetto che ha inciso per il 15% sulla crescita complessiva – si è tradotto in un altrettanto straordinario effetto propulsivo sul gettito fiscale che, al netto della spesa base, cioè della spesa in bonus edilizi che sarebbe stata comunque effettuata anche senza il Superbonus 110%, ha generato maggiori entrate stimate pari a 43,3 centesimi di euro per ogni euro speso dallo Stato. I dati relativi al 2022 sembrerebbero indicare un’espansione fino a un triplo di quanto accaduto nel 2021.
Tale potente effetto espansivo del Superbonus viene confermato anche da un studio di Nomisma, secondo il quale il totale complessivo dei lavori avviati per l’efficientamento energetico nel nostro Paese risultava pari a 65,3 miliardi di euro, con un investimento medio di 175.234 euro. Il dato non considera gli effetti moltiplicativi, a differenza dello studio precedente.
Se compariamo questi dati, è evidente che uno dei fattori che ha inciso di più nel favorire la ripresa dell’economia italiana all’indomani del Covid è stato il Superbonus 110% e non l’industria 4.0. Ma il Superbonus è stato attuato dal governo Conte non da Renzi, né da Draghi, che si sono mostrati in disaccordo, al punto che il nuovo governo Meloni lo ha fortemente ridimensionato.
- Reddito di Cittadinanza.
Nel 2022 si stima che l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto la diseguaglianza (misurata dall’indice di Gini) da 30,4% a 29,6%, e poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale, quasi come nel 2021 (25,2%).
Oltre al RdC, le stime includono gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022: (i) la riforma Irpef; (ii) l’assegno unico e universale per i figli a carico; (iii) le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas; (iv) l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.
Parallelamente, nel 2022, con la ripresa dell’economia, si riduce significativamente la popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,5% rispetto al 5,9% del 2021) e rimane stabile la popolazione a rischio di povertà. Nel 2021 il reddito medio delle famiglie (33.798 euro) è tornato a crescere sia in termini nominali (+3%) sia in termini reali (+1%). Nel 2021 il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto (6,4) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.
Tali dati sono destinati a peggiorare con lo smantellamento del RdC. Nel 2022 sono stati spesi per il Reddito e la pensione di cittadinanza 7,99 miliardi. Complessivamente, la spesa sostenuta da aprile 2019 ad aprile 2023 per l’erogazione del Reddito (RdC) e della Pensione (PdC) di cittadinanza è stata di 30,3 miliardi (con un massimo di 8,8 miliardi nel 2021). È quanto emerge dall’Osservatorio Inps sulla misura di contrasto alla povertà secondo i quali nell’anno hanno avuto accesso ad almeno una mensilità del sussidio 1.685.161 famiglie per 3.662.803 persone coinvolte e 551,11 euro medi di assegno. La quasi totalità di questo ammontare di reddito si è tramutato in consumi, favorendo un incremento della domanda aggregata. Secondo alcune stime della Banca d’Italia, nel primo anno il moltiplicatore è inferiore a 1 (0,9) per poi salire sino a 1,2 dopo il terzo anno. Le stime di medio periodo (10 anni) ci dicono che il moltiplicatore potrebbe raggiungere il valore di 1,5 e di 1,7 (con politica monetaria accomodante). In altre parole, è proprio nell’anno in cui viene ridimensionato che il RdC è in grado di esplicitare il proprio potenziale di crescita economica, per di più in un contesto di forte riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro.
c. Salari e occupazione
I salari reali dell’Italia nel 2022 si sono ridotti di poco più del 4%, ma in nessun Paese di area OECD emerge una tenuta dei salari reali, confutando o ridimensionando il rischio di una inflazione trascinata dalla crescita dei salari. Infatti, la deflazione salariale ha eroso la domanda interna a favore della domanda esterna, ma venuta meno questa domanda per diverse ragioni (covid, prezzo delle commodities, la guerra e la riorganizzazione internazionale delle catene del valore) ha lasciato un po’ tutti i paesi esposti o indeboliti in una fondamentale componente della domanda aggregata, i redditi da lavoro dipendente, con una aggravante: dopo 30 anni di ridimensionamento delle istituzioni di rappresentanza del lavoro è complicato riequilibrare il rapporto capitale-lavoro, tanto più che tutti i soggetti sociali, capitale e lavoro, rivendicano esenzioni o riduzioni della pressione fiscale, cioè una riduzione strutturale e persistente dell’intervento pubblico nel governo dell’economia.
Il risultato è molto semplice: in Italia il rapporto tra reddito da lavoro e valore aggiunto (salario relativo) è calato al 45,55% nel 2021 ed è ancora diminuito nel 2022, contro il 53% della media europea, il 59% della Germania, il 58% della Francia, il 52% della Spagna e il 55% degli Stati Uniti (dati OECD). Ma la cosa che colpisce di più è che il calo della quota del salario relativo è accompagnato da un aumento statistico del numero di occupati. Secondo l’Istat, nel primo trimestre del 2023 gli occupati crescono di 104 mila unità sul trimestre precedente e di 513 mila in un anno arrivando a quota 23 milioni 250mila con un tasso di occupazione del 60,9% (che è comunque uno dei più bassi in Europa). Detto in altre parole: cresce l’occupazione ma diminuisce la quota di ricchezza sociale che va al lavoro. Ciò significa che il lavoro che cresce è sempre più povero e non può quindi stupire che l’Italia detenga il primato per il più alto numero di working-poor. Si tratta di un dato oramai, questo sì, strutturale, così come è strutturale la precarietà del lavoro, soprattutto all’indomani dell’approvazione del Jobs Act di Renzi e che oggi rischia ulteriormente di peggiorare con l’approvazione del decreto Lavoro del 1 maggio 2023.
Conclusioni.
Dai dati che abbiamo presentato, la ripresa economica sembra aver più dipeso da due provvedimenti (Superbonus e RdC) che oggi sono stati smantellati. La possibilità quindi che la ripresa così fortemente esaltata sia un fenomeno del tutto congiunturale e non strutturale è molto elevata.
I dati più recenti sembrano confermarlo e, nel II trimestre, la Confcommercio stima un calo del Pil dello 0,1%. I dati di aprile 2023 fanno registrare un preoccupante calo della produzione industriale di oltre il 7% su base annua. Ad aprile 2023, l’Istat comunica che la produzione nelle costruzioni è diminuita del 3,8% rispetto a marzo, mentre su base tendenziale si registra una flessione del 6,3%, proprio per il ridimensionamento del Superbonus 110%.
A ciò si aggiunge che la tradizionale valvola di sfogo per l’economia italiana, ovvero la crescita dell’export, oggi incontri difficoltà a causa del rallentamento dell’economia globale e delle tensioni geo-politiche globali. Ad aprile 2023, l’export, infatti, flette su base annua del 5,1% (da +6,8% di marzo), registrando il primo calo dopo oltre due anni di crescita.
Infine, occorre considerare che a partire dal 2024 entrerà in vigore il nuovo Patto di Stabilità Europeo. Sebbene migliorativo in alcune delle sue strambe ipotesi di politica economica fondate su indicatori sostanzialmente esoterici, gli effetti non sono meno dolorose di quello precedente. Infatti, “Le proiezioni di medio periodo elaborate dall’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio, ndr) mostrano che, in Italia, per rispettare il nuovo quadro di regole e permettere nel medio termine la discesa plausibile del rapporto tra debito e PIL con un indebitamento netto inferiore al 3 per cento del PIL, il saldo primario dovrebbe raggiungere entro il 2027, a seguito di un aggiustamento di bilancio in quattro anni, un avanzo compreso tra il 2,8 e il 3,2 per cento del PIL a seconda delle ipotesi di crescita più o meno favorevoli del prodotto potenziale”.
Parlare di new deal italiano appare dunque certamente improprio. L’economia italiana ripresenta gli stessi problemi strutturali che l’hanno caratterizzata negli ultimi tre decenni: eccessiva precarizzazione del lavoro che non consente di sfruttare al meglio quelle economie di scala (di apprendimento e di rete) che oggi sono alla base della crescita della produttività, bassi investimenti in ricerca e sviluppo, riduzione degli investimenti in formazione, istruzione, sanità, ovvero i settori della riproduzione sociale che oggi sono centrali nel garantire la competitività di un paese, la mancanza di una politica industriale che favorisca la crescita della dimensione media delle imprese, un sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali inadeguato e distorto. Tutti fattori che portano ad un solo risultato: l’Italia è tra i paesi europei dove si lavora di più (nel 2023, 1694 ore all’anno contro le 1341 della Germania e le 1511 della Francia, fonte OCSE) e si guadagna di meno (3700 euro in meno all’anno, pari a -12% rispetto alla media europea: ). Non c’è da esserne fieri.
15/01/2023
[Contributo al dibttito] - Note su "La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista"
La guerra capitalista di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, arricchita dalla postfazione di Roberto Scazzieri, riprende e attualizza una delle più importanti tesi di Marx: la tendenza verso la centralizzazione del capitale, “una tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, che disgrega l’ordine liberaldemocratico e alimenta la guerra militare tra nazioni”. Come sottolineano gli autori nell'introduzione, all’interno del libro viene spiegato e approfondito “il legame tra centralizzazione capitalistica e assedio alla democrazia” (p. 9). L’intuizione di Marx relativa al processo di centralizzazione dei capitali viene pertanto trattata e approfondita alla luce delle recenti dinamiche economiche internazionali. La forza della legge relativa alla centralizzazione del capitale viene aggiornata e sistematizzata grazie alla network analysis. Gli autori calcolano un nuovo indice di network control che misura la percentuale degli azionisti detentori dei pacchetti di controllo della parte preponderante del capitale azionario quotato nelle borse (p. 99-137). In tal modo è possibile pervenire al “valore intrinseco del capitale controllato seguendo tutti i percorsi diretti e indiretti delle partecipazioni azionarie” (p. 107).
Attraverso l’impiego di un modello vettoriale autoregressivo bayesiano (che viene ben spiegato in modo molto chiaro nella appendice a cura di Milena Lopreite e Michelangelo Puliga) Brancaccio, Giammetti e Lucarelli possono mettere in relazione la politica monetaria delle Banche Centrali con gli indici di centralizzazione precedentemente ricavati: una politica monetaria restrittiva, cioè un aumento dei tassi di interesse, “conduce a una riduzione del net control, ovvero alla riduzione della frazione di azionisti di controllo del capitale” (p. 124). Questo risultato sorprende gli autori (la novità in effetti esiste, se si considera l’analisi econometrica), ma è dentro la logica e il funzionamento del sistema capitalistico: se infatti consideriamo i recenti aumenti dei tassi di interesse della BCE – senza entrare nel merito della utilità o meno dell’operazione – è del tutto evidente che sono poche le società che possono generare dei profitti sufficienti per compensare l’aumento dei tassi. Pensando all’Europa, l’aumento dei tassi determinerà non tanto la morte di alcune imprese, piuttosto una riorganizzazione verticale delle stesse dal basso verso l’alto o, in altri termini, dalla periferia al centro.
L’analisi di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli relativa alla centralizzazione/concentrazione dei capitali è puntuale e per molti versi condivisibile, tuttavia, dal mio punto di vista, è necessario sottolineare la superiorità di un’analisi storica che non ricorra per forza alle tecniche econometriche per presentarsi come scientifica. Esistono per esempio alcune variabili che non possono essere trattate all’interno dei modelli econometrici che gli autori utilizzano per sostenere le loro tesi: la centralizzazione dei capitali e financo della proprietà sono condizionate dalla dimensione di scala necessaria per realizzare beni e servizi su cui incide anche la dimensione geopolitica. Non c’è solo la concentrazione dei capitali finanziari che danno luogo a relazioni conflittuali fra debitori e creditori, poiché la fine dell’era del dollaro presuppone un problema politico fondamentale irriducibile alle dinamiche finanziarie. Mi riferisco alla ricerca di un equilibrio superiore rispetto alla nuova geografia economica. Con questo termine – che riprendo in particolare dal quadro concettuale ricavabile dai lavori di Paolo Leon – intendo un assetto dell’economia mondiale caratterizzato dall’impiego di tecniche in grado di sfruttare al meglio le conoscenze tecnologiche disponibili, ciò che comporta una riorganizzazione delle catene del valore su scala globale. Questa riorganizzazione delle catene del valore si risolve per l’appunto in una nuova geografia economica. Quando nei miei scritti parlo di Storia con la s maiuscola, intendo proprio riferirmi a questa complessa dinamica che non è riducibile a una mera analisi quantitativa.
Anche gli autori riflettono sulla Storia economica recente e sul nuovo assetto finanziario internazionale (p. 19-95). Un passaggio di fondamentale importanza nella comprensione del fenomeno lo troviamo quando Brancaccio, Giammetti e Lucarelli discutono la tesi di Rudolf Hilferding per chiarire i nuovi assetti istituzionali del capitale: “i settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza”, secondo un processo che “ha come base il superamento della libera concorrenza” (p. 39), oppure quando citano The Economist (2018): “Le più grandi aziende del mondo non solo stanno diventando più grandi in termini assoluti, ma stanno anche trasformando un numero enorme di aziende più piccole in mere appendici” (p. 27).
Qual è l’esito politico di queste tendenze? Riferirsi genericamente alla categoria di imperialismo appare molto problematico, e gli autori ne sono consapevoli (si veda in particolare l’appendice a cura di Emiliano Brancaccio e Carmen Vita). In cosa consiste il nuovo conflitto imperialista che nel libro emerge come esito della centralizzazione dei capitali? Un testo che andrebbe ripreso, costruendo una comparazione con la situazione contemporanea – testo che gli autori citano, ma che a mio avviso non discutono in modo adeguato – è Moneta e Impero. Economia e finanzia internazionale dal 1890 al 1914 di Marcello De Cecco: ripercorrendo la storia del sistema aureo e della sua crisi De Cecco dimostra infatti che non furono tanto i meccanismi spontanei di mercato a garantire l’aggiustamento degli squilibri, quanto i rapporti gerarchici fra nazioni che si creavano negli scenari politici internazionali . È mia convinzione che solo una ricostruzione storica delle relazioni internazionali che si sviluppano attorno alla evoluzione dei sistemi economici possa condurre ad una reale comprensione della nuova geografia economica, dunque anche a una spiegazione delle tensioni belliche che la caratterizzano. Il rischio che si corre trascurando un approccio come quello di De Cecco è che l’analisi politica venga eccessivamente ridimensionata. La mia impressione è che la politica economica (normativa) nel testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli resti soffocata da una sorta di ineluttabilità del movimento del capitale.
Cosa comporta sul piano storico, o meglio sul piano della evoluzione istituzionale, che i capitali maggiori battono i minori, per dirla con lo Schumpeter studioso di Marx? Nel Capitale Marx cercava le leggi di movimento della società moderna, ma non la fine della Storia. La Storia e la società in Marx non sono regolate una volta per sempre, sono invece il riflesso dello sviluppo tecnico e organizzativo della società. L’aumento di capitale può e deve essere la conseguenza di un nuovo mercato, cioè di una nuova struttura istituzionale costruita per lo sfruttamento di nuove opportunità economiche. In questa prospettiva un capitalismo senza crisi è inconcepibile. Dobbiamo pur considerare che l’economia capitalistica “è costantemente rivoluzionata dall’interno da nuove intraprese, cioè dall’immissione, nel quadro esistente della struttura industriale, di nuove merci, o di nuovi modi di produzione, o di nuove opportunità di commercio”. Questa costante rivoluzione della struttura industriale non è di fatto considerata ne La guerra capitalista. Tuttavia, la mia tesi è che da essa dipendano principalmente gli scontri sul piano giuridico che precedono il protezionismo e il friend shoring, l’anticamera delle tensioni belliche, su cui Brancaccio, Giammetti e Lucarelli si concentrano. L’insieme di moduli e di tecniche giuridiche utilizzate da chi dispone delle risorse e della capacità di trasformarle è almeno tanto importante quanto gli squilibri finanziari fra debitori e creditori che per gli autori sembrano rappresentare la principale causa della guerra: “Una risorsa, una volta codificata legalmente, può generare ricchezza per chi la detiene. La codifica giuridica del capitale è un processo ingegnoso senza il quale il mondo non sarebbe mai arrivato ai livelli di ricchezza attuali, eppure il processo in sé è stato in genere celato”.
Quanto ricordato, in fondo, può spiegare le principali conseguenze della centralizzazione del capitale in sempre meno mani. Come scrivono gli autori: “i creditori liquidano e assorbono i debitori, a colpi di esportazioni di capitale, acquisizioni e fusioni” (p. 9). Il fatto però che “una centralizzazione imperialista del capitale [sia] destinata a riscrivere nel sangue il quadro dei rapporti di forza, tra nazioni e tra le classi” (p. 10) appare una conclusione troppo perentoria. Come sottolinea anche Paul Sweezy le così dette leggi di Marx non sono propriamente predizioni del futuro. Anche Joseph A. Schumpeter (1955) restituisce un Marx analista della Storia, che possiamo condensare in due preposizioni: “le forme e le condizioni di produzione sono le determinanti fondamentali delle strutture sociali, che, a loro volta, alimentano comportamenti, modi di azione, civiltà”. L’evoluzione istituzionale fa ogni tanto capolino all’interno del libro; non è un caso che gli autori siano costretti a misurarsi con Norberto Bobbio (p. 95) allorquando accusò la sinistra, specialmente quella marxista, di non avere una teoria dello Stato: tutta la riflessione dei comunisti, a suo parere, concerneva soltanto la questione della presa del potere statuale, non anche quella del modo in cui codesto potere, una volta “preso”, avrebbe dovuto essere esercitato. Tuttavia, Brancaccio, Giammetti e Lucarelli sembrano ricondurre questi aspetti del problema alla “legge” della centralizzazione dei capitali.
Qual è il nesso fra la centralizzazione dei capitali e la guerra? La terza parte del libro, che raccoglie interventi del solo Emiliano Brancaccio cerca di rispondere principalmente a questa domanda: “La tendenza verso la centralizzazione, insomma, potrebbe dar vita a un vero conflitto, una guerra capitalista tale da retroagire sullo stesso meccanismo di movimento, che potrebbe quindi divenire più tortuoso e incerto” (p. 143). È difficile non essere catturati dalle tesi enunciate in questa parte del testo, ma ancora una volta la più grande contesa internazionale e la necessaria rigenerazione delle istituzioni del capitale internazionale restano sacrificate all’interno di un discorso che riduce a spazi angusti l’analisi politica. In particolare, vorrei invitare gli autori a considerare che sebbene Russia e Ucraina “combattano” una guerra fatta per procura in cui i contrasti da risolvere rinviano a quelli esistenti fra gli Stati Uniti e l’area Euro-asiatica, dobbiamo pur considerare le specificità cinesi. La Cina ha un interesse che non è in nessun modo riconducibile a questo conflitto. Essa ha una domanda potenziale enorme davanti a sé, mentre Stati Uniti ed Europa hanno una domanda declinante che gli Stati Uniti vogliono tutta per sé. Forse la BCE può favorire una ulteriore centralizzazione del capitale in Europa attraverso l’incremento dei tassi di interesse, ma il capitale su cui l’Europa può fare affidamento, sebbene diversamente concentrato, è troppo piccolo e subalterno agli Stati Uniti. La Cina sembra giocare un’altra partita. Una partita molto più grande che non riguarda solamente il problema della domanda declinante che stanno invece affrontando Unione Europea e Stati Uniti.
La postfazione di Roberto Scazzieri, che riconosce l’importanza del lavoro condotto da Brancaccio, Giammetti e Lucarelli, ha il pregio di completare e chiarire un quadro concettuale che nel libro appare troppo spesso sottinteso: “Questa ricerca propone un’economia politica delle relazioni internazionali secondo una prospettiva che unisce all’analisi delle interdipendenze materiali la considerazione del contesto istituzionale di un’economia di mercato globalizzata, e di relazioni fra Stati che in parte riflettono asimmetrie e tensioni generate nella sfera stessa dei rapporti economici internazionali […] I tentativi di affermare e sostenere posizioni egemoniche attraverso la centralizzazione, così come il contrasto a questi processi, sono, secondo gli autori, un elemento fondamentale per spiegare i conflitti fra Stati-economia che partecipano al sistema globale delle interdipendenze fra mercati” (p. 230 e p. 232).
In ragione delle considerazioni avanzate da Scazzieri possiamo porre la seguente domanda: esiste un quadro di riferimento tecnico e politico per riconfigurare gli equilibri che gli autori reputano in qualche misura immutabili?
Le considerazioni di Scazzieri aiutano a sviluppare un discorso urgente che La guerra capitalista ha il merito di introdurre: “i conflitti generati all’interno di un’economia di scambio possono essere considerati come espressione di contrasti per il controllo di scarsità effettive o potenziali (…) Ci si può chiedere se i processi di controllo della scarsità attraverso centralizzazione e conflitti possano essere modificati da dinamiche tecnologiche e istituzionali capaci di intervenire sull’antagonismo-coesistenza fra scarsità e producibilità attraverso il contenimento delle scarsità artificiali”. (p. 234)
Le considerazioni sollevate conducono a delle questioni che mi pare importante analizzare: le asimmetrie sottese all’analisi del libro – e che appaiono in superficie come relazioni fra paesi debitori e paesi creditori – sono relative alla conoscenza? All’alta tecnologia? Alle economie di scala?
Non è il caso di aprire in questa sede una riflessione puntuale sulle domande appena formulate (alle quali andrebbe aggiunta anche una domanda sulla rilevanza della demografia come fattore di polarizzazione dello sviluppo), ma tutte concorrono a considerare quelle asimmetrie nel mercato che solo l’azione pubblica potrebbe correggere. Ma l’azione pubblica, soprattutto di fronte allo spettro di una guerra mondiale, deve essere collocata a un livello geopolitico adeguato. In gioco c’è la nuova geografia economica, o meglio, la Storia.
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