Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/02/2024
La giungla contro il giardino. A proposito di “La guerra capitalista”
E bravo il nostro Papa nel riconoscere che la guerra russo-ucraina non è affatto “locale”, come quelle precedenti in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria o Libia, bensì planetaria!
Però bisognerebbe sforzarsi di indicare anche in maniera esplicita quali sono le effettive parti in lotta, che solo superficialmente sono la Russia e l’Ucraina. Infatti, tutti sappiamo che dietro l’Ucraina c’è la NATO a guida americana con l’Unione Europea al traino e che la Russia di Putin, nell’immaginario occidentale, altro non è se non la prosecuzione di quella Unione Sovietica che aveva dato del filo da torcere agli Stati Uniti lungo tutto il periodo della c.d. “guerra fredda”.
Per questo il conflitto in corso è “mondiale”, potendosi anche considerare come quel “finale caldo di partita” che finora era stato scansato per la minaccia di Mutua Distruzione Atomica Assicurata, ma che adesso potrebbe anche non essere più evitabile.
Proprio per questo gli Stati Uniti ci vanno dentro con mano leggera senza inviare “scarponi sul terreno” (come hanno fatto in Vietnam, Afghanistan e Iraq) e senza applicare la “no fly zone” (come nel caso della Serbia e della Libia) per il pericolo che Putin finisca per utilizzare (come ha minacciato), se aggredito sul territorio nazionale, anche armi atomiche “tattiche”, dove però non si sa bene dove il “tattico” finisca.
Così Biden, che ha riportato a casa i soldati americani dall’Afghanistan, non sembra avere nessuna voglia di passare alla storia come il presidente che ha fatto entrare gli USA nella Terza guerra mondiale, ben consapevole (come ha detto in televisione il 10 febbraio 2022) che «se russi e americani iniziano a spararsi addosso, quella è una guerra mondiale» (cit. in “Limes“, 2022, n. 2).
Comunque anch’io mi ero accontentato di una simile interpretazione delle forze in campo in chiave, per così dire, “geopolitica”, finché non ho avuto modo di leggere il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2022) che mi ha costretto ad adottare una diversa linea d’interpretazione che qui non posso far altro che riportare (con qualche aggiunta in più, mi auguro).
Considero infatti questo libro meritevole della più grande attenzione, anche se lo ritengo malfatto perché “assemblato” con scritti e interviste già pubblicati ed incollati insieme e non invece “pensato” dall’inizio alla fine, così che gli argomenti si rincorrono e si ripetono pure ed un tema decisivo come quello delle sanzioni economiche sì trova inaspettatamente relegato in appendice!
Purtuttavia in interventi successivi gli autori hanno precisato la loro interpretazione come se progressivamente avessero preso consapevolezza della importanza della loro tesi sulle forze effettive che spingono alla guerra in corso.
2) Il ragionamento di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli procede secondo linee rigorosamente en marxiste, dato che «oggi, più che in passato, il capitale si trova costretto ad interrogarsi su sé stesso, sulla sua potenza e sulla sua stessa fragilità riproduttiva e così cade nella tentazione di riflettersi nell’impietoso specchio analitico marxiano».
In particolare, viene riesumato il grande tema della “centralizzazione del capitale“ che, a differenza della “concentrazione“ che si verifica quando si reinvestono i profitti dentro l’impresa, si presenta quando un capitale più grosso ingloba (Marx parla più esattamente di «esproprio») un capitale più piccolo.
I motori di questa centralizzazione sono per Marx la «lotta della concorrenza che vede prevalere i capitali più grossi» ed il sistema del credito che consente ai capitali che vi hanno accesso di presentarsi sul mercato con una “potenza di fuoco” superiore a quella dei capitali ai quali, per varie ragioni, il credito è lesinato, se non addirittura negato, così che il credito finisce per operare come «un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali» (per questo la politica monetaria del banchiere centrale è decisiva per il suo andamento, come poi si dirà).
Di questa centralizzazione dei capitali nel libro si tenta addirittura una quantificazione empirica con la tecnica del network control sulla quale non mi pronuncio ma di cui raccolgo il risultato: che ormai nel mondo non ci sono che “oligarchi” se l’80% dei ricavi operativi delle società transnazionali è nelle mani (ma meglio sarebbe dire: nelle tasche) di «appena 737 azionisti a livello mondiale» (p. 107) e sebbene siano gli oligarchi russi a godere della peggior fama, ce ne sono anche cinesi, arabi, inglesi e americani, così che «se noi parliamo tanto di oligarchi vicini al Cremlino, tecnicamente parlando il capitalismo americano è il più oligarchico di tutti».
Al proposito consiglio di leggere Giga-capitalisti di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2022) dove si narrano le “fortune”, come è proprio il caso di dire, di quattro oligarchi come Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, che però oligarchi non si possono dire solo perché sono “made in USA“!
Comunque, la tesi più importante del libro, che è anche la più politicamente intrigante, sta nel fatto che, come detto nella introduzione, se dopo la fine della guerra fredda il mondo si era ritrovato miracolosamente “tutto uno” come era stato all’inizio del XX secolo, ed a guida esclusivamente americana (da cui quell’Impero immaginato da Hardt e Negri nel 2001), lo sviluppo successivo della globalizzazione dei mercati e dei capitali lo ha riportato a trovarsi nuovamente “due” dove «da un lato c’è il vecchio blocco imperialista definibile “dei debitori”, a guida americana e anglosassone e con l’Europa al traino impegnati a difendere una infiacchita egemonia con tutti i mezzi possibili..., mentre dall’altro c’è un emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che, coinvolge russi e vari asiatici e registra una indubbia fase di ascesa» (p. 11).
Come si siano formati questi due “blocchi imperialisti” del debito e del credito nel libro non è detto, ma è facile dimostrarlo: è stata la conseguenza avvelenata dello straordinario sviluppo dello scambio internazionale di merci dovuta, ben più che alla scomparsa dell’URSS nel 1991, all’ingresso della Cina, che pure era rimasta “comunista”, nella Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO) nel 2001, che ne ha esaltato la capacità di esportazione di manufatti prodotti in massa e a costi stracciati in patria.
Vigenti le regole del libero scambio gli Stati Uniti sono stati letteralmente inondati dalle importazioni “made in China”, finendo per ritrovarsi con un disavanzo commerciale che hanno saldato nella loro moneta (il dollaro, che è il denaro universale perché accettato da tutti), che però la Cina non ha trattenuto presso di sé in forma liquida, ma ha restituito agli USA in cambio dei loro titoli di credito, sia pubblici che privati, perché fruttavano dividendi e interessi.
È stato così che alla fine gli Stati Uniti sono diventati, oltre che importatori netti di merci, anche debitori di capitali, mentre la Cina, che esportava merci, è diventata creditrice di capitali.
Né il fenomeno è rimasto confinato ai manufatti, perché anche materie prime come il gas e il petrolio sono oggetto di commercio internazionale, così che pure i paesi arabi e la Russia sono diventati esportatori netti, soprattutto verso la neonata Unione Europea che è priva di fonti energetiche, e con quel loro avanzo commerciale hanno acquistato titoli di credito privati e pubblici in euro o in dollari, diventando pure a loro volta creditori di capitali.
È quasi un teorema: i paesi che sono esportatori al netto di merci finiscono per essere creditori, mentre quelli che importano al netto si riducono a debitori.
Una tabella in fondo al volume (ma perché solo a p. 233 e appena prima dei “Ringraziamenti“?) elenca le singole posizioni finanziarie nazionali sull’estero per l’anno 2021, da cui risulta che sono a debito gli Stati Uniti per l’iperbolica cifra di 18.124 miliardi di dollari, con al seguito Gran Bretagna, Australia, Messico e Brasile, mentre a credito ci stanno Cina, Giappone, Canada, Arabia Saudita e Russia.
L’Unione Europea come tale non c’è, non avendo una posizione finanziaria unica sull’estero, ma da altra fonte (A. Iero, Usa vs. Russia (e Cina): debito di guerra o guerra del debito?, “Econopoly“, 6 giugno 2022) apprendo che la Germania è a credito insieme a Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia e (nel suo piccolo) l’Italia, mentre a debito ci sono Francia, Spagna, Irlanda, Grecia, Polonia e Portogallo. E con questo le squadre in campo sono riconosciute.
3) La competizione tra questi due capitalismi del credito e del debito è determinata anche, come s’è accennato, dalle decisioni monetarie delle banche centrali, della Federal Reserve soprattutto a cui gli altri banchieri centrali non possono, prima o poi, che adeguarsi.
E la FED si affida per le decisioni da prendere sul tasso d’interesse ad una formula algebrica “oggettiva” (che è detta “regola di Taylor” dal nome dell’economista che per primo l’ha formulata nel 1993) che collega il tasso d’interesse nominale alla variazione del livello dei prezzi (inflation gap) per il tramite del rapporto del reddito effettivo su quello potenziale (output gap).
Al di là del tecnicismo ne segue che in caso d’inflazione la FED deve alzare il tasso d’interesse ed abbassarlo invece in caso di deflazione. Ma tutto questo non era già noto? Certo che sì, solo che adesso lo decide un algoritmo e non la volontà politica, pur sempre soggettiva, del banchiere centrale di turno.
Peccato però che questa fenomenale “regola di Taylor” non operi soltanto sui prezzi. Se infatti nel caso d’inflazione l’aumento del tasso d’interesse riduce gli investimenti a venire perché li rende più costosi, e quindi comprime l’occupazione, i salari, i consumi ed infine la domanda effettiva così che i prezzi calano, quello stesso aumento del tasso d’interesse fa però diminuire anche il valore attuale dei capitali già investiti che, per una semplice formula di matematica finanziaria, si determina sulla base dai loro rendimenti futuri scontati per il tasso d’interesse corrente così che, se quest’ultimo aumenta, il loro valore al presente diminuisce (a meno che non si prevedano aumenti dei rendimenti che restano comunque futuri e incerti).
È questa la maggior critica che proprio Brancaccio, insieme a Giuseppe Fontana, ha mosso alla “regola di Taylor” opponendole invece un “principio di solvibilità” in un saggio importante (Solvency rule versus Taylor Rule, in “Cambridge Journal of Economics“, 2013) che non ha ricevuto adeguata attenzione.
Ma proviamo a spiegarci: alla verifica dei fatti la “regola di Taylor” più che sui prezzi a venire agisce sulla solidità finanziaria (possiamo chiamarla “resilienza”?) dei capitali in essere, mettendo in difficoltà quelli che in prospettiva avranno peggiori rendimenti ed indebolendoli fino al punto del fallimento oppure di essere “scalabili” da parte di capitali più forti.
Ecco perché il banchiere centrale con la sua manovra sul tasso d’interesse si ritrova a «governare la solvibilità che regola la conflittualità tra i capitali e con essa il ritmo della centralizzazione» (p. 87), che altro non è se non la conseguenza dell’«inesorabile conflitto interno alla classe capitalista tra i capitali a rischio d’insolvenza e acquisizione che lottano per la sopravvivenza e i capitali forti e solvibili che dalla centralizzazione trovano sempre maggior forza e potere» (p. 79-80).
Ma c’è anche di peggio perché «questa lettura innovativa del ruolo della banche centrali si applica non solo ai capitali che costituiscono le banche e le imprese private, ma pure agli Stati nazionali e ai movimenti di capitale internazionali, (così) che il banchiere centrale finisce per operare anche come “regolatore” di un conflitto tra Stati sovrani» (p. 87) facendo così trapassare la geopolitica, che oggi va tanto di moda, in geoeconomia che invece non va ancora di moda.
Ma la Federal Reserve è consapevole di tutto questo? Sembrerebbe di sì se dopo la grande crisi del 2009-2010, e per diversi anni, ha fatto l’interesse del capitale “a debito” americano adottando una politica monetaria più che accomodante spinta fino all’estremo di un tasso d’interesse prossimo allo zero pur di alleggerire il suo rischio di insolvenza, e, ciò nonostante, le proteste dei risparmiatori, sia nazionali che esteri, che non si vedevano remunerare a sufficienza i loro investimenti.
Una simile manovra monetaria è però alla lunga controproducente perché “surriscalda” i prezzi, e quando questi si sono palesemente innalzati, ha ripreso piede la “regola di Taylor” ed il tasso d’interesse è stato aumentato a partire dal 2016 (vedi T. Iero, Banche centrali, tassi di interesse e inflazione, “Maggio filosofico”, marzo 2023), facendo precipitare i capitali “a debito” lungo la china dell’insolvenza, dei fallimenti e dei salvataggi da parte di qualche “cavaliere bianco” nazionale oppure straniero che, alla maniera di avvoltoi, non vedono l’ora di poter banchettare con la carcassa delle loro prede.
A difendere i propri capitali “a debito” che altro restava agli Stati Uniti se non riesumare quel vecchio e discusso strumento di difesa commerciale che sono i dazi all’importazione delle merci altrui?
Così a Davos nel 2017 è stato curioso vedere il presidente americano Trump proclamarsi protezionista a tutto campo, mentre il comunista presidente cinese Xi si ergeva a paladino del libero scambio, con uno sconvolgete scambio di ruoli!
Però il maggior pericolo per una solvibilità indebolita dall’aumento del tasso d’interesse, più che dalle merci sta nei movimenti di capitale rispetto ai quali i dazi non sono sufficienti. Ed ecco che ad essi si sono dovuti aggiungere le sanzioni e gli embarghi che impediscono i movimenti di denaro e addirittura di persone tra le nazioni che si considerano “indesiderate”.
Le sanzioni sono un severo provvedimento di guerra commerciale («guerra di banditi» secondo Carl Schmitt, rispetto alla «guerra di eroi» sui campi di battaglia) utilizzato per punire le violazioni alle norme economiche imposte da uno Stato ad un altro per piegarlo alla propria volontà e da tempo gli Stati Uniti le hanno applicate ai danni dei cosiddetti “Stati canaglia”, come la Corea del Nord, Cuba, il Venezuela, l’Iran e dal 2014 anche la Russia, e abusandone al punto (366 volte dal 1950 al 2019) che ormai ci sono data-base in rete ed anche un manuale di istruzione Threat and Imposition of Economic Sanctions (TIES) Data 4.0 del giugno 2013 per poterle riconoscere tutte (cfr. p. 201).
Ma nemmeno questo è bastato se il meccanismo sanzionatorio è stato esteso anche ai paesi terzi che intendessero commerciare con quelli “sanzionati” da Washington, giusta la nuova regola introdotta da Janet Yellen – segretario al Tesoro americano ma già presidente della Federal Reserve – del friend-shoring, che sta ad indicare che gli USA intenderanno fare affari soltanto con i «paesi fidati», che sono quelli «in sintonia con la nostra geopolitica»; e «sia chiaro che la coalizione serrata dei paesi sanzionatori non sarà indifferente alle azioni che minano le sanzioni che abbiano messo in atto» (p. 209) – come ha provato sulla propria pelle la Germania quando si è vista sabotare (quali che ne siano stati gli effettivi esecutori) due gasdotti Nord Stream che la rendevano “energeticamente” troppo dipendente dalla Russia “canaglia”.
4) È su questo scenario economico internazionale già intaccato dal «protezionismo dei debitori occidentali» (p. 12) che è precipitata l’aggressione militare russa all’Ucraina nel 2022.
Ma come interpretarla? Per gli autori del libro niente affatto come «una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito» (p. 11), ma piuttosto come «il simbolico compimento di una fase cominciata molto tempo addietro di de-globalizzazione già manifesta e di preparazione della guerra imperialista in senso stretto, una guerra che vede contrapposte non banalmente l’Ucraina e la Russia, ma più in generale i blocchi di Stati ruotanti intorno alle economie statunitense e cinese, rispettivamente debitrice e creditrice del mondo» (p. 200-201).
Si tratterebbe insomma di una guerra sintomatica di movimenti finanziari profondi che sarebbe «esplosa non semplicemente per conquistare territorio ma per stabilire le regole imperiali del futuro» (p. 12), e cioè per «la sopravvivenza o la cancellazione delle regole del circuito militar-monetario internazionale fino ad oggi continuamente scritte e riscritte a piacimento dai soli Stati Uniti e dai lori alleati e subite da tutti gli altri» (p. 154) e dalle potenziali conseguenze imprevedibili, proprio come fu la Serbia per la Grande Guerra o la Polonia per la Seconda guerra mondiale.
Ovviamente qui non si tratta di parteggiare per l’uno o l’altro dei due combattenti ed al proposito gli autori sono perentori: «assegnare all’imperialismo degli Stati Uniti e dei loro alleati il ruolo di baluardo delle libertà civili e politiche sta diventando semplicemente grottesco, così come cercare nella ferocia capitalistica della oligarchia russa tracce residue del grande assalto al cielo dell’Ottobre rosso è qualcosa di persino più inverecondo» (p. 14).
Qui si tratta di riconoscere le forze economiche impersonali che muovono alla “guerra capitalista” e provare a disinnescarle (vedi l’appello di Emiliano Brancaccio con Robert Skidelsky e altri, Le condizioni economiche della pace pubblicato dal “Financial Times” che si può leggere in italiano su “Econopoly“, 17.2.2023).
Restando io comunque consapevole, dopo Galilei, che le cose non sono mai come appaiono, che l’impressione di realtà può essere ingannevole e che il Sole non gira attorno alla Terra bensì viceversa.
Fonte
31/08/2023
[Contributo al dibattito] - Modelli di organizzazione economica e conflitti militari. Note in margine a "La guerra capitalista"
Nel volume La guerra capitalista, gli autori Brancaccio, Giammetti e Lucarelli (2022) sostengono che alle radici delle recenti tensioni internazionali vi siano gli imponenti processi di centralizzazione dei capitali che hanno caratterizzato l’ultimo trentennio, e la sempre più marcata tendenza del fenomeno a travalicare i confini degli schieramenti geo-politici. I paesi usciti vincitori dalla competizione sui mercati globali (in particolare Cina, paesi arabi e Russia) starebbero usando i saldi attivi in dollari accumulati negli anni scorsi per ‘scalare’ la proprietà dei capitali americani, e il governo degli Stati Uniti starebbe reagendo a questa minaccia con variegate restrizioni all’ingresso dei capitali stranieri nella proprietà dell’industria nazionale e con misure protezionistiche di politica commerciale. Secondo il punto di vista degli autori, questo conflitto economico starebbe generando una spirale di ritorsioni a catena, moltiplicando in tal modo il rischio di veri e propri conflitti militari. Questo modello interpretativo viene messo a confronto con le principali interpretazioni concorrenti circa il ruolo degli interessi materiali nella genesi dei conflitti militari, e si discutono alcune interessanti implicazioni dell’analisi rispetto al problema del design delle istituzioni di regolazione delle relazioni economiche internazionali.
Un elemento comune a molte delle narrazioni dell’impetuoso ritorno dei venti di guerra in Europa è l’adesione dei commentatori ai canoni della drammatizzazione romanzesca o cinematografica, con il focus interamente centrato sul conflitto tra personalità connotate in senso moralistico: paladini della libertà versus autocrati fanatici, oppure ‘denazificatori’ versus persecutori di minoranze etniche.
Trame costruite cioè – indipendentemente dalle simpatie personali del commentatore di turno – attorno alla dialettica tra un eroe con cui identificarsi e un antieroe disegnato con l’obiettivo di fare da bersaglio dell’esecrazione collettiva (un “capro espiatorio”, per dirla con Girard). La conseguenza più grave di questo approccio è stato il sostanziale occultamento dei conflitti di natura economica e la scomparsa delle questioni di carattere ‘strutturale’ dal quadro interpretativo proposto all’opinione pubblica.
A questo cliché si sottrae decisamente La guerra capitalista di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli (d’ora in avanti BGL). Sin dalle prime pagine, gli autori esplicitano una scelta di campo metodologica di segno opposto, dichiarando di voler “sgombrare il campo dalle consuete, opposte mistificazioni idealistiche” e “riportare alla luce una complessa catena di fatti materiali” (Brancaccio et al., 2022, p. 12) che spingerebbe verso un inasprimento delle relazioni internazionali, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli attori individuali e collettivi in campo. Il filo rosso attorno a cui è costruito il volume è infatti l’idea che le regole determinate dall’assetto di organizzazione della produzione vigente forniscano agli attori individuali e collettivi potenti incentivi all’adozione di politiche commerciali e finanziarie ‘aggressive’, generando una spirale di ritorsioni a catena e moltiplicando il rischio di veri e propri conflitti militari.
Non si tratta di un approccio inedito. Sebbene la storia del pensiero economico sia stata lungamente egemonizzata da apparati concettuali che negano la rilevanza degli interessi materiali ai fini dell’esplosione dei conflitti bellici,[1] esiste invece una prestigiosa tradizione di studi che hanno attribuito un ruolo esplicativo chiave alle modalità di funzionamento dell’organizzazione produttiva o a specifici assetti della regolazione delle relazioni commerciali e finanziarie internazionali. In un noto pamphlet scritto durante il primo conflitto mondiale, Lenin aveva sottolineato come la peculiare configurazione assunta dall’organizzazione produttiva nei decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, in particolare il consolidarsi di grandi monopoli nei settori trainanti dell’economia e l’intreccio sempre più inestricabile tra banca e industria, spingesse le potenze imperiali dell’epoca a competere con tutti i mezzi, comprese le armi, per la conquista di fonti di materie prime e di mercati in cui investire i capitali che non trovavano sbocchi sufficientemente redditizi nella madrepatria. E qualche anno più tardi, nell’analizzare le tensioni internazionali che avrebbero fatto da brodo di coltura del secondo conflitto mondiale, Keynes e Polanyi avevano attribuito un ruolo esplicativo cruciale alle regole della competizione economica internazionale, in particolare alla miscela – a loro dire esplosiva – di laissez-faire e regime monetario a base aurea.
La guerra capitalista si muove nel solco di questa nobile tradizione. Più in particolare, BGL scelgono di leggere i conflitti del presente alla luce di una categoria analitica tratta dall’apparato concettuale marxiano: la centralizzazione dei capitali. Come si vedrà, si tratta di una categoria lungamente trascurata nel dibattito, ma che gli autori considerano una lente di straordinaria efficacia per mettere a fuoco alcune tendenze dinamiche caratteristiche del capitalismo contemporaneo.
In questo saggio, proveremo innanzitutto a ricostruire lo schema interpretativo proposto da BGL nel contributo in oggetto (§ 1); in secondo luogo, metteremo tale schema a confronto con le principali interpretazioni concorrenti circa il ruolo degli interessi materiali nella genesi dei conflitti militari, provando quindi a valutarne comparativamente la capacità esplicativa (§ 2); infine, proveremo a sollevare alcuni interrogativi che, a nostro modo di vedere, il volume implicitamente pone agli studiosi, in particolare a quelli impegnati nel dibattito sulle grandi questioni di teoria e storia delle istituzioni monetarie (§ 3).
1. Centralizzazione capitalistica e fratture geopolitiche
Nella ricostruzione dei tratti caratteristici della dinamica del capitalismo contemporaneo, BGL attribuiscono una valenza euristica centrale ad una categoria tratta dallo strumentario analitico marxiano: la centralizzazione dei capitali. Molto semplicemente, Marx riteneva che la mano invisibile del mercato plasmasse la struttura del sistema economico non nel senso del livellamento delle forze, ma piuttosto nel senso dell’approfondimento delle asimmetrie. I capitali che per qualche motivo (dimensione, egemonia tecnologica, basso costo delle risorse produttive o altro) riescono ad assicurarsi dei vantaggi nella competizione diventano progressivamente più forti, mentre quelli più deboli fanno fatica a mantenere i conti in equilibrio e sono costretti a ricorrere all’indebitamento per sopravvivere. La costellazione di posizioni di credito e debito prodotta da questa lotta interna alla classe proprietaria determina, a lungo andare, una spontanea tendenza verso la centralizzazione del controllo dell’attività produttiva: i capitali forti spazzano via dal campo i capitali più deboli, o li assorbono a colpi di fusioni e acquisizioni. “Il controllo dei capitali tende a concentrarsi sempre di più nelle mani dei pochi vincitori della guerra di mercato” (Brancaccio et al., 2022, p. 20).
L’esistenza di una propensione tendenziale del capitalismo verso la centralizzazione è stata sistematicamente negata, con argomenti variegati, dalla teoria economica mainstream. In questo filone di pensiero è sempre prevalsa l’idea che, accanto ai fallimenti, alle bancarotte e alle acquisizioni dei piccoli ad opera dei grossi, esista anche un contro-movimento spontaneo del sistema che continuamente crea nuovo capitale, nuova imprenditoria, nuova concorrenza, bilanciando quasi magicamente le tendenze centralizzatrici (Brancaccio et al., 2022, p. 24). Questa certezza granitica è stata tuttavia significativamente incrinata dall’osservazione delle linee di tendenza relative all’ultimo trentennio. Gli autori citano ad esempio un saggio pubblicato nel 2018 su The Economist, dove la legge marxiana della centralizzazione viene giudicata “[…] una descrizione ragionevole del mondo degli affari plasmato dalla globalizzazione e da internet. Le più grandi aziende del mondo non solo stanno diventando più grandi in termini assoluti, ma stanno anche trasformando un numero enorme di aziende più piccole in mere appendici” (Brancaccio et al., 2022, p. 27).
Gli autori rilevano tuttavia che, a fronte di un’abbondante aneddotica, esistono in letteratura pochi tentativi di “mettere la centralizzazione alla prova dei dati”, e trovano inoltre che quei pochi siano viziati da serie fallacie di carattere metodologico. BGL citano al riguardo uno studio di De Grauwe e Camerman (2002), che misurano la centralizzazione con il peso economico delle multinazionali in rapporto al Pil dei paesi che le ospitano e ne interpretano la tendenza declinante come una prova della fallacia della legge di tendenza evocata da Marx. BGL considerano però la misura usata da De Grauwe e Camerman inadeguata a misurare il fenomeno della centralizzazione, se propriamente intesa nel senso indicato da Marx. Per Marx, infatti, la centralizzazione può avvenire non solo tramite l’uscita dal mercato dei capitali deboli e/o tramite l’acquisizione da parte dei capitali forti, ma anche “mediante concentrazione del controllo del capitale al di là dei mutamenti del rapporto proprietario” (Brancaccio et al., 2022, p. 100). Inoltre, la rete di controllo può estendersi non solo sul territorio nazionale, ma anche all’estero. Insomma, poiché la centralizzazione travalica i confini delle singole compagini societarie e delle singole giurisdizioni territoriali, gli indicatori costruiti in base a delimitazioni fondate sui rapporti proprietari e sulla appartenenza a una giurisdizione politica possono dirci poco al riguardo.
BGL provano a superare questi problemi metodologici mutuando strumenti tratti dalla letteratura sulle reti complesse, un filone della teoria della complessità esploso negli ultimi anni e già applicato con successo ad altri ambiti dell’analisi economica (rapporti import-export tra paesi, reti produttive, reti interbancarie). Questa metodologia permette di ricostruire la reale distribuzione del potere di controllo delle aziende, nonché di misurarne la concentrazione attraverso un indicatore definito network control (Brancaccio et al., 2022, pp. 103-107). I risultati ottenuti da BGL ricostruendo la dinamica di tale indicatore nell’arco di tempo che va dal 2001 al 2016 sono di straordinario interesse: nell’intervallo oggetto dell’analisi, l’80% del capitale azionario globale è stato sotto il controllo di una percentuale variabile tra l’1 e il 2% degli azionisti, e soprattutto tale percentuale ha fatto registrare un trend di progressiva riduzione, trend intensificatosi significativamente a partire dalla recessione globale del 2007 (Brancaccio et al., 2022, pp. 115-116).
Il passo successivo del volume consiste nel passare al setaccio dell’analisi alcuni filoni di letteratura che attribuiscono alla centralizzazione dei capitali un ruolo di un certo rilievo nel determinare alcune linee di tendenza caratteristiche del capitalismo contemporaneo: la crescente vulnerabilità delle economie alle crisi, una certa propensione all’involuzione delle istituzioni politiche in senso antidemocratico, l’acuirsi delle tensioni nelle relazioni internazionali. In questo saggio non discuteremo dell’impatto della centralizzazione sull’instabilità macroeconomica, questione di cui gli autori ammettono la natura assai controversa,[2] e trascureremo anche l’analisi della ricaduta della centralizzazione sulla stabilità delle istituzioni liberal-democratiche, che nel volume occupa un ruolo marginale.[3] Concentreremo invece l’attenzione sull’impatto che, a giudizio degli autori, la centralizzazione eserciterebbe sulle relazioni internazionali, questione che costituisce il cuore tematico del volume.
L’idea di BGL è che la centralizzazione innesca dinamiche molto diverse a seconda che operi all’interno di circoscrizioni territoriali caratterizzate da forme più o meno profonde di integrazione istituzionale oppure tenda a travalicare “i consueti perimetri geopolitici”. Nel primo caso, il conflitto tra i capitali ‘forti’ e i capitali ‘deboli’ viene canalizzato verso i tradizionali dispositivi di mediazione tra gli interessi dei diversi attori in gioco previsti dai relativi assetti istituzionali (parlamenti nazionali, parlamenti federali, banche centrali, autorità antitrust, ecc.). Quindi il processo di centralizzazione “può anche subire interruzioni e contraccolpi”, ma in generale si svolge senza significative ‘rotture’ (Brancaccio et al., 2022, p. 10). Nel secondo caso, invece, niente può escludere che – in assenza di consessi dove far valere i propri interessi – i capitali deboli cerchino di difendersi dall’assorbimento altrui mediante strategie implicitamente o esplicitamente ‘aggressive’: guerre valutarie, guerre commerciali, fino ad arrivare alle guerre propriamente dette.
Questo modello interpretativo induce gli autori a leggere il conflitto russo-ucraino in una luce assai diversa rispetto alla narrazione mainstream: non come episodio a sé stante, frutto avvelenato della peculiarità delle storie svoltesi a cavallo del Dnepr e dell’incompatibilità reciproca dei ‘caratteri nazionali’ che quelle storie hanno gradualmente forgiato; ma piuttosto una tessera di un mosaico più complesso, che può essere afferrato solo sollevando l’occhio dal microscopio puntato sull’Ucraina e orientando lo sguardo sullo scenario globale, cioè provando a fare il punto sull’esito della competizione economica che ha caratterizzato l’ultimo trentennio e a valutare lo stato delle cose che ci ha lasciato in eredità.
Secondo BGL, per comprendere questa fase storica bisogna partire da un fatto che l’opinione pubblica occidentale fa fatica a riconoscere e a razionalizzare: gli Stati Uniti, dopo aver propugnato la grande stagione della globalizzazione dei mercati, ne sono usciti inopinatamente sconfitti. Il capitale americano sta infatti subendo gli effetti di uno storico declino di competitività internazionale, plasticamente documentato dalla sequela ininterrotta di disavanzi della bilancia commerciale degli Stati Uniti dal 1977 ad oggi. Questo declino si traduce in una posizione di pesante debito verso l’estero: gli Stati Uniti hanno ormai accumulato una posizione passiva netta verso l’estero di un ammontare pari a circa il 60% del PIL (Brancaccio et al., 2022, pp. 153 e 164). A questi debiti corrispondono specularmente i crediti dei vincitori della stagione della globalizzazione. “Sono i capitalisti cinesi, in primo luogo, ma anche del Sud-Est asiatico, del Medio Oriente, e in misura minore pure russi” (Brancaccio et al., 2022, p. 165).
Questa strutturale asimmetria tra creditori e debitori mette fatalmente in gioco il controllo del capitale da parte dei debitori. Infatti,
Negli anni, i grandi creditori [...] hanno accumulato denaro, e adesso hanno sempre più voglia di usarlo: non solo per erogare prestiti all’occidente indebitato, ma anche e soprattutto per acquisire capitale occidentale. I capitalisti cinesi, asiatici, arabi e anche russi coltivano cioè da tempo il desiderio di usare la moneta accumulata per comprare azioni di aziende americane, britanniche, francesi, e così via. Magari anche i pacchetti di controllo di quelle aziende, per assorbirle e dominarle (Brancaccio et al., 2022, p. 165).Si tratta di uno snodo delicatissimo ai fini dell’armonia delle relazioni internazionali. Per scongiurare il pericolo di essere ‘scalati’ dal capitale asiatico, arabo e russo, gli Stati Uniti (e alcuni suoi storici alleati che versano in situazioni analoghe, come Regno Unito e Francia) devono infatti rovesciare il segno del proprio saldo commerciale, e non dispongono di molte alternative per realizzare tale obiettivo: comprimere i costi di produzione (e quindi il tenore di vita dei lavoratori occidentali) o aprirsi sbocchi commerciali con mezzi variamente ‘aggressivi’ (protezionismo valutario e commerciale, espansione militare). In sostanza, la scelta è tra acuire i conflitti interni o quelli internazionali.
Nell’ultimo quindicennio gli Stati Uniti si sarebbero decisamente orientati verso il protezionismo, prima con una politica monetaria estremamente espansiva (il cosiddetto Quantitative Easing) e poi con un ritorno in grande stile di dazi commerciali e restrizioni all’ingresso dei capitali esteri nelle imprese che operano nella fascia ‘alta’ delle catene globali del valore (in particolare nel comparto ICT). Al riguardo, gli autori tengono a sottolineare come la narrazione mainstream, che associa la deriva protezionistica americana alla ‘parentesi’ della presidenza Trump,[4] sia fallace: i dati indicherebbero infatti che questo trend sia stato inaugurato immediatamente dopo la crisi del 2008, in corrispondenza con la presidenza Obama,[5] e che si sia ulteriormente rafforzato durante la presidenza Biden (Brancaccio et al., 2022, pp. 206-207). Il cosiddetto friend-shoring delle catene di approvvigionamento, recentemente invocato dalla segretaria del Tesoro in carica Janet Yellen come misura per recuperare autonomia geopolitica nei confronti di regimi illiberali o guerrafondai (Yellen, 2022), sarebbe in realtà una prassi già consolidata da tempo, legittimata da un sostanziale consenso bipartisan, e il suo reale obiettivo sarebbe la difesa del capitale americano dal processo di centralizzazione che minaccia di fagocitarlo.
Il problema è però che il ‘blocco dei creditori’ può a sua volta reagire al protezionismo dei debitori riarmandosi e spostando la competizione sulla dimensione ‘militare’ (Brancaccio et al., 2022, p. 213). Gli autori suggeriscono che nell’ultimo quindicennio lo scenario delle relazioni internazionali si sia andato muovendo decisamente in questa direzione. Gli eccezionali tassi di crescita della spesa militare fatti registrare dai paesi creditori nell’ultimo ventennio appaiono un significativo indizio in tal senso: sembra cioè che i paesi usciti vincitori dalla competizione globale si stiano consapevolmente preparando ad una nuova fase delle relazioni economiche internazionali, in cui la possibilità di usare i dollari accumulati per acquisire i capitali occidentali sarà sempre più legata alla capacità di ‘minaccia’ nei confronti dei paesi debitori.
Una volta collocato in questo quadro analitico, il conflitto russo-ucraino andrebbe quindi letto in una luce piuttosto diversa rispetto alle narrazioni egemoni nel dibattito. Si tratterebbe cioè solo di un episodio di una contesa di carattere più generale, il cui vero oggetto sono le regole della competizione economica internazionale. Il ‘blocco dei creditori’ starebbe in sostanza mettendo in discussione il diritto degli Stati Uniti e dei loro alleati di saltare disinvoltamente dal libero-scambismo al protezionismo in base alle proprie convenienze del momento, e quindi di ‘congelare’ i dollari usati fino ad oggi dagli USA per accedere a materie prime e manufatti industriali e ora nelle mani dei suoi fornitori (Brancaccio et al., 2022, p. 12). Non è un caso che Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese ponga esplicitamente, come condizione per il rilancio della diplomazia nei teatri di guerra, che gli Stati Uniti smettano “di frenare lo sviluppo della Cina bloccando esportazioni e investimenti” (Brancaccio et al., 2022, p. 213).
Si tratta ovviamente di un gioco che va facendosi di giorno in giorno più pericoloso. A dispetto del fatto che i singoli capitalisti vedano ovviamente la pace come una condizione più favorevole alla realizzazione dei propri obiettivi, la complessa catena di azioni e reazioni innescata dalla tendenza alla centralizzazione sospinge l’intero sistema verso una drammatica eterogenesi dei fini (Brancaccio et al., 2022, pp. 152-53, 164), verso una guerra in senso proprio, “fatta non più solo di dazi, sanzioni e mancate acquisizioni, ma anche di bombe e movimenti di truppe” (Brancaccio et al., 2022, p. 213).
L’idea che la frattura geopolitica in essere sia situata in corrispondenza della linea che separa creditori e debitori, seppur intrigante, è probabilmente il punto più debole della ricostruzione di BGL. Alcuni tra i paesi caratterizzati da una posizione finanziaria netta sull’estero attiva particolarmente ‘robusta’ (Giappone, Taiwan, Germania, Corea del Sud, Olanda, Norvegia, Singapore) hanno infatti aderito alla linea delle sanzioni economiche contro la Russia dettata dagli Usa, e nel conflitto risultano quindi inequivocabilmente posizionati sul lato ‘occidentale’ dello schieramento. È dunque evidente che il puzzle delle ‘affiliazioni’ non può essere spiegato esclusivamente sulla base della posizione finanziaria netta sull’estero. La storia e la geopolitica pesano probabilmente in questa vicenda molto più di quanto BGL siano disposti ad ammettere. Ad esempio, difficile pensare che lo status di ‘potenze sconfitte’ di Germania e Giappone (e le significative limitazioni di sovranità che ne sono conseguite) non implichi ipoteche pesanti sulla relativa autonomia strategica,[6] così come appare irrealistico che la contiguità spaziale (con il suo inevitabile portato di conflitti legati a rivendicazioni territoriali) non condizioni il posizionamento strategico di Taiwan, Giappone e Corea del Sud.[7]
Tuttavia, se è vero che un modello eccessivamente parsimonioso come quello proposto nel volume in oggetto non riesce a spiegare in maniera soddisfacente la ‘geografia delle affiliazioni’, va anche detto che BGL portano alla luce un aspetto indiscutibilmente rilevante: difficile infatti negare che la questione del ‘potere di comando’ dei saldi attivi in dollari accumulati dalla Cina abbia un ruolo chiave nella tettonica che muove le strategie dei principali attori geopolitici.
Del resto, studiosi attenti alle interazioni tra dimensione economica e geopolitica avevano segnalato in tempi non sospetti i rischi legati al dilatarsi dell’esposizione debitoria degli Usa nei confronti della Cina. Già nel 2005, commentando la vicenda Unocal, Krugman (2005, mia traduzione) avvertiva che fosse nella natura delle cose che, prima o poi, “I cinesi non si sarebbero più accontentati del ruolo di finanziatori passivi, e avrebbero reclamato quel potere che solo la proprietà può dare”, intravedeva lucidamente in quell’episodio l’avvisaglia di una imminente competizione strategica per le risorse scarse del pianeta e qualificava come ineluttabile una svolta protezionistica nella politica degli Usa nei confronti della Cina.[8] E di lì a poco Arrighi, nel fortunato Adam Smith a Pechino, dopo aver sottolineato l’incongruenza tra comprare merci dalla Cina e contestarne il diritto di spendere i dollari incassati nell’acquisto di una multinazionale americana, avrebbe rilevato la veemente retorica anticinese suscitata dalla vicenda e manifestato le sue preoccupazioni circa l’influenza che quell’atmosfera politico-culturale rischiava di esercitare sulle scelte geopolitiche degli Usa (cfr. Arrighi, [2007] 2008, pp. 309-344).
2. Asimmetrie economiche, ‘regole del gioco’, e guerra nelle tradizioni di pensiero eterodosse
La ‘catena logica’ su cui BGL fondano la propria analisi dell’imperialismo contemporaneo è costruita su nessi teorici tratti dalla tradizione marxista. Il pensiero corre spontaneamente al noto saggio di Lenin sull’imperialismo, cui non a caso è dedicato un momento importante del volume. È quindi di un certo interesse mettere a confronto le due visioni, in modo da valutarne punti di contatto e differenze.
La catena logica di Lenin parte dall’idea marxiana della dinamica fondamentalmente asimmetrica prodotta dallo sviluppo capitalistico. “Nel capitalismo sono inevitabili la diseguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi” (Lenin, [1916] 1980, p. 76). Man mano che le asimmetrie si approfondiscono, i grandi divorano i piccoli e la centralizzazione dei capitali procede. Ad un certo punto, in alcuni paesi il capitalismo diventa “più che maturo”, al capitale “non rimane più campo per un investimento redditizio” (Lenin, [1916] 1980, p. 78) e il conflitto deve necessariamente travalicare le frontiere degli stati nazionali. I capitali ‘in esubero’ entrano quindi in competizione per l’accesso ai paesi in cui la profittabilità è più elevata e dove sono disponibili le fonti di materie prime strategiche; parallelamente, le “leghe politiche” (gli stati nazionali) entrano in competizione “sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della lotta per il territorio economico” (Lenin, [1916] 1980, p. 91).
Ne risulta una divisione del mondo in sfere d’influenza tra le principali potenze. Tuttavia, si tratta di una divisione fatalmente instabile, in quanto condizionata in maniera decisiva da rapporti di forza continuamente mutevoli. Infatti, “[…] i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc.”. Di conseguenza, “[…] le alleanze inter-imperialistiche non sono altro che un momento di respiro tra una guerra e l’altra […]. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste” (Lenin, [1916] 1980, pp. 138-139, corsivo aggiunto).
Gli autori ammettono l’interesse della ricostruzione di Lenin, da cui mutuano l’idea che siano le asimmetrie caratteristiche dello sviluppo capitalistico ad alterare sistematicamente i rapporti di forza tra le potenze e a rendere la guerra un evento costantemente incombente (Brancaccio et al., 2022, p. 189). Tuttavia, essi sottolineano la natura “vaga e indeterminata” della catena di cause e conseguenze su cui tale ricostruzione si fonda (Brancaccio et al., 2022, p.190) e si dolgono del fatto che “questo limite si sia protratto anche nella produzione più propriamente accademica delle epoche successive” ispirata all’opera di Lenin (Brancaccio et al., 2022, p. 196). Un nodo particolarmente critico sarebbe il nesso postulato tra ‘maturità’ del capitalismo e caduta della profittabilità, che nella visione di Lenin risulta cruciale ai fini della spiegazione della tendenza all’esportazione di capitale, ma i cui fondamenti teorici vengono lasciati inesplicati (Brancaccio et al., 2002, p. 190).
Questa vaghezza rappresenta, agli occhi degli autori, un elemento di debolezza dell’analisi, soprattutto alla luce dell’ovvio ‘sospetto’ che il fondamento in questione sia la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, notoriamente una delle proposizioni più controverse dell’impianto analitico marxiano. La scelta degli autori è, programmaticamente, di confrontarsi con il lascito di Lenin provando a ‘depurarne’ la sequenza logica dalle proposizioni meno affidabili sul piano concettuale ed empirico. Il ruolo cruciale attribuito alla categoria della centralizzazione nella spiegazione dell’imperialismo appare quindi giustificata fondamentalmente dal fatto di potersi ‘reggere in piedi’ senza la necessità di postulare correlazioni di natura controversa tra accumulazione di capitale e saggio di profitto.[9]
È altrettanto interessante mettere a confronto la ricostruzione dei ‘nuovi imperialismi’ di BGL con le interpretazioni di Keynes e Polanyi, due studiosi invece completamente estranei all’alveo epistemologico marxista, ma che tuttavia attribuirono agli incentivi materiali degli attori pubblici e privati un ruolo chiave nella spiegazione delle tensioni internazionali che sfociarono nel secondo conflitto mondiale.[10]
Keynes e Polanyi condividevano il giudizio di Marx e Lenin circa l’intrinseca incapacità delle economie capitalistiche di muoversi lungo un sentiero di equilibrio. Tuttavia, sebbene entrambi dimostrassero nei loro scritti profonda consapevolezza di una tendenza spontanea alla concentrazione della produzione,[11] nessuno dei due attribuisce (almeno non esplicitamente) un ruolo cruciale alla “centralizzazione” nella spiegazione della vocazione imperialistica delle grandi potenze dell’epoca. Piuttosto che concentrare l’attenzione sull’analisi ‘micro’ degli effetti dell’evoluzione della struttura proprietaria dell’industria e dell’attività bancaria, entrambi mettevano invece il focus sulle perturbazioni ‘macro’ indotte dalle asimmetrie caratteristicamente attinenti alla dimensione ‘spaziale’.
Diversamente dalla teoria liberale del commercio internazionale, secondo cui “la Gran Bretagna era semplicemente un altro atomo dell’universo del commercio e si collocava esattamente sullo stesso piano della Danimarca o del Guatemala” (Polanyi, [1944] 1974, p. 263), Keynes e Polanyi avevano ben chiaro come i fattori di successo nella competizione sui mercati internazionali fossero legati a variabili dalla distribuzione inevitabilmente sperequata tra le diverse circoscrizioni geo-politiche. Si pensi alle differenze tra stati-continente come gli Stati Uniti e la Cina e stati-nazione come la Gran Bretagna o la Francia con riferimento alla disponibilità di risorse materiali e umane; oppure si pensi alle differenze tra paesi ad industrializzazione avanzata e paesi in via di sviluppo per quanto concerne la posizione nell’assetto di divisione internazionale del lavoro. A giudizio di entrambi, calata dentro questo contesto di sostanziali asimmetrie, la libera competizione su mercati globali avrebbe prodotto una tendenza spontanea allo squilibrio dei saldi commerciali (e quindi alla segmentazione del mondo tra creditori e debitori strutturali). Inoltre, trattandosi caratteristicamente di variabili ad elevato grado di ‘persistenza’ nel tempo, non c’era da aspettarsi che i segnali di mercato fossero in grado di produrre mutamenti strutturali tali da rovesciare rapidamente la distribuzione dei fattori di successo e innescare spontanee dinamiche di aggiustamento.[12]
Le regole del Gold Standard, che impedivano la manipolazione ‘politica’ del valore delle monete nazionali, gettavano ulteriore benzina sul fuoco. Infatti, l’unico modo in cui i paesi in disavanzo potevano far fronte ai pagamenti correnti in valuta era restringere la quantità di moneta, in modo da mantenere i tassi d’interesse a livelli elevati abbastanza da attrarre i capitali esteri necessari alla bisogna (Keynes, [1925] 1968, pp. 189-193; Polanyi, [1944] 1974, p. 262). Tuttavia, le restrizioni monetarie avrebbero aggravato la deflazione e la disoccupazione, indebolendo il consenso delle istituzioni di governo e lasciandole di fronte alla drammatica alternativa tra inasprire il conflitto sociale interno (Keynes, [1925] 1968, p. 188) o scaricarlo all’esterno mediante l’innalzamento di barriere commerciali, l’intensificazione della lotta per il predominio sui mercati internazionali (Keynes, [1936] 2019, pp. 399-400 e 436-37) e forme arbitrarie di interferenza politica nelle proprietà degli investitori esteri (Polanyi, [1944] 1974, p. 264).
Keynes e Polanyi erano entrambi convinti che, alla lunga, le grandi potenze avrebbero finito per abbracciare politiche nazionaliste. E una volta che il protezionismo fosse diventato la cifra distintiva delle politiche nazionali, il rischio di non trovare più sbocchi per le merci nazionali, di non potersi più rifornire di materie prime essenziali per la propria industria e di vedersi espropriare gli asset patrimoniali all’estero, avrebbe fornito evidentemente ai governi robusti incentivi al riarmo (Polanyi, [1944] 1974, p. 276). In tale contesto, la potenza della flotta navale diventava infatti l’argomento più convincente per mantenere aperte le vie commerciali, per riscuotere i crediti dei propri cittadini o per resistere alla pretesa di rimborso dei propri debiti (Polanyi, [1944] 1974, pp. 264-265).
Per entrambi gli studiosi, la deriva imperialista delle relazioni internazionali nel periodo a cavallo delle due guerre mondiali era quindi il risultato di un difetto ‘genetico’ del modello di capitalismo dell’epoca: l’intrinseca difficoltà di coesistenza della moneta-merce, vitale per l’esistenza del commercio internazionale, con la moneta-segno, necessaria per le esigenze del commercio interno (Polanyi, [1944] 1974, p. 247). Gli squilibri del commercio internazionale tendevano infatti ad indebolire la relazione tra i valori di moneta-merce e moneta-segno, costringendo le autorità monetarie nazionali a riallinearli attraverso repentine rimodulazioni delle politiche creditizie, con effetti destabilizzanti sui livelli di attività e occupazione (Keynes, [1925] 1968, p. 191).
Keynes e Polanyi pervengono quindi a valutazioni molto pessimistiche circa le prospettive della pace in un mondo regolato dal principio della libera competizione sui mercati internazionali e dal sistema aureo. Keynes arriva a sostenere che il protezionismo, la penetrazione dei capitali stranieri nella struttura economica di un paese, l’imperialismo economico “sono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario” (Keynes, [1933] 1991, pp. 89-90) e addirittura che “[…] non era mai stato escogitato nella storia un metodo altrettanto efficace quanto il regime aureo internazionale per mettere l’interesse di ciascun paese in contrasto con quello dei suoi vicini” (Keynes, [1936] 2019, p. 399).
Negli anni successivi, l’impegno di entrambi si concentrò sulla progettazione di un modello di regolazione delle relazioni economiche internazionali che congiurasse a tenere il mondo al riparo dalla guerra, e più precisamente sul design di una moneta ‘internazionale’ che non entrasse in conflitto con il governo della moneta ‘interna’ in funzione degli obiettivi macroeconomici nazionali. Polanyi chiuderà la sua opera più importante con un vigoroso appello ad abbandonare l’utopia di un mercato autoregolato, a liberare le economie nazionali dalla ‘camicia di forza’ rappresentata dal sistema della base aurea e a restituire ai governi la sovranità economica, condizione a suo avviso necessaria per convincere gli attori in campo ad abbandonare le tentazioni nazionaliste (Polanyi, [1944] 1974, p. 316). Contestualmente, Keynes concepirà l’ambizioso progetto di un sistema monetario internazionale adeguato a incentivare la cooperazione tra i capitalismi nazionali e proverà a difenderlo con tutte le sue energie, con esiti purtroppo sfavorevoli, nei negoziati di Bretton Woods.[13]
A dispetto dell’adozione di una chiave di lettura dell’imperialismo contemporaneo parzialmente differente da quella di Keynes e Polanyi, anche BGL (2022, p. 143) sembrano ritenere che il mondo – dopo aver provato ad aggirare il nodo in vari modi – si trovi oggi di nuovo davanti a quel decisivo crocevia. Vale quindi la pena di dedicare alcune riflessioni conclusive alle questioni attinenti al design delle istituzioni monetarie più o meno esplicitamente sollevati dal volume in oggetto.
3. Istituzioni monetarie e governo politico della centralizzazione capitalistica
Nella bella postfazione al volume di BGL, Scazzieri suggerisce di leggerne la trama in una prospettiva di storia del pensiero economico, sottolineando come le narrazioni mainstream ed eterodossa condividano sostanzialmente una interpretazione della storia economica come una tensione “[…] alla progressiva inclusione di un numero crescente di attori individuali e collettivi nella sfera delle relazioni di mercato a livello globale” (Scazzieri, 2022, p. 227). Le due narrazioni tenderebbero però ad un certo punto a divaricarsi: secondo la prima, gli incentivi allo sfruttamento dei vantaggi comparati condurrebbero alla costituzione di un armonico sistema di interdipendenze tra attori individuali e collettivi, ad una sorta di ‘fine della storia’ in cui la cooperazione internazionale soppianta i nazionalismi; in base alla seconda, invece, il sistema di interdipendenze risultante dal processo di integrazione finirebbe per strutturare relazioni di natura asimmetrica tra gli attori partecipanti, e dentro questo contesto l’operare delle dinamiche concorrenziali genererebbe flussi di liquidità tali da modificare le posizioni relative degli attori attraverso la centralizzazione della proprietà (ibidem). Di qui le reazioni volte a bloccare i processi di centralizzazione in corso e i correlati rischi di deflagrazioni suscettibili di distruggere quegli stessi sistemi di interdipendenze all’origine delle asimmetrie (ivi, p. 229).
Una delle questioni più interessanti sollevate nel volume, soprattutto per le sue implicazioni a fini di policy, ha a che fare con i fattori di innesco del conflitto ‘militare’. Perché in alcuni casi gli attori che escono sconfitti dalla competizione e vengono ‘scalati’ da altri capitali accettano più o meno di buon grado la perdita della sovranità economica e in alcuni casi no? Perché in alcuni paesi (l’Italia è un caso paradigmatico) si afferma una cultura politica secondo cui la nazionalità dei proprietari del capitale produttivo localizzato sul proprio territorio è del tutto irrilevante? E perché invece altrove anche semplici ‘minacce’ di rovesciamento degli assetti proprietari in settori del capitale nazionale considerati strategici suscitano immediate ritorsioni? Per innescare un conflitto, la centralizzazione deve raggiungere certe particolari ‘soglie’? Oppure la centralizzazione è un mero catalizzatore di energia, incapace di combustione in assenza di una ‘miccia’? E, nel caso, quali sono le condizioni scatenanti? È possibile andare un po’ più a fondo nello studio della ‘chimica’ dei conflitti?
Al riguardo, BGL propongono una intrigante chiave di lettura: la variabile decisiva sarebbe la capacità degli attori del sistema di interdipendenze venutosi a creare di istituire centri di regolazione dotati del potere di modulare la velocità del processo di centralizzazione. In particolare, un ruolo centrale in tal senso svolgerebbe l’autorità monetaria. Manovrando il tasso d’interesse, il banchiere centrale può infatti decidere della solvibilità dei capitali ‘deboli’, e quindi decretare se essi debbano essere assorbiti dai capitali ‘forti’ o conservare la propria autonomia. Sul punto, gli autori si distaccano decisamente dalle interpretazioni mainstream della politica monetaria, che descrivono il banchiere centrale come un agente ‘neutrale’, che orienta la propria azione alla minimizzazione degli scostamenti delle principali variabili macroeconomiche dai relativi valori-obiettivo. Al contrario, nella visione di BGL, il ruolo del banchiere centrale sarebbe di natura eminentemente ‘politica’: la fissazione del tasso d’interesse sarebbe cioè finalizzata all’obiettivo di favorire la massima centralizzazione capitalistica sotto il vincolo della sua sostenibilità sociale e politica (Brancaccio et al., 2022, pp. 86-87). Un ruolo chiave in tal senso avrebbe la ‘gradualità’ del processo: diluendo nel tempo il numero delle ‘vittime’ della centralizzazione, il banchiere centrale ostacolerebbe il formarsi di ‘coaguli’ di malcontento di dimensioni tali da mettere a rischio l’integrità dell’assetto istituzionale.[14]
Ovviamente, il focus posto dagli autori sulla banca centrale non esclude che nella regolazione del processo di centralizzazione capitalistica possano avere un ruolo rilevante altre istituzioni di governo delle transazioni economiche, come parlamenti nazionali e federali, o autorità di regolazione della concorrenza. In questa direzione sembra muoversi, del resto, il già citato contributo di Scazzieri quando, traducendo la questione in termini di “compatibilità tra aspetti materiali e aspetti istituzionali di interdipendenza” generate dalla divisione internazionale del lavoro (Scazzieri, 2022, p. 229, corsivo aggiunto), suggerisce implicitamente che il modello interpretativo di BGL possa essere portato ad un livello di astrazione ancora più elevato. Alla luce di tale proposta analitica, la diluizione dell’intensità dei conflitti legati alla centralizzazione capitalistica richiederebbe istituzioni in grado di rappresentare gli interessi in campo e di favorire soluzioni di compromesso. Dove invece istituzioni di governo ‘politico’ della centralizzazione non esistono o hanno capacità di mediazione insufficiente, i conflitti intercapitalistici non possono che esprimersi sui piani della ‘minaccia’, della ‘ritorsione’ o addirittura della guerra propriamente detta. In questa ottica, il governo della moneta sarebbe solo una tra le potenziali modalità di controllo della velocità della centralizzazione.
La peculiare caratteristica della moneta di intersecare trasversalmente tutte le altre dimensioni della governance economica ha tuttavia contribuito a darle una rilevanza centrale nella riflessione teorica sui temi di economia monetaria internazionale. In particolare, nella tradizione eterodossa sembra ormai acquisito che la dialettica tra allargamento delle interdipendenze economiche ed evoluzione delle istituzioni monetarie internazionali non sia per niente ‘lineare’, ma sia invece caratterizzata da una problematica ‘ricorsività’. Da un lato, la tendenza all’inclusione di un numero crescente di agenti individuali e collettivi nella sfera delle relazioni di mercato trova un limite significativo nella instabilità dei rapporti tra le valute, e spinge quindi gli attori in campo a progettare assetti istituzionali in grado di azzerarne o quantomeno contenerne le oscillazioni. Dall’altro, come sostenuto da Keynes e Polanyi, la stabilità dei rapporti tra le valute in un mondo di asimmetrie tra gli attori delle relazioni di mercato sottrae flessibilità al sistema, e crea i presupposti di squilibri tendenti a riflettersi in posizioni strutturali di credito e debito, e quindi alla lunga in processi di centralizzazione che attraversano i confini nazionali e finiscono per minacciare la stessa struttura di interdipendenze così faticosamente costruita.
Il modello interpretativo proposto nel volume aiuta quindi a spiegare il motivo per cui il dilemma del design della moneta internazionale si riproponga con tanta regolarità nella storia dell’ultimo secolo, nonché il motivo della sua stretta interconnessione con le tensioni internazionali. Il faticoso processo di ricucitura del Gold Standard dopo il primo conflitto mondiale, il controverso approdo di Bretton Woods, gli esperimenti che seguirono il Nixon Shock, il percorso dell’Europa verso la moneta unica potrebbero essere letti, alla luce del lavoro di BGL, come momenti del progressivo adattamento dell’assetto delle istituzioni monetarie internazionali al grado di centralizzazione di volta in volta raggiunto dal sistema, nella prospettiva di impedire al conflitto tra i capitali di degenerare in forme potenzialmente letali.
Ci sembra quindi che il volume ponga apertamente la questione della compatibilità tra la profondità della divisione internazionale del lavoro raggiunta in questo scorcio della storia con il regime monetario attualmente in vigore. Più precisamente, BGL sollevano implicitamente l’interrogativo se la globalizzazione possa continuare a reggersi su una moneta fiduciaria prodotta dal principale debitore del sistema. Sottolineando, quanto mai opportunamente, il rischio che per scoprirlo sia necessaria una guerra (Brancaccio et al., 2022, p. 12).
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Roubini N. ([2022] 2023), La grande catastrofe. Dieci minacce per il nostro futuro e le strategie per sopravvivere, (trad. it. di Megathreats. The Dangerous Trends That Imperil Our Future, And How to Survive Them), Milano: Feltrinelli. Scazzieri R. (2022), Postfazione a Brancaccio E., Giammetti R. e Lucarelli S. (2022), La guerra capitalista.
Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Milano: Mimesis.
The Economist (2018), “Rulers of the world: read Karl Marx!”, disponibile qui.
Tooze A. (2021), L’anno del rinoceronte grigio, (trad. it. di Shutdown. How Covid Shook the World’s Economy), Milano: Feltrinelli.
Yellen J. (2022), Transcript: US Treasury Secretary Janet Yellen on the Next Steps for Russia Sanctions and “Friend Shoring” Supply Chains, 13 aprile, disponibile qui.
Note
1) Una tradizione di pensiero lunga e prestigiosa – che annovera tra i suoi esponenti Quesnay, Say, Mill e Schumpeter– interpreta gli interessi materiali come un potente fattore di promozione di relazioni pacifiche tra le nazioni. Secondo costoro, imbracciare le armi significherebbe sganciarsi dalla rete del commercio internazionale, e rinunciare quindi ai benefici associati alla divisione internazionale del lavoro. Le guerre sarebbero invece l’esito caratteristico di politiche statali (protezionismo, colonialismo) orientate a procurare privilegi esclusivi a piccoli gruppi di cittadini a discapito dell’interesse generale della popolazione. Pertanto i conflitti militari tenderebbero a rarefarsi man mano che le nazioni si allontanano da forme di governo autocratico e si avvicinano al modello della democrazia: in tale assetto istituzionale, infatti, l’interesse delle maggioranze per la pace verrebbe ad assumere un peso decisivo nelle decisioni politiche. Il fattore chiave ai fini dell’armonia delle relazioni internazionali non sarebbe quindi l’organizzazione economica, bensì il modello di organizzazione politica delle comunità. Per una rassegna su questo filone di pensiero, cfr. Allio (2014, capp. 1 e 2). Per una rassegna degli sviluppi più recenti della letteratura sul rapporto tra commercio internazionale e conflitti militari, cfr. Caruso (2017, cap. 4).
2) Dalla rassegna della letteratura proposta nel cap. 4 della prima parte del volume, emerge una estrema varietà di posizioni sul punto. Anche volendo limitarci al solo dibattito di area marxista, il paesaggio è tutt’altro che omogeneo. Marx (1894) sostiene molto chiaramente che la centralizzazione dei capitali, sganciando sempre più nettamente il controllo dalla proprietà, favorirebbe negli attori imprenditoriali (e nelle istituzioni finanziarie che ne controllano l’approvvigionamento di risorse) comportamenti caratterizzati da un’eccessiva propensione al rischio, accentuando in tal modo l’instabilità e la sovrapproduzione nel sistema. Seguendo linee argomentative diverse, Hilferding ([1910] 2011) e Baran e Sweezy ([1966] 1968) giungono invece entrambi a posizioni in sostanziale conflitto con le affermazioni di Marx sul punto.
3) Questa questione è invece al centro di un altro volume di uno degli autori (Brancaccio, 2022), cui rinviamo il lettore più specificamente interessato al tema.
4) Per una interpretazione in tal senso del neo-mercantilismo statunitense, cfr. Guerrieri (2021, pp. 81-94).
5) In realtà, già durante la presidenza di Bush jr., gli Stati Uniti avevano assunto atteggiamenti in esplicito contrasto con la retorica liberista ogni volta che erano venuti in gioco interessi ‘strategici’. Si pensi ad esempio alla risoluzione con cui nel 2005 il congresso mise il veto sull’offerta di acquisto della compagnia petrolifera americana Unocal da parte della China National Offshore Oil Company (cfr. Arrighi, [2007] 2008, pp. 310-312; Roubini, [2022] 2023, p. 152). La strategia di contrasto alla penetrazione cinese si è poi fatta più capillare durante la presidenza Obama, con le inchieste avviate nel 2012 su Huawei e ZTE e la conseguente esclusione di entrambe dagli appalti pubblici negli Stati Uniti (cfr. Tooze, 2021, pp. 224-226).
6) Il conflitto tra obiettivi economici e posizionamento geopolitico è particolarmente evidente nel caso della Germania. Sul punto, cfr. Halevi (2022).
7) Le ragioni geopolitiche che spingono i vicini della Cina a coalizzarsi contro di essa, a dispetto dei comuni interessi economici, sono ben illustrate in Mearsheimer ([2001] 2019, pp. 376-427).
8) “La Unocal […] sembra esattamente il tipo di azienda che il governo cinese vorrebbe controllare se avesse in mente una specie di ‘grande gioco’ in cui le maggiori potenze economiche sgomitano per l’accesso a vaste riserve di petrolio e gas naturale […]. Fosse per me, bloccherei l’offerta cinese per Unocal” (Krugman, 2005, mia traduzione).
9) Per un altro recente tentativo di razionalizzazione teorica dell’imperialismo che prova a prescindere dalla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, cfr. Hauner et al. (2017).
10) I momenti della produzione scientifica dei due studiosi in cui più compiutamente viene affrontato il tema sono Keynes ([1936] 2019, cap. 23) e Polanyi ([1944] 1974, cap. 16, 17 e 18). Per un confronto tra le rispettive posizioni, si consenta il rinvio a D’Acunto (2005).
11) Cfr. ad esempio Keynes ([1926] 1991) e Polany ([1928] 1993).
12) In particolare, entrambi ritenevano poco realistico un processo di aggiustamento dei salari e dei prezzi interni in grado di livellare la competitività internazionale. Sul punto, cfr. Keynes ([1925] 1968, p. 185) e Polanyi ([1944] 1974, pp. 245-246).
13) Per una ricostruzione dell’impegno di Keynes in questo ambito, cfr. Fantacci (2016).
14) Gli autori interpretano in questa ottica, ad esempio, la parabola della politica monetaria dell’Eurozona. La Banca centrale europea (BCE), disegnata con l’obiettivo esplicito di elevare le soglie minime di solvibilità, in modo da favorire la scomparsa dei capitali più deboli o la loro acquisizione da parte dei più forti (sul punto, cfr. anche Brancaccio e Cavallaro, 2011, p. XXXV), sarebbe stata poi costretta dall’ondata di insolvenze seguita alla crisi del 2008 a “tarare diversamente la regolazione del conflitto” tra creditori e debitori (Brancaccio et al., 2022, p. 90). I cosiddetti programmi di ‘alleggerimento quantitativo’ praticati a partire dal 2012 andrebbero cioè interpretati come il necessario baluardo alzato dalla BCE contro il rischio del coagulo degli interessi dei capitali a rischio di insolvenza sotto le bandiere del nazionalismo economico.
Fonte
02/03/2023
La guerra capitalista. Considerazioni di un profano
di Mimmo Porcaro
Uno dei più importanti problemi teorici di questi tempi è quello di mostrare il legame necessario tra guerra e capitalismo e di fare in modo, quindi, che tra la cosiddetta geopolitica e la critica dell’economia politica non si crei un fossato tale da indurle ad andare ognuna per la sua strada, dimenticando l’una le classi e l’altra gli stati. Il libro che qui esamino[i] entra di fatto nel merito perché, proprio mentre sottolinea la cogenza della marxiana legge di centralizzazione del capitale, costruisce immediatamente un nesso tra questa legge “economica” e la funzione “politica” del banchiere centrale. Il risultato, come vedremo, non è del tutto convincente: vengono chiarite importanti questioni, ma altre vengono offuscate. Il ragionamento degli autori è comunque di quelli che impongono di andare all’essenza delle cose, il che è esattamente quello che dobbiamo fare. Oggi più di ieri.
Centralizzazione, una riscoperta opportuna
Cominciamo col riassumere alcune delle tesi fondamentali del volume, anche se esse dovrebbero essere ormai note agli happy few che si interessano di queste cose. Come gli autori ci ricordano, se in Marx la concentrazione del capitale è il processo di crescita del capitale singolo attraverso l’autonoma accumulazione, la centralizzazione – spesso erroneamente chiamata anch’essa concentrazione – si ha quando numerosi capitali già formati, sconfitti nella competizione, cadono nelle mani del capitale vittorioso attraverso liquidazioni, fusioni e acquisizioni; oppure si ha quando una proprietà formale assai frammentata si trova di fatto riunita in poche mani vuoi per il meccanismo dell’outsourcing, vuoi per effetto della gestione del capitale di una miriade di azionisti da parte dei vertici di Spa o banche. Ed è proprio quest’ultimo il caso che più interessa Marx e i nostri autori, perché la centralizzazione via capitale azionario travalica i confini delle imprese e delle nazioni, ed anche quelli della stessa proprietà privata, la cui ristrettezza quantitativa è di ostacolo allo sviluppo illimitato del capitale. Gli autori però non si limitano a riaffermare con forza la razionalità della legge marxiana ma ne offrono la prima verifica empirica su larga scala, usando una tecnica di net control analysis, fondata sulla teoria dei sistemi complessi, che consente di valutare l’intrico delle partecipazioni azionarie e di risalire ai (pochissimi) nuclei dominanti, quantificando la percentuale di azionisti che controlla la maggior percentuale del capitale azionario mondiale. E i risultati sono sotto molti aspetti dirimenti: una quota di azionisti che arriva solo all’1% del totale controlla l’80% del capitale. Detta quota era relativamente inferiore prima della crisi del 2007, ma si è poi assestata sui livelli attuali e, a prescindere dalle oscillazioni, comprende quasi sempre gli stessi gruppi di controllo, ossia pochi grandi fondi di investimento quali BlackRock e simili.
Non può sfuggire l’importanza della tesi qui esposta. Confermare una legalità ontologica del capitalismo, ossia la presenza di dinamiche che non sono l’esito delle libere interazioni tra individui o gruppi, è una mossa fondamentale per criticare l’individualismo metodologico dell’economia mainstream e, aggiungo, della sedicente scienza politologica che su di essa si fonda. Ma aiuta anche a superare quella sorta di interazionismo che è da tempo egemone all’interno egli stessi movimenti anticapitalistici. Si pensi all’insistenza di un Laclau nel negare valore ad ogni oggettività sociale e nel ridurre le relazioni di classe ad atti linguistici intersoggettivi: per cui l’importante è autodefinirsi in un modo performativamente efficace a prescindere da qualunque valutazione obiettiva dei rapporti sociali[ii]. Idea tanto più nefasta quanto più capace di individuare un problema reale – ossia l’odierna difficoltà a procedere ad aggregazioni politiche su esplicita base classista – e quindi di ispirare progetti populisti che risultano, sì, immediatamente vincenti, ma poi sono costretti a fare i conti con la materialità delle gerarchie sociali. Gli effetti della posizione degli autori vanno però ancora oltre: mostrando la crescita esponenziale del potere del capitale essi destituiscono di fondamento tutte quelle ipotesi che negli ultimi decenni si sono esaurite nella rivendicazione dei diritti del lavoro, oppure nella tutela dei beni comuni, o infine nell’esaltazione del terzo settore, eludendo così completamente la questione della pianificazione e della proprietà pubblica, unico quadro entro il quale i diritti sono efficaci, i beni comuni non sono un escamotage e il terzo settore non è solo privatizzazione del welfare. Pianificazione e proprietà pubblica che la presenza di una massiccia centralizzazione privata legittima sia concettualmente che politicamente.
I capitalismi sono tutti uguali?
La tesi centrale del libro meriterà quindi ulteriori discussioni perché offre una base importante per riprendere un ragionamento socialista (anche, tra l’altro, suggerendo un possibile nesso tra centralizzazione e crisi). Ma proprio l’importanza di questa tesi mi spinge già da ora a indicare quelli che mi paiono i suoi punti deboli, anche per contribuire a preservarla da possibili défaillance. Non possedendo le competenze necessarie per una critica del testo dal punto di vista strettamente economico (e, ancor meno, econometrico) prenderò per buone gran parte delle conclusioni degli autori e concentrerò l’analisi soprattutto sul nesso tra la legge individuata e il complesso del sistema capitalistico, politica inclusa. Non prima di aver osservato, però, che forse non sarebbe sbagliato ipotizzare un’eventuale dinamica ciclica , o comunque possibili forti oscillazioni della centralizzazione, e questo non solo per meglio comprendere la realtà, ma anche per non formulare ipotesi troppo rigide e quindi più fragili. Del resto non pare che l’importanza analitica e politica della legge sarebbe sminuita se il ristretto nucleo degli azionisti vittoriosi variasse nel tempo, poniamo, dall’ 1% al 15%: la distorsione strutturale della concorrenza, e della democrazia, sarebbe in ogni caso evidente.
La mia critica principale riguarda comunque altro, ossia il carattere uniformante che gli autori attribuiscono alla legge in questione, ritenendo che essa tenda a rendere simili tra loro tutti i capitalismi del globo. Certo, nel libro si riconosce che la legge è sottoposta a un tasso di variabilità e quindi è “potentissima ma anche fragile, soggetta a scossoni, frenate, talvolta persino inversioni di rotta, a seconda delle modalità con cui essa viene a intrecciarsi con le crisi, con gli orientamenti di politica economica del capitale, e talvolta anche con le guerre”[iii]. E lo snodo decisivo per pensare tale variabilità e non lasciarla totalmente in balia del caso è l’idea per cui la marcia della centralizzazione non procede per semplice logica propria, ma dipende anche dall’azione di un soggetto che opera con modalità latamente politiche, ossia dal banchiere centrale. Secondo gli autori è erroneo sostenere, come fa la teoria ortodossa, che il ruolo del banchiere è quello di assicurare la stabilità dell’inflazione e del reddito attorno al presunto “equilibrio naturale”. In realtà egli può far poco per controllare il ciclo economico, ma può far molto per dettare i tempi della centralizzazione, agendo sul tasso di interesse in modo da favorire i debitori o i creditori. Egli non cerca quindi l’equilibrio (che nel capitalismo può essere solo casuale), ma valuta quale sia, in una determinata fase, il tasso d’interesse tecnicamente e politicamente accettabile: tecnicamente, perché l’insolvenza di alcuni capitali non indica necessariamente una loro inefficienza assoluta e quindi non rende inevitabile il loro fallimento; politicamente perché la scomparsa o meno dei piccoli capitali ha evidenti effetti sui rapporti fra le classi e sul governo. Insomma, il banchiere centrale agisce in modo da ottenere la riproduzione “ordinata” dei rapporti sociali capitalistici, e tale riproduzione può richiedere ora un rallentamento, ora un’accelerazione della centralizzazione. Il rispetto della “condizione di solvibilità”, che si realizza quando il saggio di interesse è inferiore o quantomeno uguale al tasso di accumulazione, è alla fine una scelta politica: la condizione di solvibilità consente sempre e comunque “almeno un grado di libertà”[iv].
Ma questa libertà, appena concessa, sembra quasi spaventare gli autori, come se potesse inficiare in qualche modo la legge di centralizzazione sottoponendola all’arbitrio politico[v]. E infatti viene subito revocata: prima di tutto subordinando l’azione individuale del banchiere al processo complesso della lotta di classe (e ciò è corretto), ma poi dando a questo processo un esito scontato e lineare, nel senso che se il banchiere centrale influenza il ritmo della centralizzazione, d’altro lato il potere soverchiante del capitale centralizzato condiziona implacabilmente l’azione di quest’ultimo spingendolo sempre verso la massima centralizzazione possibile. Così, però, la figura del banchiere, invece di costituire un nesso tra le logiche distinte (distinte per i mezzi e per i fini) dell’economia e della politica, viene ridotta ad essere, probabilmente sulla scorta di Hilferding[vi], il vettore della pura e semplice incorporazione della politica nell’economia. È invece proprio l’incontro tra le logiche eterogenee dell’economia e della politica a spiegare le variazioni storiche e a spiegarle non come mere accidentalità: infatti se il banchiere centrale influenza, nell’ipotesi degli autori, soltanto il ritmo della centralizzazione, l’insieme delle attività politico-istituzionali influenza invece l’intera forma storico-sociale d’esistenza della centralizzazione stessa e di qualunque altra dinamica del capitalismo.
En passant: nel paese dei Carli, dei Ciampi e dei Draghi è opportuno osservare che, peraltro, lo stesso banchiere centrale influenza l’andamento delle cose non soltanto come banchiere, ma anche direttamente come politico. Se Carli ha esercitato una funzione politica tanto decisiva quanto nascosta[vii], Ciampi e Draghi hanno dovuto assumere altissimi incarichi politici e istituzionali per completare l’opera intrapresa come “tecnici”. Di solito si interpreta questo passaggio come segno dell’avvenuta fine della politica a vantaggio dell’economia, ma io credo sia meglio dire, al contrario, che la politica monetaria ha oggi effetti talmente pesanti che non è più autosufficiente, e deve quindi essere accompagnata anche da una ridefinizione per via extraeconomica dei rapporti fra le classi (la concertazione di Ciampi) e fra gli stati (l’Europa dello stesso Ciampi e il famoso “peso internazionale” di Draghi). Se il personale politico adatto allo scopo proviene dalla Banca d’Italia ciò è in gran parte effetto della fine dei partiti come fucine di gruppi dirigenti, ma non certo della fine della politica.
Tornando al nostro libro, la conseguenza più importante del tono deterministico che la legge assume presso gli autori è l’idea che, poiché la legge impone in ogni caso un eguagliamento delle dimensioni e del ritmo della centralizzazione su scala mondiale, si può e si deve dire che tutti i capitalismi sono sostanzialmente uguali. Il libro insomma, in espressa polemica con chi ha sostenuto l’esistenza di diversi capitalismi e ha enfatizzato, ad esempio, le differenze tra un modello anglosassone, uno renano e uno latino (divergenti quanto a strutture proprietarie, funzione delle banche, presenza o meno di una socialdemocrazia, ecc.), sostiene invece la netta convergenza verso un deciso aumento della centralizzazione del capitale in tutti i paesi del globo che divengono quindi su questo punto omogenei. Ma, osserva il profano, anche ammettendo che tutti i capitalismi siano uguali, non ne consegue affatto che siano uguali anche le concrete formazioni economico sociali[viii] nelle quali il capitalismo trova esistenza effettuale; formazioni economico sociali che generalmente fanno perno su territori e stati determinati (pur non coincidendo necessariamente in toto con essi), la cui storia e la cui azione modificano significativamente la forma d’esistenza del capitale. O, almeno, la modificano in maniera significativa per chi vuole agire politicamente, giacché il luogo della politica non è il modo di produzione capitalistico in generale, ma appunto la singola formazione sociale considerata ovviamente nei suoi nessi internazionali. Come vedremo meglio fra poco, è proprio la mancata considerazione delle suddette formazioni a favorire una lettura meramente quantitativa e livellante dell’intero processo di centralizzazione: cosa che tra l’altro può rendere meno evidente la cogenza del nesso tra capitale e guerra.
Capitale, stato e guerra
Il nesso tra economia di mercato e guerra è in realtà ben chiaro agli autori, per i quali è stata proprio la globalizzazione, creando inevitabilmente vincitori e vinti, ad aggravare la conflittualità internazionale fino a condurla allo scontro attuale. Ma è piuttosto il nesso tra centralizzazione e guerra ad essere posto in maniere poco convincente. È come se la legge di centralizzazione, con la sua massiva evidenza e con la sua tendenza a tutto spiegare, divenisse alla fine un ingombro, un groviglio da cui ci si deve in qualche modo districare. Ciò appare soprattutto quando gli autori, nell’insistere sull’effetto livellante della centralizzazione, si accorgono di quanto questa lettura sembri analoga alle fumose tesi negriane sul presunto impero, e si affrettano a prendere le distanze da esse[ix]. Ma ciò non basta a fugare i dubbi. Prima di tutto perché, posta la tendenza all’omogeneizzazione, le divergenze che comunque ancora si manifestano, e le stesse guerre, vengono definite come una possibile rottura della logica della centralizzazione, come una mera eventualità legata a potenziali interruzioni della catena causale: ed è ben strano che una legge che ci viene presentata come assolutamente cogente sia poi costretta a spiegare il fenomeno più significativo della nostra epoca, ossia la guerra capitalista, quasi come un’eccezione[x]. Inoltre, qui l’azione del banchiere centrale, che dovrebbe spiegare le divergenze di cui sopra, viene definita in maniera incerta, ed è considerata a un tempo rilevante e no, è ritenuta certamente non esogena rispetto all’economia, ma nemmeno univocamente determinata dalla “struttura”, ecc. : oscillazioni che, tutte, indicano un nucleo di evidenti difficoltà per la cui soluzione si rimanda ad una desiderabile quanto vaga riconsiderazione dell’althusseriana “determinazione in ultima istanza” [xi]. Infine il nesso inscindibile tra capitalismo e guerra viene poi riproposto, su basi più classiche, col dire che la centralizzazione si accompagna comunque alla crescita delle asimmetrie tra creditori e debitori e quindi al protezionismo dei secondi: e che ciò rinserra alla fine la centralizzazione stessa dentro perimetri geopolitici più ristretti, trai quali deflagra poi il conflitto militare. Qui la supposta marcia eguagliatrice della centralizzazione induce, lo vogliano o meno gli autori, a considerare la globalizzazione come processo a-statuale, che soltanto nella sua crisi ricorre alla guerra e quindi agli stati. In realtà gli stati sono sia i promotori e gestori della globalizzazione sia suoi liquidatori fallimentari. Si trovano sia all’inizio che alla fine della globalizzazione e contribuiscono a diversificare le forme della centralizzazione, conferendo ad ogni blocco nazionale o regionale del capitalismo i suoi tratti specifici. Dimenticando i quali diviene difficile la comprensione delle motivazioni concrete e particolari delle guerre, a detrimento di una corretta valutazione politica delle stesse.
Ad esempio nel testo è denunciata con chiarezza la politica di espansione della Nato ad est e, oltre a ciò, è acutamente rilevato il fatto che le sanzioni non sono tanto una conseguenza, quanto una causa della guerra, essendo in gran parte antecedenti al fatidico 24 febbraio, avendo natura sempre meno militare e sempre più economica, e non essendo più una risposta alle pratiche scorrette del soggetto sanzionato bensì un momento del generale friend shoring, ossia del protezionismo degli Stati Uniti contro i propri avversari strategici. E però poi si presume che la guerra sia scattata soprattutto per l’esigenza russa e cinese di riscuotere crediti e per valutazioni attorno alla possibilità di sostenere i propri investimenti all’estero e il proprio grado di centralizzazione capitalistica. Qui si assiste alla scomparsa della dimensione territoriale della guerra, che pare, anch’essa, una mera funzione della dimensione economica. E in tal modo l’azione della Russia, e anche quella della Cina, è equiparata a quella di qualunque altro agente capitalistico ostacolando così la comprensione dei differenti modi di fare e di concepire la guerra, decisivi per valutare il comportamento dei diversi attori. Intendiamoci bene: non si tratta di stabilire chi abbia cominciato, né chi sia il buono e chi il cattivo. La Russia è sicuramente un paese capitalista, la Cina a mio parere no, ma chiaramente incorpora in sé un fortissimo capitalismo privato che fa sì che la sua politica possa avere dei tratti imperialisti. Ma entrambe, Russia e Cina, sono formazioni sociali in cui la forza politica dei gruppi capitalistici è meno cogente di quanto non lo sia altrove[xii], e in cui quindi la guerra, almeno per ora, è vista meno come proiezione necessaria dell’espansionismo economico e più come elemento difensivo territoriale: quindi l’opzione militare può essere netta rispetto ai territori confinanti ma (anche se oggi la nozione di confine tende a dilatarsi), è relativamente meno pronunciata rispetto al mondo intero. E ciò anche perché parliamo di paesi che hanno al momento un arsenale assai inferiore a quello occidentale[xiii]. Quindi è scorretto dire che il motivo scatenante di questa guerra è l’esigenza orientale di riscuotere dagli occidentali: gli squilibri economici (ossia in buona sostanza il fatto che l’occidente è uscito sconfitto dalla globalizzazione e ora non vuole pagare i debiti) sono lo sfondo della guerra; di più: solo quando essi si “risolveranno” verranno a cadere le ragioni dell’attuale conflitto mondiale. Ma non sono la causa diretta delle diverse, concrete scelte militari, che invece dipendono dalla natura degli stati (inclusa la loro forza tecnico-economica) e dalla loro collocazione territoriale.
Per un’analisi qualitativa
Insomma, la legge della centralizzazione, se usata come passepartout, rischia di incepparsi: e volendo salvare il suo contenuto razionale dobbiamo chiederci perché questo avvenga.
Il profano, come già detto, non può affrontare direttamente considerazioni di teoria economica o di econometria. Ma può comunque esporre alcuni dubbi. Prima di tutto, vista l’aria che tira, sarebbe stato forse meglio precisare che i 4 o 5 investitori globali che presidiano le prime posizioni della centralizzazione non sono per questo i padroni del mondo, ma “solo” le punte di diamante del famoso1%, e che se la centralizzazione ammazza la concorrenza non per questo elimina, ma anzi aumenta, la competizione fra capitalisti, che adesso consiste soprattutto in trucchi vari, assalti proprietari, spionaggio industriale, corruzione di insider ecc. . Anche per questo “loro” sono in grado di dar vita a complotti in qualche modo efficaci, ma non tali da determinare il senso della storia come da troppe parti si vuole. E poi: vero che anche con una quota minima di azioni si può controllare un intero gruppo di società, ma vero anche che, come riconosciuto nel testo[xiv], il controllo tende ad indebolirsi con l’aumento della distanza tra controllante e controllato, ossia col numero dei passaggi e degli incroci azionari; e, inoltre, minore è la quota azionaria, maggiore è la contendibilità del controllo, costringendo così il capofila a incorporare in qualche modo nelle proprie decisioni i voleri delle minoranze, pena azioni ostili. Ma soprattutto: per ben comprendere la presa del controllo azionario sui singoli settori e spazi economici sarebbe necessario conoscere la natura delle aziende controllate, il loro ruolo all’interno di un sistema economico, il loro rispettivo rapporto con la politica. Insomma: l’evidenza empirica quantitativa che emerge dalle ricerche degli autori, dovrebbe ora spingere, per completare il quadro e comprendere gli effetti più fini della legge individuata, verso un’analisi qualitativa che darebbe spazio alla comprensione delle differenze. Ricordo, ad esempio, che nell’importante studio di Marcello De Cecco sul sistema finanziario pre-1914, si sostiene che una centralizzazione bancaria di entità eguale (o comunque paragonabile), portava in Inghilterra e in Germania ad esiti del tutto diversi a seconda del diverso rapporto istituzionale e politico tra banche private, banca “pubblica” e sistema delle imprese[xv]. Per non andar troppo lontano, mi pare ovvio che la centralizzazione del capitale azionario svolga una funzione diversa a seconda del peso del mercato azionario stesso nel finanziamento del capitalismo dei singoli paesi, o a seconda del numero delle imprese pubbliche che sfuggono alla centralizzazione, o che comunque più efficacemente le resistono. Insomma: qualità e non solo quantità.
Per inciso, ma non è soltanto un inciso, osservazioni analoghe vanno fatte a proposito del presunto processo di omogeneizzazione del lavoro (teorizzato soprattutto da Brancaccio e soprattutto in altri testi[xvi]) che, connesso alla centralizzazione, costituirebbe una buona base per la sospirata unificazione politica dei lavoratori. Anche in questo caso possiamo prendere per buoni i dati che indicano l’aumento della convergenza tra salari e tra posizioni lavorative: ma il fatto è che è proprio dalla convergenza stessa che possono essere tratti argomenti per mostrare un possibile aumento della divaricazione nei comportamenti politici. Infatti chi converge verso il basso, soprattutto se si tratta di ex lavoratori autonomi, si sente declassato e quindi tende a distinguersi in maniera reazionaria dagli altri lavoratori; ma anche chi converge verso l’alto può essere portato ad avere comportamenti non solidali nei confronti di chi è rimasto sotto. Più in generale, e soprattutto: convergere significa anche insistere sulle medesime fasce del mercato del lavoro; detto altrimenti significa aumento della concorrenza e quindi delle divisioni, e questo facendo astrazione dalla crescita dell’immigrazione che, qualunque ne sia l’effetto sul salario, implica comunque una notevole balcanizzazione culturale dei lavoratori.
A maggior ragione queste conclusioni valgono nei confronti dei lavoratori europei. Infatti quelli che potrebbero essere eventuali dissidi tra i lavoratori di due o più paesi, come conseguenza della competizione trai rispettivi sistemi industriali, all’interno dell’Unione diventano invece dissidi strutturali e inevitabili, perché tra paesi stessi, e quindi tra lavoratori, sussistono qui stretti rapporti di dare e avere che sono, o sono percepiti, come rapporti a somma zero.
Ma andiamo oltre, e torniamo al ragionamento teorico sulla differenza tra le formazioni sociali.
Riproduzione versus ripetizione
Abbiamo già notato che nel testo in esame lo stato arriva troppo tardi (e peraltro solo in veste di banchiere centrale). Cosa intendiamo dire, di preciso? Qui si tratta di accennare proprio alla questione, inevitabilmente lasciata in sospeso dagli autori, della “determinazione in ultima istanza”, ossia alla vetusta discussione su struttura, sovrastruttura, ecc. Discussione che ormai potrebbe fare decisi passi avanti riconoscendo che nel capitalismo non comanda né l’economia né la politica, ma l’esigenza di riprodurre ad ogni costo i rapporti sociali di dominio e sfruttamento. Esigenza che viene affrontata con diversi tipi di relazioni, storicamente mutevoli, tra un’ economia che è “politica concentrata” (Lenin) e una politica che è sempre anche politica economica. Certo, esiste una particolarità dell’economia capitalista che la rende in un primissimo momento logicamente indipendente dalla politica, ossia il fatto che qui l’estorsione del plusprodotto avviene come puro risultato del processo economico, senza ricorso a coercizione[xvii]. L’economia capitalistica sembra quindi qualcosa di meramente naturale e/o tecnico e indubbiamente i capitalisti preferirebbero comandare affidandosi soltanto a un meccanismo apparentemente impersonale e neutro. Ma in realtà, date le contraddizioni nascoste dietro la neutralità dell’economia, il processo di produzione, anche a prescindere dalle crisi, non può avviarsi e svilupparsi senza l’intervento dello stato come garante del potere liberatorio del denaro, del rispetto dei contratti, della mediazione dei conflitti tra capitalisti e tra capitalisti e lavoratori, e come tutore dell’ordine sociale. E stato vuol dire in qualche modo territorio, e territorio vuol dire rapporto con altri territori. E infatti il capitalismo non potrebbe svilupparsi, o non potrebbe farlo nelle dimensioni che abbiamo conosciuto, senza la mediazione statuale del rapporto con altri spazi economici. Il dominio capitalistico si esercita quindi come intreccio mutevole tra economia e politica: ma, ci si può chiedere, alla fine chi comanda fra le due? Comanda, come già detto, sempre un terzo, ossia l’esigenza di riprodurre i rapporti (rectius, le gerarchie) sociali in condizioni date. A seconda delle fasi storiche il davanti della scena è occupato ora dall’economia (fasi di espansione, globalizzazione ecc.), ora dagli stati (fase attuale, guerra tra blocchi ecc.) secondo un ritmo che potrebbe essere coerente coi cicli individuati da Arrighi. Ma gli stati, come abbiamo visto, sono sempre presenti: la diversità, la differenza, sono quindi interne alla stessa fase di omogeneizzazione.
Tutto ciò può essere colto solo dall’analisi storico-concreta, ma in realtà è anche frutto di una necessità concettuale. L’eterogeneità dell’economia e della politica capitalistica fa sì che ogni concreta formazione sociale sia determinata non solo da un passato che è diverso per ogni luogo, ma anche dal movimento non sincronico e necessariamente differenziato del capitale e dello stato. L’essenza stessa del regime capitalistico, ossia il nesso capitale-stato, produce disomogeneità: dà luogo alle dissonanze tra le differenti temporalità delle diverse parti della totalità sociale (Althusser[xviii]), o, se si vuole, alle disarmonie tra complessi ontologici eterogenei (Lukács[xix]). Ma c’è di più. Una piena comprensione del modo di funzionamento del capitalismo deve svincolarsi dall’idea della riproduzione come ripetizione dell’identico[xx]. Ogni fase di riproduzione è un atto creativo: i rapporti sociali fondamentali indicano un compito all’insieme della società, ossia quello di garantire la loro stessa riproduzione, ma questo compito viene svolto ogni volta in maniera diversa a seconda della diversa capacità mostrata dagli agenti nell’interpretare la situazione, e delle loro scelte. E come nella riproduzione biologica sono possibili, e anzi frequenti, gli errori di replicazione, a maggior ragione nella riproduzione sociale si registrano numerose deviazioni degli agenti rispetto a un comportamento astrattamente ottimale[xxi]. Anche da ciò l’originalità e divergenza storica delle formazioni sociali. Qui non aiuta, ed anzi può essere d’ostacolo, la nozione althusseriana di “processo senza soggetto” cara agli autori. A meno che essa non venga riformulata come “processo senza soggetto sovrano”, ossia a meno di precisare che i soggetti non possono certo decidere sulle situazioni date in cui devono operare (e per questo non sono ”sovrani”), ma possono comunque scegliere come comportarsi nelle diverse situazioni, e le loro scelte hanno una funzione essenziale nel definire la forma del processo, che anche per questo è una forma differenziata. Di Althusser andrebbero piuttosto riprese, qui, le tesi sul materialismo aleatorio, che prevedono anch’esse l’assenza di un soggetto sovrano, ma considerano la casualità come un momento decisivo della formazione e del funzionamento delle leggi stesse[xxii]. Si potrebbe per questa via giungere alla concettualizzazione di una riproduzione aleatoria (dove aleatoria non vuol dire irrazionale), resa tale dall’incontro di due pratiche (economia e politica) entrambe razionalmente conoscibili, che però producono effetti non completamente prevedibili sia a causa della loro eterogeneità sia a causa della non garantita linearità delle scelte dei soggetti coinvolti. Una riproduzione non come ripetizione, appunto, ma come generatrice di storicità. Ossia, ripetiamolo, come matrice di quelle distinte formazioni storico sociali che sono l’unica sede della politica.
Perché insistere sulle differenze?
Sia la natura del rapporto sociale capitalistico, sia le modalità della sua riproduzione implicano, lo abbiamo appena visto, una costante unità di identità e variazione, tale che nessuna legge si può affermare in ogni dove nell’identico modo. Anzi, quando questo sembri accadere, ciò dovrebbe essere considerato dal ricercatore come un campanello d’allarme. Anche Daron Acemoğlu, contraddittore di Brancaccio in un interessante dibattito, sottolinea la differenza tra le diverse società capitalistiche, ma solo per dedurne che la centralizzazione, così come ogni altra tendenza obiettiva del capitalismo, può essere annullata dalle scelte fatte da quelle stesse società: scelte che però per lui restano tutte interne al capitalismo stesso, assumendo semmai veste socialdemocratica[xxiii]. Io invece sottolineo la differenza proprio per meglio combattere il capitalismo stesso. Tornando alla tipologia dei diversi capitalismi, ad esempio, la presenza o l’assenza di una socialdemocrazia consolidata e/o di un movimento sindacale che sia parte stabile delle reti decisionali, influenza in modo decisivo – nel bene o nel male – l’organizzazione della lotta di classe. Ma più in generale: se i dominanti possono in parte disinteressarsi delle condizioni specifiche in cui si svolge la loro azione, giacché potenti forze inerziali, capaci di spazzare via molti “particolari”, giocano a loro favore, i dominati devono invece studiare con estrema attenzione ogni particolarità del campo di battaglia, perché in fondo a ogni avvallamento e dietro ogni collina può esservi una falla dello schieramento nemico o un pericolo esiziale.
Due note politiche
Ciò detto, chiudo proprio con due questioni politiche. Per cominciare torniamo alla Cina. Dire che la sua politica non può essere definita come imperialista non significa che dunque noi dobbiamo necessariamente allearci con essa, decidendo le nostre mosse in coerenza con le sue. Anche se la Cina fosse il migliore paese socialista possibile essa si muoverebbe inevitabilmente, nell’essenziale, in funzione dei propri interessi geopolitici. La completa identificazione con una potenza statuale “rossa” non poteva funzionare nemmeno all’epoca dell’URSS, che pure prevedeva il sostegno armato ad alcune rivoluzioni nazionali o socialiste. Meno ancora può funzionare con la Cina, che non esporta rivoluzioni ma merci e capitali, e che potrebbe non vedere di buon occhio, per fare soltanto un esempio, un eventuale allontanamento dell’Italia dall’Unione europea, se questo scompaginasse una strategia internazionale tesa per adesso a mantenere almeno alcuni equilibri. Non si tratta quindi di allearsi con la Cina e tanto meno con la Russia putiniana (in cui pure qualcuno vede oniricamente la reincarnazione dell’Unione Sovietica), ma di prendere atto di un fatto ineludibile: se, come Lenin insegnava, nel corso di una guerra il nostro primo scopo deve essere la sconfitta del nostro governo, ciò comporta comunque un’obiettiva convergenza con le forze “antioccidentali” e gli effetti di tale convergenza devono essere ottimizzati, elaborando un autonomo progetto nazionale che tenga conto dei vantaggi che l’Italia otterrebbe dalla costruzione di un effettivo multipolarismo. Gli autori de La guerra capitalista sottolineano giustamente come la “terra di mezzo”, ossia l’Europa, sia forse il territorio che più ha da perdere dallo scontro tra blocchi, giacché, aggiungo io, ha invece guadagnato finora molto (anche se non tutto il possibile) dal rapporto con Russia e Cina. Ma, forse per paura di cadere in un atteggiamento codista, liquidano frettolosamente la questione del multipolarismo dicendo che la situazione attuale è già multipolare. Sul punto mi limito ad osservare che grazie al cielo questo non è l’unico multipolarismo possibile.
Passiamo infine dalle grandi cose alle piccole, ossia all’Italia. Paese che è il tipico esempio di deviazione da uno standard “ottimale” di centralizzazione capitalistica, sia per le ragioni quantitative esposte nel volume, sia per il percorso efficacemente riassunto da Brancaccio altrove[xxiv](ma rispetto al quale si dovrebbe considerare anche il ruolo della centralizzazione pubblica del capitale), che ha condotto a rallentare il ritmo della legge per evitare una pericolosa concentrazione del proletariato: anche da ciò la diffusione della piccola impresa. Al riguardo uno dei più gravi errori di quella sinistra che si è finora chiamata (o si è lasciata chiamare) sovranista è stato quello di insistere su un’alleanza vagamente antieuropeista con la parte più sofferente del piccolo capitale, prima di aver costruito un soggetto socialista autonomo nel corso di un processo di unificazione del lavoro (realmente o formalmente) dipendente. Da ciò è conseguita una subalternità alla destra italiana (sovranista a parole, piattamente servile di fatto) che, unita alla confusione tra obiettivi di prospettiva e parole d’ordine immediate, e unita a scelte elettorali volutamente minoritarie, ha condotto alla sostanziale sparizione di un’area politica che comunque aveva posto un problema, anzi il problema decisivo di questo paese. Ossia la necessità di un programma basato sulla definizione di un interesse nazionale identificato soprattutto con l’interesse dei lavoratori e inteso come base non per risibili rivendicazioni sciovinistiche, ma per la costruzione, nel negoziato con altri stati, di uno spazio economico-politico sufficientemente forte da poter contrastare quei liberi movimenti del capitale globale che sono il primo e più forte nemico di un progetto socialista. Quest’area, ripeto, ha posto assai male la questione delle alleanze di classe, ha sottovalutato gli effetti dell’assenza di un vero movimento proletario (precondizione per porre anche la questione dell’Unione europea[xxv]) e ha troppo confidato in quello che molti anni fa si chiamava “ceto medio”. Aveva dunque ragione Brancaccio quando sosteneva che una semplice uscita dall’Euro avrebbe potuto essere una soluzione gattopardesca[xxvi] e che in ogni caso, se era giusto incunearsi nelle contraddizioni tra grande e piccolo capitale, era da evitarsi come la peste il codismo nei confronti dell’uno o dell’altro. Nel farlo, però Brancaccio (e, immagino, anche i coautori: ma qui parlo solo di lui perché su questi punti si è espresso più esplicitamente) rischiava e rischia di rimuovere del tutto la questione delle alleanze, e questo perché la sua stessa idea di centralizzazione inesorabile tende a fargli considerare il piccolo capitale come un puro e semplice residuo del passato. Anche ammesso ciò, tuttavia, il declassamento dei piccoli imprenditori sarebbe (anzi è) comunque un fatto rilevante, che non potrebbe essere letto soltanto come un necessario tributo al progresso, pena il consegnare per decenni il paese a una destra ancor peggiore di quella attuale. Ma, in ogni caso, il tessuto delle piccole imprese è un tratto specifico dell’economia e dello stesso paesaggio sociale italiano: sono tutte imprese disfunzionali, inutili, incapaci di stare sul mercato se non grazie a evasione e supersfruttamento? Molte sì. Ma la loro eventuale liquidazione (che è spesso un destino già segnato) per non divenire devastante deve essere inserita in un contesto di crescita dell’occupazione stabile (la cui assenza costringe molti a farsi piccoli imprenditori senza avere le necessarie risorse) ed essere gestita gradualmente, non senza aver previsto vie d’uscita di tipo cooperativistico, o sostegni pubblici in cambio del rispetto di standard fiscali e salariali. Molte altre piccole imprese non sono immediatamente in queste condizioni, anzi: e penso anche, ma non solo, alle diffuse imprese di qualità del settore meccanico, o agroalimentare. In questi casi la soluzione sta probabilmente nella costruzione di forme paracooperativistiche come le reti tra imprese et similia. Senza scordare che moltissime piccole e medie imprese sono già centralizzate perché dipendono integralmente dalle banche che le finanziano: qui si tratterebbe di sostituire alla dipendenza dalle banche private la dipendenza da un credito pubblico che offra condizioni vantaggiose in cambio del rispetto degli standard, e magari delle indicazioni di un piano. Come si vede, mille diverse situazioni. Nulla che si possa risolvere attraverso semplificazioni. Chi nel proprio programma non da alla questione delle piccole e medie imprese il posto che merita, non può riuscire a far politica in questo paese. Sarebbe un peccato se il fascino della legge di centralizzazione facesse sottovalutare il peso di questo ulteriore tributo da pagare alla “legge di specificità”.
Note
[i] E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Mimesis, Milano-Udine, 2022.
[ii] Come era evidente già in E.Laclau, C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale, Il Melangolo, Genova, 2011.
[iii] E. Brancaccio et. al., op cit., ed. Kindle, pos. 674.
[iv] Ibidem, pos. 1331.
[v] Ibidem, pos. 1633.
[vi] Ibidem, pos 1122.
[vii] Per la quale si rimanda a G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1993, un’autobiografia preziosissima per comprendere gran parte della storia dell’Italia postbellica, e soprattutto della storia dei rapporti di classe.
[viii] Ovviamente anche questo termine termine è tutt’altro che pacifico e per un suo miglior uso bisognerebbe recuperare e aggiornare la discussione che, al riguardo, si svolse nel marxismo degli anni ’70. Per un primo assaggio di questa discussione si veda C. Luporini, Dialettica e materialismo, Editori Riuniti, Roma, 1974.
[ix] E. Brancaccio et. al., op cit., pos. 2407.
[x] Ibidem, pos 2407-2423.
[xi] Ibidem, pos. 2423.
[xii] La cosa, per quanto riguarda la Cina, è riconosciuta anche da Brancaccio, in Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico, Piemmme, Milano, 1922, pp. 138-140.
[xiii] Per un approfondimento di questo punto si potrebbe ragionare su alcune ipotesi della teoria realistica dei rapporti internazionali secondo cui gli stati sono in buona misura dei “conservatori posizionali”. Il che, aggiungo io, non significa ovviamente che essi siano pacifici, ma consente di pensare che l’unione tra capitalismo e stato, quando il primo sia nettamente dominante, trasforma la tendenza bellicista degli stati in una necessità assoluta dettata dalla tendenza del capitale all’espansione illimitata. Per quanto sopra si veda J.M. Grieco, Realismo e neorealismo, in G.J. Ikenberry, V.E. Parsi, Teorie e metodi delle Relazioni Internazionali, Laterza, Roma-Bari, 2001, e in particolare la p. 32. L’ipotesi che l’egemonia del capitalismo comporti un salto di qualità nel bellicismo non è propria dei soli teorici marxisti dell’imperialismo, ma anche di studiosi assai distanti: “Proprio il grande sviluppo economico stringeva gli stati in una morsa ferrea, lanciandoli in una gara per la conquista di mercati di rifornimento o di mercati di sbocco che conferiva alle rivalità internazionali un’acuità e quasi direi un meccanismo mai prima verificatosi, onde l’avvento dell’età del commercio non solo non faceva scomparire la guerra, anzi la rendeva più implacabile travolgendo nel cerchio fatale l’un dopo l’altro tutti i popoli. “, detto a proposito della fase pre-1914 da F. Chabod in, Idea di Europa e politica dell’equilibrio, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 200. c.n. .
[xiv] E. Brancaccio et. al., op cit., pos.3680.
[xv] M. De Cecco, Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1980 al 1914, Einaudi, Torino, pp. 172 e ss. .
[xvi] E. Brancaccio, Democrazia sotto assedio, cit., pp. 167-179, e, prima ancora, Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Meltemi, Milano, 2020, p. 149 e passim.
[xvii] La coercizione è stata infatti esercitata “all’inizio”, ossia nella violenta separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione che ha dato luogo all’accumulazione originaria, e che peraltro si ripresenta nel corso della storia.
[xviii] L. Althusser et al., Leggere il capitale, Mimesis, Milano, 2006, pp. 180 e ss. .
[xix] G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, I, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 321 e ss. .
[xx] Per quanto segue sono in parte debitore di Etienne Balibar e del suo Cinque studi di materialismo storico, De Donato, Bari, 1976, pp. 240 e ss.
[xxi] Gli autori definiscono “non completamente condivisibile” – pos. 446 – la visione epistemologica del Keynes che afferma che l’economia è una “scienza morale”, perché in essa è come se la caduta della mela newtoniana dipendesse dalle valutazioni della mela stessa, dal suo decidere se valga la pena di cadere o no, dal fatto che la terra voglia che la mela cada e dagli errori di calcolo della mela rispetto al centro della terra. Io invece la considero una visione sostanzialmente corretta, se non per l’economia, senz’altro per la storia. Intendiamoci: alla fine la mela cade, ma il quando e il come non sono certi.
[xxii] L. Althusser, Sul materialismo aleatorio, Unicopli, Milano, 2000.
[xxiii] E. Brancaccio, Democrazia sotto assedio, cit., pp. 211 e ss. .
[xxiv] Ibidem, pp. 64 e ss..
[xxv] Sul punto rimando al mio I senza patria. La solitudine degli italiani in un mondo di nazioni, Meltemi, Milano, 2021.
[xxvi] Cfr. ad esempio E. Brancaccio, op. ult. cit. pp 87 e ss.