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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2026

Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo

(Seconda parte)

La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.

È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastassero il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.

La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.

Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.

Space industry significa operai

La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi, il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.

Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.

La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.

Non si tratta più di costruire “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.

Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale. Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente attuata nella space industry.

Nella grande fabbrica fordista classica:

  • il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
  • l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
  • il lavoro era spezzettato e ripetitivo.

Il taylorismo separava brutalmente:

  • concezione,
  • esecuzione.

La space industry contemporanea, invece, funziona sempre più attraverso:

  • automazione avanzata,
  • sistemi integrati,
  • produzione flessibile,
  • digitalizzazione,
  • feedback continuo.

Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.

In altre parole il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.

Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.

La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.

Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.

Allo stesso tempo molti giovani ingegneri lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.

La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:

  • il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
  • il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
  • la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.

La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.

Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.

La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?

Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.

Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.

Questo produceva salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.

Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.

Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.

La differenza rispetto al Novecento è questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni, vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.

L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.

Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale. Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole (e non può) più garantire stabilità strutturale, quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.

C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.

Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.

Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.

Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.

La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:

  •  operai sempre più cognitivi;
  •  ingegneri sempre più subordinati;
  •  tecnici sempre più precarizzati;
  •  ricerca sempre più industrializzata.

Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.

Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.

Fonte

14/04/2026

Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo

Questo saggio di David Harvey è un estratto da: “The story of capital: what everyone should know about capital works”. Edizioni Verso books, 2026.

David Harvey, studioso marxista, è geografo, sociologo e politologo inglese. Si occupa di geografia politica e, dal 2001, è professore emerito di antropologia al Graduate Center della City University di New York. È stato professore di geografia presso le università di Oxford e Johns Hopkins. Tra le sue opere più importanti segnaliamo La crisi della modernità (1993); Giustizia sociale e città (1978), L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza (2011), Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo (2014), Marx e la follia del capitale (2018).

*****

La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si affiancarono alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.

Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali fu per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di schiavi) si diffusero a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).

Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’utilizzo del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.

Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.

Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce di popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Ciò condusse anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò coi capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.

Comprare merci a basso costo e venderle a caro prezzo, insieme a razzie, pirateria, rapine, iniziative coloniali e conquista del territorio, divennero le principali fonti di profitto e il principale mezzo per l’acquisizione di ricchezza, di solito sotto forma d’oro.

La ricerca di quest’ultimo acquisì un ruolo teorico nelle teorie mercantiliste prevalenti dell’epoca. Il potere statale veniva sempre più giudicato in base a quanto oro si trovava nelle casse dello stato.

L’accumulo originale (o primitivo) era, disse Marx, scritto nella storia dell’umanità ‘in lettere di sangue e fuoco’. Questa violenza indicibile si è svolta per secoli e continua ancora oggi.

Sebbene Marx possa aver esagerato un po’, riconobbe anche come ‘la silenziosa costrizione delle relazioni economiche’ avesse un suo ruolo. Ma non prestò abbastanza attenzione alle dimensioni razziali, religiose e di civilizzazione di queste trasformazioni.

C’erano processi in azione che minavano le forme tradizionali di potere economico, politico e religioso precapitalistico. Si stava aprendo una strada verso qualcos’altro, anche se i monarchi, i signori e i sacerdoti dell’epoca non avevano idea di cosa potesse essere.

Gli effetti corrosivi del commercio sui poteri tradizionali di classe e statali furono integrati dagli impatti dell’usura e dell’onere del debito nello sciogliere il potere feudale e il dominio terriero.

Ma ciò non si sarebbe svolto, come invece è accaduto, senza l’ascesa di vari modi in cui la forza lavoro poteva essere raccolta, gestita e mobilitata (a volte attraverso la schiavitù e la servitù della gleba, ma anche tramite contratti e controllo delle corporazioni sugli apprendistati) per produrre surplus, di solito a beneficio di qualche classe dirigente.

L’idea di un’organizzazione di massa del lavoro nel sistema industriale britannico fu quasi certamente influenzata dall’esperienza precedente della gestione del lavoro schiavistico di massa nelle piantagioni di zucchero delle Indie Occidentali.

Ciò che è interessante di questa storia è il modo in cui i primi passi, apparentemente di sviluppo, potrebbero quasi immediatamente diventare ostacoli a ulteriori sviluppi. Sebbene, ad esempio, la gestione del lavoro schiavistico possa aver avviato il primo passo verso una formazione di classe, ha condannato le Indie Occidentali e gran parte del Sud America a quello che Clyde Woods in seguito definì ‘sviluppo bloccato’.

Sebbene anche il sistema di organizzazione dei lavoratori nel sindacato abbia marciato verso la gestione e la riproduzione sociale del lavoro salariato come merce, esso ha frenato l’ascesa dei mercati del lavoro salariati liberi richiesti per il sistema industriale.

Il primo capitalismo industriale non poté radicarsi nelle principali città capitaliste mercantili britanniche come Londra, Bristol, Norwich o Liverpool, tutte in gran parte operanti entro i vincoli del sistema corporativista dominato dal potere dei mercanti e dei vescovi.

Le nuove fabbriche industriali dovettero cercare siti nuovi in campo nuovo. Piccoli villaggi con nomi come Manchester, Birmingham e simili divennero improvvisamente città industriali e le religioni non conformiste presero il posto dei poteri religiosi gerarchici centrati su Roma.

Il problema dello sviluppo bloccato non è mai scomparso. Il capitale è ansioso oggi come lo era nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo di cercare e favorire siti ‘greenfield’ (ad esempio, nel Sud degli Stati Uniti o nelle zone delle maquiladoras del Messico) dove le barriere di organizzazione del lavoro e la regolamentazione sono più deboli.

E, in molte parti del mondo, il potere dei proprietari terrieri (come in alcuni paesi dell’America Latina, con il Cile come ottimo caso) ha reso perpetua la battaglia del capitale in generale contro lo sviluppo bloccato attraverso il dominio delle tradizionali élite locali e degli interessi terrieri.

Nell’orbita degli Stati Uniti, Porto Rico e la regione del Delta del Mississippi si avvicinano a qualificarsi per lo status di sviluppo bloccato.

Ai fini della chiarezza teorica, Marx ha escluso l’accumulazione originaria dal suo tentativo di teorizzare il modo di produzione capitalistico nella sua forma più matura, al di fuori delle confusioni di una formazione sociale molto più complessa. Ma noi non possiamo permetterci questo lusso.

La violenta espropriazione di un contadinato autosufficiente e le pratiche continue di proletarizzazione continuano a svolgere un ruolo cruciale ancora oggi in molte parti del mondo.

Se la forza lavoro salariata globale è aumentata di oltre un miliardo di persone dal 1980, ciò è avvenuto in parte attraverso la distruzione di mezzi di sussistenza alternativi.

In Cina, per esempio, abbiamo assistito a un programma statale di ‘proletarizzazione parziale’ a partire dal 1980, in cui il contadinato rurale ha fornito un’enorme forza lavoro migrante, su base temporanea, alle fabbriche in forte espansione del sud industriale del paese, mantenendo al contempo i propri diritti di accesso alla terra nel luogo rurale di origine.

I costi della riproduzione sociale sono sostenuti nelle zone rurali cinesi, mentre l’offerta di lavoro (in particolare un’enorme coorte di giovani donne) è impiegata nelle aree urbane, dove i lavoratori migranti non hanno diritti di cittadinanza.

Questa è l’essenza del sistema hukou, che ancora oggi regola gran parte delle migrazioni interne in tutta la Cina, anche se vengono compiuti alcuni passi verso la sua abolizione di fronte al crescente numero di popolazione fluttuante di migranti che si stabiliscono nelle aree urbane ma non hanno diritti di cittadinanza.

Le pratiche di accumulazione originale portarono alla formazione di una forza lavoro salariata che era ed è ancora libera ‘nel doppio senso’: gli individui sono liberi di contrattare la propria forza lavoro con chi vogliono, pur essendo liberati – privati – da ogni accesso ai mezzi di produzione.

Devono lavorare come salariati per vivere. Ma le pratiche continue di accumulazione primitiva sono ora integrate da una serie di altre pratiche in cui il capitale dipende sempre più da espropriazioni dirette, sfratti e colonizzazioni, per non parlare di imbrogli, furti, frodi e rapine (spesso supportati dalla violenza).

L’appropriazione organizzata delle entrate altrui (salari e altri redditi distributivi) ora aiuta a sostenere l’accumulo di capitale.

Esagerazione dei prezzi da parte dei commercianti, truffe finanziarie, rendite immobiliari, speculazione su ogni tipo di valore degli asset (inclusi le criptovalute), sussidi e redistribuzioni tramite accordi fiscali, privatizzazione dei beni pubblici a prezzi favorevoli, promozione di strutture legali organizzate per la perpetuazione del privilegio e del potere di classe, sono solo alcuni dei mezzi coinvolti.

È anche significativo che tre delle linee commerciali più redditizie dei nostri tempi siano la droga illecita, le armi illegali e il traffico di esseri umani. Le varie ‘economie mafiose’ e racket di protezione giocano un ruolo economico di rilievo in alcune parti della formazione sociale capitalista, influenzando le dinamiche del modo di produzione capitalistico.

Tutto ciò comporta uno spostamento verso quello che chiamo ‘accumulazione per espropriazione’.

Mentre l’accumulazione primitiva riguarda la creazione violenta di una forza lavoro salariata che deve vendere la propria forza lavoro per vivere, l’accumulazione per espropriazione comporta il trasferimento da una classe all’altra di valori già creati. L’idea di tale categoria deriva dall’osservazione di Rosa Luxemburg (supportata da Hannah Arendt) secondo cui la rilevanza della teoria marxiana dell’accumulazione primitiva persiste anche nell’era moderna.

Luxemburg concluse questo perché, in The Accumulation of Capital, non riusciva a comprendere da dove provenisse la domanda effettiva che potesse sostenere l’accumulazione continua di capitale in forma a spirale. Finì per teorizzare che il commercio con formazioni sociali non capitaliste nel pieno dell’accumulazione primitiva fosse l’unica risposta possibile.

Ma sembra un po’ strano definire ciò che sta accadendo ora come accumulazione ‘originale’ o ‘primitiva’, soprattutto perché la versione moderna, per la maggior parte, ha uno scopo molto diverso.

Nel marxismo classico, l’accumulazione primitiva indica i processi attraverso i quali la classe operaia è stata forgiata violentemente a partire da formazioni sociali precapitaliste.

Questi processi continuano a svolgere un ruolo enorme: la dissoluzione delle società basate sui contadini quasi ovunque nel mondo dal 1945 ha aumentato notevolmente la dimensione del proletariato globale dei lavoratori salariati.

Ma l’accumulazione per espropriazione significa qualcosa di molto diverso. Consiste nel rubare, truffare o appropriarsi del valore e del plusvalore già prodotti. Si basa sul fatto che il profitto in denaro può essere ottenuto senza alcuna produzione di plusvalore.

Quando 7 milioni di famiglie hanno perso il valore dei loro asset abitativi nella crisi del 2007-2008, sono state sottoposte a uno dei più grandi trasferimenti di valore patrimoniale nella storia degli Stati Uniti.

Stephen Schwarzman divenne miliardario e Blackstone operò una delle più grandi transazioni immobiliari al mondo acquistando case pignorate ai prezzi di vendita che si applicano a immobili andati a fuoco. Molti dei pignoramenti, si scoprì in seguito, erano fraudolenti.

I finanzieri, come abbiamo visto prima, hanno guadagnato dalla crisi dell’Asia orientale del 1997–'98. L’organizzazione di Peter Singer ha guadagnato miliardi tenendo l’Argentina in ostaggio sulla base del debito pubblico del paese.

I paesi dei mercati emergenti sono intrappolati nel debito. Non possono permettersi il servizio dei debiti e consegnano i loro beni ai creditori. Le società di private equity rendono private le società pubbliche fragili, le privano di asset, violano gli obblighi verso i dipendenti (diritti pensionistici e sanitari) e infine restituiscono le società, ormai ampiamente impoverite, alla sfera pubblica a un prezzo premium. Il profitto dalla riorganizzazione sembra essere il loro affare. I miliardari hanno storie oscure di saccheggio della cosa pubblica mentre eludono le tasse e massimizzano le tangenti.

Il mancato pagamento dei salari, soprattutto in tempi di crisi, è stato un altro problema importante in molte parti del mondo. United Airlines e American Airlines hanno entrambe subito riorganizzazioni dalle bancarotte che hanno permesso loro di annullare gli obblighi pensionistici e sanitari verso dipendenti passati e attuali.

Le banche possono legalmente pignorare i debiti in periodi in cui la liquidità che loro stessee controllano, in gran parte, è artificialmente ristretta.

Flussi significativi di capitale vengono quindi deviati dai circuiti principali del capitale tramite espropriazione.

Il capitale (il valore in movimento) viene canalizzato in attività che non producono valore ma comunque generano alti profitti monetari. Il commercio di materie prime che hanno un prezzo ma non valore, si riversa facilmente nell'illegalità.

L’incredibile rete di pagamenti illegali associati alla corruzione dei funzionari statali in molti paesi latinoamericani da parte dell'azienda di costruzioni Odebrecht a partire dagli anni ’90 fu economicamente significativa. Ciò portò al suicidio di un ex presidente del Perù mentre lo scandalo veniva svelato.

In molti paesi, una classe politica può saccheggiare i beni pubblici per nascondere enormi fortune in paradisi fiscali, conti bancari svizzeri o, come nel caso del senatore Menendez del New Jersey, lingotti d’oro.

Ma c’è anche una buona quantità di attività legalizzata. Se, ad esempio, banchieri e mercanti possono sfruttare la loro posizione nella circolazione del capitale per accumulare capitale per conto proprio (come hanno fatto su scala crescente negli ultimi quarant’anni circa), le leggi di movimento del capitale, solitamente specificate dal punto di vista del capitale produttivo (o industriale), non possono assolutamente rimanere inalterate.

Se il sistema del credito viene usato in modo flagrante per rafforzare la ricchezza e il potere dei banchieri d’investimento (come Goldman Sachs o JPMorgan) o delle società immobiliari speculative (come Blackstone), invece di sostenere la produzione di valore e plusvalore, la teoria della circolazione e dell’accumulazione di capitale necessita di una revisione approfondita.

Nei Grundrisse, ad esempio, Marx suggerisce che si andavano formando condizioni in cui la teoria del valore-lavoro avrebbe potuto non essere più operativa anche se i capitalisti vi si aggrappavano come unica metrica significativa per giudicare la loro condizione.

Inoltre, il trading speculativo di beni redditizi come affitti immobiliari, debito statale, azioni e simili non è necessariamente un’attività a somma zero.

L’accumulazione per espropriazione, il profitto dall’alienazione (comprare a basso costo e vendere a caro prezzo), le manipolazioni nei mercati finanziari e monetari, le attività speculative di affitti e proprietari terrieri (in particolare per quanto riguarda le attività estrattive) sono tutti potenziali veicoli non solo per aumentare le concentrazioni di denaro, ricchezza e potere in certi ambienti ristretti, ma anche per costruire nuovi canali per un’ulteriore accumulazione monetaria in assenza di valore e produzione di plusvalore.

I profitti si accumulano sempre più in operazioni che non producono alcun valore. Marx era fin troppo consapevole della scala mutevole della produzione di massa e dell’organizzazione interna del capitale che ciò implicava.

Commentando e approvando Robert Owen, osservò: “Quasi tutte le produzioni, per avere successo, devono ora essere svolte in modo esteso e con grande capitale; i piccoli maestri con piccoli capitali hanno poche possibilità di successo ... i piccoli maestri saranno sempre più sostituiti da coloro che possiedono grandi capitali ... Ottiene questo potere attraverso la combinazione con altri grandi capitalisti, impegnati nello stesso interesse ... e così piega di fatto al suo scopo coloro che impiegano. Il grande capitalista ora nuota nella ricchezza, il cui uso corretto non gli è stato insegnato e non conosce. Grazie alla sua ricchezza, ha acquisito potere. La sua ricchezza e il suo potere accecano la ragione; e quando opprime del tutto gravemente, crede di concedere favori ... I suoi servitori, come vengono chiamati, in realtà i suoi schiavi, sono ridotti alla più disperata degradazione”.

Questo è, ovviamente, il mondo di Elon Musk. È il mondo in cui esistono ogni tipo di mezzo istituzionale per espropriare i deboli a beneficio di una classe miliardaria di ricchezza e potere consumati. La borsa, osserva Marx, è un luogo meraviglioso per osservare come gli squali finanziari divorano i piccoli soggetti economici.

L’accumulazione per espropriazione non va confusa con i profitti ottenuti da commercianti, consulenti e broker onesti nei mercati di credito e borsa.

Nel Volume 3 del Capitale, Marx chiarisce che valore e plusvalore possono essere creati solo nell’atto di produzione. I servizi essenziali dei capitalisti mercanti devono essere pagati come ‘costi necessari’ della circolazione (Marx usa il termine ‘faux frais’) che devono essere detratti dalla produzione di valore e plusvalore. Ci sono alcune eccezioni.

Ad esempio, Marx sostiene che le merci non sono completamente prodotte finché non sono sul mercato. I costi di trasporto e comunicazione aggiungono quindi valore, mentre altri aspetti dell’ingrosso e della vendita al dettaglio no, anche se sono costi necessari.

Ci sono ulteriori eccezioni. Per esempio, se miglioriamo il modo in cui i commercianti ricevono il capitale, i tempi per far circolare il capitale stesso diminuiscono. Questo significa che in un anno è possibile acquistare più quantità di un prodotto (due o tre volte rispetto a quanto si faceva prima). Di conseguenza, la produzione aumenta notevolmente e il profitto cresce. 

Inoltre, i capitalisti mercantili sfruttano il lavoro che impiegano e così contribuiscono al plusvalore totale creato.

Aumentare l’efficienza nel merchandising è molto apprezzato e molto ricercato. La produzione e il consumo di massa furono paralleli alla creazione dei grandi magazzini, come Le Bon Marché a Parigi e Marshall Field’s a Chicago nella seconda metà del XIX secolo, seguiti dai supermercati che proliferarono ovunque nella seconda metà del ventesimo secolo.

La stessa logica vale per i servizi aziendali e di consulenza. Un’organizzazione come McKinsey e i team legali che si occupano di contabilità internazionale sono in linea di principio parte dei ‘costi necessari’ della circolazione del capitale.

Quando l’innovazione diventa un business, le applicazioni che influenzano l’efficienza e la velocità di esecuzione nelle forme organizzative diventano importanti linee di business.

L’invenzione di ogni tipo di applicazione, la proliferazione delle tecniche decisionali automatizzate che stanno emergendo (IA) hanno ogni sorta di potenziali implicazioni, ma se il passato serve a guidare, saranno usate prevalentemente per massimizzare i tassi di sfruttamento del lavoro aggiungendo al contempo l’incentivo ad aumentare la massa di valore in movimento molte volte.

La teoria della distribuzione deve monitorare l’appropriazione del valore e la sua crescente centralizzazione in poche mani, anche in assenza di una produzione aggiuntiva di plusvalore. Gli investimenti di capitale in circolazione, distribuzione e realizzazione non possono produrre valore, ma creano le ‘condizioni di possibilità’ per la realizzazione e l’appropriazione di sempre più valore e plusvalore nel circuito industriale.

La domanda teorica che Marx pone è questa: perché i capitalisti industriali che si assumono il compito primario di organizzare il lavoro salariato per produrre valore e plusvalore tollererebbero di condividere i loro bottini con i capitalisti mercantili, i capitalisti finanziari, i capitalisti terrieri e lo stato?

Marx non definisce queste altre fazioni del capitale o dello stato come intrinsecamente parassitarie (come spesso fanno molti nella sinistra contemporanea). Tutte queste fazioni (se possiamo chiamare lo Stato una fazione) hanno ruoli legittimi e cruciali da svolgere a sostegno della circolazione e accumulazione del capitale. Ciascuno ha, quindi, un diritto legittimo su una parte del plusvalore prodotto dal capitale industriale, così come sull’estrazione del plusvalore dai lavoratori che essi stessi impiegano.

Marx si concentra su queste affermazioni, su quale base sono stabilite e su come un flusso distintivo di valore e plusvalore circola per sostenere tali affermazioni. Questi flussi di valore deviati influenzano le leggi del moto del capitale in generale e scatenano relazioni sociali e forme di lotta diverse rispetto a quelle determinate dalla circolazione del capitale industriale in isolamento.

Nel caso del capitale mercantile, ad esempio, la relazione sociale fondamentale è la transazione tra acquirente e venditore, mentre nel caso del capitale finanziario è tra debitore e creditore. In entrambi i casi, la relazione di classe tra capitale e lavoro, che domina nella produzione e costituisce la base di classe per la produzione del plusvalore, passa in secondo piano. Questo può avere conseguenze politiche potenzialmente profonde.

I materiali che Marx stava raccogliendo su banca e finanza per il Volume 3 del Capitale, mostrano che era sempre più preoccupato della questione di come, perché e con quale effetto i banchieri e i finanzieri potessero andare oltre le loro legittime pretese e usare la loro posizione e il loro potere sulla massa di ricchezza sotto il loro comando, per appropriarsi il più possibile del valore e del plusvalore per sé stessi. In virtù della loro posizione e dei servizi cruciali che fornivano, erano in grado di prelevare legalmente o illegalmente dal patrimonio collettivo di valore e plusvalore che gli industriali stavano creando.

Lo stesso varrebbe ovviamente per i capitalisti mercantili, per i proprietari terrieri e lo stato. Il potere di queste fazioni variava in parte, ma Marx ne riconosceva lo status di fazioni autonome e indipendenti istituzionalizzate, incluse nella totalità delle relazioni che costituiscono il modo di produzione capitalistico.

C’erano limiti evidenti alle quantità di appropriazione che potevano essere possibili. Era anche ovvio che gran parte del valore che avevano sottratto avrebbe dovuto, a un certo punto, essere riciclato nella produzione per garantire futuri stanziamenti.

Ma la struttura della produzione industriale e l’organizzazione delle cosiddette ‘merce’ o ‘catene del valore’ tra le diverse imprese nel processo produttivo nel suo complesso creano complicazioni per l’analisi e la costruzione della teoria.

Questo è stato particolarmente vero nelle industrie dell’abbigliamento e delle calzature: marchi globalizzati esercitavano un potere monopolistico sui produttori grazie alla loro capacità di selezionare tra un ampio bacino di aziende esterne per quasi ogni fase della catena del valore – tessuti, produzione, trasporti, lavorazione, stoccaggio, ecc. – per catturare la fetta maggiore del valore. 

I fornitori incapaci di soddisfare le richieste di prezzo di questi marchi transnazionali rischiavano la perdita degli ordini o addirittura la chiusura. Questa dipendenza lasciava i produttori in uno stato di instabilità perpetua, incapaci di raccogliere il capitale necessario per uscire dall’orbita del potere del marchio e perseguire il proprio sviluppo, con la possibilità di perdere un contratto di acquisto che pendeva su di loro come una minaccia esistenziale inesorabile. Il risultato fu che gli operai dell’abbigliamento avevano il potere contrattuale più basso di qualsiasi altro settore industriale.

Dai suoi meticolosi studi sui rapporti parlamentari e sui giornali, Marx capì anche che era necessario un qualche tipo di apparato regolatorio (come accadde nel caso della giornata lavorativa) per evitare crisi finanziarie.

Non sarebbe quindi stato affatto sorpreso che la crisi finanziaria del 2008 avesse portato a qualcosa come le riforme regolatorie Dodd-Frank.

Per quanto riguarda la Banca d’Inghilterra, tuttavia, Marx arrivò anche a riconoscere che una cattiva progettazione di tali istituzioni poteva aggravare e allungare le crisi e che ‘l’errore del Bank Act del 1844’ ebbe un impatto negativo sull’accumulo continuo.

Le crisi finanziarie del 1848 e del 1857 derivavano tanto dalle contraddizioni interne al capitale quanto dalle dinamiche della lotta di classe.

Fu il fallimento delle classi operaie nel rispondere alla crisi del 1857–'58 a spingere Marx a tuffarsi di nuovo al British Museum per comprendere la natura di quel fallimento. 

Un ulteriore punto complica non solo la teoria e l’analisi, ma anche la politica.

Nel processo di circolazione e accumulazione, il valore assume diverse forme. Le sue tre forme materiali principali sono, come abbiamo visto, il denaro, le merci e l’attività produttiva.

Ognuna di queste forme è una rappresentazione materiale della relazione sociale immateriale ma oggettiva che chiamiamo valore. Ma ogni rappresentazione ha caratteristiche specifiche. Queste caratteristiche non hanno nulla a che vedere con il valore creato tramite il ‘fuoco che dà forma’ al lavoro applicato nell’attività di produzione di merci.

Consideriamo il caso più problematico, quello della forma monetaria. Questa è, in modo cruciale, l’unica forma di capitale che ha la capacità di crescere senza limiti. È l’unica forma di capitale che può tenere il passo costante con la spirale di accumulo e crescita. È forse significativo che la crescita dell’offerta monetaria mondiale mostri una forma esponenziale dopo il 1970 circa.

Sono domande profonde. Ma il punto essenziale è che, se la relazione intrinsecamente contraddittoria tra moneta e valore è diventata al massimo fragile, le forme monetarie di appropriazione e accumulazione possono occupare il centro della scena senza dipendere direttamente da ciò che potrebbe accadere nella sfera immateriale ma oggettiva delle relazioni di valore.

L’unica prova che abbiamo della continua rilevanza della teoria del valore è che la sfera monetaria, sempre più libera dal 1971, ha prodotto un gran numero di crisi monetarie con effetti tangibili sulla circolazione e l’accumulo di capitali, oltre a impatti talvolta catastrofici sul benessere umano, anche mentre la massa del capitale ha continuato a espandersi drasticamente nonostante i bassi tassi di crescita.

Sotto tutto il feticismo e l’apparenza superficiale di un capitalismo finanziarizzato dinamico, ciò suggerisce che gli squilibri nella relazione massa–tasso siano il segno di problemi economici ed ecologici, mentre l’espansione illimitata ‘cattiva e infinita’ dell’offerta di moneta tramite i quantitative easing (allentamento quantitativo) fornisce un rimedio facile, seppur temporaneo, a ogni segno di crisi.

Rimane quindi il sospetto che sia l’allentamento quantitativo a essere alla radice di molti problemi economici contemporanei.

Questo non sarebbe vero in senso causale diretto, ma perché aggiustamenti apparentemente razionali a breve termine contribuiscono in modo incrementale a costruire nel tempo un problema molto più massiccio, proprio come la soluzione del denaro facile che Alan Greenspan ideò in risposta al crollo della borsa del 2001, che si riversò nel mercato immobiliare e nel crollo finanziario molto più profondo e dannoso di sette anni dopo.

È del tutto possibile che i commercianti (come IKEA e Walmart) o i finanziatori (come Goldman Sachs e i detentori di obbligazioni) dominino il capitale industriale. Quando ciò accade, come Marx ammette con precognizione, quasi invariabilmente si determina in ‘un sistema di saccheggio’.

Nell’attuale congiuntura, i detentori di obbligazioni e i comandanti della circolazione del capitale esercitano anch’essi un’enorme influenza sullo Stato e, in alcuni casi, dominano la produzione e la riproduzione del capitale industriale.

I ‘sistemi di saccheggio’ sono evidenti quasi ovunque. Non c’è onore tra le diverse fazioni del capitale nel loro furto.

Si saccheggiano a piacimento quando gli conviene. Sorgono anche antagonismi tra fazioni di industriali, mercanti, finanzieri e proprietari immobiliari, così come potenti rivalità familiari e i notoriamente parassiti rentiers, per non parlare dello stato. Nessuna fazione esita a cogliere l’occasione per sottrarre ‘all’altra’ i valori dei propri asset con ogni mezzo o inganno possibile. L’accumulazione per espropriazione è organizzata come un sistema generale di rapina competitiva. Ma chi finisce per controllare la maggior parte della massa monetaria, e cosa fanno con la ricchezza e il potere che questa conferisce automaticamente?

Il capitalista mercantile facilita la vendita efficiente di merci sul mercato e merita una giusta ricompensa per aver reso tale servizio al capitale industriale. I commercianti assorbono il problema del tempo di circolazione impiegata nel mercato per ottenere una vendita.

Questo permette ai capitalisti industriali di garantire la continuità del flusso di valore e della produzione di plusvalore senza considerare le condizioni di mercato.

Per questo motivo, i capitalisti industriali scambiano volontariamente merci con i mercanti a un prezzo scontato.

Se i mercanti aiutano ad accelerare il turnover del capitale e a fornire credito al capitale industriale a condizioni semplici, ciò conferisce loro un ulteriore diritto su una parte del valore in circolazione.

L’esercizio di questa affermazione è visto nella teoria di Marx come una detrazione del valore e del plusvalore prodotto dal capitale industriale. Ma è chiaro che il potere monopolistico di molti capitalisti mercantili all'interno del mercato può diventare un potere sul capitale industriale.

La pressione per abbassare i prezzi da parte dei commercianti può diventare un fattore di condizionamento terribile per il lavoro industriale lungo tutta la catena del valore attraverso la quale, ad esempio, viene prodotto e commercializzato il computer Apple che utilizzo.

A questo punto, il ritorno al capitale mercantile può diventare parassitario piuttosto che legittimo. Il ‘sistema del saccheggio’ prende il sopravvento.

Le identità del mercante, del banchiere e del proprietario terriero sono tali che tutti cercheranno di massimizzare i propri stanziamenti e abuseranno del loro potere a favore del proprio interesse.

In questo modo le diverse fazioni diventano rentiers parassiti di fatto piuttosto che onorevoli servitori dell’accumulazione.

‘L’intera immensa estensione del sistema creditizio’, si lamenta Marx, ‘viene sfruttata dai banchieri come loro capitale privato’. 

Sebbene sia utile distinguere tra il profitto del capitale mercantile, il profitto del capitale industriale, gli interessi sul capitale monetario, l’affitto sulla proprietà/capitale terriero e le tasse allo stato, questi sono ruoli distinti piuttosto che categorie sociali fisse.

La maggior parte delle aziende (insieme allo stato) è attivamente coinvolta nel ricoprire simultaneamente diversi di questi ruoli.

Nell’industria automobilistica degli anni ’80, ad esempio, si guadagnava più denaro impiegando i poteri finanziari della casa automobilistica nei mercati futures che producendo automobili.

La vivace società organizzerà i suoi affari per estrarre e appropriarsi di più valore possibile in qualsiasi forma risulti più redditizia e, da qualsiasi punto del processo di circolazione complessivo, che possa essere più facilmente sfruttato (e in alcuni casi imbrogliato).

La teoria della distribuzione deve quindi monitorare l’appropriazione del valore e la sua crescente centralizzazione in meno mani, anche in assenza di una produzione aggiuntiva di plusvalore.

Gli investimenti di capitale in circolazione, distribuzione e realizzazione non possono produrre valore, ma tali investimenti creano le ‘condizioni di possibilità’ per l’appropriazione di valore e plusvalore dal circuito industriale.

Il denaro, la rappresentazione, era di fatto libero da qualsiasi collegamento diretto con ciò che avrebbe dovuto rappresentare. Le dighe della creazione illimitata di moneta si aprirono e la questione di quale potesse essere esattamente il rapporto tra denaro e valore divenne oggetto di speculazione.

Alcuni, addirittura, dichiararono che la teoria del valore è irrilevante e che conta solo la rappresentazione – il denaro mondiale e le politiche monetarie delle banche centrali mondiali.

Nell’economia borghese, una nuova teoria monetaria è in ascesa, e tra i marxisti c’è un certo interesse per la MELT (l’espressione monetaria del tempo di lavoro) come nuova base per l’analisi.

Ci sono abbondanti opportunità nei campi della distribuzione per l’accumulo di ricchezza attraverso appropriazioni illegittime, non etiche e, in alcuni casi, illegali della ricchezza e dei beni altrui.

Marx evitò di affrontare tale questione assumendo, in particolare nei primi due volumi del Capitale, che tutte le merci si scambiano al loro valore e che l’esistenza della concorrenza intercapitalista avrebbe garantito un accordo approssimativo tra questa assunzione teorica e le pratiche di mercato effettive.

Ci sono casi in cui tale assunzione è plausibile nel mondo di oggi. La feroce concorrenza tra le catene di supermercati in alcune parti del mondo assicura, ad esempio, un servizio al massimo a costo minimo (la catena di supermercati Aldi è un ottimo esempio).

L’economia Walmart è super-efficiente, e alcuni ora la considerano un modello per un’economia socialista più pianificata centralmente. Essa garantisce il flusso efficiente delle materie prime dai produttori di tutto il mondo ai consumatori. Procura prezzi al minimo che possono ridurre il valore della forza lavoro o garantire miglioramenti materiali nel tenore di vita del lavoro a un dato livello salariale.

Quanto segue, tuttavia, mi consente di concentrarmi sull’illustrare come l’economia di appropriazione e l’accumulazione per espropriazione funzioni nei diversi campi della distribuzione. In che modo mercanti, finanzieri e capitali immobiliari si organizzano per estrarre molto più del loro giustificabile tasso di rendimento, al punto che a volte sembrano dominare piuttosto che servire un’accumulazione di capitale senza fine?

Inoltre, quanto valore viene stanziato dallo stato sotto forma di tasse, licenze e costi d’uso per pagare servizi statali che potrebbero o meno migliorare le condizioni per la produzione di plusvalore e l’accumulo di capitale? Lo stato rentista non è impossibile, e tutti gli stati capitalisti adottano funzioni e pratiche da rentier nel loro sforzo di appropriarsi di quanta più ricchezza e potere possibile per lo stato.

Quelle che Marx ed Engels chiamavano ‘forme secondarie di sfruttamento’ che accolgono i lavoratori al loro ritorno a casa sotto forma di avidi mercanti, proprietari terrieri e preconi, per non parlare delle appropriazioni illecite tramite l’apparato statale, non possono, nel mondo di oggi, essere ignorate nella ricerca delle diverse modalità di accumulazione di capitale tramite appropriazione disponibili alla classe capitalista.

Se il capitale è valore in movimento, la massa del valore è in continuo mutamento, instabile e, come abbiamo visto prima, incontrollabile. Le interazioni fluide delle diverse forme di capitale si intersecano per spostare la massa da una parte all’altra del mondo, da un settore all’altro e da un gruppo di capitalisti a un altro.

La massa si muove geograficamente mentre le politiche mercantiliste da parte dello Stato portano a vantaggi cumulativi sulla bilancia dei pagamenti e surplus commerciali in una parte del mondo a discapito di altre.

Allo stesso modo, diverse fazioni – produttori, mercanti, finanzieri, imprese statali – acquisiscono l’egemonia per un po’, solo per essere soppiantate man mano che il peso della massa si sposta altrove.

Negli ultimi tempi, nei luoghi e in certi settori i capitalisti mercantili hanno dominato i produttori diretti (come sembrava accadere nelle catene globali delle materie prime e del valore nel settore tessile ed elettronico negli anni ’90).

Ma in tempi più recenti, la riorganizzazione della produzione e l’ascesa di grandi aziende produttrici come Foxconn nell’elettronica hanno riportato le condizioni di gioco. Usa il suo potere quasi monopolistico per salire nella propria catena di approvvigionamento ed estrarre senza pietà surplus dai fornitori.

La fluidità di queste relazioni rende difficile tracciare i meccanismi di estrazione dei surplus attraverso l’accumulo per espropriazione (saccheggio) nel contesto delle lotte faziose per le quote di distribuzione tra mercanti, finanzieri e proprietari terrieri, nonché di un apparato statale spesso avaro.

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01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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27/02/2026

Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio

L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.

Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.

È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.

Al contrario, la realtà descritta da Brancaccio rivela un sistema dominato da un’anarchia di fondo dove la centralizzazione non è il frutto di un disegno preordinato ma l’esito cieco e violento della dinamica di accumulazione. Proprio in questa assenza di un piano razionale capitalista si inserisce l’ostacolo ideologico del postmoderno, che può essere interpretato come l’approdo contemporaneo di quella distruzione della ragione analizzata, a suo tempo, da Lukács.

L’irrazionalismo postmoderno, esaltando il frammento e il contingente, agisce come una barriera che impedisce di cogliere la totalità sociale, giustificando l’esistente attraverso la negazione di ogni grande narrazione e rendendo la realtà apparentemente incomprensibile. Ed è in questo senso perfettamente compatibile con la teoria della conoscenza di Hayek, fortemente intrisa di pensiero negativo e volta a negare ogni possibile controllo pubblico cosciente sulle dinamiche economico-sociali.

L’interesse analitico del testo risiede nella capacità di documentare empiricamente come la centralizzazione capitalistica globale abbia raggiunto livelli tali da svuotare il concetto di concorrenza, trasformando il mercato in un meccanismo che alimenta forme inedite di autoritarismo definite dall’autore oltrefascismo.

Questa deriva investe direttamente la tenuta delle democrazie liberali, che si ritrovano subordinate alle dinamiche di accumulazione di una frazione infinitesimale di “controllori” di capitale che non ne detengono più, marxianamente, la proprietà, distribuita tra una miriade di piccoli azionisti.

In questa prospettiva, la proposta del testo emerge come una necessità dialettica: l’integrazione di strumenti di pianificazione pubblica e controllo sociale diventa l’unica condizione possibile per salvaguardare le libertà civili che il mercato tende oggi a sopprimere.

Un altro passaggio fondamentale del testo riguarda il ruolo della conoscenza all’interno di questo sistema. Qui il ragionamento di Brancaccio trova un punto di contatto con l’ethos di Robert K. Merton e il suo principio del comunismo della scienza, inteso come condivisione collettiva dei risultati della ricerca.

Il capitalismo odierno agisce in direzione opposta, recintando il sapere attraverso brevetti e monopoli tecnologici che Brancaccio inquadra nell’ambito della scienza del capitale alla quale deve essere contrapposta (come volevano Levins e Lewontin) una scienza per il popolo, per contrastare la collusione tra monopoli e ricerca scientifica che ha minato le stesse basi della credibilità della scienza presso le classi popolari, aprendo alle tante forme d’irrazionalismo contemporaneo e al ritorno del pensiero magico come reazione idealistica alla scienza del capitale.

La mercificazione della scoperta scientifica ne limita il potenziale emancipativo, trasformandola in uno strumento di esclusione. Il richiamo a una dimensione libercomunista diventa quindi anche un appello alla liberazione della conoscenza dalle catene del profitto, restituendo alla ricerca la sua funzione di bene comune (o per meglio dire: comunista) universale.

Questo approccio si estende necessariamente alla questione ecologica, dove la pianificazione non deve essere intesa come mera gestione burocratica, ma come l’unico strumento capace di ricomporre, per dirla con Bellamy-Foster, la frattura metabolica tra produzione e natura.

L’integrazione di una prospettiva ecosocialista, evidente in tutto il testo, permette di focalizzare come la centralizzazione del capitale sia intrinsecamente legata alla devastazione ambientale: il mercato, guidato dalla necessità di accumulazione illimitata, ignora i limiti fisici del Pianeta e i tempi di rigenerazione degli ecosistemi.

Una programmazione ecologica consapevole, che metta al centro il valore d’uso e la riproduzione sociale e naturale, anziché il profitto, appare dunque come il pilastro fondamentale di una transizione al socialismo che sia al contempo sociale ed ecologica.

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30/05/2025

Meloni contro la UE per non mettere ostacoli a Trump

di Emiliano Brancaccio

Ogni finzione rapidamente cade, come un fiore che appassisce. Al detto ciceroniano Giorgia Meloni evidentemente crede poco. Tali e tante sono state le maschere indossate dalla premier da suggerire, piuttosto, una tattica politica fondata su un continuo gioco di mistificazioni al rialzo.

All’assemblea di Confindustria la presidente ha dato ennesima prova di abile camuffamento, quando ha esortato l’Unione Europea a rimuovere quei «dazi interni» che ancora ostacolano il completamento del mercato comune.

La premier ha titillato gli imprenditori invocando un radioso futuro di libertà: rimuovere i lacci e i lacciuoli della normativa europea, per lasciare ai capitalisti tutto lo spazio di manovra che reclamano. Quindi, Meloni ha ricordato uno studio del Fondo monetario internazionale, secondo il quale una burocrazia asfissiante e non armonizzata tra i paesi europei crea costi aggiuntivi che impediscono lo sviluppo dei commerci all’interno dell’Unione.

L’idea della premier, tutt’altro che sottintesa, è che invece di proseguire la guerra commerciale con gli Stati Uniti, l’UE farebbe meglio a mettere ordine nel giardino di casa, cancellando il garbuglio di regole che ostacola lo sviluppo degli scambi all’interno dei confini europei.

Meloni non lo cita espressamente, ma è ben studiato l’implicito richiamo a Mario Draghi e al suo rapporto, che per primo aveva posto il problema politico della rimozione dei «dazi interni» all’Unione Europea. In verità, Draghi aveva insistito sul punto per rimarcare la sopraggiunta esigenza di rendersi un po’ più forti e autonomi, anche rispetto al vecchio e ormai poco affidabile alleato atlantico.

Ma nella retorica di Meloni il messaggio di fondo viene ribaltato. La ricetta draghiana viene evocata per indurre l’Europa ad abbassare le armi nella disputa commerciale con gli Stati Uniti. L’esortazione è chiara: restiamo vassalli, aderiamo al verbo trumpiano del buy American e pensiamo piuttosto a lavare i panni sporchi in casa. Usare persino Draghi pur di compiacere Trump. Il gioco di maschere meloniano si fa ardimentoso.

Ma è nella politica economica che la mistificazione di Meloni raggiunge forse il suo massimo fulgore. La premier, come è noto, deve il suo successo politico all’esaltazione del capitalismo pulviscolare delle piccole e piccolissime imprese nazionali.

Bottegai, commercianti, partite iva e padroncini hanno sempre rappresentato, per la destra di governo, una irrinunciabile base di consenso. Il guaio è che questo italianissimo capitalismo “dei piccoli” è alquanto inefficiente. La sua sopravvivenza è garantita proprio da quelli che ora si usa definire «dazi interni».

Vale a dire, una complicata miscela di sussidi, prebende, aiuti e ostacoli alla concorrenza. Se non fosse per questo coacervo di protezioni statali, larga parte dei piccoli padroni italiani sarebbe già stata spazzata via dall’assalto di imprese più grandi e più solide, molte delle quali provenienti da altri paesi dell’Ue.

In effetti, Draghi e gli altri nemici dei «dazi interni» non hanno mai nascosto questa implicazione. Togliere le barriere legali ai commerci e creare finalmente un vero mercato unico significa favorire una più ferrea competizione tra capitali in Europa.

Con la conseguenza che i pesci più grossi e più forti mangiano i pesci più piccoli e più deboli. In sostanza: pura centralizzazione del capitale nel senso di Marx. Con buona pace della vecchia ideologia italiota del «piccolo è bello».

Quando Meloni gioca a fare la draghiana, si guarda bene dal rivelare che togliere i «dazi interni» significa suonare la campana a morto per buona parte del suo elettorato di riferimento. Non la si può biasimare. In fondo, la platea confindustriale ha plaudito la premier con entusiasmo. I grossi proprietari avranno correttamente pensato: la presidente è finalmente diventata dei nostri. Eppure, lì in mezzo ci sono ancora un bel po’ di rappresentanti del piccolo capitale nazionale.

Nell’accodarsi al giubilo generale non devono aver capito che si invocava il loro funerale.

A quanto pare, le mascherate di Meloni funzionano non soltanto con le classi subalterne ma anche coi piccoli padroni che la osannano. Finché il gioco di finzioni dura, non c’è motivo di smettere.

Fonte

19/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte

di Carlo Formenti

5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.
Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.

A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.

Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate (sottolineatura mia) (p. 136).

L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).

Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)

In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.

L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza (sottolineatura mia).

Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.

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Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).

A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).

L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).

Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.

Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.

Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).

Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.

“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.

“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”

“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

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Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.

A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).

Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.

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Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.

Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).

Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).

Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).

La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)

Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.

Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...

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Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).

Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.

È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.

La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).

Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).

La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.

Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).

Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.

A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...] (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.

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Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.

Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.

Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).

Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.

Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.

Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).

Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).

Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).

Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).

Note

(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.

(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.

(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.

(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.

(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.

(6) Op. cit.,p. 478.

(7) Ivi, p. 479.

(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.

(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.

(11) Op. cit., p. 474.

(12) Ivi, p. 468.

(13) Ivi, p. 475.

(14) Ivi, p. 480.

(15) Ivi, p. 481.

(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.

(17) Ivi, p. 97.

(18) Ivi, pp. 107 e segg.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ivi, p. 119.

(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.

(25) Ivi, p. 177.

(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.

(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.

(30) Ivi, p. 57.

(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).

(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.

(33) Ibidem, p. 31.

Fonte