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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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27/02/2026

Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio

L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.

Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.

È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.

Al contrario, la realtà descritta da Brancaccio rivela un sistema dominato da un’anarchia di fondo dove la centralizzazione non è il frutto di un disegno preordinato ma l’esito cieco e violento della dinamica di accumulazione. Proprio in questa assenza di un piano razionale capitalista si inserisce l’ostacolo ideologico del postmoderno, che può essere interpretato come l’approdo contemporaneo di quella distruzione della ragione analizzata, a suo tempo, da Lukács.

L’irrazionalismo postmoderno, esaltando il frammento e il contingente, agisce come una barriera che impedisce di cogliere la totalità sociale, giustificando l’esistente attraverso la negazione di ogni grande narrazione e rendendo la realtà apparentemente incomprensibile. Ed è in questo senso perfettamente compatibile con la teoria della conoscenza di Hayek, fortemente intrisa di pensiero negativo e volta a negare ogni possibile controllo pubblico cosciente sulle dinamiche economico-sociali.

L’interesse analitico del testo risiede nella capacità di documentare empiricamente come la centralizzazione capitalistica globale abbia raggiunto livelli tali da svuotare il concetto di concorrenza, trasformando il mercato in un meccanismo che alimenta forme inedite di autoritarismo definite dall’autore oltrefascismo.

Questa deriva investe direttamente la tenuta delle democrazie liberali, che si ritrovano subordinate alle dinamiche di accumulazione di una frazione infinitesimale di “controllori” di capitale che non ne detengono più, marxianamente, la proprietà, distribuita tra una miriade di piccoli azionisti.

In questa prospettiva, la proposta del testo emerge come una necessità dialettica: l’integrazione di strumenti di pianificazione pubblica e controllo sociale diventa l’unica condizione possibile per salvaguardare le libertà civili che il mercato tende oggi a sopprimere.

Un altro passaggio fondamentale del testo riguarda il ruolo della conoscenza all’interno di questo sistema. Qui il ragionamento di Brancaccio trova un punto di contatto con l’ethos di Robert K. Merton e il suo principio del comunismo della scienza, inteso come condivisione collettiva dei risultati della ricerca.

Il capitalismo odierno agisce in direzione opposta, recintando il sapere attraverso brevetti e monopoli tecnologici che Brancaccio inquadra nell’ambito della scienza del capitale alla quale deve essere contrapposta (come volevano Levins e Lewontin) una scienza per il popolo, per contrastare la collusione tra monopoli e ricerca scientifica che ha minato le stesse basi della credibilità della scienza presso le classi popolari, aprendo alle tante forme d’irrazionalismo contemporaneo e al ritorno del pensiero magico come reazione idealistica alla scienza del capitale.

La mercificazione della scoperta scientifica ne limita il potenziale emancipativo, trasformandola in uno strumento di esclusione. Il richiamo a una dimensione libercomunista diventa quindi anche un appello alla liberazione della conoscenza dalle catene del profitto, restituendo alla ricerca la sua funzione di bene comune (o per meglio dire: comunista) universale.

Questo approccio si estende necessariamente alla questione ecologica, dove la pianificazione non deve essere intesa come mera gestione burocratica, ma come l’unico strumento capace di ricomporre, per dirla con Bellamy-Foster, la frattura metabolica tra produzione e natura.

L’integrazione di una prospettiva ecosocialista, evidente in tutto il testo, permette di focalizzare come la centralizzazione del capitale sia intrinsecamente legata alla devastazione ambientale: il mercato, guidato dalla necessità di accumulazione illimitata, ignora i limiti fisici del Pianeta e i tempi di rigenerazione degli ecosistemi.

Una programmazione ecologica consapevole, che metta al centro il valore d’uso e la riproduzione sociale e naturale, anziché il profitto, appare dunque come il pilastro fondamentale di una transizione al socialismo che sia al contempo sociale ed ecologica.

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30/05/2025

Meloni contro la UE per non mettere ostacoli a Trump

di Emiliano Brancaccio

Ogni finzione rapidamente cade, come un fiore che appassisce. Al detto ciceroniano Giorgia Meloni evidentemente crede poco. Tali e tante sono state le maschere indossate dalla premier da suggerire, piuttosto, una tattica politica fondata su un continuo gioco di mistificazioni al rialzo.

All’assemblea di Confindustria la presidente ha dato ennesima prova di abile camuffamento, quando ha esortato l’Unione Europea a rimuovere quei «dazi interni» che ancora ostacolano il completamento del mercato comune.

La premier ha titillato gli imprenditori invocando un radioso futuro di libertà: rimuovere i lacci e i lacciuoli della normativa europea, per lasciare ai capitalisti tutto lo spazio di manovra che reclamano. Quindi, Meloni ha ricordato uno studio del Fondo monetario internazionale, secondo il quale una burocrazia asfissiante e non armonizzata tra i paesi europei crea costi aggiuntivi che impediscono lo sviluppo dei commerci all’interno dell’Unione.

L’idea della premier, tutt’altro che sottintesa, è che invece di proseguire la guerra commerciale con gli Stati Uniti, l’UE farebbe meglio a mettere ordine nel giardino di casa, cancellando il garbuglio di regole che ostacola lo sviluppo degli scambi all’interno dei confini europei.

Meloni non lo cita espressamente, ma è ben studiato l’implicito richiamo a Mario Draghi e al suo rapporto, che per primo aveva posto il problema politico della rimozione dei «dazi interni» all’Unione Europea. In verità, Draghi aveva insistito sul punto per rimarcare la sopraggiunta esigenza di rendersi un po’ più forti e autonomi, anche rispetto al vecchio e ormai poco affidabile alleato atlantico.

Ma nella retorica di Meloni il messaggio di fondo viene ribaltato. La ricetta draghiana viene evocata per indurre l’Europa ad abbassare le armi nella disputa commerciale con gli Stati Uniti. L’esortazione è chiara: restiamo vassalli, aderiamo al verbo trumpiano del buy American e pensiamo piuttosto a lavare i panni sporchi in casa. Usare persino Draghi pur di compiacere Trump. Il gioco di maschere meloniano si fa ardimentoso.

Ma è nella politica economica che la mistificazione di Meloni raggiunge forse il suo massimo fulgore. La premier, come è noto, deve il suo successo politico all’esaltazione del capitalismo pulviscolare delle piccole e piccolissime imprese nazionali.

Bottegai, commercianti, partite iva e padroncini hanno sempre rappresentato, per la destra di governo, una irrinunciabile base di consenso. Il guaio è che questo italianissimo capitalismo “dei piccoli” è alquanto inefficiente. La sua sopravvivenza è garantita proprio da quelli che ora si usa definire «dazi interni».

Vale a dire, una complicata miscela di sussidi, prebende, aiuti e ostacoli alla concorrenza. Se non fosse per questo coacervo di protezioni statali, larga parte dei piccoli padroni italiani sarebbe già stata spazzata via dall’assalto di imprese più grandi e più solide, molte delle quali provenienti da altri paesi dell’Ue.

In effetti, Draghi e gli altri nemici dei «dazi interni» non hanno mai nascosto questa implicazione. Togliere le barriere legali ai commerci e creare finalmente un vero mercato unico significa favorire una più ferrea competizione tra capitali in Europa.

Con la conseguenza che i pesci più grossi e più forti mangiano i pesci più piccoli e più deboli. In sostanza: pura centralizzazione del capitale nel senso di Marx. Con buona pace della vecchia ideologia italiota del «piccolo è bello».

Quando Meloni gioca a fare la draghiana, si guarda bene dal rivelare che togliere i «dazi interni» significa suonare la campana a morto per buona parte del suo elettorato di riferimento. Non la si può biasimare. In fondo, la platea confindustriale ha plaudito la premier con entusiasmo. I grossi proprietari avranno correttamente pensato: la presidente è finalmente diventata dei nostri. Eppure, lì in mezzo ci sono ancora un bel po’ di rappresentanti del piccolo capitale nazionale.

Nell’accodarsi al giubilo generale non devono aver capito che si invocava il loro funerale.

A quanto pare, le mascherate di Meloni funzionano non soltanto con le classi subalterne ma anche coi piccoli padroni che la osannano. Finché il gioco di finzioni dura, non c’è motivo di smettere.

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19/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte

di Carlo Formenti

5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.
Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.

A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.

Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate (sottolineatura mia) (p. 136).

L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).

Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)

In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.

L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza (sottolineatura mia).

Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.

*****

Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).

A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).

L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).

Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.

Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.

Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).

Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.

“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.

“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”

“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

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Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.

A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).

Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.

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Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.

Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).

Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).

Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).

La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)

Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.

Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...

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Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).

Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.

È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.

La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).

Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).

La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.

Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).

Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.

A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...] (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.

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Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.

Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.

Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).

Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.

Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.

Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).

Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).

Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).

Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).

Note

(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.

(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.

(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.

(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.

(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.

(6) Op. cit.,p. 478.

(7) Ivi, p. 479.

(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.

(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.

(11) Op. cit., p. 474.

(12) Ivi, p. 468.

(13) Ivi, p. 475.

(14) Ivi, p. 480.

(15) Ivi, p. 481.

(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.

(17) Ivi, p. 97.

(18) Ivi, pp. 107 e segg.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ivi, p. 119.

(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.

(25) Ivi, p. 177.

(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.

(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.

(30) Ivi, p. 57.

(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).

(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.

(33) Ibidem, p. 31.

Fonte

04/05/2025

[Contributo al dibattito] - La guerra (commerciale) contro la Cina

Un altro articolo di Maurizio Lazzarato, in appendice ad «Armarsi per salvare il capitalismo finanziario!», pubblicato settimana scorsa.

L'autore analizza la natura politica dei dazi di Trump, tentativo di porre rimedio al fallimento economico a cui stanno andando incontro gli Stati Uniti. Così facendo, s'approfondisce lo scontro tra oligarchie: da un lato le «velleità» industriali del tycoon, dall'altro la finanza dei fondi d'investimento. Oligarchie che però trovano una via comune nella guerra alla Cina, vista come prossimo paese da saccheggiare e distruggere. Ma il paese asiatico non starà fermo a guardare, accettando supinamente le mosse americane.

Nel frattempo, si approfondiscono le faglie interne negli States. Lazzarato ci dice che le forze espresse negli Usa nelle manifestazioni del 5 aprile contro le politiche di Trump, sembrano le uniche capaci di scongiurare l’esito catastrofico che seguirà al probabile fallimento dell’Occidente. La mossa d’azzardo del capitalismo potrebbe aprire un inedito fronte di classe negli Usa, facendo saltare il patto razziale.

*****

La «guerra» alla Cina accomuna le strategie della varie amministrazioni statunitensi che si sono succedute. Il paese asiatico, almeno a partire da Obama, è considerato il nemico assoluto del «mondo libero e democratico». L’Occidente dell’uomo bianco, dopo la sconfitta strategica subita dalla Russia, continua il suo violento declino dichiarando la guerra «commerciale» alla Cina, ai BRICS e al sud globale. Le barriere doganali introdotte da Trump colpiranno non solo i paesi a cui sono imposte, ma forse, in modo ancora più radicale, gli Usa stessi. Sono una vera e propria mossa d’azzardo. Se Trump fallisce accelera notevolmente i tempi del declino e potrebbe condurre:

- all'indebolimento del dollaro come moneta internazionale e quindi al venir meno del «privilegio esorbitante» di comprare merci in cambio di carta straccia (la più importante produzione «industriale» Usa è stata semplicemente, per decenni, stampare dollari);

- alla messa in discussione della finanziarizzazione che aveva garantito l’egemonia degli Usa e dell’Occidente;

- all’ulteriore sfilacciarsi della globalizzazione fondata sul dollaro e sulla finanza a comando Usa, con una spaccatura politica ancora accentuata con i Brics e il sud del mondo;

- al possibile «crollo» di questo tipo di capitalismo, costruito su una gigantesca accumulazione finanziaria speculativa, sganciata dalla produzione reale di ricchezza e basata sull'impoverimento generale e sull’indebitamento infinito.

Non vorrei essere frainteso: l’«evento» Trump ha creato dei possibili che prima semplicemente non esistevano, aprendo un tempo carico di kairos, di occasioni da cogliere. Intervenire su questi possibili (il «crollo» di questo capitalismo, della finanziarizzazione ecc.) significa orientare, in funzione dello scopo voluto, la modificazione dei rapporti di forza, ora in movimento continuo. È in questo modo che ragionavano i rivoluzionari della prima metà del XX secolo: lo scoppio delle contraddizioni capitalistiche non è che la condizione per la presa del potere, il cui successo non è garantito da nessuna filosofia della storia, ma da una strategia politica e una lotta senza quartiere. Mao poteva dire «la situazione è eccellente» perché aveva un partito, un esercito, una volontà soggettiva di rottura sistemica degli imperi coloniali che lo rendeva capace di cogliere il momento e di sfruttare le opportunità. Il capitalismo è profondamente cambiato da allora, ma ci porta sempre a questa accelerazione del tempo dove si può e si deve decidere.

Qualche giorno fa, l’uomo della finanza statunitense (e quindi mondiale), Larry Fink – a capo del fondo d’investimento più importante (12.000 miliardi di dollari) – ha inviato una lettera ai suoi clienti/investitori dove preconizzava:

- che il debito pubblico e i debiti privati degli Usa sono insostenibili;

- la possibilità che, prossimamente, il dollaro possa non costituire più la moneta di scambio e di riserva internazionale. I bitcoin (moneta privata) potrebbero infatti sostituirlo;

- un nuovo – e positivo – ruolo dell’Europa, in cui lo stesso fondo d’investimento sta agendo per costruire una bolla degli armamenti. Quando i capitali vorranno fuoriuscire dalla Borsa statunitense che Trump sta minando, essi avranno bisogno di un approdo.

- l’estensione della democratizzazione della finanziarizzazione – ossia la «finanza per tutti» – perché Trump, con le sue politiche di industrializzazione, rischia di distruggere i fondamenti su cui essa si basa.

La nota sull’Europa di Larry Fink, merita una prima precisazione. Tutto cambia molto velocemente, il «tempo è uscito dai suoi cardini»: la corsa agli armamenti della Dis-Unione europea e dei fondi di investimento americani, al primo scossone delle borse causato dall’introduzione dei dazi di Trump, ha dimostrato tutta la sua debolezza. I valori delle industrie d’armi sono crollati come tutti gli altri. I capitali non sanno più dove andare, neanche l’oro, oggi, è un bene rifugio. In Germania, unico paese europeo che ha la disponibilità finanziaria per armarsi veramente, emergono anche grossi problemi politici. La CDU ha subito un tracollo dei sondaggi dopo l’annuncio del grande indebitamento voluto da Merz. Secondo alcuni sondaggi, il partito conservatore è allo stesso livello dei fascisti, secondo altri l’AfD ha addirittura superato la CDU. Gli elettori non hanno perdonato il volta faccia di Merz: in campagna elettorale aveva promesso di non sottoscrivere nessun nuovo debito.

Il progetto di costruire intorno al riarmo una finanziarizzazione (quindi una nuova bolla) e un mercato unico dei capitali (come voleva Draghi), convogliando al suo interno il risparmio europeo, ne esce ridimensionato.

È ancora difficile definire con precisione lo scenario del cambiamento epocale che stiamo vivendo perché la Casa Bianca sembra indecisa sulle politiche da seguire. Avanziamo alcune ipotesi che si tratterà di precisare in seguito, seguendo passo dopo passo le mosse del nemico di classe.

Non ho mai capito perché molti, dopo il 2008, continuassero a parlare di neo-liberalismo, quando questo sistema era evidentemente morto. Le barriere doganali hanno ora celebrato il definitivo funerale del mercato, della concorrenza, del libero scambio, tutte ideologie sotto cui erano celate la formazione delle più grosse centralizzazioni e dei più estesi monopoli della storia del capitalismo.

La situazione attuale è figlia della crisi finanziaria del 2008, determinata dalla follia dell’ideologia capitalista secondo cui un problema sociale (ossia la casa per tutti) può essere risolto dalla finanza (con la creazione dei mutui subprime). Le politiche promosse dagli Stati e delle banche centrali non hanno avuti gli effetti sperati. La crisi non è stata risolta, ma solo tamponata, ed è stata fatta pagare al resto del mondo. Fare oggi la stessa operazione sarà molto più difficile, se non impossibile. Alla fine, i nodi vengono al pettine. Nel capitalismo c’è un «eterno ritorno» delle guerre per uscire dalle crisi sistemiche.

Il fallimento economico

L’unica promessa mantenuta dalla controrivoluzione iniziata da Thatcher e Reagan è la distruzione della classe operaia e delle sue organizzazioni, accompagnata, però, dalla distruzione delle economie degli Usa e del Regno Unito.

Trump ha ereditato una situazione economica con tutti i «fondamentali» in rosso: la bilancia dei pagamenti e l’esposizione finanziaria netta in passivo, il grande indebitamento dello Stato, delle imprese e delle famiglie. Tutti indici fuori controllo ed in accelerazione continua. La stampa di regime non ha mentito solo sull’Ucraina ma anche sull’economia statunitense celebrandone, durante la presidenza Biden, le performance. L’unica cosa che ha funzionato è stata la crescita della bolla delle imprese hi-tech, accompagnato da una crescente pauperizzazione della popolazione – questo è oggi il sogno americano: il 44% degli statunitensi non riesce neanche ad affrontare una spesa imprevista di 1000 dollari.

L’esposizione finanziaria netta negativa, che registra il disavanzo finanziario con l'estero, conferma il fallimento di Biden, che non è riuscito a invertire la tendenza, anzi. Il passivo finanziario con l’estero è salito a 26.200 miliardi. Per avere un’idea dell’enormità di questa cifra: Berlusconi è stato spodestato dalla Dis-Unione Europea per un passivo netto di 300 miliardi nei conti italiani ed è stato sostituito con un «tecnico», Mario Monti, che ha tagliato tutta la spesa sociale che poteva, puntando sulle esportazioni.

Ma è l’accelerazione di questo passivo che lascia veramente stupefatti: nell’ultimo trimestre esso è aumentato di più di 2000 miliardi. Un esempio per avere un’idea dei numeri in gioco: Trump è entusiasta perché gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso di investire una cifra di circa 1500 miliardi in 10 anni, ossia meno di quanto l’economia americana brucia in un trimestre.

Il segretario al commercio Howard Lutnick, ha dichiarato: «Occorre risettare e ridefinire i rapporti degli Usa, sia nei confronti degli alleati che nei confronti dei nemici. L’idea che tutti i paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali e acquisire con il ricavato i nostri asset, è insostenibile. Nel 1980 eravamo investitori netti, possedevano cioè più asset del resto del mondo. Oggi gli stranieri posseggono 18.000 miliardi di asset in più rispetto a noi (in realtà sono 26.000 miliardi!, ndr). Sono diventati creditori netti. La situazione continua a peggiorare di anno in anno e alla fine non saremo più proprietari del nostro paese che apparterrà al resto del mondo».

I numerosi deficit degli Usa non sono il frutto di «ingiustizie» perpetrate dal resto del mondo, ma il risultato logico della finanziarizzazione e della dollarizzazione imposte da loro stessi a tutti, su cui hanno lucrato per cinquanta anni, vivendo a scrocco e molto al di sopra delle proprie possibilità.

La guerra dei dazi

Trump (o qualsiasi altro presidente al suo posto) non poteva non intervenire. Lo ha fatto accelerando e radicalizzando lo scontro, sia interno che esterno. Ha affermato chiaramente che la finanza ha messo in ginocchio l’economia americana, trasformandola in una grande bolla speculativa, smantellando l’industria, distruggendo posti di lavoro e creando grandi ineguaglianze e povertà – per il proletariato bianco, l’unico soggetto di cui ha preoccupazione il tycoon.

Ma la ricetta «dazi» potrebbe accelerare la fine dell’Impero invece di ricostruire la «manifattura», primo obiettivo dichiarato dell’isolazionismo – il progetto di far rientrare le produzioni grazie a agevolazioni e finanziamenti pubblici è già fallito con i democratici. Gli Usa non hanno le filiere d’approvvigionamento e le infrastrutture industriali necessarie ma, soprattutto, hanno perduto tutti i saperi industriali e mancano di una forza lavoro qualificata, ad ogni livello, per far funzionare le imprese – solo il 7% degli studenti americani seguono un corso di ingegneria, contro il 25% in Russia e i milioni di ingegneri che escono dalle Università cinesi. Per sottolineare la volontà di re-industrializzare, Trump, nella conferenza del 2 aprile in cui ha annunciato i dazi, era accompagnato da un operaio di Detroit. Il suo successo sembra molto improbabile e comunque necessiterebbe di anni prima di potersi realizzare. Tempo che l’Impero non ha.

La seconda strategia trumpiana potrebbe essere centrata sui servizi. La mossa del tycoon, ad oggi, sembra tutta concentrata sui beni e pare ignorare il terziario. Se l’importazione dei primi fa degli Usa un paese in deficit, l’esportazione dei secondi è largamente in attivo.

In cambio di un abbassamento delle barriere doganali, Trump potrebbe chiedere una penetrazione della finanza, delle assicurazioni, delle banche americane nel circuito dei vari paesi, per un’ulteriore e definitiva predazione. Privatizzare i servizi e appropriarsi di tutto il risparmio – ricordiamo: gli americani non risparmiano, vivono a debito – per investirlo in assicurazioni private per la salute, per le pensioni, ecc., eliminando il sempre più malandato welfare. Sempre Larry Fink, nella sua lettera, ha definito la nuova frontiera dell’appropriazione: i monopoli naturali (gestione dell’acqua, ecc.) e i servizi pubblici comunali (gestione dei rifiuti ecc.).

Si potrebbe interpretare in questo senso la dichiarazione di Trump «stiamo aprendo la Cina». Ossia: una volta entrati con i nostri capitali, fare razzia del suo risparmio e delle imprese più redditizie. Quello che non sopportano gli americani è che la Cina, controllando i flussi di capitale, non sia disponibile a farsi saccheggiare come tutti gli altri paesi dai nuovi eserciti coloniali della finanza. La Cina ha già fatto sapere che «combatterà fino alla fine» contro il «tipico caso di unilateralismo, protezionismo e bullismo economico» di Trump.

Il tycoon aveva dato l’impressione di voler riconoscere le altre potenze mondiali, di accettare il multipolarismo. Inizialmente sembrava che volesse far passare il risanamento dell’economia Usa attraverso negoziati con Cina, Russia ecc. Invece oggi afferma che gli Usa possono farcela da soli perché sono i più forti.

Autarchia contro la globalizzazione. Un unipolarismo isolazionista molto aggressivo fondato sul presunto strapotere statunitense che non lascia presagire niente di buono perché già incardinato sul sentiero che conduce alla guerra tra grandi potenze. Dopo meno di una settimana, Trump ha dovuto fare un passo indietro, arrivando finalmente al nocciolo della strategia di tutte le amministrazioni d’oltre oceano: la guerra alla Cina. È molto probabile che ne escano sconfitti – così come Biden ha perso con la Russia – perché gli Usa non hanno nient’altro da offrire al resto del mondo se non la loro stessa egemonia e il ristabilimento di un’economia predatrice e imperialista, sviluppando incertezza, caos e imprevedibilità. La guerra dichiarata alla Cina è la guerra dichiarata ai Brics e al sud globale che ha l’arrogante pretesa di non essere più disponibile alla schiavitù.

Ci aspetta sicuramente un’altra campagna mediatica di disinformazione, di falsità e di volgarità sulla Cina, dopo quella sulla Russia. La Dis-Unione Europea dovrà allinearsi con i suoi padroni, in un’altra guerra all’insegna della «democrazia contro l’autocrazia», della «libertà contro la dittatura».

Scontro tra oligarchie

Trump ha già adesso non pochi problemi in casa. Il crollo del listino dei valori borsistici impatta direttamente sulla vita di milioni di americani. I risultati negativi della Borsa, in un’economia finanziarizzata, incidono sulla vita delle classi medio/alte: 1/3 dei loro redditi è legato alla performance della finanza. Wall Street è il corrispettivo americano di Inps, ministero della Sanità e Welfare. Quando la Borsa va giù, perdono valore anche le capitalizzazioni per la pensione, per la salute, ecc.

La strategia dei fondi, sostituire il welfare con l’investimento in titoli (tramite assicurazioni individuali) è andata molto avanti con Biden, che ha alimenta la bolla americana fino a portarla al limite dello scoppio. Sgonfiarla è una necessità: ma come farlo senza intaccare pensioni, sanità, «welfare» finanziarizzato, ecc.?

Trump ha le mani legate dalle politiche monopolistiche dei fondi che raccolgono il risparmio mondiale e che non condividono le sue scelte di industrializzazione, proprio come la Fed, che non obbedisce ai suoi ordini. BlackRock e JP Morgan hanno attaccato direttamente la sua politica accusandolo di mettere sul lastrico milioni di risparmiatori, manifestando uno scontro sempre più violento all’interno delle oligarchie Usa.

La battaglia tra velleità «industriali» (rappresentati da Trump) e finanza «reale» (rappresentata dai fondi) è stata vinta dalla seconda: quattro/cinque giorni di caduta dei titoli (e di evoluzione dei tassi sui titoli sul debito) hanno costretto il presidente a indietreggiare. I motivi per cui Trump è stato eletto (riportare l’industria, il lavoro e l’impiego negli States) sono difficilmente realizzabili per un miliardario e la sua cricca. Anche perché il suo progetto è altamente contraddittorio: per industrializzare, ammesso e non concesso che ci sia ancora tempo per farlo, avrebbe bisogno di un grande welfare che abbassi tutti i costi (educazione, comunicazioni, infrastrutture, ecc.) per le imprese. Invece il governo attuale sta distruggendo il welfare.

Gli Usa non risolveranno nessuno dei loro problemi e, con tutto l’Occidente, rischiano di implodere più velocemente del previsto. La situazione diventa sempre più pericolosa.

Solo quando si parla di Cina le pesanti divergenze tra oligarchie si appianano e le loro volontà convergono. Tutti vorrebbero appropriarsi della produzione cinese, dei suoi beni, dei suoi capitali secondo le regole del più classico degli imperialismi.

Il resto dell’Occidente non è messo molto meglio. Faccio notare che Francia e Regno Unito sono nella stessa situazione deficitaria degli Usa. La prima, con 800 miliardi di dollari di esposizione finanziaria netta, è praticamente fallita, tenuta in piedi solo da capitali tedeschi; il secondo è in situazione ancora peggiore. Infine, il «regime change» operato dalla guerra in Ucraina non ha funzionato con la Russia, ma con la Germania. Privata dell’energia russa a basso costo, caduta in recessione, i tedeschi sono passati dall’ordo-liberalismo del pareggio di bilancio – che ha imposto austerità, povertà ed espropriazione di risorse a tutta l’Europa – alla finanziarizzazione della loro economia e alla sottoscrizione di astronomici debiti per il riarmo.

Il bellicismo europeo che vedrà al suo centro il pericolosissimo sciovinismo tedesco (in Germania si parla già di dotarsi dell’atomica), non è nella maniera più assoluta in rottura con gli Usa.

Lo scontro con i Brics

La grande incertezza e confusione delle strategie di Trump trovano ragione nella situazione inedita in cui si trova ad agire: i rapporti di forza sono radicalmente mutati nel mercato mondiale. È questo il principale risultato delle rivoluzioni del XX secolo che hanno distrutto la divisione coloniale su cui si fondava il dominio occidentale sin dalla conquista dell’America. Le rivoluzioni socialiste del XX secolo sono finite, ma i rapporti di forza tra nord e sud sono cambiati per sempre. Trump fa finta di niente, ma deve gestire la sconfitta strategica del suo paese nella guerra in Ucraina, che ha mostrato al sud del mondo la debolezza anche militare dell’Occidente.

Il paragone con la prima crisi egemonica degli Usa a cavallo degli anni Sessanta e Settanta è molto significativo. L’economia americana non riusciva già allora a tenere il passo con la competitività della Germania e del Giappone. Nel 1971, contestualmente alla decisione di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro, trasformando la valuta statunitense in moneta-segno tutta politica a disposizione degli yankees, Nixon, impose barriere doganali del 10% per negoziare e imporre la volontà dell’Impero, proprio come Trump. Quattro mesi dopo tutti i vassalli occidentali accettarono un apprezzamento delle loro valute. Il Giappone nel 1985, accettò di rivalutare lo yen per salvare la competitività Usa, facendo completo harakiri: da quel momento in poi, la sua economia ha conosciuto un declino inarrestabile. In quel momento il paese del Sol Levante era all’avanguardia dal punto di vista della produttività e dell’innovazione. Ma la Cina di oggi non è un paese occupato militarmente e asservito come il Giappone degli anni Ottanta, quindi la speranza che possa accettare supinamente i diktat statunitensi rimarrà inevasa.

Anche se Trump crede di ricattare il resto del mondo – perché gli Usa funzionano come «importatore di ultima istanza» di beni – la loro azione si dispiega in un mondo di rapporti di forza radicalmente mutato. All’inizio degli anni Settanta, l’Occidente deteneva l’essenziale della produzione mondiale e dell’innovazione tecnologica. Oggi la Cina e i Brics sono potenze industriali e tecnologiche, paragonabili all’Occidente da quel punto di vista. Inoltre posseggono gran parte delle materie prime ed energetiche e non hanno nessun interesse a salvare la pelle dell’Imperialismo occidentale ripianando i passivi della loro bilancia dei pagamenti, svalutando le loro monete, distruggendo le loro economie, aprendo le porte alla finanza di Wall Street. Non sono vassalli dell’Impero come gli europei. Agli Usa non resta che spellare l’Europa, sempre pronta al sacrificio, ma è troppo poco.

L’Occidente è condannato da Trump a un ulteriore isolamento, perché i Brics e il sud globale continueranno a sviluppare catene produttive e commerciali alternative, cercando una moneta in sostituzione al dollaro, incrementando brevetti, tecnologie, ecc. come hanno fatto in occasione della guerra in Ucraina.

Guerra e lotta di classe

Prima della guerra commerciale contro il mondo intero, c’erano due alternative sul campo: da un lato i democratici puntavano alla guerra mondiale, di cui hanno seminato le premesse con l’Ucraina e il genocidio di Gaza – il New York Times ha pubblicato un’inchiesta dove dimostra che la guerra in Ucraina è stata gestita in prima persona dagli Usa – dall’altro, Trump sembrava piuttosto orientato verso una guerra civile interna.

Negli Stati Uniti, la guerra civile ha sempre avuto una connotazione razziale, sin dalle origini della Repubblica. A partire dal New Deal, la guerra civile razziale è anche al centro della strutturazione del welfare: ogni estensione di quest’ultimo rischia di far saltare le gerarchie di razza su cui è organizzata l’«unica vera democrazia» (citazione di Hanna Arendt). Già ai tempi della «Great society» degli anni Sessanta, le politiche sociali avevano suscitato l’odio razziale dei bianchi che le interpretavano come riduzione delle differenze tra loro e gli afroamericani. Anche il timidissimo Obamacare (e Obama stesso) aveva suscitato reazioni di questo genere. I «proletari» bianchi che stanno con Trump hanno reagito, sentendosi e pensandosi «razza bianca». La finanziarizzazione ha smussato le gerarchie razziali impoverendo i bianchi rendendoli sempre più vicini ai «neri», scatenando nuove forme di fascismo e razzismo.

I tagli alle spese sociali che Musk sta programmando devono essere accompagnati dal ristabilimento di gerarchie razziali (e di genere). La riorganizzazione delle spese sociali è capitalistico-razziale e la reindustrializzazione, se mai vi sarà, sarà dominata dalla razza bianca. Se invece l’obiettivo è la mega predazione finanziaria, il proletariato statunitense nel suo insieme sarà ridotto a «plebe». Quando l’imperialismo Occidentale si radicalizza, la «razza bianca» è il soggetto che supporta il conflitto con il resto del mondo (vedi il genocidio suprematista in Palestina).

Come si vede le difficoltà esterne – i Brics – e interne – le «minoranze» razziali che stanno diventando la maggioranza, la povertà, lo scontro tra oligarchie, ecc. – sono enormi, e sono tutte questioni politiche. Trump vuole l’industrializzazione, ma non vuole – o meglio non può – mollare la finanza e il dollaro, fattori che hanno causato la delocalizzazione della produzione. Trump vuole un dollaro deprezzato, ma che, allo stesso tempo, resti la moneta su cui sono incentrati gli scambi mondiali. Inoltre vuole industrializzare, ma anche la finanza che cattura capitali e li convoglia negli Usa per pagare il debito. In parole povere, Trump vuole la «botte piena e la moglie ubriaca».

Se siamo immersi in un regime di guerra è perché le difficoltà economiche Usa e le contraddizioni che generano sembrano insormontabili. La guerra, come sempre, resta la miglior soluzione per i capitalisti e i loro Stati: far saltare il banco, così «Dio riconoscerà i suoi». Però, come spiegavamo, a differenza di Nixon, gli Usa non hanno più tutte le «carte in mano».

Tutti questi bei ragionamenti di geo-politica fanno i conti senza l’oste. Come nella tradizione delle analisi che partono dalle grandi potenze economico-politico-statuali, si ignora lo scontro di classe. Le forze emerse nelle manifestazioni del 5 aprile (1400 cortei in tutto il paese) contro le politiche di Trump, sembrano le uniche capaci di scongiurare l’esito catastrofico che seguirà al probabile fallimento dell’Occidente. La mossa d’azzardo del capitalismo potrebbe aprire un inedito fronte di classe negli Usa, facendo saltare il patto razziale, anche se la radicalizzazione dello scontro trova i movimenti impreparati da un punto di vista politico e teorico.

Il pensiero critico, ma anche l’azione dei movimenti, ha analizzato lo sfruttamento del capitalismo su ogni relazione sociale (conoscitiva, biologica, immaginaria, sessuale, razziale, ecologica e così via, all’infinito) ma, in maniera irresponsabile, per non dire opportunista, ha eliminato la guerra e la guerra civile, fondamento delle divisioni di classe, di razza e di genere. Il XX secolo ha stabilito che guerra e pace, economia e guerra, politica e guerra, militare e civile, politica ed economia, convivono, determinando una «dimensione intermedia» dove gli opposti convivono. Carl Schmitt, da un punto vista conservatore, arriva a conclusioni molto simili a quelle di Rosa Luxemburg, già citata nel testo precedente: «La guerra viene condotta su un nuovo, più solido terreno, come attuazione non più semplicemente militare di ostilità (...), anche settori extra-militari (l’economia, la propaganda, le energie psichiche e morali dei non combattenti) vengono coinvolti nella contrapposizione di ostilità. Il superamento del dato puramente militare (...) non significa perciò un’attenuazione, bensì un’intensificazione dell’ostilità». Ma né l’economia, né la critica dell’economia politica sembrano capaci di integrare questa realtà: il capitalismo non è una realtà puramente economica.

Inoltre, bisognerebbe interpretare diversamente il comportamento delle élite, non soltanto con categorie psicologizzanti, che oggi vanno alla moda ma che servono a poco. L’apparente razionalità delle politiche delle classi dirigenti capitalistiche del dopoguerra è figlia delle due guerre mondiali. Ricordiamo che già negli anni Trenta del secolo scorso la finanziarizzazione ha rischiato di far crollare il capitalismo. Inoltre, sono le rivoluzioni che hanno parzialmente bloccato la razionale irrazionalità del capitalismo, che raggiunge il suo apice con la finanza. Tolta la forza del nemico rivoluzionario, le élite sono tornate quelle del primo imperialismo, come sta accadendo oggi.

Lo stretto rapporto tra capitale e Stato che esiste sin dall’emersione dell’accumulazione capitalista e che si è continuamente risaldato e approfondito, mostra come nei periodi di «accumulazione originaria» come questa, il plus-valore economico ha bisogno del «plus-valore politico» (geniale definizione di Schmitt coniata a partire dal concetto marxiano) per imporre un nuovo ordine, une nuova divisione internazionale del lavoro e della rendita. Il capitalismo finanziarizzato, sviluppando contraddizioni insanabili, non può mutare, trasformarsi, fare scaturire il nuovo in maniera immanente alla sua «produzione». Può farlo solo ricorrendo alla violenza extra economica della guerra (militare e economica), della guerra civile, del genocidio. Il plus-valore politico è in funzione del plus-valore economico futuro, ma queste due variabili non sono della stessa natura. Solo una volta che il plus-valore politico ha stabilito un nuovo ordine, nuove regole, nuovi poteri (ossia chi comanda e chi obbedisce) nel mercato mondiale, il plus-valore economico può essere prodotto.

La fine possibile del capitalismo – contro l’ideologia irresponsabile del «è più probabile la fine del mondo» – che preoccupa i nostri dirigenti, deve tornare dentro l’orbita percettiva, cognitiva e politica dei «movimenti». Il capitalismo potrà crollare solo se una volontà organizzata spingerà in questa direzione.

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