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19/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte

di Carlo Formenti

5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.
Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.

A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.

Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate (sottolineatura mia) (p. 136).

L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).

Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)

In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.

L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza (sottolineatura mia).

Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.

*****

Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).

A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).

L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).

Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.

Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.

Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).

Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.

“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.

“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”

“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

*****

Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.

A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).

Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.

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Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.

Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).

Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).

Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).

La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)

Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.

Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...

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Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).

Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.

È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.

La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).

Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).

La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.

Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).

Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.

A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...] (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.

*****

Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.

Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.

Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).

Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.

Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.

Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).

Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).

Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).

Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).

Note

(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.

(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.

(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.

(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.

(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.

(6) Op. cit.,p. 478.

(7) Ivi, p. 479.

(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.

(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.

(11) Op. cit., p. 474.

(12) Ivi, p. 468.

(13) Ivi, p. 475.

(14) Ivi, p. 480.

(15) Ivi, p. 481.

(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.

(17) Ivi, p. 97.

(18) Ivi, pp. 107 e segg.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ivi, p. 119.

(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.

(25) Ivi, p. 177.

(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.

(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.

(30) Ivi, p. 57.

(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).

(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.

(33) Ibidem, p. 31.

Fonte

27/02/2021

Il sogno di una “catena del valore” senza investimenti

Alle ore 6.30 di stamane Il sussidiario pubblicava il consueto editoriale di Giulio Sapelli. Ma come al solito questo analista svia.

Innanzitutto, la caduta del saggio di profitto è avvenuta non 30 anni fa, ma alla fine degli anni sessanta. La successiva “guerra al salario”, di cui parla Sapelli, con spostamento da salari a profitti e rendite, partì nel 1973 con la Trilaterale.

In Italia solo alcuni settori di Potere Operaio – non Negri – l’Autonomia Operaia e pochi altri, cui fu riservata la non benevola attenzione dell’autorità giudiziaria, colsero il dato storico, mentre il Pci si votava all’austerità.

La stessa caduta del saggio di profitto – ma questo Sapelli non lo dice – dà la possibilità di avviare controtendenze, e sono 5, elencate da Marx nel Capitale e specificate dettagliatamente da Grossmann.

L’unica scelta concreta tra le 5 controtendenze è stata però il capitale produttivo di interesse, vale a dire la finanziarizzazione, resa possibile dalle banche centrali.

Il fantasma della Cina, che Sapelli evoca anche in questo scritto, al limite ormai del paranoico, ha offerto in questi decenni un sentiero opposto: politiche monetarie restrittive e politiche fiscali espansive.

Nel 2008 quel paese ha deciso (e soprattutto praticato) il passaggio al plusvalore relativo, conseguente aumento della produttività totale dei fattori produttivi e reflazione salariale (ossia aumenti, continui e progressivi).

Visto l’enorme tasso di risparmio, le autorità cinesi avviarono la strategia del “salario sociale globale di classe“, di cui parlo nel libro, proprio come ha chiesto l’ex Ministro del Tesoro Usa Lawrence Summers a novembre scorso.

Se Sapelli ritiene che Draghi operi in questo senso, non si capisce la ragione di questa compagine governativa, tutta votata da decenni alla deflazione salariale (diminuzione continua e progressiva).

Infine, la necessità della “centralizzazione capitalistica”, di cui sarebbe portatore Draghi, come controtendenza alla caduta del saggio di profitto, volta a passare alla testa della catena del valore industriale, cozza con la vecchia idea di Sapelli della Lega come “espressione della borghesia nazionale”, visto che essa è semmai espressione dei subfornitori e contoterzisti (in primo luogo verso la Germania),

Ossia coloro, che impediscono il salto tecnologico che il nostro Paese già era stato in grado di realizzare fino a 30 anni fa, con i colossi pubblici.

L’attuale compagine parlamentare e delle classi dirigenti italiche cozzano con la speranza di Sapelli di arrivare alla testa della catena del valore, resa possibile dalla centralizzazione capitalistica. Quella centralizzazione, infatti, richiede grande capacità di fuoco e una domanda interna fortissima, fuori dal paradigma export oriented.

Fonte

12/07/2020

La fame del capitale reale

La formazione di capitali dipende dal saggio di profitto e dalla massa di profitto. Nello sviluppo capitalistico, mentre il saggio di profitto tende a diminuire, la massa di profitto tende a crescere con l'accumulazione del capitale.

Se un capitale di 100 con un saggio di profitto del 20% produce una massa di profitto di 20, con la caduta del saggio di profitto al 10% per produrre la stessa massa di profitto deve essere investito un capitale di 200.

L’’esistenza stessa del capitale è legata alla sua costante accumulazione.

E quando un saggio di accumulazione non è più sufficiente ad accrescere il capitale reale per fornire una massa di profitto uguale o maggiore della precedente composizione, allora il grande capitale si alimenta espropriando i capitali minori presenti sul mercato interno ed estero.

Questa legge della accumulazione riveste un grande ruolo nella situazione odierna e porta a una vera e propria guerra globale di capitali, resa necessaria dalla “rivoluzione” delle tecnologie della produzione e dai costi di produzione delle tecnologie stesse. La produzione di ricerca tecnologica impiega un vasto numero di operatori e l’’impiego di considerevole capitale fisso.

In questa guerra di capitali ci saranno vincenti e perdenti, e la cosa in qualche modo ci riguarda direttamente, visto che coinvolge tre modelli capitalistici: quello americano, quello cinese e quello europeo.

Il modello americano si basa sulla forza e resistenza del dollaro come moneta di scambio e di riserva internazionali, conquistato con la sconfitta del capitalismo europeo negli anni quaranta.

La Federal Reserve si fonda su questa forza e stampa carta moneta illimitatamente secondo la situazione: crea una massa monetaria, senza corrispettivo, che tramite la borsa integra i consumi della classe media, nonostante il calo dei redditi, salariali e anche renditizi.

D’’altro canto assicura la tenuta finanziaria delle grandissime imprese. Le grandi società quotate si finanziano con l’emissione di titoli e gli investitori si rifinanziano cedendoli alla Fed e ricostituendo il proprio capitale speculativo; un ciclo a suo modo funzionale ma dagli esiti gravemente negativi.

A parte la crescita inarrestabile del debito pubblico interno e del debito verso l'’estero, si assiste ad una crescita abnorme della ricchezza di un ristretto centile della popolazione statunitense e un'espansione dell’’immiserimento e della povertà che coinvolge oltre 60 milioni di abitanti.

Il modello cinese si fonda sulla crescita produttiva e su una ingente accumulazione di risorse – auree, creditizie, ecc. – sulla espansione dei consumi interni, sulla grandi disponibilità per la formazione e per le ricerche avanzate in campo scientifico e tecnologico.

Il mercato cinese poggia su un numero di consumatori che ancora non conosce limiti, che si espande segnatamente in Asia e in tutte le aree emergenti. Per dirla con Marx un continente che cresce perché è orientato più a produrre che a consumare.

Il modello europeo, ma sarebbe più corrispondente alla realtà dire “modello germanico”, si fonda al contrario sull'austerità.

Non potendo competere con la potenza economico finanziaria e produttiva degli Stati Uniti e della Cina, si scommette sul ridimensionamento salariale.

La Germania ritiene che per stare al passo con le due economie subcontinentali deve poter disporre di un area subcontinentale chiamata Unione Europea, una unione tenuta inseme dalla sua forte presa sulla burocrazia di Bruxelles e sulla soggezione finanziaria e industriale degli altri 26 paesi.

Il problema della Germania – non ha senso parlare di “Europa” – è nella sua intima essenza l’accumulazione di capitale necessaria per far fronte alle immanenti sfide che si affacciano nella concorrenza internazionale, tra le quali particolarmente rilevanti sono quelle dell’’auto elettrica, dell’intelligenza artificiale e della rete 5g.

Per fornirsi di capitali in una misura superiore alle sue capacità di accumulazione la Germania, dipingendo gli altri paesi come sull’’orlo del fallimento, spinge i capitali di questi stessi paesi a rifugiarsi presso le sue banche e i suoi titoli pubblici.

La persistente e strisciante crisi politica, economica e sociale in varie parti del mondo favorisce questa politica predatoria, al punto che i capitali in fuga ricevono un interesse negativo ovvero pagano la sicurezza che la Germania garantisce.

Il degrado economico e sociale dell’Europa, in questa corsa all’’accumulazione di capitali e al regime di austerità imposto persino in Germania, ha portato alla esplosione di movimenti popolari (oggi tutti spregiati come “populistici”) che, quantomeno, imbarazzano la ex funzionaria della SED.

Ma il modello non può essere né messo in discussione, né riformato. Tutto il gran discorso che si fa su Fondi o Mes o Sure o altro, non è che una sceneggiata per far credere alle popolazioni che l’’Europa unita esiste e promette progresso e benessere.

Il cerchio di ferro tedesco non permette che l’’economia italiana o altre economie possano affrancarsi da una condizione di perenne debito e ricatto: ne va, ad esempio, della possibilità di sottrarre in continuazione il sangue del capitale che l’’Italia produce in abbondanza e magari, un domani, attraverso le “condizionalità”, che secondo Gentiloni non ci sono, di mettere le mani sul grande risparmio degli italiani.

Lasciate ogni speranza voi che entrate nel cerchio di ferro di Deutschland uber alles...

Fonte

06/05/2020

In morte del sistema capitalistico

Di seguito il commento di Contropiano all'articolo pubblicato su queste pagine ieri.

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Trovare un titolo così su un quotidiano economico dedicato specificamente alla finanza, diciamolo, è sorprendente. Scorrendolo, poi, abbiamo riscontrato notizie e spiegazioni delle trasformazioni avvenute nei “mercati” che mettono a fuoco esattamente i problemi sistemici.

Ancora più sorprendente, per un lettore italiano cresciuto a editoriali stile Giavazzi-Alesina-Giannini-Cottarelli, è il fatto che questa attenzione ai fattori strutturali sia opera di un investitore istituzionale, a capo di un importante fondo di investimento svizzero. Non di un professorino cresciuto come un pollo in batteria alla Bocconi e passato direttamente dai banchi di studente alla tribuna di “teorico” grazie all’abilità nel maneggiare modellini econometrici (matematica applicata, insomma, non economia).

Il mestiere dell’autore si vede dall’attenzione a passaggi di tecnica finanziaria davvero poco noti ai non addetti ai lavori, e questo può distrarre l’attenzione del lettore non “addestrato”. Ma i passaggi sintetici, e i giudizi espressi sulle “svolte” dell’economia capitalistica degli ultimi 30 anni, sono quasi da saggio marxista. Chiari, semplice, soprattutto veri.

Marxismo inconsapevole, certo. Ma se così è vuol dire che è la realtà economica ad affermarsi, con tale evidenza che anche chi è stato formato su altri princìpi teorici (neoliberisti, in questo caso) è costretto ad arrivare alle stesse conclusioni.

C’è un perché questo riesca “naturale” ad un investitore istituzionale, uno che mette le mani quotidianamente nei “mercati” comprando e vendendo, speculando e guadagnando (oppure non più), e invece risulti impossibile ai “commentatori” ed editorialisti prima citati. Un investitore gioca con soldi veri, deve avere risultati tangibili. Gli altri sono pagati – anche dagli stessi investitori – per raccontare un mondo diverso da quello reale, in cui gli investitori possano liberamente sguazzare.

Vogliamo comunque evidenziare chiaramente i passaggi più rilevanti, al di là del titolo-shock.

a) “i mercati finanziari stanno entrando silenziosamente nella fase preliminare della nazionalizzazione, dove l’intervento pubblico e il sostegno della FED saranno elementi portanti di un capitalismo che è praticamente finito”.

Un sistema fondato sull’iniziativa priva, negli ultimi venti anni, è rimasto in piedi solo grazie alla “socializzazione delle perdite”, ovvero grazie a risorse pubbliche regalate ai privati.

Questo gioco è solo modestamente replicabile, anche se le banche centrali vere e proprie (Federal Reserve Usa, Bank of England, quella cinese e poche altre, ma di certo non la Bce) possono “inventare denaro” a volontà, perché il rischio inflazione – dopo dieci anni di deflazione o stagnazione – è molto meno serio del palese blocco totale del sistema.

Ma in ogni caso un sistema produttivo e finanziario che si sostiene solo grazie all’intervento pubblico non è più capitalismo. È sicuramente un “ambiente” fortemente diseguale, anzi sempre più diseguale; dove pochissimi guadagnano cifre colossali grazie a posizioni monopolistiche o oligopolistiche, e quasi tutti vengono invece spinti verso la povertà assoluta.

Ma non è capitalismo.

C’è più Marx in questa formulazione di quanto non ce ne sia mai stato nei ponderosi saggi di teoria. Non bastano infatti le disuguaglianze, le ingiustizie, lo sfruttamento e la ferocia a fare di un modo di produzione capitalismo.

Queste infamie sono esistite anche in altri modi di produzione, magari precedenti di secoli l’affermarsi del capitale. Per fare capitalismo serve che il meccanismo privatistico stia in piedi da solo, tramite i soli meccanismi di mercato, deve cioè remunerare con profitto il capitale investito.

Se invece è “il pubblico” a compensare gli squilibri sempre più instabili, allora il sistema sta evolvendo “spontaneamente” verso una situazione in cui l’intervento pubblico diventa determinante. Ossia verso la nazionalizzazione (o meglio pubblicizzazione della proprietà dei mezzi di produzione, della finanza, ecc.) e a maggior ragione la pianificazione centralizzata dell’impiego delle risorse in vista di obiettivi decisi su base molto più razionale della semplice “voglia di profitto individuale”.

2) Lo stallo del sistema è riassunto nei suoi elementi fondamentali: il sistema ha bisogno di grandi capitali per essere sostenuto, ma non può remunerare questi capitali perché altrimenti fallirebbe. I Governi hanno bisogno di fare più debito per sostenere l’economia ma il capitale richiesto per finanziare il debito non può essere remunerato poiché renderebbe il debito non sostenibile. Le aziende hanno bisogno di emettere debito per finanziarsi ma non possono permettersi di pagare tassi tanto diversi rispetto a quelli dei governi perché anche per loro il debito sarebbe non sostenibile.

Scacco matto. Nessun soggetto sistemico può più muoversi senza perdere. Ma se nessuno si può muovere il sistema è finito. Dialettica materialistica, non finanza speculativa matematizzata.

3) Ci si è arrivati per normale “evoluzione” darwiniana (e marxiana), ossia senza un progetto prestabilito.

I Policy Makers non controllano nulla e non vigilano sui rischi finanziari di sistema, anzi, li incentivano sempre di più. La commistione che si è creata tra Banche Centrali, Asset Managers, Banche e grandi gruppi di Private Equity ha portato alla costruzione di un sistema che crede che il rischio non esista più per chiunque.

Ma è scritto anche nei manuali liberisti del primo anno che “il profitto è il premio del rischio affrontato dall’investitore privato”. Dunque è corretto che, proprio perché si deve far credere che il rischio non esiste, il capitale di rischio non venga più remunerato. Se tutti coloro che partecipano a questo meccanismo devono essere sempre salvati, indipendentemente dai rischi che decidono di prendere, è normale che poi il capitale di rischio non può pretendere una remunerazione.

4) Da cui consegue che: il sistema capitalistico, degenerato a causa di questo modo di operare, è praticamente morto e la finanza, così come funziona oggi, lo ha ucciso.

Anche in questo caso non c’è stato alcun “progetto del capitale”, ma semplice reazione a una crisi che ha prodotto “soluzioni tampone”. Interventi dettati dalla contingenza, per cercare di ripristinare le condizioni pre-crisi, pur con qualche correttivo nei confronti dei fenomeni più evidentemente negativi (dieci anni fa spopolava sui media la critica dell’eccessivo moral hazard della finanza speculativa stile Lehamnn Brothers).

Gli Stati Uniti, dal 2001 in poi, hanno messo l’economia reale a sostegno della finanza, ribaltando la funzione che la finanza aveva a sostegno dell’economia reale. Oggi il settore finanziario “fa leva” 4/5 volte sull’economia reale per ottenere rendimenti che l’economia reale non riesce più a produrre, così come le banche nel 2008 facevano leva 40 volte sul capitale per ottenere rendimenti che l’attività caratteristica non poteva dare.

La “soluzione tampone” d’allora, sotto la pressione dell’“emergenza”, è diventata un elemento strutturale. Ciò che ha limitato allora la crisi ne ha prodotta una molto più grande, anche se l’esplosione è avvenuta per un “fattore esterno”, un virus che ha fatto le funzioni di un asteroide. Ma un sistema che non regge gli impatti esterni è in realtà una bolla destinata prima o poi ad esplodere.

La diversità della reazione, e dell’efficacia, all’epidemia tra un sistema capitalistico a governance pubblica (come la Cina) e i sistemi a totale predominanza del privato è evidente. Nel primo caso ci sono stati danni seri, ma limitati nella dimensione e nel tempo; nel secondo pare non esserci alcun limite al peggio (fin quando non ci sarà un vaccino, almeno), perché le risposte di tipo collettivo e razionale (quelle suggerite dalla scienza) vengono immediatamente messe in discussione dagli interessi delle imprese private, ognuna per sé.

5) Una serie di “game over” che porta un investitore istituzionale a una conclusione davvero paradossale (in apparenza), perché costituisce la negazione esplicita della sua funzione: una volta verificato che “l’eccesso di risparmio nel sistema, non trovando una adeguata remunerazione in loco, tende ad emigrare verso sistemi in cui i rendimenti sono superiori”, non resta che profferire la bestemmia peggiore per le orecchie di un finanziere:

Per evitare questa migrazione bisognerebbe impedire la libera circolazione dei capitali, piccolo dettaglio che le Teorie Monetariste hanno dimenticato. Il risultato di queste “sciagurate” operazioni fatte applicando in modo becero le Teorie Monetariste sono davanti a tutti. Infatti Europa e Giappone erano già in recessione a fine 2019 con le Banche Centrali impegnate a stampare moneta e con i tassi negativi (!).

6) La conclusione più logica è dunque quasi “comunista”, anche se vista con terrore.


La presenza dello Stato nell’economia è destinata a crescere, la redditività del capitale è destinata a scendere e l’impatto sugli equilibri sociali e politici attuali potrebbero essere l’ultimo tassello che manca per completare uno scenario di cambiamento dai contorni decisamente incerti. Anche se nei prossimi mesi si troveranno delle cure per contrastare il Coronavirus, tali cure non guariranno un sistema capitalistico e un sistema finanziario malati.

Nel nostro linguaggio si chiama “caduta tendenziale del saggio del profitto”, ma potete anche chiamarla “redditività calante del capitale”... il risultato non cambia. A quanto pare sono state esaurite le “controtendenze” (la principale è sempre stata la finanza...).

Se non ci sarà la lungimiranza di modificare le regole del gioco con un cambiamento guidato dall’alto, c’è il rischio evidente che il cambiamento venga imposto dal basso, con evidenti conseguenze poco piacevoli per tutti (noi imprenditori e investitori istituzionali, ndr).

Lo sappiamo, lo speriamo, lavoriamo per questo.

Buona lettura.

Fonte

17/10/2019

La riemersione della crisi del capitale e l'attualità del socialismo

di Domenico Moro

La crisi, iniziata con lo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007 negli Usa e proseguita in Europa come crisi dei debiti sovrani, non è mai finita. Semplicemente, specie dopo il 2009, l’anno di recessione mondiale, è stata tenuta sotto controllo: il malato, cioè il sistema di produzione capitalistico, è stato sostenuto con mezzi artificiali sia in Europa sia negli Usa. Ma il problema di base, la sovraccumulazione di capitale, continua a essere presente. In sostanza, è stato accumulato troppo capitale sotto forma di mezzi di produzione affinché l’investimento possa risultare sufficientemente profittevole. Da questo tutta una serie di misure per sostenere le imprese e i profitti.

Sia negli Usa sia in Europa negli ultimi anni le banche centrali hanno sostenuto il sistema economico pompandovi miliari di dollari e di euro. Recentemente in una intervista al Sole24ore Massimo Rostagno, direttore generale della politica monetaria della Bce, ha riconosciuto che “senza le misure di liquidità della Bce l’eurozona sarebbe già in recessione”. Rostagno aggiunge che “i tassi Bce rimarranno ai livelli attuali o anche più bassi dei livelli attuali, finché l’inflazione prevista non raggiunga livelli sufficientemente vicini anche se inferiori al 2%” e riconosce che il calo dello spread italiano negli ultimi tre mesi di 110 punti base dipende “in parte dalla politica monetaria più espansiva” praticata dalla Bce. Infatti, a settembre la Bce ha ripreso a iniettare denaro nel sistema economico (Quantitative easing) e ha tagliato i tassi d’interesse al livello record di -0,5%, malgrado il voto contrario di sette membri su 25 del board della banca.

Lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, riconosce, in una intervista al Financial Times, che la situazione è talmente grave che la politica monetaria espansiva, per quanto importante, non è più sufficiente: “Ho parlato di una politica fiscale come necessario complemento di una politica monetaria dal 2014. Ora ne abbiamo più bisogno di prima. La politica monetaria continuerà a svolgere il suo compito ma la situazione peggiorerà mano a mano che si andrà avanti. [...] Abbiamo fatto abbastanza… ma più precisamente che cosa manca? La risposta è la politica fiscale, che è la differenza tra Europa e Usa.” Eppure è proprio sulla politica fiscale espansiva, cioè su una espansione della spesa statale, che continuano a esserci dei dubbi proprio in Germania.

In effetti, la crisi è riemersa anche nel Paese più forte economicamente dell’Europa, la Germania, la cui manifattura è in frenata, e dopo la contrazione del secondo trimestre ci si aspetta una nuova contrazione nel terzo trimestre, cosa che porterebbe a una recessione tecnica. Intanto l’indice Pmi manifatturiero tedesco è crollato a 41,7 punti, al di sotto dei 50 punti, cioè al livello che indica una contrazione economica del settore. Di fronte a questa situazione la Confindustria tedesca, attraverso il suo presidente Dieter Kampf, si è espressa per derogare al principio del pareggio di bilancio, che impedisce quelle politiche fiscali espansive che potrebbero ridare fiato a una economia in affanno. Anche l’ex capo della banca centrale tedesca, Weber, si è espresso a sostegno di Draghi e a favore di una maggiore spesa. Il governo tedesco, però, non sembra voler venire incontro agli industriali e al presidente della Bce. Il ministro dell’economia Peter Altmaier ha rigettato la prospettiva di stimoli. La Merkel ha assicurato che neanche la manovra pluriennale da 54 miliardi, ispirata al Green deal europeo per tutelare il clima, metterà in discussione il pareggio di bilancio. La spesa verde sarà sostenuta mediante un aumento delle entrate, cioè delle tasse, che si scaricheranno soprattutto sui settori di classe salariata già indeboliti dalla crisi. È quanto accaduto in altri paesi, ad esempio nella Francia, dove le mobilitazioni dei gilet jaunes furono innescate proprio da questo fenomeno. Dall’altro lato, il Green deal europeo servirà a spostare gli investimenti su settori nuovi dove non c’è sovraccumulazione, fornendo quindi un aiuto, attraverso lo Stato, al capitale in difficoltà.

Anche negli Usa la crisi non è stata risolta ma solo controllata, con mezzi che sono stati già utilizzati nel passato. Prima del 2009 i mutui cosiddetti sub prime venivano concessi anche a chi non disponesse di adeguati livelli di reddito. Le stesse persone, però, potevano utilizzare i mutui stessi come garanzia per permettersi di fare acquisti di beni industriali, sostenendo così artificialmente la produzione manifatturiera. Nel 2007 la bolla, formata da questi mutui e dall’indebitamento colossale delle famiglie, scoppiò, coinvolgendo le banche, che avevano in pancia tutti questi crediti deteriorati. Oggi, sta accadendo qualcosa di molto simile. Alcune categorie di prestiti nate per categorie di clienti con significativi patrimoni liquidi, sono state estese a chiunque non abbia salari tradizionali né tesori da parte, dai lavoratori della gig-economy (l’economia dei lavoretti) ai pensionati. I mutui non prime, concessi cioè senza i requisiti necessari, sono cresciuti, raggiungendo i 45 miliardi di dollari, il massimo negli ultimi 10 anni. Questi muti sono stati cartolarizzati, cioè trasformati in titoli negoziabili, venduti dalle principali banche come Goldman, JP Morgan, Citigroup e Credit Suisse. Ma i mutui e i loro derivati non sono gli unici prestiti fragili. Nel complesso le famiglie statunitensi sono soffocate da una montagna di debiti. Escludendo i mutui, 10mila miliardi, l’indebitamento è giunto al record di 4mila miliardi, dovuto ai prestiti contratti per lo studio, la sanità, l’auto. Inoltre il 74% del credito è stato concesso al 90% meno abbiente. In sostanza l’economia Usa è sostenuta dal credito da decenni e continua ad esserlo anche oggi. Il problema è che il livello del debito porta a bolle speculative che scoppiano in maniera ricorrente con risultati devastanti.

Lo scoppio delle bolle è, però, sempre legato all’economia reale. Infatti, l’economia a debito non è in grado alla lunga di risolvere i problemi che nascono nell’economia reale. A questo proposito, bisogna rilevare che la crisi si sta ripresentando nella manifattura non solo in Germania e in Europa ma anche negli Usa. L’indice Ism manifatturiero degli Usa è crollato a 47,8, segnando la performance peggiore dal giugno 2009, anno di recessione. Le difficoltà economiche sono dimostrate anche dal calo della borsa di Wall Street, compresi i titoli tecnologici, spinti al ribasso da grandi imprese come Facebook, Amazon, Apple, Alphabet-Google, Microsoft. Non è un caso che il presidente della Banca centrale Usa, la Fed, abbia annunciato che ci sarebbero stati a ottobre nuovi tagli sul saggio di interesse. I problemi di indebitamento, in un’economia in rallentamento e forse in recessione, potrebbero, inoltre, portare seri problemi a istituti finanziari e bancari sovraesposti, rideterminando una situazione simile a quella del 2007.

Ad ogni modo, quel che appare dimostrato è che l’economia a credito e la massiccia iniezione di liquidità da parte delle banche centrali non risolve i problemi di base del capitalismo se non nel breve periodo e che la crisi è destinata a ripresentarsi. Anzi, proprio la massiccia iniezione di liquidità e la crescita dell’indebitamento determinano crisi più ampie e profonde. Oggi, viviamo un periodo di sovraccumulazione assoluta, cioè di eccesso di investimento, rispetto al livello di profitto che i grandi investitori si aspettano. Quando ci fu lo scoppio della bolla sub-prime e poi la recessione del 2009, Larry Summers, ex segretario al Tesoro con Bill Clinton, riprese il termine di “stagnazione secolare”, usato già durante la crisi degli anni ’30, per definire la situazione economica davanti alla quale ci si sarebbe trovati negli anni a venire. Quella nella quale siamo immersi non è, quindi, una “normale” crisi ciclica, ma la seconda grave crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, dopo quella degli anni ’30.

La crisi “secolare” ha un riflesso anche sulle politiche economiche. Essa accentua, come ogni crisi, la concorrenza tra capitali, che in questo ciclo storico si manifesta con il mercantilismo tedesco e la risposta americana, basata sull’introduzione dei dazi e di guerre commerciali, che quindi sono un effetto della crisi e non la causa scatenante. Anche il piano di investimenti verdi rappresenta per certi settori di capitale la possibilità di introdurre nuove tecnologie, grazie alle quali ridare sia fiato a settori dove la sovraccumulazione è giunta a livelli gravi come l’auto, sia dare luogo a settori industriali nuovi, dove il livello di accumulazione è più basso e quindi il saggio di profitto è più alto. La gravità della crisi è talmente chiara che anche settori importanti del capitale capiscono che c’è bisogno di cambiare politiche, come  nel caso della Confindustria tedesca per quanto riguarda la necessità di derogare al pareggio di bilancio. Tuttavia, tutte queste “soluzioni” sono o un aggravante della crisi (i dazi) o un palliativo (i piani verdi), o si scontrano (il pareggio di bilancio) con le posizioni ancora troppo forti della concezione neoliberista o ordoliberista, come vogliamo chiamarla.

L’unica soluzione alla “stagnazione secolare” è mettere fine al mercato autoregolato, ma è impossibile che il capitale faccia questa scelta spontaneamente perché la fine del Keynesismo negli anni ’80 è stata determinata proprio dal ripresentarsi della crisi e quindi dalla necessità di abbattere tutti i paletti e i limiti esistenti alla creazione di profitto. Un capitalismo controllato non può esistere a lungo, a meno che non sia soltanto il prodromo al suo opposto, cioè non sbocchi nel socialismo. Oggi, dunque, si ripropone, dopo anni di damnatio memoriae, l’attualità storica del socialismo come superamento della proprietà privata capitalistica e affermazione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione che permetta l’abolizione della produzione anarchica e l’affermazione della produzione pianificata sotto il controllo dei produttori liberamente associati.

Fonte

07/02/2019

Aprire gli occhi, leggere la crisi

di Sandro Moiso

Countdown. Studi sulla crisi. Vol.III, Asterios Abiblio Editore, Trieste Novembre 2018, pp.160, euro 15,00

Secondo le stime dell’ufficio statistico federale, a novembre, in Germania la produzione di beni di consumo è diminuita di oltre il 4%, dei mezzi di produzione di quasi il 2% e dei beni intermedi dell’1%. Il calo della produzione è stato avvertito anche nel settore energetico e delle costruzioni e tutti questi problemi sono associati alle difficoltà incontrate dall’industria automobilistica del paese governato da Angela Merkel.

Se la cosiddetta locomotiva tedesca non si dimostra più così capace di trainare il trenino europeo, anche dall’altra parte del mondo l’economia cinese inizia a dare i primi segnali di cedimento, mentre la guerra dei dazi tra USA e Cina aggiunge ulteriori preoccupazioni sullo stato “reale” dell’economia mondiale e allo stesso tempo per i titoli azionari statunitensi, il mese di dicembre scorso è stato il peggiore dal 1931, ovvero dalla Grande Depressione!1 Inoltre “le principali detenzioni estere di debito statunitense a ottobre sono calate di altri 26 miliardi […] Sempre in base a dati ufficiali riferiti allo scorso ottobre, gli investitori esteri hanno venduto altri 22,2 miliardi di dollari di titoli azionari statunitensi, il sesto mese di vendite di fila”.2 Così che al World Economic Forum di Davos, tra il 22 e il 25 gennaio, in sostituzione di tre rappresentanti assenti di altrettanti pezzi da novanta dell’establishment economico occidentale (Macron impelagato tra gilets jaunes e affaire Benalla; Theresa May incastrata tra un Parlamento ribelle e una possibile hard Brexit e Trump e la delegazione americana che hanno colto l’occasione dello shutdown federale per non prendervi parte), ha preso posto un’unica autentica convitata di pietra: la recessione mondiale.

Ma qui in Italia, dall’alba al tramonto, dalla lettura delle prime pagine dei giornali fatta da Roberto Vicaretti per RAI News24 fino a tutti gli zerbinotti del PD, di Confindustria, di Bankitalia e delle politiche economiche messe in atto dalla Banca Centrale Europea e dalla francesissima direttrice del Fondo Monetario Internazionale,3 Christine Legarde, tutti i media cartacei e non, imbeccati anche dal vicepresidente della Commissione europea Vladis Dombrovskis, sembrano soltanto preoccupati di far ricadere sulle spalle del governo gialloverde, tutt’altro che scevro da altre gravi responsabilità, non solo l’attuale crisi del sistema economico italiano, che nel mese di novembre ha visto una flessione del 2,6% della produzione industriale e che nell’ultimo trimestre del 2018 ha registrato un calo al -0,2% del PIL, ma addirittura quella dell’intero sistema economico europeo e mondiale.

D’altra parte quando negli Stati Uniti si vuole definire una situazione, quasi sempre in ambito politico, di chiara dissimulazione e creazione di una cortina fumogena, si usa l’espressione wag the dog (gioco di parole sul paradosso di agitare il cane, invece che quest’ultimo la coda). Tale scelta dimostra però, in coloro che l’accolgono, un’assenza totale di capacità analitica e di visione globale del divenire economico-sociale che nonostante tutto riesce ancora a stupire.

Ben venga dunque, anzi lunga vita, in un paese in cui sembra ormai quasi impossibile trovare un barlume di intelligenza (comprensione dei fatti reali) politica in una sorta di autentico Mar dei Sargassi dominato soltanto dalle bonacce ideologiche, ad una rivista di carattere antologico come Countdown che fin dal suo primo apparire (luglio 2014), all’epoca per le Edizioni Colibrì, ha fatto dell’opera di smantellamento di un ostinato maquillage mediatico e di un sempre più miserevole restyling analitico, tesi a incensare le magnifiche sorti progressive dell’attuale senescente capitalismo, il centro e il motore delle proprie analisi.

Coundown, attraverso la selezione di testi scelti tra i più interessanti prodotti a livello mondiale “che vanno a toccare gli aspetti fondamentali del capitale nelle diverse forme in cui si esprime” sembra dar vita ad un autentico assalto teorico, tutt’altro che scontato, a quel “realismo capitalista”, come lo ebbe a definire Mark Fisher, che sembra aver occupato tutto l’orizzonte del pensabile ed essere stato quasi totalmente sussunto anche all’interno delle istanze di chi, apparentemente, vorrebbe almeno formalmente recedere dall’assurdo contratto stilato socialmente e culturalmente con l’attuale modo di produzione. Come recita la presentazione dell’ultimo numero:
Da troppo tempo assistiamo alla mancanza di un’opposizione teorica e pratica al sistema economico capitalistico e in gran parte gli intellettuali che frequentano i dibattiti nei mass media costantemente si propongono come salvatori del modo di produzione che domina la vita quotidiana dei lavoratori. La crescita economica diventa sempre più un miraggio e la produzione mainstream sull’economia e sulle misura da adottare è fatta di luoghi comuni fini a se stessi. Nell’avanzante caos le teorie economiche dominanti e le analisi che da esse derivano hanno perso ogni senso dimostrando, in maniera ancora più spettacolare del passato, di essere solo giustificazioni ideologiche dello stato di cose esistente. […] Precisiamo che tale operazione costituisce solo un contributo scientifico fornito a coloro che intendono comprendere le dinamiche del declino del modo di produzione capitalistico, per indirizzare l’analisi critica verso l’evidenza empirica, in contrasto con le impressioni di carattere soggettivamente deduttivo.
In questo senso sottolineare le difficoltà reali dell’economia attuale, che vede trionfatori solo un numero sempre più ristretto di autentici profittatori e rentier (26 super miliardari, secondo le analisi dell’Oxfam, che da soli possiedono la ricchezza della metà più povera degli abitanti del globo) che hanno visto nel corso dell’ultimo anno crescere le loro ricchezze dell’1,2% a fronte di un peggioramento dell’11% in meno per la parte più povera del pianeta, significa non trovare scuse per un governo populista e sovranista come quello italiano attuale, ma togliere ogni giustificazione a coloro che, mascherandosi da difensori di diritti universali, ormai soltanto presunti ma morti e sepolti proprio in grazia dell’azione di chi oggi li sbandiera in chiave esclusivamente elettoralistica, cercano ancora di giustificare l’ingiustificabile: la permanenza in vita del capitale e dei suoi funzionari economici, politici e mediatici. Secondo i quali invece l’attuale modo di produzione potrà essere sviato dal suo radioso percorso di crescita infinita soltanto da piccole anomalie del sistema oppure da errori scriteriati commessi dai suoi servitori più incompetenti o, peggio ancora, dai suoi contestatori più triviali e primitivi, come quelli che si oppongono alle grandi opere in/utili.

Ma, come dimostrano i sette saggi contenuti in questo numero di Countdown, le cose non stanno affatto così. Saggi che nell’insieme vanno a destrutturare un immaginario che delle perpetue capacità di rinnovamento del capitalismo ha fatto il suo motivo di interesse proprio per non dover giustificare la propria incapacità di pensare a ciò che sarebbe possibile in sua assenza o in alternativa. Saggi adatti, in un mondo dove le vecchie regole dello sfruttamento del lavoro umano e dell’ambiente e in cui lo Stato ha mantenute inalterate le sue funzioni repressive e la sua capacità di coagulo di forze economiche e sociali che sarebbero altrimenti disperse, a far sì che non si debba più obbligatoriamente dare per vera la formula secondo la quale oggi sarebbe “più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo”. Utili per rigettare la vecchia dottrina tatcheriana del There Is No Alternative (Non c’è alternativa), che è stata così pesantemente instillata nell’immaginario sociale degli ultimi decenni.

Il saggio dell’argentino Esteban Ezequiel Maito, L’instabilità storica del capitale: la tendenza alla caduta del saggio di profitto dal XIX secolo, prende in esame le stime del saggio di profitto sul lungo periodo di quattordici paesi, mettendo in evidenza come l’andamento di tale saggio confermi le previsioni negative fatte da Marx. Particolare attenzione al suo interno è dedicata ad una stima del saggio di profitto globale degli ultimi sei decenni e al ruolo che la Cina ha avuto nella profittabilità del sistema.

Wolfang Streeck invece, in La Politica del debito pubblico: neoliberismo, sviluppo capitalistico e la ristrutturazione dello Stato, segue la crescita del debito pubblico nelle economie capitalistiche, a partire dagli anni ’70, accompagnata da una crescita economica debole, da un aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze e da una crescente resistenza fiscale, fino alla Grande Recessione e agli sforzi rivolti al suo consolidamento sotto la pressione dei “mercati finanziari” degli ultimi decenni.

Francisco Paulo Cipolla, professore di Economia presso l’Università federale del Paranà, nel suo articolo si occupa del Meccanismo del plusvalore relativo, mentre Alexei Izyumov e John Vahaly, entrambi professori di Economia presso l’Università di Louisville negli USA, nel loro Lavoro contro capitale nelle economie in transizione. Cosa direbbe Karl Marx?, analizzano i legami tra i modelli di capitalismo emersi dalle nuove economie di mercato dell’Europa dell’Est e dell’ex Unione Sovietica e le conseguenze della transizione per quanto riguarda il lavoro in riferimento alla distribuzione del reddito nazionale.

Andrew Glyn, scomparso nel 2007 e accademico di economia presso il Corpus Christi College di Oxford, si chiede(va) se Si riuscirà a dimostrare che Marx aveva ragione? Partendo dal fatto che Marx sosteneva che con l’evolversi del capitalismo una quota sempre più ridotta di ricchezza prodotta sarebbe stata destinata ai lavoratori, l’autore prova a confrontare tale ipotesi con l’ingresso massiccio sul mercato del lavoro mondiale dei lavoratori cinesi e indiani e le conseguenze che ciò ha avuto realmente sulle quote di redditto destinate ai diversi soggetti della produzione.

Wilfred Ukpere e Mohammed Bayat, entrambi docenti presso università e college del Sud Africa, si occupano invece del Rapporto funzionale tra divisione del lavoro e outsourcing. Sostanzialmente per i due studiosi outsourcing significa internazionalizzazione della divisione del lavoro. Considerando che la divisione del lavoro era localizzata, l’outsourcing avviene a livello globalizzato per garantire al capitale un ulteriore supporto per sfruttare il lavoro a livello globale.

Poiché ho affermato all’inizio che i testi raccolti su questo numero di Countdown, pur prodotti in contesti culturali diversi e da ricercatori estremamente differenti per provenienza e metodologie, possono risultare estremamente stimolanti per una riflessione che intenda travalicare le modeste banalità di base quotidianamente prodotte sia dalla narrazione economica mainstream che da quella sedicente alternativa o antagonista, ho lasciato per ultimo il testo di Antonio Pagliarone, membro della redazione della rivista, che in realtà apre l’antologia: Qualche riferimento al rapporto tra Information Technology e produttività.

In tale saggio, l’autore discute e critica severamente quella narrazione economica e politica che delle differenti innovazioni legate alle nuove tecnologie 2.0, 3.0, 4.0, 5.0 e così via è stata fatta sia dai pallidi servitori e funzionari del capitale “alla Renzi”, sia da quei critici del capitalismo stesso che, subendo il fascino delle “nuove tecnologie”, vedono e pronosticano nella loro diffusione, un superamento già in atto dell’attuale modo di produzione. Numeri alla mano, però, Pagliarone dimostra lo scarso impatto di tali tecnologie dell’informazione sulla produttività del lavoro. Sottolineando come a partire dalla fine degli anni Settanta l’investimento nel rinnovamento dei macchinari sia sceso negli Stati Uniti e in Occidente e come tale investimento in capitale costante sia stato sostituito dall’outsourcing, dalla ricerca di nuove riserve di manodopera a basso costo in altri continenti e in altre parti del mondo oppure nella attuale e diffusa precarizzazione del lavoro in aree un tempo garantite. Dimostrando come, in realtà, sia stato l’aumento dell’intensità del lavoro, sia in Occidente che negli altri continenti, più che la sua informatizzazione a permetter al capitale di rallentare almeno parzialmente la tendenza alla caduta del saggio di profitto insita nel suo sviluppo.

Verrebbe da dire, anche se l’autore non usa questo esempio, che la velocizzazione e l’aumento della circolazione e del consumo delle merci, attraverso l’utilizzo delle varie tecnologie informatiche x.0, basti pensare al caso di Amazon o di Foodora, sia in realtà dovuta più all’intensificazione e all’imbarbarimento dei rapporti di lavoro per i dipendenti delle due ditte in oggetto, che ad un reale aumento della produttività legata allo sviluppo di nuovi software, ricadendo completamente sulle spalle dei lavoratori e peggiorandone enormemente le condizioni e l’intensità del lavoro. Una scelta di sviluppo arcaica e triviale e tutt’altro che “all’avanguardia”. In cui, addirittura, i lavoratori devono procurarsi i “mezzi di produzione” (le biciclette) di tasca propria.

Più che di capitalismo n.0 sarebbe forse allora il caso di parlare di capitalismo giunto al suo punto zero; un capitalismo, soprattutto quello italiano, che ha bisogno di grandi opere inutili per continuare a sopravvivere all’ombra di prebende statali (alla faccia del neo-liberismo sbandierato soltanto a danno della spesa sociale e sanitaria), almeno 600 richieste soltanto sul suolo dello stivale, e che per continuare a intascare profitti ai danni della maggioranza assoluta della popolazione mondiale non esiterà davanti a nulla: ulteriore devastazione dell’ambiente, guerre e colpi di mano politici presentati come unica strada per la salvezza economica nazionale.

Ma troppi, davvero troppi, tardano ancora ad aprire gli occhi e a comprenderlo.

Note:
1) https://it.businessinsider.com/la-cortina-fumogena-della-narrativa-ufficiale-sulleconomia-globale-nasconde-una-realta-drammaticamente-diversa-ecco-i-dati/
2) Idem 
3) Si veda come esempio recentissimo qui