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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/10/2026

La finanza elimina il lavoro

di Alessandro Volpi

A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone da essa impiegate.

La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.

Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.

Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.

All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.

Un’analoga sproporzione si riscontra nei colossi del settore bancario ed energetico come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che hanno superato i 110 miliardi di euro di valore azionario ciascuno pur contando rispettivamente circa 72.000 e 93.000 dipendenti (con un valore per lavoratore che oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni di euro), o come Enel, che si attesta su 89 miliardi di capitale azionario con 61.000 addetti (circa 1,45 milioni di euro per lavoratore), fino a STMicroelectronics che con 50.000 dipendenti vale circa 45 miliardi di euro (900.000 euro a testa).

Questa drammatica sproporzione, che peraltro genera una sproposita creazione di valore per ogni singolo occupato, non è casuale ma rivela la pericolosa scissione strutturale tra chi produce fisicamente beni e servizi e i meccanismi con cui la finanza estrae e riconosce il valore.

Nelle metriche degli analisti di mercato, infatti, l’aumento dei ricavi nei settori ad alto margine o a forte contenuto tecnologico e di brand avviene in modo altamente scalabile senza richiedere nuova manodopera, mentre nei settori tradizionali l’automazione e la digitalizzazione permettono di gestire volumi crescenti di beni o servizi riducendo costantemente la quantità di lavoro necessaria.

In questo contesto, il lavoro umano cessa di essere considerato un fattore primario di creazione della ricchezza e viene trattato dai mercati alla stregua di una voce di costo fisso da contenere o tagliare, con la conseguenza che piani industriali basati su riduzioni d’organico, chiusure di filiali o esternalizzazioni vengono frequentemente premiati dalla Borsa con un rialzo immediato dei titoli azionari.

A drammatizzare ulteriormente questa frattura interviene il ruolo sistematico delle operazioni di buyback, ovvero il riacquisto e l’annullamento di azioni proprie da parte delle società, un meccanismo attraverso il quale le grandi aziende e i gruppi bancari drenano decine di miliardi di euro di liquidità anziché destinarli a investimenti produttivi, ricerca e sviluppo o nuove assunzioni.

Poiché il buyback riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, esso determina un aumento matematico dell’Utile per Azione anche a parità di fatturato e di occupati, spingendo artificialmente verso l’alto il valore del titolo in Borsa e garantendo ai vertici aziendali il raggiungimento dei parametri legati alle stock option.

Tramite il buyback si compie così il definitivo cortocircuito dell’economia finanziaria, che ricompensa il capitale concentrato e autorigenerante sottraendo risorse vitali all’economia reale e trasformando la crescita della ricchezza azionaria in un indicatore del tutto scollegato dalla tenuta occupazionale e dal benessere sociale del Paese.

La finanza non vuole sottopagare il lavoro, lo vuole proprio eliminare.

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22/08/2026

Credito e monopòli. Le due pericolosissime partite che riguardano Monte dei Paschi di Siena

di Alessandro Volpi

L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.

Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.

In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.

Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.

Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.

Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.

Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.

Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.

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14/08/2026

Cosa resterà dopo lo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale

C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, ChatGPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.

Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: 18.000 miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.

Su un piano, il crollo è persino un’occasione. L’impianto fisico che gli americani stanno costruendo – in perdita per i loro stessi azionisti, tanto che la spesa dei cinque maggiori gruppi è passata dal 12-18 per cento dei ricavi del 2024 verso il 48 previsto nel 2026 – non svanisce con la bolla: resta, e diventa a buon mercato. È esattamente la ragione per cui chi comprò le reti in fibra dopo il crollo ci guadagnò, mentre chi le posò per primo fallì. Per l’infrastruttura la posizione del compratore paziente è quella giusta, e l’Europa la occupa naturalmente.

Ma qui finisce l’analogia, e comincia il problema. Un modello di frontiera non è il cemento del data center: è dato proprietario, know-how di ricerca, una pipeline di addestramento e allineamento, un capitale umano scarso e concentrato. Se l’impianto va all’asta, i pesi di Claude non sono nell’inventario, e non varrebbero nulla senza chi li ha costruiti. Quando un laboratorio salta, semmai, i giganti se ne prendono le persone: la concentrazione aumenta, non si diluisce. L’asset che decide chi incassa il valore è precisamente quello che nessun crollo mette in saldo. Il boom regalerà all’Europa hardware a poco prezzo e una dipendenza duratura da una manciata di proprietari di ciò che non si replica. Puoi affittare il cemento. Il modello no.

Non è, per onestà, un fortino eterno, ed è qui che l’analisi di Pietro Maggi su questo giornale mette in guardia: chiedersi «chi sta vincendo la corsa» porta fuori strada. La capacità scende di livello con un ritardo – i modelli a pesi aperti, da Mistral a DeepSeek a Qwen, inseguono la frontiera con uno o due anni di scarto e a costo quasi nullo; il 2026 AI Index Report di Stanford HAI dà il miglior sistema americano a un margine del 2,7 per cento sul primo concorrente cinese, e Kimi K3 si scarica a un terzo del costo del modello di punta di Anthropic. La frontiera è mobile e tallonata – solo che a inseguire, coi pesi aperti, non è un piccolo laboratorio ma la seconda potenza mondiale. Ciò che si democratizza è però la capacità di ieri; ciò che resta concentrato – il modello migliore, l’integrazione, il canale che lo porta a un miliardo di utenti – è il valore di oggi. Una rendita che si sposta in avanti ogni diciotto mesi, e per questo non si esaurisce da sola.

Il punto vero, però, è un altro e riguarda l’Europa più di qualunque classifica. La partita non si vince costruendo la chatbot migliore: si vince infilando un modello «abbastanza capace» dentro un apparato produttivo che si possiede già. La Cina realizza in interi settori strategici il 70 per cento della produzione mondiale, usa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e nella Hyperfactory di Xiaomi settecento robot fanno uscire un’automobile ogni 76 secondi. Gli Stati Uniti hanno i modelli; la Cina ha le fabbriche in cui metterli. L’Europa non ha né gli uni né le altre – ed è la ragione per cui la sua sovranità non si gioca sulla frontiera della ricerca, che non raggiungerà, ma sulla capacità di diffondere l’intelligenza artificiale nel proprio tessuto produttivo e di regolare ciò che diffonde.

E intanto la macchina fa ciò per cui è costruita: sostituire lavoro con capitale, alla luce del sole. In otto mesi Amazon ha cancellato 30.000 posizioni mentre metteva a bilancio 200 miliardi di investimenti quasi tutti in infrastruttura per l’intelligenza artificiale: il costo del lavoro esce dal conto economico, la capacità di calcolo entra nello stato patrimoniale. Il guadagno di produttività è reale ed enorme – in Italia, stima il Politecnico di Torino con Anitec-Assinform, può liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro l’anno. Ma non si distribuisce da solo. Nel Novecento lo distribuivano la contrattazione collettiva e il fisco; oggi entrambe logore: la copertura contrattuale italiana è scesa dall’85 per cento del 2010 al 70, la quota dei salari sul Pil di quattro punti in vent’anni, e il valore si forma dove il lavoro non c’è. Se l’asset chiave non si replica e le leve della distribuzione sono rotte, il risultato non è una fase: è la conversione, in chiaro, di una società salariale in una società di rendita, in cui chi possiede i modelli incassa e chi li usa paga il canone. Un cambiamento costituzionale che nessun Parlamento ha votato.

Il conto lo paga Davide, 35 anni, al sesto contratto a termine, più produttivo ogni anno e con la stessa busta paga. Lo paga la piccola impresa brianzola che versa ogni mese in dollari il canone del suo cloud e non ha un’alternativa europea. Lo paga la pensione di domani, finanziata su contributi da lavoro mentre il valore migra al capitale. E quando i guadagni si concentrano e i costi restano diffusi, la reazione non è la rivendicazione salariale: è il rifiuto. Chi ha visto crescere la produttività del proprio settore senza vederne un euro non chiede una quota, chiede protezione – e la chiede a chi promette di fermare il mondo.

È il meccanismo che ha già riscritto il consenso in mezza Europa, e l’intelligenza artificiale è il primo shock tecnologico che lo incontra a democrazie già indebolite. La tensione, del resto, non è solo nostra: perfino la Cina, avverte l’Economist, rischia di distruggere posti di lavoro con l’automazione prima che il calo demografico crei scarsità di braccia. Chi paga la transizione non conosce confini né sistemi politici. È qui che tutto si tiene. Tecnologia senza fisco è concentrazione: il valore si forma dove le imposte non arrivano. Fisco senza welfare è gettito che non torna a nessuno. Welfare senza formazione è assistenza che non riapre nessuna porta. E tutto questo senza sovranità digitale è una trattativa condotta da chi non possiede il tavolo. Tutto si tiene, o niente regge.

La risposta ha due gambe. La prima è distributiva: il dividendo dell’automazione appartiene anche a chi l’automazione la subisce e va prelevato dove il valore si forma – sul calcolo, sui modelli, sul capitale immateriale, non sull’ennesima busta paga – e vincolato per legge a formazione continua, sostegno al reddito nei passaggi di lavoro, riqualificazione nelle piccole e medie imprese. Non è punire l’innovazione: è il patto che la rende sostenibile.

La seconda è di sovranità e impone di correggere l’istinto: comprare data center crollati è utile ma insufficiente, perché l’asset che conta non è l’infrastruttura: sono i modelli – e i modelli non si comprano a saldo. Significa estendere ad essi l’obbligo di portabilità che il Data Act, dal settembre 2025, impone solo al cloud; fare dell’ecosistema a pesi aperti una politica industriale e non un progetto di ricerca; costruire una capacità pubblica europea che tenga il passo della frontiera invece di raccattarne gli scarti, coi bond comuni indicati dal rapporto Draghi e mai emessi. E, come insegna la Cina, portarla davvero nelle fabbriche e negli uffici: il valore non sta nel modello, ma in ciò che il modello fa quando entra nella produzione.

Gli investimenti rallenteranno – la spesa dei giganti crescerà del 76 per cento nel 2026, del 6 nel 2028 – e si vedrà quali data center avevano davvero clienti. Molti impianti resteranno, come è restata la fibra, e diventeranno di tutti. I modelli no: quelli resteranno di chi li possiede, a meno che una scelta politica non decida il contrario, adesso, finché la frontiera è ancora mobile e la rendita non si è ancora sedimentata. Perché un guadagno di produttività che nessuno distribuisce non è progresso. È un trasferimento: e stavolta, per la prima volta, sappiamo in anticipo verso chi.

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02/08/2026

Dobbiamo fare molta attenzione a direct lending ed Etf

di Alessandro Volpi

Il “nuovo” capitalismo finanziario, partorito dal neoliberalismo, ha a disposizione strumenti pressoché inesistenti fino a dieci anni fa e ora assai diffusi presso i comuni risparmiatori. Si tratta in particolare del “direct lending”, il sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, e degli Etf, un particolare tipo di fondo d’investimento che ha l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice azionario, obbligazionario o di materie prime.

La convergenza tra l’esplosione del direct lending, l’iper-concentrazione degli Etf e la vulnerabilità delle Big Tech, che hanno perso in un mese oltre il 25% del loro valore, ha creato un ecosistema finanziario caratterizzato da una fragilità strutturale con una probabilità di crisi sistemica superiore al 25% nel prossimo biennio. Il mercato del direct lending è passato da una “nicchia” di 300 miliardi di dollari nel 2010 a una massa imponente di oltre tremila miliardi nel 2026, con un tasso di crescita annuale del 14% che ha sottratto quote di mercato enormi al sistema bancario tradizionale, portando i fondi di private credit a gestire oggi circa il 50% dei finanziamenti alle medie imprese negli Stati Uniti e il 35% in Europa.

Parallelamente il peso degli Etf è letteralmente esploso, passando dai duemila miliardi di dollari del 2013 agli oltre 14mila miliardi di dollari del 2026, rappresentando oggi oltre il 54% di tutti i capitali investiti in fondi azionari negli Stati Uniti e determinando una situazione in cui la liquidità offerta agli investitori su base giornaliera contrasta con l’illiquidità dei titoli sottostanti in caso di panico.

In altre parole, gli Etf sono finanziati dal risparmio diffuso, a partire dai fondi pensione ma gli stessi fondi non sono sicuri di riavere per intero, in tempi brevi, il proprio investimento finanziario. Il rischio principale risiede nella concentrazione senza precedenti del mercato azionario, dove le sole “Magnificent Seven” (ossia Alphabet/Google, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla) sono arrivate a pesare per circa il 29%-31% dell’intero indice S&P 500 e per quasi il 20% dell’indice Msci World, con multipli prezzo-utili che in alcuni casi superano di 1,5 volte la media storica degli ultimi venti anni.

Se queste società dovessero subire una correzione drastica superiore al 20%, si innescherebbe un effetto domino alimentato dagli algoritmi degli Etf che venderebbero in modo automatico per ribilanciare i portafogli, drenando liquidità dal mercato proprio nel momento di massima necessità. Questa contrazione della liquidità colpirebbe immediatamente il settore del direct lending, che non dispone dei cuscinetti di capitale richiesti alle banche commerciali dai protocolli di Basilea III e che oggi opera con un livello di leva finanziaria media che spesso supera il rapporto 1:1 tra debito e capitale proprio.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha avvertito che il tasso di default nel private credit potrebbe balzare dal fisiologico 2% a picchi del 5,5% o 6% in uno scenario di tassi elevati, ormai sempre più probabile per l’inflazione generata dalle guerre e per il  rallentamento tecnologico, mettendo a rischio la stabilità di fondi che gestiscono migliaia di miliardi di risparmi istituzionali e fondi pensione.

Il pericolo sistemico è amplificato dal fatto che circa il 15% dei prestiti nel direct lending è oggi classificato come “covenant-lite”, ovvero privo di clausole di protezione per il creditore, una percentuale quadruplicata rispetto al 2015. In caso di crollo delle Big Tech, la svalutazione degli asset collaterali porterebbe a margin call forzate – a ricoperture molto costose – e a una paralisi del credito privato, stimando che una perdita di valore del 30% nel settore tecnologico possa causare un buco di liquidità nel sistema finanziario non bancario pari a circa 1.200 miliardi di dollari, rendendo la crisi del direct lending la possibile “Lehman Brothers” del sistema finanziario ombra, dato che i legami tra banche tradizionali e fondi di credito sono opachi per il 40% delle esposizioni totali.

In estrema sintesi, il modello dei liberal di dare per spacciato lo Stato sociale per sostituirlo con questi strumenti finanziari ci porta a navigare in mari in tempesta e in rotte sconosciute. Intanto la Germania del cancelliere Friedrich Merz, proveniente da BlackRock, fa da apripista confezionando un nuovo sistema pensionistico basato sui fondi internazionali.

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01/07/2026

IA: non un destino ma una questione di potere

1. Un trasloco che vale più di mille dichiarazioni

Il 30 giugno 2026 uno degli economisti più citati al mondo nello studio della crescita lascia, in aspettativa, la cattedra di Stanford per entrare nell’azienda che costruisce la tecnologia di cui da anni misura i pericoli. Charles Irving Jones – Chad Jones, titolare della cattedra STANCO 25 alla Graduate School of Business di Stanford – va a lavorare dentro l’Anthropic Institute, il centro studi fondato dall’impresa che sviluppa i modelli «Claude» e che nel maggio 2026 era valutata circa novecentosessantacinque miliardi di dollari, la più ricca società di intelligenza artificiale «pura» del pianeta.

L’uomo che ha costruito un modello matematico per stabilire quanta probabilità di estinzione dell’umanità sia «razionale» accettare in cambio di una crescita straordinaria entra, da consulente interno, nel laboratorio di chi quella variabile la produce.

Non è un dettaglio biografico. È un piccolo apologo sul nostro tempo, perché racconta meglio di qualsiasi dichiarazione come funziona oggi il potere tecnologico: non si limita a fabbricare le macchine, ma chiama al proprio servizio anche gli studiosi incaricati di spiegarci che cosa quelle macchine significano.

Chi disegna lo strumento finanzia anche chi ne scrive il libretto di istruzioni morale. E quando il giudice viene assunto dall’imputato, il processo è già deciso prima di cominciare.

2. Quando l’estinzione diventa una variabile

Il saggio che ha reso Jones un riferimento in questo dibattito si intitola «The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk», uscito come working paper del National Bureau of Economic Research nel 2023 e poi pubblicato sulla rivista dell’American Economic Association.

La domanda da cui muove ha l’apparenza della più fredda neutralità scientifica: se l’intelligenza artificiale promette un’accelerazione senza precedenti della crescita, quanto rischio di catastrofe – fino all’estinzione della specie – è ragionevole tollerare per ottenerla?

La risposta, nel modello, dipende da tre fattori: il beneficio di crescita atteso, l’entità della minaccia e, soprattutto, la forma matematica con cui si decide di misurare l’utilità del benessere umano. È qui che il ragionamento mostra il suo volto.

Quando si adotta una funzione di utilità illimitata e si immagina uno scenario di crescita esplosiva, una «singolarità» economica, il calcolo approda a una conclusione gelida: quasi qualunque probabilità di estinzione, purché inferiore alla certezza, può risultare «razionale», perché i guadagni di benessere tendono all’infinito.

Lo stesso Jones registra il disagio del passaggio: il pianificatore che somma le «unità di utilità» tratta una probabilità del dieci per cento di estinzione dell’intera umanità come una qualsiasi probabilità del dieci per cento di morte individuale, mentre l’istinto di molti dice che le due cose non sono affatto equivalenti.

È esattamente in questo scarto che si annida il problema. Non perché il modello sia sbagliato nei suoi passaggi formali, ma perché rivela la natura del paradigma culturale che lo genera. L’estinzione dell’umanità diventa una variabile. La sopravvivenza della specie entra in una funzione di utilità. La vita si traduce in una probabilità, l’essere umano in un parametro.

È il punto d’arrivo di quella ragione strumentale che la Scuola di Francoforte aveva già diagnosticato nel Novecento: una razionalità che riduce ogni cosa a quantità misurabile e perde per strada la capacità di distinguere tra i mezzi e i fini. Il vero rischio antropologico, allora, non è la macchina. È il modo in cui una certa cultura economica ha imparato a pensare il mondo.

3. L’ideologia del rischio esistenziale

C’è una ragione politica precisa per cui il «rischio esistenziale» occupa tanto spazio nel discorso pubblico. Spostare l’attenzione su scenari remoti – la superintelligenza che fra qualche decennio sfugge al controllo e cancella la specie – consente di lasciare nell’ombra i conflitti materiali del presente.

Mentre si discute, con apparato di equazioni, della fine del mondo nel 2060, si guarda molto meno a ciò che le piattaforme digitali stanno già facendo oggi: ristrutturano il lavoro, comprimono i salari, concentrano la ricchezza, riscrivono i sistemi informativi, ridefiniscono gli equilibri di forza tra chi possiede e chi lavora.

Il problema non è ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare domani. È ciò che fa adesso. Non esiste alcuna prova che una macchina cosciente stia per impadronirsi del Pianeta. Esistono invece prove abbondanti che un pugno ristretto di imprese stia conquistando infrastrutture, dati, capacità di calcolo e capacità di orientare la vita collettiva.

La narrazione apocalittica, paradossalmente, è rassicurante per chi quel potere lo detiene: trasforma una questione di proprietà e di democrazia in una questione di destino tecnologico, e sposta il giudizio dal tribunale della politica a quello della futurologia.

4. L’intelligenza artificiale è industria pesante

Nel dibattito dominante la domanda viene quasi sempre posta così: «l’intelligenza artificiale sarà pericolosa?». È la domanda sbagliata. Quella giusta è un’altra: «chi controllerà l’intelligenza artificiale?» La differenza non è di sfumatura. Nel primo caso il problema appare tecnico, quasi naturale; nel secondo diventa immediatamente politico.

I modelli di intelligenza artificiale non nascono dal nulla, non spuntano dalla natura come funghi dopo la pioggia. Richiedono investimenti colossali, data center grandi come quartieri, quantità enormi di energia elettrica, filiere di microchip avanzatissimi, infrastrutture cloud e una concentrazione di capitale senza precedenti nella storia recente.

Bastano i numeri che circondano la sola Anthropic: un accordo con Google per l’accesso a fino un milione di processori dedicati e oltre un gigawatt di potenza di calcolo; investimenti attesi fino a quindici miliardi di dollari da Nvidia e Microsoft; trenta miliardi di dollari di capacità di calcolo acquistati su Azure; un’offerta pubblica iniziale annunciata per l’autunno del 2026.

L’intelligenza artificiale non è una creatura immateriale: è industria pesante, è potenza energetica, è proprietà privata, è capitale concentrato, ed è ormai saldata agli apparati statali e militari, come ha mostrato perfino il braccio di ferro tra Anthropic e il Pentagono sull’uso dei suoi sistemi per la sorveglianza interna e le armi autonome.

L’errore teorico di fondo, allora, è trattare l’intelligenza artificiale come un soggetto autonomo, quasi una nuova specie destinata a competere con l’uomo. È la stessa operazione che altrove ho chiamato feticismo tecnologico: si attribuisce capacità d’azione alla macchina per nascondere la capacità d’azione dei proprietari della macchina.

Non è l’algoritmo a governare. Qualcuno governa attraverso l’algoritmo. E quel qualcuno ha un nome, una sede legale, un consiglio di amministrazione e una valutazione di borsa.

5. La fabbrica della legittimità

È qui che l’Anthropic Institute diventa un caso di scuola. Annunciato l’11 marzo 2026 e affidato al cofondatore Jack Clark – promosso, con un titolo che è già un programma, a «responsabile del beneficio pubblico» – il centro nasce dalla fusione di tre squadre interne: quella che mette sotto stress i modelli, quella che ne studia gli impatti sociali e quella che ne misura gli effetti economici e occupazionali.

Vi sono confluiti studiosi di rango – l’economista Anton Korinek, in aspettativa dall’Università della Virginia, Zoë Hitzig proveniente da OpenAI, e Matt Botvinick, chiamato a guidare il lavoro sul rapporto tra intelligenza artificiale e diritto – e a essi si aggiunge ora Jones. L’Istituto rivendica apertamente un privilegio: l’accesso a «informazioni che soltanto i costruttori dei sistemi di frontiera possiedono».

Tradotto: la stessa impresa che produce la tecnologia produce anche i dati che ne misurano gli effetti e, attraverso i propri studiosi, le categorie con cui quegli effetti verranno interpretati, discussi e, un domani, regolati. Si finanziano economisti, si pubblicano indici, si costruiscono narrazioni, si stringono alleanze accademiche – come quella con il Becker Friedman Institute dell’Università di Chicago, che ha messo i modelli «Claude» nelle mani di oltre duecento economisti.

Tutto questo può essere presentato, in perfetta buona fede, come ricerca responsabile. Ma esiste una seconda lettura, e non è meno legittima: le imprese che controllano l’infrastruttura stanno diventando anche le principali interpreti della trasformazione che esse stesse producono.

Non è una novità nella storia del capitalismo. I grandi centri di potere economico non hanno mai prodotto soltanto merci: hanno prodotto consenso, sapere, legittimità. È la lezione di Gramsci sull’egemonia: il dominio non si regge soltanto sulla forza, ma sulla capacità di far apparire naturale, ragionevole, perfino virtuoso l’ordine esistente.

La domanda decisiva, dunque, non è se Anthropic agisca in buona o cattiva fede; è una domanda strutturale, non morale. Può una società privata essere allo stesso tempo produttrice della tecnologia, produttrice dei dati che ne misurano gli effetti e produttrice delle teorie con cui la si giudicherà?

Chi controlla insieme la fabbrica, il laboratorio e l’aula del tribunale non ha bisogno di mentire: gli basta scrivere le regole del processo.

6. La crescita di chi?

Uno degli aspetti più rivelatori del lavoro di Jones riguarda proprio la crescita. La domanda implicita è sempre la stessa: se l’intelligenza artificiale aumenterà la produttività, chi raccoglierà i frutti di quell’aumento? Qui affiora il limite dell’approccio dominante, che tratta la crescita come una grandezza aggregata, una marea che solleverebbe tutte le barche. La storia insegna il contrario. La crescita non è mai neutrale: conta chi la controlla, conta chi ne beneficia, conta come viene distribuita.

Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a straordinari incrementi di produttività accompagnati da una concentrazione crescente della ricchezza e da salari reali rimasti al palo. Non esiste alcuna legge naturale che trasformi il progresso tecnologico in benessere collettivo; in assenza di correttivi politici, anzi, il progresso tende ad amplificare le disuguaglianze esistenti.

L’intelligenza artificiale non farà eccezione. Se le infrastrutture resteranno nelle mani di pochi soggetti privati, la crescita prodotta dall’IA si tradurrà soprattutto in rendite monopolistiche, in ulteriore concentrazione del capitale, in un nuovo squilibrio di forze tra il lavoro e chi possiede le macchine. La questione, allora, non è quanto crescerà l’economia. È chi comanderà su quella crescita.

7. La falsa alternativa

Il discorso pubblico ci propone un’alternativa truccata. Da una parte l’entusiasmo tecnologico, che promette abbondanza e redenzione; dall’altra la paura della superintelligenza, che evoca l’apocalisse. Sembrano opposti, ma condividono lo stesso presupposto: considerano la tecnologia il soggetto della storia, l’attore che decide il proprio e il nostro destino. È un inganno prospettico.

Il soggetto resta la politica. Non è l’intelligenza artificiale a scegliere come sarà usata: lo scelgono gli esseri umani, le istituzioni, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà.

Per questo la domanda decisiva non è se l’IA diventerà abbastanza intelligente da sostituirci. È se le società democratiche saranno abbastanza intelligenti – e abbastanza coraggiose – da governarla, invece di consegnarla già impacchettata a una manciata di imprese private e ai loro azionisti. La posta in gioco non è la coscienza delle macchine. È la sovranità degli esseri umani.

8. Dal rischio esistenziale al conflitto sociale

Charles Jones pone, a suo modo, una domanda importante. Ma la pone nel modo sbagliato. La vera questione non è quale probabilità di estinzione siamo disposti ad accettare in cambio di una crescita prodigiosa. La vera questione è perché una tecnologia costruita su saperi collettivi, denaro pubblico, decenni di ricerca finanziata dagli Stati e dati estratti dalla vita di miliardi di persone debba finire sotto il controllo di un numero sempre più ristretto di proprietari privati.

L’intelligenza artificiale non è un destino. Non è una divinità. Non è una forza della natura. È un prodotto storico, e come ogni prodotto storico porta impressi i rapporti di potere che l’hanno generata. Per questo il dibattito non dovrebbe partire dalla domanda «quanto è intelligente la macchina?», ma da una domanda molto più antica e molto più politica: chi possiede la macchina?

La risposta a quella domanda decide chi guadagna e chi perde, chi comanda e chi obbedisce, quale futuro è possibile e quale viene cancellato in partenza.

L’alternativa esiste, e ha un nome: sovranità tecnologica pubblica. Significa infrastrutture di calcolo, dati e modelli sottratti al monopolio privato e restituiti a un controllo democratico, trasparente, collettivo.

Significa decidere insieme – non nei consigli di amministrazione della Silicon Valley né nelle funzioni di utilità degli economisti – a che cosa serve questa potenza e a chi deve giovare.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non si gioca nei laboratori di San Francisco. Si gioca nel conflitto antico e sempre nuovo tra chi concentra il potere e chi lotta per democratizzarlo. È lì, e non altrove, che si decide se questa tecnologia sarà l’ennesimo strumento di dominio o, finalmente, un bene comune.

Fonti bibliografiche

Charles I. Jones, The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk, NBER Working Paper n. 31837, 2023; American Economic Review: Insights, vol. 6, n. 4, dicembre 2024.

Anthropic, Introducing The Anthropic Institute, comunicato ufficiale, 11 marzo 2026.

Anthropic announces think tank to examine AI’s effect on economy and society, CIO, marzo 2026.

Anthropic Launches Institute to Examine AI’s Impact on Jobs, Security, and Society, eWeek, marzo 2026.

Anthropic hires Stanford economist Chad Jones to assess AI risks, CryptoBriefing, giugno 2026.

Becker Friedman Institute for Economics, Università di Chicago, comunicato sulla partnership con Anthropic, 2025.

American Enterprise Institute, How an Economist Thinks about the AI Dilemma: Growth vs. Existential Risk, 2023.

Voce Anthropic, Wikipedia (dati su valutazione, accordi infrastrutturali e contenzioso con il Dipartimento della Difesa, 2025–2026).

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09/06/2026

Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane

di Alessandro Volpi

Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.

Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.

Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.

La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.

La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.

La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.

La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.

La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.

Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.

1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.

Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.

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03/05/2026

Per il CEO della Alex Springer, i suoi giornalisti devono sostenere Israele o dimettersi

Il colosso mediatico tedesco Axel Springer è al centro di un caso che riguarda le fondamenta dell’attività giornalistica, tanto sul piano deontologico quanto su quello dell’indipendenza editoriale. L’amministratore delegato, Mathias Döpfner, ha detto che i giornalisti che lavorano alle testate possedute dalla Springer (Politico, i tedeschi Bild e Die Welt, da poco anche il Daily Telegraph) devono sostenere Israele nella loro attività, oppure devono rassegnare le dimissioni.

Döpfner ha indicato nel sostegno a Israele un valore fondamentale del lavoro alla Springer. Oltre a mettere in risalto il profondo problema di un giornalismo che non è pensato come strumento di informazione critica per il cittadino, ma come enorme industria della produzione di narrazioni funzionali al potere, le sue dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sulle distorsioni prodotte dalla concentrazione della proprietà anche nel mondo del giornalismo.

Le parole di Döpfner sono state pronunciate durante un incontro molto teso avuto lo scorso lunedì con i giornalisti di Politico, dopo che questi avevano inviato una lettera al nuovo direttore, Jonathan Greenberger, sottolineando come alcuni articoli d’opinione firmati da Döpfner rischiavano di minare la reputazione della testata.

Dopo aver sottolineato la differenza tra la linea editoriale e i pezzi scritti di sua mano, ha comunque rivendicato la definizione di aggressore affibbiata alla leadership iraniana. “La formulazione è più che altro un eufemismo”, ha affermato, “dovremmo piuttosto dire che sono terroristi, oppure che sono assassini di massa”, riporta l’agenzia turca Anadolu.

Döpfner ha però anche aggiunto che la lealtà a Israele è tra i cinque valori  definiti “essenziali”, alla base dell’attività dell’azienda. Questi sono “libertà, libero mercato, libertà individuale e libertà di parola”, a cui, dunque, sembra si debba aggiungere la libertà di Israele di compiere un genocidio e attaccare paesi sovrani senza alcun tipo di critica.

La non condivisione di questi “essenziali”, a suo avviso, “potrebbe quindi portare semplicemente alla decisione che, poiché siamo molto trasparenti al riguardo, spetta al singolo decidere se Axel Springer e qualcuno con convinzioni così fondamentalmente diverse siano davvero compatibili”.

Döpfner era diventato famoso già qualche anno fa, per una mail trapelata e resa pubblica dal Die Zeit, nella quale l’amministratore delegato riassumeva le sue idee in “Zionism über alles. Israele è il mio paese”. Se il sionismo viene prima di ogni altra cosa, è facile immaginare che venga anche prima degli altri “essenziali” da lui indicati.

Inoltre, la formula “über alles” è estremamente controversa in Germania, in quanto verso centrale dell’inno nazionale durante il periodo del Terzo Reich e simbolo della visione suprematista del nazismo. Elemento che, appunto, si sposa perfettamente col suprematismo del sionismo. Di questo suo strenuo sionismo gli è stato pure dato riconoscimento lo scorso ottobre, quando Döpfner è stato insignito della Medaglia d’Onore Presidenziale dal presidente israeliano Isaac Herzog.

La minaccia nemmeno troppo velata di licenziamento nel caso in cui non ci si allinei con la propaganda sionista è uno strumento potente nelle mani della manipolazione mediatica a cui i grandi gruppi dell’informazione vogliono sottoporci, pur di nascondere i crimini di Israele e le complicità dei governi occidentali. Ed è anche sintomo di un’epoca in cui la classe dirigente abbandona tutte le fandonie che ha raccontato fino a oggi riguardo alla libera informazione, ai diritti umani e alla democrazia, per esercitare il puro dominio.

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20/03/2026

L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio

La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Ore – leggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi”.

Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.

Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se guardiamo solo al top 5%, questa fetta minoritaria della popolazione controlla, da sola, metà della ricchezza complessiva (5.500 miliardi). È questo 5% che ha guadagnato i nove decimi dei 2.200 miliardi di aumento del patrimonio, negli ultimi 15 anni: ben 1.973 miliardi.

Il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi di un misero 7,4% del patrimonio nazionale, ovvero un punto percentuale in meno rispetto a 15 anni fa. Il 20% più povero (il primo quintile) dispone dello 0,33% della ricchezza: 37 miliardi, che diventano briciole da poche migliaia di euro a testa.

Nel frattempo, i dati Istat sull’inflazione per il febbraio 2026 sono preoccupanti. L’aumento dei prezzi passa dal +1,0% di gennaio al +1,6% di febbraio, il carrello della spesa sale al 2,2%, e l’inflazione di fondo schizza al 2,4%. È la “conferma di come l’aumento dei prezzi sia purtroppo ormai strutturale, con servizi, trasporti e beni essenziali sempre più spesso inaccessibili”, scrive l’Unione Sindacale di Base.

Marzo e i danni provocati dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran peggioreranno ulteriormente i dati, con un sostanziale aumento dei costi per i carburanti e l’energia. Ciò non è, però, solo un danno economico, ma è un danno “politico” che inficia il modello adottato negli ultimi decenni.

La polarizzazione del paese è sempre più netta, per quanto la classe dominante si ostini a ignorare la questione. Le famiglie con patrimoni oscillanti tra i 200 e i 600 mila euro – una casa di proprietà, la macchina, un po’ di risparmi, magari qualche investimento in titoli di Stato – hanno visto il proprio peso specifico contrarsi.

Le “democrazie” occidentali si sono rette per decenni su una fetta importante di ceti medi a cui, tramite l’istruzione e la capacità di mettere da parte risparmi, era dato un orizzonte di miglioramento delle condizioni di vita. In maniera speculare, erano questi ceti medi che davano stabilità a un modello di sviluppo in cui una ristretta fascia padronale (industriale e finanziaria) poteva mantenere le redini politiche ed economiche del sistema.

Se la promessa di un futuro migliore si è infranta (non solo economicamente, ma addirittura promettendo di venir mandati al fronte in un futuro non troppo lontano), è l’intera architettura che vacilla. Con una profonda crisi egemonica, la classe padronale ha inoltre smesso di essere dirigente e si è definitivamente trasformata in classe dominante, che impone il proprio dominio.

Nella polarizzazione della società, si apre però la possibilità di promuovere un’alternativa sistemica. È in questi momenti di crisi che una rottura rivoluzionaria (con i suoi tempi e le sue forme specifiche) assume una funzione storica che può essere riconosciuta in maniera più ampia. Non si deve perdere l’occasione.

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08/02/2026

Il mondo degli Epstein

di Andrea Zhok

In precedenza abbiamo visto:

1) come le grandi concentrazioni di capitale nella modernità, e specialmente nel mondo contemporaneo, operino come mezzi di esercizio di Potere (e solo marginalmente di consumo); 

2) come non vi sia connessione tra qualità personali e gestione di grandi capitalizzazioni; 

3) come questa disconnessione tra esercizio di un potere non legalmente limitato (assoluto) e qualità personali produca corruzione morale, sia nella società sia in chi quel potere lo esercita.

Una volta esaminato l’aspetto strutturale, è importante completare il quadro determinandone l’aspetto psicologico-morale.

L’impressione di una connessione fondamentale tra detentori di immensi capitali e comportamenti che oscillano tra la “stravaganza edonistica” e la “perversione conclamata” è stata sempre diffusa. Non abbiamo avuto bisogno degli Epstein Files per riconoscerla, anche se di solito la cinematografia mainstream cerca di spostare l’obiettivo spostando gli abusi nel passato (ponendoli come tratti decadenti di epoche remote da cui siamo usciti) o verso luoghi e paesi remoti, di cui l’occidentale medio non sa nulla.

Nella discussione su ciò che avveniva sull’isola di Epstein è comparso a più riprese il riferimento al film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma naturalmente il modello originale è rappresentato dall’autore del libro da cui Pasolini prende spunto: Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio, il cui autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, erede di una famiglia di antica nobiltà e antico patrimonio, vissuto a cavallo della Rivoluzione Francese.

Gli scritti di De Sade, non meno delle sue vicende biografiche (nella misura limitata in cui ci sono note dagli atti giudiziari) sono un’esaltazione costante e compiaciuta di comportamenti che vanno dallo stupro alla pedofilia, dall’incesto alla tortura all’assassinio, il tutto nelle forme più fantasiose.

Sul piano teorico il marchese de Sade è un libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’immoralismo (rigetto di ogni norma morale, di qualunque genere).

Biograficamente de Sade è un rampollo viziato che, come lui stesso ricorda in una pagina di tenore autobiografico: «Nato fra il lusso e l’abbondanza credetti che la natura e la sorte si fossero data la mano per colmarmi dei loro doni (...) Credevo che mi bastasse concepirli [i miei capricci] per vederli realizzati». 

De Sade ha tuttavia sempre un’altissima opinione di sé e, come si vede nell’epitaffio da lui stesso redatto, si percepisce costantemente come vittima di tempi retrivi. Invero de Sade riuscì ad essere messo sotto accusa sia dall’Ancien Règime, sia dai rivoluzionari che abbatterono l’Ancien Règime, sia dal Direttorio che subentrò ai rivoluzionari (ogni confronto con l’odierna inerzia della magistratura americana è lasciato alla valutazione del lettore).

De Sade non è un semplice squilibrato. È uno squilibrato per così dire “filosofico”. Egli è un grande estimatore del testo L’Homme machine di Lamettrie, dove si abbraccia una visione di materialismo meccanicista, in cui l’essere umano come ogni altro vivente è semplicemente una macchina.

Ma cos’è in fondo una macchina? Una macchina è uno strumento, un ente che esiste per poter essere usato per alcuni fini. E cosa rimane dell’essere umano e dei suoi fini? Soltanto la capacità di percepire piacere e dolori (questa è anche la base dell’utilitarismo benthamiano che viene alla luce negli stessi anni). Gli umani sono dunque macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.

Una simile concezione del mondo si attaglia perfettamente ad un soggetto dotato di grande potere materiale (ricchezza), ma al contempo fondamentalmente inetto, privo di qualunque forma di empatia (dopo tutto gli altri sono macchine) e privo di ogni prospettiva ideale, trascendente, spirituale o storica.

Quel mondo che nella seconda metà del ‘700 albeggiava in Europa è divenuto nel corso del ‘900 la forma di vita dominante nel mondo occidentale. Essa è stata battezzata in molti modi: “anarcoindividualismo”, “libertarianismo”, “nichilismo”.

Nel ‘900 non di rado la figura di De Sade è stata romanticizzata come un liberatore dei costumi, un esistenzialista ante litteram. E questo fatto non è per niente strano, visto che de Sade appare per molti versi un’incarnazione spietatamente coerente della visione del mondo dominante.

Di contro, l’autore che forse è stato più durevolmente colpito dalla figura di de Sade e che ha cercato insieme di rappresentarla dialetticamente nei suoi romanzi e di refutarla è Dostojevsky, che ne abbozza i tratti di fondo in figure come l’“uomo del sottosuolo” e poi in Svidrigajlov (Delitto e castigo), Stavrogin (I demoni) e in altri protagonisti delle sue opere.

Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein (nessuno deve credere neppure per un momento che Epstein sia un caso isolato: è solo un caso organizzato su scala più grande perché utilizzabile come arma di ricatto).

E il piacere isolato dal senso del piacere ha una tendenza tipica (si parla a questo proposito di “paradosso dell’edonista”): perseguire il piacere per il piacere, e non come espressione di senso, come appagamento progettuale, come aspetto della vita, ecc. produce un noto effetto di saturazione, assuefazione.

Il piacere per il piacere rapidamente tedia, annoia, tende a spegnersi. Essendo semplicemente una risposta organica posta, in questa cornice, come priva di significato, il piacere si ottunde e atrofizza.

E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”.

Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione. E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.

In un suo testo che ha venduto milioni di copie (e qui, lo ammetto, parla la mia invidia) Yuval Harari – uno dei più coerenti sostenitori della visione del mondo alla Lamettrie, nelle sue forme odierne – si esprime con ammirevole chiarezza. Ciò che lui chiama “il patto della modernità”, ovvero la trasformazione che caratterizza la modernità occidentale, è riassumibile in una semplice frase: “gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere”. 

Curiosamente Harari non si chiede mai chi avrebbe stipulato questo patto, chi vi avrebbe acconsentito. Io non ricordo di averlo sottoscritto. Dire che se nasci in quest’epoca lo hai sottoscritto automaticamente è un po’ comodo: suona tanto come il thatcheriano “non c’è alcuna alternativa” (TINA).

Forse è un patto che dev’essere accettato come condizione per far parte di quelli che detengono quel potere. E invero sembra un patto che è tanto più probabile venga accettato da chi detiene e gestisce il potere piuttosto che da chi lo subisce (e da chi detiene il potere assoluto di cui sopra in maniera preferenziale).

Ma Harari, intellettuale israeliano, guest star dei vertici di Davos, è probabilmente abituato a frequentare solo i primi.

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29/06/2025

Oxfam: aumentano le disuguaglianze e diminuiscono i fondi allo sviluppo

In occasione della Quarta Conferenza internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, che si svolgerà da domani a Siviglia, l’Oxfam ha pubblicato un altro dei suoi rapporti che, come specco accade, fotografano l’evidente e strutturale disuguaglianza creata dal capitale, ormai in un fase in cui ha chiaramente perso ogni spinta progressiva.

Il titolo è già di per sé esplicativo: “Dal profitto privato al potere pubblico: finanziare lo sviluppo, non l’oligarchia”. Bastano pochi dati per dare forma concreta a queste parole: la ricchezza di 3 mila miliardari, dal 2025, è cresciuta in termini reali di 6,5 trilioni di dollari, e oggi è l’equivalente del 14,6% del Pil globale.

Nell’ultimo decennio, in generale, i patrimoni netti dell’1% più ricco al mondo sono aumentati, sempre in termini reali, di oltre 33.900 miliardi. Si tratta di una cifra che è pari a 22 volte quella calcolata come necessaria per portare tutte le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà al di sopra di essa. Significherebbe poter portare sopra gli 8,30 euro al giorno circa 3,7 miliardi di persone.

La concentrazione della ricchezza privata è cresciuta di 342 trilioni di dollari tra il 1995 e il 2023, otto volte più di quella pubblica nel corso dello stesso periodo. Questo ha portato, ovviamente, anche a una maggiore influenza delle scelte di gruppi privati su quelle delle autorità pubbliche.

Inoltre, i governi dei paesi più ricchi stanno tagliando nettamente i finanziamenti per lo sviluppo. I soli membri del G7, che sono stati fino a oggi responsabili di tre quarti di tutti gli aiuti ufficiali (anche per il ruolo di sfruttamento storico avuto verso il resto del mondo), hanno deciso di ridurli del 28% entro il 2026 rispetto ai livelli del 2024.

Il rapporto Oxfam sottolinea che, col sottofinanziamento cronico degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), solo il 16% dei 169 target stabiliti dal programma ONU verranno raggiunti entro il 2030. I tagli operati dai governi più avanzati potrebbero costare 2,9 milioni di vite entro il 2030, solo per l’impatto dell’HIV/AIDS nei paesi poveri.

Intanto, la crisi del debito “sta portando alla bancarotta i paesi poveri, che pagano ai loro ricchi creditori molto di più di quanto possano spendere per aule scolastiche o gli ospedali”. Ciò, ovviamente, non fa che cristallizzare e portare alla riproduzione continua, se non pure all’accentuazione, delle disuguaglianze.

L’esposizione dei paesi a basso e medio reddito verso ricchi creditori privati supera di cinque volte l’ammontare dei debiti da essi contratti con altri stati o enti governativi, e rappresenta oltre la metà del loro debito estero. Il 60% dei paesi a basso reddito è sull’orlo della bancarotta, e si ritrovano a spendere di più nel servizio del debito che in spese sociali.

Francesco Petrelli, portavoce e policy advisor di Oxfam Italia sulla finanza per lo sviluppo ha commentato dicendo che “a presagire prospettive flebili per un benessere equo e sostenibile c’è poi una subordinazione di lungo corso, da parte delle istituzioni preposte al sostegno dello sviluppo globale, delle azioni in grado di favorire una prosperità più equamente condivisa agli interessi particolari di pochi e privilegiati attori”.

Molto nette le parole di Amitabh Behar, amministratore delegato di Oxfam: “i paesi ricchi hanno messo Wall Street alla guida dello sviluppo globale. Si tratta di un’acquisizione della finanza privata globale che ha superato i metodi, sostenuti da prove, per affrontare la povertà attraverso investimenti pubblici e una tassazione equa”.

La finanziarizzazione ha raggiunto ogni angolo della nostra economia, e persino della filantropia. E con la crisi è evidente che i margini per continuare nella lotta al sottosviluppo diminuiscono, perché più fondi devono andare nei settori fondamentali della competizione globale.

Dando uno sguardo d’insieme alla faccenda, possiamo dire che è il capitale che ha raggiunto la sua maturazione – da un bel pezzo – e ora si è instradato verso la putrescenza.

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11/06/2025

Niente requiem per il rock

Mentre si moltiplicano le nuove traiettorie, troppi cercano ancora un centro che non c'è più

di Marco Sgrignoli

Il business della musica indipendente contemporanea si basa su una finzione. Che esista un numero esiguo di ambiti e artisti di valore al di fuori del panorama mainstream e che questi coincidano con i nomi ricorrenti che le testate tengono d’occhio a uso e consumo dei loro lettori.

Qualche filone è rappresentato da parecchi nomi – si pensi all’eterno proliferare di nuovi imprescindibili tassidermisti post‑post‑punk – altri solo da pochi o pochissimi: il prog‑rock è Steven Wilson e i suoi Porcupine Tree, il folk celtico sono i Lankum, il garage rock è Jack White, se proprio proprio Ty Segall. Il vecchio rock, poi, appare tenuto in vita da personaggi storici presentati come vati e accolti anche dal pubblico come custodi del sacro fuoco. Il resto, lo sterminio della produzione discografica mondiale, è considerato rumore di fondo.

Ma uno sguardo più attento e meno pregiudizievole svela un quadro molto diverso. Molto più incontrollabile, molto più affascinante. L’orizzonte pullula di musica creativamente stimolante: correnti sotterranee, revival inattesi e approcci imprevedibili che si sviluppano lontano dai flussi informativi principali che alimentano la cultura indipendente e alternativa contemporanea. E senza una reale possibilità non tanto di imporsi nelle classifiche, ma – in un panorama saturo e orientato verso i soliti noti – anche solamente di farsi scoprire dai molti potenziali interessati. Che hanno quindi una sfida da cogliere come un’opportunità: andare personalmente in cerca di questo universo nascosto, esplorarlo con orecchie curiose, in base alle proprie inclinazioni scoprirne la ricchezza e – perché no – anche provare a diffonderla.

Il fascino discreto della miopia

Dischi e artisti più in vista nel panorama alternativo contemporaneo non spiccano perché più riusciti, rappresentativi o stimolanti. E nemmeno perché più "trasversali", cioè capaci – almeno in teoria – di raggiungere pubblici diversi, oltre le nicchie di partenza. Al contrario: a guadagnarsi una visibilità maggiore sono spesso le espressioni di quegli ambiti i cui codici sono talmente familiari al pubblico di riferimento da apparirgli come universali. Paradossalmente, sono proprio i linguaggi più statici, quelli che si muovono entro coordinate consolidate, a essere percepiti come il cuore pulsante della scena indipendente. La loro riconoscibilità li rende più facilmente spendibili: da chi produce contenuti, da chi li promuove, da chi li consuma. E proprio questa facilità di incasellamento, anziché essere un limite, diventa il loro punto di forza comunicativa: territori ristretti e poco fertili guadagnano così una visibilità tale da eclissare completamente quella della pluralità degli altri filoni, creando l'illusione che si tratti degli unici in cui stia succedendo qualcosa. Ciò che devia da modelli già noti e prova non ha chance di trovare spazio: linguaggi più fluidi, ibridi, difficili da racchiudere in un’estetica precisa finiscono ai margini del discorso – ammesso che il discorso provi a includerli in qualche modo.

Il successo del post-post-punk o Brexitcore è con ogni probabilità l'esempio più emblematico di questo fenomeno. Da anni il filone continua a godere di un’attenzione costante, riaffermando strutture e immaginari che appartengono al patrimonio genetico dell’indie e dell’alternative rock. Per molti ascoltatori – e spesso anche per la critica – si è consolidata la sensazione che fuori da quel perimetro ci sia ben poco a cui aggrapparsi, come se rappresentasse l’ultimo baluardo prima della definitiva scomparsa del rock, après moi le déluge. Band come i Fontaines Dc, in questo contesto, sono diventate una presenza cardine: la loro proposta incarna con forza alcuni valori storicamente associati alla cultura indie, come l’autenticità espressiva, il rifiuto dell’edulcorazione, il disagio esistenziale, e un’etica produttiva autonoma. È comprensibile che un’identità musicale così connotata e familiare diventi un punto di riferimento emotivo, una sorta di coperta di Linus per chi si è formato all’interno di quel paradigma.

Similmente, da Nick Cave ai Radiohead/Smile, non manca chi – tra gli artisti storici – continua a pubblicare dischi ritenuti di ottimo livello. Ma le loro opere più recenti, raramente dirompenti come quelle che li hanno consacrati, vengono sempre più spesso accolte con un entusiasmo che ha più a che fare con il bagaglio condiviso dagli appassionati che con la loro effettiva capacità di spostare l’asse del discorso musicale. Sono proposte di fatto predigerite per platee già smaniose di apprezzarle, enormemente più ampie rispetto a quelle di artisti meno navigati, più di frontiera. Il fatto che vengano regolarmente salutati come “irraggiungibili” testimonia quanto lo scenario culturale sia legato a figure riconoscibili, rassicuranti, investite del compito di custodire un'eredità.

Come nel caso degli adepti post-post-punk, la percepita centralità artistica di questi artisti è insomma, più che il frutto di un'analisi accurata del panorama, una risposta al bisogno diffuso di riferimenti stabili in una fase di estrema dispersione e moltiplicazione delle proposte. Una reazione comprensibile, che porta tuttavia a ignorare quanto accade ai margini di quella comfort zone, dove correnti creative meno codificate sperimentano liberamente e, proprio per questo, restano invisibili ai radar dei media e degli appassionati.

L'era della sovrabbondanza

Non è questione di colpe. I meccanismi che guidano oggi l’attenzione musicale hanno a che fare con il surplus dell’offerta, con la saturazione dei canali e con la necessità, sempre più pressante, di orientarsi dentro un panorama in continua espansione quantitativa. Sovrabbondanza produttiva e rendimenti decrescenti generano un circolo vizioso: i contenuti si moltiplicano, ma le risorse cognitive restano le stesse, e l’ascolto si frammenta fino a rendere quasi impossibile il riconoscimento condiviso. La risposta prevalente a questa complessità è la semplificazione: in un processo progressivo di adattamento, per farsi strada nella boscaglia si sfronda fino al punto da vedere soltanto una distesa brulla. E si finisce per scambiarla per l’intero orizzonte.

Questo vale per chi promuove, per chi ascolta, ma anche per chi racconta. Pure una testata come OndaRock – tra le più attive al mondo per numero di recensioni – finisce per esserne coinvolta, non per mancanza di apertura o curiosità, ma per effetto di una dinamica più grande, sistemica. Il tabellone delle recensioni pubblicate nel 2025 è rivelatore: di centinaia di dischi trattati, pochissimi raccolgono più di una valutazione dai componenti della redazione. E non perché non siano validi – anzi, in molti casi sono stati recensiti con entusiasmo e con la volontà esplicita di uscire dal prevedibile. È di nuovo un paradosso frutto dell'abbondanza: sebbene ogni redattore mantenga una visione onnivora, la tendenza ad approfondire scene diverse porta inevitabilmente a un allontanamento dei rispettivi ambiti di interesse. Questo arricchisce la copertura complessiva della testata, ma riduce via via le intersezioni. Manco a dirlo, le sovrapposizioni finiscono per riguardare in gran parte proprio i nomi già noti e al centro del dibattito, perché intercettati da circuiti dallo sguardo meno capillare. Così, anche le uscite ritenute più stimolanti finiscono per alimentare il rumore di fondo.

I social amplificano ulteriormente questo squilibrio. Un contenuto dedicato a un nome poco noto, se riceve pochi clic nei primi minuti dalla pubblicazione, viene subito penalizzato dagli algoritmi. Non arriva ai potenziali interessati, non circola, si spegne. Recentemente OndaRock ha scelto di condensare più recensioni in un unico post, per cercare di salvare almeno in parte la visibilità complessiva, ma gli esiti sono spesso deludenti. Anche i tentativi più convinti di ridistribuire l’attenzione finiscono così per naufragare. Il gioco è truccato.

Il tramonto della monocultura

Fin dalla nascita della cultura pop, l'immaginario collettivo è stato plasmato dall'idea di un centro culturale ben definito, un nucleo di riferimenti condivisi capaci di unificare il discorso e definire i contorni di un'epoca. Che si trattasse di scene musicali, fenomeni cinematografici o trend letterari, esisteva la credenza in flussi di aggregazione culturale capaci di parlare a una platea trasversale e rappresentare in modo ecumenico lo spirito del tempo. Oggi, questa nozione di una "monocultura" sembra appartenere a un'era tramontata. Il baricentro si è disperso, il flusso principale si è ramificato in una miriade di rivoli specifici, ognuno con le proprie dinamiche e i propri pubblici. Da tempo affiancata da correnti underground e fenomeni di nicchia, la presenza di un nocciolo duro di riferimenti culturali universalmente condivisi sta infine lasciando il passo a uno scenario dove la frammentazione degli orizzonti diventa una caratteristica costitutiva anche per la popular culture.

Il tramonto della monocultura è stato colto e anticipato da più voci già nei primi anni Duemila. Chris Anderson, nel suo "La coda lunga" (2006), individuava nella digitalizzazione una forza in grado di spostare l’attenzione dai prodotti di massa a una molteplicità di offerte di nicchia. Ne derivava un nuovo paradigma: la cultura della varietà prendeva il posto della cultura unitaria, modificando la percezione e la struttura stessa della produzione e del consumo culturale. Cinque anni più tardi, l'articolo "Why I Miss The Monoculture", firmato da Touré sulla rivista online Salon, avviava di fatto il dibattito, esprimendo un sentimento di nostalgia verso quella cultura pop capace di generare momenti di aggregazione collettiva. Nel 2019, in un pezzo per il Guardian, il critico Simon Reynolds aggiornava il quadro analizzando come lo streaming avesse ulteriormente frantumato l’ascolto musicale, diluendo la possibilità di esperienze realmente condivise.

Il quadro più nitido e aggiornato di questa trasformazione arriva però dalla ricerca condotta da MIDiA nel 2024. Il report “State of the Independent Music Economy: Fragmentation AND Consolidation” descrive un sistema in cui convivono dinamiche apparentemente opposte. Da un lato, lo streaming e i social media hanno abbattuto le barriere di accesso, favorendo la crescita di ecosistemi indipendenti in tutto il mondo; dall’altro, le principali etichette e piattaforme rafforzano il proprio potere accorpando realtà più piccole. Il risultato è un equilibrio instabile tra disgregazione e concentrazione: mentre il pubblico si disperde in micro-scene, le strutture dominanti si consolidano, mantenendo il controllo sui flussi principali.

Le etichette non-major sono sempre più dipendenti dallo streaming – spesso la loro unica fonte di reddito consistente – ma faticano sia a far emergere i propri artisti (87%) sia a mantenere vivo l’interesse del pubblico (78%). Spotify da solo costituisce oltre metà delle loro entrate, eppure il modello attuale – royalties ridotte, attenzione volatile, soglie di accesso penalizzanti – appare insostenibile. Il 74% auspica l’arrivo di un nuovo modello: non solo come possibilità, ma come necessità.

Eppure, nonostante le difficoltà, la quota di mercato dei non-major cresce, segno che il sistema è meno centralizzato che in passato. L’accesso al pubblico e ai mercati internazionali è oggi più aperto, ma resta fortemente mediato da piattaforme e meccanismi di visibilità che tendono a premiare l’aggregazione. La coesistenza di micro-scene e concentrazioni di potere non è un paradosso: è la realtà strutturale del presente culturale. Un presente che non ha più un centro da raccontare, ma tanti punti d’emersione da tenere insieme con sguardo plurale.

Faglie sommerse

Ma quali sarebbero, allora, questi ambiti ancora vitali e potenzialmente capaci di intercettare l’interesse di ascoltatori con un background variegato? In che direzioni si sviluppano oggi le traiettorie più vive e trasversali, escluse dal racconto dominante ma non per questo marginali nella propria dimensione creativa? Anche restando all’interno del solo campo rock, qualunque tentativo di esaustività sarebbe travolto dalla quantità e dalla diversità delle possibili direzioni da esplorare. Le rotte proposte sono dunque solo alcune tra le molte percorribili: sguardi indicativi per chi, animato da curiosità, cerchi suoni capaci di sorprendere, stimolare e aprire nuove connessioni.

Già il panorama revival è in realtà un fenomeno assai più ricco e diversificato di quanto si possa intuire guardando solo quei pochi filoni ritenuti "cool" da critica e pubblico. La riattualizzazione di correnti storiche non ha raggiunto livelli espressivi rilevanti solo nelle reiterazioni del post-punk, ma investe ormai l'intera storia del pop, diventando un accessibile ma spesso ingegnoso prêt-à-porter culturale che mescola nostalgia, citazionismo e invenzione. Dallo yacht rock allo shoegaze, dalla new age al pop-punk anni Novanta, quasi ogni epoca viene oggi riletta in chiave contemporanea, dando vita a proposte capaci talvolta di catalizzare un pubblico trasversale, come nel caso di Lemon Twigs o Greta Van Fleet.

Accanto a queste riscritture – spesso calligrafiche nelle intenzioni, ma non per questo prive di classe e personalità – si inseriscono poi traiettorie più sfuggenti, e forse proprio per questo creativamente stimolanti: il ritorno di fiamma dello heartland rock in chiave aggiornata (War On Drugs, Bleachers, Sam Fender), la diffusione sempre più pervasiva del bedroom rock, che con Girl In Red, Soccer Mommy, Beabadoobee, Yot Club o Joy Again ha raggiunto traguardi di ascolto davvero considerevoli, senza rinunciare all'impianto chitarristico, al carattere casalingo delle produzioni e a una scrittura introspettiva e accessibile. Anche la nuova onda slacker rock ha i suoi eroi: MJ Lenderman, i Car Seat Headrest (che grazie all'imprevedibilità delle loro soluzioni si sono guadagnati status di culto significativo, anche se ancora sottotraccia per molti), ma anche il progetto coreano Asian Glow, con il suo stile obliquo e la prossimità con la "quinta onda" emo. Un segnale poco in vista, ma inequivocabile, di quanto la permeabilità alle anomalie sia un tratto distintivo della scena.

Lasciandosi alle spalle le correnti accusabili – a ragione o a torto – di riproposizione del già noto, proprio l’ambito post-emo è in questi anni l'epicentro di onde che fanno dell’eclettismo il proprio motore principale, spingendo il rock in territori sincretici come mai in tempi recenti. Lo spettro espressivo del filone si è votato all'ibridazione estrema, intrecciando elementi stilisticamente eterogenei in una chiave spesso pressoché progressiva: a risultarne è una sorprendente varietà di direzioni e stili, come dimostrano gruppi come Glass Beach, Really From, Origami Angel, Adjy, Topiary Creatures.

In un campo ancora meno esplorato si colloca il rock xenarmonico, ambito del tutto inedito che unisce microtonalità, poliritmie e sonorità ispide: lo praticano con coerenza band come Mercury Tree e Horse Lords, anche se i più in vista sono probabilmente i King Gizzard & The Lizard Wizard, che adottano chitarre microtonali in alcuni dei loro dischi. Questa direzione, che mira ad ampliare in modo radicale lo spettro armonico, costituisce un terreno fertile anche per formazioni di origini africane e mediorientali, capaci di coniugare sperimentazione, radici e impatto sonoro: i turchi Altın Gün, Aylar, Gaye Su Akyol e Lalalar, gli israeliani El Khat e Şatellites, i marocchini Bab L'Buz, i francesi Al-Qasar.

A questi si affiancano artisti che flirtano con l’hyperpop senza rinnegare la matrice rock: Jane Remover, Underscores, 100 gecs. Figure spesso non binarie anche nella vita, capaci di far coesistere caos e progetto, destrutturazione e immediatezza, esplorando estetiche ibride che sfuggono ai riferimenti abituali. Un’altra faglia in movimento, su linee per certi versi parallele, è quella che attraversa le nuove declinazioni di chillwave e hypnagogic pop, territori per loro natura onnivori, centrifughi, aperti all’eccesso come al dettaglio. George Clanton, Magdalena Bay e Clarence Clarity ne sono interpreti singolari e inafferrabili, capaci di mettere insieme saturazione sensoriale e cura melodica. E in questo paesaggio liquido può trovare spazio perfino un guitar hero atipico come Mk.gee, autore di un suono “impossibile” che ha mandato in subbuglio forum e canali YouTube, tra reverse engineering e tentativi di emulazione tecnologica. Anche questo è un indizio: qualcosa si muove, pure quando buona parte degli sguardi è concentrata altrove.

La trappola dell'accessibilità

Nonostante le difficoltà che accompagnano la frammentazione dell’ascolto e la saturazione dello spazio digitale, il presente offre agli artisti opportunità inedite. Mai come oggi è stato così semplice realizzare e distribuire musica di qualità. Similmente, l’abbattimento dei costi tecnologici ha reso possibile anche per chi non dispone di grandi mezzi registrare e pubblicare dischi con una qualità tecnica che è spesso confrontabile a quella delle grandi produzioni. Se l'impiego di orchestre sinfoniche o di turnisti e produttori di grande fama resta fuori dalla portata di un musicista che operi in proprio, la facilità di connessione e la diffusione di strumenti digitali (digital audio workstation e rispettivi plugin, interfacce midi ecc.) ha enormemente potenziato la possibilità di collaborare a distanza, disporre di sterminate banche di suoni ed effetti, e assemblare le creazioni sul proprio pc senza il timore di un suono amatoriale.

Parallelamente, l’ascolto stesso è diventato straordinariamente accessibile: l’abbondanza di piattaforme gratuite o a basso costo, unita alla disponibilità pressoché istantanea di ogni uscita su scala globale, ha reso potenzialmente raggiungibile qualunque angolo della produzione musicale contemporanea. Per la prima volta, è materialmente possibile accedere con facilità alle centinaia di mercati esterni all'anglosfera e ai propri circuiti nazionali: per conoscere le sonorità di altri paesi, non si è più vincolati a un novero selezionato (e spesso edulcorato) di artisti ed etichette che pubblicano per la fruizione occidentale. Oggi la curiosità può condurre direttamente alle scene locali di ogni continente, bypassando l'omologazione culturale indotta da filtri e narrazioni esterne.

Questa accessibilità vale anche per la formazione: chiunque, con una connessione a Internet e un po’ di pazienza, può imparare a suonare, produrre, arrangiare. Le risorse a disposizione – tutorial, videolezioni, trascrizioni, community – non hanno precedenti. La proliferazione di strumentisti preparati è tra i fenomeni meno raccontati del mondo musicale attuale, ma è notevole come oggi non sia raro imbattersi in artisti che, pur fuori dai circuiti mainstream, vantano una perizia tecnica e una consapevolezza compositiva che difficilmente si riscontravano tra gli esordienti di vent'anni fa.

Anche il finanziamento diretto è diventato una via concreta: piattaforme come Kickstarter, IndieGoGo o Patreon consentono ai musicisti di sostenere i propri progetti grazie al supporto diretto dei fan, senza mediazioni né compromessi. Sono sempre più i casi di artisti che riescono a operare in sostanziale autonomia, pubblicando dischi o iniziando tournée senza passare da etichette strutturate o  agenti professionali: pur con tutti i suoi limiti, l'ecosistema attuale apre per i musicisti possibilità di autogestione che prima erano decisamente più difficoltose.

Non è la produzione, insomma, il vero ostacolo. Né la distribuzione. A restare difficilissima è la parte centrale del processo: raggiungere un pubblico. Farsi scoprire in mezzo alla marea di uscite, ottenere ascolti che vadano oltre la cerchia immediata, costruire un seguito che permetta continuità. Il problema insomma non è più tanto "fare musica", quanto farla circolare. In un ecosistema così dispersivo, dove l’attenzione è una risorsa sempre più rara e contesa, è proprio la visibilità a essere diventata il nuovo privilegio. E per ottenerla, gli strumenti a disposizione non bastano: chi parte da una posizione avvantaggiata ha enormemente più chance di successo di chi si trova fin da principio a rincorrere.

Tra l'algoritmo e l'altrove

Munimuni, .Feast, Hindia, Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado, Zutomayo, Omnipotent Youth Society, Adamlar, Carson Coma, Ziferblat: quanto sono familiari questi nomi? Si tratta di artisti che non solo hanno realizzato negli ultimi anni dischi rock di spiccata originalità, ma che hanno anche ottenuto riscontri significativi nei rispettivi mercati nazionali. Con il loro indie-folk celestiale i filippini Munimuni viaggiano sul milione e ottocentomila ascoltatori mensili su Spotify. Il successo degli indonesiani .Feast si basa invece su una sintesi eclettica di rock alternativo, stoner, nu rave e post-britpop, e coinvolge oggi più di nove milioni di ascoltatori mensili (prevalentemente nel loro paese d’origine e in Malesia). La carriera solistica del loro cantante, Hindia, li ha addirittura superati con dodici milioni di ascoltatori mensili (per fare un paragone: sono più di quelli dei Doors, dei Clash, degli Iron Maiden – oppure di Ghost, Young The Giant e Big Thief, se si vuole stare sui nomi attuali di successo in campo rock). Yorushika, Inabakumori, Eve, Ado e Zutomayo sono esponenti della scena yakousei giapponese: un fenomeno poco noto in Occidente, che però su Spotify si traduce in un pubblico mensile tra i 900mila ascoltatori degli Inabakumori e gli oltre sei milioni per Ado. Gli artisti di questo filone, a cavallo fra j-pop e j-rock e legato a doppio filo a estetiche anime, combinano un approccio bubblegum ultramelodico con scatti funk e chitarre affilate, strettamente imparentate al suono math/emo di alcuni classici del rock alternativo locale (Ringo Sheena, Ling Tosite Sigure, Tricot, Polkadot Stingray).

Gli alt-rocker turchi Adamlar hanno un seguito di due milioni e mezzo di ascoltatori mensili su Spotify, pressoché tutti in Turchia se si esclude qualche fan in paesi limitrofi e – realisticamente perché immigrato – in Germania. Un peccato, perché il loro stile chitarristico corposo ma atmosferico, con influenze mediorientali ma nessun esotismo da cartolina, suona graffiante e magnetico a prescindere dalla nazionalità. Hanno invece un solido status di cult band i cinesi Omnipotent Youth Society, autori con "Inside The Cable Temple" di un magnum opus art/progressive/jazz/folk che ha raccolto le attenzioni anche di qualche connoisseur nel resto del globo, ma certamente non è giunto a conoscenza della massa degli appassionati di musica indipendente.

Fatica a emergere fuori dai confini della nativa Ungheria anche il focoso indie-rock dei Carson Coma, che pure – col suo piglio scanzonato e suoni non lontani dal post-punk – avrebbe tutte le carte in regola per bucare presso un pubblico più cosmopolita. Giusto il funambolico prog-pop degli ucraini Ziferblat, che al momento si ferma a quota trecentomila ascoltatori mensili, ha una realistica speranza di farsi conoscere maggiormente all'estero grazie alla partecipazione all'Eurovision 2025.

E non è solo questione di provenienza geografica. La qualità è ovunque, ma chi non ha la fortuna di incidere per l'etichetta giusta non finisce nelle playlist che potrebbero richiamare attenzione e non gode della spinta delle maggiori testate musicali del mondo anglosassone è condannato – anche nell'epoca dell'accessibilità totale – all'invisibilità di fatto, con buona pace di ogni retorica dell'inclusione.

Bolle, nicchie, scorciatoie

Social media, dispositivi mobili e piattaforme di streaming hanno creato per musicisti e ascoltatori un orizzonte illimitato, in cui scoperta e condivisione musicale sono possibili ovunque e in ogni istante. Ma non sempre l'iperconnessione ha generato un vero scambio. Più spesso, ha portato a una coesistenza disarticolata. Pubblici e comunità d’ascolto non sono più vasi comunicanti: raramente una svolta stilistica o perfino una nuova possibilità tecnologica riescono a filtrare da un ambito all’altro. È una conseguenza diretta dell’abbondanza e dell’incommensurabilità del panorama, che favorisce percorsi personali sempre più dettagliati e profondi, ma anche sempre meno condivisi. È l’epoca delle micronicchie, degli ascolti a spirale, dei percorsi centrifughi.

La pluralità può generare scoperte vertiginose, ma spesso si ripiega su sé stessa. Piattaforme come RateYourMusic, che rendono possibili esplorazioni decentrate e approfondimenti personali, tendono al tempo stesso a creare forme di omologazione interna: le classifiche-somma create incrociando le valutazioni degli utenti diventano un riferimento autoreferenziale, che oltre a fornire una vetrina per i "soliti noti", tende a generare “divinità locali”, riconosciute e premiate solo all’interno di quella comunità. Altri artisti almeno altrettanto interessanti, al solito, restano ai margini. Un fenomeno analogo si verifica su Reddit, altro potente strumento di aggregazione e confronto: il punto di forza sul piano musicale sono le community che fioriscono attorno ai subreddit tematici, piccole miniere di spunti ed estetiche – che però, dopo una fase espansiva iniziale, finiscono spesso per chiudersi in se stesse, soffermandosi su giri di artisti ristretti che portano a esaurire la spinta propulsiva.

Parlando di piattaforme di streaming, Bandcamp resta, anche dopo il cambio di proprietà, un presidio importante per chi cerca un legame diretto tra artisti e ascoltatori, con circuiti che sfuggono alla logica delle major. Ma la ricerca è difficile, dispersiva: senza strumenti di raccomandazione efficienti come quelli di Spotify, i percorsi possibili restano frammentari. Una volta scoperto un artista interessante, è complicato trovarne altri che si muovano su coordinate simili, e di nuovo si resta con la sensazione che – tolti i nomi con cui si è entrati in contatto – in giro ci sia poco altro di interessante.

Spotify, d’altra parte, offre strumenti di ascolto continui e avvolgenti, ma tende a confermare gusti già espressi. La navigazione al suo interno è incentrata largamente su playlist algoritmiche e follow-up automatici, entrambi costruiti per proporre all'ascoltatore musica che "dovrebbe piacergli", rinforzando le preferenze e disincentivando l’esplorazione. Il risultato è una forma di censura dolce: quella che seleziona in base alla probabilità di un clic dell'utente. La musica è ridotta a engagement e ne segue le logiche: in teoria, tutto è accessibile; in pratica, pochissimo è esposto. E se non viene mostrato, non sarà scoperto.

Senza bussola, ma con mappe da scambiare

Eppure, quest'epoca così disaggregata ha notevoli meriti. La pluralità del panorama è spettacolare, inebriante. Rende possibile come mai prima d'ora perdersi nel paesaggio e costruire percorsi di scoperta personali. L'esplorazione musicale come realizzazione e costruzione della propria identità, non come adozione di un'identità precostruita o segno di appartenenza a questa o quell'altra sottocultura. L’eccesso di produzione non è crisi, ma fioritura continua, decentralizzata e obliqua. Non è un’epoca povera: è un’epoca eccedente. Non c’è una linea da seguire, ma miriadi di direzioni sovrapposte, divergenti, imprevedibili.

Come imparare a sfruttare questo potenziale inedito, a surfare con entusiasmo e consapevolezza questo nuovo oceano senza rotte preordinate? Innanzitutto, smettendo di cercare maniacalmente i salvatori della patria. Continuare a domandarsi “chi tiene in vita il rock” o “dove sta la vera scena” non fa che ricondurre ai nomi di cui tutti parlano – i meno interessanti, per le molte ragioni già illustrate. Il punto è che, forse, non serve più un centro di gravità musicale: il senso di smarrimento, retaggio di una cultura gerarchica del gusto, va se non abbracciato, almeno esorcizzato. La dispersione odierna non è una perdita, ma un’espansione.

Bisognerebbe in effetti diffidare dai tentativi di accentramento, dalle classifiche riassuntive, da storie e playlist definitive. Sono schemi controproducenti, freni alla curiosità che – anche quando animati da ottimi propositi – finiscono sempre per far confondere il territorio con la sua brutalizzazione cartografica. L'ossessione di essere sempre aggiornati su chi sia il meglio del meglio, di aver sott'occhio il quadro completo, è solo un'altra faccia del rinchiudersi nella propria micronicchia credendo che fuori non esista nulla. L’ascolto non è un compito, è un cammino: vale la pena accettare la parzialità del proprio sguardo e puntare alla costruzione di un percorso appagante, consapevole del suo carattere irripetibile e difficilmente comune ad altri.

Anche percorsi personali possono però incontrarsi, e lo scambio è in effetti il modo più naturale per allargarli: un confronto che non ha come scopo trovare un accordo, ma per mettere in contatto mappe diverse. Non una gara fra gusti, ma un canale fra mondi possibili. Un commento online, una canzone sentita in un film, un nome citato di sfuggita, una maglietta vista a un concerto. Anche uno sguardo diverso al tabellone di OndaRock può aiutare: non andando a cercare gli album con più voti, ma i titoli che hanno raccolto davvero l'entusiasmo di chi li ha recensiti. Sono quelli, i dischi col maggior potenziale: non funzionano con tutti, e forse proprio per questo possono lasciare il segno più di tutti gli altri. Il rischio è che non succeda nulla. Ma se scatta qualcosa, la scossa è reale. E vale più di mille ascolti tiepidi.

Dalle pagelle alle traiettorie

La dispersione non si combatte con la nostalgia dell’ordine, ma con la voglia di disegnare nuovi tracciati. Playlist tematiche, percorsi trasversali, accostamenti inediti: il senso non si trova, si costruisce. Non esiste un centro da inseguire, un nuovo pantheon da incoronare. L’attesa di un nuovo "Sgt. Pepper’s", di un altro "Nevermind", di un "Ok Computer" che dia senso a tutto, oggi, non ha senso. Non perché ci si debba rassegnare a una mediocrità diffusa, ma perché quel tipo di impatto culturale non nasce nel vuoto: era l’effetto di un contesto che non c’è più, e giudicare il presente con gli occhi del passato vuol dire travisarlo fin dalle fondamenta.

Il compito della critica non è più cercare il disco epocale. È imparare a leggere le connessioni, aprire sentieri, mostrare incroci. Il critico non è un giudice: è un mediatore, un cartografo in territori mobili. La storia della musica non è un podio, ma un racconto in continua mutazione. Non si tratta di stabilire gerarchie, ma di rendere visibili i processi, di accendere una luce anche su ciò che cresce ai margini. Non basta più documentare l’hype: serve seguire le correnti carsiche, scovare le traiettorie che sfuggono agli algoritmi – e, quando serve, provare a smontare i meccanismi di questi ultimi: capirli, decifrarli, e mostrarne gli effetti sulla percezione e sulla circolazione della musica.

E serve anche cambiare sguardo. Abbandonare certi automatismi, ribaltare i frame dominanti. Sviluppare nuovi linguaggi per un panorama definitivamente mutato.“Non c’è più niente di importante”? C'è troppo, ed è bellissimo. “Manca una scena”? Ci sono mille micro-scene, e tutte parlano a qualcuno. “Solo X tengono vivo il rock”? Forse il rock non è più al centro. E va bene così. “Tutto è uguale, tutto è derivativo”? Le traiettorie si espandono in ogni direzione: la sfida è tracciare i fili che le connettono. “Bisogna difendere la qualità”? Bisogna moltiplicare i criteri, non imporne uno.

Raccontare il presente non significa più inseguire la completezza: significa restituire la complessità, moltiplicare i punti d’accesso, accettare che la mappa vada letta in scala variabile. La critica oggi non vive in un solo formato, né in una sola voce. Dalla forma classica – la recensione, l’articolo, il longform – si è passati a una galassia multimodale in cui diversi mezzi convivono e si completano. Basarsi su uno solo è mutilante. Ci sono YouTuber che mettono al centro il proprio percorso d’ascolto, diventando volti familiari da seguire più che autorità da consultare: alcuni con competenze mirate (il produttore, l'esperto di armonia, l'ex-turnista), altri con uno sguardo e perfino uno stile comunicativo personali e riconoscibili. Ci sono podcast che non pretendono di spiegare tutto, ma offrono prospettive parziali e proprio per questo decisive per qualcuno.

Ci sono webzine settoriali, piattaforme locali, blog personali (sì, esistono ancora) che continuano a tenere accese luci su scene vive ma periferiche, e libri (una marea!) nel loro piccolo fondamentali per costruire, dare profondità, sistematizzare, ciascuno nel proprio limitato ambito. E poi playlist ragionate – non algoritmiche – spesso anonime, ma capaci di orientare chi cerca punti d’accesso alternativi.

Ci sono mappe visuali compilate collettivamente su Reddit, architetture enciclopediche su RateYourMusic, pagine wiki nate per mappare i dettagli di un microgenere, thread in cui la critica si fa conversazione e archivio. In questo spazio convivono approcci molto diversi: chi smonta i pezzi per spiegarne la costruzione, chi esplicita le proprie idiosincrasie, chi ragiona per longread e chi si sforza di creare clip ultracompresse per l’attenzione iper-frammentata dei feed. Nessuno di questi approcci è sufficiente da solo. Ma tutti insieme sono una mappa 1:1 – o forse perfino qualcosa di più: uno zoom infinito capace di rendere visibile ciò che prima sembrava indistinto. E perfino di creare senso e connessioni che non esistono ancora, ma presto potrebbero prender vita. Un modo per leggere il panorama non solo com’è, ma come potrebbe diventare.

Il rock non è morto. Ma forse tu sì

Chi si affanna a cercare gli eredi degli eroi del rock che fu si sta perdendo tutta la festa. Finisce per lamentarsi che nessuno è più in grado di rifare esattamente quella cosa lì. Come se la storia si fosse fermata, come se tutto quello che accade altrove non contasse, o fosse solo rumore.

Non è questione di farsi piacere tutto ciò che è nuovo, né di aderire acriticamente a ogni novità per sentirsi aggiornati. Non è questione di esibire finta apertura mentale, di tenersi al passo con l’hype, né tantomeno di ostentare giovanilismi di circostanza. È questione di prospettiva. Di capacità di rimettere in gioco i propri riferimenti, lasciandoli crescere a contatto con ciò che li disorienta. Seguendo lo stimolo dei propri gusti, senza però confonderli con leggi di natura.

Chi rinuncia alle vecchie mappe si ritrova davanti un territorio sterminato. È un paesaggio senza centro e senza confini precisi, in cui orientarsi è complicato, ma proprio per questo stimolante. Dove tutto può succedere e spesso succede. Dove i percorsi non sono segnati, ma da tracciare ogni volta. È un’epoca che chiede di essere attraversata, non decifrata dall’alto. Non ha bisogno di sentinelle del gusto, ma di viaggiatori curiosi.

Il cambiamento è già avvenuto. E sta già dando i suoi frutti – lontano dai riflettori, magari, ma non per questo meno significativi. La musica non è morta. È più viva che mai. Ma se la cerchi dove non c’è più, se continui a usare bussole smagnetizzate, se ti ostini a chiedere a ogni disco di essere “il nuovo X”, allora sì: il problema non è la musica. Il problema sei tu.

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