di Alessandro Volpi
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto due dichiarazioni decisamente impegnative. Ha annunciato che potrebbe bloccare la distribuzione dei dividendi e le operazioni di buy-back, cioè di riacquisto di proprie azioni, da parte delle società che producono armi. Secondo Trump i ricchi azionisti di quelle aziende hanno già guadagnato molto e dunque è bene che reinvestano i loro profitti nella produzione, per sfornare una maggiore quantità di dispositivi di guerra.
Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti avranno nel 2027 un budget di spesa militare record di 1.500 miliardi di dollari, contro i 907 del 2026, perché così avranno un “arsenale da sogno”. In altre parole, il presidente intende “rendere l’America di nuovo grande” con le guerre.
In realtà questa dichiarazione social, che certamente intende alimentare la narrazione di una presidenza decisa a prendersi con le armi tutto quello che serve per ridare credibilità ad un’economia in profonda crisi, si scontra con la crudezza dei fatti e, quindi, fa supporre un’altra lettura delle parole di Trump.
Dove troverà l’amministrazione Usa le risorse per spendere 1.500 miliardi in riarmo? Sembra molto difficile che possa trovarle con nuovo debito, con nuove tasse o con l’introito dei dazi. Basti pensare che il Tesoro degli Stati Uniti paga oltre 1.200 miliardi di interessi l’anno. Allora, può essere che Trump abbia voluto ottenere un altro obiettivo.
Ha sostenuto che sia il tempo di bloccare la distribuzione dei dividendi delle aziende che producono armi, facendo scendere il valore dei titoli di tali società, in modo da consentire acquisti a prezzi decisamente più bassi, operati da chi, molto probabilmente, conosceva quale sarebbe stata la seconda dichiarazione di Trump in merito all’ingigantimento della spesa militare, destinato a rafforzare quelle stesse società, con un immediato rialzo dei loro titoli.
In pratica, è possibile che Trump abbia fatto insider trading a vantaggio dei soggetti finanziari a lui più vicini, consentendo di acquistare, a basso prezzo, quote di società destinate a essere beneficiate dalla promessa spesa militare. Magari la spesa non ci sarà ma nel clima attuale non si può escludere e quindi Trump con due dichiarazioni in sequenza ha confezionato una speculazione di sicuro effetto a vantaggio dei suoi sostenitori.
Del resto che la presidenza statunitense faccia ampio affidamento sulle speculazioni finanziarie è ormai chiaro e la vicenda del Venezuela lo dimostra ben oltre il tema petrolifero. Il Venezuela ha una discreta produzione di oro che, attualmente, è bloccata dalle sanzioni americane e dalla scarsa capacità di estrazione delle imprese venezuelane. Peraltro, il controllo delle aree più ricche, quelle dell’Orinoco, è estremamente complesso per la presenza di forti tensioni fra bande paramilitari ed esercito.
Tuttavia, secondo varie stime, il Venezuela avrebbe enormi riserve auree, che sarebbero le seconde o le terze al mondo. Un’occupazione americana o un’intesa con un governo “amico” consentirebbe di mettere subito a valore tali riserve perché verrebbero utilizzate dai grandi fondi finanziari come sottostante per la creazione di prodotti finanziari, a cominciare dagli Etf.
Vale la pena ricordare che State Street e BlackRock gestiscono i due più grandi Etf sull’oro a livello planetario e che il primo produttore mondiale di oro, Newmont Corporation, ha come principali azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street. Mettere le mani sull’oro venezuelano e soprattutto sulle riserve sarebbe lo strumento per moltiplicare in modo esponenziale la sua finanziarizzazione, attraverso Etf e azioni, e dunque alimentare la bolla finanziaria indispensabile per la tenuta del capitale statunitense ed evitare il precipitare della crisi dell’economia americana, ora troppo dipendente dall’Intelligenza artificiale.
Con il prezzo dell’oncia d’oro a quasi 4.500 dollari, il Venezuela può essere l’Eldorado.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2026
Perché Bitcoin e altre criptovalute sono crollate
Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.
I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).
Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).
È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.
Investimenti controcorrente
Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).
Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.
Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.
Perché sono crollate le criptovalute
Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).
E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.
Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.
Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).
Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.
Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.
“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.
Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).
A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.
Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.
Il boom c’è già stato
E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.
Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?
In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).
È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.
Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.
C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).
E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.
Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.
Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.
Fonte
I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).
Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).
È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.
Investimenti controcorrente
Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).
Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.
Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.
Perché sono crollate le criptovalute
Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).
E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.
Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.
Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).
Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.
Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.
“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.
Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).
A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.
Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.
Il boom c’è già stato
E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.
Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?
In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).
È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.
Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.
C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).
E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.
Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.
Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.
Fonte
16/01/2024
Etf sui bitcoin. La miccia è stata accesa
Il capitalismo finanziario non impara mai. Al massimo elabora nuovi trucchi riciclando quelli vecchi, con l’aiuto e l’illusione della tecnologia, che consente al tempo stesso di massimizzare i guadagni e ovviamente le perdite.
Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.
La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).
Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.
La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...
La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?
Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.
Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...
Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.
Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.
Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.
Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...
Il tracollo dei mercati finanziari, all’indomani del crack sui mutui subprime statunitensi, quando la follia dei “prodotti derivati” inciampò sull’incertezza del “sottostante” a prodotti favolosi, creati da matematici e non in fabbrica, sembrava avesse insegnato che il moral hazard alla fine si paga. Sempre.
La soluzione, com’è noto, fu tutta a carico degli Stati e delle banche centrali principali, che dovettero a loro volta farsi carico dei salvataggi di banche, assicurazioni, istituti di credito di vario tipo (quando non ce la fecero più, il botto – con Lehmann Brothers – fu epocale), oppure iniettare nei mercati liquidità di dimensioni mai viste, portando ad azzerare per molti anni il costo del denaro (tassi di interesse a zero o anche negativi).
Ora, in pieno caos di guerre in corso, con la crescita che già zoppicava dopo la pandemia, con la frammentazione dei mercati globali a seconda di schieramenti geopolitici mutevoli, con l’intelligenza artificiale che minaccia direttamente il 40% dei posti di lavoro al mondo (il 60% nelle economie “avanzate”), si ritorna a fare follie. Che si pagheranno.
La miccia è stata piazzata dalla Sec (l’autorità di controllo della borsa Usa, l’equivalente onnipotente della nostarna Consob), che ha autorizzato il primo Etf sui bitcoin. Persino i massimi esperti di MilanoFinanza gridano al pericolo mondiale...
La questione è relativamente semplice, al di là delle indubbie contorsioni della finanza creativa: chi garantisce il valore dei bitcoin? O, in parole antiche, chi è il pagatore di ultima istanza?
Nel caso dei “prodotti derivati”, in effetti, c’era sia un “sottostante” (titoli azionari impacchettati a loro volta con obbligazioni entro prodotti finanziari “salsiccia”, e così via in un gioco di scatole cinesi praticamente senza fine), sia un “pagatore”. In genere una banca o un fondo di investimento, che magari poteva fallire sotto lo sforzo, ma comunque esisteva in quanto soggetto responsabile.
Nel caso dei bitcoin e di tutte le altre cryptomonete private non c’è letteralmente nulla. Neanche un responsabile noto. Provate a cercare il Satoshi Nakamoto che l’ha creata...
Il problema non sta nello strumento crypto, ma nel soggetto che ne risponde. Se uno Stato o un gruppo di stati crea una o più cryptomonete, sarà quel soggetto a pagare il corrispettivo (anche gli Stati falliscono, certo, ma un po’ più raramente...). Nel caso del bitcoin nessuno.
Ma fin quando le transazioni in crypto private sono fuori dal circuito finanziario “regolato e legale” qualsiasi esplosione di una crypto privata sarà fondamentalmente un affare di coloro che non hanno fatto in tempo a liberarsene.
Se invece, come ha fatto la Sec, cominciano ad esistere prodotti finanziari “regolati” con un “sottostante” che non ha un responsabile e tecnicamente non è nulla, ecco che il “contagio” si diffonde immediatamente dal circuito dei matti a quello “legale”. Gli effetti speculativi nel mondo dell’immaginazione diventano così reali.
Non siamo solo noi a dirlo. Come potete leggere qui di seguito...
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Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio
Etf bitcoin, perché la decisione della Sec rischia di legalizzare il gioco d’azzardo e mette a rischio il risparmio
Roberto Sommella – MilanoFinanza
La decisione della Sec di autorizzare gli Etf sul bitcoin rischia di legalizzare il gioco d’azzardo. E questo per tre ordini di motivi, che in un Paese ricco di risparmio come l’Italia devono essere presi nella massima considerazione dal governo Meloni e da tutte le autorità finanziarie. In primo luogo, va ricordato che la criptomoneta più famosa al mondo, che ha messo a segno negli ultimi dodici mesi un rialzo del 162%, è un investimento ad alto rischio che a fronte di un creditore non ha un debitore accertato, come ha ricordato giovedì 11 su MF-Milano Finanza il presidente della Consob Paolo Savona.
A differenza di altri strumenti monetari il bitcoin non risponde alle regole delle banche centrali quando emettono moneta e non ha un vigilante. È stato lo stesso Savona a ricordarlo con la nettezza che lo contraddistingue. E in modo inequivocabile.
Le crypto, questo il ragionamento del numero uno della commissione che vigila in Italia sulla borsa e il risparmio, compresi i bitcoin anche se di importo limitato, quando nascono sono «il nulla creato su un computer facendo uso di un metodo matematico e assumono un valore di mercato se qualcuno le acquista, versando di norma moneta legale che, come noto e come ci ha ricordato Keynes, quando nasce ha sempre un debitore (Stato, banca centrale o istituto di emissione, o banche di deposito)».
L’assenza invece di un debitore per le crypto legittima la posizione delle autorità monetarie che esse non sono moneta legale, ossia mezzo liberatorio dei pagamenti-debiti, senza però che le autorità finanziarie e i legislatori siano in grado di collocare le valute digitali nell’assetto istituzionale oggi vigente per le attività tradizionali. Una situazione che genera un vuoto normativo clamoroso.
Così aumenta il rischio di una bolla
In secondo luogo, visto che l’organismo di controllo americano dei mercati finanziari (la Sec) ha autorizzato l’acquisto di Etf – fondi o sicav che replicano indici azionari e obbligazionari – anche legati alle criptomonete, c’è da aspettarsi che queste ultime vengano recepite dalle banche d’affari e dai gestori del risparmio alla pari di strumenti regolati e vigilati: una sorta di legittimazione di un prodotto ad alto rischio, per di più utilizzato spesso dalla malavita per transazioni illecite, come molti casi, anche in Italia, dimostrano.
Non serve illudersi che questo caso sia limitato al mercato statunitense, perché ormai si è imparato che la finanza è globale, con tutti i suoi pregi e i suoi pericolosi difetti.
In terzo luogo, sempre seguendo il filo logico dell’allarme del presidente della Consob, che andrebbe ascoltato anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, gli Etf sui bitcoin possono accendere una miccia pericolosa su una nuova bolla finanziaria, come accaduto nel 2007 con i mutui sub prime, i quali proprio non basandosi su collaterali solidi innescarono una serie di default per poi deflagrare anche nell’economia reale, con le conseguenze che tutti hanno conosciuto, dopo il fallimento della Lehman Brothers, anche da questa parte dell’Atlantico.
A questo proposito giova ancora ricordare quanto scritto su MF-Milano Finanza da Savona a proposito dell’incesto di prodotti reali con prodotti virtuali: «Se si permette l’ibridazione tra vecchie e nuove monete e vecchi e nuovi strumenti il funzionamento del mercato mobiliare diventa complesso, la vigilanza pubblica sempre meno efficace e più costosa, la trasmissione degli effetti delle scelte politiche sempre meno prevedibili e la creazione di ricchezza sempre meno connessa con la crescita reale».
A rischio il risparmio
Il distacco di un prodotto finanziario dal mondo reale, senza i dovuti accorgimenti e accordi tra banche centrali e controllori mondali, non potrà che aumentare i rischi per il risparmiatore medio, soprattutto in una situazione in cui la ricchezza è concentrata in poche mani e sta per affidarsi anche all’immenso potere che l’Intelligenza Artificiale può sviluppare per manipolare i mercati finanziari, come è stato segnalato recentemente dalla Consob e dalla Banca d’Inghilterra.
Un’ultima considerazione va fatta per il caso italiano. Il nostro Paese è molto ricco del petrolio di carta, la ricchezza delle famiglie, che supera ampiamente il pur enorme debito pubblico giunto a 3.000 miliardi di euro.
Cosa potrebbe accadere se anche in Italia verrà autorizzata la vendita di Etf sui bitcoin senza i dovuti controlli e le necessarie campagne di informazione e di educazione finanziaria?
Già oggi le criptomonete, seppur in piccoli importi, sono detenute mediamente da un numero di italiani pari a coloro che possiedono titoli di Stato, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia e della stessa Consob, senza considerare che dall’aprile del 2023 sono vendute liberamente e senza alcun controllo in cinquemila tabaccherie presenti sul territorio nazionale.
Una nuova Bretton Woods
Non si tratta di demonizzare il nuovo che avanza e la tecnologia, così come dimostra il dibattito sull’AI, ma occorre raggiungere subito un accordo a livello mondiale su cosa si può vendere e cosa no senza che sia vigilato da un organo finanziario di controllo.
Finora le autorità si sono rimpallate il problema, le une sostenendo che non spetta alle banche centrali vigilare sui bitcoin perché non sono valute, le altre, gli organi di controllo delle borse, perché non sono strumenti finanziari.
Ma se diventano investimenti replicabili a dismisura si pone il tema della tutela del risparmio, come previsto dalla nostra Costituzione e come spesso ricorda lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale da tempo mette in guardia sui rischi legati al dilagare dei nuovi monopoli digitali che ormai si muovono anche con la forza dell’innovazione artificiale.
Oggi il sistema monetario e finanziario è in mezzo al guado e non sa verso quale sponda si va indirizzando, quando appare chiaro che servirebbe invece una nuova Bretton Woods per stabilire cosa sia convertibile in moneta legale e cosa no.
Alle autorità finanziarie, ai governi e alla politica spetta quindi un compito di programmazione istituzionale impegnativo e immediato al pari di una comprensione del problema, che decisioni come quelle della Sec rendono ancora più difficile.
Fonte
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