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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2026

Trump, vuole mettere le mani sull’oro venezuelano

di Alessandro Volpi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto due dichiarazioni decisamente impegnative. Ha annunciato che potrebbe bloccare la distribuzione dei dividendi e le operazioni di buy-back, cioè di riacquisto di proprie azioni, da parte delle società che producono armi. Secondo Trump i ricchi azionisti di quelle aziende hanno già guadagnato molto e dunque è bene che reinvestano i loro profitti nella produzione, per sfornare una maggiore quantità di dispositivi di guerra.

Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti avranno nel 2027 un budget di spesa militare record di 1.500 miliardi di dollari, contro i 907 del 2026, perché così avranno un “arsenale da sogno”. In altre parole, il presidente intende “rendere l’America di nuovo grande” con le guerre.

In realtà questa dichiarazione social, che certamente intende alimentare la narrazione di una presidenza decisa a prendersi con le armi tutto quello che serve per ridare credibilità ad un’economia in profonda crisi, si scontra con la crudezza dei fatti e, quindi, fa supporre un’altra lettura delle parole di Trump.

Dove troverà l’amministrazione Usa le risorse per spendere 1.500 miliardi in riarmo? Sembra molto difficile che possa trovarle con nuovo debito, con nuove tasse o con l’introito dei dazi. Basti pensare che il Tesoro degli Stati Uniti paga oltre 1.200 miliardi di interessi l’anno. Allora, può essere che Trump abbia voluto ottenere un altro obiettivo.

Ha sostenuto che sia il tempo di bloccare la distribuzione dei dividendi delle aziende che producono armi, facendo scendere il valore dei titoli di tali società, in modo da consentire acquisti a prezzi decisamente più bassi, operati da chi, molto probabilmente, conosceva quale sarebbe stata la seconda dichiarazione di Trump in merito all’ingigantimento della spesa militare, destinato a rafforzare quelle stesse società, con un immediato rialzo dei loro titoli.

In pratica, è possibile che Trump abbia fatto insider trading a vantaggio dei soggetti finanziari a lui più vicini, consentendo di acquistare, a basso prezzo, quote di società destinate a essere beneficiate dalla promessa spesa militare. Magari la spesa non ci sarà ma nel clima attuale non si può escludere e quindi Trump con due dichiarazioni in sequenza ha confezionato una speculazione di sicuro effetto a vantaggio dei suoi sostenitori.

Del resto che la presidenza statunitense faccia ampio affidamento sulle speculazioni finanziarie è ormai chiaro e la vicenda del Venezuela lo dimostra ben oltre il tema petrolifero. Il Venezuela ha una discreta produzione di oro che, attualmente, è bloccata dalle sanzioni americane e dalla scarsa capacità di estrazione delle imprese venezuelane. Peraltro, il controllo delle aree più ricche, quelle dell’Orinoco, è estremamente complesso per la presenza di forti tensioni fra bande paramilitari ed esercito.

Tuttavia, secondo varie stime, il Venezuela avrebbe enormi riserve auree, che sarebbero le seconde o le terze al mondo. Un’occupazione americana o un’intesa con un governo “amico” consentirebbe di mettere subito a valore tali riserve perché verrebbero utilizzate dai grandi fondi finanziari come sottostante per la creazione di prodotti finanziari, a cominciare dagli Etf.

Vale la pena ricordare che State Street e BlackRock gestiscono i due più grandi Etf sull’oro a livello planetario e che il primo produttore mondiale di oro, Newmont Corporation, ha come principali azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street. Mettere le mani sull’oro venezuelano e soprattutto sulle riserve sarebbe lo strumento per moltiplicare in modo esponenziale la sua finanziarizzazione, attraverso Etf e azioni, e dunque alimentare la bolla finanziaria indispensabile per la tenuta del capitale statunitense ed evitare il precipitare della crisi dell’economia americana, ora troppo dipendente dall’Intelligenza artificiale.

Con il prezzo dell’oncia d’oro a quasi 4.500 dollari, il Venezuela può essere l’Eldorado.

Fonte

12/04/2025

Presidenza Trump, l’hedge fund incorporato nelle competenze governamentali

Le accuse di speculazione finanziaria rivolte a Trump dai democratici durante la crisi delle borse causata dai provvedimenti sui dazi non sono false ma sono, sul piano politico, soprattutto superficiali. Se ne comprende l’obiettivo, cercare di accumulare materiale per processare il presidente degli Stati uniti per insider trading, ma non fanno intravedere capacità di analisi.

Quello che sta accadendo è qualcosa di molto più profondo del semplice insider trading, l’abuso di informazioni riservate: l’amministrazione Trump ha incorporato, tra le proprie funzioni, quella della modalità hedge fund mandando in corto circuito la consolidata visione politica delle competenze governamentali. E questo non solo perché la Trump corp. vive del nesso tra settore immobiliare e finanziario ma soprattutto perché l’amministrazione Trump, oltre alle competenze della sua corporation, assembla CEO di hedge fund ai vertici apicali del tesoro e al commercio assieme alle loro sterminate filiere di relazioni e di interessi.

Per cui di fronte alle gravi criticità del debito americano l’amministrazione Trump si comporta da hedge fund consapevole di avere, sui mercati, una posizione non onnipotente ma strategica (il governo federale) adottando così una tattica aggressiva per predare ricchezza e cambiare le gerarchie del mercato. Ed ecco i dazi per come li abbiamo conosciuti. Poi accade quello che magari la politica non si aspetta ma che, invece, i gestori dei fondi speculativi conoscono bene: la strategia aggressiva produce effetti collaterali anche decisamente controproducenti per cui bisogna sapersi far trovare pronti. Il dissenso di molti finanziatori della campagna elettorale di Trump, gli evidenti attacchi finanziari dalla Cina, e soprattutto dal Giappone fanno parte di questi, pericolosi, effetti collaterali da saper affrontare.

Ma in questo caso l’effetto collaterale più grosso di tutti è il terremoto che si è prodotto nel mercato dei titoli del Tesoro statunitense (U.S. Treasury) che rappresenta la pietra angolare del sistema finanziario globale. Il mercato dei Treasury è riconosciuto come il mercato dei titoli di Stato più grande e liquido al mondo, fungendo da benchmark fondamentale per la determinazione dei prezzi di un’ampia gamma di attività finanziarie a livello globale. La sua importanza trascende persino la mera dimensione; è essenziale per il finanziamento del debito pubblico statunitense, costituisce il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve all’economia reale e, data la sua percezione come asset “risk-free”, gioca un ruolo critico nel mantenimento della stabilità finanziaria globale.

Bene, in questi giorni il mercato dei Treasury è stato messo in grave crisi dal collasso della riproducibilità di un’operazione finanziaria al suo interno nota come “basis trade” sui titoli di Stato statunitensi (T-Bond). Si tratta di una operazione finanziaria comune e diffusa che di solito ha funzioni regolative sul mercato e che coinvolge hedge fund che guadagnano sulle differenze di prezzo tra i futures sui T-Bond e il T-Bond stesso. Le conseguenze di questo collasso sono un fenomeno noto almeno dalla crisi del Covid del 2020, e da quella conosciuta come “crisi dei Repo” dell’anno precedente: dollaro e valore dei T-Bond scendono precipitosamente, il debito federale si allarga velocemente, la speculazione morde istantaneamente, grazie anche a tecnologie di accelerazione dello short selling in caso di crisi, Wall Street cade e si avvicina lo spettro della crisi sistemica.

Cosa fa l’amministrazione Trump mentre il canale primario per la trasmissione della politica monetaria della Federal Reserve è in crisi e con lui il basis trade che muta pericolosamente dal ruolo di strumento di stabilizzazione del mercato? Semplicemente usa la propria posizione strategica (sul piano dell’informazione e dei provvedimenti normativi) ma non da governo, ma da bravo hedge fund. Quindi, per qualche giorno, dal delirio delle borse del 2 aprile a dazi annunciati, non interviene favorendo le posizioni speculative che hanno guadagnato, e non poco, sul crollo dei Treasury e, solo una settimana dopo, rilascia dichiarazioni e provvedimenti che creano una tregua sui mercati favoriscono la speculazione degli attori meglio posizionati, e a lui alleati, in grado di sfruttare il rialzo di borsa, il più grande dalla fine della seconda guerra mondiale.

Aggredire il mercato, con la mossa spettacolo dei dazi, e posizionarsi secondo gli effetti dell’aggressione al mercato, in entrambi i casi, è una mossa da hedge fund. Solo che l’amministrazione Trump è un governo che, come tale, deve anche attivare tattiche governamentali, di stabilizzazione e di perseguimento di obiettivi strategici. Invece l’amministrazione Trump affronta la crisi del debito estero americano come se fosse un hedge fund lavorando sull’aggressione al mercato e sull’adattamento al caos creato da questa aggressione. E un hedge fund non deve risolvere la questione del debito quanto sopravvivere e guadagnare dai continui sussulti che questa provoca. Questa ibridazione tra governamentalità e comportamenti da hedge fund sconvolge la concezione della governamentalità per come l’abbiamo conosciuta: elemento di stabilizzazione della società secondo politiche, norme, codici, pratiche. Governamentalità è un concetto che indica le configurazioni di rapporti tra governanti e governati, le modalità di gestione delle popolazioni. Si tratta di una tecnologia di governo che si realizza attraverso istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche. I dazi fanno parte di questa arte di tecnologia di governo nel momento in cui devono regolare circolazione e produzione di ricchezza. Lo stato che assorbe le funzioni di hedge fund metabolizza la dinamica potente di creazione e distruzione di ricchezza tramite i mercati finanziari ma rende marginali le pratiche governamentali che finiscono per essere solo dei processi che servono per riprodurre legittimazione formale, di uno stato sempre più svuotato di senso e percepito anomicamente.

Del resto aggredire i mercati finanziari per ridurre strutturalmente il problema del debito genera una serie di conflitti – commerciali, finanziari, sinergie con i conflitti sul campo – che sono coestensivi con la guerra finanziaria permanente nella quale vivono gli hedge fund ma sono, alla lunga, letali per le pratiche della governamentalità. Si tratta di problemi nuovi, indubitabilmente, ma anche di vestiti nuovi per vecchi problemi. Lo stato come hedge fund, alla nascita dello stato moderno, lo troviamo subito allo scoppio della bolla della South Sea (1720) compagnia il cui valore era stato gonfiato dalla corona britannica per trovare i fondi per finanziare i costi del conflitto anglo-scozzese. Dopo essersi riprodotta in molte forme, la funzione hedge fund intrecciata nella governamentalità ritorna, tecnologicamente innervata, con rinnovata potenza distruttrice. La dimensione del debito pubblico degli Stati Uniti è garanzia che questa potenza distruttrice, nonostante qualche pausa, è destinata a produrre a lungo effetti sulla morfologia delle nostre società.

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02/02/2025

Musk si prende la cassaforte federale USA

Corre a una velocità pazzesca la privatizzazione dello Stato. E non di uno qualsiasi, ma degli Stati Uniti. Il che cambia decisamente sia il rapporto tra Stato e cittadini (per quanto “ideologizzato” e non realistico potesse essere), sia tra i membri dell’élite di quel paese.

L’amministrazione Trump ha approvato i piani per concedere a funzionari del Tesoro affiliati al team di Elon Musk l’accesso al sistema federale che gestisce trilioni di dollari in pagamenti. Il nuovo Segretario del Tesoro, Scott Bessent, ha infatti consentito l’accesso al sistema di pagamento a un team guidato da Tom Krause, CEO di Cloud Software Group, che ora lavora per il Dipartimento del Tesoro e funge da collegamento con il nuovo dipartimento guidato da Musk denominato DOGE, che opera all’interno del United States Digital Service.

In pratica ad una società di Musk che già lavorava con il Tesoro, ma in funzione “tecnica” molto subordinata – e ben retribuita – senza poteri discrezionali e senza poter entrare nei database anche individuali di chi riceve quei pagamenti.

Ci sarebbe stato un duro scontro tra funzionari uscenti ed entranti nell’amministrazione del Tesoro, ma alla fine “l’approvazione del segretario è stata subordinata al fatto che si trattasse essenzialmente di un’operazione di sola lettura”. Ossia che il nuovo soggetto privato possa – per ora – leggere i dati (e copiarli, si presume), ma non modificarli o decidere quali pagamenti effettuare ancora e quali bloccare.

Si tratta infatti di un sistema vastissimo e altamente sensibile, cruciale per i pagamenti erogati dal governo federale a decine di milioni di americani ogni anno. Ma anche ad enti e destinatari internazionali considerati “utili” per le politiche Usa. Riguarda insomma la spesa sociale come quella internazionale. È il sancta sanctorum del governo statunitense, il centro della macchina per quanto riguarda ogni tipo di spesa. Il braccio operativo economico della superpotenza, la sua “cassaforte”.

L’amministrazione Trump aveva già cercato, con un “ordine operativo” molto perentorio e “universale”, di congelare i fondi per programmi precedentemente approvati ma sgraditi. Ha dovuto fare una parziale marcia indietro perché il carattere “totalitario” del blocco avrebbe impedito di far funzionare parti rilevanti e indispensabili dell’amministrazione pubblica (probabilmente anche il controllo aereo...).

David Lebryk, funzionario di lunga data che supervisionava le vaste operazioni di finanziamento e pagamento del Tesoro, si è improvvisamente dimesso venerdì dopo essersi scontrato con i funzionari di Trump sulla concessione dell’accesso al sistema di pagamento, che contiene dettagli molto riservati sulle persone che ricevono pagamenti governativi.

Il sistema gestisce infatti i pagamenti ai beneficiari della previdenza sociale, alle persone che hanno diritto a rimborsi fiscali, alle organizzazioni che ricevono sovvenzioni pubbliche, nonché ai dipendenti federali e agli appaltatori governativi. Come si vede, si tratta di un insieme altamente eterogeneo dove ci sono milioni di destinatari retribuiti regolarmente in virtù di “diritti acquisiti” nel tempo (pensionati, sussidiati, istituzioni, ecc.), sia soggetti scelti con criteri di opportunità politica per l’azione degli Usa nel mondo.

In via non troppo teorica, però, dopo un consistente incrocio di database che identifichi quanti – tra i retribuiti – siano anche oppositori di Trump (o schifati da Musk), la nuova squadra del DOGE potrebbe stilare lunghe liste di persone da portare alla fame tagliandole le erogazioni. Ma è solo una delle infinite possibilità di utilizzo di un database del genere...

La confusione su chi avrà accesso ai sistemi di pagamento del Tesoro, nonché sulla possibilità che le loro prerogative possano consentire di interrompere i pagamenti, ha così aperto un nuovo fronte nella battaglia politica sul Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) affidato a Musk.

Il quale ha suggerito sabato che gli sforzi del suo dipartimento per l’efficienza governativa di ottenere un maggiore controllo sui pagamenti del Tesoro agli americani riguardavano l’eliminazione di frodi o pagamenti illeciti. Ovviamente seminando affermazioni “shokkanti” non accompagnate da alcuno straccio di prova: “Il team @DOGE ha scoperto, tra l’altro, che ai funzionari addetti all’approvazione dei pagamenti del Tesoro è stato ordinato di approvare sempre i pagamenti, anche a gruppi fraudolenti o terroristici noti. Letteralmente non hanno mai negato un pagamento in tutta la loro carriera. Nemmeno una volta.”

Non che siano mai mancati pagamenti Usa a gruppi terroristici (tutti i loro complici nei mille golpe operati nel mondo, Al Qaeda, Isis, dittature sudamericane e non, Majdan varie di ieri e di oggi, ecc.), ma è anche chiaro che questi “amici fedeli o temporanei” non usciranno mai dalla lista dei beneficiari. Almeno fin quando non commetteranno errori mortali...

L’Ufficio dei Servizi Fiscali, che gestisce il sistema di pagamento del Tesoro, ha comunque già un dipartimento per “l’integrità dei pagamenti”, incaricato di identificare, prevenire e recuperare frodi e pagamenti impropri. Secondo il Tesoro, questi sforzi hanno prevenuto pagamenti impropri per un totale di quasi 155 milioni di dollari e hanno contribuito al recupero di quasi 350 milioni di dollari.

Ad esempio, un portale Do Not Pay consente alle agenzie di verificare se un destinatario è deceduto, inserito nella lista nera per gli appalti governativi, sanzionato, incarcerato o altrimenti non idoneo. Lily Batchelder, una funzionaria che ha servito come segretario del Tesoro per la politica fiscale durante gli ultimi anni ha provato a spiegare che “è profondamente preoccupante che i funzionari politici nominati alla Casa Bianca stiano tentando di interferire con i benefici della previdenza sociale e i rimborsi fiscali delle persone”.

“Per dirla senza mezzi termini, questi sistemi di pagamento semplicemente non possono fallire, e qualsiasi interferenza politicamente motivata in essi rischia di causare gravi danni al nostro paese e all’economia”, ha scritto il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden al nuovo boss del Tesoro, Bessent, lanciando l’allarme sulla possibilità che gli alleati di Musk possano trovarsi in una posizione per ottenere informazioni che potrebbero aiutare il vasto impero commerciale del miliardario.

Oltre agli aspetti propriamente politici, insomma, che potrebbero facilitare le “vendette” del giro di Trump sugli avversari, c’è la gigantesca possibilità che una multinazionale privata – una o più, tra quelle che fanno capo a Musk e altri “capitalisti delle piattaforme” – possa disporre di informazioni esclusive su chiunque tali da permettere guadagni senza paragoni. E senza produrre nulla...

Il varco per l’assalto privatistico al Tesoro è stato però creato ed offerto da una gestione sempre molto problematica della macchina della spesa statunitense. I pagamenti impropri nei programmi federali sono stati un problema perenne che ha a lungo attirato l’attenzione dei controllori governativi e dei legislatori congressuali. Pagamenti che sono aumentati negli ultimi anni, quando il Congresso ha approvato enormi nuovi programmi di soccorso per la pandemia di Covid-19.

Durante l’amministrazione Biden, il Tesoro ha promosso nuovi sforzi per utilizzare l’intelligenza artificiale per rilevare frodi e pagamenti impropri. Il Tesoro ha dichiarato in ottobre che lo sforzo ha prevenuto e recuperato più di 4 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.

Le agenzie federali hanno complessivamente riportato 236 miliardi di dollari in pagamenti impropri nel 2024. La maggior parte proveniva da Medicare, Medicaid, assicurazione contro la disoccupazione, prestiti di soccorso pandemico per piccole imprese, il credito d’imposta sul reddito guadagnato del Tesoro e i pagamenti della previdenza sociale.

Piccole e grandi truffe (tipo farsi pagare gli stipendi dei dipendenti privati dalla “cassa integrazione pubblica”, no?) che hanno offuscato la credibilità del “pubblico” lasciando campo aperto ad un “privato” che non vuole fare né mediazione sociale né prigionieri.

Il “comitato d’affari della borghesia” si restringe a pochi tecnomiliardari, da quelle parti. E saluta definitivamente “l’ordine basato su regole liberali”. Da oggi chi comanda acchiappa tutto. E se lo tiene.

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12/01/2018

Renzi-De Benedetti. Una cordata identica a quella berlusconiana

Chi governa davvero in Italia? Molti poteri diversi, ma certamente non i “rappresentanti del popolo”.

Teniamo da parte, per una volta, gli organismi sovranazionali (Ue, Bce, Fmi, ecc) e seguiamo, sia pur di rimbalzo, la strana storia della speculazione borsistica di Carlo De Benedetti sulle banche popolari, innescata senza ombra di dubbio dalla notizia datagli da Matteo Renzi: “quella riforma lì la facciamo”.

Tecnicamente si chiama insider trading, ovvero uso speculativo di notizie “spifferate” da qualcuno all’interno di aziende o istituzioni, ma che non sarebbero mai dovute arrivare all’orecchio di un investitore professionale, capace dunque di muovere milioni se non miliardi di euro o dollari. E’ un reato penale preciso e, se riconosciuto giudiziariamente, comporta la condanna sia dello speculatore sia dell’autore della “soffiata”.

Una sola cosa è certa, perché la ha ammessa lo stesso De Benedetti quando è stato interrogato dalla Consob circa due anni fa – autorità di controllo della borsa, che aveva registrato «Un’operatività potenzialmente anomala di alcuni intermediari, in grado di generare plusvalenze per 10 milioni di euro» – «Anche lui – e sembra una condanna – accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Ma proprio mentre un commesso stava aprendo la porta dell’ascensore, quindi non fu parte della conversazione durante la colazione, fu proprio nel dirci: ciao, arrivederci, mi ha detto: “Ah, ti ricordi di quella volta, ti ricordi di quando ti parlai che volevo fare le Popolari? Ecco, lo faremo”. Non mi ha detto con che. Ero già un piede sull’ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta’ roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos’erano le cose che lui doveva fare».

Quella di De Benedetti non è un’ammissione di colpevolezza, perché – a suo avviso – sulle banche popolari oggetto della riforma avrebbe investito meno del solito: «Ma se io avessi saputo avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno!... ma perché l’avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?». In ogni caso la sua società è riuscita a incassare una plusvalenza di 600mila euro, così, senza fatica.

Vista da fuori la scena è molto chiara. C’è un finanziere proprietario fra l’altro di un grande gruppo editoriale (Repubblica-L’Espresso) che frequenta abitualmente il presidente del consiglio e segretario del partito (Pd) di cui lui stesso è da anni “la tessera numero 1”. Non è un segreto e lo ammette pubblicamente: “Normalmente con Renzi facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi”. E altrettanto fa con Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, e con Maria Elena Boschi, allora ministro delle riforme costituzionali (“anche con lei sono molto amico, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra”).

Fa altrettanto, anche se meno di frequente, con il direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, da cui comunque assume informazioni importanti sui problemi esistenti e sulle possibili soluzioni allo studio del governo (anche sulle Popolari).

Contatti e informazioni che portano a investimenti relativamente “sicuri”, facili, privatissimi.

Poi ci sono le vanterie politiche del finanziere, che rivendica alla sua iniziativa l’elaborazione di una delle leggi più criminogene del governo Renzi, ossia il Jobs Act: «Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il job-act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il job-act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta».

Brutalmente è questa la realtà della “politica” italiana. Naturalmente esiste un’altra e diversa cordata, anch’essa incardinata intorno a un impero editoriale (Mediaset-Mondadori) che fa capo a Silvio Berlusconi. Due concorrenti che sono venuti spesso alle mani, finanziariamente e giudiziariamente, ma che fanno anche blocco contro gli “intrusi”, siano essi i Cinque Stelle, la Lega, i sempre pericolosi “comunisti” (categoria, nella loro testa, molto più ingombrante di quanto nella realtà purtroppo non sia).

Questo scontro dura da almeno tre decenni, fra alti e bassi, guerra e pace. Ma ci è stato venduto come uno “scontro di civiltà” tra il centrodestra e il centrosinistra, come se votar per uno o per l’altro cambiasse le sorti del paese, invece che le dimensioni del business dei due contendenti. Ovvio che quando governa Berlusconi il suo impero vada meglio, e altrettanto accada al gruppo De Benedetti quando la bilancia pende dalla parte opposta.

Ma a noi, gente che lavora-lavoricchia-cercalavoro, cosa mai può cambiare tra uno che mette il Jobs Act e uno che promette di tenerlo? Tra uno che alza l’età pensionabile e uno che promette di pensarci su (prima delle elezioni, sia chiaro)? Tra uno che specula in borsa con le informazioni da dentro il governo e uno che specula in borsa stando al governo?

Come si fa, insomma, a non augurarsi che il potere ritorni al popolo?

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27/01/2015

Speculazioni su banche popolari. Sotto tiro sponsor e parenti del governo Renzi

Il sito economico specializzato Wallstreetitalia.com, segnala oggi che la Consob vuole andare a vederci chiaro su alcune, presunte, speculazioni di mercato, che sulla Borsa di Londra avrebbero anticipato il balzo delle azioni delle Banche Popolari in Borsa a seguito del recente decreto del governo Renzi che gli impone di diventare spa.

Ci sarebbero stati movimenti sospetti nei mercati finanziari di rilievo sulle azioni delle Banche popolari nelle ore precedenti alle prime indiscrezioni sul decreto del governo. Insider trading dunque. I giornali di oggi concentrano l’attenzione su questa vicenda anche perché potrebbe avere ripercussioni politiche oltre che finanziarie.

Il Fatto quotidiano di oggi sottolinea come non possa passare inosservato il fatto che "la banca che ha maggiormente beneficiato dello strascico anglosassone, con un rialzo del 66% in Borsa, altri non è che la Popolare dell’Etruria e del Lazio, di cui vicepresidente è Pier Luigi Boschi". Si tratta del padre di Maria Elena, ministro delle Riforme e direttore generale della fondazione Open, che negli ultimi anni ha ricevuto 150 mila euro da Serra, il finanziere del fondo Algebris e noto sponsor di Renzi. Non solo.

Rincara la dose il Corriere della Sera secondo cui "sulla base di convergenti fonti di mercato, che alcuni soggetti con base a Londra avrebbero creato posizioni anche rilevanti in azioni delle banche popolari nei giorni e nelle ore precedenti le prime circostanziate indiscrezioni (quindi prima delle 17.30 di venerdì 16 gennaio) sul decreto di riforma che abolisce il voto capitario nelle Popolari, ossia il principio di «una testa un voto» per cui tutti i soci sono uguali a prescindere dalle azioni possedute. Considerando l’effetto dirompente che la notizia ha avuto sul mercato a partire da lunedì 19 gennaio, con rialzi a due cifre di tutte le banche coinvolte, è evidente quanto siano stati abili gli «accumulatori» di pacchetti".

Ed anche il giornale della grande borghesia del nord sottolinea come “lo scatto più spettacolare sia stato quello della Popolare Etruria e Lazio di cui è vicepresidente Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi: +66%".

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A furia di rottamare si sono rivelati peggio dei berlusconiani.