Che ‘Quota 100’ fosse una misura
limitatissima e di corto respiro rispetto alle gravissime falle e
inadeguatezze sociali del sistema pensionistico italiano, era chiaro sin dall’introduzione della misura.
Il provvedimento, lo ricordiamo, consente in via sperimentale, per il
triennio 2019-2021, agli iscritti all’INPS, di conseguire il diritto
alla pensione anticipata non appena venga raggiunta un’età anagrafica di
almeno 62 anni e un’età contributiva di almeno 38 anni.
Una misura che non risolve in alcun modo il problema delle esigue pensioni attese
dai lavoratori per via del combinato disposto di sistema contributivo e
carriere lavorative precarie e che, proprio nella logica perversa del
contributivo, offre ai lavoratori una triste alternativa tra anticipo
del diritto alla pensione ed entità della pensione stessa. Insomma, un
mero lenitivo che, per soli tre anni, ha reso meno rigido il sistema di
accesso anagrafico e da anzianità contributiva alla pensione, consentendo a molti la possibilità di godersi qualche anno in più di meritato riposo a spese di un minor reddito pensionistico.
Tutte queste caratteristiche hanno mostrato, con grande evidenza, la
linea velleitaria e del tutto subordinata alla politica economica
patrocinata dalle classi dominanti e dalla regìa europea dei pochissimi e
striminziti provvedimenti sociali del precedente governo giallo-verde.
Eppure, nel dibattito riguardante la
predisposizione, ancora in corso, del disegno di legge di bilancio del
nuovo Governo, si è giunti ad un’evoluzione che supera la stessa
immaginazione, con punte di apparente masochismo politico. Dopo qualche
settimana di rassicurazioni sul mantenimento di Quota 100, sotto la
spinta martellante del neo-partito di Renzi ‘Italia Viva’, la maggioranza ancora dibatte vivacemente sulla possibilità di abolire Quota 100,
di anticiparne la fine al 2020 o, quanto meno, di allungare le finestre
da tre a sei mesi per l’effettivo godimento della pensione da parte di
coloro che faranno uso di Quota 100 nel 2020. In tutti e tre i casi si
tratterebbe di una meschina guerra verso le briciole rappresentate da un provvedimento già di per sé del tutto inadeguato nella sua concretizzazione temporanea triennale.
Gli esiti finali di questa vivace e
miserevole discussione ancora non sono conoscibili. Ma il solo fatto che
la discussione esista fa sorgere interessanti interrogativi. C’è da
chiedersi come mai un governo di nuova formazione alla sua prima
finanziaria, dovrebbe andare a rosicchiare un provvedimento dall’impatto
così immediato per centinaia di migliaia di persone con l’evidente
rischio di scontare una forte impopolarità. Abolire Quota 100 da subito,
o farla decadere un anno in anticipo rispetto alla sua scadenza
naturale, o ancora soltanto allungare il tempo per l’effettivo
godimento della pensione mensile, significherebbe rivedere o addirittura
negare, dopo solo pochi mesi dalla sua approvazione, un sacrosanto
diritto sociale acquisito, stravolgendo i piani di vita di lavoratori
prossimi alla chiusura della propria carriera. Una sorta di dramma degli esodati-bis.
L’impatto di impopolarità e il parallelo aumento di consenso incassato
dalla Lega di Salvini, che di quel provvedimento aveva fatto un pallido
simbolo della sua presunta e inesistente politica sociale, sarebbe
clamoroso: un ostentato autogol politico per racimolare qualche
miliardo.
Eppure, Italia Viva insiste, e con
martellante pervicacia ha ingaggiato una campagna ideologica di inedita
aggressività, rispolverando in pochi giorni tutti i luoghi comuni liberisti più dirompenti sul
funzionamento del sistema pensionistico, del mercato del lavoro e del
rapporto tra giovani e anziani. Le fa eco una buona parte del PD che,
pur non arrivando a chiedere l’abolizione della misura, ne caldeggia
modifiche o la descrive pubblicamente come terribilmente iniqua.
Lasciamo parlare i protagonisti delle reiterate affermazioni.
Il più agguerrito detrattore di Quota 100, che sembra addirittura aver sorpassato a destra l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri,
è Luigi Marattin di Italia Viva, giunto a definirla l’emblema della
“politica più ingiusta degli ultimi 25 anni”. A seguire Matteo Renzi,
che ha più volte detto di volerla cancellare al fine di reperire risorse
da destinare all’assegno unico per i figli proposto dal suo partito. Ed
ancora Renzi: “Quota 100 è un provvedimento pensato solo per chi ha già
diritti”. E, ancora, direttamente dalla kermesse della Leopolda:
“Quando diciamo che Quota 100 non va bene non stiamo attaccando gli
anziani: dico che 20 miliardi di euro messi tutti insieme su
centocinquantamila persone sono un’assurdità. Gli 80 euro valgono 10
miliardi e vanno a 10 milioni di persone, Quota 100 va a 150.000 persone
ed è un’ingiustizia”. Infine, Maria Elena Boschi, dalle stesse fila:
“Quota 100 obiettivamente crea un’ipoteca sul futuro delle nuove
generazioni. È molto onerosa. Noi diciamo: aiutiamo le nuove generazioni
e sosteniamole con investimenti veri sulle famiglie per contrastare
anche il fenomeno della denatalità”.
Non manca neanche il neo-ministro dell’economia di area PD, Roberto Gualtieri.
“Quota 100 fortunatamente andrà ad esaurimento e noi certo non la
rinnoveremo. La misura, almeno nei piani di questo governo, non sarà
resa strutturale, né si intende prorogarla così com’è. Magari faremo
qualche manutenzione. Comunque non l’avrei mai fatta”. Una vera e
propria ostinata battaglia, che possiamo interpretare attraverso una
duplice lente di lettura.
In primo luogo, l’ennesimo governo dell’austerità, amico ostentato dell’Europa, deve fare comunque i conti con il proprio padrone, contrattando con Bruxelles gli angusti spazi di flessibilità per distribuire qualche briciola. È di questi giorni la notizia della consueta letterina sospettosa
giunta dalla Commissione Europea per vederci più chiaro sulle coperture
finanziarie annunciate dal governo a fronte del pur limitatissimo
programma di spesa pubblica.
Si tratta della solita dinamica di
controllo che la Commissione Europea esercita in modo costante e
soffocante su tutti i paesi e tutti i governi, persino quelli
esteriormente più affidabili, per mantenere alto il livello di tensione e
di potere dissuasorio a fronte di rischi anche minimi di una qualche
ipotetica velleità di allentare la morsa dell’austerità. Una strategia
del terrore preventiva che colpisce tutti i governi. In questa grottesca
guerra per ottenere una modestissima quota di flessibilità di manovra, i
governi compiono scelte selettive, in cui, sostanzialmente, ciò che si
da con una mano, con l’altra viene tolto, e in cui ogni minimo
provvedimento di spesa entra in immediata collisione con un altro. È la
logica perversa e artificiale delle presunte risorse scarse
che di anno in anno, ad ogni finanziaria, si esaspera ed aggrava alla
luce dell’impietosa tabella di marcia del Fiscal Compact che scandisce
nel tempo gli impegni di riduzione del rapporto debito-PIL stabiliti nel
2012 a perfezionamento del Trattato di Maastricht.
E così, se si vogliono disinnescare le clausole IVA, occorre trovare i soldi da qualche parte a parità di deficit consentito. Se poi, magari, i 7 miliardi di lotta all’evasione ottimisticamente
annunciata dal governo vengono giudicati fantasiosi dalla Commissione,
allora ecco rinnovarsi la necessità di andare a rosicchiare da una parte
e dall’altra cominciando preferibilmente dalle briciole di Stato
sociale ancora esistenti.
Questa pietosa ricerca di risorse a scapito di
voci di spesa sociale trova una sua copertura ideologica nel conflitto
titanico tra obiettivi enfatizzato ad arte. I giovani e i bambini contro
gli anziani, la sanità contro le pensioni, la scuola contro i bambini
che consumano merendine e bevande gassate, le infrastrutture e gli
investimenti contro la spesa corrente per gli stipendi pubblici, i
diritti degli italiani contro i diritti degli immigrati; e, più
modestamente, il bonus di 240 euro a figlio proposto da Italia Viva
(peraltro a scapito dell’attuale sistema di detrazioni per figli a
carico) contro la presunta generosità di Quota 100.
Questo piano
ideologico, nel caso dell’attacco frontale a Quota 100, riveste a ben
vedere una funzione ancora più profonda che spiega, assieme
all’esercizio del triste conflitto tra obiettivi escludentisi nel
contesto dell’austerità e la lotta per una manciata di miliardi, la foga
con cui l’argomento viene trattato in queste settimane. Deve passare il
messaggio che una revisione anche blanda del sistema pensionistico
verso una minore rigidità di uscita è qualcosa di impensabile e di
gravemente lesiva dei diritti dei più giovani. Quando Marattin afferma
che Quota 100 è l’emblema della politica più ingiusta degli ultimi 25
anni, o quando si ripete ossessivamente che Quota 100 ipotecherà il
futuro dei giovani, si vuole affondare il coltello nella assurda e devastante idea secondo la quale esiste un inevitabile conflitto tra giovani e anziani e
secondo cui le pensioni godute dagli anziani di oggi sono soldi
permanentemente sottratti ai giovani che non solo soffrirebbero le
conseguenze dell’amaro destino del lavoro precario, ma sarebbero anche
costretti a finanziare i propri padri e nonni che hanno vissuto al di
sopra delle proprie possibilità al tempo delle vacche grasse.
La coerenza di simili argomentazioni si
scontra, però, con due questioni: in primo luogo, il problema della
precarietà del lavoro e la discontinuità lavorativa che indubbiamente
impediscono ai lavoratori di oggi di avere diritto ad una dignitosa
pensione futura si risolve, molto semplicemente, eliminando quella precarietà e quella discontinuità lavorativa,
non evitando agli anziani (ossia i lavoratori di ieri) di poter andare
in pensione prima. In secondo luogo, il tempo delle “vacche grasse” a
cui si allude, appellativo dispregiativo affibbiato ad un periodo in cui
era in vigore un sistema pensionistico di tipo retributivo e in cui l’importo della pensione media attesa era superiore rispetto a quello attuale,
era tale proprio perché, in ultima analisi, gli importi pensionistici
erano più alti rispetto agli odierni. Se, dunque, si affronta la
questione di un livello dignitoso della pensione per i lavoratori di
oggi, allora il problema risiede nella struttura del sistema
pensionistico attuale, e non nel fatto che, in sintesi, gli anziani di
oggi ricevono pensioni più elevate di quelle che percepiranno i loro
nipoti (gli anziani di domani).
È, dunque, questo, un attacco ideologico frontale che svia l’attenzione dal vero nemico comune, la classe sociale dominante, verso il falso nemico generazionale, i vecchi cosiddetti privilegiati figli dell’insostenibile e obsoleto stato sociale novecentesco. Un attacco ideologico ad un mondo che si vuol far scomparire,
in cui una buona e piena occupazione veniva logicamente vista come il
naturale preludio ad un forte sistema pensionistico pubblico e in cui a
nessuno saltava in mente di contrapporre gli interessi oggettivi di
giovani e anziani della stessa classe sociale.
Italia Viva e il PD, entrambi
manifestazione del progetto neoliberale nella sua variante
“progressista”, devono così svolgere a qualsiasi costo e ordinatamente
il ruolo materiale e ideologico per cui esistono come forze politiche.
Costi quel che costi, anche in termini di perdita di consenso elettorale
immediato. Lo stesso ruolo, del resto, che la Lega e i vari frammenti
di centro-destra devono svolgere cavalcando simili, ma diversi,
conflitti ed agitando il popolo contro analoghi, ma diversi, falsi
obiettivi. Nel mezzo, il sostanziale silenzio o la disarmante passività
post-ideologica dei 5 Stelle, nuovo ago della bilancia di un bipolarismo
risorto, buoni per ogni stagione ed ogni ammucchiata reclamata dai
padroni del vapore per stabilizzare il sistema politico sulle linee
della compatibilità con le politiche economiche dominanti. Immigrati,
anziani o lavoratori sindacalizzati, nella logica delle risorse scarse
cambia il capro espiatorio, ma non cambia l’obiettivo: coprire il volto
della classe dominante.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/10/2019
25/12/2017
Dalle necropoli a Yalta: le volte in cui MEB tentò di piazzare la banca
L’elenco delle persone importanti con cui Maria Elena Boschi ha parlato di Banca Etruria verrà pubblicato a dispense: sono centoottantasei volumi di quattrocento pagine l’uno, elegantemente rilegati, ma consiglio di tenere un po’ di posto nella libreria per quando usciranno gli aggiornamenti, come una volta l’Enciclopedia Britannica. Tutti gli incontri sono stati smentiti dall’interessata, anche con roboanti annunci di querele. Nella grande opera non mancano spunti storici, di costume, le ricostruzioni testimoniali, alcune tavolette di cera, papiri, molti sms, che – come dice la stessa Maria Elena al Corriere – lei cancella raramente e quindi può usare per sputtanare o intimorire qualcuno di qui e di là, se dovesse servire.
Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi Banca Etruria!”.
Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.
Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli Banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.
Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di Banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?
Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: Banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.
Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva Banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire Banca Etruria, ma senza fare pressioni.
Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.
Fonte
Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi Banca Etruria!”.
Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.
Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli Banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.
Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di Banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?
Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: Banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.
Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva Banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire Banca Etruria, ma senza fare pressioni.
Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.
Fonte
21/12/2017
Una buona notizia. Boschi affossa Renzi e il Pd
Come spesso ci accade di dire, avremmo fatto volentieri a meno di occuparci di certe cose maleodoranti. C’è sempre la sensazione che ti si appiccichino addosso, anche se ovviamente sei solo un osservatore (molto) esterno.
Ma le conseguenze della deposizione di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, sono un fatto politico. Dunque dobbiamo prenderne tutti atto.
La vicenda è nota, l’hanno ripetuta tutte le televisioni e i siti per una giornata intera: Ghizzoni ha riferito che Maria Elena Boschi, allora ministro “per le riforme costituzionali”, era andata da lui a chiedergli se la sua banca potesse assorbire Banca Etruria. Ovvero l’istituto vice-presieduto dal padre del ministro. “Mi chiese di valutare l’acquisizione della banca di Arezzo”.
E’ stata così confermata la “rivelazione scandalosa” contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore – fra l’altro – del Corriere della Sera e de IlSole24Ore. Circostanza prima negata dalla “signorina Meb” e ora ammessa sotto la rassicurante qualifica di “normale interesse all’economia del proprio territorio”.
Già questo, in una normale democrazia parlamentare, sarebbe sufficiente per pretendere – non “chiedere” – le dimissioni della signorina Meb da qualsiasi carica pubblica.
Peggio ancora. Ghizzoni ha dato conto anche delle pressioni fatte da Marco Carrai, con una mail in cui candidamente scriveva: “Ciao, Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti”. Come si fa in certi ambienti per caldeggiare l’assunzione di un raccomandato in qualità di scopino...
Carrai, però, non è un personaggio qualsiasi. Amico d’infanzia di Renzi, era anche colui che gli aveva messo a disposizione un appartamento quando era solo sindaco di Firenze. E quello che Renzi voleva investire della delega ai servizi segreti, visto che la sua attività imprenditoriale è nel campo della cyber security, ossia intercettazioni, controllo, controspionaggio (tra privati), blindatura di sistemi informatici, ecc. Non arrivò su quella sedia per l’opposizione compatta di tutti i corpi militari – “servizi” compresi – perché prefigurava una situazione intollerabile: le agenzie di spionaggio al servizio diretto di un singolo cittadino momentaneamente presidente del consiglio senza mai esser stato investito di un voto popolare. Magari non era questa la vera motivazione (i servizi hanno molto pelo sullo stomaco), magari c’erano altri interessi da tutelare, ma già solo il fatto di provare un colpo simile certifica da parte di Renzi una “cultura di governo” incompatibile con l’assetto costituzionale del paese.
Si aggiunga il fatto – reso noto in queste ore – che tra le “amicizie” (non feisbukkiane) di Carrai c’è gentaccia come Tony Blair o Michael Ledeen (romanziere ed ex capostazione della Cia in Italia), e il quadro assume contorni davvero horror...
Insomma: se Carrai riferisce “mi hanno chiesto di sollecitarti” significa “Renzi me l’ha chiesto”. Ma se è un Carrai a ricordartelo, puoi sentire tutto il peso di “poteri molto forti” sulle tue spalle (e dire che l’ad di Unicredit non è esattamente un “potere debole”). E, come riferisce Il Fatto, “sarà un caso, ma dopo il no all’acquisto della banca aretina la legge sui crediti fiscali – che interessava anche Unicredit – si arenò” in Parlamento. Senza spiegazioni. Risultato: un danno da 300 milioni per la prima banca italiana. Diciamo che quelli del “giglio magico” sanno come farsi capire...
Gli ultimi due giorni di audizioni in Commissione stanno insomma producendo un risultato opposto a quello voluto da Renzi quando ha preteso l’istituzione della Commissione stessa. Doveva servire ad addossare a Ignazio Visco e alla Banca d’Italia i fallimenti di un buon numero di banche italiane, sta affossando questa banda di provincia investita di poteri troppo grandi per i loro circuiti neuronali.
Basta guardare la preoccupazione con cui il dirttore di Repubblica, stamattina, arriva a chiedere alla Boschi di “farsi da parte per salvare i Dem”. Troppo poco e troppo tardi, perché è mediaticamente impossibile – dopo quattro anni di ammiccamenti e tacchi a spillo – disgiungere l’immagine della signorina Meb da quella di Renzi e dunque dal capo assoluto del Pd.
L’effetto politico è dunque evidente a tutti. I sondaggi vedono il Pd crollare di un punto a settimana. Per il 4 marzo – probabile data delle elezioni – rischia di finire addirittura sotto il 15%, il che finirebbe per eliminare l’asse portante del sistema politico degli ultimi dieci anni.
E’ una buona notizia.
Fonte
Ma le conseguenze della deposizione di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, sono un fatto politico. Dunque dobbiamo prenderne tutti atto.
La vicenda è nota, l’hanno ripetuta tutte le televisioni e i siti per una giornata intera: Ghizzoni ha riferito che Maria Elena Boschi, allora ministro “per le riforme costituzionali”, era andata da lui a chiedergli se la sua banca potesse assorbire Banca Etruria. Ovvero l’istituto vice-presieduto dal padre del ministro. “Mi chiese di valutare l’acquisizione della banca di Arezzo”.
E’ stata così confermata la “rivelazione scandalosa” contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore – fra l’altro – del Corriere della Sera e de IlSole24Ore. Circostanza prima negata dalla “signorina Meb” e ora ammessa sotto la rassicurante qualifica di “normale interesse all’economia del proprio territorio”.
Già questo, in una normale democrazia parlamentare, sarebbe sufficiente per pretendere – non “chiedere” – le dimissioni della signorina Meb da qualsiasi carica pubblica.
Peggio ancora. Ghizzoni ha dato conto anche delle pressioni fatte da Marco Carrai, con una mail in cui candidamente scriveva: “Ciao, Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti”. Come si fa in certi ambienti per caldeggiare l’assunzione di un raccomandato in qualità di scopino...
Carrai, però, non è un personaggio qualsiasi. Amico d’infanzia di Renzi, era anche colui che gli aveva messo a disposizione un appartamento quando era solo sindaco di Firenze. E quello che Renzi voleva investire della delega ai servizi segreti, visto che la sua attività imprenditoriale è nel campo della cyber security, ossia intercettazioni, controllo, controspionaggio (tra privati), blindatura di sistemi informatici, ecc. Non arrivò su quella sedia per l’opposizione compatta di tutti i corpi militari – “servizi” compresi – perché prefigurava una situazione intollerabile: le agenzie di spionaggio al servizio diretto di un singolo cittadino momentaneamente presidente del consiglio senza mai esser stato investito di un voto popolare. Magari non era questa la vera motivazione (i servizi hanno molto pelo sullo stomaco), magari c’erano altri interessi da tutelare, ma già solo il fatto di provare un colpo simile certifica da parte di Renzi una “cultura di governo” incompatibile con l’assetto costituzionale del paese.
Si aggiunga il fatto – reso noto in queste ore – che tra le “amicizie” (non feisbukkiane) di Carrai c’è gentaccia come Tony Blair o Michael Ledeen (romanziere ed ex capostazione della Cia in Italia), e il quadro assume contorni davvero horror...
Insomma: se Carrai riferisce “mi hanno chiesto di sollecitarti” significa “Renzi me l’ha chiesto”. Ma se è un Carrai a ricordartelo, puoi sentire tutto il peso di “poteri molto forti” sulle tue spalle (e dire che l’ad di Unicredit non è esattamente un “potere debole”). E, come riferisce Il Fatto, “sarà un caso, ma dopo il no all’acquisto della banca aretina la legge sui crediti fiscali – che interessava anche Unicredit – si arenò” in Parlamento. Senza spiegazioni. Risultato: un danno da 300 milioni per la prima banca italiana. Diciamo che quelli del “giglio magico” sanno come farsi capire...
Gli ultimi due giorni di audizioni in Commissione stanno insomma producendo un risultato opposto a quello voluto da Renzi quando ha preteso l’istituzione della Commissione stessa. Doveva servire ad addossare a Ignazio Visco e alla Banca d’Italia i fallimenti di un buon numero di banche italiane, sta affossando questa banda di provincia investita di poteri troppo grandi per i loro circuiti neuronali.
Basta guardare la preoccupazione con cui il dirttore di Repubblica, stamattina, arriva a chiedere alla Boschi di “farsi da parte per salvare i Dem”. Troppo poco e troppo tardi, perché è mediaticamente impossibile – dopo quattro anni di ammiccamenti e tacchi a spillo – disgiungere l’immagine della signorina Meb da quella di Renzi e dunque dal capo assoluto del Pd.
L’effetto politico è dunque evidente a tutti. I sondaggi vedono il Pd crollare di un punto a settimana. Per il 4 marzo – probabile data delle elezioni – rischia di finire addirittura sotto il 15%, il che finirebbe per eliminare l’asse portante del sistema politico degli ultimi dieci anni.
E’ una buona notizia.
Fonte
19/12/2017
Padoan scarica la Boschi (e Renzi)
Si rafforza ogni giorno la sensazione che la struttura portante del capitale multinazionale, finanziario e non, stia cambiando cavallo e dunque stia scaricando Matteo Renzi e la sua banda di baldi arrivisti.
La randellata arrivata ieri dal ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, è di quelle che fanno davvero male. Stava deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, voluta proprio dal Pd renziano per “provare” le colpe della Banca d’Italia nei numerosi scandali bancari degli ultimi anni. L’accusa, com’è noto, è quella di “mancata vigilanza” o addirittura di manipolazione del sistema tramite “consigli” sulle fusioni da effettuare tra istituti bancari.
Ma al centro sono finiti quasi subito gli incontri di Maria Elena Boschi con numerosi esponenti di primo piano del “sistema”, in cui la ex ministra delle “riforme costituzionali” e attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio in qualche modo perorava la causa di Banca Etruria, il cui vicepresidente era al tempo suo padre. Un clamoroso caso di conflitto di interessi, come minimo, che la “signorina Meb” prova da tempo a confutare alzando cortine fumogene (“normali incontri istituzionali”) o smentite presto smentite da altre testimonianze.
Fin qui, comunque, il sistema di protezione della Boschi aveva in qualche misura funzionato. La falla più grossa era stata aperta dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che aveva ammesso di aver incontrato la Boschi e di aver parlato di Banca Etruria, sia pure in termini generici. La reazione era stata furiosa e vagamente minacciosa (“Forse Vegas si è scordato, ma ho i messaggini, il 29 maggio 2014 lui mi chiese di incontrarci in modo inusuale a casa sua alle 8 di mattina. Io ho detto no, semmai alla Consob o al ministero...”), sollevando anche qualche pruderie da rotocalco.
Inevitabilmente, però, il problema era posto: Maria Elena Boschi si è interessata di banche pur non avendo alcuna delega governativa in materia (le “riforme costituzionali”, in effetti, sono argomento alquanto lontano dai caveau, anche se forse meno di quanto si possa pensare). E quindi lo ha fatto per iniziativa personale (addirittura familiare, visto il ruolo del padre) o su incarico informale del ministro competente?
Il ministro in questione è per l’appunto Padoan, tutt’ora in carica con Gentiloni. Che ha deposto scandendo queste parole:
“Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione”. Del resto, la responsabilità del settore bancario “è in capo al Ministro delle finanze che d’abitudine ne parla con il Presidente del Consiglio”. Anzi: “le discussioni a livello di governo sulle questioni relative a banche in situazioni di difficoltà avvenivano in modo molto continuo tra presidente del Consiglio e me, poi ci sono state altre rare occasioni in cui queste cose venivano discusse in gruppi più ampi di governo ma essenzialmente la discussione sui casi bancari è stata tra il presidente del Consiglio e il sottoscritto”.
La traduzione politica è semplice: la “signorina Meb” si è mossa per i fatti suoi, io non ne sapevo niente. Con un colpo di coda in più: il coinvolgimento del Presidente del Consiglio d’allora, cioè Renzi. Il quale ovviamente veniva informato delle questioni finanziarie rilevanti dal ministro e quindi – teoricamente – avrebbe potuto a sua volta informare la Boschi sugli sviluppi delle vicende riguardanti la banca vicepresiduta dal padre.
La banca toscana è stata poi “mandata in risoluzione” (tecnicamente fallita) insieme ad altri tre istituti.
Ma Padoan ha seminato anche altri “suggerimenti” che suonano implicitamente come un “toglietemi dai piedi questi dilettanti”. Per esempio quando ha dichiarato “Mi risulta che la nostra normativa sul conflitto di interessi sia una buona normativa. Si tratterebbe forse di applicarla con decisione”. Se fosse stato fatto, se ne può dedurre, non staremmo qui a trascinarci un caso come questo...
Di più ancora. Padoan ha indirettamente difeso l’operato complessivo della Banca d’Italia – e del suo governatore, Ignazio Visco, che Renzi voleva far rimuovere e che oggi sarà sentito dalla stessa Commissione d’inchiesta – sostenendo che “Pur riconoscendo che in alcuni singoli casi la vigilanza poteva fare meglio, ciò avveniva in contesto di cambiamento delle norme europee e di crisi economica”. Ma una simile insufficienza si è manifestata solo nel caso delle “banche venete”, su cui Padoan ha infierito: “Quello che avevo in mente è che ci possono essere stati ostacoli nella vigilanza” e “quello delle banche venete è un esempio nel quale la vigilanza non si è potuta esperire completamente. Negli altri casi non sono in grado di dire cosa sia successo in ognuno di essi”.
Padoan non è esattamente un pivello. Ha una storia come economista di formazione Pci (è stato anche nel Comitato Centrale della regione Lazio), poi Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia e quindi vice segretario generale dell’Ocse, fino a diventarne capo economista. Insomma, un “tecnico che sa di politica”, espressione diretta degli organismi sovranazionali che hanno fin qui governato la globalizzazione favorendo al massimo le “riforme” neoliberiste.
La sua deposizione, insomma, è stata qualcosa più di un siluro.
Fonte
La randellata arrivata ieri dal ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, è di quelle che fanno davvero male. Stava deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, voluta proprio dal Pd renziano per “provare” le colpe della Banca d’Italia nei numerosi scandali bancari degli ultimi anni. L’accusa, com’è noto, è quella di “mancata vigilanza” o addirittura di manipolazione del sistema tramite “consigli” sulle fusioni da effettuare tra istituti bancari.
Ma al centro sono finiti quasi subito gli incontri di Maria Elena Boschi con numerosi esponenti di primo piano del “sistema”, in cui la ex ministra delle “riforme costituzionali” e attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio in qualche modo perorava la causa di Banca Etruria, il cui vicepresidente era al tempo suo padre. Un clamoroso caso di conflitto di interessi, come minimo, che la “signorina Meb” prova da tempo a confutare alzando cortine fumogene (“normali incontri istituzionali”) o smentite presto smentite da altre testimonianze.
Fin qui, comunque, il sistema di protezione della Boschi aveva in qualche misura funzionato. La falla più grossa era stata aperta dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che aveva ammesso di aver incontrato la Boschi e di aver parlato di Banca Etruria, sia pure in termini generici. La reazione era stata furiosa e vagamente minacciosa (“Forse Vegas si è scordato, ma ho i messaggini, il 29 maggio 2014 lui mi chiese di incontrarci in modo inusuale a casa sua alle 8 di mattina. Io ho detto no, semmai alla Consob o al ministero...”), sollevando anche qualche pruderie da rotocalco.
Inevitabilmente, però, il problema era posto: Maria Elena Boschi si è interessata di banche pur non avendo alcuna delega governativa in materia (le “riforme costituzionali”, in effetti, sono argomento alquanto lontano dai caveau, anche se forse meno di quanto si possa pensare). E quindi lo ha fatto per iniziativa personale (addirittura familiare, visto il ruolo del padre) o su incarico informale del ministro competente?
Il ministro in questione è per l’appunto Padoan, tutt’ora in carica con Gentiloni. Che ha deposto scandendo queste parole:
“Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione”. Del resto, la responsabilità del settore bancario “è in capo al Ministro delle finanze che d’abitudine ne parla con il Presidente del Consiglio”. Anzi: “le discussioni a livello di governo sulle questioni relative a banche in situazioni di difficoltà avvenivano in modo molto continuo tra presidente del Consiglio e me, poi ci sono state altre rare occasioni in cui queste cose venivano discusse in gruppi più ampi di governo ma essenzialmente la discussione sui casi bancari è stata tra il presidente del Consiglio e il sottoscritto”.
La traduzione politica è semplice: la “signorina Meb” si è mossa per i fatti suoi, io non ne sapevo niente. Con un colpo di coda in più: il coinvolgimento del Presidente del Consiglio d’allora, cioè Renzi. Il quale ovviamente veniva informato delle questioni finanziarie rilevanti dal ministro e quindi – teoricamente – avrebbe potuto a sua volta informare la Boschi sugli sviluppi delle vicende riguardanti la banca vicepresiduta dal padre.
La banca toscana è stata poi “mandata in risoluzione” (tecnicamente fallita) insieme ad altri tre istituti.
Ma Padoan ha seminato anche altri “suggerimenti” che suonano implicitamente come un “toglietemi dai piedi questi dilettanti”. Per esempio quando ha dichiarato “Mi risulta che la nostra normativa sul conflitto di interessi sia una buona normativa. Si tratterebbe forse di applicarla con decisione”. Se fosse stato fatto, se ne può dedurre, non staremmo qui a trascinarci un caso come questo...
Di più ancora. Padoan ha indirettamente difeso l’operato complessivo della Banca d’Italia – e del suo governatore, Ignazio Visco, che Renzi voleva far rimuovere e che oggi sarà sentito dalla stessa Commissione d’inchiesta – sostenendo che “Pur riconoscendo che in alcuni singoli casi la vigilanza poteva fare meglio, ciò avveniva in contesto di cambiamento delle norme europee e di crisi economica”. Ma una simile insufficienza si è manifestata solo nel caso delle “banche venete”, su cui Padoan ha infierito: “Quello che avevo in mente è che ci possono essere stati ostacoli nella vigilanza” e “quello delle banche venete è un esempio nel quale la vigilanza non si è potuta esperire completamente. Negli altri casi non sono in grado di dire cosa sia successo in ognuno di essi”.
Padoan non è esattamente un pivello. Ha una storia come economista di formazione Pci (è stato anche nel Comitato Centrale della regione Lazio), poi Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia e quindi vice segretario generale dell’Ocse, fino a diventarne capo economista. Insomma, un “tecnico che sa di politica”, espressione diretta degli organismi sovranazionali che hanno fin qui governato la globalizzazione favorendo al massimo le “riforme” neoliberiste.
La sua deposizione, insomma, è stata qualcosa più di un siluro.
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Lo show della Boschi e il declino delle banche italiane
Da quando Billions, la serie tv dedicata alle trame della finanza americana, è visibile al pubblico del nostro paese è chiara a tutti la differenza tra questo genere di trame e quelle del sistema bancario del nostro paese. L’assoluta assenza di adrenalina, con la quale i media rappresentano queste vicende, favorisce la distrazione su questi temi. Anche perché, quando si tratta di rapporti tra politica e banche, invece delle rappresentazioni, comunque paludate, da cronache da consiglio di amministrazione prevalgono le narrazioni da salotto. Si tratta del solito salotto all’italiana, fatto di equivoci ereditati dal linguaggio della buona borghesia e indiscrezioni culturalmente originate dalla sacrestia, nel quale si creano due effetti. Nel primo i protagonisti litigano nella massima attenzione spettacolare, nel secondo solo gli stretti addetti ai lavori sono in grado di decodificare davvero quanto sta accadendo. Sono tutti fenomeni che hanno radici nella logica della società di corte: lo scandalo deve essere visibile a tutti, in modo che faccia effetto, il suo significato invece deve essere capito e governato da pochi. E che tutto questo abbia effetti nella nostra società è intuibile: lo stesso Norbert Elias, autore di un fondamentale La società di corte, arrivò a questo genere di studi partendo dall’esigenza di capire le origini della società liberale francese. Nel nostro mondo non è quindi un caso che le vicende bancarie siano mediaticamente rappresentate come uno scandalo di corte: i protagonisti devono essere visibili a tutti, per ratificare i cambiamenti di potere, ed essere comunque gestiti da un ristretto numero di persone. Del resto, nonostante tante mutazioni, anche nelle nostre società il potere vero è affare di pochi.
Certo, il triangolo delle rivelazioni tra De Bortoli, Vegas e la ministro Boschi, il teatro ristretto della commissione sugli scandali bancari, le narrazioni televisive sono materia da noia mortale. Il confronto tra protagonisti è giocato tutto sul rispetto dell’etichetta e privo, in apparenza, di contenuti. Travaglio che rimprovera la Boschi di essere dove non doveva essere è esemplare di questo modo di narrare le crisi bancarie. Maria Elena Boschi che si agita mentre risponde argomentando sul filo del rispetto della forma è il massimo che lo spettacolo può, in Italia, garantire. Eppure è evidente che tra potere (in declino) renziano e tradizionale potere bancario istituzionale (altrettanto in declino) lo scontro si è aperto almeno da prima della crisi di banca Etruria e delle altre tre consorelle. Ed è altrettanto evidente, almeno nelle intenzioni, che lo scontro in atto è sul controllo del sistema bancario italiano (in declino). Almeno nelle intenzioni, come abbiamo detto, perché la presenza francese nel settore, attraverso un intricato quanto evidente sistema di acquisizioni e partecipazioni, è tale da far pensare che il sistema sia in mano a Parigi oppure sia vicino a quest’esito. La Boschi e De Bortoli, e chi per loro, si trovano quindi di fronte ad un oggetto bancario del contendere che ha dimensioni minori rispetto alle aspettative (o ai desideri). Questo sempre senza contare il convitato di pietra, quello più grande e inquietante di tutti: quella dimensione della Fintech, la tecnologia finanziaria, che è destinata a cambiare irrimediabilmente il volto del sistema bancario italiano. Con la speranza che, come è accaduto per altri fenomeni, la sinistra italiana non se ne accorga dopo un quarto di secolo.
In Italia si potrebbe dire che manca tutta quella capacità di rappresentazione, a tinte forti quanto disperate, dello scontro tra poteri in fase di declino. Ma è meglio, piuttosto, entrare nella rappresentazione di quanto sta accadendo al sistema bancario italiano. Nodo tanto più essenziale nelle nostre economie tanto più ignorato da ciò che resta del mondo politico-sindacale della sinistra. Anche perché, se andiamo a vedere la sinistra più istituzionale, quella Cgil ed ex Pd asserragliatasi nella ridotta chiamata Liberi ed uguali, la linea è quella di sempre, visibile già dai lontanissimi anni ’70: allinearsi a quello che dice Bankitalia. Quindi non c’è bisogno di una strategia autonoma e, non a caso, scopriamo un altro terreno di scontro tra Renzi e Bersani, legato non all’articolo 18 ma alla tenuta degli assetti di potere sulle banche. A chi legge lasciamo la scelta di cosa accade, in questi soggetti, quando articolo 18 e assetti di potere bancario entrano in contraddizione. Anche se, pure qui, vale la regola in vigore per i precedenti protagonisti. Di quali poteri stiamo parlando quando Bankitalia si è vista ridurre, piano piano, le competenze tra cui la vigilanza, oggi esercitata dalla Bce, delle banche strategiche? Sarebbe una domanda da attendersi pubblicamente se non fosse che lo scontro sulle banche è tutto regolato dalle norme non scritte degli scandali di corte.
Ma andiamo oltre: su quale sistema bancario si esercita questo scontro, di corte per quanto ridotta, tra poteri renziani e poteri bancari tradizionali?
Evitiamo di parlare delle banche che hanno fatto parlare di sé nel recente passato (come le venete, Etruria etc.) dando per scontato che i danni – a risparmiatori, imprese familiari e non, lavoratori del comparto bancario – siano in qualche modo, anche doloroso, assorbiti. Mettiamo tra parentesi la questione, congelata perché fa comodo in Italia come a Francoforte, di come dovranno essere trattati in futuro i crediti deteriorati ancora esistenti. Evitiamo di dilungarci su come sono stati trattati i crediti deteriorati, e altri problemi bancari (con l’alternanza tra tosatura dei risparmiatori, clienti di alcune banche, e quella dei cittadini, con il fondo Gentiloni da 20 miliardi). La domanda reale qui si formula in questo modo: in presenza di uno scontro sul presunto controllo del sistema bancario, le banche producono valore?
La risposta è che le banche italiane continuano non solo ad essere in fase di declino di produzione di valore ma anche a finanziare poco l’economia reale. E questo anche se non fanno come le loro consorelle estere, ad esempio le tedesche, che si sono buttate a suo tempo, scottandosi, sulla finanza di rischio. Proprio questa situazione fa si che le banche italiane producano la stragrande maggioranza dei ricavi da attività con la clientela privata da una parte e con le istituzioni e l’amministrazione pubblica dall’altra. Con attività spesso tradizionali, con problemi di innovazione tecnologica che fanno pensare molto per la tenuta futura del sistema.
Il calo continuo dei ricavi, della messa a valore delle banche dalla clientela deriva nel settore privato dallo spread nullo o negativo sui depositi e dalla riduzione dei mutui casa su cui è pesata la situazione del mercato immobiliare (visto ora in ripresa). Il grande calo dei ricavi sulle imprese deriva invece dalla combinazione tra riduzione dei volumi dei prestiti e il calo dei tassi/spread praticati e molte volte decisamente bassi. Insomma, se il quantitative easing di Draghi ha calmierato il debito pubblico da un lato, da un altro ha messo, non solo in Italia (basta vedere il dibattito in Germania), le banche in croce da un altro: con minori tassi di interesse prestare denaro si è fatto molto più difficile in termini di guadagno.
Oltretutto nei confronti del numero, sempre più ridotto di imprese affidabili si è accesa, tra banche italiane, una forte concorrenza basata sul prezzo e non sulla qualità dei servizi. Insomma, le banche italiane sono nel bel mezzo di cambiamenti epocali (finanziari, tecnologici, economici) mentre attraversano un forte declino di redditività. Si spiega quindi perché lo spettacolo della politica sia tutto sullo scontro che le riguarda. Nel declino i poteri consolidati saltano e si apre lo scontro sul potere rimanente. Mentre il resto del mondo politico-sindacale assiste o parla con frasi senza molto senso.
Sul declino delle banche italiane è utile vedere il grafico che linkerblog ha pubblicato il mese scorso.
Come si nota nel periodo 2010-2016 si sono ristretti sia i prestiti alle imprese sia i margini di interesse (ricavi). Considerando che nel presente, e nelle previsioni sul futuro, non ci sono grosse variazioni da rilevare, abbiamo un sistema bancario che è in declino di produzione di valore e, allo stesso tempo, declina la propria fornitura di liquidità a imprese, singoli e famiglie.
Non è quindi un caso, nel mezzo dello scontro tra renziani e Bankitalia, che Berlusconi tenga una linea conciliante. Perché con questi problemi strutturali del sistema bancario non può che confermarsi la linea morbida che altro non è che la tradizionale attenzione del Berlusconi imprenditore per le banche (e i loro giochi). Da investitore sa che gli istituti di credito sono fondamentali per piccole e grandi aziende, e per un colosso come ancora è la sua. Non a caso già un anno fa Berlusconi, nel garantire a Paolo Gentiloni il suo sostanziale sostegno, aveva indicato proprio nella vicenda Mps, la banca senese, uno dei terreni di non belligeranza. E la sua difesa è proseguita, nonostante la linea critica di Renato Brunetta, lungo tutta la filiera che va dalle banche alla Bce, passando per la stessa Bankitalia.
Ma come finirà questo scontro? Finirà per prevalere una linea Berlusconi, di mediazione, o anche questa finirà per dissolversi nel declino delle banche italiane?
Invece di rispondere a queste domande come se fosse un quiz bisogna fare qualche considerazione.
La prima è che, a differenza del passato, sulle banche italiane (ammesso che il loro controllo complessivo sia ancora italiano e considerato che la loro vigilanza passa sostanzialmente dalla Bce) i fattori di ristrutturazione sono sempre meno in mano a poteri sovrani, nazionali. Ad esempio la rivoluzione Fintech – le tecnologie finanziarie di cui la banca online, la app bancaria, il bitcoin o il trading automatico sono solo una piccola parte dei prodotti in campo – viene da un altrove destinato a materializzarsi specie all’inizio della prossima, vicina decade. E si tratta di un settore che ha già mostrato di saper crescere a detrimento dei profitti del banking tradizionale. Un altrove che può cambiare antropologicamente un paese come lo fa una rivoluzione industriale visto che ridefinisce le condizioni di circolazione della ricchezza.
La seconda è che, per risolvere i conflitti all’interno del sistema bancario nazionale si pensa più ai consigli di amministrazione che alla crisi del valore (che suggerirebbe il ritrarsi di un privato incapace, tra l’altro, di fare profitti). Fubini sul Corriere ha pubblicato dei dati che indicano come poche famiglie, nel corso degli ultimi anni, hanno collezionato mezzo millennio complessivo di incarichi in un ristretto numero di istituti. Dati realistici, che mostrano tutto il nepotismo tipico da capitalismo di relazione del sistema bancario italiano. Il punto è che nel sistema bancario il problema non è solo, o tanto, il nepotismo ma la crisi del valore.
Il terzo è che, nel momento in cui candidati premier come Di Maio sponsorizzano pubblicamente, come esempio di buone pratiche, banche come Widiba (la banca online filiazione di MPS) deve esser chiara, per chi si presenta come forza di governo, sia la visione di sistema, sia la collocazione dei lavoratori, che la politica di sviluppo di tecnologie Fintech a uso pubblico in Italia (per non finire doppiamente colonizzati, sul piano finanziario come tecnologico). E qui – basta vedere la tragicomica vicenda della collocazione del taglio della deducibilità degli interessi bancari passivi che i grillini un giorno vedono come utile per il reddito di cittadinanza, un altro per l’assunzione dei precari della ricerca, un altro ancora per l’acquisto di una good bank e infine per finanziare l’autorecupero – diradare le nubi della retorica e della confusione non farebbe affatto male. C’è poi un ultimo punto che, se si attiva, farà sentire la sua forza devastante non tanto, o solo, sul sistema bancario-finanzario nazionale. E’ un punto ben esposto in questa infografica di finanza.com che ricorda come il 2000 e il 2007 abbiano visto una sola grande bolla mentre, ai nostri tempi, se ne preparano diverse.
Già, perché mentre le piume, come al solito, volano alte, e copiose, sopra il pollaio Italia sia la tecnologia sia le bolle proseguono i loro itinerari di mutazione e di distruzione economico-sociale. Disegnando, in prospettiva, un rapporto banche-società, e una struttura bancaria, molto diversa dall’attuale. Ma, del resto, il nostro paese è abituato a ratificare cambiamenti di cui non prevede l’arrivo, non ne percepisce l’estensione ma, in compenso, ne metabolizza la presenza rappresentandosi i fenomeni di farsa in farsa. E’ la società dell’avanspettacolo, nota specialità italiana, che dispiega le proprie luci kitch nella dissoluzione della politica.
Comunque vada, infine, la commissione Casini sulle banche che sembrava avviarsi tranquilla verso un esito ecumenico, o comunque pro Renzi, si è rivelata un qualcosa che è scoppiato in mano, finora, al solo segretario Pd e alla sua sodale Maria Elena Boschi. Gli scandali, nelle società di corte come oggi, hanno infatti sempre esiti imprevedibili. Renzi, abituato a gestire scandali da fiera del venerdì, probabilmente sperimenta ora quanto sottile, avvolgente e velenoso possa essere l’ambiente rarefatto del potere.
Redazione, 18 dicembre 2017
Fonte
Certo, il triangolo delle rivelazioni tra De Bortoli, Vegas e la ministro Boschi, il teatro ristretto della commissione sugli scandali bancari, le narrazioni televisive sono materia da noia mortale. Il confronto tra protagonisti è giocato tutto sul rispetto dell’etichetta e privo, in apparenza, di contenuti. Travaglio che rimprovera la Boschi di essere dove non doveva essere è esemplare di questo modo di narrare le crisi bancarie. Maria Elena Boschi che si agita mentre risponde argomentando sul filo del rispetto della forma è il massimo che lo spettacolo può, in Italia, garantire. Eppure è evidente che tra potere (in declino) renziano e tradizionale potere bancario istituzionale (altrettanto in declino) lo scontro si è aperto almeno da prima della crisi di banca Etruria e delle altre tre consorelle. Ed è altrettanto evidente, almeno nelle intenzioni, che lo scontro in atto è sul controllo del sistema bancario italiano (in declino). Almeno nelle intenzioni, come abbiamo detto, perché la presenza francese nel settore, attraverso un intricato quanto evidente sistema di acquisizioni e partecipazioni, è tale da far pensare che il sistema sia in mano a Parigi oppure sia vicino a quest’esito. La Boschi e De Bortoli, e chi per loro, si trovano quindi di fronte ad un oggetto bancario del contendere che ha dimensioni minori rispetto alle aspettative (o ai desideri). Questo sempre senza contare il convitato di pietra, quello più grande e inquietante di tutti: quella dimensione della Fintech, la tecnologia finanziaria, che è destinata a cambiare irrimediabilmente il volto del sistema bancario italiano. Con la speranza che, come è accaduto per altri fenomeni, la sinistra italiana non se ne accorga dopo un quarto di secolo.
In Italia si potrebbe dire che manca tutta quella capacità di rappresentazione, a tinte forti quanto disperate, dello scontro tra poteri in fase di declino. Ma è meglio, piuttosto, entrare nella rappresentazione di quanto sta accadendo al sistema bancario italiano. Nodo tanto più essenziale nelle nostre economie tanto più ignorato da ciò che resta del mondo politico-sindacale della sinistra. Anche perché, se andiamo a vedere la sinistra più istituzionale, quella Cgil ed ex Pd asserragliatasi nella ridotta chiamata Liberi ed uguali, la linea è quella di sempre, visibile già dai lontanissimi anni ’70: allinearsi a quello che dice Bankitalia. Quindi non c’è bisogno di una strategia autonoma e, non a caso, scopriamo un altro terreno di scontro tra Renzi e Bersani, legato non all’articolo 18 ma alla tenuta degli assetti di potere sulle banche. A chi legge lasciamo la scelta di cosa accade, in questi soggetti, quando articolo 18 e assetti di potere bancario entrano in contraddizione. Anche se, pure qui, vale la regola in vigore per i precedenti protagonisti. Di quali poteri stiamo parlando quando Bankitalia si è vista ridurre, piano piano, le competenze tra cui la vigilanza, oggi esercitata dalla Bce, delle banche strategiche? Sarebbe una domanda da attendersi pubblicamente se non fosse che lo scontro sulle banche è tutto regolato dalle norme non scritte degli scandali di corte.
Ma andiamo oltre: su quale sistema bancario si esercita questo scontro, di corte per quanto ridotta, tra poteri renziani e poteri bancari tradizionali?
Evitiamo di parlare delle banche che hanno fatto parlare di sé nel recente passato (come le venete, Etruria etc.) dando per scontato che i danni – a risparmiatori, imprese familiari e non, lavoratori del comparto bancario – siano in qualche modo, anche doloroso, assorbiti. Mettiamo tra parentesi la questione, congelata perché fa comodo in Italia come a Francoforte, di come dovranno essere trattati in futuro i crediti deteriorati ancora esistenti. Evitiamo di dilungarci su come sono stati trattati i crediti deteriorati, e altri problemi bancari (con l’alternanza tra tosatura dei risparmiatori, clienti di alcune banche, e quella dei cittadini, con il fondo Gentiloni da 20 miliardi). La domanda reale qui si formula in questo modo: in presenza di uno scontro sul presunto controllo del sistema bancario, le banche producono valore?
La risposta è che le banche italiane continuano non solo ad essere in fase di declino di produzione di valore ma anche a finanziare poco l’economia reale. E questo anche se non fanno come le loro consorelle estere, ad esempio le tedesche, che si sono buttate a suo tempo, scottandosi, sulla finanza di rischio. Proprio questa situazione fa si che le banche italiane producano la stragrande maggioranza dei ricavi da attività con la clientela privata da una parte e con le istituzioni e l’amministrazione pubblica dall’altra. Con attività spesso tradizionali, con problemi di innovazione tecnologica che fanno pensare molto per la tenuta futura del sistema.
Il calo continuo dei ricavi, della messa a valore delle banche dalla clientela deriva nel settore privato dallo spread nullo o negativo sui depositi e dalla riduzione dei mutui casa su cui è pesata la situazione del mercato immobiliare (visto ora in ripresa). Il grande calo dei ricavi sulle imprese deriva invece dalla combinazione tra riduzione dei volumi dei prestiti e il calo dei tassi/spread praticati e molte volte decisamente bassi. Insomma, se il quantitative easing di Draghi ha calmierato il debito pubblico da un lato, da un altro ha messo, non solo in Italia (basta vedere il dibattito in Germania), le banche in croce da un altro: con minori tassi di interesse prestare denaro si è fatto molto più difficile in termini di guadagno.
Oltretutto nei confronti del numero, sempre più ridotto di imprese affidabili si è accesa, tra banche italiane, una forte concorrenza basata sul prezzo e non sulla qualità dei servizi. Insomma, le banche italiane sono nel bel mezzo di cambiamenti epocali (finanziari, tecnologici, economici) mentre attraversano un forte declino di redditività. Si spiega quindi perché lo spettacolo della politica sia tutto sullo scontro che le riguarda. Nel declino i poteri consolidati saltano e si apre lo scontro sul potere rimanente. Mentre il resto del mondo politico-sindacale assiste o parla con frasi senza molto senso.
Sul declino delle banche italiane è utile vedere il grafico che linkerblog ha pubblicato il mese scorso.
Come si nota nel periodo 2010-2016 si sono ristretti sia i prestiti alle imprese sia i margini di interesse (ricavi). Considerando che nel presente, e nelle previsioni sul futuro, non ci sono grosse variazioni da rilevare, abbiamo un sistema bancario che è in declino di produzione di valore e, allo stesso tempo, declina la propria fornitura di liquidità a imprese, singoli e famiglie.
Non è quindi un caso, nel mezzo dello scontro tra renziani e Bankitalia, che Berlusconi tenga una linea conciliante. Perché con questi problemi strutturali del sistema bancario non può che confermarsi la linea morbida che altro non è che la tradizionale attenzione del Berlusconi imprenditore per le banche (e i loro giochi). Da investitore sa che gli istituti di credito sono fondamentali per piccole e grandi aziende, e per un colosso come ancora è la sua. Non a caso già un anno fa Berlusconi, nel garantire a Paolo Gentiloni il suo sostanziale sostegno, aveva indicato proprio nella vicenda Mps, la banca senese, uno dei terreni di non belligeranza. E la sua difesa è proseguita, nonostante la linea critica di Renato Brunetta, lungo tutta la filiera che va dalle banche alla Bce, passando per la stessa Bankitalia.
Ma come finirà questo scontro? Finirà per prevalere una linea Berlusconi, di mediazione, o anche questa finirà per dissolversi nel declino delle banche italiane?
Invece di rispondere a queste domande come se fosse un quiz bisogna fare qualche considerazione.
La prima è che, a differenza del passato, sulle banche italiane (ammesso che il loro controllo complessivo sia ancora italiano e considerato che la loro vigilanza passa sostanzialmente dalla Bce) i fattori di ristrutturazione sono sempre meno in mano a poteri sovrani, nazionali. Ad esempio la rivoluzione Fintech – le tecnologie finanziarie di cui la banca online, la app bancaria, il bitcoin o il trading automatico sono solo una piccola parte dei prodotti in campo – viene da un altrove destinato a materializzarsi specie all’inizio della prossima, vicina decade. E si tratta di un settore che ha già mostrato di saper crescere a detrimento dei profitti del banking tradizionale. Un altrove che può cambiare antropologicamente un paese come lo fa una rivoluzione industriale visto che ridefinisce le condizioni di circolazione della ricchezza.
La seconda è che, per risolvere i conflitti all’interno del sistema bancario nazionale si pensa più ai consigli di amministrazione che alla crisi del valore (che suggerirebbe il ritrarsi di un privato incapace, tra l’altro, di fare profitti). Fubini sul Corriere ha pubblicato dei dati che indicano come poche famiglie, nel corso degli ultimi anni, hanno collezionato mezzo millennio complessivo di incarichi in un ristretto numero di istituti. Dati realistici, che mostrano tutto il nepotismo tipico da capitalismo di relazione del sistema bancario italiano. Il punto è che nel sistema bancario il problema non è solo, o tanto, il nepotismo ma la crisi del valore.
Il terzo è che, nel momento in cui candidati premier come Di Maio sponsorizzano pubblicamente, come esempio di buone pratiche, banche come Widiba (la banca online filiazione di MPS) deve esser chiara, per chi si presenta come forza di governo, sia la visione di sistema, sia la collocazione dei lavoratori, che la politica di sviluppo di tecnologie Fintech a uso pubblico in Italia (per non finire doppiamente colonizzati, sul piano finanziario come tecnologico). E qui – basta vedere la tragicomica vicenda della collocazione del taglio della deducibilità degli interessi bancari passivi che i grillini un giorno vedono come utile per il reddito di cittadinanza, un altro per l’assunzione dei precari della ricerca, un altro ancora per l’acquisto di una good bank e infine per finanziare l’autorecupero – diradare le nubi della retorica e della confusione non farebbe affatto male. C’è poi un ultimo punto che, se si attiva, farà sentire la sua forza devastante non tanto, o solo, sul sistema bancario-finanzario nazionale. E’ un punto ben esposto in questa infografica di finanza.com che ricorda come il 2000 e il 2007 abbiano visto una sola grande bolla mentre, ai nostri tempi, se ne preparano diverse.
Già, perché mentre le piume, come al solito, volano alte, e copiose, sopra il pollaio Italia sia la tecnologia sia le bolle proseguono i loro itinerari di mutazione e di distruzione economico-sociale. Disegnando, in prospettiva, un rapporto banche-società, e una struttura bancaria, molto diversa dall’attuale. Ma, del resto, il nostro paese è abituato a ratificare cambiamenti di cui non prevede l’arrivo, non ne percepisce l’estensione ma, in compenso, ne metabolizza la presenza rappresentandosi i fenomeni di farsa in farsa. E’ la società dell’avanspettacolo, nota specialità italiana, che dispiega le proprie luci kitch nella dissoluzione della politica.
Comunque vada, infine, la commissione Casini sulle banche che sembrava avviarsi tranquilla verso un esito ecumenico, o comunque pro Renzi, si è rivelata un qualcosa che è scoppiato in mano, finora, al solo segretario Pd e alla sua sodale Maria Elena Boschi. Gli scandali, nelle società di corte come oggi, hanno infatti sempre esiti imprevedibili. Renzi, abituato a gestire scandali da fiera del venerdì, probabilmente sperimenta ora quanto sottile, avvolgente e velenoso possa essere l’ambiente rarefatto del potere.
Redazione, 18 dicembre 2017
Fonte
18/12/2017
Banca Etruria: tanto tuonò che piovve
Dunque, non ci avevo visto male, un mese e mezzo fa, quando scrissi che la sparata di Renzi contro Bankitalia era solo guerriglia
preventiva nei confronti della commissione Banche dove stava covando
l’attacco su Banca Etruria e che su questo si sarebbe giocato un bel
pezzo di campagna elettorale. Stiamo assistendo all’affondamento del Pd e
questo è il colpo di grazia.
Colpisce la velocità con cui tanti stanno abbandonando la barca che affonda e, a leggere Repubblica e l’Huffinghton in questi giorni, sembra di legge “Il Fatto”: nessuna clemenza, Renzi e Boschi sono gentilmente invitati a farsi da parte per salvare il salvabile della ditta Pd.
Il punto è che per il Pd non c’è più niente da fare. Possono anche pensare ad un veloce rimpiazzo con Gentiloni, in attesa di trovare un nuovo segretario, ma non bisogna essere frate indovino per prevedere la débacle elettorale del Pd.
Dicono che al Pd sono rassegnati ad un 25% (stessa quota di 5 anni fa) mentre temono un 20%: non hanno capito niente, se dovessero prendere il 20 dovrebbero andare scalzi alla Madonna di Lourdes per ringraziare.
Vedremo i sondaggi dei prossimi giorni, ma già da adesso non è difficile immaginare la via crucis che si prospetta davanti al Pd. Intanto per un po’ tutti continueranno a picchiare il tamburo sulla questione Etruria, ma subito dopo si aprirà la tragedia delle candidature.
Se ricordo bene il Pd ha un po’ più di 350 parlamentari, frutto in parte del premio di maggioranza indebitamente attribuitogli nel 2013, in parte della confluenza di Scelta Civica e di transfughi di Sel che hanno più che compensato gli scissionisti di sinistra. Di questa massa di deretani da allocare, è facile prevedere che, (per bene che vada e sperando che il quadrilatero “rosso” regga per gli uninominali) torneranno a sedersi non più di 150-160. E bisogna mettere nel conto le candidature degli esordienti (in particolare Renzi ne vorrà piazzare un po’) e forse qualche ospite come quelli provenienti da Capo Progressista o dagli alfaniani.
Insomma, degli attuali, forse ne rientreranno il 40%. Per di più, nessuno è in grado di prevedere dove avverrà la frana ed i seggi “sicuri”, fra capolista del proporzionale e collegi uninominali molto forti (ma ce ne sono ancora?) al massimo sono una quarantina alla Camera ed una ventina al Senato. La strage avverrà fra i numeri due ed i numeri tre dei listini e nei collegi uninominali in partibus infidelium.
Non ci vuole molto a capire che ci saranno risse da saloon per ottenere doppie candidature: la grande maggioranza dei candidati nei collegi uninominali chiederanno un buon piazzamento nei listini del proporzionale e i non capolista ugualmente vorranno almeno un paio di chances su cui puntare. E questo significa che o vanno tutti allo sbaraglio su una sola candidatura (ma chi accetterà di candidarsi senza nessuna speranza?) oppure, anche a concedere le doppie candidature con il bilancino del farmacista, già una bella fetta degli attuali parlamentari non sarà ricandidata.
E qui si porrà il problema delle minoranze: quanti posti vorrà concedere Renzi ad esse? E quale è la soglia oltre la quale si rischierebbe una nuova scissione? E quante fuoruscite individuali ci saranno?
Poi verrà la campagna elettorale che il Pd dovrà affrontare inesorabilmente da terzo, con la pressione di centrodestra e M5s che inviteranno al “voto utile”. Peraltro, la carta forte delle altre volte – il carisma di Renzi – non c’è più, perché ormai è polvere da sparo bagnata.
In queste condizioni, ditemi se il 20% non è una meta da leccarsi le dita!
Ed il peggio verrà dopo, quando il Pd sarà ufficialmente retrocesso nella serie B dei terzi o dei quarti: quanti ancora lo abbandoneranno?
A quel punto si aprirà ufficialmente il grande rimescolamento di carte del nostro sistema politico.
Fonte
Colpisce la velocità con cui tanti stanno abbandonando la barca che affonda e, a leggere Repubblica e l’Huffinghton in questi giorni, sembra di legge “Il Fatto”: nessuna clemenza, Renzi e Boschi sono gentilmente invitati a farsi da parte per salvare il salvabile della ditta Pd.
Il punto è che per il Pd non c’è più niente da fare. Possono anche pensare ad un veloce rimpiazzo con Gentiloni, in attesa di trovare un nuovo segretario, ma non bisogna essere frate indovino per prevedere la débacle elettorale del Pd.
Dicono che al Pd sono rassegnati ad un 25% (stessa quota di 5 anni fa) mentre temono un 20%: non hanno capito niente, se dovessero prendere il 20 dovrebbero andare scalzi alla Madonna di Lourdes per ringraziare.
Vedremo i sondaggi dei prossimi giorni, ma già da adesso non è difficile immaginare la via crucis che si prospetta davanti al Pd. Intanto per un po’ tutti continueranno a picchiare il tamburo sulla questione Etruria, ma subito dopo si aprirà la tragedia delle candidature.
Se ricordo bene il Pd ha un po’ più di 350 parlamentari, frutto in parte del premio di maggioranza indebitamente attribuitogli nel 2013, in parte della confluenza di Scelta Civica e di transfughi di Sel che hanno più che compensato gli scissionisti di sinistra. Di questa massa di deretani da allocare, è facile prevedere che, (per bene che vada e sperando che il quadrilatero “rosso” regga per gli uninominali) torneranno a sedersi non più di 150-160. E bisogna mettere nel conto le candidature degli esordienti (in particolare Renzi ne vorrà piazzare un po’) e forse qualche ospite come quelli provenienti da Capo Progressista o dagli alfaniani.
Insomma, degli attuali, forse ne rientreranno il 40%. Per di più, nessuno è in grado di prevedere dove avverrà la frana ed i seggi “sicuri”, fra capolista del proporzionale e collegi uninominali molto forti (ma ce ne sono ancora?) al massimo sono una quarantina alla Camera ed una ventina al Senato. La strage avverrà fra i numeri due ed i numeri tre dei listini e nei collegi uninominali in partibus infidelium.
Non ci vuole molto a capire che ci saranno risse da saloon per ottenere doppie candidature: la grande maggioranza dei candidati nei collegi uninominali chiederanno un buon piazzamento nei listini del proporzionale e i non capolista ugualmente vorranno almeno un paio di chances su cui puntare. E questo significa che o vanno tutti allo sbaraglio su una sola candidatura (ma chi accetterà di candidarsi senza nessuna speranza?) oppure, anche a concedere le doppie candidature con il bilancino del farmacista, già una bella fetta degli attuali parlamentari non sarà ricandidata.
E qui si porrà il problema delle minoranze: quanti posti vorrà concedere Renzi ad esse? E quale è la soglia oltre la quale si rischierebbe una nuova scissione? E quante fuoruscite individuali ci saranno?
Poi verrà la campagna elettorale che il Pd dovrà affrontare inesorabilmente da terzo, con la pressione di centrodestra e M5s che inviteranno al “voto utile”. Peraltro, la carta forte delle altre volte – il carisma di Renzi – non c’è più, perché ormai è polvere da sparo bagnata.
In queste condizioni, ditemi se il 20% non è una meta da leccarsi le dita!
Ed il peggio verrà dopo, quando il Pd sarà ufficialmente retrocesso nella serie B dei terzi o dei quarti: quanti ancora lo abbandoneranno?
A quel punto si aprirà ufficialmente il grande rimescolamento di carte del nostro sistema politico.
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05/12/2017
Scandalo banche e corruzione sistemica
I giornali titolano: “La campagna elettorale sulle Banche”.
Forse sarebbe meglio scrivere: “La campagna elettorale e il corrompimento sistemico”.
Un corrompimento sistemico che davvero ci permette di osservare un quadro politico, economico, di difesa dei privilegi di un establishment sempre più vorace e in grado di trasformarsi nei ruoli, nelle funzioni, nella logica di scambio del potere.
Banca d’Italia, lobbies, partiti più o meno fantasma, finanzieri vari o inventati sui quali emerge l’intoccabilità della BCE e dei suoi massimi dirigenti, banche e banchette curatrici di interessi personali, di gruppo e /o elettorali, questi gli attori della vicenda bancaria della quale stiamo seguendo le vicende di confusa lotta.
Si potrebbe però scrivere lo stesso della privatizzazione delle grandi imprese italiane oppure del trasferimento totale alla logica del profitto della sanità, del residuo stato sociale, della scuola, della pseudo – accoglienza ai migranti trasformata in affare per i predoni libici.
Una storia, per tornare alla vicenda delle banche, che richiama immediatamente alla necessità di analizzarla usando la categoria della “questione morale” intesa non tanto e solo in senso propriamente morale.
Uno spregevole trasformismo utilizzato – sia ben chiaro – ben oltre il classico terreno parlamentare (quello del “discorso di Stradella” tanto per intenderci) ma che percorre l’insieme delle funzioni che collegano privato e pubblico, prima fra tutte quelle che comportano la distribuzione del denaro come fattore di soddisfacimento delle esigenze dell’individualismo competitivo.
“Corrompimento sistemico” e “individualismo competitivo”: queste le categorie dominanti della classe che si vorrebbe dirigente in questo Paese.
Una classe autoproclamatasi dirigente (vieppiù peraltro priva di consenso) la cui caratteristica dominante è quella di non vedere altra contraddizione oltre a, del proprio interesse personale, al massimo di gruppo o di cordata.
Se intendiamo svolgere la similitudine più coerente al riguardo della situazione che stiamo vivendo forse.
è stata quella con la società del secondo impero francese e del ruolo che la finanza aveva in quel contesto.
Una società dominata da una casta di privilegiati nella quale si sovrappongono e intrecciano affari e politica, anzi dove politica e finanza si sostengono nel malaffare.
Lo stesso periodo nel corso del quale, anzi pochi anni dopo, in Italia esplose lo scandalo della Banca Romana. Anche in quel tempo dominava il trasformismo eletto, anzi, a modello istituzionale.
Quando si legge che Banca Etruria emetteva bond senza esserne autorizzata, vengono in mente Edmondo Dantes che elabora il trucco del telegrafo ottico per fare insider trading con i titoli d Spagna oppure – appunto – la Banca Romana che fa stampare le banconote false in Inghilterra.
Tutto si teneva allora, tutto si tiene adesso: controllori e controllati.
Assente da sempre il tanto proclamato “senso dello Stato” prevale il senso dell’egoismo, dell’accumulazione indiscriminata, della conservazione del potere. Una questione, prima di tutto, di cultura politica del cui senso si è ormai smarrito il significato profondo nel grande mare della tranquillità del privilegio e del soffocamento degli altri: senza nessuna pietà, senza nessuna visione di una moralità alternativa.
Non ci si azzardi, infine, a sostenere che argomentazioni del tipo di quelle contenute in questo intervento alimentano il qualunquismo perché non aiuterebbero a distinguere: la distinzione c’è ed è ben precisa, quella eterna tra sfruttati e sfruttatori, con buona pace di Menenio Agrippa.
Fonte
Forse sarebbe meglio scrivere: “La campagna elettorale e il corrompimento sistemico”.
Un corrompimento sistemico che davvero ci permette di osservare un quadro politico, economico, di difesa dei privilegi di un establishment sempre più vorace e in grado di trasformarsi nei ruoli, nelle funzioni, nella logica di scambio del potere.
Banca d’Italia, lobbies, partiti più o meno fantasma, finanzieri vari o inventati sui quali emerge l’intoccabilità della BCE e dei suoi massimi dirigenti, banche e banchette curatrici di interessi personali, di gruppo e /o elettorali, questi gli attori della vicenda bancaria della quale stiamo seguendo le vicende di confusa lotta.
Si potrebbe però scrivere lo stesso della privatizzazione delle grandi imprese italiane oppure del trasferimento totale alla logica del profitto della sanità, del residuo stato sociale, della scuola, della pseudo – accoglienza ai migranti trasformata in affare per i predoni libici.
Una storia, per tornare alla vicenda delle banche, che richiama immediatamente alla necessità di analizzarla usando la categoria della “questione morale” intesa non tanto e solo in senso propriamente morale.
Uno spregevole trasformismo utilizzato – sia ben chiaro – ben oltre il classico terreno parlamentare (quello del “discorso di Stradella” tanto per intenderci) ma che percorre l’insieme delle funzioni che collegano privato e pubblico, prima fra tutte quelle che comportano la distribuzione del denaro come fattore di soddisfacimento delle esigenze dell’individualismo competitivo.
“Corrompimento sistemico” e “individualismo competitivo”: queste le categorie dominanti della classe che si vorrebbe dirigente in questo Paese.
Una classe autoproclamatasi dirigente (vieppiù peraltro priva di consenso) la cui caratteristica dominante è quella di non vedere altra contraddizione oltre a, del proprio interesse personale, al massimo di gruppo o di cordata.
Se intendiamo svolgere la similitudine più coerente al riguardo della situazione che stiamo vivendo forse.
è stata quella con la società del secondo impero francese e del ruolo che la finanza aveva in quel contesto.
Una società dominata da una casta di privilegiati nella quale si sovrappongono e intrecciano affari e politica, anzi dove politica e finanza si sostengono nel malaffare.
Lo stesso periodo nel corso del quale, anzi pochi anni dopo, in Italia esplose lo scandalo della Banca Romana. Anche in quel tempo dominava il trasformismo eletto, anzi, a modello istituzionale.
Quando si legge che Banca Etruria emetteva bond senza esserne autorizzata, vengono in mente Edmondo Dantes che elabora il trucco del telegrafo ottico per fare insider trading con i titoli d Spagna oppure – appunto – la Banca Romana che fa stampare le banconote false in Inghilterra.
Tutto si teneva allora, tutto si tiene adesso: controllori e controllati.
Assente da sempre il tanto proclamato “senso dello Stato” prevale il senso dell’egoismo, dell’accumulazione indiscriminata, della conservazione del potere. Una questione, prima di tutto, di cultura politica del cui senso si è ormai smarrito il significato profondo nel grande mare della tranquillità del privilegio e del soffocamento degli altri: senza nessuna pietà, senza nessuna visione di una moralità alternativa.
Non ci si azzardi, infine, a sostenere che argomentazioni del tipo di quelle contenute in questo intervento alimentano il qualunquismo perché non aiuterebbero a distinguere: la distinzione c’è ed è ben precisa, quella eterna tra sfruttati e sfruttatori, con buona pace di Menenio Agrippa.
Fonte
01/12/2017
Renzi contro Bankitalia, scene da un paese moribondo
Tra Matteo Renzi e Licio Gelli (tappa intermedia, Silvio Berlusconi) c’è stata una costante lunga settant’anni: il bombardamento sistematico delle (poche) istituzioni repubblicane funzionanti con un briciolo di autonomia dal potere politico e/o partitico. Un processo lunghissimo, che sta ora arrivando al risultato finale.
La Banca d’Italia era stata fin qui una delle istituzioni più rispettate, tanto da esser considerata negli ultimi 30 anni una vera e propria “riserva della Repubblica”. Ovvero una fucina di funzionari di altissimo livello che potevano – in caso di difficoltà serissime nella gestione dello Stato (e di casi ce ne sono stati molti) – essere promossi a cariche governative di altissima responsabilità. Un elenco non lunghissimo, ma decisamente pesante, con nomi come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Domenico Siniscalco; senza ovviamente dimenticare quel Mario Draghi che in molti – ma non in Italia – vorrebbero seduto a Palazzo Chigi.
Solo un idiota, un massone o un criminale – in uno Stato liberale preoccupato di sopravvivere – può dedicare tempo ed energie a smontare la credibilità dei vertici della Banca d’Italia. Il Pd renziano lo fa da almeno tre anni con una pervicacia al limite della persecuzione.
Sia chiaro. Dal nostro punto di vista Bankitalia è oggi una filiale della Bce, un garante dei vincoli monetari e finanziari fissati dai trattati che tengono in vita l’Unione Europea. Dunque un’istituzione che svolge una funzione pesante del determinare le politiche neoliberiste decise a Bruxelles e Francoforte, ma applicate qui come in altri paesi.
Sembra dunque incomprensibile che “il” partito di governo che fa dell’“europeismo” l’unico straccio sventolabile sia impegnato a minare proprio l’istituzione italiana più efficiente del dispositivo Ue.
Stiamo alla cronaca. Ieri il Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, è stato “audito” dalla Commissione parlamentare di indagine sulle banche presieduta da Pierferdy Casini e voluta fermamente da Renzi. Il procuratore ha portato botti di benzina sotto la pira su cui il duo Renzi-Boschi sogna ancora di bruciare Ignazio Visco, appena riconfermato come Governatore della Banca d’Italia dal presidente del consiglio piddino Paolo Gentiloni.
Si parlava di Banca Etruria e l’accusa a via XX Settembre è stata quella di “omessa o scarsa vigilanza”. Non è stato mai difficile, per gli uomini di Visco, dimostrare il contrario, visto che già nel 2013 (prima che Renzi entrasse a Palazzo Chigi trascinandosi dietro Maria Elena) scriveva: “si ritiene che la Popolare (Banca Etruria aveva quello status, ndr) non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Insomma: che o porta i libri in tribunale o si fa assorbire da un altro istituto di “elevato standing”.
Sulla porta, pronta a ingoiare Etruria, c’era un solo pretendente: la Popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin, che non era affatto in condizioni migliori.
Tanto è bastato al procuratore Rossi per giudicare “strana” la posizione di Bankitalia, dipingendola come un suggerimento implicito all’allora cda di Etruria (in cui sedeva il padre della Boschi come vicepresidente) di “consegnarsi” ai vicentini.
E tanto è bastato ai renziani di stretta osservanza per scattare come un sol uomo in difesa del capo, della Boschi e di suo padre: “l’avevamo detto, noi!”.
Per la cronaca, bisogna anche sapere che un anno dopo Bankitalia rimproverava al cda di Etruria non di non essersi venduta ai veneti, ma di “non aver portato all’attenzione dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante”. Tradotto: i vertici di Etruria sapevano benissimo di essere tecnicamente falliti o quasi, che nessuno li voleva assorbire, e ciò nonostante nemmeno avvertivano i soci che un’offerta – per puzzolente che potesse essere – c’era. Quindi dritti verso il baratro, senza cercare neanche un’alternativa. Questo sì che è davvero “strano”...
Che si tratti di un “attacco politico” a Bankitalia è chiaro. Tutti fanno notare che il procuratore Rossi è stato consulente della Presidenza del consiglio fino a due anni fa. Insomma, l’accusatore subliminale di Visco era collaboratore di Renzi. Più che una coincidenza, un incidente...
Non ci addentreremo oltre nei contorti meandri della cronaca, anche per manifesta impossibilità di verificare le reciproche contestazioni. Ma ci appare chiaro che sulla vicenda delle banche fallite – che hanno tra l’altro truffato i propri correntisti rifilandogli obbligazioni non garantite spacciandole come “super-sicure” – si stia consumando uno scontro tra poteri piuttosto diversi e con riferimenti praticamente opposti.
Da un lato c’è l’istituzione tecnicamente più autorevole, coerente con la struttura “europea” che noi (nella nostra modestia) combattiamo. Dall’altra un grumo di interessi personali, familiari, massonici, locali, che per un miracolo di equilibri stranissimi è stato per tre anni ai vertici politici dello Stato e lì vorrebbe tornare presto, anche in coabitazione con Berlusconi e naturalmente senza dimenticare Verdini. E che pur di riuscirci è disponibilissima a distruggere quel poco che resta di “istituzioni credibili” in questo paese (dopo l’Iri, l’Istat, l’università, la scuola, la sanità, Alitalia, il trasporto pubblico, il sistema previdenziale e chi più ne ha più ne metta). Una disposizione distruttiva condivisa spesso, fin qui, proprio con quell’Unione Europea ordoliberista impegnata a distruggere il “modello sociale europeo”. Ma che gli si contrappone quando quella “livella” arriva a toccare “la robba mia”, quei piccoli anfratti oscuri entro cui un certo ceto politico-affaristico si riproduce e arricchisce.
E’ la storia della fogna italica, immutata nella struttura mentale, ma con qualche spin doctor più aggiornato.
Fonte
La Banca d’Italia era stata fin qui una delle istituzioni più rispettate, tanto da esser considerata negli ultimi 30 anni una vera e propria “riserva della Repubblica”. Ovvero una fucina di funzionari di altissimo livello che potevano – in caso di difficoltà serissime nella gestione dello Stato (e di casi ce ne sono stati molti) – essere promossi a cariche governative di altissima responsabilità. Un elenco non lunghissimo, ma decisamente pesante, con nomi come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Domenico Siniscalco; senza ovviamente dimenticare quel Mario Draghi che in molti – ma non in Italia – vorrebbero seduto a Palazzo Chigi.
Solo un idiota, un massone o un criminale – in uno Stato liberale preoccupato di sopravvivere – può dedicare tempo ed energie a smontare la credibilità dei vertici della Banca d’Italia. Il Pd renziano lo fa da almeno tre anni con una pervicacia al limite della persecuzione.
Sia chiaro. Dal nostro punto di vista Bankitalia è oggi una filiale della Bce, un garante dei vincoli monetari e finanziari fissati dai trattati che tengono in vita l’Unione Europea. Dunque un’istituzione che svolge una funzione pesante del determinare le politiche neoliberiste decise a Bruxelles e Francoforte, ma applicate qui come in altri paesi.
Sembra dunque incomprensibile che “il” partito di governo che fa dell’“europeismo” l’unico straccio sventolabile sia impegnato a minare proprio l’istituzione italiana più efficiente del dispositivo Ue.
Stiamo alla cronaca. Ieri il Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, è stato “audito” dalla Commissione parlamentare di indagine sulle banche presieduta da Pierferdy Casini e voluta fermamente da Renzi. Il procuratore ha portato botti di benzina sotto la pira su cui il duo Renzi-Boschi sogna ancora di bruciare Ignazio Visco, appena riconfermato come Governatore della Banca d’Italia dal presidente del consiglio piddino Paolo Gentiloni.
Si parlava di Banca Etruria e l’accusa a via XX Settembre è stata quella di “omessa o scarsa vigilanza”. Non è stato mai difficile, per gli uomini di Visco, dimostrare il contrario, visto che già nel 2013 (prima che Renzi entrasse a Palazzo Chigi trascinandosi dietro Maria Elena) scriveva: “si ritiene che la Popolare (Banca Etruria aveva quello status, ndr) non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Insomma: che o porta i libri in tribunale o si fa assorbire da un altro istituto di “elevato standing”.
Sulla porta, pronta a ingoiare Etruria, c’era un solo pretendente: la Popolare di Vicenza, guidata da Gianni Zonin, che non era affatto in condizioni migliori.
Tanto è bastato al procuratore Rossi per giudicare “strana” la posizione di Bankitalia, dipingendola come un suggerimento implicito all’allora cda di Etruria (in cui sedeva il padre della Boschi come vicepresidente) di “consegnarsi” ai vicentini.
E tanto è bastato ai renziani di stretta osservanza per scattare come un sol uomo in difesa del capo, della Boschi e di suo padre: “l’avevamo detto, noi!”.
Per la cronaca, bisogna anche sapere che un anno dopo Bankitalia rimproverava al cda di Etruria non di non essersi venduta ai veneti, ma di “non aver portato all’attenzione dei soci l’unica offerta giuridicamente rilevante”. Tradotto: i vertici di Etruria sapevano benissimo di essere tecnicamente falliti o quasi, che nessuno li voleva assorbire, e ciò nonostante nemmeno avvertivano i soci che un’offerta – per puzzolente che potesse essere – c’era. Quindi dritti verso il baratro, senza cercare neanche un’alternativa. Questo sì che è davvero “strano”...
Che si tratti di un “attacco politico” a Bankitalia è chiaro. Tutti fanno notare che il procuratore Rossi è stato consulente della Presidenza del consiglio fino a due anni fa. Insomma, l’accusatore subliminale di Visco era collaboratore di Renzi. Più che una coincidenza, un incidente...
Non ci addentreremo oltre nei contorti meandri della cronaca, anche per manifesta impossibilità di verificare le reciproche contestazioni. Ma ci appare chiaro che sulla vicenda delle banche fallite – che hanno tra l’altro truffato i propri correntisti rifilandogli obbligazioni non garantite spacciandole come “super-sicure” – si stia consumando uno scontro tra poteri piuttosto diversi e con riferimenti praticamente opposti.
Da un lato c’è l’istituzione tecnicamente più autorevole, coerente con la struttura “europea” che noi (nella nostra modestia) combattiamo. Dall’altra un grumo di interessi personali, familiari, massonici, locali, che per un miracolo di equilibri stranissimi è stato per tre anni ai vertici politici dello Stato e lì vorrebbe tornare presto, anche in coabitazione con Berlusconi e naturalmente senza dimenticare Verdini. E che pur di riuscirci è disponibilissima a distruggere quel poco che resta di “istituzioni credibili” in questo paese (dopo l’Iri, l’Istat, l’università, la scuola, la sanità, Alitalia, il trasporto pubblico, il sistema previdenziale e chi più ne ha più ne metta). Una disposizione distruttiva condivisa spesso, fin qui, proprio con quell’Unione Europea ordoliberista impegnata a distruggere il “modello sociale europeo”. Ma che gli si contrappone quando quella “livella” arriva a toccare “la robba mia”, quei piccoli anfratti oscuri entro cui un certo ceto politico-affaristico si riproduce e arricchisce.
E’ la storia della fogna italica, immutata nella struttura mentale, ma con qualche spin doctor più aggiornato.
Fonte
25/10/2017
Gentiloni, Boschi, Bersani e la commedia dell’arte
Dopo MDP anche Di Maio ha chiesto che la Boschi non partecipi al Consiglio di Ministri che dovrà decidere per la nomina del nuovo governatore di Bankitalia. Lei prima risponde picche, poi lo insulta e ed infine lo sfida a duello in TV ben sapendo che, con queste premesse, sarà ben difficile che Di Maio accetti. E’ il Boschi style: quell’inconfondibile mix di arroganza e sorrisetti di convenienza sparati a raffica.
Gentiloni, con aplomb, abbozza e conferma la presenza del suo sottosegretario al CdM del prossimo 27 ottobre. E la questione Unicredit contattata per salvare banca Etruria? La Boschi non querelò mica De Bortoli facendo scadere i tre mesi utili ad agosto. Ma è già acqua passata.
In ogni caso, la questione dell’opportunità della presenza di Maria Elena Boschi è del tutto secondaria e buona solo per rimarcare la presa di posizione di MDP in linea con l’asse che Gentiloni ha stabilito con un Mattarella preoccupato a fare scudo a difesa del governo.
Ma si tratta solo di una battaglia simbolica. Sulla sostanza, quel Consiglio dei Ministri, infatti, non avrà nessuna autonomia dal momento che la decisione sulla conferma o la successione a Ignazio Visco la prenderà Mario Draghi, cioè, il presidente della Banca Centrale Europea gerarchicamente sovraordinata a tutte le banche centrali nazionali dei 28 Stati membri dell’Unione europea.
La BCE, è, infatti, l’unico organismo che stampa moneta, a capo di tutte le Banche Centrali nazionali e che ha avocato a sé tutte le politiche monetarie ed economiche degli Stati membri.
Quegli stessi stati che devono sottostare a quel “fiscal compact” che sta costando, ad ognuno di essi, 45 miliardi in meno ogni anno di spesa pubblica con gravi conseguenze sull’occupazione e sui salari pubblici.
Quella BCE che stampa tonnellate di euro che poi continua a dare in prestito, a tassi vicini allo zero, alle banche private con cui queste ultime acquistano, poi, i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico.
E l’economia? La tanto agognata “crescita”? L’innovazione? L’occupazione? I servizi? Zero spaccato, tutte chiacchiere che servono a tenere in vita (grama) il residuale ceto politico e sindacale della morente “sinistra” italiana. Solo e sempre austerità a guardia di un sistema perverso che crea milioni di disoccupati, macelleria sociale e povertà di massa mentre arricchisce esponenzialmente gli azionisti delle banche private con il sangue dei popoli d’Europa, condannati a subire il ricatto di un debito eterno.
E allora tutto questo can-can ? Tutta fuffa che alimenta il teatrino mediatico della politica nazionale che, però, non conta più una cippa. Macché importa? In fondo siamo pur sempre il paese della commedia dell’arte.
Fonte
Gentiloni, con aplomb, abbozza e conferma la presenza del suo sottosegretario al CdM del prossimo 27 ottobre. E la questione Unicredit contattata per salvare banca Etruria? La Boschi non querelò mica De Bortoli facendo scadere i tre mesi utili ad agosto. Ma è già acqua passata.
In ogni caso, la questione dell’opportunità della presenza di Maria Elena Boschi è del tutto secondaria e buona solo per rimarcare la presa di posizione di MDP in linea con l’asse che Gentiloni ha stabilito con un Mattarella preoccupato a fare scudo a difesa del governo.
Ma si tratta solo di una battaglia simbolica. Sulla sostanza, quel Consiglio dei Ministri, infatti, non avrà nessuna autonomia dal momento che la decisione sulla conferma o la successione a Ignazio Visco la prenderà Mario Draghi, cioè, il presidente della Banca Centrale Europea gerarchicamente sovraordinata a tutte le banche centrali nazionali dei 28 Stati membri dell’Unione europea.
La BCE, è, infatti, l’unico organismo che stampa moneta, a capo di tutte le Banche Centrali nazionali e che ha avocato a sé tutte le politiche monetarie ed economiche degli Stati membri.
Quegli stessi stati che devono sottostare a quel “fiscal compact” che sta costando, ad ognuno di essi, 45 miliardi in meno ogni anno di spesa pubblica con gravi conseguenze sull’occupazione e sui salari pubblici.
Quella BCE che stampa tonnellate di euro che poi continua a dare in prestito, a tassi vicini allo zero, alle banche private con cui queste ultime acquistano, poi, i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico.
E l’economia? La tanto agognata “crescita”? L’innovazione? L’occupazione? I servizi? Zero spaccato, tutte chiacchiere che servono a tenere in vita (grama) il residuale ceto politico e sindacale della morente “sinistra” italiana. Solo e sempre austerità a guardia di un sistema perverso che crea milioni di disoccupati, macelleria sociale e povertà di massa mentre arricchisce esponenzialmente gli azionisti delle banche private con il sangue dei popoli d’Europa, condannati a subire il ricatto di un debito eterno.
E allora tutto questo can-can ? Tutta fuffa che alimenta il teatrino mediatico della politica nazionale che, però, non conta più una cippa. Macché importa? In fondo siamo pur sempre il paese della commedia dell’arte.
Fonte
21/10/2017
Le prossime elezioni? Le vincerà Draghi
Durante la prima Repubblica con l’espressione “governo balneare” si usava indicare un esecutivo nato con un mandato a breve termine, di transizione, con un profilo bassissimo in seguito al verificarsi di tensioni politiche all’interno di una maggioranza parlamentare.
E’ evidente come anche il governo Gentiloni abbia proprio quelle caratteristiche sebbene stia insperabilmente per raggiungere il primo anno di vita. Il suo Governo lo ha voluto Renzi che, certo, non poteva più metterci la faccia dopo la batosta referendaria del 4 dicembre 2016. Dunque, dopo una ritirata tattica (durata molto poco per la verità) Renzi è riapparso ed ha tracciato la nuova road map che prevede, innanzitutto, un progressivo tiro al piccione nei confronti di Gentiloni e del suo esecutivo onde cercare di recuperare almeno in parte l’immagine di rottamatore, affrancandosene sempre di più e nel disperato tentativo di recuperare quote di elettorato.
E’ così che Renzi ha dato il via alla sua personale campagna elettorale tirando la prima vera coltellata alla schiena di Gentiloni, com’è nel suo inconfondibile stile, prima di assestare il colpo finale.
Il retroscena è quello descritto da Francesco Verderami sul Corriere della Sera di ieri: Gentiloni era certamente ignaro del blitz organizzato dal segretario del PD, di cui è venuto a conoscenza «casualmente» , come ha spiegato a Mattarella. Ma c’è di più: “...la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi sapeva anzitempo del testo (che sul tema Banche non perde mai un appuntamento con il proprio personale conflitto di interesse). Dunque Gentiloni non è stato avvisato dal suo sottosegretario, cioè, Maria Elena Boschi, dell’imboscata che gli stava preparando Renzi.
Sembrerebbero solo beghe interne al PD, ma così non è. Siamo al redde rationem, il principale partito di governo si sta sfaldando e con questo sta per andare in crisi tutto l’establishment che si stava affezionando al duo Gentiloni-Minniti ed accarezzava la dolce illusione di andare verso una duratura fase di stabilità. Ma tant’è.
Lo strappo su Visco non sarà l’unico e sicuramente le risse dentro e fuori il PD sono destinate ad intensificarsi nei prossimi mesi, fino alla rottura finale tra PD e governo Gentiloni che, ormai, appare sempre più imminente.
Tutto ciò contribuirà a rendere sempre più profonda, anche in Italia, quella “crisi delle classi dirigenti” che si è manifestata, negli ultimi anni, in vari modi ed in paesi diversi ed a cui si cerca di sopperire, di volta in volta, con soluzioni tecniche, grandi coalizioni e/o politiche repressive.
Se questa è l’aria che tira, quali sono le prospettive? Se è vero che il Rosatellum ha spento, per ora, le velleità governative del M5S è anche vero che sia nel “centrodestra” che nel PD vi sono tanti a tali equivoci, destinati ad esplodere subito dopo le elezioni, da rendere impossibile qualsiasi governo “politico” duraturo e non “ balneare” com’è quello di Gentiloni.
Tanto più che la BCE sta preparandosi a chiudere il Quantitative Easing e Draghi dovrebbe darne notizia quanto prima. Solo negli ultimi due anni la BCE ha acquistato attraverso la Banca d’Italia 274 miliardi di titoli di Stato italiani al ritmo medio di 9 miliardi al mese (!).
Quando la conclusione dell’operazione Q.E. sarà effettiva inizieranno i dolori della restituzione e sarà “un momento storico sovraccarico di incognite, incertezze e paure come si scriveva in epigrafe: a nove anni dall’avvio, prima in America e poi in tutto il mondo, del quantitative easing, la manovra – senza precedenti su questa scala – di introduzione di dosi gigantesche di liquidità sui mercati mediante l’acquisto di bond per debellare la crisi, inizia la fase opposta”, come segnalava Franco Astengo in un articolo comparso su Contropiano a fine settembre scorso.
“Fase opposta” vuol dire che, presto, ricominceranno a piovere pietre, altro che ripresa. Insomma, la calma prima della nuova tempesta.
In un quadro siffatto che diviene ogni giorno più caotico e che pare destinato a non risolversi mediante nuove elezioni, si fa largo, sempre più insistentemente, l’ipotesi di un “piano B” che prevede, nel caso assai probabile di marasma post-elettorale, l’avvento di un nuovo governo tecnico di “salvezza nazionale” a guida proprio di Mario Draghi (ormai quasi a fine mandato) che, nei fatti, equivarrà al commissariamento dell’Italia da parte della UE ed alla consegna definitiva del paese alla Troika.
Un governo a marchio UE che avrà il compito di completare in Italia quel massacro sociale che ha già avuto il suo tragico laboratorio in Grecia. Draghi, d’altronde aveva già mandato un minaccioso avviso dichiarando, non molto tempo fa, che “non è più sostenibile un’Europa fatta di creditori e debitori”. Inoltre Draghi ha, chiarito, proprio l’altro ieri, da che parte intende riprendere il discorso sulle questioni interne italiane lodando il Jobs Act in quanto «esempio di vera riforma strutturale». Renzi, ovviamente, ha incassato con piacere.
Davanti ad un situazione del genere, tanto drammatica quanto produttiva di ampi spazi politici, risulta davvero sconfortante che ci sia ancora qualcuno, a sinistra, che crede di poter costruire un fronte alternativo al PD con chi sta sostenendo il Governo Gentiloni e che è arrivato, in questi giorni, persino a difendere il “profilo istituzionale” di uno come Vincenzo Visco in nome di un rinnovato governismo, della “credibilità di Bankitalia all’interno della BCE” e contro l’“antipolitica” di Renzi, concedendo, così, una serie di stupendi assist proprio al rinnovato furore iconoclasta di Renzi stesso.
Prima si comprende che questi sono i soliti binari morti di un ceto politico alla caccia disperata di un posto al sole e prima si potrà cominciare a lavorare ad una concreta e credibile ipotesi di opposizione e di alternativa nel paese per il paese che passa, certamente, per la costruzione di un fronte ampio cominciando però dal rompere subito ogni ambiguità riguardo le politiche dell’attuale governo che, come tutti gli altri, agisce in nome e per conto dell’Unione Europa mediante quel noto “pilota automatico” (definizione di Mario Draghi) per cui, qualsiasi siano e saranno le condizioni politiche e/o economiche dei paesi dell’area euro, qualsiasi sia il governo in carica nulla potrà fermare una serie di atti già definiti dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea.
Il primo appuntamento è con la manifestazione nazionale, il prossimo 11 novembre a Roma, contro la gabbia dell’Unione Europea promossa dalla Piattaforma Eurostop.
Fonte
E’ evidente come anche il governo Gentiloni abbia proprio quelle caratteristiche sebbene stia insperabilmente per raggiungere il primo anno di vita. Il suo Governo lo ha voluto Renzi che, certo, non poteva più metterci la faccia dopo la batosta referendaria del 4 dicembre 2016. Dunque, dopo una ritirata tattica (durata molto poco per la verità) Renzi è riapparso ed ha tracciato la nuova road map che prevede, innanzitutto, un progressivo tiro al piccione nei confronti di Gentiloni e del suo esecutivo onde cercare di recuperare almeno in parte l’immagine di rottamatore, affrancandosene sempre di più e nel disperato tentativo di recuperare quote di elettorato.
E’ così che Renzi ha dato il via alla sua personale campagna elettorale tirando la prima vera coltellata alla schiena di Gentiloni, com’è nel suo inconfondibile stile, prima di assestare il colpo finale.
Il retroscena è quello descritto da Francesco Verderami sul Corriere della Sera di ieri: Gentiloni era certamente ignaro del blitz organizzato dal segretario del PD, di cui è venuto a conoscenza «casualmente» , come ha spiegato a Mattarella. Ma c’è di più: “...la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi sapeva anzitempo del testo (che sul tema Banche non perde mai un appuntamento con il proprio personale conflitto di interesse). Dunque Gentiloni non è stato avvisato dal suo sottosegretario, cioè, Maria Elena Boschi, dell’imboscata che gli stava preparando Renzi.
Sembrerebbero solo beghe interne al PD, ma così non è. Siamo al redde rationem, il principale partito di governo si sta sfaldando e con questo sta per andare in crisi tutto l’establishment che si stava affezionando al duo Gentiloni-Minniti ed accarezzava la dolce illusione di andare verso una duratura fase di stabilità. Ma tant’è.
Lo strappo su Visco non sarà l’unico e sicuramente le risse dentro e fuori il PD sono destinate ad intensificarsi nei prossimi mesi, fino alla rottura finale tra PD e governo Gentiloni che, ormai, appare sempre più imminente.
Tutto ciò contribuirà a rendere sempre più profonda, anche in Italia, quella “crisi delle classi dirigenti” che si è manifestata, negli ultimi anni, in vari modi ed in paesi diversi ed a cui si cerca di sopperire, di volta in volta, con soluzioni tecniche, grandi coalizioni e/o politiche repressive.
Se questa è l’aria che tira, quali sono le prospettive? Se è vero che il Rosatellum ha spento, per ora, le velleità governative del M5S è anche vero che sia nel “centrodestra” che nel PD vi sono tanti a tali equivoci, destinati ad esplodere subito dopo le elezioni, da rendere impossibile qualsiasi governo “politico” duraturo e non “ balneare” com’è quello di Gentiloni.
Tanto più che la BCE sta preparandosi a chiudere il Quantitative Easing e Draghi dovrebbe darne notizia quanto prima. Solo negli ultimi due anni la BCE ha acquistato attraverso la Banca d’Italia 274 miliardi di titoli di Stato italiani al ritmo medio di 9 miliardi al mese (!).
Quando la conclusione dell’operazione Q.E. sarà effettiva inizieranno i dolori della restituzione e sarà “un momento storico sovraccarico di incognite, incertezze e paure come si scriveva in epigrafe: a nove anni dall’avvio, prima in America e poi in tutto il mondo, del quantitative easing, la manovra – senza precedenti su questa scala – di introduzione di dosi gigantesche di liquidità sui mercati mediante l’acquisto di bond per debellare la crisi, inizia la fase opposta”, come segnalava Franco Astengo in un articolo comparso su Contropiano a fine settembre scorso.
“Fase opposta” vuol dire che, presto, ricominceranno a piovere pietre, altro che ripresa. Insomma, la calma prima della nuova tempesta.
In un quadro siffatto che diviene ogni giorno più caotico e che pare destinato a non risolversi mediante nuove elezioni, si fa largo, sempre più insistentemente, l’ipotesi di un “piano B” che prevede, nel caso assai probabile di marasma post-elettorale, l’avvento di un nuovo governo tecnico di “salvezza nazionale” a guida proprio di Mario Draghi (ormai quasi a fine mandato) che, nei fatti, equivarrà al commissariamento dell’Italia da parte della UE ed alla consegna definitiva del paese alla Troika.
Un governo a marchio UE che avrà il compito di completare in Italia quel massacro sociale che ha già avuto il suo tragico laboratorio in Grecia. Draghi, d’altronde aveva già mandato un minaccioso avviso dichiarando, non molto tempo fa, che “non è più sostenibile un’Europa fatta di creditori e debitori”. Inoltre Draghi ha, chiarito, proprio l’altro ieri, da che parte intende riprendere il discorso sulle questioni interne italiane lodando il Jobs Act in quanto «esempio di vera riforma strutturale». Renzi, ovviamente, ha incassato con piacere.
Davanti ad un situazione del genere, tanto drammatica quanto produttiva di ampi spazi politici, risulta davvero sconfortante che ci sia ancora qualcuno, a sinistra, che crede di poter costruire un fronte alternativo al PD con chi sta sostenendo il Governo Gentiloni e che è arrivato, in questi giorni, persino a difendere il “profilo istituzionale” di uno come Vincenzo Visco in nome di un rinnovato governismo, della “credibilità di Bankitalia all’interno della BCE” e contro l’“antipolitica” di Renzi, concedendo, così, una serie di stupendi assist proprio al rinnovato furore iconoclasta di Renzi stesso.
Prima si comprende che questi sono i soliti binari morti di un ceto politico alla caccia disperata di un posto al sole e prima si potrà cominciare a lavorare ad una concreta e credibile ipotesi di opposizione e di alternativa nel paese per il paese che passa, certamente, per la costruzione di un fronte ampio cominciando però dal rompere subito ogni ambiguità riguardo le politiche dell’attuale governo che, come tutti gli altri, agisce in nome e per conto dell’Unione Europa mediante quel noto “pilota automatico” (definizione di Mario Draghi) per cui, qualsiasi siano e saranno le condizioni politiche e/o economiche dei paesi dell’area euro, qualsiasi sia il governo in carica nulla potrà fermare una serie di atti già definiti dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea.
Il primo appuntamento è con la manifestazione nazionale, il prossimo 11 novembre a Roma, contro la gabbia dell’Unione Europea promossa dalla Piattaforma Eurostop.
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20/05/2017
Boschi non querela De Bortoli, sconfitta certa
Non ce ne frega molto degli scandaletti di potere, è risaputo. Ma alcune questioni sono troppo chiarificatrici per essere lasciate passare sotto silenzio.
Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...
Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.
Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.
Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.
Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.
Fonte
Ricordate l’intemerata di Maria Elena Boschi contro Ferruccio De Bortoli – ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ore, 17 anni distribuiti in entrambe le cariche – reo di aver scritto nel suo ultimo libro che l’ex ministra (ora sottosegretaria, contestata, alla presidenza del Consiglio) aveva chiesto alll’a.d. di Unicredit Luigi Ghizzoni di salvare Banca Etruria? "La misura è colma – disse – ho già dato mandato ai miei avvocati"...
Non se ne fa più nulla. La querela non partirà. Almeno fino a quando l’avvocato difensore della giovine promessa aretina sarà Paola Severino, ex ministro della Giustizia, uno dei principali civilisti italiani. Lette le carte e studiato il caso, l’avvocato Severino ne ha concluso che sarebbe un suicidio, giudiziario e politico.
Fin quando la querela non parte, infatti, non ci sarà alcuna indagine. Intercedere per la banca vicepresieduta dal proprio genitore, infatti, non è un reato penale. E’ sicuramente un gesto rivelatore di un insanabile conflitto di interessi tra la funzione pubblica ricoperta e l’interesse privato, ancorché filiale. Ma questo riguarda la “coscienza istituzionale”, come si usa dire, dell’ex ministro/a. In altre parole, in un paese come la Francia o la Germania sarebbe stata costretta alle dimissioni... Ma se la Boschi decide di “adire alle vie legali” contro De Bortoli, allora ci sarà per forza un giudice obbligato ad ascoltare le parti (Maria Elena Boschi e lo stesso De Bortoli), oltre – ovviamente – all’unico testimone “terzo” di quel colloquio. Ossia Ghizzoni. Il quale, deponendo come “persona informata sui fatti” – ovvero come teste – sarebbe obbligato a dire “tutta la verità, nient’altro che la verità”. Pena l’imputazione.
Per la Boschi questa eventuale deposizione non costituirebbe dunque un generico “rischio”, ma la certezza di una sconfitta giudiziaria.
Che porterebbe con sé, naturalmente, la sua fine politica.
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10/05/2017
Boschi-Etruria e la fogna in cui sguazza la politichetta italica
La politica italiana di questi giorni è scaduta a livelli mai visti. E dire che ne abbiamo viste davvero tante...
Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...
Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...
Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...
Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.
Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?
Il fotomotaggio è di Dagospia
Fonte
Una serie di “scandali” sembrano originare da informazioni riservate, rilevabili solo da organismi autorizzati ad intercettare chiunque – anche in proprio, senza autorizzazione della magistratura – ma fornite ad una parte politica per azzoppare gli avversari; oppure da avversari interni allo stesso partito. E’ il caso dei “fondi Addiopizzo”, su cui circola un audio “rubato” nel 2016, in cui un membro dello staff del Movimento Cinque Stelle palermitano accusa il candidato Ugo Forello – avvocato e attuale candidato sindaco del M5S – di aver messo in piedi un “circuito meraviglioso” in cui “si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno tra Forello e Salvatore Caradonna”. Chiunque dei due ottenga l’incarico, l’altro viene nominato da Addio pizzo (un’associazione antiracket) come difensore di parte civile. In pratica, i due avrebbero costituito un mini-racket monopolizzando per via politica il piccolo ma remunerativo “mercato” degli imprenditori insidiati dalla mafia. Non proprio il massimo, in vista delle elezioni comunali...
Di genere appena diverso, ma diventato quasi “normale” nel corso dei decenni, è invece la messa in stato d’accusa davanti al Csm (Consiglio superiore della magistratura) del pm napoletano Henry John Woodcock – titolare dell’inchiesta su Romeo e la Consip, che ha coinvolto anche Tiziano Renzi, padre di cotanto figlio – per un’intervista in realtà mai data. Woodcock, infatti viene imputato per frasi dette parlando con altri magistrati e da qualcuno di questi riferite alla stampa. Coincidenza vuole, però, che il procedimento sia stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, uno dei trenta magistrati “salvati” dalla pensione grazie ad un decreto del governo Renzi. Una voce non certo “di sinistra” come quella di Pier Camillo Davigo – in quel momento presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex pm di “Mani pulite” – si alzò per dire che “questo governo vuole scegliersi i giudici”. Era accaduto anche ai tempi di Berlusconi e tutti avevano annuito...
Del resto, che al governo si facciano affari privati invece che pubblici – o addirittura contro gli interessi pubblici – non è una novità sconvolgente. Solo infame. Un esempio? L’inchiesta che ha portato in carcere Guido Fanelli, primario dell’ospedale di Parma, estensore della legge del 2010 che regola l’applicazione delle terapie del dolore. Un medico di grande livello, ben dentro il livello politico, tanto da essere chiamato a scrivere leggi, esprimere pareri decisivi nella promozione o bocciatura di un farmaco. Funzione importante e doverosa, se fosse fatta secondo scienza e coscienza. Purtroppo Fanelli – e dalle intercettazioni appare assolutamente consapevole di “muovere milioni” – preferiva farsi pagare dalle case farmaceutiche ogni giudizio, arrivando persino ad utilizzare i pazienti dell’ospedale come cavie inconsapevoli per testare i farmaci. "L’accordo lo facciamo io e te, facciamo come dici tu un carotaggio su 15/20 malate, le osserviamo, vediamo come va, pubblichiamo – nel senso che la cosa che interessa è che una volta quando abbiamo finito il carotaggio, facciamo un report ad uso interno”. O più rapidamente: “Facciamo noi lo studio di validazione (del farmaco, ndr), tanto i più forti siamo noi (...), venga da noi che le faccio vendere quella roba lì”. Scientifico, vero? Come corrotto, certamente...
Avete voglia di respirare aria pura? Beh, la notizia più normale viene da un maestro del giornalismo economico come Ferruccio De Bortoli, per 12 anni direttore del Corriere della Sera, per cinque anche de IlSole24Ore. Sta per uscire un suo libro – Poteri forti (o quasi) – in cui ad un certo punto, quasi distrattamente scrive: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
E’ il momento in cui il caso della banca di papà Boschi (era il vicepresidente, non un impiegatuccio) sta per esplodere, con la richiesta della Banca d’Italia di commissariarla. Non che in Italia manchino i modi, alla classe politica, di trovare soluzioni alle crisi bancarie, ma la procedura istituzionale è ormai codificata, come ricorda l’ottimo Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano: “Nei momenti di difficoltà di una banca è normale che i vertici del sistema, cioè il governo e la Banca d’Italia, chiedano riservatamente a un istituto più grande e più sano di intervenire per salvare la banca in crisi. Lo fanno di regola (non sempre) seguendo uno specifico galateo istituzionale. Le moral suasion emergenziali vengono fatte, con formale delicatezza, dal ministro dell’Economia e dal governatore della Banca d’Italia. Nei casi più drammatici scende in campo il presidente del Consiglio. Nei casi tragici può scendere in campo, in modo riservatissimo, anche il Quirinale. Non è un mistero che seguendo questo specifico cerimoniale il governo ha cercato a lungo e invano di convincere Intesa Sanpaolo a intervenire sul Monte dei Paschi”.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è una figlia ministro che intercede per la banca di papà... Anche nel capitalismo più sfrenato, infatti, si cerca di stabilire un confine ai conflitti di interesse.
Per la cronaca, Maria Elena Boschi ha annunciato querela contro De Bortoli. Federico Ghizzoni tace (è prassi, per un banchiere). Voi a chi credereste?
Il fotomotaggio è di Dagospia
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13/12/2016
Gentiloni strettamente sorvegliato...
Uno schiaffo in faccia al paese reale che ha seppellito sotto una valanga di NO un establishment servo di poteri sovranazionali e geneticamente masson-mafioso. Il Gentiloni One nasce come fotocopia pressoché esatta del fu Renzi Primo, con una sottolineatura addirittura esibita e decisamente sopra le righe della primazia del ducetto di Rignano sulla nuova formazione.
Come per il referendum sul memorandum in Grecia, insomma, il governo si rifiuta di “cambiare verso”, convinto che la volontà popolare non conti più nulla e che, insistendo, ci rassegneremo tutti.
Ma nell'incredibile lista di ministri che ha sfilato ieri sera al Quirinale per il rito del giuramento – quelli che volevano scassinare la Costituzione uno dietro l'altro a giurarle “fedeltà”, roba da vomito... – c'è qualcosa di più sottile che va colto subito.
Il dato principale resta quello della dominanza assoluta della Troika, che continua a privilegiare l'unico attore disponibile ad attuarne le direttive recitando in pubblico tutt'altra “narrazione”. Nonostante la batosta subita il 4 dicembre, insomma, il casting per trovare un sostituto altrettanto sfacciato non deve aver dato esiti convincenti.
E quindi la presa sul governo-bis andava mantenuta salda. Anzi, blindata. Persino una volpe esperta di relazioni interne al potere come Lucia Annunziata non ha saputo trattenere il sarcasmo nel vedere il ruolo attribuito a Maria Elena Boschi e Luca Lotti:
L'unico salvagente che il povero Gentiloni ha tenuto per sé è proprio la delega ai servizi segreti (che Renzi avrebbe voluto invece affidare alla “guardia del corpo”, Lotti. Un marziano piovuto sulla Terra si chiederebbe certamente da dove provenga tutto questo peso politico esibito da un giovanotto di appena 34 anni che non ha in curriculum null'altro che un rapporto privilegiato col “capo”. Ed è intorno alla catena di controllo su servizi e polizie che si deve essere giocato quel poco di contrasto tra il subentrante e il partente da Palazzo Chigi.
Del resto a Gentiloni si chiede di proseguire l'opera devastatrice, ma per poco tempo; quello sufficiente ad affrontare gli impegni internazionali di primavera (60° anninversario del Trattati di Roma, a marzo, e G7 a Taormina, a maggio). Nonché a prendersi la rampogna della Commissione Europea, che pretende una manovra correttiva lacrime e sangue, viste le pazze spese elettorali infilate da Renzi nella legge di stabilità 2017. C'è inoltre il nodo di una legge elettorale diversa dall'Italicum (di cui viene data per certa la bocciatura da parte della Corte Costituzionale), sia per la Camera che per il Senato, possibilmente “omogenee”. Ma il compito viene affidato ufficialmente al Parlamento, dove si moltiplicheranno gli inciuci per arrivare a una legge che garantisca una maggioranza che escluda gli ingovernabili – e dilettanteschi – “grillini”.
L'orizzonte è insomma giugno, nella testa del “caro leader” toscano. Poi alle elezioni, con lui incoronato segretario del Pd e candidato premier attraverso “primarie aperte” in cui i capi-clientela di tutta Italia porteranno valanghe di voti che con il Pd hanno un rapporto tutto “di scambio”.
Cosa può far deragliare questo treno lanciato a bomba? La mobilitazione popolare, in primo luogo. Campagna referendaria, voto e risultato hanno portato alla luce una insofferenza gigantesca e crescente verso questo establishment. E una voglia di contare che può e deve essere messa in rete, mobilitata, concentrata e diretta al raggiungimento di obiettivi non solo “difensivi” come nel caso del NO al referendum, ma soprattutto positivi, che rispondano ai bisogni sempre più evidenti di una popolazione impoverita.
Ma anche dentro il Palazzo non tutto sarà tranquillo. Questa masnada di “nominati” che affolla il Parlamento è mobile come la melma e bisognerà vedere se l'aver momentaneamente respinto l'assalto di Denis Verdini al ministero dell'istruzione (!) non costerà al povero Gentiloni qualche improvviso shock. Una volta stabilita una modalità di governo fondata sui “voti di fiducia”, è difficile tornare al tran tran degli emendamenti accettati e respinti, delle trattative sottobanco. E dunque i voti del piduista-pitreista-piquattrista potrebbero venire a mancare in qualsiasi momento.
Un'arma in più in mano a Renzi, nel caso venisse la tentazione di far arrivare questo governo alla scadenza di legislatura (febbraio 2018).
Si può capire. Un anno fuori dai giochi rischia di far scomparire lo splendore della retorica renziana dalla testa di quel 40% di “sì”. E non basteranno certo le interviste compiacenti, i tweet dalla panchina, la melassa familiare (in puro stile Silvio I°), a mantenere viva per così tanto tempo la presa sul pubblico votante...
Fonte
Come per il referendum sul memorandum in Grecia, insomma, il governo si rifiuta di “cambiare verso”, convinto che la volontà popolare non conti più nulla e che, insistendo, ci rassegneremo tutti.
Ma nell'incredibile lista di ministri che ha sfilato ieri sera al Quirinale per il rito del giuramento – quelli che volevano scassinare la Costituzione uno dietro l'altro a giurarle “fedeltà”, roba da vomito... – c'è qualcosa di più sottile che va colto subito.
Il dato principale resta quello della dominanza assoluta della Troika, che continua a privilegiare l'unico attore disponibile ad attuarne le direttive recitando in pubblico tutt'altra “narrazione”. Nonostante la batosta subita il 4 dicembre, insomma, il casting per trovare un sostituto altrettanto sfacciato non deve aver dato esiti convincenti.
E quindi la presa sul governo-bis andava mantenuta salda. Anzi, blindata. Persino una volpe esperta di relazioni interne al potere come Lucia Annunziata non ha saputo trattenere il sarcasmo nel vedere il ruolo attribuito a Maria Elena Boschi e Luca Lotti:
Nasce il Governo Gentiloni/Boschi, con guardia giurata Luca Lotti davanti all'ingresso. E l'ex Premier Renzi nel ruolo dello spirito di Rebecca, la prima moglie. […] Un uomo e una donna che dopo le dimissioni del loro leader non solo non fanno alcun passo indietro, ma acquistano ruoli più incisivi.Converrà tenere sempre a mente quali sono questi ruoli:
Maria Elena Boschi diventa unico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – come Gianni Letta, per capirci, al netto delle deleghe sulla intelligence, su cui torno tra poco. Luca Lotti viene promosso Ministro dello Sport (titolo fino a un certo punto trascurabile ma che gli darà possibilità di sedere nel Consiglio dei Ministri) mantenendo le due deleghe pesanti che che già aveva come sottosegretario: il Cipe, il dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica del Consiglio dei Ministri, cioè la gestione delle opere pubbliche, e le deleghe alla editoria, cioè la gestione dei fondi di aiuto di un settore così in crisi, e così determinante in politica, come quello dei media.Non ci vuole molto a trarne la conclusione: Gentiloni è solo un prestanome, ma considerato comunque un tantino infido (come da tradizione democristiana, del resto); quindi è sembrato necessario tenerlo sotto stretta sorveglianza, in modo da sapere in qualsiasi momento cosa pensa di fare e all'occorrenza fermarlo, condizionarlo, deviarlo. La Boschi sottosegretario unico alla presidenza del Consiglio è di fatto un vice primo ministro; non ci sarà alcuna decisione importante che possa sfuggire al suo controllo.
Tra Boschi e Lotti si somma insomma un potere di condizionamento non da poco dentro la cabina di regia del governo del paese.
L'unico salvagente che il povero Gentiloni ha tenuto per sé è proprio la delega ai servizi segreti (che Renzi avrebbe voluto invece affidare alla “guardia del corpo”, Lotti. Un marziano piovuto sulla Terra si chiederebbe certamente da dove provenga tutto questo peso politico esibito da un giovanotto di appena 34 anni che non ha in curriculum null'altro che un rapporto privilegiato col “capo”. Ed è intorno alla catena di controllo su servizi e polizie che si deve essere giocato quel poco di contrasto tra il subentrante e il partente da Palazzo Chigi.
Del resto a Gentiloni si chiede di proseguire l'opera devastatrice, ma per poco tempo; quello sufficiente ad affrontare gli impegni internazionali di primavera (60° anninversario del Trattati di Roma, a marzo, e G7 a Taormina, a maggio). Nonché a prendersi la rampogna della Commissione Europea, che pretende una manovra correttiva lacrime e sangue, viste le pazze spese elettorali infilate da Renzi nella legge di stabilità 2017. C'è inoltre il nodo di una legge elettorale diversa dall'Italicum (di cui viene data per certa la bocciatura da parte della Corte Costituzionale), sia per la Camera che per il Senato, possibilmente “omogenee”. Ma il compito viene affidato ufficialmente al Parlamento, dove si moltiplicheranno gli inciuci per arrivare a una legge che garantisca una maggioranza che escluda gli ingovernabili – e dilettanteschi – “grillini”.
L'orizzonte è insomma giugno, nella testa del “caro leader” toscano. Poi alle elezioni, con lui incoronato segretario del Pd e candidato premier attraverso “primarie aperte” in cui i capi-clientela di tutta Italia porteranno valanghe di voti che con il Pd hanno un rapporto tutto “di scambio”.
Cosa può far deragliare questo treno lanciato a bomba? La mobilitazione popolare, in primo luogo. Campagna referendaria, voto e risultato hanno portato alla luce una insofferenza gigantesca e crescente verso questo establishment. E una voglia di contare che può e deve essere messa in rete, mobilitata, concentrata e diretta al raggiungimento di obiettivi non solo “difensivi” come nel caso del NO al referendum, ma soprattutto positivi, che rispondano ai bisogni sempre più evidenti di una popolazione impoverita.
Ma anche dentro il Palazzo non tutto sarà tranquillo. Questa masnada di “nominati” che affolla il Parlamento è mobile come la melma e bisognerà vedere se l'aver momentaneamente respinto l'assalto di Denis Verdini al ministero dell'istruzione (!) non costerà al povero Gentiloni qualche improvviso shock. Una volta stabilita una modalità di governo fondata sui “voti di fiducia”, è difficile tornare al tran tran degli emendamenti accettati e respinti, delle trattative sottobanco. E dunque i voti del piduista-pitreista-piquattrista potrebbero venire a mancare in qualsiasi momento.
Un'arma in più in mano a Renzi, nel caso venisse la tentazione di far arrivare questo governo alla scadenza di legislatura (febbraio 2018).
Si può capire. Un anno fuori dai giochi rischia di far scomparire lo splendore della retorica renziana dalla testa di quel 40% di “sì”. E non basteranno certo le interviste compiacenti, i tweet dalla panchina, la melassa familiare (in puro stile Silvio I°), a mantenere viva per così tanto tempo la presa sul pubblico votante...
Fonte
15/11/2016
Boschi a Brescia. La propaganda della disperazione
Come a James Bond non bastava il mondo, evidentemente al PD non basta, ai fini della propria azione propagandistica a favore del Sì, l'invasione dei canali televisivi, l'appoggio da parte della Confindustria, da parte delle oligarchie finanziarie internazionali, da parte di Obama e dell'Ambasciata americana, la strumentale dilazione della data del referendum per poter spargere mance elettorali e il gioco sporco consistente nella lettera inviata ai residenti all'estero. Gli manca ancora l'appoggio della gente.
Così, al culmine della fantasiosa costruzione retorica sulle ragioni del SI, sciorinata con un suadente tono da venditrice telefonica dal Ministro Maria Elena Boschi il 12 novembre in una Brescia blindata dalla polizia, è arrivato un disperato appello ai militanti del PD affinché si attivino, coinvolgendo parenti e affini tutti, per portare in ogni casa (letteralmente porta a porta) e perfino fra i passeggeri degli autobus (è tutto vero, credetemi), l'opera di apostolato per il Sì.
I toni da ultima spiaggia impiegati la dicono lunga sulla reale posta in gioco della partita referendaria: la sopravvivenza stessa del Governo, con l'immagine e l'ego del presidente/segretario che hanno già dovuto subire un'incrinatura a causa dell'insuccesso alle elezioni amministrative della primavera scorsa. Sappiamo tutti che, al di la del merito della (pessima) riforma, il referendum del prossimo 4 dicembre rappresenta anche un giudizio sul Governo capeggiato da Renzi. Teniamo presente, inoltre, che la riforma della Costituzione è diretta emanazione di un'iniziativa legislativa del Governo.
Ma cominciamo con il chiederci perché il Presidente del Consiglio abbia voluto, salvo poi fare marcia indietro dopo la sconfitta della scorsa primavera, personalizzare e politicizzare il referendum, legandone l'esito alla sua stessa permanenza a Palazzo Chigi. Diversi sono, al riguardo, gli ordini di questioni: anzitutto il fatto che questo governo necessita di una continua legittimazione popolare. Esso è, anzitutto, nato da una clamorosa manovra di palazzo. Ora, questo, di per sé, non è un fatto eccezionale; la maggior parte delle crisi di governo dell'era repubblicana sono state crisi extraparlamentari.
Ma Renzi, per restare in sella, si è anche dovuto barcamenare fra maggioranze parlamentari a geometrie variabili in un Parlamento che sarebbe dovuto essere sciolto dopo la sentenza n. 1 del 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha sancito l'illegittimità della legge elettorale c.d. Porcellum.
Renzi si trova costretto, in altre parole, a ricercare una continua legittimazione “diretta” del suo esecutivo, quasi a dover sanare il suddetto vulnus “originario” al tessuto democratico del paese dato dalla sua permanenza al potere grazie alla fiducia di un Parlamento delegittimato.
Il che si sposa con un altro elemento di rilievo, la concezione carismatico-plebiscitaria del potere da parte del Premier, la quale lo ha portato ad ammantare di una sorta di millenarismo messianico il suo ruolo alla guida del Governo. Da qui deriva anche l'intonazione, data alla campagna per il Sì, da “ultima occasione per condurre il paese in una nuova era”.
C'è però un problema: è molto più facile, data la relativa inconsistenza politico-giuridica degli argomenti addotti dal Governo a favore del Sì, sottoporre la riforma a critica piuttosto che sostenerla. E i suoi promotori lo sanno, tanto che il cavallo di battaglia del Ministro Boschi al comizio di Brescia è stato, nientemeno, che “la chiarezza del quesito referendario”. Mi rendo conto che ciò è difficile a credersi, eppure è così! Secondo il Ministro per le Riforme, tanti non hanno letto il quesito che sarà riportato sulla scheda, ma non appena ciò dovesse avvenire, si spalancherebbe una sorta di verità rivelata. E' davvero l'ultima opportunità per cambiare il paese, una riforma per i prossimi 50 anni (non più 30 anni, come si diceva qualche mese fa). “Basta un semplice Sì” non è forse uno degli slogan concepiti dai comitati favorevoli alla riforma? Certamente non deve essere stato facile concepire uno slogan così insulso. Se non è questa politica-spettacolo, non so cos'altro possa richiamare alla mente.
Dopo questo esordio da incanto, ecco allora la lettura del quesito: “volete superare il bicameralismo paritario, ridurre i costi delle istituzioni, ridurre il numero dei parlamentari, abolire il Cnel e rivedere il Titolo V della Costituzione, semplificando il rapporto fra Stato e Regioni”. Pare proprio la materializzazione dei sogni di qualunque cittadino. Come si può resistere a un invito così chiaro e semplice? Impossibile votare No. A meno che non si sia studiata la riforma!
Perché solo in tal modo si comprende che, facendo un esame controfattuale delle perle di superficialità declamate, nell'ordine che segue, dal Ministro Boschi, i poteri del Governo cambiano eccome; il bicameralismo paritario non è affatto un elemento di arresto del processo legislativo (e, a sentire Maria Elena Boschi, addirittura di blocco delle vite dei cittadini); la riduzione dei costi (ma poi le istituzioni vanno viste come meri centri di costo?) grazie allo sfoltimento dei membri del Senato, se vi sarà, sarà risibile, e, la competitività, la crescita e la giustizia del paese non hanno nulla a che fare con la riforma.
L'ultima enormità, prima dell'arringa finale a scegliere il futuro dell'Italia, è poi arrivata col dire che i movimenti per il No non hanno predisposto una proposta di riforma costituzionale alternativa e migliore di quella sottoposta a referendum.
Soltanto che, occorre domandarsi, chi voleva una riforma costituzionale? Nessun cittadino ha in cima alla lista dei propri problemi la riforma della Costituzione. Si è trattato esclusivamente di un'iniziativa governativa rivolta a dare a un governo populista, e che poco conta a livello internazionale, una parvenza di missione innovatrice. Ma, di nuovo, essendo questo governo, dati gli interessi che rappresenta, soltanto in grado di modificare in peggio le vite della maggioranza dei cittadini, sempre nell'ambito della politica-spettacolo la sua riforma si inscrive. Si, perché il paese, a dispetto della grancassa mediatica schierata a favore di Renzi, a causa della pessima politica economica e del lavoro messa in atto dal Governo non sta affatto uscendo dalle secche della crisi. E se non fosse stato per l'aiuto esogeno fornito dalla politica monetaria di Draghi, la situazione sarebbe perfino peggiore.
La realtà è che la riforma mira alla creazione di condizioni interne ideali per un “uomo forte”, che sia al contempo fedele esecutore di ordini esterni provenienti da parte di poteri sovranazionali, pubblici e privati, per proseguire la sua missione originaria: lo smantellamento di ciò che rimane dello “stato sociale”.
Fonte
17/08/2016
Vignette e sessismo: la polemica sulla vignetta de Il Fatto
Intervengo a freddo sulla questione della vignetta pubblicata da Mannelli sul Fatto schierandomi decisamente dalla parte di Travaglio: le accuse di sessismo a Mannelli non stanno in piedi.
Stiamo ai fatti: il Ministro Boschi si è
recata in una manifestazione per il Si al referendum ed è stata
fotografata seduta con una gonna cortissima che scopriva generosamente
le gambe ed in atteggiamento procace. La vignetta che avete visto è
esattamente la versione a disegno di quella foto, né più né meno. Unico
rilievo possibile, la battuta “Lo stato delle cos(c)e” che francamente
trovo un po’ banale, da goliardia d’antan, ma mi spiegate dove è il
“sessismo” contro cui si urla?
A me pare che sia il ministro a fare un
uso improprio di certi argomenti, usando la sua indubbia capacità
seduttiva in ambiti in cui questo non dovrebbe esser fatto. Certo, non è
reato e ad alcuni potrà sembrare perfettamente lecito che un ministro
della Repubblica si presenti anche in bikini ad un comizio, non
eccepisco, ma se poi qualcuno rimarca la cosa segnalando (in questo caso
con una vignetta) questo comportamento un po’ insolito, non se la
prenda. E dunque, se la ministra se ne va a manifestazioni
ufficiali conciata da soubrette, si convinca che la vignetta se l’è
andata a cercare.
Qualche tempo fa il trattamento “anti
sessista” venne riservato al presidente della Regione Campania, De Luca
per una innocua battuta sulla Raggi (“bambolina imbambolata”): fu subito
sommerso dal coro delle donne del suo partito: “Devi scusarti... devi
avere rispetto... questo è sessismo” eccetera. Era difesa di una donna,
anche se politicamente di altro partito? Quanta sensibilità! E come mai
non ci fu una reazione analoga, quando, con il suo consueto
coloritissimo linguaggio, insolentì la Bindi (pure compagna di partito)
che lo aveva incluso fra gli “impresentabili”? Difesa cavalleresca delle
minoranze? Ma nemmeno per sogno: semplicemente De Luca mostra da
qualche tempo un atteggiamento troppo indipendente nei confronti di
Renzi e, talvolta, azzarda critiche, pur essendo del correntone di
maggioranza, per cui dargli una ridimensionata usando questo facile
argomento tornava utile e faceva anche fare bella figura.
Il fatto è che qui il sessismo non c’entra nulla.
Si tratta solo di una volgare speculazione politica avvolta in una
versione un po’ rancida del femminismo. Pruriti censori in carta rosa. E’ solo una delle tattiche preferite dalle (da una parte delle) donne
del Pd. La cosa sta diventando assolutamente insopportabile, una forma
di censura isterica ed inquisitoria.
Capiamoci: so perfettamente che
nei confronti delle donne gli uomini hanno spesso abusato, che troppo
spesso, nella polemica politica, si affacciano effettivamente pregiudizi
anti femministi a volte con sgradevoli punte di volgarità maschilista.
Sono perfettamente d’accordo con il rispetto delle persone, ma in
politica è normale che ci siano polemiche anche aspre ed allora, se del
ministro tal dei tali posso dire che è un somaro calzato e vestito ed un
cretino assoluto (salvo poi dimostrare il perché di queste qualifiche),
perché di una ministra non posso dire che è una incompetente totale ed
un’oca? Non stiamo dicendo che è oca perché donna, ma che lo è perché
persona poco intelligente. E ci sono donne intelligentissime e maschi
totalmente imbecilli: siamo d’accordo. Ma perché, grazie al femminismo,
non esistono più cretine, arrampicatrici sociali, corrotte, intriganti e
meretrici varie? Esistono come sono sempre esistite. Certo, un po’ di
cautela nell’usare certi argomenti nei confronti di una donna è
opportuna (e non solo per ragioni di ordine penale).
Le parole vanno pesate e le qualifiche
dimostrate. Insomma, io storico posso dire che la famiglia Petacci (e il
fratello in particolare) usò il rapporto che Claretta aveva con il Duce
per arricchirsi o faccio del sessismo? Poi è giusto avere rispetto
anche di Claretta che subì la sorta che sappiamo perché amante del
Duce, il che è da condannare.
Insomma il rispetto che si deve
(si deve, sottolineo) alle donne non può diventare un argomento censorio
per imbavagliare il dibattito politico.
10/08/2016
L’ultima di Renzi: “la riforma? l’ha scritta Napolitano, mica io”
Bisogna avere uno stomaco forte per ascoltare i comizietti di Renzi. Mentre si avvicina l’ora del redde rationem – da lui stesso fissato al risultato referendario, ma in tutt’altro contesto – più diventa squacquaronato il suo “argomentare”, più diventano espliciti i ricatti e persino le chiamate di correo.
La sua performance alla ex festa de l’unità, a Bosco Albergati (Modena) ha battuto diversi record che sembravano insuperabili.
L’odore della sconfitta e del fine carriera deve essere fortissimo, se il contafrottole nazionale è arrivato ad ammettere un proprio errore:
“Anche io ho sbagliato a dare dei messaggi: questo referendum non è il mio referendum, perché questa riforma ha un padre che si chiama Giorgio Napolitano. Ho fatto un errore a personalizzare troppo, bisogna dire agli italiani che non è la riforma di una persona, ma la riforma che serve all’Italia”.
Si tratta, come si vede, di un tentativo molto goffo di sciogliersi la pietra da collo, da lui stesso intrecciata. Più interessante è però l’attribuzione dell’aborto anticostituzionale chiamato “riforma” a quello che fin dall’inizio era apparso il Saruman che ha costantemente lavorato ad affossare la Costituzione nata dalla Resistenza. Una “personalizzazione diversa” che già solo per questo toglie qualsiasi credibilità alla pretesa di descrivere quell’aborto come “la riforma che serve all’Italia”, e quindi allo stesso “premier”.
Il resto è la solita paccottiglia avariata. Il referendum “non c’entra niente con la legge elettorale”, come se non fosse evidente che proprio l’Italicum è la chiave di volta che consegna a una lista assolutamente minoritaria nel paese (ben che vada, col 30% dei votanti; quasi la metà, se si tiene conto di tutti gli aventi diritto) la possibilità di controllare tutti i poteri (il legislativo, ossia la sola Camera dei deputati, oltre al governo, alla nomina dei nuovi membri della Corte Costituzionale, allo stesso Presidente della Repubblica, alla Rai, ecc), così come previsto dalla “riforma”.
L’unica altra novità riguarda il tentativo di “comprare” il voto referendario dei poveri – in rapidissima crescita, come certificato dall’Istat – con pochi spiccioli: “Se il referendum passa, i 500 milioni risparmiati sui costi della politica, pensate che bello metterli sul fondo della povertà e darli ai nostri concittadini che non ce la fanno”. Fatti due rapidi calcoli, e tenendo conto solo dei “poveri assoluti” (ma anche quelli “relativi” non se la passano troppo bene), quei 500 milioni si tradurrebbero in... 150 euro a testa. Una tantum, in cambio di una costituzione di impianto piduista che potrebbe restare lì per decenni...
A confronto, la sua prediletta Maria Elena Boschi è stata quasi meno volgare. Poverina, ha soltanto evidenziato la sua ignoranza assoluta in diritto costituzionale, pronunciando la frase insulsa che compare oggi su tutti i giornali: “Chi propone di votare No non rispetta il Parlamento”. Ignora, semplicemente, tutta la parte che obbliga alla consultazione referendaria nel caso una riforma costituzionale non sia stata approvata a maggioranza qualificata, ossia superiore ai due terzi. Certo, per una che ha messo faccia sulla “riforma voluta da Napolitano” – come confessa solo ora Renzi – è un difetto grave, ma in fondo l’avevano capito tutti che lei ci stava mettendo solamente la firma.
Fonte
La sua performance alla ex festa de l’unità, a Bosco Albergati (Modena) ha battuto diversi record che sembravano insuperabili.
L’odore della sconfitta e del fine carriera deve essere fortissimo, se il contafrottole nazionale è arrivato ad ammettere un proprio errore:
“Anche io ho sbagliato a dare dei messaggi: questo referendum non è il mio referendum, perché questa riforma ha un padre che si chiama Giorgio Napolitano. Ho fatto un errore a personalizzare troppo, bisogna dire agli italiani che non è la riforma di una persona, ma la riforma che serve all’Italia”.
Si tratta, come si vede, di un tentativo molto goffo di sciogliersi la pietra da collo, da lui stesso intrecciata. Più interessante è però l’attribuzione dell’aborto anticostituzionale chiamato “riforma” a quello che fin dall’inizio era apparso il Saruman che ha costantemente lavorato ad affossare la Costituzione nata dalla Resistenza. Una “personalizzazione diversa” che già solo per questo toglie qualsiasi credibilità alla pretesa di descrivere quell’aborto come “la riforma che serve all’Italia”, e quindi allo stesso “premier”.
Il resto è la solita paccottiglia avariata. Il referendum “non c’entra niente con la legge elettorale”, come se non fosse evidente che proprio l’Italicum è la chiave di volta che consegna a una lista assolutamente minoritaria nel paese (ben che vada, col 30% dei votanti; quasi la metà, se si tiene conto di tutti gli aventi diritto) la possibilità di controllare tutti i poteri (il legislativo, ossia la sola Camera dei deputati, oltre al governo, alla nomina dei nuovi membri della Corte Costituzionale, allo stesso Presidente della Repubblica, alla Rai, ecc), così come previsto dalla “riforma”.
L’unica altra novità riguarda il tentativo di “comprare” il voto referendario dei poveri – in rapidissima crescita, come certificato dall’Istat – con pochi spiccioli: “Se il referendum passa, i 500 milioni risparmiati sui costi della politica, pensate che bello metterli sul fondo della povertà e darli ai nostri concittadini che non ce la fanno”. Fatti due rapidi calcoli, e tenendo conto solo dei “poveri assoluti” (ma anche quelli “relativi” non se la passano troppo bene), quei 500 milioni si tradurrebbero in... 150 euro a testa. Una tantum, in cambio di una costituzione di impianto piduista che potrebbe restare lì per decenni...
A confronto, la sua prediletta Maria Elena Boschi è stata quasi meno volgare. Poverina, ha soltanto evidenziato la sua ignoranza assoluta in diritto costituzionale, pronunciando la frase insulsa che compare oggi su tutti i giornali: “Chi propone di votare No non rispetta il Parlamento”. Ignora, semplicemente, tutta la parte che obbliga alla consultazione referendaria nel caso una riforma costituzionale non sia stata approvata a maggioranza qualificata, ossia superiore ai due terzi. Certo, per una che ha messo faccia sulla “riforma voluta da Napolitano” – come confessa solo ora Renzi – è un difetto grave, ma in fondo l’avevano capito tutti che lei ci stava mettendo solamente la firma.
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