Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”.
Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.
Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.
Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.
Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.
Duemila anni di controllo degli affitti
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).
Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.
Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.
In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.
Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.
Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.
I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).
Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.
Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.
Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.
Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.
Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.
La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.
Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.
Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.
Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.
L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.
In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).
Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.
Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.
Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
Rent control oggi
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.
L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.
Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.
L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.
Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?
Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.
Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.
Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).
Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.
Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.
Fa anche bene?
Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.
Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.
Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.
In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.
Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.
La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.
L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.
Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.
Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.
Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.
Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/08/2025
09/06/2022
02/06/2022
Marattin, i salari, la produttività… Manco le basi!
Luigi Marattin, come tutti gli economisti neoliberisti che si rispettino, vive in un mondo tutto suo fatto di superstizioni e bugie lautamente finanziate. La realtà, si sa, per quelli come lui, non conta!
L’economista di grido delle élite parassitarie di questo paese solo ieri provava a smontare una verità che conoscono tutti in Europa: l’Italia è l’unico paese d’Europa in cui negli ultimi 30 anni i salari sono diminuiti per colpa di una classe imprenditoriale criminale.
Nel tentativo di smentire questa tesi Marattin pubblica questi due grafici per dimostrare come la caduta dei salari dipenda dalla caduta della produttività.
Purtroppo per lui anche un Oscar Giannino qualsiasi, con il suo carico di titoli fasulli, guardando questi due grafici si renderebbe conto che:
- la produttività è cresciuta mentre i salari no;
- certo, la produttività cresce di meno che negli altri paesi d’Europa. Ovviamente perfino un Cottarelli saprebbe che la produttività dipende dagli investimenti degli imprenditori, che si traducono in nuove tecnologie e riorganizzazione della produzione e del lavoro.
Marattin si scorda anche di quei numerosi studi che dimostrano come più la produttività cresce, più i lavoratori sono pagati e più diritti hanno. Guarda un po’ le grandi imprese italiane (che innovano e pagano salari ben sopra il minimo) hanno la produttività tra le più alte d’Europa.
Tuttavia qui diremo una cosa che potrebbe cambiare la vita di Marattin, che sanno tutti gli economisti con un’alfabetizzazione di base ma che invece ignorano i neoliberisti dell’accademia. Seguici Luigi, non è difficile.
Se alzi i salari gli imprenditori saranno costretti ad investire per aumentare la produttività, mentre se consenti a Bonomi e agli altri schiavisti come lui di pagare 500 euro un/a giovane lavoratore/lavoratrice non investiranno mai e la produttività non crescerà mai peggiorando il nostro sistema produttivo.
Mostrandoci questi due grafici Luigi Marattin ha dimostrato quanto sia necessario una salario minimo per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici ma, soprattutto, per costringere buona parte di classe imprenditoriale parassitaria di questo paese ad investire aumentando la produttività di tutto il nostro sistema produttivo.
Fonte
L’economista di grido delle élite parassitarie di questo paese solo ieri provava a smontare una verità che conoscono tutti in Europa: l’Italia è l’unico paese d’Europa in cui negli ultimi 30 anni i salari sono diminuiti per colpa di una classe imprenditoriale criminale.
Nel tentativo di smentire questa tesi Marattin pubblica questi due grafici per dimostrare come la caduta dei salari dipenda dalla caduta della produttività.
Purtroppo per lui anche un Oscar Giannino qualsiasi, con il suo carico di titoli fasulli, guardando questi due grafici si renderebbe conto che:
- la produttività è cresciuta mentre i salari no;
- certo, la produttività cresce di meno che negli altri paesi d’Europa. Ovviamente perfino un Cottarelli saprebbe che la produttività dipende dagli investimenti degli imprenditori, che si traducono in nuove tecnologie e riorganizzazione della produzione e del lavoro.
Marattin si scorda anche di quei numerosi studi che dimostrano come più la produttività cresce, più i lavoratori sono pagati e più diritti hanno. Guarda un po’ le grandi imprese italiane (che innovano e pagano salari ben sopra il minimo) hanno la produttività tra le più alte d’Europa.
Tuttavia qui diremo una cosa che potrebbe cambiare la vita di Marattin, che sanno tutti gli economisti con un’alfabetizzazione di base ma che invece ignorano i neoliberisti dell’accademia. Seguici Luigi, non è difficile.
Se alzi i salari gli imprenditori saranno costretti ad investire per aumentare la produttività, mentre se consenti a Bonomi e agli altri schiavisti come lui di pagare 500 euro un/a giovane lavoratore/lavoratrice non investiranno mai e la produttività non crescerà mai peggiorando il nostro sistema produttivo.
Mostrandoci questi due grafici Luigi Marattin ha dimostrato quanto sia necessario una salario minimo per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici ma, soprattutto, per costringere buona parte di classe imprenditoriale parassitaria di questo paese ad investire aumentando la produttività di tutto il nostro sistema produttivo.
Fonte
27/10/2019
Abolire Quota 100: la guerra alle briciole per le briciole
Che ‘Quota 100’ fosse una misura
limitatissima e di corto respiro rispetto alle gravissime falle e
inadeguatezze sociali del sistema pensionistico italiano, era chiaro sin dall’introduzione della misura.
Il provvedimento, lo ricordiamo, consente in via sperimentale, per il
triennio 2019-2021, agli iscritti all’INPS, di conseguire il diritto
alla pensione anticipata non appena venga raggiunta un’età anagrafica di
almeno 62 anni e un’età contributiva di almeno 38 anni.
Una misura che non risolve in alcun modo il problema delle esigue pensioni attese dai lavoratori per via del combinato disposto di sistema contributivo e carriere lavorative precarie e che, proprio nella logica perversa del contributivo, offre ai lavoratori una triste alternativa tra anticipo del diritto alla pensione ed entità della pensione stessa. Insomma, un mero lenitivo che, per soli tre anni, ha reso meno rigido il sistema di accesso anagrafico e da anzianità contributiva alla pensione, consentendo a molti la possibilità di godersi qualche anno in più di meritato riposo a spese di un minor reddito pensionistico.
Tutte queste caratteristiche hanno mostrato, con grande evidenza, la linea velleitaria e del tutto subordinata alla politica economica patrocinata dalle classi dominanti e dalla regìa europea dei pochissimi e striminziti provvedimenti sociali del precedente governo giallo-verde.
Eppure, nel dibattito riguardante la predisposizione, ancora in corso, del disegno di legge di bilancio del nuovo Governo, si è giunti ad un’evoluzione che supera la stessa immaginazione, con punte di apparente masochismo politico. Dopo qualche settimana di rassicurazioni sul mantenimento di Quota 100, sotto la spinta martellante del neo-partito di Renzi ‘Italia Viva’, la maggioranza ancora dibatte vivacemente sulla possibilità di abolire Quota 100, di anticiparne la fine al 2020 o, quanto meno, di allungare le finestre da tre a sei mesi per l’effettivo godimento della pensione da parte di coloro che faranno uso di Quota 100 nel 2020. In tutti e tre i casi si tratterebbe di una meschina guerra verso le briciole rappresentate da un provvedimento già di per sé del tutto inadeguato nella sua concretizzazione temporanea triennale.
Gli esiti finali di questa vivace e miserevole discussione ancora non sono conoscibili. Ma il solo fatto che la discussione esista fa sorgere interessanti interrogativi. C’è da chiedersi come mai un governo di nuova formazione alla sua prima finanziaria, dovrebbe andare a rosicchiare un provvedimento dall’impatto così immediato per centinaia di migliaia di persone con l’evidente rischio di scontare una forte impopolarità. Abolire Quota 100 da subito, o farla decadere un anno in anticipo rispetto alla sua scadenza naturale, o ancora soltanto allungare il tempo per l’effettivo godimento della pensione mensile, significherebbe rivedere o addirittura negare, dopo solo pochi mesi dalla sua approvazione, un sacrosanto diritto sociale acquisito, stravolgendo i piani di vita di lavoratori prossimi alla chiusura della propria carriera. Una sorta di dramma degli esodati-bis. L’impatto di impopolarità e il parallelo aumento di consenso incassato dalla Lega di Salvini, che di quel provvedimento aveva fatto un pallido simbolo della sua presunta e inesistente politica sociale, sarebbe clamoroso: un ostentato autogol politico per racimolare qualche miliardo.
Eppure, Italia Viva insiste, e con martellante pervicacia ha ingaggiato una campagna ideologica di inedita aggressività, rispolverando in pochi giorni tutti i luoghi comuni liberisti più dirompenti sul funzionamento del sistema pensionistico, del mercato del lavoro e del rapporto tra giovani e anziani. Le fa eco una buona parte del PD che, pur non arrivando a chiedere l’abolizione della misura, ne caldeggia modifiche o la descrive pubblicamente come terribilmente iniqua. Lasciamo parlare i protagonisti delle reiterate affermazioni.
Il più agguerrito detrattore di Quota 100, che sembra addirittura aver sorpassato a destra l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, è Luigi Marattin di Italia Viva, giunto a definirla l’emblema della “politica più ingiusta degli ultimi 25 anni”. A seguire Matteo Renzi, che ha più volte detto di volerla cancellare al fine di reperire risorse da destinare all’assegno unico per i figli proposto dal suo partito. Ed ancora Renzi: “Quota 100 è un provvedimento pensato solo per chi ha già diritti”. E, ancora, direttamente dalla kermesse della Leopolda: “Quando diciamo che Quota 100 non va bene non stiamo attaccando gli anziani: dico che 20 miliardi di euro messi tutti insieme su centocinquantamila persone sono un’assurdità. Gli 80 euro valgono 10 miliardi e vanno a 10 milioni di persone, Quota 100 va a 150.000 persone ed è un’ingiustizia”. Infine, Maria Elena Boschi, dalle stesse fila: “Quota 100 obiettivamente crea un’ipoteca sul futuro delle nuove generazioni. È molto onerosa. Noi diciamo: aiutiamo le nuove generazioni e sosteniamole con investimenti veri sulle famiglie per contrastare anche il fenomeno della denatalità”.
Non manca neanche il neo-ministro dell’economia di area PD, Roberto Gualtieri. “Quota 100 fortunatamente andrà ad esaurimento e noi certo non la rinnoveremo. La misura, almeno nei piani di questo governo, non sarà resa strutturale, né si intende prorogarla così com’è. Magari faremo qualche manutenzione. Comunque non l’avrei mai fatta”. Una vera e propria ostinata battaglia, che possiamo interpretare attraverso una duplice lente di lettura.
In primo luogo, l’ennesimo governo dell’austerità, amico ostentato dell’Europa, deve fare comunque i conti con il proprio padrone, contrattando con Bruxelles gli angusti spazi di flessibilità per distribuire qualche briciola. È di questi giorni la notizia della consueta letterina sospettosa giunta dalla Commissione Europea per vederci più chiaro sulle coperture finanziarie annunciate dal governo a fronte del pur limitatissimo programma di spesa pubblica.
Si tratta della solita dinamica di controllo che la Commissione Europea esercita in modo costante e soffocante su tutti i paesi e tutti i governi, persino quelli esteriormente più affidabili, per mantenere alto il livello di tensione e di potere dissuasorio a fronte di rischi anche minimi di una qualche ipotetica velleità di allentare la morsa dell’austerità. Una strategia del terrore preventiva che colpisce tutti i governi. In questa grottesca guerra per ottenere una modestissima quota di flessibilità di manovra, i governi compiono scelte selettive, in cui, sostanzialmente, ciò che si da con una mano, con l’altra viene tolto, e in cui ogni minimo provvedimento di spesa entra in immediata collisione con un altro. È la logica perversa e artificiale delle presunte risorse scarse che di anno in anno, ad ogni finanziaria, si esaspera ed aggrava alla luce dell’impietosa tabella di marcia del Fiscal Compact che scandisce nel tempo gli impegni di riduzione del rapporto debito-PIL stabiliti nel 2012 a perfezionamento del Trattato di Maastricht.
E così, se si vogliono disinnescare le clausole IVA, occorre trovare i soldi da qualche parte a parità di deficit consentito. Se poi, magari, i 7 miliardi di lotta all’evasione ottimisticamente annunciata dal governo vengono giudicati fantasiosi dalla Commissione, allora ecco rinnovarsi la necessità di andare a rosicchiare da una parte e dall’altra cominciando preferibilmente dalle briciole di Stato sociale ancora esistenti.
Questa pietosa ricerca di risorse a scapito di voci di spesa sociale trova una sua copertura ideologica nel conflitto titanico tra obiettivi enfatizzato ad arte. I giovani e i bambini contro gli anziani, la sanità contro le pensioni, la scuola contro i bambini che consumano merendine e bevande gassate, le infrastrutture e gli investimenti contro la spesa corrente per gli stipendi pubblici, i diritti degli italiani contro i diritti degli immigrati; e, più modestamente, il bonus di 240 euro a figlio proposto da Italia Viva (peraltro a scapito dell’attuale sistema di detrazioni per figli a carico) contro la presunta generosità di Quota 100.
Questo piano ideologico, nel caso dell’attacco frontale a Quota 100, riveste a ben vedere una funzione ancora più profonda che spiega, assieme all’esercizio del triste conflitto tra obiettivi escludentisi nel contesto dell’austerità e la lotta per una manciata di miliardi, la foga con cui l’argomento viene trattato in queste settimane. Deve passare il messaggio che una revisione anche blanda del sistema pensionistico verso una minore rigidità di uscita è qualcosa di impensabile e di gravemente lesiva dei diritti dei più giovani. Quando Marattin afferma che Quota 100 è l’emblema della politica più ingiusta degli ultimi 25 anni, o quando si ripete ossessivamente che Quota 100 ipotecherà il futuro dei giovani, si vuole affondare il coltello nella assurda e devastante idea secondo la quale esiste un inevitabile conflitto tra giovani e anziani e secondo cui le pensioni godute dagli anziani di oggi sono soldi permanentemente sottratti ai giovani che non solo soffrirebbero le conseguenze dell’amaro destino del lavoro precario, ma sarebbero anche costretti a finanziare i propri padri e nonni che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità al tempo delle vacche grasse.
La coerenza di simili argomentazioni si scontra, però, con due questioni: in primo luogo, il problema della precarietà del lavoro e la discontinuità lavorativa che indubbiamente impediscono ai lavoratori di oggi di avere diritto ad una dignitosa pensione futura si risolve, molto semplicemente, eliminando quella precarietà e quella discontinuità lavorativa, non evitando agli anziani (ossia i lavoratori di ieri) di poter andare in pensione prima. In secondo luogo, il tempo delle “vacche grasse” a cui si allude, appellativo dispregiativo affibbiato ad un periodo in cui era in vigore un sistema pensionistico di tipo retributivo e in cui l’importo della pensione media attesa era superiore rispetto a quello attuale, era tale proprio perché, in ultima analisi, gli importi pensionistici erano più alti rispetto agli odierni. Se, dunque, si affronta la questione di un livello dignitoso della pensione per i lavoratori di oggi, allora il problema risiede nella struttura del sistema pensionistico attuale, e non nel fatto che, in sintesi, gli anziani di oggi ricevono pensioni più elevate di quelle che percepiranno i loro nipoti (gli anziani di domani).
È, dunque, questo, un attacco ideologico frontale che svia l’attenzione dal vero nemico comune, la classe sociale dominante, verso il falso nemico generazionale, i vecchi cosiddetti privilegiati figli dell’insostenibile e obsoleto stato sociale novecentesco. Un attacco ideologico ad un mondo che si vuol far scomparire, in cui una buona e piena occupazione veniva logicamente vista come il naturale preludio ad un forte sistema pensionistico pubblico e in cui a nessuno saltava in mente di contrapporre gli interessi oggettivi di giovani e anziani della stessa classe sociale.
Italia Viva e il PD, entrambi manifestazione del progetto neoliberale nella sua variante “progressista”, devono così svolgere a qualsiasi costo e ordinatamente il ruolo materiale e ideologico per cui esistono come forze politiche. Costi quel che costi, anche in termini di perdita di consenso elettorale immediato. Lo stesso ruolo, del resto, che la Lega e i vari frammenti di centro-destra devono svolgere cavalcando simili, ma diversi, conflitti ed agitando il popolo contro analoghi, ma diversi, falsi obiettivi. Nel mezzo, il sostanziale silenzio o la disarmante passività post-ideologica dei 5 Stelle, nuovo ago della bilancia di un bipolarismo risorto, buoni per ogni stagione ed ogni ammucchiata reclamata dai padroni del vapore per stabilizzare il sistema politico sulle linee della compatibilità con le politiche economiche dominanti. Immigrati, anziani o lavoratori sindacalizzati, nella logica delle risorse scarse cambia il capro espiatorio, ma non cambia l’obiettivo: coprire il volto della classe dominante.
Fonte
Una misura che non risolve in alcun modo il problema delle esigue pensioni attese dai lavoratori per via del combinato disposto di sistema contributivo e carriere lavorative precarie e che, proprio nella logica perversa del contributivo, offre ai lavoratori una triste alternativa tra anticipo del diritto alla pensione ed entità della pensione stessa. Insomma, un mero lenitivo che, per soli tre anni, ha reso meno rigido il sistema di accesso anagrafico e da anzianità contributiva alla pensione, consentendo a molti la possibilità di godersi qualche anno in più di meritato riposo a spese di un minor reddito pensionistico.
Tutte queste caratteristiche hanno mostrato, con grande evidenza, la linea velleitaria e del tutto subordinata alla politica economica patrocinata dalle classi dominanti e dalla regìa europea dei pochissimi e striminziti provvedimenti sociali del precedente governo giallo-verde.
Eppure, nel dibattito riguardante la predisposizione, ancora in corso, del disegno di legge di bilancio del nuovo Governo, si è giunti ad un’evoluzione che supera la stessa immaginazione, con punte di apparente masochismo politico. Dopo qualche settimana di rassicurazioni sul mantenimento di Quota 100, sotto la spinta martellante del neo-partito di Renzi ‘Italia Viva’, la maggioranza ancora dibatte vivacemente sulla possibilità di abolire Quota 100, di anticiparne la fine al 2020 o, quanto meno, di allungare le finestre da tre a sei mesi per l’effettivo godimento della pensione da parte di coloro che faranno uso di Quota 100 nel 2020. In tutti e tre i casi si tratterebbe di una meschina guerra verso le briciole rappresentate da un provvedimento già di per sé del tutto inadeguato nella sua concretizzazione temporanea triennale.
Gli esiti finali di questa vivace e miserevole discussione ancora non sono conoscibili. Ma il solo fatto che la discussione esista fa sorgere interessanti interrogativi. C’è da chiedersi come mai un governo di nuova formazione alla sua prima finanziaria, dovrebbe andare a rosicchiare un provvedimento dall’impatto così immediato per centinaia di migliaia di persone con l’evidente rischio di scontare una forte impopolarità. Abolire Quota 100 da subito, o farla decadere un anno in anticipo rispetto alla sua scadenza naturale, o ancora soltanto allungare il tempo per l’effettivo godimento della pensione mensile, significherebbe rivedere o addirittura negare, dopo solo pochi mesi dalla sua approvazione, un sacrosanto diritto sociale acquisito, stravolgendo i piani di vita di lavoratori prossimi alla chiusura della propria carriera. Una sorta di dramma degli esodati-bis. L’impatto di impopolarità e il parallelo aumento di consenso incassato dalla Lega di Salvini, che di quel provvedimento aveva fatto un pallido simbolo della sua presunta e inesistente politica sociale, sarebbe clamoroso: un ostentato autogol politico per racimolare qualche miliardo.
Eppure, Italia Viva insiste, e con martellante pervicacia ha ingaggiato una campagna ideologica di inedita aggressività, rispolverando in pochi giorni tutti i luoghi comuni liberisti più dirompenti sul funzionamento del sistema pensionistico, del mercato del lavoro e del rapporto tra giovani e anziani. Le fa eco una buona parte del PD che, pur non arrivando a chiedere l’abolizione della misura, ne caldeggia modifiche o la descrive pubblicamente come terribilmente iniqua. Lasciamo parlare i protagonisti delle reiterate affermazioni.
Il più agguerrito detrattore di Quota 100, che sembra addirittura aver sorpassato a destra l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, è Luigi Marattin di Italia Viva, giunto a definirla l’emblema della “politica più ingiusta degli ultimi 25 anni”. A seguire Matteo Renzi, che ha più volte detto di volerla cancellare al fine di reperire risorse da destinare all’assegno unico per i figli proposto dal suo partito. Ed ancora Renzi: “Quota 100 è un provvedimento pensato solo per chi ha già diritti”. E, ancora, direttamente dalla kermesse della Leopolda: “Quando diciamo che Quota 100 non va bene non stiamo attaccando gli anziani: dico che 20 miliardi di euro messi tutti insieme su centocinquantamila persone sono un’assurdità. Gli 80 euro valgono 10 miliardi e vanno a 10 milioni di persone, Quota 100 va a 150.000 persone ed è un’ingiustizia”. Infine, Maria Elena Boschi, dalle stesse fila: “Quota 100 obiettivamente crea un’ipoteca sul futuro delle nuove generazioni. È molto onerosa. Noi diciamo: aiutiamo le nuove generazioni e sosteniamole con investimenti veri sulle famiglie per contrastare anche il fenomeno della denatalità”.
Non manca neanche il neo-ministro dell’economia di area PD, Roberto Gualtieri. “Quota 100 fortunatamente andrà ad esaurimento e noi certo non la rinnoveremo. La misura, almeno nei piani di questo governo, non sarà resa strutturale, né si intende prorogarla così com’è. Magari faremo qualche manutenzione. Comunque non l’avrei mai fatta”. Una vera e propria ostinata battaglia, che possiamo interpretare attraverso una duplice lente di lettura.
In primo luogo, l’ennesimo governo dell’austerità, amico ostentato dell’Europa, deve fare comunque i conti con il proprio padrone, contrattando con Bruxelles gli angusti spazi di flessibilità per distribuire qualche briciola. È di questi giorni la notizia della consueta letterina sospettosa giunta dalla Commissione Europea per vederci più chiaro sulle coperture finanziarie annunciate dal governo a fronte del pur limitatissimo programma di spesa pubblica.
Si tratta della solita dinamica di controllo che la Commissione Europea esercita in modo costante e soffocante su tutti i paesi e tutti i governi, persino quelli esteriormente più affidabili, per mantenere alto il livello di tensione e di potere dissuasorio a fronte di rischi anche minimi di una qualche ipotetica velleità di allentare la morsa dell’austerità. Una strategia del terrore preventiva che colpisce tutti i governi. In questa grottesca guerra per ottenere una modestissima quota di flessibilità di manovra, i governi compiono scelte selettive, in cui, sostanzialmente, ciò che si da con una mano, con l’altra viene tolto, e in cui ogni minimo provvedimento di spesa entra in immediata collisione con un altro. È la logica perversa e artificiale delle presunte risorse scarse che di anno in anno, ad ogni finanziaria, si esaspera ed aggrava alla luce dell’impietosa tabella di marcia del Fiscal Compact che scandisce nel tempo gli impegni di riduzione del rapporto debito-PIL stabiliti nel 2012 a perfezionamento del Trattato di Maastricht.
E così, se si vogliono disinnescare le clausole IVA, occorre trovare i soldi da qualche parte a parità di deficit consentito. Se poi, magari, i 7 miliardi di lotta all’evasione ottimisticamente annunciata dal governo vengono giudicati fantasiosi dalla Commissione, allora ecco rinnovarsi la necessità di andare a rosicchiare da una parte e dall’altra cominciando preferibilmente dalle briciole di Stato sociale ancora esistenti.
Questa pietosa ricerca di risorse a scapito di voci di spesa sociale trova una sua copertura ideologica nel conflitto titanico tra obiettivi enfatizzato ad arte. I giovani e i bambini contro gli anziani, la sanità contro le pensioni, la scuola contro i bambini che consumano merendine e bevande gassate, le infrastrutture e gli investimenti contro la spesa corrente per gli stipendi pubblici, i diritti degli italiani contro i diritti degli immigrati; e, più modestamente, il bonus di 240 euro a figlio proposto da Italia Viva (peraltro a scapito dell’attuale sistema di detrazioni per figli a carico) contro la presunta generosità di Quota 100.
Questo piano ideologico, nel caso dell’attacco frontale a Quota 100, riveste a ben vedere una funzione ancora più profonda che spiega, assieme all’esercizio del triste conflitto tra obiettivi escludentisi nel contesto dell’austerità e la lotta per una manciata di miliardi, la foga con cui l’argomento viene trattato in queste settimane. Deve passare il messaggio che una revisione anche blanda del sistema pensionistico verso una minore rigidità di uscita è qualcosa di impensabile e di gravemente lesiva dei diritti dei più giovani. Quando Marattin afferma che Quota 100 è l’emblema della politica più ingiusta degli ultimi 25 anni, o quando si ripete ossessivamente che Quota 100 ipotecherà il futuro dei giovani, si vuole affondare il coltello nella assurda e devastante idea secondo la quale esiste un inevitabile conflitto tra giovani e anziani e secondo cui le pensioni godute dagli anziani di oggi sono soldi permanentemente sottratti ai giovani che non solo soffrirebbero le conseguenze dell’amaro destino del lavoro precario, ma sarebbero anche costretti a finanziare i propri padri e nonni che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità al tempo delle vacche grasse.
La coerenza di simili argomentazioni si scontra, però, con due questioni: in primo luogo, il problema della precarietà del lavoro e la discontinuità lavorativa che indubbiamente impediscono ai lavoratori di oggi di avere diritto ad una dignitosa pensione futura si risolve, molto semplicemente, eliminando quella precarietà e quella discontinuità lavorativa, non evitando agli anziani (ossia i lavoratori di ieri) di poter andare in pensione prima. In secondo luogo, il tempo delle “vacche grasse” a cui si allude, appellativo dispregiativo affibbiato ad un periodo in cui era in vigore un sistema pensionistico di tipo retributivo e in cui l’importo della pensione media attesa era superiore rispetto a quello attuale, era tale proprio perché, in ultima analisi, gli importi pensionistici erano più alti rispetto agli odierni. Se, dunque, si affronta la questione di un livello dignitoso della pensione per i lavoratori di oggi, allora il problema risiede nella struttura del sistema pensionistico attuale, e non nel fatto che, in sintesi, gli anziani di oggi ricevono pensioni più elevate di quelle che percepiranno i loro nipoti (gli anziani di domani).
È, dunque, questo, un attacco ideologico frontale che svia l’attenzione dal vero nemico comune, la classe sociale dominante, verso il falso nemico generazionale, i vecchi cosiddetti privilegiati figli dell’insostenibile e obsoleto stato sociale novecentesco. Un attacco ideologico ad un mondo che si vuol far scomparire, in cui una buona e piena occupazione veniva logicamente vista come il naturale preludio ad un forte sistema pensionistico pubblico e in cui a nessuno saltava in mente di contrapporre gli interessi oggettivi di giovani e anziani della stessa classe sociale.
Italia Viva e il PD, entrambi manifestazione del progetto neoliberale nella sua variante “progressista”, devono così svolgere a qualsiasi costo e ordinatamente il ruolo materiale e ideologico per cui esistono come forze politiche. Costi quel che costi, anche in termini di perdita di consenso elettorale immediato. Lo stesso ruolo, del resto, che la Lega e i vari frammenti di centro-destra devono svolgere cavalcando simili, ma diversi, conflitti ed agitando il popolo contro analoghi, ma diversi, falsi obiettivi. Nel mezzo, il sostanziale silenzio o la disarmante passività post-ideologica dei 5 Stelle, nuovo ago della bilancia di un bipolarismo risorto, buoni per ogni stagione ed ogni ammucchiata reclamata dai padroni del vapore per stabilizzare il sistema politico sulle linee della compatibilità con le politiche economiche dominanti. Immigrati, anziani o lavoratori sindacalizzati, nella logica delle risorse scarse cambia il capro espiatorio, ma non cambia l’obiettivo: coprire il volto della classe dominante.
Fonte
11/03/2019
I finti competenti
Non c’è davvero limite al peggio. L’Onorevole Marattin del PD, nonché ex responsabile economico di Palazzo Chigi all’epoca della Presidenza Renzi dichiara su Finmeccanica: “Con il mercato unico bisogna accettare il rischio che qualche azienda se ne vada”.
Questi sono degli sciagurati, per di più con la convinzione di avere la verità in tasca. Ma si rende conto di cosa significa la perdita di Finmeccanica per l’Italia? E’ una delle ultime aziende tecnologicamente avanzate presenti in Italia e oltre a questo ha un enorme impatto occupazionale.
Non solo, la perdita di Finmeccanica significa anche la sostanziale perdita della nostra autonomia militare e la perdita totale della nostra sovranità (almeno di quella che è rimasta dopo la perdita della moneta).
Questi sono i risultati dell’economicismo spacciato come verità assoluta: la miserabile convinzione in molti economisti (o economari) che l’unica cosa che conti è l’efficienza paretiana e la leggenda (perché di una leggenda si tratta) della Mano Invisibile del mercato che garantisce la perfetta allocazione delle risorse.
Flessibilità da parte di queste persone pari a zero: nessuna capacità di interpolare piani diversi e nello specifico quello economico con quello delle discipline internazionali, della geopolitica, delle scienze strategiche e militari e quelle della politica.
Continuo a sostenere che una delle peggiori catastrofi della storia italiana del '900 sia stata l’istituzione delle Facoltà di Economia. Facoltà che alla fine formano dei robottini che conoscono solo le verità economiche e le elevano al rango di dogmi indiscutibili e che schiacciano qualsiasi altra considerazione e qualunque altro punto di vista. Compreso quello della realtà fattuale.
Per capire l’enorme boiata di Marattin basta vedere la guerra che ci hanno fatto in francesi per non vendere i cantieri navali STX a Fincantieri, impippandosene bellamente della efficienza paretiana e di tutte le altre verità del Mythos Economicista. Nessuno consegna ad un paese straniero a cuor leggero i suoi segreti militari e chiunque tutela la propria autonomia (oltre ai propri livelli occupazionali). Solo dei fanatici possono non accorgersi di una cosa del genere.
Voi provate ad immaginare i tedeschi e i francesi che non credono ai propri occhi se ascoltano un ba**eo totale come Marattin pronto a svendergli Finmeccanica in ossequio ai dogmi economicisti. Incredibile.
L’unica cosa da fare sarebbe quella di chiudere le facoltà di economia e spacchettarle in due: tutte le tecniche, i bilanci, l’economia d’azienda e ovviamente le materie giuridiche alla facoltà di Giurisprudenza; mentre la teoria economica a scelta, o a Matematica o a Filosofia.
Gli studenti talebani delle madrasse economiciste hanno già fatto troppi danni per poterci permetterci il lusso di formarne altri. [E chi scrive questo, da una Facoltà di Economia è uscito].
Fonte
Questi sono degli sciagurati, per di più con la convinzione di avere la verità in tasca. Ma si rende conto di cosa significa la perdita di Finmeccanica per l’Italia? E’ una delle ultime aziende tecnologicamente avanzate presenti in Italia e oltre a questo ha un enorme impatto occupazionale.
Non solo, la perdita di Finmeccanica significa anche la sostanziale perdita della nostra autonomia militare e la perdita totale della nostra sovranità (almeno di quella che è rimasta dopo la perdita della moneta).
Questi sono i risultati dell’economicismo spacciato come verità assoluta: la miserabile convinzione in molti economisti (o economari) che l’unica cosa che conti è l’efficienza paretiana e la leggenda (perché di una leggenda si tratta) della Mano Invisibile del mercato che garantisce la perfetta allocazione delle risorse.
Flessibilità da parte di queste persone pari a zero: nessuna capacità di interpolare piani diversi e nello specifico quello economico con quello delle discipline internazionali, della geopolitica, delle scienze strategiche e militari e quelle della politica.
Continuo a sostenere che una delle peggiori catastrofi della storia italiana del '900 sia stata l’istituzione delle Facoltà di Economia. Facoltà che alla fine formano dei robottini che conoscono solo le verità economiche e le elevano al rango di dogmi indiscutibili e che schiacciano qualsiasi altra considerazione e qualunque altro punto di vista. Compreso quello della realtà fattuale.
Per capire l’enorme boiata di Marattin basta vedere la guerra che ci hanno fatto in francesi per non vendere i cantieri navali STX a Fincantieri, impippandosene bellamente della efficienza paretiana e di tutte le altre verità del Mythos Economicista. Nessuno consegna ad un paese straniero a cuor leggero i suoi segreti militari e chiunque tutela la propria autonomia (oltre ai propri livelli occupazionali). Solo dei fanatici possono non accorgersi di una cosa del genere.
Voi provate ad immaginare i tedeschi e i francesi che non credono ai propri occhi se ascoltano un ba**eo totale come Marattin pronto a svendergli Finmeccanica in ossequio ai dogmi economicisti. Incredibile.
L’unica cosa da fare sarebbe quella di chiudere le facoltà di economia e spacchettarle in due: tutte le tecniche, i bilanci, l’economia d’azienda e ovviamente le materie giuridiche alla facoltà di Giurisprudenza; mentre la teoria economica a scelta, o a Matematica o a Filosofia.
Gli studenti talebani delle madrasse economiciste hanno già fatto troppi danni per poterci permetterci il lusso di formarne altri. [E chi scrive questo, da una Facoltà di Economia è uscito].
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