I dati ricavabili dai bilanci ENI dal 2021 al 2025 ci dicono che la società ha realizzato circa 29,7 miliardi di euro di utile netto. Se includiamo anche il 2020, caratterizzato dalla forte perdita legata alla pandemia e al crollo dei prezzi del petrolio, il saldo del periodo 2020-2025 scende a circa 21,1 miliardi di euro.
Per utile netto deve intendersi quanto rimane all’azienda dopo aver sottratto dai ricavi tutti i costi e le imposte. Quindi, per un periodo di ben 6 anni, volendo considerare anche l’anno nero 2020 in cui si sono registrate forti perdite, la società ENI S.p.A. ha fatto registrare guadagni netti, cioè veri e propri profitti, per la ragguardevole somma di 21,1 miliardi di euro. Di questi, ben 16,5 miliardi sono stati distribuiti in dividendi e sono quindi andati a retribuire i diversi soci azionisti di ENI, tra i quali anche lo Stato italiano.
Ora guardiamo alla scelta di questi giorni da parte della compagnia di mettere un tetto al prezzo di benzina e gasolio, rispettivamente a 1,99 euro e a 2,19 euro al litro. Le stime ufficiali di quanto costerebbe questa decisione ad ENI parlano di 100 milioni al mese e quindi, nell’eventualità della proroga fino a fine anno, 300 milioni. Nel solo 2025 ENI ha realizzato un utile netto di 2,61 miliardi di euro, quindi se rapportati ai guadagni dell’anno scorso i 300 milioni di costo dell’operazione annunciata costerebbe una riduzione degli utili dell’11,5%.
Va detto che la perdita stimata di 300 milioni è molto approssimativa. Intanto potrebbe registrarsi un aumento delle vendite, se non ci fosse un allineamento delle altre compagnie. E poi, la perdita è calcolata sui 17 centesimi di sconto al prezzo attuale, sul quale però gravano altre voci e non solo i guadagni di ENI. In concreto, quindi, la perdita effettiva sarebbe probabilmente molto più bassa.
La conclusione di questi facili calcoli rintracciabili sul web è che l’operazione di questi giorni non fa che mettere in evidenza quanto già ripetiamo da tempo: i prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità possono essere calmierati senza produrre alcun danno al sistema delle imprese, le quali dovrebbero semplicemente rinunciare ai profitti esorbitanti ottenuti nel corso di questi anni.
Abbiamo certamente bisogno di un tetto ai prezzi, a cominciare da quello del gasolio e della benzina. Nel 2025, per esempio, la benzina costava 1,73 euro al litro e il gasolio 1,65 al litro, il che ci fa capire che il tetto introdotto temporaneamente da ENI è molto al di sopra di quello che pagavamo soltanto l’anno scorso. Un contenimento serio del prezzo dei carburanti deve quindi guardare a quelle cifre e non alla micro-riduzione appena introdotta.
Ma il vero tetto di cui abbiamo bisogno tutti, dagli autotrasportatori ai tassisti, dagli agricoltori a tutti quelli che per lavorare devono usare l'auto, fino a chi per vivere e spostarsi non può fare a meno di fare rifornimento, è quello ai profitti delle aziende che si arricchiscono mentre noi ci impoveriamo.
Introdurre un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità, e i carburanti sono tra questi, comporta un taglio dei profitti. Altre soluzioni non ci sono.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2026
È ora di mettere un tetto ai profitti. Il caso ENI
17/11/2025
Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media
Nel dettaglio, gli aumenti maggiori rispetto al 2021 hanno colpito i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). A ottobre, mentre l’inflazione calava dello 0,3%, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche crescevano dello 0,2%.
L’incremento del costo dei beni energetici si è trasmesso ai costi di produzione e distribuzione di quelli alimentari. L’istituto, ad ogni modo, parla di una “combinazione di fattori, di natura soprattutto esterna, che hanno determinato forti aumenti soprattutto nei prezzi internazionali degli input produttivi del settore alimentare. I fattori interni hanno invece agito in misura più limitata e, in particolare negli anni più recenti”.
Prima le difficoltà di un veloce rialzo della domanda con la ripresa dopo la pandemia – che ha messo sotto stress filiere che andavano in parte ridisegnandosi – sono entrate in una sinergia negativa con alcuni eventi avversi a livello climatico, con la conseguente contrazione dell’offerta a livello globale. A ricordarci come la crisi climatica è un danno immediata per le nostre economie, oltre che una pietra tombale sull’intera umanità sul lungo periodo.
Poi, l’escalation in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno determinato il rialzo dei prezzi energetici che conosciamo bene, con effetti a cascata. E infatti, il fenomeno non ha riguardato solo l’Italia, ma tutta l’Europa, con intensità persino maggiore: i prezzi del cibo, sempre negli ultimi cinque anni, sono aumentati del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue27), del 32,8% in Germania e del 29,5% in Spagna. In Francia, invece, un po’ meno che in Italia.
La differenza, per il Belpaese, è che da una parte c’è una classe politica che sa solo sussidiare senza sosta un mondo imprenditoriale che intasca il surplus senza investire o, peggio ancora forse, perde tutto nei rivoli della finanza. E poi si lamenta della “voglia di lavorare” che non c’è più.
Ma la realtà è che, se negli altri paesi il reddito lordo reale pro capite delle famiglie ha superato quello del 2008, in Italia rimane ancora sotto di esso di 4 punti e rotti. Parola di Eurostat. E come sappiamo bene, le spese riguardanti il cibo colpiscono in modo più consistente i redditi delle fasce più basse che quelli delle fasce più alte (per il buon motivo che ognuno di noi può mangiare fino ad un certo punto, scegliere la qualità migliore o la meno costosa, ma non secondo le regole della “crescita infinita”).
Commentando i dati, l’Unione Nazionale Consumatori (UNC) ha definito la spesa alimentare ormai un “lusso”. Il presidente Massimiliano Dona ha posto in evidenza che “per mangiare e bere una coppia con 2 figli paga su base annua ben 250 euro in più, una coppia con 1 figlio 219 euro, 173 per una famiglia media”.
Se a questo quadro si aggiunge anche il “Rapporto sul Benessere equo e sostenibile” (Bes) 2024, anch’esso diffuso dall’Istat, la situazione appare ancora più critica. In Italia le condizioni di benessere economico sono in calo, e sono più basse della media europea: il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9%, contro il 16,2% dell’UE27. La disuguaglianza del reddito netto è al 5,5%, contro il 4,7% della UE27.
E la legge di bilancio continua a prevedere lo spostamento di ricchezza verso le fasce più agiate della popolazione, e tagli ai servizi. Lo sciopero generale del 28 e la manifestazione nazionale del 29 esprimono l’evidente necessità di un’alternativa a questo sfacelo.
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09/08/2025
Costruire più case per abbassare gli affitti?
Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.
Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.
Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.
Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.
Duemila anni di controllo degli affitti
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).
Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.
Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.
In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.
Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.
Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.
I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).
Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.
Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.
Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.
Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.
Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.
La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.
Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.
Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.
Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.
L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.
In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).
Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.
Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.
Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
Rent control oggi
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.
L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.
Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.
L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.
Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?
Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.
Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.
Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).
Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.
Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.
Fa anche bene?
Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.
Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.
Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.
In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.
Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.
La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.
L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.
Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.
Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.
Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.
Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.
Fonte
23/08/2024
USA - Si discute di controllare i prezzi dei generi alimentari
In un discorso tenuto lo scorso venerdì 15, Harris ha sottolineato che il costo dei generi alimentari è aumentato del 25% dal gennaio 2020, facendo notare che alcune imprese stanno registrando profitti record.
Per esempio, una pagnotta di pane costa oggi in media circa il 50% in più rispetto a prima della pandemia. In particolare, la candidata dem ha dichiarato di voler colpire le imprese che non “rispettano le regole” aumentando illegalmente i prezzi.
Cos’è il “price gouging”?
Con questo termine, traducibile in “innalzamento ingiustificato dei prezzi”, si intende una pratica predatoria delle imprese che applicano prezzi eccessivamente alti su prodotti che, soprattutto a causa di qualche evento straordinario, diventano scarsi (pensiamo alle mascherine nella primavera del 2020).
Per identificare il fenomeno, secondo il Public Interest Research Group i prezzi eccessivamente alti sono quelli pari al 20% o più del costo medio di un articolo rispetto al periodo precedente.
La situazione legale negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, l’unica legge federale esistente contro il “price gouging” mira a prevenire gli extraprofitti delle imprese in tempo di guerra o in altre emergenze nazionali. La legge tuttavia non quantifica in modo chiaro un prezzo eccessivo.
A livello statale invece sono 34 gli Stati che hanno in vigore una qualche forma di legge contro le frodi sui prezzi.
L’inflazione picchia duro
Il rincaro dei generi alimentari è uno dei principali problemi per chi vive negli Stati Uniti. In un sondaggio del 2023, Yahoo Finance/Ipsos ha rilevato che due terzi degli intervistati hanno indicato nel carrello della spesa il settore in cui l’inflazione colpisce più duramente.
In un paese dalle forti diseguaglianze e ad altissimo tasso di inattività della popolazione – circa 100 milioni di abitanti non hanno e non cercano un lavoro (fattore che aiuta a tenere “statisticamente basso” il tasso di disoccupazione) – una crescente fetta di popolazione fatica sempre più ad acquistare cibo che non sia spazzatura, a curarsi e a mantenere un tetto sopra la testa.
Il fronte del no alla legge federale
“Ci sono molte ragioni per l’alta inflazione che abbiamo sofferto negli ultimi anni, ma le pratiche di prezzo aggressive o sleali sono in fondo alla lista delle ragioni, se ci sono”, ha detto Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.
Secondo Michael Strain, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute (AEI), l’impennata dei prezzi dei generi alimentari “è per lo più un risultato del mercato. È probabile che le aziende abbiano visto aumentare la loro capacità di aumentare i prezzi praticati, ma non vedo nulla che possa essere definito ‘price gouging’”.
Mercoledì sono arrivate anche le proteste da parte delle imprese dell’industria alimentare direttamente sul Wall Street Journal, le quali respingono le affermazioni secondo cui i consumatori vengono truffati e si oppongono al piano della Harris.
I limiti del dibattito
Che nel centro imperialista per eccellenza si discuta di una legge che in qualche modo incida sulla formazione dei prezzi in un settore essenziale come quello alimentare è un segno delle turbolenze economiche che attraversano gli Stati Uniti.
La proposta della Harris ovviamente non parte “a monte” dal controllo dei prezzi dei generi alimentari, ma nel solco della teoria neoliberista mira a favorire la concorrenza nel settore per aumentare l’offerta di prodotti sul mercato e offrire ai consumatori maggiore scelta, limitando così, secondo la teoria, la capacità delle aziende di fissare prezzi a piacimento.
Dalla nostra prospettiva, è bene ricordare che in un sistema capitalista l’aumento generale del costo della vita non è dato dal rincaro dei prezzi di un singolo settore, ma delle “leggi generali” del movimento dell’intera economia orientata all’accumulazione: in primis il tasso di profitto, che incide su propensione all’investimento, livello di produzione e tasso di occupazione.
I prezzi in realtà, specialmente di beni così internazionalizzati come quelli alimentari, sono fissati dalla produzione e dalla distribuzione di valore (lavoro) tra economie e settori con diversi livelli di produttività.
Nel capitalismo, il controllo dei prezzi invece ha spesso inciso più sulla produzione che sul consumo, causando carenze o recessioni.
Al contrario, per supportare i bisogni della popolazione tramite il controllo dei prezzi il sistema economico richiederebbe la proprietà-controllo pubblico sugli investimenti e sulla produzione, almeno per i settori strategici come avviene in Cina con il Partito comunista.
Ma di questo, negli Stati Uniti, è meglio non parlarne.
Fonte
03/02/2024
Controllo dei prezzi: per cosa e per chi?
Come sappiamo, infatti, le grandi imprese hanno prontamente approfittato della crisi per difendere, se non aumentare, i propri margini di profitto, scaricando sulle famiglie il costo dell’ennesimo crack economico, iniziato con la pandemia e protrattosi con la guerra.
L’ultima novità in tal senso è che anche una parte consistente delle grandi aziende europee ha iniziato a richiedere a gran voce l’introduzione di prezzi energetici amministrati, al fine di tutelare la competitività europea a livello internazionale. L’esempio più esplicito in tal senso ci è stato fornito dalle richieste presentate da European Round Table for industry (ERT) – un’associazione datoriale che include alcuni tra i più grandi gruppi industriali europei – a Mario Draghi, in un incontro orientato alla stesura del rapporto sulla competitività che l’ex presidente del Consiglio sta preparando su mandato della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
In altre parole, i padroni stanno gridando a gran voce che, se il differenziale nei costi energetici con le altre grandi economie a livello globale (Stati Uniti e Cina in primis) non dovesse diminuire nei prossimi anni, le loro aziende saranno costrette a intraprendere un riassetto delle proprie attività, delocalizzando la produzione verso quei paesi che garantiscono costi energetici inferiori e dunque maggiori profitti.
Una contraddizione lampante emerge da queste richieste del mondo datoriale: dopo decenni di venerazione del libero mercato, delle deregolamentazioni (che si traducono in maggiore libertà di licenziare), della riduzione dell’intervento pubblico, ecco che ora le imprese scoprono le virtù della regolamentazione pubblica, da utilizzare a difesa dei profitti.
Cosa significa tutto questo? Le imprese europee sono effettivamente danneggiate dall’aumento dei costi energetici e dalle materie prime, in gran parte importate? E se così è, siamo davvero tutti sulla stessa barca? Proviamo a rispondere con ordine a questi interrogativi.
La guerra in Ucraina ha cambiato le carte in tavola e le regole del gioco. Se la significativa riduzione delle forniture russe di petrolio, e soprattutto di gas, costituisce uno dei pilastri della nuova strategia europea per la sicurezza energetica, questa risulta estremamente problematica una volta considerati gli elementi di costo. Effettivamente, i rincari energetici che hanno dovuto fronteggiare le aziende europee sono stati infatti maggiori rispetto a quelli che si sono verificati negli Stati Uniti o in Cina e stanno già comportando ripercussioni strutturali sulla competitività del tessuto industriale europeo, tanto da sollevare dubbi sulla tenuta complessiva del modello economico tedesco ed europeo.
Un assaggio di questo fenomeno ci è fornito dal rapporto annuale di Agora Energiewende, una rete che collabora col governo tedesco nell’ambito delle politiche per la transizione. Il report segnala che le emissioni di CO2 tedesche sono diminuite, nel solo 2023, del 21% rispetto al 2022, con una riduzione di 73 milioni di tonnellate che porta le emissioni totali al livello più basso registrato dagli anni Cinquanta. A prima vista, sembrerebbe un grande successo per le politiche di transizione tedesche, guidato dal minor utilizzo di carbone nella produzione di energia elettrica e dal maggior ricorso alle rinnovabili. Approfondendo, tuttavia, notiamo che il calo delle emissioni è stato favorito non solo da una significativa diminuzione della domanda di elettricità e da un aumento delle importazioni di elettricità (rinnovabile) dai paesi vicini, ma anche dalla riduzione delle emissioni dell’industria causata da un enorme calo della produzione dei settori energivori (-11% nel 2023 e -20% dall’inizio della guerra). In dettaglio, la riduzione delle emissioni nel 2023 è spiegabile per il 23% dai tagli alla produzione industriale e per l’11% dalla riduzione del consumo di energia nell’industria. Solo una parte fortemente minoritaria della riduzione delle immissioni è dovuta alle misure legate alla transizione: maggiore efficienza energetica (7%), espansione delle rinnovabili (8%), riduzione dell’uso di veicoli pesanti (4%), riduzione a lungo termine delle emissioni industriali (4%) e riduzione dimensioni degli allevamenti (1%).
Senza una svolta nella politica industriale europea, tutt’altro che probabile al momento, siamo dunque diretti verso un processo di deindustrializzazione che non interessa più esclusivamente l’economia italiana e la periferia europea meridionale, ma coinvolge ormai anche il centro manifatturiero tedesco.
Di fronte a questa prima risposta verrebbe, dunque, da pensare che lavoratrici e lavoratori europei siano quindi sulla stessa barca dei grandi gruppi industriali, uniti dalla rivendicazione di un controllo pubblico sui prezzi strategici, a partire da quelli energetici. Niente di più errato. Tant’è che le imprese chiedono allo Stato di coprire parte dei loro costi, mentre Repubblica ci dice, citando Bankitalia, che l’inflazione si è già mangiata più del 12% dei risparmi accumulati dalle famiglie.
In primo luogo, il modello tedesco ed europeo basato sulle esportazioni è strutturalmente orientato al contenimento dei costi di produzione, siano essi salari o bollette energetiche. Non si può avere nulla a che spartire con chi ti bastona quotidianamente per difendere i propri profitti.
Ma ci sono altre ragioni specifiche per cui le nostre rivendicazioni sono intrinsecamente inconciliabili con le loro. Il ritorno in vigore dal 2024 del Patto di austerità ha già da tempo portato gli esecutivi europei a ridimensionare, se non a eliminare completamente, le misure finalizzate a tutelare le famiglie meno abbienti dai rincari delle bollette energetiche, delle pompe di benzina e dei carrelli della spesa. I grandi gruppi industriali chiedono infatti di essere gli unici destinatari di quelle risorse pubbliche, che devono essere orientate ai padroni nei settori più colpiti. Sgomitano anche tra loro per accaparrarsi la fetta più grossa, figurarsi se son disposti a spartirla coi lavoratori. Dal canto loro, le istituzioni europee e i governi nazionali affiancano e assecondano i desiderata del capitalismo europeo.
In secondo luogo, e forse ancor più importante, l’attuale dinamica inflazionistica è legata a doppio nodo con le esigenze della transizione ecologica ed energetica, specialmente nella sua componente più persistente. Rinunciare al gas russo e alle fonti fossili in generale richiederà nei prossimi anni e decenni uno sforzo imponente in termini di investimenti industriali e infrastrutturali. I grandi gruppi europei non sono minimamente disposti ad accollarsi le spese di progetti caratterizzati da alto rischio, potenziali perdite nel breve e profitti (incerti) e solo nel medio periodo. La loro richiesta è semplice (e talvolta esplicita, come nel caso dell’ex Ilva): lo Stato e la fiscalità generale devono accollarsi le spese e gli investimenti nella decarbonizzazione, per poi mollare l’osso una volta che la tempesta è passata. Il solito vecchio motto dei padroni torna in auge: socializzare le perdite, privatizzare i profitti.
In definitiva, anche di fronte agli ostacoli della transizione non siamo uguali e il nostro controllo dei prezzi non è uguale al loro. Se noi chiediamo che nessuno sia lasciato indietro e che le misure di sostegno alle famiglie più in difficoltà siano ripristinate, loro vogliono tutto il malloppo per arricchirsi ulteriormente, non importa a quale costo. Se noi chiediamo la piena occupazione, anche per tutti quei lavoratori che saranno investiti dallo smantellamento dei settori più inquinanti, loro lamentano la scarsità di lavoratori nei settori di loro interesse e non fanno formazione. Se noi chiediamo che le partecipate pubbliche diventino le protagoniste di una transizione energetica e industriale orientata socialmente, loro chiedono allo Stato nazionalizzazioni a tempo, privatizzazioni e mance miliardarie, senza curarsi dell’interesse generale. Non siamo uguali. Non siamo, neanche stavolta, sulla stessa barca.
05/06/2023
L’inflazione è da profitti, ma la paga il lavoro
Le banche centrali di tutto il mondo hanno risposto con aumenti dei tassi, in osservanza alle prescrizioni della teoria quantitativa della moneta (Tqm), che resta maggioritaria, nonostante le critiche demolitrici e l’evidenza scientifica a smentirla.
Si apre con questo argomento il libro L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo, opera collettanea pubblicata a marzo da Edizioni Punto Rosso.
Secondo la Tqm l’inflazione è il prodotto di un eccesso di moneta in circolazione, che sarebbe stato provocato dai programmi di spesa pubblica messi in campo nel 2020-21. Basterebbe quindi ridurre questo eccesso aumentando il tasso di interesse, per risolvere il problema.
In realtà, il rialzo dei tassi deprime investimenti e domanda finale, raffreddando l’economia e generando disoccupazione. Per questa via si riduce soprattutto il potere contrattuale dei sindacati, costretti ad accettare riduzioni salariali.
In Italia, però, i salari sono già ai minimi storici: dopo un trentennio (1990-2020) segnato da una riduzione dei salari reali medi del 3% – un unicum tra i Paesi dell’Ocse – il biennio passato ha visto una caduta verticale del salari reali – pari secondo i dati Istat all’1,3% nel 2021 e addirittura al 7,6% nel 2022 – e il 2023 non è destinato ad andare meglio.
Di fronte a questo scenario drammatico, il rialzo dei tassi opera un’ulteriore redistribuzione del reddito da chi paga interessi sui propri debiti – ad esempio, le famiglie che hanno contratto mutui a tasso variabile – verso chi percepisce rendite finanziarie.
Risulta allora cruciale comprendere le cause dell’inflazione odierna. È un fenomeno legato solo a fattori esterni, come l’aumento dei prezzi energetici aggravato dalla guerra?
L’impatto dell’aumento del prezzo del gas avrebbe comportato un aumento dei costi di produzione e dunque dei prezzi pari a un terzo dell’inflazione osservata in Italia. Questo considerando non solo gli effetti diretti, ma anche la loro propagazione attraverso la rete globale delle relazioni inter-industriali, gli effetti indiretti cumulati.
I rincari dell’energia spiegano dunque solo una piccola parte della spirale dei prezzi. Poiché i salari nominali non sono aumentati, questo gap è spiegabile solo con un aumento dei margini di profitto: in un contesto di prezzi fortemente variabili come quello iniziato a fine 2021, in diversi settori le imprese non hanno solo scaricato tutto l’aumento dei costi di produzione sui consumatori, ma hanno avuto buon gioco ad aumentare i prezzi in misura più che proporzionale, aumentando i margini di profitto.
Siamo dunque di fronte a un’inflazione trainata dai profitti, non dai salari.
Diventa allora importante chiedersi quali politiche potrebbero proteggere i salari reali dei lavoratori senza innescare la famigerata “spirale salari-prezzi”.
Una riduzione del margine di profitto consentirebbe di mantenere i prezzi invariati, a tutela del potere d’acquisto delle famiglie. Il controllo dei prezzi, e dunque dei profitti, sarebbe quindi uno strumento prezioso per proteggere il mondo del lavoro, almeno nei settori più rilevanti rispetto al meccanismo di trasmissione dei prezzi.
Una misura così radicale – potrebbero argomentare gli economisti di grido – rischierebbe tuttavia di mettere in crisi il sistema produttivo italiano. Ma non esiste alcuna legge ferrea riguardo il mantenimento dei margini di profitto.
Non solo in aggregato la massa dei profitti generati in Italia sarebbe più che sufficiente ad assorbire gli aumenti dei prezzi energetici e delle materie prime, contenendo la dinamica dei prezzi, ma alcune singole realtà aziendali si discostano di molto dalla media, in positivo.
Se ne ha conferma a partire dai dati di bilancio delle imprese italiane del quinquennio 2017-21: a una crescita del valore della produzione del 14% e del margine operativo lordo del 29%, fa riscontro un aumento dell’utile netto del 77,5%; dopo il crollo della produzione dovuto ai lockdown, la redditività delle aziende è comunque in forte recupero.
L’aumento dei profitti a fronte di investimenti piuttosto contenuti fa aumentare i depositi bancari delle aziende, che dal 2017 al 2021 sono aumentati del 70% (da 302,8 a 515,3 miliardi), contro un aumento generale dei depositi pari al 24%.
Ne deduciamo dunque che l’inflazione, insieme alle politiche economiche adottate nei principali Paesi avanzati, ha permesso il forte aumento della profittabilità delle imprese.
Un altro tassello essenziale per comprendere le dinamiche odierne e la sconfitta storica da cui queste discendono riguarda l’indicizzazione salariale, ossia le varie forme di ancoraggio dei salari ai prezzi. Le vicende del sistema italiano di indicizzazione fino all’abolizione della scala mobile nel 1984 costituiscono un punto di partenza rilevante per inquadrare il presente.
A partire dal 1993 l’obiettivo dichiarato diventa proprio quello di contenere l’inflazione e a partire dall’accordo separato del 2009 – siglato da Confindustria, Cisl e Uil – gli aumenti salariali sono legati a un indice inflazionistico, chiamato Ipca, al netto della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati (Ipca depurato).
In altre parole, il tasso di inflazione che fa da riferimento per contrattare gli aumenti salariali non tiene conto dell’effetto degli aumenti di prezzo dell’energia importata, che come abbiamo visto è responsabile di una parte rilevante dell’attuale salita dei prezzi.
Non solo assistiamo da decenni a un processo di indebolimento dell’indicizzazione e della tutela dei salari reali, ma abbiamo un sistema di contrattazione ancorato a un indice inflazionistico che non tiene conto della componente energetica importata.
Si tratta di una scelta politica determinata dai rapporti di forza tra percettori di profitti e di salari, tutta a scapito di questi ultimi. Per di più, se osserviamo il contesto europeo, ci rendiamo conto che i meccanismi di indicizzazione salariale non sono ovunque così sfavorevoli per i lavoratori: in diversi Paesi, anzi, i sindacati cercano di estendere l’indicizzazione all’insieme dei contratti.
Gli argomenti solo sfiorati in questo articolo sono approfonditi nel libro, che vuole essere uno strumento utile a inquadrare la spirale inflazionistica dal punto di vista della distribuzione e della giustizia sociale, prospettiva poco considerata nel dibattito pubblico italiano.
Se la durata e le conseguenze dell’inflazione sono una questione tutta politica, prioritaria per chi vuole difendere gli interessi del mondo del lavoro, è bene proclamare ad alta voce l’esistenza di una alternativa concreta rispetto all’ennesima crisi pagata da lavoratori, precari e disoccupati.
Fonte
26/03/2023
L’inflazione dei padroni
Dopo decenni segnati da una dinamica dei prezzi stagnante, il ritorno di tassi d’inflazione elevati e persistenti nelle economie avanzate, in particolare quelle occidentali, è stato il fatto economico più rilevante degli ultimi anni.
Abbiamo già discusso le conseguenze devastanti dell’inflazione sui salari reali e sulle condizioni materiali di milioni di lavoratrici e lavoratori in tutta Europa, mettendo a nudo le misure implementate dalle istituzioni europee, a partire dal rialzo dei tassi della BCE, tutte orientate a tutelare i profitti e scaricare il prezzo dell’inflazione esclusivamente sui lavoratori.
Diventa allora indispensabile ragionare su quali potrebbero essere gli strumenti a disposizione dell’intervento pubblico per contrastare la dinamica inflativa e al contempo tutelare il mondo del lavoro. Questo articolo si concentra sul controllo dei prezzi, una misura particolarmente sgradita agli economisti mainstream di tutto il mondo, recentemente tornata al centro del dibattito.
Se lo shock inflazionistico si è propagato a partire dai beni energetici importati e dalle materie prime, ossia dal lato dell’offerta, va da sé che il rialzo dei tassi d’interesse avviato dalla FED – e poi dalla BCE – non costituisce uno strumento adeguato ad affrontare in modo efficace il problema, agendo sulla domanda e non avendo alcun impatto diretto sulla causa del problema.
I governi europei hanno perciò adottato ulteriori misure di contenimento delle conseguenze dell’inflazione, a partire dall’utilizzo della leva fiscale. Nel contesto italiano, nel corso del 2021-2022 il governo ha destinato circa 62 miliardi di euro (3,3% del Pil) – più del 90% nel 2022 – per mitigare l’effetto dell’inflazione su famiglie e imprese. Peccato che il sostegno sia stato fortemente sbilanciato a favore delle imprese, coprendo solo in parte le famiglie. A livello europeo, misure simili – finalizzate a contenere i prezzi energetici al dettaglio – sono state adottate anche da Belgio, Ungheria, Polonia, Spagna, Portogallo e Regno Unito.
In generale, le misure fiscali finalizzate al contenimento dei prezzi energetici consentono interventi mirati da un punto di vista settoriale e hanno mostrato una maggiore efficacia – al di là della portata dei singoli interventi e della loro temporaneità – rispetto all’obiettivo di ridurre nel breve termine le conseguenze della dinamica inflazionistica.
Si tratta, peraltro, di misure che nei fatti non sono servite né erano pensate per contenere l’inflazione, ma solo per alleggerirne le conseguenze per le tasche di lavoratori ed imprese, con una maggiore incidenza, come già detto, su queste ultime. In sostanza si tratta di far pagare l’inflazione alle casse dello Stato, senza dare nessun contributo al rallentamento dell’inflazione in sé, ma finanziando i profitti delle imprese.
Questo approccio mostra dei limiti evidenti, soprattutto nel contesto dell’Eurozona. Se il governo tedesco si è potuto permettere di stanziare 200 miliardi di euro a supporto delle proprie grandi aziende – per disincentivare delocalizzazioni verso paesi caratterizzate da costi energetici molto più contenuti, il minore spazio fiscale a disposizione ha già spinto il governo italiano a eliminare dal 2023 il taglio delle accise sui carburanti, con inevitabili ricadute sui prezzi, sul potere d’acquisto e sui consumi delle famiglie, persino a detta della Commissione Europea.
L’accettazione dei vincoli di bilancio europei riduce quindi lo spazio di manovra dei paesi più indebitati, limitando l’intervento pubblico a difesa delle famiglie e del tessuto produttivo e aggravando il processo di divergenza interno all’Eurozona. Non solo. Se i prezzi energetici dovessero rimanere a livelli strutturalmente più alti rispetto a quelli pre-crisi, la minaccia al tessuto produttivo si allargherebbe anche ai paesi con maggiore spazio fiscale, soprattutto per quanto concerne i settori energivori, che costituiscono un perno del modello di crescita europeo, basato sulle esportazioni.
Non è dunque un caso che l’Unione Europea abbia recentemente adottato misure più dirette di controllo dei prezzi. L’introduzione da parte dell’Unione Europea del price cap – una soglia massima di prezzo sul petrolio (60$ al barile) e sul gas naturale (180 €/MWh) – rientra tra queste misure.
Questa misura sposta l’intervento pubblico verso l’origine della questione inflazionistica – i prezzi dei prodotti energetici importati. Peccato che sia improbabile che riesca effettivamente a raffreddare i prezzi in maniera duratura. Le soglie individuate sono infatti altissime e quindi poco utili, soprattutto per quanto riguarda il gas – il cui prezzo al TTF oggi è intorno ai 50€/MWh. Ancor più importante, i futuri problemi in termini di approvvigionamento legati alla rinuncia al gas russo e al possibile taglio alla produzione da parte dell’Opec plus si scaricheranno nuovamente al rialzo sui prezzi, price cap o meno.
La capacità dell’Unione Europea di implementare politiche di controllo dei prezzi efficaci è dunque estremamente limitata in virtù della sua dipendenza energetica. Un blocco economico che importa il 55% della propria energia difficilmente può esercitare una qualche forma di influenza sul livello dei prezzi. Nel lungo periodo, senza adeguate politiche industriali rivolte al raggiungimento di una maggiore autonomia energetica, l’UE sarà alla mercé dei partner internazionali e subirà fiammate inflazionistiche cicliche originate nel comparto energetico, senza la possibilità di adottare le necessarie contromisure.
Viceversa, se guardiamo al caso degli Stati Uniti, ci rendiamo conto che il rallentamento dell’inflazione iniziato nel luglio 2022 non è stato il frutto del rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, ma l’esito della massiccia vendita di petrolio implementata da Washington ricorrendo alle Riserve Strategiche di Petrolio (RSP) al fine di contenere il prezzo della benzina.
Dopo l’annuncio di marzo del ricorso alle RSP, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha rilasciato 180 milioni di barili nell’arco di sei mesi, a cui si devono aggiungere ulteriori 15 milioni mobilitati nel dicembre 2022 e altri 60 milioni riconducibili ai partner dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE). L’impatto sul prezzo della benzina e sulla dinamica inflazionistica complessiva è stato rilevante.
In altre parole, una politica efficace di controllo pubblico dei prezzi passa necessariamente da una maggiore autonomia energetica e dall’implementazione di schemi di buffer stock, ossia interventi finalizzati a stabilizzare il prezzo di alcune merci strategiche (solitamente agricole o energetiche), attraverso il loro stoccaggio da parte dell’attore pubblico: quando si verifica un eccesso di offerta sul mercato, la merce viene acquistata a un prezzo basso e immagazzinata in modo che il suo prezzo non precipiti troppo, per poi essere rivenduta quando la sua scarsità inizia a manifestarsi, spingendo i prezzi verso l’alto.
Il recente ritorno dell’inflazione potrebbe dunque essere un’occasione per tornare al controllo pubblico dei prezzi strategici – a partire dal comparto energetico. Questa misura, da sola, non è in grado di rimuovere le cause strutturali del fenomeno inflazionistico, che riguardano l’autonomia energetica europea, le catene di approvvigionamento globali e gli ostacoli della transizione energetica. Il controllo dei prezzi può tuttavia offrire il tempo indispensabile per aggredire queste problematiche, evitando al contempo che il potere d’acquisto delle famiglie sia eroso e il tessuto produttivo desertificato a causa dei maggiori costi energetici a livello internazionale.
La domanda allora sorge spontanea: se esiste un’alternativa al rialzo dei tassi e al ritorno alle politiche di austerità, perché non viene attuata anche nel contesto europeo? L’introduzione di un sistema di controllo dei prezzi avrebbe effetti collaterali decisamente più contenuti rispetto alle politiche monetarie restrittive, ma avrebbe l’enorme pregio di attribuire la maggior parte dei costi dell’inflazione ai soggetti economici più forti – le grandi multinazionali (energetiche e non) e le fasce economiche più abbienti, invece di scaricare per l’ennesima volta i costi della crisi sui soggetti più fragili.
Perché, dunque, non viene applicata una forma di controllo dei prezzi? Perché, molto semplicemente, il controllo dei prezzi danneggia i margini di profitto del capitale. Come emerso recentemente, la Banca centrale europea è ben consapevole del fatto che mentre i lavoratori e i consumatori trovano sempre più difficile fare i conti con il costo della vita, le imprese stanno ottenendo enormi profitti proprio dall’aumento dell’inflazione. Ma facciamo parlare i capitalisti. Paul Donovan, capo economista della UBS Global Wealth Management (che offre servizi di consulenza e di investimento a una clientela composta, evidentemente, da soggetti estremamente ricchi), non ha usato mezzi termini: “È chiaro che l’espansione dei profitti ha avuto un ruolo preponderante nell’inflazione europea degli ultimi sei mesi. La BCE non è riuscita a giustificare ciò che sta facendo – l’aumento dei tassi d’interesse – nel contesto di una spinta inflazionistica guidata maggiormente dai profitti”.
Una cosa inconcepibile! Come sempre, non c’è nessuna necessità tecnica di scegliere la strada che è stata intrapresa. L’alternativa c’è, eccome. Solo che parlare di controllo pubblico dei prezzi significa parlare di un sistema che metta dei limiti rispetto alla capacità delle imprese di generare profitti smisurati e questo risulta inaccettabile, specialmente nel contesto europeo.
