Chi legge assiduamente il nostro giornale sa che sono mesi e mesi che ci occupiamo di riportare le notizie riguardo “l’anomalia” dei prezzi dei generi alimentari, che continuano ad aumentare a un ritmo molto più alto dell’inflazione media, con un effetto particolarmente negativo per le fasce popolari, il cui reddito è speso in proporzione maggiore per i beni che servono per campare, giorno dopo giorno.
Ora, finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Difatti, di questi alti prezzi soffrono i consumatori, ma non ne vedono i “benefici” i produttori.
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, specifica l’AGCM, i prezzi dei beni alimentari sono schizzati del 24,9%, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’indice generale dei prezzi al consumo, ferma al 17,3%. L’ipotesi al vaglio è che ci sia una sostanziale speculazione della GDO, attraverso la quale avviene l’84% degli acquisti degli italiani.
Si tratta di pochi grandi gruppi, che approfitterebbero anche del proprio potere contrattuale nei confronti di una base produttiva alquanto frammentata, fatta di migliaia di piccole aziende agricole. Secondo l’Antitrust, questa posizione di forza permetterebbe alle catene della GDO di imporre unilateralmente condizioni economiche pesanti.
Ad esempio, saranno indagati i cosiddetti “servizi di vendita”: veri e propri pagamenti che i produttori fanno ai supermercati per servizi quali l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti. Il presidente di Federdistribuzione ha immediatamente ricordato che non è mai mancata la collaborazione per frenare i rincari, e che daranno tutte le informazioni necessarie.
Intanto, il peso sulle famiglie è gravoso: il Codacons ha calcolato un esborso maggiore per la spesa alimentare rispetto al 2021, per un nucleo familiare con due figli, intorno a 1.915 euro annui. Assoutenti dichiara che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Nonostante l’inflazione generale sia scesa (1,2% a dicembre 2025), il “carrello della spesa” continua a correre quasi a velocità doppia (2,2%).
Anche la Coldiretti ha accolto con favore l’iniziativa dell’Antitrust. Ora, i soggetti interessati sono tenuti a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. A quel punto saremo pronti per tornare sull’argomento, a difesa della capacità d’acquisto di lavoratori e pensionati.
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23/08/2024
USA - Si discute di controllare i prezzi dei generi alimentari
La neocandidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti Kamala Harris ha proposto di promulgare la prima legge federale contro i prezzi gonfiati (“price gouging”) dall’industria alimentare al fine di ridurre il costo della vita nel paese.
In un discorso tenuto lo scorso venerdì 15, Harris ha sottolineato che il costo dei generi alimentari è aumentato del 25% dal gennaio 2020, facendo notare che alcune imprese stanno registrando profitti record.
Per esempio, una pagnotta di pane costa oggi in media circa il 50% in più rispetto a prima della pandemia. In particolare, la candidata dem ha dichiarato di voler colpire le imprese che non “rispettano le regole” aumentando illegalmente i prezzi.
Cos’è il “price gouging”?
Con questo termine, traducibile in “innalzamento ingiustificato dei prezzi”, si intende una pratica predatoria delle imprese che applicano prezzi eccessivamente alti su prodotti che, soprattutto a causa di qualche evento straordinario, diventano scarsi (pensiamo alle mascherine nella primavera del 2020).
Per identificare il fenomeno, secondo il Public Interest Research Group i prezzi eccessivamente alti sono quelli pari al 20% o più del costo medio di un articolo rispetto al periodo precedente.
La situazione legale negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, l’unica legge federale esistente contro il “price gouging” mira a prevenire gli extraprofitti delle imprese in tempo di guerra o in altre emergenze nazionali. La legge tuttavia non quantifica in modo chiaro un prezzo eccessivo.
A livello statale invece sono 34 gli Stati che hanno in vigore una qualche forma di legge contro le frodi sui prezzi.
L’inflazione picchia duro
Il rincaro dei generi alimentari è uno dei principali problemi per chi vive negli Stati Uniti. In un sondaggio del 2023, Yahoo Finance/Ipsos ha rilevato che due terzi degli intervistati hanno indicato nel carrello della spesa il settore in cui l’inflazione colpisce più duramente.
In un paese dalle forti diseguaglianze e ad altissimo tasso di inattività della popolazione – circa 100 milioni di abitanti non hanno e non cercano un lavoro (fattore che aiuta a tenere “statisticamente basso” il tasso di disoccupazione) – una crescente fetta di popolazione fatica sempre più ad acquistare cibo che non sia spazzatura, a curarsi e a mantenere un tetto sopra la testa.
Il fronte del no alla legge federale
“Ci sono molte ragioni per l’alta inflazione che abbiamo sofferto negli ultimi anni, ma le pratiche di prezzo aggressive o sleali sono in fondo alla lista delle ragioni, se ci sono”, ha detto Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.
Secondo Michael Strain, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute (AEI), l’impennata dei prezzi dei generi alimentari “è per lo più un risultato del mercato. È probabile che le aziende abbiano visto aumentare la loro capacità di aumentare i prezzi praticati, ma non vedo nulla che possa essere definito ‘price gouging’”.
Mercoledì sono arrivate anche le proteste da parte delle imprese dell’industria alimentare direttamente sul Wall Street Journal, le quali respingono le affermazioni secondo cui i consumatori vengono truffati e si oppongono al piano della Harris.
I limiti del dibattito
Che nel centro imperialista per eccellenza si discuta di una legge che in qualche modo incida sulla formazione dei prezzi in un settore essenziale come quello alimentare è un segno delle turbolenze economiche che attraversano gli Stati Uniti.
La proposta della Harris ovviamente non parte “a monte” dal controllo dei prezzi dei generi alimentari, ma nel solco della teoria neoliberista mira a favorire la concorrenza nel settore per aumentare l’offerta di prodotti sul mercato e offrire ai consumatori maggiore scelta, limitando così, secondo la teoria, la capacità delle aziende di fissare prezzi a piacimento.
Dalla nostra prospettiva, è bene ricordare che in un sistema capitalista l’aumento generale del costo della vita non è dato dal rincaro dei prezzi di un singolo settore, ma delle “leggi generali” del movimento dell’intera economia orientata all’accumulazione: in primis il tasso di profitto, che incide su propensione all’investimento, livello di produzione e tasso di occupazione.
I prezzi in realtà, specialmente di beni così internazionalizzati come quelli alimentari, sono fissati dalla produzione e dalla distribuzione di valore (lavoro) tra economie e settori con diversi livelli di produttività.
Nel capitalismo, il controllo dei prezzi invece ha spesso inciso più sulla produzione che sul consumo, causando carenze o recessioni.
Al contrario, per supportare i bisogni della popolazione tramite il controllo dei prezzi il sistema economico richiederebbe la proprietà-controllo pubblico sugli investimenti e sulla produzione, almeno per i settori strategici come avviene in Cina con il Partito comunista.
Ma di questo, negli Stati Uniti, è meglio non parlarne.
Fonte
In un discorso tenuto lo scorso venerdì 15, Harris ha sottolineato che il costo dei generi alimentari è aumentato del 25% dal gennaio 2020, facendo notare che alcune imprese stanno registrando profitti record.
Per esempio, una pagnotta di pane costa oggi in media circa il 50% in più rispetto a prima della pandemia. In particolare, la candidata dem ha dichiarato di voler colpire le imprese che non “rispettano le regole” aumentando illegalmente i prezzi.
Cos’è il “price gouging”?
Con questo termine, traducibile in “innalzamento ingiustificato dei prezzi”, si intende una pratica predatoria delle imprese che applicano prezzi eccessivamente alti su prodotti che, soprattutto a causa di qualche evento straordinario, diventano scarsi (pensiamo alle mascherine nella primavera del 2020).
Per identificare il fenomeno, secondo il Public Interest Research Group i prezzi eccessivamente alti sono quelli pari al 20% o più del costo medio di un articolo rispetto al periodo precedente.
La situazione legale negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, l’unica legge federale esistente contro il “price gouging” mira a prevenire gli extraprofitti delle imprese in tempo di guerra o in altre emergenze nazionali. La legge tuttavia non quantifica in modo chiaro un prezzo eccessivo.
A livello statale invece sono 34 gli Stati che hanno in vigore una qualche forma di legge contro le frodi sui prezzi.
L’inflazione picchia duro
Il rincaro dei generi alimentari è uno dei principali problemi per chi vive negli Stati Uniti. In un sondaggio del 2023, Yahoo Finance/Ipsos ha rilevato che due terzi degli intervistati hanno indicato nel carrello della spesa il settore in cui l’inflazione colpisce più duramente.
In un paese dalle forti diseguaglianze e ad altissimo tasso di inattività della popolazione – circa 100 milioni di abitanti non hanno e non cercano un lavoro (fattore che aiuta a tenere “statisticamente basso” il tasso di disoccupazione) – una crescente fetta di popolazione fatica sempre più ad acquistare cibo che non sia spazzatura, a curarsi e a mantenere un tetto sopra la testa.
Il fronte del no alla legge federale
“Ci sono molte ragioni per l’alta inflazione che abbiamo sofferto negli ultimi anni, ma le pratiche di prezzo aggressive o sleali sono in fondo alla lista delle ragioni, se ci sono”, ha detto Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.
Secondo Michael Strain, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute (AEI), l’impennata dei prezzi dei generi alimentari “è per lo più un risultato del mercato. È probabile che le aziende abbiano visto aumentare la loro capacità di aumentare i prezzi praticati, ma non vedo nulla che possa essere definito ‘price gouging’”.
Mercoledì sono arrivate anche le proteste da parte delle imprese dell’industria alimentare direttamente sul Wall Street Journal, le quali respingono le affermazioni secondo cui i consumatori vengono truffati e si oppongono al piano della Harris.
I limiti del dibattito
Che nel centro imperialista per eccellenza si discuta di una legge che in qualche modo incida sulla formazione dei prezzi in un settore essenziale come quello alimentare è un segno delle turbolenze economiche che attraversano gli Stati Uniti.
La proposta della Harris ovviamente non parte “a monte” dal controllo dei prezzi dei generi alimentari, ma nel solco della teoria neoliberista mira a favorire la concorrenza nel settore per aumentare l’offerta di prodotti sul mercato e offrire ai consumatori maggiore scelta, limitando così, secondo la teoria, la capacità delle aziende di fissare prezzi a piacimento.
Dalla nostra prospettiva, è bene ricordare che in un sistema capitalista l’aumento generale del costo della vita non è dato dal rincaro dei prezzi di un singolo settore, ma delle “leggi generali” del movimento dell’intera economia orientata all’accumulazione: in primis il tasso di profitto, che incide su propensione all’investimento, livello di produzione e tasso di occupazione.
I prezzi in realtà, specialmente di beni così internazionalizzati come quelli alimentari, sono fissati dalla produzione e dalla distribuzione di valore (lavoro) tra economie e settori con diversi livelli di produttività.
Nel capitalismo, il controllo dei prezzi invece ha spesso inciso più sulla produzione che sul consumo, causando carenze o recessioni.
Al contrario, per supportare i bisogni della popolazione tramite il controllo dei prezzi il sistema economico richiederebbe la proprietà-controllo pubblico sugli investimenti e sulla produzione, almeno per i settori strategici come avviene in Cina con il Partito comunista.
Ma di questo, negli Stati Uniti, è meglio non parlarne.
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20/03/2023
“Misteri dell’inflazione”. Scende ma i prezzi dei beni necessari e di consumo salgono
L’Istat indicato al ribasso il tasso di inflazione ufficiale di febbraio portandolo da 9,2 al 9,1%. Una delle cause è stato l’intervento dell’Arera, l’Authority che regola elettricità, gas e acqua, che a febbraio ha deciso un calo del 13% dei prezzi, portando il gas a 86,45 centesimi a metro cubo.
L’Istat spiega che “Il rallentamento dell’inflazione si deve, in primo luogo all’accentuarsi della flessione su base tendenziale dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (da -12,0% a -16,4%) e alla decelerazione di quelli degli Energetici non regolamentati (da +59,3% a +40,8%)”.
Il problema però è che a febbraio l’inflazione si è come “sdoppiata”. Una è quella dell’indice medio dei prezzi, l’altra è quella dei prezzi dei beni di maggior consumo, in particolare gli alimentari, quello che viene definito come il “carrello della spesa”.
Se fino ad ora i due andamenti sembravano procedere parallelamente, (entrambi in lento rallentamento), anche se con i prezzi del carrello della spesa di circa un punto sopra l’indice generale, da febbraio però mentre la curva dell’indice generale ha continuato a scendere, la curva del prezzi dei beni più necessari ha continuato a salire, toccando un +12,7%. In pratica adesso la forbice fra i due indicatori sull’inflazione si è divaricata di quasi 4 punti.
Ciò significa, come sempre in questo paese, che l’inflazione si sta accanendo sulle persone con i reddito più bassi e su chi ha retribuzioni non agganciate all’andamento dell’inflazione. Non solo. Se allarghiamo il raggio dal “carrello della spesa” ai beni di largo consumo nel loro complesso, la situazione peggiora ancora e si arriva ad una inflazione “teorica” del 16% secondo quanto rilevato dall’analisi mensile della Nielsen sui beni a largo consumo.
Su tutto questo pesano come macigni i parametri con cui si deve decidere l’adeguamento di salari e pensioni all’inflazione. Dal 1992 in poi, governi e imprese hanno truccato la partita con l’inflazione programmata, adesso c’è il rischio che usino uno solo dei due indicatori, quello più conveniente per imprese e governo ma del tutto sballato, in quanto l’andamento reale dei prezzi dei beni necessari e di largo consumo è molto più alto del dato ufficiale.
Fonte
L’Istat spiega che “Il rallentamento dell’inflazione si deve, in primo luogo all’accentuarsi della flessione su base tendenziale dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (da -12,0% a -16,4%) e alla decelerazione di quelli degli Energetici non regolamentati (da +59,3% a +40,8%)”.
Il problema però è che a febbraio l’inflazione si è come “sdoppiata”. Una è quella dell’indice medio dei prezzi, l’altra è quella dei prezzi dei beni di maggior consumo, in particolare gli alimentari, quello che viene definito come il “carrello della spesa”.
Se fino ad ora i due andamenti sembravano procedere parallelamente, (entrambi in lento rallentamento), anche se con i prezzi del carrello della spesa di circa un punto sopra l’indice generale, da febbraio però mentre la curva dell’indice generale ha continuato a scendere, la curva del prezzi dei beni più necessari ha continuato a salire, toccando un +12,7%. In pratica adesso la forbice fra i due indicatori sull’inflazione si è divaricata di quasi 4 punti.
Ciò significa, come sempre in questo paese, che l’inflazione si sta accanendo sulle persone con i reddito più bassi e su chi ha retribuzioni non agganciate all’andamento dell’inflazione. Non solo. Se allarghiamo il raggio dal “carrello della spesa” ai beni di largo consumo nel loro complesso, la situazione peggiora ancora e si arriva ad una inflazione “teorica” del 16% secondo quanto rilevato dall’analisi mensile della Nielsen sui beni a largo consumo.
Su tutto questo pesano come macigni i parametri con cui si deve decidere l’adeguamento di salari e pensioni all’inflazione. Dal 1992 in poi, governi e imprese hanno truccato la partita con l’inflazione programmata, adesso c’è il rischio che usino uno solo dei due indicatori, quello più conveniente per imprese e governo ma del tutto sballato, in quanto l’andamento reale dei prezzi dei beni necessari e di largo consumo è molto più alto del dato ufficiale.
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29/09/2017
Cala l’inflazione? Non quella dei generi indispensabili...
L’economia reale si vendica sempre sui trucchi. E bisogna dire grazie all’Istat che – anche quando diretta da presidenti eccessivamente proni al governo che li ha nominati – fornisce dati che rivelano esattamente quel che si voleva nascondere.
Prendiamo i numeri dell’inflazione, diffusi stamattina. A prima vista tutto (quasi) bene. “Nel mese di settembre 2017, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,3% su base mensile e aumenta dell’1,1% rispetto a settembre 2016 (era +1,2% ad agosto)”. Siamo ancora lontani da quel 2% che la Bce e altre banche centrali considerano “ottimale” per un’economia in salute, ma nessuno (tra chi lavora con salari da fame) piange se i prezzi non salgono troppo velocemente.
La lieve frenata dell’inflazione, spiega l’Istat, è ascrivibile per lo più al ribasso dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,7%, da +4,4% di agosto) e di quelli dei Beni energetici regolamentati (+2,9% da +5,0%), in parte compensato dal rialzo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita si porta a +2,2% (da +0,7% del mese precedente).
Qui comincia a prendere forma una notizia importante proprio per chi ha salari molto bassi e un lavoro precario. Salgono più lentamente, infatti, i prezzi di beni e servizi, mentre crescono più velocemente quelli degli alimentari “non lavorati” (frutta, verdura, ecc).
E la conferma arriva immediatamente: “la diminuzione su base mensile dell’indice generale è dovuto principalmente al calo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-4,6%) e, in misura minore, alla diminuzione di quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%), il cui andamento in entrambi i casi è influenzato da fattori stagionali”. Prezzo della benzina in discesa (in quel mese lì...) e servizi di cui si può fare a meno senza troppo sforzo.
Tutto il contrario per i prodotti inseriti nel cosiddetto “carrello della spesa”. “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto salgono dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,3% in termini tendenziali (in accelerazione di tre decimi di punto percentuale rispetto al mese precedente)”.
Questo tipo di prodotti sono quelli “basici”, di cui non si può fare a meno perché qualcosa bisogna pur mangiare, se si vuole restare in pedi. Qui l’inflazione colpisce più duro. Sui testi di economia liberista troverete frasi algide come “la domanda non è comprimibile”, ma significa esattamente la stessa cosa.
Fonte
Prendiamo i numeri dell’inflazione, diffusi stamattina. A prima vista tutto (quasi) bene. “Nel mese di settembre 2017, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,3% su base mensile e aumenta dell’1,1% rispetto a settembre 2016 (era +1,2% ad agosto)”. Siamo ancora lontani da quel 2% che la Bce e altre banche centrali considerano “ottimale” per un’economia in salute, ma nessuno (tra chi lavora con salari da fame) piange se i prezzi non salgono troppo velocemente.
La lieve frenata dell’inflazione, spiega l’Istat, è ascrivibile per lo più al ribasso dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,7%, da +4,4% di agosto) e di quelli dei Beni energetici regolamentati (+2,9% da +5,0%), in parte compensato dal rialzo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita si porta a +2,2% (da +0,7% del mese precedente).
Qui comincia a prendere forma una notizia importante proprio per chi ha salari molto bassi e un lavoro precario. Salgono più lentamente, infatti, i prezzi di beni e servizi, mentre crescono più velocemente quelli degli alimentari “non lavorati” (frutta, verdura, ecc).
E la conferma arriva immediatamente: “la diminuzione su base mensile dell’indice generale è dovuto principalmente al calo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-4,6%) e, in misura minore, alla diminuzione di quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%), il cui andamento in entrambi i casi è influenzato da fattori stagionali”. Prezzo della benzina in discesa (in quel mese lì...) e servizi di cui si può fare a meno senza troppo sforzo.
Tutto il contrario per i prodotti inseriti nel cosiddetto “carrello della spesa”. “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto salgono dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,3% in termini tendenziali (in accelerazione di tre decimi di punto percentuale rispetto al mese precedente)”.
Questo tipo di prodotti sono quelli “basici”, di cui non si può fare a meno perché qualcosa bisogna pur mangiare, se si vuole restare in pedi. Qui l’inflazione colpisce più duro. Sui testi di economia liberista troverete frasi algide come “la domanda non è comprimibile”, ma significa esattamente la stessa cosa.
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22/02/2016
La deflazione è di nuovo tra noi, ma tutti scrivono il contrario
I dati dell'Istat sono dati scientifici, ma che investono tempi sociali e politici di grande portata. Le sue pubblicazioni sono perciò normalmente accolte con grande enfasi e accompagnate da una “narrazione” piuttosto vivace, per gestire nel modo più consono agli interessi del narratore l'influenza socio-politica di numeri altrimenti freddini.
Un esempio dai siti di informazione di oggi, a proposito della pubblicazione dei dati sull'inflazione. Scrive Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria: “L’Istat conferma le stime preliminari sull’inflazione di gennaio, che segna una piccola ripresa (+0,3% su base annua) rispetto ai dati di dicembre (+0,1%), mentre diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente. Una conferma dunque dei dati altalenanti e contraddittori che si susseguono ormai da mesi, ma che allontanano in ogni caso lo spettro della deflazione”.
Sappiamo tutti, ormai, che la deflazione (diminuzione tendenziale dei prezzi) è un mostro terribile che bisogna tener lontano. La Bce sta stampando ogni mese circa 60 miliardi di euro per far resuscitare, almeno entro il limiti del 2% annuo, l'ex mostro terribile, l'inflazione, scomparsa insieme alla crescita economica. Se c'è deflazione accertata, la gente smette di spendere (per i beni non di prima necessità, ovviamente) in attesa che i prezzi calino ancora. Le imprese smettono di investire perché il profitto sarebbe vanificato dai prezzi più bassi. I fornitori delle imprese (produttori di materie prime) abbassano di più i prezzi pur di vendere un po' (vedi il petrolio nell'ultimo anno e mezzo). E così facendo tutti alimentano ulteriormente la deflazione.
Quindi, anche se ci fosse davvero, bisognerebbe negarlo.
E l'impressione data dal Sole 24 Ore è proprio questa: negare la realtà descritta dai numeri dell'Istat. Prendiamo la frase in corsivo e studiamola: l'inflazione di gennaio segna una piccola ripresa (+0,3% su base annua) rispetto ai dati di dicembre (+0,1%), mentre diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente. Se la lingua italiana ha un senso, ciò significa che i prezzi – a gennaio – sono calati dello 0,2% rispetto al mese precedente, con una dinamica decisamente deflattiva. Su base annuale, invece, ossia rispetto ad un anno fa, i prezzi risultano saliti dello 0,3%. L'anonimo articolista de Il Sole online, insomma, confonde la discesa (su base mensile) dietro un aumento (su base annuale)
Il problema è relativamente semplice: i dati vengono rilevati mensilmente, dunque può accadere che un mese salgano e un altro scendano. Per non perdersi nel dettaglio, si fanno riscontri su base trimestrale e annuale, verificando così le tendenze in modo più chiaro. Se guardiamo al grafico allegato dall'Istat, vediamo che nella prima metà del 2015 (a parte gennaio, che presenta un -0,4%) l'inflazione è stata costantemente in rialzo, per ben cinque mesi consecutivi (da febbraio a giugno). L'estate è stata contrassegnata da mesi contrastanti (uno su, il successivo giù), mentre dopo ottobre il segno sempre negativo, oppure a zero.
Tradotto: negli ultimi tre mesi c'è stato un tasso negativo dello 0,6%, ma rispetto a un anno fa c'è ancora un saldo positivo pari allo 0,3%. L'unico numero che consente di far passare una diminuzione per un aumento è però un altro: a dicembre l'inflazione su base annuale era a +0,1%, mentre – nonostante il calo su base mensile – a gennaio arriva al +0,3. Dov'è l'inghippo? Nel fatto, banale, che tra i due dati cambia la serie dei mesi presi in considerazione: nel dato (annuale) di dicembre è compreso il mese di gennaio 2015 (un -0,5% molto pesante, in negativo), mentre quello di gennaio 2016 no.
L'unica cosa che non si può dire è insomma quella scritta da Il Sole: “dati altalenanti e contraddittori che si susseguono ormai da mesi, ma che allontanano in ogni caso lo spettro della deflazione”. Se nell'ultimo trimestre c'è un calo così consistente vuol dire infatti che lo spettro della deflazione è tornato a far tintinnare le sue sinistre catene, non il contrario. Ma si sa, Palazzo Chigi ci esorta a spargere ottimismo, mica dati preoccupanti...
Comunque sia, correttamente (in base ai criteri fissati da Eurostat), l'Istat registra che “il lieve rialzo dell’inflazione” (così calcolato, ndr) “è principalmente imputabile al ridimensionamento della flessione dei Beni energetici non regolamentati (-5,9%, da -8,7% di dicembre) e all’inversione della tendenza dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+0,5%, da -1,7% di dicembre); questa dinamica è attenuata dal rallentamento della crescita degli Alimentari non lavorati (+0,6%; era +2,3% il mese precedente)”. Insomma: il prezzo del petrolio ha smesso di scendere, o comunque ha rallentato di molto la caduta, mentre una serie di tariffe relative ai trasporti (tradizionalmente in vigore dal 1 gennaio, per autostrade e treni) sono salite in modo sensibile.
Ciò non impedisce di trasmettere un segno negativo sul dato mensile di gennaio 2016: “Il ribasso mensile dell'indice generale è essenzialmente dovuto alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici (-2,4%)”.
Altra conferma della deflazione in atto: “L'inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,4%”.
Peggio ancora. La deflazione è sensibile soprattutto per i beni che compongono il cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero gli acquisti più frequenti, quelli “basici”: “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto diminuiscono dello 0,3% in termini congiunturali e registrano un aumento su base annua dello 0,1%”. Dopo la spiegazione data in precedenza dovrebbe esser chiaro che questo dato corrisponde perfettamente a quello dell'indice generale...
Ma mi raccomando, non ditelo in giro...
Il rapporto completo dell'Istat
Fonte
Un esempio dai siti di informazione di oggi, a proposito della pubblicazione dei dati sull'inflazione. Scrive Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria: “L’Istat conferma le stime preliminari sull’inflazione di gennaio, che segna una piccola ripresa (+0,3% su base annua) rispetto ai dati di dicembre (+0,1%), mentre diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente. Una conferma dunque dei dati altalenanti e contraddittori che si susseguono ormai da mesi, ma che allontanano in ogni caso lo spettro della deflazione”.
Sappiamo tutti, ormai, che la deflazione (diminuzione tendenziale dei prezzi) è un mostro terribile che bisogna tener lontano. La Bce sta stampando ogni mese circa 60 miliardi di euro per far resuscitare, almeno entro il limiti del 2% annuo, l'ex mostro terribile, l'inflazione, scomparsa insieme alla crescita economica. Se c'è deflazione accertata, la gente smette di spendere (per i beni non di prima necessità, ovviamente) in attesa che i prezzi calino ancora. Le imprese smettono di investire perché il profitto sarebbe vanificato dai prezzi più bassi. I fornitori delle imprese (produttori di materie prime) abbassano di più i prezzi pur di vendere un po' (vedi il petrolio nell'ultimo anno e mezzo). E così facendo tutti alimentano ulteriormente la deflazione.
Quindi, anche se ci fosse davvero, bisognerebbe negarlo.
E l'impressione data dal Sole 24 Ore è proprio questa: negare la realtà descritta dai numeri dell'Istat. Prendiamo la frase in corsivo e studiamola: l'inflazione di gennaio segna una piccola ripresa (+0,3% su base annua) rispetto ai dati di dicembre (+0,1%), mentre diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente. Se la lingua italiana ha un senso, ciò significa che i prezzi – a gennaio – sono calati dello 0,2% rispetto al mese precedente, con una dinamica decisamente deflattiva. Su base annuale, invece, ossia rispetto ad un anno fa, i prezzi risultano saliti dello 0,3%. L'anonimo articolista de Il Sole online, insomma, confonde la discesa (su base mensile) dietro un aumento (su base annuale)
Il problema è relativamente semplice: i dati vengono rilevati mensilmente, dunque può accadere che un mese salgano e un altro scendano. Per non perdersi nel dettaglio, si fanno riscontri su base trimestrale e annuale, verificando così le tendenze in modo più chiaro. Se guardiamo al grafico allegato dall'Istat, vediamo che nella prima metà del 2015 (a parte gennaio, che presenta un -0,4%) l'inflazione è stata costantemente in rialzo, per ben cinque mesi consecutivi (da febbraio a giugno). L'estate è stata contrassegnata da mesi contrastanti (uno su, il successivo giù), mentre dopo ottobre il segno sempre negativo, oppure a zero.
Tradotto: negli ultimi tre mesi c'è stato un tasso negativo dello 0,6%, ma rispetto a un anno fa c'è ancora un saldo positivo pari allo 0,3%. L'unico numero che consente di far passare una diminuzione per un aumento è però un altro: a dicembre l'inflazione su base annuale era a +0,1%, mentre – nonostante il calo su base mensile – a gennaio arriva al +0,3. Dov'è l'inghippo? Nel fatto, banale, che tra i due dati cambia la serie dei mesi presi in considerazione: nel dato (annuale) di dicembre è compreso il mese di gennaio 2015 (un -0,5% molto pesante, in negativo), mentre quello di gennaio 2016 no.
L'unica cosa che non si può dire è insomma quella scritta da Il Sole: “dati altalenanti e contraddittori che si susseguono ormai da mesi, ma che allontanano in ogni caso lo spettro della deflazione”. Se nell'ultimo trimestre c'è un calo così consistente vuol dire infatti che lo spettro della deflazione è tornato a far tintinnare le sue sinistre catene, non il contrario. Ma si sa, Palazzo Chigi ci esorta a spargere ottimismo, mica dati preoccupanti...
Comunque sia, correttamente (in base ai criteri fissati da Eurostat), l'Istat registra che “il lieve rialzo dell’inflazione” (così calcolato, ndr) “è principalmente imputabile al ridimensionamento della flessione dei Beni energetici non regolamentati (-5,9%, da -8,7% di dicembre) e all’inversione della tendenza dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+0,5%, da -1,7% di dicembre); questa dinamica è attenuata dal rallentamento della crescita degli Alimentari non lavorati (+0,6%; era +2,3% il mese precedente)”. Insomma: il prezzo del petrolio ha smesso di scendere, o comunque ha rallentato di molto la caduta, mentre una serie di tariffe relative ai trasporti (tradizionalmente in vigore dal 1 gennaio, per autostrade e treni) sono salite in modo sensibile.
Ciò non impedisce di trasmettere un segno negativo sul dato mensile di gennaio 2016: “Il ribasso mensile dell'indice generale è essenzialmente dovuto alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici (-2,4%)”.
Altra conferma della deflazione in atto: “L'inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,4%”.
Peggio ancora. La deflazione è sensibile soprattutto per i beni che compongono il cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero gli acquisti più frequenti, quelli “basici”: “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto diminuiscono dello 0,3% in termini congiunturali e registrano un aumento su base annua dello 0,1%”. Dopo la spiegazione data in precedenza dovrebbe esser chiaro che questo dato corrisponde perfettamente a quello dell'indice generale...
Ma mi raccomando, non ditelo in giro...
Il rapporto completo dell'Istat
Fonte
14/10/2015
Prezzi in deciso calo, la ripresa è una chimera
Torna ancora più vivo lo spettro della deflazione, quel mostro che – al contrario dell'inflazione – nessuno sa come debellare.
L'Istat ha reso infatti noto oggi che nel mese di settembre “l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) diminuisce dello 0,4% su base mensile e aumenta dello 0,2% su base annua (la stima preliminare era +0,3%)”.
In pratica i prezzi medi sono scesi in misura considerevole e dunque anche il dato finale annuo risulterà più basso delle attese, allontanando molto più in là nel tempo il momento in cui la dinamica dei prezzi si avvicinerà al limite ritenuto “ottimale” per un'economia in salute, e dunque in crescita “sana”: il 2% annuo.
Diverse volte ci siamo dovuti soffermare a spiegare la deflazione, che a prima vista sembra un bene (i prezzi calano, dunque si potrebbe acquistare di più), ma ben presto somiglia a un incubo (gli acquisti vengono rinviati in attesa di nuovi cali di prezzo, i produttori bloccano gli investimenti in previsioni di prezzi e consumi calanti, il che si traduce in diminuzione del Pil, aumento dei licenziamenti, blocco dei salari, rallentamento degli acquisti e dunque dei prezzi e così via verso il fondo).
Sul dato di settembre, molto netto, l'Istat fa alcune considerazioni: è certamente la sintesi di dinamiche di segno opposto di alcune tipologie di prodotto, visto che gli alimentari non lavorati (materie prime) sono aumentati in modo consistente (+3,3%, che segue il +1,9% di agosto), mentre quelli dei Servizi relativi ai trasporti hanno invertito la tendenza (+0,8% da -0,1% del mese precedente). Ma la “compensazione” data dal calo dei prezzi degli Energetici non regolamentati è stata addirittura rovinosa (-2,8%, che segue -10,4% di agosto).
Significa che c'è stato un drastico calo mensile dei carburanti (-4,0%), solo parzialmente compensato dall'aumento dei prezzi degli alimentari non lavorati (+1,7%).
L'inflazione acquisita per il 2015 scende a +0,1% (era +0,2% ad agosto).
Rispetto a settembre 2014, i prezzi dei beni fanno registrare addirittura una flessione dello 0,5% (era -0,4% ad agosto).
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono invece aumentati dello 0,6% su base mensile e dell'1,2% su base annua (da +0,7% di agosto). Si può insomma circolare di più, ma a patto di mangiare un po' meno...
Nonostante questo il cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto (che comprendono anche i carburanti) sono stazionari in termini congiunturali e registrano una flessione dello 0,3% nei confronti di settembre 2014.
Dato confermato dall'”indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati” (FOI), che diminuisce dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,1% rispetto a settembre 2014.
Deflazione, insomma. E tanti saluti alle prospettive di “crescita”.
Fonte
L'Istat ha reso infatti noto oggi che nel mese di settembre “l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) diminuisce dello 0,4% su base mensile e aumenta dello 0,2% su base annua (la stima preliminare era +0,3%)”.
In pratica i prezzi medi sono scesi in misura considerevole e dunque anche il dato finale annuo risulterà più basso delle attese, allontanando molto più in là nel tempo il momento in cui la dinamica dei prezzi si avvicinerà al limite ritenuto “ottimale” per un'economia in salute, e dunque in crescita “sana”: il 2% annuo.
Diverse volte ci siamo dovuti soffermare a spiegare la deflazione, che a prima vista sembra un bene (i prezzi calano, dunque si potrebbe acquistare di più), ma ben presto somiglia a un incubo (gli acquisti vengono rinviati in attesa di nuovi cali di prezzo, i produttori bloccano gli investimenti in previsioni di prezzi e consumi calanti, il che si traduce in diminuzione del Pil, aumento dei licenziamenti, blocco dei salari, rallentamento degli acquisti e dunque dei prezzi e così via verso il fondo).
Sul dato di settembre, molto netto, l'Istat fa alcune considerazioni: è certamente la sintesi di dinamiche di segno opposto di alcune tipologie di prodotto, visto che gli alimentari non lavorati (materie prime) sono aumentati in modo consistente (+3,3%, che segue il +1,9% di agosto), mentre quelli dei Servizi relativi ai trasporti hanno invertito la tendenza (+0,8% da -0,1% del mese precedente). Ma la “compensazione” data dal calo dei prezzi degli Energetici non regolamentati è stata addirittura rovinosa (-2,8%, che segue -10,4% di agosto).
Significa che c'è stato un drastico calo mensile dei carburanti (-4,0%), solo parzialmente compensato dall'aumento dei prezzi degli alimentari non lavorati (+1,7%).
L'inflazione acquisita per il 2015 scende a +0,1% (era +0,2% ad agosto).
Rispetto a settembre 2014, i prezzi dei beni fanno registrare addirittura una flessione dello 0,5% (era -0,4% ad agosto).
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono invece aumentati dello 0,6% su base mensile e dell'1,2% su base annua (da +0,7% di agosto). Si può insomma circolare di più, ma a patto di mangiare un po' meno...
Nonostante questo il cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto (che comprendono anche i carburanti) sono stazionari in termini congiunturali e registrano una flessione dello 0,3% nei confronti di settembre 2014.
Dato confermato dall'”indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati” (FOI), che diminuisce dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,1% rispetto a settembre 2014.
Deflazione, insomma. E tanti saluti alle prospettive di “crescita”.
Fonte
09/08/2015
Russia: si distruggono i prodotti agricoli sotto embargo introdotti illegalmente
Che i russi non avessero accusato più di tanto la carenza di prodotti alimentari di provenienza UE, USA, Australia, Canada e Norvegia, posti sotto embargo un anno fa – misura poi prorogata di un anno – in risposta alle sanzioni statunitensi ed europee contro la Russia, poteva spiegarsi fino a oggi con l'ipotesi che, in ogni caso, l'acquisto di alcune “prelibatezze” sul mercato russo fosse appannaggio di una ristretta cerchia di popolazione e che la stragrande maggioranza dei cittadini avesse continuato, come prima dell'embargo, a privilegiare la produzione nazionale, più a buon mercato. Ora, si può desumere che ciò non fosse vero in assoluto: in qualche modo – una bustarella qui, un favore là, ecc. – molti di quei prodotti non avevano mai smesso di arrivare nei retrobottega dei gastronom russi e, in definitiva, le perdite accusate dai produttori occidentali a causa dell'embargo non dovevano essere così eccessive, tanto da convincerli a far pressione sui propri governi per la fine delle sanzioni anti russe e la conseguente revoca dell'embargo.
Questo è quanto, almeno a prima vista, si può desumere dalla decisione di Mosca di passare alle vie di fatto: "il processo di sostituzione dei prodotti importati è entrato giovedì in una nuova fase", scriveva venerdì scorso Interfax; "dal fermo delle merci introdotte illegalmente e la loro restituzione ai mittenti, si è passati all'utilizzo dei macchinari pesanti: schiacciasassi, bulldozer, pressarifiuti, inceneritori". Dopo l'ordine impartito il 29 luglio da Vladimir Putin, il via all'operazione è stato dato dalla regione di Belgorod (confinante con quella ucraina di Kharkov), con 9 tonnellate di formaggio sotto embargo passate sotto i rulli compressori e sotterrate. "Questo formaggio era stato confiscato a fine luglio nei pressi della frontiera con l'Ucraina" hanno detto a Interfax i commissari dell'Ispezione agricola regionale; "mancava qualsiasi marchio e dunque l'origine era sconosciuta. Del tutto possibile che il formaggio provenisse da uno dei paesi sotto embargo". Stessa sorte è toccata nella regione di Orenburg ad altro formaggio prodotto in Lettonia, ma entrato in Russia dal confinante Kazakhstan. 20 tonnellate di prodotti caseari tedeschi sono stati inceneriti nella regione di Leningrado. E ancora, sono finite schiacciate dai bulldozer 40 tonnellate di pesche provenienti dal Marocco prive di documenti di accompagnamento; centinaia di chilogrammi di mele polacche; interi container di carne a Smolensk; colonne di camion con frutta e verdura nell'area di Brjansk; prodotti vegetali a Tver. Particolare scrupolo è stato dimostrato per la carne di maiale dalla Polonia, in cui sarebbe attiva la peste suina africana.
Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha inquadrato l'operazione nell'ambito più generale della lotta al contrabbando. Insomma, pare che un qualche mal di stomaco ai produttori occidentali sia in procinto di venire, a vedersi andare in cenere merci – oltre 370 tonnellate nei soli primi due giorni – accuratamente introdotte in Russia.
Ma nella Russia stessa sono in molti a dispiacersi per la decisione presidenziale: in una situazione di crescente (per dirla con un eufemismo) sofferenza sociale di qualcosa come quasi l'80% della popolazione, in cui le stesse statistiche ufficiali parlano di oltre 20 milioni di poveri, veder semplicemente distrutta quella grossa quantità di prodotti alimentari non fa certo piacere. E' così che, al di là della petizione che oltre trecentomila persone hanno indirizzato all'amministrazione presidenziale, affinché tali prodotti vengano distribuiti alle persone bisognose e che lo stesso Peskov ha detto essere attentamente considerata, parole di disaccordo sono venute anche da sinistra, per non dire del silenzio di alcune voci solitamente pronte a far da megafono alle scelte presidenziali. Nella petizione si nota che "le sanzioni occidentali hanno causato un sensibile rincaro dei prodotti alimentari nei negozi"; come risultato "pensionati, veterani di guerra, famiglie numerose, invalidi e altre persone bisognose sono state costrette a limitare fortemente la propria alimentazione, fino alla fame. La distruzione dei prodotti richiede ora ulteriori spese, mentre della loro distribuzione potrebbero occuparsi organizzazioni di beneficenza, senza aggravi per il bilancio pubblico".
E se il Ministro per l'Agricoltura Aleksandr Tkačev ha detto a Rossija 24 "La distruzione delle merci di contrabbando è una pratica in uso in tutto il mondo. Oltretutto, si tratta di merci di dubbia provenienza, di carni prive dei documenti veterinari e non possiamo rischiare la salute dei nostri cittadini, distribuendola, come proposto da alcuni, negli orfanotrofi o in altri istituti di assistenza", il segretario del Partito comunista, Ghennaij Zjuganov ha definito "atto barbaro" la distruzione dei prodotti alimentari. "Io sono contrario" ha detto; "metà della popolazione vive con 15mila rubli al mese o anche meno e non ce la fa a pagare le spese comunali e a nutrirsi adeguatamente". Secondo Zjuganov, invece di distruggere i prodotti introdotti in Russia in modo illegale, privi di documentazione o con bolle di accompagnamento contraffatte, questi potrebbero essere distribuiti a bimbi e anziani; "tutto è utilizzabile. Importante è farlo in modo efficace. Sul pianeta vivono 7 miliardi di persone; di essi, ogni sera 2 miliardi vanno a dormire affamati. La Russia, ogni 5 giorni invia aiuti alla Novorossija".
Sovetskaja Rossija ha scritto che, proprio nell'anniversario della prima bomba atomica, il 6 agosto, “hanno decretato un'altra hiroshima sui prodotti importati”. "Un tale inasprimento dimostrativo della politica di Mosca" scrive il giornale "dice che la risposta russa alle sanzioni UE, a un anno dalla sua adozione, non ha dato i risultati attesi dal Cremlino" in termini di pressione dei produttori agricoli sui loro governi per l'abolizione delle sanzioni. "Ma già un anno fa, bastava ascoltare attentamente le dichiarazioni degli alti funzionari russi per capire che l'obiettivo dell'embargo non era esterno, ma interno, protezionistico. Le sanzioni occidentali sono state il pretesto ideale per Mosca per tornare a erigere barriere per i prodotti agricoli stranieri, da cui a malincuore aveva dovuto rinunciare in forza dell'adesione all'Organizzazione mondiale del commercio". E' così che "dal 2012 si è cominciato ad aumentare attivamente l'uso di meccanismi non tariffari per proteggere i produttori nazionali, soprattutto quelli monopolistici". Ma in un anno di embargo, "l'effetto tanto atteso non è venuto. E' vero che l'agricoltura russa, sbarazzatasi di tutti i principali concorrenti, ha aumentato la produzione. Ma non nella misura, qualità e prezzi attesi". Ecco che allora si è fatto ricorse a misure più energiche.
In sostanza, sembra dire Sovetskaja Rossija, la misura ora adottata non risponde che agli interessi dei monopolisti russi, nel quadro della politica del Cremlino dello sviluppo della nuova élite borghese russa, dei super ricchi in miliardi di $ e a scapito dei bisogni primari della stragrande maggioranza della popolazione. Ancora una volta, e oggi anche in Russia, per dirla con le parole di Karl Marx, nell'intervista a The World del 1871, "La classe operaia rimane povera in mezzo alla crescita della ricchezza; si trova in condizioni miserevoli in mezzo alla crescita del lusso".
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Questo è quanto, almeno a prima vista, si può desumere dalla decisione di Mosca di passare alle vie di fatto: "il processo di sostituzione dei prodotti importati è entrato giovedì in una nuova fase", scriveva venerdì scorso Interfax; "dal fermo delle merci introdotte illegalmente e la loro restituzione ai mittenti, si è passati all'utilizzo dei macchinari pesanti: schiacciasassi, bulldozer, pressarifiuti, inceneritori". Dopo l'ordine impartito il 29 luglio da Vladimir Putin, il via all'operazione è stato dato dalla regione di Belgorod (confinante con quella ucraina di Kharkov), con 9 tonnellate di formaggio sotto embargo passate sotto i rulli compressori e sotterrate. "Questo formaggio era stato confiscato a fine luglio nei pressi della frontiera con l'Ucraina" hanno detto a Interfax i commissari dell'Ispezione agricola regionale; "mancava qualsiasi marchio e dunque l'origine era sconosciuta. Del tutto possibile che il formaggio provenisse da uno dei paesi sotto embargo". Stessa sorte è toccata nella regione di Orenburg ad altro formaggio prodotto in Lettonia, ma entrato in Russia dal confinante Kazakhstan. 20 tonnellate di prodotti caseari tedeschi sono stati inceneriti nella regione di Leningrado. E ancora, sono finite schiacciate dai bulldozer 40 tonnellate di pesche provenienti dal Marocco prive di documenti di accompagnamento; centinaia di chilogrammi di mele polacche; interi container di carne a Smolensk; colonne di camion con frutta e verdura nell'area di Brjansk; prodotti vegetali a Tver. Particolare scrupolo è stato dimostrato per la carne di maiale dalla Polonia, in cui sarebbe attiva la peste suina africana.
Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha inquadrato l'operazione nell'ambito più generale della lotta al contrabbando. Insomma, pare che un qualche mal di stomaco ai produttori occidentali sia in procinto di venire, a vedersi andare in cenere merci – oltre 370 tonnellate nei soli primi due giorni – accuratamente introdotte in Russia.
Ma nella Russia stessa sono in molti a dispiacersi per la decisione presidenziale: in una situazione di crescente (per dirla con un eufemismo) sofferenza sociale di qualcosa come quasi l'80% della popolazione, in cui le stesse statistiche ufficiali parlano di oltre 20 milioni di poveri, veder semplicemente distrutta quella grossa quantità di prodotti alimentari non fa certo piacere. E' così che, al di là della petizione che oltre trecentomila persone hanno indirizzato all'amministrazione presidenziale, affinché tali prodotti vengano distribuiti alle persone bisognose e che lo stesso Peskov ha detto essere attentamente considerata, parole di disaccordo sono venute anche da sinistra, per non dire del silenzio di alcune voci solitamente pronte a far da megafono alle scelte presidenziali. Nella petizione si nota che "le sanzioni occidentali hanno causato un sensibile rincaro dei prodotti alimentari nei negozi"; come risultato "pensionati, veterani di guerra, famiglie numerose, invalidi e altre persone bisognose sono state costrette a limitare fortemente la propria alimentazione, fino alla fame. La distruzione dei prodotti richiede ora ulteriori spese, mentre della loro distribuzione potrebbero occuparsi organizzazioni di beneficenza, senza aggravi per il bilancio pubblico".
E se il Ministro per l'Agricoltura Aleksandr Tkačev ha detto a Rossija 24 "La distruzione delle merci di contrabbando è una pratica in uso in tutto il mondo. Oltretutto, si tratta di merci di dubbia provenienza, di carni prive dei documenti veterinari e non possiamo rischiare la salute dei nostri cittadini, distribuendola, come proposto da alcuni, negli orfanotrofi o in altri istituti di assistenza", il segretario del Partito comunista, Ghennaij Zjuganov ha definito "atto barbaro" la distruzione dei prodotti alimentari. "Io sono contrario" ha detto; "metà della popolazione vive con 15mila rubli al mese o anche meno e non ce la fa a pagare le spese comunali e a nutrirsi adeguatamente". Secondo Zjuganov, invece di distruggere i prodotti introdotti in Russia in modo illegale, privi di documentazione o con bolle di accompagnamento contraffatte, questi potrebbero essere distribuiti a bimbi e anziani; "tutto è utilizzabile. Importante è farlo in modo efficace. Sul pianeta vivono 7 miliardi di persone; di essi, ogni sera 2 miliardi vanno a dormire affamati. La Russia, ogni 5 giorni invia aiuti alla Novorossija".
Sovetskaja Rossija ha scritto che, proprio nell'anniversario della prima bomba atomica, il 6 agosto, “hanno decretato un'altra hiroshima sui prodotti importati”. "Un tale inasprimento dimostrativo della politica di Mosca" scrive il giornale "dice che la risposta russa alle sanzioni UE, a un anno dalla sua adozione, non ha dato i risultati attesi dal Cremlino" in termini di pressione dei produttori agricoli sui loro governi per l'abolizione delle sanzioni. "Ma già un anno fa, bastava ascoltare attentamente le dichiarazioni degli alti funzionari russi per capire che l'obiettivo dell'embargo non era esterno, ma interno, protezionistico. Le sanzioni occidentali sono state il pretesto ideale per Mosca per tornare a erigere barriere per i prodotti agricoli stranieri, da cui a malincuore aveva dovuto rinunciare in forza dell'adesione all'Organizzazione mondiale del commercio". E' così che "dal 2012 si è cominciato ad aumentare attivamente l'uso di meccanismi non tariffari per proteggere i produttori nazionali, soprattutto quelli monopolistici". Ma in un anno di embargo, "l'effetto tanto atteso non è venuto. E' vero che l'agricoltura russa, sbarazzatasi di tutti i principali concorrenti, ha aumentato la produzione. Ma non nella misura, qualità e prezzi attesi". Ecco che allora si è fatto ricorse a misure più energiche.
In sostanza, sembra dire Sovetskaja Rossija, la misura ora adottata non risponde che agli interessi dei monopolisti russi, nel quadro della politica del Cremlino dello sviluppo della nuova élite borghese russa, dei super ricchi in miliardi di $ e a scapito dei bisogni primari della stragrande maggioranza della popolazione. Ancora una volta, e oggi anche in Russia, per dirla con le parole di Karl Marx, nell'intervista a The World del 1871, "La classe operaia rimane povera in mezzo alla crescita della ricchezza; si trova in condizioni miserevoli in mezzo alla crescita del lusso".
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