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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2026

Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela

Oggi è molto difficile parlare della questione Venezuela. Come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). È disponibile un documento nel sito della Casa bianca, la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali.

Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.

Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse, non solo energetiche, largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.

Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo  della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.

In vista delle elezioni di medio termine e a causa del notevole calo della sua popolarità, Trump ha cercato senza successo di convincere Russia e Ucraina a non colpire le rispettive raffinerie e avrebbe addirittura chiesto alla Russia di vendergli il petrolio.

Andiamo per punti cercando di mettere ordine. L’accordo USA/Venezuela viola la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, secondo la quale ogni accordo fatto sotto minaccia è nullo. E che ci siano state violenze e minacce è evidente e la stessa Delcy Rodriguez ha dichiarato di avere un pistola puntata alla tempia.

Secondo l’articolo 234 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999)  Delcy non è più la presidente incaricata, carica prevista per sei mesi in caso di assenza del Presidente eletto. Pertanto, l’Assemblea nazionale dovrebbe intervenire e decidere come sostituirla. Trump ha affermato che non è il momento opportuno per celebrare elezioni, mentre alcuni congressisti democratici e repubblicani chiedono l’annullamento del trattato e il cambiamento della leadership venezuelana, accusando Trump addirittura di imperialismo. Inoltre, Delcy è stata nominata da un presidente considerato illegittimo dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Ma la questione della decadenza di Delcy dalla sua carica non è un problema oggi nel clima generale di violazione delle varie forme di diritto. Si pensi che anche Volodimir Zelensky è decaduto ormai da qualche anno e lo hanno sottolineato solo i russi.

Da tempo prima del sequestro di Maduro gli Usa avevano minacciato il Venezuela e non solo a parole: avevano dislocato la portaerei Gerald Ford nelle acque della Colombia e del Venezuela, azione cui il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez aveva risposto con la mobilitazione di 200.000 soldati e di armi, tra cui i lancia missili portatili venduti dalla Russia. Gli USA avevano anche bombardato barche di innocenti pescatori accusati senza prova alcuna di essere trafficanti di droga. 

Dopo l’intervento armato statunitense, nonostante il governo bolivariano avesse fatto appello alla calma, ci sono state varie proteste a Caracas e in altre città contro la criminale ingerenza, contro l’accordo energetico e contro l’arrivo degli israeliani dopo il terribile terremoto, che avrebbe provocato circa 6.000 morti. Alle proteste hanno partecipato una serie di movimenti ant-imperialisti, come il Movimiento Popular, Frente popular antimperialista, il Movimento di appoggio alla Palestina. I partecipanti avevano in mano la Costituzione bolivariana.  In queste manifestazioni sono intervenuti a Caracas noti personaggi della sinistra chavista come Oswaldo Rivero, Ernesto Segovia, Juan Contreras, Humberto Vargas, Wilmer Poleo, i quali sono accusati dall’attuale governo di essere dei corrotti e dei traditori, se non agenti della CIA.

Accanto alle proteste sono state organizzate dalla Chiesa cattolica marce religiose come la "Gran Peregrinación Unidos por una Venezuela sin Sanciones y en Paz" (Abril-Mayo 2026) e la Histórica "Marcha para Jesús 2026" (Agosto 2026), che pare non abbiano avuto molto seguito.

Un altro aspetto importante dell’ingarbugliata questione da esaminare è l’atteggiamento delle società petrolifere  verso l’accordo.

In un articolo del passato 15 settembre la BBC comunica che le più importanti compagnie petrolifere non partecipano all’accordo tra il Venezuela e gli Usa, non condividendo l’entusiasmo del Presidente Trump. L’accordo, annunciato alla fine di agosto, prevederebbe la cessione del controllo maggioritario agli Usa di 17 giacimenti, che produrrebbero 65 miliardi di barili, ossia il 21,5 delle riserve complessive di petrolio di proprietà del Venezuela, e rappresenterebbero il 141% delle riserve Usa.

Per quale ragione? Dopo anni di sanzioni contro il paese caraibico, l’infrastruttura estrattiva venezuelana è da ricostruire totalmente e inoltre la nuova attività produttiva ha bisogno di un complesso apparato logistico del tutto assente. Pertanto, per avviare le estrazioni petrolifere sarebbero necessari 100 miliardi di investimenti, che probabilmente darebbero frutti solo nel giro di 5/10 anni.

Inoltre, i dirigenti di queste compagnie si sono dimostrati preoccupati per le condizioni di instabilità politica e giuridica, in cui si trova attualmente il paese, il cui governo dei fratelli Rodriguez (Delcy e Jeorge, presidente dell’Assemblea) è attaccato sia da destra che da sinistra. Sinistra totalmente ignorata dai media dominanti, che si limitano a riferire le accuse dei sostenitori di Marina Corina Machado, i quali pretendono persino un cambio della Costituzione venezuelana. Del resto, Diosdato Cabello, ministro dell’interno, della giustizia e della pace, ha dichiarato che con l’accordo di 25 anni si arriveranno a produrre 6 milioni di barili al giorno e che è quanto la stessa destra auspicava.

E ciò è più che ovvio, dato che la legislazione venezuelana (in particolare la Costituzione che attribuisce la proprietà delle risorse alla Repubblica Bolivariana), non garantisce gli investimenti delle compagnie statunitensi, che in seguito alla politiche di Hugo Chavez affermano di aver diritto ad essere risarcite dal Venezuela per esser state espropriate. Per tranquillizzarle è stata approvata le nuova legge sugli idrocarburi e la nuova legge organica sulle miniere, e nel frattempo la OFAC del Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a consentire alle società petrolifere del paese di lavorare in Venezuela.

Per ora solo Chevron, storicamente presente in Venezuela, ed ENI hanno firmato un accordo per lavorare in Joint Venture con PDVSA per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Secondo analisti finanziari, pensando al futuro, JP Morgan intende lanciare Futures sui profitti che verranno.

Molti si chiederanno se questa deriva è inattesa e sorprendente. Ci limitiamo a registrare i fatti. Circa 7 mesi fa il già citato Jeorge Rodriguez ha rilasciato un’intervista, nella quale ammette che il socialismo è stato un fracaso per il Venezuela e che ora occorre volgersi verso il mercato. 

Delineato il complesso quadro d’insieme, esaminiamo nel dettaglio l’accordo. In primo luogo, occorre metter in luce una profonda discrepanza: Trump afferma che l’accordo dura 100 anni, la Rodriguez venticinque.

Nel dettaglio il trattato si baserebbe su Contratti di partecipazione produttiva tra PDVSA e l’impresa privata North American Blue Energy Partners (Nabep), di cui è proprietario  Alejandro Betancourt, accusato di riciclaggio di capitali in Svizzera e Spagna, ma che ora godrebbe della protezione di Marcos Rubio e di Trump. PDVA avrebbe in mano il 45% delle azioni, mentre Nabep il 55%, essendo il 35% di quest’ultima di proprietà del Pentagono, che avrebbe così ulteriore combustibile per alimentare le sue guerre. Un vero e proprio sistema di scatole cinesi. Betancourt ha anche ottenuto contratti per la costruzioni di centrali elettriche in Venezuela e avrebbe avuto rapporti con una banca russa sanzionata per la guerra in Ucraina. Come si è detto, l’accordo apporterebbe al paese 100 miliardi di dollari di investimenti, dai quali il Venezuela trarrebbe 209 miliardi di tasse.

Secondo calcoli approssimativi forniti dalla Rodriguez ciò significa che il Venezuela venderebbe il suo petrolio a 19 dollari al barile, producendo 1,5 milioni di barili al giorno, ma in realtà la verifica dei conti mostra che il costo del barile sarebbe solo di 3,22 dollari, quando il prezzo attuale sta superando i 100 dollari.

I critici da sinistra dell’attuale governo sostengono che la presidentessa ha impiegato gli stessi argomenti del governo di Rafael Caldera per giustificare l’apertura petrolifera: investimenti, infrastruttura, tecnologia. Ritengono anche che il trattato implica il ritorno del Venezuela alle condizioni coloniali imposte dalla dittatura di Juan Vicente Gómez, contro le quali il popolo organizzò lo storico sciopero petrolifero del 1936. E anche alla sottomissione agli Usa dato che il Venezuela ha riallacciato le relazioni con Israele ed ha anche abbandonato la Corte Penale Internazionale invisa alla ex grande potenza (sull’espansione di Israele in America Latina vedi qui).

Da ricordare anche che Cina e Russia avevano fatto importanti investimenti in Venezuela e che pertanto non hanno gradito l’accordo ed hanno rivendicato i loro diritti. Del resto, Trump ha giustificato il suo intervento proprio per scacciare i suoi più grandi nemici dalla antica riserva territoriale degli Usa.

Ho scritto che vi è in Venezuela un’opposizione da sinistra all’attuale governo, composta da importanti personaggi del chiavismo “originario”, intellettuali come Luis Garcia Britto, giornalisti e militanti come Mario Silva Garcia, fondatore del PSUV e costituente, ex ministri di Chavez come Rafael Ramirez, in capo al ministero del petrolio durante il governo Chavez, Elías Hawa, vicepresidente di Chávez tra il 2010 e il 2012, l’economista Francisco Rodriguez. Tutti questi e molti altri hanno giudicato l’accordo incostituzionale, lo hanno comparato al Fondo costituito dagli Usa per appropriarsi del petrolio iracheno e alla privatizzazioni avvenute in Russia negli anni ‘90  sotto la guida dei consiglieri americani . Hanno anche sottolineato che l’accordo avrebbe dovuto passare sotto il vaglio dell’Assemblea nazionale, come prevede l’articolo 150 della Costituzione, e che il fatidico 3 gennaio la difesa venezuelana era stata disattivata per consentire il rapimento di Maduro.

L’ultimo punto di questo intervento è tentare di rispondere alla giustificazione fatta da alcuni, secondo i quali il governo bolivariano non aveva altra scelta ed ha, pertanto, optato per il male minore, evitando ulteriori violenze e lo scoppio di una possibile guerra civile. A questa considerazione viene aggiunto che non possiamo comprendere, stando all'esterno, la situazione venezuelana, affermazione che se fosse valida ci impedirebbe di capire qualsiasi azione di cui non siamo i diretti protagonisti. In alcuni casi si citano anche i sacri testi marxisti per ribadire che esistono situazioni in cui occorrerebbe “sporcarsi le mani”, partendo dalla convinzione che ci sia una stretta somiglianza, tutta da dimostrare, tra il fatto contemporaneo e il fenomeno cui si riferiscono le osservazioni dei grandi politici del passato.

Per amore della completezza riferisco che i membri della “sinistra chavista”, oltre a lamentare la mancanza della radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana e l’affidamento di alcune imprese espropriate (las comunas) a capitali privati e stranieri, dando impulso ad Alleanze strategiche per rilanciare la produzione, che hanno suscitato l’ostilità dei lavoratori, accusano l’attuale governo di essersi sottomesso agli Usa solo per gestire l’accordo e, quindi, per restare al potere.

Certamente nessuno può affermare che la situazione in cui si trova oggi il Venezuela non sia tragica, dove sembra mancare anche l’elettricità come a Cuba, e che scegliere cosa fare costituisce un’impresa ardua. Tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che l’accordo stipulato con gli Usa di Trump comporterà la spoliazione del paese e l’immiserimento della popolazione come hanno dimostrato non solo secoli di storia coloniale, ma tutta la politica economica dell’arrogante potenza verso il Sud globale e anche verso l’Europa (si pensi al Piano Marshall). Politica ben descritta nei suoi cinici dettagli da uno dei suoi stessi promotori, poi pentitosi, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (2004).

Nel frattempo, Delcy è sbarcata a New York per partecipare all’81° Assemblea delle NU, e ristabilire relazioni con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e per incontrare ancora una volta Donald Trump. Al contempo l’oro del Venezuela, depositato nelle casseforti della City di Londra, è giunto a New York a garanzia degli investimenti accordati.

Fonte

13/09/2026

Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari

Il movimento yemenita Ansarallah, più noto in occidente come “gli Houthi”, ha preso il controllo della strategica città di Mocha, a pochi chilometri dal Mar Rosso, dopo giorni di combattimenti contro le truppe mercenarie pagate dall’Arabia Saudita. In pochissimi giorni i prezzi del petrolio sono già tornati sopra i 100 dollari al barile.

Fonti militari yemenite hanno confermato all’agenzia Reuters che i mercenari sauditi si sono ritirati anche dall’isola di Perim, dove le forze di Ansarallah sono sbarcate via mare, completando così la conquista di posizioni che dominano lo stretto di Bab al Mandeb, strategica porta d’accesso alla rotta che collega Asia ed Europa attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez. Mocha era l’ultimo porto occidentale rimasto in mano al governo yemenita “ufficiale”, e la sua perdita arriva all’indomani della più intensa ondata di combattimenti mai registrati dall’entrata in vigore della tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022.

La posizione geografica di Mocha rende la sua conquista una questione di rilevanza strategica. La città si trova infatti a 75 chilometri da Bab al-Mandeb, la ‘Porta delle Lacrime’ che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Attraverso questa transita ogni anno tra il 10 e il 12% del commercio marittimo globale, tra cui petrolio e materie prime.

Anche l‘isola di Perim che divide lo stretto nel suo punto più angusto in due corridoi di navigazione, è stata espugnata dai combattenti di Ansarallah. Per anni le forze militari saudite (nella stragrande maggioranza truppe mercenaria) avevano cercato di impedirne la conquista da parte degli Houthi.

Secondo molti analisti la caduta di Perim, segna il completamento della conquista da parte del movimento Ansarallah sull’intero Stretto.

Tra Hormuz e Bab al-Mandeb transita oltre un quarto del commercio mondiale di greggio via mare, mentre dal Mar Rosso transita quasi un terzo del traffico globale di container.

Il fronte militare nello Yemen – con le sue conseguenze internazionali – aveva registrato una escalation durante l’estate. Il 3 luglio un raid saudita aveva colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un volo proveniente da Teheran, riaccendendo lo scontro diretto con gli Houthi. Il 20 luglio il movimento Ansarallah aveva risposto dichiarando il blocco navale contro i porti sauditi nel Mar Rosso e colpendo impianti di estrazione.

Il 3 settembre scorso gli Houthi avevano lanciato un’offensiva a largo spettro verso Taiz, Hodeidah e Mocha.

È evidente come la crisi e la guerra nello Yemen rischia di innescare un’ulteriore escalation nella regione già alle prese con la guerra scatenata dagli USA contro l’Iran.

Con Bab al-Mandeb sotto il controllo di Ansarallah e lo Stretto di Hormuz controllato dall’Iran, le due arterie energetiche ai lati opposti della penisola arabica vengono sottratte al controllo USA e dei suoi alleati regionali. Ma lo scontro in Yemen potrebbe anche diventare il teatro per testare il nuovo accordo militare tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, il Mecca Joint Defence Agreement recentemente firmato dai tre paesi.

Fonte

10/09/2026

“Necessità di porre fine al blocco imposto dagli Usa contro Cuba”

Il documento inviato dal ministero degli Esteri cubano al Segretario generale dell’Onu.

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Il presente documento costituisce il contributo di Cuba al rapporto richiesto al Segretario Generale delle Nazioni Unite (ONU) in virtù della risoluzione A/RES/80/4, intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, adottata a larga maggioranza nel contesto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 ottobre 2025.

L’ammontare totale dei danni a Cuba derivanti dal blocco nel periodo compreso tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 mostra una cifra record di 8.083.300.000 dollari statunitensi, un 7% SUPERIORE ALLA CIFRA GIÀ MOLTO ELEVATA RIPORTATA NEL RAPPORTO PRECEDENTE.

L’allegato di questo rapporto dettaglia l’impatto nei diversi settori della società cubana. I danni accumulati nel corso degli anni di blocco ammontano a 178.700.500.000 USD a prezzi attuali, un 4,7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente. Tenendo conto del forte aumento del prezzo dell’oro rispetto al dollaro, questo porta il totale a 3.896.505.000.000 USD.

Senza l’embargo, il PIL di Cuba a prezzi attuali nel 2025 sarebbe stato del 10,8% superiore al valore stimato per quell’anno. L’enorme valore di queste perdite non è sorprendente, poiché lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato l’8 gennaio 2026, riferendosi alla politica del suo governo verso Cuba: «Non credo si possa esercitare molta più pressione, a parte entrare e distruggere il posto».

Dopo più di 60 anni di stretta applicazione, lo scopo del blocco rimane lo stesso: distruggere la Rivoluzione Cubana. A tal fine, si fomenta la scarsità, si portano avanti attacchi contro il tessuto sociale e produttivo di Cuba e si tenta di isolare il nostro paese, nella speranza che i cubani abbandonino i loro sforzi per decidere il proprio destino.

Nessuna formulazione potrebbe presentare lo scopo del blocco con tanta eloquenza come espressa dall’allora Sottosegretario di Stato Lester Mallory nel suo memorandum del 6 aprile 1960: «(…) Si devono impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba (…) una linea d’azione che, essendo la più abile e discreta possibile, ottenga i maggiori progressi privando Cuba di denaro e rifornimenti, al fine di ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del Governo».

Durante l’ultimo anno, il governo degli Stati Uniti ha intensificato i suoi sforzi per soffocare e isolare completamente la Rivoluzione Cubana. A tal fine, ha incorporato, come strumenti di massima pressione, l’imposizione di un embargo energetico a Cuba e un ampio schema di sanzioni secondarie contro qualsiasi entità in paesi terzi che mantenga investimenti o legami commerciali con entità cubane.

Ciò si aggiunge ai disastrosi effetti della presenza ingiustificata di Cuba nella lista unilaterale, arbitraria e fraudolenta del Dipartimento di Stato dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, alla aggressiva persecuzione finanziaria e alla stretta applicazione delle leggi che codificano il blocco, principalmente la Legge Helms-Burton.

Un elemento aggiuntivo nell’escalation dell’aggressione statunitense è stato l’uso pericoloso e irresponsabile di una retorica sempre più minacciosa contro la sovranità e l’integrità territoriale di Cuba. Durante la prima metà del 2026, ci sono state costanti dichiarazioni da parte di alti funzionari del governo statunitense che hanno suggerito l’uso della forza per eliminare il sistema politico ed economico cubano. L’affronto all’autodeterminazione e l’interferenza negli affari interni di Cuba sono stati palesi.

Tali dichiarazioni si aggiungono alla campagna di guerra psicologica che viene condotta contro i cubani, con l’obiettivo di aggiungere ulteriore angoscia e ansia alla vita quotidiana del nostro popolo e provocare un’esplosione sociale.

A causa del rafforzamento senza precedenti del blocco a livelli estremi e dell’aggressione multidimensionale del governo degli Stati Uniti contro Cuba, che si sta intensificando in modo sostenuto e deliberato, il popolo cubano ha subito un deterioramento della qualità della vita e danni umanitari incalcolabili.

La scarsità quasi totale di carburante, i prolungati e preoccupanti blackout, le interruzioni diffuse del sistema elettrico nazionale, i guasti ricorrenti nella fornitura di acqua, le grandi difficoltà nella raccolta dei rifiuti solidi e le difficoltà con cibo e medicinali sono stati elementi determinanti della vita quotidiana dei cubani dall’inizio del 2026. Ognuno di questi problemi ha il blocco come causa fondamentale.

Il 29 gennaio 2026, il blocco statunitense si è rafforzato in modo senza precedenti, formalizzando un BLOCCO ENERGETICO CONTRO CUBA. In quella data, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo (EO 14380) che autorizzava l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle importazioni di qualsiasi paese che vendesse o fornisse petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente.

Questa misura è stata presentata sotto la giustificazione assurda e ridicola di considerare Cuba come una «minaccia inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA. Vale la pena notare che settimane dopo la firma di questo ordine esecutivo, una decisione della Corte Suprema degli USA ha stabilito che non esiste fondamento giuridico per l’imposizione di dazi da parte del Presidente di quel paese senza l’autorizzazione del Congresso.

Ciò ha portato all’eliminazione di tutte quelle tariffe imposte dal presidente Trump contro vari paesi. Tuttavia, per quanto riguarda Cuba, la minaccia permanente dell’uso della forza, come l’intercettazione di navi petrolifere, così come il timore creato di fronte al possibile impiego di altre misure coercitive, hanno portato a un blocco quasi assoluto della fornitura di carburanti alla nazione caraibica.

A causa di queste pressioni, nel primo semestre del 2026 solo una petroliera proveniente dalla Federazione Russa è giunta sulle coste cubane, sotto forma di aiuto umanitario. Il suo carico di 100 mila tonnellate di greggio, sebbene sia stato un sollievo e un segno deciso di solidarietà, ha rappresentato una frazione limitata dei bisogni energetici cubani.

Infatti, alla fine di maggio 2026, sono state quantificate 2 MILIONI 667 MILA 800 TONNELLATE IN MENO DI CARBURANTI DISPONIBILI NEL PAESE RISPETTO A QUANTO PREVISTO.

Il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha riferito pubblicamente come molte comunità del paese abbiano sperimentato OLTRE 30 ORE CONTINUE SENZA ELETTRICITÀ a causa di questa situazione. Ovviamente, ciò ha provocato irritabilità, malessere, privazioni e una grande angoscia nella popolazione, il che è in linea con gli obiettivi tracciati dal 1960 nel memorandum di Lester D. Mallory.

Una diagnosi del sistema elettro-energetico cubano alla fine di maggio 2026 riflette che esistono circa 1 400 MW DI POTENZA DISPONIBILE CHE NON GENERANO ELETTRICITÀ PER MANCANZA DI CARBURANTE. Più specificamente, la generazione con motori Diesel si è attestata al 18,5 PER CENTO, con una mancata generazione di 338,3 GWh PER QUESTA TECNOLOGIA. Allo stesso modo, per la tecnologia dei motori a combustibile, è stato generato solo il 14,5 PER CENTO del previsto, con una mancata generazione di 644,5 GWh.

A CAUSA DEL CERCHIO ENERGETICO, NEL 2026 IL DEFICIT DEL SERVIZIO ELETTRICO A CUBA È AUMENTATO ESPONENZIALMENTE.

Nel settore dell’economia, è stato possibile servire solo il 54,6 PER CENTO di un piano elettrico che presentava già un deficit. Nel settore residenziale, il piano viene rispettato all’83 PER CENTO, IL CHE RAPPRESENTA OLTRE 20 ORE DI INTERRUZIONE ELETTRICA come media in tutto il territorio nazionale.

L’implementazione del cerchio energetico costituisce un aggravamento della politica di persecuzione contro le forniture di carburante a Cuba, intrapresa a partire da luglio 2019, che ha incluso l’intercettazione illegale da parte delle forze statunitensi di forniture di petrolio provenienti dal Venezuela a partire dalla fine del 2025.

Come risultato della strategia degli Stati Uniti per disattivare il sistema elettrico nazionale, la generazione termica nel 2025 ha prodotto 7.789 GWh, il che rappresenta una riduzione di 1.046,6 GWh rispetto al 2024, quando la produzione di energia attraverso queste tecnologie ha raggiunto gli 8.836 GWh.

Secondo i rapporti dell’impresa nazionale Unión Eléctrica, le restrizioni a Cuba hanno impedito l’esecuzione della manutenzione parziale, prorogata e di capitale per le unità termiche del paese, per cui 11 delle 15 unità esistenti rimangono fuori dal ciclo di manutenzione di capitale.

Il blocco energetico sopra descritto, insieme ad altre misure di intensificazione estrema del blocco, costituiscono un atto di genocidio classificato anche come punizione collettiva contro la popolazione cubana e una grave violazione del Diritto Internazionale, del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e persino qualificato come violazione del Diritto Internazionale Umanitario, anche in assenza di uno stato di guerra convenzionale tra Stati Uniti e Cuba.

Una dichiarazione emessa il 12 febbraio 2026 da quattro titolari di procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sottolineato che ciò solleva serie preoccupazioni nel quadro del Diritto Internazionale dei Diritti Umani e come questo ordine esecutivo aggravi gli effetti della già esistente designazione illegale di Cuba da parte degli Stati Uniti come stato patrocinatore del terrorismo.

Il 7 maggio 2026, una nuova dichiarazione delle procedure speciali del Consiglio per i Diritti Umani ha affrontato la privazione energetica a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto Cuba dall’Ordine Esecutivo del 29 gennaio e ha evidenziato come l’uso di un blocco energetico fosse incompatibile con gli standard internazionali dei diritti umani, dati gli impatti che questa politica stava avendo su molteplici aspetti come il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con particolare enfasi sui bambini cubani.

L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, attraverso il suo portavoce, ha anche riconosciuto come queste restrizioni stessero mettendo in pericolo servizi essenziali a livello nazionale, come i sistemi sanitari, alimentari e idrici, a causa della loro forte dipendenza dai combustibili importati. Questa agenzia dell’ONU ha inoltre sottolineato come le unità di terapia intensiva, così come lo stoccaggio di sangue e farmaci sensibili alla temperatura, stessero venendo compromessi da queste limitazioni nella fornitura di carburante.

Il Coordinatore Residente dell’ONU a Cuba ha dichiarato durante una conferenza stampa offerta dal portavoce del Segretario Generale il 26 febbraio che la scarsità di energia era diventata il principale moltiplicatore di rischi umanitari per la popolazione cubana. Allo stesso modo, il Segretario Generale dell’ONU, attraverso il suo portavoce, ha espresso la sua preoccupazione per la crescente scarsità di carburante a Cuba e il suo impatto sulla popolazione.

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso sentimenti simili, affermando, in riferimento a questa misura imposta a Cuba, che la salute deve essere protetta a tutti i costi e mai lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e dei blackout.

Come si può osservare, tutte queste dichiarazioni di figure del sistema delle Nazioni Unite sono coerenti con quanto disposto dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che stabilisce che sono proibite le punizioni collettive, una situazione a cui senza dubbio è sottoposto il popolo cubano nella sua interezza con il suddetto blocco energetico.

Inoltre, l’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026 viola i diritti sovrani di terzi stati, concretamente nell’ambito delle loro relazioni commerciali, poiché li minaccia con misure coercitive secondarie se forniscono carburante a Cuba. Si tratta di una misura dal carattere chiaramente extraterritoriale, il che conferma che il blocco contro Cuba non è una questione bilaterale, come falsamente affermano gli Stati Uniti.

L’Ordine Esecutivo sopra menzionato costituisce anche una violazione della libertà di commercio e navigazione, e delle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). È un impedimento chiaro e illegittimo al libero commercio di combustibili tra Cuba e i suoi diversi partner o fornitori.

In questo modo, gli Stati Uniti cercano di dettare alle nazioni sovrane con chi possono e non possono commerciare le proprie risorse naturali. Un’analisi più approfondita rivela una serie di violazioni gravi e più specifiche di questo aspetto del diritto internazionale.

Ad esempio, esiste una violazione del principio di non discriminazione, una pietra angolare dell’OMC. A causa dell’effetto intimidatorio di questo Ordine Esecutivo, Cuba è stata di fatto esclusa dalla catena mondiale di approvvigionamento di combustibili, il che può solo essere qualificato come illegale e discriminatorio.

Oltre alla sua illegalità dimostrata, l’embargo energetico è totalmente cinico. Mentre intimidisce i paesi terzi affinché non vendano carburante a Cuba e nega alle istituzioni pubbliche cubane la possibilità di acquisirlo, il governo degli Stati Uniti rivendica il diritto di permettere alle proprie imprese nazionali di esportare carburante esclusivamente al settore non statale cubano e alle ambasciate situate nell’isola.

Con ciò, il governo degli Stati Uniti intende garantire che non arrivino a Cuba i combustibili necessari per il sistema elettrico nazionale, l’approvvigionamento di acqua potabile, il sistema sanitario, il trasporto pubblico, le comunicazioni, le istituzioni educative, i servizi comunitari e tutti quegli ambiti della vita nella società che coinvolgono lo Stato cubano.

Così, il 19 giugno 2026, l’azienda Aguas de La Habana ha dovuto emettere una nota informativa in cui indicava che, a causa degli effetti sulle fonti di approvvigionamento idrico derivanti dal deficit energetico, prodotto a sua volta dalla mancanza di carburante, gli intervalli di attesa per la fornitura di acqua ai clienti della capitale dovevano essere ulteriormente dilazionati.

Esistono anche numerosi esempi che dimostrano la difficile situazione affrontata da migliaia di lavoratori del settore statale, ma in particolare quelli del settore non statale da quando è stato istituito l’embargo del petrolio contro Cuba.

Tassisti che hanno smesso di lavorare per scarsità di carburante. Artigiani e proprietari di affitti, bar e ristoranti che sono rimasti praticamente senza clienti poiché i voli internazionali e, di conseguenza, i turisti si sono ridotti al minimo, dato che Cuba non ha potuto accedere al carburante per i reattori.

In generale, tutte le piccole imprese che non possono permettersi il lusso di importare carburante in modo indipendente sono state colpite e, poiché dipendono dal sistema energetico nazionale gravemente danneggiato, subiscono interruzioni sistematiche nella loro capacità di gestione autonoma.

Ciò non implica solo perdite economiche per il settore non statale in tutte le sue forme. Soprattutto, significa l’angoscia di vedere ridotti i propri mezzi di sussistenza, i mezzi per mantenere se stessi e le proprie famiglie. Dimostra anche la falsità dell’argomento tradizionalmente sostenuto dal governo degli Stati Uniti secondo cui le sue misure contro Cuba colpiscono solo il governo e il settore statale dell’economia.

Il blocco energetico imposto a Cuba è stato così categorico che è stato impossibile per la stampa tradizionale statunitense o anche per le figure più alte del governo degli Stati Uniti ignorarlo, che si sono vantati ripetutamente di dire che Cuba non ha petrolio e, di conseguenza, è sul punto di cadere.

Spicca particolarmente l’articolo di opinione pubblicato il 12 maggio 2026 sul The New York Times, scritto dai congressisti statunitensi Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson, che riassume le loro impressioni dopo la loro visita a Cuba nell’aprile 2026.

Entrambi i congressisti hanno dichiarato di essere scioccati dagli effetti inumani del blocco energetico e hanno affermato categoricamente che: «Se il popolo americano sapesse la reale portata di ciò che sta accadendo a Cuba, chiederebbe la fine immediata dell’embargo». La scarsità di carburante che ha colpito la nazione ha avuto un impatto devastante su quasi tutti gli aspetti della società.

Nel settore sanitario, i danni causati dai blackout minacciano direttamente la vita dei pazienti, da qui la sua natura crudele e genocida. Nel reparto di neonatologia di un importante ospedale di ostetricia e ginecologia di Cuba, le vite dei neonati più vulnerabili dipendono da una fornitura elettrica poco affidabile. La dottoressa Niurka Moreno Obregón, capo del dipartimento, avverte che ogni blackout obbliga ad attivare un vecchio generatore in meno di dieci secondi, poiché molti ventilatori non hanno batterie funzionanti.

Se la ventilazione viene interrotta oltre quel punto, deve essere eseguita manualmente, con risultati incerti. La precaria situazione colpisce le incubatrici, le bilance e oltre il 95% delle apparecchiature, tutte dipendenti da una fornitura di energia che non è mai affidabile. Come altri 148 ospedali del paese, questo centro sta vivendo una crisi energetica che colpisce persino le sale parto.

La dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, capo dell’anestesia e della sala operatoria ostetrica, spiega: «In caso di emergenza elettrica, un’interruzione della fornitura elettrica, tutta l’unità si scollega completamente. Rimaniamo nell’oscurità totale». «Dobbiamo continuare l’intervento perché la procedura chirurgica non può essere fermata. Abbiamo dovuto continuare a operare con la luce dei nostri telefoni cellulari», racconta, descrivendo una situazione tesa vissuta dalla sua squadra.

Il pericolo è immediato e multidimensionale. L’incubatrice neonatale smette di funzionare, rendendo impossibile mantenere la temperatura adeguata per il neonato, che deve essere avvolto in coperte come misura disperata. La macchina per l’anestesia, il cuore della sala operatoria, si spegne completamente.

Sebbene dispongano di ossigeno supplementare per mantenere in vita il paziente, «non abbiamo assolutamente alcun monitoraggio». I pazienti pediatrici con cancro affrontano minacce simili. Tra 300 e 400 bambini e adolescenti cubani vengono diagnosticati con cancro ogni anno. Le loro vite dipendono da farmaci e apparecchiature specializzate che funzionano con l’elettricità.

Non sono solo i pazienti a soffrire le limitazioni causate dal blocco. Anche le loro famiglie sono vittime del blocco, sperimentando ripetutamente l’angoscia e l’impatto emotivo dell’incertezza causata da queste carenze.

Licet Rodríguez Alonso accompagna suo figlio Diego nel trattamento contro il cancro da quasi quattro anni. Gli è stato diagnosticato un cancro a quindici anni. Tra Villa Clara e L’Avana, la famiglia organizza le proprie vite attorno a interventi chirurgici, chemioterapia e radioterapia. Oggi, Diego sta ricevendo radioterapia, un processo che dipende da apparecchiature con alto consumo elettrico e scarso carburante.

«Come posso non essere preoccupato per la situazione attuale?», chiede sua madre. «Diego sta ricevendo radioterapia e non c’è carburante. Come faranno a far funzionare quella apparecchiatura? Se chiudono l’ospedale, come farò a continuare a dare a Diego il suo trattamento?».

Le restrizioni energetiche e la scarsità di risorse derivate dal blocco hanno gravemente colpito la capacità operativa degli ospedali. Attualmente, la lista d’attesa chirurgica nel paese ha raggiunto i 100.000 pazienti, di cui 12.000 sono bambini.

Con l’attuale blocco energetico, queste cifre stanno aumentando perché il sistema sanitario nazionale è costretto a rinviare gli interventi non urgenti per dare priorità al cancro e ad altre procedure che rappresentano un rischio per la vita. Inoltre, la natura intermittente del trasporto refrigerato, a causa della scarsità di carburante, ha reso difficile che più di 30.000 bambini ricevessero i loro vaccini in tempo, anche se i vaccini erano fisicamente disponibili nei magazzini del paese.

Allo stesso modo, è risultato difficile prestare assistenza a 2888 PAZIENTI CHE DIPENDONO DA TRATTAMENTI DI EMODIALISI, servizi che richiedono una stabilità energetica che attualmente è molto difficile da garantire.

Questa drammatica situazione ha attirato l’attenzione del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale ha dichiarato: «La situazione a Cuba è profondamente preoccupante, poiché il paese lotta per mantenere l’erogazione dei servizi sanitari in un momento di immensa turbolenza», sottolineando che la scarsità di energia «ha influenzato la salute».

Il massimo funzionario dell’OMS ha confermato che gli ospedali cubani hanno avuto difficoltà a mantenere i servizi di emergenza e terapia intensiva. Ha anche sottolineato che “gli ospedali, le cliniche e le ambulanze di Cuba sono più necessari che mai e devono ricevere supporto per svolgere il loro lavoro di salvare vite”.

In linea con queste dichiarazioni, la Coordinatrice Residente del Sistema delle Nazioni Unite a Cuba ha allertato circa 32.000 donne incinte a rischio a causa dell’instabilità nell’accesso ai servizi prenatali.

Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha anche espresso preoccupazione per le migliaia di pazienti oncologici che necessitano di radioterapia e chemioterapia, che non possono ricevere il trattamento richiesto a causa dei blackout e della mancanza di risorse.

Un’altra prova della natura genocida del blocco è il calo che ha provocato nei tassi di sopravvivenza al cancro a Cuba. Il numero di persone che muoiono di cancro nel paese è aumentato significativamente, superando ora le 70 al giorno. Sebbene i tassi di sopravvivenza cubani rimangano più alti di quelli dei paesi a basso e medio reddito, e superino persino gli obiettivi dell’OMS, sono diminuiti negli ultimi anni.

Nel caso dei bambini e dei giovani, I TASSI DI SOPRAVVIVENZA SONO CALATI DALL’85% AL 65%. Questa tendenza coincide con il periodo più severo dell’embargo statunitense. Il direttore della Divisione Risposta alle Crisi dell’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari e il direttore della Gestione Umanitaria e dei Disastri dell’OMS hanno confermato, dopo la loro visita a Cuba nel maggio 2016, che la scarsità di carburante sta influenzando direttamente la salute pubblica e l’accesso ai centri sanitari.

Nel settore educativo, la scarsità di carburante ha limitato il trasporto di studenti e insegnanti che viaggiano in tutto il paese, rappresentando circa il 30% degli studenti. Inoltre, il buon svolgimento del processo di insegnamento e apprendimento, così come le attività extrascolastiche pianificate, è stato influenzato, poiché gli orari scolastici sono stati interrotti e l’attenzione individualizzata agli studenti è stata ridotta.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, il primo semestre di lezioni del 2026 ha dovuto essere convertito in un formato totalmente online, il che ha influenzato l’interazione tra docenti e studenti. L’educazione speciale continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi compiuti dalle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie.

Ad esempio, la Scuola di Educazione Speciale Flor de la Revolución, che segue 232 bambini di sette comuni dell’Avana con disabilità visiva, richiede un trasporto scolastico stabile per poter fornire l’attenzione necessaria agli studenti.

L’inaffidabilità della fornitura elettrica sconvolge anche la routine scolastica: le aule richiedono una buona illuminazione e, durante i blackout, le lezioni vengono trasferite nei cortili o nei corridoi. Il direttore della scuola avverte che la mancanza di elettricità influisce persino sulle abitudini alimentari e del sonno dei bambini, con ripercussioni sul loro rendimento scolastico.

Anche la produzione alimentare è stata gravemente colpita dal blocco energetico. Durante la stagione agricola invernale terminata all’inizio del 2026, in media, sono state possibili solo 2 ore di irrigazione al giorno, contro le 16 ore che le macchine avrebbero dovuto funzionare in media. Ciò ha provocato interruzioni nei cicli di irrigazione e ha ridotto i raccolti agricoli.

Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di carburante. Nel frattempo, il team delle Nazioni Unite a Cuba ha riferito di avere circa 20.000 tonnellate di forniture alimentari immagazzinate in tutto il paese, ma la distribuzione alle comunità vulnerabili procedeva molto lentamente a causa della scarsità di carburante.

Per ragioni simili, le autorità dei trasporti di Cuba hanno dovuto implementare misure organizzative per ridurre il numero di rotte di viaggio interprovinciali, il trasporto di merci e altri modi di trasporto.

Nel caso del trasporto aereo, trovare alternative è stato molto più difficile data l’incapacità di acquisire il carburante necessario. Infatti, solo pochi giorni dopo l’annuncio dell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio, l’autorità dell’aviazione civile cubana ha dovuto annunciare la propria incapacità di fornire carburante per l’aviazione (Jet A-1) negli aeroporti cubani.

Ciò ha avuto un effetto disastroso sul turismo a Cuba, poiché ha ridotto il numero di vie di ingresso dei viaggiatori nel paese. Va notato che alla fine del 2025, i contratti con gli operatori turistici internazionali proiettavano tassi di occupazione favorevoli per la stagione invernale che sarebbe dovuta iniziare all’inizio del 2026. Tuttavia, l’imposizione dell’embargo energetico ha provocato un brusco cambiamento in queste prospettive di ripresa.

Come se l’applicazione delle misure sopra descritte non fosse già una punizione sufficiente contro il popolo cubano, il governo degli Stati Uniti ha deciso di aumentare ulteriormente la sua pressione su Cuba emanando un altro Ordine Esecutivo (EO 14404) il 1° maggio 2026, sotto la falsa narrativa di rispondere alla calunniosa e ridicola affermazione di “Minaccia inusuale e straordinaria di Cuba alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, decretata nell’Ordine Esecutivo del 29 gennaio 2026.

L’Ordine Esecutivo del 1° maggio esacerba il carattere extraterritoriale dell’embargo a Cuba, poiché consente il blocco di attività e la restrizione delle operazioni di qualsiasi persona o entità straniera che operi in settori considerati strategici per l’economia cubana, menzionando specificamente l’energia, l’estrazione mineraria, la finanza, la sicurezza e la difesa.

Autorizza anche sanzioni contro coloro che hanno fornito supporto finanziario, materiale, tecnologico o logistico al governo o allo Stato cubani. Il riferimento esplicito ai settori energetico e finanziario non è accidentale e fa parte di una strategia ben calcolata per blindare l’applicazione dell’embargo energetico e aggravare gli impatti del blocco economico, commerciale e finanziario nel suo insieme.

Uno degli aspetti più innovativi e incisivi di questo Ordine Esecutivo è l’introduzione di severe sanzioni secondarie contro banche, istituzioni finanziarie o imprese straniere che facilitino transazioni relative a persone o entità “sanzionate”.

In termini pratici, ciò rafforza la pressione sui paesi terzi, le imprese e le istituzioni finanziarie che hanno legami con Cuba, e su qualsiasi persona che possa averli. A tal fine, il governo degli Stati Uniti utilizza la paura di perdere l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense come strumento chiave di coercizione.

Ciò espone ancora una volta la natura extraterritoriale del blocco contro Cuba. L’Ordine Esecutivo del 1° maggio prevede anche restrizioni di immigrazione e ingresso negli Stati Uniti per quelle persone che il governo degli Stati Uniti considera aver fornito supporto materiale allo Stato cubano.

Chiaramente, questo è un altro fattore deterrente e intimidatorio significativo che potrebbe portare alla cessazione delle operazioni di terzi con Cuba. A causa di preoccupazioni simili, diverse compagnie aeree hanno annunciato la sospensione dei loro voli per Cuba.

Spicca il caso dell’operatore Plus Ultra, entità contrattata dalla compagnia aerea nazionale Cubana de Aviación per coprire la rotta Madrid-Santiago di Cuba-L’Avana, che ha informato della sospensione di questi servizi il 12 maggio, sotto l’esplicito argomento di evitare rischi derivanti dal suddetto Ordine Esecutivo, che hanno indicato come un evento di forza maggiore al di fuori del controllo della compagnia.

Le rinomate compagnie di navigazione internazionali Hapag-Lloyd e CMA CGM hanno smesso di accettare nuovi ordini relativi a Cuba mentre analizzano le possibili conseguenze dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio. Sebbene non ci sia una stima della portata, della durata e del costo economico di questa decisione, le catene di approvvigionamento a Cuba saranno senza dubbio sotto una pressione crescente data l’importanza di queste aziende nel trasporto marittimo internazionale di merci.

In relazione a quanto sopra, le agenzie delle Nazioni Unite a Cuba hanno riferito che più di 2.900 tonnellate metriche di spedizioni di aiuti alimentari già contrattate sono state colpite dalle interruzioni dei servizi marittimi verso Cuba.

Inoltre, sono state colpite sette spedizioni critiche per un valore di 630.000 dollari, inclusi kit medici di emergenza, forniture per neonati, forniture nutrizionali per donne incinte e in allattamento, attrezzature per il trattamento dell’acqua e kit di igiene mestruale.

L’Ordine Esecutivo 14404 ha anche portato alla sospensione dei servizi finanziari che le istituzioni bancarie fornivano a Cuba per le sue transazioni internazionali. I pagamenti effettuati con Visa e Mastercard nell’isola sono diventati impossibili dopo che le banche utilizzate da Cuba come banche corrispondenti si sono rifiutate di continuare questa relazione a causa dei rischi potenziali che dovevano affrontare da parte degli Stati Uniti.

Questo isolamento finanziario è stato un obiettivo chiave nella strategia degli Stati Uniti per paralizzare l’economia cubana. Le conseguenze di ciò vanno oltre le semplici transazioni cancellate.

In realtà, ciò implica l’impossibilità di acquisire spedizioni di alimenti, forniture per la produzione di farmaci, macchinari per l’industria cubana, tra gli altri impatti, indipendentemente dal fatto che i fondi per questo siano disponibili.

D’altra parte, la crociata intrapresa dalle autorità statunitensi dalla promulgazione dell’Ordine Esecutivo 14404 ha avuto come obiettivo chiaro la liquidazione dell’industria alberghiera cubana, considerando l’importanza del turismo come una delle principali attività per l’economia del paese.

All’inizio di giugno 2026, diverse delle principali catene alberghiere internazionali con operazioni a Cuba hanno ritirato i loro accordi di gestione per decine di hotel nel paese. Queste decisioni sono state guidate dalla paura di ritorsioni contro le loro proprietà e conti bancari negli Stati Uniti.

Sotto il pretesto dell’Ordine Esecutivo del 1° maggio, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque abbia affari o legami con Cuba. Data la portata di queste azioni, ha iniziato a emergere un secondo obiettivo di questa strategia: oltre a indurre il collasso del sistema economico, politico e sociale di Cuba, gli Stati Uniti cercano di eliminare qualsiasi potenziale rivale commerciale nel perseguimento del loro obiettivo desiderato di prendere il controllo totale dell’isola.

Nel caso del settore energetico, per non lasciare dubbi sulla rigorosità del loro embargo, l’11 giugno 2026, gli Stati Uniti hanno sanzionato l’impresa statale cubana Unión Cuba-Petróleo (CUPET), in virtù dell’Ordine 14404.

In questo modo, il governo statunitense ha bloccato la possibilità di qualsiasi operazione commerciale che implicasse la fornitura di carburante a Cuba in grandi quantità, come ad esempio tramite petroliere, anche se le controparti cubane coinvolte sono proprietari privati, poiché inevitabilmente richiederebbe l’uso dell’infrastruttura della CUPET per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione sicura di grandi quantità di queste risorse.

L’attuazione di queste misure ha creato un sofisticato metodo di soffocamento contro la popolazione cubana, superando di gran lunga la pressione esercitata sul paese per decenni. Dopo diversi mesi di questi metodi rafforzati di coercizione, è diventato palpabile il deterioramento della qualità della vita dei cubani, che già vivevano con grande stoicismo a causa dell’impatto accumulato e delle privazioni derivanti dal blocco.

Nessun popolo merita né dovrebbe essere sottoposto a tale punizione semplicemente per difendere il proprio diritto all’autodeterminazione.

L’applicazione della Legge Helms-Burton, in particolare del suo Titolo III, così come la persecuzione finanziaria derivante dall’inclusione arbitraria di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo, sono stati due strumenti chiave nella politica di massima pressione contro Cuba e nel rafforzamento del blocco dal 2019.

Il Titolo III della Legge Helms-Burton consente che vengano presentate cause nei tribunali statunitensi contro qualsiasi persona fisica o giuridica che abbia realizzato attività con proprietà nazionalizzate dal governo cubano.

Ciò ha rappresentato un forte impedimento per gli investimenti e gli affari a Cuba, dato il rischio che i partner stranieri affrontino procedimenti legali nei tribunali statunitensi. Alla fine di marzo 2026, sono state presentate 46 cause ai sensi del Titolo III della Legge Helms-Burton, e 24 di esse erano ancora in sospeso.

I principali ambiti che sono stati attaccati dai processi derivanti dall’applicazione di questa legge sono il turismo, il trasporto marittimo, l’estrazione mineraria, l’edilizia, la fornitura e la distribuzione di carburanti, le compagnie aeree e l’agricoltura; e le aziende che sono state oggetto delle cause sono, paradossalmente, nella loro maggioranza di nazionalità statunitense.

Il 25 novembre 2025, il querelante José Ramón López Regueiro ha presentato una nuova causa contro la compagnia aerea statunitense Delta, affermando di essere l’erede legale dell’Aeroporto Internazionale José Martí dell’Avana. Per illustrare meglio l’impatto extraterritoriale dell’embargo sul turismo e persino la violazione dei diritti delle persone in paesi terzi, vale la pena consultare un articolo pubblicato sulla pubblicazione online The Pointer il 21 gennaio 2026.

Questo articolo racconta la storia di una famiglia canadese che, desiderosa di viaggiare a Cuba, ha tentato di utilizzare i punti premio accumulati sulla propria carta del Toronto Dominion Bank (TD) per scambiarli con biglietti aerei e alloggio sull’isola attraverso la piattaforma Expedia. Quando hanno digitato “L’Avana” nel motore di ricerca del sito, hanno ricevuto un messaggio che indicava che questa non era un’opzione disponibile.

Questa famiglia ha saputo che Expedia Group ha bloccato le prenotazioni per Cuba, persino per cittadini non statunitensi, adducendo rischi legali derivanti dall’embargo statunitense, inclusa l’applicazione della Legge Helms-Burton. Inoltre, l’assurda e arbitraria inclusione continua di Cuba nella lista fraudolenta dei presunti stati patrocinatori del terrorismo, elaborata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, è rimasta un ostacolo importante per lo sviluppo della nazione cubana.

Questa misura ha contribuito a rafforzare il carattere extraterritoriale del blocco, dato che ha incrementato la cautela e il distanziamento che le entità internazionali assumono nei confronti delle loro controparti cubane per paura di ritorsioni statunitensi.

Questa designazione spurie e unilaterale, della quale il governo degli Stati Uniti non ha fornito una sola prova, costituisce uno strumento di aggressione e ignora deliberatamente la cooperazione provata del nostro paese nella lotta contro il terrorismo. Tutti sanno, incluse le forze dell’ordine degli Stati Uniti, che lungi dal patrocinare il terrorismo, Cuba è stata vittima di questa piaga e ha rispettato strettamente i propri impegni internazionali in tal senso.

Le conseguenze economiche di questa inclusione sono state devastanti. Tra marzo 2025 e febbraio 2026, 34 istituzioni bancarie internazionali hanno sospeso o si sono rifiutate di effettuare transazioni con Cuba per paura di sanzioni secondarie, chiudendo conti o rifiutando trasferimenti per l’acquisto di alimenti, medicinali e carburante.

L’economia cubana ha perso fornitori tradizionali, che hanno cessato le relazioni commerciali per evitare il rischio di sanzioni. Inoltre, questa misura ha portato all’imposizione di sovrapprezzi sugli interessi come conseguenza della qualificazione del rischio paese di Cuba. Di conseguenza, l’accesso al finanziamento da parte di banche e imprese nazionali continua a diminuire rispetto a periodi precedenti, il che si riflette nella diminuzione della produzione e dei servizi all’interno di Cuba.

La posizione sfavorevole delle istituzioni finanziarie nell’elaborazione dei pagamenti, insieme all’incapacità di accedere a rotte logistiche più rapide, ha costretto Cuba a sostenere elevati costi aggiuntivi per acquisire forniture essenziali. Tutto ciò ha esacerbato l’effetto cumulativo del blocco e il suo impatto erosivo nel tempo.

Anche le piattaforme digitali e i servizi tecnologici hanno subito gli effetti di questa designazione. Sono stati sospesi i pagamenti ai server cubani su piattaforme di hosting, sono stati interrotti i servizi di posta elettronica per aziende cubane da parte di fornitori legati a imprese statunitensi e sono stati chiusi i conti di campagne di solidarietà che raccoglievano fondi per donazioni.

Numerose missioni diplomatiche cubane hanno anche affrontato serie difficoltà con le istituzioni bancarie che tradizionalmente prestavano loro servizi in varie regioni del mondo. Questa situazione ha influenzato le loro operazioni e la loro stabilità finanziaria, incluso l’iter dei pagamenti per servizi consolari.

Durante il periodo in questione, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha continuato a imporre multe alle aziende che fanno affari con Cuba. Sebbene questa pratica sia totalmente illegittima, poiché gli Stati Uniti non hanno l’autorità per determinare questioni tra terzi, queste azioni sono molto efficaci per interrompere e scoraggiare qualsiasi legame commerciale con l’isola.

Il 2 luglio 2025, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) ha imposto una multa di 608.825 dollari all’azienda di logistica globale Key Holding, LLC, con sede in Delaware, per presunte violazioni del regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che, tra gennaio 2022 e luglio 2023, la filiale colombiana di Key Holding, LLC, all’epoca chiamata Key Logistics Colombia SAS, ha gestito la logistica di 36 spedizioni di merci dalla Colombia a Cuba.

Il 15 luglio 2025, l’OFAC ha annunciato un’altra multa, questa volta di 11.832.136 dollari, pagabile dall’azienda privata di logistica globale Interactive Brokers, LLC (IB), con sede a Greenwich, Connecticut, per violazioni del suo regime di sanzioni contro Cuba. L’OFAC ha determinato che tra il 15 luglio 2016 e il 31 gennaio 2024, IB ha fornito servizi di intermediazione e investimento a privati residenti in vari paesi, inclusa Cuba.

Da parte sua, la designazione arbitraria di Cuba come stato patrocinatore del terrorismo è servita come argomento per negare la richiesta del permesso online per visitare gli Stati Uniti, noto come visto ESTA, a cittadini di paesi eleggibili per questo programma che hanno visitato l’isola.

L’Ufficio dello Storico dell’Avana riferisce di una notevole diminuzione degli investimenti realizzati dal settore privato in aree prioritarie per il restauro a causa del declino del turismo, il che ha provocato un minor livello di attività economica nelle aree patrimoniali della città.

Al contrario, le statistiche dell’Ufficio mostrano che durante l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, sono aumentati gli investimenti del settore privato in attività legate al turismo come alloggio, servizi di ristorazione e ricreazione. Ciò, a sua volta, ha contribuito a un aumento significativo nel restauro di edifici nell’Avana Vecchia.

In generale, la designazione arbitraria di Cuba come Stato Patrocinatore del Terrorismo da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, insieme all’intensificazione senza precedenti del blocco, ha impattato negativamente su tutti gli aspetti della società cubana, con conseguenze dirette per la qualità della vita e i diritti umani della nostra popolazione: LA MORTALITÀ INFANTILE A CUBA È AUMENTATA DA 4 PER 1.000 NATI VIVI NEL 2018 A 9,9 NEL 2025, IL CHE RAPPRESENTA UN AUMENTO DEL 148%. DEI 395 FARMACI CHE CUBA PRODUCE COME PARTE DELLA SUA ASSISTENZA SANITARIA DI BASE, 300 NON RICEVONO SUPPORTO A CAUSA DELLE DIFFICOLTÀ AD ACCEDERE A MATERIE PRIME E FORNITURE FARMACEUTICHE.

Esiste una persistente difficoltà ad acquisire tecnologia medica di origine statunitense o che contenga più del 10% di componenti provenienti da quel paese, il che richiede l’uso di intermediari e un aumento sostanziale dei prezzi, rendendola potenzialmente inaccessibile per l’economia cubana.

Nel campo dell’oncologia, la scarsità di un gruppo di nuovi farmaci contro il cancro prodotti da compagnie farmaceutiche statunitensi rimane una preoccupazione. Tra i farmaci inaccessibili ci sono: PEMETREXED (Lilly): adenocarcinoma polmonare, mesotelioma. PALBOCICLIB (Pfizer): cancro al seno metastatico sensibile agli ormoni. BRENTUXIMAB VEDOTIN (Seattle Genetics): linfoma di Hodgkin refrattario post-trapianto. PEMBROLIZUMAB e NIVOLUMAB (MSD e Bristol Myers Squibb, rispettivamente): immunoterapia avanzata per melanoma metastatico, cancro al polmone, cancro alla vescica e linfoma di Hodgkin.

Per quanto riguarda i servizi di gastroenterologia e nefrologia, l’accesso a tecnologie all’avanguardia è molto limitato. Non è possibile acquisire torri di endoscopia digestiva dell’azienda giapponese Olympus perché, a causa di problemi di pagamento e della minaccia di sanzioni, il prezzo offerto a Cuba è dieci volte superiore rispetto ad altri paesi latinoamericani. Inoltre, viene negata la manutenzione della tecnologia esistente. In nefrologia, aziende come Baxter Healthcare e distributori come Vitalmex Interamericana SA si rifiutano di commerciare con Cuba, citando esplicitamente l’embargo.

Per quanto riguarda i servizi di cardiologia e genetica, le apparecchiature vitali per i bambini, come il HeartMate 3 e le pompe cardiache PediMag e CentriMag di Abbott, prodotte negli USA, NON SONO DISPONIBILI PER I BAMBINI CUBANI. Questi dispositivi permettono di prolungare la vita di neonati con gravi cardiopatie senza la necessità di un trapianto.

Durante l’anno 2025, lo studio di 140 pazienti è stato compromesso a causa di una carenza di fitoemoagglutinina, un reagente prodotto dall’azienda statunitense Sigma-Aldrich, necessario per il test di laboratorio chiamato cariotipo postnatale, che analizza i cromosomi di un neonato per rilevare malformazioni congenite o sindromi genetiche.

L’educazione speciale a Cuba continua ad affrontare sfide significative nonostante gli sforzi delle istituzioni del settore per supportare sia gli studenti che le loro famiglie. Sebbene 259 studenti del paese abbiano ricevuto impianti cocleari, 39 di essi hanno stampi rotti o mancano di batterie.

Durante gli ultimi cinque anni scolastici, solo 2 dei 16 audiometri delle province sono stati operativi, il che ha influenzato la stimolazione uditiva di 297 studenti seguiti in scuole speciali e degli 803 studenti seguiti in centri ordinari.

Nel caso della disabilità visiva, c’è scarsità di macchine braille (Perkins). Di queste, 21 sono irreparabili nel paese. È necessario un totale di 63 di queste macchine. Questa scarsità colpisce 126 studenti ciechi, sia quelli che frequentano scuole speciali (59) che quelli che frequentano scuole ordinarie (67).

Nel caso dei bambini sordi e con difficoltà uditive, María de los Ángeles Escalona Arias, direttrice della scuola speciale René Vilches Rojas, riferisce che l’aumento del blocco governativo impedisce loro di acquisire apparecchi acustici retroauricolari e impianti cocleari, che sono essenziali per i loro alunni. Dei 65 studenti, 22 hanno ricevuto impianti, ma le recenti restrizioni hanno drasticamente ridotto la possibilità di nuovi interventi.

C’è stata una forte contrazione nel settore delle costruzioni. Nel 2025, l’industria nazionale del cemento ha sperimentato il suo secondo livello più basso di produzione fisica dal trionfo della Rivoluzione nel 1959. Ciò ha comportato un livello molto basso di esecuzione per i grandi progetti di opere pubbliche. Ad esempio, il Programma Nazionale Stradale è stato eseguito solo al 43% nel 2025; il Programma di Riparazione degli Aeroporti è stato completato al 58%; il Programma delle Risorse Idriche, al 64%; e il Programma Abitativo, al 53%.

Il trasporto passeggeri all’Avana viene attualmente effettuato con poco più di 100 autobus, quando ne servirebbero almeno 3.000 per fornire un servizio di qualità. Inoltre, l’assegnazione estremamente limitata di circa 40.000 tonnellate di carburante destinate al trasporto passeggeri lo scorso anno ha potuto essere utilizzata solo per coprire circa il 65% della domanda. Questa situazione ha portato le autorità dei trasporti a Cuba a concludere che lo stato attuale del settore è più complesso che durante gli anni più difficili del cosiddetto “Periodo Speciale” negli anni ’90.

L’inclusione di Cuba nella lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo impedisce agli artisti cubani di accedere a programmi di scambio culturale patrocinati da entità statunitensi. Collaborazioni precedenti con compagnie di danza contemporanea e teatro fisico a New York e in California sono state interrotte a causa dell’incapacità di ottenere permessi dall’OFAC in tempi ragionevoli, o perché i progetti sono stati cancellati a causa dell’incapacità di effettuare pagamenti agli artisti cubani.

Sono aumentate le sfide per gli investimenti e l’acquisizione di forniture essenziali per il settore agricolo nazionale. Ad esempio, il programma del riso a Cuba ha avuto solo una resa di 1,9 t/ha di superficie piantata nel 2025.

Ciò è stato 2,31 t/ha inferiore alla resa di 4,21 t/ha raggiunta per questa coltura nel 2018, prima dell’indurimento del blocco.<sup>39,40</sup> Oltre all’ampia lista di misure per rafforzare il blocco economico, commerciale e finanziario implementato lo scorso anno, c’è stato un uso ricorrente di una narrativa altamente minacciosa e conflittuale contro Cuba da parte dei livelli più alti del potere dell’attuale amministrazione statunitense. Il presidente Donald Trump ha affermato che “avrebbe l’onore di prendere il controllo di Cuba”.

Ha anche minacciato il governo cubano di raggiungere un accordo. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato in numerose occasioni che Cuba sarebbe stata la prossima, alludendo a quale sarebbe stato il prossimo paese nell’agenda della Casa Bianca per forzare un cambio di governo. Allo stesso modo, ha dichiarato pubblicamente che avrebbe posizionato una portaerei a 100 iarde dalla costa cubana per intimidire Cuba e provocare il collasso del suo sistema politico, economico e sociale.

Questa dichiarazione è stata un chiaro esempio di una minaccia con l’uso della forza e di una violazione della sovranità di Cuba, dato che tale affermazione allude a una trasgressione delle acque territoriali nazionali da parte di un gruppo navale con chiari fini offensivi. Da parte sua, nel gennaio 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti al Senato degli Stati Uniti che gli piacerebbe “vedere un cambio di regime a Cuba”.

Inoltre, in ricorrenti apparizioni pubbliche ha negato l’esistenza del blocco e ha cercato di attribuire la responsabilità delle vicissitudini della nazione al governo cubano, dimostrando il suo comportamento disonesto e senza scrupoli.

Con questo obiettivo, le strutture di potere degli Stati Uniti hanno orchestrato una campagna mediatica per stabilire e giustificare l’idea di un’azione militare diretta contro Cuba tra il pubblico statunitense. Diversi mezzi di comunicazione statunitensi hanno riportato voli di ricognizione militare vicino alla costa cubana e gli sforzi del Pentagono per aggiornare i piani di contingenza per una possibile operazione contro Cuba.

Allo stesso modo, nel giugno 2026, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha visitato la base navale occupata illegalmente nella baia di Guantánamo e ha avvertito che gli Stati Uniti erano “pronti per qualsiasi evenienza” riguardo a Cuba. Queste dichiarazioni sono state fatte in un contesto di pressione e danno senza precedenti inflitti alla popolazione cubana nel suo insieme.

Tutto ciò fa parte dell’assedio contro Cuba, che è strutturato, progettato chirurgicamente, estremamente completo e che, forse con maggiore chiarezza che in decenni, potrebbe essere il preludio di un attacco diretto al territorio cubano. Inoltre, tra marzo 2025 e febbraio 2026, il governo degli Stati Uniti ha scatenato una feroce campagna di calunnie e pressioni, che continua ancora oggi, con l’obiettivo di provocare la cessazione della cooperazione medica cubana in diversi paesi.

A tal fine, hanno fatto ricorso a metodi estremamente occulti, come minacciare di revocare i visti statunitensi di tutti i funzionari di paesi terzi che hanno partecipato alla firma di accordi di cooperazione medica con Cuba. Queste minacce non sono rimaste mera retorica. Il 3 giugno 2025, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una restrizione ai visti di ingresso negli Stati Uniti per funzionari di governi centroamericani e le loro famiglie, con il pretesto di aver avuto legami con programmi di cooperazione medica cubani.

Il 13 agosto 2025, il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha annunciato restrizioni di visto simili per funzionari di diversi paesi, così come per ex funzionari dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Va notato che gli accordi di cooperazione medica firmati dalle autorità sanitarie pubbliche cubane con quelle di altri stati si basano sui principi di legalità e beneficio reciproco, e costituiscono un’autentica forma di cooperazione Sud-Sud, secondo gli standard internazionali.

Il blocco costituisce una violazione flagrante, massiccia e sistematica dei diritti umani del popolo cubano, su una scala ancora maggiore dal suo recente rafforzamento e dall’embargo del petrolio. Lo ha confermato la Relatrice Speciale del Consiglio per i Diritti Umani sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, Alena Douhan, durante la sua visita ufficiale a Cuba dall’11 al 21 novembre 2025.

L’11 maggio 2026, il Segretario Generale dell’ONU si è riferito alle misure coercitive degli Stati Uniti contro Cuba e ha ricordato la risoluzione presentata dall’Isola all’Assemblea Generale, che qualifica tali sanzioni come illegali e contrarie al Diritto Internazionale.

Ha anche respinto qualsiasi approccio militare e ha espresso la speranza che il popolo cubano non continui a soffrire drammaticamente, alludendo all’indurimento del blocco. Più recentemente, nel giugno 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che l’espansione delle sanzioni statunitensi contro Cuba stava causando danni diffusi alla popolazione e mettendo in pericolo vite umane, esortando al contempo a fermare tali azioni.

L’Alto Commissario ha sottolineato che: «Le restrizioni sul carburante imposte dall’inizio del 2016 e il recente indurimento delle sanzioni extraterritoriali stanno danneggiando direttamente la popolazione cubana, specialmente i più vulnerabili». Ha affermato che: «I bambini stanno morendo perché i medici non hanno accesso a forniture e medicinali essenziali». In altro luogo, l’Alto Commissario ha osservato: «Cuba viene soffocata dalle sanzioni degli Stati Uniti».

All’interno degli Stati Uniti, c’è stato un significativo sostegno per la revoca dell’embargo. Movimenti sociali, sindacati, organizzazioni comunitarie, intellettuali e ampi settori della società civile hanno promosso lettere, petizioni e campagne che hanno ottenuto un sostegno massiccio.

A livello locale e legislativo, sono state registrate risoluzioni municipali e dichiarazioni di rappresentanti che mettevano in discussione la politica di soffocamento e chiedevano un approccio verso Cuba basato sul dialogo e sul rispetto del Diritto Internazionale.

Queste espressioni mostrano che il rifiuto del blocco non è solo una condanna esterna, ma risuona anche tra i cittadini e le organizzazioni all’interno del paese che lo impone. Le nazioni africane hanno continuato a dimostrare la loro incrollabile solidarietà con Cuba. Nel febbraio 2026, l’Assemblea dell’Unione Africana ha adottato, per la diciassettesima volta consecutiva, una risoluzione che condannava il blocco statunitense imposto a Cuba.

L’iniziativa ha anche esortato all’esclusione di Cuba dalla lista unilaterale di paesi che presumibilmente patrocinano il terrorismo, esprimendo al contempo preoccupazione per l’impatto extraterritoriale del blocco, in particolare a causa dell’applicazione del Titolo III della Legge Helms-Burton.

In America Latina e nei Caraibi, il rifiuto del blocco statunitense contro Cuba e la solidarietà con l’isola si sono espressi con forza e in modi diversi nel corso del 2025 e all’inizio del 2026. Ciò abbraccia dai livelli più alti del governo, con pronunciamenti ricorrenti di presidenti come Claudia Sheinbaum (Messico), Luis Arce (Bolivia), Lula da Silva (Brasile), Gustavo Petro (Colombia), Gabriel Boric (Cile), Nicolás Maduro (Venezuela) e Xiomara Castro (Honduras), e primi ministri come Mia Mottley (Barbados), Gaston Browne (Antigua e Barbuda), John Briceño (Belize) e Dickon Mitchell (Grenada), fino all’azione legislativa espressa in risoluzioni parlamentari in Perù, Uruguay e Giamaica, e dichiarazioni di gruppi di amicizia interparlamentari con Cuba in diversi paesi come Cile ed Ecuador.

Anche la regione Asia-Pacifico è stata testimone di pronunciamenti ufficiali e mobilitazioni sociali. Cina e Vietnam, attraverso i loro massimi organismi statali e governativi, hanno chiesto la fine delle misure coercitive e hanno respinto l’inclusione punitiva di Cuba nella lista degli stati patrocinatori del terrorismo. In Australia, Nuova Zelanda, Giappone, India e Timor Est, partiti politici, associazioni di solidarietà e sindacati hanno lanciato campagne di petizioni e risoluzioni a sostegno della nazione caraibica.

In Europa, anche le voci contro il blocco hanno risuonato con forza a molteplici livelli. Dalle formali richieste della Duma di Stato e del Consiglio della Federazione Russa alle dichiarazioni al Parlamento Europeo e alle mozioni ampiamente sostenute nel Regno Unito, il messaggio era chiaro: il blocco deve finire.

Allo stesso modo, diversi organismi politici di Francia, Belgio, Irlanda, Spagna, Austria, Croazia, Polonia, Bielorussia e Lussemburgo hanno emesso dichiarazioni o adottato iniziative che sottolineavano l’illegalità e l’impatto umanitario del blocco.

Tutte queste espressioni di sostegno e solidarietà si sono riflesse nel sostegno travolgente che ha ricevuto la più recente risoluzione di Cuba contro il blocco, presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (AGNU) il 29 ottobre 2025, quando 165 stati membri hanno espresso il loro voto a favore della revoca di questa politica antiquata e criminale contro il popolo cubano.

Va anche notato che durante il dibattito di alto livello della 80ª Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2025, 43 leader hanno alzato la voce per chiedere la fine del blocco, essendo questo uno dei temi più dibattuti in quell’occasione.

In generale, la società civile di tutto il mondo ha svolto un ruolo centrale ed estremamente attivo nel denunciare il blocco: organizzazioni di solidarietà, associazioni di amicizia, reti mediche e ONG hanno organizzato campagne di raccolta firme, donazioni e azioni pubbliche per evidenziare l’impatto umanitario del blocco su Cuba.

Ad esempio, una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti, firmata inizialmente da 515 intellettuali e artisti su iniziativa della sezione messicana della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, ha finito per accumulare più di 20.000 firme. Sindacati, associazioni professionali e gruppi politici giovanili di numerosi paesi hanno approvato risoluzioni e organizzato manifestazioni davanti a missioni diplomatiche, dimostrando che la protesta contro il blocco ha trasceso i forum diplomatici ed è arrivata nelle strade e nelle città del mondo.

Il Convoi de Nuestra América è stata una manifestazione emblematica della solidarietà internazionale verso Cuba: delegazioni composte da numerose organizzazioni di solidarietà, sindacati, collettivi studenteschi e gruppi culturali hanno viaggiato all’Isola per esprimere di persona il loro rifiuto del blocco e offrire sostegno materiale e simbolico.

Di fronte a uno scenario così avverso, come dettagliato in questo rapporto, Cuba non è rimasta isolata. La stragrande maggioranza della comunità internazionale, le forze politiche di tutto il mondo, le organizzazioni della società civile e le figure di spicco di tutto il mondo continuano a essere solidali con l’isola.

La notevole resistenza del popolo cubano nel sopportare un assedio così spietato continuerà a ispirare ammirazione in tutto il mondo. Il popolo cubano prevarrà, perché la sua resistenza, creatività e determinazione non possono essere frustrate in alcun modo.

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09/09/2026

Bombe sulle petroliere e missili sulle basi Usa

Il prezzo del barile di petrolio, ieri, era arrivato a 99 dollari. Per spingerlo oltre i 100 gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare cinque petroliere iraniane nei dintorni di Hormuz e nel Golfo Persico.

È difficile trovare un altro senso nel periodico stop & go dei bombardamenti Usa, cui segue con precisione svizzera una risposta di Teheran, che questa volta ha preso di mira la base statunitense di Azraq, in Giordania, e due cacciatorpediniere. L’agenzia di stampa Fars ha riferito anche di un attacco iraniano contro le basi di Muwaffaq Salti e Prince Hassan, sempre in Giordania.

Come parte integrante della risposta iraniana, diverse navi commerciali sono state fatte abbandonare dagli equipaggi mentre si muovevano “in ​​violazione” del controllo da parte di Teheran tentando di attraversare una “zona proibita e pericolosa” dello stretto, “istigate e supportate” dagli Stati Uniti.

Tutto questo prendere di mira petroliere ed altro, ormai, sta trasformando il mare da quelle parti in un disastro ambientale di proporzioni ciclopiche, visto che le immense chiazze oleose vanno alla deriva senza che nessuno possa provare a contenerle.

Da tempo la guerra Usa-Israele all’Iran ha perso un senso strategico chiaro e va avanti per inerzia, come tutti i conflitti che non si possono vincere ma che non si può ammettere di aver perso. Questi sussulti fatti di scambi di colpi non cambiano di un millimetro lo stato delle cose.

Lo testimonia, paradossalmente, un mega-piano militare israeliano trapelato nei giorni scorsi “grazie” al Jerusalem Post, secondo cui per “chiudere la partita con gli ayatollah” gli Stati Uniti dovrebbero in primo luogo “riconoscere l’indipendenza” delle aree abitate da etnie non persiane dell’Iran (curdi, azeri, ahwazi e baluchi).

Contemporaneamente “convincere la Cina” a non aiutare l’Iran “attraverso un accordo che garantirebbe a Pechino una parte del petrolio Iraniano, a smembramento avvenuto”.

Ma soprattutto condurre un’invasione di terra muovendo un mega-esercito tra i 750.000 e il milione e mezzo di uomini. Uno scenario da “sbarco in Normandia” che si scontra però con la realtà delle forze oggi a disposizione del Pentagono: appena 450mila soldati.

Niente paura, si suggerisce subito la soluzione: arruolare la differenza promettendo ai ragazzi dai 18 ai 34 anni la cancellazione del debito sugli studi, la carta di credito e il mutuo per la macchina, fino a un massimo di 100.000 dollari a testa. Il tutto finanziato dalle tasse sui cittadini americani.

Una mobilitazione generale in stile Seconda guerra mondiale, con slanci di fantasia finanziaria e costi spaventosi per un’economia già debilitata.

Il sito Axios, due giorni fa, dava notizia dei calcoli elaborati dalla Brown University secondo cui la guerra all'Iran è finora costata ai consumatori statunitensi 100 miliardi di dollari solo per i prezzi dell’energia più alti. E il conto sta aumentando di 1 milione circa ogni due minuti.

Quasi inutile far notare che la quantità di soldati ipotizzata dal Jerusalem Post andrebbe reclutata, addestrata, trasportata in zona di operazioni. E che, naturalmente, le perdite prevedibili in battaglia – quando si impiegano truppe per forza di cose “non professionali” – salgono esponenzialmente.

Il che risulta incompatibile con il rifiuto di massa, negli Stati Uniti, per questa guerra. Basti ricordare che già i soli 13 soldati rimasti uccisi sono apparsi “troppi”, costringendo Trump e l’idiota messo a capo del Pentagono a minimizzarne l’importanza.

I giornali cominciano peraltro a pubblicare le storie struggenti delle (poche) vedove e madri che non riescono neanche ad ottenere un risarcimento economico dignitoso perché la guerra all’Iran, non essendo stata votata dal Congresso per una “furbata” di Trump, non viene considerata dai contabili del Pentagono come una “guerra vera”.

Ma a quanto pare a Tel Aviv si ragiona in altro modo. In altri termini, cosa vuoi che sia chiedere agli Stati Uniti di fare per tuo conto una “guerra decisiva” con quei numeri? In fondo da una parte e dall’altra morirebbero solo goym (“gentili” o sub-umani, in quanto non ebrei), mentre Israele resterebbe di fatto alla finestra (partecipando semmai con un po’ di missili e bombardieri).

Il suprematismo razzista dei sionisti non concepisce limiti. Neanche quando la realtà – in questo caso la dimensione numerica dell’esercito Usa – glieli sbatte in faccia.

Ma intanto la guerra si trascina, il prezzo del greggio vola, la finanza ricalcola costi e benefici, e i redde rationem slittano a dopo le elezioni. Sia in Israele che negli Usa.

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Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele

Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini) tra il governo di Javier Milei e una joint venture tra britannici e israeliani, con i primi certamente sotto maggiore pressione.

In un messaggio a reti unificate, affiancato dall’intero esecutivo, il presidente argentino ha formalizzato una pesante offensiva economica e legale contro il progetto “Sea Lion”: un giacimento scoperto nel 2010 e che si stima possa offrire fino a 1,7 miliardi di barili di greggio. Il consorzio per l’estrazione unisce l’israeliana Navitas Petroleum, con una quota del 65%, e la britannica Rockhopper Exploration, con il restante 35%.

Alla fine del 2025 i due gruppi hanno approvato un piano da oltre 2 miliardi di dollari per avviare la produzione nel 2028, con un ritmo iniziale di 50 mila barili al giorno. Il giacimento, però, è a circa 200 km dalle isole che Buenos Aires rivendica col nome Malvinas, e l’arcipelago e il petrolio si trovano dunque al centro di un dossier diplomatico delicato, dopo la guerra del 1982.

Il 3 settembre, il governo di Milei ha deciso di spingere al Congresso un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale e ha così optato per l’estensione delle sanzioni amministrative e penali a dirigenti, azionisti e fornitori delle imprese attive nel bacino. Lunedì 7 settembre il ministro degli Esteri Pablo Quirno ha annunciato la presentazione formale di denunce penali contro Navitas Petroleum, le sue sussidiarie, i partner operativi e i vertici aziendali per violazione della legislazione argentina.

Quirno ha cercato di spegnere i timori di una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Tuttavia, è evidente che un terreno di frizione significativo si è aperto con Sea Lion. Non solo in maniera diretta, ma anche perché tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani (Noked Capital, Brosh Funds e ION Fund Management).

Ad aver dato forza alle rivendicazioni argentine c’è stato anche Donald Trump, che recentemente ha dichiarato che sarebbe disponibile a rivedere la tradizionale posizione di neutralità sull’arcipelago atlantico, lamentando il mancato aiuto di Londra nell’aggressione all’Iran e una certa titubanza negli impegni presi all’interno della NATO.

Il legame tra Washington e Buenos Aires viene inoltre rafforzato dal fatto che i due paesi stanno costruendo una base navale integrata a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, che in prospettiva sarà utilissima agli States per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. I recenti provvedimenti di Milei prevedono l’accelerazione dei lavori.

Il capo di Stato argentino è uno dei leader più allineati a Israele e al genocida Benjamin Netanyahu, con cui ha sottoscritto intese bilaterali e i cosiddetti “Accordi di Isacco”. Forte delle aperture della Casa Bianca, probabilmente immagina di poter giocare una partita aggressiva con la Navitas Petroleum e, infine, far ricadere i costi maggiori sui partner britannici.

Lo stesso figlio di Netanyahu, Yair, aveva affermato in agosto che le Malvinas dovrebbero appartenere all’Argentina, perché il Regno Unito “è attualmente un paese ostile”. Parole che rimandano proprio alla guerra delle Falkland, durante la quale Israele vendette armi alla dittatura argentina come ritorsione contro l’opposizione di Londra all’invasione del Libano, ripartita dopo le operazioni del 1978 proprio negli ultimi giorni del conflitto per l’arcipelago atlantico.

Per ora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv, mentre la risposta del Regno Unito è stata netta e puntuale. Per Downing Street il referendum del 2013 che ha confermato in maniera schiacciante la volontà degli abitanti delle isole di rimanere sotto la corona è l’unica cosa che conta. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha liquidato le uscite della Casa Rosada dicendo che “ci dicono più della politica interna in Argentina che delle isole Falkland”.

Il riferimento è al cambio di rotta scelto da Milei sul nodo delle Malvinas: all’inizio del suo mandato aveva auspicato una “relazione da adulti” con il Regno Unito. A tali diversi indirizzi sembra spingerlo il calo dei consensi e l’incalzante competizione della vicepresidente nazionalista Victoria Villarruel (con importanti agganci nelle forze armate) in vista delle presidenziali del 2027.

Un misto di interessi economici e politico-elettorali stanno muovendo Milei su un terreno scivoloso. Per quanto sia vero che sia Navitas sia Rockhopper sono già sotto sanzioni argentine, l’offensiva attuale potrebbe infastidire alcuni influenti esponenti israeliani, mettendo in difficoltà e imbarazzo anche Trump. Ad ogni modo, il segnale più evidente di questa vicenda è chiaro: la faglia tra Trump, compreso il suo establishment e alleati, e le potenze europee è sempre più profonda, insanabile.

Infine, e non è un dettaglio, proprio le ambizioni sulle Malvines e la sconfitta che ne derivò nello scontro militare con la Gran Bretagna nel 1982, innescarono la crisi e poi la fine della giunta militare argentina. Che questa crisi sia di buon auspicio anche per la dipartita di Milei.

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04/09/2026

Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico

di Paul Krugman

La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].

Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.

Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...

Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.

Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”

Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.

Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.

Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.

La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.

Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]

In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:

L’enorme premio dei prezzi dei prodotti raffinati rispetto al prezzo del greggio – il cosiddetto “crack spread” – è il risultato di una carenza globale di capacità di raffinazione (in parte causata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe). Quindi, anche se Bessent riuscisse a far fluire più petrolio attraverso Hormuz e a far scendere i prezzi del greggio, il disagio economico che gli americani stanno subendo alla pompa di benzina rimarrebbe elevato.

E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.

È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.

Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.

È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.

Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.

Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.

Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…

Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.

Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.

Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.

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02/09/2026

Democrazia export alla Trump: cent’anni di petrolio venezuelano

I predatori

«Il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» insiste nella sua nota modestia. Grazie anche ai coriferi segretario di Stato Marco Rubio e segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela». Raddoppio delle riserve petrolifere americane, «e ridurrà i prezzi del carburante per tutti gli americani», la promessa di vigilia elettorale di Medio termine tutta da verificare.

E i venezuelani?

S’è l’è chiesto Claudia Fanti sul Manifesto. «Il popolo chavista, che dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno, non comprende appieno di quale cessione di sovranità si tratti». Costi e i rischi dell’intera operazione. Malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. «Accordo incostituzionale», lo denuncia l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, «da un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima». «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio».

Misteri oltre le iperboli fasulle

La CNN riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» e concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari a quasi un quarto delle riserve petrolifere del Paese e per la durata addirittura di 100 anni. E secondo Axios, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al blocco dei produttori di greggio, dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.

Pratica del capitalismo predatorio

«Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent», la sintesi. Ma per Francesco Sassi «è colonialismo. In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la ‘policrisi’ in atto». Ed ora l’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati Uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza visto che Trump ha sbandierato il documento come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».

La sola vera ‘innovazione’

Cosa è stato imposto di fatto? A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. E oggi il governo degli Stati Uniti entra come proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Fuori e oltre dagli schemi anche del capitalismo predatorio di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce. Un ‘patriarcato’ petrolifero che se ne frega sia delle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia di una impeachment contro Trump. «Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio».

Cosa resta al Venezuela

Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: «un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico».

Capitalismo predatorio

La dottrina ‘Donroe’, la variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo». Ma a Trump della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente – petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici degli Usa». Tanto che la dottrina Donroe – spiega Roberto Livi – è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati alla residenza imperiale a Mar-a Lago, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato «Scudo delle Americhe».

Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le presenze finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica degli Usa».

I Vassalli all’Imperatore

Il Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi l'ammodernamento delle infrastrutture di estrazione, la licenza di commercializzazione e il greggio estratto. Ma dei 53 miliardi di dollari passati per le mani di Trump, 13 sono «scomparsi». Il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie. E una delle new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, firmi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao. L’altro fedelissimo, il presidente equadoriano Daniel Noboa è pronto ad affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.

Il poco di rosa che rimane

«Lula è rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre». Tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo stragolamento energetico, finanziario e commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà ad amici dell’amministrazione Trump. Più ‘Al Capone’ –come detto sopra – che ‘alta politica’.

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