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04/09/2026

Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico

di Paul Krugman

La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].

Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.

Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...

Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.

Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”

Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.

Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.

Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.

La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.

Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]

In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:

L’enorme premio dei prezzi dei prodotti raffinati rispetto al prezzo del greggio – il cosiddetto “crack spread” – è il risultato di una carenza globale di capacità di raffinazione (in parte causata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe). Quindi, anche se Bessent riuscisse a far fluire più petrolio attraverso Hormuz e a far scendere i prezzi del greggio, il disagio economico che gli americani stanno subendo alla pompa di benzina rimarrebbe elevato.

E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.

È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.

Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.

È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.

Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.

Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.

Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…

Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.

Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.

Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.

Fonte

25/08/2026

La psico-guerra economica all’Iran

Scott Bessent come Andrea Delmastro: per l’Iran «Zero contatti, nessuno spazio per respirare».

Uno psicoanalista potrebbe spiegare meglio di noi questa fissazione dei reazionari per il “soffocamento” di altri esseri viventi, scovando magari qualche fantasia per le pratiche sessuali sadomaso Epstein style. Ma sta di fatto che il segretario al Tesoro Usa, ex amministratore di hedge fund abituato a fare il bello e cattivo tempo a Wall Street, non ha saputo trovare una metafora migliore per sintetizzare le “misure straordinarie” (di ordinario in quella amministrazione non ci può essere nulla...) disegnate per asfissiare l’economia di Teheran.

Non ci vuol molto a vedere che la logica messa al lavoro è identica a quella che governa l’assedio di Cuba, con cui Teheran condivide la lunga durata (dal 1979, mentre per L’Avana ci sono venti anni in più) e l’orgoglio dell’indipendenza.

Sistema economico e politico, risorse naturali, quantità della popolazione, visione del mondo, ecc., sono invece molto diverse. Dunque anche le singole misure sono state immaginate cercando di tener presente queste differenze.

Cosa c’è in comune

Rispetto alle amministrazioni precedenti è stato completamente cancellato qualsiasi riferimento a un “quadro di regole legali” di portata internazionale. Gli Stati Uniti attuali “fanno quello che vogliono”, senza più pretendere che sia “giusto” o “legale”.

Resta ferma invece la “centralità del comando” in capo alla Casa Bianca, per la quale i propri ordini vanno eseguiti e basta, sia dagli alleati che dai “competitori”. “Anche dalla Cina”, ci ha tenuto a dire Bessent. “È tempo per i leader mondiali di prendere una decisione ... tra America e Iran”, ha detto. Senza altre giustificazioni “moraleggianti”...

Le misure

I dettagli costituiscono sicuramente una lista sterminata, ma vanno raggruppati come sanzioni secondarie nei settori degli asset digitali, della tecnologia, dell’oro, dell’aviazione e del trasporto marittimo. Sarebbero questi i settori utilizzati dall’Iran per generare entrate, eludere le sanzioni o comunque mitigare la pressione economica.

Il primo problema è rappresentato dal fatto che Teheran è sotto sanzioni Usa fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979, quindi non ha più molto in comune con il sistema finanziario internazionale controllato dagli Stati Uniti. Per rendere effettive le sanzioni, dunque, queste dovranno prendere di mira chi invece dentro questo sistema “dollarizzato” vive ed opera ancora.

In pratica, qualsiasi paese o società privata che dovesse continuare a fare affari con l'Iran vedrà bloccati i propri conti, le proprie carte di credito, i contratti in essere o in discussione, ecc.. L’esempio vivente – anche se poi un tribunale Usa ha annullato quelle sanzioni – è Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina, che per molti mesi si è vista impedire qualsiasi operazione bancaria.

Il sistema finanziario occidentale, infatti, viaggia attraverso il sistema di pagamenti internazionali Swift, pienamente controllato da Washington, che dunque rende operative le sue “sanzioni” potendo decidere se un soggetto qualsiasi può operare oppure no all'interno di quel sistema.

Ma il mondo ha preso atto da tempo di questa malevola anomalia. Cina, Russia e altri paesi hanno dato vita a sistemi di pagamento alternativi, o da soli o coordinandosi con altri, e questo va riducendo in proporzione il dominio del sistema finanziario Usa e dello stesso dollaro.

La durata

Bessent è stato vago. Potrebbe durare il tempo necessario a far celebrare le elezioni di midterm – il primo martedì di novembre – che potrebbero mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Congresso. Dopo, eventualmente, Trump potrebbe riconsiderare l’opzione militare come prevalente o di “accompagnamento” alla guerra economica.

Ma potrebbe anche durare tendenzialmente all’infinito, visto che la soluzione militare – senza poter agire con l’invasione di terra o utilizzando l’arma atomica (ci hanno pensato, al Pentagono e a Tel Aviv, ma hanno soprasseduto) – non è risultata vincente. Anzi...

L’efficacia

L’Iran, sul piano economico, non se la passa certamente bene da decine di anni, pur crescendo come Paese fino a presentare un’industria moderna, infrastrutture notevoli, una quantità di laureati superiore a quelli Usa, un sistema missilistico economico ma efficiente, ecc..

L’inflazione è però pesantissima e mina la capacità di acquisto di salari e pensioni, esponendo così il governo a periodiche crisi di consenso che costituiscono per l’Occidente altrettante occasioni di “ingerenza” (anche se non più travestita da “umanitaria”).

Ma c’è da dire che quasi 50 anni di sanzioni non sono serviti a impedire il consolidamento del sistema istituzionale iraniano, che ha sicuramente molti avversari interni ma gode di una seguito popolare maggioritario, rinforzato peraltro proprio dagli attacchi israelo-americani.

I dirigenti iraniani, peraltro, non negano le difficoltà ed il “dibattito interno” sembra considerare la possibile alternativa tra “pace presto”, capitalizzando il successo – aver resistito per sei mesi infliggendo colpi serissimi al sistema di basi militari Usa in Medio Oriente – oppure puntare su una guerra d’attrito, inevitabilmente di lunga durata, contando sul fatto che l’economia Usa e quella mondiale non possono reggere in eterno in una situazione di incertezza sulle forniture di idrocarburi. Come si vede dai prezzi alla pompa, peraltro...

Lo stesso Barak Ravid – l’(ex?) ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano delegato a gestire il sito Axios sulla guerra all’Iran – è abbastanza scettico sull’efficacia della strategia economica.

“Affinché la nuova campagna di pressione economica sia efficace, gli Stati Uniti dovranno mobilitare i loro alleati occidentali per formare una coalizione per far rispettare le misure contro l’Iran.
L’amministrazione Trump dovrà anche affrontare in modo aggressivo paesi come Cina, Russia, India, Pakistan, Qatar, Turchia e altri che commerciano ancora con l’Iran, qualcosa che finora non ha fatto.”
Gli stessi Stati Uniti, per dire, hanno dovuto ad un certo punto sospendere persino le proprie sanzioni sul petrolio iraniano già caricato sulle navi per cercare di contenere l’ascesa dei prezzi.

Convincere gli “alleati” europei o il Giappone è già complicato (Tokyo dipende al 90% dal petrolio del Golfo Persico); minacciare i “mediatori” (Pakistan, Qatar, Turchia, ecc.) è già un po’ più difficile; obbligare Pechino e Mosca a seguire gli ordini di Trump è escluso categoricamente.

Non serve un genio della geopolitica per capire che gli Usa stanno sistematicamente attaccando i paesi “indipendenti” che fin qui si erano difesi cercando alternative commerciali stabili proprio con Russia e Cina, dentro e fuori i Brics+. Che queste due superpotenze collaborino al proprio stesso “strangolamento” è un obiettivo così stupido da esser difficilmente commentabile.

Pechino, ci viene ricordato sempre, ha un’infinità di leve per ridimensionare la iattanza di Washington. Primo fra tutti il controllo dei giacimenti di terre rare nonché il quasi monopolio nella loro raffinazione. In pratica si tratta di 17 elementi, ovvero i 15 elementi della serie dei lantanidi, più lo scandio e l’ittrio, metalli classificati tra le terre rare per affinità chimica e compresenza nei minerali.

Tutti, chi più chi meno, servono per la costruzione di armi Usa ad alta tecnologia (dai missili spalleggiabili Stinger fino ai Patriot, i Thaad e SM-3), che – guarda il caso – si sono andate esaurendo nei magazzini del Pentagono e in quelli dei paesi Nato proprio grazie al loro uso smodato nelle guerra in Ucraina e Iran, oltre che per lo “scudo” su Israele (peraltro “bucato” con attacchi a saturazione).

La “coperta corta”, come si vede anche solo da questi accenni, è il problema che erode l’egemonia Usa. A sentire le parole – sia di Trump che di Bessent – sembra che non se ne siano ancora accorti. Ma è certo che, almeno dal Pentagono, qualcuno glielo sta ricordando...

Se c’è qualcuno che “fa fatica a respirare”, insomma, sta da quelle parti...

Fonte