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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026

Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico

di Paul Krugman

La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].

Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.

Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...

Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.

Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”

Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.

Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.

Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.

La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.

Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]

In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:

L’enorme premio dei prezzi dei prodotti raffinati rispetto al prezzo del greggio – il cosiddetto “crack spread” – è il risultato di una carenza globale di capacità di raffinazione (in parte causata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe). Quindi, anche se Bessent riuscisse a far fluire più petrolio attraverso Hormuz e a far scendere i prezzi del greggio, il disagio economico che gli americani stanno subendo alla pompa di benzina rimarrebbe elevato.

E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.

È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.

Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.

È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.

Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.

Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.

Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…

Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.

Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.

Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.

Fonte

11/09/2020

USA - La miseria interna è drammatica e in crescita

“Stai meglio ora rispetto a luglio?” si domanda Paul Krugman in un intervento sul «New York Times» che qui abbiamo tradotto, approcciandosi criticamente all’ottimismo suscitato da una superficiale lettura dei dati economici di agosto.

Il gioco di parole “intraducibile” del titolo originale parla di “miseria interna lorda”, un inusuale rapporto tra uno dei principali parametri economici, ovvero il Prodotto Interno Lordo, e la miseria interna.

Decostruendo i dati, l’economista distingue tra i valori “positivi” delle azioni in borsa – in rialzo – e la vita reale delle persone – in via di peggioramento – per poi analizzare nel dettaglio il dato quantitativo e quello qualitativo dell’occupazione americana e la vulnerabilità di una parte importante della popolazione statunitense.

Ne risulta una immagine allo stesso tempo paradossale e impietosa: le borse salgono, ma i posti di lavoro recuperati sono poco più di un decimo di quelli persi da febbraio, la fine di misure di sostegno adeguate “estinte” a fine Luglio ha peggiorato la situazione ed i posti di lavoro creati sono andati ad appannaggio della fascia alta delle working class.

In sintesi: “chi ha davvero bisogno del lavoro non lo trova affatto”, afferma Krugman, che si lancia in una previsione verosimile secondo cui le cose non miglioreranno nel prossimo report, l’ultimo prima delle elezioni di inizio novembre.

L’istantanea dell’opinionista mostra l’allargarsi della forbice tra una economia virtuale in crescita ed una reale al collasso ed annichilisce così la visione entusiastica di Trump.

Megan Green sul «Financial Times» è dello stesso avviso ed afferma che l’economia statunitense sta avendo “un momento Wile E Coyote”, usando una metafora tratta dal celebre cartone animato della Looney Tunes in cui lo sfortunato animale in perenne inseguimento dell’irragiungibile Road Runner si accorge ad un certo momento di essere sospeso a mezz’aria, in procinto di cadere dal precipizio, non essendosi accorto – nella foga dell’inseguimento sullo sfondo dei Canyon – di non avere più terreno sotto i piedi.

Fino a che non si guarda in basso, quindi, la situazione è eccellente.

Il numero di persone che hanno perso il lavoro ad agosto è pari a 3,4 milioni, il dato maggiore dal 2013, quando quattro big companies (American Airlines, Boeing, Raytheon e Coca Cola) annunciarono il taglio di 200 mila posti di lavoro, le statistiche “positive” includono lavori temporanei che spariranno ad ottobre, quasi 240 mila, riporta l’articolo del «Financial Times».

L’importante è non guardare in basso, dicevamo.

Un altro dato interessante è la possibile scomparsa di una fetta importante di ceto medio costituito dalle piccole imprese che ora si trova senza copertura di prestito federale, estinta ad inizio agosto. Circa metà della forza lavoro negli USA è impiegata presso queste piccole imprese, di cui il 5% è previsto chiuderà i battenti nei prossimi 6 mesi, e ben un quarto del totale si aspetta un qualche aiuto finanziario per sopravvivere, alla faccia della fine dell’intervento statale in economia.

In sintesi senza l’ossigeno fornito da un intervento federale anti-ciclico un quarto dello small businnes rischia di chiudere, trascinando con se un ottavo della forza lavoro complessiva ed infinite imprecazioni contro la “mano invisibile” del mercato.

Anche il «Newsweek» mostra il lato oscuro della Luna: “l’agenzia ha affermato che coloro che hanno definitivamente perso il lavoro sono aumentati di 534.000 unità ad agosto. Questo porta il totale a livello nazionale a 3,4 milioni, con un aumento di 1,3 milioni da febbraio di quest’anno”.

Elise Gould, senior economist al Economic Policy Institute, ha affermato commettando il report: “è chiaro che lo stato di malessere non è per nulla finito per milioni di lavoratori e le loro famiglie in tutta la nazione”.

Nei piani alti di quella che tre analisti di Citigroup avevano definito “Plutonomy” le cose però vanno, invece. alla grande.

Durante la pandemia 467 pluri-miliardari hanno aumentato le loro ricchezze di 800 miliardi di dollari.

Per ora questa crisi sistemica non sembra scalfire i guadagni delle Corporations grazie alla stregoneria finanziaria e allo sfruttamento intensivo della forza lavoro, ed alcune rendite di posizione monetaria e geopolitica mantenute dagli USA nel mondo.

Le affermazioni di Musk, uno dei miliardari di questa plutocrazia-imprenditoriale, sul fatto che il big business farà i colpi di stato necessari per mantenere la propria posizione sul mercato è indicativa di cosa sia disposta a fare questa classe che sta trattando la propria forza lavoro come carne da macello ed il resto del globo terraqueo come “terreno di conquista” al pari di un gigantesco far-west!

Ma anche la “Great Economy” pre-pandemica di cui vagheggia Trump non era certo l’età dell’oro. Metà degli statunitensi campavano tra uno stipendio e l’altro, il 40% degli adulti non avevano 400 dollari per una emergenza. Si tratta di 87 milioni di persone – nel mentre aumentate – che non avevano e non possedevano una sufficiente copertura sanitaria, mentre 41 milioni lavoravano per meno di 15 dollari l’ora.

Ma adesso è peggio.

Gli USA sono vicini alla soglia psicologica dei 200 mila decessi per Covid-19 – all’oggi sono più di 194 mila – tra un quarto ed un quinto di quelli registrati su scala mondial, ed hanno superato i 6 milioni e mezzo di contagiati, con un tasso di crescita che, se diminuito rispetto al picco precedente, con l’apertura delle scuole potrebbe risalire.

L’amministrazione Trump ha ben pensato di nominare alla task force preposta alla gestione della situazione il dottor Scott Atlas, un collaboratore dell’emittente filo-repubblicana Fox News e neuro-radiologo della conservatrice Hoover Institution di Stanford, senza alcuna esperienza in epidemiologia o malattie infettive. Atlas è al centro di un nuovo, schiacciante, rapporto del «Washington Post» intitolato: “Il nuovo consigliere pandemico di Trump promuove la controversa strategia di ‘immunità del gregge’, preoccupando i funzionari della sanità pubblica”. Si configura così uno dei volti del fascismo statunitense.

Alla fine che sia il “genocidio economico” delle classi subalterne o la loro morte per contagio, poco conta, la filosofia che guida trasversalmente la classe dirigente è la stessa. Forse quello che preoccupa di più l’establishment è la scomparsa della classe media, tradizionale vettore di consenso dell’american way of life. Non sorprende che l’odio di questa classe “di mezzo” sia indirizzato contro le mobilitazioni di Black Lives Matter e venga fomentata la difesa manu militari di una ricchezza minacciata più dal grande capitale che dai riot urbani scoppiati in occasioni dei vari omicidi polizieschi. È il fascismo americano, nudo e crudo.

L’importante è non guardare in alto, potremmo dire, per scoprire chi sia il vero responsabile dell’immiserimento crescente di quella che era la middle class.

Nella lunga fase crepuscolare di questo declinante impero, due tendenze sembrano oscurare un orizzonte abbastanza cupo: attrezzarsi per saper rispondere alla violenza delle milizie armate dei suprematisti bianchi, l’emergere di un “nuovo movimento operaio” e la ripresa di una cultura socialista nord-americana che in più momenti della sua storia ha avuto un ancoraggio di massa.

Siccome comunque rifuggiamo le narrazioni consolatorie e le utopie idealistiche, vorremo fare nostro parafrasando un monito di un meme a suo modo geniale: non vorremmo preoccupare nessuno, ma Mad Max è ambientato nel 2021.

Buona lettura.

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“Stai meglio ora rispetto a luglio?”

Paul Krugman - New York Times

In teoria, questa non dovrebbe neanche essere una domanda. Dopotutto, le azioni sono in rialzo; l’economia è aumentata di un milione di posti di lavoro ad “agosto” (spiegherò le drammatiche virgolette in un secondo momento); stime preliminari suggeriscono che il PIL sta aumentando nel terzo trimestre, il quale termina questo mese.

Ma il mercato azionario non è l’economia. Più della metà delle azioni sono di proprietà dell’1% degli americani, mentre la metà più povera della popolazione statunitense ha in mano solo lo 0,7% del mercato.

Al contrario, il lavoro e il PIL sono più o meno l’economia. Ma non sono il punto focale dell’economia. Quello che gli economisti e alcuni politici dimenticano spesso è che l’economia non è fatta di statistiche, ma di persone. Mi piacciono le statistiche allo stesso modo, o forse un po’ di più della persona comune. Ma il successo di un’economia non dovrebbe essere giudicato da statistiche impersonali, ma dal miglioramento delle vite delle persone. E semplicemente, le vite di milioni di americani nelle ultime settimane sono peggiorate.

Ovviamente, questo è vero per i circa 30mila americani morti di Covid ad agosto – paragonati ai 4000 dell’Unione Europea, che ha una popolazione più grande – più un grande seppur sconosciuto numero di nostri concittadini che hanno subito danni di lungo corso alla salute. Badate bene che il numero giornaliero di nuovi casi di coronavirus, che stava declinando, si è ora stabilizzato. Tra il Labor Day (primo lunedì di settembre) e le riaperture scolastiche, c’è una probabilità abbastanza buona che la situazione del virus possa peggiorare.

Ma le cose sono già peggiorate per le milioni di famiglie che hanno perso la maggior parte del proprio reddito per via della pandemia e non l’hanno ancora recuperato. Per i primi mesi della depressione pandemica moltissimi di questi americani tiravano a campare grazie ai sussidi federali. Ma alla fine di luglio ne è stata tagliata la maggior parte, e nonostante un aumento nel tasso di occupazione stiamo assistendo ad un innalzamento della miseria nazionale.

Parliamo quindi del resoconto sull’occupazione.

Una cosa importante da tenere a mente riguardo alle statistiche mensili sul lavoro è che sono basate su studi condotti durante la seconda settimana del mese. È per questo che ho usato quelle virgolette spaventose attorno ad “agosto”: quel che il rapporto di venerdì ci mostra è una fotografia dello stato del mercato del lavoro al 12 agosto circa.

Questo potrebbe essere importante. Dati privati sostengono un rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro dalla fine di luglio. Quindi il prossimo rapporto sull’occupazione, che sarà basato su dati raccolti questa settimana – e sarà probabilmente l’ultimo rapporto prima delle elezioni – si dimostrerà forse (non certamente) peggiore dell’ultimo.

In ogni caso, il rapporto di agosto non era buono considerando il contesto. In tempi normali, 1,4 milioni di nuovi lavori sarebbero considerati un successo, pure se alcuni di questi fossero una deviazione temporanea associata al dato. Ma abbiamo comunque 11 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a febbraio.

E la situazione rimane dura per i lavoratori più colpiti. Il crollo causato dalla pandemia si è abbattuto sproporzionatamente sui lavoratori dei settori dei servizi ricettivi – pensate alla ristorazione – dove il tasso di occupazione è ancora giù del 25%, mentre il numero di disoccupati è arrivato a toccare il 20%, quattro volte di più rispetto all’anno scorso.

In parte a causa di dove si è concentrata la rottura, i disoccupati tendono ad essere lavoratori che guadagnavano salari bassi già prima dello scoppio della crisi. E un fatto inquietante è che il salario medio è aumentato. No, non è un refuso: se i lavoratori poco pagati fossero riassunti oggi, ci aspetteremmo che i salari si abbassino di nuovo, così come è accaduto con il rimbalzo di maggio e giugno. L’aumento dei salari medi è un segno che chi ha davvero bisogno di un lavoro in questo momento non lo trova affatto.

Quindi l’economia sta bypassando chi davvero ha bisogno di una ripresa.

Al contrario l’ancora di salvezza che permetteva temporaneamente il sostegno delle vittime del coronavirus è venuta meno.

Il CARES Act, approvato a marzo, ha dato ai disoccupati 600 dollari in più a settimana in sussidi. Questo supplemento ha giocato un ruolo cruciale nel limitare disagi estremi; la povertà potrebbe addirittura essere scomparsa in quel lasso di tempo.

Ma il supplemento è terminato il 31 luglio e sembra che i Repubblicani al Senato non vogliano ripristinarlo prima delle elezioni. Il tentativo del Presidente Trump di aggiungere un extra di 300 dollari a settimana per ordine esecutivo fallirà nel raggiungere molti e sarà inadeguato per i pochi che ne avranno beneficio. Le famiglie avranno pure potuto campare per qualche settimana esaurendo i risparmio sotto al materasso, ma adesso le cose si fanno pesanti per milioni di persone.

La morale è che prima di citare valori economici, devi pensare a quello che valgono per le persone e per le loro vite. I dati certamente non sono senza senso: un milione di posti di lavoro in più è meglio di uno in meno e il PIL che cresce è meglio del PIL che scende. Ma c’è spesso una contraddizione fra i numeri da titolo di giornale e la realtà della vita americana, ed è particolarmente vero ora.

Il fatto è che questa economia non sta funzionando per niente per tantissimi americani, che stanno vivendo un momento terribile il quale – grazie alle decisioni di Trump e dei suoi alleati – va peggiorando sempre di più.


(traduzione a cura di Tiziano di Giuseppe)

Fonte

08/08/2020

USA - La disoccupazione corre verso l’abisso. I repubblicani guardano altrove

di Paul Krugman - New York Times

La crudeltà e l’ignoranza di Trump e dei suoi alleati stanno creando un altro disastro gratuito.

Nel caso non si fosse notato, il coronavirus è decisamente ancora tra noi. Circa un migliaio di americani muoiono ogni giorno da Covid-19, 10 volte il tasso riscontrato negli Stati dell’Unione Europea. A causa della nostra (statunitense, ndT) incapacità di controllare la pandemia, stiamo ancora soffrendo per i livelli di disoccupazione della Grande Depressione; la breve ripresa, guidata da tentativi prematuri di riapertura delle attività come se tutto fosse passato, sembra essersi esaurita quando gli stati si sono fermati, o hanno annullato la loro riapertura.

Nel frattempo gli aumenti dei sussidi di disoccupazione, un’ancora di salvezza cruciale per decine di milioni di americani si sono bloccati, e i negoziati su come ripristinare gli aiuti sembrano essere bloccati anch'essi.

A volte i titoli dei giornali descrivono questa crisi come conseguenza della “disfunzione congressuale”, facendo emergere un’avversione quasi patologica di alcuni media per le proprie origini.

Due mesi e mezzo fa è stata approvata una proposta di legge specificamente progettata per far fronte a questo disordine. L’amministrazione Trump e i repubblicani del Senato hanno avuto molto tempo per proporre un’alternativa, e invece hanno preferito non concentrasi sul problema fino a pochi giorni prima della fine dei benefici. E anche ora si stanno rifiutando di offrire qualsiasi cosa che possa alleviare in modo significativo la condizione dei lavoratori.

Questo è un sorprendente fallimento della governance, proprio lì con la cattiva gestione della pandemia stessa. Ma cosa lo si spiega? Malvagità ignorante o ignoranza malevola?

Parliamo prima dell’ignoranza.

La recessione da Covid iniziata a febbraio avrebbe potuto essere la recessione economica più semplice e comprensibile della storia. Gran parte dell’economia degli Stati Uniti è stata sospesa per contenere una pandemia. Le perdite di posti di lavoro si sono concentrate in servizi non essenziali e che erano altamente propensi a divenire potenziali focolai: ristoranti, viaggi aerei, visite dei dentisti.

L’obiettivo principale della politica economica era di rendere tollerabile questo blocco temporaneo, sostenendo i redditi di coloro che non erano in grado di lavorare.

I repubblicani, tuttavia, non hanno mostrato alcun segno di comprensione per tutto ciò. Le proposte politiche avanzate dalla Casa Bianca sono quasi surreali nella loro disconnessione dalla realtà: ridurre le tasse sui salari per i lavoratori che non possono lavorare? Consentire agli imprenditori di dedurre l’intero costo dei pranzi-da-tre-martini (definizione per il pranzo di manager e uomini d’affari, ndT) che non possono mangiare?

Non sembrano nemmeno capire i meccanismi con cui vengono pagati gli assegni di disoccupazione. Hanno proposto sussidi continuativi per un breve periodo, ma la realtà è che gli uffici statali che erogano gli aiuti per la disoccupazione non sono in grado di gestire la necessaria riprogrammazione.

Inoltre, i repubblicani sembrano ossessionati dall’idea che i sussidi di disoccupazione stiano rendendo i lavoratori pigri e riluttanti ad accettare un lavoro, cosa alquanto bizzarra anche se le indennità di disoccupazione riducessero davvero l’incentivo a cercare lavoro. Dopotutto, negli USA ci sono più di 30 milioni di lavoratori che ricevono benefici, ma solo 5 milioni di opportunità di lavoro. Non importa quanto duramente trattiate i disoccupati, non possono accettare lavori che non esistono.

È perciò una preoccupazione alquanto secondaria, quella di correlare l’erogazione del sussidio con l’incentivo alla ricerca di lavoro, come dimostrano tra l’altro diversi studi.

A proposito, una grande maggioranza di economisti ritiene che le indennità di disoccupazione abbiano contribuito a sostenere l’economia nel suo insieme, sostenendo la spesa dei consumatori.

Questo attacco all’aiuto alla disoccupazione è radicato nella profonda ignoranza. Ma c’è anche un forte elemento di malizia.

I repubblicani hanno una lunga storia nel far passare il messaggio che i disoccupati siano fallimenti morali (che preferiscono stare a casa a guardare la TV piuttosto che al lavoro), e gli anni di Trump sono stati segnati da un incessante assalto a programmi che aiutano i meno fortunati, da Obamacare ai buoni pasto.

Sono invece riemersi i “falchi del deficit” che sostengono che aiutare i disoccupati farà aumentare il debito nazionale.

Un recente report di Vanity Fair sul perché non abbiamo una strategia di mappatura del Covid nazionale generalizzata evidenzia come di fatto in questi mesi, per molti repubblicani, il Covid-19 fosse un problema degli “Stati blu” (quelli governati dai democratici, ndT), non rilevante per il proprio elettorato. Quando si sono resi conto che la pandemia stava esplodendo anche nella Cintura del Sole (gli States meridionali, quasi tutti repubblicani, ndT), era troppo tardi per evitare il disastro.

A questo punto, quindi, è difficile capire come evitare un’altra catastrofe gratuita. L’irrequietezza dell’amministrazione Trump e dei suoi alleati non porterà ad altro che a grossissime difficoltà finanziarie per milioni di americani.

Fonte

11/07/2020

Come gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro il coronavirus

Gli Stati Uniti sono sull’orlo del collasso sanitario a causa della catastrofica gestione della pandemia. Solo giovedì l’aumento dei contagiati da Covid-19 era superiore ai 65mila in un singolo giorno, ennesimo record di una crescita esponenziale. Almeno sei Stati registrano il record di aumenti in un singolo giorno: Alabama, Idaho, Missouri, Montana, Oregon e Texas.

Hanno superato abbondantemente la soglia dei 3 milioni di contagiati e di 130 mila morti.

Il sistema sanitario è sull’orlo della congestione in alcuni Stati per ciò che concerne i reparti di terapia intensiva. Sono più di 40 gli ospedali in Florida in queste condizioni, mentre nel Mississippi le 5 maggiori strutture ospedaliere non hanno più letti disponibili in questi reparti.

E si registrano lo scoppio di nuovi focolai in tutto il territorio nazionale.

Come riporta il New York Times, il numero dei decessi sembrerebbe porre fine alla lenta discesa che si era registrata a livello nazionale. 119 morti in Texas, mercoledì, superano il numero massimo raggiunto appena il giorno prima, mentre in Arizona questa settimana i morti sono più di 200. Alabama, Florida, Mississippi, South Dakota e Tennessee hanno avuto questa settimana il record di decessi in un singolo giorno.

In questo esercizio di macabra contabilità, la media giornaliera ha raggiunto i 608 decessi negli Stati Uniti, erano 471 ad inizio luglio e 2.200 a metà aprile.

Il numero dei test effettuati risulta insufficiente, solo il 39% rispetto al livello considerato necessario per mitigare la diffusione del virus: 634 mila la settimana, molto lontani dal milione e seicentomila che sarebbero necessari. Inoltre, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la riapertura delle attività è consigliata almeno 14 giorni dopo che la percentuale dei test risultati positivi sia scesa sotto il 5 %, mentre attualmente negli Stati Uniti è pari all’8% (su comunque meno della metà dei test che si dovrebbero effettuare, secondo i ricercatori di Harvard, per contenere il virus).

Questo in una logica di “contenimento”, perché la “soppressione” del contagio implicherebbe un numero di controlli nettamente maggiore.

34 Stati ha necessità di effettuare più test, 5 sono vicini alla soglia, e solo 12 – cioè poco più di un quinto del totale – l’hanno raggiunta o quasi.

Solo tre Stati – Vermont, Hawaii e Alaska – hanno superato il limite, ed alcuni ci sono molto vicini: Virginia Occidentale, Montana e New Jersey. Come risulta dalla ricerca pubblicata sul sito globalepidemics.org “mentre i testi effettuati sono raddoppiati dalle nostre ultime stime a maggio (da circa 250.000 a più di 550.000 test al giorno) non siamo affatto vicini a dove dovremmo essere. Abbiamo bisogno di creare una capacità di testare milioni di persone ogni giorno – 4 milioni secondo gli ultimi modelli”.

In questo contesto continua lo scontro tra l’entourage di Trump e gli esperti sull’orientamento da tenere. L’ultimo in ordine di tempo, quello sulla riapertura delle scuole, caldeggiata dal Presidente, mentre appare chiara la correlazione tra riaperture “precoci” e risalita della curva del contagio, senza che peraltro si fosse mai “appiattita” e senza che venissero adottate come obbligatorie misure minime igienico-sanitarie, dall’indossare la mascherina al distanziamento sociale.

In una intervista al quotidiano francese Libération, raccolta dalla corrispondente a New York Isabelle Hanne, l’epidemiologo Jennifer Horney, direttore del programma di epidemiologia all’Università del Delaware è lapidario “gli USA non sono mai usciti dalla prima ondata”.

A parte i successi circoscritti a New York e nel New Jersey, gli altri stati che “hanno rapidamente riaperto le loro economie e che non rispondevano ai criteri raccomandati a livello federale per farlo, conoscono oggi un’esplosione di casi, come in Texas, Arizona o in Florida”.

Siamo di fronte ad un caso esemplare di “eterogenesi” dei fini: Trump ha pressato per riaprire per cercare di mostrare un miglioramento economico e dare l’impressione di essere usciti dall’emergenza, ottenendo l’esatto contrario.

Ma Trump è il prodotto di un sistema sociale fallito, e non il contrario. Al massimo la sua leadership esercita una “retroazione negativa” su un processo in corso da tempo e che ha fatto affiorare le contraddizioni storiche di quel modello di sviluppo: se anche fosse defenestrato a Novembre le lancette dell’orologio non tornerebbero indietro e non ci troveremo al ripristino puro e semplice dello “status quo ante”, come narra il suo pallido avversario democratico, Biden.

Il risultato di questo fallimento incrociato è ben spiegato dall’autorevole commento di Paul Krugman sul New York Times, che qui abbiamo tradotto. Noi porremmo lo spartiacque di questo fallimento più indietro di quello che fa l’opinionista, ed estenderemmo il numero delle cause, naturalmente.

Nell’intercalare del discorso, Krugman si chiede se gli Stati Uniti siano ancora una nazione avanzata. La domanda per noi non ha assolutamente un valore retorico, così come la risposta non è scontata.

A noi verrebbe da dire che le uniche nazioni avanzate su questo fronte che si sono dimostrate tali sono quelle con un sistema socialista e governate da comunisti, ed una manciata di altri Stati...

Buona Lettura

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Quando l’America ha iniziato a perdere la sua guerra contro il coronavirus? Come siamo finiti ad essere i paria internazionali, non autorizzati, addirittura, a viaggiare in Europa?

Vorrei suggerire che il punto di svolta è stato il 17 aprile scorso, il giorno in cui Donald Trump ha twittato “LIBERATE IL MINNESOTA!”, seguito da “LIBERATE IL MICHIGAN!” e “LIBERATE LA VIRGINIA!”. In questo modo ha effettivamente dichiarato il sostegno della Casa Bianca ai manifestanti che chiedevano la fine dei confinamenti che i governatori avevano disposto per tenere il COVID 19 sotto controllo.

Si dà il caso che i governatori democratici contro i quali Trump mirava quei tweet siano rimasti fermi sulla loro decisione. Tuttavia, i governatori repubblicani dell’Arizona, della Florida, del Texas e di altri stati, ben presto hanno revocato gli ordini di rimanere in casa e hanno messo fine ad alcune restrizioni nei settori lavorativi.

Loro, seguendo la guida di Trump, si sono rifiutati di imporre alle persone di indossare la mascherina, e il Texas e l’Arizona hanno negato il diritto ai governi locali di imporre determinati requisiti. Non hanno ascoltato gli avvertimenti degli esperti sanitari che una riapertura prematura e negligente avrebbe portato ad una nuova ondata di infezioni.

E il virus è arrivato.

L’epidemia iniziale di COVID 19 con epicentro a New York avrebbe dovuto insegnarci a stare all’erta. L’aumento delle percentuali di contagio può sembrare un problema minore all’inizio, soprattutto se non si fanno abbastanza test, finché non esplode a una velocità impressionante.

Ma né i governatori repubblicani, né l’amministrazione Trump avevano intenzione di imparare la lezione. Nella seconda settimana di giugno nuovi casi di coronavirus erano in aumento in Arizona e chiaramente in crescita in Texas. Eppure, i governatori di entrambi gli stati non hanno dato ascolto alle richieste di sospendere le riaperture, insistendo che tutto era sotto controllo.

Il 16 giugno il Wall Street Journal ha pubblicato un commento a firma del vicepresidente Mike Pence, che dichiarava che non c’era e non ci sarebbe stata una seconda ondata di coronavirus. Visti i precedenti dell’amministrazione Trump, questo significava praticamente che una seconda ondata stava per colpire. E così è stato.

Nelle scorse tre settimane le cose sono diventate velocemente molto cupe. Gli ospedali in Arizona e Texas sono in crisi. E, sì, è stata colpa della riapertura prematura, sia direttamente sia dando segnali alle persone che il rischio era passato.

Ma perché l’America ha fatto questo disastro con il COVID?

Ci sono state molte opinioni riguardo al fatto che la risposta fallimentare alla pandemia sia profondamente radicata nella cultura americana. Noi siamo, questa è l’argomentazione, troppo libertari, abbiamo troppa poca fiducia nel governo, non siamo disposti ad accettare neppure il più breve disagio per proteggere gli altri.

Sicuramente c’è qualcosa di vero in questo. Non credo che nessuna altra nazione avanzata (ma siamo ancora una nazione avanzata?) abbia avuto un numero simile di persone che hanno urlato arrabbiate quando è stato chiesto loro di indossare una mascherina in un supermercato.

Non c’è stata sicuramente nessun altro paese sviluppato dove manifestanti contro le misure di salute pubblica hanno brandito le loro armi e hanno invaso le sedi dei governi degli Stati. E il partito repubblicano è più o meno l’unico fra i maggiori partiti politici dell’occidente così ostile alla scienza.

Ma quello che mi sconvolge, guardando all’enorme fallimento conto la pandemia, è come sia avvenuto tutto “dall’alto”.

Le proteste contro il lockdown non sono state spontanee, dal basso. Molte sono state organizzate e coordinate da attivisti politici conservatori, alcuni con stretti legami con la campagna per Trump, e finanziati in parte da miliardari di destra.

La corsa alla riapertura negli Stati del sud è stata più un avvenimento legato ai governatori repubblicani che seguivano Trump che non una risposta alle richieste della popolazione.

La forza motrice dietro la riapertura, per come la vedo io, è stato il desiderio dell’amministrazione di avere un aumento nel numero degli occupati fino a Novembre per fare quello che sa fare meglio: vantarsi del successo economico.

In realtà aver a che fare con una pandemia non è proprio fra le capacità di Trump. In quel caso, comunque, perché Trump ha rifiutato di indossare una mascherina o di spingere gli altri a farlo? Dopo tutto, un uso diffuso delle mascherine è un modo di limitare i contagi senza chiudere l’economia.

Ebbene, la vanità di Trump – lui credeva che indossando una mascherina sarebbe sembrato stupido, o che avrebbe rovinato il suo trucco o che altro – ha sicuramente giocato un ruolo importante in tutto ciò. Ma è anche vero che le mascherine ricordano alla popolazione che noi non abbiamo ancora fermato il coronavirus e Trump vuole che le persone dimentichino questo piccolo particolare.

L’ironia è che la volontà di Trump di “scambiare morti per posti di lavoro” in un vantaggio politico è stato un fallimento.

La riapertura ha portato a un incremento dell’occupazione a maggio e giugno, in quanto circa un terzo dei lavoratori licenziati per la pandemia sono stati riassunti. Tuttavia, l’approvazione per Trump e le prospettive elettorali hanno continuato a scivolare verso il basso.

Anche in termini puramente economici la corsa alla riapertura è stata probabilmente un fallimento. L’ultimo numero ufficiale degli occupati è stata un’istantanea dalla seconda settimana di giugno, un certo numero di indicatori di breve termine suggerisce che la crescita è rallentata o si è addirittura fermata, specialmente negli Stati dove i casi di Covid19 sono alle stelle.

In ogni caso, il punto è che la sconfitta dell’America per mano del coronavirus non è avvenuta perché la vittoria era impossibile, né perché noi come nazione siamo stati incapaci di rispondere. No, noi abbiamo perso perché Trump e quelli intorno a lui hanno deciso che era nel loro interesse politico lasciare correre il virus indisturbato.

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06/10/2019

Hong Kong - La storia che non leggerete

Non riportare mai la versione dell’altra parte in campo e limitarsi a ripetere la stessa storiella, senza il minimo approfondimento, sono diventate le regole seguite dai media mainstream nel trattare i fatti internazionali. Che si tratti di Cina, Venezuela, guerre, massacri e catastrofi, ogni volta che si deve informare si ricorre a una formuletta preconfezionata. Che coincide regolarmente con gli interessi dei proprietari dei mezzi di comunicazione, dei governi occidentali e dello 0,1% che tenta di governare le cose del mondo.

Per rompere questa corruzione mediatica, che svuota di senso il discorso democratico e ci mette nelle mani di una plutocrazia sempre piú ristretta, occorre immergersi nel caos delle fonti alternative di informazione o fondare giornali indipendenti.

Oppure essere dei premi Nobel come Paul Krugman. Il quale si può permettere dalle colonne del «New York Times» di elencare le forme attraverso cui lo 0,1% distorce a proprio vantaggi le priorità pubbliche. E produce, aggiungiamo noi, la comunicazione ipersemplificata, falsa e omissiva di cui siamo vittime.

Ecco la lista di Krugman:
1) Corruzione hard: mazzette di soldi a politici e giornalisti.
2) Corruzione soft. Cioè “porte girevoli” tra governo e business, compensi per giri di conferenze, membership di club esclusivi.
3) Contributi elettorali.
4) Definizione dell’agenda politica attraverso la proprietà dei media e dei think tank, in modo da far prevalere priorità che fanno spesso a pugni con la ragionevolezza e il bene comune (P. Krugman, «NYT», 22.6.2019).

Quando lo 0,1% decide che un paese va attaccato - o perché privo di armi nucleari e ricco di risorse naturali, o perché in grado di competere sul piano economico e geopolitico, o perché attestato su posizioni ostili alla finanza neoliberale, o per una combinazione di questi motivi - scatta un assalto coordinato al suo governo. Le altre priorità di politica estera scompaiono, e parte la crociata mediatica.

Poiché viviamo in un’epoca di diffusa avversione alla guerra, il pretesto preferito per aggredire un paese è diventato quello umanitario e della violazione dei diritti umani. La corruzione mediatica ha di recente preso di mira la Cina, attraverso la disinformazione sulle proteste che avvengono a Hong Kong in queste settimane presentate come manifestazioni di difesa delle libertà politiche dei cittadini da un trattato di estradizione che consentirebbe alla Cina di prelevare da Hong Kong i dissidenti per imprigionarli nella madrepatria.

Non una parola viene sprecata per ricordare che:

a) Hong Kong fa parte della Cina stessa dal 1997 dopo essere stata per oltre un secolo colonia inglese in conseguenza delle guerre vinte dalla Gran Bretagna nell’Ottocento in nome della libertà di vendere l’oppio a milioni di tossicodipendenti cinesi;

b) la Cina ha rispettato le istituzioni democratiche introdotte a Hong Kong dagli inglesi all’ultimo minuto prima della loro dipartita;

c) la maggioranza degli elettori della città sono pro Cina e che i partiti anticinesi continuano a perdere consensi;

d) il trattato riguarda i reati comuni sopra i 7 anni di carcere (omicidi, rapine, stupri, etc.) puniti in entrambi i sistemi;

e) la Cina lamenta il fatto che Hong Kong ha firmato solo 20 trattati di estradizione con paesi esteri ed è diventata perciò un ricettacolo della delinquenza cinese e internazionale di ogni risma: dagli assassini di alto bordo ai contrabbandieri, dai politici corrotti ai mega-truffatori finanziari che risiedono sul posto imboscando il loro malloppo (Hong Kong è ancora uno dei massimi paradisi fiscali) – a proposito di quest’ultimo punto, è stato a Hong Kong che, da vicepresidente della commissione antimafia, il sottoscritto ha trovato le tracce, nel 1995, di qualche soldino depositato per conto di Bettino Craxi;

f) il vero problema che sta alla base del disagio degli abitanti di Hong Kong è il suo declino come centro finanziario rispetto alla crescita impetuosa della madrepatria e della zona confinante di Shenzhen dopo il 1997 – crescita dovuta allo sviluppo di una vasta industria manifatturiera che sta agli antipodi della finanza semi-criminale di Hong Kong, scavalcata ampiamente, tra l’altro, nella sua componente legale, dalle Borse di Shanghai e di Guangzhou.

Una parte degli abitanti di Hong Kong, perciò, coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è in sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella più sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro.

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07/01/2019

Scricchiola il modello neoliberista. Persino in UE...

Il neoliberismo ha i mesi contati? Inutile fare oroscopi, però è bene mettere in fila una ormai lunga serie di segnali che evidenziano la difficoltà – o l’impossibilità – di riproporre per la millesima volta la stessa ricetta davanti ai venti di crisi globale che stanno accompagnando questo finale di decennio.

Tenendoci soltanto a questa prima settimana dell’anno, abbiamo dovuto registrare un cambio di prospettiva – assai poco enfatizzato dai media mainstream – addirittura di Mario Monti, secondo cui l’Unione Europea dovrebbe “Delineare una formula per lo scomputo controllato degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit; e avviare un deciso intervento di armonizzazione fiscale, che combatta ogni sleale concorrenza basata sulle imposte.”

Sembra una cosetta da nulla, un codicillo da super-tecnici. In realtà è un’idea che richiederebbe la riscrittura di alcuni trattati oggi in vigore, che obbligano a considerare gli investimenti pubblici come “spesa”, al pari di stipendi degli statali, acquisti di armi (peraltro “consigliati” da Ue e Nato), interessi sul debito, sanità, istruzione, ecc. Una autentica “riforma” della Ue che andrebbe in direzione opposta a quella seguita finora, pur restando – ovviamente – del tutto coerente con la difesa oltranzista degli interessi del grande capitale multinazionale.

Perché un guardiano dell’ortodossia come Monti è arrivato a questo punto? Perché la recessione è iniziata (si attendono i dati sul Pil del quarto trimestre per ufficializzarla anche tecnicamente), “i privati” hanno congelato i loro investimenti non vedendo luce nell’immediato futuro, e dunque – se nessuno investe – la crisi può solo aggravarsi.

Fin qui siamo tutti rimasti a galla grazie agli immensi quantitative easing messi in atto prima dalla Federal Reserve statunitense, poi anche dalla BoJ giapponese, dalla Bank of England e dalla Bce. Ma tutto quel denaro “stampato” da nulla non è finito nell’economia reale, ma nei circuiti finanziari, che hanno lo sguardo – al massimo – sui rendimenti trimestrali. Dunque non lasciano “sgocciolare” crediti verso l’economia reale, che ha tempi di realizzo e ritorno mediamente molto più lunghi.

Dunque, “contrordine liberisti!, lo Stato deve poter spendere per investimenti. Poi gli diremo anche quali può fare (quelli che servono al big buniness) e quali no” (indovinate un po’...).

Non sarà semplice invertire la rotta, nel Vecchio Continente, perché l’attuale assetto ha consentito di riscrivere le filiere produttive europee in un senso completamente favorevole alle grandi imprese soprattutto tedesche. E quelli sono interessi che pesano decisamente più della Grecia o dell’Italia. Però qualcosa bisognerà che se lo inventino, perché l’altro pistone del “motore europeo” – la Francia – sta battendo colpi in testa sia sul piano economico che, soprattutto, su quello della tenuta sociale. Se le ruspe prendono come bersaglio i ministeri, invece che i campi rom, come in Italia, per il potere si fa dura...

Ma non è l’unico “revisionista” in campo neoliberista. Il giorno dopo, sul Corriere, l’economista ex Bce Lucrezia Reichlin invita ad un “coordinamento europeo per una forte politica fiscale espansiva”, visto che quella monetaria (ossia la Bce) non può fare più niente. Del resto, il crollo ventennale in Europa degli investimenti e della deflazione salariale ha creato una situazione impossibile: si produce roba mediamente vecchia ed è stato depresso il mercato interno (continentale) che dovrebbe comprarla. L’innovazione, infatti, si fa altrove e il modello mercantilista (bassi salari per rendere più competitivo l’export) non funziona più, perlomeno in tempi di crisi e/o di guerre commerciali (i dazi).

Se ne è accorto persino l’ometto delle banche, quell’Emmanuel Macron che non può più uscire per strada, che l’ultimo giorno dell’anno se n’è uscito con una considerazione che per uno come lui suona come un’ammissione di sconfitta: “Il capitalismo ultraliberista e finanziario, troppo spesso guidato da una visione di corto termine e dall’avidità di qualcuno, va verso la sua fine”. Ma non è che cambia la sua politica di “riforme”, solo per questo...

La Cina – come resocontato altrove – reagisce al rallentamento generale con una poderosissima spinta fatta di incentivi fiscali, alti salari (+15% annuo il livello minimo), investimenti pubblici (rete ferroviaria, ecc).

Ma anche negli Stati Uniti, tra protezionismo e paure di perdere altro consenso sociale, stanno aumentando i salari persino per i lavoratori non qualificati. Non avveniva dagli anni '70...

Per ora l’insofferenza per l’establishment neoliberista è andato maggioritariamente verso Donald Trump, in chiave nazionalista, razzista, anti-immigrati e anti-cinese. Ma persino lì è emersa una “nuova sinistra” che – orrore! – si professa pubblicamente socialista. Negli Usa, fino a poco tempo fa, era praticamente un insulto e uno stigma che impediva la carriera politica. Oggi non più.

Le proposte che arrivano da questa parte non sono nulla di rivoluzionario, diciamolo subito. In pratica, ripropongono il modello fiscale pre-reaganiano: alta tassazione per i più ricchi e investimenti pubblici. La novità sta soprattutto nell’obiettivo: finanziare la transizione ecologica dal modello industriale fondato sugli idrocarburi ad uno più sostenibile.

Può sembrare, anche in questo caso, poca cosa, ma è praticamente enorme. Sia sul piano della torsione da dare – se si affermerà questa visione – all’intero sistema industriale Usa (e a cascata su tutte le filiere produttive agganciate a quelle statunitensi); sia sul piano sociale. Se si guarda infatti alle “soluzioni europee” pensate fin qui, abbiamo un quadro molto diverso, se non opposto: disincentivare i consumi tramite aumento della tassazione sui carburanti inquinanti (Francia) o, più modestamente, sui nuovi modelli di auto diesel. Un modo, insomma, di far pagare timidi accenni di “transizione ecologica” a lavoratori, in primo luogo pendolari per necessità.

Per un’informazione più dettagliata su quel che cova in America, invitiamo a leggere questo interessante articolo dell’agenzia Agi, che espone le proposte avanzata dalla neoparlamentare socialista Alexandria Ocasio Cortez.

Per capirci: i media mainstream, in questi giorni, ne stanno parlando solo in riferimento a un video girato qualche anno fa – quando era studentessa – in cui, come tanti altri ragazzi della sua età... balla! (bene, peraltro...).

E poi si chiedono perché i giornali più noti hanno perso così tanta credibilità sociale...

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Perché la tassa del 70% sui super ricchi può funzionare

L’idea non è della deputata demo-socialista Ocasio-Cortez che l’ha appena rilanciata, ma dell’America del 1936. E persino con Reagan le tasse per i ricchi erano più alte di ora. Un paio di Nobel per l’Economia spiegano perché quel sistema funzionava.

Ugo Barbàra

La premessa è questa: in America 160 mila famiglie detengono il 90 per cento della ricchezza del Paese. Che non sarebbe male se avesse le dimensioni del Lussemburgo, dove i nuclei familiari sono poco meno di 150 mila, ma diventa un problema se – come negli Stati Uniti – sono 126 milioni. Una diseguaglianza che pesa come un macigno sulla tenuta della società.

La soluzione, per come l’ha pensata la stella nascente della politica americana, la deputata newyorkese di origini portoricane Alexandria Ocasio-Cortez, è in una tassazione del 70% proprio a carico di questa fetta di super-ricchi. Una ridistribuzione della ricchezza di mero stampo socialista? Non proprio, visto che la parlamentare democratica ha in mente un piano ben preciso: finanziare con quei soldi un Green New Deal per portare a termine la transizione dagli Stati Uniti dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Cosa è il Green New Deal di Ocasio-Cortez

Una proposta – lanciata durante l‘intervista con ’60 minutes’ della Cbs ed echeggiata come una cannonata sulla stampa americana – che in realtà fino all’era Reagan non era affatto rivoluzionaria e che di recente è stata rilanciata da Peter Diamond, Nobel per l’Economia.

La deputata demo-socialista è convinta che in una decina d’anni tutta l’elettricità che serve al suo Paese possa derivare da fonti rinnovabili e che la realizzazione di reti di distribuzione intelligenti possa portare alla eliminazione completa delle emissioni di gas serra industriali.

Per finanziare un’operazione del genere servono soldi e questi soldi dovrebbero venire dalle tasche non dei più ricchi, ma degli ultra ricchi, gente come Jeff Bezos di Amazon, per dare un’idea. O dei creatori di Google. E tutto con un sistema di aliquote fiscali che era già in vigore negli anni ’60, quando l’America era tutto tranne che un covo di socialisti.

Per dare un’idea, durante l’intervista la Ocasio-Cortez ha ipotizzato che la tassazione possa essere del 10% fino a 75 mila dollari l’anno e poi salire man mano che i guadagni decollano. Per raggiungere il 70% per quelli che non si limitano a volare, ma raggiungono l’iperspazio. E solo a partire da quella quota – diciamo 10 milioni di dollari a titolo di esempio. Per cui se uno guadagna 11 milioni l’anno, pagherebbe il 70% solo su quel milione oltre i 10. E così via.

Quante tasse pagano oggi i super-ricchi

Le cose oggi stanno ben diversamente: l’aliquota fiscale massima è scesa al 37% in seguito al passaggio del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, fortemente voluto da Donald Trump. Inoltre la Ocasio-Cortez ha già al suo attivo una cocente sconfitta nella battaglia con i democratici centristi e l’establishment del partito su come la sinistra dovrebbe affrontare i cambiamenti climatici. Non è riuscita a ottenere la creazione di un comitato ristretto per un Green New Deal, ma la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha già annunciato l’intenzione di creare un comitato sui cambiamenti climatici presieduto da Kathy Castor, deputata della Florida esperta in materia ambientale. E forte di questa nuova apertura, la giovane deputata newyorkese ha suggerito dove trovare i soldi.

L’idea che piace ai Nobel

Ma quanto è fuori di testa l’idea della Ocasio-Cortez della super-tassa per gli iper-ricchi? Non troppo, secondo un altro premio Nobel, Paul Krugman, che in un editoriale per il New York Times fa il punto delle proposte simili. Partendo proprio da quella di Diamond che, insieme con Emmanuel Saez, esperto di diseguaglianze, ha ipotizzato una tassazione ideale dei super patrimoni al 73%. Ancora più alta quella suggerita a suo tempo da Christina Romer, macroeconomista e consigliera capo del presidente Obama sulle questioni economiche, secondo cui dovrebbe attestarsi all’80%.

Numeri a caso? Non proprio, dato che alla base della dottrina Diamond-Saez ci sono l’utilità marginale decrescente e i mercati competitivi.

L’utilità marginale decrescente è quell’idea in base alla quale mille dollari dati a una famiglia che ne guadagna 20 mila l’anno hanno un impatto infinitamente più alto di quello che avrebbero su una persona che ne guadagna un milione. La sostanza è che, secondo Krugman, non bisogna preoccuparsi di ciò che una politica fa ai redditi dei ricchi perché una politica che rende i ricchi un po’ più poveri influenzerà solo una manciata di persone, e influirà a malapena sulla loro vita, dal momento che saranno ancora in grado di comprare ciò che vogliono.

Certo questo non autorizza a pensare di tassarli al 100% perché eliminerebbe qualsiasi incentivo a guadagnare, con un danno per l’economia e la crescita. In altre parole, la politica fiscale verso i ricchi non dovrebbe avere nulla a che fare con gli interessi dei ricchi di per sé, ma dovrebbe riguardare solo il modo in cui gli effetti di incentivazione cambiano il comportamento dei ricchi e come questo influenza il resto della popolazione.

Ma cosa c’entrano i mercati competitivi? In un’economia perfettamente competitiva, senza potere di monopolio o altre distorsioni, dice Krugman, se si viene pagati 1.000 dollari l’ora, ogni ora in più che si lavora aggiunge 1.000 dollari all’economia. Ma attenzione: non è vero che se un uomo ricco lavora un’ora in più (aggiungendo 1.000 dollari all’economia e venendo pagato 1.000 per i suoi sforzi) si tratta per tutti gli altri di un gioco a somma zero, perché pagando le tasse su quei soldi extra darà un beneficio alla comunità. In buona sostanza, sia secondo Diamond-Saez che secondo Romer, la tassazione giusta per i guadagni dei super-ricchi è quella che permette allo stato di incamerare più soldi possibili senza togliere lo stimolo a lavorare e quindi guadagnare di più. Per continuare a pagare più tasse.

Un po’ di numeri

Fin qui la teoria. Ma di quanti soldi stiamo parlando? Nel 1936 la tassazione arrivava al 79%. Nei decenni diminuì, ma persino nei ruggenti anni ’80 di Reagan era al 50%, ricorda l’Independent. Ora la tassazione sopra i 600 mila dollari l’anno è al 37 per cento, contro il 39,6 di prima della riforma fiscale del 2017.

Secondo la Ocasio-Cortez, dalla supertassazione potrebbero arrivare 720 miliardi di dollari in dieci anni. Da dove? Non dall’uno per cento di super-ricchi, ma dallo 0,05% di americani che oggi guadagna più di 10 milioni l’anno: 16 mila persone. Complessivamente, il loro reddito imponibile totale ammontava a 405 miliardi di dollari nel 2016, quando hanno pagato 121 miliardi di tasse federali, oltre alle tasse statali e locali, che aumentano i loro oneri fiscali complessivi.

Cosa si potrebbe finanziare con quei soldi? Non essendoci ancora una valutazione del Green New Deal e basandosi sulle iniziative di welfare esistenti o del passato, 720 miliardi non basterebbero a pagare il sistema sanitario Medicare che costa 30 triliardi, ma pagherebbero quasi per intero il programma di istruzione superiore gratuita da 800 miliardi che è nel programma dal socialista Bernie Sanders, l’uomo al quale verosimilmente la Ocasio-Cortez strapperà più voti negli anni – se non nei mesi – a venire. Anche grazie a un concreto e già sperimentato (in tempi non sospetti) piano di ridistribuzione di una (minima) parte della ricchezza che un pugno di super-ricchi – perlopiù digitali – ha accumulato in una manciata di anni.

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04/01/2019

L'”economia mista” vince sul liberismo. Krugman e la Cina lo dimostrano

L'americano Paul Krugman, Premio Nobel per l'economia, sostiene che per migliorare il capitalismo occorre che 1/3 dell’economia sia in mano pubblica perché più efficiente ed efficace.

In particolare istruzione, università e sanità dovrebbero essere in mano pubblica. In aggiunta tutti i settori regolamentati, dunque trasporti, energia e telecomunicazioni.

Krugman affossa (sul piano teorico) il modello americano e i social liberisti europei.

Non vi stupite: fino al 1992 l’Italia si reggeva su questi assetti. Visto la fine che ha fatto l’Urss, ma anche paesi come la Francia e l’Italia, oltre che l’economia americana, i cinesi ci penseranno due volte prima di affossare quel modello. Questo, non gli perdonano.

Quantitative easing della Fed e della Bce servono solo a rimandare il redde rationem del capitalismo occidentale, vale a dire il ritorno dell’intervento dello stato nell’economia.

Krugman ha aperto le danze negli Stati Uniti. In Europa non c’è quasi nessuno che lo dica.

Intanto Wall Street crolla a partire dal profit warning di Apple, che trascina con sé tutto il comparto tecnologico. I media italiani riferiscono – sbagliando o mentendo – che la causa sarebbe il “rallentamento della crescita cinese” (“solo” al +6,5%).

Ma leggendo il report di Tim Cook, alla fine si dice qual è il problema vero: il crollo delle vendita di iPhone (statunitensi) in Cina, surclassati dalle vendite di smartphone locali (Huawei, ecc). Non quindi una riduzione dei consumi cinesi, ma – come scrive IlSole24Ore on line – il crollo di Apple è dovuto “ai rivali cinesi e all’innovazione lenta”.

Il capitalismo occidentale si trova cioè ad un bivio: o cambia o perisce. O avvia il programma di istruzione di massa gratuito fino alla laurea o gli asiatici se li sbraneranno.

Oggi la Cina laurea 6 milioni di ingegneri l’anno, gli Usa li devono importare. In questi anni circa 500 mila scienziati cinesi sono rimpatriati e passati dagli Usa alla madrepatria.

Questo gennaio ricorre il 29° anno dalla Pantera, a cui partecipai. Volevamo ricerca pubblica, università gratuite, libero accesso ai dottorati, borsa di studio, studentati gratuiti per tutti, contro le privatizzazioni.

Fummo spazzati via in tre mesi. La loro è stata una vittoria di Pirro, la talpa della storia scava ancora. In attesa che si svegli del tutto l’India e poi è finita se non cambiamo.

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05/09/2017

Di Majo, Rajoi e la grande abdicazione

Se c’è una cosa che rappresenta meglio di tutte la tipica debolezza politica e culturale delle classi dirigenti italiane (o aspiranti tali), ebbene, quella cosa è un’implacabile ed immancabile tendenza al trasformismo. Fu cosi prima dell’avvento del fascismo.

E’ cosi anche oggi davanti ad una crisi economica e sociale di cui non si vede la fine e rispetto alla quale tutte le forze politiche presenti in Parlamento non appaiono in grado né di fare un’analisi seria, né, tanto meno, di mettere in piedi un progetto di rilancio del paese e dell’economia, chiuse come sono tutte quante nelle mortali maglie della gabbia che ci impongono UE ed euro. Ed allora tutti in quella buca, dunque. E’ il solito trasformismo, segno ineluttabile di un declino che pare, ancora una volta, inarrestabile.

Le argomentazioni fumose e pasticciate di quelli del PD sulla crescita del 1,5% del PIL e sul fantomatico “aumento dell’occupazione” sono solo becero marketing per sé e per quel governo su cui hanno pur sempre la golden share e non meritano nemmeno di essere confutate perché si tratta di inezie mentre il paese vive ormai in un’economia di guerra. Ciò che avvilisce, invece, è trovarsi, ancora una volta, davanti all’ennesima occasione persa.

Vedere #DiMaio dapprima sposare, da destra, la linea “law and order” di Minniti e poi tentare goffamente di accreditarsi in un forum padronale (il “Workshop Ambrosetti” di Cernobbio che non ne ha mai azzeccata una) fino a citare come buon esempio per l’Italia le scelte ultraliberiste fatte da uno come Mariano Rajoi, in Spagna, è  davvero deprimente. Per intendersi, Rajoi ha sforato il famigerato vincolo del 3 % ma non ha ricevuto sanzioni dalla UE perché ha avviato le sue “riforme strutturali”: aumenti delle tasse, sanguinosi tagli alla spesa pubblica e la solita “riforma del lavoro”, cioè, licenziamenti facili, flessibilità totale di orari e retribuzioni e lauti sconti alle imprese. E’ questo il modello economico-sociale di Di Maio e del M5S?

Ascoltare, poi, la senatrice #Lezzi fare critiche al governo banalmente “neoeuropeiste” é desolante. Nulla a che vedere con quelle posizioni alla Varoufakis, Revelli e Spinelli – che non condivido affatto – ma che, quanto meno, si basano su argomentazioni di indubbio spessore. La Lezzi dice che il governo Renzi e poi quello Gentiloni “non hanno saputo approfittare degli spazi di flessibilità offerti dalla UE”. Risibile, se pensiamo a quanto il M5S andava sostenendo, nemmeno tanto tempo fa, su Unione Europea, sovranità (politica, economica e monetaria), assenza di democrazia delle sue istituzioni al soldo delle banche, “dittatura finanzaria” e “massoneria Bilderberg”. Insomma, siamo davanti ad un’acrobatica giravolta del M5S che ora pare del tutto intenzionato a muoversi dentro le compatibilità dettate dalla UE onde accreditarsi quale “vera forza di governo” con il beneplacito di confindustria e di quelli che un tempo il M5S definiva in modo sprezzante “poteri forti”.

E’ così che si fa strada un minimalismo che serve a non spaventare quelli che devono dare il nulla osta a Di Maio & co. E allora vai di “smart nation” ed altre amenità tipo il “buon uso delle nuove tecnologie” che altro non sono che sciocchezze buttate lì alla cazzo, tanto per riempire il vuoto pneumatico, più o meno, alla maniera di Renzi. Ovviamente il centrodestra con Berlusconi resuscitato e salvinizzato esulta perché sa che quando tutti gli altri “si buttano a destra” vince sempre la destra. E sarebbe la tragedia finale per questo paese. “Così come nel 1931 le nazioni occidentali dispongono di tutte le risorse che servono per evitare la catastrofe e addirittura per riportare le economie alla prosperità, con il vantaggio che oggi conosciamo molto di più del funzionamento delle cose di quanto non sapessero i nostri predecessori.

Ma la conoscenza e le risorse non servono a nulla se coloro che le posseggono si rifiutano di usarle. Non sono in se stessi i fondamentali dell’economia a mettere paura, ma l’aver pressoché tutti i governi abdicato alle proprie responsabilità. Ed è questo che, prima di ogni altra cosa – conclude Krugman – angoscia sempre più la maggior parte degli economisti. Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Si sbagliava: anche la seconda è in forma di tragedia!” (La grande abdicazione di Paul Krugman, editoriale sul New York Times).

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26/01/2016

Siamo di nuovo alla vigilia di una crisi globale?

C’è un modo empirico per sapere se una grande crisi è in arrivo: quando gli economisti scrivono che “non è un nuovo ’29 (o 2008)” vuol dire che è in arrivo qualcosa di peggiore del 1929 (o del 2008). Di solito gli economisti sono bravissimi a prevedere le crisi quando già sono in pieno svolgimento. Vediamo un po’.

Paul Krugman (“Internazionale” 15-21 gennaio 2016 p. 38) dice:
“I problemi della Cina provocheranno una crisi globale? La buona notizia è che le cifre non sembrano abbastanza grandi. Quella cattiva è che potrei sbagliarmi, perché spesso il contagio globale si rivela più grave di quanto i numeri non dicano”.
E conclude l’articolo con queste parole: “La mia previsione è ancora che la situazione non sia così grave: è spinosa in Cina, ma per il resto del Mondo è solo una turbolenza. Spero davvero di non sbagliarmi, perché a quanto pare non abbiamo un piano b.”

Incoraggiante vero?

Molto meno ottimista è Roubini che dice (Repubblica 18 gennaio 2016) di scorgere sinistre somiglianze con il 2008 e parla di un imminente pericolo di crack.

Spero di sbagliarmi, ma temo che abbia ragione Roubini, mentre il testo di Krugman, più che un’analisi, mi sembra una supplica alla Madonna. Credo che abbia dato ascolto più ai suoi timori e alle sue speranze che all’analisi fredda dello stato di fatto.

Intanto, i numeri della crisi cinese non mi sembrano così piccoli, visto che si tratta del secondo Pil mondiale ed il debito aggregato è al 251% del Pil e, da un anno e mezzo, ha superato in percentuale quello americano, che però (va detto) è sceso in rapporto al Pil da 5 anni in qua. Probabilmente il contagio, in termini di titoli cinesi posseduti da banche di altri paesi, è piuttosto modesto peraltro la Cina ha una robusta riserva di dollari liquidi e titoli americani, per cui, anche se la Pboc assorbisse tutti i debiti delle amministrazioni locali (che sono, con quelli dei privati, la parte più grossa) farebbe tranquillamente fronte al buco. Però, questo è il problema, se la Cina smette di rinnovare i titoli americani, che ripercussioni ha tutto questo sugli Usa e, di riflesso, sul resto del Mondo?

Probabilmente gli Usa riuscirebbero a far fronte in qualche modo: in fondo c’è sempre la risorsa di stampare dollari ed allagare il mondo, cosa che, però avrebbe un prezzo politico. Insomma, non stiamo parlando di qualcosa che resterebbe senza conseguenze. Poi, bisogna considerare quanto peserebbe sul mondo una battuta d’arresto della manifattura cinese, il che metterebbe nei guai Australia, Brasile e diversi paesi africani, facendo ulteriormente scendere la domanda di petrolio, che è l’altro fattore di crisi in agguato: l’Arabia Saudita, con la sua politica del prezzo stracciato, si sta riducendo molto male ed è costretta (cosa impensabile sino a poco tempo fa) alla spending review, ma sta riducendo ancor peggio le compagnie petrolifere americane.

Il problema è semplice: lo shale richiede costi di estrazione abbastanza alti, per cui il barile non può scendere sotto i 60-65 dollari, altrimenti va sottocosto, ma il barile ormai è sotto i 29 e diverse imprese petrolifere Usa vedono avvicinarsi lo spettro del fallimento, con tutti gli effetti a catena che si possono immaginare (perdita di posti di lavoro, calo di consumi, sofferenze bancarie ecc.). Ed il petrolio low cost mette nei guai anche la Russia che già balla pericolosamente sulla soglia del default.

Come se non bastasse, bisogna mettere nel conto gli effetti della “guerra” euro-americana per l’auto (ne riparleremo), l’evanescente ripresa europea, le spinte geopolitiche a cominciare dal terrorismo che ne è espressione, eccetera.

Ciascuno di questi fattori in se è preoccupante ma non è tale da scatenare una crisi globale, quello che fa temere un esito del genere è che questi fattori interagiscano fra loro determinando un effetto moltiplicatore. La più grande somiglianza con il 2008 è che c’è troppo debito: nei primi del 2009, la somma dei titoli di credito assommava alla folle cifra di 12 volte il Pil mondiale, anche se va detto che essa scendeva considerevolmente per effetto della compensazione che riduceva il debito netto a circa 4 volte il Pil mondiale. Dopo, in parte perché una parte dei titoli venne bruciato dalla crisi, in parte per la pur limitata ripresa del Pil (soprattutto negli emergenti), in parte per il riassorbimento di una parte dei debiti per effetto delle politiche di contenimento della spesa e per la liquidazione di una parte degli asset (o delle privatizzazione da parte degli stati), la crescita del rapporto debito/Pil ebbe un iniziale rallentamento, ma per poco. Le politiche di iper liquidità hanno spinto di nuovo alla moltiplicazione del debito: rispetto al 2007, nel 2015, infatti il debito globale mondiale è cresciuto di ulteriori 57mila miliardi di dollari aggiungendo un 17% in più al rapporto debito e Pil.

A fine 2014, il debito complessivo mondiale era di 199 mila miliardi di dollari, quasi 3 volte il Pil globale. Infatti, l’inondazione di liquidità è stata utilizzata in massima parte, solo per essere reimpiegata in investimenti finanziari: alle imprese ed ai privati sono giunte poche briciole, occupazione e consumi sono fermi al palo. E, infatti, nonostante l’alluvione di Dollari, Yen, Euro, Yuan non ci sono quei segni di inflazione che dovrebbero esserci se il flusso fosse andato all’economia reale, anzi siamo in un momento in cui quel che fa paura è la deflazione. Siamo in un classico “momento Minsky” per cui anche la nuova emissione di liquidità congiunta fra le principali banche centrali, avrebbe solo l’effetto di guadagnare tempo dal punto di vista finanziario per poi tornare in breve ad una situazione identica a quella di ora ma con un debito accresciuto.

Il problema è che quello che non funziona è il sistema neo liberista incapace di uscire dalla sua crisi senza produrre le premesse per un’altra crisi peggiore della precedente.

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20/07/2015

Paul Krugman: “ho sovrastimato la competenza di Tsipras, non aveva piano B”

Alla fine anche Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia e firma di punta del New York Times, critica apertamente il cedimento del governo Tsipras di fronte ai disastrosi e intollerabili diktat della Troika e delle istituzioni europee.

Krugman, che da sempre è uno strenuo critico della cura da cavallo a colpi di cosiddetta austerità – tagli, licenziamenti e privatizzazioni – imposta dalla troika (Bce-Ue-Fmi) ad Atene e che non ha fatto altro che far aumentare il debito greco aggravando nel contempo le condizioni di vita di milioni di greci, ieri in un'intervista alla Cnn ha sostenuto che "potrebbe aver sovrastimato la competenza del governo greco". In particolare l’economista ha preso di mira la mancanza di un ‘piano B’ da parte del premier Alexis Tsipras. E’ imperdonabile, scrive Krugman, che i ministri di Atene siano andati alla trattativa con i cosiddetti creditori senza avere un'alternativa in caso di un ‘no’ della troika alle richieste di Atene: "Almeno qualcosa che reggesse per un po', qualcosa del genere, 'questo è quello che faremo se non otterremo nuovi fondi”. “In maniera stupefacente", afferma Krugman, il governo greco "aveva pensato che potevano semplicemente chiedere condizioni migliori senza avere un'alternativa. Questo per me è stato certamente uno shock".

In particolare dopo il forse inatteso trionfo dei ‘no’ nel referendum convocato contro il ricatto della troika al quale l’esecutivo di Atene ha invece fatto seguire l’accettazione di un pacchetto di tagli, controriforme e privatizzazione anche peggiore di quello respinto dagli elettori.

"Non avrei mai pensato che Tsipras e i suoi ministri sarebbero andati a confrontarsi con la Troika senza aver fatto alcuna pianificazione d'emergenza in caso di rifiuto da parte dei propri interlocutori" ha detto il premio Nobel all'intervistatore dell'emittente statunitense, Fareed Zakaria.

"Voglio dire che dal punto di vista strategico nulla è cambiato, ancora tagli e tagli, l'austerità come metodo per ridurre il debito non ha mai funzionato in situazioni simili, e quindi non potrà funzionare neanche in futuro. Si sono semplicemente presi una paura per il momento, forse" risponde Krugman al giornalista che gli chiede se il nuovo piano di "salvataggio" in cambio del Terzo Memorandum ha di fatto risolto la crisi in Grecia. Di fatto, dice Krugman, l'ipotesi di una Grexit non è affatto annullata: "la mia ipotesi è – ma non si può mai essere certi di nulla – che o alla fine avranno una riduzione enorme del debito che però non mi sembra gli venga accordata oppure dovranno uscire dall'Eurozona".

"Una uscita della Grecia dall'Euro – afferma Krugman – avrebbe enormi implicazioni per il futuro del progetto europeo. E se la Grecia uscisse e poi iniziasse a recuperare economicamente, il che probabilmente accadrebbe, costituirebbe un incoraggiamento per altri movimenti politici per sfidare l'Euro (in altri paesi, ndr)".

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16/07/2015

Krugman. La pausa del 2014


Parte del retroterra relativo al saccheggio di Atene è la convinzione diffusa, tra i cultori europei dell'austerità, che nonostante tutto quel che è successo, stiano per essere vendicati dai fatti. Dopo tutto, la crescita è ripresa nei paesi Piigs – e infatti, anche la Grecia stava crescendo fino a quando Syriza non è andata al governo e spaventato la “fata fiducia”.

Ora, molti di noi hanno ascoltato simili voci anche nel Regno Unito – e notato rapidamente che una gran parte della storia dietro la ripresa della crescita britannica nel 2013-2014 era in realtà solo una pausa nel risanamento dei conti pubblici. Qui la confusione tra i livelli e i tassi di cambio è endemica – in realtà, è semplicemente incredibile quanto la discussione macroeconomica dopo la crisi sia priva di senso perché la gente che si immagina intellettualmente sofisticata fa confusione tra i livelli e i cambi. Ma i modelli sono completamente chiari: il tasso di crescita del PIL dovrebbe dipendere dalla variazione del saldo strutturale di bilancio. Quindi ci si aspetta di trovare una crescita del PIL, a parità degli altri fattori, se vi è un rallentamento del ritmo dei tagli di spesa, anche se l'austerità non è stata ancora effettivamente invertita.

Quindi, come funziona la storia dell'adattamento dei Piigs dentro questa analisi? Il grafico n. 1 mostra l'orientamento generale della politica fiscale nel GIIPS, utizzando le stime del FMI sul saldo strutturale di bilancio in percentuale al PIL potenziale - una misura imperfetta, ma abbastanza buona, credo, per fare il punto. Per ottenere un numero unico io soppeso i vari paesi in base al rapporto che presentano tra parità di potere d'acquisto (PPP) e PIL nel 2009, come fa anche il FMI. La storia è chiara: rapido, drastico inasprimento nel periodo 2009-2013, ma battuta d'arresto nel 2014. Una ripresa della crescita nel 2014 non è quindi una sorpresa – e in realtà sostiene la visione keynesiana, invece di confutarla.


Il grafico n. 2 mostra le cose in modo un po' diverso, con maggiori dettagli. Ogni punto nella dispersione del grafico rappresenta un singolo paese Piigs in un determinato anno, con l'asse orizzontale a mostrare la variazione del saldo strutturale – in modo efficace, l'austerità aggiuntiva imposta quell'anno – e l'asse verticale a rappresentare il tasso di crescita. Come al solito, si vede una chiara associazione negativa, in linea con una visione keynesiana.


Oltre alla solita dispersione, però, ho segnato in rosso le osservazioni per il 2014. Come si può vedere, il 2014 è stato un anno di crescita modesta per tutti i paesi; è stato anche un anno in cui il consolidamento fiscale è stato effettivamente sospeso. E i risultati sono stati ben all'interno di una “forchetta” coerente con il precedente rapporto austerità-crescita.

Quindi c'è qualcosa qui che possa suggerire che va bene imporre un'ulteriore stretta fiscale sulla Grecia, che questo non approfondirà la sua depressione? Per il resto, risalta da qualche dato che la Grecia abbia fatto peggio di quanto ci si aspetterebbe dato l'aggiustamento fiscale incredibilmente duro che è stata costretta a fare? No e no.

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07/07/2015

Grecia. Scenario argentino sempre più vicino. Krugman: “Grexit unica soluzione”

Non è un caso che, tra i tanti commenti e le congratulazioni inviate dai leader sudamericani al governo e al popolo greco ci sia quello della presidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, che ha celebrato il rifiuto opposto dai cittadini greci ai diktat della Troika e dell’Eurogruppo richiamando quanto avvenuto a Buenos Aires alcuni anni fa. «Una rotonda vittoria di democrazia e dignità. Il popolo greco ha detto no alle impossibili e umilianti condizioni che volevano imporre per la ristrutturazione del suo debito estero» ha scritto su Twitter la Presidente argentina. «Noi argentini sappiamo di cosa si tratta. Speriamo che l’Europa e i suoi leader comprendano il messaggio arrivato dalle urne», ha dichiarato Cristina Fernandez de Kirchner, che poi ha aggiunto: «Non si può chiedere a nessuno di firmare il proprio atto di morte».

A richiamare nei giorni scorsi le similitudini tra la situazione attuale della Grecia e quella dell’Argentina sono stati in molti. “Grecia e Argentina sono Paesi lontani e la struttura delle due economie presenta caratteristiche ben diverse. Ma vi è un comune denominatore: entrambi i Paesi sono stati investiti da cinque crisi, distinte ma interrelate: finanziaria, economica, politica, sociale e giudiziaria” scriveva ad esempio Roberto Da Rin sul Sole24Ore qualche giorno fa.

Esattamente 15 anni fa, si ricorda, furono l’intransigenza del Fondo Monetario Internazionale e la scelta del Ministro argentino Domingo Cavallo – soprattutto l’introduzione della parità fissa tra peso e dollaro – a far precipitare la situazione, portando prima al default e poi alla vittoria di ambienti minoritari della classe dirigente locale che posero fine al ‘Washington Consensus” e avviarono una politica economica di stampo post-keynesiano in rotta con i diktat degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, favorendo anche un processo di allontanamento di altri paesi dell’area rispetto all’egemonia statunitense e alla radicalizzazione dei progetti di integrazione regionale. I due paesi, afferma Da Rin, hanno molte analogie, come la struttura economica molto debole e il “dettaglio” di essere usciti entrambi da una dittatura militare di estrema destra che ha caratterizzato, anche se con un impatto diverso sulla società e sull’economia, il passaggio tra gli anni ’70 e gli ’80.

Certamente molto, molto simili sono le disastrose conseguenze sociali provocate dai durissimi interventi imposti dalle ‘istituzioni economiche internazionali’ all’Argentina e ora dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale alla Grecia: disoccupazione alle stelle, taglio drastico di stipendi, pensioni e sussidi, abbattimento dello Stato sociale, della sanità, dell’istruzione pubblica, dell’assistenza sociale, la svendita del patrimonio pubblico e delle infrastrutture. Senza una rottura drastica con l’austerità, insegna la storia argentina, non è possibile bloccare il massacro sociale; ma senza rompere con il sistema che genera e impone l’austerità – cioè i meccanismi economici, ideologici e istituzionali all’interno dei quali i paesi sono diversamente ingabbiati – è impossibile bloccare l’austerità e condurre politiche espansive e progressiste, anche per un governo che pure si dice ‘antiausterity’ come quello guidato da Alexis Tsipras.

Scriveva qualche giorno fa l’economista e premio Nobel statunitense Joseph Stiglitz:
“Cinque anni fa, quando è iniziata la crisi in Grecia, l'Europa ha teso la mano, ma il suo aiuto è stato diverso da quello che ci si sarebbe aspettato, se ci fosse stata davvero un po' di umanità, una reale solidarietà europea. Le prime proposte, in realtà, hanno visto la Germania, seguita dagli altri paesi "soccorritori" trarre profitto dall'emergenza greca, addebitando tassi di interesse molto alti. Inoltre, sono state imposte delle condizioni specifiche alla Grecia (cambiamenti nelle loro micro e macro politiche), in cambio degli aiuti economici.

Queste condizioni fanno parte delle procedure standard di prestito previste dal FMI e dalla Banca Mondiale. In generale, quando hanno imposto le loro direttive, gli stati non avevano un'adeguata conoscenza del funzionamento di certe dinamiche economiche e spesso le pretese nascondevano delle strategie politiche. A tratti, si sono manifestati anche degli elementi di neo-colonialismo. La vecchia Europa che, ancora una volta, diceva alle sue ex-colonie cosa fare. La maggior parte delle volte, però, queste politiche non hanno funzionato come avrebbero dovuto. (…) La disparità tra quello che la Troika supponeva e quello che è emerso è stata impressionante, e non perché la Grecia non abbia agito come ci si aspettava. Anzi, l'ha fatto, ma seguendo modelli e direttive sempre più fallaci. Alla fine, dopo anni di pressioni e richieste per una maggiore austerità (che hanno condotto ad una tremenda depressione economica), la Troika ha spinto il paese sull'orlo del fallimento totale”.
Ad un certo punto del suo intervento Stiglitz richiama proprio le similitudini con lo scenario argentino di 15 anni fa:
“Questa situazione mostra delle somiglianze con quanto accaduto in Argentina nel 2001, con le dovute eccezioni. In entrambi i paesi, la recessione è degenerata, trasformandosi in depressione, in seguito alle politiche di austerità, rendendo il debito insostenibile. In entrambi i casi, queste politiche erano imposte come condizioni necessarie per ricevere assistenza. In entrambi i paesi c'erano rigide imposizioni sulla valuta, che non hanno concesso loro l'opportunità di portare avanti una politica di espansione monetaria durante la recessione. Il FMI ha avanzato previsioni allarmanti sulle conseguenze delle politiche imposte. La disoccupazione e la povertà sono aumentate, mentre il PIL è precipitato. (…) In Argentina la disoccupazione giovanile è salita alle stelle, restando critica per molti anni. La mancanza di opportunità ha soffocato ogni motivazione, ogni spinta, sprecando il talento di milioni di giovani. Una situazione simile alla Grecia oggi, dove la disoccupazione giovanile è al 50%. Le crisi economiche sono un duro colpo, ma lo è anche l'austerità. La Grecia può contare sulla lezione dell'Argentina: si può sopravvivere ai debiti e alla bancarotta.

Le vicissitudini infelici della Grecia devono ricordarci, ancora una volta, quanto già appreso sulla gestione di crisi economiche e debiti. Lezioni che avremmo dovuto imparare da esperienze precedenti. La prima è che non c'è alcuna possibilità di fare passi avanti verso il risanamento del debito, se prima non c'è una ripresa economica. Allo stesso tempo, non ci può essere una ripresa economica senza un ripristino della sostenibilità del debito”.
Forse involontariamente, Stiglitz sembra tirare le orecchie non solo agli arroganti negoziatori della Troika, ma anche agli ‘ingenui’ ministri del governo Tsipras che continuano a perseguire una trattativa impossibile con le istituzioni politiche ed economiche dell’Unione Europea pur sapendo che anche se si arrivasse ad un eventuale accordo questo lascerebbe esattamente tutti i problemi irrisolti:
“Sia in Argentina che in Grecia, ripristinare questa condizione ha richiesto una ristrutturazione del debito sovrano. In entrambi i casi, l'idea di portare a termine una giusta riorganizzazione del debito, che potesse condurre alla ripresa economica, con l'accesso ai mercati di credito internazionali, si è rivelata fin troppo ottimista. (…) In entrambi i casi, le istituzioni creditrici hanno finto che la sostenibilità potesse essere riacquistata attraverso "cambiamenti strutturali". Non senza una certa pressione, i programmi imposti sono stati accettati e implementati, ma non hanno funzionato. "Scambiare" i fondi bailout - fondi che erano utilizzati per ripagare gli stessi creditori che li stavano fornendo - con promesse di miglioramento ha condotto all'ulteriore indebolimento delle economie dei due paesi. Nel caso dell'Argentina, dopo anni di crisi, la gente è scesa in strada”.
Educatamente ma smentendo la vulgata comune secondo la quale i paesi europei starebbero aiutando i cittadini greci e quindi avrebbero voce in capitolo rispetto ad una eventuale scelta di Atene di denunciare e non pagare una parte consistente del debito, Stiglitz ricorda:
“Chi viene salvato dai bailout (come le banche tedesche e francesi, nel caso della Grecia), di solito si appella al rischio morale per giustificare la mancata ristrutturazione del debito. Afferma che la procedura creerebbe delle condizioni peggiori, in quanto altri debitori sarebbero più inclini ad "abusare" del prestito, senza pagare. Ma il rischio morale è solo una favola. Sia l'Argentina che la Grecia hanno già pagato caro per i loro problemi di debito, dall'inizio del default”.
Il Nobel per l’Economia sembra essere convinto del fatto che una ‘ristrutturazione del debito operata in maniera seria possa in parte risollevare le sorti della Grecia:
“L'esperienza greca ci insegna anche cosa non fare in caso di ristrutturazione del debito. Il paese ha "riorganizzato" il debito nel 2012, ma l'ha fatto nel modo sbagliato. Non era abbastanza per una ripresa economica ed ha comportato un cambiamento nella composizione del debito (si è passati dai creditori privati a quelli "ufficiali"), rendendo una successiva ristrutturazione ancora più ardua.

Per certi versi la Grecia sta affrontando una situazione ancora più complessa rispetto all'Argentina. La crisi argentina, infatti, fu accompagnata da una forte svalutazione della moneta che rese il paese più competitivo e che, con la ristrutturazione del debito, creò le condizioni per una ripresa duratura. In Grecia, il default e la Grexit richiederebbero la re-implementazione della valuta domestica. Un conto è svalutare una valuta esistente, altra cosa è crearne una nuova nel bel mezzo di una crisi. Questo ulteriore elemento di incertezza non ha fatto altro che appesantire la pressione della Troika sul governo di Tsipras. Quando il debito non è sostenibile, è necessario ripartire da zero. È un principio basilare e universalmente riconosciuto. Finora, la Troika ha negato questa possibilità alla Grecia. Non ci può essere un nuovo inizio in un clima di austerità (…).”
Il problema al quale Stiglitz non risponde, è tutto politico: che fare nel caso in cui i ‘creditori’ non accettino l’abbattimento del debito e la smettano di imporre programmi di austerity in cambio di eventuale sostegno economico?

A rispondere è un altro Nobel per l’Economia, Paul Krugman, sul New York Times, ribadendo quello che aveva già scritto prima della schiacciante vittoria dei ‘No’ nel referendum ellenico di domenica scorsa. "È diventato sempre più difficile vedere una strada che non porti a una Grexit. E anche se è ancora una cosa che pochi vogliono accettare, è sempre più ovvio che una Grexit è la migliore speranza della Grecia". Nel suo intervento Krugman mette in evidenza come senza una Grexit è difficile prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia. Anche con una ristrutturazione del debito, infatti, la Grecia sarà costretta a importanti surplus primari strutturali e questo la costringerebbe a sopportare una depressione economica ancora per molti anni.

L’economista statunitense afferma di fatto che è difficile – se non impossibile – prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia senza un’uscita dall’Eurozona. “Quello che sarebbe un semplice problema politico, ovvero il caso della Grecia con una propria moneta, diventa un pasticcio quasi insolubile”, spiega Krugman, di cui riportiamo di seguito l’intervento integrale.

*****

L’Europa ha schivato un proiettile domenica. Smentendo molte previsioni, gli elettori greci hanno fortemente sostenuto il rifiuto alle richieste dei creditori da parte del loro governo. E anche i più ardenti sostenitori dell’Unione Europea dovrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Naturalmente, i creditori non la metterebbero in questo modo. La loro versione dei fatti, ripresa da molti nella stampa finanziaria, è che il fallimento del loro tentativo di costringere la Grecia alla sottomissione è un trionfo dell’irrazionalità e dell’irresponsabilità sui buoni consigli tecnocratici.

Ma la campagna di sopraffazione – il tentativo di terrorizzare i greci privando le loro banche di finanziamenti e minacciando il caos generale, il tutto con l’obiettivo quasi dichiarato di disarcionare l’attuale governo di sinistra – è stato un episodio vergognoso per un’Europa che afferma di credere ai principi democratici. Se quella campagna fosse riuscita, si sarebbe stabilito un terribile precedente, anche se i creditori avessero avuto ragione.

Per di più, non ce l’hanno. La verità è che i sedicenti tecnocrati europei sono come medici medievali che insistono nel salassare i loro pazienti e quando il loro trattamento fa ammalare ancor di più i pazienti, essi chiedono di togliere ancora più sangue. Una vittoria del “Sì” in Grecia avrebbe condannato il paese ad altri anni di sofferenza nell’attuare politiche che non hanno funzionato e addirittura, come dice l’aritmetica, non possono funzionare: l’austerità probabilmente riduce il PIL più velocemente di quanto si riduce il debito, quindi tutta la sofferenza non serve a niente. La schiacciante vittoria del “no” offre almeno una possibilità di una via di fuga da questa trappola.

Ma come gestire questa fuga? C’è un modo per la Grecia di rimanere nell’Euro? E questo è in ogni caso auspicabile?

La questione più immediata riguarda le banche greche. Prima del referendum, la Banca centrale Europea ha tagliato il loro accesso a ulteriori fondi, facendo precipitare il panico e costringendo il governo a imporre la chiusura delle banche e i controlli di capitali. La Banca Centrale deve ora affrontare una scelta difficile: se riprendesse il normale finanziamento sarebbe come ammettere che il congelamento precedente era politico, ma se non lo facesse, in pratica costringerebbe la Grecia ad introdurre una nuova moneta.

In particolare, se il denaro non inizia a scorrere da Francoforte (la sede della Banca centrale), la Grecia non avrà altra scelta se non cominciare a pagare salari e pensioni con i.o.u.s, (in inglese I Owe You, ossia “pagherò”) che sarebbero de facto una valuta parallela – e che potrebbero presto trasformarsi nella nuova dracma

Supponiamo che, al contrario, la Banca centrale riprenda la normale erogazione dei prestiti, e che la crisi bancaria si risolva. Rimane ancora la questione di come rilanciare la crescita economica.

Durante i negoziati falliti che hanno portato al referendum di domenica, il punto critico centrale era la richiesta della Grecia di una riduzione permanente del debito, per rimuovere le incertezze che gravavano sulla sua economia. La Troika – le istituzioni che rappresentano gli interessi dei creditori – rifiutò, ma ora sappiamo che un membro della Troika, il Fondo Monetario Internazionale, aveva concluso in modo indipendente che il debito della Grecia non può essere ripagato. Cambieranno atteggiamento ora che è fallito il tentativo di deporre la coalizione di sinistra al governo?

Immaginate, per un momento, che la Grecia non avesse mai adottato l’Euro, che avesse semplicemente fissato il valore della dracma a quello dell’euro. Cosa suggerirebbero di fare le semplici analisi economiche di base? La risposta, a stragrande maggioranza, sarebbe che dovrebbe svalutare – lasciare scendere il valore della dracma – sia per incoraggiare le esportazioni sia per uscire dal ciclo della deflazione.

Naturalmente, la Grecia non ha più una propria moneta, e molti analisti erano soliti affermare che l’adozione dell’euro era una decisione irreversibile – dopo tutto, ogni accenno di uscita dall’Euro avrebbe scatenato una devastante crisi bancaria e una crisi finanziaria. Ma a questo punto la crisi finanziaria c’è già stata, così che i maggiori costi di uscita dall’Euro sono stati pagati. Perché, allora, non godere dei benefici?

L’uscita greca dall’Euro avrebbe lo stesso, grande successo della svalutazione dell’Islanda nel 2008-09, o l’abbandono dell’Argentina della sua politica un-peso-un-dollaro nel 2001-02? Forse no, ma consideriamo le alternative. A meno che la Grecia riceva davvero una grossa cancellazione del debito, e forse anche se la ricevesse, lasciare l’euro offre la sola via di fuga plausibile dal suo incubo economico senza fine.

E cerchiamo di essere chiari: se la Grecia alla fine lascia l’euro, non significa che i greci sono cattivi europei. Il problema del debito della Grecia significa creditori irresponsabili tanto quanto debitori irresponsabili, e in ogni caso i greci hanno pagato per i peccati del loro governo molte volte. Se non riescono a prosperare all’interno della moneta comune europea, è perché quella moneta comune non offre nessun aiuto ai paesi in difficoltà. La cosa importante ora è fare tutto il necessario per terminare l’emorragia.

L'intervento originale di Krugman qui.

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