Meno di due anni fa, sembrava che soltanto ad ammetterne l'ipotesi si rischiasse di far saltare i mercati globali. Oggi è argomento relegato al taglio basso dei giornali specializzati, come se fosse oramai solo una questioncella tecnica senza ricadute politiche rilevanti.
Stiamo parlando della Grexit, spauracchio per alcuni, momento di liberazione dalla dittatura della Troika per tanti altri. Finì come sappiamo, con vergognosa resa di Tsipras, costretto a rimpastare velocemente il suo governo (fuori Varoufakis e Lafazanis, più qualcun altro) dopo la per lui inattesa vittoria dell'Oxi nel referendum.
Ora la Grecia è di nuovo a quel punto, nonostante la codina obbedienza ad ogni intimazione, appena attenuata da qualche tentativo di redistribuire più equamente il carico dei “sacrifici” tra le diverse figure sociali.
La “colpa”, stavolta, non è di qualche “populista di sinistra” – molto più temuti dei criptofascisti, molto più facili da trattare per il grande capitale – ma dei contrasti tra Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ed Eurogruppo (una struttura di ministri delle finanze, presieduta da Jeroen Dijsselbloem, ma non prevista da nessun trattato europeo). E non si tratta di opinioni...
Il Fmi giudica infatti impossibile da ridurre il debito pubblico di Atene e chiede di conseguenza una “ristrutturazione del debito” – in pratica un taglio netto a carico dei creditori, Fmi compreso – altrimenti non sarà disponibile a partecipare ad altri piani d'aiuto. Per questo, per esempio, calcola che il massimo di avanzo primario (risparmi strutturali da destinare alla riduzione del debito complessivo) che si possa pretendere dal governo greco sia nell'ordine dell'1,5% del Pil. Mentre la struttura clandestina guidata dall'olandese ritiene che si possa succhiare sangue per almeno il 3,5%.
Lasciamo stare la credibilità generale di “piani di austerità” pensati per rendere possibili nuovi “piani di aiuti” – il taglio della spesa pubblica e la privatizzazione di tutto il patrimonio industriale dello Stato implica naturalmente un impoverimento della capacità produttiva di un paese, quindi il contrario della “crescita” che sarebbe necessaria per affrontare davvero la riduzione del debito.
Non si tratta di una valutazione “teorica” perché in ballo c'è appunto il terzo piano di “aiuti”, e la Germania ha ripetuto che il coinvolgimento del Fmi è un “prerequisito” per poterlo finanziare. “Se il Fmi non entrasse a far parte del programma di salvataggio per la Grecia sarebbe necessario una nuova approvazione (da parte del Bundestag e di altri paesi europei) [ma non tutti, vista la disparità istituzionale oggi esistente, ndr] perché il sì del 2015 era stato subordinato al fatto che il Fondo fosse a bordo del terzo piano di aiuti”, scrive la banca Ubs in un report interno. Ma con le elezioni in autunno e i sondaggi in calo, nemmeno la Merkel e Schaeuble si possono permettere di essere o sembrare “compassionevoli” verso un paese mediterraneo.
Insomma, se l'istituto di Washington – organizzazione composta dai governi nazionali di 189 Paesi, eredità degli accordi di Bretton Woods – non ci metterà la sua parte, il piano non vedrà la luce e per Atene sarà notte fonda. E subito, nelle prossime settimane, comunque prima dell'estate; quando il governo Tsipras dovrà restituire ben 8 miliardi di euro che non ha né potrà racimolare in giro.
La Grecia si ritroverà dunque cacciata – non uscita volontariamente – dall'Unione Europea. Sarà insomma un paese abbandonato alle tempeste, con un governo che ha rinnegato se stesso pur di non attraversare questo confine. Esposto a tutti i venti speculativi globali, senza più alcuna protezione né coesione sociale per sostenere una resistenza (quella che invece c'era la sera della vittoria dell'Oxi).
Un altro grande “successo” dell'Unione Europea e dei governi che le obbediscono...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2017
05/02/2017
Il futuro dell’Unione Europea? I forti da soli, gli altri si vedrà...
Attenzione, attenzione! L'Unione Europea deve cambiare pelle e struttura, altrimenti si rompe come un grissino, stretta tra la marea montante del cosiddetto “populismo” (di destra come di sinistra) alimentato dal malessere popolare e del ceto medio impoverito, e dalle turbolenze globali che vanno espandendosi ovunque a causa di Donald Trump.
A dirlo, senza alcuna autocritica, la campionessa della a linea “bisogna rispettare le regole”. Ovvero Angela Merkel, cioè la Germania.
"Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un'Unione Europea con differenti velocità e che non tutti parteciperebbero ogni volta ai tutti i passaggi dell'integrazione. Penso che questo potrebbe essere inserito nella Dichiarazione di Roma".
Il minivertice di Malta, ieri, doveva servire soltanto a cementare la scelta della Ue sul problema dei migranti dall'Africa, attraverso la Libia. Un “muroammare” fatto di navi militari, con una prima fila libica (dalla dubbia consistenza, vista la scarsa popolarità – diciamo così – del governo quisling di Al Sarraj), e una seconda europea. In primo luogo italiana.
Ed invece è diventato l'occasione per rompere un tabù (la continua espansione e integrazione dell'Unione) e impostare un diverso assetto strategico (Europa “a cerchi concentrici”). Il tutto in tempi molto brevi, visto che la dichiarazione di questa nuova impostazione dovrebbe essere formalizzata a Roma in marzo, in occasione delle cerimonie per il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Quasi paradossale che un'occasione per celebrare la retorica unitaria venga a questo punto trasformata nel punto di partenza di un processo di differenziazione che potrebbe in breve termine diventare disgregazione.
Ma il velocissimo cambiamento di scenario suscitato da un'amministrazione Usa convinta di dover e poter anteporre i “rapporti bilaterali” alla faticosa costruzione di istituti sovranazionali (per quanto “orientati” sempre dal paese più potente), sommato a dieci anni di crisi e depressione economica dell'eurozona, nonché all'avvio dei negoziati per la Brexit, costringe Berlino e Parigi a rivedere le basi strategiche dell'unità europea.
Per ora non abbiamo che una dichiarazione programmatica (Europa a più velocità), e bisognerà attendere che il vertice di marzo a Roma formalizzi questo cambiamento, per dare poi il via presumibilmente a una lunga e articolata revisione dei trattati.
Del resto questo round di “riforma” si rendeva necessario, in parte, per accompagnare in modo ordinato la Gran Bretagna fuori dall'Unione a 28. Le voci sempre più insistenti che danno ormai per fatta l'uscita della Grecia dalla moneta unica – alla faccia dell'”irreversibile” pronunciato più volte dal presidente della Bce – certificano infatti che la costruzione fin qui tentata non riesce più a stare in piedi. Per lo meno, non riesce più a contenere esigenze e problemi che rischiano a questo punto di destabilizzare l'area.
E' noto che il 2017 è anche l'anno di elezioni politiche importanti in almeno tre paesi chiave fondatori dell'Unione (Olanda, Francia e Germania), mentre sembrano slittare all'inizio del prossimo anno quelle del terzo “big” macinato internamente dalla crisi (l'Italia, of course). In tutti questi paesi i problemi dell'appartenenza all'Unione sono ormai messi apertamente in discussione come tema elettorale, garantendo o la vittoria (in Olanda, pare) o “minoranze di blocco” (di certo in Francia, ma probabilmente anche in Germania) a forze “euroscettiche e nazionaliste.
Con queste prospettive politiche, si sono detti a Berlino e Parigi, non è pensabile alcun passo avanti verso una maggiore integrazione europea di tutti i paesi attualmente membri e candidati. Maggiore integrazione significa infatti cessione di ulteriori e sostanziali quote di sovranità nazionale, affidando alle istituzioni dell'Unione poteri di tipo statuale, fino a una vera e propria politica economica e fiscale comuni. Una prospettiva che viene vissuta in modo opposto dai paesi deboli e da quelli forti. I Piigs mediterranei nutrono sempre meno illusioni sul carattere “benefico” di questa integrazione, mentre soprattutto a Berlino vengono i brividi al pensiero di dover trasferire risorse verso le “cicale al mare” per aiutarle a superare una crisi devastante.
Secondo il "gruppo di testa" dell'Unione, dunque, la soluzione non può che essere quella delle due o tre velocità. Poi chi passerà i nuovi esami potrebbe rientrare nel gruppo dei virtuosi (i paesi del Grande Nord, fondamentalmente), gli altri dovranno districarsi in faticose e disastrose ginnastiche su conti e spesa pubblica per poter aspirare al re-ingresso nel club di quelli che contano.
Dunque nuovi trattati, più vincolanti e pensati anche per scoraggiare l'ingerenza statunitense, cui sono sensibili soprattutto i paesi dell'Est (Polonia, Ungheria, Baltici), accusati ancora qualche giorno fa da Hollande di vedere nell'Europa poco più di una “una cassa da cui attingere”.
Un tentativo complicato, a metà strada tra la necessità di provare a “stringere” maggiormente i vincoli e quella – fin qui affrontata in chiave di “flessibilità contrattata”, senza alcun successo – di allentarli per quei paesi che non possono reggere la “competizione” (internazionale, ma anche infracomunitaria) adottando moneta e vincoli di bilancio.
L'idea è fissata in un rapporto provvisorio da tre membri storici minori – Lussemburgo, Belgio, Olanda:”Diversi percorsi di integrazione e una migliore cooperazione potrebbero portare risposte efficaci alle sfide che riguardano gli Stati a diversi livelli”.
Diversi, diversi, diversi... L'epoca della corsa all'omogenizzazione scandita dalle indicazioni di Bruxelles sembra già alle spalle. Quelli che sono “simili” già oggi, possono andare avanti insieme più velocemente; gli altri, facciano il loro meglio, se ne sono capaci... Altrimenti si mettano a studiare la storia greca recente – e soprattutto quella da scrivere dall'estate in poi, data indicata per una Grexit gestita dalla Troika (anziché dal governo ellenico, come sarebbe stato possibile all'indomani del voto per l'Oxy al memorandum).
Fonte
A dirlo, senza alcuna autocritica, la campionessa della a linea “bisogna rispettare le regole”. Ovvero Angela Merkel, cioè la Germania.
"Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un'Unione Europea con differenti velocità e che non tutti parteciperebbero ogni volta ai tutti i passaggi dell'integrazione. Penso che questo potrebbe essere inserito nella Dichiarazione di Roma".
Il minivertice di Malta, ieri, doveva servire soltanto a cementare la scelta della Ue sul problema dei migranti dall'Africa, attraverso la Libia. Un “muroammare” fatto di navi militari, con una prima fila libica (dalla dubbia consistenza, vista la scarsa popolarità – diciamo così – del governo quisling di Al Sarraj), e una seconda europea. In primo luogo italiana.
Ed invece è diventato l'occasione per rompere un tabù (la continua espansione e integrazione dell'Unione) e impostare un diverso assetto strategico (Europa “a cerchi concentrici”). Il tutto in tempi molto brevi, visto che la dichiarazione di questa nuova impostazione dovrebbe essere formalizzata a Roma in marzo, in occasione delle cerimonie per il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Quasi paradossale che un'occasione per celebrare la retorica unitaria venga a questo punto trasformata nel punto di partenza di un processo di differenziazione che potrebbe in breve termine diventare disgregazione.
Ma il velocissimo cambiamento di scenario suscitato da un'amministrazione Usa convinta di dover e poter anteporre i “rapporti bilaterali” alla faticosa costruzione di istituti sovranazionali (per quanto “orientati” sempre dal paese più potente), sommato a dieci anni di crisi e depressione economica dell'eurozona, nonché all'avvio dei negoziati per la Brexit, costringe Berlino e Parigi a rivedere le basi strategiche dell'unità europea.
Per ora non abbiamo che una dichiarazione programmatica (Europa a più velocità), e bisognerà attendere che il vertice di marzo a Roma formalizzi questo cambiamento, per dare poi il via presumibilmente a una lunga e articolata revisione dei trattati.
Del resto questo round di “riforma” si rendeva necessario, in parte, per accompagnare in modo ordinato la Gran Bretagna fuori dall'Unione a 28. Le voci sempre più insistenti che danno ormai per fatta l'uscita della Grecia dalla moneta unica – alla faccia dell'”irreversibile” pronunciato più volte dal presidente della Bce – certificano infatti che la costruzione fin qui tentata non riesce più a stare in piedi. Per lo meno, non riesce più a contenere esigenze e problemi che rischiano a questo punto di destabilizzare l'area.
E' noto che il 2017 è anche l'anno di elezioni politiche importanti in almeno tre paesi chiave fondatori dell'Unione (Olanda, Francia e Germania), mentre sembrano slittare all'inizio del prossimo anno quelle del terzo “big” macinato internamente dalla crisi (l'Italia, of course). In tutti questi paesi i problemi dell'appartenenza all'Unione sono ormai messi apertamente in discussione come tema elettorale, garantendo o la vittoria (in Olanda, pare) o “minoranze di blocco” (di certo in Francia, ma probabilmente anche in Germania) a forze “euroscettiche e nazionaliste.
Con queste prospettive politiche, si sono detti a Berlino e Parigi, non è pensabile alcun passo avanti verso una maggiore integrazione europea di tutti i paesi attualmente membri e candidati. Maggiore integrazione significa infatti cessione di ulteriori e sostanziali quote di sovranità nazionale, affidando alle istituzioni dell'Unione poteri di tipo statuale, fino a una vera e propria politica economica e fiscale comuni. Una prospettiva che viene vissuta in modo opposto dai paesi deboli e da quelli forti. I Piigs mediterranei nutrono sempre meno illusioni sul carattere “benefico” di questa integrazione, mentre soprattutto a Berlino vengono i brividi al pensiero di dover trasferire risorse verso le “cicale al mare” per aiutarle a superare una crisi devastante.
Secondo il "gruppo di testa" dell'Unione, dunque, la soluzione non può che essere quella delle due o tre velocità. Poi chi passerà i nuovi esami potrebbe rientrare nel gruppo dei virtuosi (i paesi del Grande Nord, fondamentalmente), gli altri dovranno districarsi in faticose e disastrose ginnastiche su conti e spesa pubblica per poter aspirare al re-ingresso nel club di quelli che contano.
Dunque nuovi trattati, più vincolanti e pensati anche per scoraggiare l'ingerenza statunitense, cui sono sensibili soprattutto i paesi dell'Est (Polonia, Ungheria, Baltici), accusati ancora qualche giorno fa da Hollande di vedere nell'Europa poco più di una “una cassa da cui attingere”.
Un tentativo complicato, a metà strada tra la necessità di provare a “stringere” maggiormente i vincoli e quella – fin qui affrontata in chiave di “flessibilità contrattata”, senza alcun successo – di allentarli per quei paesi che non possono reggere la “competizione” (internazionale, ma anche infracomunitaria) adottando moneta e vincoli di bilancio.
L'idea è fissata in un rapporto provvisorio da tre membri storici minori – Lussemburgo, Belgio, Olanda:”Diversi percorsi di integrazione e una migliore cooperazione potrebbero portare risposte efficaci alle sfide che riguardano gli Stati a diversi livelli”.
Diversi, diversi, diversi... L'epoca della corsa all'omogenizzazione scandita dalle indicazioni di Bruxelles sembra già alle spalle. Quelli che sono “simili” già oggi, possono andare avanti insieme più velocemente; gli altri, facciano il loro meglio, se ne sono capaci... Altrimenti si mettano a studiare la storia greca recente – e soprattutto quella da scrivere dall'estate in poi, data indicata per una Grexit gestita dalla Troika (anziché dal governo ellenico, come sarebbe stato possibile all'indomani del voto per l'Oxy al memorandum).
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25/09/2015
Gli obiettivi del memorandum sono insostenibili
l’Espresso online, 22 settembre 2015
L’economista Emiliano Brancaccio commenta le elezioni in Grecia e la nascita del secondo governo di Syriza. «Quelli del memorandum sono obiettivi insostenibili», dice, e punta il dito sulle privatizzazioni: «Aggraveranno la deflazione e ne guadagneranno solo gli acquirenti. Occorre prepararsi a nuove crisi e all’eventualità di uscita dall’eurozona».
di Luca Sappino
«Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco – svuotato di ogni potere – è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.
Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
«Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».
Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
«Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».
Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
«Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo – e non mi sembra – per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».
Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco…
«Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».
Forse – soprattutto – è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali…
Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale.
Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
«Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».
La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
«No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».
Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
«Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».
Fonte
L’economista Emiliano Brancaccio commenta le elezioni in Grecia e la nascita del secondo governo di Syriza. «Quelli del memorandum sono obiettivi insostenibili», dice, e punta il dito sulle privatizzazioni: «Aggraveranno la deflazione e ne guadagneranno solo gli acquirenti. Occorre prepararsi a nuove crisi e all’eventualità di uscita dall’eurozona».
di Luca Sappino
«Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco – svuotato di ogni potere – è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.
Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
«Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».
Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
«Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».
Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
«Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo – e non mi sembra – per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».
Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco…
«Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».
Forse – soprattutto – è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali…
Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale.
Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
«Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».
La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
«No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».
Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
«Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».
Fonte
24/08/2015
Varoufakis: "Abbiamo tradito la maggioranza del popolo greco"
Documentare quanto accaduto, dall'interno. E' con tale spirito che pubblichiamo questa intervista a Yanis Varoufakis, tradotta e postata da esseresinistra. Ai nostri lettori non sfuggiranno le differenze di vedute tra questo giornale e l'ex ministro delle finanze greco, riguardanti la prospettiva politica che possono praticare i movimenti popolari in Europa. Ma le informazioni che rilascia e soprattutto la serietà con cui si assume le proprie responsabilità, rifiutando il classico "scaricabarile" dei politicanti di professione, rendono la sua testimonianza e le sue riflessioni sempre molto utili.
[Traduzione dell’intervista di Yanis Varoufakis rilasciata a Pavlov Kapatais de L’OBS]
Abbiamo incontrato l’ex ministro delle Finanze greco un giorno prima che Alexis Tsipras annunciasse le elezioni anticipate.
Sarà l’ospite d’onore, la prossima Domenica, della Festa della Rosa organizzata da Arnaud Montebourg. Ci parla delle sue dimissioni e delle sue relazioni con il primo ministro greco.
Si tratta di un uomo sorridente, apparentemente pacificato, che ci accoglie nella sua seconda casa sull’isola di Egina. Sua moglie, Danae, e un caro amico sono seduti sulla terrazza con vista sul mare.
Intervista di Pavlos Kapantais.
Lei è stato contrario alla decisione di Alexis Tsipras, il 13 luglio, di aderire alle richieste dei creditori. La vedremo nelle liste elettorali di un altro partito alle prossime elezioni?
Yanis Varoufakis: Se le elezioni anticipate portano a un governo di un partito che ha ricevuto un mandato popolare per attuare l’accordo del 13 luglio, io ovviamente non posso essere incluso.
Alexis Tsipras ha gestito il vertice UE del 12 luglio, dove abbiamo partecipato, con una capitolazione di fatto del paese, spiegando la sua posizione. Ci si trovava, ha detto, in un serio dilemma: o accettiamo questo programma insostenibile, oppure il piano Schäuble [il ministro delle Finanze tedesco, ndr] di “defenestrazione” della Grecia dalla zona euro verrà messo in atto.
È da qui che parte la mia principale obiezione: non credo che il dilemma sia lì.
Credo che il “piano Schäuble” si stia realizzando. Ed è ‘votando’ no al referendum che si rimane fedele al programma di Syriza. Se sono d’accordo con Alexis Tsipras a dire che la Grexit doveva essere evitata, a mio parere, mantenendo la Grecia nella zona euro, si doveva passare dal rifiuto del nuovo terzo memorandum. E’ qui che le nostre opinioni divergono. Alexis [Tsipras] ritiene che l’accordo è l’alternativa al “Grexit” di Schäuble, mentre io ritengo che questo memorandum sia parte del piano Schäuble [l’uscita della Grecia dalla zona euro].
Durante i negoziati, lei ha spesso detto che, al fine del successo dei negoziati, il FMI, la Commissione e la Banca centrale europea dovevano essere meno divisi. Qual era la natura di queste divisioni?
Yanis Varoufakis: E’ ovvio che sarebbe stato più facile... Il FMI ha riconosciuto sin dall’inizio che il debito era troppo grande per aspettarsi di riottenere il suo importo da un paese. Ma lo stesso istituto era irrevocabile sulle riforme del diritto del lavoro. Tuttavia, quando si va a parlare con i cittadini europei, ci dicono l’esatto contrario! Essi hanno convenuto con noi sul diritto del lavoro, ma per essi, prendere in considerazione il fatto di un sollievo anche parziale del debito rappresenta un tabù. Le loro differenze sono impossibili da gestire, devono essere d’accordo. Quando ci si trova presi tra posizioni in conflitto, la negoziazione diventa quasi impossibile: si è circondati da linee rosse di ogni altro partecipante alle trattative e, quindi, la discussione non può avanzare.
Qual è stato il ruolo della Francia in seno all’Eurogruppo, e come si fa a valutarlo?
Yanis Varoufakis: Il governo francese ha avuto una percezione simile alla nostra. Ma a parte qualche parola di sostegno espressa da Michel Sapin, questo non si è tradotto in un sostegno effettivo. Gli interventi a nostro favore sono stati immediatamente rifiutati da altri, in particolare da Schäuble. E’ vero che quando ho fatto notare la grande differenza tra ciò che è stato detto in privato e ciò che viene enunciato pubblicamente, un funzionario di alto livello mi ha detto che “la Francia non è più quello che era”. All’interno dell’Eurogruppo, abbiamo lavorato con Michel Sapin, tra le altre cose per un compromesso tra continuità degli impegni assunti dallo Stato greco e il principio della democrazia. Il popolo greco si è chiaramente espresso contro l’austerità alle elezioni parlamentari di gennaio. Michel Sapin lo ha ricordato più volte all’interno dell’Eurogruppo. Tuttavia, la risposta di Schäuble è stata categorica: le elezioni non cambiano il problema, perché se le regole dovessero cambiare ogni volta che un nuovo governo viene eletto, l’Eurogruppo non avrebbe alcuna utilità e la zona euro collasserebbe.
Cos’è successo la notte del referendum esattamente circa le sue dimissioni? Gliele ha chieste Alexis Tsipras? Avete preso questa decisione insieme, o è una garanzia che doveva dare sotto ricatto, una resa?
Yanis Varoufakis: La settimana che ha preceduto la chiusura delle banche, ho creduto – e ancora considero giusto – che ci si doveva opporre a questa scandalosa decisione dell’Eurogruppo. Ma, poiché eravamo in rettilineo sulla via del referendum, era nostro dovere stare insieme e lavorare per la vittoria del “No”. E il “No” ha vinto.
Α quel punto, ho sentito una grande responsabilità nei confronti delle persone che si stavano opponendo a tutti gli attacchi dei media contro i sostenitori del “no” in un momento in cui le banche sono state chiuse per spaventarli. Ho considerato poi che il nostro ruolo doveva essere quello di onorare il coraggio. Sono arrivato al Maximos [residenza ufficiale del primo ministro greco, ndr] permeato e motivato dall’energia del coraggio della nostra gente e mi sono trovato a dovermi confrontare con la volontà di resa da parte degli altri membri del nostro gruppo politico responsabile dei negoziati. La mia posizione è sempre stata quella di dire: “Preferirei tagliarmi una mano piuttosto che firmare un nuovo memorandum”. A quel punto, le mie dimissioni sono sembrate a tutti come ovvie.
Alexis Tsipras avrebbe rassegnato le dimissioni?
Yanis Varoufakis: Personalmente, credo ancora a cosa mi è stato detto. Quando ci siamo accordati, ci siamo detti due cose io e Alexis Tsipras: in primo luogo, che il nostro governo avrebbe cercato di creare davvero una sorpresa facendo ciò che avevamo promesso di fare. In secondo luogo, che, se mai ci fossimo arrivati, ci saremmo dimessi piuttosto che tradire le promesse elettorali. È per questo che, per inciso, pochi giorni prima del referendum, ho detto che se il “sì” avesse prevalso, mi sarei dimesso immediatamente. Non ho la possibilità di fare cose in cui non credo. Ho pensato che fosse la nostra linea comune. Alla fine, attraverso le decisioni del governo, è il “sì” che ha vinto e non il “No”...
Ti senti tradito da Alexis Tsipras?
Yanis Varoufakis: Penso che abbiamo tradito la grande maggioranza (62%) del popolo greco. Allo stesso tempo, è chiaro che questo risultato non era un mandato di uscita dalla zona euro. Così come Alexis Tsipras, sono sempre stato contrario a questo scenario, anche se ho criticato violentemente l’architettura della zona euro. Questo è anche il motivo principale per cui sono stato nominato ministro delle Finanze. Ma attraverso questo referendum, la gente ci ha detto chiaramente: “Lotta per un affare migliore, e se se qualcuno vi minaccia il Grexit o altre calamità, non abbiate paura”.
Era davvero pronto a lasciare l’euro concretamente?
Yanis Varoufakis: Questa è una domanda interessante per la zona euro nel suo complesso. Il problema è che non siamo in grado di prendere in seria considerazione una possibile uscita di un paese dalla zona euro. Non appena inizia la discussione, il meccanismo inizia a generare ben presto il collasso delle banche del paese interessato. Pertanto, è semplicemente impossibile avere un “piano B” operativo. Ci può essere solo teorico. Il nostro studio sul tema, come ad esempio anche quelli della BCE a proposito, è stato affidato a solo 5-6 persone per rimanere discreto. Per un tale piano operativo, ci vorrebbe quasi un migliaio di esperti coordinati tra loro. Così non poteva più essere tenuto segreto, e quindi avrebbe provocato una corsa agli sportelli, con una uscita dall’euro come chiave...
Alexis Tsipras ha quindi mai considerato seriamente questo scenario?
Yanis Varoufakis: Penso che questo non era previsto, né da Tsipras, né da me. Quello che ho cercato di impostare dopo che Dijsselbloem [Presidente del Gruppo Euro], dal 30 gennaio, ha minacciato irregolarmente di chiudere le nostre banche, se non avessimo applicato il memorandum, era una serie di soluzioni urgenti per creare liquidità se questo scenario si fosse verificato. L’obiettivo era di sopravvivere alcune settimane all’interno della zona euro, nonostante le banche chiuse, fino a raggiungere un accordo. Purtroppo il governo non ha voluto attuare questo programma: abbiamo solo aspettato per il referendum, per poi, subito dopo, capitolare.
A che cosa, in ultima analisi, è servito il referendum?
Yanis Varoufakis: Per la Grecia, non è servito a nulla. Non ha aiutato il governo. Non ha aiutato le persone che hanno votato “no”. Le persone sono state abbandonate e tradite. Eppure, in questa occasione, il popolo europeo ha visto che ci sono orgogliosi cittadini che hanno rifiutato il ricatto e non si lasciano manipolare dai loro mezzi di comunicazione. I Greci hanno mostrato un esempio per gli altri popoli europei. Ma la leadership politica greca, me compreso, non ha catturato la resistenza popolare e non l’ha trasformata in una forza per porre fine all’autoritarismo e all’assurdità del sistema.
Credi che il FMI parteciperà al programma greco?
Yanis Varoufakis: Non riesco a immaginare come il FMI potrebbe partecipare a questo nuovo programma senza che questo gli crei enormi problemi interni. Nei giorni scorsi, però, ci sono state voci in Europa che stanno iniziando a discutere di un allungamento delle scadenze sul debito greco.
Non credi che questo sarà sufficiente a convincere il FMI a partecipare?
Yanis Varoufakis: Dipende da come saranno impostati i parametri. Se l’Eurogruppo decide che 312 miliardi di debito saranno rimborsati nell’anno 2785 e fino ad allora non ci saranno pagamenti da fare, questo potrebbe funzionare, in quanto sarebbe in realtà un condono del debito. Al momento c’è un problema sia con il valore nominale del debito, sia con le scadenze di pagamento. Per essere concreti, bisogna guardare a ciò che è previsto per il 2022. E’ comico! I pagamenti annuali previsti d’improvviso vanno da 10 a 30 miliardi l’anno! E’ come se avessimo dichiarato al mondo intero che nell’orizzonte tra il 2022-2023, la Grecia cadrebbe in bancarotta! Chi investirebbe a queste condizioni per lungo termine, quando si sa che nel 2018 il paese dovrebbe mostrare un’eccedenza di bilancio pari al 3,5%, il che significa ovviamente significativi aumenti delle tasse, che porteranno il Paese contro il muro...
Qual è la sua soluzione?
Yanis Varoufakis: Mi permetta un’altra domanda, che anzi, ho già presentato ai membri dell’Eurogruppo che spingono il loro ragionamento fino alla fine: “Non sarebbe meglio abolire le elezioni per i paesi in cui è in corso un programma di aiuti? Questo avrebbe il merito di essere chiari. Potremmo dichiarare anche che abbiamo creato un’unione monetaria in Europa, che ha abolito la democrazia per i paesi con un debito che non possono pagare”. Come si può vedere, la discussione si fermò lì… i miei avversari più forti, al di là di Schäuble, sono i paesi che hanno imposto alle loro popolazioni cure di austerità. Quando sappiamo, per esempio, che in Lettonia la metà della popolazione è dovuta emigrare a causa delle misure di austerità imposte al paese, è prevedibile che i leader lettoni non vogliano essere esposti a una pubblica condanna permettendo al governo greco di dimostrare l’esistenza di un percorso alternativo.
Cosa fa Euclid Tsakalotos, il nuovo ministro delle Finanze? Che consigli gli ha dato?
Yanis Varoufakis: Euclid è un carissimo amico e un grande collega. Siamo molto vicini. E’ come un fratello per me. E mi dispiace per lui: quando ho assunto il Ministero abbiamo vissuto momenti storici di eroismo e allegria. Euclid è stato nominato, ed egli ne è pienamente consapevole, per realizzare la capitolazione.
Come vede oggi il futuro di Syriza e quello della Grecia?
Yanis Varoufakis: Bisogna sempre restare ottimisti quando si parla di un paese come la Grecia, che ha avuto una storia lunga di migliaia di anni. Ritengo che, più la crisi si approfondisce, più ci stiamo avvicinando al momento in cui, finalmente, avremo accesso alla luce. L’ora più buia è sempre prima dell’alba. Per quanto riguarda Syriza, se il partito non riesce a rimanere unito nonostante le differenze di opinione circa il modo di attraversare l’accordo, non ha futuro. In caso di successo, svolgerà un ruolo egemone in Grecia per molti anni.
Ma come può rimanere unita Syriza, date le sue attuali profonde divisioni?
Yanis Varoufakis: I buoni amici possono stare insieme nonostante le differenze. Se siamo in grado di tenere questo in mente è una speranza per l’unità. Ma questa speranza scomparirà prima o poi, se continuiamo ad applicare il memorandum sostenendo che è praticabile.
Pensi che l’amministrazione e lo Stato greco siano in grado di riformarsi?
Yanis Varoufakis: Certo! Non dobbiamo essere pessimisti. Dopo gli ultimi venti anni, abbiamo già ottenuto qualche progresso. Ma purtroppo la Troika, non è veramente interessata a questo. Quello che vuole, per la maggior parte, è di mantenere la sua presa sull’economia del nostro Paese.
Pubblicherà una registrazione sulle riunioni dell’Eurogruppo?
Yanis Varoufakis: Se non l’ho fatto finora, e nonostante tutte le bugie che sono state raccontate su di me, è per dimostrare che io rispetto le regole, ma nonostante la loro importanza, non c’è nessuna registrazione ufficiale delle sue riunioni! Un giorno, si dovrà fare in modo che le riunioni siano rese note attraverso registri pubblici.
Come vedi il tuo futuro?
Yanis Varoufakis: (Ride) Domanda interessante! Rimango politicamente attivo, non importa per cosa, ma con una nuova certezza: tutte queste questioni, l’austerità, il debito... devono essere pensate a livello europeo. E in consultazione con i popoli che soffrono e i loro rappresentanti, e non da un Eurogruppo che di per sé non ha esistenza istituzionale e non deve rendere conto a nessuna istituzione. Se non c’è un movimento europeo per democratizzare l’area dell’euro, nessun popolo europeo vedrà giorni migliori: né i francesi, né gli italiani o quello irlandese. Questa è una lotta fondamentale che resta ancora da fare.
Fonte
*****
[Traduzione dell’intervista di Yanis Varoufakis rilasciata a Pavlov Kapatais de L’OBS]
Abbiamo incontrato l’ex ministro delle Finanze greco un giorno prima che Alexis Tsipras annunciasse le elezioni anticipate.
Sarà l’ospite d’onore, la prossima Domenica, della Festa della Rosa organizzata da Arnaud Montebourg. Ci parla delle sue dimissioni e delle sue relazioni con il primo ministro greco.
Si tratta di un uomo sorridente, apparentemente pacificato, che ci accoglie nella sua seconda casa sull’isola di Egina. Sua moglie, Danae, e un caro amico sono seduti sulla terrazza con vista sul mare.
Intervista di Pavlos Kapantais.
Lei è stato contrario alla decisione di Alexis Tsipras, il 13 luglio, di aderire alle richieste dei creditori. La vedremo nelle liste elettorali di un altro partito alle prossime elezioni?
Yanis Varoufakis: Se le elezioni anticipate portano a un governo di un partito che ha ricevuto un mandato popolare per attuare l’accordo del 13 luglio, io ovviamente non posso essere incluso.
Alexis Tsipras ha gestito il vertice UE del 12 luglio, dove abbiamo partecipato, con una capitolazione di fatto del paese, spiegando la sua posizione. Ci si trovava, ha detto, in un serio dilemma: o accettiamo questo programma insostenibile, oppure il piano Schäuble [il ministro delle Finanze tedesco, ndr] di “defenestrazione” della Grecia dalla zona euro verrà messo in atto.
È da qui che parte la mia principale obiezione: non credo che il dilemma sia lì.
Credo che il “piano Schäuble” si stia realizzando. Ed è ‘votando’ no al referendum che si rimane fedele al programma di Syriza. Se sono d’accordo con Alexis Tsipras a dire che la Grexit doveva essere evitata, a mio parere, mantenendo la Grecia nella zona euro, si doveva passare dal rifiuto del nuovo terzo memorandum. E’ qui che le nostre opinioni divergono. Alexis [Tsipras] ritiene che l’accordo è l’alternativa al “Grexit” di Schäuble, mentre io ritengo che questo memorandum sia parte del piano Schäuble [l’uscita della Grecia dalla zona euro].
Durante i negoziati, lei ha spesso detto che, al fine del successo dei negoziati, il FMI, la Commissione e la Banca centrale europea dovevano essere meno divisi. Qual era la natura di queste divisioni?
Yanis Varoufakis: E’ ovvio che sarebbe stato più facile... Il FMI ha riconosciuto sin dall’inizio che il debito era troppo grande per aspettarsi di riottenere il suo importo da un paese. Ma lo stesso istituto era irrevocabile sulle riforme del diritto del lavoro. Tuttavia, quando si va a parlare con i cittadini europei, ci dicono l’esatto contrario! Essi hanno convenuto con noi sul diritto del lavoro, ma per essi, prendere in considerazione il fatto di un sollievo anche parziale del debito rappresenta un tabù. Le loro differenze sono impossibili da gestire, devono essere d’accordo. Quando ci si trova presi tra posizioni in conflitto, la negoziazione diventa quasi impossibile: si è circondati da linee rosse di ogni altro partecipante alle trattative e, quindi, la discussione non può avanzare.
Qual è stato il ruolo della Francia in seno all’Eurogruppo, e come si fa a valutarlo?
Yanis Varoufakis: Il governo francese ha avuto una percezione simile alla nostra. Ma a parte qualche parola di sostegno espressa da Michel Sapin, questo non si è tradotto in un sostegno effettivo. Gli interventi a nostro favore sono stati immediatamente rifiutati da altri, in particolare da Schäuble. E’ vero che quando ho fatto notare la grande differenza tra ciò che è stato detto in privato e ciò che viene enunciato pubblicamente, un funzionario di alto livello mi ha detto che “la Francia non è più quello che era”. All’interno dell’Eurogruppo, abbiamo lavorato con Michel Sapin, tra le altre cose per un compromesso tra continuità degli impegni assunti dallo Stato greco e il principio della democrazia. Il popolo greco si è chiaramente espresso contro l’austerità alle elezioni parlamentari di gennaio. Michel Sapin lo ha ricordato più volte all’interno dell’Eurogruppo. Tuttavia, la risposta di Schäuble è stata categorica: le elezioni non cambiano il problema, perché se le regole dovessero cambiare ogni volta che un nuovo governo viene eletto, l’Eurogruppo non avrebbe alcuna utilità e la zona euro collasserebbe.
Cos’è successo la notte del referendum esattamente circa le sue dimissioni? Gliele ha chieste Alexis Tsipras? Avete preso questa decisione insieme, o è una garanzia che doveva dare sotto ricatto, una resa?
Yanis Varoufakis: La settimana che ha preceduto la chiusura delle banche, ho creduto – e ancora considero giusto – che ci si doveva opporre a questa scandalosa decisione dell’Eurogruppo. Ma, poiché eravamo in rettilineo sulla via del referendum, era nostro dovere stare insieme e lavorare per la vittoria del “No”. E il “No” ha vinto.
Α quel punto, ho sentito una grande responsabilità nei confronti delle persone che si stavano opponendo a tutti gli attacchi dei media contro i sostenitori del “no” in un momento in cui le banche sono state chiuse per spaventarli. Ho considerato poi che il nostro ruolo doveva essere quello di onorare il coraggio. Sono arrivato al Maximos [residenza ufficiale del primo ministro greco, ndr] permeato e motivato dall’energia del coraggio della nostra gente e mi sono trovato a dovermi confrontare con la volontà di resa da parte degli altri membri del nostro gruppo politico responsabile dei negoziati. La mia posizione è sempre stata quella di dire: “Preferirei tagliarmi una mano piuttosto che firmare un nuovo memorandum”. A quel punto, le mie dimissioni sono sembrate a tutti come ovvie.
Alexis Tsipras avrebbe rassegnato le dimissioni?
Yanis Varoufakis: Personalmente, credo ancora a cosa mi è stato detto. Quando ci siamo accordati, ci siamo detti due cose io e Alexis Tsipras: in primo luogo, che il nostro governo avrebbe cercato di creare davvero una sorpresa facendo ciò che avevamo promesso di fare. In secondo luogo, che, se mai ci fossimo arrivati, ci saremmo dimessi piuttosto che tradire le promesse elettorali. È per questo che, per inciso, pochi giorni prima del referendum, ho detto che se il “sì” avesse prevalso, mi sarei dimesso immediatamente. Non ho la possibilità di fare cose in cui non credo. Ho pensato che fosse la nostra linea comune. Alla fine, attraverso le decisioni del governo, è il “sì” che ha vinto e non il “No”...
Ti senti tradito da Alexis Tsipras?
Yanis Varoufakis: Penso che abbiamo tradito la grande maggioranza (62%) del popolo greco. Allo stesso tempo, è chiaro che questo risultato non era un mandato di uscita dalla zona euro. Così come Alexis Tsipras, sono sempre stato contrario a questo scenario, anche se ho criticato violentemente l’architettura della zona euro. Questo è anche il motivo principale per cui sono stato nominato ministro delle Finanze. Ma attraverso questo referendum, la gente ci ha detto chiaramente: “Lotta per un affare migliore, e se se qualcuno vi minaccia il Grexit o altre calamità, non abbiate paura”.
Era davvero pronto a lasciare l’euro concretamente?
Yanis Varoufakis: Questa è una domanda interessante per la zona euro nel suo complesso. Il problema è che non siamo in grado di prendere in seria considerazione una possibile uscita di un paese dalla zona euro. Non appena inizia la discussione, il meccanismo inizia a generare ben presto il collasso delle banche del paese interessato. Pertanto, è semplicemente impossibile avere un “piano B” operativo. Ci può essere solo teorico. Il nostro studio sul tema, come ad esempio anche quelli della BCE a proposito, è stato affidato a solo 5-6 persone per rimanere discreto. Per un tale piano operativo, ci vorrebbe quasi un migliaio di esperti coordinati tra loro. Così non poteva più essere tenuto segreto, e quindi avrebbe provocato una corsa agli sportelli, con una uscita dall’euro come chiave...
Alexis Tsipras ha quindi mai considerato seriamente questo scenario?
Yanis Varoufakis: Penso che questo non era previsto, né da Tsipras, né da me. Quello che ho cercato di impostare dopo che Dijsselbloem [Presidente del Gruppo Euro], dal 30 gennaio, ha minacciato irregolarmente di chiudere le nostre banche, se non avessimo applicato il memorandum, era una serie di soluzioni urgenti per creare liquidità se questo scenario si fosse verificato. L’obiettivo era di sopravvivere alcune settimane all’interno della zona euro, nonostante le banche chiuse, fino a raggiungere un accordo. Purtroppo il governo non ha voluto attuare questo programma: abbiamo solo aspettato per il referendum, per poi, subito dopo, capitolare.
A che cosa, in ultima analisi, è servito il referendum?
Yanis Varoufakis: Per la Grecia, non è servito a nulla. Non ha aiutato il governo. Non ha aiutato le persone che hanno votato “no”. Le persone sono state abbandonate e tradite. Eppure, in questa occasione, il popolo europeo ha visto che ci sono orgogliosi cittadini che hanno rifiutato il ricatto e non si lasciano manipolare dai loro mezzi di comunicazione. I Greci hanno mostrato un esempio per gli altri popoli europei. Ma la leadership politica greca, me compreso, non ha catturato la resistenza popolare e non l’ha trasformata in una forza per porre fine all’autoritarismo e all’assurdità del sistema.
Credi che il FMI parteciperà al programma greco?
Yanis Varoufakis: Non riesco a immaginare come il FMI potrebbe partecipare a questo nuovo programma senza che questo gli crei enormi problemi interni. Nei giorni scorsi, però, ci sono state voci in Europa che stanno iniziando a discutere di un allungamento delle scadenze sul debito greco.
Non credi che questo sarà sufficiente a convincere il FMI a partecipare?
Yanis Varoufakis: Dipende da come saranno impostati i parametri. Se l’Eurogruppo decide che 312 miliardi di debito saranno rimborsati nell’anno 2785 e fino ad allora non ci saranno pagamenti da fare, questo potrebbe funzionare, in quanto sarebbe in realtà un condono del debito. Al momento c’è un problema sia con il valore nominale del debito, sia con le scadenze di pagamento. Per essere concreti, bisogna guardare a ciò che è previsto per il 2022. E’ comico! I pagamenti annuali previsti d’improvviso vanno da 10 a 30 miliardi l’anno! E’ come se avessimo dichiarato al mondo intero che nell’orizzonte tra il 2022-2023, la Grecia cadrebbe in bancarotta! Chi investirebbe a queste condizioni per lungo termine, quando si sa che nel 2018 il paese dovrebbe mostrare un’eccedenza di bilancio pari al 3,5%, il che significa ovviamente significativi aumenti delle tasse, che porteranno il Paese contro il muro...
Qual è la sua soluzione?
Yanis Varoufakis: Mi permetta un’altra domanda, che anzi, ho già presentato ai membri dell’Eurogruppo che spingono il loro ragionamento fino alla fine: “Non sarebbe meglio abolire le elezioni per i paesi in cui è in corso un programma di aiuti? Questo avrebbe il merito di essere chiari. Potremmo dichiarare anche che abbiamo creato un’unione monetaria in Europa, che ha abolito la democrazia per i paesi con un debito che non possono pagare”. Come si può vedere, la discussione si fermò lì… i miei avversari più forti, al di là di Schäuble, sono i paesi che hanno imposto alle loro popolazioni cure di austerità. Quando sappiamo, per esempio, che in Lettonia la metà della popolazione è dovuta emigrare a causa delle misure di austerità imposte al paese, è prevedibile che i leader lettoni non vogliano essere esposti a una pubblica condanna permettendo al governo greco di dimostrare l’esistenza di un percorso alternativo.
Cosa fa Euclid Tsakalotos, il nuovo ministro delle Finanze? Che consigli gli ha dato?
Yanis Varoufakis: Euclid è un carissimo amico e un grande collega. Siamo molto vicini. E’ come un fratello per me. E mi dispiace per lui: quando ho assunto il Ministero abbiamo vissuto momenti storici di eroismo e allegria. Euclid è stato nominato, ed egli ne è pienamente consapevole, per realizzare la capitolazione.
Come vede oggi il futuro di Syriza e quello della Grecia?
Yanis Varoufakis: Bisogna sempre restare ottimisti quando si parla di un paese come la Grecia, che ha avuto una storia lunga di migliaia di anni. Ritengo che, più la crisi si approfondisce, più ci stiamo avvicinando al momento in cui, finalmente, avremo accesso alla luce. L’ora più buia è sempre prima dell’alba. Per quanto riguarda Syriza, se il partito non riesce a rimanere unito nonostante le differenze di opinione circa il modo di attraversare l’accordo, non ha futuro. In caso di successo, svolgerà un ruolo egemone in Grecia per molti anni.
Ma come può rimanere unita Syriza, date le sue attuali profonde divisioni?
Yanis Varoufakis: I buoni amici possono stare insieme nonostante le differenze. Se siamo in grado di tenere questo in mente è una speranza per l’unità. Ma questa speranza scomparirà prima o poi, se continuiamo ad applicare il memorandum sostenendo che è praticabile.
Pensi che l’amministrazione e lo Stato greco siano in grado di riformarsi?
Yanis Varoufakis: Certo! Non dobbiamo essere pessimisti. Dopo gli ultimi venti anni, abbiamo già ottenuto qualche progresso. Ma purtroppo la Troika, non è veramente interessata a questo. Quello che vuole, per la maggior parte, è di mantenere la sua presa sull’economia del nostro Paese.
Pubblicherà una registrazione sulle riunioni dell’Eurogruppo?
Yanis Varoufakis: Se non l’ho fatto finora, e nonostante tutte le bugie che sono state raccontate su di me, è per dimostrare che io rispetto le regole, ma nonostante la loro importanza, non c’è nessuna registrazione ufficiale delle sue riunioni! Un giorno, si dovrà fare in modo che le riunioni siano rese note attraverso registri pubblici.
Come vedi il tuo futuro?
Yanis Varoufakis: (Ride) Domanda interessante! Rimango politicamente attivo, non importa per cosa, ma con una nuova certezza: tutte queste questioni, l’austerità, il debito... devono essere pensate a livello europeo. E in consultazione con i popoli che soffrono e i loro rappresentanti, e non da un Eurogruppo che di per sé non ha esistenza istituzionale e non deve rendere conto a nessuna istituzione. Se non c’è un movimento europeo per democratizzare l’area dell’euro, nessun popolo europeo vedrà giorni migliori: né i francesi, né gli italiani o quello irlandese. Questa è una lotta fondamentale che resta ancora da fare.
Fonte
22/08/2015
Syriza si spacca, nasce la sinistra contro l'Unione Europea
Nella Grecia che si avvia alle elezioni anticipate – mentre si svolge il rito degli inutili tentativi di formare un governo da parte del capo dell'opposizione, Evangelos Meimarakis – c'è un fatto nuovo rilevante. La sinistra di Syriza ha rotto gli indugi e formato un nuovo gruppo parlamentare, forte per ora di quasi una trentina di deputati (la cifra oscilla tra 25 e 29), abbastanza da farne il terzo incomodo dopo la stessa Syriza e i conservatori di Nea Dimokratia.
L'incertezza sui numeri è indicativa di un travaglio doloroso che percorre i 43 “ribelli” che hanno detto in vario modo “no” al terzo piano di salvataggio deciso dai creditori e accettato da Alexis Tsipras. Un fatto del tutto fisiologico per un movimento, più che un partito, cresciuto nel corso di cinque anni di conflitto sociale contro l'austerità e infine scopertosi inerme davanti al feroce potere finanziario che non era preparato a combattere. Della lista, per il momento, non fanno parte due dei più noti critici del “nuovo Tsipras”, ovvero l'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis (a cui tutti dobbiamo la conoscenza delle dinamiche reali all'interno dell'Eurogruppo, compresa l'illegalità totale di questa “istituzione”) e la presidente del Parlamento, Zoe Kostantopulou.
Il gruppo prenderà probabilmente il nome di Unità Popolare (Leiki Anotita, Lae) e in linea teorica, tra due giorni, il suo coordinatore – l'ex ministro dell'energia Panagiotis Lafazanis – potrebbe ricevere l'incarico impossibile di formare un nuovo governo. La costituzione ellenica prescrive infatti solo tre giorni di tempo per tentare di formare un governo, dopo di che l'incarico passa al leader della forza politica con più seggi in Parlamento. Come anticipato con un po' di ottimismo da Kostas Isichos, uno dei parlamentari di Unità Popolare: «E' ovvio che ci daranno il terzo mandato esplorativo, esauriremo tutte le opportunità per illustrare il potenziale dell'abolizione del memorandum». Scontata l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo di formare un governo, insomma, quei tre giorni sarebbero utili alla nuova formazione per illustrare alla popolazione con chiarezza quali prospettive il paese si trova davanti dopo la terribile esperienza di una speranza di cambiamento schiacciata dai rapporto di forza.
Sarebbe la soluzione preferita da Tsipras, che potrebbe sfruttare la popolarità di cui ancora gode prima che si sentano con chiarezza gli effetti sociali delle “riforme” imposte dalla Troika e approvate in Parlamento con i voti dell'opposizione, togliendo ai suoi critici di sinistra una importante finestra mediatica.
Del resto, quello che sta avvenendo ad Atene sembra sia stato deciso ai più alti livelli dell'Unione Europea. Per il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, le dimissioni di Tsipras “non sono state una sorpresa”. E parlando a Brasilia con Dilma Roussef, nel corso di una visita diplomatica e commerciale, Angela Merkel ha spiegato che «Le dimissioni non fanno parte della crisi, ma della soluzione. Tsipras ricostruirà il suo governo, per questo ha rinunciato». Naturalmente un governo senza più il peso della sinistra interna e con l'appoggio stavolta esplicito del “fronte europeista” e reazionario (Nea Demokratia, To Potami e resti del Pasok).
Del resto, fin dalle prime schermaglie conflittuali di febbraio, la posizione di alcuni esponenti di punta dell'Unione Europea era stata chiarissima: "Il vero problema della Grecia è che ha il governo sbagliato". Ora il regime change è stato ottenuto, anche se non è affatto detto che possa tranquillamente produrre una soluzione "efficiente".
La novità rappresentata da Unità Popolare, però, non sta soltanto nel fatto che ora ha finalmente assunto corpo fisico la “sinistra di Syriza”, ma soprattutto nella prospettiva che è andata assumendo durante il conflitto con i “creditori”. E che Lafazanis ha riassunto così nelle prime interviste da leader di Lae: “Per sbarazzarci dei memorandum, siamo pronti anche ad uscire dall'euro in maniera controllata. Non c'è l'inferno fuori dall'eurozona. Noi raccoglieremo l'energia della campagna per il No al referendum. Quel No è stato trasformato in Sì dal governo, ma non rappresenta il popolo”.
È la prima volta che la rottura con l'Unione Europea e con la moneta unica viene apertamente indicata, da una formazione di sinistra radicale presente in forze in Parlamento, come soluzione possibile per i problemi di un paese Piigs. Si sente, in questa svolta strategica e politica, l'influenza di Kostas Lapavitsas, deputato ed economista, ma anche apprezzato docente professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).
Vedremo molto presto gli sviluppi, a cominciare ovviamente dai risultati elettorali a breve, ma almeno a noi diventa chiarissimo come la prospettiva della “rottura dell'Unione Europea” sia passata ormai dalla fase delle posizioni teoriche a quella della pratica politica reale. Sarebbe il caso che anche in Italia se ne prenda finalmente atto, uscendo dalle nebbie oppiacee del "sonno europeista".
Fonte
L'incertezza sui numeri è indicativa di un travaglio doloroso che percorre i 43 “ribelli” che hanno detto in vario modo “no” al terzo piano di salvataggio deciso dai creditori e accettato da Alexis Tsipras. Un fatto del tutto fisiologico per un movimento, più che un partito, cresciuto nel corso di cinque anni di conflitto sociale contro l'austerità e infine scopertosi inerme davanti al feroce potere finanziario che non era preparato a combattere. Della lista, per il momento, non fanno parte due dei più noti critici del “nuovo Tsipras”, ovvero l'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis (a cui tutti dobbiamo la conoscenza delle dinamiche reali all'interno dell'Eurogruppo, compresa l'illegalità totale di questa “istituzione”) e la presidente del Parlamento, Zoe Kostantopulou.
Il gruppo prenderà probabilmente il nome di Unità Popolare (Leiki Anotita, Lae) e in linea teorica, tra due giorni, il suo coordinatore – l'ex ministro dell'energia Panagiotis Lafazanis – potrebbe ricevere l'incarico impossibile di formare un nuovo governo. La costituzione ellenica prescrive infatti solo tre giorni di tempo per tentare di formare un governo, dopo di che l'incarico passa al leader della forza politica con più seggi in Parlamento. Come anticipato con un po' di ottimismo da Kostas Isichos, uno dei parlamentari di Unità Popolare: «E' ovvio che ci daranno il terzo mandato esplorativo, esauriremo tutte le opportunità per illustrare il potenziale dell'abolizione del memorandum». Scontata l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo di formare un governo, insomma, quei tre giorni sarebbero utili alla nuova formazione per illustrare alla popolazione con chiarezza quali prospettive il paese si trova davanti dopo la terribile esperienza di una speranza di cambiamento schiacciata dai rapporto di forza.
Sarebbe la soluzione preferita da Tsipras, che potrebbe sfruttare la popolarità di cui ancora gode prima che si sentano con chiarezza gli effetti sociali delle “riforme” imposte dalla Troika e approvate in Parlamento con i voti dell'opposizione, togliendo ai suoi critici di sinistra una importante finestra mediatica.
Del resto, quello che sta avvenendo ad Atene sembra sia stato deciso ai più alti livelli dell'Unione Europea. Per il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, le dimissioni di Tsipras “non sono state una sorpresa”. E parlando a Brasilia con Dilma Roussef, nel corso di una visita diplomatica e commerciale, Angela Merkel ha spiegato che «Le dimissioni non fanno parte della crisi, ma della soluzione. Tsipras ricostruirà il suo governo, per questo ha rinunciato». Naturalmente un governo senza più il peso della sinistra interna e con l'appoggio stavolta esplicito del “fronte europeista” e reazionario (Nea Demokratia, To Potami e resti del Pasok).
Del resto, fin dalle prime schermaglie conflittuali di febbraio, la posizione di alcuni esponenti di punta dell'Unione Europea era stata chiarissima: "Il vero problema della Grecia è che ha il governo sbagliato". Ora il regime change è stato ottenuto, anche se non è affatto detto che possa tranquillamente produrre una soluzione "efficiente".
La novità rappresentata da Unità Popolare, però, non sta soltanto nel fatto che ora ha finalmente assunto corpo fisico la “sinistra di Syriza”, ma soprattutto nella prospettiva che è andata assumendo durante il conflitto con i “creditori”. E che Lafazanis ha riassunto così nelle prime interviste da leader di Lae: “Per sbarazzarci dei memorandum, siamo pronti anche ad uscire dall'euro in maniera controllata. Non c'è l'inferno fuori dall'eurozona. Noi raccoglieremo l'energia della campagna per il No al referendum. Quel No è stato trasformato in Sì dal governo, ma non rappresenta il popolo”.
È la prima volta che la rottura con l'Unione Europea e con la moneta unica viene apertamente indicata, da una formazione di sinistra radicale presente in forze in Parlamento, come soluzione possibile per i problemi di un paese Piigs. Si sente, in questa svolta strategica e politica, l'influenza di Kostas Lapavitsas, deputato ed economista, ma anche apprezzato docente professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).
Vedremo molto presto gli sviluppi, a cominciare ovviamente dai risultati elettorali a breve, ma almeno a noi diventa chiarissimo come la prospettiva della “rottura dell'Unione Europea” sia passata ormai dalla fase delle posizioni teoriche a quella della pratica politica reale. Sarebbe il caso che anche in Italia se ne prenda finalmente atto, uscendo dalle nebbie oppiacee del "sonno europeista".
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31/07/2015
Il Fmi si sfila e apre la strada alla Grexit
Il Fondo Monetario Internazionale si sfila dal negoziato per il nuovo “piano di salvataggio” della Grecia. E lo fa nel modo lurido che è tipico di chi si sente padrone del mondo.
L'istituto economico con base a Washington e presieduto dalla fedelissima di Sarkozy, Christine Lagarde, ha fatto filtrare prima un documento interno e poi la chiacchierata anonima di un funzionario con la stampa specializzata, per spiegare che non parteciperà concretamente a nessun nuovo piano di aiuti se prima Atene non avrà fatto le “riforme strutturali” e contemporaneamente l'Unione Europea – a cui sono intestati ora i debiti greci, dopo il loro trasferimento dalla banche private ai bilanci pubblici – non avrà deciso una sostanziale riduzione di quel debito, per renderlo “sostenibile”.
Nel complicato gioco a tre (Fmi, Unione Europea-Bce, Grecia), dunque, il Fondo intende premere sia sulla Germania che sulla Grecia perché “facciano ognuno la propria parte”.
«Per assicurare la sostenibilità del debito in una prospettiva di medio termine, sono necessarie decisioni difficili da entrambe le parti. Per la Grecia dal lato delle riforme, per i suoi partner europei dal lato del debito ellenico». Più precisamente, «Inutile illudersi che solo una delle parti possa risolvere il problema. È chiaro che ci vorrà del tempo prima che le parti siano pronte a prendere queste decisioni».
Nel frattempo il Fmi parteciperà alle discussioni sul “piano” da 86 miliardi, ma non prenderà nessuna decisione operativa – e impegnativa finanziariamente – finché il debito non sarà stato ridotto con il consenso della Ue.
Questo atteggiamento poggia su un dato di fatto indiscutibile, sollevato più volte dalla delegazione greca fin quando – nella notte tra il 12 e il 13 luglio – Alexis Tsipras non ha alzato bandiera bianca. Il debito greco – salito “grazie” ai diktat e agli “aiuti” della Troika dal 120 al 180% del Pil, nonostante un massacro sociale di dimensioni belliche, è assolutamente non restituibile. Insostenibile, in gergo finanziario.
Quindi potrebbe sembrare una posizione di buon senso, sostenuta peraltro anche dallo statuto del Fmi, che impedisce di erogare finanziamenti a chi si sa non potrà restituirli. Ma a questo punto dell'evoluzione della crisi greca è di fatto uno staccare la spina dopo aver portato il malato in condizioni terminali.
C'è infatti anche l'assoluta certezza che il Bundestag di Berlino – l'ultimo Parlamento sovrano ancora esistente nella Ue, l'unico che possa impedire decisioni “europee” – ben difficilmente potrà dare l'ok all'esborso di 86 miliardi, complessivamente, senza la partecipazione del Fmi. Quindi il tirarsi indietro dell'istituto di Washington diventa un assist per chi, come Wolfgang Schaeuble, ritiene la Grexit l'unica soluzione.
È inutile che vi chiediate “ma allora perché avete costretto Atene ad accettare misure socialmente impossibili per cercare di ripagare un debito impossibile?”
Come abbiamo spiegato ogni giorno, il problema non è economico, ma esclusivamente politico. Il governo targato Syriza era dirazzante rispetto alla governance europea. Peggio, rischiava di diventare contagioso per paesi che stanno per andare ad elezioni politiche (Spagna, Portogallo, Irlanda, con qualche probabilità anche l'Italia, il prossimo anno). Quindi andava stroncato, cambiato, stravolto. La resa di Tsipras era il preliminare a una maggioranza più “europea” ad Atene, e un monito per quanti ancora si potevano illudere che ci potesse essere “un'altra Europa”, riformista e riformabile.
Questo obiettivo è stato raggiunto e ora la Grecia è alle prese con rebus sociali politicamente irrisolvibili per il governo uscito dalle urne a gennaio. Ora il Fmi si sfila e lascia affondare un paese.
Ma non si tratta di una decisione che ha per obiettivo soltanto la Grecia. L'istituto di Washington, creando le condizioni per la Grexit (temporanea o definitiva) nei prossimi mesi, colpisce contemporaneamente anche la credibilità globale dell'euro, che a quel punto non sarebbe più “irreversibile” e si trasformerebbe di fatto in un regime di cambi fissi e a geometria variabile. Un sistema dove si può entrare e uscire, a seconda delle fasi economiche, com'era lo Sme negli anni '80.
La decisione del Fmi, come ultima conseguenza, rende la “capriola” di Tsipras completamente inutile. Il suo penoso “non c'era alternativa” viene infatti smentito da una delle controparti. Che ora gli presenta come condanna quella stessa situazione che avrebbe potuto esser presa come scelta di rottura e liberazione, se adeguatamente preparata: la Grexit, appunto.
Fonte
Ho l'impressione che il FMI si sia mosso a tutela degli interessi statunitensi, ovviamente all'interno della competizione tra imperialismi che vede quello americano puntellare la propria tramontante egemonia mettendo i bastoni tra le ruote all'alleato/competitore europeo, che pare avere una visione strategica ancor più miope di quella a stelle e strisce.
L'istituto economico con base a Washington e presieduto dalla fedelissima di Sarkozy, Christine Lagarde, ha fatto filtrare prima un documento interno e poi la chiacchierata anonima di un funzionario con la stampa specializzata, per spiegare che non parteciperà concretamente a nessun nuovo piano di aiuti se prima Atene non avrà fatto le “riforme strutturali” e contemporaneamente l'Unione Europea – a cui sono intestati ora i debiti greci, dopo il loro trasferimento dalla banche private ai bilanci pubblici – non avrà deciso una sostanziale riduzione di quel debito, per renderlo “sostenibile”.
Nel complicato gioco a tre (Fmi, Unione Europea-Bce, Grecia), dunque, il Fondo intende premere sia sulla Germania che sulla Grecia perché “facciano ognuno la propria parte”.
«Per assicurare la sostenibilità del debito in una prospettiva di medio termine, sono necessarie decisioni difficili da entrambe le parti. Per la Grecia dal lato delle riforme, per i suoi partner europei dal lato del debito ellenico». Più precisamente, «Inutile illudersi che solo una delle parti possa risolvere il problema. È chiaro che ci vorrà del tempo prima che le parti siano pronte a prendere queste decisioni».
Nel frattempo il Fmi parteciperà alle discussioni sul “piano” da 86 miliardi, ma non prenderà nessuna decisione operativa – e impegnativa finanziariamente – finché il debito non sarà stato ridotto con il consenso della Ue.
Questo atteggiamento poggia su un dato di fatto indiscutibile, sollevato più volte dalla delegazione greca fin quando – nella notte tra il 12 e il 13 luglio – Alexis Tsipras non ha alzato bandiera bianca. Il debito greco – salito “grazie” ai diktat e agli “aiuti” della Troika dal 120 al 180% del Pil, nonostante un massacro sociale di dimensioni belliche, è assolutamente non restituibile. Insostenibile, in gergo finanziario.
Quindi potrebbe sembrare una posizione di buon senso, sostenuta peraltro anche dallo statuto del Fmi, che impedisce di erogare finanziamenti a chi si sa non potrà restituirli. Ma a questo punto dell'evoluzione della crisi greca è di fatto uno staccare la spina dopo aver portato il malato in condizioni terminali.
C'è infatti anche l'assoluta certezza che il Bundestag di Berlino – l'ultimo Parlamento sovrano ancora esistente nella Ue, l'unico che possa impedire decisioni “europee” – ben difficilmente potrà dare l'ok all'esborso di 86 miliardi, complessivamente, senza la partecipazione del Fmi. Quindi il tirarsi indietro dell'istituto di Washington diventa un assist per chi, come Wolfgang Schaeuble, ritiene la Grexit l'unica soluzione.
È inutile che vi chiediate “ma allora perché avete costretto Atene ad accettare misure socialmente impossibili per cercare di ripagare un debito impossibile?”
Come abbiamo spiegato ogni giorno, il problema non è economico, ma esclusivamente politico. Il governo targato Syriza era dirazzante rispetto alla governance europea. Peggio, rischiava di diventare contagioso per paesi che stanno per andare ad elezioni politiche (Spagna, Portogallo, Irlanda, con qualche probabilità anche l'Italia, il prossimo anno). Quindi andava stroncato, cambiato, stravolto. La resa di Tsipras era il preliminare a una maggioranza più “europea” ad Atene, e un monito per quanti ancora si potevano illudere che ci potesse essere “un'altra Europa”, riformista e riformabile.
Questo obiettivo è stato raggiunto e ora la Grecia è alle prese con rebus sociali politicamente irrisolvibili per il governo uscito dalle urne a gennaio. Ora il Fmi si sfila e lascia affondare un paese.
Ma non si tratta di una decisione che ha per obiettivo soltanto la Grecia. L'istituto di Washington, creando le condizioni per la Grexit (temporanea o definitiva) nei prossimi mesi, colpisce contemporaneamente anche la credibilità globale dell'euro, che a quel punto non sarebbe più “irreversibile” e si trasformerebbe di fatto in un regime di cambi fissi e a geometria variabile. Un sistema dove si può entrare e uscire, a seconda delle fasi economiche, com'era lo Sme negli anni '80.
La decisione del Fmi, come ultima conseguenza, rende la “capriola” di Tsipras completamente inutile. Il suo penoso “non c'era alternativa” viene infatti smentito da una delle controparti. Che ora gli presenta come condanna quella stessa situazione che avrebbe potuto esser presa come scelta di rottura e liberazione, se adeguatamente preparata: la Grexit, appunto.
Fonte
Ho l'impressione che il FMI si sia mosso a tutela degli interessi statunitensi, ovviamente all'interno della competizione tra imperialismi che vede quello americano puntellare la propria tramontante egemonia mettendo i bastoni tra le ruote all'alleato/competitore europeo, che pare avere una visione strategica ancor più miope di quella a stelle e strisce.
29/07/2015
Tempesta contro Varoufakis, che svela i meccanismi della Ue
À la guerre comme à la guerre.
La partita in Grecia assume ora le caratteristiche – decisamente più vicine alla realtà – di uno scontro internazionale giocato sulla pelle di un piccolo paese.
Lo scoop del quotidiano Ekhatimerini, che pubblica una telefonata con alcuni manager londinesi, dà conto di alcuni dettagli del “piano B” organizzato dall'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis (in caso di fallimento della trattativa con i creditori e quindi di possibile chiusura della banche da parte della Bce), ha fatto esplodere lo scontro politico interno al paese. Un giudice ha chiesto che gli venga tolta l'immunità parlamentare, in modo da poterlo incriminare (qualcuno scrive addirittura per “alto tradimento”), per le modalità con cui ha gestito la trattativa con i creditori. La richiesta è arrivata alla Corte Suprema, ma naturalmente servirà un voto della Camera per autorizzare, eventualmente il procedimento.
Proprio ieri è cominciato ufficialmente il “negoziato” tra Atene e la Troika su un nuovo “piano di aiuti”, per complessivi 86 miliardi, che dovrebbe andare in porto obbligatoriamente entro il 20 agosto, altrimenti la procedura di default potrebbe riprendere l'avvio (ci sono numerose rate da pagare, entro quella data, al Fmi e alla Bce). E già prima dell'inizio i “creditori” hanno ricominciato ad alzare la posta, pretendendo altre “riforme” per essere certi della buona fede greca. E certo non saranno più morbidi vedendo i propri mezzucci ricattatori sbattuti in prima pagina...
Sul fronte interno, Tsipras si trova alle prese con la “svolta” della componente di sinistra (Piattaforma), guidata dall'ex ministro dell'energia Lafazanis, che sembra aver abbracciato l'uscita dall'euro come unica strategia possibile di ripresa per il paese. E che, soprattutto, minaccia di non votare le misure d'austerità pretese dalle “istituzioni” sovranazionali.
Un bel caos, cui Varoufakis sembra intenzionato a dare un contributo tanto chiarificatore quanto – proprio per questo – “intollerabile” nelle segrete stanze. Comunque la si pensi, infatti, con i suoi resoconti delle discussioni avute nell'Eurogruppo ha aperto uno squarcio irricucibile nella cappa di segretezza che avvolge “trattative” obbligate a raggiungere l'unanimità finale. Anche a colpi di waterboarding mentale, come ha potuto sperimentare Alexis Tsipras nella notte tra il 12 e il 13 luglio, a Bruxelles.
Soprattutto, apre uno squarcio sui meccanismi di controllo già operanti all'interno dei paesi dell'eurozona. Quando una mago dell'informatica prova a mettere le mani sul sistema di gestione delle Entrate dello stato ellenico, comprensivo dei conti correnti di tutti i cittadini di quel paese, scopre che può – sì – controllare l'hardware, ma non il software. Che è di proprietà della Troika ed è impenetrabile allo stesso ministro del paese interessato.
Altro che sovranità popolare, democrazia liberale, sistema della rappresentanza, ecc. Stiamo in una situazione che il povero Orwell aveva osato immaginare solo superficialmente, senza addentrarsi in meccanismi che oggi appaiono in tutta la loro macchinistica complessità. E tetragona indifferenza all'umano.
Una situazione orrenda, sintetizzata così sempre da Varoufakis al Financial Times: “E' in atto una limitazione terribile della sovranità nazionale imposta dalla Troika dei creditori ai ministri greci, i cui dipartimenti chiave non hanno accesso ai documenti necessari per introdurre politiche innovative. Quando la perdita di sovranità a causa di un debito ufficiale insostenibile viene legata a politiche subottimali in paesi già sotto pressione, si capisce che c'è qualcosa di marcio nell'euro”.
E sembra addirittura un insulto – ma è normale, in tempi di guerra – che colui che ha pensato un “piano B” per recuperare il controllo delle risorse finanziarie del paese per poter operare secondo il mandato elettorale ricevuto dal popolo (mandato contraddittorio, certo, ma esplicito), possa essere imputato di “alto tradimento”. Lui, invece di Antonis Samaras o Geoge Papandreou, che avevano permesso senza resistenza alcuna l'instaurarsi di quel “dominio pieno e incontrollato” che la Troika esercita da cinque anni sul paese.
EKHATIMERINI - XENIA KOUNALAKI
L’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis ha dichiarato di essere stato autorizzato da Alexis Tsipras, lo scorso dicembre, di trovare un sistema di pagamento parallelo che operasse usando numeri di registrazione fiscale intercettati (AFM) e che potesse eventualmente funzionare come un sistema bancario parallelo.
In una teleconferenza con i membri del fondo internazionale, coordinato dall’ex cancelliere britannico Norman Lamont, Varoufakis ha dichiarato di aver avuto l’ok da Tsipras lo scorso dicembre, un mese prima le elezioni che hanno portato al potere Syriza, di pianificare un sistema di pagamenti che potesse operare in euro ma che potesse essere convertito in dracme in modo immediato, se necessario.
Varoufakis ha anche detto di aver lavorato al piano con un team selezionato ma esiguo, ma di non aver avuto il consenso finale di Tsipras per procedere. Questa teleconferenza ha avuto luogo il 16 luglio, una settimana dopo le dimissioni di Varoufakis da ministro delle finanze. Secondo le dichiarazioni dell’ex ministro, il piano consisteva nel dirottare le AFM dei contribuenti e delle società inserendosi nel sito del Segretariato Generale dell’Agenzia Fiscale Pubblica. Questo avrebbe permesso di creare un sistema parallelo che avrebbe potuto operare se le banche fossero state costrette a chiudere e che avrebbe permesso transazioni tra lo Stato e terze parti, e avrebbe quindi dato il via alla creazione di un sistema bancario parallelo.
Dal momento che il Segretariato è un sistema monitorato dai creditori ed è quindi di difficile accesso, Varoufakis ha dichiarato di aver assegnato ad un suo amico di infanzia esperto in tecnologia informatica e attualmente professore alla Columbia University, il compito di hackerare il sistema.
Una settimana dopo le dimissioni da ministro, Varoufakis ha ricevuto la conferma che il piano aveva portato al controllo dell’hardware ma non del software, che invece appartiene alla Troika.
Estratti della conversazione tra Varoufakis e Lamont.
Varoufakis: "devo ammettere che noi non avevamo il mandato per portare la Grecia fuori dall'Euro. Avevamo il mandato per negoziare un accordo con l’Eurogruppo e con la Bce, che fosse sostenibile per la Grecia nell’eurozona. Il mandato poi è andato un po' oltre, rispetto alle mie aspettative. Credo che il popolo greco ci abbia alla fine autorizzato nel modo più vigoroso ed energico a partecipare al tavolo dei negoziati, fino al punto di dire che, se non potevamo avere un accordo adeguato, allora avremo dovuto considerare l'ipotesi di uscita.
Non abbiamo una moneta che possiamo svalutare... Abbiamo l'euro di Schaeuble; il primo ministro delle finanze tedesco benedirebbe una Grexit, quindi nulla è finito. Ma lascia che sia più specifico e preciso, su questo. Il primo ministro, prima di diventare primo ministro, prima che vincessimo le elezioni in gennaio, mi ha dato il via libera per un “Piano B”. E ho messo insieme un piccolo team, molto capace ma piccolo, perché ciò che andavamo a progettare doveva essere segreto per ovvie ragioni. E abbiamo lavorato da fine dicembre-inizio di gennaio per elaborare il “Piano B”.
Ma lascia che ti spieghi alcuni degli impedimenti politici e istituzionali che abbiamo avuto. Il lavoro era più o meno completo: avevamo il “Piano B”, ma la difficoltà era passare dalle 5 persone che eravamo nel team alle 1.000 che servivano per implementare e concretizzare il piano. Per questo avrei dovuto avere un'altra autorizzazione, che però non è mai arrivata.
Lascia che ti faccio un esempio. Stavamo lavorando su diversi fronti. Per esempio sui minuti successivi alla chiusura delle banche: i bancomat non funzionano e devono esserci dei sistemi di pagamento paralleli che possano garantire che l'economia possa andare avanti per un po', per dare alla popolazione la sensazione che lo Stato abbia sotto controllo la situazione e possieda un piano d'azione.
Ciò che avevamo pianificato era questo: c'è un sito web degli uffici fiscali simile a quello che c’è in Gran Bretagna e in qualsiasi altro Stato, dove i cittadini e chiunque altro può accedere con un proprio codice e trasferisce via web i suoi soldi da un accout bancario all'altro per effettuare pagamenti su IVA, tasse, etc. Stavamo pensando di creare, in segreto, degli account di riserva collegati con ciascun codice, solo per avere un sistema che funzionasse sotto il nostro controllo [invece che sotto il controllo della Troika, ndt]. E che, premendo un pulsante, ci avrebbe permesso di dare un PIN a tutti gli account. Per cui metti caso che lo Stato riceva 1 milione di euro da una compagnia farmaceutica per il Servizio Nazionale Pubblico, avremmo potuto creare subito un trasferimento digitale di riserva in conto al codice fiscale della società farmaceutica, fornendo loro un numero di pin, in modo che potessero utilizzare questo come una sorta di meccanismo di pagamento parallelo, da qualsiasi parte quel denaro digitale provenisse e verso qualunque numero di codice fiscale dovesse versare dei soldi, o anche utilizzarlo per effettuare i pagamenti fiscali allo Stato.
Questo avrebbe permesso la formazione di un sistema finanziario parallelo anche se le banche fossero stare chiuse dalle azioni aggressive della BCE. Tutto ciò era stato ben sviluppato e io penso avrebbe fatto una grande differenza e molto presto saremo riusciti ad estenderlo, usando applicazioni su smartphone, e avrebbe potuto diventare un vero e proprio sistema parallelo. Avrebbe funzionato in Euro, ma sarebbe stato pronto a convertirsi in una nuova dracma.
Ma la lascia che ti racconti – e anche questa storia è abbastanza affascinante – quali difficoltà mi sono trovato davanti. Il Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche del mio ministero è controllato completamente e direttamente dalla Troika. Non era sotto il mio controllo di ministro, ne del mio ministero. Era controllato da Bruxelles. Il Segretariato Generale è infatti rigidamente impostato da un meccanismo controllato dalla Troika. È come se le entrate fiscali della Gran Bretagna fossero controllate da Bruxelles. Sono sicuro che ti verrebbero i capelli dritti.
Ok, quindi: Primo problema. Il Segretariato generale dei sistemi di informazione da una parte era controllato da me come ministro. Ho chiamato un vecchio amico, un amico di infanzia, ora professore all'IT della Columbia University, perché mi fidavo di lui e pensavo che lui potesse farcela. Ad un certo punto, una settimana dopo, mi chiama e mi dice “ Sai cosa? Io controllo le macchine, controllo l'hardware, ma non il software, il software appartiene alla Troika. Che si fa?”
Quindi ci siamo visti e lui mi ha detto “Senti, se chiedo a loro il permesso per implementare il programma, la Troika saprà subito che stiamo pensando ad un piano parallelo”. Rd io “ no, non possiamo svelare il piano in questa fase”. Quindi lo ho autorizzato. e puoi dirlo a chiunque che, questo resta tra di noi…"
Normal Lamont interrompe la conversazione “ci sono certamente altri che ascoltano, ma non diranno nulla ai loro amici”.
Varoufakis, ridendo “lo so. So che ci sono. E anche se lo faranno io negherò di averlo detto. Quindi abbiamo deciso di entrare come un hacker nel mio ministero per copiare il codice del programma dei sistema di pagamento delle tasse e trasferirlo nel suo ufficio per studiarlo e implementare il sistema parallelo. Ed eravamo pronti ad avere l'autorizzazione dal primo ministro quando le banche sono state chiuse. Quindi sto cercando di descriverti i problemi istituzionali che abbiamo avuto, e gli impedimenti istituzionali che abbiamo avuto nella fase di implementazione di una politica indipendente per mitigare gli effetti della chiusura delle banche da parte della BCE
Su Schaeuble
Schaeuble ha un piano. E quello che mi ha descritto è molto semplice. Lui crede che l'eurozona non sia sostenibile così com’è. Lui crede che dev'esserci qualche sorta di trasferimento fiscale, qualche grado di unione politica. Ed è convinto che, perché questa unione politica funzioni senza federalismo, senza la legittimazione che potrebbe dare solo un parlamento federale eletto, tutto dev'essere fatto per vi disciplinare. E mi ha detto esplicitamente che la Grexit è ciò che gli serve per questa negoziazione, per imporre un potere terroristico sufficiente a far vacillare le resistenze francesi e costringere Parigi a trasferire il suo budget verso Bruxelles.
Tradizione della redazione bolognese di Contropiano
Fonte
La partita in Grecia assume ora le caratteristiche – decisamente più vicine alla realtà – di uno scontro internazionale giocato sulla pelle di un piccolo paese.
Lo scoop del quotidiano Ekhatimerini, che pubblica una telefonata con alcuni manager londinesi, dà conto di alcuni dettagli del “piano B” organizzato dall'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis (in caso di fallimento della trattativa con i creditori e quindi di possibile chiusura della banche da parte della Bce), ha fatto esplodere lo scontro politico interno al paese. Un giudice ha chiesto che gli venga tolta l'immunità parlamentare, in modo da poterlo incriminare (qualcuno scrive addirittura per “alto tradimento”), per le modalità con cui ha gestito la trattativa con i creditori. La richiesta è arrivata alla Corte Suprema, ma naturalmente servirà un voto della Camera per autorizzare, eventualmente il procedimento.
Proprio ieri è cominciato ufficialmente il “negoziato” tra Atene e la Troika su un nuovo “piano di aiuti”, per complessivi 86 miliardi, che dovrebbe andare in porto obbligatoriamente entro il 20 agosto, altrimenti la procedura di default potrebbe riprendere l'avvio (ci sono numerose rate da pagare, entro quella data, al Fmi e alla Bce). E già prima dell'inizio i “creditori” hanno ricominciato ad alzare la posta, pretendendo altre “riforme” per essere certi della buona fede greca. E certo non saranno più morbidi vedendo i propri mezzucci ricattatori sbattuti in prima pagina...
Sul fronte interno, Tsipras si trova alle prese con la “svolta” della componente di sinistra (Piattaforma), guidata dall'ex ministro dell'energia Lafazanis, che sembra aver abbracciato l'uscita dall'euro come unica strategia possibile di ripresa per il paese. E che, soprattutto, minaccia di non votare le misure d'austerità pretese dalle “istituzioni” sovranazionali.
Un bel caos, cui Varoufakis sembra intenzionato a dare un contributo tanto chiarificatore quanto – proprio per questo – “intollerabile” nelle segrete stanze. Comunque la si pensi, infatti, con i suoi resoconti delle discussioni avute nell'Eurogruppo ha aperto uno squarcio irricucibile nella cappa di segretezza che avvolge “trattative” obbligate a raggiungere l'unanimità finale. Anche a colpi di waterboarding mentale, come ha potuto sperimentare Alexis Tsipras nella notte tra il 12 e il 13 luglio, a Bruxelles.
Soprattutto, apre uno squarcio sui meccanismi di controllo già operanti all'interno dei paesi dell'eurozona. Quando una mago dell'informatica prova a mettere le mani sul sistema di gestione delle Entrate dello stato ellenico, comprensivo dei conti correnti di tutti i cittadini di quel paese, scopre che può – sì – controllare l'hardware, ma non il software. Che è di proprietà della Troika ed è impenetrabile allo stesso ministro del paese interessato.
Altro che sovranità popolare, democrazia liberale, sistema della rappresentanza, ecc. Stiamo in una situazione che il povero Orwell aveva osato immaginare solo superficialmente, senza addentrarsi in meccanismi che oggi appaiono in tutta la loro macchinistica complessità. E tetragona indifferenza all'umano.
Una situazione orrenda, sintetizzata così sempre da Varoufakis al Financial Times: “E' in atto una limitazione terribile della sovranità nazionale imposta dalla Troika dei creditori ai ministri greci, i cui dipartimenti chiave non hanno accesso ai documenti necessari per introdurre politiche innovative. Quando la perdita di sovranità a causa di un debito ufficiale insostenibile viene legata a politiche subottimali in paesi già sotto pressione, si capisce che c'è qualcosa di marcio nell'euro”.
E sembra addirittura un insulto – ma è normale, in tempi di guerra – che colui che ha pensato un “piano B” per recuperare il controllo delle risorse finanziarie del paese per poter operare secondo il mandato elettorale ricevuto dal popolo (mandato contraddittorio, certo, ma esplicito), possa essere imputato di “alto tradimento”. Lui, invece di Antonis Samaras o Geoge Papandreou, che avevano permesso senza resistenza alcuna l'instaurarsi di quel “dominio pieno e incontrollato” che la Troika esercita da cinque anni sul paese.
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Varoufakis dichiara di aver avuto l’autorizzazione di pianificare un sistema bancario parallelo
EKHATIMERINI - XENIA KOUNALAKI
L’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis ha dichiarato di essere stato autorizzato da Alexis Tsipras, lo scorso dicembre, di trovare un sistema di pagamento parallelo che operasse usando numeri di registrazione fiscale intercettati (AFM) e che potesse eventualmente funzionare come un sistema bancario parallelo.
In una teleconferenza con i membri del fondo internazionale, coordinato dall’ex cancelliere britannico Norman Lamont, Varoufakis ha dichiarato di aver avuto l’ok da Tsipras lo scorso dicembre, un mese prima le elezioni che hanno portato al potere Syriza, di pianificare un sistema di pagamenti che potesse operare in euro ma che potesse essere convertito in dracme in modo immediato, se necessario.
Varoufakis ha anche detto di aver lavorato al piano con un team selezionato ma esiguo, ma di non aver avuto il consenso finale di Tsipras per procedere. Questa teleconferenza ha avuto luogo il 16 luglio, una settimana dopo le dimissioni di Varoufakis da ministro delle finanze. Secondo le dichiarazioni dell’ex ministro, il piano consisteva nel dirottare le AFM dei contribuenti e delle società inserendosi nel sito del Segretariato Generale dell’Agenzia Fiscale Pubblica. Questo avrebbe permesso di creare un sistema parallelo che avrebbe potuto operare se le banche fossero state costrette a chiudere e che avrebbe permesso transazioni tra lo Stato e terze parti, e avrebbe quindi dato il via alla creazione di un sistema bancario parallelo.
Dal momento che il Segretariato è un sistema monitorato dai creditori ed è quindi di difficile accesso, Varoufakis ha dichiarato di aver assegnato ad un suo amico di infanzia esperto in tecnologia informatica e attualmente professore alla Columbia University, il compito di hackerare il sistema.
Una settimana dopo le dimissioni da ministro, Varoufakis ha ricevuto la conferma che il piano aveva portato al controllo dell’hardware ma non del software, che invece appartiene alla Troika.
Estratti della conversazione tra Varoufakis e Lamont.
Varoufakis: "devo ammettere che noi non avevamo il mandato per portare la Grecia fuori dall'Euro. Avevamo il mandato per negoziare un accordo con l’Eurogruppo e con la Bce, che fosse sostenibile per la Grecia nell’eurozona. Il mandato poi è andato un po' oltre, rispetto alle mie aspettative. Credo che il popolo greco ci abbia alla fine autorizzato nel modo più vigoroso ed energico a partecipare al tavolo dei negoziati, fino al punto di dire che, se non potevamo avere un accordo adeguato, allora avremo dovuto considerare l'ipotesi di uscita.
Non abbiamo una moneta che possiamo svalutare... Abbiamo l'euro di Schaeuble; il primo ministro delle finanze tedesco benedirebbe una Grexit, quindi nulla è finito. Ma lascia che sia più specifico e preciso, su questo. Il primo ministro, prima di diventare primo ministro, prima che vincessimo le elezioni in gennaio, mi ha dato il via libera per un “Piano B”. E ho messo insieme un piccolo team, molto capace ma piccolo, perché ciò che andavamo a progettare doveva essere segreto per ovvie ragioni. E abbiamo lavorato da fine dicembre-inizio di gennaio per elaborare il “Piano B”.
Ma lascia che ti spieghi alcuni degli impedimenti politici e istituzionali che abbiamo avuto. Il lavoro era più o meno completo: avevamo il “Piano B”, ma la difficoltà era passare dalle 5 persone che eravamo nel team alle 1.000 che servivano per implementare e concretizzare il piano. Per questo avrei dovuto avere un'altra autorizzazione, che però non è mai arrivata.
Lascia che ti faccio un esempio. Stavamo lavorando su diversi fronti. Per esempio sui minuti successivi alla chiusura delle banche: i bancomat non funzionano e devono esserci dei sistemi di pagamento paralleli che possano garantire che l'economia possa andare avanti per un po', per dare alla popolazione la sensazione che lo Stato abbia sotto controllo la situazione e possieda un piano d'azione.
Ciò che avevamo pianificato era questo: c'è un sito web degli uffici fiscali simile a quello che c’è in Gran Bretagna e in qualsiasi altro Stato, dove i cittadini e chiunque altro può accedere con un proprio codice e trasferisce via web i suoi soldi da un accout bancario all'altro per effettuare pagamenti su IVA, tasse, etc. Stavamo pensando di creare, in segreto, degli account di riserva collegati con ciascun codice, solo per avere un sistema che funzionasse sotto il nostro controllo [invece che sotto il controllo della Troika, ndt]. E che, premendo un pulsante, ci avrebbe permesso di dare un PIN a tutti gli account. Per cui metti caso che lo Stato riceva 1 milione di euro da una compagnia farmaceutica per il Servizio Nazionale Pubblico, avremmo potuto creare subito un trasferimento digitale di riserva in conto al codice fiscale della società farmaceutica, fornendo loro un numero di pin, in modo che potessero utilizzare questo come una sorta di meccanismo di pagamento parallelo, da qualsiasi parte quel denaro digitale provenisse e verso qualunque numero di codice fiscale dovesse versare dei soldi, o anche utilizzarlo per effettuare i pagamenti fiscali allo Stato.
Questo avrebbe permesso la formazione di un sistema finanziario parallelo anche se le banche fossero stare chiuse dalle azioni aggressive della BCE. Tutto ciò era stato ben sviluppato e io penso avrebbe fatto una grande differenza e molto presto saremo riusciti ad estenderlo, usando applicazioni su smartphone, e avrebbe potuto diventare un vero e proprio sistema parallelo. Avrebbe funzionato in Euro, ma sarebbe stato pronto a convertirsi in una nuova dracma.
Ma la lascia che ti racconti – e anche questa storia è abbastanza affascinante – quali difficoltà mi sono trovato davanti. Il Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche del mio ministero è controllato completamente e direttamente dalla Troika. Non era sotto il mio controllo di ministro, ne del mio ministero. Era controllato da Bruxelles. Il Segretariato Generale è infatti rigidamente impostato da un meccanismo controllato dalla Troika. È come se le entrate fiscali della Gran Bretagna fossero controllate da Bruxelles. Sono sicuro che ti verrebbero i capelli dritti.
Ok, quindi: Primo problema. Il Segretariato generale dei sistemi di informazione da una parte era controllato da me come ministro. Ho chiamato un vecchio amico, un amico di infanzia, ora professore all'IT della Columbia University, perché mi fidavo di lui e pensavo che lui potesse farcela. Ad un certo punto, una settimana dopo, mi chiama e mi dice “ Sai cosa? Io controllo le macchine, controllo l'hardware, ma non il software, il software appartiene alla Troika. Che si fa?”
Quindi ci siamo visti e lui mi ha detto “Senti, se chiedo a loro il permesso per implementare il programma, la Troika saprà subito che stiamo pensando ad un piano parallelo”. Rd io “ no, non possiamo svelare il piano in questa fase”. Quindi lo ho autorizzato. e puoi dirlo a chiunque che, questo resta tra di noi…"
Normal Lamont interrompe la conversazione “ci sono certamente altri che ascoltano, ma non diranno nulla ai loro amici”.
Varoufakis, ridendo “lo so. So che ci sono. E anche se lo faranno io negherò di averlo detto. Quindi abbiamo deciso di entrare come un hacker nel mio ministero per copiare il codice del programma dei sistema di pagamento delle tasse e trasferirlo nel suo ufficio per studiarlo e implementare il sistema parallelo. Ed eravamo pronti ad avere l'autorizzazione dal primo ministro quando le banche sono state chiuse. Quindi sto cercando di descriverti i problemi istituzionali che abbiamo avuto, e gli impedimenti istituzionali che abbiamo avuto nella fase di implementazione di una politica indipendente per mitigare gli effetti della chiusura delle banche da parte della BCE
Su Schaeuble
Schaeuble ha un piano. E quello che mi ha descritto è molto semplice. Lui crede che l'eurozona non sia sostenibile così com’è. Lui crede che dev'esserci qualche sorta di trasferimento fiscale, qualche grado di unione politica. Ed è convinto che, perché questa unione politica funzioni senza federalismo, senza la legittimazione che potrebbe dare solo un parlamento federale eletto, tutto dev'essere fatto per vi disciplinare. E mi ha detto esplicitamente che la Grexit è ciò che gli serve per questa negoziazione, per imporre un potere terroristico sufficiente a far vacillare le resistenze francesi e costringere Parigi a trasferire il suo budget verso Bruxelles.
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Tradizione della redazione bolognese di Contropiano
Fonte
28/07/2015
"Abbiamo ceduto troppo in fretta su alcuni fronti importanti". Intervista a Varoufakis
Una intervista a Yanis Varoufakis rilasciata alla trasmissione El Búho, diretta da Mariano Alonso Freire sulla radio spagnola Radio 4G. [Traduzione di Gianni Fabbris]
Nella sua prima intervista radiofonica ai media spagnoli, il controverso economista greco, prestigioso professore negli Stati Uniti, saggista, e per un breve periodo, ministro delle finanze Yanis Varoufakis non delude. Senza mezzi termini, il parlamentare di SYRIZA parla dopo il suo breve ma intenso passaggio da Ministro delle Finanze greco, del suo ritiro dal gabinetto guidato da Alexis Tsipras e descrive in un linguaggio semplice le ragioni delle sue dimissioni e del perché non può funzionare il sistema “piramidale” del debito greco che la Troika insiste a voler applicare sotto l’eufemismo di “salvataggio”.
Varoufakis si addentra nei reali motivi della crisi dell’euro e li espone sia a Wolfgang Schäuble che a Luis de Guindos [Ministro delle Finanze spagnolo ndt] e sembra che voglia dare un consiglio a Podemos, il partito spagnolo per il quale esprime simpatia: le dimensioni contano.
Di seguito è riportata l’intervista completa fatta a Yanis Varoufakis durante il programma El Búho , diretto da Mariano Alonso Freire per Radio 4G, che è stato rilasciata la scorsa notte, 20 luglio.
Mariano Alonso: Buonasera, signor Varoufakis, grazie mille per averci raggiunto qui a El Búho, come sta?
Yanis Varoufakis: Molto bene, e sono personalmente sollevato rispetto agli ultimi cinque mesi, anche se politicamente e collettivamente siamo di fronte ad una situazione molto complicata come greci e, soprattutto, come europei.
Mariano Alonso: Due settimane fa, dopo che si è dimesso dal governo greco, era necessario il referendum se poi la Grecia sta accettando il salvataggio, una volta respinto?
Yanis Varoufakis: Beh, questa è una domanda molto buona. Il 25 giugno ci hanno presentato un terribile ultimatum. Non abbiamo avuto il mandato di accettare a tutti i costi perché abbiamo pensato che fosse un accordo catastrofico per l’economia greca, e inoltre abbiamo ritenuto che fosse un male per l’Europa. D’altra parte, il modo in cui è stato presentato a noi, solo quattro o cinque giorni prima della fine del programma di aiuti greco, rifiutarlo avrebbe significato una rottura della zona euro, il che significava che la Grecia sarebbe restata senza un programma di aiuti e quindi, in pratica un chiaro caso di conflitto tra la Grecia e l’Eurozona. Non abbiamo avuto questo mandato. Il 25 gennaio siamo stati eletti con un programma di proseguire i negoziati all’interno della zona euro.
Così abbiamo fatto quello che qualsiasi democratico farebbe, consultare il popolo greco. Il nostro consiglio è stato quello di votare “no”. Semplicemente perché siamo stati eletti per non perpetuare il ciclo di debito e deflazione che aveva condannato la Grecia a cinque anni di umiliazione e una massiccia crisi economica e sociale.
Ci hanno messo con le spalle al muro, e non abbiamo avuto altra scelta che chiedere ai Greci. Ci hanno dato un “NO”, un “no” clamoroso molto coraggioso. Io dico che è stato coraggioso, prima di tutto, perché erano terrorizzati dai media che hanno mostrato il “no” come una situazione per la Grecia che conosciamo, e allo stesso tempo, naturalmente, di essere stati terrorizzati dalla chiusura delle banche che era presentata come misura per il bene dell’Eurogruppo.
Hanno sollevato questo manto di terrore e hanno votato un sonoro “no”.
Sentivo che questo “no” doveva essere usato per darci energia e tornare in Europa, per dire ai nostri colleghi europei e alla troika che avevamo avuto un mandato per ulteriori negoziati, per continuare nella zona euro, con un accordo praticabile e, che se volevano continuare a imporre un accordo irrazionale e contrario ai diritti umani, che lo facessero.
Il Primo Ministro non era d’accordo con la mia opinione su questo, e ha deciso, nel suo ragionamento, con il quale io non concordavo, che come responsabilità di governo non poteva permettere che le banche fossero completamente distrutte. Ho perso la votazione nel Consiglio dei Ministri e quindi la decisione di ritirarmi era praticamente presa. Non potevo accettare questo, e quindi mi sono dimesso.
Salve, Varoufakis, parla Luis Martin
Yanis Varoufakis: Ciao Luis.
Luis Martin: Guardando agli ultimi cinque mesi in prospettiva, vorrei il suo parere su tutto ciò che non andava o avrebbe fatto in modo diverso.
Yanis Varoufakis: Oh, certo. Chiunque abbia attraversato un processo di negoziazione come questo e che sostiene che non ha sbagliato nulla o non avrebbe dovuto fare le cose in modo diverso è un pazzo pericoloso. Naturalmente abbiamo commesso degli errori.
L’errore più grande è stato quello di immaginare che una solida argomentazione ci avrebbe portato al successo. Saremmo stati in grado di intenderci con le istituzioni e di convincere l’Eurogruppo, con la base di una potente ragione come la ristrutturazione del debito, che ci avrebbe permesso di ridare più soldi ai nostri creditori, e di far crescere l’economia greca permettendo riforme possibili.
Questo è stato un errore di calcolo da parte nostra e, mentre avanzavano i negoziati, è diventato sempre più chiaro che gli argomenti ragionevoli non avrebbero attirato l’attenzione dei nostri creditori. Essi reclamavano indietro i loro soldi e chiedevano riforme dalla Grecia.
Ma fu subito chiaro che né volevano i loro soldi indietro né volevano riforme in Grecia, volevano soltanto umiliare un governo che ha osato dire “no” al loro programma che è fallito.
A quel punto, combattiamo, penso molto bene e molto duramente, per mantenere l’accordo dell’Eurogruppo del 20 febbraio, che era composto essenzialmente di norme rivoluzionarie. Se leggete la dichiarazione dell’Eurogruppo del 20 febbraio vedrete qualcosa di molto importante, la parola “programma” non è usata e le iniziali del “memorandum d’intesa” (MoU) neppure. L’Eurogruppo ha precisato che il governo greco doveva essere giudicato in base alla lista delle riforme avviate dall’esecutivo, in modo da sfuggire, anche se solo per pochi giorni, al secondo piano di salvataggio che stava uccidendo l’economia greca. Non è stato un errore, anzi è stato un grande successo.
Gli errori iniziano due o tre giorni dopo, durante una conference call in cui le istituzioni tornano a enfatizzare di nuovo la questione sul tavolo del MoU [del salvataggio]. Ho risposto con decisione che non vedevo perché si sarebbe dovuto tornare a un accordo di salvataggio dopo il 20 febbraio. Ma nel tentativo di trovare un terreno comune con la troika, le istituzioni e l’Eurogruppo, siamo caduti nella trappola di avviare negoziati nel contesto di un salvataggio non riuscito; lasciandoci trascinare di nuovo nella negoziazione di un processo di salvataggio fallito. Un processo noto anche come una revisione globale in cui i tecnocrati ci hanno chiesto di parlare di tutto, il che ovviamente significava parlare poco o nulla.
Così, per molte settimane abbiamo avuto questa “super” trattativa senza fine in cui ci è stato chiesto cosa volevamo fare di ogni cosa, e ogni volta che dicevamo loro che non eravamo d’accordo, loro non presentavano alcuna proposta alternativa, ma hanno insistito per continuare con un altro tema come la privatizzazione, o il mercato del lavoro e un altro problema e un altro problema. Era un processo senza nessuna convergenza. Non ci rendevamo conto, lo sospettavamo ma non eravamo sicuri di ciò che stavano facendo; e si è scoperto che era vero che stavano cercando di mandare tutto in fumo. Stavano cercando di mantenere una conversazione senza fine e senza accordi per liquidare le risorse della Grecia, per esaurirle completamente, e dopo che le nostre banche sarebbero state chiuse, mettere una pistola sopra le nostre teste. Certo che questo è stato un errore.
Ed è stato anche un errore essere troppo permissivi. Abbiamo ceduto troppo in fretta su alcuni fronti importanti come quello di accettare l’austerità. Ero d’accordo con questo, ma la nostra squadra negoziale, alla fine di aprile, si era accordata su avanzi primari sicuri, che io ho considerato troppo elevati, e se l’idea doveva essere invece quella di cambiare la situazione attraverso una migliore ristrutturazione del debito, io non ero d’accordo perché una volta che si offrono delle eccedenze superiori poi non si hanno argomenti per una migliore ristrutturazione.
Fondamentalmente, mi pento, ci pentiamo, di essere stati troppo compiacenti, troppo permissivi e di aver concesso all’altra parte di chiuderci in un processo senza fine che in nessun caso ci avrebbe condotto ad un accordo reciprocamente vantaggioso.
Luis Martin: Pensi che avete perso un’occasione in quel momento?
Yanis Varoufakis: Certo, certo, ma abbiamo combattuto bene. E siamo arrivati alla fine di giugno con il popolo greco che stava affrontando la chiusura delle banche, essendo terrorizzato, e ci ha risposto con un magnifico referendum. Come dire che in ogni guerra puoi perdere battaglie, ma sperando di non perdere la guerra.
Luis Martin: Hai manifestato categoricamente la tua opposizione contro l’accordo firmato dal primo ministro Tsipras il 13 luglio e da voi stessi battezzato come “i termini della resa greca”. Se avete ragione circa la devastazione che questo accordo porterà nell’economia del vostro paese, dato che anche il suo primo ministro non crede in quello che ha firmato, pensa davvero che il terzo programma di salvataggio sarà attuato nei prossimi tre anni o siamo davanti a un accordo condannato al fallimento?
Yanis Varoufakis: Certo, non è un accordo praticabile, e non è solo la mia idea, come lei ha detto, il Primo Ministro è d’accordo con me su questo completamente. Si tratta di un accordo impossibile, una nuovo “extend and pretend” addirittura peggiore del primo piano di salvataggio del 2010 e del secondo nel 2012, questo è peggio. E il tipo di accordo che si scrive se si vuole umiliare l’altra parte, non se si desidera consentire al debitore di crescere e recuperare. E io non ho dubbi, in ogni caso, che questo accordo passerà alla storia molto, molto presto. Non dovete credere a me o ad Alexis Tsipras: è proprio Wolfgang Schäuble che ha detto recentemente al Bundestag che non crede in un tale accordo, e Christine Lagarde e il FMI hanno detto che è un accordo ridicolo che spingerà il debito greco a circa il 200%. E non ho dubbi, anche se non ha fatto alcuna dichiarazione al riguardo, che la Commissione europea non ci crede. Mario Draghi è un uomo molto intelligente, non riesco a immaginare che veda bene questo accordo.
Quindi questo è ciò che sta accadendo in Europa: abbiamo un accordo impossibile imposto allo stato membro più debole, semplicemente perché nessuno vuole ammettere che gli errori sono stati fatti in ragione del programma di austerità imposto ai nostri paesi negli ultimi anni.
Luis Martin: In un’intervista a gennaio, ha detto che lo scenario della “Grexit” non era né auspicabile né una merce di scambio. Tuttavia, mi ha anche detto che, anche se preferivi che la Grecia avesse continuato all’interno della moneta unica, i Greci non dovrebbero perdere la testa a fare quello che dicono; in fondo non si dovrebbe aderire all’Unione monetaria a qualsiasi prezzo. Abbiamo raggiunto un punto in cui il prezzo è troppo alto?
Yanis Varoufakis: Beh, le due cose non vanno necessariamente insieme, possono, ma non devono andare insieme. La sospensione dei pagamenti e la “Grexit”, voglio dire. Eravamo in difetto: un mese o più fa, abbiamo sospeso i pagamenti al Fondo monetario internazionale. Penso che sia stato necessario, al momento: questa fu la mia raccomandazione al governo quando ero il Ministro delle finanze, nel momento in cui siamo stati minacciati con la chiusura delle banche poiché siamo entrati in amministrazione controllata dalla Banca centrale europea. I buoni della BCE hanno un valore nominale di 27 miliardi, che dovevano essere pagati. Si tratta di obbligazioni di diritto greco e la limitazione imposta dalla BCE era illogica: la Banca centrale greca, che è come la Banca di Spagna o giù di lì, aveva dichiarato solventi le banche che hanno dovuto sospendere le loro attività. Questo è stato un atto di aggressione massiccia, e si sarebbe dovuto assumere il prezzo dell’inadempienza sulle obbligazioni da parte della BCE.
Penso che sarebbe stato una minaccia molto credibile, e che saremmo rimasti nella zona euro, perché, in ultima analisi, nessuno vuole una uscita della Grecia, tranne forse il Dr. Schäuble. Ma sono sicuro che la BCE, il cancelliere Merkel, il presidente Hollande, anche Mariano Rajoy non vogliono che la Grecia venga espulsa perché il costo sarebbe enorme e, soprattutto, perché l’Unione non sarebbe un ente unico, ma sarebbe diventato solo un regime di cambi fissi dove creditori, debitori, i cittadini, gli elettori e gli investitori cominciano a chiedersi e speculare su chi è il prossimo a uscire.
Non è vero che la Germania vuole che la Grecia lasci l’euro, è un’idea personale di Schäuble.
Mariano Alonso: Signor Varoufakis, ha menzionato due volte il Ministro Schäuble, vorrei approfondire la questione della “Grexit”. E’ ormai chiaro che la Germania è a favore di una uscita della Grecia dalla zona euro, almeno temporaneamente. Dopo aver letto i suoi libri e articoli, è evidente che non crede nel futuro di una moneta comune per l’Europa. Non siete d'accordo personalmente lei e il ministro Schäuble , in modo paradossale, su questo punto?
Yanis Varoufakis: Beh, prima lasciatemi dire che non è vero che la Germania ha deciso che la “Grexit” è l’opzione migliore. Il Dr. Schäuble ha deciso questo, ma non penso che Angela Merkel sia d’accordo con lui. Si può riconoscere che ha un grande potere nel Bundestag, e può essere tentato dall’idea di lasciare andare via la Grecia, ma sono sicuro che la Germania non vuole lasciare andare la Grecia dalla zona euro. Ma a proposito di quanto dice il Dr. Schäuble, ha ragione, ci è stato detto più volte che crede che l’uscita sia l’opzione migliore. La mia opinione è che in questo momento, nonostante tutto quello che è successo, giocare con l’idea di una “Grexit” è estremamente pericoloso per l’Europa. La moneta unica è costruita in modo diabolico, è costruita e governata operativamente dall’Eurogruppo in una forma antidemocratica e in un modo che è finanziariamente ed economicamente contro l’interesse dei cittadini europei. Ma questo non significa che dovremmo cercare di smontarla.
Penso che ci sono modi molto semplici per risolvere il problema, per farla funzionare per tutti. Purtroppo, alcune potenze in Europa non sono interessate a questa riprogettazione razionale dell’area dell’euro.*
Se la Grecia lascia l’euro, l’Italia è la prossima
Mariano Alonso: Hai appena detto che l’idea di “Grexit” è molto pericolosa per l’Europa. La professoressa Mariana Mazzucato, che abbiamo intervistato più volte qui a El Bùho, sostiene che se la Grecia abbandona l’unione monetaria, l’Italia la seguirebbe dopo un anno. Condivide?
Yanis Varoufakis: Lasciate che vi dica che Mariana è una buona amica, e non è solo una buona amica, ma è anche colei con cui sono d’accordo completamente. Non vi è dubbio che l’Italia sarebbe stato il prossimo paese a uscire, perché siamo chiari, l’economia italiana è un interessante esempio di come un paese e la sua economia siano “turbate” dall’Europa attraverso politiche imposte da parte dell’Eurogruppo.
Nel 2014, per esempio, l’Italia ha avuto un surplus delle partite correnti e aveva anche un avanzo primario del 2,2%, ma il suo rapporto tra debito e PIL è cresciuto del 9% -10% o giù di lì.
E’ chiaro che il paese sta esportando e sopravvivendo con i suoi mezzi in termini di commercio con l’estero, ma sempre più nel debito...
L’uscita della Grecia, porterebbe a iniziare il processo di uscita dell’Italia. La “Grexit” porterebbe all’ “Italexit”. Mariana ha completamente ragione.
Luis Martin: Come valuta la posizione della Spagna nelle trattative sulla Grecia? Il nostro primo ministro, Mariano Rajoy, si è affrettato a sostenere il signor Samaras nelle elezioni lo scorso gennaio – ed stato con voi molto critico – così come è stato molto critico nei confronti del referendum promosso dal suo governo, signor Varoufakis.
Come altri, Rajoy ha detto che il “no” può spingere la Grecia fuori dall’euro. Come si spiega che gli altri paesi periferici, che sono stati anche sottoposti al salvataggio si sono rivolti contro la Grecia?
E’ chiaro che il governo spagnolo è preoccupato per Podemos.
Yanis Varoufakis: Mi capita spesso di dire che, quando ero nell’Eurogruppo, 18 paesi erano contro di me. Diciotto ministri dell’economia ad uno, io. Ma la mia risposta è che non è così, in realtà... I 18 si dividono in due gruppi: un piccolo gruppo che crede veramente nell’ austerità. Essi credono che l’austerità e lo sbarazzarsi del debito siano la via d’uscita dalla crisi, ma questi sono la minoranza.
Il secondo gruppo di paesi, e questo include la Spagna, sono paesi che non credono nell’austerità, e posso assicurare che il Ministro delle finanze spagnolo non crede nell’accordo di salvataggio.
Glielo hanno chiesto spesso e penso che sia orgoglioso di essere stato in grado di evitare il piano di salvataggio per la Spagna che stanno cercando di imporre.
Così a questo gruppo di paesi, Irlanda, Portogallo... è stata imposta l’austerità, senza che credessero in essa. E poi c’è un altro gruppo di paesi, tra cui la Francia, ai quali non sono state ancora imposte misure di austerità, i quali temono che se si fossero posizionati a nostro favore, sarebbero stati trattati come gli altri.
Così nazioni, governi, e il governo spagnolo, che ha imposto l’austerità... con effetti negativi sulla vostra economia... dovrebbero dare molte risposte ai propri cittadini, se il governo greco fosse stato autorizzato a farla franca, con la fuga.
Tutti sanno che il governo in Spagna è particolarmente preoccupato per Podemos e per la possibilità di perdere le prossime elezioni. E per loro, essere contro un nuovo modello di governo come la Grecia con SYRIZA ha una chiara motivazione e benefici politici, ma questo non significa che sono d’accordo con le politiche imposte alla Grecia.
Dire che la Grecia era sulla strada giusta con il governo precedente e che questa si è interrotta perché siamo stati eletti noi è come dire che i greci sono stupidi.
Luis Martin: La storia ora è che la Grecia era sulla strada della ripresa, ma aveva ancora molto lavoro da fare, fino a quando è arrivata SIRYZA, che ha annullato tutti i progressi e ha portato l’economia alla rovina. E’ qualcosa che ha appena sostenuto pochi giorni fa il ministro Schäuble quando ha detto a Der Spiegel che questa vicenda riguarda i Paesi del Sud e potrebbe costituire un precedente per altri paesi.
Yanis Varoufakis: Questo è un racconto molto offensivo. Pensaci. E’ come dire che la gente in Grecia è stupida. Perché erano sulla strada giusta con il governo precedente, ma stupidamente hanno scelto noi, e che se non fosse accaduto la Grecia si starebbe riprendendo.
Beh, si tratta di un modo offensivo,estremamente offensivo, di raccontare la storia, vale a dire che i greci sono stupidi: che stavano bene con il governo precedente, ma erano stupidi e hanno deciso di sostituire il precedente governo e di eleggere noi. E che se non lo avessero fatto, la Grecia ora starebbe recuperando. E’ completamente falso e offensivo. Lascia che ti dica la verità, la storia vera: e la storia reale è che non c’è mai stato un recupero. Nemmeno un po’. Il recupero di cui si parla è una manipolazione statistica. Nel 2014, il PIL pro capite del reddito nominale ha continuato a scendere, stava crollando. Quello che è successo è che i prezzi scendevano ancora più velocemente. Quindi,se si esegue il calcolo misurando il reddito nazionale in termini di PIL reale, il che è tecnicamente un rapporto, dal momento che il numeratore e il denominatore sono negativi, il rapporto diventa positivo.
Così improvvisamente sembrava avessimo goduto di un aumento del PIL in termini reali, ma il PIL in euro scendeva e i prezzi cadevano. Questo si definisce una grande depressione. Quando salari e prezzi scendono, l’investimento è paria zero e il credito bancario cala precipitosamente, questo è il segno che non vi è alcun recupero. E’ la catastrofe. E questa è stata la situazione catastrofica che ha portato i greci a votare per noi. I greci non sono stupidi. Non siamo stati scelti perché le cose andavano bene prima.
Ci hanno eletto perché la catastrofe non continuasse. E il fatto che il dottor Schäuble e il resto d’Europa, sostengano che ci fosse un recupero prima della nostra elezione e che il problema è Syriza, sono valutazioni molto offensive.
Mariano Alonso: Sul ruolo della Spagna nei negoziati sulla Grecia, se ci atteniamo alla sua esperienza di lavoro con il ministro spagnolo Luis de Guindos, pensa che i negoziati sarebbero stati diversi se egli fosse stato il presidente dell’Eurogruppo? E un’altra domanda: pensa che De Guindos abbia avuto opzioni, possibilità reali, di succedere al signor Dijsselbloem? Lei continua a pensare che abbia avuto questa opportunità?
Yanis Varoufakis: Sì, credo che ne sia stato molto vicino, è stato molto vicino e lasciate che vi dica, con il rischio di irritare alcune persone dirò che personalmente avrei preferito più De Guindos che Jeroen Dijsselbloem, per un motivo molto importante.
In primo luogo perché capisce la finanza e l’economia molto più di Dijsselbloem. Le mie conversazioni con lui, da un punto di vista personale, a porte chiuse, per esempio sono andato a trovarlo a Madrid, mi hanno mostrato un uomo sereno e che sa come funziona l’economia.
C’erano differenze fra noi, quello però che non mi piace è la differenza tra quello che ci siamo detti l’un l’altro quando nessuno ascoltava e la sua posizione ufficiale nell’Eurogruppo, ma questa è un’altra questione.
Ma rispetto a Dijsselbloem (De Guindos) è un gigante per conoscenza di finanza e di economia. Detto questo, non credo che ci sarebbe stata molta differenza con lui al fronte. Perché, parliamoci chiaro, l’Eurogruppo è gestito da un potere che è Schäuble... e vedendo de Guindos nell’Eurogruppo posso assicurare che de Guindos è legato a quel potere.
Immaginate se la Spagna fosse stata minacciata allo stesso modo della Grecia
Luis Martin: Ora, se invece di Grecia e di Syriza stessimo parlando di Spagna e di Podemos, pensa che i negoziati sarebbero andati in un altro modo? In sostanza, le dimensioni contano e per il fatto che la Grecia non è considerata come un paese abbastanza ‘sistemico’ ha reso più facile a Bruxelles isolarla dicendole “o rispettate le regole o niente.”
Yanis Varoufakis: Le dimensioni contano, naturalmente. Non è la stessa dovere 300 miliardi, o 3.000... ci sono delle differenze.
Ma fino a quando la Grecia era sufficientemente sistemica nel 2010, nel 2012 e anche nel 2013, quello che è stato fatto con i salvataggi è stato di trasferire potenziali perdite delle banche ai contribuenti.
Così il debito della Grecia nei confronti delle banche private (banche private francesi e tedesche in particolare) sono stati trasferiti sulle spalle di greci, tedeschi, spagnoli... portoghesi, slovacchi...
Una volta che questo “cinico” trasferimento è stato fatto in nome della solidarietà con la Grecia, al governo greco è stato detto “non è più un nostro problema”.
Certo, comunque insisto, nonostante loro pensassero che la Grecia non era più una minaccia sistemica, in realtà lo era. La tragedia è stata che avevano la convinzione di poter gestire la “Grexit”, e questo ha motivato le loro minacce contro il mio primo ministro. E queste minacce hanno funzionato.
Ma se loro ci avessero “amputato” (forse la banca centrale) magari per alcuni mesi si sarebbe tenuto tutto in ordine, senza troppe tempeste di fronte ai mercati finanziari... Ma alla fine un miliardo sarebbe stato perso e il processo di disintegrazione della zona euro sarebbe stato inarrestabile. Anche con la piccola Grecia. Immagina se la Spagna fosse stata minacciata nello stesso modo. Quindi è giusto, le dimensioni contano.
La democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo subito un colpo di stato in questa ultima settimana.
Luis Martin: Nel mese di gennaio mi ha confessato la sua paura di fronte alla prospettiva di un periodo di “anni trenta postmoderni”. Tenendo conto della svolta che il governo greco ha fatto dopo il referendum e il danno prodotto alla fiducia dei greci nella democrazia, il fatto che in sostanza ci sono leggi che non si possono approvare nel proprio parlamento senza il consenso di Bruxelles (di fatto il vostro programma di Salonicco è morto) e la rivolta che si sta sviluppando nel vostro partito, pensa che Syriza può rimanere unita ed evitare la disintegrazione politica del paese?
Yanis Varoufakis: Ha ragione, la democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo sofferto un colpo di stato nel corso dell’ultima settimana. Il nostro governo è stato costretto a scegliere tra un suicidio o l’essere giustiziato... e, alla fine, ha scelto la prima soluzione. E intanto si stanno sviluppando i “postmoderni anni ’30”.
Ricordo che nel 1930 c’era una frammentazione della moneta comune e la stessa cosa accade oggi. Un euro in Grecia non vale lo stesso che un euro in Spagna, che a sua volta non vale lo stesso che in Germania...
Va anche osservato un aspetto di grande importanza: la svalutazione competitiva che ha avuto inizio nel 1929 e ha continuato negli anni ’30, che ha causato la deflazione, la perdita di entrate e la perdita di occupazione, sta già avvenendo in Europa... Dopo che i salari sono caduti così tanto in Spagna rispetto alla Francia, l’industria automobilistica è stata chiusa in Francia ed ha cominciato a stabilirsi in Spagna, per effetto della diminuzione dei salari. Questa è un’altra forma di svalutazione competitiva... non sta contribuendo a rafforzare l’Europa, non contribuisce a rafforzare l’unione né economicamente né politicamente... Così il processo di frammentazione, come negli anni ’30, è ovunque intorno a noi.
Luis Martin: Guardando al futuro, e lo chiedo al membro di Syriza in parlamento, ma anche a chi è ora contro le ultime decisioni del governo greco, che ruolo giocherà nel futuro politico del suo paese?
Yanis Varoufakis: Il mio obiettivo, il mio sogno e quello cui aspiro è continuare a parlare il linguaggio della verità, perché penso che la sinistra non ha alternative, e la sinistra non ha il diritto di accettare una falsa narrazione. Così non potrò mai votare per questo piano di salvataggio, mai. Anche se la mia vita dovesse essere in pericolo, per così dire. Ma allo stesso tempo occorre cercare di mantenere l’unità dei cittadini. E io cerco di farlo nel modo seguente: capisco completamente le difficoltà in cui si trovano Tsipras e il resto dei miei colleghi nel governo. Mi sembra di capire che hanno le loro ragioni per capitolare e dire “dobbiamo continuare a combattere un giorno di più“. Ci sono forti argomenti da entrambe le parti...
Dal lato di persone come Tsipras, che crede che dobbiamo vivere per combattere un giorno di più, e da parte mia, che penso che avremmo dovuto fare opposizione, essendomi dimesso.
Questa è una decisione complicata ed è ciò che accade quando ci sono argomenti di peso enorme su ogni lato, argomenti ugualmente forti per ambedue.
Così, nello stesso modo in cui mi considero più idealista di Alexis Tsipras, e riconoscendo che, è tanto di sinistra e tanto onesto come lo sono io..., allo stesso tempo, vorrei che chi è d’accordo con il governo, sappia che noi che votiamo “no” non siamo meno responsabili di loro.
Così che la responsabilità, la convinzione e la purezza ideologica sono ugualmente condivisi tra le due parti, anche se abbiamo una giudizio e una visione diversa di ciò che dovrebbe essere fatto.
Credo che riusciremo a mantenere l’unità nonostante le differenze, e decisamente saremo uniti e ci opporremo alle politiche irrazionali e contrarie ai diritti umani dell’Unione Europea.
Mariano Alonso: Signor Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia. E’ stato un piacere averla nel nostro programma su Radio 4G. La ringrazio molto per il suo tempo e con la speranza che i problemi politici, sociali ed economici in Grecia e in tutta Europa siano risolti il più presto possibile.
Yanis Varoufakis: Grazie, e sarebbe utile se gli spagnoli si unissero alla lotta in nome della Spagna, della Grecia, della Germania e di tutti in Europa.
Fonte
* L'ottusità del pensiero di Varoufakis ha dell'imbarazzante.
Nella sua prima intervista radiofonica ai media spagnoli, il controverso economista greco, prestigioso professore negli Stati Uniti, saggista, e per un breve periodo, ministro delle finanze Yanis Varoufakis non delude. Senza mezzi termini, il parlamentare di SYRIZA parla dopo il suo breve ma intenso passaggio da Ministro delle Finanze greco, del suo ritiro dal gabinetto guidato da Alexis Tsipras e descrive in un linguaggio semplice le ragioni delle sue dimissioni e del perché non può funzionare il sistema “piramidale” del debito greco che la Troika insiste a voler applicare sotto l’eufemismo di “salvataggio”.
Varoufakis si addentra nei reali motivi della crisi dell’euro e li espone sia a Wolfgang Schäuble che a Luis de Guindos [Ministro delle Finanze spagnolo ndt] e sembra che voglia dare un consiglio a Podemos, il partito spagnolo per il quale esprime simpatia: le dimensioni contano.
Di seguito è riportata l’intervista completa fatta a Yanis Varoufakis durante il programma El Búho , diretto da Mariano Alonso Freire per Radio 4G, che è stato rilasciata la scorsa notte, 20 luglio.
*****
Mariano Alonso: Buonasera, signor Varoufakis, grazie mille per averci raggiunto qui a El Búho, come sta?
Yanis Varoufakis: Molto bene, e sono personalmente sollevato rispetto agli ultimi cinque mesi, anche se politicamente e collettivamente siamo di fronte ad una situazione molto complicata come greci e, soprattutto, come europei.
Mariano Alonso: Due settimane fa, dopo che si è dimesso dal governo greco, era necessario il referendum se poi la Grecia sta accettando il salvataggio, una volta respinto?
Yanis Varoufakis: Beh, questa è una domanda molto buona. Il 25 giugno ci hanno presentato un terribile ultimatum. Non abbiamo avuto il mandato di accettare a tutti i costi perché abbiamo pensato che fosse un accordo catastrofico per l’economia greca, e inoltre abbiamo ritenuto che fosse un male per l’Europa. D’altra parte, il modo in cui è stato presentato a noi, solo quattro o cinque giorni prima della fine del programma di aiuti greco, rifiutarlo avrebbe significato una rottura della zona euro, il che significava che la Grecia sarebbe restata senza un programma di aiuti e quindi, in pratica un chiaro caso di conflitto tra la Grecia e l’Eurozona. Non abbiamo avuto questo mandato. Il 25 gennaio siamo stati eletti con un programma di proseguire i negoziati all’interno della zona euro.
Così abbiamo fatto quello che qualsiasi democratico farebbe, consultare il popolo greco. Il nostro consiglio è stato quello di votare “no”. Semplicemente perché siamo stati eletti per non perpetuare il ciclo di debito e deflazione che aveva condannato la Grecia a cinque anni di umiliazione e una massiccia crisi economica e sociale.
Ci hanno messo con le spalle al muro, e non abbiamo avuto altra scelta che chiedere ai Greci. Ci hanno dato un “NO”, un “no” clamoroso molto coraggioso. Io dico che è stato coraggioso, prima di tutto, perché erano terrorizzati dai media che hanno mostrato il “no” come una situazione per la Grecia che conosciamo, e allo stesso tempo, naturalmente, di essere stati terrorizzati dalla chiusura delle banche che era presentata come misura per il bene dell’Eurogruppo.
Hanno sollevato questo manto di terrore e hanno votato un sonoro “no”.
Sentivo che questo “no” doveva essere usato per darci energia e tornare in Europa, per dire ai nostri colleghi europei e alla troika che avevamo avuto un mandato per ulteriori negoziati, per continuare nella zona euro, con un accordo praticabile e, che se volevano continuare a imporre un accordo irrazionale e contrario ai diritti umani, che lo facessero.
Il Primo Ministro non era d’accordo con la mia opinione su questo, e ha deciso, nel suo ragionamento, con il quale io non concordavo, che come responsabilità di governo non poteva permettere che le banche fossero completamente distrutte. Ho perso la votazione nel Consiglio dei Ministri e quindi la decisione di ritirarmi era praticamente presa. Non potevo accettare questo, e quindi mi sono dimesso.
Salve, Varoufakis, parla Luis Martin
Yanis Varoufakis: Ciao Luis.
Luis Martin: Guardando agli ultimi cinque mesi in prospettiva, vorrei il suo parere su tutto ciò che non andava o avrebbe fatto in modo diverso.
Yanis Varoufakis: Oh, certo. Chiunque abbia attraversato un processo di negoziazione come questo e che sostiene che non ha sbagliato nulla o non avrebbe dovuto fare le cose in modo diverso è un pazzo pericoloso. Naturalmente abbiamo commesso degli errori.
L’errore più grande è stato quello di immaginare che una solida argomentazione ci avrebbe portato al successo. Saremmo stati in grado di intenderci con le istituzioni e di convincere l’Eurogruppo, con la base di una potente ragione come la ristrutturazione del debito, che ci avrebbe permesso di ridare più soldi ai nostri creditori, e di far crescere l’economia greca permettendo riforme possibili.
Questo è stato un errore di calcolo da parte nostra e, mentre avanzavano i negoziati, è diventato sempre più chiaro che gli argomenti ragionevoli non avrebbero attirato l’attenzione dei nostri creditori. Essi reclamavano indietro i loro soldi e chiedevano riforme dalla Grecia.
Ma fu subito chiaro che né volevano i loro soldi indietro né volevano riforme in Grecia, volevano soltanto umiliare un governo che ha osato dire “no” al loro programma che è fallito.
A quel punto, combattiamo, penso molto bene e molto duramente, per mantenere l’accordo dell’Eurogruppo del 20 febbraio, che era composto essenzialmente di norme rivoluzionarie. Se leggete la dichiarazione dell’Eurogruppo del 20 febbraio vedrete qualcosa di molto importante, la parola “programma” non è usata e le iniziali del “memorandum d’intesa” (MoU) neppure. L’Eurogruppo ha precisato che il governo greco doveva essere giudicato in base alla lista delle riforme avviate dall’esecutivo, in modo da sfuggire, anche se solo per pochi giorni, al secondo piano di salvataggio che stava uccidendo l’economia greca. Non è stato un errore, anzi è stato un grande successo.
Gli errori iniziano due o tre giorni dopo, durante una conference call in cui le istituzioni tornano a enfatizzare di nuovo la questione sul tavolo del MoU [del salvataggio]. Ho risposto con decisione che non vedevo perché si sarebbe dovuto tornare a un accordo di salvataggio dopo il 20 febbraio. Ma nel tentativo di trovare un terreno comune con la troika, le istituzioni e l’Eurogruppo, siamo caduti nella trappola di avviare negoziati nel contesto di un salvataggio non riuscito; lasciandoci trascinare di nuovo nella negoziazione di un processo di salvataggio fallito. Un processo noto anche come una revisione globale in cui i tecnocrati ci hanno chiesto di parlare di tutto, il che ovviamente significava parlare poco o nulla.
Così, per molte settimane abbiamo avuto questa “super” trattativa senza fine in cui ci è stato chiesto cosa volevamo fare di ogni cosa, e ogni volta che dicevamo loro che non eravamo d’accordo, loro non presentavano alcuna proposta alternativa, ma hanno insistito per continuare con un altro tema come la privatizzazione, o il mercato del lavoro e un altro problema e un altro problema. Era un processo senza nessuna convergenza. Non ci rendevamo conto, lo sospettavamo ma non eravamo sicuri di ciò che stavano facendo; e si è scoperto che era vero che stavano cercando di mandare tutto in fumo. Stavano cercando di mantenere una conversazione senza fine e senza accordi per liquidare le risorse della Grecia, per esaurirle completamente, e dopo che le nostre banche sarebbero state chiuse, mettere una pistola sopra le nostre teste. Certo che questo è stato un errore.
Ed è stato anche un errore essere troppo permissivi. Abbiamo ceduto troppo in fretta su alcuni fronti importanti come quello di accettare l’austerità. Ero d’accordo con questo, ma la nostra squadra negoziale, alla fine di aprile, si era accordata su avanzi primari sicuri, che io ho considerato troppo elevati, e se l’idea doveva essere invece quella di cambiare la situazione attraverso una migliore ristrutturazione del debito, io non ero d’accordo perché una volta che si offrono delle eccedenze superiori poi non si hanno argomenti per una migliore ristrutturazione.
Fondamentalmente, mi pento, ci pentiamo, di essere stati troppo compiacenti, troppo permissivi e di aver concesso all’altra parte di chiuderci in un processo senza fine che in nessun caso ci avrebbe condotto ad un accordo reciprocamente vantaggioso.
Luis Martin: Pensi che avete perso un’occasione in quel momento?
Yanis Varoufakis: Certo, certo, ma abbiamo combattuto bene. E siamo arrivati alla fine di giugno con il popolo greco che stava affrontando la chiusura delle banche, essendo terrorizzato, e ci ha risposto con un magnifico referendum. Come dire che in ogni guerra puoi perdere battaglie, ma sperando di non perdere la guerra.
Luis Martin: Hai manifestato categoricamente la tua opposizione contro l’accordo firmato dal primo ministro Tsipras il 13 luglio e da voi stessi battezzato come “i termini della resa greca”. Se avete ragione circa la devastazione che questo accordo porterà nell’economia del vostro paese, dato che anche il suo primo ministro non crede in quello che ha firmato, pensa davvero che il terzo programma di salvataggio sarà attuato nei prossimi tre anni o siamo davanti a un accordo condannato al fallimento?
Yanis Varoufakis: Certo, non è un accordo praticabile, e non è solo la mia idea, come lei ha detto, il Primo Ministro è d’accordo con me su questo completamente. Si tratta di un accordo impossibile, una nuovo “extend and pretend” addirittura peggiore del primo piano di salvataggio del 2010 e del secondo nel 2012, questo è peggio. E il tipo di accordo che si scrive se si vuole umiliare l’altra parte, non se si desidera consentire al debitore di crescere e recuperare. E io non ho dubbi, in ogni caso, che questo accordo passerà alla storia molto, molto presto. Non dovete credere a me o ad Alexis Tsipras: è proprio Wolfgang Schäuble che ha detto recentemente al Bundestag che non crede in un tale accordo, e Christine Lagarde e il FMI hanno detto che è un accordo ridicolo che spingerà il debito greco a circa il 200%. E non ho dubbi, anche se non ha fatto alcuna dichiarazione al riguardo, che la Commissione europea non ci crede. Mario Draghi è un uomo molto intelligente, non riesco a immaginare che veda bene questo accordo.
Quindi questo è ciò che sta accadendo in Europa: abbiamo un accordo impossibile imposto allo stato membro più debole, semplicemente perché nessuno vuole ammettere che gli errori sono stati fatti in ragione del programma di austerità imposto ai nostri paesi negli ultimi anni.
Luis Martin: In un’intervista a gennaio, ha detto che lo scenario della “Grexit” non era né auspicabile né una merce di scambio. Tuttavia, mi ha anche detto che, anche se preferivi che la Grecia avesse continuato all’interno della moneta unica, i Greci non dovrebbero perdere la testa a fare quello che dicono; in fondo non si dovrebbe aderire all’Unione monetaria a qualsiasi prezzo. Abbiamo raggiunto un punto in cui il prezzo è troppo alto?
Yanis Varoufakis: Beh, le due cose non vanno necessariamente insieme, possono, ma non devono andare insieme. La sospensione dei pagamenti e la “Grexit”, voglio dire. Eravamo in difetto: un mese o più fa, abbiamo sospeso i pagamenti al Fondo monetario internazionale. Penso che sia stato necessario, al momento: questa fu la mia raccomandazione al governo quando ero il Ministro delle finanze, nel momento in cui siamo stati minacciati con la chiusura delle banche poiché siamo entrati in amministrazione controllata dalla Banca centrale europea. I buoni della BCE hanno un valore nominale di 27 miliardi, che dovevano essere pagati. Si tratta di obbligazioni di diritto greco e la limitazione imposta dalla BCE era illogica: la Banca centrale greca, che è come la Banca di Spagna o giù di lì, aveva dichiarato solventi le banche che hanno dovuto sospendere le loro attività. Questo è stato un atto di aggressione massiccia, e si sarebbe dovuto assumere il prezzo dell’inadempienza sulle obbligazioni da parte della BCE.
Penso che sarebbe stato una minaccia molto credibile, e che saremmo rimasti nella zona euro, perché, in ultima analisi, nessuno vuole una uscita della Grecia, tranne forse il Dr. Schäuble. Ma sono sicuro che la BCE, il cancelliere Merkel, il presidente Hollande, anche Mariano Rajoy non vogliono che la Grecia venga espulsa perché il costo sarebbe enorme e, soprattutto, perché l’Unione non sarebbe un ente unico, ma sarebbe diventato solo un regime di cambi fissi dove creditori, debitori, i cittadini, gli elettori e gli investitori cominciano a chiedersi e speculare su chi è il prossimo a uscire.
Non è vero che la Germania vuole che la Grecia lasci l’euro, è un’idea personale di Schäuble.
Mariano Alonso: Signor Varoufakis, ha menzionato due volte il Ministro Schäuble, vorrei approfondire la questione della “Grexit”. E’ ormai chiaro che la Germania è a favore di una uscita della Grecia dalla zona euro, almeno temporaneamente. Dopo aver letto i suoi libri e articoli, è evidente che non crede nel futuro di una moneta comune per l’Europa. Non siete d'accordo personalmente lei e il ministro Schäuble , in modo paradossale, su questo punto?
Yanis Varoufakis: Beh, prima lasciatemi dire che non è vero che la Germania ha deciso che la “Grexit” è l’opzione migliore. Il Dr. Schäuble ha deciso questo, ma non penso che Angela Merkel sia d’accordo con lui. Si può riconoscere che ha un grande potere nel Bundestag, e può essere tentato dall’idea di lasciare andare via la Grecia, ma sono sicuro che la Germania non vuole lasciare andare la Grecia dalla zona euro. Ma a proposito di quanto dice il Dr. Schäuble, ha ragione, ci è stato detto più volte che crede che l’uscita sia l’opzione migliore. La mia opinione è che in questo momento, nonostante tutto quello che è successo, giocare con l’idea di una “Grexit” è estremamente pericoloso per l’Europa. La moneta unica è costruita in modo diabolico, è costruita e governata operativamente dall’Eurogruppo in una forma antidemocratica e in un modo che è finanziariamente ed economicamente contro l’interesse dei cittadini europei. Ma questo non significa che dovremmo cercare di smontarla.
Penso che ci sono modi molto semplici per risolvere il problema, per farla funzionare per tutti. Purtroppo, alcune potenze in Europa non sono interessate a questa riprogettazione razionale dell’area dell’euro.*
Se la Grecia lascia l’euro, l’Italia è la prossima
Mariano Alonso: Hai appena detto che l’idea di “Grexit” è molto pericolosa per l’Europa. La professoressa Mariana Mazzucato, che abbiamo intervistato più volte qui a El Bùho, sostiene che se la Grecia abbandona l’unione monetaria, l’Italia la seguirebbe dopo un anno. Condivide?
Yanis Varoufakis: Lasciate che vi dica che Mariana è una buona amica, e non è solo una buona amica, ma è anche colei con cui sono d’accordo completamente. Non vi è dubbio che l’Italia sarebbe stato il prossimo paese a uscire, perché siamo chiari, l’economia italiana è un interessante esempio di come un paese e la sua economia siano “turbate” dall’Europa attraverso politiche imposte da parte dell’Eurogruppo.
Nel 2014, per esempio, l’Italia ha avuto un surplus delle partite correnti e aveva anche un avanzo primario del 2,2%, ma il suo rapporto tra debito e PIL è cresciuto del 9% -10% o giù di lì.
E’ chiaro che il paese sta esportando e sopravvivendo con i suoi mezzi in termini di commercio con l’estero, ma sempre più nel debito...
L’uscita della Grecia, porterebbe a iniziare il processo di uscita dell’Italia. La “Grexit” porterebbe all’ “Italexit”. Mariana ha completamente ragione.
Luis Martin: Come valuta la posizione della Spagna nelle trattative sulla Grecia? Il nostro primo ministro, Mariano Rajoy, si è affrettato a sostenere il signor Samaras nelle elezioni lo scorso gennaio – ed stato con voi molto critico – così come è stato molto critico nei confronti del referendum promosso dal suo governo, signor Varoufakis.
Come altri, Rajoy ha detto che il “no” può spingere la Grecia fuori dall’euro. Come si spiega che gli altri paesi periferici, che sono stati anche sottoposti al salvataggio si sono rivolti contro la Grecia?
E’ chiaro che il governo spagnolo è preoccupato per Podemos.
Yanis Varoufakis: Mi capita spesso di dire che, quando ero nell’Eurogruppo, 18 paesi erano contro di me. Diciotto ministri dell’economia ad uno, io. Ma la mia risposta è che non è così, in realtà... I 18 si dividono in due gruppi: un piccolo gruppo che crede veramente nell’ austerità. Essi credono che l’austerità e lo sbarazzarsi del debito siano la via d’uscita dalla crisi, ma questi sono la minoranza.
Il secondo gruppo di paesi, e questo include la Spagna, sono paesi che non credono nell’austerità, e posso assicurare che il Ministro delle finanze spagnolo non crede nell’accordo di salvataggio.
Glielo hanno chiesto spesso e penso che sia orgoglioso di essere stato in grado di evitare il piano di salvataggio per la Spagna che stanno cercando di imporre.
Così a questo gruppo di paesi, Irlanda, Portogallo... è stata imposta l’austerità, senza che credessero in essa. E poi c’è un altro gruppo di paesi, tra cui la Francia, ai quali non sono state ancora imposte misure di austerità, i quali temono che se si fossero posizionati a nostro favore, sarebbero stati trattati come gli altri.
Così nazioni, governi, e il governo spagnolo, che ha imposto l’austerità... con effetti negativi sulla vostra economia... dovrebbero dare molte risposte ai propri cittadini, se il governo greco fosse stato autorizzato a farla franca, con la fuga.
Tutti sanno che il governo in Spagna è particolarmente preoccupato per Podemos e per la possibilità di perdere le prossime elezioni. E per loro, essere contro un nuovo modello di governo come la Grecia con SYRIZA ha una chiara motivazione e benefici politici, ma questo non significa che sono d’accordo con le politiche imposte alla Grecia.
Dire che la Grecia era sulla strada giusta con il governo precedente e che questa si è interrotta perché siamo stati eletti noi è come dire che i greci sono stupidi.
Luis Martin: La storia ora è che la Grecia era sulla strada della ripresa, ma aveva ancora molto lavoro da fare, fino a quando è arrivata SIRYZA, che ha annullato tutti i progressi e ha portato l’economia alla rovina. E’ qualcosa che ha appena sostenuto pochi giorni fa il ministro Schäuble quando ha detto a Der Spiegel che questa vicenda riguarda i Paesi del Sud e potrebbe costituire un precedente per altri paesi.
Yanis Varoufakis: Questo è un racconto molto offensivo. Pensaci. E’ come dire che la gente in Grecia è stupida. Perché erano sulla strada giusta con il governo precedente, ma stupidamente hanno scelto noi, e che se non fosse accaduto la Grecia si starebbe riprendendo.
Beh, si tratta di un modo offensivo,estremamente offensivo, di raccontare la storia, vale a dire che i greci sono stupidi: che stavano bene con il governo precedente, ma erano stupidi e hanno deciso di sostituire il precedente governo e di eleggere noi. E che se non lo avessero fatto, la Grecia ora starebbe recuperando. E’ completamente falso e offensivo. Lascia che ti dica la verità, la storia vera: e la storia reale è che non c’è mai stato un recupero. Nemmeno un po’. Il recupero di cui si parla è una manipolazione statistica. Nel 2014, il PIL pro capite del reddito nominale ha continuato a scendere, stava crollando. Quello che è successo è che i prezzi scendevano ancora più velocemente. Quindi,se si esegue il calcolo misurando il reddito nazionale in termini di PIL reale, il che è tecnicamente un rapporto, dal momento che il numeratore e il denominatore sono negativi, il rapporto diventa positivo.
Così improvvisamente sembrava avessimo goduto di un aumento del PIL in termini reali, ma il PIL in euro scendeva e i prezzi cadevano. Questo si definisce una grande depressione. Quando salari e prezzi scendono, l’investimento è paria zero e il credito bancario cala precipitosamente, questo è il segno che non vi è alcun recupero. E’ la catastrofe. E questa è stata la situazione catastrofica che ha portato i greci a votare per noi. I greci non sono stupidi. Non siamo stati scelti perché le cose andavano bene prima.
Ci hanno eletto perché la catastrofe non continuasse. E il fatto che il dottor Schäuble e il resto d’Europa, sostengano che ci fosse un recupero prima della nostra elezione e che il problema è Syriza, sono valutazioni molto offensive.
Mariano Alonso: Sul ruolo della Spagna nei negoziati sulla Grecia, se ci atteniamo alla sua esperienza di lavoro con il ministro spagnolo Luis de Guindos, pensa che i negoziati sarebbero stati diversi se egli fosse stato il presidente dell’Eurogruppo? E un’altra domanda: pensa che De Guindos abbia avuto opzioni, possibilità reali, di succedere al signor Dijsselbloem? Lei continua a pensare che abbia avuto questa opportunità?
Yanis Varoufakis: Sì, credo che ne sia stato molto vicino, è stato molto vicino e lasciate che vi dica, con il rischio di irritare alcune persone dirò che personalmente avrei preferito più De Guindos che Jeroen Dijsselbloem, per un motivo molto importante.
In primo luogo perché capisce la finanza e l’economia molto più di Dijsselbloem. Le mie conversazioni con lui, da un punto di vista personale, a porte chiuse, per esempio sono andato a trovarlo a Madrid, mi hanno mostrato un uomo sereno e che sa come funziona l’economia.
C’erano differenze fra noi, quello però che non mi piace è la differenza tra quello che ci siamo detti l’un l’altro quando nessuno ascoltava e la sua posizione ufficiale nell’Eurogruppo, ma questa è un’altra questione.
Ma rispetto a Dijsselbloem (De Guindos) è un gigante per conoscenza di finanza e di economia. Detto questo, non credo che ci sarebbe stata molta differenza con lui al fronte. Perché, parliamoci chiaro, l’Eurogruppo è gestito da un potere che è Schäuble... e vedendo de Guindos nell’Eurogruppo posso assicurare che de Guindos è legato a quel potere.
Immaginate se la Spagna fosse stata minacciata allo stesso modo della Grecia
Luis Martin: Ora, se invece di Grecia e di Syriza stessimo parlando di Spagna e di Podemos, pensa che i negoziati sarebbero andati in un altro modo? In sostanza, le dimensioni contano e per il fatto che la Grecia non è considerata come un paese abbastanza ‘sistemico’ ha reso più facile a Bruxelles isolarla dicendole “o rispettate le regole o niente.”
Yanis Varoufakis: Le dimensioni contano, naturalmente. Non è la stessa dovere 300 miliardi, o 3.000... ci sono delle differenze.
Ma fino a quando la Grecia era sufficientemente sistemica nel 2010, nel 2012 e anche nel 2013, quello che è stato fatto con i salvataggi è stato di trasferire potenziali perdite delle banche ai contribuenti.
Così il debito della Grecia nei confronti delle banche private (banche private francesi e tedesche in particolare) sono stati trasferiti sulle spalle di greci, tedeschi, spagnoli... portoghesi, slovacchi...
Una volta che questo “cinico” trasferimento è stato fatto in nome della solidarietà con la Grecia, al governo greco è stato detto “non è più un nostro problema”.
Certo, comunque insisto, nonostante loro pensassero che la Grecia non era più una minaccia sistemica, in realtà lo era. La tragedia è stata che avevano la convinzione di poter gestire la “Grexit”, e questo ha motivato le loro minacce contro il mio primo ministro. E queste minacce hanno funzionato.
Ma se loro ci avessero “amputato” (forse la banca centrale) magari per alcuni mesi si sarebbe tenuto tutto in ordine, senza troppe tempeste di fronte ai mercati finanziari... Ma alla fine un miliardo sarebbe stato perso e il processo di disintegrazione della zona euro sarebbe stato inarrestabile. Anche con la piccola Grecia. Immagina se la Spagna fosse stata minacciata nello stesso modo. Quindi è giusto, le dimensioni contano.
La democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo subito un colpo di stato in questa ultima settimana.
Luis Martin: Nel mese di gennaio mi ha confessato la sua paura di fronte alla prospettiva di un periodo di “anni trenta postmoderni”. Tenendo conto della svolta che il governo greco ha fatto dopo il referendum e il danno prodotto alla fiducia dei greci nella democrazia, il fatto che in sostanza ci sono leggi che non si possono approvare nel proprio parlamento senza il consenso di Bruxelles (di fatto il vostro programma di Salonicco è morto) e la rivolta che si sta sviluppando nel vostro partito, pensa che Syriza può rimanere unita ed evitare la disintegrazione politica del paese?
Yanis Varoufakis: Ha ragione, la democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo sofferto un colpo di stato nel corso dell’ultima settimana. Il nostro governo è stato costretto a scegliere tra un suicidio o l’essere giustiziato... e, alla fine, ha scelto la prima soluzione. E intanto si stanno sviluppando i “postmoderni anni ’30”.
Ricordo che nel 1930 c’era una frammentazione della moneta comune e la stessa cosa accade oggi. Un euro in Grecia non vale lo stesso che un euro in Spagna, che a sua volta non vale lo stesso che in Germania...
Va anche osservato un aspetto di grande importanza: la svalutazione competitiva che ha avuto inizio nel 1929 e ha continuato negli anni ’30, che ha causato la deflazione, la perdita di entrate e la perdita di occupazione, sta già avvenendo in Europa... Dopo che i salari sono caduti così tanto in Spagna rispetto alla Francia, l’industria automobilistica è stata chiusa in Francia ed ha cominciato a stabilirsi in Spagna, per effetto della diminuzione dei salari. Questa è un’altra forma di svalutazione competitiva... non sta contribuendo a rafforzare l’Europa, non contribuisce a rafforzare l’unione né economicamente né politicamente... Così il processo di frammentazione, come negli anni ’30, è ovunque intorno a noi.
Luis Martin: Guardando al futuro, e lo chiedo al membro di Syriza in parlamento, ma anche a chi è ora contro le ultime decisioni del governo greco, che ruolo giocherà nel futuro politico del suo paese?
Yanis Varoufakis: Il mio obiettivo, il mio sogno e quello cui aspiro è continuare a parlare il linguaggio della verità, perché penso che la sinistra non ha alternative, e la sinistra non ha il diritto di accettare una falsa narrazione. Così non potrò mai votare per questo piano di salvataggio, mai. Anche se la mia vita dovesse essere in pericolo, per così dire. Ma allo stesso tempo occorre cercare di mantenere l’unità dei cittadini. E io cerco di farlo nel modo seguente: capisco completamente le difficoltà in cui si trovano Tsipras e il resto dei miei colleghi nel governo. Mi sembra di capire che hanno le loro ragioni per capitolare e dire “dobbiamo continuare a combattere un giorno di più“. Ci sono forti argomenti da entrambe le parti...
Dal lato di persone come Tsipras, che crede che dobbiamo vivere per combattere un giorno di più, e da parte mia, che penso che avremmo dovuto fare opposizione, essendomi dimesso.
Questa è una decisione complicata ed è ciò che accade quando ci sono argomenti di peso enorme su ogni lato, argomenti ugualmente forti per ambedue.
Così, nello stesso modo in cui mi considero più idealista di Alexis Tsipras, e riconoscendo che, è tanto di sinistra e tanto onesto come lo sono io..., allo stesso tempo, vorrei che chi è d’accordo con il governo, sappia che noi che votiamo “no” non siamo meno responsabili di loro.
Così che la responsabilità, la convinzione e la purezza ideologica sono ugualmente condivisi tra le due parti, anche se abbiamo una giudizio e una visione diversa di ciò che dovrebbe essere fatto.
Credo che riusciremo a mantenere l’unità nonostante le differenze, e decisamente saremo uniti e ci opporremo alle politiche irrazionali e contrarie ai diritti umani dell’Unione Europea.
Mariano Alonso: Signor Varoufakis, ex ministro delle finanze della Grecia. E’ stato un piacere averla nel nostro programma su Radio 4G. La ringrazio molto per il suo tempo e con la speranza che i problemi politici, sociali ed economici in Grecia e in tutta Europa siano risolti il più presto possibile.
Yanis Varoufakis: Grazie, e sarebbe utile se gli spagnoli si unissero alla lotta in nome della Spagna, della Grecia, della Germania e di tutti in Europa.
Fonte
* L'ottusità del pensiero di Varoufakis ha dell'imbarazzante.
22/07/2015
Perché la Grecia non può permettersi l’Euro
I sostenitori oltranzisti di Tsipras sostengono che il successo ottenuto dal loro beniamino è stato quello di mantenere la Grecia nell’Euro. Una uscita, immaginano, sarebbe stata rovinosa, mentre, restando nel club delle “monete forti” la Grecia ha più possibilità di riprendersi, per la convinzione un po’ sempliciotta che si è un po’ più ricchi se sia appartiene al clan di una moneta forte. Cosa c’è di vero in queste idee?
Facciamo un minimo di analisi. La Grecia è un piccolo paese, con scarso sviluppo economico, vive di turismo e (prima della cura Troika) di una modesta esportazione di prodotti prevalentemente agricoli. I governi che si sono succeduti nel decennio scorso, hanno alimentato il debito con una spesa pubblica obiettivamente fuori misura (sino ad assorbire nel pubblico impiego il 10% della popolazione totale). Essi hanno “comperato” il consenso dei greci con massicce assunzioni nella pubblica amministrazione e con una politica pensionistica che autorizzava prepensionamenti anche in età molto bassa e con reversibilità, in caso di morte del pensionato, anche a favore delle figlie nubili. E’ palese come una simile spesa pubblica non potesse essere retta che indebitando il paese.
Nei primi anni del decennio scorso, i governanti del tempo, con l’assistenza della Goldman Sachs, falsificarono i bilanci per nascondere la situazione debitoria ed essere accolti nella moneta unica. Questo permise di emettere buoni del tesoro a tassi irrisori grazie alla credibilità della moneta unica. La falsificazione resse anni, ma con l’esplodere della crisi del 2008, inevitabilmente venne a galla. Già dal 2009 si pose il problema del se salvare la Grecia e del se tenerla nell’Euro, la questione fu risolta con un mix di continui salvataggi misti a richieste di misure di austerità fiscale. Di fatto, gli altissimi interessi sul debito (che hanno raggiunto punte del 17%) furono affrontati con continui prestiti del Fmi e della Bce, per essere subito girati alle banche tedesche e francesi, sino a quando esse non si disfecero dei titoli ellenici che vennero riacquistati dagli stessi enti che erogavano i prestiti e agli stessi interessi: in questo modo, in cinque anni, il debito ellenico è più che triplicato, senza che al popolo greco arrivasse un solo Euro.
Quanto alla politica di austerità, non ha intaccato minimamente il debito che ha continuato a crescere, ma ha abbassato di un quarto il Pil greco e causato la chiusura di gran parte delle poche imprese manifatturiere.
Un problema a sé stante è quello della tassazione di una delle poche attività che producono profitti: la flotta mercantile greca che è la più importante d’Europa (e forse del Mondo) e che, sin qui, è praticamente esente da ogni prelievo. Ma tassarla espone al rischio che in breve gli armatori cambino la bandiera ai loro natanti e la flotta vada persa a favore di un qualche paradiso fiscale. Lasciamo per ora la questione da parte.
Dunque, si deduce che:
a- la Grecia non potrà mai pagare un debito che ormai è il doppio del suo Pil annuale (e questo ormai lo sostiene anche il Fmi) e, quindi, deve ristrutturarlo o ripudiarlo in toto o rivedendo radicalmente interessi e scadenze (ad es. rimborsandolo in 30 o 40 anni ad interessi bassissimi);
b- deve rivedere la sua politica pensionistica eliminando i prepensionamenti e riconsiderando le reversibilità (ovviamente per il futuro);
c- ridurre il numero degli impiegati pubblici, anche se occorre dire che questo in parte è stato fatto, riducendo di un quarto i dipendenti, fra prepensionamenti e licenziamenti. Peraltro è difficile scendere al di sotto di una certa soglia, soprattutto tenendo conto di una particolarità geografica del paese che ha oltre 6.000 isole, di cui circa 250 abitate, per cui occorre assicurare un minino di strutture in ciascuna di quelle abitate (posto di polizia, sevizi sanitari, scolastici, anagrafici, di trasporto ecc.) e la sorveglianza di quelle disabitate, il che, ovviamente, gonfia gli organici. Dunque, la pubblica amministrazione continuerà ad essere una voce di spesa notevole, ma, a maggior ragione, questo impone che ci sia un solido Pil per reggerne il peso;
d- soprattutto, deve creare nuova occupazione per riassorbire la massiccia disoccupazione attuale e compensare i posti che ancora si perderanno nel pubblico impiego;
e- dato che non è pensabile farcela con il solo turismo e, tantomeno, con nuovi debiti, alla Grecia occorre sviluppare un solido impianto di imprese manifatturiere e di servizi, per le quali occorre trovare il capitale di avvio.
E questo è il primo punto di attrito con l’appartenenza all’Euro. La Grecia ha scarsissimi capitali di investimento, per cui deve sperare in capitali stranieri, ma nessuno delocalizza in un paese a moneta forte, perché sarebbe un evidente non senso. Per rendere conveniente una localizzazione di imprese straniere occorre giocare sui cambi (e questo significa una valuta debole), offrire condizioni fiscali convenienti (e questo la Grecia non può farlo per le condizioni capestro imposte proprio da Ue e Bce) e offrire gratuitamente o quasi il terreno per gli impianti. Delle tre cose la Grecia può fare solo l’ultima che è troppo poco.
In secondo luogo c’è il problema della flotta mercantile che, sin qui, rende poco e nulla allo stato Greco per le esenzioni ed abbiamo detto che gli armatori minacciano di cambiare bandiera non appena la convenienza fiscale si sposti da un’altra parte. Una moneta debole attenuerebbe molto il problema: gli armatori svolgono il loro lavoro facendosi pagare in monete forti dai loro clienti (essenzialmente Dollaro, Euro, Sterlina eventualmente Yen), pagando tasse in Euro potrebbero trovare conveniente spostarsi nel solito paradiso fiscale, che offre condizioni vantaggiose (ma pur sempre con qualche imposta). Se gli armatori dovessero pagare in moneta “debole”, la convenienza a spostarsi in un altro paese diminuirebbe molto e lo stato ellenico potrebbe, in questo modo, trovare un gettito importante per sostenere l’onere del pubblico impiego e delle pensioni.
In terzo luogo, la moneta debole, insieme alla vicinanza ai mercati europei, (che elimina gran parte dei costi di trasporto) faciliterebbe anche le esportazioni agricole ed, inoltre, se ne gioverebbe molto anche il turismo.
Insomma, la Grecia è un paese ad economia debole e non industrializzato, mentre l’Euro è pensato per una economia forte ed iper industrializzata che esporta prodotti di elevata qualità tecnologica, vi sembra credibile che un paese ad economia debole ed in crisi possa consentirsi una moneta forte?
Ovviamente, perché l’uscita dall’euro non diventi un bagno di sangue occorre che avvenga in modo controllato e concordato con la Ue e per questo occorre avere gli interlocutori e gli alleati giusti. Chi potrebbe essere questo alleato? Ma è chiaro: Schauble, che aveva fatto intendere la sua disponibilità proponendo l’uscita temporanea della Grecia dall’Euro ed opponendosi al taglio del debito, ma solo sino a quando la Grecia fosse rimasta nell’Eurozona.
Essere rimasti nell’Euro è stato il più grave errore di Tsipras che, per di più, ha pagato un prezzo catastrofico per poterlo ottenere: come dire che ha pagato moltissimo per poter essere buggerato. Non credo che lo abbia fatto perché è un traditore, ma più semplicemente per totale insipienza. Anche se talvolta, sul piano oggettivo, le due cose sono indistinguibili.
Fonte
Facciamo un minimo di analisi. La Grecia è un piccolo paese, con scarso sviluppo economico, vive di turismo e (prima della cura Troika) di una modesta esportazione di prodotti prevalentemente agricoli. I governi che si sono succeduti nel decennio scorso, hanno alimentato il debito con una spesa pubblica obiettivamente fuori misura (sino ad assorbire nel pubblico impiego il 10% della popolazione totale). Essi hanno “comperato” il consenso dei greci con massicce assunzioni nella pubblica amministrazione e con una politica pensionistica che autorizzava prepensionamenti anche in età molto bassa e con reversibilità, in caso di morte del pensionato, anche a favore delle figlie nubili. E’ palese come una simile spesa pubblica non potesse essere retta che indebitando il paese.
Nei primi anni del decennio scorso, i governanti del tempo, con l’assistenza della Goldman Sachs, falsificarono i bilanci per nascondere la situazione debitoria ed essere accolti nella moneta unica. Questo permise di emettere buoni del tesoro a tassi irrisori grazie alla credibilità della moneta unica. La falsificazione resse anni, ma con l’esplodere della crisi del 2008, inevitabilmente venne a galla. Già dal 2009 si pose il problema del se salvare la Grecia e del se tenerla nell’Euro, la questione fu risolta con un mix di continui salvataggi misti a richieste di misure di austerità fiscale. Di fatto, gli altissimi interessi sul debito (che hanno raggiunto punte del 17%) furono affrontati con continui prestiti del Fmi e della Bce, per essere subito girati alle banche tedesche e francesi, sino a quando esse non si disfecero dei titoli ellenici che vennero riacquistati dagli stessi enti che erogavano i prestiti e agli stessi interessi: in questo modo, in cinque anni, il debito ellenico è più che triplicato, senza che al popolo greco arrivasse un solo Euro.
Quanto alla politica di austerità, non ha intaccato minimamente il debito che ha continuato a crescere, ma ha abbassato di un quarto il Pil greco e causato la chiusura di gran parte delle poche imprese manifatturiere.
Un problema a sé stante è quello della tassazione di una delle poche attività che producono profitti: la flotta mercantile greca che è la più importante d’Europa (e forse del Mondo) e che, sin qui, è praticamente esente da ogni prelievo. Ma tassarla espone al rischio che in breve gli armatori cambino la bandiera ai loro natanti e la flotta vada persa a favore di un qualche paradiso fiscale. Lasciamo per ora la questione da parte.
Dunque, si deduce che:
a- la Grecia non potrà mai pagare un debito che ormai è il doppio del suo Pil annuale (e questo ormai lo sostiene anche il Fmi) e, quindi, deve ristrutturarlo o ripudiarlo in toto o rivedendo radicalmente interessi e scadenze (ad es. rimborsandolo in 30 o 40 anni ad interessi bassissimi);
b- deve rivedere la sua politica pensionistica eliminando i prepensionamenti e riconsiderando le reversibilità (ovviamente per il futuro);
c- ridurre il numero degli impiegati pubblici, anche se occorre dire che questo in parte è stato fatto, riducendo di un quarto i dipendenti, fra prepensionamenti e licenziamenti. Peraltro è difficile scendere al di sotto di una certa soglia, soprattutto tenendo conto di una particolarità geografica del paese che ha oltre 6.000 isole, di cui circa 250 abitate, per cui occorre assicurare un minino di strutture in ciascuna di quelle abitate (posto di polizia, sevizi sanitari, scolastici, anagrafici, di trasporto ecc.) e la sorveglianza di quelle disabitate, il che, ovviamente, gonfia gli organici. Dunque, la pubblica amministrazione continuerà ad essere una voce di spesa notevole, ma, a maggior ragione, questo impone che ci sia un solido Pil per reggerne il peso;
d- soprattutto, deve creare nuova occupazione per riassorbire la massiccia disoccupazione attuale e compensare i posti che ancora si perderanno nel pubblico impiego;
e- dato che non è pensabile farcela con il solo turismo e, tantomeno, con nuovi debiti, alla Grecia occorre sviluppare un solido impianto di imprese manifatturiere e di servizi, per le quali occorre trovare il capitale di avvio.
E questo è il primo punto di attrito con l’appartenenza all’Euro. La Grecia ha scarsissimi capitali di investimento, per cui deve sperare in capitali stranieri, ma nessuno delocalizza in un paese a moneta forte, perché sarebbe un evidente non senso. Per rendere conveniente una localizzazione di imprese straniere occorre giocare sui cambi (e questo significa una valuta debole), offrire condizioni fiscali convenienti (e questo la Grecia non può farlo per le condizioni capestro imposte proprio da Ue e Bce) e offrire gratuitamente o quasi il terreno per gli impianti. Delle tre cose la Grecia può fare solo l’ultima che è troppo poco.
In secondo luogo c’è il problema della flotta mercantile che, sin qui, rende poco e nulla allo stato Greco per le esenzioni ed abbiamo detto che gli armatori minacciano di cambiare bandiera non appena la convenienza fiscale si sposti da un’altra parte. Una moneta debole attenuerebbe molto il problema: gli armatori svolgono il loro lavoro facendosi pagare in monete forti dai loro clienti (essenzialmente Dollaro, Euro, Sterlina eventualmente Yen), pagando tasse in Euro potrebbero trovare conveniente spostarsi nel solito paradiso fiscale, che offre condizioni vantaggiose (ma pur sempre con qualche imposta). Se gli armatori dovessero pagare in moneta “debole”, la convenienza a spostarsi in un altro paese diminuirebbe molto e lo stato ellenico potrebbe, in questo modo, trovare un gettito importante per sostenere l’onere del pubblico impiego e delle pensioni.
In terzo luogo, la moneta debole, insieme alla vicinanza ai mercati europei, (che elimina gran parte dei costi di trasporto) faciliterebbe anche le esportazioni agricole ed, inoltre, se ne gioverebbe molto anche il turismo.
Insomma, la Grecia è un paese ad economia debole e non industrializzato, mentre l’Euro è pensato per una economia forte ed iper industrializzata che esporta prodotti di elevata qualità tecnologica, vi sembra credibile che un paese ad economia debole ed in crisi possa consentirsi una moneta forte?
Ovviamente, perché l’uscita dall’euro non diventi un bagno di sangue occorre che avvenga in modo controllato e concordato con la Ue e per questo occorre avere gli interlocutori e gli alleati giusti. Chi potrebbe essere questo alleato? Ma è chiaro: Schauble, che aveva fatto intendere la sua disponibilità proponendo l’uscita temporanea della Grecia dall’Euro ed opponendosi al taglio del debito, ma solo sino a quando la Grecia fosse rimasta nell’Eurozona.
Essere rimasti nell’Euro è stato il più grave errore di Tsipras che, per di più, ha pagato un prezzo catastrofico per poterlo ottenere: come dire che ha pagato moltissimo per poter essere buggerato. Non credo che lo abbia fatto perché è un traditore, ma più semplicemente per totale insipienza. Anche se talvolta, sul piano oggettivo, le due cose sono indistinguibili.
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20/07/2015
Paul Krugman: “ho sovrastimato la competenza di Tsipras, non aveva piano B”
Alla fine anche Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia e firma di punta del New York Times, critica apertamente il cedimento del governo Tsipras di fronte ai disastrosi e intollerabili diktat della Troika e delle istituzioni europee.
Krugman, che da sempre è uno strenuo critico della cura da cavallo a colpi di cosiddetta austerità – tagli, licenziamenti e privatizzazioni – imposta dalla troika (Bce-Ue-Fmi) ad Atene e che non ha fatto altro che far aumentare il debito greco aggravando nel contempo le condizioni di vita di milioni di greci, ieri in un'intervista alla Cnn ha sostenuto che "potrebbe aver sovrastimato la competenza del governo greco". In particolare l’economista ha preso di mira la mancanza di un ‘piano B’ da parte del premier Alexis Tsipras. E’ imperdonabile, scrive Krugman, che i ministri di Atene siano andati alla trattativa con i cosiddetti creditori senza avere un'alternativa in caso di un ‘no’ della troika alle richieste di Atene: "Almeno qualcosa che reggesse per un po', qualcosa del genere, 'questo è quello che faremo se non otterremo nuovi fondi”. “In maniera stupefacente", afferma Krugman, il governo greco "aveva pensato che potevano semplicemente chiedere condizioni migliori senza avere un'alternativa. Questo per me è stato certamente uno shock".
In particolare dopo il forse inatteso trionfo dei ‘no’ nel referendum convocato contro il ricatto della troika al quale l’esecutivo di Atene ha invece fatto seguire l’accettazione di un pacchetto di tagli, controriforme e privatizzazione anche peggiore di quello respinto dagli elettori.
"Non avrei mai pensato che Tsipras e i suoi ministri sarebbero andati a confrontarsi con la Troika senza aver fatto alcuna pianificazione d'emergenza in caso di rifiuto da parte dei propri interlocutori" ha detto il premio Nobel all'intervistatore dell'emittente statunitense, Fareed Zakaria.
"Voglio dire che dal punto di vista strategico nulla è cambiato, ancora tagli e tagli, l'austerità come metodo per ridurre il debito non ha mai funzionato in situazioni simili, e quindi non potrà funzionare neanche in futuro. Si sono semplicemente presi una paura per il momento, forse" risponde Krugman al giornalista che gli chiede se il nuovo piano di "salvataggio" in cambio del Terzo Memorandum ha di fatto risolto la crisi in Grecia. Di fatto, dice Krugman, l'ipotesi di una Grexit non è affatto annullata: "la mia ipotesi è – ma non si può mai essere certi di nulla – che o alla fine avranno una riduzione enorme del debito che però non mi sembra gli venga accordata oppure dovranno uscire dall'Eurozona".
"Una uscita della Grecia dall'Euro – afferma Krugman – avrebbe enormi implicazioni per il futuro del progetto europeo. E se la Grecia uscisse e poi iniziasse a recuperare economicamente, il che probabilmente accadrebbe, costituirebbe un incoraggiamento per altri movimenti politici per sfidare l'Euro (in altri paesi, ndr)".
Fonte
Krugman, che da sempre è uno strenuo critico della cura da cavallo a colpi di cosiddetta austerità – tagli, licenziamenti e privatizzazioni – imposta dalla troika (Bce-Ue-Fmi) ad Atene e che non ha fatto altro che far aumentare il debito greco aggravando nel contempo le condizioni di vita di milioni di greci, ieri in un'intervista alla Cnn ha sostenuto che "potrebbe aver sovrastimato la competenza del governo greco". In particolare l’economista ha preso di mira la mancanza di un ‘piano B’ da parte del premier Alexis Tsipras. E’ imperdonabile, scrive Krugman, che i ministri di Atene siano andati alla trattativa con i cosiddetti creditori senza avere un'alternativa in caso di un ‘no’ della troika alle richieste di Atene: "Almeno qualcosa che reggesse per un po', qualcosa del genere, 'questo è quello che faremo se non otterremo nuovi fondi”. “In maniera stupefacente", afferma Krugman, il governo greco "aveva pensato che potevano semplicemente chiedere condizioni migliori senza avere un'alternativa. Questo per me è stato certamente uno shock".
In particolare dopo il forse inatteso trionfo dei ‘no’ nel referendum convocato contro il ricatto della troika al quale l’esecutivo di Atene ha invece fatto seguire l’accettazione di un pacchetto di tagli, controriforme e privatizzazione anche peggiore di quello respinto dagli elettori.
"Non avrei mai pensato che Tsipras e i suoi ministri sarebbero andati a confrontarsi con la Troika senza aver fatto alcuna pianificazione d'emergenza in caso di rifiuto da parte dei propri interlocutori" ha detto il premio Nobel all'intervistatore dell'emittente statunitense, Fareed Zakaria.
"Voglio dire che dal punto di vista strategico nulla è cambiato, ancora tagli e tagli, l'austerità come metodo per ridurre il debito non ha mai funzionato in situazioni simili, e quindi non potrà funzionare neanche in futuro. Si sono semplicemente presi una paura per il momento, forse" risponde Krugman al giornalista che gli chiede se il nuovo piano di "salvataggio" in cambio del Terzo Memorandum ha di fatto risolto la crisi in Grecia. Di fatto, dice Krugman, l'ipotesi di una Grexit non è affatto annullata: "la mia ipotesi è – ma non si può mai essere certi di nulla – che o alla fine avranno una riduzione enorme del debito che però non mi sembra gli venga accordata oppure dovranno uscire dall'Eurozona".
"Una uscita della Grecia dall'Euro – afferma Krugman – avrebbe enormi implicazioni per il futuro del progetto europeo. E se la Grecia uscisse e poi iniziasse a recuperare economicamente, il che probabilmente accadrebbe, costituirebbe un incoraggiamento per altri movimenti politici per sfidare l'Euro (in altri paesi, ndr)".
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