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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2020

L’Eurogruppo resta in mano ai “dottor Strarigore”

Non sarà un pranzo di gala, e non sarà affatto un pasto gratis.

Mentre siamo bombardati a ogni ora da cretini e mentitori che ci dicono “prendiamo i soldi del Mes”, “adesso arrivano i soldi dell’Europa”, ecc. zitti zitti in “Europa” preparano le tagliole.

L’Eurogruppo – il vertice dei ministri dell’economia dell’Eurozona – è un organismo “informale”, non è previsto da nessun trattato, non possiede insomma nessuna “base legale” eppure è uno degli organi più potenti dell’Unione Europea quando si tratta di determinare le politiche economiche. Tra le altre cose, istruisce i temi che vengono poi discussi dal Consiglio Europeo (il vertice dei capi di Stato e di governo).

Ieri questo organismo doveva sostituire il presidente, perché il portoghese Mario Centeno era stato indicato nel suo paese per guidare la Banca Centrale.

L’elezione del presidente dell’Eurogruppo avviene a scrutinio segreto, ma questa volta non erano previste sorprese perché Germania, Italia, Spagna e Francia – l’80% della popolazione e del Pil della Ue – avevano trovato la convergenza sul nome di Nadia Calvino, spagnola ed esponente della “famiglia socialista” (che ha conservato il nome pur essendo un grumo di neoliberisti perfettamente identico alla destra).

Che qualcosa non quadrasse si era capito con la prima votazione, quando nessuno dei tre candidati aveva raggiunto i 10 voti necessari all’elezione. Al ballottaggio ha vinto invece Paschal Donohoe, conservatore irlandese, quarantacinque anni, laureato in Scienze politiche ed economiche all’università di Dublino, già ministro dei trasporti, del turismo e dello sport e degli affari europei.

Un “austero”, insomma, scelto dal “fronte dei frugali” anche se aveva dalla sua esplicitamente soltanto l’Austria (e l’Olanda, naturalmente, anche se un po’ sotto traccia).

Le conseguenze sono abbastanza chiare.

L’Eurogruppo sarà chiamato in prima linea per decidere come costruire il recovery fund (ribattezzato Next generation Eu), la proporzione tra “contributi a fondo perduto” e semplici prestiti, i criteri con cui soddisfare la necessità di una redistribuzione tra i vari Paesi in base ai differenti danni subiti dalla pandemia, ecc.

Donohoe è stato scelto dunque per ostacolare al massimo i Paesi mediterranei e supportare gli interessi del “fronte del Nord”.

Formalmente è anche una sconfitta per Angela Merkel, da pochi giorni alla guida dell’Unione come presidente di turno (il “semestre” questa volta spettava alla Germania), perché la posizione ufficiale tedesca era favorevole alla candidata spagnola. Ma non è detto, perché nel segreto dell’urna le cose possono essere andate in molti modi.

Insieme ai quattro grandi Paesi, infatti, c’erano certamente il Portogallo e la Grecia, per ragioni oggettive (nonostante Atene abbia ora un governo di destra non può certo permettersi una prosecuzione all’infinito delle politiche di austerità...).

Si sapeva che Slovacchia, Slovenia, Lettonia – e magari anche Cipro – appoggiavano la scelta dei “frugali”, ma in ogni caso deve esserci stato un voto favorevole a Donohoe anche da parte di Belgio e Lussemburgo.

Insomma, se davvero la Germania ha “rotto il fronte del Nord”, la situazione è intollerabile anche per Berlino. È inammissibile, infatti, che oltre l’80% di ricchezza e popolazione dell’Unione debbano sottostare agli interessi di meno del 20% (Donohoe è noto anche per aver strenuamente difeso il “diritto” dell’Irlanda ad adottare una politica di dumping fiscale che attira grandi multinazionali e sottrae entrate fiscali ad altri paesi).

Una sfida così aperta alla potenza di Germania e Francia – l’”asse” che governa conflittualmente tutta l’Ue da sempre – è possibile insomma solo con il silenzioso benestare di Berlino.

Questo ovviamente getta un’ombra cupa sulle modalità con cui sarà gestita la “ricostruzione” dopo la pandemia, e non solo con riferimento alla struttura del recovery fund. Una scelta che appare strategicamente miope (aumenta le distanze tra i vari paesi e prepara sia una conflittualità inter-statuale più ampia, sia una “sfiducia” di massa crescente verso la Ue), ma che evidentemente era “obbligata” per Paesi che hanno interesse a non toccare le regole su cui vanno prosperando a spese dei partner.

In ballo, infatti, ci sono soprattutto tempi e modalità del ritorno ai “tempi normali”, che in Europa vuol dire soprattutto ritorno rapido, dopo un anno di “sospensione”, alla piena vigenza del “patto di stabilità” con tutti i suoi corollari: taglio del debito pubblico secondo un “piano di rientro” deciso... dall’Eurogruppo, quindi riduzione della spesa sociale, ulteriori privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico, ecc.

Ma mi raccomando: sognate pure le “vacche grasse” che certamente arriveranno insieme ai “soldi dell’Europa senza condizionalità”...

Ci vediamo al risveglio.

Fonte

29/05/2020

L’Eurogruppo comanda, ma non è “responsabile” di quel che decide

Pochi giornali fanno caso a certe notizie, se non per sparare un (piccolo) titolo acchiappavoti. Però è necessario notarle, perché illuminano il “quadro giuridico-istituzionale” in cui tutti – noi “cittadini europei” – viviamo.

Altrimenti, quando ci attiviamo e “facciamo politica”, rischiamo di prendere lucciole per lanterne e pensare che “i poteri” con cui fare i conti siano quelli che in realtà non contano poi granché.

La notizia di oggi è da affezionati cultori delle istituzioni europee, diciamolo subito. Il noto club chiamato “Eurogruppo”, che riunisce i ministri finanziari dell’eurozona e partorisce di fatto le principali scelte economiche per i singoli Paesi, sarebbe giuridicamente irresponsabile.

Tradotto in lingua corrente, qualsiasi danno combini non gli si può fare causa per ottenere un risarcimento.

Per lo meno, questa è la posizione espressa dall’avvocato generale (il “difensore” dell’Unione Europea, in pratica) presso la Corte di giustizia europea, Giovanni Pitruzzella. Personaggio interessante, per capire come venga selezionato l’establishment continentale. Ma lo vedremo dopo.

Si stava discutendo una causa intentata da diversi “risparmiatori” che si erano ritenuti pesantemente danneggiati dalle decisioni dell’Eurogruppo, appunto, riguardanti alcune banche cipriote che nel 2012 avevano fatto richiesta di assistenza finanziaria. L’Eurogruppo di allora le ha “consigliate” di rivolgersi al famigerato Mes (Meccanismo europeo di Stabilità, peraltro appena costituito), “nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Il seguito è facilmente immaginabile.

In pratica intervenne la Troika (UE, Bce e Fondo monetario internazionale), che impose il meccanismo del bail in, per cui a pagare i guai delle banche furono chiamati non solo gli azionisti (com’è logico e doveroso), ma anche obbligazionisti e normali titolari di conto corrente (seppure di “un certo livello”).

Di qui il ricorso per ottenere da parte dell’Eurogruppo un risarcimento per il pesante haircut subito senza aver alcuna responsabilità nelle scelte di quelle banche.

Se vi sembra complicato, pensate a Banca Etruria ed altre che hanno seminato scandali e perdite anche in Italia. Il meccanismo è praticamente identico.

Bene. Se la Corte europea dovesse accettare la tesi di Pitruzzella, l’Eurogruppo verrebbe elevato al rango di monarca assoluto, legibus solutus, che può prendere qualsiasi decisione senza esserne penalmente responsabile e quindi citabile in giudizio.

La cosa sorprendente è che questo ruolo a tutti gli effetti “sovrano” gli deriverebbe da uno statuto legale non solo incerto, ma indefinibile. Secondo l’Avvocato generale Pitruzzella, infatti, l’Eurogruppo non è un organo della Ue, ma semplicemente un gruppo “informale che non ha competenze proprie né il potere di sanzionare l’inottemperanza dei suoi partecipanti per la mancata attuazione degli obbiettivi politici convenuti”.

Ma se non è un organo della Ue, a che titolo prende decisioni sulla testa e la pelle di quasi mezzo miliardo di persone?

Sarebbe invece un semplice “organismo intergovernativo”, una specie di ponte tra governi nazionali e il livello dell’Unione, “qualificato come esterno al quadro giuridico Ue” dal Trattato di Lisbona. Nonostante alle sue riunioni sia formalizzata la presenza di membri della Bce e della Commissione (il “governo” europeo).

Un ircocervo giuridico-legale con cui si era scontrato il più noto dei suoi temporanei componenti, il ministro greco delle finanze nel primo governo Tsipras, Yanis Varoufakis. Il quale, durante un pesante confronto con i “colleghi falchi” Wokfgang Schaeuble e Jeroen Dijsselbloem (Germania e Olanda, of course) chiese un parere legale sul funzionamento dello stesso Eurogruppo, obbligando così i funzionari a cercare la risposta nei trattati.

“[Questo] ha creato un po ‘di un scompiglio. Per circa 5/10 minuti la riunione si è interrotta, impiegati, funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e infine qualche funzionario, qualche esperto giuridico, mi si è rivolto e ha detto le seguenti parole: “Beh, nella legge non esiste l’Eurogruppo, non vi è alcun trattato che ha istituito questo gruppo”.

Abbiamo così un gruppo inesistente che ha il massimo potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso nessuno, dato che non esiste nella legge; nessun verbale è redatto; è riservato. Quindi nessun cittadino saprà mai ciò che viene detto lì dentro... Queste sono decisioni quasi di vita e di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.”

Cinque anni dopo, l’arringa di Pitruzzella va a sancire questa “irresponsabilità legale” di un organismo informale, illegale ma tecnicamente decisivo (elabora le soluzioni finanziarie che poi la Commissione e tutta la Ue adottano).

Al massimo, conclude l’Avvocato generale, le cause possono essere intentate contro il Consiglio Europeo (il vertice dei capi di Stato e di governo), la Commissione (il “governo”, ora presieduta da Ursula von der Leyen) oppure la Bce.

Vedremo a sentenza. Di certo non si può dire che organismi di questo tipo siano “democratici”, anche se formati da esponenti designati da governi eletti. Se poi al nullo tasso di democraticità si aggiunge l’irresponsabilità legale, ecco che il fantasma del sovrano assoluto prende forma fisica.

P.s. Giovanni Pitruzzella, Avvocato generale presso la Corte di giustizia europea, ha inanellato nella sua carriera una serie di cariche da far paura:

- professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo;

- professore di diritto costituzionale e della concorrenza all’Università LUISS Guido Carli a Roma;

- consigliere giuridico del governo italiano (1993-1996);

- professore di diritto pubblico all’Università di Cagliari (1986-1997);

- presidente della commissione per l’applicazione dello statuto speciale della Regione Sicilia (1998-2002);

- consigliere giuridico del Ministero della Salute italiano (2008-2011);

- membro, poi presidente, della Commissione di garanzia del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (2006-2011, è la famosa “commissione antisciopero” incaricata di rendere impraticabile nei fatti un diritto costituzionale dei lavoratori);

- designato dal presidente della Repubblica, nell’aprile 2013, come uno dei dieci saggi della Commissione per le riforme istituzionali, economiche e sociali e, nel giugno dello stesso anno, nominato dal Primo ministro come membro del gruppo di esperti chiamato a proporre un progetto di riforme costituzionali;

- presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato italiana (2011-2018).

Iscritto dalla nascita, par di capire, alla “classe dirigente”. A prescindere.

Fonte

26/03/2020

La Ue non cambia “solo perché c’è un virus”...

Dagli amici mi guardi dio...

Le illusioni egli “europeisti” – che i presunti partner continentali avessero capito di trovarsi davanti a una situazione eccezionale che dunque richiede l’uso di strumenti (e pensiero) eccezionali – si sono spente alla prima curva.

Ieri si è riunito l’Eurogruppo, un coordinamento dei ministri economici assai informale (non è previsto da nessun trattato, è tecnicamente “illegale”) ma potentissimo, perché determina operativamente le politiche dell’Unione più di quanto non faccia la Commissione o il Consiglio Europeo (vertice dei presidenti del consiglio), di cui è a tutti gli effetti una preparazione.

Si doveva discutere ovviamente delle conseguenze economiche dell’epidemia da coronavirus e dei finanziamenti eccezionali che questa richiede. Sia per mettere i sistemi sanitari nazionali – falcidiati in tutta Europa da quasi 30 anni di tagli – in grado di affrontare l’emergenza, sia (e in misura per forza di cose maggiore) per impedire l’implosione delle economie del Vecchio Continente.

La speranza era che, per dimostrare concretamente la famosa “solidarietà europea”, si mettesse mano almeno alla “disponibilità” a discutere di nuovi strumenti, se non proprio di metter mano al portafoglio. A cominciare da quegli eurobond (chiamati anche coronabond o covidbond, tanto non esistono…) che dimostrerebbero al mondo dei mercati finanziari che l’Unione Europea sarà finalmente disposta ad agire come un corpo solo, condividendo sforzi e risorse.

Obiettivo minore – ma non meno importante per capire che aria tira – ottenere che il Meccanismo Europeo di Stabilità, dotato dei famosi 410 miliardi di liquidità che nessuno osa mai chiedere, aprisse delle linee di credito a tutti i Paesi (visto che l’epidemia, seppure con tempistiche differenti, sta ormai colpendo massicciamente tutti gli Stati membri). Naturalmente senza quelle “condizionalità” da strozzino che hanno fatto della Grecia carne di porco in mano alla speculazione internazionale.

Zero.

Il muro del “Grande Nord” ordoliberista non ha mostrato la minima incrinatura. E dire che persino la Germania sta in questo momento correndo ai ripari. Ma qui si vede anche la differenza.

Berlino ha deciso interventi che potrebbero alla fine costare anche 550 miliardi (156 immediatamente, circa il 5% del Pil), ma Merkel e Altmeier hanno lasciato capire che potrebbero essere anche di più se serve. E lo ha deciso senza chiedere nulla a nessuno dei “partner”.

L’Italia del governino Conte, invece, ha mosso solo 25 miliardi (1,5% del Pil), e per farlo ha dovuto prima avere l’ok di “quelli che contano” sullo sforamento degli obbiettivi di deficit (contenuti comunque sotto il famoso 3%).

Vero è che la Germania può vantare anni di surplus (bruciati comunque negli investimenti a Wall Street), ma la differenza salta subito agli occhi.

Il Presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, ha provato a spiegare a tutti i membri che il Covid-19 è uno “choc simmetrico” proveniente dall’esterno, non paragonabile alla crisi del debito di dieci anni fa. E fin quando si è rimasti all’analisi, non ci sono stati problemi. Ma sulla “prognosi” si è visto chiaro che nulla è cambiato rispetto alle “regole fissate dai trattati”.

E infatti:

a) sì all’impiego del fondo salva-Stati (il Mes, appunto), ma solo per affrontare l’emergenza e mantenendo ferme le “condizionalità” previste per le crisi finanziarie “normali”. Il che significa mettere la testa sotto la ghigliottina. Se si fanno esempi concreti ci si capisce meglio.

L’Italia ha messo 25 miliardi, si diceva, con l’autorizzazione a sforare il deficit. Se ne servissero altri – è certo, visto che producevamo circa 5 miliardi al giorno di Pil e che in questo momento almeno un 30% è “immobilizzato” dietro saracinesche e cancelli chiusi – bisognerebbe sottostare a un “piano di rientro dal debito” che mette in mano al Mes (al falco tedesco Klaus Regling, vera “mente” dell’euro) il diritto di scrivere la nostra “legge di stabilità annuale”, con la lista dei tagli da operare alla spesa pubblica. Se si fa mente locale a quanti sforzi, ogni anno, si fanno per impedire che scattino le “clausole di salvaguardia” (aumento dell’Iva, per 23 miliardi), si capisce che anche questa cifra assolutamente insufficiente al bisogno attuale sarebbe difficilissima da “restituire” senza sofferenze.

Ma l’Italia in questo momento avrebbe bisogno di almeno 100 miliardi da spendere su tutti i fronti dell’emergenza, e qualcuno aveva immaginato si potesse “convincere i partner europei” ad accettare una restituzione nell’arco di 50 anni, in comode rate senza interessi.

b) no assoluto all’adozione di eurobond (titoli di stato garantiti da tutti i Paesi dell’eurozona). Sul punto il ministro dell’Economia tedesco, Peter Altmaier, è stato addirittura insultante, definendolo “un dibattito fantasma”. Se poi qualcuno crede ai fantasmi, fatti suoi... Più in dettaglio: “Già c’è lo scudo di protezione che è stato allargato dalla Bce. Altre questioni devono ancora essere discusse, ma certo non si vedono cambi di strategia per motivi ideologici: lo riterrei sbagliato”. Ideologico... Come si trasforma un virus globale che sta inchiodando dentro casa quasi 3 miliardi di abitanti del pianeta in un’”idea preconcetta” che non deve disturbare il sacro sonno dell’ordliberista teutonico...

In attesa della conferma domani al vertice dei primi ministri – non si può certo pensare che quelli delle finanze abbiano parlato a titolo personale – possiamo soltanto registrare che neanche questo disastro epocale appare in grado di “cambiare l’Unione Europea” (do you remember quanti “sinistri” si sono infranti su questa stupidaggine?).

Che conferma di essere, perciò, non una “comunità solidale in costruzione”, ma semplicemente una gabbia regolamentare dentro cui si confrontano – “competono” – economie e Stati di differentissimo peso e forza, senza alcuna regola che permetta di compensare queste disparità. Anzi, con molte regole che le aumentano...

Qui, per farsene un’idea realistica, si deve ricorrere all’immaginario cinematografico. Precisamente – come nella foto – la gabbia di Mad Max…

L’unica consolazione, se ci è permessa una previsione, è che questa gabbia-baracca non regge già ora l’urto dei mercati. Figuriamoci come reagirà all’implosione di quote rilevanti delle economia...

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23/05/2017

L’Eurogruppo lascia la Grecia in mezzo alle rapide

La Grecia può tranquillamente affondare. Dopo la conclusione dell’Eurogruppo – convocato proprio per sciogliere le incertezze sul destino da scrivere per Atene – bisogna prendere atto che “i creditori” sono profondamente divisi e che le loro divisioni portano a non decidere nulla. Tranne che la Grecia deve pagare secondo le scadenze previste, anche se non ha soldi per farlo.

Se vi sembra contorto... avete ragione. La colpa è ovviamente degli accordi bizantini presi sulla testa dei greci e a loro imposti a bruttissimo muso. Per capirci: Atene deve restituire a luglio 7 miliardi di prestiti, soprattutto nei confronti della Bce, ma non li ha. Il meccanismo disegnato a suo tempo prevede che siano gli stessi creditori a fornirglieli sotto forma di una nuova tranche di “aiuti”.

Ma non si sono messi d’accordo fra loro, anche per l’opposizione convergente di Germania e Fondo Monetario Internazionale, su posizioni opposte. Il Fmi, quasi a dispetto della sua fama, vorrebbe che il debito greco fosse “ristrutturato” (ossia tagliato, ridotto) fino a diventare sostenibile, in modo da rendere credibili i piani di rientro. Per la stessa ragione, vorrebbe che ad Atene fosse imposto un avanzo primario più basso di quello previsto oggi (3,5% rispetto al Pil), dando un filo di fiato in più alla derelitta economia ellenica. Altrimenti non prevede di partecipare a nuovi piani di “aiuto” che richiedono prestiti impossibili da restituire.

Sul fronte opposto il cerbero numero uno, il ministro delle finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, che ha il problema tutto politico di non concedere un euro di prestito prima delle elezioni di fine settembre (lui stesso è la fonte della bufala che circola in Germania sui “laboriosi tedeschi” costretti a regalare soldi alle “cicale mediterranee”). Ragion per cui sostiene che si deve aspettare la chiusura del terzo pacchetto nell’estate 2018, «e poi vedremo quali altre misure siano necessarie».

In mezzo è rimasto il giovane ma spietato presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, secondo cui Atene obbedisce quanto basta (“molto lavoro è stato fatto”, soprattutto per quanto riguarda “azioni prioritarie” come taglio ulteriore di sanità, pensioni e ultime privatizzazioni). Questo era dunque sembrato un via libera per il pagamento della tranche di aiuti già prevista per il 15 giugno. Tanto più che sia il nuovo governo francese sia il commissario europeo per gli affari economici (l’altrettanto francese Pierre Moscovici) si erano già pronunciati a favore sia della “promozione” di Atene nella “seconda revisione”, sia della (piccola) ristrutturazione del debito greco.

Nulla di fatto, invece. Le necessità elettorali della Cdu tedesca vengono prima di tutto il resto. A conferma che l’Unione Europea è un meccanismo impersonale architettato per favorire il capitale finanziario multinazionale, ma “rispettoso” di un solo interesse nazionale.

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22/03/2017

“Alcool e donne”, l’immaginario hard di Dijsselbloem

"Durante la crisi dell'euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto".
Jeroen Dijsselbloem non è mai stato un mostro di simpatia, ma stavolta il coro di quanti ne chiedono le dimissioni – è presidente dell’Eurogruppo, un'istituzione non prevista da alcun trattato europeo ma che dispone di poteri di vita e di morte economica su tutti i paesi dell’eurozona – è decisamente largo.

Ci risparmiamo tutte le geremiadi sull’evidente razzismo di questa strampalata battuta sparata durante un’intervista alla tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung, altrimenti ci ritroveremmo a disquisire sulla possibilità che gli sia sfuggita dopo una notte di bagordi. Quel che è da mettere al centro è infatti un atteggiamento sistematico dell’establishment dei grandi paesi del Nord Europa (Dijsselbloem è olandese), che ha costruito un blocco di luoghi comuni diventati nel frattempo ideologia di massa in quei paesi.

Nel parlare così, Dijsselbloem o Schaeuble parlano alle proprie popolazioni. Le vogliono rassicurare che neanche un euro verrà stornato dalle loro tasche per finire in quelle degli sfaticati meridionali d’Europa (rientrano in questa categoria, ad Amsterdam o Berlino, anche milanesi e veneti di assoluta fede leghista...). In Olanda si è appena votato, e lo xenofobo Wilders è stato frenato (non battuto) dal fatto che i suoi tempi preferiti (anti-immigrazione e anti-Islam) sono stati fatti propri dal partito conservatore dell’ex premier Rutte, che formerà il prossimo governo nonostante abbia perso un terzo dei voti e dei seggi. In Germania si voterà in autunno, e lo schema si ripete tale e quale.

Dunque l’olandesino razzista sta cercando di aiutare la Merkel a tenere a freno Alternative fur Deutchland (equivalente teutonico di Wilders), anche se il “socialdemocratico” Martin Schultz ha impostato la sua campagna elettorale su un taglio apparentemente opposto: più investimenti pubblici e salari più alti per fare della Germania la locomotiva d’Europa, anziché – com’è stato finora – l’aspiratore delle risorse altrui.

E’ comunque sorprendente che il luogo comune sui paesi meridionali goda di tanta popolarità in paesi che hanno guadagnato enormemente dalle regole dell’Unione Europea e dall’introduzione della moneta unica. Olanda, Germania, la stessa Finlandia (con meno successo), hanno potuto sfruttare la disparità clamorosa tra i vari tassi di produttività nazionali, che erano ovviamente a proprio beneficio, e l’assunzione di una moneta unica che ha inchiodato le ragioni di cambio su rapporti pesantemente negativi per le “cicale del Sud”.

Su quanta solidarietà abbiano trovato nell’Unione Europea si potrebbero interrogare soprattutto i greci... Non sappiamo dove Dijsselbloem sia solito passare le vacanze, ma di certo non sull’Egeo. Da quelle parti sarebbe facile infatti incontrare chi ancora ricorda la scena da “padrino” recitata dall’olandese in una riunione con Yanis Varoufakis e riportata dall’ex ministro delle finanze in questi termini:
C’è stato un momento in cui il presidente dell’Eurogruppo (Dijsselbloem) ha deciso di muoversi contro di noi ed effettivamente ci ha messi fuori, e l’ha fatto sapendo che la Grecia era sostanzialmente sulla via d’uscita dalla zona euro. C’è una convenzione, che i comunicati devono essere unanimi, e il presidente non può convocare una riunione della zona euro ed escludere uno Stato membro. Però disse: “Oh, io sono sicuro che posso farlo”. Così ho chiesto un parere legale. Ha creato un po' di un scompiglio. Per circa 5 a 10 minuti la riunione si è interrotta, impiegati, funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e infine qualche funzionario, qualche esperto giuridico, mi si è rivolto e ha detto le seguenti parole: “Beh, nella legge non esiste l’Eurogruppo, non vi è alcun trattato che ha istituito questo gruppo”.
Abbiamo così un gruppo inesistente che ha il massimo potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso nessuno, dato che non esiste nella legge; nessun verbale è redatto; è riservato. Quindi nessun cittadino saprà mai ciò che viene detto lì dentro... Queste sono decisioni quasi di vita e di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.

Non ci sono regole valide per tutti, ma solo rapporti di forza da far valere. Se questa è la “solidarietà”, allora non è difficile capire chi è che “spende soldi in alcool e donne”, dalle parti di Bruxelles...

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08/02/2017

La Grexit dietro l’angolo, ma oggi è un’altra storia...

Meno di due anni fa, sembrava che soltanto ad ammetterne l'ipotesi si rischiasse di far saltare i mercati globali. Oggi è argomento relegato al taglio basso dei giornali specializzati, come se fosse oramai solo una questioncella tecnica senza ricadute politiche rilevanti.

Stiamo parlando della Grexit, spauracchio per alcuni, momento di liberazione dalla dittatura della Troika per tanti altri. Finì come sappiamo, con vergognosa resa di Tsipras, costretto a rimpastare velocemente il suo governo (fuori Varoufakis e Lafazanis, più qualcun altro) dopo la per lui inattesa vittoria dell'Oxi nel referendum.

Ora la Grecia è di nuovo a quel punto, nonostante la codina obbedienza ad ogni intimazione, appena attenuata da qualche tentativo di redistribuire più equamente il carico dei “sacrifici” tra le diverse figure sociali.

La “colpa”, stavolta, non è di qualche “populista di sinistra” – molto più temuti dei criptofascisti, molto più facili da trattare per il grande capitale – ma dei contrasti tra Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ed Eurogruppo (una struttura di ministri delle finanze, presieduta da Jeroen Dijsselbloem, ma non prevista da nessun trattato europeo). E non si tratta di opinioni...

Il Fmi giudica infatti impossibile da ridurre il debito pubblico di Atene e chiede di conseguenza una “ristrutturazione del debito” – in pratica un taglio netto a carico dei creditori, Fmi compreso – altrimenti non sarà disponibile a partecipare ad altri piani d'aiuto. Per questo, per esempio, calcola che il massimo di avanzo primario (risparmi strutturali da destinare alla riduzione del debito complessivo) che si possa pretendere dal governo greco sia nell'ordine dell'1,5% del Pil. Mentre la struttura clandestina guidata dall'olandese ritiene che si possa succhiare sangue per almeno il 3,5%.

Lasciamo stare la credibilità generale di “piani di austerità” pensati per rendere possibili nuovi “piani di aiuti” – il taglio della spesa pubblica e la privatizzazione di tutto il patrimonio industriale dello Stato implica naturalmente un impoverimento della capacità produttiva di un paese, quindi il contrario della “crescita” che sarebbe necessaria per affrontare davvero la riduzione del debito.

Non si tratta di una valutazione “teorica” perché in ballo c'è appunto il terzo piano di “aiuti”, e la Germania ha ripetuto che il coinvolgimento del Fmi è un “prerequisito” per poterlo finanziare. “Se il Fmi non entrasse a far parte del programma di salvataggio per la Grecia sarebbe necessario una nuova approvazione (da parte del Bundestag e di altri paesi europei) [ma non tutti, vista la disparità istituzionale oggi esistente, ndr] perché il sì del 2015 era stato subordinato al fatto che il Fondo fosse a bordo del terzo piano di aiuti”, scrive la banca Ubs in un report interno. Ma con le elezioni in autunno e i sondaggi in calo, nemmeno la Merkel e Schaeuble si possono permettere di essere o sembrare “compassionevoli” verso un paese mediterraneo.

Insomma, se l'istituto di Washington – organizzazione composta dai governi nazionali di 189 Paesi, eredità degli accordi di Bretton Woods – non ci metterà la sua parte, il piano non vedrà la luce e per Atene sarà notte fonda. E subito, nelle prossime settimane, comunque prima dell'estate; quando il governo Tsipras dovrà restituire ben 8 miliardi di euro che non ha né potrà racimolare in giro.

La Grecia si ritroverà dunque cacciata – non uscita volontariamente – dall'Unione Europea. Sarà insomma un paese abbandonato alle tempeste, con un governo che ha rinnegato se stesso pur di non attraversare questo confine. Esposto a tutti i venti speculativi globali, senza più alcuna protezione né coesione sociale per sostenere una resistenza (quella che invece c'era la sera della vittoria dell'Oxi).

Un altro grande “successo” dell'Unione Europea e dei governi che le obbediscono...

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17/12/2016

Il principio di realtà europeista

Davvero commoventi certi trafiletti nella loro capacità di dare concretezza al presente. L’entità mitologica denominata “Eurogruppo”, ente sovrannaturale non eletto né nominato ufficialmente ma che, secondo Wikipedia, consisterebbe in “una riunione informale che si svolge alla vigilia di un Consiglio dei ministri dell’Economia e delle finanze”, ha bloccato “l’alleggerimento del debito greco” perché il partito di governo Syriza avrebbe alzato le tredicesime dei lavoratori del paese e sospeso momentaneamente l’innalzamento dell’iva nelle isole dell’Egeo orientale. Soprassedendo sulla questione, a questo punto d’appartenenza metafisica, di una “riunione informale” investita del potere coercitivo di imporre decisioni economiche all’interno degli Stati membri della Ue, è il merito della questione a risultare paradigmatico.

Una decisione di politica fiscale viene impedita materialmente, attraverso una ritorsione finanziaria, perché “non in linea” con le indicazioni di una riunione informale. L’alleggerimento del debito è poi una perifrasi se possibile ancor più incantevole: tale alleggerimento avrebbe portato il debito a diminuire del 20% in 43 anni. Tradotto, visto che attualmente il debito greco è del 180% del Pil, nel 2060 attraverso questo alleggerimento sarà nella migliore delle ipotesi formulate dalla Ue, del 160%. Questa la realtà dei fatti di una Ue in cui la sovranità materiale è delegata a riunioni informali di tecnici finanziari che decidono i destini delle popolazioni dei singoli paesi membri. Questo peraltro il margine di autodeterminazione concesso ad un paese che dal 2015 è il più ligio esecutore delle raccomandazioni europeiste.

A dimostrazione, una volta di più, che non può esistere “altra Europa” che non passi per la rottura di questa Unione europea.

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17/06/2016

L’Unione Europea contro le pensioni. “Neanche con la truffa”...

Possono stare tranquilli quanti, nelle scorse ore, hanno espresso una sacrosanta indignazione per la proposta avanzata dal governo Renzi al riguardo del “prestito pensionabile” e hanno gridato alla truffa e all’evidente tentativo di favorire i conti delle Banche e delle assicurazioni (di regime? Monte dei Paschi, Banca Etruria, Unipol – SAI ?)

La notizia è questa: l’Ue mette un paletto per i Paesi dell’Euro sul fronte delle pensioni. Non si rivolge all’Italia, che la sua riforma l’ha già fatta. Ma chiede a tutti i partner di “estendere la vita lavorativa e quindi rafforzare il reddito pensionistico, attraverso misure che aumentino l’occupabilità delle persone più anziane e che restringano il ritiro anticipato dalla forza lavoro”.

E’ un principio generale, certo. Ma arriva proprio mentre in Italia entra nel vivo il confronto sulla flessibilità in uscita, con i sindacati in pressing per chiedere più attenzione soprattutto per i lavori usuranti.

La dichiarazione “sui principi comuni per rafforzare la sostenibilità delle pensioni” arriva al termine dell’Eurogruppo che registra “i significanti progressi fatti” dai paesi membri, ma esprime “preoccupazione” e sostiene che “ulteriori azioni politiche servono per rafforzare la capacità dei sistemi pensionistici di reggere alle difficoltà democratiche e contro i rischi di riforme inverse”.

Il messaggio è chiaro: bisogna incatenare i lavoratori al loro banco, alla loro scrivania, al loro tavolo per l’eternità, per spremere come limoni e buttar poi via le loro esistenze.

Non va bene neppure la truffa: è necessario continuare con lo schiacciamento, mentre non una parola viene detta al riguardo della condizione materiale dei nuovi lavoratori provenienti da altre parti del mondo e messi in fila dai caporali e dell’eterna attesa delle giovani generazioni.

Quello dell’intensificazione dello sfruttamento è proprio il messaggio che arriva da Bruxelles in un momento quanto mai delicato e complesso per l’intera Unione.

In Gran Bretagna si gioca lo scontro sull’uscita dall’Europa, in Francia continuano le grandi manifestazioni contro la “Loi du Travail”.

In entrambi i casi, come in Italia (dove addirittura i sindacati avevano espresso “non pregiudiziali” alla proposta dell’ennesima truffa in materia di pensioni), non si riesce a comprendere l’essenza dello scontro in atto: in GB il “leave” pare in mano esclusivamente ai nazionalisti più biechi; in Francia l’elevato grado di scontro pare proprio non trovare una risposta politica a sinistra; in Italia si fa prima, non rimane proprio alcun soggetto in grado di farsi carico di questi temi, assolutamente decisivi non tanto e non solo per la vita delle lavoratrici e dei lavoratori.

Manca, da parte delle forze politiche e sindacali, l’analisi concreta delle contraddizioni in atto, di una visione internazionalista, di una capacità di contrastare politicamente e socialmente la deriva in atto.

Non si riesce, neppure, a mettere in atto un minimo di iniziativa provvista di una pallida impronta keynesiana, come sembrava voler fare il Labour prima di adagiarsi sul conformismo del “remain”.

Figuriamoci a riprendere il filo dell’analisi di classe delle contraddizioni in atto (come sarebbe indispensabile fare).

Si lascia la risposta a pericolose deviazioni attorno ai contrasti feroci che agitano questa parte del mondo: ai nazionalismi, alla xenofobia, alle oscillazioni populiste e sovraniste.

Questo della possibile mancata (ennesima) truffa sulle pensioni è un piccolo episodio della tromboneria renziana?

Può darsi, ma un segnale importante, della stretta nella quale ci troviamo e dell’incapacità di affrontarla, dal punto di vista del movimento dei lavoratori, con la lotta e la proposta.

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19/07/2015

Varoufakis spiega il piano del Dr. Schäuble. Gli europei lo approveranno?

[traduzione dell’articolo di Yanis Varoufakis apparso su Die Zeit]

La ragione per cui cinque mesi di negoziati tra la Grecia e l’Europa hanno portato all’impasse è che questo è proprio quello che il dottor Schäuble voleva si realizzasse.

Nel periodo dei miei primi incontri a Bruxelles all’inizio di febbraio, una potente maggioranza in seno all’Eurogruppo si era già formata. Si muoveva  intorno alla pressante figura del ministro delle Finanze della Germania, la sua missione era quella di bloccare qualsiasi accordo sulla costruzione di un terreno comune tra il nostro governo appena eletto e il resto della zona euro. [1. “Le elezioni non possono cambiare nulla” e “O il Memorandum o nulla” furono le affermazioni di principio con cui salutò il mio primo intervento all’Eurogruppo.]

Così cinque mesi di intensi negoziati non hanno mai avuto la possibilità di uno sbocco reciprocamente utile. Erano condannati a condurre alla situazione di stallo, il loro scopo era quello di preparare il terreno per quello che il dottor Schäuble aveva già deciso che fosse ‘ottimale’ ben prima che il nostro governo fosse stato eletto: il principio che la Grecia doveva essere aiutata a uscire fuori della zona euro, al fine di disciplinare gli stati membri a condividere il suo piano molto specifico per la ristrutturazione della zona euro. Questa non è una mia teoria. Come faccio a sapere che la Grexit è una parte importante del piano del Dr. Schäuble per l’Europa? Perché mi ha detto così!

Sto scrivendo questo non come un politico greco critico nei confronti della stampa tedesca per la denigrazione delle nostre proposte ragionevoli, o del rifiuto di Berlino di considerare seriamente il nostro piano di ristrutturazione moderata del debito, o della decisione altamente politica della Banca centrale europea di soffocare il nostro governo, oppure della decisione dell’Eurogruppo di dare alla BCE la luce verde per chiudere le nostre banche. Sto scrivendo questo come europeo osservando lo svolgersi di un piano particolare per l’Europa – il Piano del dottor Schäuble. E io pongo una semplice domanda ai lettori informati del Die Zeit: Si tratta di un piano che voi approvate? E’ questo un buon piano per l’Europa?

Il Piano del dottor Schäuble per l’Eurozona

La valanga di salvataggi tossici che ha seguito la prima crisi finanziaria della zona euro offre un’ampia prova che il non credibile principio de ‘alcuna clausola di salvataggio’ fosse un terribile facente funzione al posto dell’unione politica. Wolfgang Schäuble lo sa e ha messo in chiaro il suo piano di forgiare una unione più stretta. “Idealmente, l’Europa sarebbe un’unione politica”, ha scritto in un articolo congiunto con Karl Lamers, ex capo degli affari esteri (Financial Times, 1 settembre 2014) della CDU.

Il Dr. Schäuble ha ragione a sostenere cambiamenti istituzionali che potrebbero fornire alla zona euro i meccanismi politici che le mancano. Non solo perché è impossibile altrimenti affrontare le crisi finanziarie della zona euro, ma anche allo scopo di preparare la nostra unione monetaria per la prossima crisi. La domanda è: è il suo piano specifico una cosa buona? E’ un programma che gli europei dovrebbero volere di più? Come i suoi autori propongono che venga attuato?

Il Piano Schäuble-Lamers si basa su due idee: «Perché non ha un commissario del bilancio europeo” chiese Schäuble e Lamers “? Con poteri di respingere i bilanci nazionali se non corrispondono alle regole che abbiamo concordato congiuntamente”. “Abbiamo anche favorito”, hanno aggiunto “un parlamento dell’Eurozona che comprenda i deputati dei paesi della zona euro per rafforzare la legittimità democratica delle decisioni che riguardano l’area della moneta unica”.

Il primo punto da rilevare sul Piano Schäuble-Lamers è che è in contrasto con qualsiasi nozione di federalismo democratico. Una democrazia federale, come la Germania, gli Stati Uniti o  l'Australia, si fonda sulla sovranità dei suoi cittadini che si riflette nella forza positiva dei loro rappresentanti di legiferare quello che deve essere fatto in nome del popolo sovrano.

In netto contrasto, il Piano Schäuble-Lamers prevede solo poteri preclusivi verso gli stati: un Signore supremo del Bilancio dell’Eurozona (forse una versione abbellita del Presidente dell’Eurogruppo) equipaggiato di poteri esclusivamente negativi, di veto, delle attribuzioni dei parlamenti nazionali.
In primo luogo, tutto questo non sarebbe sufficiente ad aiutare a salvaguardare i fondamentali macroeconomici della zona euro. In secondo luogo, violerebbe i principi fondamentali della democrazia liberale occidentale.

Consideriamo gli eventi, sia prima della scoppio della crisi dell’euro, nel 2010, che dopo. Prima della crisi, se il Lord protettore del Bilancio immaginato da Schauble fosse esistito, lei o lui sarebbero stati in grado di porre il veto sulla dissennatezza del governo greco, ma non sarebbero assolutamente stati in grado di fare nulla per quanto riguarda lo tsunami di finanziamenti derivanti da banche private di Francoforte e Parigi alla periferia di banche private.  
Tali deflussi di capitale hanno creato un debito insostenibile che, inevitabilmente, ha trasferito di nuovo sulle spalle del settore pubblico l’implosione dei mercati finanziari. Post-crisi, il Leviatano di bilancio del dottor Schäuble si sarebbe dimostrato ancora impotente, di fronte alla potenziale insolvenza dei diversi stati causati dal loro salvataggio (diretto o indiretto) delle banche private.

In breve, il nuovo massimo ufficio previsto dal Piano Lamers-Schäuble sarebbe stato impotente a prevenire le cause della crisi e nell’affrontare le sue ripercussioni. Inoltre, ogni volta che avesse posto in atto il suo potere,  ponendo il veto a un bilancio nazionale, il nuovo alto incarico avrebbe annullato la sovranità di un popolo europeo senza averla sostituita con una sovranità di ordine superiore a livello federale o sovranazionale.

Il Dr Schäuble è stato coerente in modo impressionante nel suo immaginare il connubio tra un’unione politica e l’andare contro i principi fondamentali di una federazione democratica.

In un articolo su Die Welt pubblicato il 15 giugno 1995, egli ha respinto il “dibattito accademico” sul fatto se l’Europa debba essere “… una federazione o un’alleanza di Stati”. Era giusto affermare che non c’è alcuna differenza tra una federazione e un’ alleanza di stati? Io sostengo che la mancata distinzione tra i due costituisce una grave minaccia per la democrazia europea.

I prerequisiti dimenticati per una società democratica, multinazionale unione politica liberale.

Un fatto spesso dimenticato nelle democrazie liberali è che la legittimità delle sue leggi e la costituzione non è determinata dal suo contenuto giuridico, ma dalla politica. Affermare, come ha fatto il dottor Schäuble nel 1995, e implicitamente di nuovo nel 2014, che non fa alcuna differenza se la zona euro sia un’alleanza di stati sovrani o uno Stato federale è ignorare volutamente che quest’ultimo possa creare autorità politica mentre la prima non può.
Per un ‘alleanza di Stati’ è possibile, naturalmente, concludere accordi reciprocamente vantaggiosi contro un aggressore comune (ad esempio nel contesto di un’alleanza militare difensiva), o accettando standard comuni in diversi settori, o anche effettuare una zona di libero scambio. Ma, tale alleanza di Stati sovrani non può mai creare legittimamente un Protettore con il diritto di eliminare la sovranità degli stati, poiché non vi è alcuna scelta collettiva, a livello di alleanza, da cui trarre l’autorità politica necessaria per farlo.

È per questo che la differenza tra una federazione e un ‘alleanza di Stati’  è una questione enorme. Infatti, mentre una federazione sostituisce la sovranità incamerando quella a livello nazionale o statale con un nuova sovranità a livello federale unitario, centralizzare il potere all’interno di un ‘alleanza di Stati’ è, per definizione, illegittimo e privo di qualsiasi corpo politico sovrano che lo renda possibile.

Né può alcuna Camera del Parlamento europeo, legittimare il potere di veto del commissario per il bilancio su parlamenti nazionali, ove manchino altri poteri e competenze legislative.

Per dirla in modo leggermente diverso, le piccole nazioni sovrane, ad esempio, l’Islanda, hanno scelte politiche da fare nelle materie più ampie creati per loro dalla natura e per il resto dell’umanità. Anche se limitato in alcune di queste scelte il corpo politico islandese mantiene l’autorità assoluta di mantenere i propri funzionari eletti responsabili delle decisioni che hanno raggiunto entro i vincoli esogeni dell’interesse della loro piccola nazione e quindi di eliminare o stravolgere ogni atto legislativo che hanno deciso in passato.

In contrapposizione, i ministri delle finanze della zona euro spesso tornano dalle riunioni dell’Eurogruppo lamenandosi  delle scelte a cui hanno appena aderito, usando la scusa standard che “è stata la migliore che abbiamo potuto negoziare all’interno dell’Eurogruppo”.

La crisi dell’euro ha ampliato tale vulnus democratico al cuore dell’Europa, in modo orribile. Un organo informale, l’Eurogruppo, le cui decisioni non sono verbalizzate, e alle quali ci si attiene senza regole scritte, non è responsabile verso nessuno, e governa con le sue regole macroeconomiche una delle più grandi economie del mondo, con una Banca centrale che lotta per rimanere all’interno di regole vaghe che crea di pari passo a come va l’economia, senza che nessun corpo politico fornisca la base necessaria di legittimità politica sui cui possano poggiare le decisioni fiscali e monetarie.

Semmai, è solo avvolgere l’attuale inefficace e autoritaria governance politica dell’Eurogruppo in un mantello di pseudo-legittimazione. I tumori maligni della presente ‘Alleanza degli Stati’ sarebbero codificati come legittimi e il sogno di una federazione europea democratica sarebbe spinta ulteriormente verso un futuro incerto.

La pericolosa strategia del Dr. Schäuble per l’attuazione del Piano di Schäuble-Lamers.

A maggio, in margine all’ennesima riunione dell’Eurogruppo, avevo avuto il privilegio di una conversazione affascinante con il dottor Schäuble. Abbiamo parlato a lungo sia per quanto riguarda la Grecia sia per quanto riguarda il futuro della zona euro. Più tardi, all’ordine del giorno della riunione dell’Eurogruppo fu incluso un articolo sulle modifiche istituzionali future per rafforzare la zona euro. In quella conversazione, era evidente che il piano del dottor Schäuble fosse l’asse attorno al quale convergessero la maggior parte dei ministri delle finanze.

Anche se la Grexit non è stata menzionata direttamente in quella riunione dell’Eurogruppo di diciannove ministri, più i leader delle istituzioni [FMI, BCE e Commissione], i riferimenti velati erano sicuramente fatte ad essa. Ho sentito un collega dire che gli stati membri che non possono soddisfare i loro impegni non dovrebbero contare sull’indivisibilità della zona euro, in quanto una disciplina rafforzata era essenziale.

Alcuni hanno menzionato l’importanza di conferire a un Presidente permanente dell’Eurogruppo il potere di veto sui bilanci nazionali.

Altri hanno discusso la necessità di convocare una Camera di parlamentari dell’eurozona per legittimare la sua autorità. L’eco del Piano del dottor Schäuble risuonava in tutta la stanza.

A giudicare da quella conversazione dell’Eurogruppo, e dai miei colloqui con il ministro delle Finanze della Germania, le caratteristiche della Grexit erano, per il piano del dottor Schäuble, come una mossa cruciale che desse il via al processo della sua attuazione.

Una escalation controllata del dolore dei greci a lungo sofferenti, intensificata dalla chiusura delle banche e lenita da alcuni aiuti umanitari, è stata prefigurata come il momento precursore della nuova zona euro.

Da una parte, il destino dei greci “spendaccioni” avrebbe agito come un racconto morale per i governi che vogliono giocherellare con l’idea di sfidare le ‘regole’ esistenti (ad esempio l'Italia), o di resistere al trasferimento della sovranità nazionale sui bilanci all’Eurogruppo (ad esempio la Francia). D’altra parte, la prospettiva di (limitati) trasferimenti fiscali (ad esempio, una più stretta unione bancaria e un fondo comune  di aiuti contro la disoccupazione) offrirebbe la “carota” (che le nazioni più piccole desideravano).

Mettendo da parte tutte le obiezioni morali o filosofiche in relazione all’idea di costituire un’unione migliore attraverso l’aumento della sofferenza della popolazione di un stato membro costituente, alcune domande più ampie si pongono con urgenza:

– sono i mezzi adatti alle finalità?

– L'abrogazione della indivisibilità costituzionale della zona euro [si può quindi cacciare uno Stato mantenendo l’Euro per gli altri ndr] è un mezzo sicuro per assicurare il suo futuro come un regno di prosperità condivisa?

– Può il sacrificio rituale di uno stato membro aiutare a riunire gli europei?

– La tesi secondo cui le elezioni non possono cambiare nulla negli stati membri indebitati ispira fiducia nelle istituzioni europee?

– Oppure potrebbe avere l’effetto opposto, come paura e disgusto che diventano elementi fondati delle relazioni tra Stati in Europa?

Conclusioni: l’Europa a un bivio.

I difetti delle fondamenta della zona euro si sono rivelate in Grecia, prima che la crisi li diffondesse altrove. Cinque anni più tardi, la Grecia è di nuovo alla ribalta per l'unico statista tedesco sopravvissuto dell’epoca che ha forgiato l’euro, Wolfgang Schäuble, il quale ha un piano per ristrutturare l’unione monetaria europea che deve disfarsi della Grecia con la scusa che il governo greco non ha ‘credibili’ riforme da offrire in cambio.

La realtà è che un Eurogruppo venduto al Piano del dottor Schäuble, e alla sua strategia, non ha mai avuto alcuna seria intenzione di trovare un nuovo accordo con la Grecia che rifletta gli interessi comuni dei creditori e di una nazione il cui reddito era stato schiacciato, e la cui società era stata frammentata, a seguito di un ‘programma’ progettato in modo assurdo. L’insistenza ufficiale dell’Europa, che questo Programma non riuscito deve essere il ‘Programma’ del nostro nuovo governo, ‘oppure’ si deve uscire, non era altro che l’innesco per l’attuazione del Piano del dottor Schäuble.

È piuttosto indicativo che, nel momento in cui i negoziati sono crollati, la tesi del nostro governo per cui il debito della Grecia doveva essere ristrutturato come parte di un qualsiasi accordo fattibile, è stata, tardivamente, riconosciuta. Il Fondo Monetario Internazionale fu la prima istituzione a farlo. Straordinariamente, lo stesso Dr. Schauble riconobbe che la riduzione del debito era necessaria ma si affrettò ad aggiungere che era politicamente impossibile. Sono sicuro che volesse dire che era sgradita, a lui, perché il suo obiettivo è giustificare un Grexit che permetta la realizzazione del suo Piano per l’Europa.

Forse è vero che, da greco e da  protagonista dei negoziati negli ultimi cinque mesi, la mia valutazione del Piano Schauble-Lamers, e dei mezzi da loro scelti, è posto in modo troppo fazioso per essere considerata in Germania.

La Germania è stata una leale cittadina europea e il popolo tedesco, occorre riconoscerlo, ha sempre desiderato incardinare il suo Stato-Nazione dentro un’Europa unita. Così, mettendo da parte i miei punti di vista sulla questione, la domanda è questa:

Caro lettore, cosa ne pensi? Il Piano del Dr Schauble è in conformità con il tuo sogno di un’Europa democratica?

Oppure la sua realizzazione inizierà con il trattamento della Grecia come qualcosa tra uno “Stato paria” e un agnello sacrificale, che innescherà un feedback continuo tra l’instabilità economica e l’autoritarismo che da questa trae energia.

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16/07/2015

Schaeuble vuole ancora la Grexit

Non si può negare a Wofgang Schaeuble il riconoscimento di una coerenza degna di miglior causa. Prima ancora che l'Eurogruppo, stamattina, si riunisse in teleconferenza per discutere del "prestito ponte" da concedere alla Grecia, ha ritenuto importante far sapere che comunque per lui la soluzione migliore è una "Grexit" temporanea di cinque anni («Questo probabilmente sarebbe la cosa migliore per la Grecia»).

Tutti gli hanno fatto notare - a lui, implacabile difensore delle "regole" - che quella soluzione è fuori dalle regole dell'Unione Europea. Ma si sa, le regole valgono se devono rispettarle gli altri, altrimenti si possono violare. Del resto accade così anche per la Germania, che da quasi dieci anni sfora ampiamente il limite del surplus (il contrario del deficit) previsti dai trattati di Maastricht. Senza che nessuno, nell'Unione stessa, sollevi la benché minima obiezione.

Per la Grecia, però sarebbe senz'altro meglio un'uscita totale dall'Unione e dall'euro, perché la sua struttura economica è troppo fragile per star dentro il sistema previsto dai trattati e dalla moneta unica. Soprattutto, il terzo memorandum diventerà a breve la tomba di quel che resta di vitale in quel paese. Basta guardare alla riunione dell'Eurogruppo in corso.

Il "prestito ponte" da sette miliardi, da restituire teoricamente entro tre mesi, deve essere concesso per consentire alla Grecia di ripagare le scadenze nel pagamento del debito verso i creditori. In pratica, si danno dei soldi per riaverli indietro subito - questione di giorni - in una partita di giro piuttosto folle. Con questo sistema si ottengono due risultati davvero contraddittori: si continua a far finta che Atene sia un debitore in grado di ripagare il dovuto, e contemporaneamente si aumenta il livello del debito stesso.

Ma dopo aver imposto a Tsipras quelle condizioni la Troika non può più esimersi dal continuare a giocare questo gioco. Le obiezioni della Gran Bretagna, che non voleva ritrovarsi a sborsare una quota che tutti sanno non tornerà mai indietro, sono state "superate". Ma non ci viene detto come, ovvero in cambio di cosa.

La procedura oscilla tra il farsesco e il drammatico. L'Eurogruppo deve "valutare" se il parlamento greco ha approvato il dispositivo scritto dall'Eurogruppo stesso; ma devono essere consultati anche i 9 paesi dell'Unione che non utilizzano l'euro (quindi anche la Gran Bretagna), perché quei sette miliardi vengono dal fondo "salva-stati" Esm. Ma il "via libera" arriverà con una "procedura scritta" elaborata dai funzionari del Comitato economico e finanziario, senza neanche la necessità di riunire i 28 ministri finanziari del paesi dell'Unione.

Di fatto, l'opinione di un popolo espressa con un referendum non conta nulla; l'accordo tra una cinquantina di funzionari "apolidi" è invece decisivo.

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14/07/2015

Grecia. Varoufakis: "è come il golpe del 1967"

Non cessano i commenti, le rivelazioni e le esternazioni dell'ex ministro delle finanze ellenico Yanis Varoufakis dimessosi il 6 luglio scorso, appena dopo la schiacciante vittoria dei 'No' al referendum indetto dal governo, dopo che Tsipras e altri quattro ministri avevano respinto le sue proposte per andare al tavolo del negoziato con la Troika in una posizione di forza.

"Il recente summit europeo non è nient'altro che la conclusione di un colpo di stato. Nel 1967 (golpe dei Colonnelli, ndr) le potenze straniere usarono i carri armati per mettere fine alla democrazia greca. Nella mia intervista alla radio australiana Abc ho affermato che nel 2015 c'è stato un altro golpe delle potenze straniere, che hanno usato le banche invece dei carri armati": così il durissimo commento dell'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis sul suo blog agli ultimi sviluppi della crisi greca.

"Leggere la dichiarazione del vertice - scrive in un altro passaggio Varoufakis - è come leggere un documento che elenca i termini della resa della Grecia. E' una dichiarazione che conferma che la Grecia diventa un vassallo dell'Eurogruppo". Quella dichiarazione, prosegue, "non ha niente a che vedere con l'economia, non si preoccupa di indicare una agenda riformista che possa tirar fuori la Grecia da questa situazione. E' una manifestazione pura e semplice della politica dell'umiliazione. Anche chi disprezza il nostro governo non può non vedere che la lista di richieste dell'Eurogruppo rappresenta un'importante presa di distanza dalla decenza e dalla ragione.

La dichiarazione segnala un completo annullamento della sovranità nazionale, senza sostituirla con un'entità sopra-nazionale e pan-europea. Gli europei, persino quelli a cui non frega niente della Grecia, devono stare attenti" conclude Varoufakis un'impronta, nonostante tutto, europeista seppur tradita dal comportamento delle controparti.

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Il "contagio" è già partito

Abbiamo parlato molto di Grecia, in questi giorni, perché intorno al suo corpo disastrato si è consumata una vera tragedia. Per quel popolo, per la sua "sinistra riformista" (sarà difficile ora fermare le scissioni, in un insieme già prima poco omogeneo), per chi aveva (frettolosamente) preso per buona quella strada che si è invece rivelata senza uscita.

Apparentemente ha vinto la torva Unione Europea, raggrinzita e nascosta dietro la maschera di Wolfgang Schaeuble, più ancora di quella di Angela Merkel. Ma le facce non spiegano le ragioni di un'evoluzione, al massimo le interpretano.

Schiantare la resistenza un po' naif della piccola Grecia ha richiesto infatti un surplus di drammatizzazione, una escalation di minacce - fino alla Grexit - che non depongono a favore della stabilità futura della costruzione europea. Se lo scopo era infatti "fermare il contagio" della ribellione in direzione di altri paesi altrettanto in difficoltà con i conti e la crescita, questo può sembrare riuscito sul piano politico e sul breve periodo, ma non sul piano delle dinamiche di mercato, quindi sul medio periodo.

E' abbastanza semplice, in effetti, spaventare i vertici di Podemos o dei Cinque Stelle mostrando loro il triste spettacolo del fallito tentativo di "riformare" l'Unione Europea. Chiunque arrivi a conquistare un governo, in questo momento, sa che non avrà spazio per nessuna modifica; al massimo per un "piano di aiuto" che ti stringe il cappio alla gola mentre fa mostra di volerti salvare.

Ma la ferocia mostrata nei confronti di Atene costringerà le basi sociali di quei movimenti - fin qui cresciuti senza doversi porre problemi strategici, ossia dando per scontata la cornice istituzionale europea e  la moneta unica - a porsi la domanda più normale: si può davvero metter fine all'austerità senza rompere-uscire dall'Unione?

Chi risponderà a questa domanda con più serietà, sarà anche credibile come avversario dell'establishment euro-nazionale, agli occhi di milioni di persone in difficoltà.

Ma sul piano economico "il contagio" - che quel contafrottole a palazzo Chigi dice impossibile "perché noi abbiamo già fatto le riforme che chiede la Troika" - è già cominciato.

L'articolo di Maurizio Ricci (sull'Eurobarometro di Repubblica, che qui di seguito riportiamo) si apre con una notizia che andrebbe messa in prima pagina:
"Una grande multinazionale straniera sta facendo firmare, in questi giorni, ai suoi fornitori italiani, contratti che contemplano la procedura da seguire in caso di uscita dall'euro e ritorno alla lira".
Stavolta gli operai non c'entrano nulla. L'anonima multinazionale si va cautelando rispetto ai fornitori, stabilendo clausole prima impensabili perché non necessarie. L'euro, per il mondo del business più normale e massificato, non è più irreversibile. Già oggi, in questo momento.

Certo, a livello di micro aziende operanti completamente all'interno del mercato nazionale, il problema ancora non si pone. Ma qualsiasi compagnia multinazionale, che deve quotidianamente fare i conti e le previsioni sui possibili rischi di cambio, sta già "scontando nei contratti" l'eventualità che alcuni paesi possano ritrovarsi - entro i tempi ciclici dell'economia reale, insomma entro un paio d'anni - fuori dalla moneta unica. Oppure il dissolvimento tout court dell'euro. Nei prossimi giorni e settimane in tutti i paesi Piigs vedremo le stesse scene, o comunque qualcuno le riferirà, perché diventeranno una componente nella formazione dei prezzi e nella valutazione dei rischi (da parte delle banche).

E' finito lunedì mattina, 13 luglio, l'effetto stabilizzante del "faremo tutto ciò che  necessario, e vi assicuro che sarà abbastanza" pronunciato da Mario Draghi nell'agosto del 2012, quando sembrava che la moneta unica avesse le ore contate.

L'ironia della Storia vuole che il vincitore apparente di uno scontro in cui voleva rafforzare i vincoli comunitari - Wolfgang Schaeuble - possa diventare il becchino dell'Unione Europea. Non è strano. Basti pensare che questo maniaco delle "regole" di fatto comanda il più potente strumento tecnico di governo dell'eurozona (il cosiddetto Eurogruppo, il vertice dei ministri delle finanze dei 19 paesi). Peccato si tratti di uno strumento illegale. In senso tecnico, naturalmente. Non è infatti previsto da nessun trattato europeo, i suoi poteri non sono disciplinati da nessuna regola, non rilascia informazioni documentali sui propri lavori, ma solo documenti finali all'unanimità. Che consiste poi nel dare ragione a Schaeuble.

Spiega Marx che sono gli uomini a fare la Storia, ma la fanno in modo inconsapevole. Ognuno persegue il proprio progetto (ideali, denaro, fama, profitto, conquista, ecc.), ma l'elidersi reciproco di tutte le volontà particolari (raggruppate comunque in classi sociali e soggetti rappresentanti di quegli interessi diversi) produce un risultato finale che non corrisponde a nessuna delle volontà impegnate nel conflitto.

Negli ultimi dieci giorni, non per caso, abbiamo visto come un programma politico e un governo modestamente riformisti, desiderosi soltanto di restare nella gabbia europea recuperando però un briciolo di fiato, sia diventato involontariamente il "sovversivo" che mette in discussione la tenuta dell'intera costruzione. Per poi arrendersi senza condizioni, certo. Ma lasciando nudo lo scheletro meccanico di un potere mostruoso che vede l'umanità come pura occasione di guadagno (per le multinazionali, la finanza, alcuni stati).

E, di fronte a lui, il massimo difensore del bunker che mette a rischio l'unità dei congiurati sventolando quella possibilità di espulsione (la Grexit) che poteva tenerli insieme solo se veniva esclusa. L'eterogenesi dei fini è davvero bastarda: lo ha spinto a usare "l'arma fine di mondo" per schiacciare una formica. E ora tutta la casa scricchiola...

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La vera tragedia europea è la Germania

di MAURIZIO RICCI

Una grande multinazionale straniera sta facendo firmare, in questi giorni, ai suoi fornitori italiani, contratti che contemplano la procedura da seguire in caso di uscita dall'euro e ritorno alla lira. E' il risultato – gravissimo – del modo irresponsabile con cui è stata gestita la crisi greca. Il contagio è già avvenuto. Il "salveremo l'euro a qualsiasi costo" di Draghi è sepolto. Nella testa della gente e dei mercati, l'euro è diventato reversibile. Lo pagheremo in termini di spread e di speculazione. Se non oggi, domani, alla prossima crisi. E il dubbio è che questo sia stato lo scopo deliberato di chi ha messo in piedi, in queste ore, a Bruxelles, una rappresentazione ad uso e consumo di un pubblico (quello tedesco) precedentemente addestrato ad una visione unilaterale e faziosa della realtà. Sangue e torture a parte, non era diversa la logica dei processi dell'Inquisizione spagnola.

Solo nello scenario di una rappresentazione si spiega la facilità con cui, fra sabato e domenica, sono circolate bozze di documenti in cui, venivano comunque menzionate ipotesi, come l'uscita temporanea della Grecia dall'euro, che i tecnici avevano già liquidato come improponibili. A rassicurare lo stesso pubblico è stata riproposta la ricetta economica di sempre: siccome l'economia va peggio del previsto, bisogna stringere ulteriormente le viti dell'austerità, con il risultato che l'economia andrà ancora peggio, gli obiettivi verranno inevitabilmente disattesi, l'austerità verrà rinforzata e la spirale perversa, già vista all'opera in questi anni, potrà dare un altro giro, sempre perché la priorità sarebbe mettere da parte i soldi per restituire i debiti.

Restituzione che resta problematica esattamente come prima. Ma, poiché tagliare i debiti inesigibili resta un'eresia, pur di non ridurre la montagna del debito preesistente si preferisce aumentarla ulteriormente di un'altra ottantina di miliardi, così da trasformare la piaga in cancrena.

A questo punto, i dettagli dell'accordo – quanto cede Tsipras, cosa riesce a strappare, l'elenco delle riforme – contano assai poco. Qualsiasi numero, qualsiasi vincolo è ballerino. Inevitabilmente, sulla misura effettiva del deficit di bilancio, sulle rate di restituzione dei debiti, l'Europa dovrà tornare. Il dramma greco è destinato a restare con noi. Per arrivare a questo risultato, Berlino ha devastato il panorama politico del continente. Da Salonicco a Lisbona, l'Europa ha un "cattivo" ufficiale e parla tedesco, un ruolo che la Germania dovrebbe vivere con qualche disagio. L'asse storico con Parigi è profondamente incrinato: le proposte con cui Tsipras si è presentato venerdì a Bruxelles e che sono state ridicolizzate dai tedeschi erano state studiate insieme al governo francese. Le ipotesi di maggiore integrazione dell'eurozona, di una progressiva cessione di sovranità fiscale ed economica a Bruxelles sono severamente impiombate, almeno a livello popolare: chi ha voglia di cedere sovranità all'Europa di Schaeuble, per ritrovarsi domani pignorato il Colosseo o gli Champs Elysées?

La vera tragedia nel cuore dell'Europa, oggi, non è la Grecia. E' la Germania, l'isolamento culturale, ideologico in cui vive la maggior potenza del continente. La tragedia è che Schaeuble, la Merkel, la Spd non potevano, probabilmente, per realismo politico, comportarsi diversamente. Per anni, l'establishment tedesco – dai politici ai giornali – ha fornito all'opinione pubblica una immagine della realtà europea fasulla, in cui, ad esempio, i tedeschi appaiono quelli che finanziano i debiti greci, anche se, pro capite, il contribuente tedesco ha versato esattamente quanto quello italiano. Nessuno, tuttavia, al di là del Reno, la mette in discussione. Ora, è anche possibile che i teorici dell'austerità abbiano ragione, ma l'aspetto malsano della vicenda è che l'opinione pubblica tedesca non conosce altra versione della realtà. Le critiche di premi Nobel come Krugman e Stiglitz, le obiezioni di Obama, lo smantellamento dei dogmi dell'austerità da parte del Fmi, gli appelli dello stesso Fmi ad un taglio del debito greco non sono mai arrivati all'opinione pubblica. I giornali non ne parlano, i politici neanche. Per quanto possa apparire incredibile, un dibattito non c'è. Al volante della macchina europea c'è una Germania che non riesce a staccare gli occhi dal proprio ombelico.

Fonte

13/07/2015

Varoufakis e il "piano di ristrutturazione del debito"

Yanis Varoufakis, nel suo blog, ha introdotto così il suo articolo pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian. Pubblichiamo l'insieme come documento (in corsivo l'introduzione), invitando i lettori a soffermarsi su almeno tre aspetti.

a) l'analisi generale di come funziona l'Unione Europea, lo squilibrio assoluto di potenza al suo interno, gli scontri feroci tra paesi forti - che restano sottotraccia fin quando si possono mettere d'accordo per fare a pezzi quelli deboli - l'ipocrisia a fiumi su "regole" e dintorni;

b) la "rivelazione" - non riportata da nessun media del Vecchio Continente - che all'Eurogruppo la Grecia si è ieri presentata non soltanto con un "piano di impegni" che è un clamoroso voltafaccia rispetto alle ragioni su cui era stato indetto il referendum di domenica scorsa, ma anche con un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito. Ovvero qualcosa destinata a far saltare sulla sedia mezzo Eurogruppo (che infatti si è diviso tra chi vuole la Grexit e chi cerca di evitarla, fino allo scontro tra Draghi e Schaeuble). Naturalmente domani, quando pubblicherà i dettagli di questo "piano" ci affretteremo a tradurli.

c) i toni decisamente "civili" nei confronti dell'amico e compagno Euclid Tsakalotos, che ha avuto l'ingrato compito di succedergli sulla poltrona delle finanze. Non dividetevi subito tra chi pensa che siano i toni dell'ironia oppure della trama conciliante. Quando si giocano le partite della vita, sulle spalle di un paese, è bene tenere a freno il testosterone. In fondo, solo sulla tastiera si può  fare qualsiasi tipo di rivoluzione venga in testa...

In conclusione, per nostro conto: ma che "bell'ambientino civile", quel covo di bastardi che decide dei destini dei popoli dell'Europa...

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“Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia sia suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui Lunedì, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).

Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la Grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibilità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente articolo appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta.


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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.

Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.

Per incorniciare il trasferimento cinico di irreparabili perdite private sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore inflessibile”, è stata imposta alla Grecia un’austerità da record, il cui reddito nazionale, a sua volta – da cui i nuovi e vecchi debiti dovevano essere rimborsati – diminuiva di più di un quarto.

Basta l’esperienza matematica di un bambino di otto anni per capire che questo processo non poteva finire bene.

Una volta che la sordida operazione fu completata, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: essa avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è diventato più grande, costringendo i creditori a dare più prestiti in cambio di ancora più austerità.

Il nostro governo è stato eletto su un mandato per porre fine a questo circolo vizioso tra banche e stati; per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità paralizzante.
I negoziati hanno raggiunto il loro molto pubblicizzato impasse per un semplice motivo: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur insistendo che il nostro debito impagabile sia rimborsato “in modo parametrico” da parte della parte più debole dei Greci, dei loro figli e dei loro nipoti.

Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.

Cinque mesi di trattative seguirono in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari supervisionato e gestito dalla Banca centrale europea.

La scritta era sul muro: a meno che non capitoliamo, presto saremmo stati di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, la Grexit.

La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia sulle montagne russe. Nel 2010 ha messo il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile come un modo per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.

I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.

Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion.

In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente di annunciare una grande svalutazione con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.

Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto. Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato che avrebbe seguito il “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbero mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.

Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro – per convincere un Eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo.

Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.

Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo che mi sembra più pertinente e, anzi, più interessante.

L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni). La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno stato.

E qui sta il problema. Dopo la crisi del 2008/9, l’Europa non sapeva come rispondere. Dovrebbe preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) per rafforzare la disciplina? O passare a una federazione? Finora non ha fatto nessuna delle due: e la sua angoscia esistenziale è sempre crescente. Schäuble è convinto che allo stato attuale, ha bisogno di una Grexit per pulire l’aria, in un modo o nell’altro. Improvvisamente, un permanentemente insostenibile debito pubblico greco, senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per Schauble.

Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per mettere il timore di Dio nei francesi e fargli accettare il suo modello inflessibile di eurozona.

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